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GROTTE
anno 40, n. 124 - maggio-agosto 1997
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
sommario
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Notiziario |
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Attività di campagna |
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Il campo estivo al Biecai |
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Inquadramento del settore Biecai |
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Rataira 97 - Diario del Campo |
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Abisso Sardu: storie dall'oltrefango |
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Abisso Sardu: breve descrizione |
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Gaché un decennio ancora |
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United colors of Gaché |
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Torrentismo piemontese |
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Cronache di torrente: rio Rasiga |
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Speleologi e tribù: quasi una fantasia seconda parte) |
Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n. 2 di febbraio 1998.
SPEDIZIONE IN A.P., comma 27, art. 2, Legge 549/95
Direttore responsabile: Emanuele Cassarà
(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13.10.73)
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Redazione: |
Giovanni Badino, Giampiero Carrieri, Marziano Di Maio, |
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Attilio Eusebio, Daniele Grossato, Laura Ochner, Massimo Taronna, Francesco Vacchiano. |
Foto di copertina: Grotta di Bossea (B. Vigna)
Bozzetti di Simonetta Carlevaro
Stampa: La Grafica Nuova, Via Somalia 108/32, Torino
Fotografie di: G. Badino, A. Eusebio, S.Franconeri, B. Vigna, Archivio GSP
GSP su Internet: HTTP://WWW.ARPNET.IT/~GSPELE
Email: GSPELE@ARPNET.IT
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Notiziario
Il programma di massima di Chiusa Pesio
Prosegue frenetica l'attività di organizzazione, all'interno della AGSP, del prossimo incontro di Chiusa; non so se il risultato sarà all'altezza dello sforzo ma l'impegno comincia a concretizzarsi e più di 70 piemontesi sono scesi a Casola per capire come funzionano queste cose. Nella pagina seguente il programma di massima. Naturalmente aspettiamo da ogni gruppo, federazione o dai singoli idee, voglia di fare e volontà di collaborare.
L'organizzazione è a carico della AGSP ma le idee sono di tutti.
(AE)
Per Nando...
Difficile scrivere qualcosa che abbia un senso per ricordare un compagno. Doversi concentrare su questa o quella forma sintattica con la quale sperare di dare un senso all'incolmabile vuoto che resta. Doversi sforzare di riempire di parole l'indicibile con l'idea che qualcosa ci è sfuggito, che un percorso si è interrotto senza che potessimo davvero coglierne l'essenza. Si può forse solo tentare di abbozzare un profilo, di tratteggiare un ricordo, per costringersi a sfuggire con tutte le forze da quell'idea terrificante che ci dice che non ci reincontreremo. E la trama dei ricordi non fa fatica a dipanarsi, come è accaduto quella sera dell'ultimo campo estivo in cui ci è giunta la notizia che poco lontano, nella valle accanto, Nando Strati era caduto mentre arrampicava, per due friends saltati via. Tra l'incredulità ed il dolore impossibile non lasciar fluire in libera associazione le immagini del suo corso di speleologia nel '93 contigue a quelle della spedizione in Pakistan nel '96, dove il suo approccio ai ghiacciai era già conseguente alla scelta di vivere la montagna a 360 gradi, attraverso la ricerca in tutte le forme di approccio ad essa. La grotta era dunque solo un aspetto di quella immensa montagna che Nando si proponeva di frequentare, attraverso l'alpinismo, l'arrampicata, e, recentemente, il torrentismo, in qualche modo evocativo di quell'altra sua precedente passione che era l'immersione subacquea.
Il modo migliore per ricordarlo è come sempre sintetizzato in un'immagine, in quella foto che lo ritrae mentre sale in piolet traction su un muro di ghiaccio nel cuore del ghiacciaio del Khurdopin, in Karakorum, icona che raccoglie e condensa il senso multiforme della sua esplorazione.
Non esistono montagne assassine, ma solo montagne da amare, in modo caldo, passionale, finché si può.
(FV)
Il 41° Corso di speleologia
Dal 6 febbraio al 10 maggio 1998 si svolgerà il Corso di speleologia del GSP, il 41° della serie. La direzione è affidata quest'anno a Igor Cicconetti, Simonetta Carlevaro, Daniele Grossato e Riccardo Pozzo. Il programma è articolato secondo la formula già collaudata della divisione in due parti: la prima a carattere introduttivo e la seconda più tecnica. La presentazione con proiezione di audiovisivi avrà luogo il 30 gennaio.
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Chiusa '98 ... esplorare le vie dell'acqua ...
Chiusa di Pesio - Cuneo - Italia
ottobre - novembre 1998
Incontro internazionale (30 ottobre - 1 novembre 1998)
18° Congresso Nazionale di Speleologia
(29/31ottobre 1998)
4° International Workshop of Glacier Caver and Karst in
Polar Area (26/28 ottobre 1998)
·
Appuntamento a Chiusa Pesio·
Una settimana ai piedi del Marguareis·
Speleologi, forristi e glaciologi·
Storie, dibattiti ed immagini·
Mostre, mostri e giochi·
Musica, vino e salami
Organizzazione generale e promotori:
AGSP - Associazione Gruppi Speleologici Piemontesi
Comune di Chiusa di Pesio
Ente di Gestione Parchi e Riserve Naturali Cuneesi
Regione Piemonte
Provincia di Cuneo
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Una monografia su Rio Martino
È iniziata la raccolta di tutti i dati riguardanti la Balma di Rio Martino, per poter finalmente pubblicare un lavoro completo. Collaborano alla stesura alcuni componenti dell'AGSP: Maurilio Chiri (GSVP), Franco Rosso (GSAM), Flavio Ghiro (GS Alpinistico "I Cinghiali" di Coazze) e Walter Zinzala (GSP). Sul prossimo numero verranno resi noti gli sviluppi del lavoro.
(WZ)
Varie
È nata la Federazione Speleologica Regionale del Friuli Venezia Giulia, essa raggruppa 19 gruppi speleo della regione dei circa 30 che si occupano di speleologia. Tra i primi obiettivi della organizzazione si parla già di un convegno, di corsi tematici a livello regionale, e di molte altre iniziative. La sede per ora è presso il Gruppo Speleologico Monfalconese, il recapito presso l'attivo Gianni Benedetti (V. G. Galilei 18 - 34126 Trieste - email: bengi@4u.net - tel./fax 040 568544).
A noi non resta che augurargli il benvenuto e buon lavoro.
Nuove esplorazioni dei "giovani" biellesi. Nella Conca delle Carsene hanno trovato un nuovo abisso - Abisso Trigomiro - che scende per ora a -120.
Le esplorazioni recentissime (agosto 1997) si sono arrestate su uno stretto meandro con aria invertita rispetto all'ingresso. Alcune strettoie non hanno reso facile la vita agli esploratori ed hanno richiesto interventi di disostruzione; rimaniamo fiduciosi che questa diventi una via di accesso alle parti terminali del Cappa.
Si è svolto i125/26 ottobre un incontro organizzato dal CAI di Imperia dal titolo "Alle origini del Tanaro" - punto di incontro e convergenza tra le culture liguri, occitane e piemontesi -. Una buona parte delle relazioni era imperniata sulla speleologia, hanno parlato tra l'altro Beppe Dematteis, Carlo Balbiano e Meo Vigna. Molte le polemiche, per il tipo di organizzazione, per la data ed anche per i contenuti, per gli inviti personali e non. Alla fine dopo lunga meditazione il GSP ha deciso di non partecipare alla manifestazione.

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Attività di campagna
a cura di Massimo Taronna
1 maggio - Pierre St. Martin (Francia) G. Carrieri, D. Coral, M. Ingranata, E. Serra, e altri. Traversata
14 maggio - Abisso Sardu (Conca del Biecai, Val Ellero - CN). I. Cicconetti, C. Giovannozzi, S. Capello, P. Terranova, V. Marchionni, D. Salaspini, L. Satta, D. Barbanera. Il 2 e 3 punta notturna per riarmare fino a -120. Viene allargata una strettoia, cui seguono due pozzi (P15 e P6), che riconducono sulla via del fondo. Disarmo parziale. Il giorno 4, Igor, Chiara e Sara effettuano il giro cima Ballaur, zona Omega, punta Saline, Biecai. Visto buco sulle Saline (grande frattura larga 1,5 m, con salto). Al ritorno passano da Pippi per disarmare e portare via parzialmente le corde. Negli stessi giorni D. Girodo, P. Fausone e N. Milanese lavorano nella zona di Cima Ballaur. Il 2 vanno a vedere il buco vicino al Gachè trovato un mese prima e supposto nuovo. In effetti, senza la neve, saltano fuori due begli spit. Va meglio poco sotto il Ballaur (vicino al C1). Si passa finalmente la strettoia; un salto di 3 m, un altro di 2 m e si rinvengono un secchio e una corda. Complimenti alla sogliola giunta precedentemente! Da qui parte una strettoia con molta aria, cui segue un pozzo valutato 20-30 m.
Il 3 si lavora senza esito ad allargare la strettoia, fino ad esaurimento delle batterie. L'aria è forte aspirante.
3-4 maggio. Buco delle Mastrelle (Val Tanaro - CN). U. Lovera, M Campajola, A. Cotti e G. Dutto (GSAM). Punta per ri-rilevare (20 ore) le gallerie "Che Schifo". Si spera di non ri-riperdere tutti i dati.
4 maggio - Passo del Baban (Val Pesio - CN). B. Vigna, V. Martiello, I. De Almeida, Simonetta. Tentativo di raggiungere un buco in parete ubicato sotto il sentiero presso il passo del Baban: troppa neve ha impedito la discesa. Visti alcuni buchetti in zona chiusi, battuta la zona fino al Pis del Pesio.
10-11 maggio - Uscita di corso all'Orso di Pamparato (Val Casotto - CN).
18-19 maggio - Esercitazione 1° Gruppo Speleo SASP alla grotta delle Mastrelle (Val Tanaro - CN).
18-24 maggio - S. Cassiano (Marche). A. Cotti, I. Cicconetti, D. Girodo, M. Taronna, P. Belli (GSAM). Stage nazionale di soccorso speleologico, organizzato dalla Commissione Tecnica Speleologica.
24-25 maggio - Piaggia Bella (Valle Tanaro - CN). Ultima uscita di corso.
26 maggio - Vallone del Cros (Limone Piemonte - CN). C. Oddoni, I. De Almeida. Rivisto AG21; seguendo la corrente d'aria si è trovata una possibile prosecuzione, in meandro di facile disostruzione.
31 maggio-1 giugno - (Grignasco). Convegno interregionale organizzato dall'AGSP, nella zona del Parco del Fenera.
31 maggio - Abisso Sardu. I. Cicconetti, Chiara, A. Molino, P. Fausone, A. Cotti. Riarmato l'abisso fino al fondo. Dalla galleria S. Esmeralda trovata una nuova prosecuzione, a sinistra scendendo. Percorsi circa 500 m di gallerie di discrete dimensioni, disposte su tre livelli, comunicanti tra loro in più punti tramite pozzi. Effettuato il rilievo per circa 200 m. I livelli superiori sono da rivedere in diversi punti per la presenza di numerose condotte laterali. A questo livello è presente una forte corrente d'aria.
6-15 giugno - Capanna Saracco Volante (Conca di Piaggia Bella, Val Tanaro - CN). Lavori di manutenzione straordinaria alla capanna.
8 giugno - Vallone dei Greci (Conca delle Carsene). B. Vigna, F. Cuccu. Ritrovati i pozzi scoperti in primavera: allargato l'ingresso del pozzo Sbo che chiude dopo 15 metri su una frana con aria. Allargato anche l'ingresso di JC1 ma non sceso per troppa neve.
15 giugno - Colla del Prel (Prato Nevoso). A. Gaydou. Rivisto l'inghiottitoio di Bossea. Dopo l'ultima alluvione si è nuovamente richiuso.
Filologa (Piaggia Bella). D. Girodo, F. Vacchiano, U. Lovera, le Bimbe (GSG), con Marcolino, Ettore, Silvio, Donda (GSBi). Proseguita la risalita del Gagarin per -20 m. Rivisto il ramo verso il Solai.
Buco dei ferrovieri (Alta Val Corsaglia). B. Vigna, M. Pastorini + amici. Ritrovato un buco scoperto da speleo di Mondovì e caratterizzato da aria fortissima. È seguito un mega scavo in un ingresso vicino ma senza esiti.
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21 giugno - Carsena del Ferà. Esercitazione di soccorso del 1° Gruppo CNSAS.
Arma della Pollera (Finale Ligure). Enzo, Emanuele. Rivisitazione post corso.
Rifugio Carrara (Alpi Apuane). B. Vigna partecipa come istruttore al corso di III livello con una lezione sull'idrogeologia carsica ed uso dei traccianti.
28 giugno - Rif. Mondovì (Val Ellero). B. Vigna, I. Cicconetti, Zinnona, N. Milanese, U. Lovera, C. Banzato, I. De Almeida. Respinti da una tempesta fallisce il 1° tentativo di raggiungere l'abisso Sardu.
29 giugno - Caprie (Val di Susa). Incontro tra squadre alpine e speleologiche in tema di soccorso in forra. A causa del tempo non è stato possibile effettuare l'esercitazione prevista.
5-6 luglio - Riunione Esecutivo Soccorso Speleo a Gardone Riviera (BS). F. Cuccu, A Eusebio.
Capanna Saracco Volante - Zona D (Marguareis). A. Cotti e fidanzata, Cesco e Iena, famiglia Vigna, famiglia Terranova. II° tentativo di raggiungere l'abisso Sardu: una nevicata inconsueta manda a monte la punta. Il giorno successivo si va sui versanti meridionali del Marguareis, zona dolina Piccolo Pas e zona D per cercare un posto dove ubicare il prossimo campo estivo.
11-12-13 luglio - Complesso del Cappa (Conca delle Carsene). D. Girodo, F. Vacchiano, G. Carrieri, M. Taronna, R. Ricchiardone (GSG). Risalita nella sala Favuion, di pochi metri, che porta a delle nuove condotte percorse da una buona corrente d'aria. Un ramo porta su un pozzo-camino; al fondo chiude, mentre verso l'alto viene aspirata molta aria. Un altro ramo stringe su meandro concrezionato, mentre l'ultimo condottino ci porta fino ad uno pseudo sifone, probabilmente in secca in altri periodi meno umidi.
12-13 luglio - Conca delle Carsene (Val Pesio - CN). C. Banzato, U. Lovera, B. Vigna e famiglia, D. Grossato, S. Bettuzzi, A. Cirillo. Scesi alcuni buchi segnati da Meo durante l'inverno. In uno fermi su un P15.
19-20 luglio - Abisso Sardu (Biecai). I. Cicconetti, F. Belmonte, M. Campajola, A. Cotti, P. Terranova, Chiara. Al primo bivio delle nuove gallerie si è seguita una deviazione sulla destra, precedentemente non esplorata. Dopo 300 m in direzione sud-est si giunge in una sala concrezionata (dove termina il rilievo). Da qui, tramite un cunicolo laterale si è giunti in un ambiente piuttosto grande (~200 mq), chiamato Fora del Baus, con un corso d'acqua sul fondo. A monte si arriva su pozzi (ndr: camini?) in frana e un cunicolo, a valle ci si affaccia su un grande P20.
Abisso Parsifal (Conca delle Carsene). D. Girodo, A. Ubertino, N. Milanese, M. Taronna, Mecu e Ube disarmano dal fondo fino a -50. Nicola e Super risalgono poco prima del Lochner raggiungendo una condotta che porta su due pozzi da scendere. Fatto il rilievo.
Complesso del Cappa (Conca delle Carsene). U. Lovera, C. Banzato, R. Pozzo, R. Ricchiardone (GSG). Esplorati e rilevati 200 m di gallerie, all'uscita dal Barraja.
Zona Biecai (Valle Ellero). B. Vigna e famiglia, F. Cuccu e D. Dinice. Trovata una zona molto bella per posizionare il campo estivo vicino al lago Rataira. Battuta in zona senza trovare nulla di promettente.
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21 luglio - Vallone di S. Giovanni (Limone Piemonte). A. Gaydou. Battuta fino alla testata del vallone. Visti cinque buchi tra Cima della Fascia e S Salvatore. Visitato uno, un po' umido, che sale verso Cima Fascia fermo su strettoia.
27 luglio - Abisso Parsifal (Conca delle Carsene). E. Neirotti, M. Taronna. Scesi i due pozzi su cui ci si era arrestati la volta precedente. Portano su zone già conosciute. Si disarma fino alla risalita.
30 luglio-17 agosto - Campo estivo nel settore del Biecai (Alpi Liguri). Relazioni alle pagine seguenti.
23-24 agosto - Capanna Saracco Volante (Conca di Piaggia Bella). F. Cuccu, N. Milanese, M. Taronna e famiglia Villa. Svacco totale, con disostruzione del nuovo ingresso di Piaggia Bella, in prossimità del Buco delle Radio.
27 agosto - Abisso Sardu (Biecai). N. Milanese, I. Cicconetti, S. Capello, Chiara. Cercata la prosecuzione alle Cip e Ciop. Scesa una strettoia per -20 m, al di sotto della quale si sente l'acqua (probabilmente riporta sulla Galleria S. Esmeralda. Buona aria, soffiante. Quasi in cima alla Forra del Baus seguita una bella condotta circolare, molto concrezionata, fino al pozzo dove si era fermato Andrea durante il campo. Scesi fino alla base dove parte, con ingresso stretto e bagnato un altro pozzo, non sceso. Seguita una condotta che poi diventa frattura riportando in prossimità della botola. Rilievo dalla forra al pozzo.
30-31 agosto - Piaggia Bella - Mastrelle (Conca di Piaggia Bella, Val Tanaro - CN). N. Milanese, D. Girodo, M. Taronna. Traversata Piaggia Bella - Mastrelle. passando per la Filologa. Tantissima acqua, indispensabile per la doccia sul Weng Wei. Rilevato un tratto delle nuove gallerie percorse da una corrente d'aria fortissima e freddissima, fino quasi al P70 che porta nelle Mastrelle. Qui l'aria sparisce, probabilmente verso l'alto.
La Conca delle Carsene (foto A. Eusebio)
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Il campo estivo al Biecai
Inquadramento del settore Biecai
Meo Vigna
Introduzione
Dedicare un campo all'esplorazione del settore del Biecai (Alpi Liguri) è stato considerato da molti speleo del GSP una scelta molto limitata: il gruppo deve mirare molto più in alto e da queste zone, dove il potenziale di carsificazione risulta piuttosto ridotto, non ci si potevano aspettare grandi cose.
Io, ovviamente, sono molto contrario a questa mentalità che mette in primo piano la grande esplorazione o il risultato che fa notizia, ma come è risaputo il mito del "tacchino pettoruto" impera tra le file del GSP. Le ricerche condotte nell'abisso Sardu, la principale cavità della zona, costituiscono sicuramente un importante tassello per la conoscenza del Marguareis sotterraneo che ovviamente avviene intervallando momenti più eclatanti con esplorazioni meno appariscenti ma altrettanto importanti come quelle della passata estate.
La giunzione dell'abisso Gachè con Piaggia Bella, ad esempio, è stata molto più facile, divertente e pomposa rispetto alle punte nelle fangose e gelide gallerie di Sardu ma, ambedue le esplorazioni, sono da mettere sullo stesso piano per la comprensione e lo studio di questo grande sistema carsico ancora in parte da capire e scoprire.
Il lago Rataira e la Conca del Biecai (foto B. Vigna)
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Le esplorazioni
Dopo le scoperte estive è possibile inquadrare meglio la situazione carsica di questo settore e quello della confinante area di PB, probabilmente appartenenti ad un unico grande sistema carsico. Come già ampiamente illustrato in precedenti numeri di Grotte, una importante faglia a basso angolo, (direzione grossomodo Nord-Sud), mette a contatto il basamento cristallino con la struttura carbonatica del massiccio del M. Ballaur. Questa dislocazione risulta di fondamentale importanza sia sul versante Biecai sia su quello di PB nel condizionamento della rete sotterranea. Lungo tale contatto la carsificazione ha infatti agito molto intensamente a causa della estesa fratturazione e degli ingenti volumi d'acqua defluenti dalle limitrofe zone impermeabili. In questo modo si sono formati una serie di collettori, tra loro subparalleli, che si sviluppano sul versante Biecai verso E-NE, seguendo prima la geometria del contatto basamento-calcari (giacitura verso E con inclinazioni variabili tra 45 e 30°), e poi, raggiunta la quota dei principali livelli freatici, impostandosi lungo le principali direttrici carsiche (fratturazioni con direzione NE-SW).
In questo settore finora è stato esplorato un importante collettore nell'abisso Gonnos mentre nell'abisso Sardu sono stati scoperti tre attivi principali rispettivamente denominati la Fogna del Maus, le Gallerie di S. Esmeralda e la Forra del Baus (vedi disegno). In tutte queste cavità, al di sopra delle vie attive, si individuano una serie di reticoli freatici per ora solo in parte esplorati in quanto parzialmente ostruiti da vecchie frane o da fango. A Sardu le gallerie fossili raggiungono uno sviluppo di quasi 1 km.
Esaminando la posizione alti metrica di tali livelli. riconosciamo nel Gachè la presenza di piccoli freatici a quota 2130-2100, attraverso i quali è stato possibile collegare questo abisso con PB, inoltre nel complesso di Piaggia Bella si individua un importante livello posizionato grossomodo tra i 2100 ed i 1900 m di quota. Questo importante orizzonte lo incontriamo poi in tutte le cavità della zona Biecai: nell'abisso Sardu i condotti a pieno carico sono compresi tra i 1990 ed i 1900 m, a Gonnos tra i 1900 ed i 1860, a Prima Osteria intorno ai 2020 m, ad Alfa B 19 a 2040 m. Come ancora meglio evidenziato nella sezione generale allegata queste gallerie costituiscono un importante livello carsico che nell'abisso Sardu potrebbero svilupparsi ancora per diversi chilometri. Tale orizzonte, riconoscibile anche in altri sistemi carsici delle Alpi Liguri (La Bassa, Cappa, Perdus ecc.), presenta quasi sempre locali riempimenti con ciottoli a componente silicea, piuttosto cementati e particolari mineralizzazioni aragonitiche.
L'acqua
Come già accennato nel settore Biecai esistono una serie di collettori che drenano le acque provenienti dal basamento cristallino verso le sorgenti dell'Ellero. Nell'abisso Sardu, invece, il più importante affluente scoperto non viene alimentato da queste zone: una serie di gallerie seguono il contatto basamento-calcari (gallerie dell'Alpino zoppo e Brabham) dirigendosi verso sud-ovest ma, dopo alcune centinaia di metri intercettano un importante arrivo proveniente dalla zona del Pian Ballaur, caratterizzato da una serie di meandri e pozzi solo in parte risaliti fino a quota 2000 (gallerie Myosotis). Come accertato dalla colorazione effettuata dai francesi nel lontano 1957, l'acqua del Gachè finisce alle sorgenti dell'Ellero, ma percorrendo quale strada? Per risolvere l'enigma viene discesa la via attiva di questo abisso (vedi articolo nelle pagine seguenti), esplorata negli anni 60, alla ricerca di possibili diffluenze. In effetti si scopre che a -360 (quota 2160) l'acqua abbandona la via verso
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Planimetria delle cavità del settore Biecai - M. Ballaur - Conca di P.B.
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il fondo sparendo in ringiovanimenti troppo stretti per i comuni mortali. Da tale zona le gallerie Myosotis sono situate ad una distanza di soli 600 m per 160 metri di dislivello. Una prossima colorazione confermerà o meno l'esistenza di un collegamento diretto tra il sistema di PB e Sardu.
E verso valle? A Gonnos il sifone finale si localizza a quota 1850, livello prossimo a quello delle sorgenti dell'Ellero (quota 1840). A Sardu i due attivi principali terminano su sifoni a quota 1900, probabilmente ancora sospesi rispetto al livello della zona satura principale. Il terzo corso d'acqua (la Fogna del maus) è stato esplorato fino ad uno stretto passaggio allagato, superabile con una muta e percorso da una violenta corrente d'aria a quota 1940. In questa zona le possibilità esplorative sono assai allettanti.
Le altre grotte in zona si arrestano a quote maggiori e non intercettano altre vie attive.
L'aria
Gli accessi noti delle principali cavità della zona Biecai funzionano tutti da ingressi inferiori. A Gonnos la circolazione appare abbastanza delineata: l'aria proviene dai settori prossimi al contatto con il basamento, dove sono state trovate alcune cavità aspiranti, percorre il ramo principale, in parte si infila nelle condotte dei rami di Super ed in parte esce dall'accesso principale. Più complessa è la circolazione nell'abisso Sardu, con una serie di circuiti quasi indipendenti tra loro: l'ingresso, funzionante da bocca inferiore, è caratterizzato da una lieve circolazione mentre le gallerie di S. Esmeralda portano, dai settori a monte, una rilevante quantità d'aria proveniente da ingressi alti non ancora identificati anche se cercati a lungo nella zona compresa tra il Lago Rataira ed il Colle del Pas. Tale flusso si dirige verso il ramo della Lavandaia per uscire probabilmente da una serie di buchi soffianti localizzati nel settore a valle dell'ingresso. Le portate d'aria maggiori, provenienti da ingressi alti, si incontrano nelle gallerie Myosotis (quelle che si dirigono verso il Ballaur): durante le battute estive è stato scoperto, presso il pozzo della Cascatella, un buco solo in parte disostruito e caratterizzato da una fortissima corrente in aspirazione. Questo ingresso è posizionato quasi sulla verticale delle risalite finali e viene messo in relazione con tale circolazione. L'aria, proveniente dagli ingressi alti segue quindi le gallerie dell'Alpino zoppo dirigendosi verso il bivio tra la forra del Baus e le gallerie Rataira. Una parte del flusso punta in direzione del fondo e si ricollega alle zone terminali del ramo di S. Esmeralda; da questa zona risale lungo la via principale per poi infilarsi nelle gallerie recentemente scoperte e denominate "Figli degli operai" e del "Barbatrucco". La restante parte dell'aria si dirige invece nelle gallerie Rataira ricollegandosi quindi con il flusso principale circolante nei nuovi rami. Nei settori finali del "barbatrucco" la circolazione è decisamente meno intensa: probabilmente segue anche altre vie ancora da scoprire. Nella Fogna del maus è presente una notevole corrente del tutto indipendente dal resto della grotta: l'aria arriva dai settori a monte (zona prossima al contatto con il basamento o ramo della Lavandaia?) e si dirige verso le strettoie finali di questa via ancora da esplorare.
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Sezione schematica delle cavità del settore Biecai -M. Ballaur.
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Rataira 97 - Diario del Campo
a cura di Nicola Milanese
30 Luglio Mercoledì
2 del mattino. Prato Nevoso. Ube, Diego, Isabeu, Cesco e Meo preparano il carico per l'elicottero, atteso per il mattino. In capanna Igor, Alby e Saby aspettano. 8 del mattino, arriva l'elicottero, tre giri sono sufficienti per spostare il materiale da Prato Nevoso al campo. Cesco raggiunge i tre in serata. In giornata viene montato il tendone.
31 Luglio Giovedì
Meo, Margherita, Brunella, Andrea, Giuliana, Stefanino, Marianna, Bruno, Irene, Elena e Diego raggiungono il campo, dove si concludono i lavori di costruzione.
1 Agosto Venerdì
Prima grotta del campo. Alby, Igor, Cesco, Saby, Elena e Diego a Pippi. Elena e Diego fanno un giretto, gli altri quattro seguono l'acqua nella Forra del Baus, scendono per una sessantina di metri e si fermano su un P7. Al campo, si completa l'acquedotto, un tubo di 300 metri porta acqua "calda" a 20 metri dal campo. Arrivano Jena, Max e Zinni.
2 Agosto Sabato
Pippi 2. Jena, Max, Diego e Meo dal Bivio del Baus, seguendo l'aria, percorrono nuove gallerie per tornare sul già visto, quindi nuove gallerie con molta aria e si fermano su P10 da allargare. Rilevato e battezzato come "Ramo del Barbatrucco". Nuovi arrivi: Ube, Cinzia, Nicola, Mecu, Agostino, Beu, Fof, Daniela, Tierra's Tribe.
3 Agosto Domenica
Another day in Pippi. Forra del Baus, Igor e Zinni a monte, Alby, Marilia e Agostino a valle. Igor e Chiara esplorano per circa 400 metri un meandro con molta aria, "l'alpino zoppo", fermi su bivio. Gli altri tre seguendo l'acqua arrivano ad una vecchia corda posizionata sulla vecchia risalita Avecchì (risalite di Andrea), dal fondo delle S. Esmeralda.
Mecu e Nicola in battuta in zona aB, rivisti aB10, aB22 (sceso in parte), e altri buchi a base parete; nulla di buono. Andrea e Fof scavano aB35, pozzo di 3 metri con media aria aspirante, bisogna proseguire lo scavo.
Da Roma giungono al campo Valerio del SCR e Paolo (ASR).
4 Agosto Lunedì
Cesco, Saby, Mecu, Nicola, Andrea a Pippi. Rilevati 900 metri di grotta, praticamente tutto l'Alpino zoppo e la parte alta della Forra del Baus. Esplorata la Scala santa, ripida risalita in frana che porta a condotta senza speranza con poca aria. Trovate ed esplorate le Myosotis e le Brabham su Brabham, meandri medio stretti con acqua e tanta aria gelida soffiante, entrambi fermi su camini (15-20 metri), passati molti bivi, alcuni ancora da vedere. Sempre a Pippi, Ube, Cinzia, Meo, Iena, Paolo (ASR) e Valerio (SCR), verso i rami del Barbatrucco, manzato il pozzo, passano ma dopo 30 metri non si passa più. Trovano, esplorano e rilevano la Fogna del Maus. Ancora da vedere l'avalle. Gigi raggiunge il campo.
5 Agosto Martedì
Grande svacco. Fof, Igor, Alby, Gigi, Chiara e Daniela in giro, visto aB35, discreta aria spirante ma troppo stretto, visti buchi con leggera aria soffiante sul contatto in zona aD. Alby e Igor a Piccola P.B. viste due risalite e un pozzetto, tutto chiuso.
6 Agosto Mercoledì
Mecu, Fof, Ago e Sergio (Piacenza) vanno in battuta nella zona di aB12. Molti buchi sono stati visti, scesi e disostruiti. Nel pomeriggio Meo, Nicola, Valerio, Paolo, Cinzia, Ube, Fof e Alby ad aB36 (vicino ad aB2). Una forte aria soffiante spinge allo scavo, su consiglio di Meo. Gran lavoro, ma c'è ancora troppo da fare. Risalendo al campo è stato trovato un altro buco con forte aria, iniziata la disostruzione, da continuare. Visita al campo di Renè e delle Bimbe.
Iena, Cesco, Alby e Ago raggiungono la capanna per recuperare Enos con lo zainone stracarico. Pescato e trascinato al campo.
Giro nel Biecai per Chiara, Igor e Gigi. Prima tappa rifugio Mondovi, seconda tappa, Campo giavenese, terza tappa Cima Ballaur, visti alcuni buchi vicino al Magu.
7 Agosto Giovedì
Deciso il riarmo del ramo sinistro del Gachè. L'onore spetta a Ube, Ago, Cinzia, Mecu e Paolo. Ube dimentica l'imbrago al campo e ruba quello di Cinzia. Ube arma il P127. Mecu aspetta appeso. Alla partenza del P45
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i bogolini tradiscono la fiducia e dopo 9 fori si scaricano tutti e due (vince il numero 1 per 7 a 2), bisogna tornare per finire l'armo.
Tre squadre entrano a Pippi, Valerio, Jena, Meo e Alby si dirigono verso il ramo dello scarico (zona Fogna del Maus), dopo 30m una frana impedisce di proseguire. Zinni, Igor e Gigi alle Ratoira scendono il pozzo vicino alla Botola, tutto chiuso Isabeu, Bruno e Cesco giro turistico alla Forra del Baus. Fof, Enos e Nicola tornano a scavare il buco visto il giro prima, da dimenticare. Arriva solitudine per Fof. Dopo lunga attesa giunge al campo Manzo.
8 Agosto Venerdì
Ube, Mecu, Nicola, Cinzia e Valerio al Gachè per finire l'armo e cercare la prosecuzione. Corde pronte nel P45 e nel successivo P80, sceso un pozzo nuovo (forse) attivo da circa 20m con 3 meandri sovrapposti da vedere, aria aspirante. Apprezzati da tutti i primi cinque metri del P45, non dei più larghi. Ube passa e paranca il resto della squadra. I bogolini si sono comportati meglio (13 fori).
Sesto Pippi. Igor con Zinni, Enos, Clerici e amico diretti al ramo dello scarico per allargare la frana con forte aria aspirante. Nonostante le ripetute spiegazioni sbagliano clamorosamente la via ed allargano un passaggio con aria soffiante che riporta sul punto A.
Fof, Manzo, Ago e Cesco in zona aB, rivisto 12 (chiuso), aperti aB20.1 e aB20.3 (chiuso in frana dopo 7-8 metri), trovato un pozzo di 4m chiuso su detrito alla base delle paretine.
Battute sul Ballaur. Meo, Margherita e Brunella trovano sotto la Cascatella un buchetto con forte aria aspirante, inizia 10 scavo. Verso sera arrivano i rinforzi. Fof, Alby e Beu, si continua a scavare, molto promettente ma non si passa ancora.
Ritorno al campo per Max, Diego, Elena, Marilia, Sonny e Pruel. Da Genova giungono Giorgio e Riccardo del Ribaldone.
9 Agosto Sabato
Fof, Meo, Marilia, Bruno e relativi bambini a scavare al buco sotto la cascatella chiamato "James Bond". Si approfondisce di alcuni metri ma mentre brillano i manzi arriva Jena a portare la notizia che Nando è caduto mentre arrampicava sulle pareti delle Saline perdendo la vita. Si ritorna mesti al campo. Spazzola e Daniele. appena giunti al campo proseguono verso la Morgantini per chiamare Mecu e Super, Ube, Cinzia e Gobetti si dirigono al Mondovì, torneranno in serata.
Alby, Tierra, Max e Manzo ai Piedi Secchi, manzata la strettoia sul fondo ma ancora stretto, disarmato e tornati al campo con molta calma fra una canna e un cylum. Qualche settimana dopo sapemmo che la strettoia era già stata passata da Giorgetto, Nicola e Riccardo trovano un buco sotto il colle del Pas, l'aria aspirante consiglia di tentare lo scavo che comunque non sembra facile.
Immigrazione al campo. Da Torino arrivano Daniele, Spazzola con la Cerina, Picchy con amico, e Gianfranco, Zinza e Nadia, Giuly e famiglia, Franz e Loco. Dalla Toscana giungono donne. Paoletta, Laura e Fausta. Si presentano anche Ico con relative amiche aostane.
10 Agosto Domenica
Meo e famiglia, Diego, Elena, Ico e aostane, Clerici e amico, Gigi, Loco, Picchy e Gianfranco lasciano il campo per raggiungere altri lidi.
Arrivano Ubertino e Carla.
Daniele, Spazzola, Cerina, Ube e Cinzia a spasso per il Marguareis. Si dirigono verso l'ingresso di A11 e constatano che nella strettoia c'è ancora neve, quindi si dirigono verso Punta Margua. Il tempo è stupendo. Marilia, Nicola, Fof, Pruel, Bruno, Mecu, Enos, Tierra al "James", continua lo scavo, ma ancora non si passa. Trovati altri buchi soffianti non segnati 20m più in basso. Si scava nella terra e nei detriti, Enos trova un vecchio pennarello, qualcuno è già passato di qua. Il tempo peggiora, la nebbia ci avvolge. Grazie ai dadi di Bruno si passa un pomeriggio giochereccio. Giorgio e Riccardo tornano a scavare al buco sotto il colle del Pas, il lavoro è ancora lungo.
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11 Agosto Lunedì
"Facciamo la Poligonale" e così piovve tutto il giorno. Giornata di riposo nel gias. Partono Spazzola, Daniele, Ube, Cinzia, Paolo (ASR), Titti e Silvestro (Ribaldone). Scappano alla capanna Fof, le toscane, Gobetti e famiglia.
12 Agosto Martedì
Nel pomeriggio arrivano Daniela, Marco Marantonio con la figlia Sara, al battesimo del Margua a 3 anni.
In mattinata Mecu e Nicola concludono la Poligonale esterna di Pippi, scoprendo che le zone più a monte della grotta sono proprio sotto il campo.
Gachè: Franz, Igor, Valerio e Manzo alla ricerca della via dell'Ellero. Igor e Manzo allargano la partenza del P45, solo 4 manzi e il bogolo cede. Franz e Valerio al fondo delle corde, sceso e rivisto il pozzo sceso da Ube tre giorni prima, nulla. Proseguendo il meandro alla base del P88, scendono un P25 NON armato. Grosso camino con arrivo d'acqua, la bussola dice P.B.. Un terrazzo sul P25 intercetta un meandro che riporta nella saletta alla base del pozzo. L'acqua del P88 si perde in un piccolo ringiovanimento alla base del pozzetto già sceso da Ube.
A Pippi, Alby e Cerina rilevano l'avalle della Forra del Baus fino alla corda di Andrea, Chiara e Marilia li precedono cercando prosecuzioni. L'acqua della forra si insinua in una strettoia forse passabile.
A monte della forra Enos, Beu e Nicola esplorano e rilevano una condotta sopra l'alpino zoppo, che si rigetta nell'alpino zoppo in più punti. Dopo 30-40 metri due condotte sulla sinistra portano in una galleria, probabilmente nuova di 4 metri di larghezza, da rivedere. Rilevato anche l'avalle dell'alpino, che chiude in frana dopo pochi metri. Dopo 8 ore di risalita i tre rivedono la luce del sole e il campo mobilitato per il salvataggio.
Zinza, Tierra, Pruel, Giuliano al "James Bond", passata la strettoia, arrivati in mini-saletta con detrito da togliere e forte aria. Dopo la fuga ritornano al campo Fof, Andrea e famiglia.
13 Agosto Mercoledì
Giunge al campo Vittorio. Nella via del ritorno alla civiltà Alby, Manzo e Valerio prendono contatto con il gestore del Sesto Senso di Ormea che dopo averli sequestrati, li "costringe" a ubriacarsi all'inverosimile e verranno rilasciati solo alle 4 del mattino dopo il pagamento di un profumato riscatto.
Paoletta, Tama e Fausta (le Amebe toscane) vanno a mangiare la polenta al Garelli.
Fof e Andrea scavano due buchi sopra il laghetto, trovato anche un inghiottitoio di tacchini. Più vicino al campo scavato un buco in frana, nulla di ancora passabile.
Il campo '97 (foto a. Vigna)
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Zinza, Giuly e Vittorio alla Cascatella. Sceso un P16 alla base del pozzo principale. Passati sotto il ghiacciaio, il tutto chiude in un sifone di fango. Sulla sommità del P16 c'è uno stretto arrivo d'aria, da vedere. Vista anche la finestra sul pozzo d'ingresso, non raggiunta.
14 Agosto Giovedì
Ritorno al campo per Franz e Chicco Arrivano inattesi anche Uccio Garelli e figlio.
Uccio, Andrea. Giuliano e Cerina in zona Alfa classica per prospezione, ritrovata la zona del campo '73. Marilia, Pruel, Tierra, Vittorio, Igor e Chiara a Pippi, Marilia e Pruel arrivano fino al pozzo del sacco giallo e dopo due ore sono fuori, gli altri quattro vanno a manzare sul fondo della Fogna del Maus e per recuperare la batteria dimenticata giorni prima. Serve ancora molto lavoro.
Nel pomeriggio Andrea, Fof, Nicola, Zinza, Cerina, Giuliano e Enos in battuta in zona aA e aB. Ritrovati aA2, 50 metri di pozzo da rivedere. Trovato e scavato per un metro di profondità un buco nel prato vicino a aB23, gelida e forte aria soffiante.
15 Agosto Venerdì
Battuta in zona Alfa classica, partecipano alla passeggiata Fof, Andrea, Giuliano, Paoletta e Nicola. Arrivati al campo 1973. Sceso un buco segnato dagli imperiesi (X3), sopra il vecchio campo. Grossa spaccatura con pozzo di circa 10 metri che porta in un ampio salone (30X8) con molta neve sul fondo. L'aria sensibile (soffiante) all'ingresso sì perde nel salone. Sceso anche Alfa14 che chiude su neve e frana, senz'aria. Arriva al campo, direttamente da Belluno, l'alpino zoppo (Paolo). Più tardi si presentano anche Pota, Tanfo, Sonia e Claudio Castagneti giunti in Marguareis da Brescia. La bellissima giornata, peggiora nel tardo pomeriggio, alle 18.00 arrivano Papà e figlio. In nottata arriva anche l'urissa che scoperchia il Gias per gioia di Tanfo e dei carica batterie.
15-16 Agosto
U. Garelli, A. Gobetti, W. Segir, G. Villa, W. Zinzala in punta al Gaché. Riarmo totale della grotta con le scale, scesi fino a -500. Seguita l'acqua in direzione Pis dell'Ellero. Forzata una strettoia la via continua nella giusta direzione. Percorsi circa 500m in galleria. La strada continua, escono disarmando.
16 Agosto Sabato
Smobilitazione generale, in mattinata si smonta il campo, e si trasferisce tutto il materiale al rifugio Mondovì, lauto pranzo a base di polenta, con scene raccapriccianti (vedi sbranamento dello stinco e strafogamento di tiramisù). Dondolante ritorno al campo. Si smontano anche le tende e accompagnati da una piacevole grandinata ci si dirige verso la capanna.
In mattinata Pota, Tanfo, Claudio, Thierry e Napo entrano in PB direzione Filologa.
17 Agosto Domenica
Uscita della squadra mista da PB, con la notizia di una congiunzione: Labassa, Mastrelle o cosa. Visi tesi in capanna "dove sono arrivati ??" giro di telefonate ma nessuna notizia certa. Andrea e Marantonio restano in capanna, tutti gli altri tornano alle proprie case. Fine di un altro campo.
La cresta del Ballaur (foto B. Vigna)
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Abisso Sardu: storie dall'oltrefango
Alberto Cotti
Pensieri
Penso di essere un tipo essenziale. A livello di struttura intendo. Le ossa, con su aggrappati i muscoli smilzi; un gran mangiatore che non ingrassa mai, o, da un certo punto di vista, un parassita. Oggi mi sento essenziale in maniera particolare, con tutto 'sto peso sulle spalle, ma so di magri con carichi ben più notevoli, me ne faccio una ragione e continuo, convinto che sia un vantaggio. È la sensazione che si prova a fine campo, quella di piccolezza rispetto al bagaglio che si deve portare, ma Franz e Giulia hanno dato forfait quindi ci toccano anche i loro sacchi.
È una magia che corre nell'aria, quella di oggi; siamo partiti accompagnati dalla processione, caricando i sacconi davanti al magazzino, ma si sente che non finirà qui... il prete a capo della fila di ceri ci mormora qualcosa tipo "Scherza coi fanti, non con i santi...".
Penso e non sento la fatica. Oggi è tutto così strano perché, dopo tre anni, la "niù generescion" è di nuovo in punta assieme, Enos compreso, ma il mio peso mi strozza le parole nel collo, me ne sto zitto e sotto le Mastrelle sono già da un'altra parte, i miei scarponi sono due pattini, e il mio zaino è un palloncino da fiera.
Emozioni
La Capanna è sempre là, malata di tumore, ma preziosa; mentre arrivo sugli scalini, vedo Paolo che arranca su, verso Caracas..."Animalee, dove vai ?!?"
Dentro si sta bene, come al solito; Saracco e Volante guardano dall'alto, verso un punto lontano non ben definito... vien quasi voglia di salutarli. Mentre tolgo lo zaino e infilo i "ciavali", pane e formaggio saltano fuori dai sacchi, e Chiara è quasi arrivata; frattanto Paolo ha girato il telefono, qualcuno ha aperto il gas, ed il té è già sul fuoco.
Ora che stiamo asciugando attorno al tavolo, questi trecento metri di corda ci fanno sorridere... ma dove stiamo andando con tutta sta roba, trapano, bogolo, bulacchi... la discussione si accende, il vino fa correre la fantasia e l'esplorazione è già cominciata; Pippi, disprezzata da molti, coccolata da altri, sta ancora nei nostri pensieri, come due anni fa.
Poi, dal tavolo ci voltiamo di scatto, ad osservare stupiti la pila di libri ai piedi del telefono, caduti con un colpo secco dalle mensole ricolme di volumi. Guardo i libri, poi le facce, poi di nuovo i libri... in prima fila, il retro copertina dell'atlante di P.B., con quella galleria buia, e sotto una serie di bollettini con foto di esplorazioni recenti e passate. "UUUh, il Visconte è il Visconte", urla Igor posseduto.
Improvvisazioni
L'ingresso stretto, il coniglio di partenza, il primo deviatore... "I figli degli operai, i figli dei bottegai" la canzone dei C.S.I. mi frulla nella testa mentre armo la prima parte delle verticali. Il cambio esposto, il pozzo frazionato, il traversone e il pozzo del sacco giallo..."I figli di chi è qualcuno e di chi non lo sarà mai..." canto urlando a squarciagola verso gli altri che mi seguono... "Come mai, come mai?"
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Passa avanti Igor ad armare la seconda parte, giù oltre il diverticolo che ha allargato Fof, verso gli ultimi cento metri di pozzi. Gli obbiettivi sono la risalita di Andrea e Beppe, quasi sul fondo e vecchia di tre anni, e la revisione completa della galleria S. Esmeralda, che ad oggi, ha ricevuto solo due visite; quando smonto il discensore al fondo dell'ultimo pozzo, non mi par vero d'esser già così fradicio. Seguendo le vaghe indicazioni ed il ricordo del rilievo, scendiamo a tentoni, fra i grossi blocchi in bilico, brancolando, seguendo più la speranza che ambienti reali... ed ora, la galleria che mi stadi fronte Paolo non l'ha mai sentita nominare; sta lì davanti, ampia, franosa, diritta ed il fondo della grotta è ancora distante.
"Un tè ragazzi, ci vuole un tè" dice Enos. Già un tè, caldo bollente, e dopo mezz'ora si correva in gallerie ventose, un sogno, una profezia, un labirinto di improvvisazioni, tra una prosecuzione lasciata dietro, ed una girandola di risalite e ridiscese tra un ramo e l'altro.
C'è, ci siamo, penso risalendo, godendomi già la sbornia che mi aspetta in Capanna; diciassette ore dopo essere entrati, siamo tutti fuori e mi sento ridicolo ad osservare Igor che apre l'ingresso, togliendo la neve che è scesa in abbondanza durante la punta; oggi è il primo Giugno e il Visconte poteva inventarsi qualcosa di più credibile, che so, una pioggerellina. Enos e Igor partono senza cambiarsi - li seguo nella tormenta di neve con lo sguardo - poi li vedo sparire mentre già sto sfilando il sottotuta. Dopo tre ore, di nuovo in Capanna, battezziamo quei rami col nome di "Figli degli operai".
Ai primi di luglio siamo di nuovo lì, a battere sul chiodo finché è caldo. Sono con Cesco, Iena, il Tierra, l'inossidabile Chiara, Marilia e "Aigor". Corriamo a prendere una delle prime gallerie rimaste in sospeso dalla punta precedente; al bivio del Baus inforchiamo sulla destra, risaliamo, ed esploriamo circa mezzo chilometro di nuovi ambienti: la galleria "Rataira" e la "Fora del baus". Si rileva in parte uscendo, col morale alle stelle e la consapevolezza di essere entrati in un piccolo complesso.
La consapevolezza si trasforma in consenso, ed il Gruppo decide di concentrare le forze estive in quella zona; non senza qualche controversia, il Campo estivo viene organizzato a cento metri dall'ingresso di "Sardu", in zona Biecai a due passi dal lago

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Abisso Sardu - pianta
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"Rataira", luogo di incredibile bellezza.
Nel giro di due punte, quella di Venerdì 1 e quella di Domenica 3, assieme a Cesco, Sabi, Marilia, Agostino e Igor, scendiamo "l'avalle" della Fora del Baus; dopo aver armato una serie di cascate e cascatelle, in un ambiente prettamente di forra, ci fermiamo su una frattura che si porta via tutta l'acqua, e, dalla parte opposta, risalendo fra cunicoli e sale, ci ricolleghiamo con le vecchie risalite di Andrea e Beppe.
Nelle punte di Sabato 2 e di Lunedì 4, Meo con Diego, Iena, Max, Ube, Cinzia, e Paolo e Valerio di Roma, esplora e rileva tutta la zona chiamata "La Fogna del Maus", passando dalla nuova via che viene battezzata "Barbatrucco". Proprio di Lunedì 4, l'abisso si inghiotte anche i giovani Nico, Sabi, Cesco e Mecu, che assieme ad Andrea esplorano e rilevano tutte le zone oltre "l'Alpino zoppo", sull'amonte della Fora del Baus, che prendono il nome di "Myosotis", "Brabham" e "Scala santa".
"L'Alpino zoppo" è la galleria già vista nella seconda punta in compagnia di Igor e il Tierra, e successivamente esplorata da Chiara e Igor durante il campo, che è stata dedicata a Paolo, che, invece di esplorare con noi anche d'estate, è andato a servire la Patria appunto come zoppo.
La grotta ha ricevuto molte altre visite esplorative che di volta in volta ci hanno permesso di completare i rilievi e di colmare gli interrogativi lasciati in sospeso... tuttavia qualcosa da fare è rimasto, soprattutto se il Visconte si mette di nuovo a donare profezie..., a presto le eventuali nuove.
Abisso Sardu - sezione
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Abisso Sardu: breve descrizione
Alberto Cotti
La parte già conosciuta della grotta, i rami di Pippi e la galleria S. Esmeralda, è già esaurientemente descritta in "Grotte n° 115" del 1994. È essenzialmente costituita da una fitta sequenza di pozzi, che, più o meno parallelamente conducono ad un grosso salone in ambiente di frana, la sala S. Esmeralda, da cui parte, con notevole inclinazione, l'omonima galleria, in frana nella sua parte alta, con morfologia a forra nella parte intermedia, finendo poi con caratteristiche di condotta freatica. La prosecuzione verso monte di questa galleria è caratterizzata da ampi ambienti, anch'essi, nettamente impostati su frana.
La nuova zona descritta in questo articolo si separa dalla galleria circa cento metri a valle dei pozzi; scendendo contro la parete di sinistra, fra grossi blocchi, una galleria di medie dimensioni, conduce ad un sifone di fango, da dove nascono e si intrecciano i rami dei "Figli degli operai". Questi rami costituiscono una zona freatica disposta su tre livelli distinti, intersecantisi vicendevolmente in più punti; le morfologie sono
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caratteristiche di ambienti a pieno carico con dimensioni che vanno dall'uno a due metri.
Il livello più alto, il "barbatrucco", conduce molto speditamente alla "Fogna del maus", tramite un meandrino senz'aria. L'ambiente della "Fogna" è di difficile descrizione data la sua complessità; per semplicità possiamo dire che è una galleria molto ampia e inclinata, nella cui parte alta gli ambienti sono caratterizzati da una grossa frana, che, date le dimensioni, condiziona parecchio la progressione e l'esplorazione stessa. È percorsa da un piccolo ruscello, senza un suo corso regolare, perché frazionato in più rigagnoli dai fenomeni di crollo, che va a raccogliersi a valle in un lago-sifone di circa due metri, che, tuttora, interrompe l'esplorazione.
La parte più bassa della "Fogna" è rappresentata, ancor più a valle di detto sifone, da un alto e ampio meandro, caratterizzato da una serie di camini, che va a terminare, nuovamente fra blocchi di crollo ma di più piccole dimensioni, in un meandro stretto, con forte aria soffiante, attualmente ancora da forzare.
Tornando nella zona di piccole gallerie ventose "I figli degli operai" un'evidente prosecuzione al "bivio del Baus", porta ad una galleria suborizzontale, con chiare morfologie freatiche, lunga 250 metri e larga dai due agli otto metri. È la "Galleria Rataira" che termina in una piccola sala con numerose concrezioni eccentriche. La volta della galleria risulta in alcuni punti molto bassa, in altri bassa, con grossi arrivi, in parte già esplorati. Ad un terzo del suo sviluppo, una frana interrompe la progressione, che riprende comoda dopo aver passato il crollo tramite "la bolota".
Proseguendo dalla sala concrezionata, tramite uno stretto condottino ed un salto di 13 metri, si giunge ad un ampio ambiente, largo, nella sua parte alta, fino a 30 m e lungo circa 100 m. è l'amonte della "Fora del Baus", il vuoto sotterraneo più ampio della Zona Biecai. La forra risulta essere un secondo collettore, in parte parallelo
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all'altro - la galleria S. Esmeralda - essendo percorso da un torrente, con acque di provenienza differente rispetto al primo. L'ambiente è dominato da grossi blocchi di crollo sia calcarei, che di basamento, che nascondono alla vista il percorso del torrente per un lungo tratto, ampie conoidi di detrito e versanti ghiaiosi si trovano un po' ovunque.
L'allegro torrente (il rio Avec Ki) si getta, diventando tumultuoso, in una forra vera e propria, intervallando marmitte con cascate a tratti a meandro con piccole spiagge. È questa la parte bassa della forra che va a portare tutta l'acqua in una frattura inclinata, strettta, ancora da sorpassare. Proprio sul fondo della "Fora" si giunge, tramite risalite e grosse sale, alla corda lasciata da Andrea anni fa, giuntovi dalla parte opposta.
Tornando sull'amonte della forra, sulla parete che interrompe la risalita di questo grosso ambiente, si apre una finestra che porta alla galleria dell'"Alpino Zoppo", di nuovo freatica, che in breve si abbassa, per assumere morfologie più complicate. Da qui si giunge ai rami che maggiormente si addentrano al di sotto del Ballaur e che costituiscono il grande apporto di aria ed acqua della grotta, motivi per i quali, proprio quest'anno, abbiamo riarmato il Gachè, convinti di ciò che né si può dire, né si può scrivere si chiamano "Myosotis" e "Brabham su Brabham". Chiudon su camini da risalire, sono già state fatte diverse risalite, ma ancora non se ne è vista la fine; non resta che continuare ad arrampicare, con il pensiero anche solo di allungare e migliorare questo schifoso articolo.
Vita al campo (foto S. Franconeri)
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Gaché un decennio ancora
Ube Lovera
Chi lotta coi mostri deve guardarsi
dal diventare mostro anche lui.
E se tu guarderai a lungo in un abisso,
anche l'abisso vorrà guardare dentro di te.
da "Di là dal bene e dal male" ,
Nietzsche
Gachè. Una decina di anni fa, per narrarne le vicende esplorative avevamo coinvolto una dozzina di personaggi tra cui Guilhelm de Peitieu, poeta provenzale, invitato a scrivere per l'occasione, un migliaio di anni prima alcuni brani. Eccomi ora, unico superstite di quella pattuglia di autori, a raccontare le nuove storie.
Premesse
Ambizioso, in ogni caso il progetto esplorativo: sapendo da sempre, per le colorazioni francesi, che l'acqua della parte alta della grotta se ne esce al Pis dell'Ellero, e sapendo per esperienza diretta che le gallerie delle regioni profonde sono collegate a Piaggia Bella, ne deriva la possibilità teorica di collegare i due sistemi, ponendo le basi per un futuro percorso ipogeo che unisca la Val Tanaro alla Vall'Ellero. Bello no? Il tutto inoltre reso più coerente dalle nuove esplorazioni all'abisso Sardu (o Pippi che sia), descritte altrove, qui attorno alla pagina che state leggendo, e dal lavoro che, da noi in passato e dai giavenesi ora, è stato compiuto nella Conca delle Masche. Entrambe (Pippi e Masche) sono giustamente sul cammino del presunto collettore.
Definito il progetto e le motivazioni non resta che trovare la spinta per armare l'abisso e questa viene da Pippi: una sola punta all'interno dell'oceano di fango convince gli esteti a fuggire cercando scampo negli aerei spazi di Gachè.
La storia
Il ramo è quello classico, pieno di vicende; dalle prime discese francesi, a quelle tragiche triestine, a quelle GSP dei primissimi anni sessanta. È Il grande museo della speleologia marguareisiana. Nella prima discesa di armo troviamo appunto un condensato di storia della tecnica speleologica: phitons francesi, accanto a golfari, a spit e ora anche a fix, ma pure le scalette di legno del 1958, quelle dell'incidente di Mersi, accanto a scale torinesi d'alluminio del 1961. Sarebbe necessario, anzi, fare un po' di pulizia.
Un paio di punte, complici le prestazioni non entusiasmanti delle batterie, sono necessarie per armare la via con la consegna tassativa di frazionare all'inverosimile. Nota tecnica: abbiamo recentemente scoperto essere astuto, nel corso della discesa, spendere qualche minuto in più, frazionando i tiri anche dove non è indispensabile, per risparmiarci poi le solite gelide ore di attesa alla base dei pozzi; complice il fatto che, diciamocelo compagni, l'allenamento è tale che di fronte a un pozzo superiore ai 20 m è necessario consultare il manuale d'istruzione dei bloccanti.
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La grotta
Il mega-ingresso è posto sul Ballaur a 2525 m. di quota; un meandrone iniziale, un p.15, una galleria in frana. Qui la via si divide: da un lato l'"artiglio sinistro", via scoperta a metà degli anni '70, dall'altro la via "vecchia" che comunque non ha nulla da invidiare all'altra in quanto a verticalità. Un p.127, un p.45 (fastidiosa la partenza) e un p.88, tutti maestosi, portano velocemente alla profondità di 350 m dove un ringiovanimento (un p.25) rubandosi la poca acqua che ci sta facendo compagnia dall'ingresso e intubandola in un miserabile meandrino, spegne per il momento le velleità di unione tra i due sistemi.
Giunti fin qui è però naturale dare un'occhiata attorno: proseguendo in direzione del fondo, un altro p.25 conduce a una regione più articolata con arrivi d'acqua e ulteriori ringiovanimenti, che la stagione tarda ci ha permesso di ispezionare solo parzialmente prima del disarmo. Il percorso prosegue per una galleria di un paio di metri tra frane e strettoie fino al Pozzo Aretino, punto della giunzione con Essebue.
Conseguenze
Sembrano per il momento tramontate le velleità di interazioni tra Gachè e Ellero. Brandelli di speranza sono legati ad un paio di finestre sul p .88, probabilmente arrivi, che paiono però essere troppo vincolate alla frattura orientata in direzione di Piaggia Bella; più interessante la regione a -400, dove, finita la sequenza di grandi verticali, la grotta compie quasi tutto il suo sviluppo in pianta. Qui gli antichi avevano posizionato il loro campo e qui giunge, in una sala laterale l'unico grosso contributo d'acqua di tutta la grotta; quando, a metà agosto, già la prima parte della grotta era praticamente asciutta, questo arrivo era invece assai abbondante. Ora viene naturale interrogarsi riguardo la provenienza dell'acqua: si pensa che la produca il Visconte poco più in alto spremendo massi di calcare, visto che la morfologia esterna, tutta salti e paretine, parrebbe essere assai poco adatta a convogliarne grosse quantità. Per quanto riguarda la destinazione abbiamo invece le idee più chiare: gallerie di Essebue. Nel lontano 1983, durante l'esplorazione trovammo una grossa camera d'aria, usata evidentemente dagli antichi e scivolata per stretti passaggi fino alle gallerie sottostanti, dove peraltro è rimasta a compiere fino in fondo il suo mestiere di rifiuto industriale.
United colors of Gaché
Franz Vacchiano
"ogni verità entrerebbe in letargo, se non vivesse in ordine sparso e non fosse riconosciuta soltanto per spaccati. .." Michel Foucault "Storia della follia nell'età classica"
Il vecchietto dell'articolo precedente vi ha appena raccontato del passato (prossimo e remoto) della faccenda esplorativa al Gaché, e di tutte le idee che, sottoforma di sogni o incubi più o meno concreti, gli rubano il sonno da un po' di tempo a questa parte (del resto si sa che gli anziani dormono poco. ..). D'altra parte la prospettiva di un viaggio sotterraneo dalle Fascette all'Ellero non è poca cosa, in molti sensi, e può legittimamente togliere il sonno anche al più fedele seguace della rigorosa disciplina di Morfeo, cioè: il sottoscritto.
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La parte più consistente dell'ipotetico mosaico manca ancora, ma i tasselli di cui disponiamo sono significativi e comunque sufficienti ad innescare il motore fondamentale di tutte le grandi imprese (o di tutti i solenni fallimenti): il delirio. E questo non ci manca senz'altro ...
Appesi ad un filo della memoria lungo 127 metri (troppo esile per non strizzare un po' il culo e troppo incastonato di resti di antichi soccorsi), ci si fionda alla velocità dei gravi giù per il pozzone, deprecando qua e là l'avarizia di chi ha riarmato la faccenda (alcuni cambi sono tesissimi), ma apprezzando non poco la piacevole "accordatura" che questo dà ai tiri... la cassa di risonanza è peraltro di quelle per cui Bach si sarebbe fatto una sega...
Poi gli altri pozzi che vi ha già detto Ube, quindi la delusione, dove un budello verticale si porta via tutta l'acqua che, poca, ci ha gocciolato in testa sin qui (ma non abbiamo motivo di dubitare che in primavera le cateratte di Abu Simbel siano ridicole al confronto...). Il pozzo dove l'acqua sembra sfuggire è parallelo al 25 successivo, che comunica con il primo tramite uno stretto meandrino visibile a pochi metri di altezza dalla base.
Visibili (anzi evidenti) sono qui anche i rifiuti delle spedizioni dei mitici sixties, che immondano l'ambiente poco prima di una saletta dove un consistente arrivo porta altra acqua per le vie del fondo. Dunque qui potrebbe (e dico potrebbe) esserci un ipotetico spartiacque fra il prima e il dopo: da una parte l'acqua che, colorata dai francesi nel pleistocene, esce poi al Pis d'Ellero, dall'altra quella per PB., che si segue a tratti lungo la via vecchia. Ecco un comodo schizzo per orientarvi fra queste farneticazioni:
Vedo già il ghigno sarcastico dei più, che in parte hanno ragione: è vero che in grotta gli spartiacque non sono mai perfettamente definiti, spesso per via di numerose diffluenze che possono in più punti portarsi via l'acqua di un ramo o riportarla da un altro. Del resto in una condizione di tale incertezza già un'idea ipotetica di una zona in cui questo possa accadere diventa molto utile per orientare ogni successiva forma di frenesia.
E dunque vengo al dunque, proponendo di tentare di saperne di più sulle vie che l'acqua percorre verso l'Ellero a partire da questo preciso punto della grotta. Non affidandoci, come il vetero che mi precede ha auspicato, a copertoni più o meno intraprendenti, bensì attraverso quel geniale prodotto della "tecnologia ultramoderna" che è la fluoresceina sodica... I vantaggi sono evidenti e i tempi forse un po' meno
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geologici.
Ipotizzando di colorare l'acqua dei pozzi, che come avrete ormai ben capito sfugge nel ringiovanimento dopo il p.88, dovrebbe essere possibile piazzare i fluocaptori in diversi punti strategici. Li illustro ora con uno schematismo che la mia verve letteraria aborrisce:
a) nell'acqua che dall'arrivo laterale di -400 fluisce verso il fondo;
b) nell'abisso Pippi, in tutte le sue varie acque;
c) al Pis d'Ellero;
d) ai Piedi Umidi - Piaggia Bella, per controllo.
Se l'acqua che va verso il fondo (quella dell'arrivo laterale) non diventasse verde, allora sapremmo che questa è la zona di spartiacque (e dunque dovremmo agitarci più freneticamente qui intorno o sui pozzi), mentre al contrario se l'acqua che va verso il fondo diventasse verde allora potremmo dedurne che ancora più in basso bisogna cercare. Ma queste (in)certezze saranno comunque modulate dai risultati dei fluocaptori di Pippi, del Pis e di PB., soprattutto perché ci diranno se è vero che Gaché ed Ellero sono collegati (ed anche tramite cosa).
Dunque una colorazione da queste parti ci permetterebbe di ottenere fondamentalmente quattro risultati (e riecco lo schema, Dante perdonami!):
1. capire se è questa la diffluenza verso l'Ellero, e dunque concentrarci sulla zona più promettente (eventualmente sui pozzi);
2. osservare se l'acqua di Pippi è veramente quella del Gaché, come ipotizziamo;
3. verificare la leggenda che vuole l'Ellero colorarsi di verde (e il gestore del Mondovì piangere disperato per le allucinazioni...);
4. impegnare in un lavoro collettivo e finalizzato e nuovo e interessante il gruppo intero (e qui faccio leva sullo spirito patriottico che funziona sempre).
Bene, ho detto. Ho pontificato un po' su quello che (interessante) ho visto in quella zona. Credere alle leggende non è lo stesso che credere alle fiabe, per quanto sia le fiabe che le leggende contengano spesso allusioni molto sottili alla realtà. Sottili come quel filo di ragnatela di diametro nove che srotoliamo nella realtà e nell'immaginario alla ricerca di chissaccosa, forse solo di quegli "spaccati" che segnano il limite fra l'ebbrezza alcolica e il delirio onnipotente della nostra saggia follia...
Ube: un ventennio ancora ...
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Torrentismo Piemontese
Giampiero Carrieri, Max Ingranata, Franz Vacchiano
Ancora forre, per chissà quanto ancora .....
Da un po' di tempo in ghesp si aggira un'occulta congerie di figuri alquanto loschi che narrano di domeniche passate a mollo giù per le svariate "vie dell'acqua" (spot) che colano giù per qualche improbabile parete montagnarda. Da alcune recenti chiacchierate ho avuto modo di verificare quanto poco chiari siano i loro scopi e quanto non sempre evidente il loro lavoro, tanto da trovarmi così motivato alle seguenti note.
Chi sono dunque questi devianti fra i devianti che si aggirano vestiti di ferro e gomma in stile sado-maso calandosi giù per le "gole profonde" delle nostre montagne?
Che siano dei poco raccomandabili sessuomani pervertiti?
Certamente questo è vero, ma non li dovrete affrontare armati di frustino e mutandoni di pelle (o di latta, a seconda delle preferenze): si tratta di una perversione, ma mi farò punto di spiegare come non sia poi così differente da quello stesso delirio che ci porta in grotta...
L'idea è quella di discendere con piglio esplorativo, e quindi possibilmente per la prima volta, i canyon, le gole, le forre, gli orridi, le spaccature, i canaloni o quant'altro sia abitato dall'acqua e tagli in senso più o meno verticale le pareti di alcune zone alpine. Negli obiettivi non c'è grossa distanza da quanto fanno tutti gli speleo, visto che anche chi frequenta un nuovo torrente si fregia dell'inutile titolo di esploratore (spesso considerandosi il primo a percorrerne un certo tratto), ma nei metodi la differenza è grande, già solo per il fatto di non usare un rassicurante filo d'Arianna con l'ingresso, ma di trascinarsi via ad ogni discesa quell'esile legame con la realtà che è la corda...
Altra grossa, e fondamentale,
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differenza di metodo consiste nel fatto che non ti può importare di meno di tenerti fuori dall'acqua, come spesso vorrebbe lo speleologo che è in te, poiché più vai a mollo e più felice sei. Anzi, i tuffi, le cascate, le pozze, i toboga, le rapide, diventano ingredienti assolutamente essenziali per condire di divertimento queste fantastiche giostre naturali. L'importante è tenere sempre un occhio alla portata del fiume in cui sguazzi e alle nuvole che, a tratti, riesci a scorgere sopra di te.
Spesso l'ambiente è assolutamente mozzafiato (in molti sensi), poiché ti muovi incassato fra altissime pareti dove intuire una via di fuga non sempre è possibile. C'è da dire che il fascino di questi luoghi è tale che questa finisce per essere quasi sempre una delle ultime consapevoli preoccupazioni. È però come se ti restasse una certa inquietudine latente, che di tanto in tanto ti spinge a guardarti intorno con un po' di attenzione in più. ..
La nuova ansia che questa malattia chiamata "torrentismo" ingenera in alcuni di noi ci spinge ad uscire talvolta dai noti sentieri dove anche le pietre hanno un nome per battere altre zone alla ricerca di gole mai scese. Ed è così che girando girando siamo capitati in punta al Piemonte, in quella Val d'Ossola così lontana dai calcari marguareisiani (non t'adirar Visconte...), eppur così prodiga di intuitive spaccature... Sì, perché, udite udite, le forre non crescono solo nel calcare! (Vi vedo stupiti e anche un po' perplessi da questa ulteriore eresia. Ma tant'è...).
I primi approcci datano novantasei e sono vagamente interlocutori: a speranzose prospezioni fanno seguito discese o ridiscese non sempre soddisfacenti. Poi il quadro si chiarisce e si comincia a mettere a fuoco i problemi, individuando le zone più interessanti e promettenti nelle gole del fiume Toce presso Crodo (e gli affluenti laterali); in valle Anzasca; nella zona nei pressi del Sempione nonché, recentemente, nella valle di Bognanco, che ci regala una delle più belle esplorazioni degli ultimi tempi (vedi articolo). Anche la valle principale ha qualcosa di interessante, in particolare l'Orrido di Quarata - Rio di Menta, già disceso da qualcuno, con i numeri per diventare una grande classica della zona (chiedere a Spazzola per conferma... "T 'Piàs la Meeenta?").
Praticamente ogni nuova frequentazione di queste zone ci fa intuire nuove possibili esplorazioni: gli arrivi censiti che potrebbero ragionevolmente meritare una più attenta analisi cominciano ad essere parecchi e da un po' di tempo stiamo cercando di organizzare una visitina all'emeroteca del C.N.R., che non è la banca del seme bensì l'archivio delle foto aeree, per uno sguardo dall'alto. Anche Robi Jarre si è offerto di organizzare qualche voletto in zona, ma la nostra sfiducia nelle sue capacità aviatorie ci ha sanamente trattenuti. Lindberg è ancora troppo lontano da Casteret, e poi il nostro homunculus speleo interiore è ancora troppo affezionato alla dimensione ctonia...
Visto come siamo bravi? Bene, come complemento di questo spiegone vi beccate ora l'esclusiva de "Le forre del Piemonte a puntate", qui per voi sul vostro Grotte, da subito a non so per quanto ancora. Si comincia con l'elenco, seguito dalla legenda che vi potrà aiutare (ben poco) a barcamenarvi con le schede successive che, in accordo con il più razionale "intelletto tabellesco" (stigmatizzato persino da Hegel), il logico Giampiero ha prodotto con il più genuino piglio manageriale. Se avete qualche problema di interpretazione non esitate a prendervela con lui. Io a dare un tocco un po' più umanistico almeno ci ho provato.
... "non puntare mai ad una precisione maggiore di quanta non ne richieda il problema in esame..."
Karl Popper, Poscritto alla logica della scoperta scientifica.
(FV)
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Nota introduttiva alle schede descrittive degli itinerari
Nel seguito di questo "articolone" vengono presentate le schede di alcuni degli itinerari torrentistici piemontesi elencati nella tabella 1.
Le schede cercano di sintetizzare il maggior numero di informazioni possibili; non abbiamo ritenuto necessario allegare uno schema grafico della discesa perché pensiamo sia giusto lasciare almeno un po' di fascino esplorativo a tutti coloro che vorranno ripercorrere questi itinerari.
Nella predisposizione delle schede abbiamo suddiviso le informazioni in quattro sezioni:
- aspetti geografici (ubicazione, note geologiche e idrologiche);
- descrizione degli accessi (arrivo/partenza) e dell'itinerario;
- caratteristiche tecniche della discesa;
- informazioni varie.
All'interno della sezione tecnica vengono forniti i dati di classificazione dell'itinerario secondo il sistema classificativo descritto nel seguito. Nella figura a fianco è riportata la distribuzione degli itinerari torrentistici piemontesi.
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Elenco degli itinerari torrentistici piemontesi (compresi anche quelli solamente individuati)
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Schema classificativo adottato
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Rio di Menta (Orrido di Quarata)
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Rio Freddo
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Torrente Elva
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Torrente del Rocciamelone (Orrido di Foresto)
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Gole di S. Anna di Vinadio
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Rio Rasiga
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Cronache di torrente: rio Rasiga
Franz Vacchiano
Questa domenica in settembre non sarebbe pesata così se la mamma mi avesse preparato un buon pranzetto di quelli che tutti i bravi figlioli consumano nel desco del giorno del signore. Invece sono qui, neppure in buona compagnia, che continuo a rigirare come in lavatrice in questa pozza, a mollo come l'uomo dixan. È piena d'acqua, non tocco il fondo e la corrente mi allontana insistentemente dall'unico punto da cui provare faticosamente a strisciare fuori. Come se non bastasse il sacco con il bogolone viene risucato dalla cascata successiva a cui mi oppongo con un'improbabile opposizione.
Quando cerco di spingermi via nuotando verso di esso, L'Appiglio, non faccio che ripercorrere con un bel giretto il periplo della vasca, esponendomi ai lazzi di quei due deficienti con cui mi accompagno. Almeno qui non mi vedono da sopra...
Bello questo toboga, perché Chicco e Giampiero lo evitano camminandogli di fianco e sfuggendo via? In fondo siamo qui per divertirci, no? Ecco, bene, mi metto in posizione sullo scivolo, come ai giardinetti da piccolo, e viandare! Bello... Lungo... Ecco che arriva l'acqua. Com'è profonda! Non credevo così. Beh, neppure la corrente è troppo tranquilla. Ma... Che cosa sono queste mani robuste che da sotto mi tengono giù? Lasciatemi, c'è un equivoco, siamo qui per divertirci, ora vi spiego...
Non solo i giardinetti, ma tutta la vitaccia grama mi passa davanti nel giro di pochi istanti (secondi, minuti, ore?) poi le due mani evidentemente trovano valide le mie argomentazioni: ho lasciato il gas acceso, il gatto Bakunin da salutare, la bolletta da pagare (ovviamente), e quindi
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decidono di mollare la presa. Mai l'aria ha avuto un profumo così dolce. Cos'è questa puzza di cacca?
Ma che bella posizione questa opposizione con cui tento strenuamente di tenermi fuori dalla cascata che copiosamente (troppo) vomita in mezzo alle mie gambe. Quale lato scegliere, destra o sinistra? Non è il caso di giocare alle metafore politiche in questa situazione, quindi anche la destra può andar bene. Certo che dieci metri più in basso si infrange il cascatone, e recuperare la corda da questo lato sarebbe poi troppo difficile. Bene, si cambia. E mi sposto a sinistra (trasformismo contro corrente? Ovvio, vista la situazione...). Un comodo traversino e sarei volentieri pronto a mettere il fix se qualcuno non avesse deciso di cospargere la parete di sapone. Un po' di acrobazie, tanto per cambiare, con l'inesorabile bogolo messo lì a ricordare la gravità, poi le invocazioni sacre fanno il loro effetto e il chiodo è un punto fermo nell'universo. Guai a chi me lo tocca.
Un'ennesima rapida da scendere. Un po' impetuosa, ma semplice, non troppo inclinata. Lego la corda al grosso tronco incastrato e scendo. Il solito training autogeno per convincermi che il complesso attacco+moschettone+corda tiene, nonostante le sollecitazioni che l'acqua impone a me ed io trasmetto alla faccenda (le gambe tremano un po', ma è di certo la corrente). Un passetto dopo l'altro, con mooolta calma, che le precedenti avventure mi hanno come dire... emozionato. Certo che in questo tratto la corrente è un po' fortina, ma basta fare con calma. Quei due cretini sono lassù che se la ridono, non capisco perché continuo a frequentarli. Poco me ne cale, l'importante è fare piano, con calma. Il solito piede che si incastra dove non dovrebbe (dove non dovrebbe essere, i piedi mica son fatti per scender
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cascate, penso, con un lampo di saggezza). Alla fine realizzo che lassù ridono di me: ho impiegato circa dieci minuti per un tratto di qualche decina di metri. Forse rischiare la vita dopo un po' stanca...
Quando ieri abbiamo deciso di buttare un occhio qui in Val Bognanco "tanto-perche-c'è-ancora-luce-per-qualche-ora" non credevo che quella spaccaturona così invitante potesse essere al contempo così estetica e così tremenda. Guarda e impara Franz che con la corrente non si scherza, diceva la mamma quando mettevo le dita nella presa. Certi insegnamenti non si dovrebbero dimenticare... Arrivati alla fine, che poi è la metà del tragitto possibile, decidiamo di uscire. Una via di fuga quanto mai propizia, visto che come sempre i chiodi sono praticamente contati. La forra continua, con altri trecento metri di dislivello fra strettissime pareti che da qui riusciamo solo ad intuire. Certo, sì, ad intuito non ci frega nessuno, però la prossima settimana io qui non ci vengo mica. Fuck the exploration!
"Non dovresti bestemmiare Franz", mi dico la domenica dopo, coerente come al solito, mentre scendo fra le suddette strettissime pareti. Stavolta però la discesa è di totale relax. In corrispondenza dell'ingresso, cioè dell'uscita del tratto della settimana scorsa, una captazione idroelettrica si ruba molta dell'acqua lasciando per la seconda parte solo un piacevole e fresco gorgogliante torrentello. Non più lotta con l'acqua, né passaggi high tech, ma solo un alternarsi di saltini e toboga in un ambiente da urlo. Unico difetto: questa volta finisce troppo presto... Come dite? Nella valle di fianco c'è un'altra forra come questa mai scesa? No grazie, è stato bello ma... Vabbe,
ci penserò...
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Speleologi e tribù: quasi una fantasia
(seconda parte)*
Giovanni Badino
Difficoltà attuali della struttura tribale
Questa struttura tribale della speleologia ha da sempre delle difficoltà, ma da qualche anno esse sono cambiate.
Mi sembra (ma posso sbagliarmi perché ho conosciuto poco quell'epoca) che un tempo le difficoltà a divenire tribù fossero originate dalla tendenza a formare gruppi di soli cacciatori, con un netto rifiuto verso le femmine. Se è così direi che facevano l'errore di far coincidere l'attività speleologica con quella di "caccia", e ne escludevano le femmine (che invece, nelle antiche tribù da cui veniamo, sembra fossero utilizzate come battitrici; ma questo è sicuramente legato al tipo di animali cacciati): è un tema da approfondire.
Ora abbiamo la possibilità di formare tribù più complete, ma è insorto un nuovo problema: il "gruppo di cacciatori" in quanto tale è divenuto quasi inutile per ottenere risultati perché le stesse cose possono essere ottenute da pochi individui.
Le nuove tecniche e il fatto che i territori si siano estesi al di là della portata della gente non specificamente preparata ha causato dei gravi sintomi che vengono letti come "morte della speleologia". La struttura tribale speleologica ha effettivamente delle nuove difficoltà: abbiamo addirittura assistito a sparizioni di tribù molto importanti, ridotte ora a gruppi minori o a cacciatori sparsi.
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Il motivo è proprio l'estensione del territorio geografico e mentale che ha tagliato fuori gran parte dei membri della tribù. La caccia è spesso riservata a pochi, e questo causa in essi una disaffezione ed una tendenza a cessare le relazioni con la loro tribù per formarne di tipo diverso.
Immaginate un mondo in cui si caccia l'elefante con le zagaglie, cosa che implica una particolare struttura sociale, con forti gruppi affiatati e disciplina ferrea: pensate che d'improvviso vi arrivino prima i fucili da caccia grossa e poi l'elicottero. Quel che succederebbe in un caso come questo è che esploderebbe la tendenza a sterminare gli elefanti sulla base del software di vita precedente ("impegnati al massimo uccidendo l'elefante"), senza che nessuno si preoccupi dell'importanza psichica che aveva per ognuno di noi il tipo di caccia di un tempo, che era ben al di là dell'elefante.
Nel mondo speleologico è un po' avvenuto questo. Il tessuto tribale si è venuto a trovare teso al limite di rottura: la reazione che nasce nei membri perché esso non si strappi è rivendicare come tribù quelle che in realtà sono azioni individuali di loro cacciatori abilissimi. Questo crea screzi, ma ognuno dà qualcosa: il cacciatore rinuncia a rivendicare l'assoluta individualità della sua azione di caccia per ottenere vantaggi tribali (protezione, riti, pubblicazioni, femmine, feste...) per il resto del tempo. Se queste gratificazioni non sono adeguate perché la tribù ha poco da offrire o è incompleta il cacciatore si mette in proprio. Scoppia una crisi.
Cacciatori isolati
Il ruolo degli individui isolati è chiave. Sono essi che fanno le incursioni in territori lontani riportando informazioni: ma se non ci sono tribù che poi "colonizzino" quei territori il loro apporto è puramente individuale. Credo però che andrebbe distinto il ruolo degli esploratori isolati legati ad una tribù da quello dei cacciatori per sé stessi.
I primi hanno una tendenza ad "aprire la strada": riportano documentazione dei territori in cui hanno vagato. In soldoni: pubblicano.
I secondi no. Il ruolo dei secondi è così individuale che da sempre conviviamo con la sua conseguenza logica: la cessazione del desiderio di documentare perché "è fatica inutile". Questa è la fase suprema della distruzione (o dell'assenza) delle tribù, l'asserzione che non occorra una memoria storica di ciò che si fa. È una fase estrema di tipo onanistico (o eremitico?), individualmente approvabile ma perdente se vista nel contesto più ampio della specie. E della speleologia.
Cacciatori specializzati
Accanto a queste tendenze, le modifiche dell'idea di "speleologia" hanno dato origine a un gran numero di cacciatori molto preparati, delusi dalle carenze tribali ma confusamente alla ricerca di collaborazioni sociali.
La soluzione è stata cercata in quelli che un brillantissimo articolo aveva definito "gruppi trasversali". In pratica si tratta di consorzi fra cacciatori specializzati di varie tribù per esplorazioni di terre lontane.
Mi sembra che sia un approccio molto intelligente ma va anche detto che è di gestione estremamente difficile. La pubblicazione dei risultati che vengono ottenuti in questo modo viene spesso fatta in modo inconsistente (credo perché in fondo al cuore molti dei partecipanti non capiscano bene per chi pubblicano) e viene accolta con scarso entusiasmo dalle varie tribù. Chi fa queste cose o rischia l'emarginazione (non è solo invidia, ma soprattutto sensazione di tradimento della propria tribù) o
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viene trattato con sufficienza e battute sulle sue "nuove amicizie".
Sta di fatto che quello che si è accumulato in questo modo è un grosso patrimonio di possibilità di comunicazione fra tribù e un grosso patrimonio di speleologia esplorativa che andrà utilizzato con intelligenza.
Un esempio
L'organizzazione del CAI dal punto di vista dell'interpretazione tribale è molto interessante. Esso nasce come coordinamento di vari gruppi tribali, le sezioni, tribù che si occupano di escursionismo in montagna.
Mi sembra che le radici della disaffezione con la quale la maggior parte dei soci rifiuta di fare attività "centrali" (cioè per il CAI Centrale) sia proprio questo: si sente molto l'appartenenza alla tal sezione di cui conosciamo tutto e tutti, poco il fatto di lavorare per un organismo sovratribale. Ciò è vero, anche se in misura minore, anche per la SSI.
Questa disaffezione è tanto reale che in grandi sezioni come quella cui appartengo l'operazione che viene fatta (di nuovo!) è la frantumazione in sottogruppi: scialpinismo, mineralogico, speleologico, giovanile. Quest'ultimo si trovò in difficoltà di denominazione quando i giovani che lo costituirono si resero conto che il tempo passato ne aveva distrutto la giovinezza: ci fu una grana su come chiamarlo. Alpinistico? E gli altri iscritti all'UGET che fanno, subacquea? Cito quest'esempio perché è stato un esempio di messa a nudo di una tribalità alpinistica. Ognuno di questi gruppi è strutturato a modo suo, con le sue autorità e i suoi riti. La fedeltà tribale del singolo, ovviamente, va al sottogruppo o, nel caso di sezioni piccole, alla Sezione.
Naturalmente qui ometto ogni apprezzamento o denigrazione di chi si sente portato per attività sovratribali, sia perché non so se il ruolo di costoro sia mai stato analizzato dagli antropologi, sia perché io sono diretta parte in causa (ignoro, cioè, il Punto 5), scarsamente compreso dalla mia tribù originale.
Noi che operiamo a livello sovratribale siamo esseri "più coscienti" o gli indegni successori di quelli che, in Mesopotamia, fondarono i primi imperi schiavisti, antitribali? Facciamo attività di coordinamento nazionale o internazionale perché aspiriamo a costituire imperi di cui essere imperatori? Chissà.
Quel che è certo è che nel nostro mondo si incontra chi ci è confusamente ostile appunto perché ci legge, probabilmente senza saperlo, in questo secondo modo.
Speleologia tribale
Ho scritto prima che i motivi ufficiali che conducono alla formazione di gruppi di vario interesse in genere sono scuse per costituire tribù. Ma la speleologia si presta a questo scopo molto più di altre attività, ad esempio dell'aeromodellismo. C'è in essa l'esplorazione dei territori, c'è il fatto che questi sono fisicamente separati dal mondo: tutto questo è fortemente liberatorio dalle strutture nate dagli imperi schiavisti nelle quali viviamo.
Ci è facilissimo attrarre altri disadattati alla speleologia. La separazione dal mondo esterno è forte ma si ha l'altra faccia della medaglia: l'urto di esso con il mondo tribale induce un'acutissima sofferenza nei membri della tribù.
L'idea che si debba chiedere al Prefetto (o al Presidente del Consiglio, o al Papa) se si può andare in grotta ci causa un disagio che va ben al di là del peso reale della richiesta. Lo stesso accade quando nel mondo tribale sembrano apparire valori e criteri del mondo esterno: per questo il mondo speleologico è una "zona franca" dalla
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lotta politica.
Anche l'idea che estranei alle tribù possano andare in grotta è vissuta con forte disagio: i territori di caccia e le nostre capacità di percorrerli, uniche fra le scimmie della nostra specie, le rende off limits per tutti gli altri e ci permette di accentuare la separazione.
Noi siamo tribù che cacciano su un pianeta ignorato da tutti. Questo è bellissimo.
Che fare?
Credo che il compito delle organizzazioni sovratribali sia quello di favorire la sopravvivenza delle tribù speleologiche e soprattutto quella di "schermarle" dall'interazione con gli imperi schiavisti. detto in altre parole, fare da tramite fra il mondo sociale e quello speleologico. Bisogna però stare attentissimi a non cedere alla tentazione di farle divenire, esse stesse, imperi.
Il problema è questo: come ottenere di favorire le tribù, nelle quali le "diversità" degli individui che si votano alla speleologia appaiono "normali"? Come creare e curare ambienti nei quali, in eterno, le nostre caratteristiche devianti appaiano ragionevoli e gradite?
Da quanto ho detto prima dovrebbe essere divenuta chiara una delle linee strategiche: garantire che chi ha uno stimolo verso le grotte abbia a portata di mano una tribù cui riferirsi. Come ottenerlo è semplice: occorre cercare di far confluire i gruppi troppo ridotti in strutture più grandi.
Questo è un grosso problema. La pletora di gruppi grotte che caratterizza gli speleologi (che in media sono meno di dieci per gruppo) sembra legata a due fenomeni: costruzione di status ed intolleranza.
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Il primo è ampiamente analizzato da Desmond Morris in "The Human Zoo" (lettura caldamente consigliata); egli vede nella costruzione di gruppi un modo adottato da quelli che chiama gli status-seekers (cacciatori di status) per creare un simulacro di tribù in cui essere in posizione dominante: in sostanza, si fa il gruppo per esserne il capo. Man mano che questi gruppi divengono più grandi si formano tensioni perché al loro interno arrivano nuovi "cacciatori di status" che trovano i posti occupati. Si aprono a questo punto due possibilità ben note a chi fa speleologia: la lotta ("quello è troppo vecchio, non va più in grotta, non capisce che il mondo è cambiato...") o il frazionamento in più gruppi.
L'altro processo che tende a moltiplicare il numero di gruppi speleologici è l'intolleranza fondamentale: non ci si riesce a capacitare del fatto che nella nostra tribù possa esservi qualcuno che non la pensa come noi.
In molte città la risposta culturale naturale degli speleologi è quella di dividersi: ogni volta che si incontra una divergenza ci si fraziona e poi si prosegue la lotta fra i "nuclei familiari" contendendosi i territori di caccia che prima li accomunavano. Spesso lo sforzo non è più diretto alla nostra caccia ma ad ostacolare quella altrui. Il processo continua sino all'estinzione di tutti quanti i gruppetti o all'acquisizione di tutti i territori da parte di altre tribù più efficienti.
La tendenza a costituire gruppi omogenei è proprio fallimentare, si cade in strutture sottotribali e si buttano un mucchio di possibilità di sviluppo e di vita interessante. Le organizzazioni sovratribali devono tendere ad impedirlo.
Lo sforzo quindi deve essere far accettare le posizioni diverse, far rinunciare all'idea che una tribù debba essere un insieme di amici (non lo sono mai state) ma piuttosto delle strutture abitabili nelle quali trovare amici coi quali andare in grotta.
Affannarsi in chiacchiere (come questo scritto) perché questo avvenga è inutile: occorre operare in modo che questa posizione risulti conveniente. Forse è questo uno dei compiti delle organizzazioni sovratribali.
Lo si può ottenere anche stimolando zona per zona delle iniziative che coinvolgano tribù incomplete, in lavori corali. A quel punto potrà apparire vantaggioso il lavoro comune, si troveranno nicchie lavorative per persone che non hanno mai fatto nulla di significativo e si saranno formate basi per una struttura tribale vantaggiosa.
In queste operazioni c'è un rischio, legato all'inserimento di tribù vere e proprie (gruppi autosufficienti) in questi lavori comuni. Occorre evitare che si realizzi la loro tendenza naturale: catturare schiavi (è impossibile, infatti, inventare nuovi ruoli sociali: li abbiamo già nel DNA tutti quanti e li adattiamo ai nostri poveri casi). Bisogna perciò curare che ci siano rapporti di parità, impedendo la focalizzazione dell'attività dei vari gruppetti sulla superiore struttura organizzativa della tribù preesistente. Operazione difficile.
Torniamo ad abbozzare strategie. Un'altra è favorire la costruzione di una memoria storica tribale: in pratica curare che le principali tribù abbiano dei bollettini.
Infine per difendere la nostra diversità occorre limitare la competitività fra le tribù, perché è svantaggiosa.
Essa ha origine quando ci si deve contendere un territorio di caccia limitato: in tal caso quella di sbranarsi a vicenda è proprio la soluzione corretta per affrontare questo problema. Nella storia gli scontri si sono protratti sino a che (per altri motivi, legati a problemi di controllo dei fiumi) molte tribù si sono messe a cooperare formando un'organizzazione superiore che si è inghiottita tutte le altre, tanto che ora le ultime se ne stanno rintanate nelle giungle brasiliane (ma non preoccupatevi. le stiamo raggiungendo). È il processo di formazione degli imperi schiavisti, la
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soluzione trovata per prima dai Sumeri: non è un caso che essi siano il primo popolo di cui conosciamo il nome..
Ma l'ipotesi che rende sensato questo approccio aggressivo è che il territorio di caccia sia limitato. Molti speleologi operano come se il territorio carsico fosse limitato a quello attorno a casa propria; ciò li rende sanguinari ed aggressivi: potessero, fonderebbero un impero solo per tenere sotto controllo quella particolare grottina, la loro grottina...
Ma la realtà è che il territorio carsico non è limitato, anzi: è sconfinato. La competitività non solo non è necessaria ma è addirittura svantaggiosa. Il territorio di caccia è senza limiti: gli esploratori isolati hanno già vagato a distanze immense, e continua.
Dato questo fatto credo che per limitare gli scontri fra tribù si possa cercare di riversare verso l'esterno l'aggressività dei "guerrieri" di ogni tribù. Lo otterremo indicando nuovi territori di caccia e facendo in modo che i cacciatori più abili di tutte le tribù insegnino come sfruttarli, anche se lo faranno volentieri solo se saranno sicuri di non addestrare futuri competitori su quei territori... Non dimenticate che siamo scimmie.
Abbiamo a disposizione un intero pianeta: annientare la nostra attività sulle polemiche intertribali o per catturare schiavi è stupido.
Credo che far capire questo sia il compito fondamentale degli individui che vogliono lavorare ad un livello sovratribale.
* La prima parte e stata pubblicata sul numero scorso, 123