Ho sostato talvolta nelle grotte

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  • Data di creazione 28 Febbraio 2026
  • Ultimo aggiornamento 6 Marzo 2026

Ho sostato talvolta nelle grotte

Presentazione (di Andrea Gobetti)

E sì, diventiamo vecchi! Noi e i nostri gruppi.
Negli anni tante grotte appena abbozzate sono diventate abissi, complessi sotterranei, contemporaneamente storie di poche pagine son diventati libri, annuari, collezioni di bollettini.
Scrivere però è stata sempre una bella fatica, anche se puoi star sicuro che gli speleologi prima o poi ti leggeranno, anche se le vicende sotterranee non interessano a nessun altro.
Scrivere è un po’ come fare il rilievo, mentre gli altri corrono e gridano lodi e bestemmie all’inesplorato: é molto più semplice parlare, é più vivace raccontare a voce cose vissute con gli occhi di chi t’ascolta puntati addosso.
L’abbiamo fatto tante volte, all’osteria, in macchina, in rifugio, in sede, in casa e sotto casa. Bastano due speleologi che si comincia a parlare di grotte.
Già, si parla di grotte e di noi stessi, nessun altro ci capirà, statene certi, ma se ci capiamo fra di noi si è fatto un passo avanti. Verso dove? Verso il fondo del mistero o verso fuori?
Credo verso il cuore della nostra passione.
Avventura senz’altro straordinaria quella sotterranea come fuori dal comune è il popolo degli ipogei di cui quest’opera innovativa raccoglie avventure e pensieri e con questi non si limita a edificare un monumento alla memoria, ma dà vita a un felice trekking di punti di vista.
Questa é una novità molto interessante, una galleria di personaggi che ciascuno coi suoi pensieri e il suo punto di vista continua verso terre inesplorate; dalle parole raccolte, cui Roby chiedeva soltanto di essere spontanee, si scopre che gli speleologi si assomigliano tra di loro molto meno di quanto non lo siano ciclisti, alpinisti, forristi, e magari anche subacquei.
Siamo un zoo di pochi esemplari, ma di molte specie diverse. Un capolavoro della biodiversità di cui esperti ed inesperti van cianciando. Per apprezzare gli speleologi consiglierei appunto di non a guardare come si vestono, ma ascoltare cosa raccontano.
Abbiamo un mondo intero per sbizzarrire i nostri pensieri. Diverso come il mare in cui latitudine e profondità possono essere guardati dal punto di vista d’un ammiraglio o dalla sala macchine, da quello del pescatore, il mercante, il pirata.
Le grotte sono differenti tra loro quanto le onde di vari mari e noi altrettanto.
C’è qualcuno che corre e altri chini a cercare baboie. C’è chi si maledice in riunione, ma si aiuta in grotta. Ci sono profeti e duri d’orecchio. C’è chi crede nel termometro e chi nel discensore, chi in tutti e chi in nessuno dei due.
C’è chi è più geloso della sua grotta che di qualsiasi essere umano.
Abbiamo sostenuto più parti nella buia commedia che ci siamo scelti, siamo stati agili camosci, grassi trichechi, talpe sfinite. Abbiamo aiutato, ci siamo fatti aiutare e ciascuno lo racconta a modo suo.
Capire il punto di vista degli altri non è di moda in questi tempi, sempre che lo sia mai stato, ma è la maniera migliore di stare insieme, di riuscire dove da soli non si sarebbe combinato niente.
Oggi, nel mondo di superficie non c’è quasi più nessuno capace di fare gruppo.
La competizione, esaltata e benedetta, ha fatto i suoi danni e se da un lato ha prodotto miglioramenti incredibili nelle performances personali dall’altro ha schiacciato la socialità attiva ai confini dell’invisibile, nei tempi dei telefoni sembra essercene tanta quanta era prima dell’invenzione del fuoco, dei falò e della gente che se la racconta attorno.
Ben vengano dunque le brevi storie degli speleologi a illustrare quanti punti di vista hanno solcato il buio; c’è ancora molto inesplorato da scoprire laggiù se cerchi nella mente di chi ci è andato, c’è qualcosa di ignoto che potrebbe essere assai utile all’uomo contemporaneo.