Fighiera, quattro anni (Grotte 71, 1980)

di Giovanni Badino

Scommetto che siete, almeno dentro di voi, a bocca aperta. Avrete già visto infatti il rilievo allegato, riduzione di una sezione trasversale disegnata su tre strisce che messe assieme fanno un foglio di 3,3 m x 2, e di una pianta di 2 m x 1. E c’è effettivamente di che restare esterrefatti, io non riesco a non esser lo guardando quel dedalo di pozzi disegnati. Si tratta naturalmente del Fighiera, unico abisso apuano che inizia ad essere cantato nelle lunari notti marguareisiane. Ma prima del Fighiera fisico parliamo del Fighiera umano.

La storia dell’interazione dell’abisso con gli umani ha inizio in un altro abisso, il Neil Moss, nel quale tre speleologi scendono per fare un giro in una domenica vuota: e trovano una prosecuzione come, del testo, è inevitabile in una grotta apuana. Il primo specchietto (per allodole) è dunque una spaccatura tenebrosa al di sopra di un pozzo di 130 metri.

Alcune settimane dopo una squadra arriva in zona ma è notte, freddissima. Sparisce la voglia di entrare (in lontananza l’abisso sogghigna, ancora più lontano, ad occidente il Visconte guarda dall’Omega 1, e ridacchia). Aldo dice che conosce un buco sopra il Corchia in una cava: la scusa viene accolta con esultanza. E l’indomani siamo all’ingresso dell’Antro, poi nella cava sovrastante, un paio di centinaia di metri sopra troviamo il secondo specchietto. Una fessura che aspira, d’inverno. Abituati dal Marguareis a parlare con le grotte per voce delle correnti di aria rimaniamo di sale: un ingresso inferiore? Uno rievoca che in punta al monte c’è un gran pozzo da settanta: andremo. Quindici giorni e siamo sul monte a piedi perché è innevato, vaghiamo perché non ne conosciamo neanche la forma e c’è nebbia.

In un ambiente spettrale saliamo il pendio che impareremo a conoscere a memoria, indoviniamo passaggi che ripeteremo all’infinito. Poi siamo ad un palo trigonometrico. Seguiamo un po’ una cresta: poi io dico che mi sono stufato: non sappiamo neppure se sia quella la punta della montagna né abbiamo trovato indizi di grotte. Io, dico, vado al Neil Moss con Aldo. Prendo la corda da cento mentre Andrea e Giorgetto fanno ancora qualche passo (la cresta scende) e mentre la nebbia rotola al di sopra della cresta, sulla neve, mentre il Visconte dal Ballaur osserva attento, mentre si è fatto silenzio nella Sala delle Acque che Cantano, mentre scorre silenzioso un momento decisivo per la speleologia non solo torinese dei prossimi anni. Quando mi volto per andarmene urlano che c’è un buco. La Trappola è scattata. Scendo anch’io e rimango a bocca aperta come sono Giorgetto e Andrea: dato che dal “buco” viene sparata fuori una colonna di nebbia. (Lontano il Visconte si reimmerge ridacchiando nel Marguareis nascosto, scendendo forse dal Gaché in un ramo che ancora non conoscevamo ma che avremmo chiamato Artiglio Destro) .

Scendiamo in tre con una pila: la corrente d’aria è veramente incredibile. L’indomani ancora a tre, attrezzati. Vediamo delle sigle ed anche una data milleottocento e qualcosa: non dubitiamo un istante che proseguiremo, presuntuosi e con bassissima opinione degli esploratori apuani (specialmente io avevo questa opinione: in questi anni ho trovato solidissime eccezioni). La corrente d’aria si biforca, un ramo è impraticabile, l’altro va giù e Giorgetto lo rincorre fino ad un condotto in frana: c’è un’ostruzione parziale, fra le pietre si vede il nero. Giorgetto forza e passa. Saletta strettoia su un pozzetto, togliamo due sassi (ma siamo sul nuovo, o no?). Scendo, meandro, frana, meandro. E strano, di questo meandro vedo il fondo, cinque metri avanti chiuso e tira un’aria boia. Mi butto a strisciare perché si deve passar basso e lì vedo che strisciando rompo qualcosa che aveva migliaia di anni: l’integrità del terriccio. Sbuco esultando su un pozzo, è un venti, mi vien voglia di saltarci dentro. Dire che usciamo esultanti è poco, camminiamo a tre metri da terra gonfi di autocompiacimento e gioia. La consegna è il silenzio. Siamo troppo lontani dalla base per rischiare pirataggi. Staremo zitti fino a portare la profondità oltre le possibilità dei rompipalle.

Quindici giorni e un assalto di quattro ci porta da -50 a -240 su un pozzo al di là di un malefico meandro (ricordo che percorrendolo penso: certo che sarebbe una bella rottura se al di là occorresse portare molto materiale). Scendono subito dopo i Piergiorgi.

Nel buio si immerge di ludrie un gran pacco

Di Duppia io canto e del grande Baldracco

Giù menan con lor un’età veneranda

a tener quel passo ci vorrebbe una branda

canta la Fighereide che prima o poi bisognerà pubblicare.

Scendono il pozzo, chiude, ma in alto, in alto… In alto c’è la Galleria che ad un vadoso segue un freatico, direbbe un morfologo. Ma che freatico! I due fanno tilt nelle gallerie che si susseguono, ricordo che quando escono hanno ancora gli occhi spalancati e faticano a parlare coerentemente (più del solito).

In quei giorni ci capita una gran fortuna: si uniscono a noi i faentini. Viene fuori un bel gruppo di gente affiatata che si diverte.

Il primo obiettivo che stabiliamo (“noi” riferito a chi lavora, là sotto, non a gruppi particolari: e lo continuerò ad usare così) è, naturalmente, la giunzione con l’Antro Sottostante. Inizia così una lunga stagione di tentativi e pazienti rilievi e ritentativi e risalite e pozzi, pozzi, pozzi disostruzione e via dicendo. L’Abisso non si dimostra uno scherzo. E’ un labirinto di freatico intersecato da grossi ringiovanimenti: in quelli ci approfondiamo a 575, a 620, a 705 senza cavare un ragno dal buco. Usciamo irritati da punte meravigliose a belle profondità in bei pozzi solo perché quei rami hanno il dubbio torto di non portare nel Corchia. Da quando è arrivata una bussola giù in galleria sappiamo che è il Corno Sinistro, cioè la parte sinistra di questa, che tira all’Antro. E anche l’aria è giusta. E quindi concentriamo gli sforzi verso sinistra. A destra mandiamo squadre leggere che si rendono conto dell’immensità del problema. La Galleria è continuamente intersecata da pozzi che, regolarmente, vengono evitati in alto.

L’esplorazione è davvero difficoltosa: soprattutto è poco definito quando un ramo si deve considerare finito. Una delle regole del Fighiera è che ad una strettoia segue una galleria. Non sempre le correnti d’aria ci aiutano. Con Lucien e Barberi troviamo una galleria al di là di una disostruzione suggerita dalla corrente d’aria. Ci porterà a -575. Una sua diramazioncina ha una strettoia sfigatissima. Quando la vedo, l’aria che ne esce mi spegne l’acetilene. Quando torno a martellare con Lucien, non tira assolutamente nulla e il Tolonese mi prende per scemo e mi lascia, in sostanza, martellare da solo. Passo. Al di là si scenderà fino ai 705: è lo Gnomo. Tutta la grotta è così: i rami finiscono quando uno non ha più voglia di forzare qui risalire là, scendere lì e via dicendo.

Ma torniamo a noi. Da mangiare ce n’è per tutti: decidiamo sin dall’inizio, dato l’estremo successo del lavoro coi Faentini, di aprire a chi vuole purché sia simpatico, sappia come si monta una jumar e abbia voglia di agire in un lavoro che, seppure non bene (è la prima grotta di questo tipo che esploriamo) è organizzato. Anche questa è una buona idea. Arriva Pasini a onorare l’abisso, arrivano altri bolognesi, arrivano i versiliesi Di Ciolo e Orsetti, arriva Steinberg di Firenze, arriva gente valida e simpatica a cui siamo legati tuttora. Qualche screzio: doloroso quello coi bolognesi perché loro, come noi, vanno in grotta, non parlano solo. E mentre auspico fratture nette fra speleologi veri e speleologi finti, quelle che appaiono fra mentecatti della stessa razza sono particolarmente spiacevoli. Del resto sono anche particolarmente rapide a guarire. Speleologi di tutti i paesi unitevi.

Continuo a divagare. Stavo raccontando Come continuava il Fighiera. Continuava che Danilo ed altri si son ficcati in uno a casaccio dei pozzi del Corno Destro e son andati giù ai cinquecento con la sola difficoltà di far la conta per decidere quali pozzi scendere. Decidiamo di evitare di fare i fessi con le storie di giunzioni, e di esplorare visto che ce n’è. Il Corno Destro si rivela il vero ramo del Fighiera. Va giù da bestie. Si arriva ai 750 su un pozzo. Poi Dan organizza un campo che porta ad esplorare le grandiose diramazioni ai 560 e chiude il ramo dei 750 ad 810. Dopo di questo pausa di riflessione. Le squadre si sono diradate, ne abbiam pieni i maroni. Se rileggete, ed è bello, i bollettini dal n. 59, potrete scoprire in dettaglio quel che vi ho raccontato, vedendo che ben da prima ne eravamo saturi: ma basta stringere i denti. Perché eravamo stufi? Non certo di esplorare. Eravamo stufi della prima parte, della porta del Fighiera, fino a -250: menosa come poche grotte riescono ad esserlo. Si era un po’ decongestionata con la scoperta delle Ludrie (invenzione di Doppioni) che bypassano il quaranta armato bene ed il meandro. Soprattutto però le Ludrie sono utili per eventuali feriti. A lungo abbiamo esplorato pensando che se ci facevamo male non saremmo usciti (il meandro in barella non si passa). L’obiettivo diveniva trovare un nuovo ingresso e a questo dedicammo le discese del ’78 e le prime del ’79, fatte essenzialmente da Aldo e me, eccezion fatta per una che ci portò un nuovo fondo a -710.

Siamo proseguiti lungo il Corno Destro fin oltre il ragionevole, una risalita dopo l’altra (Meo, triestini, Aldo, io) , ci siamo portati a -50 a più di un chilometro dal “Campo Base” ed abbiamo assalito anche il Becco, che più vicino, sale ripido. Ma non siamo riusciti ad uscire anche se siamo arrivati dove da dentro si sentono gli aeroplani che passano.

Le ultime discese avevano come obiettivo la discesa dei pozzi intermedi del Corno Destro e la giunzione col vicino Baader. Il primo bersaglio è stato centrato: abbiamo disceso altri trecentocinquanta metri di pozzi: la zona sembra non riesca ad andare giù. Il secondo bersaglio è stato invece seccamente mancato: è tuttora a portata di mano ma, misteriosamente, non riusciamo ad afferrarlo. Peggio per noi.

In futuro continueremo questo gioco: esplorare. Con serietà e pazienza: soprattutto di quest’ultima ce ne vorrà molta perché abbiamo scoperto una cosa oltremodo sinistra: da dentro il Fighiera, in Galleria, si parla fuori con le radio proprio Come si fosse sulla cresta. Il che significa che attorno alla grotta di monte ce n’è poco, è tutto un buco, e che la grotta forse è la Grotta. Fortunatamente adesso nuove forze si sono unite a noi: i Maremmani. Sembrano completamente stupidi anche loro come noi (pensate, scendono nel Fighiera) e dunque penso che andremo d’accordo.

Complessivamente direi che con la pubblicazione del rilievo e con le esplorazioni fatte sinora abbiamo messo il mattone inaugurale della Muraglia dei Diecimila Li, la muraglia cinese. A noi divertirci, a noi trasformarlo in occasione di rinnovamento, come già è stato, per la speleologia. A fatti però, non a parole.

E ricordiamoci una cosa. La montagna con le sue gallerie è stata trascinata milioni di volte attorno al sole. Ha visto l’assenza dell’uomo, lo ha visto adesso dentro di sé. Questo adesso sarà un attimo. L’uomo durerà poco, la speleologia niente. I rottami della galleria, i suoi vacui emergeranno, crolleranno, gireranno ancora milioni di volte intorno al sole e ancora vedranno l’assenza dell’uomo. Per favore lavoriamo serenamente e divertiamoci finché dura la nostra breve stagione.