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GROTTE

anno 29, n. 91 - maggio-agosto 1986

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

 

sommario

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La parola al presidente

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Notiziario

6

Attività di campagna

8

Piaggia Bella '86: diario di campo

10

Impressioni sul primo campo

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Amenità freatiche

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Cammello superiore

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Messico e Nuvole

15

O3, ben fatto

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Ancora F3

18

Itaca

20

Piaggia Bella: il Ramo Pinerolo

21

Austria, atto secondo

24

Abisso Nevado Ruiz: una congiunzione mancata

26

Me ne vado, Ruiz: una congiunzione mancata

26

Filologa ottantasei

28

Al Gaché

30

Note sulla spedizione in Canin

32

Crak '86. A Claut

33

Espeleologia no Brasil

35

Nel bacino del Paraguay

38

Le esplorazioni di AG 21

39

Filastrocca in onore del giorno in cui ...

40

Recensioni

 

 

Redazione:

Giovanni Badino, Roberto Chiabodo

 

Marziano Di Maio

(resp.)

 

Alberto Gabutti, Laura Ochner

 

Loredana Valente

 

 

 

 

Foto di copertina (Sala 17 della grotta della Mutera): Meo Vigna

Bozzetti di Simonetta Carlevaro

 

Stampa: LITOMASTER,

Via Sant'Antonio da Padova 12

 

 

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La parola al presidente

A. Eusebio


     Due o tre appunti e precisazioni che mi paiono necessari, seppure, come sempre, non indispensabili ma che ritengo giusto fare qui, a posteriori di determinate situazioni perché almeno rimanga nero su bianco acquistando quel valore proprio degli scritti che le parole purtroppo non hanno. Inoltre poiché è già passato del tempo dagli avvenimenti che hanno condotto all'argomento della lettera, i contenuti saranno dunque purgati e non inquinati, e la veemenza di chi scrive non sarà legata a sentimenti troppo esasperati: rabbia e sconforto che potrebbero anche far esagerare.

     I concetti esposti in queste pagine seppure scritti sotto la spinta di una certa inquietudine non vogliono fare polemiche, queste già esistono, semmai è stato il desiderio di chiarezza a voler far sì che, finalmente, si prenda posizione su certi avvenimenti contrastando o appoggiando determinate tendenze.

     Ma prima dei fatti necessita ancora una serie di premesse che son tenuto a fare poiché su queste si basa una buona parte delle argomentazioni di cui dopo. Inoltre il sottoscritto, nel bene e nel male e finche il gruppo lo vorrà, rappresenta il GSP e la dirigenza che ne tira le fila ed è nolente o volente in prima linea, inviso quindi quasi sempre ai più, sia quando va bene, sia quando non lo va; questo mi conduce ad esprimermi liberamente non temendo eventuali nemici e dissidenti più di quanti già non ne abbia. La presidenza è comunque sempre disponibile, così come la "classe dirigente" del gruppo, ad un confronto costruttivo sperando che da questo sorgano finalmente nuovi o risuscitati adepti.

     Va detto, a conclusione di questa premessa, che i concetti che esprimerò in seguito sono frutto sia del ripensamento di singoli sia di una futura posizione più o meno discussa e discutibile che l'area GSP intenderà adottare.

     Primo argomento dunque: la presunta crisi del gruppo. Se ne parla da molto, da prima che io entrassi in gruppo (e allora esisteva) e forse se ne continuerà a dibattere quando me ne andrò; è un problema nato, probabilmente, con la speleologia, i gruppi speleologici ed il gruppettismo; sui motivi e sulle cause naturalmente sono d'accordo solo in piccola parte, concordo ovviamente sul fatto che l'attività vada intensificata, ben orientata e gestita, che da questa si debba trarre il massimo risultato con il minimo sforzo, che in gruppo si debba creare una omogeneità di vedute, ecc.: chi può non essere d'accordo su questo? E noi naturalmente lavoreremo su questa linea come abbiamo sempre fatto ed i risultati ci hanno dato ragione; ma forse, a pensarci bene, il "vero" problema sono "loro", i criticoni, giovani ma soprattutto vecchi: per affermarsi o guadagnare posizioni perdute tendono a sfaldare la struttura così come è costituita. A questo naturalmente ci opporremo.

     Secondo argomento: la Capanna e il suo ampliamento. Su questo abbiamo ed ho sopportato abbastanza. Ora comincio a parlare anch'io sia a nome di chi nella capanna crede e ci ha lavorato, sia a nome del gruppo che la gestisce. Così in merito all'ampliamento e alla ridicola posizione di alcuni, mi viene in mente un confronto che ora vi espongo. Immaginatevi di essere a casa vostra, per questa ci avete lavorato, avete speso molte delle vostre domeniche per aggiustare i guai di anni di malservizio, poi un giorno arrivano vari ospiti, graditi certo, ma non invitati, si stabiliscono più o meno correttamente nel vostro rifugio, ci mangiano, ci dormono e forse ci cagano anche, senza darvi una lira, nemmeno per le spese vive, infine incominciano a disprezzare il luogo ove stanno e nel caso specifico l'ampliamento del rifugio. All'inizio credevo fosse un problema di educazione e di buongusto e non mi sembrava il caso di scendere a discussione alloro livello, adesso si è oltrepassato il limite, anche al malcostume bisogna porre rimedio.

     Inoltre il pessimo comportamento di alcuni individui in merito al problema suddetto ha esaltato questa tendenza ma ha anche fatto sì che, finalmente, si giungesse ad una presa di posizione. Questo vuole essere il primo scritto su questa linea e personalmente mi occuperò di

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maltrattare individui e materiale di chi, appartenendo al GSP e frequentando la capanna costantemente, ha addotto puerili scuse per non lavorarci.

     L'ampliamento non è bello ma necessario, e la posizione di chi non c'era è interpretabile soltanto come una ennesima manifestazione del malcostume suddetto, inoltre se la capanna così com'è non piace, basta non venirci.

     Questo è il tutto, se il gruppo aveva bisogno di una sferzata queste righe credo che abbiano il risultato sperato, non è ancora tutto quel che dovevo dire ma è già abbastanza.

Serenamente vostro

Attilio Eusebio

 

 


NOTIZIARIO

 


Per un bollettino interno meno "interno"

     Nell'ultima riunione di redazione del bollettino ci siamo trovati ad esaminare un numero insolito di articoli, cospicuo pur considerato che nel quadrimestre estivo è concentrata una buona parte dell'attività annuale del Gruppo. questa è una cosa certamente positiva. Poco lusinghiero è stato invece il fatto che, dopo esser stati letti, quattro soli articoli siano stati accettati, articoli del resto con contenuti tecnici prevalenti, scritti da autori sperimentati che difficilmente si lascerebbero andare a buttar giù testi alla buona. Tutti gli altri si sono dovuti restituire invitando la gente a rileggerli (era chiaro che in qualche caso la rilettura non era neppure avvenuta), a rimeditarli, a tagliarli o a limarli, se necessario a rifarli, o anche solo ad apportarvi quei miglioramenti che inevitabilmente avvengono (l'abbiamo già sperimentato positivamente più volte) quando si rilegge attentamente un pezzo dopo qualche giorno dall'averlo scritto magari con molta fretta. Non era mai successo con una portata così di massa.

     Sospinta da questo fatto inconsueto, la redazione ha avuto occasione di riflettere anche su una certa piega di forma che gli articoli erano andati assumendo da un po' di tempo in qua, e che anche nei lavori ricevuti per questo numero si poteva notare. Mentre infatti esiste da molto tempo una netta preponderanza di lettori al di fuori della cerchia torinese (il che presupporrebbe la confezione di un prodotto comprensibile anche all'esterno) si erano invece andati accentuando i caratteri di bollettino interno: a parte cioè i contenuti che non possono non riflettere l'attività nostra, erano però frequenti e diffusi i riferimenti a fatti o a persone dell'"intimo" del GSP, tali da sfuggire alla comprensibilità dei lettori fuori dal nostro giro. È dunque sembrato opportuno rimettere gli orientamenti del bollettino entro i binari d'un maggior rigore formale, per rispetto verso gli ormai numerosi lettori esterni che è lecito supporre non vengano invogliati a richiedere il bollettino solo perché contiene articoli che rispecchiano un'attività abbastanza importante, o solo perché la veste è divenuta più elegante.

     Ovviamente questo maggior rigore va inteso con una certa elasticità, perché un bollettino eccessivamente allineato e imbrigliato non sarebbe nel nostro spirito. Va pur lasciata un po' di corda alla fantasia e alla libertà (presupposti irrinunciabili per gli speleologi oltre che per tutta la gente di cultura mediterranea), ne si debbono costringere oltre certi limiti i mezzi espressivi, ne obbligare "Grotte" ad abdicare del tutto al suo carattere di "bollettino interno del GSP". Ma è importante mantenere chiarezza e comprensibilità; se poi si potrà risparmiare carta contenendo gli articoli all'essenziale, tanto meglio.

     Non se l'abbiano dunque a male gli autori se anche in futuro la redazione restituirà articoli che riterrà suscettibili di miglioramento, in senso generale e nell'ottica che s'è detto.

L'ampliamento della Capanna

     Sono finalmente stati ultimati i lavori alla Capanna Saracco~Volante relativi all'ampliamento. Il periodo d'apertura del locale invernale sarà compreso tra il primo di novembre ed il 30 aprile e mette a disposizione di chiunque, di passaggio, si trovasse in situazioni di difficoltà, otto

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posti letto e un tetto sopra la testa. Durante i restanti mesi, il locale rimarrà chiuso, salvo specifica richiesta al GSP.

     Un breve commento sui lavori: tanto è stato fatto a dispetto delle dimensioni di questo fabbricato, sia per lacune nostre in fatto di "edilizia" , sia per la non agevole distanza che ci separa da Piaggia Bella e dal nostro rifugio. Nonostante tutto ci siamo riusciti ed è quello che conta, a dispetto di ciò che una parte del Gruppo od orbitante attorno possa pensare. Dicono che non sia bello, poco estetico e anche poco robusto; peccato che quando, a suo tempo, si decise di costruirlo costoro non ci fossero, anzi qualcuno a dire il vero c'era, ma si guardò bene dal dirlo, probabilmente lasciare le decisioni ad altri era più semplice... molto più facile.

     Com'era più comodo, quando si decise di spendere una domenica per trasportare i materiali a spalle dal Colle dei Signori e finire il tutto, ripararsi dietro fumose ideologie di dissenso partorite da menti altrui ed evitare queste immani fatiche. Tanto ci sono sempre i fessi che lo fanno al posto tuo, oggi fa schifo, domani lo sfruttiamo.

     È polemica, ma quando trovi persone, sempre le stesse più gli adepti occasionali o banderuole che dir si voglia, che se ne stanno per tre mesi all'anno in panciolle alla Capanna cercando di farti sentire estraneo in casa tua, senza spendere una lira almeno per il gas e lasciando alla fuga un cumulo di mutande, cibi marci e pentolami sparsi, la cosa fa girare le palle.

     Sarà piccolo, sarà brutto ma c'è e se la neve lo butterà giù ne faremo un altro. Noi, non vi preoccupate.

(R. Chiabodo)

     Nuove esplorazioni a Pian Ambrogi: nebbiose notizie ci giungono da parte francese; pare infatti che speleologi di Nîmes abbiano trovato e parzialmente esplorato una nuova cavità sita

La Capanna con l'ampliamento e con il paraneve (foto G. Badino).

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in prossimità del Gouffre des Trois, formata da una successione di pozzi e ferma per ora, pare, a -150 su un salto di circa 15 m. A presto ulteriori notizie.

     Ancora esplorazioni francesi allo Straldi, CMS e ACN hanno attivamente lavorato nel profondo abisso alla ricerca della congiunzione con l'abisso Cappa. Vani finora i tentativi, anche se hanno portato alla scoperta di nuovi rami.

     Sempre dalla Conca delle Carsene: ulteriori prime sono state compiute da speleologi del GS Biellese all'abisso Cappa. In un'ottica di riesplorazione e di rilievo totale del complesso, i biellesi hanno già scoperto a -500 oltre mezzo chilometro di nuove gallerie.

     Tutti in Austria trovano i meno-mille, eccetto noi e i veronesi.

     A cura dell'AGSP e sotto l'egida della Regione Piemonte (Assessorato alla programmazione economica e alla pianificazione del territorio), è uscito il volume "Sintesi delle conoscenze carsiche in Piemonte". Si tratta di una pubblicazione che vuole riassumere, a grandi linee, tutte le conoscenze sulle aree carsiche della nostra regione con i vari aspetti ad esse legati, e che vuole essere un'anticipazione di un programma più ambizioso e cioè di un Atlante delle aree carsiche piemontesi: una serie di pubblicazioni che zona per zona tratterà tutti gli aspetti del carsismo della nostra regione.     Questo primo volume verrà spedito tra breve ai vari Gruppi speleologici italiani e a chi ne farà richiesta.

     È anche uscito l'atteso libro di Andrea Gobetti Le radici del cielo, nella Collana di letteratura CdA. Speriamo di poterne pubblicare una recensione sul prossimo bollettino, e intanto chi desiderasse acquistare il volume può trovarlo in sede con un forte sconto (rivolgersi a Barbara).

     In occasione dell'Assemblea straordinaria di metà anno del GSP sono stati nominati 14 nuovi membri aderenti: Carlo Balbiano, Maurilio Chiri, Mauro Galliano, Alessandra Garnero, Antonella Giardinieri, Cari Malisani, Andrea Manzelli, Celestino Masoero, Franco Mazza, Lucia Rattalino, Mauro Scagliarini, Valerio Tosi, Beppe Truffo, Lucia Vallardi.

     In giugno si è avuto un cambio di magazzinieri: i nuovi responsabili sono Mauro Scagliarini e Beppe Truffo.

La mostra di speleologia a Pinerolo

     Nell'ambito della rassegna commerciale "10ª Mostra dell'Artigianato" svoltasi a Pinerolo nei primi giorni di settembre, il Gruppo Grotte Pinerolo ha avuto un'occasione per farsi un po' di pubblicità gratuita e per cercare di allargare la schiera di adepti. L'idea originaria era quella di una serata speleologica con filmati a diapositive (cui il direttivo del CAI Pinerolo aveva dato il benestare), che però gli organizzatori della mostra hanno scartato perché da essi ritenuta di dubbio interesse. Come ripiego ci è stato concesso uno stand nella parte culturale della rassegna; nel corso di 4-5 movimentate serate si è scelto il materiale, in massima parte fotografico (anche di G. Villa), con cui si sono approntati tabelloni con splendide immagini di grande formato. Si è poi integrato il tutto con soluzioni alla buona, come un manichino vestito da punta e appeso a una corda, qualche attrezzatura ecc.

     Il risultato è stato di molta curiosità del pubblico, qualche commento fra il comico e il tragico, un paio di volti nuovi alle successive riunioni del martedì sera. La sfiducia degli organizzatori è stata smentita, perché la speleologia ha mostrato di interessare anche a un pubblico profano, che ha scoperto come esistano anche piccole organizzazioni di giovani legati da comuni interessi, che lavorano in ordine, senza troppo clamore, solo perché appassionati a qualcosa. La prossima edizione della mostra ci troverà più preparati e con maggiore esperienza.

(Luigi Barcellari = Birci)

 

 

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ATTIVITÀ DI CAMPAGNA

 


1 maggio, Serre Murau (Val Corsaglia). B. Vigna e M. Pastorini. Scoperta di un meandrino in parete chiuso dopo alcuni metri.

3 maggio, Caverna da Diabo (Brasile, Stato di San Paolo), Badino con 6 speleologi del CAP Club Alpino Paulista, Campo interno con esplorazioni nelle parti centrali della cavità.

4 maggio, Rio Martino. Esplorazioni in Sala Rossa: Curti, Eusebio e Sconfienza con Flavio, Mauro e Maurilio del GG Pinerolo.

11 maggio, abisso Fighiera. Uscita del Corso, con M. Dematteis, Doppioni, Lovera, Pavia, Sconfienza, Trova.

M. Jurin: Gaydou, battuta.

Mutera: uscita del Corso, con Carlevaro, Gabutti, Masciandaro, Terranova, Vigna, Villa.

18 maggio, battuta in alta Val Corsaglia (zona Mutera): Chiabodo, Eusebio, Pastorini, Pesci, Valente, Vigna.

25 maggio, abisso Fighiera (Onishi): Bertorelli, Dematteis, Lovera, Masoero, Sconfienza, Tesi, Vallardi, con Antonella, Flavio e Maurilio del GGP.

Nevado Ruiz: Carrieri, Manzelli, Masciandaro, Guiffrey, Pavia, Segir, Vigna. Trovata prosecuzione, ed esplorazione della galleria principale fino alla risalita.

Alla Capanna: Chiabodo, Eusebio, Rattalino, Tosi, Valente, Malisani. Fatta la poligonale esterna Filologa-Buco di Alma.

Grotta dell'Orso (Ponte di Nava): Villa con i pinerolesi Mauro, Sandra, Pigi e Silvia.

1 giugno, Nevado Ruiz: Chiabodo, Eusebio, Manzelli, Sacchetti, Sconfienza, Tosi, Vallardi, con Flavio, Piero e Maurilio del GGP.

8 giugno, Nevado Ruiz: Dematteis, Gabutti, Guiffrey, Lovera, Massa, Pavia, Pesci, Scagliarini, Vigna e Zinzala, con Flavio e Mauro del GGP. Continuate le esplorazioni delle gallerie.

14 giugno, Caverna de Santana (S. Paolo, Brasile): Badino con 2 speleologi del CAP. Esplorazioni nelle parti "lontane" di questa cavità (Taqueupa), dalle belle concrezioni.

15 giugno, Caverna de Agua Suja (Brasile): Badino con 2 speleologi del CAP, al salone finale. Piaggia Bella: Lovera, Sconfienza e Tosi alle porte di Ferro.

Borgo S. Dalmazzo: Curti, Cannonito, Eusebio, Mellano, Valente, Villa, con Mauro e Sandra del GG Pinerolo.

20 giugno, esercitazione di Soccorso a Piaggia Bella.

21-22 giugno, zona Ferà: Balbiano, Chiabodo, Eusebio, Galliano, Garnero, Giovine, Maina, Valente, Villa, con Mauro e Sandra del GGP.

22 giugno, riunione del Soccorso a Vicenza: Baldracco, Lovera, Segir, Vigna.

Grotta Cannabis: Gaydou.

29 giugno, Piaggia Bella: Avanzini, Badino, Baldracco, Carrieri, Chiabodo, Eusebio, Gabutti,

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Lovera, Pesci, Sconfienza, Segir, Serra, Terranova. Esercitazione di soccorso.

Buco delle Mastrelle: Gaydou.

5-6 luglio, giro al Marguareis di Chiabodo, Eusebio, Ochner, Pesci e Valente.

6 luglio, zona delle Mastrelle. Baldracco, Lovera, Lusso, Pastorini, Pavia, Tosi, Truffo, Vigna. Disostruzione di una cavità nei pressi del Buco delle Mastrelle.

Val Maira: Flavio, Antonella, Mauro, Sandra e Gerry (GGP). Il giorno seguente Flavio e Antonella in battuta sopra le cascate di Stroppia.

13 luglio, Piaggia Bella: Lovera, Sconfienza e Tesi (GGP) alle Porte di Ferro. In giro di visita Di Fonzo, Galliano, Garnero, Giardinieri, P. e G. Faure, Oddoni M. e C., Rattalino, Tosi, Trova, Vallardi.

F3: Eusebio, Chiri, Curti, Mazza, Segir, lamboglia, Maurilio del GGP e altri. Traversato il pozzo sul salone finale e trovata fessura con aria. Rilievo.

Bec Rosso (Jurin): Gaydou visto un buco in parete.

20 luglio, Nevado Ruiz: Carlevaro, Carrieri, Gabutti, Guiffrey, Nobili, Pavia, Scagliarini, Truffo, Vigna. Continuata la risalita della forra finale e fatto il rilievo.

Colla dei Termini: Eusebio, Lovera, Lusso, Valente. Disostruzione di doline.

28 luglio, Nevado Ruiz: Badino, Bertorelli, Vianelli. Continuata la risalita terminale. Finiti sopra un pozzo in discesa.

25-28 luglio, abisso Alvermann (Austria): Curti, Dematteis, Eusebio, Lovera, Pavia, Pesci, Sconfienza, Serra, Tesi (GGP), Vigna.

3 agosto, AG 21: Gaydou e Oddoni.

11-18 agosto: G. Badino, V. Bertorelli e G.C. Carrieri al campo CRAK a Claut (Pordenone). Battute montagne intorno, pochi risultati.

1-24 agosto, campo estivo a Piaggia Bella.

24 agosto, zona Ferà: Galliano, Garnero, Maina, Villa. Rilievo del secondo ingresso del Ferà fino al pozzo dei cristalli. Osservazioni paleontologiche all'Armaduk e al Piccolo Ferà.

30-31 agosto, O3: Badino, Dematteis, Eusebio, Lovera, Nobili, Monica, Sconfienza. Rilievo, esplorazione e disarmo.

31 agosto, Val Corsaglia: Pastorini e Vigna. Battuta nel Vallone dello Sbornina.

 

 

 

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Piaggia Bella '86

diario del campo

 

 

M. Pastorini


     Hanno partecipato: G. Badino, C. Balbiano, G. e V. Baldracco, V. Bertorelli, S. Bessone, M. Bianchetti, A. Bianco, S. Carlevaro, R. Chiabodo, M. Dematteis, A. Eusebio, D. Frati, A. Gabutti, N. Gaioni, M. Gagliano, A. Garnero, A. Gaydou, A. Giardinieri, A. Gobetti, R. Guiffrey, U. Lovera, le lucchesi (Simona, Paola, Frida, Monica), M.C. Lusso, A. Manzelli, M. Marantonio, F. Mazza, G. Nobili, M. e C. Oddoni, L. Ochner, M. Pastorini, R. Pavia, E. Pesci, A. Piazzolla, L. Pilotti, V. Pusceddu, L. Rattalino, M. Scagliarini, M. Scambelluri, S. Sconfienza, R. Serra, S. Serra, W. Segir, P. Squassino, i Terranova, F. Tesi, V. Tosi, B. Truffo, L. Valente, L. Vallardi, M. Vigna, W. Zinzala.

1-2 agosto: primi arrivi, grandi lavori di pulizia intorno al rifugio (portiamoci a valle le nostre immondizie!) e costruzione dell'acquedotto.

3 agosto: lavori di disostruzione nella frana finale del Buco delle Mastrelle, senza successo. Effettuato il rilievo. Battuta nella zona Est della Piana del Solai.

4 agosto: mega-disostruzione del cunicolo terminale del Magazzino (Beppe T., Carlo S., Franco M., Meo), fatta luce nel famoso Buco Nero della Capanna: asportate e bruciate immondizie di diverse generazioni. Primi scavi alla Filologa, chiusa da neve dall'83 (Giovanni, Valerio T.).

     La disostruzione della Filologa è ultimata l'indomani; si scava nelle doline circostanti con aria forte (Gianni N., Roberto G., Seppe T., Meo, Mauro S., Alessandro S.). Al Nevado continuate le risalite, e discesa di un pozzo, chiuso (Valerio T., Sergio S., Saverio, Giovanni, Carlo B.). Montata la struttura paraneve del nuovo rifugio, e altri lavori di manutenzione.

     Il 6 agosto, battuta lungo i versanti Nord del Balaur e zona Magu. Visti alcuni buchi in parete (chiusi) e pozzi da scendere (Carlo B., Meo, Margherita). A PB, risalita dei Montoneros per vedere i risultati della colorazione effettuata nel Bebertu (tempo di percorrenza: 6 ore fino all'inizio a valle del ramo) e per rilevare tutto il ramo (Poppi, Loredana, Beppe T., Roberto C., Walter S., Mauro S.).

7 agosto: battute in zona A e cresta del Balaur, discesi i buchi in zona Magu (sigla M) e vista la zona sottostante (Roberto, Poppi, Loredana, Walter S., Beppe T., Mauro S., Carlo S., Lucia R., Valerio T., Margherita). Filologa: disostruita una strettoia verso il Solai, trovata una condotta freatica sopra l'arrivo della prima galleria (Gianni N., Giovanni, Meo, Roberto G.). 8 agosto: dove si abbatte puntualmente "l'urissa" dei primi d'agosto e i nostri restano chiusi nelle proprie tane a vedere le tende giocare a ping-pong con i prati usando palline di grandine. Il Bebertu fagocita alcuni kg di viveri, cadono saette con fuoco e fiamme.

9 agosto: viene rilevato e disarmato il Nevado, che sarà da rivedere con meno acqua (Maria, Elio, Valerio, Ube). In PB si fa un'esplorazione al Cammello (Riccardo, Beppe T., Andrea M., Gianni, Roberto G., Alberto). Battuta in zona O, discesi alcuni buchi con aria ed effettuata la poligonale degli ingressi più importanti (Poppi, Loredana, Mauro, Walter S., Roberto C., Franco, Meo, Margherita). Discesa e rilievo di un buco sopra la Gola del Visconte (Giovanni e Beppe T.). Poligonale esterna alla Filologa (Giovanni, Stefano, Squassino, Bianchetti). Seconda puntata dell'"urissa"; questa volta lo sport di massa è la risalita di torrente e il tendàk (kajak utilizzando le tende) nella conca di PB; molto panico e pochi danni, salvo le nuove perdite di cibo incautamente riappeso nell'abisso Bebertu.

10 agosto: in zona D posizionati e rilevati 27 buchi (Ube, Poppi, Arlo, Riccardo, Elio, Maria). Alla Filologa continuate le risalite nell'ultimo ramo trovato (Stefano, Lucia V., Meo). Al campo pulizia dei materiali.

     L'11 agosto inizia un giro di due giorni al rifugio Mondovì per vedere i buchi segnati in primavera; disceso un -30 sul Serpentera (Se 1); vista la breve condotta nel canali no di fianco al Pis d'Ellero; fatta battuta in zona Biecai e disceso un P60 (Meo, Mauro, Marghe, poi con Riccardo e Andrea M.). Alla Filologa continuate le risalite e passata la strettoia verso il Solai,

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che però chiude (Riccardo, Roberto G., Ube, Elio, le lucchesi, Maria). A PB, gallerie del Cammello: Walter S., Oddoni, Roberto S., Andrea M., Alberto G.

12 agosto: armo dell'O3, visita alla congiunzione con O5, rilievo (Poppi, Stefano, Arlo, Pierangelo, Alberto G.).

     Ancora O3 il 13: traversata nel pozzo finale di O5, sceso e rilevato il P80 fino a una fessura (Ube, Andrea M., Maria, Elio). In PB vanno alla Confluenza per foto Meo, Walter Z. e Marghe.

     Il 14 agosto in zona B si rilevano e posizionano cavità (Walter Z. e Nadia). In zona O sono discesi e rilevati buchi sopra il Canalone dei Torinesi, viene ridisceso il Piccolo Pas fino a una strettoia energicamente disostruibile su un P5; battuta in zona D (Stefano, Lucia V., Meo, Poppi, Loredana, Arlo, Laura, Marghe).

     Ferragosto: primo giro al Gaché e tentativo di armo (Walter Z. e Lucia V.). Una nutrita megapunta a PB, al meandro dei Narti con l'intenzione di fare un campo interno (Marco M., Daniela, Roberto S., Andrea G., Andrea M., Gianni, Roberto G., Riccardo, le lucchesi, Mauro S. e altri). Altri ancora a PB al Cammello (Poppi, Arlo).

16 agosto: all'O3 tentativo di forzare la fessura (Ube, Stefano). A PB Alberto G., Simonetta, C. Oddoni, Elio, Maria. Al Gaché (Walter Z. e Flavio) traversata sul P40 e discesa di 3 pozzi

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con ritorno alla base del pozzo '79; rilievo, A PB la superpunta continua con 9 persone sul meandro dei Narti, verso il Gaché. Battute in zona O bassa e zona C (Laura, Roberto C., Poppi, Lori, Mauro, Sandra, Antonella, Nadia).

     Il 17 viene trovato in PB il Ramo Pinerolo nei pressi della Confluenza (Laura, Roberto C., Flavio, Walter Z.). Nella notte esce la megapunta.

18 agosto: in PB è continuata l'esplorazione del ramo nuovo, che dalla Sala degli Affluenti arriva alla Baby Besson (Flavio, Elio, Andrea M.).

     Il 19 in zona D litigi con massi per disostruire, sotto il Corno di Mezza Via (Giovanni, Nadia, Walter Z., Valentina). In zona A battuta e trovato un buco da disostruire (Mauro, Cagnotto, Roberto S.).

     Il 20 alcuni su invito del GSI fanno un giro a La Bassa (Andrea G., Paola). In zona A disostruzione senza risultati (Mauro, Cagnotto, Roberto S. Gianni). Continuate le risalite al Gaché (Walter Z., Giovanni, Ube). Grandi pulizie al rifugio.

     Il 21 agosto alla Filologa: risalita lungo il Cañon Fighiera e trovata una via che supera il sifone (Consolata, Giovanni, Ube).

     Riposo il 22.

23 agosto: al Gaché risalite (chiuse) a -50 (Ube, Giovanni, Consolata, Marco S.). In PB risalite del Cammello (Valentina, Alberto G., Riccardo, Mauro, Marantonio, Monica di Lucca, Mazza, Gianni, Sergio S., Pusceddu).

     E il 24 grandi partenze, chi per la pianura, chi solo per un piccolo break all'albergo Mongioie. Restano ancora alcuni a PB e la loro attività risulta dagli articoli più avanti.

 

 


Impressioni sul primo campo

di Lucia Vallardi


     Primo campo: tutto è nuovo, tutto è una sorpresa, fin dall'arrivo, quando scopro che il campo non è "uno", ma almeno due, o anche qualcuno in più, considerando i sottoinsiemi, pardon, i sottocampi. Ce n'è uno all'ombra di Caracas, avvolto, agli occhi altrui, nel mistero e nel "fumo"; ce n'è uno alla base, o, meglio, della "base", operativa e non.

     Ci sono poi i "soliti intermedi" che, almeno nella fase iniziale, non sanno decidere se collocarsi "su" o "giù"; infine c'è chi, vista la molteplicità dei campi, opta per l'isolamento in "eremo".

     Prima considerazione: è bello che ognuno sia libero di piazzarsi dove vuole e fare ciò che più gli aggrada! Ma dopo un "tot" di giorni di campo si fa strada in me la sensazione che le cose non stiano proprio così: il clima generale, a tratti, non è tanto quello di gioiosa indipendenza, quanto di faticosa convivenza. Sono una donna e "quindi" curiosa, così mi va di capire perché, in un posto così bello dove c'è posto per tutti, a momenti tutto sembri stretto a tutti. La prima cosa che mi colpisce è il sentire ripetere, abbastanza frequentemente, "noi" e "loro".

     Seconda considerazione: che buffo!

     Terza considerazione: mi sembra da matti!! È forse fin troppo facile dall'alto, dalla pace, dall'isolamento dell'eremo, guardare IL campo che si muove, entra ed esce di grotta, si diverte, litiga, si ama, canta, insomma "vive" e notare che ognuno è terribilmente simile all'altro. Continuo ad ascoltare e sento parlare di grotte fatte da "noi" e da "loro", di grotte non fatte, di esplorazioni riuscite o mancate, di coinvolgimenti insufficienti...

     Quarta considerazione: ma quanto si parla in questi campi! Un rammarico: peccato che buona parte di queste parole vada sprecata perché gli interessati non le sentiranno forse mai...

     Quinta considerazione: rinuncio a capire!

     Comunque io, a questi campi, mi sono divertita davvero, ci sono stata proprio bene, mi è piaciuta la gente, mi son fatta i fatti miei e sono "addirittura" entrata in grotta!

     Una mia speranza per il prossimo campo: chissà se "pian pian, le cose cambieran...!"

 

 

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Amenità fratiche

(Diario minimo del campo '86)

 

 

M. Scagliarini


Vino, donne, denari:

tre cose queste sono

sulle quali si perde

il giudizio dell'uomo.

Chin P'ing Mei

(poeta cinese XVI sec.)

     Che bello! Finalmente quest'estate su al campo si respirava un clima di concordia e di serenità come da tempo non avveniva. Forse proprio questo clima da "grande famiglia", il superamento cioè di tante sciocche diatribe di Gruppo, ha permesso il godere di una estate speleologicamente appagante sotto numerosi aspetti.

     Piaggia Bella, primo amore, non ha tradito aspettative sicuramente degne di futuri approfondimenti. Mi riferisco al Meandro dei Narti esplorato e rilevato per 200 metri nuovi e rilevatosi una vera chicca piena di aria forte, di oscuri grandi ambienti non ancora rilevabili, di una chiara direzione "to the Gaché" (ma non si deve mai dire!).

     Ci siamo fermati dopo due risalite, un paio di strettoie così così ed un meandro continuo che sa di Escher, sotto una salita da affrontare rimuovendo il timore che i Narti continuino troppo. Com'erano lontane le Porte di Ferro! Il campo sotterraneo è ancora là, montato al sifone dei Piedi Umidi, e ci rivedrà presto (Armando, Andrea G., Serge D., M. Marantonio, Mauro, Daniela F., Monica, Andrea M.).

     "Mexico e Nuvole" parte invece dalla zona del Cammello e si insinua stretto e verso l'alto in una zona sicuramente interessante (Ciambalaur). Proseguita la precedente risalita si è arrivati ad armare un altro P.15 e ci si è fermati per mancanza di corde (o di cordellette) alla base di un nuovo pozzo valutabile una dozzina di metri, preceduto da una strettoia che Riccardo ha giudicato "normale": credetegli. In tutto 150 m nuovi e rilevati (M. Marantonio, Riccardo, Monica, Mauro).

     Finalmente: i Montoneros hanno il loro rilievo, ed è scientifico affermare che là finiscono le vostre fetenzie se lavate i piatti nel Bebertu. Cascatelle e marmitte color smeraldo ce lo hanno mostrato chiaramente (vero Meo?), ma anche il rilevarlo 6 ore dopo che tutti al Campo avevano fatti i loro "bisogni" ci avrebbe fatto risparmiare la fluoresceina (così infatti è successo, snort!). Piedi Umidi: e sai cosa bevi! (Poppi, Loredana, Arlo, Beppe, Papà, Mauro).

     Last but not least, la zona O. Oltre a numerosi buchetti pieni di ghiaccio e alla gran Saga di O3 e O5, di cui si parla in qualche altra pagina, è venuto alla luce O-izza, abisso fomentoso come piace a me e non solo a me. Ci ha impegnato diverse volte e con gusto nonostante la non vicinanza dal campo. Si apre a 2550 m, un centinaio di metri sopra O3, quasi sul versante Nord del Marguareis, e scende in direzione della zona D con due pozzi molto belli (20 e 30 m), poi la perla: la fessura Vidocq. Dieci metri di strettoia, curva a metà, giudicati ABO inf. da due "specialisti" come Riccardo e Marantonio: 20 minuti ad andare e 20 a tornare danno la misura. Passata la strettoia (hai detto niente), dopo un saltino di qualche metro appare un pozzo valutato una ventina di metri, non ancora disceso, forse per la fatica di dover forare su quarzite (così e!), forse per la paura di trovare al fondo la eventuale sorella della Vidocq, verginella più che mai. Vedremo. S'impone una slargatina per le masse aizzanti. L'aria è sempre quella fomentosa di un ingresso alto (M. Marantonio, Riccardo, Andrea G., Mauro, Gianni, Sergio, Monica, Andrea M.).

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Mexico e Nuvole - Cammello superiore - rilievo

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     È ufficiale: il Pozzo della Cascatella chiude dopo 60 m in detrito e non in ghiaccio. Due bei cilindri perfetti di 20 e 15 m, larghezza 1 m, ti fanno sentire oltre che freddino, dentro chissà quale ghiacciaio dell'Oberland Bernese. Scallops. Consigliato agli speleo-fotografi. (Serge D., Mauro).

     Il resto sono mani spellate, sguardi da cave-detector, piedi di porco, arie finte ed arie vere, doline, pozzi a neve, sogni, segni, sugna, docce fredde e pasti caldi, panini, vino, un sacco di risate e luminosi sguardi di ragazze un po' infangate. Ormai è autunno. Aizza!

 

 

 


Cammello Superiore

A. Gabutti


     Piaggia Bella, tratto tra la Confluenza e la Tirolese: per chi vi transita frettoloso diretto in altri luoghi può sembrare una regione poco interessante, la via è ovvia, si è quasi sempre sul torrente, insomma sembra tutto relativamente semplice. Se però ci si guarda attorno, ricordandosi magari di essere pizzicati tra la Confluenza (arrivi di Caracas, Gola e forse Gaché) e la Tirolese (arrivo di S2, Mistral, Resaux), ecco che possono sorgere dei dubbi e anche la voglia di darvi un'occhiata.

     Questa conclusione non è certo nuova od originale, le gallerie fossili esplorate dai francesi nei primi anni sessanta o "Messico e Nuvole" (fine '70), ne sono un esempio. Ma questa attenzione è stata mal distribuita nel tempo, quello che si cercava era più in profondità o altrove: soltanto ultimamente, la scoperta della Filologa e successivamente le Mistral hanno evidenziato le potenzialità di questi luoghi risvegliandone l'interesse.

     Non sarebbe infatti malvagio, a mio avviso, ipotizzare che il tanto discusso collegamento P.B.- Filologa possa essere spostato un po' più in alto della sala Paris Côte d'Azur, ad esempio nella regione del Cammello, tenendo conto che questa potrebbe essere intercettata dalla prosecuzione ideale della parte più a Nord delle gallerie Frejus (spostamento in pianta di poco superiore ai duecento metri e dislivello di una trentina). Questo implicherebbe la presenza di un livello fossile, di poco superiore al torrente, che ripropone le direttrici originali dello sviluppo di P.B.: situazione non certo nuova o improponibile (vedi Porte di Ferro, Garyhemming...). Bene ora basta, parliamo di quello che è stato fatto ad agosto; lo faremo Riccardo (Messico e Nuvole) ed io. Sarò telegrafico, anche perché è presto detto.

Scendiamo una prima volta, Nobili, Truffo ed io. Dopo aver rivisto con Riccardo, Armando e Manzelli una risalitina già fatta il settembre scorso ci dividiamo dirigendoci verso le gallerie dei francesi. Superato facilmente il limite C.M.S. 63, troviamo un bel meandro che dopo un centinaio di metri tende ad infognarsi in una regione di frane e strettoie. La seconda volta, mentre Segir e Cagnotto rilevano, Serra, Manzelli ed io superiamo la zona stretta andando a cadere, dopo un pozzetto, in una sala di crollo abbastanza ampia e con poca aria. Fino ad ora la direzione è giusta, la stessa dell'amonte di Filologa, e siamo riusciti a spostarci oltre il torrente di P.B. Dalla sala un meandro dopo una incerta partenza tra massi si fa ampio e scorrevole, ma riusciremo a percorrerlo soltanto la volta successiva (Nobili, Mazza, Bertorelli, S. Serra, Pusceddu ed io). Peccato, eh sì peccato, la nuova direzione è sconfortante; dopo una cinquantina di metri ci affacciamo su un'ampia galleria. Discesa su naturale e tutti i nostri dubbi vengono confermati, un nodo disegnato ad acetilene, G.S.P. 84: siamo ricaduti all'inizio delle Mistral a poche decine di metri dalla Tirolese. Il reticolo fossile si è allargato, 186 metri di sviluppo in più, ma la Filologa resta lontana.

 

 

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Messico e Nuvole

R. Pavia


     Dall'esplorazione nasce la voglia di andare in grotta e dalla grotta la voglia di divertirsi. È dunque dopo lunghe feste che quest'anno ci s'inabissa, ed intonando i cori più strampalati.

     C'è una regione in Piaggia Bella un po' trascurata dagli occhi degli esploratori. Si tratta del Cammello superiore che sicuramente occupa degli spazi sconosciuti agli speleologi. Dopo l'esplorazione dei Francesi, ai tempi di Claude, non fu più rivista con attenzione.

     Vi giungiamo un giorno dei primi di agosto Armando, Andrea Manzelli ed io. Cerchiamo nel vuoto che la montagna ci mette a disposizione; l'area sopra il Cammello è ancora vergine e la topografia di quella zona non invade ancora la carta con inchiostro nero di china.

     Un'arrampicata è l'amonte della galleria alta. Dopo averla superata, un meandro porta con una serie di passaggi stretti a quello finale, oltre il quale s'intravede una spaccatura verticale. Scendendo lungo la galleria, troviamo un altro ramo sulla sinistra che si dirige verso Nord. Dopo una parete franosa ed un traverso, parte una galleria molto inclinata che si verticalizza fino a divenire un camino, in cima al quale una strettoia immette in una saletta che chiude in... strettoia.

     Per dare un po' di volume a questa avventura unidimensionale, troviamo a metà della galleria un cunicoletto che entra in una forra con l'attivo sul fondo. La forra ad un certo punto stringe contro una lama di roccia. Arrampicando su questa, arriviamo ai piedi di un pozzo ascendente dal quale pende una corda. E il ramo Messico e Nuvole, risalito da Icaro, Andrea Gobetti e Valerio Sbordoni. In cima al pozzo percorriamo un grosso meandro, fermandoci sotto un altro pozzo ascendente.

     Nella punta successiva Mauro e Monica di Lucca aspettano in fondo al pozzo, Marco Marantonio lo arrampica per 20 metri, fermandosi di fronte ad un meandro un po' impestato, che io affronto secondo la tradizione di "un po' per uno non fa male a nessuno". Proseguo in una galleria di medie dimensioni intercalata da due salti di un paio di metri, culminante sotto un ennesimo pozzo ascendente.

     È meritevole ora fare alcune supposizioni: la corrente d'aria sale e quindi fuoriesce da un ingresso basso localizzato nei paraggi, oppure l'aria scende lungo dei tratti fino ad un punto a quota più bassa dell'inizio del ramo. Ultima ipotesi è che si riesca ad entrare in quel complesso di gallerie che probabilmente si estende sotto Pian Ballaur.

     Il futuro esplorativo di questa zona si barcamena tra il fomento e l'aizzamento. Il Visconte deciderà dove porre la sua bacchetta magica; speriamo non nel posto sbagliato.

 

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O3, ben fatto

Stefano Sconfienza


     Degnissimi lettori, si mormora che un bistrattatissimo G.S.P .durante un criticatissimo campo abbia fatto anche qualcosa di buono: O3, per esempio (*).

     Ben fatto.

     Perché?

     1) Perché lo si è fatto. Erano anni che se ne sentiva parlare e la fama che ne accompagnava il nome era di quelle che non invogliano certo il visitatore: durissimo e gelido.

     2) Perche - diciamocelo - lo si è fatto proprio bene. E per bene intendo in modo efficiente e completo. Taluni forse non amano l'efficienza e l'essenzialità in speleologia, ma io sì, molto. E l'articolo 10 sto facendo io. In quattro punte, neppure affollatissime, si è fatto tutto ciò che si poteva umanamente immaginare, riarmando completamente una grotta in precedenza non scesa su spit, eliminando le incognite rimaste, rilevando i due fondi (-235 e -170) e riportando a casa il materiale.

     Vi preannuncio quindi un articolo traboccante di soddisfazione, consigliato per i lettori in crisi depressive. Soddisfazione. Sembrerà eccessiva a qualcuno, visto il risultato, ma non è così. Anzitutto il risultato di un'impresa non dovrebbe incidere sul giudizio e sul compiacimento dei partecipanti, quando esso sia indipendente dal loro operato e dall'impegno profuso. E questo è il caso. Almeno per quanto mi riguarda.

     Eppoi guardiamolo questo risultato, sintetizzabile in settecento metri di topografia. Ben poca cosa, direte. Qualcuno che la pensa come voi sostiene che "rilevare è la morte dell'esplorazione". Non rilevare - secondo me - è invece la morte dell'esplorato. E lo dimostra non tanto O3 quanto i chilometri di grotta che pochi occhi han visto, anche meno orecchi han sentito e nessuna matita ha mai disegnato. Esplorare senza rilevare è come trovare dei frutti, staccarli dall'albero per poi lasciarli marcire. È come fare indigestione di ottimo cibo, senza distinguere i gusti. Di esplorazione ci si può saziare, di rilievo ci si sfinisce ma non ci si sazia; passata la stanchezza e smaltito il freddo, quando la grotta comincia a comparire sulla carta millimetrata, la curiosità torna più forte di prima. Una volta scrissi che "mi interessa capire ancor prima che esplorare": rilevare rimane l'unico modo che io conosco per comprendere ciò che esploro. Mentre topografare esplorando è ragionevole, tornare a fare il rilievo è disumano e riesce solo a chi possiede forti motivazioni.

     Così è successo questa volta, anche se va detto che gli obiettivi, rappresentati da alcuni punti interrogativi lasciati dai primi esploratori, erano più ambiziosi.

     A beneficio degli assenti - peggio per loro, comunque - ecco una minima descrizione di quanto i miei occhi hanno distrattamente ascoltato.

     La parte di O3 che più resta impressa è senz'altro il meandro iniziale, un centinaio di metri tecnicamente faticosi, un concentrato di ciò che è una grotta in uscita. Una scritta al suo imbocco ammonisce i visitatori ignari: "SCAPPA". Un bel tratto (Fiume Yukon) ha il fondo in ghiaccio, su cui lasciarsi gustosamente scivolare.

     Oltre il meandro un P.10 con strettoia vergine alla base. La strettoia non è più illibata adesso, grazie ad una performance dell'Ube, pungolato da una defaillance patita altrove in O3: al di là una gallerietta che si sposta di una cinquantina di metri verso le pareti esterne (Ramo dello Sceicco).

     Continuando verso il basso si incontra un P.12, bivio dei due fondi. Il ramo che prosegue in direzione di O5 è inizialmente un meandrone da percorrere in corda per via ancora del pavimento in ghiaccio, poi meandro approfondito, arrampicabile fino a un pozzetto e al successivo P.50 finale: chiude immediatamente la sua base, poco oltre la via raggiungibile da una finestra che porta sul fondo di O5. L'altro ramo lo si imbocca invece pendolando sul P. 12 (Pendulo del Concubino), da dove si infila una ampia voragine di circa sessanta metri.

______________

(*) O3 è una cavità situata sul versante nord del Marguareis. Fu scoperta ed esplorata nel 1981 da squadre miste con alcuni membri del G.S.P. Di essa era disponibile fino ad oggi solo uno schizzo esplorativo.

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     Ed eccoci alla Waterloo degli strettoisti: una buca da lettere su un pozzo da 35 metri, generata da un grosso masso malfermamente piantato. Si tratta del Serbidiola, da "Serbi Dio l'Austriaco regno", frase propiziatoria da pronunziare nell'atto di abbracciare il pietrone per superarlo. Perché - vedete - il passaggio non è la minuscola fessura su cui testardamente si accanirono gli smilzi, ma un varco oltre il masso dondolante, come intuì un tale, più obeso forse ma senz'altro più fantasioso.

     Attenzione: i prossimi visitatori di O3 - sicuramente numerosissimi - non si preoccupino se non troveranno questo ameno passaggio, dato che al disarmo si è finalmente riusciti a far precipitare il molocco.

     Da dove si presume ora giaccia il serbidiola, una serie di pozzetti immette in uno stupendo meandro, spazzato dal vento, e da questo nel tratto conclusivo di O3. Qui la grotta effettua quasi tutto il suo spostamento in pianta, in direzione - udite, udite - del Marguareis! È un altissimo meandro che, intervallato da enormi pozzi ascendenti, va via via stringendosi, rendendo in un tratto assai problematica la progressione. L'ultima parte comprende anche un vivace ruscelletto che scorre in fondo al meandro fino a riempire la fessura finale.

     Ecco fatto.

     Ora O3 può finalmente "esistere". Salvato dal limbo di una leggenda che non gli faceva giustizia, è sceso placidamente su un foglio di carta e si rivela per quello che è: un bellissimo abisso, piazzato in un posto divino e diretto anche meglio. E non scommetterei nemmeno che sia completamente chiuso, a patto che si abbia voglia di arrampicare qualcuno dei pozzi che ne segnano il tratto conclusivo. Si vedrà. Io, ad O3, mi ci sono proprio divertito e lo consiglio di cuore.

     A proposito: ho notato, uscendo a godermi l'alba l'ultima volta, che sotto la scritta "scappa" qualcuno aveva aggiunto un nuovo suggerimento - "NON FARLO!".

     Chissà chi sarà stato?

     Anche da solo in una stanza buia

Comportati come se avessi di fronte

un nobile ospite.

 

Tavola fuori testo

Abisso O3 - rilievo

 

 


Ancora F3

A. Eusebio


     Articolo nel quale si narra di una nuova punta nel vecchio abisso. Giunta la notizia infatti che il nostro inviato speciale dalla Francia, Jo Lamboglia aveva, con alcuni suoi baldi compari, trovato qualcosa di nuovo nei rami esplorati l'anno scorso, non potevamo di certo mancare.

     Così una domenica, direi di luglio, in tantissimi e prestissimo entriamo, chi al rilievo, chi a sperare esplorazioni che non faremo, chi a farsi un giro sottoterra; nel cast Jo, da solo, davanti ad un ennesimo traverso, Carlo, Papà, Mazza, Maurilio, Cathy ed un francese a farsi un giro sperando in tantissimo, un altro francese ed il sottoscritto a rilevare.

     Il nuovo ramo è relativamente banale, ha alcuni difetti propri dell'F3 in genere, esempio che da -100 in poi, da qualunque punto si cada o si scivoli, si precipita, più o meno direttamente, nella sala finale o perlomeno per 50-60 m; nessuna distrazione dunque, mai addormentarsi non assicurati.

     Dicevo, le nuove esplorazioni conducono, dopo un traversino facile su un P.30, ad un P.50 frazionato, a -30 un P.60 riconduce alla vecchia via; continuando ascendere, un P.50. Fa lo stesso, pendolando si prende invece una finestra, poi un P.11, una sala, un P.12, un meandro, bello e largo, che sprofonda più volte in salti che portano nella sala finale dell'F3 posta circa cento metri più in basso.

     Restando sempre alti, dice la solita vocina, si incontra una parete che sbarra la strada a tutti ed a tutto, anche a Jojo.

     Poco prima una risalita di una decina di metri porta ad un altro ramo discendente che con un enorme pozzo di circa 100 m riconduce al salone fatidico, al centro questa volta.

     Rileviamo tutto, poi usciamo convinti di avere nuovamente partecipato a chiudere un altro ramo in un'altra grotta.

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Abisso C. Volante - F3 - Rami 1986 - rilievo

 

 

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Itaca

G. Badino


Se per Itaca volgi il tuo viaggio,

fa voti che ti sia lunga la via,

e colma di vicende e conoscenze.

Non temere i Lestrìgoni e i Ciclopi

o Posidone incollerito: mai

troverai tali mostri sulla via,

se resta il tuo pensiero alto, e squisita

è l'emozione che ti tocca il cuore e il corpo.

Né Lestrìgoni o Ciclopi

né Posidone asprigno incontrerai,

se non li rechi dentro, nel tuo cuore,

se non li drizza il cuore innanzi a te

Fa voti che ti sia lunga la via.

E siano tanti i mattini d'estate

che ti vedano entrare (e con che gioia

allegra!) in porti sconosciuti prima.

Fa scalo negli empori dei Fenici

per acquistare bella mercanzia,

madrepore e coralli, ebani e ambre,

voluttuosi aromi d'ogni sorta,

quanti più puoi voluttuosi aromi.

Rècati in molte città dell'Egitto,

a imparare imparare dai sapienti.

Itaca tieni sempre nella mente.

La tua sorte ti segna quell'approdo.

Ma non precipitare il tuo viaggio.

Meglio che duri molti anni, che vecchio

tu finalmente attracchi all'isoletta,

ricco di quanto guadagnasti in via,

senza aspettare che ti dia ricchezze.

 

     Una delle Itache storiche del Marguareis, certo la più grande, è la mitica regione oltre il fondo di PB. Una delle caratteristiche generali di Itaca è che quando si naviga da un po' per raggiungerla, molti sulla nave prendono a negarne l'esistenza e, terrorizzati da Lestrigoni e Ciclopi, fatiche ed ansie, vogliono solo più fermarsi in qualche luogo tranquillo dove dimenticare.

     Così, in antico, non esisteva connessione fra Gola del Visconte e PB, ne (per motivi evidenti agli esperti) esistevan gallerie che dal Corchia andassero in Fighiera. Neppure esistevano le Porte di Ferro e vane eran le risalite in fondo a PB perché il sifone allagava il monte. E si dubita della connessione fra il Gran Gaché ed il Complesso, non val la pena di affrontar l'alto mare aperto a cercarla. Ne esisteva (se non in inimmaginabili gallerie fangose e sommerse) un "aldilà del sifone" ed i naviganti che vagavano sui piatti mari della zona D o quelli che rischiavano le navi su quelli del Ferà o nei lontanissimi stretti gemelli di Piaggiabella o nei canali profondi in F5, perdevano tempo.

Pure da tutte queste vie si va ad Itaca ed ora è giunta notizia che i navigatori del Ferà sono infine sbarcati, e che Labassa è esplosa in chilometri di gallerie dopo aver sfiancato chi per anni, strettoia dopo strettoia, si inoltrava lentissimo nel monte.

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     La notizia che gli speleologi imperiesi a Labassa son arrivati al collettore del Lupo, in chi ho visto al campo alla Capanna, ha suscitato differenti reazioni: pochi contenti, pochi irritati, i più allargavano le braccia dicendo che se lo eran meritato.

     Bravi loro, infatti. Han preso un problema e ci hanno insistito contro anche quando sembrava non portare a nulla, e gli è andata bene. Gli speleologi che conosco io, invece, mai l'avrebbero dipanato. Ci sono infatti due tipi di lavoro, quelli individuali e quelli collettivi: ad esempio nessun convegno di matematici fa teoremi, ne alcun cinese si mette, solo, a fabbricare la Grande Muraglia, Son proprio problemi diversi. Nella speleologia convivono entrambi ed è curioso che entrambi gli approcci possano essere utilizzati per raggiungere le Itache.

     Qualcuno ha protestato dicendo che la impostazione che si è venuta affermando nell'area torinese impedisce la costruzione delle Grandi Muraglie. Io non credo lo impedisca quanto

Piaggia Bella: Bo-Derek (foto G. Villa).

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piuttosto lo tenga in poco conto, e ci si rassegna da anni ai colpi di genio senza applicare su un singolo problema più di poche centinaia di ore-uomo, quando va bene. Pazienza, questo ha permesso a pochissimi individui (di varie città) di fare tante, tantissime cose e più ancora di scoprire delle Itache sulla via per Itaca. Questo, credo, è più che sufficiente: chi volesse maggiori dettagli si legga i "Grotte" che parlano del Khayyam e delle Porte di Ferro.

     Ora diventa più acuto il solito problema di capirsi fra due sordi superbi: chissà cosa accadrà. Già insieme ai mosconi che si son scoperti gruppisti ed imperiesi ed assediano il nuovo cibo, han cominciato a ronzare antipatie e polemiche: riusciremo a tenerle sotto controllo? Chissà.

Itaca t'ha donato il bel viaggio.

Senza di lei non ti mettevi in via.

Nulla ha da darti più.

E se la trovi povera, Itaca non t'ha illuso.

Reduce così saggio, così esperto,

avrai capito che vuoi dire un'Itaca.

 

G. Kavafis

 

 

 


Piaggia Bella: il Ramo Pinerolo

W. Zinzala


     Durante il campo 1984 ero andato a fare una risalita al Siphon-à-mont con N. Masciandaro e M. Oddoni (Cagnotto). Sbucati da una frana eravamo capitati in una galleria che portava al Salone degli Affluenti.

     Quest'anno ci ritorno con Flavio Tesi di Pinerolo. C'è aria di svacco, ma scendere le sette Cascate di marmo e ritrovarsi agli Affluenti dove ormai non passa più nessuno (e con molta aria in una frana), ciò ci sblocca, e la voglia di ripercorrere vecchi passi e ricordi di un tempo mi spinge ad andare a rivedere un po' meglio la frana. Vi ci infiliamo con un certo timore che ci accompagnerà fino al ritorno, eseguendo per quanto possibile l'aria in un percorso in salita ci troviamo di colpo in una sala con diverse gallerie e con un pozzo fra massi (che riporta agli Affluenti). Con poco carburo, per ora fermiamo qui l'esplorazione.

     Il giorno seguente torneranno per continuare Tesi, Pesci e Manzelli. Dopo qualche arrampicata si ritroveranno nella Baby Besson, lasciando in disparte ancora un ramo. Parlando poi con A. Gobetti è risultato trattarsi probabilmente di un ramo percorso anni addietro in solitaria da Saracco e invano ricercato poi da Fighiera e da altri.

 

 

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Austria, atto secondo

A. Eusebio


     Dopo l'epica punta dell'estate scorsa si voleva tornare, per proseguire le esplorazioni all'Alvermann, in settembre-ottobre, poi neve e mancanza di grinta al momento giusto decisero per noi, riuscimmo infine a rimandare tutto all'ultimo week-end di luglio dell'anno seguente, quando in mille si salì sulla montagna sacra alla ricerca dell'abisso bello.

     L'idea di fare tutto in un fine settimana allungato è in realtà perlomeno stupida ed avventata, anche se corretta, tanto che vale la pena di essere narrata perché in essa si sublima la dabbenaggine di una buona parte degli speleo d'occidente.

     Il tempo in effetti è sufficiente, basta non dormire quasi mai, è necessario però partire il venerdì sera finito di lavorare, viaggiare fino all'alba (750 km da Torino), salire al rifugio, mangiare, dormicchiare tra decine di tedeschi ubriachi, svegliarsi all'alba di domenica, mettersi in cammino, farlo per tre ore, entrare in grotta, uscirne al mattino di lunedì, ritornare con altre tre "comode" ore al rifugio, mangiare, scendere a valle e dirigersi a Torino nella notte tra lunedì e martedì.

     Questo è il contorno, e già affiorano delle perplessità sulla stoltezza dei partecipanti, si consideri poi il cattivo gusto di costoro che "osano" immergersi in un asburgico buco senza permessi delle autorità.

     Ecco l'antefatto dunque, l'altro problema è che purtroppo siamo in cinquecento, l'intera speleologia italiana più qualche oriundo si è data appuntamento qui; a vederne così tanti c'è da credere che esistano più speleologi che grotte. Ironia a parte, questo fa sì che davanti a noi ci sia già una squadra (Carrieri, Marcantonio, Daniela, Avanzini, Mureddu e Monti), questi mentecatti hanno sceso una serie di pozzetti, tra cui un P.36, fermandosi ad una quota di -350 circa su un salto di una ventina di metri.

     Il cospicuo numero di partecipanti ha fatto sì che la nostra stessa squadra sia suddivisa ancora in due: Carlo, Meo, Serra, Stefano, Pesci e lo scrivente davanti e Bianchetti, Squassino, Lovera, Pavia, Dematteis e Tesi dietro con altri sacchi di materiali.

     Le corde di certo non mancavano, da Torino ne erano arrivati 600 metri, da Imperia 400, se ci fossimo dovuti fermare non era certo per le corde.

     Con queste premesse potevamo sprecare molto: armiamo il pozzo su cui si erano fermati i Liguri, con un rotolo da 200 metri; il salto risulterà 30 m, alla base un meandro stretto e basso conduce su un saltino. Di qui un torrentello di qualche litro al secondo ci accompagna, la volta del meandro tende ad abbassarsi, si trasforma in un cunicolo, mezzo allagato; un mezzo sifone si frappone tra gli esploratori e l'inesplorato.

     Questo spiacevole incontro, a -400, in questa grotta, costringe la squadra ad una serie di stranezze: prima due dei componenti (Carlo e Poppi) vanno a vedere se per caso continua e si fermano su un P.4; poi uno di questi (Poppi) torna indietro a chiamare gli altri, infine tutti passano al di là.

     Poca la strada che si farà dopo: al P.4 segue un P.5, poi un salto di 25 m tormentato e marcio, al fondo del quale un meandro di una decina di metri conduce su una strettoia, stretta, lunga e sospesa su un saltino, da cui proviene una sensibile anche se non fortissima, corrente d'aria.

     Questo è tutto, almeno per ora, per noi e per quel che concerne i risultati speleologici all'Alvermann; altre considerazioni non sarebbero simpatiche, arrivederci al disarmo comunque...

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Abisso Alvermann - Hagengebirge (Austria) - rilievo

 

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Abisso Nevado Ruiz:

una congiunzione mancata

 

 

B. Vigna


Introduzione

     L'abisso Nevado Ruiz è localizzato sui contrafforti meridionali del M. Balaur, lungo un ripido canalone che confluisce nel vallone del passo delle Mastrelle. Marcati sono i contrasti della morfologia di questo vallone, caratterizzato sulla sinistra orografica da ripidissime falesie intagliate da stretti canalini generalmente impostati lungo fasci di fratture sub-verticali. Sulla destra una molto scoscesa parete calcarea, alla cui base sono localizzate alcune cavità come il Buco delle Mastrelle, raccorda il passo omonimo con quello della Chiusetta.

     Per raggiungere l'ingresso dell'abisso, visibile solo a pochi metri di distanza, occorre risalire per circa una settantina di metri un ripido canalino localizzato sulla destra del sentiero che dal fondovalle conduce al passo delle Mastrelle, abbandonandolo un po' oltre metà percorso.

     La cavità, impostata lungo una evidente frattura visibile anche all'esterno, con direzione 30° Nord, si dirige verso le gallerie principali di Piaggia Bella, fino a sfiorare la zona denominata Fin 53. La presenza di una notevole corrente d'aria che percorre tutta la grotta è sempre stata messa in relazione con la circolazione presente in P.B., ma le ultime esplorazioni, spintesi oltre 100 metri di dislivello al di sopra del Fin 53, indicano presumibilmente un collegamento con un sistema superiore, ancora sconosciuto.

     La grotta, per lo più scavata nei calcari e dolomie del Trias, presenta morfologie assai varie, risultato della complessa evoluzione carsica di tutto il settore compreso tra il Ferà e Piaggia Bella. Sono infatti presenti in questa cavità relitti di una serie di condotte freatiche, comprese tra i 1850 e i 1700 metri di quota, completamente sventrate in parte per il successivo approfondimento della falda, in parte dai processi di neotettonica e distensione, con conseguenti ciclopici crolli. Pozzi di corrosione e meandri, alcuni parzialmente attivi, altri fossili, testimoniano una circolazione a pelo libero delle acque instauratasi più recentemente ed in parte attualmente ancora attiva.

     L'andamento dalla cavità è caratterizzato da una zona iniziale prettamente verticale, seguita da un lungo percorso più o meno orizzontale ed infine da un tratto in risalita che, con una serie di camini, raggiunge il fondo attuale posto quasi alla stessa quota dell'ingresso.

Descrizione

     L'ingresso, disostruito al momento della scoperta, presenta nel primo tratto una spiccata morfologia a pieno carico, cancellata dopo pochi metri da una forra che immette su un salto di 20 metri, immediatamente seguito da un grosso pozzo-frattura profondo 60 metri. Ad una decina di metri dalla partenza di questo, si aggiunge una cengia assai inclinata collegata ad una finestra, ed un successivo meandro che conduce sulla via principale. Giunti invece al fondo del P.60 si incontra un salone caratterizzato da ciclopici crolli che hanno interessato parzialmente anche antiche condotte. Seguono quindi un P.20 ed una successiva forra, chiusa al fondo da detrito grossolano, a -100, nella quale confluisce attraverso un breve salto anche un ramo laterale della via principale. Questa inizia, come già descritto prima, con un grosso meandro (caratteristici depositi cementati di ciottoli quarzitici) che si sposta orizzontalmente fino a raggiungere un'altra serie di pozzi profondi rispettivamente 15, 30 e 10 m. Al fondo una galleria in frana conduce, attraverso una strettoia tra blocchi, ad un vasto ambiente: la morfologia non cambia, una grossa forra, molto alta, in alcuni punti larga anche diversi metri, è impostata su una evidente frattura, generatrice primaria dell'intera cavità. Risalita una instabile frana, si raggiunge un lungo tratto pseudo-orizzontale, dello sviluppo di quasi 500 metri, caratterizzato da un livello di condotte a pieno carico mascherate a volte dall'approfondimento della falda, altre volte da crolli che obliterano la morfologia primaria. Lungo l'intero percorso si incontrano alcuni ringiovanimenti costituiti da stretti meandri e

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Abisso Nevado Ruiz - rilievo

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pozzetti attivi, seguibili solo per alcune decine di metri, oppure grossi meandri e pozzi, fossili, generalmente intasati da argilla o detrito fine.

     Verso il fondo della cavità, attraverso una serie di brevi sa/tini ed una stretta forra, è possibile raggiungere una serie di belle condotte sotto pressione, circolari, troncate sia a monte che a valle da faglie recenti. La via principale invece prosegue lungo una serie di difficili risalite, in parte superate in artificiale e in parte in libera, che con un dislivello complessivo di 70 metri conducono in ambienti caotici, gran parte in frana, che costituiscono l'attuale fondo della cavità.

 

 


Me ne vado, Ruiz (Nevado Ruiz)

Ube Lovera


Ruiz: "Dove vai, Pedra?"

Pedra "Me ne-vado Ruiz, perché qui chiude

     e al FIN non arriva".

 

(m.d.)

     Vicenda di Nevado. Ovvero come una grotta può giungere a 80 metri da PB per poi sfiorarla decollando.

     È in tarda primavera che le operazioni riprendono attraverso la prima di un'abbondante serie di affollate punte. Il 25 maggio Meo più Giampiero e altri giunsero alla sommità dell'ultimo pozzo e semplicemente voltandosi scorsero le grosse gallerie sfuggite ai precedenti esploratori. Ne seguiranno descrizioni fiabesche di gallerie e pozzi in direzione Fin di PB. In conseguenza di ciò il successivo squadrone (1 giugno) si premurò di portare gli zaini alla Capanna in vista della scontata uscita dal Pas. Falso, i pozzi toppavano tutti inesorabilmente e le gallerie freatiche si schiantavano contro strane faglie che lasciavano filtrare aria ma non esploratori.

     Altra punta numerosa l'8 giugno, punta da pettine fine. Tutto ciò che poteva essere sceso, traversato, risalito, penetrato fu affrontato, fino alla decisione di passare alle risalite del pozzo di fondo galleria. Fu l'inizio.

     Qualche settimana dopo, (20 luglio), Meo, Giampiero e molti altri con l'aiuto del martellatore si portarono a circa 40 m dalla base seguendo l'aria, e successivamente (28 luglio) Giovanni, Mario e Valentina proseguirono per altri 40 m fino a sbattere il cranio sotto una frana concrezionata che sulla pianta è ormai vicino al Fin, ma 140 m più in alto.

     Durante il campo estivo ancora una discesa-salita laggiù in fondo, con l'esplorazione verso l'alto e verso il basso della diaclasi terminale. Tutto chiude eccetto, forse, verso l'alto.

     A questo punto manca solo il disarmo, che viene effettuato da quattro poveri individui (Dematteis, Lovera, Pesci, Pusceddu) in una grotta trasformata da due giorni di uragani.

 

 


Filologa ottantasei

G. Badino


     L'abisso della Filologa è uno dei più belli e più promettenti del Marguareis, ma questo nell'83 non ci ha impressionato affatto e lo abbiamo lasciato chiudere dalla neve che, subdola, si è gettata dentro dallo scavo che avevamo fatto per aprirlo. A nulla son poi valse le recriminazioni e a poco gli scavi nell'84, a qualcosa di più quelli dell'85 anche perché seguiti dalla apposizione di una botola. L'86, infine, è stato l'anno buono: con due sole punte di scavo siam riusciti ad accedere all'abisso ed alle centinaia di metri di corde ivi dormienti da tre anni. Durante la prima punta in profondità l'incarico di assaltare tocca a me e a Sirbiss.

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     La situazione è questa: ai -300 circa una grossa galleria di discreta inclinazione e scavata nelle quarziti (sic) scende per una cinquantina di metri portando giù 10÷20 metri cubi d'aria al secondo verso entrate basse. Ai 350 le quarziti spariscono e la grotta si spalanca in pozzo di una cinquantina di metri. Alla base solita aria ed un tratto di canyon orizzontale nei calcari, con ruscello. Dopo una cinquantina di metri il canyon attraversa una discontinuità tettonica che 10 fa sterzare a sinistra e poi a destra, dopo di che fa altri trecento metri dritto sino ad un sifonaccio. A metà di questo secondo tratto c'è un gran pozzo ascendente che butta giù acqua (una parte sensibile della portata del canyon) e si tira su quasi tutta l'aria. Tre anni fa avevo risalito a cinquanta metri dal sifone ma mi ero infranto a trenta metri di altezza contro un soffitto costituito da un condottone che puntava dritto sul sifone stesso.

     Adesso dunque c'è da scegliere fra tre opzioni: risalire il pozzo del canyon, risalire la discontinuità del canyon, traversare alti nella galleria sopra il canyon. La terza opzione, la più ovvia, l'avevo già fatta in parte tre anni fa ma la galleria finiva contro una frana e sprofondava giù.

     Per questa punta decidiamo così: io me ne vado da solo ascendere dove sprofonda per iniziare, poco sotto, a traversare in quota. Lavoro prevedibilmente di merda ed in cui è inutile essere in due a penare. Sirbiss invece scenderà il canyon e cercherà di capire, oltre alla situazione generale, dove diavolo starò andando a sbattere io, soprattutto rispetto alla discontinuità. Eseguiamo.

     Son fin stufo di continuare ascrivere che mi trovo ad arrampicare su incubi, perché mi capita sempre così: dirò solo che questa volta mi trovo su una frana VERTICALE su fango e che una parte sensibile di essa, mentre pian piano la traverso balzerà nel vuoto sotto di me per cercare di segare Sirbiss, senza riuscirci. Riesce a farmi a pezzi i nervi e smetto dopo essere avanzato una diecina di metri ed essere riuscito a mettere uno spit (bello, bello) sulla parete opposta, finalmente sulla roccia vera: da lì si può scendere fino ad un terrazzo sospeso sotto di me che, penso, farà guadagnare altri dieci metri. Intanto Sirbiss, sotto di me, mi dice che sono già a quindici metri dalla discontinuità: con questo due opzioni esplorative diventano una. Ci rimane o da continuare il traverso o da tirare su nel pozzone che peraltro Sirbiss ha risalito per un breve tratto. Usciamo dopo aver ancora raggiunto un tratto di condotte sopra la Galleria proprio dove ai -270 finiscono i pozzi della Filologa: poca roba, ma è interessante perché, schiacciati come siamo sul basamento impermeabile, ci sarebbe utile trovare qualcosa che si tenga in alto e possibilmente diffluisca verso destra, in pieno Ovest. Usciamo.

     Nei giorni seguenti facciamo il rilievo esterno sulla verticale delle gallerie della Filologa per capire se è possibile che la gran aria esca nella piana Solai: niente, il canyon Fighiera è associabile a strutture esterne in piana Solai, l'arrivo d'acqua del pozzone alla gran dolina che chi sbuca sul pianoro dalle Mastrelle si trova a sinistra, ma l'aria non c'è. L'aria va altrove, più in là. Molto più in là.

     Ritorniamo in due, il califfo Ubad ed io, dopo una quindicina di giorni. Anzi, in tre perché c'è anche il martellatore Bosch. Sirbiss e Monica Lucchese la settimana scorsa han proseguito il traverso infrangendosi, a quel che ho inteso, contro una condotta che si inabissa nel canyon: l'opzione è finalmente unica, risalire il pozzone. Lo facciamo per sessantacinque metri, facili ed eleganti nella prima parte, più difficili ma, se dio vuole, tutt'altro che allucinanti e sudici, nella seconda. Dove arriviamo, a fine corda, il pozzo, prima spaccatura parallela al canyon, ora diviene un gran camino a sè stante. Deja vu, è la copia del gran Li Po, quello che in fondo a PB tira su alle Porte di Ferro. Pozzo Wang Wei, che sia questo il suo nome?

     Torniamo giù riattrezzando il salto, e poi ce ne andiamo nelle gallerie dei -200 verso il Solai: là altri stan facendo risalite in artificiale e tornarcene su con le batterie del martellatore ancora cariche sembra uno spreco. Là risaliamo rapidissimi, spit dopo spit, una quindicina di metri di un bel camino finche c'è elettricità: poi usciamo.

 

 

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Al Gaché

W. Zinzala e U. Lovera


     Da anni (dal 1979: v. su Grotte la cronaca di quel campo) avevo intenzione di tornare al Gaché nel ramo che avevo disostruito con l'allora presidente del GSP Doppioni. Disostruita una fessura con aria nella sala tra il primo pozzo e lo scivolo di 17 m che butta nel pozzone, eravamo arrivati su di un pozzo di circa 40 m con alla base un meandro che riportava ancora nel pozzone. Ma risaliti ci eravamo accorti che di fronte e noi a pochi metri di distanza esisteva una piccola finestra raggiungibile con un traverso; era rimasta da vedere.

     Al campo 1986, disperavo ormai di andarci dato che dopo quasi tre giorni di richieste non riuscivo a trovare nessuno che volesse farmi sicura sul traverso; ero quasi tentato di andarci da solo. Poi finalmente qualcuno degno di fiducia (Lucia Vallardi) ha accettato con entusiasmo. Purtroppo a causa di problemi tecnici, che alcuni conoscono, ci siamo fermati in cima al primo pozzo. Ma il giorno seguente, in compagnia di Flavio Tesi del GGP (di nuovo un presidente) ci ritorno e finalmente traverso: strettoia, meandro e pozzo con finestra dalla parte opposta. C'è molta aria e buttando una pietra pare che questa non ricada nel pozzo appena attraversato. Discendiamo a turno un P.21, un P.8 e un P.7 e ci ritroviamo purtroppo dove ero già stato con Doppioni anni prima. Con le pive nel sacco risaliamo rilevando (che siano i presidenti dei gruppi grotte a portare scalogna?).

     Alcuni giorni dopo ritorno con Badino, Bertorelli e Lovera. I primi due traversano sul P.21, Ube ed io andiamo a vedere un'altra risalita lasciata incompiuta dal Doppioni. Al secondo spit riusciamo a trasformare il mio piantaspit in un pitton e non avendone altri vi leghiamo la corda e scendiamo. Raggiunti gli altri due veniamo a sapere che la finestra al di là del P.21 non è altro che la base di un altro pozzo; ma l'aria e la direzione (punta verso il Ballaur) suggeriscono di continuare con una risalita.

     Il resto della storia (se c'è) ve la racconterà un altro.

(W.Z.)

L'ingresso dell'abisso Gaché (foto R. Chiabodo).

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     Walter ha già detto tutto. Quello che non sa lo scrivo brevemente ed è naturalmente il "come chiude".

     Dunque, piantaspit nella roccia, Artù si avvicina con passo regale, non è vero, mi avvicino io, nel senso che ci salgo attaccato. Poi con fatale determinazione lo sfilo. Come ho fatto non ve lo dico: non si sa mai, mi hanno detto che da qualche parte, una spada ...

     Risalgo: Consolata alla sicura, pochi metri, una saletta da cui parte un grosso meandrone molto ripido che dopo una ventina di metri sbatte su un soffitto di terra e detrito, con aria; di fronte una galleria concrezionata che toppa dopo un po'.

     Sul ritorno passo da Giovanni che stava risalendo con Marco Scambelluri sull'altra via. Gran pozzone, che sempre salendo diventa un discreto pozzo, un pozzo, un pozzo sfigato, un pozzo di merda ed infine un meandrino da vergognarsi. Usciamo con corde e scale. Strano vero? Succede comunque, cosa volete erano lì da tempo, dal '55, e fare un regalo a Giuliano non costava davvero troppo.

(U.L.)

 

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Note sulla spedizione in Canin, dove con l'aiuto di Mario Bianchetti e Patrizia Squassino (della Commissione Grotte E. Boegan) abbiamo cercato ingressi bassi nella fascia tra i 1400 e i 1700 m sulle pendici del Bila Pec, e dove abbiamo trovato ed esplorato un buco battezzato "Principi di Piemonte"

 

M. Dematteis


     Noi veniamo da una contea una volta ricca e potente. Un temibile guerriero, il Visconte, la governava; e tutti gli stati che dividevano con noi i loro confini erano obbligati a versarci pesanti tributi. Ma ora la sorte non ci sorride più, il Visconte pare che si sia dimenticato del suo regno e di noi, le casse della contea sono vuote e i nostri vicini ci guardano senza rispetto.

     Pensammo, così, un giorno, di partire per il vicino oriente, per trovare qualche ridente colonia dove coltivare calcare, pomodori, abissi, ed alte spezie.

     Portammo il nostro progetto al ministero degli affari esteri, allora riunito all'Hagengebirge in Austria; essi approvarono la nostra idea e ci diedero, come merce di scambio, alcuni metri di corda e molte file di perline di vari colori (avendo letto sui resoconti del famoso esploratore Livingstone che ogni tribù indigena ha i suoi gusti in fatto di perline).

     Ci raccomandarono inoltre di colonizzare ma di non civilizzare troppo, in modo che non avesse a crearsi anche nelle colonie la triste situazione che opprimeva la nostra contea. Detto questo, e dataci la loro benedizione, ci lasciarono partire.

     Si unirono a noi, fino dall'inizio del viaggio, due indigeni originari dei luoghi dove ci stavamo recando, i loro nomi sono Mario e Patrizia, ci ricorderemo sempre della loro fedeltà e dedizione. Benché la loro lingua fosse molto diversa dalla nostra, riuscimmo presto a comunicare con loro, dimostrando essi una vivace intelligenza ed attitudine ad imparare l'italiano.

     Arrivammo, dunque, dopo alcune settimane di tranquilla navigazione, a Tarvisio, ultimo grosso emporio commerciale sulla via del Canin; fatti qui gli ultimi acquisti, proseguimmo il giorno stesso per Sella Nevea, dove incontrammo Consolata e Giorgio, grande esploratore delle province selvagge dell'Est. Decidemmo di stabilire in quella località il nostro campo, rimanendo così alla base delle montagne. Le nostre due guide si recarono invece alloro villaggio natale, si sarebbero unite a noi solo durante i nostri giri.

     Passammo i primi giorni ad esplorare la zona circostante: le pendici di un monte che gli indigeni chiamano "Bila Pec", fino ad un colle dal suggestivo (e inspiegabile) nome di "Colle delle Erbe".

     Notammo così che sopra la quota di 1700-1800 metri la zona è adattissima alla coltivazione del calcare, che vi cresce comunque benissimo allo stato selvatico; sotto questa quota si potranno coltivare con facilità ortiche e ogni genere di piante infestanti, con spine, sufficientemente folte da intralciare seriamente il passaggio. Si trovano inoltre, sempre allo stato selvatico, magnifici pini dai quali ricavare legna per bastimenti, nonché superbe pareti, folte e frequenti, dalle quali ricavare abbondanti scariche di adrenalina. Vi sono anche, sparse un po' ovunque, fresche sorgenti d'aria, mentre mancano del tutto quelle d'acqua. Nessun luogo pare adatto, in ogni modo, alla coltivazione di pomodori.

     Dopo parecchi giri infruttuosi, comunque trovammo finalmente un germoglio di abisso, spezia particolarmente preziosa per noi, popolo della contea dell'ovest. La piantina, nascosta alla vista dalla folta parete, dai pini e dai rododendri, che la circondavano da ogni Iato, posava le sue radici intorno ad una abbondante sorgente d'aria.

     Era infatti della specie "Ingressus inferior" (adatta a sopravvivere a quella quota, cioè a 1620 m sul livello del mare), e siccome la storia racconta che ogni pianta di abisso di questa specie abbia un suo corrispondente abisso "Ingressus superior", noi esultammo sperando che i suoi rami si sarebbero, prima o poi, congiunti con quelli del soprastante abisso "Gortani".

     Ma una volta germogliato, per crescere un abisso necessita in particolare della presenza di abili e ben attrezzati abissocultori (nella lingua aulica della contea dell'Ovest si chiamano

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Indigeni e colonizzatori nei pressi del rif. Gilberti (foto E. Pesci).

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"speleologi", parola usata nel resto d'Italia anche con altri significati).

     Così, come usa, appena trovato ne seguimmo la crescita per un'ora o due, operazione consueta tra gli abissocultori; si esegue probabilmente per curiosità e anche per controllare la qualità del terreno e della piantina. Vi lavorammo poi tutto il giorno seguente, ma alla fine l'abisso si rivelò una semplice grotta, profonda una quarantina di metri e lunga un centinaio. Eravamo molto depressi e le nostre due guide indigene, che sono di buon cuore, ci consolavano dicendo che era colpa del terreno poco adatto.

     È però una bella grotta: essa si infila, con una galleria di media altezza, nella montagna, poi riemerge per un breve tratto con un ampio pozzo, rientra nella montagna e si fa stretta e bassa, per poi ridiventare ampia, con un bel soffitto a volta; diventa quindi una spaccatura, sempre grande, e inizia ascendere in verticale, con un bel pozzo rotondo (P .30); la spaccatura si riapre da metà pozzo in giù e va avanti ancora per una decina di metri: qui la grotta prende forma di meandro stretto e ripido e dopo poco si divide in tanti piccoli rametti, troppo stretti per un abissocultore.

     Ritornammo da questo punto sui nostri passi e, ubbidendo ai consigli del ministero degli affari esteri, togliemmo dalla grotta tutti gli attrezzi in alluminio che usiamo per coltivare, così che gli indigeni non potessero copiarli; scoprimmo infatti che loro usano ancora scolpirli nel calcare. Ed è per questo motivo che da quelle parti ne coltivano tanto.

 


Crak '86. A Claut

G. Badino


     Nell'intervallo fra due settimane di Agosto al Marguareis, V. Bertorelli ed io raggiungiamo Vianelli, Piccini, Carrieri e signora al campo Crak. Quest'anno l'anarchismo crak supera sé stesso perché fino all'ultimo istante siamo stati incerti su tutto, come quando dove con chi farlo. Ma la prospettiva di far saltare la tradizione ci spaventava. I primi quattro nominati si eran già condannati nei giorni precedenti ad infruttuose battute sul monte Avanza, montagna che per questa orogenesi risulta inadatta ad ospitare grotte. Dunque si spostano dove prima Valentina e poi io li raggiungiamo, a Claut, presso Longarone. Lì battiamo per alcuni giorni le montagne circostanti senza però individuare quasi nulla eccetto mughi (Hic sunt mugones). La parte più fruttuosa del campo è stato il reincontrarsi, il rinnovato impegno: però solo così non va assolutamente bene, risulta troppo spesso uno spreco di forze e, più grave, nessuno segue noi vecchie cornacchie del Crak. Bisogna proprio fare qualcosa, non ultimo trovarsi più spesso; chissà se basterà.

     C'era chi proponeva di interessare il WWF per la protezione degli ultimi esemplari di quelle bestie in via di estinzione che sono gli speleologi; ma forse no, siam solo troppo disorganizzati noi.

 

 

 

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Espeleologia no Brasil

G. Badino


     Per il numero precedente la commissione redazionale ha avuto fra le mani una serie di miei articoli sulla speleologia in Brasile e cioè:

1) Situazione generale nell'intero paese (preliminare: su orografia, distribuzione dei calcari e delle grotte, speleologi e speleologia etc., diecimila battute); 2) serie di storielle ancora di situazione generale, modulari perché fossero tagliabili (ottomila battute); 3) situazione generale più di dettaglio dello stato speleologicamente più sviluppato, il San Paolo (seimila battute); 4) in ultimo un articolo (diecimila battute) a concreta rassicurazione del lettore ove narravo che, bravo come sono, sono andato in una grotta semituristica orizzontale e ci son rimasto cinque o sei ore, coprendomi di gloria nonostante la mancanza di attrezzatura.

     Tutto questo per un bollettino che contiene 4500 battute a pagina è stato giudicato, non irragionevolmente, eccessivo e dunque è stato tagliato: nel senso che è sopravissuta integralmente la gita in grotta ed è sparito il resto, mappe e scritti.

     La conseguenza è stata che dal mio ritorno tutti, anche all'interno del gruppo, mi pongono le domande ovvie: potenzialità speleologiche del Brasile, che grotte e dove, accessibilità etc., speleologi, livelli tecnici, materiali etc. esattamente ciò cui accennavo negli articoli tagliati. Irritato, non rispondo a queste noiose domande ("val la pena di fare una spedizione...?") e rimando il richiedente alla redazione. Nessuno, dico nessuno mi chiede dettagli sulla percorribilità di una certa grotta, poniamo Santana, o se nella Tapagem al terzo lago ci si bagni o no, contrariamente alle idee del comitato di redazione che, evidentemente, riteneva che il lettore di "Grotte", più che alla speleologia in Brasile fosse interessato alla gita alla Casa de Pedra e ad altre questioni di quell'escursione, sensate solo come appendice al discorso speleologico.

     Insomma, mi sembra che il comitato di anteprima del bollettino si sia fatto prendere la mano ed abbia dimenticato che discorsi globali di "cappello" in genere non li facciamo perché tendiamo ad andare sempre nelle stesse zone; e, peggio, abbia confuso speleologia e cronache di gita speleologica anteponendo l'ingresso in una caverna alla carta della distribuzione dei calcari in quel lontano ma non minuscolo paese. Poco esplorato, per di più.

     Da aprile ho continuato a far speleologia in Brasile ed ho accumulato una tale massa di informazioni da trovare gli articoli asportati facilmente e molto migliorabili ma non ne ho ne voglia ne tempo. In futuro, chissà forse uscirà qualcos'altro. Ora mi limito a delle note.

Caverna Do Diabo - Eldorado (SP)

     Grotta di 4800 metri di sviluppo. È anche questa una caverna a due entrate, già citata su un grotte del '64. Alla sua esplorazione aveva partecipato anche S. Audino, membro del GSP , ancora ricordato dai vecchi della Sociedade Brasileira de Espeleologia (SBE).

     Uno dei due ingressi, il Tapagem, adesso è divenuto la grotta turistica più importante in Brasile. Abbiamo esplorato diramazioni nelle parti centrali della caverna, a circa sei-otto ore dall'esterno trovando e rilevando un trecento metri di gallerie; ho anche arrampicato parecchio ma solo alla fine in prossimità dell'uscita ha trovato l'imbocco di una galleria a pochi metri sopra il letto del torrente, che penso sia estremamente promettente. Scarsa ma complessa la corrente d'aria. Siamo rimasti sotto una cinquantina di ore: nelle prime ero malaticcio, nelle restanti mollissimo e sempre in acqua, in uscita avevo la febbre ad oltre trentanove.

Caverna de Santana - Iporanga (SP)

     Grotta di quasi sette chilometri, con un solo ingresso, anch'essa con qualche centinaio di metri attrezzato per visite semituristiche. Ad un paio di chilometri dall'entrata una risalita non triviale porta su un ramo che a detta dei brasiliani è il più favolosamente concrezionato che ci sia. Lo penso anch'io: è una condotta di un paio di centinaia di metri di lunghezza, alta un paio, in cui l'aria è attraversata da una grata di concrezioni a cannula bianchissime ed

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esilissime, a poche decine di centimetri una dall'altra; buona parte di esse regge a metà altezza esplosioni di cristalli. Si chiama Taqueupa (contrazione di putaquiupariu, puttana chi lo ha partorito, usuale esclamazione di stupore in portoghese). È un po' il mito dell'escursionismo speleologico in Brasile, sia per la sua bellezza davvero irreale (ho promesso a chi mi ha accompagnato di non dire più "bellissima" per altre regioni concrezionate, dirò solo "carina") sia per la relativa lontananza dall'esterno. Ci siam stati, in tre, una diecina di ore.

Gruta da Agua Suja - Iporanga (SP)

     Piuttosto vicina alla Santana, anche da essa esce un torrente. Delle grotte che ho visto è quella con la maggior corrente d'aria e l'aspetto più imponente. Lunga un tre chilometri, con varie risalite (difficili) da fare, si conclude in un gran salone fossile sul quale da una parte arriva un pozzo esterno di ottanta metri e dall'altra ho risalito per altrettanti metri di dislivello rischiando su quel fango e concrezioni marce e frana assai più del dovuto. Mi son fermato su un ultimo passaggio suicida, un traverso, che sembra immettere in zona orizzontale. Sei ore di permanenza in tre.

     Siamo anche stati in molte altre cavità di piccole dimensioni a scopo esplorativo, sempre nella zona della valle del Ribeira, senza ottenere però nessun risultato notevole.

Congresso della SBE - Jundiai (SP) - Luglio '86

     Congresso di tre simpatici giorni per noi soci della SBE. La società ha un paio di centinaia di soci sparsi in tutto il Brasile e disposti a sobbarcarsi giorni di viaggio in pullman per arrivare in questa città satellite di São Paulo. Gli speleologi però sono essenzialmente concentrati fra il San Paolo ed il Minas Gerais.

     La SBE sembra essere una società che gode buona salute, più gruppo speleologico che organizzazione che si occupa di organizzare speleologi sparsi su otto milioni di chilometri quadri; le relazioni erano essenzialmente di interesse locale, puntate su questioni di protezione di aree carsiche e varie altre cose che non narro per non incorrere nelle censure della redazione. Il presidente è un tipo giovane deciso e simpatico (con il quale peraltro abbiam chiacchierato giorni al fine di evitare alla SBE errori in cui siam caduti noi come SSI, CAI e CNSASS negli anni scorsi), che è riuscito a dare un'aria familiare a questo congresso nel quale, dopo mesi di carenza, ho conosciuto un mucchio di tipi simpaticissimi ed isomorfi ai migliori elementi che bazzicano nella speleologia italiana: purtroppo ero a tre giorni dal mio ritorno in Italia, ritorno rinviato proprio per partecipare a questo incontro.

     L'organizzazione mi ha concesso un'ora di tempo per relazionare sulla speleologia come la intendiamo noi. Per me era una cosa molto importante perché credo che, al di là di mancanza di materiali molto buoni, gli speleologi brasiliani difettino di entusiasmo ed abbondino di complessi nei confronti delle speleologie maggiori. Entusiasmo chi scrive ne sa dare ed ha fatto uno degli sforzi comunicativi più grandi che mai abbia fatto.

     Li ho agganciati raccontando mille trucchetti tecnici, dagli spilli da balia alle molle sul beccuccio, mi son lanciato a far vedere belle dia (usando quelle di Meo), poi son partito a raccontare di pozzi e meandri ed esplorazioni mostrando le mie. Ho detto che non parlavo della speleologia italiana ma della speleologia di qualche decina di persone, qua e là. Ho tirato fino a far loro pensare che alcuni di noi sono superuomini e qui allora ho continuato la proiezione con le facce di alcuni dei più stupidi della speleologia nostrana e gli ho mostrato che eran le stesse loro facce, e che non c'erano motivi per aver dei complessi o per non prendere la speleologia sul serio, come disciplina. E poi sono andato più avanti narrando aneddoti, abissi e quant'altro mi veniva in mente per cissare della gente: e ce l'ho fatta. L'ora che mi avevano dato è diventata un totale di otto ore a richiesta dei presenti, diabolicamente attenti fino alla fine. La mia collaborazione con loro, naturalmente, continuerà.

 

 

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Nel bacino del Paraguay

G. Badino


     L'esca era sulla Guia Quatro Rodas del Brasile; parlando di Corumbà, località al centro dell'America Meridionale, al confine fra Brasile Paraguay e Bolivia, diceva:

"Gruta Buraco do Inferno (estalatites e estalagmites) - area militar (Forte Coimbra) - acesso sormente por barco pelo Rio Paraguay .... Forte Coimbra (sec. XVIII) antiga principal defesa da região oeste...."

     Essendo in viaggio via terra verso La Paz passo da Corumbà, ameno porto fluviale nel sud di quella incredibile regione che è il Pantanal, una laguna di duecentomila chilometri quadrati, una delle grandi riserve mondiali di vita selvaggia.

     Al lettore le frasi della guida avran evocato immagini di un forte da "Deserto dei Tartari" in una giungla amazzonica: anche a me, per questo ho abboccato.

     A Corumbà scopro che andare in quella grotta non è facile, lontana (100 km di fiume) e in area militare. Mi scateno: vado in Prefeitura ad annunciare che è finalmente arrivata la speleologia, l'assessore entusiasta mi regala un libro edito in offset a Corumbà sulla storia del Pantanal e mi scarica ai militari. Anche loro son gentili e desiderosi di scaricarmi e lo fan-o: addosso al comandante del Forte Coimbra, di passaggio a Corumbà; mi scaricano, cioè, proprio sul centro del bersaglio. Il comandante è uno a posto, davvero interessato: solo che, mi dice, per andare al forte c'è una lancia che scende al sabato e torna al giovedì: bisogna rimanere cinque giorni nel forte. Ohibò. Mi riservo di pensarci e lo lascio in maniera idillica.

     L'indomani rilevo una grottina usata a scopi di culto, sulla riva del fiume, che mi han segnalato in Prefeitura e poi proseguo per la Bolivia.

     Il libro della Prefeitura (1973) risulta essere prezioso. La grotta del Forte Coimbra è nota da sempre, oggetto della prima citazione speleologica in Brasile, e descritta poi nell'800. Ma scopro anche altro: "Abbiamo udito che anche la Sierra Bodoquena possiede grande numero di caverne che mai furono penetrate per il timore presente nelle credenze popolari sopra leggende, pericoli e misteri. Come quelle di Coimbra devono essere rilevate ed investigate per ricerche concernenti la paleontologia e l'antropologia". Ora sappiate che la Sierra Bodoquena è una delle grandi catene della zona, lunga duecento chilometri e larga metà, alta in media 400 m con "punte" fino a 600, sul fiume che scorre a 50. Tutta calcarea. Ed aggiungo che 1) c'è un basamento calcareo in tutta la zona, 2) c'è sul libro la foto di un morro (collinare isolato) calcareo, cinquecento chilometri più a nord, pieno di grotte usate come tomba dagli indios fino all'800, 3) che qui era ed è la regione a più alta densità india del Brasile, 4) che i calcari, insomma, sono di non grande potenza ma diffusi nell'intero bacino (li ho seguiti sino a Conceicon, cavernosi, cinquecento chilometri a Sud), e infine 5) che le grotte catastate sono DUE, ripeto due.

     Beh, detto questo è ovvio che anche se la grotta del Forte Coimbra è semituristica e nota da molto (anche se male), l'essenziale per me diventa quello di presentarmi alle autorità della regione per far fare un figurone alla lontana speleologia italiana e alla vicina brasiliana: e di entrambe mi dichiarerò rappresentante. La grotta sarà rilevata? Non lo so, e non importa; quel che è certo che a Corumbà e Coimbra nessuno ha il rilievo e sa di spedizioni speleologiche. Ne deduco che se ci sono state sono state fatte da fessi (non avvertire e non dare documentazione alle autorità di zona!) e che sarò comunque io la prima spedizione ufficiale. Noi, anzi. Per questo decido che val la pena di rimanere bloccato per giorni in un settecentesco forte isolato al centro del Sud America. Tutto questo lo decido in Bolivia, e qui posso fare un inciso sulla speleologia in quella nazione.

     Ci sono due regioni calcaree (e carsiche): una è lontana, al centro della Sierra Real (il nome ora mi sfugge e non ho carte), l'altra è intorno a Sorata, minuscolo paesino a tre-quattro ore da La Paz, grotta semituristica a quota circa 2500. Chi me ne parla mi riferisce che sopra ci sono montagne enormi. Chiedo se ha aria. Sì vento. Vado, mi dico.

     Una mattina prestissimo di un sabato salgo alla zona più popolare di La Paz (davvero po-

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Colline calcaree sulle rive del fiume nell'alto Paraguay (foto G. Badino).

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polare, non come la Falchera) e cerco il pullman. C'è, scopro, è un camion. Scoperto. Pieno di boliviani sull'attenti e di mercanzie ad inumidirsi alla pioggerella che cade; "oh dei" penso, e chiedo in protospagnolo al guidatore se e quando c'è un camion che ritorna.

     Il tipo parla solo aymara. Un altro traduce: "forse domani, dopodomani, però, c'è di sicuro" dice mentre la gente stretta sul cassone va bagnandosi, paziente. Anch'io rimango pietrificato, reggendo la mia borsa di plastica con la pila a mano, la lampadina di ricambio e le due candele. Poi cedo: non andrò, e torno mogio all'hotel mentre lo speleologo che è in me lamenta lo scarso attaccamento agli abissi; ma lo fa sottovoce.

     E questo tutto quello che so sulle grotte in Bolivia: a nulla son valse le pazienti ricerche nelle biblioteche di geologia, minerazione e cartografia, né le interviste ad idrologi e sedimentari. Nessuno sa niente, e non son riuscito a trovare carte di dettaglio sufficiente a capire la situazione di Sorata. Null'altro.

     Con un altro viaggio terribile torno a Corumbà e da lì una mattina proseguo per Puerto Esperança e poi con cinque ore di barca fino al forte. Il posto è di bellezza davvero incredibile: il Rio Paraguay, largo e lento, lì si stringe fra due morros (le solite colline calcaree sparse per tutto il Pantanal). Su una delle due è abbarbicato il forte, anticamente posto di lotta agli indios Guanacos e poi al Paraguay.

     Ha ancora una guarnigione, con un piccolo villaggio di appoggio. Quando sbarco sono accolto dal comandante che mi affibbia ad un giovane ufficiale, dandogli la consegna di appoggiarmi. Ordine: "vai in grotta con G.B.", questi non mi conosce, ma è disperatissimo lo stesso.

     Mi ospitano in modo eccellente.

     La sera intervisto i "vecchi" del forte: nessuno sa di speleologi veri venuti qui, ricordano solo un argentino venuto a far foto. L'indomani andiamo: siamo in cinque, tre soldati, il tenente e chi scrive, in camicia, senza casco, con pila a mano, bussola e cordella metrica.

     I quattro son davvero timorosi. La grotta (assolutamente priva di corrente d'aria) si apre sul retro del Morro del Forte, poche decine di metri di quota sopra il Rio. Scende abbastanza ripida per una trentina di metri fino ad un livello di base che, ad occhio (ahimè, la mancanza di eclimetro) è alla quota del Rio. Ed è in sostanza una sala lunga 190 m, alta 6÷8 e larga il doppio, occupata su un lato da acque immobili. Perdita del Rio? E più che probabile, ma non son certo.

     I quattro son davvero timorosi, bloccati al centro della sala: vado un po' in giro da solo, poi si muovono un soldato e il tenente. Esploriamo il lago.

     Per sbloccarli decido di fare un qualche numero: avanzo con il più intrepido con la tiepida acqua fino al collo lungo gallerie basse ma belle. Il soffitto si immerge, il soldato comincia ad essere interessato; comincio ad iperventilare: la testa del soldato, fuori dall'acqua, diventa sospettosa. Respiro profondo, lui grida "Tenente, tenente" e io sparisco sott'acqua con la torcia elettrica in mano (non stagna com'e ovvio e funziona benissimo perché l'acqua calcarea è un discreto isolante. Perché i sifonisti usano quelle enormi, ingombranti e stagne?). Vado avanti pochissimo, però, perché senza maschera non vedo un cazzo, se non che va avanti fra concrezioni sommerse. Al riemergere il tenente è arrivato lì, spiego che cerco la prosecuzione e torno sotto in altro punto. Stessa storia. Quando riemergo i due (scoprirò la sera) si sono riempiti di ammirazione e son diventati decisissimi. Torniamo nel salone e quelli si mettono a cercare autonomamente, forzando strettoie (una anche sconsigliabile, fra blocchi mobili) senza trovare nulla perché non c'è nulla.

     Poca altra la storia: rilevo come posso, senza eclimetro, controllo con gli altri tutta la superficie del lago ed infine usciamo. Loro son diventati entusiasti, ed io ne gongolo.

     La grotta nel complesso fa schifo. E dichiarata 1300 m, ne ho rilevati 240: è però probabile che con le acque più basse siano accessibili altre zone. Le concrezioni sono rade e rotte. Ma lo scopo era politico e, vedrò l'indomani, è stato raggiunto, e poi ho nuovi amici.

     La sera ci sbronziamo, mangiando piranha (che sono deliziosi) in una delle sere più belle che ricordo di aver passato. Ricordo che sono incredulo al pensiero di dove può andare a passare la via delle caverne.

     L'indomani rilevo una grottina sullo stesso morro, (gruta da enfermaria), stendo il rilievo

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della grotta del Forte e raccolgo informazioni su altri buchi sparsi qui attorno. Mostro il rilievo al comandante che si mostra entusiasta ("il ritorno di questa operazione per noi è eccellente" dice agli altri ufficiali), riceve il giuramento che manderò tutto quel che pubblicherò su Coimbra, mi offre un passaggio sull'aereo del forte che va a 200 km più a sud, verso il Paraguay. Mi dice di tornare presto.

     Da dove mi scarica l'aereo proseguo con un giorno di barca fino a Conceicon, contemplando i vari morros calcarei sulle rive del Rio.

     Chiedo ai passeggeri che salgono nei radi attracchi se nel morro che li sovrasta ci sono grotte. Sì sì ci sono, mi rispondono, molte.

     Due grotte a catasto.

     Ce ne saranno un miliardo.

     Poi molti pullman mi riportano a Campinas.

 

 


Le esplorazioni di AG 21

A. Gaydou


     Durante l'esplorazione di AG 21 (versante nord-ovest del M. Jurin, v. boll. n. 88) avevo notato che la forte corrente d'aria che spirava nel meandro in cima al P.15, al fondo dello stesso non si avvertiva affatto. Attraversato il pozzo per esaminare una frana sull'altro lato, si è visto che l'aria arrivava da questo punto e quindi dopo una breve disostruzione siamo riusciti a passare, trovando ad opera di Claudio e Massimo un meandro con un pozzo ascendente. Durante un'uscita successiva ho poi trovato un altro meandro alto, piuttosto stretto, che attraversava tre pozzi terminando sul bordo di un quarto pozzo. Nel meandro inferiore l'aria proviene da una fessura impraticabile.

     In un'altra uscita siamo tornati a cercare in alto. Giunti sul bordo del quarto pozzo prima detto, abbiamo scoperto circa 2 m più in basso una galleria, che dopo pochi metri svolta a sinistra finendo in un meandro di 5 m scarsi da cui esce l'aria che si avverte nella cavità. Quanto al pozzo, disostruito e disceso esso si è rivelato essere il pozzo ascendente del meandro basso, trovato in precedenza da Claudio e Massimo.

 

 

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Filastrocca in onore

del giorno in cui...

 

 

di V. Bertorelli


     Luisella, Loredana, Maria Consolata, Simonetta e Valentina sono andate insieme alla Filologa.

     Volevo solo rendere noto come è potuto succedere che cinque ragazze, non troppo sicure delle loro capacità speleologiche, abbiano deciso di misurarsi e provare le loro forze e responsabilità in questo senso.

     Purtroppo non è stato un grande successo, bisogna ammetterlo, perché non hanno raggiunto il fondo, dove avrebbero dovuto accendere un fumogeno per constatare la direzione dell'aria oltre il sifone terminale; ma è accaduto ai migliori esploratori di tornarsene con le pive nel sacco qualche volta. Però ha avuto ugualmente la sua utilità, in quanto:

a) abbiamo conosciuto una parte della Filologa;

b) abbiamo misurato le nostre debolezze (di diversa qualità e natura);

c) abbiamo riportato il fumogeno sano e salvo alla Capanna;

d) abbiamo annodato una corda in modo irreversibile;

e) ci siamo prese a schiaffi come si fa tra amici nei migliori film comici.

 

Accendere un fumogeno in fondo alla Filologa

è utile

disse

un giorno un tale

il cui nome

non voglio neppure citare.

Ebbene,

dov'è questo fumogeno?

chi è

che ce lo porta?...

Ma come, che dici?

in cinque, sì,

in cinque

io, la chitarra

il basso

la batteria

e...

Tu

ma sì, dai,

si fa? se

s'ha da fa'

si farà!

Chi non lo fà?

Chi non lo fà.

Sta!

Si disse, un giorno...

così sì

Io, tu, la batteria

il basso

e il pianoforte.

No!

Quello no; è pesante!

la chitarra

invece sì...

se verrà...

Ma come andrà a finire

nessuno lo sa.

1, 2, 3 e 4

alla Filologa son matto.

4, 3, 2 e 1

alla Filologa non va nessuno.

(licenza numerica)

Bah!

e ora ci si va!

In allegra compagnia

con l'ossessa e

con la spia.

Ma sì, ma no,

alla Filologa io ci vo'.

 

P.S.

La licenza numerica arriva fino a quattro perché nessuna parola italiana fa rima con cinque.

 

 

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Recensioni

A. Eusebio


     A. Oddou - J.P. Sounier, Speleo-Sportive au Marguareis. Edisud, Aix-en-Provence 1986. 176 pp, 65 franchi.

     Recensire un libro di questo tipo è sempre molto difficile, molto facile è trovarne i difetti (quale

opera non ne ha?), ma questa volta è anche difficoltoso trovarne di veramente determinanti.

     La raccolta del materiale effettuata dagli autori, due marguareisiani di vecchia data, è sicuramente, almeno per gli abissi principali, al meglio dell'aggiornamento e pare non essere così disomogenea come si potrebbe credere, considerate le differenti fonti di provenienza dei dati.

     La descrizione delle grotte è generalmente precisa; due soli i dubbi: il primo è legato ai tempi di percorrenza che ci paiono un po' limati, per mantenerli forse bisognerebbe già conoscere le grotte ed averle già armate in precedenza; il secondo più delicato coinvolge l'essenza del libro, troppo sportiva forse, diversa dal nostro modo di pensare, almeno da quello attuale di Torino, del resto siamo solo cugini e non fratelli.

     Bella e piacevole è, anche in considerazione del basso prezzo, la veste grafica, sicuramente migliorata rispetto agli altri volumi della serie.

     Il libro è nella sua essenzialità completo; suddiviso per aree geografiche dà un visione integrale delle varie zone. Il fatto di essere scritto in francese non costituisce un grosso problema, anche perché la forma è abbastanza semplice.

     Il prezzo, veramente contenuto, è di 65 franchi. Per chi ne desiderasse copie, il GSP ne ha un certo numero in vendita a 13.000 lire.