Il confine

di Deborah Alterisio

Ero ancora al di là della barricata, di quella linea sottile, non scritta, non detta, forse sussurrata ma invalicabile.

Siamo a vagare per il Ballaur, arriviamo dal vicino campo a Omega 3 dove lunica cosa che puoi fare (visto la mancanza di “vizi”) è andare in grotta. Siamo Velasquez, lo Sciacallo e io, scendiamo lentamente per la cresta dell’infinito, arrivati al Pas ci teniamo sotto le pareti di Punta Emma, vicini, sempre più vicini a quel confine invisibile ma invalicabile. Ci ferma un temporale estivo, ci ripariamo sotto un masso aspettando che smetta di piovere, siamo nel riposo dopo punta e il richiamo dell’acqua ci ha spinto fino a qui.

Ci avviciniamo ancora, tanto da capire che in capanna c’è gente… Quella capanna sempre vista ma in cui non è dato di poggiarci piede.

Veniamo distratti da voci, o meglio da “imprechi” che arrivano dall’ingresso di PB, uno speleo sta uscendo dicendo di aver dimenticato qualcosa di assolutamente importante per la punta che si apprestava ad effettuare. Al suono della voce Velasquez drizza le orecchie, si avvicina (in modo assai rischioso) al fatidico confine, fino ad arrivare di fronte allo speleo che, dopo vari baci, abbracci e saluti ci invita ad entrare.

  • Entrare?
  • Ma come?
  • Sto mettendo piede proprio in CAPANNA?
  • Mi sono avvicinata così tanto?
  • Anzi, sono ENTRATA?

L’accoglienza che ci aspetta è la solita da capanna… ci fanno subito posto sulle panche, ci passano un bicchiere di vino e altro ( tutto quello che uno speleo può chiedere, soprattutto se arriva dalle lande desolate della zona Omega!), passiamo un’ora dentyro ridendo e scherzando, io dal mio cantuccio osservo come se vedessi la scena da fuori, sono circondata da persone mai viste, sentite solo nei racconti di tempi lontani… Forse non sono neanche i protagonisti di quelle vicende ascoltate nelle lunghe sere alla luce dell’acetilene, sembra impossibile che possano esistere veramente, non li ho mai scorti se non da lontano nei pellegrinaggi sul Margua, eppure giriamo negli stessi anfratti, ci infiliamo nelle stesse fessure, ci sfioriamo senza mai incontrarci.

Poi lo speleo (tornati al campo scoprii che era Gobetti) si appresta al rientro verso mamma PB, noi lo seguiamo fuori, ma prendendo ovviamente la strada verso la cresta che ci riporterà alle nostre tende.

Negli altri giorni del campo (come anche nei giorni dei campi successivi) il confine è rinato, altre volte mi sono trovata a vagare alla ricerca di acqua nelle vicinanze della capanna, ma come sempre  non ci si avvicinava, era ridiventata la terra intoccabile.

Non ricordo chi fossero gli “alieni” con cui ho condiviso il mio primo ingresso oltre il confine.

Ricordo solo che la seconda volta in cui rientrai in capanna, fu solo anni dopo (tante cose non erano più come prima, soprattutto i miei rapporti on il GSI…), arrivavo accompagnata dagli amici fiorentini, l’accoglienza fu sempre la stessa, il posto sulla panca, il bicchiere di vino…

Ma sentivo che c’era qualcosa di diverso, ero io ad essere diversa, non mi sentivo più così estranea a quel mondo come la prima volta, in cui mi sembrava di fare qualcosa di illecito, di entrare in casa del “nemico”, le persone non erano solo più i protagonisti di loschi intrecci e piratate, erano persone reali, speleo come me con il solo interesse di divertirsi ed andare in grotta, con gli stessi sogni di giunzioni ed esplorazioni, finalmente potevo sentirli, vederli, toccarli.

Quella seconda volta ero io a voler entrare in quel nuovo mondo.

Ed ora anche per me entrare in capanna significa ritornare a casa.