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GROTTE
anno 40, n. 123 - gennaio-aprile 1997
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
sommario
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Notiziario |
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Attività di campagna |
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Kuaranta: cronaca di un corso |
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Z1 Giochi senza frontiere |
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Patagonia '97: il ritorno |
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Nel centro di Rio La Venta |
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La grotta del Cinghiale |
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Sierra Darwin |
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La stabilità delle cavità sotterranee |
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Attività biospeleologica 1996 |
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Prove sui materiali: le corde Roca |
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Le radio ricetrasmittenti |
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Speleologi sulla rete |
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Speleologi e tribù |
Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n. 9 di ottobre 1997.
SPEDIZIONE IN A.P., comma 27, art. 2, Legge 549/95
Direttore responsabile: Emanuele Cassarà
(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13.10.73)
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Redazione: |
Giovanni Badino, Giampiero Carrieri, Marziano Di Maio, |
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Attilio Eusebio, Daniele Grossato, Laura Ochner, Massimo Taronna, Francesco Vacchiano. |
Foto di copertina: Grotta di Bossea (B. Vigna)
Bozzetti di Simonetta Carlevaro
Stampa: La Grafica Nuova, Via Somalia 108/32, Torino
Fotografie di: G. Badino, A. Eusebio, G.Giovine, B. Vigna, G. Villa, Archivio GSP
GSP su Internet: HTTP://WWW.ARPNET.IT/~GSPELE
Email: GSPELE@ARPNET.IT
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Notiziario
Dieci anni dopo
Dieci anni fa, durante l'ultima uscita del 30° corso di speleologia del GSP , moriva uno dei nostri allievi, Antonio Serra.
Antonio era un allievo brillante e attento, con una caratteristica importante e fatale: era un operaio turnista.
L'ultima uscita era al Corchia, notturna ovviamente, e lui si presentò all'appuntamento con una notte di lavoro in fabbrica alle spalle. Nessuno lo sapeva, e del resto è raro che noi ci interessiamo del "quotidiano" che porta una persona a frequentare i nostri ambienti.
Succederà dopo molto tempo, quando l'assiduità di quella particolare persona finirà per incuriosirci. Ma intanto, che uno sia battilastra, disoccupato o dirigente è cosa sua; qui, ora, lui deve cercare di capire se si può trasformare in speleologo. Se ciò accadrà, dopo, gli chiederemo; "ma tu, da dove vieni?".
Aveva sonno, dunque. Troppo di più dei compagni. Si addormentò in discesa, in opposizione su un pozzetto poco sotto la Gronda. Walter lo vide d'improvviso alzarsi in piedi dall'opposizione (un sogno?) e dunque precipitare: per pochi metri, ma a corpo morto. Morì molte ore dopo, fra le braccia del Soccorso, per complicazioni seguite alle lesioni toraciche che si era procurato.
Nessuna storia rilevante gli fece seguito. Non abbiamo mai più avuto contatti con la famiglia, se non per qualche tempo per problemi assicurativi, né lo abbiamo gran che citato nelle innumerevoli ore di chiacchiere in questi dieci anni.
Una rimozione? Non credo, piuttosto penso sia stata un'incapacità di pensare a questa persona, passata così rapidamente. Incapacità di appropriarci seriamente di quella storia.
Dopo qualche tempo fummo colpiti dall'incidente al Veliko, poi venimmo sommersi da quello alla Chiusetta; quello al Corchia divenne remoto. È persino possibile che alcuni dei "nuovi" non ne sappiano nulla.
Il decennale, in sé, non è nulla. Cinque anni, o tremila giorni, andavano benissimo.
Ma ora vorrei riparlare di questa nostra tragedia.
Di tutti quei giorni di imbarazzo, tristezza, impotenza ricordo pochi episodi. Voglio citare quello di quando, fuori della chiesa dove veniva fatto il funerale, osservai il campanile. La chiesa era (è?) un capannone nella periferia Nord di questa città in cui viviamo, e di cui siamo il "gruppo speleologico". Periferia di città industriale. Povera e concreta. Ma ci aveva dato uno dei suoi figli e lui, imparando quest'arte assurda, era morto.
Del campanile, dicevo. I campanili sono importanti, alcuni sono capolavori dell'arte umana, quello di Santa Maria del Fiore mi sembra semplicemente il più bell'oggetto realizzato dagli uomini. Quello della chiesa in cui si svolgeva il funerale era una struttura di pochi metri di altezza fatta con tubi da impalcatura su cui poggiava un ripiano d'assi; su di esso erano appoggiate trombe altoparlanti che trasmettevano una registrazione di scampanìo.
Ricordo il senso di tristezza che mi comunicò. Quel figlio di emigranti della Sardegna, forse una persona chiave per la vita economica di quella famiglia, se ne
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era andato mentre gli facevamo da maestri in una disciplina incomprensibile per i suoi stessi familiari. Lo aveva ucciso proprio l'incompatibilità della fatica del suo lavoro con le fatiche di questa disciplina, e il suo entusiasmo. Si accomiatava in una sorta di capannone industriale. Gli sarebbe anche stato negato il ricordo dei compagni perché non avevamo avuto il tempo di legare, così come la comprensione dei parenti per quell'attività.
Una tristezza infinita. Non potevo dirla allora. La dico adesso, mentre forse quella famiglia continua a patire le conseguenze della perdita di quel figlio, e lo ricordano, e non sanno dire perché è morto.
Stefano Sconfienza, allora direttore del Corso, che si sentiva in colpa per aver portato qualcuno sottoterra a morire, scrisse su Grotte che la chiave per continuare gliel'avevo data io dicendogli una sera: "qualcuno ha portato in grotta te, giusto?" (ricordo che quando lo dissi lui si zittì di colpo).
Tre anni dopo lui stesso se ne andava con altri nostri otto compagni.
Chissà, forse se io avessi taciuto, se lui si fosse disperato di più e avesse smesso, ora anche lui sarebbe vivo. Chissà. Ma ha fatto bene a continuare, e Antonio ha fatto bene a fare il corso.
Dovevano modificare alcuni particolari comportamenti (accettare il proprio sonno l'uno, le condizioni della neve l'altro), ma hanno fatto bene a fare speleologia. Sono proprio contento che abbiamo portato anche loro nel mondo ipogeo, anche se questo ce li ha portati via.
Accettiamo la speleologia, che è fatta così. La nostra attività ci porta sui limiti della conoscenza umana, limiti inutili ma importanti come molti altri. Come tutte le discipline di esplorazione questa comporta delle perdite umane.
Miglioriamo il Soccorso, battiamoci per la prevenzione, scriviamo e leggiamo di autosoccorso, lottiamo per rendere l'attività "sicura": ma continuiamo, e rischiamo. Non saremo mai al sicuro, ma almeno saremo vivi, per qualche tempo.
È questa mania esplorativa, questa capacità di giocare da adulti che ci ha dato tutto quello che possediamo come specie. Abbiamo addentato il frutto dell'Albero della Conoscenza, è questa la nostra differenza dagli altri animali.
Avremo ancora perdite, milioni di individui ancora moriranno sui confini, ma forse prima faranno a tempo a comunicare ai miliardi che non ci sono, e che moriranno lo stesso, cosa c'è al di là.
Perdite che si aggiungeranno agli altri individui caduti sul fronte della conoscenza: staranno con esploratori polari, antichi cacciatori, fisici che maneggiavano radiazioni mortali, filosofi che venivano bruciati. E gli speleologi, disperatamente assortiti, sgradevoli, hanno dentro questa chiara tensione individuale all'ignoto che li rende inadatti al quotidiano (sei incapace di crescere, ma quando smetterete di giocare te e i tuoi amici, ma non hai nulla di meglio da fare...) che li accomuna con i Barents, gli Amudsen, i Magellano, anche se vivono un quotidiano ben lontano dall'immagine che ci evocano questi nomi.
I nostri compagni (Antonio operaio immigrato, Stefano ingegnere cittadino, Flavio fioraio di provincia e tutti gli altri, pazzamente scelti) sono su quell'infinito catalogo della nostra specie che cita chi è morto aiutando l'umanità a prendere coscienza del mondo circostante.
Potevano scegliere una vita usuale, senza scosse, un lungo sonno. Hanno scelto, più o meno consciamente, di stare sui confini del mondo, e lì sono caduti.
Giovanni Badino
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In margine alla tavola rotonda sulla "fruizione del parco del Monfenera"
Nell'ambito del raduno dei gruppi speleologici piemontesi organizzato dall'A.G.S.P. a Grignasco il 31 maggio-1 giugno proprio alle pendici del monte Fenera, si è tenuta il sabato una tavola rotonda con la partecipazione della Soprintendenza archeologica del Piemonte nella persona del dott. Gambari, della Direzione del parco del Monfenera nella persona della prof. Calderini e degli speleologi del Piemonte per l'appunto, rappresentati dal nostro Poppi.
Non ho particolari interessi alla "fruizione" del Monfenera, salvo il fatto che in un lontano passato sono andato lì a sposarmi e più recentemente ho avuto la possibilità di studiare qualche dente di Neandertaliani provenienti proprio dalle sue grotte. Ciò nonostante aspettavo con un certo interesse questo incontro che, credo, se non instaurare una fattiva collaborazione tra gli Enti, per lo meno avrebbe potuto costituire una buona occasione per "rompere il ghiaccio" tra speleologi e archeologi dato che non mi sembra esistano precedenti per lo meno nella nostra regione. Purtroppo secondo me si è cominciato col piede sbagliato con la polemica sulla disostruzione da parte degli speleologi della grotticella del Fenera, recentemente scoperta, che ha permesso il recupero di uno scheletro umano femminile di epoca preistorica, battezzato Annie. E così si è probabilmente persa un'ottima occasione per arrivare ad una reciproca comprensione dei problemi e delle esigenze che le attività sul territorio (speleologia, conservazione dell'ambiente, archeologia e preistoria) comportano. Infatti l'impressione è che ciascuno dei relatori sia rimasto arroccato nelle proprie indiscutibili posizioni.
Com'era prevedibile, del resto. Da una parte lo speleologo che reclama il diritto (confortato anche da una Legge per la Speleologia) di percorrere ed esplorare quegli spazi che gli sono così congeniali e di effettuare quelle ricerche sull'ambiente sotterraneo alle quali forse spesso manca, per conferire l'etichetta di "scientifico", solo uno stipendio da un qualche ente pubblico. Dall'altra i rappresentanti dello Stato (che lo stipendio ce l'hanno) che reclamano, ventilando articoli di Legge, l'esclusiva del controllo sul territorio; da questa parte stanno però anche i diritti della Scienza che lo speleologo, disostruendo una grotta, calpesta (non solo in senso metaforico). È intuibile che il semplice ingresso in una grotta, ma anche il percorrere un sentiero o l'arrampicarsi su una roccia, può produrre di per sé delle modifiche all'ambiente che è di proprietà dello Stato (e che ha il diritto di rivalersi dei danni), ma questo lo si sapeva comunque e forse non sarebbe stato opportuno sottolineare in modo così pesante la cosa da parte di chi di dovere.
Quello che è forse emerso di costruttivo è la necessità di una maggiore sensibilizzazione dei gruppi speleologici a questi problemi. E cioè: non trascurare nei corsi di speleologia approcci alla conoscenza dell'archeologia, della paleontologia e della biospeleologia, tutte attività che contribuiscono alla conoscenza globale dell'ambiente delle grotte. Non è necessario che si pratichino sul campo queste attività che comunque sono in effetti spesso di pertinenza dello specialista, ma è necessario imparare a rendersi conto che un deposito all'ingresso di una grotta con particolari caratteristiche, può essere molto importante per un certo tipo di studi di stratigrafia (preistoria, archeologia), ma anche il rinvenimento di ossa di animali fluitati al fondo di una grotta (fossili o no) può essere importante se non altro per studi
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sulla fauna scomparsa nella zona (vedi per esempio i rinvenimenti frequenti di Orso Bruno nelle grotte delle Alpi Marittime in particolare al Ferà e alla Colla dei Termini). Lo speleologo, proprio come unico specialista dell'ambiente sotterraneo, deve essere in grado di rendersi conto dell'importanza di ciò che osserva e ha il dovere di documentarlo come meglio può. Scorrendo la bibliografia di lavori riguardanti le grotte e l'attività di campagna, si trovano qua e là segnalazioni di reperti e osservazioni che non devono andare perse; del resto l'"attività di campagna" di un bollettino serve anche a questo. Quindi al giovane speleologo si dovrebbe chiedere una maggior cura e precisione nel riportare le proprie osservazioni.
D'altra parte chi pratica un'attività di ricerca in campo archeologico o paleontologico dovrebbe rendersi conto che il suo lavoro spesso ha molto da guadagnare da una collaborazione con i veri specialisti dell'esplorazione del sottosuolo; valgano per tutti i recenti esempi della grotta di Altamura, della grotta Chauvet (Ardèche) e, perché no? nel suo piccolo anche della grotticella sul Monfenera che ha restituito alla scienza le ossa di Annie.
Giuliano Villa
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Ancora Sardegna
Da un certo numero di anni passiamo il fine anno nella beneamata isola, sarà perché ci troviamo bene, perché il clima invernale delle Alpi Nordoccidentali non ci piace, comunque tutte le volte è una esperienza positiva nella quale aumentiamo il nostro numero di amici e conoscenti.
Questa volta non eravamo in molti, alle famiglie Eusebio e Vigna si sono aggiunti il single Super e Bruno Steinberg con figliola.
Di attività non ne parlerò, è già stato fatto in altre parti del bollettino precedente, ed anche se intensa (quasi tutti i giorni in grotta) accompagnati dal freddo e dal maltempo, è stata dedicata principalmente alle foto ed a ricognizioni conoscitive. Anche delle foto non vi parlerò, vi basti sapere che tra tutti sono stati fatti una decina di rullini che allieteranno le serate comuni.
Un pensiero ed un grazie vanno invece a Leo Fancello e gli amici di Dorgali che ci hanno coccolato per una settimana portandoci a spasso e facendoci affacciare a "cose notevoli".
Passeggiando sul sentiero per il Bue Marino affiorano strani pensieri, antiche linee di costa segnano la strada verso la grotta, poi al suo interno scure masse di basalto ci annunciano uno strano intreccio tra calcari, di mesozoica età, giovani basalti e antiche grotte. La teoria più accreditata fa presumere che la grotta del Bue Marino sia stata riempita da basalti e successivamente svuotata, ma allora quanto è vecchia?
Assai interessante si è rivelata anche la grotta di Su Anzu, antica palestra esplorativa del GSP, nella quale il buon Leo ci ha introdotti religiosamente, portandoci a passeggiare nelle gallerie Saracco. Anche qui basalti sparsi, grandi fratture che tagliano le gallerie e concrezioni, fango e morfologie mettono alla luce una storia antica forse ancora da capire.
Così, se riusciamo a mantenere le promesse, ci rivediamo a Dorgali a fine anno.
Attilio Eusebio
Le ali dell'angelo a Su Anzu (foto A. Eusebio)
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L'aggiornamento della Bibliografia analitica
È in corso la raccolta delle schede bibliografiche per l'aggiornamento della Bibliografia analitica delle grotte del Piemonte e della Valle d'Aosta, la cui ultima edizione risale al 1981 (con dati bibliografici a tutto il 1977).
Il lavoro, iniziato anni fa e poi interrotto, è stato ripreso all'inizio dell'anno ed è in fase abbastanza avanzata, avendo già raccolto a tutt'oggi (10 giugno) ben 1249 schede bibliografiche corrispondenti ad altrettanti articoli e pubblicazioni e 1765 schede di grotte. Il tutto è raccolto in un Data Base per DOS per un totale di oltre 4 megabites. Si può calcolare che approssimativamente l'80% del materiale sia già stato raccolto, per cui si può prevedere che l'aggiornamento potrà essere terminato entro la fine dell'anno, tenendo conto anche dell'elaborazione dei dati che si annuncia laboriosissima.
Nel frattempo, segnalazioni (pubblicazioni con citazioni di grotte piemontesi al di fuori della normale stampa speleologica - guide, leggende...), errori nel precedente aggiornamento, critiche, ecc. sono quanto mai indispensabili e graditi.
Giuliano Villa
Luci sulla montagna
Ancora una serata di proiezioni pakistane, questa volta a Giaveno, il 4 marzo. Ube, Cinzia e Franz per Torino, i giavenesi pakistani agli onori di casa. Il pubblico è parso interessato facendo domande e (relativamente) pochi sbadigliavano.
Altre proiezioni sono state presentate a Novara il 15 gennaio (al CAI con il Vietnam), a Fossano il 20 gennaio (CAI, ancora Vietnam), in sede il 7 marzo con la presentazione del Corso, a Cuneo il 18 aprile (CAI, Pakistan).
Festa di Carnevale
L'11 febbraio si è tenuta nella solita bettola dei bassifondi torinesi l'ormai tradizionale festa di Carnevale in costume (non da bagno, ne tantomeno da "speleo"), dove il ghesp ha scatenato ancora tutta la sua (usuale) potenza carnevalesca e festaiola. Ottimi i travestimenti di Danilo che era letteralmente "in maschera" (antigas) e di Alby (travestito da Alby). Ma il vertice assoluto della potenza mimetica spetta senza dubbio a Chicco, camuffato in modo assolutamente perfetto da Cesco. Premio Peter Sellers '97.
Nuntio Vobis
Come sapete, abbiamo una nuova Commissione Centrale per la Speleologia del CAI. Ne è presidente Mario Trapletti da Bergamo, vice Massimo Liverani da Imola e segretario Alessandro Landi da Schio.
Detta commissione si trova di fronte alcuni compiti, alcuni facili, altri terrificanti. Tra quelli semplici, essere meglio e fare meno danni della precedente; tra quelli orridi, tutto il resto. Ora potete dirci cosa dobbiamo fare di questa CCS: scartate la prima risposta che vi viene in mente e comunicateci la seconda. Noi da queste pagine, ma soprattutto da altre cercheremo di tenervi aggiornati su quanto bolle in pentola.
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Nelle prime riunioni ci siamo occupati di capire quale sarebbe stato il nostro mestiere: dare un senso alla CCS (se ne ha), vedere in che modo può essere utile agli speleologi, cosa fare della scuola, come utilizzare i soldi (non troppi) che il CAI sgancia, come riprendere i contatti con le strutture nazionali (CNSAS e SSI), come allacciare rapporti sensati con gruppi, convegni e federazioni, come sopravvivere alle elefantiasi del CAI, come promuovere una rivista non concorrente a Speleologia e Speleotrans (se rinascerà), decentrare strutture e scuola, rivedere i vari regolamenti, affrontare con CNSAS la prevenzione degli incidenti, con SSI e il suo transumante presidente la questione delle pubblicazioni tecniche magari comuni, promuovere e incentivare esplorazioni, attività e spedizioni, affrontare il problema della conservazione e/o pulizia delle grotte e/o delle aree carsiche e altro ancora.
Come vedete questioni trascurabili; abbiamo idee chiare su alcuni punti, vaghe su altri e nessuna su altri ancora: siamo in attesa dei vostri pareri, possibilmente prima che facciamo cazzate e non dopo.
Da queste parti (Torino e dintorni) in particolare ci stiamo occupando di far nascere un foglio che succeda a Speleocai (toglietevi le mani dalle frattaglie, prego), dal nome provvisorio di "Speleomai". Uscirà inizialmente come parte dello "Scarpone" (allegato o inserto) per evolversi, credo, in pubblicazione autonoma destinata alla speleologia italiana targata CAI e no (se risolveremo il problema degli indirizzi, dei fondi, ecc.). Dalle prime sensazioni pare che tutto ciò interessi al popolo speleo quanto il risultato del derby tra Carmagnola e Villastellone del 1963; siamo interessati ad avere conferma di questo, anche per regolarci su quante energie dedicare allo scopo.
Ciao
Ube Lovera
Leo Ravelli
E' prematuramente mancato Leonardo Ravelli, titolare del negozio di articoli sportivi la cui pubblicità è comparsa sui nostri bollettini per moltissimi anni, a partire dal n. 38 del 1969. È stato alpinista di valore seguendo le orme dei celebri fratelli Ravelli (suo padre Francesco "Cichin" vissuto 100 anni, e gli zii Zenone e Pietro "Pipi"), istruttore della Gervasutti, membro del Soccorso dalla fondazione e per 16 anni capo della forte Stazione di Torino. Di tempra montanara (i suoi erano scesi dalla Valsesia), era un galantuomo d'altri tempi. Il suo negozio fuori dalle ore di punta era un po' un ritrovo di alpinisti, ma con Leo si parlava anche di cultura alpina, di economia, di Piero Gobetti e Massimo Mila... Si teneva informato sulla speleologia, era sensibile ai problemi sociali e dei giovani (a questi ultimi non lesinava prezzi scontati e credito, pur rimettendoci quando cadevano in montagna), era generoso con il Soccorso e anche verso il nostro Gruppo, dandoci con il contributo pubblicitario un piccolo aiuto da cui non poteva aspettarsi molto ritorno, anche perché non vendeva attrezzatura speleo. Ci mancheranno molto i suoi consigli disinteressati sugli acquisti, il suo sapere ma soprattutto la sua amicizia.
M.D.M.
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Varie
Dopo i polacchi, gli ungheresi. Dopo una risalita hanno trovato in Gortani 800 metri di nuova grotta per fermarsi di fronte a due pozzi valutati 140 e 160 m che li riporterebbero circa alla quota del fondo. Si dice che Mario Bianchetti sia diventato biondo.
...E in Apuane dopo il Corchia, il Milazzo. Pare che tocchi ora a questa grotta essere chiusa ad opera dei cavatori. Restiamo in attesa di dettagli.
Abbiamo ricevuto dagli amici francesi due rilievi delle grotte del Marguareis recentemente oggetto di nuove esplorazioni da parte di gruppi d'oltrealpe, si tratta di una vecchia conoscenza: l'Omega 5, dove sono state fatte risalite sul pozzo da 70 e dell'Aven de l'Ail la più profonda cavità marguareisiana in terra di Francia; nelle pagine seguenti i rilievi.
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Aven de l'Ail (24-56) - sezione
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Aven de l'Ail (24-56) - pianta
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Gouffre Omega 5 - rilievo
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Attività di campagna
a cura di Massimo Taronna
5 gennaio. Giovetti. G. Carrieri, B. Vigna, D. Grossato, D. Girodo, M. Ingranata, Ferdinando (GSG). Giro con gli sci. Trovato un meandrino soffiante.
12 gennaio. Buco del Cinghiale (Giovetti). I. Cicconetti, A. Eusebio, B. Vigna, P. Fausone, L. Soressa, N. Milanese, Meo. Poppi e Nicola si dedicano a lavori di idraulica nella strettoia; una diga e un tubo di gomma permettono di renderla un po' meno umida. Intanto prosegue l'esplorazione; dopo aver allargato una strettoia si arriva fino ad una sala molto concrezionata. Viene rilevato fino alla sala Sim.
18 gennaio. Buco del Cinghiale (Giovetti). I. Cicconetti, L. Soressa, S. Alfano, V. Stringani, P. Fausone. Seguito l'attivo sul fondo, che porta ad una saletta con pozzo, a cui seguono un ramo attivo e un ramo fossile. Qui parte un reticolo di gallerie. che sembra chiudere. Ci sono alcune risalite da fare.
Sede centrale CAI (Milano). A. Eusebio, D. Girodo, F Cuccu, M. Taronna, A. Ubertino, G. Dutto (GSAM). Riunione dei Delegati e della Commissione Tecnica Speleologica del CNSAS.
26 gennaio. Buco del Cinghiale (Giovetti). D. Girodo, R. Pozzo. M. Taronna. I. De Almeida, E. Neirotti, L. Collivasone, N. Milanese, Mecu, Picchi e Super rilevano le gallerie superiori che partono dalla sala Sim. Loco, Beu, Brady e Nicola raggiungono la finestra sul P20 dell'ingresso, che porta in una saletta chiusa.
1-2 febbraio. Buco del Cinghiale (Giovetti). I. Cicconetti, L. Soressa, V. Stringani, B. Vigna, A. Cotti, N. Milanese, Igor, Alby e Vittorio risalgono nelle salette prima del P10 (zona esplorativa). Nessun risultato apprezzabile Meo, Gigi e Nicola cercano una possibile prosecuzione nelle condotte senza esito. Qui l'aria è poca. Si esce rilevando. Rimane da capire dove va l'aria, che prima del P10 è molto forte.
15 febbraio. Piaggia Bella e Marguareis. D. Girodo, G. Carrieri, M. Taronna, U. Lovera, R. Richiardone (GSG). Ube e Renè vanno a rovistare nella zona di Kyber Pass. Mecu e Giampiero salgono con gli sci sul Marguareis, vedendo alcune zone soffianti verso la cima Super verso A11, dove è tutto chiuso.
Piaggia Bella (Conca di Piaggia Bella - Val Tanaro). U. Lovera, R. Richiardone (GSG). Nella zona di Kyber Pass scesi un paio di pozzi in un meandro. Fermi su un P10.
22 febbraio. Bologna. A. Eusebio, D. Girodo, M. Taronna. Riunione Commissione Tecnica Speleologica del CNSAS.
23 febbraio. Piaggia Bella. I. Cicconetti, F. Belmonte, P. Fausone, F,. Vacchiano, A. Cotti, E. Serra, S. Capello. Alby, Giulia, Sara e Franz a Kyber Pass. Rivista la zona sul fondo dell'amonte di Kyber Pass. Passata una strettoia viene esplorato un ramo che ritorna su sé stesso. Esplorata una galleria fortemente inclinata con andamento circa perpendicolare rispetto all'amonte di Kyber Pass. Non sembrano esserci altre possibilità esplorative in questo punto, e occorre fare il rilievo.
Igor, Iena, Cesco e Paolo senza saperlo si trovano nelle zone di Kyber Pass oggetto delle esplorazioni di Ube e Renè. Vista una risalita fatta nell'80.
2 marzo. Esercitazione del 1° gruppo, con 4 obiettivi:
a - Riarmo dell'Orso di Pamparato
b - Riarmo di Rio Martino (Valle Po)
c - Lavori nel magazzino del 1° Gruppo
d - Esercitazione con le celle di Carico a Bussoleno (Val di Susa)
9 marzo. Piaggia Bella. C. Banzato, L. Soressa, A. Molino, R. Richiardone (GSG), Atos (GSG). In zona Kyber Pass viene sceso il pozzo su cui ci si era fermati la volta precedente, ma si ricade su Erica della notte. Altre 11 persone, tra cui 4 emiliani. fanno un giro fino alla Tirolese.
Grigna (Lombardia). G. Carrieri, M. Ingranata, F. Vacchiano. Tentativo fallito di entrare in Mastro Splinter. Si dirotta in Liguria per la forra di Rio Barbaria.
Cima Cars. Vigna, Eusebio, Girodo, Cagnotto, M. Marchioni. Con gli sci alla ricerca di grotte.
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16 marzo. Grotta delle Vene (Val Tanaro). Prima uscita del 40° Corso di Speleologia.
Dorsale del Ferà, versante Nord. E. Serra, F. Belmonte, N. Milanese, R. Pozzo, U. Lovera, F. Cuccu, P. Fausone, Picchi, Claudia, Agostino. Ricerca infruttuosa della condotta che si vede dal sentiero che conduce alla capanna.
Grotta del Bandito. G. Villa, F. Maina più altri. Accompagnati alcuni biologi per osservazioni faunistiche
22-23 marzo. Piaggia Bella. N. Milanese, D. Girodo, M. Taronna. Spersi tra le gallerie Mistral e il Cammello, sopra la Tirolese.
23 marzo. Dorsale del Ferà. B. Vigna, E. Bena, V. Marchionni, D. Salaspini, C. Oddoni, Dario. Scavata una condotta, vista da Fausone, per circa 4 ore. Sembra essere molto promettente, ma il lavoro da fare è tanto. Viene poi fatta una battuta. senza risultati.
Arma della Pollera (Finale Ligure). Seconda uscita del 40° Corso di Speleologia.
Arma del Buio (Finale Ligure). I. Cicconetti, F. Belmonte, P. Fausone, E. Serra, S. Franconeri, R. Vinotti (Acqui) più altri. Giro escursionistico, tanta acqua.
29-31 marzo. Pania Secca (Apuane). I. Cicconetti, P. Fausone, M. Ingranata, Chiara, R. Richiardone (GSG), M. Oteri (GSG), Roberto (GSG), Robertino (Faenza), Cristina (Faenza). Disarmo dello Specchio Magico e battuta esterna Visti alcuni buchi ma non raggiunti, per problemi di neve.
30-31 marzo. Capanna Saracco-Volante (Conca di Piaggia Bella). D. Girodo, N. Milanese, M. Taronna. Trovato un buco tra il colle del Pas e il Ballaur, con pozzetto da 15-20 m. Non è necessario allargarlo e ha bucato notevolmente la neve. Manzato il buco siglato GSP 94, situato poco sotto la cima del Ballaur, sul versante che dà su zona Omega. Aria soffiante molto forte, ma non si passa ancora.
5-6 aprile. Pian della Fioba (Apuane). D. Girodo, P. Fausone, F. Cuccu, M. Taronna. Riunione Commissione Tecnica Speleologica e Gruppo Lavoro Disostruzione del CNSAS.
Conca delle Carsene (Valle Pesio). B. Vigna, A. Molino, S. Capello, F. Belmonte, Chiara, C. Oddoni. Battuta esterna tra il Vallone dei Greci e le pareti dello Scarasson. Trovati alcuni buchi promettenti in parete e 4 buchi nelle zone alte delle Carsene. Tutti i buchi sono stati siglati con vernice rossa.
Piaggia Bella. U. Lovera, A. Eusebio, N. Milanese, S. Carlevaro, I. De Almeida, R. Chiabodo, E. Neirotti. Dalle Gallerie Suicide all'Artiglio sinistro di Caracas. Fatte un paio di risalite. Fermi su un P15 da risalire. Un po' d'aria e molta acqua.
13 aprile. Cantoira (Valli di Lanzo). Uscita in palestra esterna del 40° Corso di Speleologia.
19-20 aprile. Pania Secca (Apuane). I. Cicconetti, D. Girodo, Chiara, R. Richiardone (GSG), Roberto (GSG). Igor e Chiara rivedono il Buco di Paola, posto a qualche metro dall'Abisso Borra Canala. Scesi per circa 20 m e poi risaliti qualche metro fino ad una finestra vista anni fa da Mecu e Super. Ovviamente non porta a nulla. Si ridiscende al fondo individuando il punto dove si perde l'aria, una frana dall'accesso stretto e non transitabile. Si disarma.
Renè e Roberto si muovono verso la Pania della Croce e segnano dei buchi visti tempo addietro La domenica ci si sveglia con 10 cm di neve fresca e una nevicata in corso, per cui si riparte per Torino.
20 aprile. Grotta del Cinghiale (Giovetti). B. Vigna, D. Grossato, E. Neirotti, C. Oddoni, Gerard. Iniziata una risalita nella sala concrezionata prima del fondo, ma è necessario un trapano. Molta acqua. Disarmo completo della grotta. tranne la risalita (ma è rimasta armata solo la parte finale).
25-27 aprile. Signe (Francia). Stage del 40° Corso di Speleologia.

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Kuaranta: cronaca di un corso
Alberto Cotti
IL BUONO IL BRUTTO E IL CATTIVO. Anche in occasione del quarantesimo corso, come di tradizione, sono stati prescelti tre direttori "volontari"; abilmente e variamente assortiti: Arlo, Spazzola ed io ci siamo divisi equamente i compiti e con cinque mesi di anticipo (!!) siamo riusciti ad organizzare il corso. Una strategia da tenere a mente: il grande anticipo ci ha permesso di mantenere "la rotta", nonostante qualche calo di entusiasmo intermedio; i duelli ci sono stati, ma pochi e poco sanguinosi.
Il corso ha portato diverse novità, tra cui una cartellina didattica all'atto dell'iscrizione, un imbrago a norma CE (non voluto da noi) ed una nuova zona su cui fare lo stage di corso - le grotte francesi di Signe -, che si è rivelata ottima, ma con almeno quattro giorni a disposizione. Il grande neo sono state le lezioni del venerdì sera, che in due o tre occasioni si sono rivelate "rattoppate", vuoi per la non reperibilità (giustificata) dei relatori, vuoi per la situazione disastrosa dei proiettori del GSP.
ALI' BABA' E I QUARANTA LADRONI. Per fortuna l'Alì Babà direttivo ha goduto dell'aiuto dei quaranta ladroni istruttori che hanno sempre partecipato alle uscite in grotta e alle lezioni del venerdì sera permettendo, a volte, ai tre direttori di evitare degli impegni.
I DIECI COMANDAMENTI. Quest'anno il direttivo ha imposto delle regole ben precise, che sono state intenzionalmente date per coprirsi un minimo le spalle in caso di incidente e per evitare ingiustizie e fraintesi fra le persone. Alla luce dei fatti ammetto che forse, per giuste che fossero, con il numero di allievi di quest'anno, sono state addirittura costrittive, ma questo non potevamo saperlo..
I CANNONI DI NAVARONE. La regola per eccellenza del corso GSP, che da anni veniva predicata sin dall'inizio, questa volta ha funzionato bene. Viva!
QUELLA SPORCA DOZZINA. Proprio loro, gli allievi. Il gruppo si è sbattuto particolarmente con le tecniche di propaganda; locandine a colori, pubblicità su Radio Flash, mostra in Galleria Subalpina, volantini. Qualcosa non ha funzionato e sicuramente andrà studiata un'altra strategia. Il grande numero di allievi che mi aspettavo si è rivelato esiguo; escludendo dal conto un tredicesimo, sparito nel nulla, sono rimasti in dodici, ben assortiti fra scoppiati, maturandi, già maturi e non. Eccovi l'elenco:
Gianfranco Butera, v. Sciesa 5, Venaria, 452549
Gianluigi Clerici, v. Mattie 7, 7713117
Enzo Vartolo, c.so Emilia 23, 854488
Emanuele Salvini, v. Sostegno 94, 7793179
Monica Ferrero, v. Nizza 385, 6635288
Elio Masa, v. Nizza 385, 6635288
Mara Di Palma, p.zza Pitagora 9, 3093286
Chiara Giovannozzi, v. Ciro Menotti 4, 4475228
Carlo Maria Maggia, c.so Chieri 207, Torino, 0348/3329580
Elvira Costa, c.so Galileo Ferraris 124, 591252
Mauro Dadaglio, v. Viterbo 96, 2161422
Alessandra Scapin, v. M. D'Azeglio 42, Asti, 0141/594387
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UN TRANQUILLO WEEK-END DI PAURA. Come miglior attrice protagonista ho solo un nome: Elvira "Eight Sandwiches"; per evitare che la paura si trasformasse in danno è stata affiancata da Mecu come "tutor" personale, che mosso da grande "pazienza" ha sempre gestito la situazione.
DONNE SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI. Interpretato con stile dalla grandiosa Chiara e con rabbia da Alessandra meritava di essere menzionato.
PER UN PUGNO DI DOLLARI. Titoletto da assegnare al corso stesso; i calcoli di Spazzola parlano chiaro, e anche se è un problema di importanza secondaria è una considerazione da fare.
PORKY'S. E l'Oscar più bello se lo guadagna Manzo e la festa a Villardora's Hills nella più sana conclusione tradizionale del GSP .
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Z 1 Giochi senza frontiere
Agostino Cirillo
La scorsa estate alcuni speleologi piemontesi si sono trovati a bazzicare per un po' nei pressi delle pendici del monte Zlebe (gruppo del monte Canin), lungo il confine italo-sloveno (v. Grotte n. 121), partecipando alle esplorazioni di Z1, piccola cavità verticale sorella minore degli smisurati pozzi recentemente scoperti nei paraggi, ma che pur nelle sue poche pretese, getta nuova luce nel buio ancora pressoché totale del sottosuolo di quelle regioni.
Inquadramento
Come sappiamo le esplorazioni degli altopiani carsici circostanti il versante sloveno del Canin hanno una storia relativamente recente e, tuttavia, in tale contesto sono stati ottenuti risultati notevolissimi (basti citare gli epici Veliko Sbrego, Ceki 2 e tanti altri). Ma le notizie riguardanti altre zone erano, e per certi versi rimangono, piuttosto scarse, motivo questo di per sé più che sufficiente a stuzzicare gli appetiti di molti speleologi, anche se, per la verità, la difficoltà di ottenere i permessi per lavorarci non contribuiscono certo a agevolare le cose. Ciò nonostante alcune prospezioni esterne venivano effettuate tra il 1992 ed il 1995, nel tentativo di delimitare a nord-ovest il bacino di assorbimento che alimenta la spettacolare risorgenza di Slapovi Boka, presso Rovec.
La zona presa di mira è stata la grande dolina ai piedi delle cime Baba piccola, Baba Grande e Slebe, estremi contrafforti meridionali del massiccio, dove venivano individuate numerose cavità, purtroppo non scese per i motivi sopra esposti. Solo presso il passo d'Infrababa Grande è stato possibile scendere un pozzo piuttosto grande siglato T.B.I. in quanto il suo ingresso si trova seppure per pochi centimetri (sic!) in territorio italiano. La grotta di per sé non é un gran che (170 metri di profondità totale, con pozzo finale che va a intopparsi in fessure impraticabili), tuttavia si rivelerà di vitale importanza per i successivi sviluppi della vicenda: nella sua esplorazione, infatti, vennero coinvolti vari elementi di diversi gruppi, tra cui alcuni emiliani, i quali, non sapendo resistere al calcareo fascino del luogo, riuscirono finalmente ad ottenere in qualche modo i fatidici permessi e, cogliendo al volo l'occasione che in questo modo gli si presentava, cinsero d'un lungo assedio, che dura tuttora, la grande conca e le zone circostanti. Il risultato più eclatante di questo lavoro, al quale collaborarono e collaborano, in maniera determinante, speleologi siciliani, sloveni e triestini fu senz'altro la scoperta di Vertgalvica (vertigine), che di lì a poco sarebbe diventata, con una straordinaria verticale di 640 metri, il pozzo più profondo della Terra (per le cronache, Vertgalvica va ad aggiungersi alla vicina Vela, altra fantasmagorica voragine di 500 metri di profondità, ma di queste cose parlerò più dettagliatamente in un'altra occasione).
Piccola storia di un'esplorazione
Quello che invece voglio raccontare è l'esplorazione, rimasta forse un po' in ombra rispetto a questi importanti eventi, di S1 o, più esattamente Z1, un inghiottitoio che si apre alla base del ripido versante (orientale) dello Slebe (o Zlebe) che, seppure nella relativa modestia delle sue dimensioni (stop definitivo a -220), è tuttavia riuscita a regalare ai suoi esploratori emozioni in quantità. A seguito dei permessi da poco
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ottenuti, uno sparuto gruppo di speleologi emiliano-piemontesi-friulani decideva di approfondire la conoscenza di alcuni degli inghiottitoi a suo tempo individuati, in particolare il suddetto Z1 del quale una breve disostruzione permetteva di mettere in luce il primo pozzo di circa 15 metri. Successivamente una sequenza di pozzi (15-5-25) dapprima piuttosto marci e stretti, poi sempre più ariosi ed invitanti, depositava il gruppetto sull'orlo di un pozzo di profondità valutata attorno ai 40 metri. Vi lascio tuttavia immaginare lo stupore di coloro che, alla punta successiva, scoprirono che a questi 40 metri ne dovevano essere aggiunti altri 100, non rilevati dalle pietre lanciate la volta precedente a causa della presenza di alcune cenge. Iniziava così una discesa destinata a rimanere a lungo nella memoria dei protagonisti, a causa della molta adrenalina in circolo in quei momenti nelle loro vene, oltre che per le dimensioni del sottostante salone, anche per le leggende che da qualche tempo aleggiano attorno ai maestosi pozzi poco distanti. Purtroppo, però, le aspettative venivano immediatamente frustrate da un uniforme fondo ghiaioso che tarpava inesorabilmente le ali agli entusiasmi un po' troppo precoci, decretando la fine dell'esplorazione di Z1.
Alcune considerazioni
A detta di tutti gli speleologi passati tra le due Baba, l'emozione che questo paesaggio carsico regala a chi lo ammira per la prima volta trova ben pochi paragoni altrove. Naturale, quindi, che tale ambiente possa far sorgere quanto meno un certo desiderio di approfondimento della sua conoscenza, sia sotto l'aspetto esplorativo che scientifico, anche perché i punti interrogativi ancora aperti sono davvero tanti, ed a tutti i livelli. Purtroppo ciò è al momento assai difficile poiché la commissione preposta al rilascio dei permessi, indispensabili per svolgervi dell'attività, risulta estremamente restia in tal senso. Ora, pur non essendo contrario in linea di principio ad una regolamentazione di tale attività, anzi riconoscendone la necessità, soprattutto per evitare un incontrollabile effetto "mosche al miele", mi sembra comunque che la preclusione pressoché assoluta nei confronti di chiunque, verso cui sembra orientato il suddetto organismo, finisca poi con l'andare a discapito di tutti, indipendentemente dalla nazionalità di appartenenza. Perciò ritengo che dimostrare un po' di disponibilità verso chi sappia offrire delle garanzie di serietà e s'impegni a mettere a disposizione i risultati del proprio lavoro (rilievi, relazioni e quant'altro), non faccia male a nessuno, e men che meno alla speleologia slovena: collaborando non si può che crescere, e questo e indiscutibile.
Hanno partecipato alle esplorazioni di Z1: gli emiliani Sergio Ferrari e Francesco Marchesini, il piemontese Francesco Belmonte, i friulani Moreno Dorigo, Giacomo Zamparo, Paolo De Nardo, Michele Sartori e Agostino Cirillo.

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Patagonia '97: il ritorno!
Beppe Giovine
Sono trascorsi almeno una decina di anni da quando sistematicamente vengono cercate, esplorate e studiate quelle meraviglie della natura che sono le grotte nei ghiacci: mondi cristallini dai colori lucenti, dalle splendide tonalità azzurrine. In effetti diverse dalle grotte che si aprono in calcari più o meno scuri e più o meno infangati, ma affascinanti per i paesaggi che le circondano, per il continuo rimodellamento cui sono sottoposte dall'azione delle acque che scorrono in superficie e all'improvviso si inabissano in violenti mulinelli o giganteschi pozzi. Altrettanto affascinante vedersi appesi a tubi filettati multicolori, chissà perché chiamati chiodi da ghiaccio mentre in realtà sono grosse viti, la cui struttura e le cui spire si possono contare attraverso la vitrea parete su cui penzoliamo. Ma le cose belle si fanno desiderare: così siamo costretti ad abbandonare le comuni aree esplorative per spostarci verso mete lontane, ovvero laddove quel che siamo soliti definire come il "potenziale esplorativo" ci può garantire risultati che meritino.
È cosi che da bravi piemontesi abbandoniamo l'appellativo di bogia nén, per spostarci in terre lontane.
Questa volta lontane per davvero: Cordigliera Andina Patagonica, ovvero la fascia di alte terre che si estendono dal corso del Rio Colorado fino allo stretto di Magellano, a sud dell'Argentina, nella provincia di Santa Cruz. Non è la prima volta che queste meravigliose località del sud del mondo vengono raggiunte con queste finalità: non più di due anni fa fu vittima di queste visite il ghiacciaio Perito
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Moreno. Qui è stato possibile esplorare e rilevare circa un km e mezzo di gallerie per una profondità di trecento metri: la grotta più profonda dell'Argentina! Pertanto, seguendo la regola "se tanto mi da' tanto" abbiamo raggiunto il ghiacciaio che alimenta un omonimo lago di oltre 1000 kmq: il Glacier Viedma. Una immensa distesa di ghiaccio che, ad una quota di 1200 metri s.l.m., divide il territorio argentino da quello cileno con il monte Munatak al centro che fa da sentinella. Immense morene invece gli fanno da cornice, ed è inevitabile il loro attraversamento per poter raggiungere il ghiacciaio; ed è ciò che faremo per dodici giorni!
Partiamo in sei, 1'11 febbraio, con l'intenzione di una prospezione sul ghiacciaio per valutarne da vicino le potenzialità esplorative, costruendo una mappa quanto più vasta e dettagliata possibile. Da Torino siamo in due, Giovanni ed io e insieme a noi Maurizio da Roma, Pino da Ancona, Alessio e Axel da Firenze; Giovanni si troverà già sul posto in quanto recatosi a Buenos Aires presso l'Istituto dello Hielo Continental Sur dove ha ottenuto una serie di informazioni e carte geografiche, che ci torneranno estremamente utili, oltre al permesso di utilizzare una piccola capanna scientifica a dimora nei pressi del ghiacciaio. Si può dire nei pressi perché in realtà distante circa un'ora e mezza dall'ingresso nord, ma che negli ultimi giorni si avvicinerà a soli cinquanta minuti grazie al super allenamento delle nostre gambe. Appuntamento a Rio Gallegos, capoluogo della provincia di Santa Cruz alla foce del fiume omonimo sul versante atlantico dell'Argentina con poco più di 40.000 abitanti, alquanto simpatici ed ospitali; arriviamo con un volo da Buenos Aires e alloggiamo all'Hotel Nevada, accogliente, confortevole, ma soprattutto economico. Fatti gli ultimi acquisti di viveri e materiali e fattomi quasi decapitare in una peluqueria (barbiere, n.d.a.) ripartiamo alla volta di El Chalten, ultimo avamposto a nord del lago Viedma dove il carissimo amico italo argentino Elio Gaido e sua moglie Carina, ci ospiteranno prima di iniziare la salita al rifugio. Ad essi è rivolto un sincero ringraziamento per l'estrema ospitalità offertaci nel loro piccolo villaggio autocostruito e che hanno orgogliosamente chiamato "la cà d'pera". Sarebbe stato forse più regolare "la casa de piedra", ma, le origini piemontesi di Elio ci permettono di capire il motivo di tale scelta. Per arrivarci siamo costretti a passare da El Calafate, località conosciuta per l'accesso al ghiacciaio Perito Moreno, dove otteniamo anche il permesso dalla segreteria del Parco Nacional e dove pernotteremo presso un ostello a gestione familiare, che ci consentirà di risparmiare un bel pacco di dollaroni!
Arriviamo a El Chalten il 14 febbraio dopo aver percorso circa 450 km in autobus attraverso la pampa deserta osservando guanaco e struzzi in corsa, a lato della pista sterrata, mangiando terra per ore di viaggio e intrattenendoci con alcune graziose signorine (da soliti tamarri!) che da Buenos Aires si dirigevano ad El Chalten per un fine settimana in campeggio.
El Chalten: sessanta residenti, un unico e grande cantiere di piccole abitazioni con particolari caratteristiche architettoniche dettate dalla necessità di resistere al grande nemico: il vento. Ci raccontano di case spazzate via o letteralmente esplose per effetto del vento che a folle velocità (fino a 190 km orari) è riuscito ad infilarsi nelle abitazioni attraverso una finestra rotta o una porta spalancatasi improvvisamente! E lo conosceremo anche noi quando comparirà, o meglio accelererà, all'improvviso costringendoci a soste fra le seraccate o a ridosso di colletti. Verso ovest domina lo spettacolo del Fitz Roy e del Cerro Torre ed ogni volta che gli rivolgo lo sguardo mi ritrovo a viaggiare con la fantasia, nel ricordo di imprese alpinistiche che ho avuto più volte occasione di apprendere da libri e riviste: e ora siamo qui, alle loro pendici!
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È presente anche un campo militare a El Chalten e, seppure per poco, ci siamo illusi di poter ottenere un aiuto da un bell'elicottero Lama; ma purtroppo le nostre illusioni sono state ricacciate nel profondo perché proprio in quei giorni occupato da una certa ditta di bibite (Fanta, n.d.a.) per eseguire delle riprese pubblicitarie sul Cerro Torre. Ripartiremo il 16 con un certo numero di cavalli (non HP motore, ma cavalli veri quelli che, dopo cinque ore, o sei arrivato o ti ammazzi!) per la località Laguna Toro dove ci accamperemo in un bivacco militare ben riparato dal vento. Facendo il conto in peso e volume dei materiali da trasportare al rifugio ci spetteranno due giri a testa di circa trenta kg ognuno (sigh!). Il 17 febbraio ci toccherà montare una tirolese per poter trasferire i materiali e noi stessi al di là di un torrente glaciale che ci sbarra la strada. Saliremo al rifugio per ritornare lo stesso giorno alla Laguna Toro (dislivello complessivo di 1400 metri per circa trenta km di percorso). Non porteremo tutto il materiale, ma lasceremo delle scorte in un improvvisato Campo Scott, nei pressi del bivacco (fornello e gas di riserva, una tenda, corde,...); sono materiali senza i quali l'operazione dovrebbe essere interrotta, e di viveri che ci serviranno quando ritorneremo.
Finalmente il giorno 18 di febbraio arriviamo al rifugio con tutte le attrezzature, dopo aver transitato per due volte al "passo del viento" (qualsiasi commento al nome del passo lo ritengo del tutto superfluo e lascio spazio all'immaginazione), non celando la malinconia che ho provato al pensiero che, proprio quel giorno, il mio Alessandro a casa compiva quattro anni.
Solamente il giorno successivo riesco a rendermi veramente conto di quanto è magnifico il posto: il rifugio, molto spartano, e situato in una grande conca dove un piccolo torrente origina un'ampia laguna di acqua chiarissima. Solo un mese prima però il livello dell'acqua aveva raggiunto l'altezza di 120-130 cm all'interno del rifugio, risparmiando il tavolaccio superiore della zona notte (sob!). Infatti altro elemento caratteristico del 50°
Panorami patagonici (foto B. Giovine)
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parallelo, è l'estrema variabilità meteorologica, tanto che, in una sola giornata, è possibile vivere quattro stagioni; così abbiamo trascorso anche giornate di sole alternate a bufere di neve, che diventava pioggia scendendo anche solo di 50 metri. La sola costante è comunque sempre il vento che rinsecchisce la pelle e talvolta ti sfinisce davvero.
Tutta la zona è totalmente isolata e non è possibile comunicare con i nostri mezzi radio né a Chalten, né altrove. Piazziamo una antenna sul tetto del rifugio che ci servirà a mantenere i contatti con le nostre radioline VHF, mentre dei pannelli solari ci serviranno per la ricarica delle batterie di alcune radio e della videocamera.
Fra i problemi medici che mi sono trovato ad affrontare ci sono state le bolle ai piedi (o galle, secondo altri dialetti) che hanno devastato cinque di noi, senza peraltro fermare più di tanto la marcia ed un attacco di mal de panza che ha coinvolto solo uno di noi per circa tre giorni. Non trascorrerà neppure una settimana perché ci possiamo rendere conto di come l'aver cercato di limitare i carichi degli zaini sia andato a discapito dell'alimentazione, almeno in varietà, trovandoci così alla sera stanchi ed affamati a dover razionare la cena; al mattino invece riuscivamo a saziarci (!) con infinite quantità di tè e latte in polvere. D'altra parte era prevedibile e non preoccupante, considerato il tempo previsto di permanenza, ma tuttavia poco confortevole, pazienza! Ci aiuteranno avanzi, senza data, di cibo che troveremo nel rifugio e il buon cuore di qualche trekker di passaggio che ci faranno compagnia. L'alimentazione principale è stata a base di prodotti liofilizzati, resi gradevoli da soffritti di aglio e cipolle e dall'aggiunta di parmigiano e olio (uniche chicche portate dall'Italia), ma dopo una settimana le nostre viscere gridavano vendetta e per uno di noi alcuni giorni sono trascorsi molto velocemente; nel senso che si è ritrovato a "correre" come un dannato
Lungo il ghiacciaio del Viedma (foto B. Giovine)
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sia di giorno che di notte... (vedi sopra a proposito dei problemi medici).
Le giornate trascorrono fra chilometri di ghiacciaio percorsi e pozzetti e meandri scesi nel ghiaccio; divisi generalmente in due gruppi, uno cammina di gran lena localizzando le zone interessanti, rilevandone le coordinate con la bussola satellitare (GPS, n.d.a.) e comunicandole via radio al secondo il quale, ricevute le coordinate, raggiunge le località ritenute interessanti, per esplorarle nel dettaglio, per realizzarne il rilievo topografico ed eventualmente documentarle con fotografie. L'obiettivo più ambizioso è la localizzazione di un grande torrente, identificato da Giovanni precedentemente durante un sorvolo aereo, lungo la lingua sud del ghiacciaio, in direzione del lago Viedma, con la speranza che il punto in cui sprofonda sia percorribile per qualche chilometro o magari sino al lago (slurp!). Come sempre accade in queste occasioni, il giorno fruttuoso si è rivelato l'ultimo disponibile, ma questo non ci fa disperare anche perché consapevoli del fatto che siamo solo sei per un colosso da esplorare, sovente fra labirintiche seraccate e crepacci poco amici.
Così arriviamo al 26 febbraio. La notte precedente il vento ha soffiato fortissimo, ma sicuramente più caldo dei soliti 2° o 4" C, segno di cambiamenti climatici in vista? Sta di fatto che il giorno successivo partiamo per il passo del Viento e discesa a Laguna Toro, baciati da un sole caldissimo e con pochissimo vento. Una imprevista (ma senza dubbio prevedibile!) variazione sul percorso, cui peraltro io e Giovanni siamo esperti incalliti, farà capire, per l'appunto a noi due, quanto si possa essere imbecilli anche a 40 anni, ma anche come il nostro Visconte non ci abbandoni neppure in altri continenti.
In prossimità del nostro "Campo Scott" dovremo nuovamente allestire la teleferica sul torrente, quindi bivaccare una notte e il 28 arriverà Carlo, gaucho di El Chalten, per caricare tutti i materiali sui cavalli; noi invece torneremo a piedi, praticamente correndo per quattro ore, e raggiungeremo il paese verso le quattro del pomeriggio (grazie Astigo!) dove l'amico Elio e sua moglie Carina ci verranno incontro lungo il sentiero. L'incontro sarà veramente piacevole così come il potersi infilare sotto una doccia calda e rifocillare a dovere; la sorpresa è enorme quando ci renderemo conto che il piatto forte della serata sarà la "bagna caoda".
Una giornata per andare a vedere l'imponente Cerro Torre e ripartiamo per Rio Gallegos, questa volta senza passare per Calafate, usufruendo del "Servicios de Aventura - Burmeister" di Daniel Schenfeld, che in nove ore circa ci farà percorrere quasi 500 km, stipati in dieci su un furgone (comunque divertente!).Torneremo un giorno, senz'altro con le idee più chiare, magari all'Upsala, o alle Torri del Paine, chissà.

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Nel centro del Rio La Venta
Giovanni Badino
Nelle sue parti centrali il cañon del Rio La Venta è effettivamente uno dei posti più incredibili che io abbia mai visto.
Vi passai per la prima volta nel '94. Ero reduce dalla risalita del Castillo, qualche chilometro più a monte, un cavernone a quasi cento metri di altezza sul fiume: arrivato in cima non gallerie mi circondavano, ma terrazzamenti degli Antichi.
Poi, più a valle, avevamo fatto una incursione in una grotta che era stata trovata nelle precedenti discese; in corrispondenza di una risorgenza di sinistra c'era una valletta in cima alla quale una gran bocca soffiava vento. Quella volta ci eravamo inoltrati per un chilometro in quella che sarebbe divenuta una cavità di oltre dieci chilometri di sviluppo, la Cueva del Rio La Venta.
Poi avevamo navigato ancora verso valle, fra le pareti sempre più a picco; dopo vari chilometri una cascatella attraversava il cañon, lì strettissimo e pieno di acqua verde smeraldo: dai canotti tendevamo lo sguardo nella vegetazione delle pareti lassù. "Quando mai potremo andarci?" ci chiedevamo. Ancora più giù la gola si faceva più imponente e si allargava verso destra in una gran conca; proprio dove i suoi ripidi versanti entravano in acqua, dalla roccia balzavano fuori tre risorgenze. Tre torrenti nel volgere di un chilometro, era incredibile. Il vallone era ripido, pieno di verde. Mi si fissò nella testa e divenne l'oggetto supremo dei miei desideri esplorativi. Gli anni dopo però ci occupammo della Cueva, e il vallone per me rimase soltanto il principale luogo di cui fantasticare.
Lungo il Rio La Venta (foto G. Badino)
Con la spedizione La Venta di Gennaio, però, arrivava finalmente a portata di mano. Ho poco tempo perché poi dovrò spostarmi nell'estremo Sud America, ma riesco a commuovere i compagni e ottengo da loro l'incarico che sogno da anni, iniziare le esplorazioni in quelle zone centrali della gola.
La spedizione di quest'anno è un complesso succedersi di una cinquantina di persone con le più varie esigenze, capacità, sicurezza, attese, pretese, desideri, sogni, compiti, disponibilità, socialità: sì, direi che l'elenco è questo, e non è breve. Il coordinamento è già estremamente complicato ma è da mescolare anco-
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ra coi rapporti con i messicani...
Come formeremo le squadre per ogni obiettivo? Chi mi accompagnerà laggiù? Conto molto che la calibratissima luce in cui pongo quello che dovremo fare (incerto e lontano) crei una squadra unitaria: mi si aggregano Luca Fiorini da Reggio, Axel Kaiser e Alessandra Landi da Firenze. Squadra di qualità incerte, in sostanza non conosciamo nessuno dei tre, ma sono fiducioso perché si sono attivati su una ipotesi esplorativa che tende di per sé a selezionare un certo tipo di persone.
Insomma, con questa squadra ho l'impressione di aver fatto un bel colpo (e scopriremo che è così) e dunque metto a segno due idiozie per bilanciare: affermo l'inutilità di portarsi appresso troppo vestiario perché farà un caldo bestiale e poi volo da una scala a pioli che mi scivola sotto mentre sono a due metri di altezza. Ci cado sopra di schiena... Patirò le conseguenze della botta prima nel Rio La Venta, poi fin sul Viedma, un mese e mezzo dopo.
Prepariamo i carichi, e sono smisurati: la discesa nel cañon è estremamente penosa, piove, fa freddo, è sera, spole incessanti fino al campo della Croce.
Montiamo un campo nella sera, solo la contentezza di cominciare ad avere intorno, reale, una fantasticheria degli ultimi anni mi rasserena; del caldo bestiale nessuna traccia. Da adesso in poi, anzi, avrò freddo di continuo, anche se in questo articolo non ne parlerò più; di rado ne ho patito tanto, e mai con tale continuità. Per fortuna i miei compagni hanno creduto alle mie promesse di calore bestiale meno di me, e sono attrezzati meglio.
La mattina prendiamo a navigare. Voglio fare la mappa delle rapide e questo più l'inesperienza degli equipaggi rallenta l'avanzata: ma nessuno di noi ha la minima fretta. Al pomeriggio attracchiamo nell'ultimo posto possibile prima del lungo balzo sino alle sorgenti e la mattina dopo, finalmente, iniziamo il viaggio che sognavo da anni, quello che si conclude al vallone. Vi arriviamo dopo qualche ora. Le sorgenti sono meravigliose ma lì attorno non c'è posto da campo. Ci sistemiamo un chilometro più a valle, su un'ampia e petrosa spiaggia.
Ora inizia una serie di giorni che, veramente, avrò difficoltà a dimenticare. Siamo in un posto di bellezza incredibile tutto da esplorare, quieti e in una compagnia che (mi duole dirlo) è perfetta. Le direttrici di esplorazione sono varie e le affrontiamo in sequenza nei giorni seguenti.
Le risorgenti sono tutte impenetrabili. Le acque che ne fuoriescono hanno temperatura costante ma diversa l'una dall'altra e dunque sono proprio esutori di sistemi sotterranei diversi che confluiscono in questa zona forse privilegiata dal punto di vista tettonico. Al di sopra di esse rocce ripide coperte di vegetazione ma nessuna grotta. A circa cento metri di quota sul fiume c'è una corona di paretine carsificate ma prive di gran interesse. Un varco fra esse dà accesso alla conca superiore: su un sasso, sta abbandonata una piccola rete da pesca. Evidentemente queste zone sono frequentate... Ci inoltriamo nella conca, fantasticando di città perdute ancora abitate dai Maya: finiremo sacrificati? È davvero buffo, perché sembra di essere precipitati in un film.
La conca è piena di vegetazione e priva di grotte. Su un aumento di pendenza, l'ultimo prima di quello finale verso l'altopiano El Ocote, resti di grandi mura e di piccole costruzioni; ancora gli Antichi...
Torneremo più volte nella conca, ma sempre senza trovare nulla, se non un intrico di "picadas" che ci permettono di ricostruire il cammino di chi frequenta queste zone. Ma da dove arrivano, se l'altipiano è deserto e immenso? Non riusciremo a scoprirlo.
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Battiamo anche con una certa cura la fascia di rocce subito sopra le sorgenti, in cerca della SuperCueva del Rio La Venta. Siamo attratti da un grande canale erboso che scende di lassù, evidentemente un "troppo pieno" delle sorgenti. Non c'è gran che, reperiamo solo una grottina a quota ottanta sul fiume e a metà strada fra le sorgenti e il campo. Inutilmente ci spingeremo sino a quasi quota 200.
Attacchiamo anche sopra il campo, risalendo nella boschina che copre la parete, per arrivare in testa ad un analogo canale di troppo pieno. Anche qui a cento metri ci sono un paio di ingressi: anche qui dentro, incredibilmente, ci sono reperti degli Antichi, resti di vasi. La maggiore di queste grottine va a congiungersi con quella più a monte, i due canali di troppo pieno sono praticamente due diramazioni della stessa sorgente temporanea. Giunzione ad opera di Luca e Ale, che trovano le trappole per insetti messe da Axel e me che esploravamo nell'altra... Un piccolo sistema di qualche centinaio di metri di sviluppo.
In realtà la zona appare praticamente impenetrabile sino al livello del troppo pieno (del resto se ci fossero altri ingressi in basso le piene uscirebbero da lì, no?) che a sua volta appare un interstrato praticamente impenetrabile.
L'ultimo giorno Ale ed io ci spingiamo fin quasi su El Ocote ma non ne veniamo a capo per tempo, vespe e miriadi di picadas troppo vecchie in cui rischiamo di perderci per sempre. Luca e Axel vanno a risalire la cascata di sinistra, un paio di chilometri a monte, praticamente lo stemma de La Venta. Superano lo strapiombo e finiscono la corda alla base di un ripidissimo canale erboso da cui arriva l'acqua: la corda è ancora lì che aspetta.
Poi riprendiamo la navigazione a valle, il cammino di casa. Abbiamo ancora momenti magici nell'attraversare il traforo, che è veramente qualcosa di indicibile, nel fare naufragio negli ultimi metri dell'ultima grande rapida e infine la sera, l'ultima in cui stiamo insieme noi quattro, prima di tornare ad immergerci nel resto della spedizione.
La mattina, finalmente caldissima, le pagaie ci spingono all'appuntamento con le barche a motore. Il sogno, per questa volta, è finito.
Risorgenze lungo il Rio (foto G. Badino)
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La grotta del Cinghiale
Bartolomeo Vigna
Premessa
La speleologia sempre più sta acquistando nel nostro gruppo un aspetto "estetico" dove cosa conta è il grande risultato (che spesso arriva poche volte) o la discesa bella ed impegnativa che mette in luce l'avvenimento. L'esplorazione, in particolare di quelle aree ritenute secondarie, che non possono fornire risultati eclatanti, è considerata quasi una perdita di tempo: forse percorrere stretti e fangosi cunicoli o scendere pozzi non lunghi sminuisce la figura dello "Speleologo". Ma a tali persone, probabilmente, non interessa la conoscenza di queste zone, che non lasciano spazio alle affermazioni individuali, mentre sono di fondamentale importanza per la conoscenza del mondo sotterraneo. Non bisogna dimenticare poi che dietro queste esplorazioni secondarie possono crescere i giovani del gruppo che proprio in questi momenti imparano a condurre una punta, a rilevare, ad organizzarsi e diventare autonomi.
Il bello della speleologia sono anche le molteplici diversità delle vedute...
Siamo a novembre, il Marguareis e le aree in quota sono ormai un lontano ricordo e per noi piemontesi inizia un periodo povero di gratificazioni nel quale in genere le soddisfazioni esplorative sono limitate alle gite di scialpinismo alla ricerca dei buchi soffianti. Cosa fare quest'inverno?
Consultando banalmente una carta geologica osservo con stupore che nella media Val Tanaro, al confine con la Liguria, all'altezza del paese di Bagnasco esiste un'area carsica piuttosto vasta, grande quasi come la conca delle Carsene e soprattutto poco conosciuta dagli speleologi. Questa zona ha un areale di quasi 20 km² ed un potenziale di carsificazione di circa 500 m. Ma allora perché per anni è stato tralasciato un settore non piccolo e soprattutto accessibile nel periodo invernale? Visitando la zona si scopre che in effetti questo massiccio carsico è in realtà un grande mucchio di ghiaia, a componente prevalentemente dolomitica dove risulta quasi impossibile scoprire la presenza di un reticolo carsico di una certa importanza. Una classica e tipica situazione di un sistema caratterizzato da una circolazione idrica "dispersiva" dove il flusso sotterraneo avviene unicamente nel reticolo di fratture con l'assenza di importanti con dotti carsici. Questa è la definizione che anche "un esperto" come me indicherebbe per illustrare la situazione della zona. Ma come spesso succede in speleologia le regole servono solo a dimostrare la validità delle eccezioni e le ipotesi ad essere smentite... e quindi anche in questa area, al contrario delle aspettative, le grotte ci sono.
Alla fine degli anni 70 è lo Speleo Club Tanaro che intraprende i lavori in zona scoprendo alcune cavità, tra cui la Grotta del Cinghiale, che viene esplorata fino a -50 dove uno stretto meandro impedisce ulteriori prosecuzioni. Viene anche eseguito il rilievo di questa ma non viene pubblicato. Il nome assegnato alla cavità è legato alla scoperta di uno strano reperto osseo, simile alla "zanna" di un cinghiale ma di dimensioni molto più rilevanti, ritrovato alla base del secondo pozzo. Dopo gli entusiasmi iniziali la zona e la grotta passano nel dimenticatoio e ad eccezione di alcune visite saltuarie, non si registrano ulteriori scoperte.
Nel novembre scorso il GSP riprende le esplorazioni del settore e accompagnati da una vecchia colonna del SCT (Michele Marro conosciuto agli speleo con il
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soprannome di "Ruga-merdun"), si ritorna al Cinghiale. Le successive esplorazioni invernali porteranno alla scoperta di nuove ed interessanti zone, con un fondo chiuso da strettoie impenetrabili, senza aria, ma ancora con diverse possibilità nei settori superiori dove la corrente è notevole e numerose risalite attendono i più curiosi. Le battute esterne, con l'aiuto della neve, portano unicamente alla scoperta di un buchetto, ancora da scendere.
Descrizione della zona e della grotta
Sulla destra orografica della Val Tanaro, tra i paesi di Bagnasco e Priola si estende l'area carsica in questione fino poco oltre lo spartiacque tra la Val Tanaro e la Val Bormida, in parte seguendo il confine tra Piemonte e Liguria. In corrispondenza del Passo dei Giovetti, una importante linea tettonica, orientata N-S, separa le rocce del basamento dal massiccio carbonatico. Questo risulta essere costituito dalla falda del M. Sotta, formata da calcari dolomitici in contatto suborizzontale, con le formazioni impermeabili del permo-carbonifero brianzonese. Le acque assorbite in questo settore sono quindi costrette, seguendo la geometria del basamento impermeabile a defluire verso il torrente Tanaro ed a tornare alla luce presso Bagnasco dove sono localizzate una serie di sorgenti, in parte subalveari. Per verificare simile ipotesi verranno realizzate in futuro alcune colorazioni, indispensabili anche per misurare le velocità del deflusso sotterraneo tra la grotta e le emergenze localizzate ad una distanza in linea d'aria di quasi 5 km. Le aree assorbenti principali sono caratterizzate da ampie depressioni localizzate tra la località il Baraccone ed il Pian di Lisa, proprio in corrispondenza del confine regionale. Queste zone sono facilmente raggiungibili, nella bella stagione, attraverso una pista carrozzabile che si diparte dalla statale presso il Passo dei Giovetti. Altrove le forme carsiche sono estremamente ridotte, la morfologia prevalente è costituita da valli, piuttosto incise e strette dorsali come quella presente tra il M. Sotta (1204 m) e la Costa della Capra. Il carso è in genere coperto da una spesso strato di terreno vegetale e depositi residuali, che hanno ostruito i pochi possibili ingressi.
Il Cinghiale è attualmente la grotta più importante del settore, con uno sviluppo complessivo di 1020 metri ed una profondità di -161 m. La cavità sembra rappresentare un paleoinghiottitoio, probabilmente del fine Pliocene, che raccoglieva le acque defluenti dal basamento impermeabile. Si trovano infatti a diverse profondità numerosi ciottoli fluitati (chiamati dagli speleo del GSP tacchini), costituiti in prevalenza da litotipi quarzitici. Ora le rocce del basamento si trovano molto più in basso e a chilometri di distanza, ma, come tutti sanno, le complesse vicissitudini quaternarie hanno del tutto cambiato la paleomorfologia anche di queste zone.
L'ingresso è localizzato ad alcune centinaia di metri di distanza verso Sud dal Baraccone, grosso casolare ormai abbandonato che si incontra percorrendo la pista che si snoda dal Passo dei Giovetti verso la zona del M. Sotta. Si raggiunge, lasciate le macchine in corrispondenza della prima curva dopo il Baraccone, seguendo una valletta appena accennata fino a pochi metri dalla dorsale (circa 5 minuti dagli automezzi). Gli speleologi dell'SCT hanno disostruito con un lungo scavo il pozzetto iniziale e successivamente costruito un portale chiuso da una robusta grata in ferro. Ora l'accesso è del tutto libero.
All'ingresso artificiale segue uno stretto saltino, piuttosto fangoso, lungo 7 metri che immette in una saletta con un'evidente prosecuzione costituita da un meandrino, concrezionato, percorribile verso il basso con facili arrampicate. Sulla sinistra un bel
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Ubicazione Grotta del Cinghiale (media Val Tanaro) su cartografia CTR
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pozzo di 20 m conduce ad un grosso ambiente con diverse finestre sovrapposte chiuse dopo pochi metri. Sul fondo una ripida china in frana permette di raggiungere due differenti vie. Risalendo il pendio detritico è possibile incontrare due larghi pozzi profondi una decina di metri, che si ricollegano con la via principale verso il fondo. Attraverso un facile ma aereo traverso sulla sinistra di questi si arriva ad un ramo secondario, piuttosto complesso, con una prosecuzione verso monte che si dirige in direzione di un buchetto, disostruito in parte quest'autunno e caratterizzato da una notevole corrente d'aria (Gallerie Alte). Ritornati alla base del P.20 si scende la china pietrosa, lasciando sulla sinistra un affluente secondario e raggiungendo attraverso stretti passaggi in frana, la via principale caratterizzata da un meandro, non alto ma piuttosto largo intervallato da tratti in frana. Dopo alcune arrampicate la cavità cambia morfologia con una serie di stretti passaggi sui quali si erano arrestati i primi esploratori. Attraverso un esiguo e soprattutto bagnato cunicolo lungo una decina di metri, allargato artificialmente in più punti, è possibile raggiungere un breve saltino ed una successiva saletta concrezionata. Ora, con la posa di un tubo in plastica che raccoglie mediante una piccola diga in cemento l'acqua che si infilava nel condottino, si può evitare una spiacevole lavata. Arrampicando su una bella colata si raggiunge un successivo pozzetto di 5 m il cui ingresso è stato allargato con metodi piuttosto energici. Al fondo si lascia l'attivo risalendo un ripido pendio detritico fino ad affacciarsi su una ampia sala raggiungibile con un salto di una dozzina di metri (Sala Sim). Sulla destra, dopo uno scivolo concrezionato, si sviluppa un ramo secondario, attivo, caratterizzato da una serie di saltini iniziali rispettivamente di 14, 4 e 10 m (Ramo della Lama). Alla partenza di quest'ultimo, chiuso da una strettoia allagata, si trova un condottino fossile, piuttosto stretto che termina su un successivo pozzetto di una decina di metri. Al fondo, una rocambolesca disostruzione di una grossa lama, ha permesso unicamente di esplorare un breve tratto, di nuovo attivo, chiuso a -101. Ritornati in sala Sim, la via verso il fondo principale prosegue attraverso facili arrampicate verso l'alto, raggiungendo una zona molto franosa e labirintica.
Spostandosi sulla sommità della zona franosa si raggiunge un camino, dove una facile arrampicata ha permesso di esplorare un settore secondario (ramo della spugna), caratterizzato dalla presenza di una labirintica serie di condottini a pieno carico, con uno sviluppo di circa 150 m, chiusi verso monte da strettoie concrezionate.
Seguendo invece sulla destra una serie di stretti passaggi tra i massi, si incontra una fessura inclinata seguita da un saltino di alcuni metri (utile una corda). Da questo punto in poi la cavità prosegue con una serie di brevi pozzetti intervallati da salette concrezionate e percorse da una discreta corrente d'aria. La via è unica, a tratti con stretti ma brevi passaggi, allargati con disostruzioni più o meno impegnative. Dopo aver superato un ennesimo cunicolo, piuttosto infangato che comunica direttamente su un pozzetto di 6 m, si incontrano ambienti più ampi, con belle concrezioni e facili saltini. In questa zona sono state eseguite alcune arrampicate, raggiungendo passaggi alti chiusi dopo pochi metri. Rimane da concludere una risalita più impegnativa che sembra condurre ad un livello superiore.
Segue quindi un P 11, intervallato a pochi metri dalla partenza da un terrazzino che permette di attraversare il pozzo fino ad ambienti laterali chiusi. Sul fondo di questo l'acqua si dirige verso un altro salto di ca. 5 m, raggiungibile lungo una via più asciutta percorrendo una risalita in frana ed una successiva serie di condotti, in parte approfonditi. Da questo settore, piuttosto complesso, è possibile ritrovare da una parte di nuovo l'attivo, caratterizzato da passaggi senza aria che chiudono su
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Grotta del Cinghiale (939 Pi/Cn) - pianta
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Grotta del Cinghiale (939 Pi/Cn) - sezione
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meandrini del tutto intransitabili, dall'altra parte una serie di cunicoli, si arrestano su concrezioni. Siamo al fondo della cavità, a -161 m, la corrente d'aria non è più avvertibile e, probabilmente, segue la via giusta, ancora da individuare.
La storia dell'esplorazione
a cura di Massimo Taronna
Il 24 novembre '96 Meo riesce a smuovere qualche rappresentante Subalpino (Poppi e Panoramix) per andare, in compagnia di René e Ruga Merdun a rivedere un vecchio buco, quello del Cinghiale. L'ispezione è positiva; una strettoia con molta aria e acqua sembra far intuire possibili potenzialità esplorative.
L'annuncio della possibile prosecuzione scuote il sonnolento mondo del GSP. La domenica successiva siamo quindi in tanti ad affollare il bosco dei Giovetti; molti si dedicheranno ad attività esterna, purtroppo infruttuosa. Ma dentro le cose sembrano andare per il meglio...
1° dicembre - Cinghiale, località Giovetti, grotta vista e rivista da cani e porci, ma, secondo il Vecchio Saggio di Mondovì, "lì sotto c'è un sistema". Inoltre il rilievo in certi rami è da rifare ed esiste una strettoia con aria che sembra promettere qualche cosa. E va be'... anche questa volta ci tocca accontentare il vecchietto.
Partiamo alla volta della grotta in 4: Daniele, Super, Vittorio ed io; ci dividiamo in fondo all'ultimo pozzo: Daniele e Super a rilevare le gallerie sulla sinistra, Vittorio ed io, armati di tutto punto, ci infiliamo sotto la frana per raggiungere la strettoia sul fondo. Il posto da allargare si presenta come una vera merda: strettoia lunga e con un bel po' di acqua corrente sul fondo.
Per varie ragioni, in realtà solo una, su sette confetti solo due si fanno gustare ed allora il sottoscritto, incazzato come una iena, ormai bagnato fino al collo, decide di cercare di vedere se valeva la pena continuare a lavorare in quel bel posticino.
Dopo il primo pezzo relativamente stretto, riesco ad avanzare per una decina di metri dopo di che il condottino piega di 90° a destra e chiude su un buco grande come un pugno, dove si infila tutta l'acqua. Riesco a girarmi e ad infilare mezza gamba, sempre più incazzato comincio a scalciare come un disgraziato, dopo un po' passa anche l'altra gamba, poi il bacino, cascatella d'acqua sulla faccia e... visione: saltino, saletta tutta concrezionata, risalita da fare, pozzetto che conduce su una possibile altra sala...
Anche i vecchietti nel loro piccolo... (Paolo Fausone)
La porta, anche se stretta e fastidiosa, è stata aperta; la fantasia può ricominciare a percorrere le regioni della notte perenne. Doverosa diventa la presenza del buon idraulico monregalese, in arte Meo, officiante l'inaugurazione della visita nelle novelle viscere del Cinghiale.
La prosa è ingegneristica, ma gustiamo il resoconto della punta successiva.
8 dicembre - Complimenti a Paolo e Vittorio. La strettoia non è più tale. Si passa. Vittorio, Spazzola, Meo ed io passiamo. Solo un punto della ex-strettoia dava qualche piccolo problema. Un bel tacchino incastrato. Una martellata. Un bel botto. Il tacchino
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non c'è più. Arriviamo nella saletta che Paolo ci aveva descritto in riunione. Il passaggio è fra alcuni massi quasi incastrati. Andiamo lo stesso. L'onere spetta a Vittorio. Quasi buon armo. Spazzola stacca rocconi. Meo riarma. Pochi metri di saltino. L'acqua prosegue in una finestra. Bella cascatella. Rapida decisone. Arrampicatina. Si apre il mondo. Un salone enorme, 30 x 10. Forse esagero ma dopo la strettoia un ascensore sarebbe stata una villa. Spazzola arma un saltino. Fu lui il primo a toccare il pavimento del salone. Sala Sim, questo è il suo nome. Due buchetti nel pavimento. Scendiamo in quello di destra. Piccola saletta da frana. Arrampicatina bella bagnata, meandrino stretto, pungente e bagnato. Non passo. Meo scende a sinistra. Nulla anche lì. Spazzola ed io risaliamo il salone. Saletta laterale sulla destra, tutta in frana. Da paura. Rapida guardata. Non sembra ci sia aria. Invece c'è. "AAAA, OOOOO". Un urlo disumano. "Che è successo". Meo. Scendiamo in fondo al salone. Sulla destra la cascatella. Tra le concrezioni un passaggio. L'urlo arriva da lì. Entriamo. Meo guarda verso la fessura, già passabile, che si ritrova sotto il culo. Non abbiamo corde. Si esce. Ma una prosecuzione c'è. (Nicola Milanese)
I giovani, l'entità misteriosa del gruppo, rinserrano le file. Al più giovane di loro non resta che guardare con preoccupazione agli ami.
13 dicembre - Venerdì successivo. Partenza post-riunione: Igor, Enos, Alby ed io. Abbiamo fame, ma gli autogrill della Torino-Savona chiudono a mezzanotte. Entriamo affamati e addormentati. Arriviamo alla meta. Seduti sul pozzo. Igor ad armare. Tutto è concrezione. Sorge un problema, terranno i fix. Risposta: "Boh". Tre fix e due naturali. Nodo geniale di Alby sul secondo naturale. Scendiamo. Armo perfetto. Cascata evitata. Altra cascatella più sotto. Meglio la finestra. Due metri di arrampicata. Proseguiamo per dieci metri. Saltino, asciutto. Un cunicolo parte sulla destra. Noi scendiamo. Armo perfetto, avevo proprio bisogno di una bella doccia. L'acqua si infila in un meandrino stretto, pungente e bagnato (vedi sopra). Provo, non passa. Tocca a Igor, niente da fare. Servono manzi. Usciamo. (Nicola Milanese)
15 dicembre - La domenica dopo, torno al Cinghiale. Siamo in una marea. Paolo, Iena, Dario, Vittorio, Sara, Silvia, Loredana, Sabina, Gigi ed io. Paolo supera la strettoia. Sara lo segue togliendosi l'imbrago. Ma dimentica di portarselo dietro. Paolo torna indietro a recuperarlo. Tutti insieme in Sala Sim. Tutti un po' smonati. Paolo, Sabina ed io rivediamo la saletta con la frana. Salgo lungo un condottino circolare mezzo ostruito di fango. Sento la voce di Dario. Chiedo notizie. Niente di buono. Torniamo in sala Sim. Dario va a prendere una finestra. E da lì che ci eravamo sentiti prima. Scende. "Chi vuole vedere il fondo?". Andiamo in cinque. Paolo, Dario, Vittorio, Iena ed io. Iena e Vittorio fanno la doccia. Paolo si infila nel cunicolo visto la volta precedente. Arraspa un po'. Scende per un metro. Urla in una fessura. Tira una pietra. Finisce in acqua. C'è un pozzetto. Ma non si passa. Iena con la testa infilata nel meandro sotto sente la voce di Paolo dall'altra parte. Ok, via trovata. "Chi ha i manzi?". La patta dello zaino di Paolo. Vittorio e Paolo tornano in Sala Sim. Siamo sul terrazzino in due, con tre discensori. Vittorio e Dario tornano con trapano, bogolo, corda e moschettoni. Iena ed io ci diamo alle pulizie. Proseguo lungo il cunicolo senza scendere. Altro pozzetto. Ingresso stretto ma passabile. Arriva anche Paolo che recupera il discensore dimenticato e lo affianca a quello che Sabina gli ha prestato per scendere. Fix arretrato, fix di partenza e scendo. Tutto stretto. Torniamo al
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cunicolo. Paolo non trova la maniglia. Si arrangia come può. Summit. "Manziamo e scendiamo l'altro pozzo o usciamo?". Votazione. Decidiamo di scendere. Ma Iena ha finito il carburo, Dario ha l'acetilene che non funziona, Paolo non ha la maniglia, Vittorio ha sonno e io non ho voglia. Si cambia la decisione. Usciamo. Siamo all'aria aperta. Paolo esce con due discensori e senza maniglia. La trova di fianco al suo zaino. La Volpe è Sua. Fine di una altra "punta". (Nicola Milanese)
Cambio della guardia. L'ordine di servizio sembra essere quello di cercare di non mischiarsi. L'età media questa volta è piuttosto alta, ma stavolta è la middle-class del gruppo a riaprire le possibilità esplorative che sembravano compromesse. Oltre alle condotte fossili sopra la sala Sim (Ramo della Spugna), Mecu e Super ritrovano l'aria e la via che scende verso il fondo.
22 dicembre - Due punte invernali, per ricordarsi di come si fa ad esplorare e per verificare quanto la somma degli entusiasmi nell'antico Meo Vigna e dei giovani esploratori alla loro prima esperienza autogestita abbia influito sulla realtà fisica della grotta.
Di tutte le paracorchieristiche descrizioni, la più attinente alla realtà riguarda il sordido condotto allagato, sicuramente descritto accuratamente altrove; per il resto fabbrichiamo una discesa dicembrina inseguendo il miraggio proiettato da alcuni mitomani la settimana precedente: un pozzo da scendere con un lago sul fondo. La parola lago indusse il nostro Caposquadra Girodo a dedicarsi ad altre mete accompagnato dal fido Super; ai restanti Meo, Poppi, René, Franz e il sempre vostro, non restò che inseguire il miraggio. Ovviamente senza trovare nessuna traccia del pozzo, né del lago a meno che non si voglia chiamare pozzo la frattura verticale profonda un paio di metri che disostruimmo per un'ora, e lago il rio che scorreva in una fessura larga tre dita. A salvare la punta pensarono Mecu e Super trovando il modo di percorrere qualche centinaio di metri di condotte fossili ben sopra le nostre teste. (Ube Lovera)
La strada è ritrovata, va solo addomesticata. Intanto il gelo attanaglia la regione, rendendo la grotta un luogo molto piacevole rispetto all'esterno. Inoltre il gelo fa sì che gli stillicidi cessino quasi completamente.
29 dicembre - Altra punta con Mecu, Massimiliano e Ube e i novelli, si fa per dire, Arlo, Simonetta e Cinzia. Poche le storie da raccontare a parte che ho trovato di nuovo il modo di disperdermi e regalare ai miei compagni una buona ora di marcia nella neve alla ricerca della grotta.
Più in basso scopriamo che il ramo della settimana precedente è una splendida via, ampia e concrezionata, armata con un certo risparmio sulle corde, fino ad un saltino dall'imbocco troppo stretto, vinto rapidamente dai soliti strumenti. Più in basso troviamo una sala ed un successivo meandro che in capo a qualche decina di metri si riduce a misera fessura soffiante, abbastanza soffiante per insistere ma troppo fessura per i nostri poveri mezzi. Dell'uscita, rilevanti i quindici gradi sotto zero, che indussero il narratore ad evitare per una volta di perdersi e guadagnare rapidamente il mondo civile. (Ube Lovera)
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Malgrado il gelo, la strettoia è sempre un tormento: Occorre pensare ad un sistema di deflusso incanalato dell'acqua, che a differenza del solito non sia incanalato nella manica dello sfigato speleologo di passaggio ma in un meno sensibile tubo di gomma. E visto che tanto hanno studiato, chi meglio di Meo e Poppi poteva fare il lavoro?
12 gennaio - Torno al Cinghiale per vedere il nuovo fondo. Igor, Paolo, Gigi, Meo, Poppi e io. Meo e Poppi costruiscono una diga prima della strettoia. Gigi ed io aspettiamo al freddo. Igor e Paolo tornano al casolare, con gli sci. Manzi dimenticati nello zaino. Esco per raggiungerli. Scendiamo tutti e tre insieme. Cambiamo la corda del primo pozzo. Tutti insieme alla strettoia da allargare. Poppi, Gigi ed io usciamo rilevando. Igor, Paolo e Meo allargano la strettoia. Igor passa, arrampicatina, salone. Ma bisogna uscire. (Nicola Milanese)
Il 18 gennaio entrano Igor, Luigi, Silvi, Vittorio e Paolo. Continuano a seguire l'attivo fino ad una saletta con pozzo, a cui seguono due rami, uno attivo e l'altro fossile. Qui parte un reticolo di gallerie, destinato a chiudere, ma alcune risalite sono possibili.
Le punte possono andare in sfiga per tanti motivi: Certe presenze a volte rappresentano uno di questi motivi. E siamo solo a -100.
Dall'altra parte ci sono persone preziose in determinate situazioni, e Picchi è l'arma segreta per i posti angusti.
26 gennaio - Loco, Beu, l'innominabile ed io, raggiungiamo una finestra sul primo pozzo. Niente. Solo uno stretto camino. Andiamo sul fondo. Ottimo pranzo a base di cappelletti offerti dal ristorante Beu & Beu. Intanto Super, Mecu e Picchi rilevano. Stretti cunicoli sopra la sala Sim. Loco ed io aspettiamo il loro ritorno. Beu e l'innominabile escono. Usciamo anche noi. Intasamento in strettoia. Manca solo l'innominabile. Riunione sotto il pozzo. E uscita con calma. (Nicola Milanese)
1 febbraio - Siamo in sei. Meo, Gigi, Vittorio, Igor, Alby ed io. Sala prima del pozzo finale, ultimi soffi d'aria. Igor, Alby e Vittorio fanno risalite. Nulla. Meo Gigi ed io scendiamo sul fondo. Cerca che ti cerca, nulla si trova. Arriva un filo d'aria da un pertugio. C'è anche l'acqua. Cerchiamo dell'altro. Niente. Rileviamo il tutto e usciamo. (Nicola Milanese)
20 aprile, epilogo; dopo quasi tre mesi Meo, Daniele, Picchi, Cagnotto, Gerard e il sottoscritto ritornano al Cinghiale per disarmare e vedere le ultime cose rimaste in sospeso.
Come sempre l'acqua non manca, malgrado il periodo di prolungata siccità. Inoltre siamo sprovvisti di trapano, per cui dobbiamo improvvisare una arrampicata in libera che si scontra contro vecchie concrezioni cariate.
Usciamo recuperando tutto, tranne una cordetta sulla risalita, e chiudiamo l'attività cinghialesca.

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Sierra Darwin
Giovanni Badino
La Sierra Darwin è la catena di montagne più meridionale delle Americhe, ultime montagne che guardano da Nord il vicino isolotto chiamato, impropriamente, "Capo Horn". In realtà si tratta di una catena che non fa parte dell'America continentale ma di una sua isola, la Terra del Fuoco, e che è separata da essa da un braccio di mare dal nome anch'esso mitico: Stretto di Magellano. Sono montagne non alte (poco più di duemila metri) ma in una tale posizione geografica da renderle di approccio estremamente difficile.
La regione su cui dominano è dunque deserta, selvaggia, vastissima. Per secoli fu trascurata, era un semplice ostacolo al passaggio dei velieri che ne stavano ben alla larga per non naufragarvi. A metà del secolo scorso l'apertura del canale di Panama ridusse quasi a zero il flusso di navi in quelle acque, proprio quando l'avvento della propulsione a motore avrebbe reso interessante il passaggio nello Stretto. Questo infatti per i velieri di norma era pericoloso (bassi fondali, coste frastagliate e vicine) e nei secoli precedenti preferivano passare a Sud di Capo Horn, seguendo un cammino più lungo ma meno insidioso, il cosiddetto "Passaggio di Drake", che a volte si spingeva ai limiti della Penisola Antartica. La regione settentrionale dello Stretto cominciò ad essere colonizzata sul serio proprio in quell'epoca, un secolo e mezzo fa.
Più a Sud gli indios fueghini dominavano su una regione di fiordi, isole, colline, boschi e laghi. Indios che tutte le cronache concordano nel descrivere come i più arretrati delle Americhe, e che la linguistica collega agli Aborigeni Australiani (sic!).
La pressione colonizzatrice del secolo scorso e le malattie da essa portate li condusse a completa estinzione. In realtà di costoro si occuparono, troppo tardi, solo i Salesiani che, a cavallo dell'inizio del secolo, fecero drammatici e inutili tentativi di farli sopravvivere.
Non c'è più nessuno, laggiù. È sopravvissuto solo il codice genetico di chi, fra loro, si è mescolato con gli europei, che sono stanziati sulla riva settentrionale dello Stretto.
La zona Sud fu esplorata appunto dai soli Salesiani (tutta gente del Piemonte Nord-orientale) che vi fecero un lavoro geograficamente straordinario. Padre Alberto De Agostini, il più noto, è stato solo l'ultimo di una serie di preti che si staccarono da qui e, perduti in fondo all'America, risolsero di condurvi un'intensa attività di ricerca, nei più vari ambiti. È una storia da raccontare, ma qui devono bastare questi cenni.
Torniamo alla Sierra Darwin: essa presenta dunque difficoltà alpinistiche molto serie e proprio Padre De Agostini vi organizzò le prime spedizioni negli anni '50. Scalarono e denominarono i principali monti.
Noi la vedemmo la prima volta che passammo a Punta Arenas, tre anni fa, in ricognizione con Ube e Pierangelo (Grotte 114). In una giornata insolitamente limpida fu possibile avvistare, disperatamente a Sud, una linea di creste innevate che emergeva dal mare. La lettura delle carte e dei libri ci fece apprendere sia della catena, sia dei ghiacciai che ne scendevano: Marinelli, Roncagli, Obliquo, Italia.. Gli ultimi ghiacciai americani.
Volendo localizzare il limite meridionale del carsismo glaciale decisi di fare una
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Carta della zona della spedizione in Patagonia
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ricognizione su quel complesso di ghiacciai, con l'obiettivo di verificare la fattibilità di esplorazioni con La Venta. L'avvicinamento via terra è impensabile: dunque era obbligatorio quello via aria, che avevo già impostato come contatti, nel '94.
Per tentare questo sorvolo ho approfittato del fatto che dovevo essere "in zona" per il viaggio sul Viedma e quindi sono partito dall'Italia una settimana prima degli altri. Volevo tentare.
Nei giorni dall'otto al dodici di febbraio mi sono spostato dunque da Rio Gallegos a Punta Arenas per il tentativo. L'operazione aveva altissime probabilità di fallire dato che la zona interessante è a quasi un'ora e mezza di volo e dunque l'aleatorietà meteorologica è enorme: il rischio di volare fin là solo per scoprire che la zona era coperta di nubi era altissimo. Inoltre avevo solo tre giorni possibili per il volo, e pretendere che, a quelle latitudini, uno dei tre fosse bello era totalmente folle.
È stato il 10 febbraio.
Punta Arenas, Cile. È una città di centomila abitanti, tutta squadrata a isolati di cento metri di lato, in riva al mare. Città in rapido sviluppo in zona depressa: attorno si allevano pecore, si tira su petrolio, si passa con rare navi nello Stretto. Triste, ma complessivamente molto preferibile alla simile, argentina, Rio Gallegos.
Quando arrivo sta piovendo. Telefono ai miei contatti dell'Aeroclub locale su cui conto per affittare un aereo; va tutto bene ma, naturalmente, occorre aspettare il bello. L'indomani mattina è brutto, così il pomeriggio.
Vago in solitudine per la città, scrutando le cappe di nuvole piovose che coprono il Sud. La luce di queste zone ha spesso qualcosa di incessantemente crepuscolare. Trovo un piccolo monumento, il busto di una donnina semplice, tal Alfonsina Storni. Scoprirò che è una poetessa argentina, poi suicida affogandosi in mare. La soluzione dell'enigma di chi sia mi occupa parte del giornata, ma ancora non l'ho risolto appieno; per qualche motivo che ignoro tuttora mi sembra importante andare più a fondo.
La mattina dopo il tempo sembra accettabile. Il pilota mi viene a prendere. si chiama Jorge Bencich, di origine croato-triestina. Una bellissima persona, di quelle che giustificano tutti questi sforzi di vagare per il mondo dicendo di cercare grotte.
L'aereo è piccolino e ad ala bassa, ha meno motore della mia auto, però sarà sufficiente. L'accuratezza di Jorge nel prendere il volo mi fa capire che non ha gran esperienza (a casa, poi, si vanterà con la moglie delle tre ore di volo che abbiamo appena fatto...) ma è bravo. Decolliamo.
I sogni finiscono, ma poi ne iniziano altri; è passata una decina dall'incontro con la lancia a motore nel cañon del Rio La Venta.
Sotto di noi ora scorre l'acqua dello Stretto di Magellano, poi l'isola Dawson, dove morirono di tubercolosi gli ultimi fueghini. Adesso è deserta.
Poi voliamo di nuovo sul mare calmo, ai margini di una cappa di nuvole a mille metri (come sarà sul ghiacciaio?), pian piano si avvicina l'insenatura da risalire verso le montagne e soprattutto verso il ghiacciaio Marinelli.
Quando finalmente appare la linea bianca della fronte glaciale sul mare abbiamo un tuffo al cuore: proprio sul ghiacciaio c'è una gran bolla di sole e di cielo azzurro, esultiamo nel piccolo abitacolo. Comincio a sparare foto, a cambiare rulli, ottiche, mentre Jorge è concentratissimo a fare i passaggi in modo corretto ("dobbiamo stare attenti che l'emozione non ci perda!" mi urla dai comandi). Bravo Jorge.
Uno, due, tre passaggi.
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Il ghiacciaio è carsico, ma è piccolo per gli schemi patagonici. Ma vale la pena di un ulteriore giro esplorativo.
Il suo interesse è limitato chiaramente dalla bassa quota della neve perenne. La zona di ablazione, quella più a valle, si spinge sino a poche centinaia di metri di quota, poi inizia il terreno innevato e le pendici della Sierra, rocce scure, nevose, incappucciate. L'aeroplanino vi arranca in mezzo, rubando immagini.
Finiamo l'acquisizione e torniamo sul mare per tentare la penetrazione lungo il fiordo successivo. Riusciamo, anche lì c'è un ghiacciaio, non segnato dalle carte; anche lì c'è carsismo glaciale.
La struttura della zona si fa più complessa, i fiordi intricati. La cappa di nubi si avvicina, ci impedisce di completare l'aggiramento della Sierra per entrarvi da Ovest. Pazienza, rinunciamo. Andando via pongo finalmente una qualche attenzione alle montagne e, oibò: ma sembra calcare! E quella, non è forse una grotta? Oibò...
Già, le propaggini settentrionali della vulcanica Darwin sembrano essere di calcare, gli ultimi prima di quelli Antartici. Quando torneremo non ci basterà l'attrezzatura da ghiaccio... Ora solchiamo l'aria verso Nord, di nuovo sullo Stretto. l'aereo a tratti viene colpito da rovesci di pioggia.
Ho con me centocinquanta nuove immagini e ho avuto una fortuna ignobile, ma questa è l'indicazione sicura che le grotte di laggiù adesso ci stanno aspettando.
Jorge atterra, e ormai siamo amici; mi porta a pranzo a casa sua, a continuare a spiegarci reciprocamente i motivi di tanto entusiasmo.
Passo l'indomani a caccia di carte, poi mi sposto a Rio Gallegos, dove devono arrivare i compagni con cui faremo la ricognizione sul mitico Ghiacciaio Viedma, l'obiettivo principale per cui siamo qui.
Un'altra storia inizia, ma il compito di raccontarla a "Grotte" ce l'ha un altro.
Panorami andini (foto G. Badino)
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La stabilità delle cavità sotterranee
Attilio Eusebio
Premessa
Molto si è detto sulla formazione delle grotte: teorie più o meno complesse, scienziati più o meno famosi, noti ricercatori e validi geografi dell'ipogeo ci hanno illustrato i fenomeni e cercato di chiarirne l'origine. Così se molto si è fatto in questo campo nulla si è detto sulle condizioni di stabilità e sulla possibilità che esistano - dal punto di vista della stabilità dei vuoti - cavità in certi massicci, in certi contesti tettonici, quali siano le dimensioni massime delle sale e quale profondità possano raggiungere.
Quello che al lettore deve essere chiaro - anche se non è così evidente - è che la formazione delle grotte è senza dubbio legata alle circolazioni dei fluidi (acqua, aria e così via) ma che è altrettanto indispensabile che - in uno spazio temporale significativo - si determinino le condizioni geologiche e meccaniche che soddisfino due requisiti fondamentali.
Il primo è banale: le condizioni geomeccaniche devono essere tali da consentire la formazione di cavità significative, questo sembra ovvio ma a parità di tipo litologico sono fondamentali il livello di fratturazione e le condizioni geostrutturali dell'ammasso roccioso. Sono agli occhi di tutti casi di massicci montuosi così fratturati da non permettere la formazione di importanti circuiti carsici percorribili. Le caratteristiche meccaniche dell'elemento roccia inoltre condizionano fortemente - come vedremo successivamente - la dimensione dei vuoti che si vanno a creare.
Il secondo è più delicato: le condizioni generali dell'ammasso roccioso devono garantire la stabilità nel tempo di cavità. Le grotte infatti vengono scavate e percorse da torrenti e fiumi per tempi lunghi e, in genere, in condizioni assai diverse da quelle nelle quali le troviamo noi oggi. La situazione nella quale la cavità si è formata è quindi dissimile da quella attuale. Si tratta di una situazione di instabilità teorica che tende a raggiungere una nuova configurazione; le condizioni geomeccaniche dell'ammasso roccioso devono garantire questa possibilità.
La sezione circolare è la più idonea a sopportare sforzi.... (foto A. Eusebio)
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Fattori teorici che influenzano la stabilità
La stabilità delle cavità naturali dipende in prima approssimazione:
a) dalla resistenza a rottura del materiale roccioso in cui si sono formate; si intende il valore massimo del carico di rottura del materiale stesso;
b) dalla presenza di sistemi di discontinuità (fratturazione, giunti di strato, faglie, ecc.);
c) dallo stress in situ, che è determinato dalla tensione (ovvero carico riferito ad un'area unitaria) che agisce in un punto dell'ammasso roccioso ad una determinata profondità; in pratica è la quantità di roccia che viene a gravare sul vuoto esistente. Esso viene generalmente scomposto in una componente verticale (Pv) ed in una componente orizzontale (Ph);
d) dalle dimensioni e tipo di sezione delle strutture ipogee (gallerie, pozzi, sale, ecc.); La variabile "dimensione e tipo di sezione" è di comprensione immediata: se si prende come esempio un tubo qualsiasi, ci si rende conto subito che la sezione circolare è la più idonea a sopportare sforzi idrostatici. Ogni allontanamento da tale forma ideale comporterà di tendenza una minore stabilità dell'ipogeo.
In caso di prevalenza del Ph sul Pv o viceversa, una forma ellittica risulterà più vicina alle condizioni di massimo equilibrio. Anche la formazione dei condotti carsici, come siamo abituati a vedere sottoterra seguirà le linee di minor fatica adeguandosi allo stato tensionale esistente.
Procedendo dalla superficie in profondità gli ammassi rocciosi ed i vuoti presenti o in formazione sono sottoposti ovviamente a carichi che dipendono dalla quantità di roccia sovrastante. L'aumento di carico (sia esso verticale che orizzontale) genera stati di sforzo all'interno dell'ammasso roccioso. In linea di massima, si può dire che all'aumentare del carico verticale il vuoto si adegua deformandosi ed assumendo una "forma schiacciata". Alla ipotetica rimozione del carico (verificata ad esempio in natura a seguito di eventi geologici, vedi lo scioglimento di una massa glaciale, come capita in alcuni esempi sul Marguareis) o tale deformazione scompare (e in questo caso ci si trova in campo cosiddetto "elastico" e noi non ne vediamo gli effetti) oppure permane irreversibilmente, indicando che si è raggiunto il campo "plastico", che precede la rottura della roccia, ed in questo caso si osservano i fenomeni di crollo diffusi visibili per esempio in alcune regioni di Piaggia Bella.
Principi generali
In generale vale il principio della proporzionalità tra lo sforzo e la deformazione. Purtroppo i materiali rocciosi si comportano in modo più complicato: la transizione tra l'elasticità (laddove cioè vi è proporzionalità tra lo sforzo e la deformazione) e la plasticità, dove non esiste questa proprietà, è uno degli argomenti più dibattuti e dipende ovviamente anche da fattori esterni al materiale, come la presenza di acqua o lo stato di fratturazione.
Val la pena di ricordare che accanto all pressione verticale, di evidenza più immediata, anche quella orizzontale concorre in modo decisivo a determinare il passaggio dallo stato elastico a quello plastico: la tettonica a zolle ha evidenziato come le spinte orizzontai possano essere tanto potenti da arrivare a produrre la nascita di catene montuose.
A partire dalla superficie terrestre fino a circa 500 metri di profondità, il rapporto tra le spinte verticali e quelle orizzontali (K=Ph/Pv) può arrivare a valori maggiori di
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1; ciò significa che in tali casi le spinte orizzontali sono uguali o maggiori di quelle verticali.
Anche la geomorfologia, oltre alle caratteristiche geomeccaniche dell'ammasso roccioso, influenza lo stato di sforzo a cui lo stesso è soggetto in profondità.
Profonde incisioni vallive in terreni tabulari ridistribuiscono le tensioni provocando a volte, al disotto del solco, valori del Pv superiori a quelli dovuti alla copertura. Anche la diversa densità dei materiali influenza le spinte orizzontali, così come in valli alpine il ritiro dei ghiacciai è alla base di risultanti anomale.
Via via che si procede in profondità la situazione di equilibrio sembrerebbe legata ad una equivalenza delle spinte verticali con quelle orizzontali.
Valutazione quantitativa
Le basi teoriche sulle quali fare una prima valutazione delle sollecitazioni alle quali sono sottoposte teoriche cavità si fondano, in prima approssimazione (perché in meccanica delle rocce la simulazione della realtà è più complessa) sullo studio dell'equilibrio dei mezzi continui.
In particolare, per elevate profondità sono disponibili diversi modelli concettuali con cui simulare il problema statico. Il modello più semplice è quello in cui le risultanti
Fig. 1 Analisi dei dati relativi alle varie cavità analizzate
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delle sollecitazioni esterne si distribuiscono equamente sulla sua superficie ed hanno uguale intensità, vale a dire quando si è in presenza di un campo idrostatico (K=Ph/Pv=1).
Applicando tale formulazione, che tralascio per non tediare il lettore, si ottiene che per rocce di medie caratteristiche lo spessore massimo di roccia al quale una cavità di dimensioni indefinite può esistere è pari a 2.000 m.
Si tratta non della profondità teorica raggiungibile da una grotta ma dello spessore di roccia sovrastante la grotta nell'intorno del punto considerato.
Questo vale per una roccia teorica, sana e non fratturata, in realtà bisogna considerare che gli ammassi rocciosi sono, soprattutto nella vicinanza della superficie, estremamente eterogenei e discontinui con presenza di acqua e notevoli fratturazioni.
Le stesse caratteristiche strutturali dell'ammasso roccioso sono certamente determinanti agli effetti dello stress in situ: zone di pieghe anticlinali possono per esempio generare archi di scarico e "proteggere" quindi una cavità riducendo il carico verticale.
Fig. 2 Analisi del comportamento del cavo - metodo delle curve caratteristiche campi di esistenza delle gallerie in funzione del tipo di roccia
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Approccio analitico
Si è così arrivati a valutare gli elementi fondamentali che determinano l'evoluzione della stabilità di una cavità: la resistenza a rottura della roccia e lo stato di sollecitazione in sito sono i fattori decisivi anche per le grotte ed i sistemi carsici in generale.
La più semplice ed anche intuitiva deduzione circa l'interazione di questi fattori sulla stabilità delle cavità naturali è che, superata una profondità e una dimensione critica, tipiche di ogni ammasso roccioso e di ogni contesto geomeccanico, si riduce la possibilità di autosostegno (in pratica queste non possono più essere stabili). Da questa analisi sembrerebbe che non possano quindi esistere cavità naturali oltre una certa copertura ed in certe condizioni di fratturazione.
Le attuali condizioni di stabilità delle cavità carsiche sono il risultato di complessi fenomeni e di una lunga evoluzione morfologica e speleogenetica delle cavità stesse.
Si è cercato di ricostruire il comportamento e la variazione delle condizioni di stabilità nel tempo di una galleria naturale (crolli, deformazioni, ecc..), verificando in modo analitico la storia della cavità. e cercando di parametrizzare la roccia buona, mediocre e scadente attraverso una classificazione geomeccanica (Bieniawski, 1976)
Fig.3 - Si evidenziano le tre fasce nelle quali sono state identificati i tre comportamenti teorici per rocce buone (quelle dove si trovano le grotte). L'area in grigio evidenzia l'inviluppo dei casi pratici analizzati
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Una iniziale fase della ricerca è consistita nell'analisi, a livello mondiale, di alcune cavità (circa una novantina), nelle quali fosse possibile esaminare situazioni "limite" e significative del rapporto tra le dimensioni della cavità (raggio delle gallerie) - spessore della roccia al disopra della grotta (copertura). Da una analisi estremamente sommaria del diagramma riportato appare estremamente evidente come il raggio della cavità tenda a diminuire con l'aumento della copertura, in particolare si constata come non esistano grotte con coperture rocciose superiori a 1200 metri.
Sulla base di quanto ricavato dai dati emersi in precedenza si è tentato la costruzione di un modello concettuale utilizzando un codice di calcolo molto conosciuto nella meccanica delle rocce, messo a punto da Amberg & Lombardi (1974) per il progetto di opere civili sotterranee, e definito "convergenza-confinamento" o "curve caratteristiche dell'ammasso roccioso". La descrizione del metodo ve la risparmio e, se siete d'accordo passerei all'analisi dei risultati riportati nella figura.
Sappiate che l'analisi condotta con queste ipotesi, per varie classi di copertura rocciosa, ha confermato l'esistenza di situazione estrema oltre le quali, normalmente, non possono sussistere condizioni di stabilità globale per cavità (curva limite) in campo elastico. Commentando il diagramma si osserva che sono presenti tre campi di esistenza teorici:
1) il primo, a sinistra, rappresenta le condizioni di un ammasso roccioso fortemente fratturato (roccia scadente) , sono possibili cavità piccole con dimensioni massime dei condotti pari a qualche metro e coperture rocciose di poche decine di metri: si tratta sostanzialmente di circuiti carsici modesti difficilmente percorribili da speleo;
2) il secondo, al centro, rappresenta le condizioni standard (roccia mediocre) nei quali si trovano le cavità soprattutto in ambiente alpino occidentale, con dimensioni medie e coperture rocciose che raramente superano i 400-500 metri;
3) il terzo caso, a destra, rappresenta le condizioni limite superiori, ove buone condizioni di ammasso roccioso permettono l'esistenza di sezioni maggiori con maggior coperture;
Nell'ultima figura si riporta una sintesi estrema di quanto ricavato dai calcoli, anche in questo caso sono ben visibili tre fasce, la più bassa identifica zone dove si possono formare cavità, stabili a lungo termine, di dimensioni variabili in funzione delle coperture rocciose, la fascia intermedia evidenzia il passaggio ad un regime di stabilità incerta influenzato fortemente da condizioni locali e comunque non stabile, in generale, a lungo termine, al di sopra di queste condizioni (zona superiore del diagramma - 3a fascia) non possono esistere e non state verificate in letterature cavità naturali.
Quanto detto in precedenza è la sintesi estrema di un annetto di ricerche: sono naturalmente benvenuti commenti, domande, stimoli di vario genere e suggerimenti costruttivi (N.d.a.)
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Attività biospeleologica 1996
Achille Casale, PierMauro Giachino, Enrico Lana
Con un po' di ritardo rispetto alla cadenza solita, anche quest'anno compare la relazione dell'attività biospeleologica dell'anno precedente; e anche quest'anno, per fortuna, i relatori sono tre anziché uno. Segno evidente che un'attività che ha caratterizzato il GSP fin dai suoi lontani primordi, e che continua ad esercitare un ruolo di rilievo nella speleologia "ufficiale" in tutti i paesi, ha fatto proseliti; proseliti che seppure sparsi qua e là sul mappamondo, si impegnano ancora per far conoscere qualche aspetto della vita sotterranea, sempre prodiga di sorprese anche in aree apparentemente ben conosciute: una vita sotterranea (vale la pena di ricordarlo, ancora una volta!) non è quella degli speleologi, sporadici intrusi nel mondo ipogeo, ma è quella di organismi che nel sottosuolo, e solo in esso, nascono, vivono e muoiono da millenni, e che al di fuori di esso non potrebbero esistere.
Alpi Occidentali
A.C. ha continuato le sue peregrinazioni tra le fessure delle frane e dei coni di deiezione del Monviso, per capire qualcosa di più della vita di Nebria gagates, Coleottero Carabide endemico delle Alpi Occidentali. Come risulta anche dalle recenti ricerche di Franco Andreone, del Museo di Scienze Naturali di Torino, pare che questo ambiente costituisca un eccellente rifugio, nei periodi di siccità, per un Vertebrato degli Anfibi Urodeli, la nera, lucida e bellissima Salamandra lanzai, che del massiccio del Monviso, e valli limitrofe, è esclusiva.
E.L. ha avuto un'annata un po' nera per problemi di salute. In febbraio ha raccolto nella Borna Maggiore del Pugnetto diversi esemplari vivi di Dellabeffaella roccai, e li ha trasferiti al laboratorio di Bossea dove sono tuttora viventi (marzo 1997) e dove si sono copiosamente riprodotti durante l'anno, permettendo un'ampia documentazione fotografica di uova e larve. Al Pugnetto è stato raccolto pure un Linyfiide molto specializzato (forse Troglohyphantes sp.). In marzo, una visita a Rio Martino ha consentito la raccolta di alcuni esemplari di Ischyropsalis e Crossosoma. Nello stesso mese, alla grotta dell'Orso di Pamparato sono stati raccolti esemplari di Plectogona morisii, Dolichopoda, e notati alla base del pozzo d'entrata vari individui di Salamandra salamandra. In luglio, nell'Alta Valle di Viù, sotto una paleofrana, ancora E.L. ha raccolto Opilioni molto interessanti. In settembre, alla grotta di Chiabrano in Val Germanasca, ha raccolto alcuni esemplari di Dellabeffaella olmii (descritta una quindicina d'anni fa da A.C. della Ghieisa d'la Tana in Val Pellice), e due larve della medesima, insieme con Diplopoda (Plectogona?), Araneidi Linyphiidae e Metidae, Pseudoscorpiones e Dolichopoda. Ancora in autunno, una visita alla grotta di Ponzone presso Acqui Terme ha fruttato Diplopoda Polydesmidae, Isopoda Trichoniscidae, Araneidi e Ortoptera (Petaloptila andreinii).
La scoperta di Archeoboldoria lanai, nuova specie della grotta del Maletto presso Carema, in studio da parte di P.M.G., scoperta che segue a ruota quella del nuovo genere Canavesiella (con due specie nuove: lanai e casalei) ha ravvivato l'entusiasmo per le ricerche in grotta nelle nostre vecchie, apparentemente ben conosciute Alpi del Piemonte.
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L'ottimo Tiziano Pascutto, del GS Biellese CAI, da qualche anno e attivissimo nell'esplorare con intenti biospeleologici le grotte del Piemonte con un occhio di riguardo, ovviamente, alle sue zone, e collabora proficuamente con gli scriventi. A lui, e a Ettore Ghielmetti, con il patrocinio della Comunità Montana Vallesessera, dobbiamo un'accuratissima ricerca biospeleologica sulla grotta di Bercovei presso Sostegno, nota da lungo tempo: un censimento faunistico di ben 60 taxa, 48 dei quali segnalati per la prima volta, accompagnato da note ecologiche e osservazioni molto interessanti, ci offre un'eccellente dimostrazione di quanto vi sia ancora da fare in cavità alle porte di casa!
Sardegna
La presenza pluriennale nella bellissima isola ha consentito a uno di noi (A.C.) alcune escursioni, non troppo impegnative, in grotte del Sassarese e del Nuorese, con gli amici del GSS. La ricchezza della fauna sotterranea dell'isola, solo apparentemente ben conosciuta, pare inesauribile. Con Giuseppe Grafitti, e con qualche volontario laureando reclutato ad hoc, stiamo cercando di elaborare una messa a punto dei dati acquisiti negli ultimi anni, ormai troppo numerosi per essere anche solo riassunti in questa sede.
Mauro Musedda e compagni continuano frattanto attivamente la ricerca sulla Chirotterofauna dell'isola, consentendo a A.C. di accompagnare ogni anno un gruppo di studenti di Scienze Biologiche dell'Università di Sassari a osservare in grotta alcune colonie fra quelle, ancora numerose, presenti nell'isola.
Alpi Orientali
Veloce visita di P.M.G., con alcuni amici, alle Cave Brentani di Valpolicella. Neppure la presenza dello scopritore, Gianfranco Caoduro, ha stanato l'ormai mitico Lessinodytes caoduroi!
Grecia
P.M.G., in compagnia di Dante Vailati (che nella mediterranea terra si è preso una polmonite con strascichi e postumi) e di altri colleghi, è tornato al consueto appuntamento con la Grecia nel quadro delle missioni congiunte dei Musei di Scienze Naturali di Torino e di Brescia. È stata visitata qualche cavità (pozzetto sul M. Timfi, nel Nord Ovest, e Grotta Katavotri sull'Iti, nel Centro, quest'ultima "scoperta" dodici anni fa da A.C.), con reperti di nuove entità. Particolare attenzione è stata riservata all'Ambiente Sotterraneo Superficiale, sia nel settore centro-settentrionale, sia in Peloponneso, nei massicci dell'Erimanthos, Menalos, Aroania, Killini, Dirfi, Elikon, Kallidromo, Iti, Vardoussia, Timphristos, Karava, Lakmos,
Duvalius graecus
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Askio e Timfi, e nell'Isola Eubea. I risultati, come di consueto, sono stati eccellenti: solo fra i Coleotteri sotterranei, almeno undici specie nuove fra Carabidi, Trechini, Anillini, Sphodrini e Pterostichini, e Colevidi Leptodirini! Parte dei risultati delle ultime missioni è stata pubblicata nel corso del 1996 (v. oltre, e figura).
Marocco
A.C., con Augusto Vigna Taglianti e Marzio Zapparoli (rispettivamente dell'Università "La Sapienza" di Roma e dell'Università di Viterbo), ha compiuto una veloce incursione nell'Alto e Medio Atlante a fine maggio. Le ricerche erano finalizzate principalmente alla raccolta di fauna d'alta quota (2500-3000 m), presso i nevai in fusione, in massicci non calcarei. E se la primavera stupenda ha reso le escursioni su queste meravigliose montagne particolarmente piacevoli, le ricerche sono state ostacolate proprio dalla persistenza di nevai troppo grandi e da notti troppo rigide, strascico di un inverno freddo e nevosissimo. Nell'Anti-Atlante di Arilal, presso Ait M'Hammet, sono state visitate due grotte "classiche" di grandi dimensioni, l'unica fossile, strapiena di Chirotteri, l'altra attiva, con acqua di fusione particolarmente abbondante e... fresca. Ed è stato un grande piacere, per A.C., reincontrare, a distanza di dieci anni esatti, in un paesino immutato, una guida locale pure immutata, rintracciabile in cinque minuti in una comunità di persone gentili, ospitali e discrete come sanno essere i Berberi, e tutte quelle genti di montagna che vivono in zone ancora un po' appartate, non toccate da un turismo becero e invadente.
Immutate pure le grotte, con molte specie endemiche (Laemostenus cadilhaci, Choleva kocheri, e altre); introvabili invece, per la seconda volta, Subilsia e Ifridytes, altri elementi endemici che in quelle grotte, evidentemente, compaiono solo ogni cento anni.
Altre attività
Più che nell'attività sul terreno, il 1996 è stato un anno particolarmente frenetico e produttivo per quanto riguarda l'attività biospeleologica "formale", di pubblicizzazione di dati e di congressi.
In due grossi lavori, firmati da A.C., P.M.G., D. Vailati e A. Vigna Taglianti, sono comparse le descrizioni delle specie nuove di Duvalius di Grecia, scoperte nelle recenti missioni, con una messa a punto delle attuali conoscenze sistematiche e biogeografiche relative a questo che è l'unico genere di Carabidi trechini sotterranei presente nel paese (vedi: Fragmenta entomol., Roma, 1996, 27 (2): 289-346, e Boll. Mus. Civ. St. Nat. Verona, 1996, 20 (1993): 303-335, quest'ultimo dedicato agli 80 anni di Sandro Ruffo, "papà" della biospeleologia italiana).
Lavoro immane, infine (iniziato già molto tempo prima), per l'organizzazione del XX International Congress of Entomology a fine agosto, in Firenze, che ha visto confluire 3200 partecipanti, da tutte le parti del mondo (primi in assoluto gli Americani, secondi i Giapponesi: facile vedere dove stanno i soldi, in queste occasioni e di questi tempi!). Ottimo successo comunque, e bellissima figura dell'Entomologia italiana, per fortuna! Fra gli infiniti simposi, ampio spazio è stato dedicato alle entomofaune cavernicole, nell'ambito delle quali A.C., P.M.G. e A. Vigna Taglianti hanno presentato relazioni sui Carabidi e i Colevidi sotterranei sparsi per i vari continenti. A distanza di qualche mese, ci chiediamo se è stato più faticoso preparare le relazioni (tutte, ovviamente, in inglese), o organizzare i simposi e le sezioni per i partecipanti, altrettanto sparsi per i vari continenti!
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Prove sui materiali: le corde ROCA
Nicola Milanese
Hai mai sofferto il mal di mare quando sali un pozzo? Hai mai avuto paura scendendo un pozzo con la corda che tocca la roccia? Hai mai pensato che la corda a cui sei appeso si possa spezzare da un momento all'altro? Hai mai avuto la sensazione che fare un nodo alla corda sia simile ad annodare un ramo di un albero? Da quando vado in grotta queste sensazioni mi accompagnano quasi sempre.
L'occasione per testare le corde è arrivata in magazzino sotto forma di due matasse da cento metri, una di diametro 10, l'altra di diametro 10,5 mm. Il tipo di corda? ROCA-statica. Il tempo a disposizione, circa un mese, era troppo scarso per poter valutare al meglio l'usura che la corda subisce con un utilizzo continuo, o per lo stazionamento per lunghi periodi in grotta. Quindi l'attenzione delle prove si è rivolta soprattutto ai problemi costruttivi, cioè quanto la calza scivola rispetto ai trefoli, quando la corda è difficile da annodare, qual è il carico di rottura a trazione della corda.
Prova di accorciamento
Dopo averle misurate, le corde sono state messe in una vasca piena d'acqua per circa 60 ore. Lo scopo era di misurare l'accorciamento che una corda nuova subisce in quelle condizioni. Il risultato è stato il seguente: la ROCA da 10 mm si è accorciata di 6 metri su cento, mentre la 10,5 si è accorciata di 5,4 metri.
Prova di abrasione
Con questo test si desiderava valutare quanti percorsi sulla corda si possono fare prima che la calza si rompa. Per fare questo siamo andati alla palestra di roccia, armando la corda in modo che toccasse in modo notevole uno scalino di cemento. La corda, lunga 14 metri circa, aveva un attacco posto a 5 metri dallo scalino, e successivamente aveva un tratto verticale di circa 8 metri. L'angolo della corda sullo scalino era di 60° rispetto alla verticale. Come si può notare la corda toccava in modo "probabilmente" eccessivo. La prova è stata effettuata sulle due corde ROCA e su una terza corda (EDELRID da 10 mm già utilizzata), di confronto. I risultati, abbastanza impressionanti, sono visibili nella seguente tabella:
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ROCA diam 10.5 |
ROCA diam. 10 |
EDELRID diam. 10 |
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Percorsi in salita |
3 |
3 |
3 |
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Percorsi in discesa |
7 |
4 |
5 |
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Totale |
10 |
7 |
8 |
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Prova di flessibilità
La facilità di annodare una corda è un parametro importante per la valutazione di una corda ad uso speleo. La flessibilità delle corde ROCA è stata valutata paragonandola a quella di alcune corde presenti nel magazzino: una EDELRID da 10 mm e una BEAL da 9 mm. La prova consiste nel determinare la lunghezza massima per la quale la corda si mantiene verticale. La flessibilità della ROCA 10 è
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all'altezza della EDELRID, mentre la 10,5 si è mostrata pessima da questo punto di vista.
Prova di scorrimento della calza
Può capitare che in una corda, quando viene strizzata dal discensore, la calza esterna scivoli rispetto ai trefoli interni. Per la prova siamo tornati in palestra per realizzare un tiro il più lungo possibile, la lunghezza del tratto verticale era di circa 9 metri. Per meglio valutare lo scorrimento erano necessari molti passaggi, ne sono stati fatti venti. L'estremità inferiore della corda è stata tagliata con le forbici, per poter misurare la lunghezza del tratto di calza che sporgeva rispetto ai trefoli. Anche per questa prova è stata utilizzata come raffronto una EDELRID 10 mm.
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ROCA diam. 10.5 |
ROCA diam. 10 |
EDELRID diam.1 0 |
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Misura (mm) |
10 |
16 |
5 |
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Svolgimento calza
Una corda è formata da due avvolgimenti contrapposti, quello interno costituito dai trefoli, quello esterno formato dalla calza. Se i due avvolgimenti non si equivalgono, allora la corda, quando è in tensione, tende a svolgersi, quindi a ruotare. Risalire un pozzo su una corda che ruota è sicuramente fastidioso. Le corde ROCA hanno entrambe una leggera tendenza a svolgersi.
Oltre a queste è stata effettuata anche una prova di rottura a trazione lenta. Le ROCA hanno mostrato un carico di rottura nella media.
Risultati
Tra tutti i test effettuati, le caratteristiche che meglio permettono di valutare le corde sono la flessibilità e lo scorrimento della calza esterna. La prova di flessibilità ha decisamente bocciato la ROCA 10,5, che ha mostrato anche uno scorrimento della maglia non ottimale. La ROCA 10 ha avuto uno scorrimento della calza esterna ancora più elevato, quindi anche questa corda è da bocciare.
Le ROCA hanno una resistenza all'abrasione migliore della EDELRID provata, però la lesione visibile di quest'ultima era circoscritta a pochi cm di calza, mentre nelle ROCA la lesione si estendeva per circa 10 cm. Questo fa pensare che la maggior resistenza delle ROCA sia dovuta, almeno in parte, alla maggior elasticità che queste corde possiedono.
Un altro difetto che queste corde hanno mostrato, è stato notato durante le discese in forra, infatti la ROCA 10 tende a gonfiarsi parecchio quando viene per lungo tempo a contatto con l'acqua.
Conclusione
Le ROCA testate non sono sicuramente le migliori corde da utilizzare per l'armo dei pozzi.
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Le radio ricetrasmittenti
Lorenzo Bozzolan
Tra i vari materiali ed attrezzature che si trovano negli zaini di chi va in montagna, cominciano a trovare posto le radio ricetrasmittenti.
Gli usi sono molteplici: organizzativi, di controllo, per sicurezza e, considerando le dimensioni e i costi oggi contenuti, credo che una radio ricetrasmittente può tranquillamente risultare nell'elenco dei materiali personali di chi va in montagna.
Per chi non ha conoscenze specifiche le radio trasmissioni e tutto il loro gergo possono creare qualche problema; naturalmente non è mia intenzione o pretesa tenere una lezione sul funzionamento delle radio, ma cercherò di spiegare in modo semplice alcuni dei parametri fondamentali di questo settore.
Frequenza, lunghezza d'onda, potenza
Questi tre parametri sono fondamentali e cercherò di chiarirli aiutandomi con degli esempi fatti su una corda. Ai fenomeni che si verificheranno sulla corda darò dei nomi e delle unità di misura che saranno chiaramente elettronici ma che per comodità di spiegazione assegnerò sulla corda stessa.
Frequenza
Quante volte per disincastrare una corda imprimiamo ad essa un movimento improvviso ad "esse" rovesciato, questo fà si che tale movimento si trasmetta lungo la corda sino al capo opposto. Se immaginiamo di fermare nel tempo questo movimento sulla corda, osserveremo un fenomeno come in figura 1, questo "impulso" può essere singolo oppure imprimendo altri movimenti alla corda ne posso generare diversi.
Per cominciare a dare nomi e misure dirò che il numero di impulsi che genero in un secondo mi indicano la frequenza di questi impulsi; questo dato ha una sua unità di misura chiamata Hertz. Posso quindi dire che se genero 20 movimenti al secondo sulla corda sto "trasmettendo" lungo essa un segnale a 20 Hertz.
Lunghezza d'onda
Un singolo impulso occupa sulla corda una certa lunghezza tangibile e quindi misurabile con un metro (fig. 2). Questo dato viene denominato lunghezza d'onda e la sua unità di misura è il metro.
Esiste una relazione tra la frequenza e la lunghezza d'onda che è la seguente. lunghezza d'onda = velocità di trasmissione nel mezzo : frequenza. La velocità di trasmissione nel vostro caso è la velocità con cui si propaga il nostro impulso nella corda; trattandosi di impulsi radio la velocità è quella della luce pari a circa 300000 km/s.

Fig. 1
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Risulta evidente che maggiore e la frequenza minore sarà la lunghezza d'onda: se calcoliamo la lunghezza d'onda di un segnale radio a 144 MHz (144 milioni di Hertz) otterremo una lunghezza di circa due metri. Questo dato è fondamentale per determinare la lunghezza dell'antenna che dovrà trasmettere il segnale; tale lunghezza deve essere uguale oppure dimezzata di un quarto (un quarto d'onda) della lunghezza d'onda, pena una riduzione del segnale in potenza. Esistono delle antenne dette caricate in cui si riesce a ridurre le lunghezze con particolari accorgimenti.
Potenza
Tornando alla corda un altro parametro importante per caratterizzare questo impulso e la forza o potenza con cui imprimo il movimento; questo parametro ha una sua unità di misura denominata Watt.
È chiaro che maggiore potenza darò al mio colpo, più lontano arriverà l'impulso, dato che mano a mano che avanza risulterà sempre più debole o attenuato poiché dissipato lungo la corda. Facciamo ora un riassuntino di quanto detto:
FREQUENZA: indica il numero di "impulsi" in un secondo HERTZ (Hz)
LUNGH. D'ONDA: indica la lunghezza di un singolo impulso METRO (m)
POTENZA: indica la potenza del segnale trasmesso WATT (W)

fig. 1

fig. 3
Portante - Modulante
Una caratteristica delle onde radio (a grandi linee) è quella che a parità di potenza una frequenza elevata arriva più lontano di una inferiore; quindi i segnali che abitualmente si usano nelle trasmissioni sono ad alta frequenza; non posso trasmettere direttamente un segnale audio che ha frequenze comprese tra i 330 e 3000 Hz (voce) perché dovrei usare grandi antenne e grandi potenze.
Per poter trasmettere ho bisogno di un segnale che sia trasmettibile con un'antenna di dimensioni accettabili e con una potenza discreta, quindi segnali a frequenza elevata, indicativamente dalle centinaia di migliaia di Hz in su (KHz).
Questi segnali faranno da vettore al suono udibile: posso quindi dire che per trasmettere la mia voce necessito di un segnale portante ad una frequenza elevata (trasmettibile) e di un segnale modulante che agisce sulla portante attribuendogli caratteristiche da cui sarà possibile estrarre il suono nella ricezione (fig. 3).
Quando ricevo Radio Alfa sui 103,5 MHz della F.M. significa che il
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mio ricevitore sta ricevendo un segnale portante di 103,5 MHz e su questo segnale è stato sovrapposto in qualche modo il segnale audio che sto sentendo.
Se premiamo il tasto che attiva la trasmissione di un trx generiamo una portante, se parliamo nel microfono uniamo alla portante un segnale (la nostra voce) che andrà a modulare la portante.
Bande di trasmissione - Concessioni
Le frequenze radio sono suddivise in varie bande ben delineate; ogni banda occupa uno spazio in frequenza ben preciso. Ad esempio le trasmissioni radio in F.M. vanno dagli 88 MHz ai 108 MHz; prima di queste frequenze abbiamo altre bande, come le comunissime onde medie (550 KHz ..1600 KHz) o le trasmissioni dei C.B. (cq) (26 MHz .. 28 MHz). Oltre troviamo i segnali televisivi (800 MHz .. 900 MHz), i radiotelefoni a 900 MHz, i radioamatori (140 MHz ..160 MHz); esistono quindi spazi ben delineati per ogni utenza. Le due bande dove lavorano la maggior parte dei trx sono tra i 26 .. 28 MHz e i 140 .. 170 MHz che corrispondono agli 11 m e ai 2 m.
Nella prima banda, detta banda cittadina, C.B., sono consentite le trasmissioni solo con apparecchi omologati dal PTT e con la relativa concessione che si ottiene versando una tassa negli appositi uffici. Questi trasmettitori sono in prevalenza delle dimensioni di un'autoradio e necessitano di antenne abbastanza grandi; esistono anche dei portatili ma sono comunque non definibili come palmari; le trasmissioni avvengono su canali pre-impostati e sono in genere molto disturbate per la gran quantità di persone che usa queste frequenze. Il costo di un apparecchio medio portatile di aggira sulle 200.000 lire.
Sui due metri (144 MHz) avvengono le trasmissioni dei radioamatori (O.M.). Sono consentite solo previa concessione ministeriale con relativa licenza o patentino, che si acquisisce con un esame specifico da tenersi presso gli uffici PTT. Le radio trasmettenti sui due metri sono le più comode e i loro principali requisiti sono:
- disponibilità di versione da banco oda auto e palmari;
- disponibilità di un numero di canali superiore alla C.B.;
- antenne di ridotte dimensioni;
- consumi energetici limitati.
Per questi apparecchi sui due metri i costi si aggirano intorno alle 350.000 lire.

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Speleologi sulla rete
Massimo Taronna
Alla facciazza di tutti quei giornalisti che un giorno si e un giorno no parlano dei traffici preferibilmente illeciti che avvengono tramite Internet, in rete oltre ai pedofili potete trovare anche gli speleologi.
Si, lo so, tanto raccomandabili non lo siamo neppure noi, tant'è vero che la nostra attività non la svolgiamo certo alla luce del sole, ma in un'epoca di cosiddetta crisi di valori il credere alla presenza dell'abisso dietro l'ennesima strettoia ci offre qualche esile appiglio per guardare meglio al futuro.
Esauriti i luoghi comuni di circostanza, forse è il momento di entrare nel merito dell'argomento. Due anni fa avevo fatto un primo articolo per fornire una panoramica preliminare su cosa esisteva in Internet attinente la speleologia. Allora c'erano già molte informazioni relative ai paesi anglosassoni, mentre in Italia le cose si stavano timidamente muovendo (quasi in concomitanza della pubblicazione del suddetto articolo, scritto qualche mese prima, nascevano le pagine della speleologia italiana).
Oggi la situazione è fortemente mutata, molti gruppi e federazioni regionali hanno la loro pagina, con più o meno informazioni, ed esiste una lista di discussione piuttosto vivace.
La situazione è in continua evoluzione, anche perché solo un continuo aggiornamento e rinnovamento delle informazioni contenute nei vari siti ne determina il loro effettivo interesse e utilità.
Il limite più evidente, almeno per me, nello sviluppo futuro dei vari siti speleo è appunto rappresentato dalla capacità o meno di fornire un aggiornamento più o meno frequente delle informazioni raccolte e della loro tipologia. Si tratta di pensare negli stessi termini in cui si lavora ad una rivista che esce con regolarità. Occorrono una redazione e dei collaboratori veri e produttivi, affinché venga prodotto materiale sempre nuovo, permettendo così di evitare di imbattersi in quelle tristissime pagine che contengono solo il logo del gruppo e perennemente la scritta "lavori in corso", esattamente come ci ricordavamo di averla vista un anno prima.
Prima o poi credo che dovremo cominciare a fare i conti con i recensori, analogamente a quanto avviene per altre pubblicazioni.
HTTP://www.arpnet.it/~gspele
Questa astrusa sigla è l'indirizzo presso cui potete trovare il GSP in rete.
Circa diciotto mesi fa il comune di Torino ci ha gentilmente messo a disposizione questo spazio, che faticosamente, per mancanza cronica di volontari, si sta arricchendo. Finalmente abbiamo cominciato a mettere le schede delle grotte più importanti del Piemonte, che vanno ad aggiungersi alle informazioni già presenti su legislazione, soccorso e speleologia piemontese in generale.
Abbiamo naturalmente anche un e-mail: gspele@arpnet.it, a cui risponde il sottoscritto.
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Il server nazionale
Questo è il sito fondamentale per cominciare a muoversi tra le varie pagine speleologiche italiane e no.
Lo si trova all'indirizzo: http://net.onion.it/speleoit, e contiene al suo interno diverse aree di interesse, come speleologia subacquea, biospeleologia, catasto, pubblicazioni, news, e molto altro ancora, oltre naturalmente ai collegamenti nazionali e internazionali.
La lista di discussione
Si tratta di un gruppo di speleologi (attualmente sono più di cento) a cui, tramite un programma apposito, si possono inviare o ricevere informazioni, documenti, richieste od altro, contemporaneamente per tutti gli iscritti.
La lista ha vissuto diversi momenti "caldi", come ad esempio la telenovelas della vecchia Commissione Centrale per la Speleologia (CCS), ed è stata un buon punto di riferimento per persone particolarmente prive di idee (vedi ultimo numero, uscito lo scorso autunno, di quella brillante rivista che passa(va) sotto il nome di SpeleoCAI).
Per iscriversi è sufficiente mandare un messaggio a postino@telemar.it con il comando "subscribe speleoit" come corpo del messaggio.
Per inviare un messaggio a tutti gli iscritti alla lista, l'indirizzo e-mail a cui fare riferimento è il seguente: speleoit@telemar.it.
Software speleologico
Ovvero programmi di rilievo e cartografia.
La scelta è molto ampia, per ogni tipo di sistema operativo. Sulle pagine del server del GSP troverete i collegamenti aggiornati ad un buon numero di questi programmi.
Come gruppo cominciamo ad avere un piccolo archivio di grotte completamente o in parte archiviate in formato elettronico. Questo permette in qualsiasi momento di aggiornare il rilievo in tempo reale, ottenendo velocemente una poligonale aggiornata on le ultime 10 battute raccolte nella punta della domenica prima.
La mia esperienza è ampiamente positiva, sia in tempo risparmiato che in precisione del risultato ottenuto; una poligonale tracciata con squadrette e goniometro è sicuramente più imprecisa di quella ottenuta tramite una stampante o un plotter, senza contare la facilità di variare la scala in funzione delle varie esigenze di disegno.
Prossimamente comincerò a recensire questi programmi, con la speranza di aiutarne la diffusione; credo che anche a livello di catasto si debba cominciare a pensare ad un'archiviazione dei dati raccolti in fase di rilievo, oltre al risultato finale a cui essi portano.

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Glossario per non internettiani
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e-mail: |
indirizzo di posta elettronica. È equivalente al nostro indirizzo di casa, e permette al nostro messaggio di raggiungere la persona desiderata. Un e-mail contiene sempre al suo interno la Internet: è una rete di computer estesa su tutto il pianeta, che, tramite particolari programmi, riescono a trasmettersi informazioni tra di loro Ad essa ci si collega in genere tramite la linea telefonica. Nata per scopi militari, costituisce un formidabile strumento di comunicazione, difficilmente censurabile. |
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Modem: |
apparecchio che permette al nostro computer di collegarsi, tramite la linea telefonica, ad altri computer. |
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Server: |
è un computer sempre collegato alla rete, su cui risiedono le informazioni che vogliamo far conoscere. Ogni server ha un suo nome, in modo da poterlo identificare in modo univoco, e delle directory in cui le informazioni vengono archiviate (il server che utilizza il GSP risponde al nome http://www.arpnet.it, e le informazioni inerenti il gruppo sono reperibili sotto la directory /~gspele) |
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Sito www: |
è il luogo virtuale dove possiamo andare a vedere le informazioni di quel gruppo, associazione, azienda o altro. Tutte quelle strane sequenze di caratteri che iniziano con. http:// sono indirizzi che per mettono di raggiungere i siti. |
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Speleologi e tribù: quasi una fantasia
(Prima parte)
Giovanni Badino
Durante una trasmissione televisiva di alcuni anni fa incontrai un famoso antropologo: nei noiosi intervalli di tempo di inattività mi misi a chiacchierare con lui di quello che per me è da molti anni un fatto ovvio, la tribalità dei gruppi grotte e del comportamento degli speleologi. Lui si mostrò molto divertito e mi disse che meritava farvi sopra ricerche.
Non ne feci nulla ma la sua osservazione mi sembra assai vera tuttora: è però un argomento arduo e complesso che non credo di essere capace di affrontare seriamente.
Quando l'organizzatore del 17° Congresso mi ha invitato a relazionare sull'associazionismo speleologico ho accettato per dire la mia su alcuni tormentoni legati all'associazionismo ("non ci sono più speleologi come una volta") e per obbligarmi ad abbozzare qualcosa che potesse essere di base per ricerche "serie" su questo aspetto antropologico della speleologia. Mi sono dedicato ad appuntarmi idee negli intervalli di tempo di lavori per il CNSAS al Rifugio Monzino: serate e giornate nebbiose hanno formato la bozza di questo divertissement.
Nonostante la mole enorme lo sento parecchio incompleto; in particolare manca nell'analisi il ruolo e l'evoluzione di alcuni parametri chiave:
1) l'esistenza di una effettiva attrazione individuale verso le grotte in quanto tali;
2) la devianza psicologica degli speleologi;
3) il fatto che la speleologia permette l'esplorazione di territori prima sconosciuti, cioè è ricerca di base, con tutti i conseguenti effetti di disadattamento su chi la fa;
4) la speleologia femminile (appena sfiorato);
5) i vantaggi degli imperi schiavisti sia per la produzione del cibo che per la conduzione di ricerche.
Nel seguito li richiamerò come Punto 1, 2 etc. Questo elenco è bizzarro: è vero, ma anche l'articolo lo è. Però forse vi si possono trovare degli spunti per reinterpretare, in modi che trovo illuminanti, il nostro piccolo mondo.
Eterne affermazioni e Tormentone
Quello dell'associazionismo speleologico è un argomento vago, legato ad un altro tema assai importante che vorrei analizzare in qualche dettaglio a mò di introduzione: l'affermazione che "la speleologia non è più quella di una volta".
Vi sono alcune forme secondarie di questa affermazione. "ai nostri tempi era diverso", "i giovani sono cambiati", "i giovani non vogliono più faticare", "ai miei tempi valeva la pena ora no", "ai miei tempi si sentiva di più il gruppo" etc.
Questa sequenza di affermazioni è strettamente legata alla situazione associazionistica e dunque discuterò prima l'una e poi l'altra.
Esistono alcune frasi che si replicano immutabili attraverso la storia umana in tutte le sue civilizzazioni. Ne cito ad esempio una che qui non c'entra: "al giorno d'oggi non bisogna più essere gelosi, ma io non riesco a non esserlo". Quando la sentii la prima volta mi apparve originale e inerente il caso particolare, la seconda volta la trovai meno originale. I dubbi mi vennero quando la trovai in un antico romanzo giapponese "Storia di Gengji" di Murasaki Shikibu. Evidentemente quella frase è una costante umana.
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Un'altra frase, il nostro Tormentone, è che "i tempi passati erano migliori di questi". A "tempi" si può sostituire donne, uomini, auto, cammelli, costruzioni, speleologi o che altro. È un tormentone che sentiamo in bocca anche a gente che ha vissuto all'epoca dei campi di sterminio e che troviamo scritto da chi visse ai tempi delle epidemie, delle carestie, dei massacri a fil di spada, delle morie per fame negli assedi, delle schiavitù, degli infanticidi per carestia invernale.
Tuttavia "i tempi andati erano migliori".
Già nel più interessante dei libri biblici (l'unico che ho letto attentamente di quella raccolta di testi spaiati che solo a dei fanatici possono non apparire buffamente datati) nel più interessante, dico, nel Qohélet o Ecclesiaste l'autore colpisce chi evoca il Tormentone (7.10):
"Non dire - i tempi antichi, perché erano più felici di questi di questi? - perché non è una domanda intelligente".
No, non è intelligente: però è molto umana.
Riguarda forse il fatto che ognuno di noi si è sentito particolarmente vivo in qualche attività del suo passato (a soldato? serate al ballo? escursioni? voga? pittura?), che ora queste attività lo hanno saziato o si sono modificate un po' e che lui non riesce a ritrovare quell'ansia, quella vitalità, nell'attuale ripetizione. Altri invece ci riescono e questo gli appare incomprensibile; in quei casi la frase che a lui (o a tutti noi quando ci passeremo) viene spontanea è: "ai nostri tempi...".
Quando entrai nel gruppo di Torino uno dei grandi "vecchi" che avevano fatto le formidabili discese degli anni '60 mi disse che ero arrivato troppo tardi. Era un grandissimo complimento, ma non era vero: i tempi in cui realizzarmi erano davanti
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e in parte lo rimangono ancora. Così come per chi entra ora si aprono prospettive speleologiche molto interessanti.
Ho già citato un'altra forma importantissima del Tormentone: "i giovani non sono più quelli di una volta" e, in forme secondarie, "non vale più la pena di fare corsi di speleologia", "i corsi non rendono come una volta" etc.
Se approfondiamo queste affermazioni ci avviciniamo all'associazionismo.
Mutamenti reali nella speleologia
Intanto. mi sembra verissimo che ci siano stati radicali mutamenti delle prospettive, del destino di chi intraprende l'attività speleologica (ma potrei dire: di montagna).
Noi siamo concentrati sui grossi mutamenti che ci sono stati fra gli anni '70 e gli '80, ma anche i due decenni precedenti devono essere stati sconvolgenti: pensate, dalla speleologia alla Norbert Casteret a Giancarlo Pasini. Noi enfatizziamo molto gli ultimi decenni perché sono quelli che abbiamo visto meglio. Ma ecco un primo tema di riflessione: la speleologia è sempre stata un mondo in evoluzione, inutile preoccuparsi solo perché anche ora sta cambiando.
Fatta questa premessa concentriamoci sugli ultimi decenni.
Cos'è cambiato? Intanto: il territorio. Pensate che dalla fine degli anni '60 ad ora il territorio ipogeo noto a livello mondiale è cresciuto di circa dieci volte. Soprattutto: la parola "grotta" ha cambiato di significato, dall'indicare una linea profonda, unidimensionale, ora significa un intrico di linee nelle tre dimensioni.
Il solo passaggio dall'unidimensionalità alla tridimensionalità è qualcosa che muta in modo radicale la mente e il modo di muoversi e di cercare in chi va sottoterra. Soprattutto, poi, cambia la "leva" degli speleologi. si richiamano su questo mestiere persone lievemente diverse da quelle che venivano attratte allora. Prima era un cimento "sportivo" unidimensionale, ora ci si deve trovare al proprio posto vagando dentro tutto un monte.
Anche le discese sono cambiate. Provate a leggere le relazioni di quei bei tempi andati: leggete "Grotte". Scoprirete che quel che si faceva (facevamo) all'epoca ora sarebbero giudicate gite poco impegnative ma, soprattutto, saltuarie. Sottolineo: saltuarie.
Quel che si è andato configurando in questi decenni è il fatto che fare speleologia è qualcosa di più di concedere alle grotte una dedizione di un paio d'anni. Quando entrai in GSP chi faceva speleologia da due anni era esperto e addirittura "socio anziano" chi lo era da cinque anni con un'attività che, in genere, era molto tranquilla. Altri esempi? Non è sembrato stranissimo eleggere chi scrive Delegato CNSAS a meno di 23 anni né farlo Caposquadra subito dopo. Il Delegato precedente aveva meno di trent'anni (ma ricordo che, da imbecilli, lo giudicavamo vecchissimo, un fossile...). Giorgio Baldracco è divenuto Responsabile Nazionale sui trent'anni.
Insomma era tutto molto più affrettato, perché affrettata era la preparazione e la crescita e la morte degli "speleologi".
Le tecniche di allora erano molto più faticose. La difficoltà psicologica ad accettare la preparazione di una grossa discesa era maggiore, così come erano sempre più lunghi gli spostamenti. Per questo le discese erano sensibilmente più piccole e soprattutto più rare quelle significative.
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Attuale situazione
Ora è cambiato. Non vi tedio con un'analisi che vorrei fare con dati precisi ma intanto osservo che l'addestramento a fare speleologia (realizzare qualcosa di nuovo) è diventato molto più difficile e lento. Direi che per essere "speleologi" ora si richiede di avere almeno cinque anni di un'attività che, vent'anni fa, sarebbe stata giudicata intensa in un modo eccessivo; allora bastava meno di un anno. C'è una bella differenza nell'addestramento...
D'altra parte i mutamenti tecnici facilitano un primo accesso a vedere ampie porzioni del mondo sotterraneo e questo ha facilitato l'inserimento delle femmine (il termine sarà chiarito più avanti) all'interno dei gruppi: il loro ruolo è importantissimo per motivi che diverranno chiari in seguito, ma anticipo che la loro presenza permette di trasformare il "gruppo" in "tribù" completa.
Ne deriva una ridotta tensione dei giovani cacciatori a lasciare la tribù per riprodursi (nel caso delle tribù speleologiche questo spessissimo si risolve in un abbandono dell'attività) e ad una maggiore vivibilità dell'ambiente che riesce ad essere un po' meno "caserma" (ma ignoro il Punto 4). Ciò fa aumentare il periodo medio di attività speleologica di un individuo. Fra poco torneremo su questi punti.
La profondità della discesa media domenicale, e quindi dello stress psichico settimanale, è aumentato. Anche questo tende a richiamare leve più adulte, esattamente come capitava nei lanci sulla Luna (gli astronauti erano sopra i 35-40 anni) o nell'alpinismo estremo.
Tutto ciò, insomma, ha comportato un invecchiamento medio di chi la pratica. Alcune delle colonne attuali della speleologia lo erano già a venticinque anni e tengono ancora a trenta o quaranta. Questo è causato dall'umidità che ha loro mandato in pappa il cervello o è invece l'interesse dell'attività ad essere cresciuto col territorio, cioè in modo enorme?
Invecchiare gli allievi
L'effetto dell'invecchiamento ha portato con sé un fatto che tende ad amplificarlo: si tende a richiamare allievi della stessa fascia di età. I nuovi adepti all'interno delle nostre strutture tribali saranno coinvolti in numerose attività delle quali quella speleologica sarà spesso (ma ignoro il Punto 1) solo la scusa fondamentale. Però il grosso guaio delle persone molto giovani è che appaiono noiose a chi molto giovane non è, soprattutto se costui ha deciso di affliggersi con una vita fatta di attività alternative, diverse e arricchenti.
Faccio un esempio: per attrezzare un pozzo un diciassettenne ben addestrato vale quanto un mostro sacro quarantenne, dato che si tratta di un'attività facile che non richiede esperienza. Per passare una serata insieme no: il diciassettenne è più noioso e la serata riesce meno arricchente. Per questo c'è una tendenza fortissima a selezionare delle persone che abbiano forti motivi di interesse e comunanza di problemi il che, in genere, si ritrova in individui di età confrontabile: vale per gli istruttori e vale per gli allievi, spaesati fra quei tromboni saccenti. Da qui credo derivi l'invecchiamento anche della classe degli allievi.
Per fortuna, individui interessati alla speleologia se ne trovano a tutte le età. C'è però un punto più interessante; spesso ci troviamo fra noi individui "anziani" un po' allo sbando, disorientati, spesso sconfitti da lotte all'interno della società: familiari, politiche, lavorative o che altro.
Perché si rifugiano all'interno dei gruppi speleologici? Perché, se pure possono
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trovare moderatamente divertente l'attività speleologica, trovano sommamente interessante il fatto che sia a struttura tribale. E qui siamo all'associazionismo e al ruolo sociale delle speleologia.
Tribù ed imperi schiavisti
Noi primati di successo siamo vissuti sino a poche migliaia di anni fa all'interno di tribù, costituite di cento-centocinquanta individui. Avevamo passato un paio di milioni di anni così, in questi gruppi, e in seguito un millesimo di quel tempo in modo totalmente diverso, come membri sviliti di quelli che gli storici definiscono "imperi schiavisti". Questi, in forme radicalmente mutate, sono ancora il nostro quotidiano.
Non è una mia scoperta il fatto che non ci troviamo tanto bene nelle attuali società (ma ignoro il Punto 2): soprattutto sta di fatto che le tribù sono un posto dove noi "tiriamo il fiato". Sta di fatto pure che c'è qualcosa nell'organizzazione tribale che è strutturalmente contro (alternativo a) l'organizzazione sociale attuale.
Sta di fatto pure che un po' tutti gli umani cercano di farsi una tribù. Anche ognuno di noi. Fate un gioco: contate quante persone avete in elenco sulla vostra agenda telefonica; scoprirete che sono circa un centinaio, appunto il numero di persone con le quali un individuo può intrattenere rapporti sociali.
Tutti gli umani tendono a crearsi inconsciamente delle strutture all'interno delle grandi città in cui replicare l'organizzazione tribale. Se la cosa viene fatta accuratamente, come spesso capita con le tribù speleologiche, la replica è completa, cioè saremo stati capaci di formare una tribù con tutti i suoi ruoli: capotribù, stregoni, territori, femmine, maschi dominanti e no, informazioni sull'allevamento, riti di nascita e di morte, assemblee, riti di iniziazione e così via.
Anzi sembra che lo scopo sociale primario di attività insensate come opere pie, associazioni di collezionisti, di speleologi odi escursionisti sia proprio quello di dare
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dei riferimenti sociali di tipo "tribale completo" a chi vi entra (ignoro il Punto 1). Separarlo cioè dalla società "schiavista".
Non mi occorrono molti esempi per dimostrarlo. Vi evoco i riti di iniziazione cui tutti noi abbiamo dovuto sottostare all'inizio. Capitano Paff, canzonacce o altro. Vi evoco il comportamento rituale che è contro le regole del galateo (e spesso del buon senso) per motivi che a questo punto appariranno ovvi: gas interni o cattivo comportamento sono esibiti come chissà quali tesori in quanto alternativi allo zoo quotidiano. Ma qui ometto una discussione più ampia sul ruolo del gioco e sul fatto che il "ricercatore" è un individuo che non è stato capace di crescere: il Punto 3. Lo ometto perché, solo questo, prenderebbe un articolone.
Vi evoco ancora la "chiusura sessuale" delle principali tribù in cui le relazioni avvengono all'interno di esse: sull'argomento ho dati impubblicabili ma molto interessanti.
Cito, di conseguenza, i pettegolezzi, cioè quelle fasi di scambio di informazioni tramite cui la tribù esercita un controllo sulla vita intima dei suoi membri, arrivando anche a "scacciarli" quando il loro comportamento sia ritenuto riprovevole da chi ha il controllo sociale della tribù. È questo un ruolo che in genere hanno le femmine anziane, che in gruppi non tribalizzati non avrebbero nessun spazio.
Vi cito le gerarchie tribali che, ovviamente, trascendono da quali siano le autorità legalmente elette: l'elezione tribale è una nomina strana, non democratica ma che coinvolge tutti, è basata sul prestigio che l'eletto si è guadagnato in modo bizzarro. E poi vi ricordo il ruolo delle donne anziane, quello dei nuovi nati, le interazioni coi cacciatori "senza tribù" (relazioni difficilissime), le interazioni con le tribù amiche. Ricordo i riti di iniziazione alla propria tribù fatti in modo simbolico a membri prestigiosissimi di tribù amiche per cooptarli spiritualmente.
E poi i riti di morte, l'ebbrezza rituale di quei casi. Sembra stranamente mancare il cannibalismo rituale. Bizzarro: il cristianesimo ce l'ha e noi no, perché? Ma forse sbaglio perché andrebbero interpretate con precisione tutte le ritualità di morte in ambito speleologico. Insomma, una marea di fatti sociali che mostrano in modo illuminante la nostra tribalità.
Dimensioni necessarie della tribù
Per ascendere al ruolo di tribù le dimensioni del gruppo speleologico sono importanti: vi è una "massa critica" al di sotto della quale il gruppo si trova appeso a scelte individuali (il tipo si sposa o va a militare) e tende naturalmente a sfaldarsi: il gruppo non ha capacità di autoreplicarsi.
Non esistono tribù di cinque persone perché non possono avere continuità riproduttiva (sia sessuale che ideologica) né in esso possono trovare un ruolo funzionale certe persone non particolarmente maniache del "menomille". È chiaro che un individuo poco adattato alle grotte ma desideroso di far parte della tribù non riuscirà ad esprimersi in un gruppo piccolo e ne finirà espulso perché "non fa attività". In un gruppo più grande saranno sufficienti alcune uscite simboliche all'anno e delle attività tribali "normali" per essere un membro a pieno titolo della tribù (riappare il Punto 4, speleologia femminile, lo ignoro).
Né sono mai esistite tribù di mille individui: non sono gestibili, i singoli individui che ne fanno parte non la sentirebbero "loro" perché la base fondamentale dell'organizzazione tribale è che ognuno ha relazione sociale con tutti. Avrete visto nella vostra agenda che questo ci è impossibile. Se si raggiungono grandi dimensioni ci si struttura in sottogruppi: ne vedremo fra poco un esempio.
(Il resto alla prossima puntata n.d.r.)