Fighiera? (Grotte 90, 1986)

di Stefano Sconfienza

Fighiera è una malattia. A chi tocca tocca. Noi ci stiamo curando. Andandoci.

Fighiera sono 700 noiosissimi chilometri di autostrada, ma anche quintali di focaccia al formaggio a Recco.

D’accordo Fighiera è un’ora di cammino su per la strada di cava, è strisciare sotto il cancello chiuso, è la cresta del Monte Corchia, preferibilmente con neve; eppure Fighiera è anche l’abbraccio dell’Adua e Levigliani e le sue focaccine farcite, è riposarsi nel bivacco più bello ed essenziale dell’universo, è rileggere tutte le volte la targa “A Claude” mentre fili la prima corda nel discensore.

Certo Fighiera vuol dire “purtroppo” sciropparsi le menosissime Ludrie; d’altra parte “per fortuna” c’è – specie in risalita – l’interminabile teoria di pozzetti delle Ludrie, sui quali divertirsi a regolare il proprio passo, il proprio respiro e persino i pensieri. E poi lo Jo-Jo, con la solita scarica di adrenalina mentre lo armi sospeso sul baratro.

Fighiera è sia questo che quello. In fondo è così sottile il filo che separa i suoi terribili difetti dagli inestimabili pregi. Ed è il filo che separa coloro che uscendo giurano che è l’ultima volta da quelli che escono con il sorriso sulle labbra di chi ritrova in ogni risalita l’armonia tra la sua mente e il suo corpo.

Un indovinello facile: secondo voi chi si fa il culo e ne esce pure contento è più masochista o più fortunato di chi lo fa maledicendo Dio, la grotta e – in fondo – sé stesso?

Ma perché Fighiera?

Fighiera è troppo lontano ed enorme perché pochi contagiati dal morbo possano occuparsene in modo serio e non basterebbero i pochi anni della loro speleologia a conoscere tutto ciò che si dovrebbe in quella montagna.

Eppure il grande sistema, la complessità fatta abisso affascina in modo inarrestabile una speleologia che sente l’impulso di capire ancor prima che di esplorare.

La dovuta riverenza e umiltà davanti a un tale dedalo di inesplorato consiglia allora di selezionare una carta dal mazzo, non necessariamente il settebello; scelto il problema, affrontarlo nel modo più totale e sistemico di cui si è capaci.

Qualcuno per noi ha selezionato un interessante aspetto dell’interfaccia Fighiera-Corchia: i rami che dal primo scendono verso il Fiume dei Tamugni e il suo inesplorato a monte.

E benvenuto è stato il Finis Africae, bel ramo verticale che precipita verso il nulla e incredibilmente si ritrova su dell’esplorato a noi ignoto (Corchia?) e va a sfiorare i Tamugni a -620.

E benvenute saranno le novità in Onishi, Gnomo e chissà dove altro la corrente d’aria aspirerà i nostri passi.

Finirà così che attorno a questo ipotetico nucleo dell’a-monte dei Tamugni costruiremo pezzo dopo pezzo la nostra conoscenza del Fighiera, senza nessuna pretesa di arrivare troppo lontano.

Perché in fondo Fighiera non è altro che un passatempo invernale, anzi – meglio – un hobby.

O no?