Vaìi, gias e vastère

di Marziano Di Maio

Una domenica sera di alcuni anni fa in quel di Carnino ci si trovò, da poco usciti di grotta, sporchi, stanchi, infreddoliti e senza macchina (la mia) in quanto Giovanni, uscito qualche ora prima, aveva pensato di andarsene a Viozene a gozzovigliare. Decidemmo di bussare alla porta dell’ultimo carninese per scroccare una telefonata. Un uomo, seduto a tavola, si alzò, infilò un giaccone e ci diede un passaggio fino a Viozene: la frase – se non ci si aiuta tra noi di montagna…- mi fece capire un sacco di cose. 

Innanzitutto che non eravamo degli sconosciuti, poi che si poteva essere “di montagna” anche abitando a Moncalieri, quindi che potevamo ufficialmente ritenerci abitanti del Marguareis, al pari di pastori, vacche e marmotte. Ben prima che arrivasse il parco, che sbucassero i camosci e millenni prima del ritorno dei lupi. 

Proprio in quegli anni, a conferma di ciò, uscì la prima edizione di “Vali, Gias e Vastere”, libro scritto da Marziano Di Maio e pubblicato da Valados Usitanos. Era frutto di un accurato lavoro di ricerca sul campo e quindi, di rimbalzo, sulle antiche carte alla caccia dei toponimi dell’area del Marguareis e del Mongioie. 

Il meccanismo è semplice: si tratta di interrogare pastori e montanari in genere sui nomi di cime, valloni, passi e via dicendo per poi passare alla valle a fianco per domandare delle stesse cime e degli stessi valloni e scoprire che spesso i toponimi non coincidevano. Si tratta di prendere questi nomi astrusi dalle pronunce aliene per trovar loro un’origine, un significato e una storia. 

Ora, come noi siamo riusciti a dare un nome a molte parti delle grotte che abbiamo esplorato, la sola Piaggia Bella ne snocciola più di trecento, allo stesso modo chi ha abitato la regione ha dato un nome a ogni rio, ogni prato e ogni pietra che popolava la sua vita quotidiana. E si va dai nomi antichissimi (Cars e Carsene) a quelli nettamente più recenti, da Garibaldi e Napoleone, conditi qua e là da pennuti e serpenti. Inutile poi dire come lo spopolamento delle montagne abbia poi provocato la perdita di buona parte di questi toponimi. È sembrato utile a Marziano allora fermare i danni del tempo fissando sulla carta quanto restava di quei nomi. E che abbia fatto bene lo dimostra il fatto che una bella parte di quei toponimi sono ora sconosciuti ai locali. 

A distanza di più di trent’anni si è quindi pensato di proporre nuovamente quel testo, innanzitutto perché esaurito da decenni e quindi sconosciuto a intere generazioni di speleologi e non, e anche perché crediamo che possa interessare anche chi speleologo non è. 

E perché gli speleologi si occupano di toponomastica? Perché, come detto, il Marguareis è casa nostra e perché abbiamo inciampato in ogni pietra, sopra e sotto la montagna. E poco importa se da “abitanti della montagna” o “cittadini della Libera Repubblica del Marguareis” siamo diventati “ospiti benvenuti, per ora”. 

Essere a casa nostra significa trovarsi in trecento per tre giorni senza che rimanga in terra un solo pezzo di carta, non perché siamo in un parco, ma perché così si è sempre fatto. Essere a casa nostra significa prendersi cura di ciò che ci circonda, fossero anche solo dei nomi.

Ube Lovera