Storiacce e storielle (Marguareis ’81) (Grotte 75, 1981)

di Andrea Gobetti

Cominciò proprio male.

“Piantala! Basta, è morto da un’ora”. E già, stragià. Vengono e vanno gli uomini. Entrano ed escono dalle grotte gli speleologi, finché non ci restano. Lo dice sempre anche Giuanìn, “Cosa ‘t cerche st’ani ‘nt le tane? Cerche ‘d resteie?” (Cosa cerchi questo anno nelle “tane”, cerchi di restarci?).

“Occupiamoci dei vivi”, continua Gigi (pragmatico alla Castanedda). Tè, coperta spaziale, son già stati usati, ora un bel massaggione alla Minelli e tutt’e due possono ripartire. Le jumar faranno il resto. Intanto arriva Emilio, tornato dentro con un sacco a pelo.

“Non serve più …”

Quel che resta di Jojo Denoize resta là, a cento metri di profondità nel Gouffre des Trois allungato su un terrazzino pendente su un pozzo da cinquanta. In un sacco cacciamo il suo casco, i materiali che gli avevano tolto di dosso, il rilievo che aveva fatto finché le cascate gonfiate dalla pioggia di quella domenica, maledetta domenica, non avevano invaso la via solitamente fossile e lo avevano ammazzato di freddo.

Fuori ci sono le stelle, il tempo si è rimesso, non si dorme al rifugio del Martel dove son più le sigarette che le parole fino all’alba, col Land Rover di Paolo che precede i soccorritori e il sole. Ivano ha corso fino a Limone quella notte perché la strada è franata prima dei Tre Amis. Quando torna su con Lucien, il soccorso è già tornato ai fasti di Caprauna e ci addormentiamo insieme nella solita luogocomunissima erba calda.

Il Visconte ci aveva mandato 80 chili di carne di vitello. Gigi, Icaro, Emilio e Andrea lo avevano portato a pascolare nell’A16 dopo che una nevicata di luglio aveva interrotto la sua giovane vita e la strada che porta dalle malghe al macellaio. I vegetariani si guardarono nella palla dell’occhio. “E’ mica merda…”. Lavarono la carne dalle uova di moscone e la misero nel ghiaccio dell’A16.

Quando arrivarono Ivano, Franca e i gemelli si decise che bisognava tagliarla e arrostirla, poiché Sue Graziosità gli Speleologi da soli non sanno né pulirsi il culo né farsi da mangiare. Ci aiutò Betta. Le aquile volarono fino a sera nel cielo e anche i mosconi. A sera Ivano ed io non avevamo più voglia di Piaggia Bella e ci mettemmo agli arrosti con Franca e Betta allo spezzatino. Conobbi girello, noce, stinco, filetto, sottocollo… Zio Renzo sarebbe stato fiero di me, tagliavo, salavo, spezzavo, ungevo sotto gli occhi vigili di Ivano (sì, sa fare anche il macellaio oltre che il cuoco) quando accadde l’incidente: si rovesciò l’arrosto, riuscimmo a salvarlo ma mi bruciai con l’olio sotto il calzettone. Ivano me lo cacciò subito sott’acqua e lo medicò al volo (sì, sa fare anche l’infermiere), mentre gli speleologi Icaro, Giampiero Carrieri, Marco Scambelluri, Giovanni, Franco Gotta si ficcano nelle tute destinati a P. B. (6° ingresso) e alla risalita di Camel Filter. Mi viene concesso riposo in branda. L’arrosto è finito bene. Tutto tace nel campo. Quando un urlo rompe la quiete di Piaggia Bella. “Ivano! Ivano!”. L’urlo viene dal basso, dalla parte della vecchia Voragine. “Ivano! Ivano!”. Mi rigiro nel sacco a pelo, “per fortuna non chiamano te” dice lui. Hallowen, la mia sposa piumata. “Ivano! Ivano!” continua a chiamare l’ossesso, “Soccorso”‘. Accendo la pila. Come in una storia di Hemingway la luce cade su “Per chi suona la campana” che Icaro sta leggendo. Pesco stivali, tuta, casco e bombola stranamente in ordine. A metà strada per il rifugio appare Franco sullo stravolto. “E’ volato”. CHI? “Giampiero”. Volato al buco. “Volato tanto?”. “Dieci metri”. Rossella, Ivano, Leonardo, Betta, Mario… siamo davanti al sesto ingresso. Sotto ci sono Giovanni, Marco è con Icaro nella fessura che dà sul pozzo. Da sotto si sente cantare:

M’ha fregato uno spit a vite…

son caduto giù dalla parete

son caduto su una stalattite

mi son forato anche l’appendicite…

Giampiero canta l’ultimo song di successo di Maurizio Monteleone quello che termina:

Ho una gamba incastrata in un buco

il mio amico mi tira anche del muco

mi fa tanta tanta bùa

LI MORTACCl SUA.

(parole e musica di Maurizio Monteleone CSR)

Checché ne dica Badino non è lui il più cretino dei Savonesi.

Non si sa bene se convenga tirarlo su dalla fessura (“Alfredì, facce ride”, gli gridano da sopra) o farlo risalire per la più comoda e lunga via classica di P.B. Icaro e Marco sono con lui e pare si voglia adottare la seconda soluzione. Leonardo, Ivano ed io accendiamo il casco e in ventisei secondi li raggiungiamo dalla parte di P.B., via Salle Blanche, Passaggio Segreto, Salle du coeur. In quei ventisei secondi pensiamo però che è troppo lunga e franosa per rischiare di farci passare Giampiero (Leonardo sì che di frane se ne intende). Ci troviamo tutti sotto il pozzo e cantiamo tre strofe del Rock dell’Olonese. Emilio ci cala gli imbraghi dal pozzo. Constatiamo che son proprio dieci metri. Giampiero fa altre agghiaccianti constatazioni. “Credevo di essere al sicuro, era il primo spit che piantavo e il mio orologio spacca il secondo”. Gridiamo su a Franco che corra a Pian Ambrogi a chiamare Giuliano o qualche altro boia di passaggio. Discutiamo a lungo se attaccarlo per l’imbrago o per il collo. Lui cerca in tutti i modi di farsi impiccare: “La sai quella dell’appuntato che…”. “Va su!”. “Banfes, denùnces?”.

Prima Leonardo, poi io (mi incastro ma Giampiero mi libera della bombola dell’acetilene), poi lui, il ferito, e Ivano che gli fa gli appoggi da dietro.

Poi gioia e festa, tutti fuori. Arriva Giuliano che se ne frega giustamente del bellimbusto tutto bolli ma niente arrosto (neanche una sana osteomielite, avremmo potuto chiamare John Toninelli, noto guaritore, a quel punto) e invece ci racconta che vicino al campo, a venti metri dalla strada che porta al Martel, mentre cercavano un buon frigorifero per i salami han trovato un abisso che ora è su un franosissimo, immenso pozzone a cui si deve l’inquietante nome di Pentothal, l'”abisso della verità”.

E tutti ci dimenticammo di Marco che era alla seconda grotta della sua vita e strisciava con il sacco dei materiali restanti su per la strettoia verticale e pensava ad alta voce: “ma quello rotto come ce l’ha fatta a venire su di qui?”.