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GROTTE

anno 41, n. 128 - settembre-dicembre 1998

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

 

sommario

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Notiziario

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Attività di campagna

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Chiusa per lavori

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     Chiose di Chiusa

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     Acrobazie del Circo Speleobarnum

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     Stand commerciali e culturali

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     La giornata torrentistica di Chiusa

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Gornergletscher

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Vietnam e altre sciocchezze

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In Islanda

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Speleologi e Banfoni

 

 

Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n. 6 di giugno 1999

SPEDIZIONE IN A.P., comma 20c, art. 2, Legge 662/96

Direttore responsabile: Emanuele Cassarà

(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13.10.1973)

 

Redazione:

Giampiero Carrieri, Alberto Cotti, Marziano Di Maio,

 

Attilio Eusebio, Chiara Giovannozzi, Valentina Marchionni,

Laura Ochner, Francesco Vacchiano.

 

Foto di copertina: Pis del Pesio (B. Vigna)

Bozzetti di Simonetta Carlevaro e Diego Coppola

Stampa: La Grafica Nuova, Via Somalia 108/32, Torino

Fotografie di: R. Pozzo, F. Vacchiano e Archivio GSP

GSP su Internet: HTTP://WWW.ARPNET.IT/~GSPELE

Email: GSPELE@ARPNET.IT

 

 

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Notiziario

De Aghesp

     Cuneo stazionaria, Giaveno dà cenni di vita, da Novara nessuna notizia, da Pinerolo qualcuna, Acqui encefalogramma piatto, Biella in ripresa, Coazze nascente, Val Tanaro senza acuti, Torino in declino. Questa è la situazione, rime involontarie a parte, della speleologia piemontese. Niente d'esaltante, è chiaro, ma pare che qualche buona nuova ci sia e che si chiami AGSP. Ogni tanto, quindi, il risultato di un'addizione è superiore alla somma delle sue parti. AGSP ha recentemente prodotto Chiusa '98, la guida del Margua e le grandiose esplorazioni del Cappa; potrebbe essere la dimostrazione che, superati campanilismi e particolarismi, sappiamo, o possiamo ancora essere efficaci e produttivi. Sono in cantiere iniziative quali il gran libro delle Carsene, la continuazione, con opportune razionalizzazioni, dell'avventura Cappa, un coordinamento dei corsi e un nucleo diffusione informazioni, con il compito di creare e distribuire le notizie alle varie pubblicazioni, per riassumere ciò che succede quassù ad ovest. Che ne dite, un giorno c'iscriveremo direttamente alla federazione invece che ai singoli gruppi?, riusciremo a coordinare i corsi e magari produrne di comuni?, riusciremo anche a cambiare nome alla federazione, che AGSP (Associazione Gruppi Speleologici Piemontesi) è la sigla più brutta che conosca ?

Ube

 

Sfighe

     Ehilà lettori. Per consumare le righe che seguiranno si raccomanda di osservare un religioso silenzio e mantenere l'acconcia posizione che ora andrò a descrivere. Trattasi di portare la mano destra all'altezza del baricentro, sul davanti, e stringere con delicatezza ma saldamente, ciò che laggiù si trova, in quel gesto che, scaramantico e di buon augurio insieme, si suole effettuare in siffatte occasioni.

     La questione è sempre la medesima, come riempire le lunghe giornate invernali, ora che le vie delle vette e degli abissi sono chiuse dalla neve? Il corso aiuta; portare le schiere degli allievi al pascolo, cercando nel contempo di mantenerli in vita è buona cosa, ma non possiamo vivere di solo corso. Abbiamo introdotto perciò una variante, di notevole efficacia: riempiamo il tempo cercando di proteggerci dalla sfiga. La cosa non vi sembra di suprema difficoltà? Dipende dal fatto che vi limitate ad assistere seduti, immagino dove, e vi limitate a guardare da lontano, dal luogo e dal tempo di questa pagina.

     Tutto è iniziato una domenica di febbraio: una tranquilla punta a Piaggia Bella, con la conseguente discesa a Carnino. Qui perdiamo Bimba Monica, virgulta giavenese: la distorsione alla caviglia le permette innanzitutto di scendere le Mastrelle scivolando sulle pregevoli natiche, quindi di arrivare a destinazione sulle spalle di Renè. E uno.

     Cinquanta metri più in basso tocca ad Atos, altra giovane speranza giavenese: spalla disarticolata e operazione in vista. E due.

     Per terminare la giornata, sulla via del ritorno, veniamo raggiunti da una telefonata che ci convoca tutti e anche di più, per l'incidente incorso ad una signorina genovese. un buco nel polmone e fratture varie (di questo leggerete ampiamente altrove). E tre. Contemporaneamente ci giochiamo anche Mariolino, antica conoscenza e gestore del Rifugio Mondovì, in un'avventura a base di folate di vento,

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assi e tavole. Analogie con la signorina precedente: stesso elicottero, stesse fratture alle costole, stesso buco nel polmone, stesso ospedale. Si tratta probabilmente di un'astuzia per corteggiare la pupa di cui sopra, nonostante il nostro dichiari di non essere più interessato a fidanzate speleologhe. E quattro

     Restiamo nel Monregalese. La sfiga successiva colpisce il nostro Meo Vigna (a proposito di incidenti, lo sapete che Margherita è in dolce attesa?), caduto qualche giorno dopo da un albero senza raggiungere i fasti del grande Leo Piccini, riesce in ogni modo ad incriccarsi la schiena. E cinque

     Sempre in tema di voli, contemporaneamente il socio Roberto Colombo, trafficando tra cavi e connettori, cade da una scala, sfracellandosi al suolo: lievi danni. E sei.

     Tra cavi e connettori si trastulla pure il dinosauro Zinzala, riuscendo a rischiare la ghirba con una stangata da 1000 volt. Malconcio ma vivo. E sette. Con ciò, se aggiungete le vicende che altrove hanno colpito il buon Marantonio, capirete come qui si attenda con qualche ansia, ben rinchiusi in casa, l'arrivo della primavera.

Ube

Antonio Nunez Jiménez

     È mancato il 13 settembre a 75 anni di età Antonio Nunez Jiménez. Di lui avevamo accennato dieci anni fa (grotte 99) in un articolo su "la felice speleologia cubana". Che si sappia, è l'uomo al mondo che più di qualunque altro ha portato in alto la speleologia, facendole raggiungere nel suo paese livelli invidiabili, da settimo cielo, unici, di considerazione, di prestigio, di benemerenza, di emblema in fatto di valori naturalistici e sociali.

     Era un esploratore nato, non solo di grotte ma per la conoscenza del territorio in tutti i suoi aspetti, da geografici a fisici, naturalistici, scientifici, sociali. Della speleologia è stato un cantore entusiasta, ma anche della geografia era un patito (dopotutto, lo speleologo è un geografo, come titola G. Badino in Oltre l'orlo) e ne ha fatto oggetto di testi esaltanti, da "Geografia de Cuba" pubblicato ancora sotto l'oppressione batistiana (che glie l'ha messo all'indice), sino a quel "Geografia y espeleologia en revolution" del 1987 che è tutto un inno e un'apoteosi per gli speleologi. (Con buona pace di quelli che in Italia stanno lavorando al disegno anticulturale di abolire l'insegnamento della geografia nelle scuole; non si può credere che siano così imbecilli, indubbiamente sono consapevoli di ciò che fanno, "remano contro" sapendo bene dove vogliono arrivare).

     Compagno di scuola di Fidel, a 17 anni insieme a ragazzi più giovani di lui aveva fondato la Sociedad Espeleològica de Cuba, col motto a doppio senso "far luce nelle tenebre", contro l'oscurantismo della dittatura. Quando alla Rivoluzione è andato a combattere sulla Sierra Maestra, aveva portato con sé il Catasto speleologico, perché i barbudos avevano bisogno delle grotte e non bisognava che il nemico le conoscesse. Capo guerrigliero, è stato al fianco del Che nella battaglia risolutiva di Santa Clara e con lui, entrati all'Avana, è andato a prendere possesso della Banca centrale. Dopo la Liberazione è stato il primo direttore della Riforma Agraria e si è preso le sue soddisfazioni, espropriando i latifondisti per dare la terra ai contadini. Altrettanto zelo ha messo poi nel nazionalizzare imprese i cui titolari erano fuggiti negli USA: 400, comprese tutte le banche, a quanto ci dice A. Jacchia che lo definisce più un entusiasta che un organizzatore. In seguito è stato anche presidente dell'Accademia delle Scienze di Cuba. Da notare che non è mai stato iscritto al partito.

(MDM)

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CNSAS

     Il 1° Gruppo del Corpo nazionale Soccorso Alpino e Speleologico quest'anno ha fatto il giro di boa ed i "quadri" sono cambiati; ora il delegato è Alberto Ubertino, dopo i 10 anni di Attilio Eusebio che qui salutiamo, il vice-delegato è Daniele Grossato. Anche il caposquadra è cambiato, al buon Giorgio Dutto succede Max Ingranata. Buon lavoro.

 

Varie

     Il 22 novembre il GSP ha organizzato una gita sociale UGET con buona partecipazione. Prevista per il Caudano, data l'indisponibilità di questa grotta la gita è stata dirottata sulla Balma di Rio Martino.

     Proiezioni hanno avuto luogo l'11 novembre al salone parrocchiale di Nichelino (U. Lovera), il 14 novembre alla Circoscrizione di Borgo S. Pietro di Moncalieri, il 24 novembre a Ivrea, il 4 dicembre a Rivarolo Canavese (P. Terranova).

     Nuovo telefono per W.Zinzala: 011-9369238

     Nuovo indirizzo anche per l'amico Enos (che ormai abita lì da anni ma che dimentichiamo sempre di cambiare):

     Antonello Molino, V.Armando Diaz 5, Alba (CN) telef. 0173-33357 o 0173-50847.

 

L'artista è Diego

     Involontariamente è stata commessa sul numero scorso una grave dimenticanza: non si è indicato l'autore dei disegni che hanno illustrato l'articolo "La ragazza della Capanna". Si tratta dell'esperta penna di Diego Coppola ("Gessetto" per gli amici), di cui avevamo già avuto modo di ammirare alcuni murales con cui ha cercato di dare un tocco di civetteria alle fredde pareti del nostro magazzino. Ce ne scusiamo con lui e con i lettori.

 

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Attività di campagna

a cura di C. Giovannozzi

     5-6 settembre - Cappa (Marguareis). R. Pozzo, F. Vacchiano, F Faggion (GSAM), G, Dutto (GSAM), D. Olivero (GSAM), M. Marovino (GSBi), A. Balestrieri (GSBi), E. Ghielmetti (GSBi). Allestito campo interno permanente all'inizio della sala Favouio: la tenda (8 posti da seduti 6 da sdraiati) è stata offerta dal GSBi. Occorre portare giù qualche materassino "Dormiben", un pentolino, bombolette del gas e, eventualmente, una tendina che faccia da spogliatoio. Esplorazione: superato il lago della volta precedente, si trovano 100 m di nuove gallerie, ma l'aria fortissima sull'acqua, sembra perdersi. Sceso il pozzo Riccardo: sifone. Sopra, le gallerie chiudono. L'Amonte, che dà sul pozzo, ha ancora qualcosa da vedere e c'è aria, molta, Scoperta. sul fondo del pozzo una sala di contatto (tettonico) con rocce impermeabili verdi (forse Serpentiniti) e rosse (forse Porfiroidi).

     6 settembre - Jurin. C. Oddoni, I. De Almeida.

     Zona da catastare a quota 1900m. Visto un buco di circa 8m, con neve sul fondo e con aria che ha scavato la neve all'ingresso e scolpito degli "scallops" su di una lastra di ghiaccio a fianco della parete. Cosa vorrà dire?

     6-7 settembre - Abisso Libero (Marguareis). D. Girodo, A. Ubertino, C. Banzato, U. Lovera.

     Frugata la frana a -300. Iniziata una risalita, seguendo l'aria, a -150: da continuare.

     7 settembre - Val d'Ossola. M. Ingranata, S. Capello, G. Carrieri, A. Cotti, M. Campaiola, R. Colombo.

     Scesa la seconda parte della forra aperta qualche tempo prima da Max e Giampiero (RIO DI VARIOLA). La parte che si pensava vergine è invece risultata già armata (bene), ma in un periodo di magra: bisogna quindi by- passare sul salto più lungo (45m) uscendo dalla forra in artificiale e poi ributtandocisi dentro. Splendida discesa.

     19-20 settembre - Cappa (Marguareis). M. Ingranata, D. Girodo, G. Carrieri, R. Pozzo, F. Faggion.

     Ritraversato il pozzo Riccardo. Sceso un pozzetto ed esplorate 220m di gallerie 1 m x 1.5m. Forte rumore d'acqua: pare si vada sul collettore.

     20 settembre - Solai - PB - (Marguareis). U. Lovera, A. Cotti, R. Chiabodo, D. Grossato, Athos e le Bimbe (GSG).

     Scesi alla velocità della luce: il Solai è pieno d'acqua. Si è provato qualche sistema per deviare il corso del fiumiciattolo, ma inutilmente.

     10-11 ottobre - Mongioie (zona B). F. Vacchiano, G. Mortara, I. Cicconetti, C. Giovannozzi, A. Cotti, M. De Palma, P. Fausone, C. Oddoni, P. Terranova.

     Visita conoscitiva. Rivisto il Buco dell'Avvoltoio (B19) che chiude, dopo una ventina di metri, su neve. Rivisto anche B18: nulla da rilevare. B21: dopo una strettoia sembra esserci un pozzo tra roccia e ghiaccio: da rivedere con una piccozza, l'aria c'è.

     11 ottobre - Conca delle Carsene. A. Eusebio, D. Girodo, M. Ingranata, S. Capello.

     Tornati al buco di Meo sopra il Cappa: continuato lo scavo. L'aria è buona: conviene continuare anche se sembra stretto.

     17 ottobre - Grotta degli Assassini (Roburent). G. Villa, B. Vigna e famiglie.

     Giro fotografico

     18 ottobre - Pis del Pesio (Chiusa Pesio). D. Girodo, M. Ingranata, R. Pozzo, V. Marchionni, D. Salaspini, D. Olivero & consorte (GSAM), F. Faggion (GSAM), Samantha (Gruppo Speleologico CAI Val d'Aosta).

     Giro turistico alla grotta e giro esterno per canali. Vista la risorgenza n. 18 (brutta).

     Mongioie (zona B). R. Colombo, G. Di Pasquale, C. Calvetti, C. Oddoni, F. Vacchiano.

     Chiuso B19 (Buco dell'Avvoltoio) con 2 teli e graticcio di cavo d'acciaio. Rivisto B21: chiuso da ghiaccio; il pozzo visto l'11 è stretto.

     6-7 novembre - Cappa (Marguareis). R. Pozzo, L. Beranger (CMS).

     Sul fiume con la muta: visti 5 laghi da attrezzare, un sifone dopo 350m, una galleria fangosa che sifona sulla sinistra, un affluente sempre sulla sinistra (probabilmente raccoglie le acque di Collapiana).

     Inoltre una grossa sala con 2 cascate da circa 30-50 l/s ed una galleria freatica alla destra del collettore

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principale (la cui portata è 100 l/s), a 50 m dalla scritta AGSP.

     Esplorato circa 1 km, non rilevato, Franz e Ico restano a casa...

     6-7-8 novembre - Ghiacciaio Gorner (Svizzera). G Badino, Chiaretta (GSAM), U. Lovera, R. Rosso (GSG), Axel Kaiser e Marco di Firenze.

     Scesi buchi nel ghiacciaio: acqua a -80.

     7-8 novembre - A27 (Marguareis). F Faggion (GSAM), Samantha (Gruppo Speleologico CAI Val d'Aosta), F. Vacchiano, I. De Almeida.

     Riarmata la grotta e sceso dopo breve disostruzione un p30 e una parte del p20 successivo, fino all'esaurimento delle corde (e della luce ). La grotta viene disarmata.

     Abisso Libero (Marguareis). I. Cicconetti, C. Giovannozzi, P. Terranova , F. Gagliardi.

     Fatta la risalita dopo il pendolo e presa la finestra dopo pochi metri nel largo, la frattura si stringe. L'aria continua a salire, forte: quella che si infila nello stretto è poca.

     13-14-15-16-17 novembre - Ghiacciaio Gorner (Svizzera). G. Badino, A. Cotti, Astigo, Alessio (Firenze), alcuni de La Venta (Marco, Cagiu, Tullio), Luca Massa, Roberto e Franz.

     Scese due grotte nel ghiaccio, nuove. Prodotto un filmato, dal gruppo La Venta. Prelevato ghiaccio per analisi chimiche.

     14 novembre - A27 (Marguareis). F. Faggion, D. Girodo, A. Fontana, M. Ingranata, C. Oddoni.

     Scesi ancora 25m di grotta. Si perde buona parte dell'aria: rimane da vedere qualcosa più in alto. Da finire il rilievo. La grotta viene lasciata armata.

     14-15 novembre - Solai-PB (Marguareis). U. Lovera, I. De Almeida, Maurilio ( ), D. Ganna (GSVP).

     Iniziato scavo sifone del Solai.

     Khyber Pass-PB (Marguareis). C. Giovannozzi, I. Cicconetti, G. Di Pasquale, C. Calvetti, E. Ghiotti.

     Giro panoramico fino a Khyber Pass: l'intenzione era di recuperare il piantaspit di Loco e di fare la risalita vista a maggio da Igor, Alby, Gigi e Cesco. All'andata si rileva. Nei pressi del bivio "Ciao Topone", Chiara e Chiara deviano a destra dove percorrono qualche centinaio di metri, probabilmente già visti dai francesi, fino a due pozzi ascendenti. Gli uomini, intanto, continuano il rilievo a sinistra, verso la risalita, ma, prima di arrivarvi, uno di loro ammutina. Vabbè...

     15 novembre - Buco del Secchio (Marguareis). N. Milanese, C. Banzato. Rilevata e disarmata la grotta. Visto il fondo che stringe e chiude su detrito, ma con forte aria.

     22 novembre - Rio Martino (Crissolo). M. Campajola, C. Calvetti, S. Capello, P. Terranova, E. Ghiotti, P. Fausone, A. Fontana, G. De Pasquale, R. Colombo.

     Gita sociale, freddissima, fino al pozzetto.

     Pis del Pesio (Chiusa Pesio). Esercitazione CNSAS, rinviata per neve: si finisce in piola.

     15 dicembre - Conca delle Carsene. R. Pozzo, B. Vigna, Philip (Nizza).

     Si cerca di disostruire un buco teoricamente posizionato sulla verticale della sala Favouio (Cappa): peccato che il bogolo conceda un solo foro. Occorre tornare. L'aria che faceva drizzare i capelli a Brunella, d'estate, non c'è più. Disarmato il p40 del Denver.

     20 dicembre - Bossea (Bossea). I. Cicconetti, C. Giovannozzi, B. Vigna.

     Punta al Tao dirottata per neve a Bossea. Qui, dopo un giro in barca per le gallerie, si scava in una condottina sopra una risalita già fatta. Molta sabbia e poche speranze: la condotta pare ributtare sull'attivo. Scavato anche un altro condottino sopra il sifone terminale: anche qui nulla di fatto.

 

 

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Chiusa per lavori

Chiose di Chiusa

Attilio Eusebio

"Prenderò io l'Anello, disse, ma non conosco la strada"

Il Signore degli Anelli, Tolkien

 

     Sul bollettino scorso, stimolato dalla redazione di Grotte, avevo tirato giù una nota su Chiusa, più per dovere che per altro, rimandando al successivo completamenti ed approfondimenti specifici.

     Uno splendido week-end di influenza, abbandonato dalle centinaia di donne che mediamente mi circondano, mi ha spronato, con irripetibile entusiasmo a riprendere in mano il materiale di Chiusa, a far ordine in centinaia di foglietti, scontrini e così via.

I mezzi di trasporto (foto R. Pozzo)

     Soprattutto mi sono capitati tra le mani i classici appunti della "prima volta", quando pieni di entusiasmo e con le idee più nebulose che mai si inizia il cimento. E devo dire che la tenerezza che mi ha suscitato scoprirsi così ingenui ed idealisti a distanza di pochi mesi mi ha invogliato a scriverne ed a raccontarvi la storia.

     Di come e nata l'idea ne abbiamo già parlato, poco utile ritornarci sopra se non per inquadrare la prima grande difficoltà: passare dalla fase strategica a quella tattica. Cosa fare e come per rendere efficace l'operazione?

La strategia

     Il punto strategico fondamentale era dunque far sì che l'operazione "Chiusa '98" potesse essere un momento di crescita, il luogo intorno al quale si poteva svolgere un potenziale salto di qualità per tutti.

     Ma per fare questo era indispensabile che fossero create le condizioni ambientali e anche dettate delle regole generali condivise e condividibili, che ovviamente, per cultura e momento storico, hanno un forte odore di catto-comunismo.

     Non vorrei trascurare le "banalità" (ne parleremo naturalmente in seguito), ora risulta evidente a chiunque abbia organizzato, anche solo una festa scolastica che per fare una qualunque manifestazione sono necessari spazi, disponibilità economiche e tante altre cose, condizioni ovvie, che però fanno parte di una fase più tattica.

     La mia idea era molto chiara, la manifestazione doveva essere di tutti, soprattutto

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degli "sfigati", di quelli che fanno speleologia e che magari hanno meno spazi in giro, ognuno vi poteva partecipare con adeguati spazi ed idee, rispettando spazi ed idee altrui, insomma una campanelliana "Città del sole" in cui immergersi.

     Importante era impedire che questa occasione diventasse per i "soliti ignoti" il momento per mettersi in luce, per farsi pubblicità e vendere il deretano all'ultimo sponsor di turno. Accanto agli esploratori di carta andava parimenti ridimensionato il ruolo degli scienziati falliti, quelli che non vuole più nessuno, e che solo gli speleologi possono credere essere studiosi di fama mondiale.

     Queste erano alcune regole molto generali che andavano inserite nel contesto piemontese. Era necessario coagulare, intorno a questi concetti un po' sospesi nell'etere, un gruppo da cui si dipartissero idee ed iniziative, persone inoltre che dessero continuità all'azione. Presunzione nostra inoltre, ed oggi questo si può dire, che l'organizzazione del convegno non uccidesse l'attività speleologica esplorativa.

     Con questo tipo di impostazione è evidente che il gruppo trainante non può essere selezionato a priori, né imposto dall'alto, né tantomeno basato su una presunta aristocrazia speleologica di antica data, ma si deve piuttosto fondare sulla voglia di fare e sulla concretezza ed efficacia delle idee che ognuno ha in testa. Inoltre deve essere un gruppo amalgamato che lavora con comunità di intenti, visione generale ed eccletticità e soprattutto non deve avere smanie di protagonismi né posizioni preconcette (banale vero?).

     Così abbiamo passato alcuni mesi ad incontrarci ed a studiarci, mutevoli e variegati erano gli atteggiamenti dei numerosi partecipanti, alcuni chiedevano cosa

La guardiania (foto R. Pozzo)

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dovessero fare, altri srotolavano programmi fantastici che altri ancora poi avrebbero dovuto sviluppare, e così via.

     Dopo qualche mese, mentre ci davamo anche una organizzazione in grado di rispondere alle crescenti esigenze, abbiamo incominciato a conoscerci, chi era più portato per il lavoro intellettuale, chi più per quelli manuali, chi in prima fila chi dietro, alla fine (non dovrei dirlo io, però) ne è venuta fuori una bella squadra di oltre 120 persone che ha lavorato per circa 10000 ore/uomo.

     Dalle parole che ho già speso sembra che si sia fatta una quantità di lavoro pazzesca: in realtà si era ancora in una fase di studio, abbastanza caotica, nella quale si stava mettendo a punto un sistema che cercasse di far convivere necessità, idee, caratteri e prospettive di ognuno, sempre alla luce di quei principi generali detti in precedenza ai quali si sono aggiunti altri orientamenti.

     Orientamenti che si dividevano in due grandi blocchi - cose che si voleva accadessero - e - cose che non si voleva che accadessero - così, per esempio era molto forte la volontà di fare qualcosa di originale, di unico da passare ai posteri come esempio di lungimiranza, analogamente non si voleva ricadere in molti dei luoghi comuni che avevano contraddistinto gli incontri precedenti, il Gran Pampel (non me ne vogliano gli amici triestini) è un bell'esempio in quella direzione.

     Inoltre avevamo chiaro un altro concetto, che poi ha influenzato fortemente il luogo prescelto, si voleva, infatti, fare una manifestazione tra la gente e non ghettizzata, piaceva, per così dire, il modello Casola, meno il modello Flumen.

     Entrambi i modelli - Casola e Flumen - sono comunque stati analizzati, visti, rivisti e vissuti, di entrambi si voleva prendere il meglio, ed aggiungerci qualcosa di nostro. Non va dimenticato poi che se il lavoro "pratico" per arrivare a Chiusa è durato qualche mese, era da due anni che ci stavamo pensando ed ho ancora abbastanza vivo il ricordo di quando timidamente, a Flumen, ho dichiarato che avremmo organizzato in Piemonte l'incontro annuale associandolo al Congresso Nazionale Speleo.

     Anche questa idea, di associare il Congresso Scientifico con la Festa Speleo, fa parte di quella fase strategica di creazione della manifestazione.

     Ed è anche abbastanza antica, nel senso che fonda le sue radici e motivazioni in nostre esperienze del passato. I congressi sono quasi sempre stati - non solo nell'immaginario collettivo speleologico - la sede dove "vecchi cattedratici" ci spiegavano l'origine della specie, il perché delle cose con nomi strani e incredibile saccenteria. I partecipanti ai congressi si dividono poi tra questi "studiosi" ed in chi magnifica questi personaggi. Il tutto per una popolazione "attiva" che supera a stento le poche decine di persone. La qualità scientifica poi spesso rasenta lo psicodramma, un complesso di circostanze insomma che fece dire, qualche anno fa, di smettere.

     Il tentativo era quello dunque di fare un congresso diverso: tra e di speleologi, che tra un bicchiere ed un panino avessero la possibilità di ascoltare, non il più dotto o saccente, o frustrato studioso, ma un serio ricercatore di "cose speleologiche" che comunicasse con semplicità le proprie conoscenze. Questa era l'idea fortemente voluta e condivisa da tutti.

     In parallelo a questo, alla speleologia classica, scientifica e non, si è anche voluto ampliare i confini e viaggiare verso altri orizzonti, verso i quali speleologi e speleologia si dirigono ormai da qualche anno: si tratta della speleologia glaciale e del torrentismo, attività nelle quali spesso gli speleologi sconfinano.

     E qui finisce in pratica la fase strategica generale, capitolo di difficile lettura, nel quale si mescolano ricordi e travagli personali, intendimenti di ognuno ed indirizzi

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collettivi, un gran casino insomma nel quale abbiamo cercato di far convivere le tre anime (grotta, ghiaccio e forre) con scienziati, esploratori, festaioli e soprattutto abitanti del luogo.

L'organizzazione

     Passando ad una fase più tattica, il punto nevralgico è forse questo, tutti avevamo chiaro che solo una efficiente organizzazione ci avrebbe permesso di superare le insormontabili difficoltà che si paravano innanzi.

     Il modello proposto, come si diceva in precedenza, puzza molto di "regno sabaudo" con revisioni di stampo catto-comunista. Insomma un esercito di volontari votati alla causa finale che con entusiasmo si sono gettati, senza mai discutere e senza scazzi (incredibile), in qualunque incarico a cui fossero destinati.

     E questo lo dico non per falsa modestia o opportunismo ma perché sono rimasto veramente impressionato dalla abnegazione e dalla forza di volontà dimostrata: gente che ci credeva, che ha lavorato per 20 ore al giorno per tre-quattro giorni di fila, mangiando quando poteva e quello che trovava.

     In realtà abbiamo applicato, senza coercizioni, forse inconsciamente o forse no, l'unico modello che conoscevamo, che è sostanzialmente quello del Soccorso nel quale si sa quando si inizia e non quando si finisce, né quello che vi è in mezzo, si fa e basta.

     Certo vi sono state inefficienze o latitanze, ma oltre alla considerazione che siamo tutti volontari, c'era sempre qualcuno che correva per tappare il buco. Esemplari, dal mio punto di vista, la segreteria e lo speleobar, uno squadrone di fanciulle ha supportato il Sella splendidamente cosiccome una squadra tecnica di prim'ordine, ha fatto faville ed ha dato un'assistenza degna di una fiera campionaria. Non per questo sono da dimenticare le sofferenze ed il lavoro degli altri settori, ma speleobar e segreteria rappresentavano forse il luogo più esposto a clamorose dèblacle.

     Facendo un paio di passi indietro proviamo a schematizzare il modello organizzativo di riferimento. Anche in questo caso avevamo degli ideali superiori sui quali fondare la strutturazione; ogni gruppo speleo doveva essere coinvolto ed avere degli spazi completi sui quali muoversi, per ogni attività vi erano almeno due persone di riferimento, per ogni attività si è cercato di mettere persone di gruppi diversi. La struttura che andava a formarsi doveva coinvolgere, in ugual modo, tutti i gruppi della Associazione, ovviamente con le forze che ogni realtà aveva a disposizione. Era altresì chiaro che per condizioni geografiche e numeriche il maggior peso, almeno quello iniziale organizzativo, sarebbe pesato sull'asse Torino-Cuneo.

     Uno degli argomenti che andava per la maggiore nelle riunioni di AGSP riguardava le dimensioni del nascendo Comitato Organizzatore e la sua composizione, in particolare se fosse necessaria o meno la rappresentatività di ogni gruppo speleo e se dovesse o meno contenere membri esterni alla componente speleologica. Il parto fu lungo e difficile, e non privo di perplessità, ma alla fine credo che si sia raggiunta una soluzione molto valida che ha equilibrato la necessità di democrazia con quella organizzativa. In teoria, ed anche in pratica, l'organismo politico, quello a cui venivano demandate le decisioni generali e da cui venivano dettati gli indirizzi, è stata la riunione della AGSP, a partecipazione libera seppure regolata dal solito statuto. All'organismo politico seguivano gli organi tecnici suddivisi in un Comitato Organizzatore composto da quattro persone fisse (Elia e Dutto di Cuneo, Meo ed il sottoscritto di Torino) ed un Comitato Scientifico (Meo, Forti, Badino ed ancora il

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sottoscritto in rappresentanza della AGSP).

     Le quattro persone fisse del C.O. avevano il compito di coordinare l'attività generale e di garantire la continuità delle azioni, a loro inoltre, salvo casi particolari, erano lasciati i contatti con le istituzioni e le organizzazioni esterne; a questi poi erano affiancati un certo numero di responsabili di "task": Ube ed Arlo per quanto riguardava gli stand materiali e libri, Franz e Belli per gli spettacoli, Bozzolan e Fausone per le parti tecniche, Cuccu e Bisotto per la logistica, Manzelli e Ghiro per la sicurezza, Sella per la segreteria, Grossato e ancora Manzelli per gli stand enogastronomici, e così via. Ognuno di questi aveva poi un certo numero di collaboratori stabili ed altri ancora "occasionali" facenti parte cioè di una lista di disponibili che venivano "gestiti" a richiesta dal Comitato Organizzativo. Una organizzazione sostanzialmente banale, tendenzialmente piramidale "a cellule", seppure molto elastica, comunque estremamente funzionale nella quale è stato molto semplice inserire gli ultimi arrivati. Una scelta molto lungimirante è stata la costituzione della squadra degli "specialisti" che, libera da impegni fissi, poteva precipitarsi sui molteplici problemi che apparivano all'improvviso; fortuna ha anche voluto che fossimo zeppi di idraulici, elettricisti, elettronici, factotum abilissimi.

     La struttura descritta garantiva, teoricamente in modo esemplare, da una parte la funzionalità della "scatola", l'involucro da riempire, dall'altra un punto di riferimento con manifestazioni già di alto livello; si vedano a questo proposito i due concerti allo speleobar (Lou Dalphin e Disco Inferno) e lo spettacolo di chitarra classica e tango alla grotta di Bossea.

     Delusione clamorosa è stato l'intrattenimento di Katiuscia e del suo pitone, teoricamente molto attraente (Daniele ed il sottoscritto se ne erano innamorati) è diventato, nel giro di pochi secondi, il "top" dello squallore disponibile sul mercato. Peccato.

     Tra le altre note di carattere generali sulla parte organizzativa che vale la pena di menzionare è stato il fallimento degli addetti stampa. Costoro, giornalisti di primo pelo, avrebbero dovuto garantirci un costante collegamento con gli organi di informazione, ed ahimè non hanno funzionato, è così stato necessario intervenire pesantemente, come Comitato Organizzatore, principalmente attraverso il Parco, per garantire la diffusione delle notizie.

     Ultimi aspetti tecnici legati alla gestione della manifestazione da citare sono relativi ai servizi d'ordine ed alle prenotazioni alberghiere. Per il primo, nome e concetto che incutono preoccupazione e già puzzano di autoritarismo, abbiamo fatto alcune scelte che, alla luce dei risultati ci sono sembrate azzeccate Mi spiego meglio, il servizio d'ordine migliore è quello che non esiste, ma

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visto che non può non esserci almeno non si deve vedere, sentire e non deve infastidire i partecipanti, così per esempio non era stato Flumen, manifestazione nella quale il servizio era stato sufficientemente antipatico; questo forse perché era stato in gran parte affidato a non-speleo che poco si erano resi conto delle abitudini selvatiche degli ipogei percorritori. Così abbiamo fatto una scelta sostanzialmente contraria, gli speleologi faranno un servizio d'ordine minimo e le forze dello Stato delegate a questa attività (si legga Carabinieri e Guardiaparco) saranno investite per quanto riguarda l'ordine pubblico. Ed - incredibile dictu - ha funzionato, facilitate dalla grande simpatia e disponibilità e da una carica umana non comune, le forze istituzionali hanno condiviso gioie e dolori fino a proporci addirittura di chiudere la strada per il concerto dei Lou Dalphin.

     Per il secondo tema, per non gravare troppo sulla segreteria, la parte di prenotazioni alberghiere con eventuali convenzioni con i ristoratori locali è stata affidata alla ATP, questo da una parte ci ha sicuramente tolto delle grane incredibili, dall'altra ha provocato, nei vari intervenuti, alcune perplessità e forse il servizio poteva essere più brillante, certo a noi ha tolto una grande grana.

     Come è d'abitudine in manifestazioni di questo tipo, vi sono state poi le solite escursioni curate dai cuneesi e valtanaresi (con presenze anche numerose), le proiezioni curate da Meo e Giorgio, le mostre (impressionante quella de La Venta), il concorso fotografico organizzato da Paradisi, i soliti gadget (bandane e canottiere per il vostro inverno marguareisiano).

     All'atto pratico, oltre alla grande tensione e stanchezza, è filato tutto molto bene, questo anche perché, facilitati dalla disponibilità economica, abbiamo preferito affidarci a professionisti qualificati per alcune mansioni

Il periodo

     Una delle domande ricorrenti era "quando ?". Erano presenti all'interno del gruppo organizzatore e della AGSP due correnti, la prima voleva, per quanto possibile, seguire la tradizione, organizzando il tutto nel solito periodo a novembre, l'altra corrente, meno tradizionalista ma più esposta, proponeva di posticipare la manifestazione a dicembre, al ponte della Immacolata, sfruttando ipotetici quattro giorni di festa.

     Anche in questo caso le due correnti alternavano momenti pro e contro.

     Contro ad uno spostamento c'era sicuramente una buona fetta degli speleo italiani che considera ormai novembre un punto fisso, irremovibile, fuori discussione e qui mi sia consentito di aprire una parentesi.

     Ho trovato infatti molto curioso e preoccupante che molti speleo si siano scatenati contro un cambio di data adducendo, quasi tutti, motivazioni legate alla ripetitività di processi abitudinari. Credevo infatti che la speleologia fosse in qualche modo esente da queste problematiche ed avesse una capacità creativa che riusciva a superare date fisse e consuetudini generalizzate ma purtroppo, e questo non è solo un caso isolato, così non è. In questo caso chi mi ha aperto gli occhi è stato il buon Bruno Steinberg che in una lunga chiacchierata mi ha confermato, con alcuni esempi calzanti, la ripetitività delle azioni degli speleo e sostanzialmente la scarsa attitudine ai cambiamenti. Di questo, seppure non se ne sia più parlato con lui, gliene sono estremamente grato, il suo contributo è stato, almeno per me, determinante nella scelta finale.

     Comunque, riflessioni personali a parte, la scelta è ricaduta sul periodo classico, molto per tenere conto di questa scarsa attitudine al cambiamento, ma soprattutto

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per il forte rischio che l'inizio di dicembre fosse foriero di nevicate, freddo e tempo orrendo allo sbocco di una valle alpina.

Il luogo

     Sulla località nella quale la manifestazione si dovesse svolgere si è discusso molto, non tanto all'inizio, poiché, almeno allora, i criteri generali ci sembravano molto chiari, quanto piuttosto a due terzi (ed anche oltre) del percorso.

     Ma veniamo agli antefatti, ai criteri appunto. Per molti di noi la scelta era naturale, se il Marguareis era infatti il cuore della nostra attività, non solo fisica, ci sembrava evidente che il tutto dovesse gravitare nell'intorno del massiccio; questo era inoltre per noi un forte motivo di richiamo per i partecipanti.

     Quattro erano dunque le valli che potevano ospitare l'incontro, si trattava di decidere in quale di queste concentrare gli sforzi. L'unica esclusa a priori, avendo già nel 1994 organizzato il convegno "Margua '94" a Ormea, era la Val Tanaro, ovvio che questa volta si dovesse preferire il lato padano del massiccio.

     Decisione lineare, molto facilitata dai buoni rapporti con il Parco che, seppur esteso a cavallo di più valli, ha la sua sede in Val Pesio; pareva logico dunque favorire le località posizionate in questa valle e tra tutte il comune di Chiusa Pesio sembrava avesse le caratteristiche giuste. È infatti posizionato allo sbocco della valle, carino, con un numero di abitanti non eccessivo ma importante, con quasi tutte le indispensabili strutture, e soprattutto una, almeno sulla carta, forte disponibilità nei nostri confronti.

     Si erano in realtà analizzate anche altre alternative, più facili da raggiungere, più centrali, con servizi migliori e disponibilità praticamente illimitate, ma la presenza del Parco, gli ottimi rapporti di collaborazione, e la vicinanza anche visiva con il Marguareis sono state determinanti nella scelta finale.

     Scelta che poi durante il percorso ha avuto dei ripensamenti: banalizzando si potrebbe dire che non esistono rose senza spine, insomma qualche problema c'è stato ma con intelligenza, determinazione e spirito di collaborazione è andato tutto per il meglio. Ora gli abitanti ed i commercianti sono entusiasti di noi e già ci chiedono quando ne faremo un altro.

La logistica

     Molto si è già detto nei capitoli precedenti, qui vale la pena di ricordare che oltre alla grande tensione e stanchezza, è filato tutto molto bene, questo anche perché, facilitati da una certa disponibilità economica, abbiamo preferito affiancare, al volontariato speleologico, alcune professionalità che ci dessero garanzie di risultati in tempi brevi e soprattutto che "scaricassero" di lavoro le nostre risorse.

     In particolare abbiamo delegato del tutto la messa a punto dell'impianto elettrico, della illuminazione generale e soprattutto la messa in opera dei tendoni con gli impianti di riscaldamento. In parallelo abbiamo anche delegato completamente gli impianti igienici, sanitari, le cucine e naturalmente la loro gestione. Fondamentale in ogni caso è stata la scelta di riscaldare i locali, questo ci ha permesso di superare il grosso impatto psicologico del "terrore da freddo" e poter predisporre i vari ambienti senza particolari problemi.

     Tendoni ed impianti vari sono stati comunque la nostra spina del cuore, il buon Manzelli ha seguito notte e giorno, con fatica indicibile, i nostri fornitori nella speranza di ottenere un servizio all'altezza. Così se da una parte molte energie fisiche sono

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state risparmiate, una buona parte delle nostre energie nervose sono andate a supportare alcune lacune dei nostri fornitori, ma forse è anche giusto così.

     Una nota a parte merita la questione pernottamenti; se abbiamo scelto di delegare ad altri alberghi e pensioni, abbiamo voluto privilegiare lo speleo-medio che viaggia con sacco a pelo e tenda. Abbiamo per questo avuto fortuna nel trovare alcune case che hanno ospitato speleo e per il campeggio la scelta è caduta su un luogo delizioso, a ridosso del fiume, estremamente confortevole. Inoltre abbiamo organizzato, per i non-tendisti, un utilissimo tendone-dormitorio con pavimento rialzato dietro alla segreteria.

Le collaborazioni con gli Enti e le strutture locali

     Capitolo scomodo che potrebbe risolversi con il classico ringraziamento a tutti, ma l'argomento invece è delicato e con mille sfumature, e poiché alla fine i complimenti ed alcune critiche si possono motivare proviamo ad affrontare il tema.

     Stupendo il rapporto con il parco, certo aiutato da Ezio, la collaborazione con l'Ente Parco è un qualcosa di fortemente consolidato, e con loro ci si sente veramente "compagni di viaggio". Nulla da dire se non un abbraccio fraterno ed un saluto alla prossima avventura. Differente è stato il rapporto con il Comune, con un intreccio dì personalismi e diffidenze che, all'inizio, hanno ostacolato non poco l'organizzazione della manifestazione. Comunque in un paio di serate di fuoco ci siamo chiariti e direi che gli ostacoli e le perplessità, le preoccupazioni che avevamo in qualche modo sono state assopite dai fatti.

     Ancora molto buono il rapporto con la Provincia di Cuneo e la Regione Piemonte, quest'ultima inoltre ci ha riforniti di dollari e ci ha sponsorizzati a sufficienza. Peccato che invece la partecipazione non sia stata all'altezza del contributo, comunque, anche in questo caso, con entrambe le amministrazioni e con i tecnici di riferimento ci si sente come dei compagni di viaggio. I ringraziamenti vanno invece a due Enti più vicini a noi speleo, parlo naturalmente del CAI e della SSI. Entrambi hanno collaborato al massimo di quello che potevano e la presenza del Presidente Generale del CAI, Gabriele Bianchi è stata per noi motivo di orgoglio e soddisfazione, per la SSI il nostro/mostro Giovanni ha imperversato il giusto, meno male che ci sono Cristina e Giampaolo..... Ancora ringraziamenti a quanti hanno facilitato lo svolgimento della manifestazione, alla Grotta di Bossea per avere ospitato il concerto di Flamenco, alla Stazione Scientifica per l'appoggio fornito al congresso, al prete per la grande disponibilità nell'uso degli spazi dell'oratorio, al comune di Toirano ed alla Società Talco-Grafite per averci ospitato nelle visite del congresso.

Gli sponsor e i contributi

     Grande passo indietro per rientrare rapidamente nella fase strategica.

     Quando eravamo nella fase di impostazione molto abbiamo parlato e discusso su dove, come ed in che modo trovare i finanziamenti necessari alla riuscita della manifestazione. Molte le sfumature, ma il punto fondamentale verteva sulla ricerca o meno di sponsor privati che garantissero una parte della copertura economica necessaria. Come dicevo la discussione è stata lunga e difficile, ed a questa è seguita una lunga fase di angoscia per la totale assenza di denari. Pochi se non nessuno sosteneva gli sponsor privati e questo per molte ragioni che si possono immaginare.

     Alla fine ha prevalso l'idea del contributo pubblico e questo, oltre a risparmiarci grandi fatiche, ci ha permesso di continuare ad essere idealisti e puri. Mah..... saluti.

 

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Acrobazie del Circo Speleobarnum

Andrea Manzelli

     Mi sono ritrovato complice a Chiusa 98 senza un motivo valido, da buon opportunista non ritengo sensato spendere energie nella speleo se non andando in grotta (articolo a me mancante da 18 mesi).

     Ci sono stato trascinato nella corrente, galvanizzato da un'idea germogliata anni addietro di fare una Casola del Marguareis, più sommessamente coinvolto alla fine perché avranno pensato che un ingegnere ne dovrebbe in fondo capire qualcosa di estintori, cessi, elettricità, ...

     La vera storia dell'ambaradan di Chiusa 98 è iniziata quattro settimane prima del fischio di inizio, 'che prima d'allora non s'era capito cosa si faceva, come lo si faceva, né manco dove lo si faceva.

     Bel casino, a quel punto, preoccuparsi di fare una cosa a modino non dico tale da confezionare per chi arrivava ogni agio per sistemazione e attività congressuali, ma almeno da fare un minimo di ciò che veniva promesso profusamente nel visionario programma di convegno.

     Un po' di impegno comunque ce l'ho s'è messo, circa nullo fino allo scadere del tempo utile per l'avvio delle operazioni.

     In compenso, con un crescendo forsennato, l'intera mia vita veniva stravolta dai primi di ottobre in un turbinìo di riunioni, telefonate, ragionamenti, progetti, via via materializzati in sopralluoghi, contratti, materiali, e poi ancora nelle prime giornate di preparazione, col terreno che cominciava a bollire sotto i piedi aspettando le folle oceaniche che immaginavamo.

     Ridotto all'osso, abbiamo meglio chiarito cosa era compreso nel programma, ce lo siamo diviso un po' per ciascuno, quindi siamo andati a cercare ciò che ci serviva o chi poteva fornircelo, e infine ci siamo preoccupati di contare e precettare quanti di noi servivano per la preparazione.

     Ho seguito tutto il ciclo di Chiusa 98, iniziato il Sabato precedente il convegno, partendo da prato e stanze vuote, trasformatosi in tende, stand, luci, gente, baldoria, per implodere su sé stesso come un castello di carte il lunedì successivo, tornando prato, con solo poche tracce di passaggio riconoscibili all'attenzione di un buono scout.

     Nel mezzo ho vissuto i momenti critici delle fasi montaggio, convegno, smontaggio, incontrandovi tutto sommato una notevole dose di culo.

     Tanto per assaporare un po' quello che erano le ricette delle riunioni di programmazione febbrile di Chiusa 98:

     · impianti elettrici e di illuminazione assolutamente sicuri, certificati, affidabili; quindi per la maggior parte del lavoro ci siamo affidati ad una specie di angelo custode, a cui tutte le 100-200 persone che affollavano l'allestimento chiedevano meraviglie tecnologiche, rimanendone esauditi. Buon lavoro di rifinitura dei nostri valenti speleoelettricisti.

     · antincendio, per modo di dire, visto che le leggi prevedono titaniche imprese di burocrazia acrobatica, da noi bellamente eluse! unica mia spina nel fianco, le dozzine di bombolazze gas piene, vuote, sperse nei retri degli speleostand, affidate al buon senso degli utilizzatori. Ricca dotazione di estintori, in angoli bui e all'insaputa degli addetti, impreparati all'uso

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     · servizi, bagni, gabinetti, cessi, ... ampia diatriba scatenata sul fabbisogno di tali dotazioni (personalmente ho parteggiato per il partito dei catastrofici, partendo dalla valutazione dell'impatto biologico di circa 1 tonnellata di merda e 1 metro cubo di piscio che si stima abbiate depositato a Chiusa, senza contare aspetti accessori e perdite varie (lavarsi, ad esempio).

     · tendoni, ovvero lotta con la legge di incompenetrabilità dei corpi (non quelli che pensate); fino all'ultimo ci siamo scornati con problemi su dove piazzarli, dove trovarli, come farci entrare tutto quello che serviva, e magari anche qualche umano. La disponibilità alla fine si è rivelata sufficiente, grazie anche alla meteo generosa che ci ha permesso di starcene all'aperto. Meglio ancora se avessimo potuto separare lo spazio ristoro dai concerti, ma davvero di più non si poteva fare.

     · cucina separata, un po' per recuperare spazio, e soprattutto per dare la possibilità di lavare cibi e pentolame.

     Nella pratica spazi, acqua potabile, scarichi e allontanamento monnezza sono stati effettivamente un po' più evoluti di una bidonville.

     Come ci si è arrivati non lo so, ma sull'onda, mi sono ritrovato alla fine del concerto dei Lou Dalfin di Sabato e mi sono reso conto che il peggio era passato, ho spento i motori e mi sono preparato alla planata.

     In sintesi, cosa può insegnare questa storia :

     · culo, ne abbiamo avuto davvero tanto

     · passione, ne abbiamo messa, tanta e/o tutti, comunque complimenti, era quanto bastava

     · pubblico, ma molto di più amici, e comunque gente che ha fatto strada pervenire a Chiusa, conquistando per la sua cortesia e la sua stravaganza il paese ed il circo tutto.

Stand commerciali (foto R. Pozzo)

 

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Stands commerciali e culturali

A. Chiabodo e U. Lovera

L'organizzazione

     Blando inizio in primavera, lettere a "commercianti" e "librai" e già presenti a Casola, per avere un'idea di massima delle intenzioni. Seconda comunicazione a settembre per definire i dettagli. Ulteriore epistola ad un centinaio di gruppi e a tutte le federazioni, più un oceano di telefonate, per avere idea degli spazi necessari. Nonostante tutto, tra ripensamenti, ritardi, casini e altro siamo riusciti ad avere le idee chiare solo a manifestazione iniziata.

     Sono state inoltre direttamente invitate tutte le federazioni regionali e un centinaio di gruppi speleologici allo scopo di permettere a tutte le realtà di mostrare la propria attività. Cinque federazioni e sei gruppi sono intervenuti con stand, rilievi e quant'altro. Dei restanti, stiamo ancora attendendo notizie; è la conferma della pericolosa tendenza a partecipare da spettatori alle manifestazioni piuttosto che parteciparvi, in piena coerenza con l'arrivo delle generazioni nate davanti alla televisione.

Gli spazi

     Partiamo da un'idea in odore di comunismo: commercianti, espositori, librai, gruppi, federazioni e quant'altro, tutti in un unico grande ambiente, o almeno in una serie di locali contigui ad evocare atmosfere da gran bazar o da fiera; sarebbero ottimali un grosso capannone oppure una scuola, un ospizio, ecc. Siamo tuttora convinti che questa sarebbe stata un'ottima soluzione e forse un buon suggerimento per i posteri.

     Il progetto di rendere il settore commerciale simile ad una grande fiera, è invece inviso a qualche commerciante (uno), che inizialmente per lettera e quindi di persona, ha invitato l'organizzazione a svolgere azioni di sorveglianza sui prezzi per impedire la concorrenza e l'eccessiva riduzione degli stessi. L'organizzazione ritiene invece che i prezzi debbano essere conseguenza diretta della concorrenza, che eventuali accordi tra venditori non riguardino l'organizzazione medesima e che questi ultimi debbano essere liberi di vendere gli articoli che vogliono ai costi che ritengono opportuni, avendo, l'organizzazione, più a cuore l'interesse degli speleologi che i guadagni dei commercianti.

     Si ripiega quindi, per ragioni d'ordine architettonico, su soluzioni più tradizionali: due strutture per i commercianti, un locale grosso in zona segreteria, più altre stanze nel centro del paese, per librai e associazioni. Si tenta per un millennio di ottenere la costruzione pomposamente chiamata "il palazzetto", che risulta trattarsi semplicemente di "palestra un po' più grossa", senza riuscire a superare le resistenze del sindaco, fermamente deciso ad avere la manifestazione senza mettere un chiodo.

     Al termine, complice anche lo "svolazzìo" dei tendoni, che non riuscivano a trovare un posto in cui atterrare, la sistemazione definitiva è risultata essere: produttori in un tendone tra le casermette; venditori nella palestra della scuola; librai, gruppi e "stranieri" nella casermetta; federazioni, e associazioni nelle sale in centro al paese.

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     La soluzione è risultata sufficientemente razionale, grazie anche alla clemenza delle condizioni atmosferiche: in caso contrario il tendone, già di suo piuttosto spartano, avrebbe palesato i molti limiti. Problematica anche la dislocazione delle federazioni: il tentativo di spostare il baricentro della manifestazione verso il centro del paese, creando un secondo nucleo d'interesse intorno alle associazioni regionali e agli stand SSI e CCS è parzialmente fallito penalizzando queste ultime. D'altra parte, la separazione era resa obbligatoria dalla mancanza di spazi coperti attigui alla segreteria.

     L'analisi a posteriori ha rivelato come, anche la sala proiezioni dell'"incrocio", posta a trecento metri dalla segreteria, sia stata prevalentemente snobbata, rivelando che tale distanza è eccessiva per la massa degli speleologi che intervengono alle manifestazioni. gli sforzi per evitare di ghettizzarla sono stati quindi, non solo inutili, ma controproducenti.

 

 

La giornata torrentistica di Chiusa

Annamaria Pinotti

Prima

     Una sola giornata: eppure tutto è cominciato molto tempo prima Giampiero (Carrieri) ci ha contattato mesi prima della fatidica giornata proprio per preparare adeguatamente l'incontro: si sa, i torrentisti sono gente strana (quasi quanto gli speleo), sono gelosi e molto diffidenti e soprattutto non hanno molte occasioni di incontrarsi e scambiare idee e opinioni sul torrentismo.

     A dir la verità, già l'anno scorso a Casola ci fu un tentativo di incontro torrentistico ma probabilmente a causa della scelta temporale sbagliata (la domenica mattina dopo una notte di bagordi alcolici) o semplicemente dei tempi non ancora maturi o forse del generale disinteresse della massa degli speleologi alla faccenda, tutto finì con un bel buco nell'acqua e cioè con una promessa di un futuro incontro mai concretizzato.

Così quest'anno quando è stato diffuso il programma della giornata torrentistica di Chiusa Pesio (ambizioso, per la verità!) i torrentisti si sono quantomeno incuriositi.

     Quali torrentisti? quelli che da tempo si sono ritrovati fra bit e byte e le chiacchierate via Internet, un movimento spontaneo sorto da una scheggia "impazzita" della speleologia italiana ai quali si sono aggiunti vari personaggi di diverse estrazioni. Ne abbiamo parlato fra di noi, su quanto fosse importante un momento di confronto e di dialogo, di scambio di opinioni, di tecniche, di itinerari torrentistici; l'idea di Giampiero di utilizzare parte della giornata di discussione relazionando sulle diverse realtà regionali è sembrata subito reale e concreta.

     Con Giampiero ci siamo poi visti e conosciuti di persona a Varazze, a fine settembre di quest'anno, durante la riunione per la costituzione dell'Associazione Italiana Canyoning, a cui hanno partecipato torrentisti di diverse regioni d'Italia.

     In quell'occasione si è fatto un po' il punto della situazione e si sono identificati alcuni relatori regionali; fra di noi, soci fondatori dell'A.I.C., sono usciti i relatori di Lombardia, Friuli, Emilia, Lazio, Sicilia, Sardegna, ecc. Nel seguito gli organizzatori piemontesi ci hanno inviato la loro relazione al fine di "standardizzare" la presentazione per la quale si avevano a disposizione 10 minuti, utilizzando eventualmente anche diapositive o altri strumenti espositivi.

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Durante

     La giornata di discussione aveva naturalmente un programma predisposto da tempo che purtroppo e inevitabilmente ha subito rimaneggiamenti dovuti ad assenza o ritardi dei relatori, a dilatamenti dei tempi previsti, a discussioni che "urgevano" e sono scappate fuori in momenti forse poco opportuni. In generale, comunque, è stata assolutamente utile allo scambio culturale. Le relazioni scritte prodotte dagli autori sono consultabili e scaricabili anche sul sito Internet dell'Associazione Italiana Canyoning http://freeweb.canyoning.org). In questa sede mi pare più opportuno trattare in senso lato degli argomenti e dello sviluppo che la discussione ha preso nel corso della giornata.

     Il primo relatore (sulla Sicilia) è stato Paolo Madonia che ha proposto un'interpretazione in senso geologico-ambientalistico e scientifico del torrentismo siciliano.

     In Sicilia esiste una realtà piuttosto giovane di torrentismo organizzato che frequenta un numero limitato di forre; il gruppo di Madonia in particolare (A.N.S. Nisida di Palermo) ha un rapporto privilegiato con le autorità pubbliche data dal particolare approccio ambientalistico che i siciliani hanno col mondo delle forre e questo rapporto è forse unico nel mondo variegato del torrentismo italiano.

     Secondo relatore è stato Maurizio Biondi, torrentista friulano attivissimo in un panorama regionale al contrario molto statico. In Friuli il numero di torrentisti si conta sulle dita di una mano, probabilmente anche a causa del livello tecnico necessario alla percorrenza e degli accessi difficili delle gole. Questa situazione origina un problema di

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soccorso a causa della mancanza di "soccorritori" dato che sono le stesse persone che frequentano le gole e che dovrebbero prestare soccorso. Nel seguito si sono succeduti i relatori dell'Italia Centrale: le Marche (Giuseppe Antonini, Istruttore Nazionale di Speleologia e attivissimo torrentista), il Lazio (Valerio Carlin dell'Associazione Torrentistica Albatros e Claudio Giudici), Abruzzo (Andrea Degli Esposti), Toscana (Leo Piccini). In Italia Centrale la situazione è più o meno similare: un torrentismo ormai attivo da diversi anni, che frequenta un numero abbastanza limitato di forre, suddiviso equamente tra speleologi occasionalmente torrentisti e torrentisti puri. Il discorso esplorativo è ormai in fase di stasi e limitato a zone quasi inaccessibili, di elevata difficoltà tecnica e forse, date le caratteristiche morfologiche, nemmeno si può parlare più di torrentismo. Il discorso commerciale è stato avviato in alcune zone turisticamente appetibili (Cascate delle Marmore) ma non rappresenta, allo stato attuale, alcun rischio di masse umane all'interno delle gole, né un pericolo ambientale. Proseguendo si sono avvicendati il relatore della Campania (Giovanni Guerriero) che ha esposto un panorama abbastanza "tranquillo", ma che forse nasconde un pizzico di gelosia delle gole campane.

     Dopo la pausa per il pranzo abbiamo ascoltato le relazioni di Lombardia (Maurizio Miragoli), Piemonte (Giampiero Carrieri e Roberto Jarre), Veneto (Michele Sivelli). In queste regioni il discorso torrentistico è senz'altro più vivace sia dal punto di vista esplorativo, con cose nuove da vedere e esplorare, che da quello commerciale, con numerose società che portano gente in forra. A questo punto la discussione, fino a quel momento pacata e tranquilla, si scalda: anche la breve presentazione dell'A.I.C. diventa spunto di accaldate schermaglie fra chi prevede uno sviluppo catastrofico della frequentazione torrentistica fino ai livelli "francesi" con migliaia di persone che si riversano, a mo' di mandrie impazzite, nei canyon d'oltralpe e chi, al contrario, ipotizza una frequentazione culturalmente preparata, limitata nel numero e nei luoghi, pronta a farsi indietro in tutti i casi di degrado ambientale. Non è una questione da poco, ma è il problema sul quale si gioca il nostro futuro di torrentisti: solo se sapremo dimostrarci all'altezza della situazione e se sapremo dialogare con i politici, gli enti pubblici, gli ambientalisti, continueremo a godere del piacere della discesa in forra, altrimenti prevarrà la linea della chiusura e dell'interdizione. Tirando le somme, è probabilmente questo il motivo per cui si sa poco di alcune regioni torrentisticamente "forti", come il Veneto, forse per una spinta protezionistica ad oltranza?

     Facendo un bilancio della giornata torrentistica, sicuramente il risultato è positivo, soprattutto rapportato ad altre situazioni simili degli anni passati. I partecipanti, per quanto limitati numericamente, hanno rappresentato comunque un campione significativo dei torrentisti italiani e delle anime che vi convivono. Esistono realtà molto dissimili tra loro che vanno dalla situazione in Trentino, dove sul lago di Garda le società e le guide portano migliaia di persone in forra ogni stagione, al Friuli, praticamente "vergine". Ognuno di noi naturalmente si è fatto un'opinione che dipende dal proprio background geografico e culturale che deve tenere conto anche delle altre realtà. È in quest'ottica che l'incontro di Chiusa è servito: una panoramica delle realtà regionali che può essere utile a definire una realtà "italiana" con possibili iniziative comuni, nella quale l'Associazione Italiana Canyoning si propone di contribuire fattivamente.

 

 

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Gornergletscher: un ghiacciaio carsico

Alberto Cotti

Immagini dal Gorner (foto F. Vacchiano)

     Erano i giorni alcolici e indaffarati di "Chiusa 98", dove la sera si allungava nel tendone, trattenuti dalla festa, e la mattina ti alzava presto, con un dovere nascosto in qualche locale del paesino. Uno di quei giorni Giovanni passava fra i gruppi di persone, masticando fra i denti più o meno ad alta voce "Chi vuole venire con me sul Gorner"? Gorner evocò subito pensieri esotici, terre lontane, soldi a iosa, niente da fare. Qualche settimana più tardi scopro di cosa si tratta, e decido di andare.

     Partiamo da Torino Franz, Giovanni ed io. La sera del venerdì 13 novembre ci accoglie Tasch, cittadina svizzera di passaggio verso Zermatt, col freddo e la confusione organizzativa; qui incontriamo gli altri, Simone, Astigo, Roberto, Luca, Tullio, Marco e Cagiu, dei quali gli ultimi tre e Giovanni de "La Venta", Roberto sommozzatore, Luca cameraman e noi restanti, puri speleologi e non altro. Sul Gornergletscher Giovanni è già stato due volte negli ultimi mesi, con Chiaretta, Ube, Cinzia e Robi di Giaveno, a tastare il terreno, a valutare le possibilità, e questa dovrebbe essere la volta buona; la spedizione deve rendere rilievi, immagini e filmati di qualità, e possibilmente anche l'esplorazione subacquea delle zone sommerse, a menoottanta, dentro la massa del ghiacciaio.

     Sabato mattina è ancora presto quando l'elicottero da Rotenboden carica la seconda rete, e abbiamo già spostato più volte i settecento chili di materiale che ci portiamo appresso; c'è di tutto, telecamere, batterie, treppiedi, generatore, mute, corde, cibo, pellicole, picche, chiodi, bombole, obbiettivi, tende, tutto in quantità, tanto che i numerosi passamano si prolungano per minuti.

Immagini dal Gorner (foto F. Vacchiano)

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L'elicottero è li' che oscilla fra cielo e terra, polverizzando la neve, ovunque sulle nostre teste e dentro le nostre giacche; qualche secondo e poi sparisce alla vista, verso il campo sul ghiacciaio.

     Anche noi nel giro di alcune ore siamo al campo; i primi sono saliti con l'elicottero e qualche tenda è già in piedi, il cielo è bianco e raramente si apre mostrando il suo azzurro. Il resto della giornata scorre con la preparazione del campo. Verso l'imbrunire riusciamo a spostarci nella zona dei mulini, e subito ci infiliamo in un meandro a cielo aperto che, con un pozzetto di ingresso, sparisce sottoterra; è roba nuova, sento l'emozione di Astigo e Simone davanti a me, e non fosse per i ramponi che indosso, e quel rumore di vetri rotti sotto i miei passi, avrei delle difficoltà a realizzare che sono dentro al ghiacciaio, svariati metri sotto; sono stupefatto, è successo tutto così in fretta che non capisco. È un meandro di discrete dimensioni, in cui ci si muove agevolmente in piedi, di forme pressoché identiche a quelle del calcare, ma è di ghiaccio e le pareti sono percorse da grandi fratture, aperte di quattro o cinque centimetri, e da altre fratture una volta aperte, ed ora già completamente ricongelate da un ghiaccio più chiaro e cristallino; poi un pozzo, il meandro che continua, e la corda che finisce.

     Sono il primo ad uscire, e fuori è già buio; seguiamo a ritroso le impronte nella neve ed in breve siamo al campo, a mangiare e a raccontarci le prime impressioni sulla grotta; è tutt'oggi che andiamo avanti con pane e cioccolato e la cena di Cagiu mi sembra ottima. Venti minuti dopo sono nel mio sacco a pelo, completamente vestito; in tenda con Franz scambio qualche parola, poi, col calore che scioglie la tensione del corpo, piombo nel sonno.

Cartina di localizzazione del Gornergletscher

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     La mattina seguente mi sveglio accartocciato, e scopro che il vapore del mio respiro, lì dove sbuca fuori dal sacco a pelo, è congelato; con grande impaccio riesco a sfilarmi dalla mummia, infilarmi gli scarponi e ad uscire dalla tenda, scoprendo che non sono l'ultimo ad alzarmi e che ha nevicato durante la notte, mettendo buoni cinquanta centimetri sopra quelli che c'erano già.

     Comincio la giornata imitando Giovanni, bevendo tè in quantità, perché fino a sera non abbiamo la possibilità di ingerire altri liquidi, sul ghiacciaio non c'è acqua e quella delle borracce è sempre solida; parlando, vengo a sapere che di notte la temperatura scende a menodiciotto, ma in tenda si stabilizza sui sei sotto zero. Il lavoro da fare per oggi consiste nel trasportare tutti i materiali, dal campo fino ad ingresso grotta, un abisso verticale di ottanta metri al cui fondo vi è una zona allagata, dove cominciano e si sviluppano le condotte subacquee, la zona freatica del ghiacciaio. L'operazione di trasporto si rivela complicata e laboriosa, trattandosi di spostare oggetti non propriamente maneggevoli come borsoni, bauli e valigioni; per me si traduce in una serie di quattro o cinque viaggi con valigie legate in vita e trascinate a tergo, bauli cubici di alluminio, tubolari, e sacche a tracolla. Il sole ci accompagna da questa mattina e frequentemente mangio neve, non tanto per dissetarmi quanto per rinfrescarmi. Durante il mio ripetuto tragitto, incrocio gli altri che fanno anch'essi la spola; chi con un espediente, chi con un altro scendiamo rettilinei in fondo alla grande dolina, arranchiamo zigzagando a piccole ramponate su per il versante opposto, e con un tratto circa orizzontale di duecento metri, raggiungiamo l'ingresso.

     Per l'una il trasporto è completo e nel giro di poco i materiali cominciano a scendere in grotta calati dall'esterno con una corda di servizio; a Cagiu, Roberto e Giovanni spetta la difficile immersione; a Luca, Tullio e Marco tocca documentare tutto per avere buone immagini .

     Noi intanto, ci dividiamo due a due per continuare il lavoro esplorativo del ghiacciaio e mentre Simone e Astigo tornano al meandro della sera prima, Franz comincia a scendere nell'inghiottitoio giusto a fianco del pozzone da ottanta.

     Il tempo ormai si è girato al brutto, mi guardo intorno osservando le forme del ghiacciaio, bianche di neve e ripetitive tutt'intorno a me; sotto uno strato spesso di neve, scavando, si trova un ghiaccio vetroso grigio, che si frantuma in piccoli frammenti calciandolo coi ramponi; poi, a ben guardare, si trovano ovunque dei fori cilindrici, esattamente cilindrici, di diverse dimensioni e di profondità non osservabile completamente, perché dopo qualche decimetro intasati da neve. Da dove siamo noi, dalla lingua glaciale centrale, si vedono distintamente due grosse masse che confluiscono nel ghiacciaio principale; una a sinistra ed una a destra del Liskamm, ripide e gonfie sui loro seracchi, precipitano verso il basso, come onde gigantesche immobilizzate nel momento della loro massima espansione.

     Sto per entrare anch'io a seguire Franz, quando Giovanni si mette a chiamare, ha bisogno di una mano, e non solo da me; in meno di un'ora ci raggiungono anche Simone ed Astigo.

     Ora sto osservando Giovanni che serio, dà indicazioni per radio alla squadra interna; da sotto gli dicono che non se ne fa nulla, il materiale è troppo e lo spazio per muoversi è minimo. La decisione viene presa, e Giovanni con poche parole amare, dà il via al recupero. È l'imbrunire sul ghiacciaio quando cominciamo a tirare su i sacchi, i medesimi che poco prima stavano scendendo; è buio da ore e nevischia quando finiamo e anche l'ultimo è fuori.

     Adesso sotto il tendone al campo siamo tutti ammucchiati; c'è del vino e si ride

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Kobold - Gornergletscher - Svizzera - rilievo

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di gusto. Mentre risaliva Tullio si è preso una ramponata da un compagno, per un crollo improvviso di ghiaccio; gli ha bucato lo scarpone, e il dente di metallo si è infilato fra l'alluce e l'indice, tagliando le carni, ma senza lesionare né ossa, né altro. Il morale è alto anche se lo scopo non è stato raggiunto, e questa sera più che mai la cena di Cagiu mi sembra ottima.

     Nel mio sacco a pelo penso a domani, ai rilievi da fare e all'elicottero che arriva. Penso anche al freddo che avrò in tenda, ma la notte passa quieta e veloce.

"Alle due arriva l'elicottero, massima puntualità", dice Giovanni. Il tempo è bello, e con Franz mi allontano dal campo per andare a rilevare la grotta accanto al menottanta; la chiamiamo "Kobold", che significa folletto, e facciamo anche un prelievo di ghiaccio per via dell'aria irrespirabile che vi è ad un certo punto della discesa. Il fatto era stato raccontato da Franz, ed effettivamente nella saletta sul fondo, nel giro di poco si sente questo forte odore di putrefazione, che dà alla testa e impedisce di spingersi oltre. Col rilievo completo ed il prelievo nel sacco, usciamo fotografando; sul ghiacciaio sono già le due, s'è messo al brutto e fra poco arriva il nostro passaggio verso Gornergrat.

     Al campo arriviamo quasi tutti insieme ed in breve il grosso viene smontato, ammassato e insaccato. Ma l'elicottero non può volare; la debole ma fitta e vorticosa bufera di neve, non lascia spazio alla vista, e così decidiamo di muoverci a piedi. Restano in tre ad aspettarlo sul ghiacciaio, in attesa di una schiarita.

     Proprio mentre saliamo sulla morena laterale, a poco meno di un'ora dalla nostra partenza, di lontano sento distintamente il suono slabbrato della macchina volante; mi volto faccia al cielo per vederlo volare, ma la visuale è scarsa e solo a tratti lo si riesce a seguire nei suoi brevi voli che porteranno via tutto, materiali e compagni.

     Il ghiacciaio del Gorner è un ghiacciaio di tipo vallivo, situato in Svizzera nelle Alpi Pennine, con un'estensione complessiva (detriti compresi) di 68,8 km quadrati; è lungo circa 14 km ed è largo mediamente 7,5 km. Il ghiacciaio nasce dall'unione di due masse principali, il Grenzgletscher, e il Gornergletscher (da cui il nome), e possiede come ghiacciai tributari altre cinque masse (lo Zwillings, la Schwarze, il Breithorn, il Triftji e il Theodulo inferiore) che contribuiscono a farlo diventare il secondo ghiacciaio più esteso delle Alpi, dopo l'Aletsch. Il Gorner nasce da una quota di 4600 metri (quasi dalla cima del Rosa), e scende ad una quota minima di 2120 metri.

...nel ghiaccio (fotoF. Vacchiano)

 

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Vietnam e altre schiocchezze,

ovvero: perché non solo Loco va con i Francesi

Franz Vacchiano

Prolegomeni

     "Chissà come fanno ad evitarsi sempre all'ultimo momento", penso in una qualunque strada di Hanoi schivando l'ennesimo motorino deciso ad affettarmi. Sono molto incuriosito dalle alchimie urbane che trasfigurano questo paese, dagli stereotipi fatti di foreste e di marines che strisciano nel fango (il minimo che si meritino), in giungle d'asfalto infestate di veicoli a due ruote, altrettanto insidiose per noi forestieri. Certo il nostro scopo è meno bellicoso, anche se non manco di interrogarmi sulla portata "colonialista" di quello che stiamo facendo. Ah, a proposito, per chi si fosse collegato solo ora, siamo in Vietnam, è il 17 dicembre 1998 e questa è una spedizione speleologica italo-francese.

     La nostra meta prossima mentre ci avventuriamo nella selva di cicli e motocicli è l'agenzia Hoa Binh (vuole dire "pace" in vietnamita ed è anche il nome di una regione carsica del nord del paese, questo faceva ben sperare), mentre il nostro obiettivo remoto sono i distretti di Moc Chau e Yen Chau nella provincia di Son La: all'agenzia il compito di trovarci i permessi, la guida, i fuoristrada e, cosa che vedremo non essere di secondaria importanza, gli autisti. Ognuno di questi elementi costituirà nei prossimi giorni da cittadini un problema che ci impegnerà in focose discussioni, con i locali e tra di noi, che siamo del resto alquanto eterogenei: oltre ai nove francesi, mi accompagno a quattro italici individui di losca fama, ben tre dei quali sono lùmbard: ué figa che viaggio allucinante. ..Tali suddetti sono il Marco Zambelli e la Tetteresa Fresu da Milano, il Pota da Brescia (Matteo Rivadossi) più Moreno Dorigo da Pordenone, mentre i transalpini sono Marc Faverjon e Anne Cholin dall'Ardèche, David Wolozan da Grenoble, François Brouquisse da Bordeaux, Sakti Cano da Montpellier, Ghislaine Noailles dal Vercors, Sebastien Ramus da non ricordo, nonché Gilles Connes e Karine Alibert en passant da un giro del mondo. Un'accozzaglia eteroclita e deforme che inspiegabilmente riuscirà anche ad andare (talvolta) d'accordo.

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Carta con la posizione geografica delle zone esplorate dalla spedizione Vietnam '98

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     La prima prova tecnica di comunicazione l'abbiamo proprio in relazione alle difficoltà d'agenzia, dove emergono problemi per una delle zone identificate sulle carte geologiche e sulle precedenti relazioni: è troppo vicina al Laos e quindi proibita. Poi la scelta della guida ci pone di fronte alle poche alternative disponibili per un viaggio come il nostro, poiché le guide vietnamite sono in genere cittadini avvezzi più ai microfoni dei bus turistici che alle scarpe da montagna (anche perché qui in montagna si va in ciabatte). Del resto l'inglese e il francese sono sconosciuti ai più e dobbiamo accontentarci dell'unico che non scappa spaventato, ma la prende con ironia: "Andiamo a conoscere le belle montanare". Inutile dire che Ông (signor) Huan ci piace subito.

     Il paesaggio vietnamita è l'icona del carso tropicale, con torri altissime che emergono da pianure coltivate a riso, tra strade sconnesse e paesi abitati da gente dai vestiti colorati: la popolazione vietnamita è composta da cinquantatré etnie locali, più i Viet o Kinh, il gruppo maggioritario (circa 46 milioni di persone), distribuito principalmente lungo le coste. Le montagne sono invece prevalentemente territorio di minoranze (il 12,7% della popolazione), definite genericamente per l'appunto "Montagnards", ricordo della dominazione coloniale francese. I "vietnamiti" li chiamano dispregiativamente "moi", cioè selvaggi, e parlano delle montagne come di territori ostili e pericolosi. Noi siamo diretti a circa duecento chilometri ad ovest di Hanoi, al confine con il Laos, in una zona abitata da Thai e da H'mong. Le spedizioni precedenti (una francese, composta dai soli Marc e Anne, e quattro italiane) si erano invece concentrate su zone poste lungo il confine nord con la Cina, nelle province di Cao Bang (vedi Grotte n.115 e Speleologia n.35) e di Ha Giang.

Distretto di Moc Chau Vietnam - Provincia di Son La - localizzazione delle cavità principali

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Esplorazioni 1. Moc Chau e il pitone maledetto

     Arriviamo a Moc Chau il 20 dicembre e l'incontro con le autorità locali, alle quali dovremo sottoporre il progetto, è fissato per domani "tra le otto e le nove precise". Mi trovo sempre meglio. Il tempo viene ammazzato sistemando i bagagli nella casa del popolo e solidarizzando con le studentesse di una scolaresca in gita da Hanoi a Son La per vedere il luogo della disfatta dei francesi del 1954. Quasi riusciamo con buon talento italico a vendere per qualche dong il permesso di toccare la bonzica pelata di Moreno... Poi è il solito stillicidio di storie per passare la serata.

     I giorni successivi, dopo aver accuratamente speleologizzato la capanna e l'orto che ci vengono dati in residenza, sono dedicati a giri di prospezione sul terreno circostante, nel raggio di cinquanta chilometri. È qui che avremo modo, oltre che di trovare alcune piccole cavità minori, di conoscere meglio i nostri impagabili autisti, che diventano presto "Stivaletto" (per le originali calzature pelomunite) e "Claudine" (per i suoi gusti sessuali). Il primo è l'individuo più marcio che abbia mai visto (e devo confessare una certa esperienza in materia), che guida come un folle suonando di continuo, scatarra fuori e dentro l'auto, beve e bestemmia, e quando è al volante l'appellativo più gentile che rivolge ai passanti è "Mi fotto tua madre". Nei giorni successivi riuscirà ad uccidere un cane puntandolo con l'auto e a provarci con un motociclista. Il secondo invece è molto gentile, disponibile e discreto, molto abile nel suo lavoro, ma ci insospettiamo un po' quando cerca di baciarci. Si rivelerà una sera confessando tutto il suo amore a Zambelli (avesse almeno buon gusto...).

     I giorni di prospezione ci sono utili per conoscere il territorio e familiarizzare con le "guide locali" "assunte" di volta in volta da Ông Huan, che non tardiamo a scoprire essere tutti poliziotti, messi lì a tenerci d'occhio... Il problema della lingua non è indifferente, poiché pochissimi in Vietnam parlano inglese o francese; ci arrangiamo quindi come si può con tutti i problemi del caso. Il vietnamita è una lingua in buona parte tonale: questo significa che una qualunque parola ha fino a sei pronunce diverse, tutte ovviamente fatte di piccole impercettibili sfumature che denotano ciascuna un diverso significato. Dopo pochi giorni abbiamo scoperto con terrore che chiedevamo se c'erano cipolle (co hành?) invece di grotte (co hang?)...

     Il 22 dicembre è il giorno topico: ci si dirige verso il villaggio di Co Ban, nel tentativo di ritrovare un inghiottitoio attivo esplorato in parte da una pre-spedizione inglese nel 1994, e ci si imbatte in una grossa caverna che, dopo trecento metri, finisce su una frana. L'aria è forte e prende per mano gli esploratori fin dall'altra parte: galleria di quattro metri di diametro. La squadra oggi torna con tre chilometri di esplorazione dopo aver intercettato un fiume di circa 150 litri / secondo. È Hang Co Ban, un imponente reseau di oltre otto chilometri compresi tra i sifoni a monte e una frana a valle, non lontana dalla risorgenza. In mezzo, gallerie, arrivi ostruiti da fango, una sala 80x60 (la Sala di Natale), un sifone con by-pass di dieci metri di diametro, qualche scolopendra, un misterioso blob arancione di dubbia provenienza (soprannominato ottimisticamente "alga"), quattordici speleologi adeguatamente eccitati. Da segnalare inoltre il felice incontro con un probabile pitone che ci osserva supponente proprio nei passaggi stretti della frana e ci impedisce sonni tranquilli nei bivacchi all'ingresso della grotta (ultimamente ho decisamente poca fortuna con pitoni e pitonesse...). Ad ogni modo: foto, rilievo, analisi delle acque, prelievo di insetti (molti).

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     Le punte si susseguono in Hang Co Ban e nelle grotte vicine, fino a chiarire il sistema di deflusso delle acque con le probabili zone di assorbimento e le sicure zone di risorgenza. Vengono inoltre visitate molte piccole grotte ora chiuse da concrezioni che si sviluppano nei dintorni, tutte tributarie del complesso principale. Il 30 dicembre Marco Zambelli, Matteo Rivadossi e Moreno Dorigo decidono di scendere una valle a poca distanza dal complesso alla ricerca di ulteriori eventuali risorgenze: si rivelerà una forra clamorosa che porterà al ritrovamento di Hang Nam Sap ("Demotivazione speleologica"), esplorata qualche giorno dopo per 1200 metri e ferma su... nuvole di pipistrelli. Ciliegina sulla torta: i tre piombano all'uscita della forra nel pieno vigore di un matrimonio vietnamita dove vengono invitati a ben mangiare e a consumare un po' di fegato con la bevanda nazionale: l'alcool di riso.

     Ma è solo l'inizio (o la fine, dipende dal fegato suddetto): il giorno successivo è l'ultimo dell'anno, tribalmente dedicato al sacrificio di un maiale sullo spiedo per il baccanale della sera, a cui sono invitati il capo villaggio e tutta la sua famiglia (che è poi il resto del villaggio). I locali portano il dolce di riso, piatto tradizionale del Tet (il capodanno vietnamita che però è a febbraio), e cantano la canzone tradizionale Thai di benvenuto. In questo modo stimolati, i francesi si producono in un bel canto di montagna e gli italiani rispondono a tono con iddio perdona chi lecca la mona. Nonostante ciò è una bella festa. Dove vorrei essere a capodanno? Qui, ma da solo.

     Poco da segnalare nei primi due giorni dell'anno, spesi in parte a smaltire i postumi devastanti dell'alcool di riso e in parte a cercare e topografare altre cosette, tra cui l'inghiottitoio forse tributario dell'"amont de l'aval" di Co Ban, presso il villaggio di A Mà (in zona proibita).

     Il 3 di gennaio ci spostiamo su Yen Chau.

Interno-esterno del sistema Hang Co Ban

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Esplorazioni 2. Yen Chau e tante altre storie

     A cinquanta chilometri ad ovest di Moc Chau si trova il capoluogo della nuova provincia, teatro delle inquietudini dei giorni seguenti. Il primo problema si verifica prima ancora di arrivarci, quando gli autisti dei fuoristrada decidono che gli piaceva di più Moc Chau e si rifiutano di proseguire. Due ore di trattative con intermediazione telefonica dell'agenzia non sono sufficienti a dipanare la questione (e ancora non sappiamo bene cosa sia successo): le tristi immagini del momento ritraggono i nostri con i bagagli sparpagliati a bordo strada intenti a cercare una soluzione sufficientemente capiente. La troveremo fermando brutalmente un pulmino, il cui autista sarà ben felice di essere assunto su due piedi per portarci a destinazione. I bagagli verranno caricati su un camion, anch'esso fermato lì per lì, che cercherà poi di ripartire senza nessuno di noi a bordo. Riusciamo a fermare i conducenti e a caricarvi il più grosso e minaccioso (e anche più brutto) di noi, cioè il Pota, il quale brandirà per l'intero viaggio una enorme chiave inglese per scoraggiare ogni pensiero birichino dei due. Per il resto (quale?) l'arrivo a Yen Chau è tranquillo e la sistemazione pure, presso la casa del popolo del paese.

     L'incontro con le autorità locali è però fonte di altre difficoltà: la zona che ci interessa, come anticipato ad Hanoi, è troppo vicina al confine con il Laos, proibito agli stranieri dai venti chilometri in qua. Peccato che il paese dove risiediamo sia a quindici chilometri dal confine, dunque già, teoricamente, nella zona interdetta. Nei giorni successivi questo limite dimostrerà tutta la sua ampia variabilità, passando facilmente dai venti chilometri ai venticinque, poi agli otto, quindi ai quattro, per poi essere attribuito solo a certi paesi, che, guarda caso, sono esattamente quelli che ci interessano. Facile dedurre, anche per noi, che non siamo proprio i benvenuti, almeno da parte della polizia e dei politici del luogo. Con gli abitanti intratterremo invece ottime relazioni di amicizia, anche grazie a due o tre storie che ora vi racconterò.

...al lavoro.... (foto F. Vacchiano)

     Le "guide locali" del posto sono disposte ad accompagnarci (o dovremmo dire "scortarci"?) solo in certe zone: inutile dire che la tattica consisterà nel dislocarle con alcuni mentre altri cercheranno di spostarsi autonomamente sugli obiettivi principali. I primi giorni tutto funziona, e, con l'aiuto di un Huan più o meno connivente, affittiamo dei passaggi dai

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motociclisti del paese, non avendo più a disposizione mezzi nostri. Riusciamo ad incontrare gli abitanti di un villaggio vicino che ci mostrano l'ingresso di un pozzo nella foresta a tre ore di cammino (segnalato ma mai sceso dagli inglesi che sono stati qui nel '94): è il pozzo di Ông Trinh, dal nome del taglialegna che vi è caduto proprio nel '94. Le nostre guide accendono incensi e portano offerte in cibo all'ingresso del pozzo, che è ormai la casa del loro inquieto antenato. Il pozzo è un 110, comunicante attraverso una finestra ameno 100 con un successivo p90, che chiude inesorabilmente. Come concordato, in uscita Moreno e Marco riempiono un sacco con i resti mortali del taglialegna che restituiscono ai familiari tra le lacrime di gioia e la commozione di tutti: il signor Trinh potrà finalmente ricevere un'adeguata sepoltura e smettere di vagare come spirito, infastidendo i viventi. La festa è memorabile.

     Contemporaneamente un altro banchetto si stava svolgendo a qualche chilometro da lì, precisamente nel villaggio di Ban Dan. Altri tre agitati, François, Guislaine e il sottoscritto, avevano deciso di evitare il controllo delle autorità per cercare di raggiungere una zona di probabili importanti risorgenze. Per far questo erano partiti da Yen Chau in mattinata con l'autobus di linea, per affittare quindi un passaggio su tre moto nei successivi venti chilometri di sterrato. A pomeriggio ormai inoltrato avevano topografato una cavità di circa quattrocento metri nelle vicinanze (gallerie di dieci metri di diametro chiuse su concrezioni) e poi erano stati condotti dal capo villaggio che aveva decretato festa grande in onore degli stranieri. La foto li ritrae con tutti i dizionari disponibili intenti a cercare disperatamente di comunicare. La foto successiva li vede in evidente stato modificato di coscienza mentre brindano ad Ho Chi Minh con il capo, con l'anziano e con il membro del Viet Minh, eroe di guerra. Nessuno immaginava come sarebbe finita il giorno dopo.

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     Io, che cominciavo a conoscere gli effetti dell'alcool di riso abbinato all'antimalarico Lariam, immaginavo invece come sarebbe iniziata: combattendo contro i feroci postumi della festa. Così, ancora immersi nelle nebbie alcoliche che al mattino coprono le verdi risaie d'Indocina, ci siamo avviati verso uno splendido polje poco lontano dove si perdeva un poderoso torrente. L'ingresso ostruito da ramaglie marce e terra è in effetti un po' spettrale, ma poi, scavando un po' e scacciando qualche scolopendra gigante, si passa. Tanto rumore per nulla: cinquanta metri dopo sifona. L'aria possente si infila in una frana non passabile per pochi centimetri, ma tant'è. In compenso all'uscita ci attende una gradevole sorpresa: tre militari ci danno il bentornati, e uno di questi sfoggia una sgargiante spallina (ahimè, la prima spallina che mi tradisce) che recita il suo titolo: "Border Guard". Dicono qualcosa in vietnamita che somiglia sinistramente a un familiare "Favorisca patente e libretto", poi ci pregano cortesemente di seguirli.

     Dopo un lauto pranzo ed un tè ci viene spiegato in un inglese incerto che abbiamo infranto la legge, poi ci vengono molto gentilmente ritirati i passaporti con un poco rassicurante "no problem". Infine ci accompagnano in Uaz a Yen Chau, ed il problema del ritorno è risolto. Per quanto riguarda il passaporto ce la caveremo invece con otto ore di attesa al posto di polizia, paventando faraoniche ammende, che si concretizzeranno solo in una circostanziata autocritica. "ammettiamo con la presente di aver violato la legge sul movimento degli stranieri della Repubblica Socialista del Vietnam per la prima ed ultima volta ". Grande paese.

     Contemporaneamente una squadra di quattro scoppiati italo-francesi, dopo aver

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preso un passaggio sul cassone di un simpatico camionista, scoprivano, arrivati alla meta (la risorgenza di Ta Van, acqua, aria e gallerie "à profusion" vista qualche giorno prima) che il suddetto simpatico era anch'esso un simil-poliziotto documentorichiedente. Rapide occhiate, sorrisi imbarazzati, e ritirata strategica.

     Il giorno dopo alle cinque del mattino saltavamo sul pullman che ci riportava ad Hanoi.

 

Esplorazioni 3. Ha Long e tredici uomini in barca

     Lo Zambelli è partito già qualche giorno fa per l'Italia. A noi non resta che recuperare Sakti, anche lui partito prima da Yen Chau per un paio di giorni di solitudine bonzo-mistico-esistenziale e poi veleggiare verso la baia di Ha Long, uno dei paradisi naturali della terra, con oltre tremila isole carsiche, a volte poco più che torri emergenti dal mare: anche qui dunque avremo a che fare con phytons. La leggenda vuole che lo stillicidio di isolette carsiche che punteggiano la baia siano le squame di un dragone mitico, la Tarasca (non la Teres-ca, altro animale inquietante), che ancora oggi alcuni pescatori quando abusano di alcool di riso, giurano di vedere. Il contesto è un po' inusuale per gente abituata ad essere ben più in alto sul livello del mare, tanto da, in alcuni casi, non saper neppure nuotare. È il caso di Moreno, che raggiungerà, nel corso dei cinque giorni marittimi, una condizione di profonda depressione. Il Pota dal canto suo (speleologo navigato, ma in un altro senso) darà prova di tutta la sua immensa capacità di sclero, producendosi in crisi convulsive degne di una tarantata salentina, in crisi forte (ma fooorte...).

     Le torri carsiche si alzano dall'acqua anche per centinaia di metri, disegnando una teoria di sculture rocciose modellate dal sale e spesso punteggiate di buchi invitanti. Siamo in alcuni tratti l'unica barca visibile in un posto che, anche se piove, è sempre il luogo più incredibile che abbia mai visto. Lo sforzo più grosso consiste (oltre che nel sopportarci a vicenda) nell'aprire una birra ed accendere un sigaro, mentre seguiamo la rotta verso il nord della baia dove la carta geologica promette grandi isole carsiche. Il pesce è ovviamente freschissimo e lungo il tragitto è sufficiente indicare al capitano il portale che ci interessa perché lui, con perizia insospettabile, si avvicini a tiro di passerella e ci scarichi direttamente in grotta. Non vorrei davvero essere in alcun altro posto, eccezion fatta per la compagnia, naturalmente. Il primo giorno, giusto per darci il benvenuto, la baia di Ha Long ci regala un tunnel di trecento metri che dà accesso ad una laguna interna di acqua cristallina e ricca di coralli, isolata dal mare da alte pareti strapiombanti. Salgari non aveva sbagliato! La giornata si conclude facendo foto e topografando una grotta con cinque ingressi (ciascuno per un lato dell'isoletta di Dao Cong Do), dove ci rendiamo conto che l'idea di far spelo qui non è proprio un'assurdità.

     Dopo tre giorni di navigazione (e molti scali in grottine) verso l'isola di Tra Ban, scopriamo ancora di non aver sbagliato il colpo: l'isola è grande ed abitata. I locali ci accompagnano agli ingressi di due grotte decisamente interessanti: una è un enorme portale fossile che chiude dopo quattrocento metri di grandi gallerie concrezionate; l'altra è una risorgenza attiva che prosegue per trecento metri fino ad una ventosa frana (quasi) impraticabile. Un ramo laterale riporta fuori in un secondo ingresso nella valle adiacente. Ci vengono segnalate altre grotte proprio nella valle, che fanno sognare grandi gallerie oltre la frana. Peccato che il bel gioco duri poco anche

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Distretto di Moc Chau - Provincia di Son La

 

Località

Tipologia

Altitudine

Sviluppo

Dislivello

Note

Hang Doi

Môc Châu

Grotta fossile

865m

273m

+14

Esplorata e topografata dalla spedizione inglese 1994

Hang Doi II

Môc Châu

Grotta fossile

855m

25m

0

 

Hang Doi III

Môc Châu

Risorgenza

Temporanea

825m

180m

-25

 

Hang Co Ban

Co Ban

Risorgenza temporanea che intercetta un fiume attivo di 150 l/s.

580m

8500m

+91

 

Inghiottitoio degli inglesi

Co Ban

Inghiottitoio attivo

10 l/s

544m

690m

-17

Esplorata e topografata per 656m dalla spedizione inglese 1994

Risorgenza di Co Ban

Co Ban

Risorgenza attiva

150 l/s

557m

0m

Impenetrabile

Risorgenza del sistema Co Ban

Risorgenza del pitone

Co Ban

Risorgenza temporanea

559m

0m

Impenetrabile

 

Inghiottitoio di Co Ban

Co Ban

Inghiottitoio attivo

150 l/s

550m

25m

-5

 

Hang Mèn

Co Ban

Inghiottitoio temporaneo

755m

120m

-25

 

Hang Co Ban II

Co Ban

Risorgenza temporanea

570m

25m

-5

 

Hang Co Ban III

Co Ban

Risorgenza temporanea

575m

85m

-5

 

Inghiottitoio di A Mé

A Mé

Inghiottitoio attivo

2 l/s

750m

0

Impenetrabile

0

Senza nome

So Luòn

Inghiottitoio temporaneo

775m

10m

-10

 

Hang Ðá Trâng

So Luòn

Grotta fossile

810m

50m

0

 

Hang Zoi II

Lóng Luìong

Pozzo

1240m

50m

-40

 

Hang Zoi II

Lóng Luìong

Grotta fossile

1230m

90m

-45

 

Hang Co Ðu

Tát Ngoãng

Risorgenza 10 l/s

525m

220m

0

Esplorata e topografata dalla spedizione belga 1997

Hang Co Tu

Tát Ngoãng

Risorgenza 10 l/s

350m

50m

+5

 

Hang Nâm Sáp

Ta Ua

Risorgenza 150 l/s

505m

1200m

+20

"Demotivazione speleologica".

Ferma su pipistrelli

Inghiottitoio di Tâ Phânh

Tâ Phânh

Inghiottitoio attivo

1 l/s

1060m

Impenetrabile

0

 

Hang Tâ Phânh

Tâ Phânh

Grotta attiva

1080m

120m

-8

 

Hang Ta Ua

Ta Ua

Grotta fossile

600m

250m

-5 +10

 

Hang Suôi Ngâm

Bân Lùn

Risorgenza 1 l/s

695m

Sifone

0

 

Hang Sam Sao

Bân Lùn

Grotta fossile

820m

150m

0

 

Hang Co Ban superiore

Co Ban

Grotta fossile

750m

300m

 

 

Hang Ban Zoi I

Bán Doi

Grotta Fossile

530m

143m

-40

 

Hang Ban Zoi II

Bán Doi

Grotta Fossile

510m

100m

-10

 

Inghiottitoio del tornante

Phiêng Cành

Inghiottitoio temporaneo

850 m

20m

-20

 

Riparo di Phiêng Dón

Phiêng Dón

Riparo

910m

20m

0

 

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Distretto di Yen Chau - Provincia di Son La

Nome

Località

Tipologia

Altitudine

Sviluppo

Dislivello

Note

Hang Ong Trinh

Oahoa Ðán

Pozzo

940m

295m

-165

Pozzo sceso per 50 m dalla spedizione inglese del 94.

Ritrovati i resti del sig. Trinh

Hang Chiêng An

Ban Sai

Riparo roccioso

260m

20m

0

 

Hang Chi Ðây

Bán Ðán

Grotta fossile

1000m

280m

-15

 

Hang Huôi Co Noc

Tên Tung

Inghiottitoio attivo

870m

50m

-4

 

Hang Tú Nang

Chiêng Ban

Risorgenza attiva

50 l/s

445m

180m

+25

 

Hang Chiêng Ban

Chiêng Ban

Grotta fossile

540m

30m

0

 

Hang To Buông

To Buông

Risorgenza attiva

150 l/s

800m

853m

+17

Risorgenza esplorata e topografata dalla spedizione inglese 1994

Pozzo di Ta Vang

To Buông

Pozzo

860m

Np

Np

Pozzo stimato circa 20m - non sceso

 

Distretto di Ha long - Provincia di Quang Ninh

Nome

Località

Tipologia

Altitudine

Sviluppo

Dislivello

Note

Hang Cam

Tra Ban

Grotta fossile

20m

425m

 

 

Hang To To

Tra Ban

Risorgenza attiva

10 l/s

0m

350m

 

 

Gan Tsinh Nu II

Dao Conieu

Grotta fossile

2m

70m

0

 

Gan Tsinh Nu I

Dao Conieu

Tunnel

0m

135m

0

Tunnel tra il mare e una laguna interna

Hang Guong I

Dao Guong

Tunnel fossile

5m

35m

0

 

Hang Guong II

Dao Guong

Grotta fossile

10m

70m

0

 

Hang Cong Do

Dao Cong

Do

Grotta fossile a 5

ingressi

2,5 m

248m

+10

 

Hang Dao Net

Dao Net

Grotta fossile

63m

40m

+15

Antica postazione militare

Senza nome

Dao Bo Can

Grotta fossile

0m

40m

+5

 

Hang Dong Hanh

(Tunnel della

dogana)

Tam Lap

Tunnel

0m

1580m

0

Tunnel molto noto e segnato sulle carte

Senza nome

Tam Lap

Tunnel fossile

2m

190m

0

 

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'stavolta: il poliziotto del paese decide che dovremo porgergli i documenti corredati di qualche ponderoso biglietto da mille se vorremo risbarcare il giorno appresso. Dei remi facemmo ali al folle volo, sempre acquistando dal lato mancino (ovviamente, poiché è ora di tornare ad ovest che l'avventura è terminata).

 

Epilogo. Di uomini e città.

     Il Vietnam è una terra incredibile, dove la rigidità delle autorità non basta a far perdere la dimensione onirica del viaggio in queste lande. Duemila anni di guerre non hanno lasciato in questo popolo né ferocia né protervia, al limite un'indissolubile tenacia ed un po' di ironia verso le cose. Non il ghigno dei vincitori, ma lo sguardo a volte un po' severo di chi ha del lavoro da fare, e molto. Del resto non poche lapidi lungo le strade ricordano la fatica di sottrarre il paese al furto dei "colonialisti" (i francesi, come vengono chiamati per antonomasia) e all'arroganza degli "imperialisti" (gli americani, per definizione), celerini del mondo. Lo stile da socialismo reale può forse far sorridere per quanto sembri retrò a sguardi così ancorati alle mode, ma poi fa pensare al grande sogno di libertà che qui come ovunque ha percorso le strade come una tempesta, e che non rappresentava nient'altro che illegittimo desiderio di ogni uomo. Chi queste stesse strade le percorre per motivi ben più ludici, come lo speleologo, che in fondo cerca un'altra forma di libertà, non deve dimenticarlo, anche quando la delusione per non aver potuto raggiungere un buco si trasforma in stizza e risentimento. Del resto il viaggio non è stato avaro di fiumi e gallerie, di carte e di rilievi, di storie, di personaggi, di karaoke e di stivaletti, di "birrozze e bettolazze", di animali animali e di bestie umane, di uomini e città. Davvero di più il Vietnam non ci poteva dare. L'impossibilità di accedere oggi alle zone a sud di Yen Chau è al limite un ottimo stimolo per tornare, fra qualche tempo e quando le regole saranno più morbide, a girovagare ancora da queste parti.

     Come sempre la speleologia sarà un meraviglioso pretesto.

 

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In Islanda

Giovanni Badino

     L'Islanda è priva di rocce calcaree in cui si possano formare grotte ma ne ha altri due "tipi" che le riescono a creare, ai poli opposti delle temperature possibili. lave vulcaniche e ghiaccio.

     La spedizione Islandia 97, organizzata da La Venta e dall'Etsim di Madrid con la partecipazione del The Explorers Club, ha avuto come obiettivo lo studio delle grotte che si sono formate nel ghiacciaio Kviarjokull, una lingua glaciale che discende dal Vatnajokull, il gigantesco ghiacciaio a calotta che occupa la parte sud-orientale dell'interno dell'isola.

     L'acqua di fusione dei ghiacciai corre sulla superficie sino a formare grossi torrenti che, in corrispondenza di punti di debolezza della superficie, si infiltrano sotto il ghiaccio formando pozzi-cascata e grotte. Lo studio di queste strutture è recentissimo e sta aprendo una nuova frontiera per la glaciologia, dato che sta illuminando molti comportamenti bizzarri dei ghiacciai.

     Il ghiacciaio del Kviarjokull è piccino, anche per gli standard alpini: @. La scelta è caduta su di esso perché era già stato oggetto di ricerche l'anno scorso, dato che si tratta di una lingua facile da raggiungere e da percorrere. È ad un'oretta di cammino dalle auto, esse stesse a un quarto d'ora da un piccolo gruppo di case dove abbiamo avuto ospitalità da una gentilissima famiglia (Newman di Hnappavollum) che qui ringrazio nuovamente.

     Lo studio condotto sul Kviarjokull ci ha permesso di correlare la forma e il tipo di queste cavità con la struttura tensionale della lingua glaciale. In pratica si è trattato di ispezionare varie zone della piccola lingua glaciale (1,5x4 kmq) e di rilevarne i cosiddetti "tettoglifi".

     Approfondiamo un istante. È ben noto a tutti che la roccia appare fratturata. Un problema di vecchissima data nell'idrogeologia è se le fratture che uno vede in superficie siano dei buoni indicatori della direzione di flusso delle acque all'interno, si tratti o no di trasporto in grotte (in roccia carsificabile) o lungo fratture.

     Proprio Adolfo Eraso, uno dei maggiori carsologi esistenti, ha a suo tempo dimostrato che la correlazione fra le fratture esterne e i flussi è ben debole, se pure c'è. Il motivo è che le fratture esterne non sono un buon indicatore di quanto avviene sotto. Ha dunque sviluppato negli anni una teoria per la quale la direzione del flusso avviene lungo i piani di distensione (passati e presenti) della montagna. Gli indicatori dello stato di tensione sono proprio i tettoglifi, una famiglia di "particolarità" della roccia che si formano proprio lungo direzioni privilegiate. Un esempio sono i @, cioè quelle linee di ricristallizzazione di carbonato di calcio che spesso sono visibili sulle pareti delle grotte. Ce ne sono altri.

     Nel ghiaccio l'unico tipo di tettoglifi è proprio il corrispondente dei @ , cioè dei piani trasparenti formatisi con il rigelo dell'acqua che va a riempire le zone distese.

     Il lavoro consiste dunque nel fare una statistica, per zone, dei piani di giacitura dei tettoglifi e poi correlarli statisticamente con le direzioni di flusso dell'acqua superficiale ed interna.

     Abbiamo così studiato quasi l'intera lingua glaciale rilevando una chilometrata di

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Islanda: zona del Vatnajöhull -carta

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vie d'acqua in quattordici grotte di profondità massima intorno ai 50 metri.

     Secondo obiettivo della spedizione è stata una ricognizione sulla lingua principale che scende dal Vatnajokull, l'immenso Skeidararjokull. Da esso nel novembre '96 è sgorgato un immenso fiume generato dagli scioglimenti causato da un'eruzione che nei giorni precedenti era avvenuta sotto la parte settentrionale del Vatnajokull.

     Per poche ore quel fiume con la sua portata di oltre 50000 metri cubi al secondo, è stato il secondo maggior fiume del mondo. Il suo trasporto è avvenuto interamente sotto il ghiaccio, in quella che è sicuramente la più grande grotta del mondo.

     La ricognizione ci ha permesso di analizzare la zona terminale del passaggio del fiume, dove nella fronte del ghiacciaio è stato scavato un "fiordo" di 300 m di larghezza per un chilometro di profondità: è stato realmente incredibile. Da lì sono stati strappati iceberg sino a 5000 tonnellate di massa. Quelli sino a 1000-2000 venivano fluitati dal fiume che li usava come arieti per fare ripristino ambientale della zona di fronte al ghiacciaio: dove c'era un lungo, esile ponte ora c'è un piatto deserto di sabbia, quello che in termine tecnico si chiama "sandur"...

     Skeidarar: il Jokulhlaup del novembre 1996.

     Il fiume temporaneo dello Skeidarar è il secondo del mondo per portata dopo il Rio delle Amazzoni. Si forma di rado, ogni decina d'anni.

 

Durata della piena:

32 ore

 

Portata totale:

3.5 kmc d'acqua

 

Portata di picco:

50-60000 mc/s

 

Calore di fusione:

330 miliardi di kWh

 

(per confronto: bomba di Hiroshima 28 milioni di kWh)

 

Distanza percorsa:

50 km

 

Tempo di attesa:

35 d

 

Quota di formazione:

1600 m

 

Energia potenziale rilasciata:

14 miliardi di kWh

 

Ghiaccio disciolto dal flusso d'acqua:

0.15 kmc

 

 

(=volume delle grotta scavata)

 

Sezione della "galleria":

2-3000 mq

 

Velocità interna del fiume:

10-20 m/s

     L'obiettivo era quello di determinare se esistevano ancora tracce della galleria di trasporto di quell'immensità, galleria che, durante l'evento, in certi punti era crollata creando tratti di canyon sulla superficie del Vatnajokull.

     Siamo dunque riusciti a salire dal "fiordo" sin sul ghiacciaio (non facile) e ad avanzare verso monte per quasi dieci chilometri (molto facile), cercando nelle numerose grotte un segnale di corrente d'aria in uscita che dimostrasse che nelle profondità esisteva ancora traccia del Mostro.

     Siamo riusciti a dimostrare l'opposto: la galleria di trasporto è sparita, e la superficie ha ripristinato completamente un reticolo idrografico coerente. Uniche tracce erano scallop denotanti uscita di acque dai mulini nelle zone più basse e in generale il fatto che la superficie appare lievemente depressa rispetto alle zone circostanti, su una larghezza di qualche centinaio di metri ed un dislivello di qualche decina.

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     L'Islanda è un posto assolutamente straordinario e per molti versi ideale per praticare la speleologia glaciale, per lo meno quella escursionistica. Le lingue glaciali sono enormi, a portata di mano e tutte carsificate. Occhio però che quelle più belle sono nella parte sud-orientale, proprio la più piovosa...

     Occorre avere l'auto propria. Il viaggio sin là è relativamente economico e permette di risparmiare sul cibo che economico non è affatto: il traghetto da Esbjerg, @ in Danimarca, porta a Seydisfiordur, sulla costa orientale dell'isola.

     Il ghiacciaio che appare più interessante fra quelli che abbiamo visto è l'enorme Breidamerkuljokull, probabilmente straordinario a livello mondiale. Pare essere l'unico fra quelli islandesi che termina in un lago e non su roccia e questo potenzialmente permette uno studio accurato del reticolo.

     Per la verità occorre sostare per due giorni alle Faroer, ma si tratta di una sosta estremamente interessante: per alcuni giorni le desolate, meravigliose isole risultano un posto da sogno in cui, per inciso, paiono esserci pure grotte marine di notevole interesse. Altro discorso, credo, sarebbe doverci passare una ventina di giorni...

 

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Speleologi e Banfoni

Giovanni Badino

     "Banfare" è termine derivato dal francese banf per "soffio, respiro", che nel piemontese designava il respirare ed è divenuto figuratamente il termine che indica il parlare con vanteria inconsistente.

     Il "banfone" è dunque un millantatore da Bar Sport.

     Le parole sono una grossa invenzione, appena meno della scrittura, del fuoco e del martello. Oltre al loro contenuto semantico, però, occorre riuscire a percepirne la significatività, cioè quanto siano attendibili. Questa, che è una necessità importantissima in ogni ora della nostra vita, lo è particolarmente quando facciamo "speleologia", cioè quando, indipendentemente dalle grotte, agiamo nel "sociale speleologico".

     Su Speleologia 38 scrivevo che:

     "Per alcuni è importante il ruolo che possono ottenere durante un "momento sociale", una riunione: vogliono sentirsi "dentro", sentirsi vivi e protagonisti della speleologia anche se da tempo le grotte non danno loro gran soddisfazioni. Per farlo bene costoro prendono posizioni e soprattutto incarichi che poi, tornati a casa, non si sogneranno nemmeno di portare avanti.

     Per chi ha questa testa non è soddisfacente la realizzazione di una cosa ma il ruolo momentaneo che ottiene impegnandosi a farla."

     Vorrei sviluppare questo ragionamento che prosegue quanto ho scritto con "Speleologi e tribù", già apparso su Grotte.

Far speleologia

     Molti di noi conoscono lo sviluppo medio dell'interesse per le grotte in chi avvicina all'ambiente. All'inizio è grande, ci si dedica a mille scoperte suddivise tra territorio (visite a questa e quella grotta, successivi miglioramenti dei "record" personali sotterranei), capacità (allenamento, apprendimento tecnico, apprendimento culturale ) e di ambiente sociale (conoscere gente nuova con ritualità nuove, fare feste strane, avere nuovi partner). In pratica per un discreto periodo, in genere inferiore ai due anni, l'entrata nel mondo sotterraneo è piena di eventi interessanti.

     Dopo di che si sono percorse le principali grotte, si è forse trovato un partner, ci si è accorti che certe nostre paure o pigrizie sono invincibili, si è infastiditi dalla necessità di autodisciplina, diventa sempre più raro apprendere qualcosa, essere sorpresi, si scopre la ripetitività dei rituali speleo. A volte cresce la paura di farsi male.

     E le grotte? Tutte uguali.

     Suppongo che altrove su questo numero di Grotte ci sia qualche descrizione di grotta del tipo: "il pozzo da 15 è ampio e alla base di frana si apre una breve galleria che porta ad un restringimento. Lì, fra i blocchi, si apre un pozzetto, stretto, che immette in un meandro...", di questo genere, dico. Ora, fate il gioco di riandare con la mente a tutti i tratti di grotta che si adattano a questo tipo di descrizioni. Non solo ce n'è uno nella mente di ciascun lettore, ma i più potranno ricordarsene vari, perché la descrizione di un tratto di grotta ben si adatta ad innumerevoli altri.

     Quando, insieme all'annoiamento per le ovvie ritualità ripetitive degli speleologi (vino-canne-scoregge-battutacce-birra), si viene a percepire la ripetitività delle

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stesse grotte, si diviene pronti ad uscire dalla speleologia. La maggioranza infatti ne esce. Non tutti, però.

     Mi pare che non esca l'esploratore, che non considera la grotta che troverà domani come ambiente chissà come diverso da quelle che già conosce, ma nuovo frammento del Mondo che lo immetterà in altri, e che cerca in questi frammenti tutti uguali dei "mandala" per la sua autodisciplina. Poteva fare lo stesso con l'alpinismo di ricerca, con la biologia, con la storia: lo fa con la speleologia.

     Ma rimane dentro soprattutto chi ha scoperto che nell'ambiente speleologico si possono avere gratificazioni di tipo sociale che altrove sono difficili da ottenere. Mi sono convinto, forse a torto, che si tratti della maggioranza di chi si dichiara "speleologo".

     Come li si riconosce? Ci sono vari modi. Uno, ad esempio, è cogliere certe frasi chiave oppure accorgersi di "irrazionali" posizioni politiche, ma si può anche porre direttamente qualcuna delle domande che, non per caso, sono "proibite" nel nostro ambiente dove pure qualunque grossolanità è accetta: "cosa hai fatto quest'anno? quante volte sei andato in grotta e a far che? in quali grotte? quali ricerche? cosa hai scritto? me lo fai leggere? cosa hai realizzato nella tua vita speleologica?". I Banfoni ovviamente non hanno risposte perché le loro gratificazioni non sono nella realizzazione ma in altro.

     La principale di queste gratificazioni si ha a livello di riunione, quando si impiega uno degli innumerevoli modi che ci sono per ottenere di spiccare in qualche modo. Si punta ad ottenere quello che chiamo "Ruolo Sociale Momentaneo" perché in genere si tratta di "seggiole virtuali" che si formano, pronte ad essere occupate, ogni volta che si riuniscono almeno tre o quattro persone e che si dissolvono appena chiusa la riunione.

In riunione

     Riandate ai vostri ricordi. Quanta gente avete visto spiegarvi cosa dovevate fare (come armare quella grotta, come fare l'avvicinamento, cosa portarvi in spedizione, come comportarvi con il gruppo rivale che ha fatto un dispetto, come organizzare la ricerca di quattrini) in un campo che non li riguardava perché non capivano nulla o non andavano in grotta da trecento anni?

     Quanti impegnarsi a fare (dispense, disegni, accatastamento, indici, pulizia di grotta, telefonate...) e poi non fare?

     In riunione tendiamo a rivestire Ruoli Sociali e prendiamo i corrispondenti incarichi anche se in realtà non li reggiamo più, perché il Ruolo in sé è eminentemente legato al "momento sociale", e si dissolve quando la riunione si scioglie. Non ha lo scopo di realizzare cose, ma di avere una "seggiola" di credibilità su cui sedere sinché dura la riunione.

     Aspettarsi che vengano portati avanti gli incarichi che uno assume per il suo Ruolo Sociale Momentaneo è assurdo. Se un attore una sera interpreta Arlecchino, l'indomani mattina, nel suo "quotidiano", non si sentirà affatto obbligato ad indossare il vestito a pezze per fare un giro in città...

     Attento, Lettore, perché ora andrò a scrivere di costoro. Non ho il minimo dubbio che esista una sezione della speleologia effettivamente dedicata alle grotte e che subisce le riunioni come momento per ottimizzare le ricerche o la loro divulgazione. È facile riconoscere chi ne fa parte perche REALIZZA cose.

     Di loro non mi occuperò, ne ho già detto abbastanza su Grotte 123, commemorando Serra (notando poi che con quell'articolo ho creato nuove conferme a banali

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cacciatori di Ruolo).

     Tutti dicono di esplorare, pochi esplorano. Dicono di fare incontri nazionali, ma pochi li organizzano, gli altri ci vanno. Tutti dicono di libri di speleologia, pochi li scrivono.

     Ora parliamo degli Altri per chiarirne il meccanismo interno di funzionamento.

     È utile anche fuori della speleologia...

Qualche caso

     Vediamo qualche caso esemplare.

     Tizio non si fa vedere in grotta da un mucchio di tempo. Tutti sanno che sta facendo altre cose più sensate (matrimonio, lavoro, figli). Compare in riunione e di colpo sembra svegliarsi, dà consigli, dice di sapere come si fanno certe cose che gli altri non sanno, e già, lui col suo lavoro è in una posizione privilegiata. Assume dunque incarichi che dice porterà a fondo mirabilmente, poi sparisce di nuovo.

     Tizio fa attività piuttosto marginale ma è sempre pronto ad insistere per fare riunioni ("bisognerebbe che ci trovassimo a decidere perché questa è una decisione di gruppo, è troppo tempo che non ci troviamo...") nelle quali si batte come un leone per decidere cose in cui lui non farà nulla.

     Tizio è in un gruppo con molti esploratori o tecnici esperti. Anche se non ha mai esplorato alcunché, o non sa fare l'armo più semplice: si atteggia ad esploratore mutuando frasi e posture dai compagni.

     Tizio era un giovane virgulto promettente ma è marcito prima di maturare e va in grotta pochissimo, ogni scusa è buona per non andare. Ma alla riunione in cui si decidono le spese tuona di comprare corde (che non userà mai) e non materiali di segreteria.

     Caio è uno che ha prestigio fra gli speleologi per cariche o esplorazioni o scritti. Tizio lo incontra: se nessuno è presente all'incontro gli passa accanto e forse gli accenna un saluto deferente. Ma se sono presenti altri allora Tizio chiama Caio, gli dice qualcosa e gli si mette accanto assumendo le posture di Caio, mentre gli altri guardano. Il genere di ciò che dice è fisso, si tratta di consigli su come Caio deve operare bene (nella carica, nelle esplorazioni, scrivendo) per avere l'approvazione di Tizio, che il perplesso Caio conosce appena.

     Tizio ha sempre un po' bazzicato nell'ambiente ma non è gran che, è proprio un poco fuori del branco. Bisogna eleggere il presidente, ma tutti ostentano di non volere cariche e così Tizio è l'unico che si candida alla presidenza e vince.

     Tizio odia Caio. Si formano due fazioni che si combattono a colpi di assemblea, piratandosi le grotte, mormorandosi segreti alle riunioni. Tizio lo fa per il futuro del gruppo, perché altrimenti il gruppo sparirebbe, si perderebbero le tradizioni, bisogna fare attività, favorire i giovani (o quelli che sono consci delle tradizioni di gruppo), comprare più (o meno) materiali tecnici, etc. Caio e la sua fazione vengono sconfitti e spariscono dalla speleologia. Tizio, entro pochi mesi dalla vittoria che gli ha dischiuso un mirabile futuro nella speleologia, dimentica l'importanza del gruppo e si dedica alla vela. Se invece Caio se ne va e fonda un altro gruppo Tizio rimane ad alimentare per anni ostilità di gruppo.

     Tizio e Caio sono affiatati e anime di un gruppo. Decidono di dividersi i compiti e Tizio forma e gestisce un sotto-gruppo che nelle intenzioni è complementare al primo: da quell'istante Tizio comincia a portare avanti il tema dell'indipendenza del Sotto-gruppo dal gruppo. Quello che nel progetto era una gemmazione a fini di efficienza

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si trasforma in contrasto.

     In tutti questi casi Tizio simula un interesse per "le grotte" al fine di essere confuso con chi ce l'ha realmente ed assumere Ruoli appaganti per lui nell'ambiente. Di fatto opera in un ambiente mentale completamente diverso, quasi incomunicabile, da quello di chi è realmente interessato, un ambiente che però lo soddisfa a sufficienza tanto che ci rimane per anni.

Stabilizzazione dei Ruoli

     Il Ruolo Sociale Momentaneo, una volta occupato, può anche essere tenuto a lungo e in tal caso trasformarsi in Ruolo Tribale. Può essere, in gruppo, quello del "Giovane Pimpante che Vuole Andare Tanto in Grotta", quello del "Vecchio Esperto del Territorio che Però Non Ci Va Più", quello dello "Speleo che Viaggia da Matti in Giro per il Mondo", quello "Appassionato della Sicurezza e delle Tecniche Più Recenti" (vanno sempre insieme perché alla base c'è la paura), quello del "Informatissimo sui Record e Lettore Assiduo di Bollettini", quello che "Quella Volta è Sceso a Menomille in Due Ore".

     Ognuno di questi Ruoli, se assunto in un momento sociale, comporta degli specifici obblighi ideologici, pena la caduta dalla seggiola. Dal Viaggiatore ci aspetteremo che porti continuamente il discorso sulle sue attività esotiche e le difficoltà che vi ha superato, non sulla necessità di andare dal Sindaco a chiedere la sede per il gruppo. Quello Veloce sarà sempre obbligato a ostentare che lui è pronto per nuovi cimenti analoghi, non che si batta per fare più uscite nel Corso di Speleologia. Né quello Tecnico potrà sostenere che quel che conta è andare veloci e profondi.

     Questo dunque crea rigidità strutturali che impediscono che la Ragione entri nelle scelte di gruppo: se il mio Ruolo in gruppo è "Quello di Essere Contro il CAI", e in un certo momento fosse chiaramente giusto essergli a favore, cambiare il mio atteggiamento avrebbe sì dei vantaggi di gruppo, ma l'immenso svantaggio per me di far sparire il mio Ruolo e, con lui, me stesso dalla riunione. Dunque tuonerò riandando alle nostre tradizioni anti-CAI etcetc per aumentare la significatività della mia seggiola e mantenere invariato lo status quo, anche se so benissimo che è una posizione dannosa. Se per caso andrò in minoranza mi affannerò a cercare nuovi Ruoli, ad esempio fomentando una bella scissione.

     In questo senso dico che l'apparente irragionevolezza di certe posizioni politiche è assolutamente razionale: protegge un Ruolo. Per accorgersene, però, bisogna scavare sotto, le parole.

     Né ci si può aspettare che chi è alla ricerca del Ruolo lo dica: già è inconfessabile puntare alle Cariche, figuriamoci ai Ruoli... Tanto più che uno dei refrain comuni per scusare la propria inconcludenza è dichiararsi interessati esclusivamente alle grotte (e più specificamente all'esplorazione), anche se poi, come in genere succede, ci si va veramente pochissimo.

Ruoli ed Organizzazioni

     Passiamo all'interazione fra questi processi individuali e le Organizzazioni. Avevamo già visto come il nostro ambiente (come altri) più che dall'interesse ufficiale, quello per le grotte, nasca dal desiderio di avere spazi in cui non valgono le solite limitazioni imposte dalla nostra società-zoo. Siamo disposti a subirne di nuovi legati alla tribù (ben forti), ma non quelli tipici dell'Impero Schiavista. Uno degli aspetti più evidenti di quest'ultimo è la forte stratificazione autoritaria, in gran parte legata alla necessità di organizzare miliardi di persone una accanto all'altra senza che si

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sbranino. Ognuno di noi nella vita reale ha decine di Superiori.

     Uno dei desideri fondamentali nel tempo libero è dunque quello di non ripetere queste stratificazioni. D'altra parte è desiderio di ciascuno brillare, avere un prestigio, al limite comandare. Per questo accade che uno dei Ruoli più comuni sia quello di "Essere Contro le Cariche" e in generale "Contro l'Organizzazione Eccessiva", con la perenne rievocazione dell'argomento che "quello che importa è andare in grotta", detto anche da chi non ci va, per poi passare il proprio tempo a sbranarsi in cerca di Ruoli Sociali.

     D'altra parte una organizzazione efficiente è molto più funzionale di una inesistente e dunque a questo desiderio di anarchia relativa si accompagna un paradossale riconoscimento diffuso della necessità di organizzarsi. Ma è chiaro che, per chi è in cerca di Ruoli, questo non si ottiene aderendo alle Organizzazioni (locali o sovralocali) pre-esistenti, che hanno i Ruoli già occupati, ma sforzandosi di crearne di nuove con tutti i Ruoli vacanti e da lì "conquistare il Mondo". Ecco allora una continua conflittualità in genere finalizzata a sé stessa, e un continuo generare nuove strutture.

     Vediamo qualche dettaglio in più sulle conflittualità fra strutture speleologiche e fra speleologi. Gran parte del motivo di esse non è legato ai contenuti reali portati avanti, ma al fatto che osteggiando si creano molti più Ruoli che non collaborando, e che inoltre si tratta di Ruoli autonomi, non subordinati come quelli collaborativi ai quali, nel quotidiano, siamo forzati continuamente.

     Un gruppo che decide di collaborare, ad esempio, con una struttura più grande ha la sensazione di rischiare di "dissolversi". Non è vero, naturalmente, ma è vero che così facendo spariscono alcuni dei Ruoli Autonomi tipici del gruppo isolato. Chi, in gruppo, è vittima di questa operazione tuonerà disperatamente contro la collaborazione.

     Non solo: se il gruppo osteggia la struttura più grande, si ha un ricompattamento interno e la formazione di nuovi Ruoli ("Essere Contro Quelli Là") ed occasioni sociali (le riunioni decisionali) in cui esibirli. La scelta dei cacciatori di Ruolo è dunque SEMPRE quella di DIVIDERE ed osteggiare, praticamente mai di collaborare. Questo dunque è un altro mezzo per riconoscerli. Guardatevi attorno...

Ruoli e Cariche

     Le Cariche ufficiali sono spesso sostitutive di un Ruolo che non riusciamo ad avere, di un prestigio momentaneo o tribale che ci è negato.

     In pratica spesso si assume la Carica per cessare di essere un Gualandi qualsiasi! sconosciuto in sé, e per diventare ad esempio il Presidente (Ruolo noto) di qualche Organizzazione che sia conosciuta. Chi agisce così cessa di presentarsi come "Tizio", ma si presenta come "Quello che Occupa la Data Carica".

     Le eccezioni a questa regola sono legate a persone che si sono trovate col rischio di vedere sopraffatti e irrealizzabili i loro sogni: ti occupi di certe cose (grotte, catasti, soccorso) in un certo modo e con certi progetti e ad un certo punto ti viene impedito di agire con giochi politici di Ruolo. In genere, per la verità, la reazione a questo è quella di chiudersi nel privato o di scindere il gruppo, ma a volte la Ragione e il Coraggio prevalgono e il tipo scende in campo. In genere viene facilmente battuto, perché è inesperto (si è sempre occupato d'altro) ma può accadere di no, che arrivi ad alte cariche e agisca per realizzare quei sogni, per dare ad altri e a sé stesso quegli spazi. Salvo poi scoprire, naturalmente, che pochi condividono davvero quei sogni, i più si limitano a dirlo perché "fa Ruolo".

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Gli speleologi-profughi

     Non tutti gli speleologi sono così, naturalmente. Esiste anche chi cerca di realizzare cose ragionevoli, cerca contatti democratici per migliorare il progetto e avere consenso, esplora e rileva grotte, insegna a farlo ad altri: ma si tratta di minoranze marginali. Marginali ma fondamentali, perché le tesi che essi portano avanti sono le uniche non eretiche, "ufficiali" per contendersi Ruoli: esplorazione, attività, futuro del gruppo e via così. Sono essi quelli che giustificano ufficialmente l'esistenza dell'ambiente sociale in cui operano i cacciatori di Ruolo e ne determinano la ideologia.

     Potrei paragonare il loro (anzi, il NOSTRO) compito a quello dei profughi del Kossovo: gli uni danno argomenti a chi non c'entra per rimanere nell'ambiente speleologico a banfare, gli altri alla Nato per bombardare la Serbia. Siamo buone scuse: di noi e di loro, come appare evidente a chi legga i giornali attuali e segua le riunioni speleo, non importa praticamente nulla a nessuno.

     È evidente che uno che giudicasse dall'esterno, credendo alle nostre affermazioni di "lavorare tutti per la speleologia", ci prenderebbe per pazzi: agendo così siamo estremamente inefficienti e condannati a riunioni in cui litigare, altro che esplorare in Nuova Guinea.

     Il punto è che non bisogna credere ai nostri scopi ufficiali: in Nuova Guinea non ci andrebbe comunque quasi nessuno (fa paura, non c'è tempo, non sono capace, non ho soldi, ho impegni, forse l'anno prossimo...), invece questa struttura frammentata ci premia con miriadi di riunioncine e pavoneggiamenti a bassissimo costo.

Conclusioni

     L'acquisizione di Ruolo, momentaneo o no, dà un tale vantaggio a chi lo ottiene che la sua ricerca non cesserà mai. Chi ha un Ruolo non viene umiliato, chi ha Ruolo viene invitato, ha accesso a partner: viene scusato per sue mancanze, i suoi scritti vengono pubblicati.

     È incredibile come persino le Cariche, che come dicevo sono spesso semplici sostituti del Ruolo, diano effettivi vantaggi individuali derivanti dal prestigio della Carica, perché buona parte degli speleologi, e in particolare quelli alla ricerca di Ruolo (la maggioranza), sono sensibilissimi su questo punto.

     Saranno essi, dunque, i primi ad inchinarsi alla Carica o ad osteggiarla in pubblico per acquisire Ruolo (si noti che l'allineamento o l'osteggiamento NON sono legati al contenuto di ciò che fa quello con la Carica, ma al fatto che lui la RICOPRA).

     Il senso del mio articolo non è dunque quello di cercare far cessare la cosa, sarebbe ridicolo, ma di fare in modo che non impedisca di costruire.

     Abbiamo visto come queste cose tendano a cristallizzare lo status quo, per la paura di perdita di Ruoli. In questi tempi stiamo affrontando innumerevoli situazioni in cui molti di essi devono essere messi in discussione.

     Dunque, ad esempio, per riuscirci occorre far capire che anche nel mondo di domani ci saranno Ruoli da ottenere a piene mani. Si tratta cioè di impostare le lotte di mutamento dello status quo non come "scontro" ("il Ruolo che occupi sta per essere distrutto") ma più realisticamente come "trasformazione della seggiola su cui è seduto chi ti si oppone". QUALUNQUE mutamento produce nuovi Ruoli, ma il misoneismo ci spinge ad aggrapparci alla situazione presente. Puntando a superare questo punto di vista si otterrà una opposizione riducibile e soprattutto costruttiva.

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     Un altro punto è quello dell'indizione di riunioni. Dato che oramai ne colleziono molte decine all'anno, in genere con ruolo di sovraintendenza, ho potuto notare come spesso esse siano fatte soprattutto come momento di esibizione dei Ruoli e non come momenti di riflessione o progettuali. Anzi, sono spesso antioperative: per esempio si trovano eccezioni, correzioni da apportare a ciò che altri stavano facendo benissimo, ottenendo di scazzarli. Sarebbe meglio non farle, ma si viene obbligati da quelli che stanno perdendo il Ruolo e hanno bisogno di dargli una rinfrescata.

     Dunque bisogna progettarle con cura, puntare a sostituirle con scambi di opinioni non "Ruolo-genetici", quali l'e-mail; la maggior parte delle volte, effettivamente, è più produttivo andare in grotta che far la riunione...

     Infine la cosa più grave è il contrasto fra ciò che in riunione si promette e ciò che, dopo, si mantiene: questo è ciò che fa dare alla speleologia in generale una impressione di assoluta inconcludenza. Il motivo lo abbiamo già discusso.

     Con dolore devo riconoscere che per reagire a questa difficoltà bisogna lasciar perdere illusioni di "coinvolgimento della base attiva".

     Già, giusto l'opposto di quanto ho sostenuto per anni.

     Mi tuona nella mente la frase di Bertrand Russel: "Chi non è comunista a vent'anni è senza cuore, chi lo è ancora a quaranta è senza cervello"...

     La realizzazione di cose, in speleologia, è fatta da ristrette élite che realizzano, e mi pare che, ahimè, ben abbia ragione l'anonimo editorialista di SpeleoCens 3 quando richiede una "riaffermazione della nostra differenza dalla maggioranza degli speleologi attuali, differenza che è soprattutto nel livello di serietà ed impegno". È indiscutibilmente vero.

     Il Popolo non è Bue, si occupa d'altro. Le Biblioteche, le Tecniche, le Corde, il Carburo, le Riviste, lo stesso Soccorso servono ad una minoranza e sono fatte da una minoranza: la maggioranza opera in un contesto diverso, rispettabilissimo, che con la ricerca speleologica non ha nulla a che fare.

     Ora mi pare che fare, come ho fatto io, tentativi di coinvolgere una base più ampia sia sbagliato: ha creato molte nuove seggiole da cui sono caduti in parecchi (Hic Rodus...) e soprattutto mi ha fatto perdere una marea di tempo a convincere gente che non capiva cosa dicevo ma sapeva rispondermi a tono...

     Invito a far tesoro di questa analisi e, anche a livelli di gruppo, a puntare a piccoli gruppi operativi senza dissipare energie nei tentativi di coinvolgere.

     Facciamo viaggiare il treno senza continuare a fermarlo per convincere la gente a salire: chi vuole davvero viaggiare troverà il modo di salire sul treno in corsa, e dopo un po' di insulti ci dirà, trafelatissimo e ansimante, che ci è grato per il nostro Ruolo di Macchinisti.