La Gola del Visconte (grotte 51, 1973)

di P. G. Doppioni

Era la mattina di sabato 11 agosto dell’anno del Visconte 1973.

Il sole aveva cominciato a picchiare sodo ed i quattro che avevano deciso di fare una battuta nella fascia sotto al Gaché erano partiti con il cuore gonfio di speranza e le borracce colme di aranciata. Ma il destino li aspettava al varco presso l’imbocco della Gola del Visconte, tante volte vista dagli speleologi transitati nella zona, ma mai riconosciuta.

In effetti non è mancato molto che anche questa volta sfuggisse alle ricerche, trattandosi di una fessura coperta sul fondo da un poco incoraggiante strato di muschio e di erbetta. Alain e Dédé avevano scelto un altro percorso per raggiungere la vera e propria zona da battere, mentre Pier Giorgio B. e Pier Giorgio D. indugiavano su ogni tana di marmotta, controllando con la sigaretta se mai qualche scorreggia avesse provocato una corrente d’aria rivelatrice. Passando accanto alla fessura Pier Giorgio B. pronunciò le ultime parole famose: “Questa fessura ha tutta l’aria di essere stoppa”. In effetti disse il vero, nel senso che, in base al noto principio che non bisogna mai dare nulla per stoppa senza averci messo il naso e la sigaretta, Pier Giorgio D. poteva constatare che la fessura aveva tutta l’aria … che soffiava come pochi dalle fessure contro la parete leggermente strapiombante, di conseguenza non visibile da sopra.

Un fischio agli altri due ed in quattro e quattr’otto saltavano fuori dagli zaini corde, carrucole, chiodi, piede di porco, ed altri arnesi da disostruzione. Le pietre da tirare fuori non erano leggere, ma la potente corrente d’aria ascendente che congelava Pier Giorgio B. che in fondo al buco le attaccava, moltiplicava le forze di quelli che dovevano tirarle su (1).

La disostruzione continuava domenica e finalmente lunedì una prima squadra composta da Alain Dédé e Giovanni poteva iniziare la discesa della Gola. Passa un’ora, passa un’altra; più non torna il prode ligure. Cioè dopo diverse ore emergono gli esploratori: dopo aver superato il primo pozzo di 8 metri, proseguono in un meandro che si apre nel calcare scistoso, con pozzi di 10-20 m alternati a poco piacevoli strettoie. Finalmente arrivano sulla sommità dell’esofago, il quale, si sa, è verticale; per non contravvenire alle regole si presenta come un pozzo; sondato, è valutato 100 m in vuoto più qualche altro salto.

Martedì Alain, Jean Louis e Giovanni tornano nella gola per completare l’armo sino all’esofago e per allargare le strettoie incontrate eseguendo veramente un buon lavoro di demolizione.

Il mercoledì si litiga perché tutti vogliono andare a fare la punta. Pier Giorgio D. avanza domanda in carta da bollo da quattro buse per scendere il pozzo per primo. La motivazione è che dalla guerra di secessione non ha più sceso pozzi “en première” e prima di morire vorrebbe ancora provare quell’emozione. Avendo garantito di avere la tuta impermeabile e le mutande a tenuta gli viene concesso l’onore; per non correre il rischio di perdere un pezzo da museo sarà però fatto scendere assicurato. La risalita si farà con i Jumar sulla corda. Composizione della squadra: Dédé, Giovanni, Pier Giorgio in punta, Alain e Jean Louis al rilievo.

Armato il pozzo Pier Giorgio D. inizia la discesa con il sacco della corda tra le gambe ed il martello a portata di mano per buttare giù quello che ci poteva essere di poco stabile. Scende lentamente, descrivendo il pozzo man mano che lo scende: dopo un metro e mezzo di scisti il pozzo prosegue nel calcare grigio, sempre in verticale. Sarà l’età, sarà quel che sarà ma al termine della discesa (95 m circa) quello zuccone aveva un nodo di commozione alla gola!

Un terrazzino ed un altro pozzetto di circa 8 m. Intanto arrivano Giovanni e Dédé; uno spit e dieci metri di scale e si scende. Finito il pozzo c’è un meandro, anzi il meandro più impestato che i tre abbiano mai visto: sulla base riescono a percorrere 10 metri circa ma è impossibile passare dato che le pareti si restringono via via fino a dimensioni proibitive. Si cerca in alto: anche qui dopo circa 10-15 metri il meandro non ha più piani sui quali appoggiarsi, si restringe e si infanga. La prudenza consiglia per il momento di lasciar perdere; bisognerà tornare attrezzati meglio per vedere se si riesce a proseguire, dato che sulla base del meandro si continua a percepire una discreta corrente d’aria ascendente.

Nel frattempo una poco piacevole sorpresa: Jean-Louis apprestandosi a scendere scopre che la corda nel punto dove è stata ancorata ai primi 10 metri di scala, è già per un terzo usurata. Risalita a razzo: mentre viene rifatto l’attacco, a noi che aspettiamo alla base del pozzo non resta che chiederci a chi e da quale altezza nel pozzo sarebbe toccato cadere se non ci si fosse accorti di nulla.

Sistemati gli attacchi si risale e si esce. Ultimo episodio di questa serie, il disarmo del sabato successivo compiuto da Alain, Jean-Paul e Jean-Louis, i quali scendono il pozzo da 100 per dare un’occhiata al meandro. Purtroppo non controllano un nodo eseguito in precedenza da un ignoto su una corda da recuperare, e Alain deve scendere una seconda volta, con suo grande godimento.

Solo il trascorrere inesorabile del tempo potrà sollevare il velo sulle misteriose vie sotterranee della Gola del Visconte, la cui profondità è per ora di 242 metri.

(1) Il fatto che qualcuno i giorni seguenti viaggiasse con la schiena piegata in due è da considerarsi casuale e non collegato né collegabile a quella disostruzione.