Piratage! (Grotte 60, 1976)

di Andrea Gobetti

C’è una vecchia storia che parla di pifferi di montagna che partirono per suonare e finirono …

Mercoledì 11 agosto Jim Bowie arriva a Pian Ambrogi, il CMS è riunito nel futuro rifugio ed è diviso da un grave problema: “Piratare o non piratare?”. L’oggetto di tanta attenzione non è certo un buchetto qualsiasi ma un abisso cento metri abbondanti più alto del Cappa che per caso Maurice e Dedè hanno scovato e sceso sino a -180 fermandosi su un salto alquanto mostruoso. Piccolo particolare, la discesa l’hanno fatta sui materiali del Club Martel con cui il buco è ancora armato; pare invece che il gran salto non sia ancora stato disceso. “Domani al Cappa” fa Lucien “poi vedremo”. Mi viene improvvisamente un desiderio bestiale di fare questo abisso ed evitare così il Cappa, e visto che per evitare una punta al Cappa piraterei il buco del cesso di casa Casteret, passo allegramente sui pensieri di legittime lamentele da parte del Club Martel.

Dedè si associa: Pirateremo domani notte l’abisso.

In effetti il concetto di pirataggio è un pochetto odioso per chi lo patisce, ma per chi lo attua vi sono sempre migliaia di giustificazioni morali per autoconfortarsi e legittimare le proprie porcherie. Il fatto di non essere mai stati avvisati dell’esistenza di un nuovo buco, per esempio, o la presunta lentezza e incapacità dei “legittimi” esploratori, le terribili colpe e gli innominabili crimini commessi dai loro padri… Piace poi anche l’aureola di terrore che circonda sempre le grandi canaglie di qualsiasi sport da Jak Brabham a De Michela.

Il giorno seguente però appena la squadra dei duri è nel Cappa comincia a piovere come Dio la manda e noi due piratiamo soltanto un buon bicchiere di vino dagli amici di Cuneo che stan costruendo l’Hilton di Collapiana (il rifugio più bello che abbia mai visto costruire). Torniamo così in serata al nostro bunker e aspettiamo un radioso mattino. Che arriva davvero.

Dal colle dei Perdus vediamo lontano sulla valle del Po, sino al Rosa, sino alla guglia inconfondibile del Cervino… ma sono ancora qua a piratare marguareisate. Scendiamo veloci otto nove salti sui 10 metri, uno da 15 tutti armati per scale e corde, poi un bel 50 nel vuoto e di lì dopo un saltino siamo sul gran pozzo che si defila dopo uno scivolo franoso, tiriamo giù una vasta gamma di rocconi per pulire un po’ i terrazzi, poi Dedè comincia a scendere su una corda da venti metri e subito vede che sotto di lui c’è un salto di soli tre metri e che poi il tutto è armato. Lo raggiungo e comincio a scendere sulle corde del Club Martel: 10… altri 10… Venti, cambio attacco nel vuoto, pendono dallo Spit volante due corde, una sarà da venti metri, l’altra, MERDA, sarà da cento… con tutti i rocconi che abbiamo tirato giù… Sto scivolando lentamente lungo il vuoto sempre a un metro da “cannelures” che sprofondano verticali, precise, immutabili, la corda sotto di me è il centro del mio universo; scendo lentamente controllandola, sessanta, settanta metri sopra di me il mio amico è appeso sul cambio attacco, nitidissimo, rimpicciolito esattamente sulla mia verticale, la cascata passa e fischia un po’ sulla destra senza disturbare nessuno dei due. Che bel pozzo. Il suo fondo di sabbia e fango è anche il termine dell’abisso. -300 direi. Dedè mi raggiunge e io comincio a risalire, a trenta metri si vede una finestra che però raggiungere deve essere un bel lavoro. Quando sono a settanta metri di altezza una scarica di pietre urla sopra di me, mi fischia accanto e vola verso Dedè che scampato mi grida di non fare lo stronzo.

“Sono nel vuoto Dedè! E’ partita dall’alto!”. Un’altra scarica micidiale sottolinea la correttezza dell’ipotesi esposta. Urlo come un ossesso mentre mi rendo conto di quanto schifosamente innaturale sia la mia posizione di salame appeso così in alto. So cosa voglia dire essere davvero impotenti. Ci terrei proprio a salvare il piumaggio. Urlo. In alto dopo altre tre scariche appare una vaga lumiscenza e una voce in francese grida “Chi sei?”. A me vengono in mentre tutti i famosi discorsi sugli odi e le rivalità mortali abbastanza comuni in Francia e la storia di quando Bergamò tagliò le corde a Claude al Trou de la Mala, e non so che pesci pigliare, poi esplodo: “ITALIANO NIENTE CAPIRE! ITALIANO JOURNALIST NO CAPIRE! ITALIANO BRAVA GENTE”. Dedè sente da sotto come si mette il giro e pensa bene di staccarsi le lettere CMS dal casco. Come un fulmine arrivo allo Spit e poi raggiungo i tre speleologi che sono in punta al pozzo. Presentazioni in perfetto francese, sono del Martel per fortuna, e non altri pirati selvaggi,… Renè Cantelaube… ma tu non eri al Trou Souffleur nel ’68? E già! E tu eri al Saracco! Ma cosa cazzo ci fate qui dentro, chi è il tuo compagno? Visto che Renè pare comprensivo rinuncio a cercare di contargli una elaboratissima balla che mi ero preparato salendo gli ultimi metri di corda per giustificare la presenza nostra e quella dei nostri due sacchi pieni di materiale da punta. “Sono con Dedé, e questo dovrebbe spiegarti tutto, comunque in cambio vi diamo una mano a disarmare”.

“Questo si chiama parlare”, e poi comincia ad urlare giù “Dedè, bandito! Pirata! Salaud!”. “Sai, eravamo compagni di scuola già alle elementari”. Direi che mi è andata proprio bene.

Grandi pacche sulla schiena e risate, riscopriamo un’amicizia sotto terra con gente che qualcuno aveva voluto definire come nemici a tutti i costi e che noi avevamo seguito come stronzi. Sul 50 ci aspetta nientemeno che il grande Abelle Chochon, vincitore a suo tempo del Caracas, che un po’ meravigliato per la moltiplicazione degli speleologi ci ha preparato della cioccolata calda. Dedè ed io siamo così contenti che non ci vergognamo neanche più. Ci spacchiamo la schiena in un disarmo rapidissimo, mentre Renè sogghigna: “Il venerdì tredici a me sta portando proprio fortuna”. All’esterno un bel volo su un nevaio lo riporta in pareggio e alla sera nel verde rifugio del Martel siamo invitati a cena accompagnata dalle migliori bottiglie di Abelle e di sua moglie e dal ricordo di una nevicata nel lontano ’66 durante la quale facemmo conoscenza. Così finì che al “Gouffre Serge” non facemmo stupidi record, ma degli amici con cui continuare a giocare in futuro sul vecchio Marguareis.