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GROTTE
anno 38, n. 118 - maggio-agosto 1995
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
sommario
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Finalmente buone notizie....... |
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Notiziario |
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Attività di campagna |
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Gonnos: ultimo atto? |
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Alfa B19 revisited |
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Carsene '95 |
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Diario del campo |
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L'abisso Parsifal: la scoperta |
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Le regioni a -50 |
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È successo |
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Descrizione della cavità |
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Riflessioni |
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Canin '95 |
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Cueva del Rio La Venta |
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Nightmare 1995, ancora tra noi |
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Speleocomicologia: retroscena sulla Preta |
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La turisticizzazione dell'Antro del Corchia |
Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n. 9 di nov.-dic. 1995.
SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE
GRUPPO III PUBBLICITÀ INFERIORE AL 50%. - TORINO
Direttore responsabile: Emanuele Cassarà
(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13.10.73)
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Redazione: |
Giovanni Badino, Giampiero Carrieri, Marziano Di Maio, |
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Attilio Eusebio, Daniele Grossato, Laura Ochner, Riccardo Pavia, Massimo Taronna |
Foto di copertina: Giovanni Badino (Colorazione nel ghiacciaio Moreno - Patagonia)
Bozzetti di Simonetta Carlevaro
Stampa: La Grafica Nuova, Via Somalia 108/32, Torino
Stampato con il parziale contributo della Regione Piemonte (Legge regionale 69/81)
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Finalmente buone notizie, tante,
tutte insieme
D. Grossato
Mi tocca rimangiarmi l'ultima frase del mio precedente intervento. Beh, non è che la cosa mi dispiaccia, ovviamente. Anzi devo dire che mi riempie d'orgoglio, e non è voler essere presuntuoso, credetemi !
Il GSP ha dimostrato di essere vivo e anche determinato, di sapere cosa vuole e come ottenerlo con l'aiuto della dea bendata, che una volta tanto ci ha messo lo zampino...et voilà. Ovviamente mi riferisco alle esplorazioni estive che hanno sopperito alla stragrande alle sfighe autunno-invernali e che sicuramente hanno permesso un primo livello di crescita alle nuove leve del GSP, e un secondo livello di crescita a quanti ne avevano bisogno.
La prima buona notizia arriva a luglio e riguarda il buon vecchio A-11: stabilito senza ombra di dubbio che il fondo termina su sifone viene trovata una nuova galleria freatica intorno ai -550. Tutte le altre belle notizie appartengono all'argomento campi: sul Marguareis (Carsene) sono state esplorate gallerie per circa tre chilometri e mezzo a Parsifal, nuova grotta trovata dagli amici bolognesi che a giudicare dalle dimensioni e dalla sua non linearità ha tutta l'aria di assomigliare ad un sistema vero e proprio (già me lo vedo Meo che piange dalla contentezza); visite alla base delle pareti di Punta Marguareis hanno individuato un'altra nuova grotta Innominata, per ora, un -150 in fase di esplorazione; in Grigna visite a Capitano Paff hanno prodotto una nuova via a -500 che, probabilmente, riporta sulla sommità di Ali Bhutto (il P160 finale) o di un suo clone, inoltre un'altra nuova grotta che presenta, sinora, già tre fondi (due a circa -70 e uno a -430), il suo nome è Poltergeist; una piccola compagine si è recata alla corte dell'imperatore Beccuccio in quel del Canin sloveno partecipando alle fasi finali dell'esplorazione estiva del secondo ramo del Korova. Ovviamente tutti i particolari in merito vi allieteranno le prossime pagine.
Questi risultati danno ragione all'Esecutivo che ha lanciato l'idea di fare due campi estivi distinti (uno alle Carsene e uno in Grigna) e rendono alquanto ridicola la vivace polemica di fine luglio incentrata sul numero e le qualità dei partecipanti ai rispettivi campi. Il buon senso ha prevalso e di ciò non possiamo che gioire.
Sottolineo una corposa partecipazione del GSP al terzo incontro regionale organizzato dall'Associazione Gruppi Speleologici Piemontesi (AGSP) dedicato all'argomento autosoccorso. Si è tenuto a maggio in Valle Strona a cura del Gruppo Grotte Novara. Questi incontri rappresentano un momento unico per la socialità degli speleo piemontesi e ogni tanto capita anche che si riesca ad andare in grotta assieme: ciò è successo con i cuneesi (Gruppo Speleologico Alpi Marittime), in più occasioni ed era forse la più logica continuazione della bella festa di fine corso Cuneo-Torino a S. Anna di Bernezzo (CN) che ha visto tra i suoi partecipanti più di cento persone.
Concludo con un'ennesima bella notizia: l'inasprimento della riscossione delle quote sociali (a cura di Fof) ha dato come esito un introito record nel settore per il
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GSP: 3.000.000 di lire. Per le nostre povere casse vuoi dire continuare a boccheggiare, per noi tutti vuoi dire speleo-coscienza. In merito a questo mi piace l'idea di dare il benvenuto a due illustri speleologi piemontesi: Riccardo Pozzo (detto Loco Hombre) e Alberto Ubertino (alias Ubertwingo l'Infamone). Hanno deciso di elargire 50.000 lire al GSP, automaticamente sono diventati soci aderenti. Welcomes!
Notiziario
Nuove da Marguareis e dintorni
Gli amici imperiesi hanno proseguito le esplorazioni a Omega 3, nuovo abisso tra le Saline e il Ballaur. Purtroppo, per noi tutti, non sono ancora entrati in PB, una subdola frana li ha fermati sul più bello.
Tentativo dei francesi al sifone di F5. Dopo essere sceso in verticale per oltre venti metri uno speleosub d'oltralpe ha intercettato una galleria che ha seguito verso monte per una cinquantina di metri fino a quando dal soffitto si e staccato un blocco di argilla. Ne è seguita una fuga immediata e l'esplorazione si è per ora arrestata lì.
(AE)
La Bella e la Bestia (foto G. Giovine)
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I belgi sempre pronti hanno affrontato il sifone terminale di Bossea, già parzialmente esplorato dal GSAM, scendendo pare fino a -70 e fermandosi su grandi ambienti.
Anche il Pis del Pesio ha avuto il suo momento di gloria: i soliti belgi hanno passato il primo sifone e dopo un brevissimo tratto si sono riimmersi in un altro. A presto notizie in dettaglio.
(AE)
Autosoccorso
Tutto quello che va oltre il normale bagaglio tecnico necessario per esplorare le grotte e termina subito prima dell'argomento CNSAS prende il nome di autosoccorso. Fissare rigidamente i margini entro cui esso è compreso non è cosa chiara e semplice: ognuno dà un'interpretazione personale del termine e la confusione regna più o meno sovrana. Seppur nella sua vaghezza a luglio abbiamo dedicato tre martedì sera all'argomento autosoccorso. L'anno scorso si chiamavano Mercoledì culturali, si erano svolti a settembre al masso erratico di Caselette con una notevole presenza di persone, anche se in calando progressivamente. Quest'anno abbiamo variato un po' la formula: una serata di "teoria" a cura di Badino (che ha appena terminato un libro in merito di prossima pubblicazione) e due pomeriggi a Caselette, l'ultimo dei quali è saltato a causa di un mega-temporale. Poche le persone esperte e semi-esperte in materia e massiccia la partecipazione di ex-allievi. Poco sentita la faccenda in generale dai membri attivi del gruppo.
Vietnam '95
Dopo la prima spedizione dell'agosto '94 ( a tutti gli effetti una pre-spedizione) ecco la seconda. Questa volta il periodo dovrebbe essere più favorevole (da metà dicembre '95 a metà gennaio '96), lontano dai monsoni. La meta è ancora la provincia di Cao Bang, nel Vietnam settentrionale al confine con la Cina. Nello specifico si tratta di un altipiano carsico tra 800 e 1300 m s.l.m. in parte raggiungibile con fuoristrada. Sulla base della nostra prima esperienza e del successivo sopralluogo (primavera '95) effettuato dall'amico Marc Faverjon e consorte, le prospettive speleologiche sembrano piuttosto interessanti.
Questa volta saremo in dieci: tre dal Piemonte, due dal Veneto, due dalla Venezia Giulia (leggi Trieste) e tre da Roma, tutti "armati" di grandi speranze. Sul prossimo bollettino saprete se sono andate deluse.
(G. Carrieri)
FORSE NON VE NE SIETE ANCORA RESI CONTO, MA ABBIAMO
NUOVAMENTE CAMBIATO LA GRAFICA, NEL DISPERATO
TENTATIVO DI ESSERE ORIGINALI E PER CERCARE UN RIMEDIO
ALLA NOSTRA IRREQUIETEZZA.
VI PROPONIAMO, CARI LETTORI, QUESTA NUOVA
IMPAGINAZIONE, E ATTENDIAMO FIDUCIOSI I VOSTRI COMMENTI
LA REDAZIONE
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Dallo Scarpone: n. 9 del settembre 1995
I
CENTO SPELEOLOGIIN
VALLE STRONADal professor Antonio Rossi, presidente della Commissione Centrale per la Speleologia, riceviamo e pubblichiamo:
Ho con sorpresa letto sul numero 7/8 di luglio/agosto e precisamente a pag. 14 nella rubrica "OTP", la notizia, di per sè degna della massima considerazione, dell'incontro di "cento speleologi (...) alle grotte di Sambughetto, in Valle Strona". Sono stato invitato a sottolineare, e di ciò prego la redazione di fare opportuna e ufficiale rettifica, che la manifestazione indicata è stata realizzata al di fuori di qualsiasi struttura periferica (OTP) del Sodalizio e che, di quanto realizzato dal Gruppo Grotte CAI Novara, gli Organizzatori si sono ben guardati di darne la ben che minima comunicazione non solo alla Commissione Centrale per la Speleologia ma anche agli stessi suoi Componenti che ufficialmente rappresentano la Speleologia LPV. Quanto sopra è, a mio giudizio, tanto più grave in quanto chi ha trasmesso la notizia alla Redazione ha tenuto a rimarcare la presenza alla manifestazione del dottor Gianni Badino, presidente della Società Speleologica Italiana che, anche in un recente passato attraverso le pagine di "Grotte", la rivista del Gruppo Speleologico CAI UGET, ha esternato senza mezze misure la sua posizione critica nei confronti del Club Alpino Italiano e del suo OTC per la Speleologia. È opportuno ricordare che lo stesso sig. Presidente del Comitato di Coordinamento LPV ha, in passato e in ripetute occasioni, su richiesta specifica dei rappresentanti della CCS CAI, tentato, purtroppo inutilmente, di coinvolgere l'area speleologica piemontese nell'organizzazione della specifica attività tematica. Tanto dovevo per sottolineare la realtà dei fatti.
Antonio Rossi
"...sono stato invitato a sottolineare...che la manifestazione indicata e stata realizzata al di fuori di qualsiasi struttura periferica del sodalizio e che, di quanto realizzato dal Gruppo Grotte Cai Novara, gli organizzatori si sono guardati dal darne comunicazione non solo alla commissione centrale per la speleologia ma anche ai suoi componenti. .." ecc. ecc.
La prosa è di Antonio Rossi, presidente della Commissione centrale per la speleologia che esprime la sua meraviglia per non essere stato invitato al Convegno/festa degli speleologi piemontesi in Valle Strona.
Ora la nostra abituale cortesia ci impedisce di risolvere la questione con un sintetico - 'ccazzo vuoi - e ci costringe ad alcune note. Detto incontro si svolge da tre anni organizzato dall'AGSP che annualmente demanda a uno dei gruppi che la compongono il compito di approntare le strutture logistiche. Il suddetto sig. Rossi non è stato invitato per la semplice ragione che né il CAI né la sua Commissione hanno niente a che vedere con l'AGSP. La sua sorpresa nell'apprendere dopo tre anni che si svolgono manifestazioni al di fuori della sua egida dà un'idea precisa dell'importanza
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e del coinvolgimento della sua Commissione nelle cose speleologiche. Per aumentare lo sconforto di questo signore ci teniamo a comunicare che speleologi piemontesi si incontrano abitualmente per svariate ragioni e talora, in coppie di sesso opposto, in convegni per i quali non è mai stato ritenuto opportuno invitarlo.
"... Quanto sopra è tanto grave in quanto chi ha trasmesso la notizia alla redazione ha tenuto a rimarcare la presenza alla manifestazione del dottor Gianni Badino. .. "E' sempre lo stesso signore che scrive e qui ci trova d'accordo: la presenza di Giovanni è per definizione orribile, ma col fatto che è socio del GSP dal 1972 non ci é stato possibile trovare scuse per tenerlo a casa.
"È opportuno ricordare che lo stesso presidente del comitato di coordinamento dell'LPV ha in passato. .., purtroppo inutilmente cercato di coinvolgere l'area piemontese nell'organizzazione..." e questo è vero.
Per anni abbiamo ritenuto fosse più utile dedicarsi a cose serie, per esempio fare speleologia, forse sbagliando e consentendo così a signori come questo di occupare le poltrone direttive. Ora sarebbe forse il momento di accettare le responsabilità che ci propone, a condizione ovviamente che lui e quelli come lui se ne vadano a casa.
(Uberto Lovera)
Plagiario fu il tipografo
A proposito del pezzo I plagiari della Valtrompia pubblicato sul numero scorso a pag. 7, lo Speleo CAI Valtrompia ci ha dato la spiegazione del fatto che il n. 1 del suo periodico Fierarol sia comparso con l'identica veste grafica del nostro Grotte. È successo che hanno dato al tipografo 5 bollettini di altrettanti gruppi italiani, e lui "in buonafede" ha scelto di imitare il nostro. Siamo contenti di avere battuto la concorrenza di altri 4 bollettini, che senz'altro saranno di quelli che vanno per la maggiore...
(MDM)
A Piaggia Bella il CamminaItalia '95
Il più lungo trekking del mondo, da Santa Teresa di Gallura alla Sicilia e poi per l'Appennino e le Alpi fino a Trieste, è passato il 1° luglio nella Libera Repubblica del Marguareis con la tappa rifugio Mongioie-Carnino-Colla del Pas-rifugio Garelli. Soddisfatti i 21 partecipanti e i loro accompagnatori, che bontà loro hanno definito Piaggia Bella "il regno della speleologia nazionale ed europea".
In Svizzera il 12° Congresso internazionale
Il 12° Congresso internazionale di Speleologia si terrà dal 10 al 17 agosto 1997 nella città svizzera di La Chaux-de-Fonds nel cuore del Giura. Contemporaneamente avrà luogo anche il 6° Colloquio di idrologia in paese calcareo e in ambiente fessurato. La prima circolare inviata dagli organizzatori (la Società Svizzera di Speleologia insieme ad altri enti e istituti scientifici) mostra tra l'altro la loro intenzione di ridare a questi congressi il loro ruolo di grande festa della speleologia ogni 4 anni: se infatti è nutrito il programma scientifico, non è da meno quello dell'animazione. L'alloggiamento può anche essere alla buona (campeggio o dormitorio) e con possibilità di cucinare; per il pranzo è previsto un servizio pasti molto economico. Chi del GSP fosse interessato può leggersi in sede le ricche informazioni della circolare.
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Inquinamento a Bossea
Nel periodo tra il 19 e il 31 agosto 1995 la grotta di Bossea è stata interessata da un grosso inquinamento delle acque del torrente principale, dovuto alle bergerie presenti lungo l'asse del rio Rocce Bianche. Per una settimana la trasparenza dell'acqua del torrente non superava i 10 cm. Abbiamo ipotizzato che lo stallatico inquinante doveva aggirarsi all'incirca sulle 2-3 tonnellate. Un fenomeno del genere, a detta delle guide turistiche, sembra non abbia precedenti. Ad una prima analisi, sembrerebbe ipotizzabile l'attivazione di un inghiottitoio lungo il Rio Rocce Bianche, probabilmente nella zona dei Tetti Formaggio, il quale avrebbe drenato nel torrente di Bossea tutto il carico di stallatico accumulato nel tempo.
Questo inquinamento ci ha, in compenso, fornito la conferma delle prove, eseguite anni fa con i traccianti, circa l'area di assorbimento ed il percorso ipogeo delle acque di Bossea. Occorre, a questo punto, cercare questo inghiottitoio ed esplorarlo, in prospettiva dell'esplorazione di una nuova grotta, nella zona alta della valle, inschiallah!
(A. Gaydou)
Di tutto un po'
Nel momento in cui questo numero di "Grotte" sarà uscito il GSP avrà una sua presenza su Internet.
Grazie al Comune di Torino, che nell'ambito di un progetto di rete telematica civica, ha messo a disposizione di tutte le associazioni torinesi interessate uno spazio sulla rete Internet, sarà possibile conoscere l'attività e le iniziative del GSP e di tutti gli altri gruppi che fanno parte dell'AGSP, informazioni sulla legislazione speleologica, consultare il catasto e altro ancora.
L'indirizzo per accedere a queste informazioni è il seguente:
HTTP://WWW.ARPNET.IT/~ GSPELE/
oppure, dalla Homepage del Comune di Torino:
HTTP://WWW.COMUNE.TORINO.
(Super)

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L'esplorazione del secondo ramo del Korova (Canin sloveno) ha portato, a -600 circa, alla giunzione con il Veliko nei pressi del campo base a -990. A riguardo del Veliko Sbrego, sempre Beccuccio e company , hanno trovato 600 m di nuove gallerie in un ramo a -1000.
(D. Grossato)
È nata Chiara Eusebio che speriamo non erediti il carattere del padre. Sempre in tema di pargoli abbiamo avuto la certezza assoluta che Margherita Pastorini è incinta e finalmente regalerà un fratellino, non canino e non felino, a Brunella. Meo per la felicità ha infilato una mano in bocca a Luciano, il cane di Marilia...
Un Mito. Il Catasto Nazionale delle Grotte d'Italia era un Mito. Un mito sul quale però, zitti, zitti, si stavano avvicinando "professionisti" per raccoglierne quanto era stato pubblicato.
"Il Catasto appartiene agli Speleologi Italiani ed è affidato alla SSI" tuona il regolamento. Ma noi speleologi non facevamo nulla. Ora il vento è cambiato, girato da informatica, necessità e alcuni volenterosi. Il Catasto nazionale sta diventando realtà e sta raccogliendo un tale entusiasmo lavorativo che non avrei mai sospettato potesse fare. Adelante!
(GB)
Nuovi indirizzi
Rossella Cabula e Giampiero Carrieri, v. Bergera 10, scala F; tel. invariato
Antonello Molino, v. Principe Tommaso 21, tel. 65.80.50
Attività di campagna
a cura di Massimo Taronna
3-4 giugno. Abisso Dolly (Artesina, CN). Esercitazione di squadra del 1° gruppo CNSA. Poderoso lavoro della squadra di disostruzione all'ingresso del Dolly. La grande quantità di pietre instabili presenti all'interno sconsiglia di procedere con l'esercitazione, pena decimazione fisica della squadra.
4 giugno. Orso di Pamparato (Pamparato CN). N. Barbetta, I. De Almeida, G. Fanchini, A. Fanfani, M. Gillardi, E. Rava, G. Romondia, M. Trivero, P. Zappulla .Uscita post-corso. Segnatevi bene questi nomi: costituiscono la temibile "Squadra Olocausto". Se li sapete in azione, e fate parte del soccorso datevi per dispersi.
11 giugno. Abisso Sardu, a B19 (Zona del Biecai). F. Belmonte, A. Cotti, G. Fanchini, D. Girodo, D. Grossato, M. Ingranata, U. Lovera, E. Serra, E. Bertoldo, J. Urgnani. a B19 allargata strettoia sul fondo (punto C del rilievo) rimane solo da scavare. Al di là la galleria continua, interrotta da un pozzo discendente. Al ritorno,
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a circa -100 viene trovato un pozzo parallelo. Abisso Sardu: scesi per una nuova via nel salone S. Esmeralda. È un percorso più rapido e meno stretto del precedente
Grotta di Rio Martino (Valle Po). I. Cicconetti, D. Barbanera, L. Satta. R. Bonino, D. Martinoli, S. Capello. Visita turistica.
12 giugno. Grotta di Bossea (Bossea, CN). A. Gaydou. Attività di laboratorio.
17-18 giugno. Grigna. F. Belmonte, G. Carrieri, D. Grossato, M. Ingranata, E. Serra, A Molino, I. De Almeida, E. Martiello, S. Bettuzzi. Giro conoscitivo in previsione del campo estivo. Trovati diversi buchi con aria e iniziato a scavare.
18 giugno. Vallone del Marguareis. C. Banzato, V. Bertorelli, D. Girodo, U. Lovera, R. Ricchiardone, M. Taronna, L. Soressa, V. Marchionni. Raggiunto buco alla base della parete N dello Scarason. Camino con strettoia di 4-5 metri con aria forte. Iniziata la disostruzione. Visti altri buchi verso il Marguareis.
Pian Solai, Dorso di Mucca (Marguareis). A. Cotti. Battuta esterna a Pian Solai; visti alcuni buchi con poca aria (un pozzo di 8 m). Sul Dorso di Mucca trovati 2 buchi siglati GSI, con aria.
Miranca (Mirauda). I. Cicconetti, E. Dondero, G. Fanchini, P. Fausone, P. Terranova, Sara, Dario, Loredana. Trovata possibile prosecuzione sopra il P35. Molta acqua e aria notevole.
25 giugno. Parete N del Marguareis. F. Belmonte, C. Banzato, V. Bertorelli, M. Campajola, I. Cicconetti, G. Fanchini, U. Lovera, R. Ricchiardone, E. Serra, M. Taronna, M. Vigna, I. Urgnani, I. De Almeida, E. Martiello, V. Marchionni, R. Beratto. Battuta tra il canalone dei Torinesi e quello dei Genovesi. Nessun risultato.
1 luglio. Abisso Sardu (Zona Biecai). F. Belmonte, M. Campajola, I. Cicconetti, A. Cotti, Mario. Disarmata la vecchia via che porta al fondo. Una finestra sul primo pozzo riporta su zone già conosciute (Pozzo del sacco giallo). Una strettoia sulla diramazione via vecchia-via nuova permette di raggiungere un meandro stretto. Si scende per 8-10 m, superando 3 strettoie. Sviluppo circa 30 m, aria debole. Fermi su pozzetto. Nel percorso della via vecchia visto un meandro-scivolo ampio, con aria. Scesi per 8 m (sviluppo 15 m). Fermi su pozzo inclinato, ambiente ampio.
2 luglio. Grotta Ettore Allegro (Sella Brignola, alta Val Corsaglia). A. Gaydou. Forte aria soffiante, temperatura 3,7 °C, durezza acqua 9 °F. Battuta esterna.
8-9 luglio. Gonnos (Zona Biecai). D. Coppola, D. Grossato, A. Molino. Tentativo di scavo al fondo dei rami di Super, fallito per mancanza di utensili adatti (fango e pietre). Il lavoro che attende è cospicuo. Disarmato.
Vallone dei Greci (Conca delle Carsene). F. Cuccu, A. Eusebio, M. Marchionni, M. Vigna. Localizzato sito per il campo. Trovato un buco ("dei Pescatori"), fermo su pozzo, nella zona di Arrapanui. Altri due buchi, uno vicino al campo, l'altro in prossimità di G1 sono promettenti.
a
B19 (Zona del Biecai). G. Fanchini, Margherita, Nicola B. Forzata la strettoia che aveva bloccato l'ultima punta. Oltre la galleria continua in salita, con aria molto forte. Anche l'a monte ha aria forte e si arresta alla base di un camino. Disarmo.15-16 luglio A11 (Marguareis). G. Fanchini, D. Grossato, U. Lovera, F. Vacchiano (GSG), G. Zampato (UD), M. Dorigo (PD), F. Faggion (GSAM), R. Ricchiardone (GSG), R. Pozzo (GSBi). Col canotto (Daniele, Giacomino, Moreno) si traversa il lago/sifone del fondo. Una breve risalita di 3 fix permette di concludere definitivamente che si tratta di un sifone. Un tentativo (Ube, Franz, Renè e Loco Hombre) di bypassare le gallerie Ghedd'Ube per arrivare più velocemente sull'a monte del fondo va a vuoto. Piattola e Ico traversano a destra in cima al P28 situato dopo il punto "G". Trovano 80-100 m di gallerie discendenti con aria. Fermi su un saltino immediatamente prima avevano tralasciato un P30, per mancanza di corde.
16 luglio. Abisso Sardu (Zona Biecai). I. Cicconetti, F. Cuccu, M. Vigna, Luigi. Seguito il meandro dopo la strettoia evitando di scendere sulla vecchia via. Si torna nel salone S. Esmeralda. La strettoia non esiste più.
22-23 luglio. Abisso Sardu (Zona Biecai). I. Cicconetti, A. Cotti, A. Molino, F. Belmonte, G. Fanchini, Enos, Cesco e Piattola sul fondo per tentare di passare la frana che ostruisce l'a monte. Aria forte, come il pericolo di crollo. Disarmo della via "nuovissima". Igor e Alberto scendono il meandro stretto alla base del primo pozzo. Dopo un paio di saltini si ritrovano alla base del pozzo Emanuela. Qui parte una spaccatura molto stretta con buona aria. Su un terrazzo del pozzo Emanuela un meandro stretto porta ad un nuovo pozzo di 7-8 m. Alla base del pozzo "vai dove cazzo vuoi", sulla destra (spalle alla parete) parte un meandro fossile stretto, con aria soffiante, mentre il pozzo prosegue per 30-40 m (saltini). A sn. parte un altro pozzo che probabilmente riporta sul già visto. Rimane da scendere il pozzo e forzare il meandro (curva a 90" che ha fermato Igor). Il
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ramo viene chiamato "Prima dell'alba".
27 luglio-15 agosto. Campi estivi alle Carsene e in Grigna (vedi articoli alle pagine seguenti). Le relazioni delle esplorazioni in Grigna saranno pubblicate sul prossimo bollettino.
19-20 agosto. Parsifal (Conca delle Carsene). G. Carrieri, U. Lovera, R. Pozzo (ora GSP), F. Faggion (GSAM), F. Cuccu, A. Ubertino, M. Taronna, più altri. Iniziata risalita all'inizio delle gallerie dell'incredulo. All'esterno lavori di scavo in una condotta vista alla fine del campo.
24-25-26 agosto. Poltergeist (Grigna - Vallone dei Cicos). I. Cicconetti, D. Coppola, P. Fausone, Erika (GSV). Sostituita la corda sul P100. Disceso pozzettino nella sala ghiacciata (continua, con poca aria). Discesa fino al fondo attuale e vista la finestra da raggiungere sull'ultimo pozzo. Attenzione il P100 scarica!
26-27 agosto. Parsifal (Conca delle Carsene). A. Gobetti, U. Lovera, R. Pozzo, W. Calleri (GSAM), F. Belmonte, G. Carrieri, P. Terranova, M. Campajola, I. De Almeida, Cristof, F. Mariani, L. Massa, Massimo T., V. Martiello, Fabrizio (Toscano), F. Faggion (GSAM), Aldo e Gabriella (CAI Bolzaneto), M. Marengo (Triestino). Risalita a monte del Tacchino Volante che porta su un pozzetto parallelo. Qui parte un meandro molto alto sceso nel punto più largo per circa 30 m.
23 settembre. Parsifal (Conca delle Carsene). R. Pozzo, D. Girodo, M. Ingranata, M. Vigna, P. Terranova, F. Faggion (GSAM), G. Dutto (GSAM), C. Silvestro (GSAM), Marina (GSAM), Dario (GSAM), W. Calleri (GSAM). Finita la risalita all'inizio della galleria dell'Incredulo, che porta ad un sifone sospeso.
Poltergeist (Grigna) U. Lovera, C. Banzato, D. Grossato, G. Fanchini. Rivisto il fondo a -295 m. Forzata una strettoia e scesi successivi P24, P8 e parzialmente un pozzo valutato 100 m.
9-10 settembre. Parsifal (Conca delle Carsene). M. Vigna, F. Cuccu, R. Pozzo, U. Lovera, A. Eusebio, I. De Almeida, E. Serra, R. Pavia, M. Taronna, M. Campajola, G. Dutto (GSAM), F. Faggion (GSAM), Dario (GSAM), Birillo, Agostino. La squadra del fondo esplora le "Gallerie dell'orientale". Fermi su pozzo da 30 m, in meandro/spaccatura con aria. Iniziata disostruzione al fondo delle Gallerie dell'Incredulo.
Piaggia Bella (Marguareis) G. Balestra (GSG), F. Belmonte R. Ricchiardone (GSG). Tentativo fallito per la presenza di troppa acqua, di disostruire definitivamente il sifone di fango tra Piaggia Bella e il Solai. Riviste abbastanza accuratamente le Gallerie Fossili. C'è una risalita da fare al fondo del meandro e da rivedere una strettoia subito prima.
16-17 settembre. Parsifal (Conca delle Carsene). W. Calleris (GSAM), G. Carrieri, A. Cotti D. Grossato, C. Silvestro (GSAM), M. Vigna, Aldo con la donna. Daniele, Giampiero, Alberto e Chiaretta scendono al fondo per continuare dove si è arrestata la punta precedente. Viene sceso un P25; una strettoia alla base viene passata da Chiaretta ma dietro c'è solo una saletta toppa. Meo con gli altri cuneesi raggiungono il ramo Caviglia e scendono un P93. Si fermano su un pozzo valutato 30 m molto bagnato.
22-23-24 settembre. Abisso Sardu (Zona del Biecai). I. Cicconetti, D Coppola. Rilevato e disarmato il ramo Pippi.
Arrapanui (Conca delle Carsene). Esercitazione di soccorso.
Poltergeist (Grigna). G. Carrieri, G. Fanchini, M. Faverjan, M. Zambelli. Raggiunto il fondo (-430 m). Grosso salone alla base del P85, con grossa frana. Effettuato il rilievo.
29-30 settembre, 1" ottobre. Abisso Sardu (Zona del Biecai). S. Capello, I. Cicconetti, P. Fausone. Esplorato il ramo "Fino all'alba", che riporta in "Santa Esmeralda". Fatto il rilievo e disarmato fino al traverso sul pozzo del sacco giallo (sarebbe la quarta via). Restano da recuperare le corde dei primi due pozzi.
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Gonnos: ultimo atto?
Daniele Grossato
Nell'agosto del 1993, durante il primo campo che il GSP fa in zona Biecai (Val Ellero) viene esplorato l'abisso Gonnos. Risulterà profondo poco meno di 200 m con uno sviluppo di circa un chilometro.
L'anno successivo, durante il secondo campo al Biecai, viene scoperta una prosecuzione: una strettoia (-165 circa), sulla galleria verso il fondo, permette di esplorare cento metri di "nuova" grotta. Non ho detto "bella" e neanche "pulita". Super (alias Massimo Taronna) è l'artefice di quest'esplorazione: arma un traverso su un pozzetto toppo, un micro saltino e si ferma in un meandro largo un metro nel punto di maggiore ampiezza. Di fronte a lui una cosa singolare: un contatto verticale netto tra calcare grigio e calcare bianco che in basso ovviamente sprofonda nel fango. Questo nuovo tratto di grotta, con una fantasia tutta torinese (ahimè!), viene chiamato: ramo di Super.
Una risalita di una quindicina di metri e un conseguente P6 permettono di by-passare il contatto dei calcari: di lì un meandrino pulito si intampa in una strettoia parzialmente intasata di fango, ma con aria.
Quest'anno la gente non vuole più andare a fare il campo al Biecai, e non ha poi tutti i torti: 1. la zona non ha grosso potenziale carsico; 2. due anni consecutivi di campi hanno dato tre grotte di modeste dimensioni; 3. che palle! perché non cambiamo?
Conseguenza logica è cercare di finire alcuni lavori entro luglio e recuperare i materiali disarmando, per averne a sufficienza ed andare in altre zone. Con quest'intento viene fatta una punta a Gonnos: Diego, Enos e chi scrive. Passiamo la notte a scavare la zona del contatto mentre Diego va a vedere la strettoia dopo la risalita. Lo scavo (in entrambi i posti) si rivela un lavoro lungo e faticoso da svolgere in più punte. Per evitare di chiudere definitivamente il capitolo Gonnos lasciamo armato il ramo di Super (tre corde per un totale di circa 50 metri, una manciata di moschettoni e placchette) disarmando tutto il resto dalla sala San Lorenzo in su.

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Alfa B19 revisited
Giovanni Fanchini
Ci aspettava dall'estate scorsa, fermo su strettoia e armato fino ai denti al pari dei suoi compari della Conca del Biecai, Sardu e Gonnos. Tuttavia, a differenza dei due colleghi, entrambi grotticelle di tutto rispetto con relative gallerie sul fondo, comodamente sdraiate sull'impermeabile, il buon Alfa B 19, dopo un anno di riflessione per liberarsi dalla neve, aveva concesso soltanto centocinquanta metri di pozzi, disciplinatamente impilati, e, quasi per caso, qualche metro di stentato, ma areato freatico, di quello che, se decide di continuare, fa trovare la grotta abominevole, vedi Prima Osteria. Quest'anno, la situazione è cambiata di poco: pozzi e gallerie abbiamo avuto il buon senso di trovarli altrove, ma prima o poi potrebbe valere la pena di tornare a cacciarsi anche qui. Da ciò l'idea di queste due righe.
In un soleggiato e referendario mattino di maggio, Ube, Daniele, Jacopo, Elena e chi scrive scendono fino al cunicolo freatico di cui sopra. Elena si infila nel budello già tentato lo scorso anno da Piccino (punto B del rilievo), ma un'altra strettoia alla sommità di un arrivo (punto C) si rivela comunicante, nonché di più facile disostruzione, o quasi: due colpi e uno spingino incastrato più tardi, non si passa ancora. Simpaticamente, la grotta, dopo aver respirato per quasi un'ora, inverte con decisione la corrente d'aria, tanto per farci uscire con la neve.
Torniamo due settimane dopo: l'aria, nel tratto verticale (dove occhieggiano almeno un paio di finestre e un pozzo parallelo a -80, da vedere) è piuttosto incerta. Compare, invece, forte, a -130, con le prime tracce di freatico e, come già notato lo scorso anno, si infila in un ramo ascendente. Da tale quota in giù la corrente è costantemente soffiante e proviene in buona parte dalla strettoia cui abbiamo lavorato quindici giorni prima. Strettoia che dopo mezz'ora di scavo è transitabile e transitata, giusto per fermarci dieci metri oltre ai piedi di un'arrampicatina, effettuata la quale, riecco l'aria! C'è ancora qualche metro da risalire e poi la galleria sembra continuare, verso ingressi alti. Chissà che non lo faccia davvero.
Bibliografia: Grotte, numeri 113 (p.28-30) e 115 (p.24-25, con rilievo).

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Carsene '95
Bartolomeo Vigna
È durante una allegra serata a casa di Giampiero, dopo una ottima mangiata, che viene presa la decisione di organizzare due campi estivi: uno in Grigna e l'altro nelle Carsene. Vista infatti una numerosa presenza, l'idea di dividersi in due gruppi sembra valida sia per alleggerire l'organizzazione di un unico mega-campo, sia per aumentare le possibilità esplorative che, come si è visto in numerose occasioni, non sono mai proporzionali al numero dei partecipanti ma dipendono soprattutto dalla scelta della zona da esplorare e... dalla fortuna. Tutto bene dunque, vengono trovati i responsabili dei campi ed i materiali necessari all'organizzazione complessiva (un generatore, due perforatori, ca. 600 m di corde e relativo materiale d'armo per ogni gruppo). Ma nei giorni e nelle riunioni successive si scopre che il campo in Grigna ha un alto indice di gradimento, forse per la fama dei grandi abissi che si possono scoprire, o più semplicemente per la presenza di un nutrito gruppo festaiolo, mentre le Carsene attirano ben poche persone (i soliti quattro gatti impallinati del Marguareis). Il sottoscritto e Fof si adombrano assai, non vogliono organizzare un campo in pochi sia per problemi logistici in superficie e sottoterra, sia per questioni di sicurezza. Ma alla fine vengono convinti dall'annuncio che numerosi "stranieri" (Siciliani, Bolognesi, Reggiani) parteciperanno al campo. I programmi prevedono una serie di battute ed esplorazioni nel Vallone dei Greci, bellissimo settore marginale alla Conca principale, scoperto da Giorgetto nel lontano 1982, rivisto durante il campo del 1984, e la ricerca di nuove cavità
La Conca delle Carsene (foto A. Eusebio)
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nell'area settentrionale delle pareti comprese tra Cima Marguareis ed il Passo del Duca, del tutto inesplorata.
La località dove allestire il campo viene individuata in una dolina al fondo delle Carsene scoperta durante una precedente uscita organizzata per far conoscere ai giovani e ai meno giovani del GSP la Conca, ed alla quale avevano partecipato ben 4 novellini (Meo, Poppi, Fof e Maurizio). La scelta di tale posto deve soddisfare alcuni requisiti logistici, non essere quindi troppo distante sia dalle zone operative sia dall'unica sorgente in zona. Dalla località prescelta si raggiunge l'acqua in una decina di minuti, il Vallone dei Greci nello stesso tempo mentre per arrivare nelle zone più interessanti, alla base delle pareti del Marguareis, occorrono circa due ore.
Essendo tale posto ad una sola oretta dalle macchine e raggiungibile dal rifugio Morgantini con un comodo sentiero in discesa, viene escluso l'impiego dell'elicottero per il trasporto dei materiali: zaino in spalle quindi, ad eccezione di alcuni mezzi di trasporto sicuramente più economici ed ecologici scelti da alcuni partecipanti. Meo adotta la "carriola alpina", attrezzo monoruota a spinta umana che si è rilevato molto efficace su tratti di sentiero non troppo ripido, ma piuttosto scomoda in passaggi molto accidentati (ghiaioni, grosse pietre sul tragitto ecc). Riesce comunque a trasportare a valle in un solo giro un carico di oltre 50 kg. Molto più veloce si è rivelato il "velocipede" impiegato da Massimo, che caricato con svariate borse laterali ed un voluminoso zaino sulla schiena del pilota, è sceso al fondo della conca in meno di trenta minuti. Unico inconveniente di questo mezzo è che necessita alla guida di una persona fuori di testa, dotata di una particolare preparazione fisica in grado di attutire le svariate vibrazioni trasmesse dalla bicicletta e, al posto delle mani, due pinze per
Meo e la carriola (foto M. Pastorini)
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agire efficientemente sui freni. Anche l'attrezzatura per costruire l'immancabile riparo per speleo e materiali viene sostituita e al posto del voluminoso e pesante tendone del soccorso o al nailon da "gias" si utilizza una costruzione avveniristica, molto più leggera, costituita da una intelaiatura formata da montanti per deltaplano e cavi d'acciaio ancorati alla roccia ricoperti da un tessuto intrecciato, più robusto del comune nailon. Solo una giornata con forte vento ha messo alla prova tale costruzione che si è comportata piuttosto bene. Il campo quindi riesce a decollare, e ad eccezione di pochi affezionati che rimangono per l'intera durata, vede un alternarsi di nuove speranze e di vecchie volpi del GSP, ed una nutrita serie di amici provenienti un po' da tutta Italia (Catania, Trieste, Bologna, Reggio Emilia, Pordenone, Iesi) che oltre essere graditissimi ospiti, hanno partecipato attivamente alle diverse esplorazioni. Occorre ricordare che è proprio ad uno di loro, Ago di Bologna, che si deve la scoperta della cavità più importante esplorata durante il campo. La collaborazione con speleo extra-piemontesi non costituisce affatto una novità, ma si perdeva invece nella notte dei tempi il ricordo di punte insieme al gruppo di Cuneo che pur essendo vicini di casa hanno sempre condotto esplorazioni a parte. Con i cuneesi infatti ci si frequenta spesso in riunioni dell'AGSP, si organizzano feste insieme, ma in grotta, ad eccezione del soccorso, i due gruppi non collaboravano dal 1974. È stata la scoperta di Parsifal che ha sfatato tale mito ed ha visto durante il campo ed in tutte le punte successive i cuneesi ed i torinesi andare in perfetto accordo, sempre con squadre miste, dividersi materiali, i rilievi, le speranze e le delusioni. È stato sicuramente questo aspetto uno dei lati più belli del campo che spero continui nel tempo sempre più rivolto alla conoscenza dei sistemi carsici, al divertimento insieme e non, come spesso accade anche se velatamente mascherato, alla dimostrazione di quanto è bravo e forte il proprio gruppo speleo. Sentimentalismi a parte vediamo brevemente di riassumere che cosa è stato fatto durante il campo.
Settore valle dei Greci e zona Carsene confinante. Sono state effettuate una serie di battute e discese in numerosi pozzi ubicati in questa zona. Le nuove cavità trovate sono state siglate con i simboli della tabella degli elementi: pozzi Ac, Ag, Al, Am (soprannominato anche Americio Vespicio), Ba, As, At, Au. Nulla di particolarmente interessante, sulla base di che cosa è stato fatto finora, tale zona sembra essere avara di grandi abissi.
Settore tra passo del Duca e pareti Marguareis. In prossimità dei canaloni orientali della Testa del Duca è stato ritrovato l'ingresso dell'Article Nou visto dai francesi nel lontano 1975, che meriterebbe una più attenta esplorazione, una serie di buchi in parte disostruiti, alcuni caratterizzati da aria molto forte. Scesi anche alcuni pozzetti con aria ma chiusi su strettoie. Molto più interessanti sono state alcune battute effettuate lungo i canaloni sulla destra orografica della parete dello Scarason, che hanno portato alla scoperta dell'abisso Darkover, un -180 m, caratterizzato da una violenta corrente d'aria ed ancora in fase di esplorazione, ed al ritrovamento di altri buchi ancora da aprire, caratterizzati sempre da notevole circolazione d'aria.
Settore valle dei Troiani. Comprende i versanti settentrionali della conca che si affacciano direttamente sulla Val Pesio. In questa zona è stato scoperto l'abisso Parsifal (- 280 per ca. 3500 m di sviluppo) ed alcuni buchetti con buona aria ancora da aprire.
In conclusione i risultati del campo sono stati più che soddisfacenti dal punto di vista speleologico, ma personalmente penso che qualcosa di altrettanto importante sia mancato: i giovani ed il casino ad essi associato. Il gruppo dei festaioli era in Grigna dove ha ugualmente lavorato ed esplorato. Ma dal mio punto di vista ho
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sentito la loro mancanza e mi spiace non aver condiviso anche con loro le deliranti esplorazioni del campo e di conseguenza i relativi festeggiamenti fuori e dentro. E quindi, esplorando le grandi gallerie di Parsifal mi è toccato avanzare mano nella mano con personaggi come Ube o Giorgetto... forse era meglio che anche loro fossero insieme a noi.
Diario del campo
Sabato 29.
Si arriva a Colla Piana con i materiali per l'intero campo suddivisi in sole tre macchine, che ovviamente trasportano anche persone più attrezzature viveri tende ecc. ecc. Scendono verso il fondo della conca Ube, Cinzia, Fof, Daniela, Super, Igor, Meo, Margherita, Brunella e Valentina del GSP, insieme a Roberto, Gaetano, Angela e Rosanna del GS Etneo, Paolo del GSPG, accompagnati da Daniele, Sincro, Spazzola e Simonetta che il giorno dopo ritorneranno a Torino ed ai quali va un grosso ringraziamento per il notevole aiuto fornito per il trasporto dei materiali e l'allestimento del campo (gesto particolarmente inconsueto in ambito GSP). Si monta il nuovo tendone, le tende personali sono individuati diversi frighi con buona aria soffiante che vengono stipati con i viveri deperibili. In serata ancora da segnalare una buona azione da parte di Sincro e Igor che vanno a recuperare fino alle macchine una tanica di vino per gli assetati.
Domenica 30
Continuano i giri per trasportare materiali utili al campo Spazzola insieme a Ciurru del GSAM va ad esplorare una grotticella denominata "buco dei pescatori" scoperta da Meo settimane prima e chiusa a- 25 ca. In serata si battono le zone prospicienti il campo, trovando alcune doline con aria forte da disostruire. Si unisce al gruppo il cuneese Ico.
Lunedì 31
Iniziano in modo piuttosto disordinato le battute nel settore compreso tra il 6C e la valle dei Greci. Sono individuati e discesi diversi pozzetti (Ac, Ag, Al, G 35) che chiudono a limitata profondità ad eccezione di "Americio Vespicio" scoperto da Daniela che sembra proseguire su un grosso pozzo di una quarantina di metri con imbocco a -10 da disostruire. Arrivano al campo Daniele del gruppo di Iesi ed il biellese Ubertino.
Martedì 1.
Meo e famiglia, Igor, Ico e Valentina nel vallone dei Greci. Si scende X, chiuso a -20 da neve, B toppo da neve a - 65, e G 16 dove viene aperta la strettoia finale con forte aria che immette su un pozzetto di 8m, chiuso al fondo da ciclopica frana. Si scava nelle ventose doline presso il Passo del Duca, ma non si riesce a passare. Fof, Daniela, Ubertino, Super, Roberto, Gaetano, Angela, Rosanna e Daniele ai grandi lavori di disostruzione ad Americio Vespicio; la mattinata passa tranquilla portando fuori i soliti quintali di pietre, il pomeriggio si vivacizza giocando con una instabile frana. Entra in grotta Super e l'ammasso si muove all'urlo "la tengo, la tengo", con il ginocchio, Super salva Angela che schizza fuori ma non Fof e Daniele che vengono travolti. In superficie si dividono i materiali dei due. Superato tale inconveniente, viene successivamente svuotata parte della frana nel successivo pozzo battezzato Baronessa di Carini che viene sceso per una ventina di metri fino ad un terrazzo che dà su un successivo salto di ca. 30 m. Si scoprono ancora alcune grotticelle siglate As, At, Au. In serata l'instancabile Igor scende Ba per ca. 15 m fermandosi su una strettoia con poca aria. Viene a trovarci Carlo Balbiano.
Mercoledì 2
Un gruppo dal campo batte la zona verso il centro della conca scoprendo unicamente una serie di
buchetti da aprire. Ube, Cinzia, Super, Meo e Carlo si dirigono nella zona alla base delle pareti di Rocche Scarason. Nel settore più ad est non trovano nulla di interessante mentre in un ripido canalino che porta ad un praticello sospeso sulle pareti sottostanti il Castello delle Aquile, denominato il "Pralot", Meo e Carlo scoprono un buco con un ingresso di 3x2 m percorso da una violenta corrente d'aria: dopo aver percorso un meandrino di ca. 25 m il monregalese si ferma su un saltino di pochi metri ed esce delirando. Riunitosi il gruppetto si rientra con i pochi materiali a disposizione, Ube scende un saltino di 7 m che da in una saletta dalla quale partono due meandrini che conducono su altrettanti pozzetti: nasce Darkover. Ad una cinquantina di metri da questa cavità, Super riesce a raggiungere in parete un altro buco siglato Zr, percorso da violenta corrente d'aria ma da scavare dopo pochi metri dall'ingresso. Sulla via del ritorno, nei ripidi canalini ad est del Passo del Duca, Ube, per completare la giornata, trova ancora un buco con forte aria soffiante da aprire. Partono i siciliani ed arrivano i triestini Federico ed Emanuela con i 2 figli ed i "piemontesi" Pierangelo, Isabeu e Debora.
Giovedì 3
In punta a Darkover Super, Meo, Ube, Cinzia, Daniele, Federico ed Emanuela. Un gruppo sul meandro di destra scende un P.10, al fondo chiuso da frana con aria media aspirante, che non riesce a disostruire per mancanza di attrezzature adeguate. Super raggiunge in arrampicata un altro meandro che dopo alcune
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decine di metri diventa intransitabile causa una strettoia allargabile. Poi tutti nella via di sinistra dove si scendono una serie di pozzetti tra instabili frane, arrestandosi per mancanza di materiale su un ennesimo saltino. Fof, Valentina, Pierangelo ed Isabeu al buco trovato da Ube il giorno prima, disostruiscono l'ingresso caratterizzato da aria molto forte ma dopo pochi metri si arrestano in una saletta con grossa frana Ico e Daniela ad Americio Vespicio tentano la discesa del pozzo finale.
Venerdì 4
Pierangelo, Isabeu, Ico con i cuneesi all'abisso Rapanui vanno ad esplorare e rilevare un meandro a -340 che dopo poco chiude. Federico e Valentina scendono il pozzo G 28, vicino al campo, fermandosi dopo una decina di metri su una incombente frana che dà su un pozzo di ca. 30 m con grossi massi da spostare e stabilizzare, aria forte. Meo, Margherita e Brunella in battuta nella valle dei Troiani trovano una serie di pozzetti tra i mughi da scendere ed un buco sul fondo di una dolina da aprire con forte aria. In serata Super sale alle macchine e ritorna con 40 kg di materiale.
Sabato 5
Ube, Cinzia, Super e Meo a Darkover continuano l'esplorazione scendendo una serie di pozzi tra cui un bel P.38 ed arrestandosi dopo una sala su un meandro da allargare. Fof, Federico, Daniela e Valentina riescono a toccare il fondo di Americio Vespicio che chiude a -35 su frana. Poi si spostano con Poppi a disostruire il buco nella valle dei Troiani. Arrivano in giornata al campo Poppi, Seppe, Maurizio ed i bolognesi Ago, Luca e Geremi.
Domenica 6
Beppe e Geremi riesplorano un vecchio pozzo che chiude a -45 su neve e ghiaccio, l'aria forte all'ingresso si perde dopo una decina di metri. Ago e Valentina scendono al pozzo T, già visto e rilevato nell'84 per verificarne eventuali prosecuzioni ma scoprono soltanto che il rilievo è del tutto inesatto. Fof, Poppi, Super e Luca vanno al G 1, caratterizzato da un ingresso con aria forte, raggiungono sulla volta di una saletta un arrivo che non porta a nulla di buono, ma non riescono a capire dove finisce tutta l'aria. Al campo arrivano Giorgetto, Laura ed Agostino di Pordenone.
Lunedì 7
Nella valle dei Troiani Ago, Luca, Geremi, Giorgetto, Laura, Fof e Maurizio scavano nel buco con aria forte ma che lascia ben poche speranze, poi, un pochino più in basso, Ago scopre sul fondo di una piccola dolina un passaggio tra massi, con poca aria aspirante che viene allargato ed esplorato fino ad un P.15. Gli si assegna la sigla T 4. Beppe, Super, Cinzia, Meo, Ube e Agostino battono gli scoscesi canaloni sui versanti orientali della Testa del Duca. Ritrovano un condottino con forte aria con una vecchia sigla a matita (1910) che si affaccia su un P.20 che sembra essere l'Article Nou già esplorato dai francesi, più in alto un pozzo di 7 m che viene siglato Zn, con forte aria, poi un P.10 chiuso ed infine, in cima ad un vertiginoso canalino un grosso pozzo di ca. 15 m già siglato da Jo Lamboglia. Sulla strada del ritorno, vicino a G 36 si trova un buco con aria da aprire. Arrivano al campo Walter, il figlio Andrea e Snoopy di Reggio Emilia.
Martedì 8
Al buco T 4 Ago, Geremi, Luca, Fof e Maurizio allargano e puliscono i passaggi iniziali poi iniziano l'esplorazione fermandosi a -60 su un P.20: nasce l'abisso Parsifal. Ube, Cinzia, Super, Agostino e Isabeu a Darkover esplorano i saloni finali trovando poi due condotte parallele, con forte aria che terminano su frane da allargare. Giorgio, Laura, Meo e Luca battono i ripidi versanti che scendono sulla Val Pesio trovando unicamente un grosso pozzo di una decina di metri chiuso al fondo da detrito.
Mercoledì 9
A Parsifal Fof e Walter entrano ad allargare il primo meandro seguiti poi da Ago, Snoopy, Germi e Luca. Viene sceso il P.0 ed esplorata una galleria a monte (ramo del Geriatrico), verso valle invece un lungo meandro li porta su un grosso pozzo di ca. 25 m seguito da una alta forra: si fermano sul nulla. Giorgio, Meo, Super e Maurizio seguono la prima squadra rilevando ma a -50 vedono occhieggiare sulla via principale una piccola condotta: sale Super seguito poi dagli altri. Che cosa sia poi capitato esplorando le grandi gallerie freatiche successive non si può descrivere: è indubbio che trovare cose del genere al Marguareis e a quella quota può provare psicologicamente qualsiasi speleologo che per anni è vissuto in infimo contatto con tali posti. I quattro escono delirando. Ancora giri alle macchine per recuperare materiali e per comunicare ai cuneesi quello che è stato scoperto: c'è posto per tutti.
Giovedì 10
In punta a Parsifal Ube, Cinzia, Ubertino, Super, Daniele e Ciurru. Viene esplorata una via che dalla forra vista il giorno precedente porta verso il basso (galleria del Tacchino), scendendo una condotta inclinata che conduce verso monte ad una galleria molto bella con concrezioni inusuali per il Marguareis (galleria dell'incredulo). Verso valle trovano un piano più basso e devono fermarsi su una grossa spaccatura verticale, escono rilevando. Meo con Chiara ed Euro rilevano invece il ramo principale fino alle gallerie a monte del ramo del tacchino. Fof, Giorgio, Laura, Walter, Daniela, Maurizio, Andrea, Geremi e Margherita scavano due doline vicino all'ingresso di Parsifal con la speranza di entrare con un pozzo direttamente nelle gallerie dei -50, dove nei giorni precedenti si era riusciti ad effettuare un collegamento via radio. In serata festa con fuochi, salsicce e vino offerto dai bolognesi.
Venerdì 11
Al mattino una fine pioggerella annuncia l'arrivo dell'urissa. Piove tutto il giorno ma tra un temporale e
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l'altro riescono ad entrare a Parsifal Ago, Daniele e Snoopy. Continuano l'esplorazione precedente risalendo una grande spaccatura che si affaccia su un grosso ambiente con un P.15 al fondo chiuso. Traversando in alto ritrovano l'aria in un condottino con selettiva strettoia di ingresso che Ago percorre per una cinquantina di metri arrestandosi su un altro difficile passaggio.
Sabato 12
A Parsifal 2 squadre in azione: Super con i cuneesi Walter e Ciurru discendono la via dei pozzi che si incontra nelle gallerie del tacchino volante. Esplorano una sequenza di salti fino a congiungersi con il ramo principale all'altezza delle gallerie del geriatrico. Ripercorrono tali gallerie fino al fondo ed escono rilevando il tutto. Ube, Cinzia, Meo, Elia di Cuneo e Marco di Monfalcone proseguono l'esplorazione delle gallerie del tacchino volante: un cunicolo di 30 m (battezzato cunicolo Lochner, ricordando le riparazioni di Laura sulle tute che verranno squarciate in questo passaggio), li porta in grosse gallerie e meandri (ramo di Alì Papà ed i 40 meandroni) che esplorano fino ad un pozzetto. Ube lo attraversa in alto raggiungendo di nuovo la condotta principale. La mancanza di materiali suggerisce di uscire, rilevando. In gita sociale alle gallerie del tacchino volante entrano Walter, Fof, Andrea, Laura, Isabeu e Poppi con Riccardo di Biella arrivati in giornata.
Domenica 13
Super, Ube, Poppi, Riccardo e Snoopy in esplorazione nelle gallerie di Alì Papà percorrono circa 500 m di nuove gallerie che portano verso fuori, fermandosi su una frana con forte corrente d'aria e su alcuni camini intransitabili. Rilevano i tre rami principali che battezzano "ramo degli insetti morti, "ramo dei morti in sette" e "gallerie scusi mi cambi il finale". Sulla via del ritorno Ube e Riccardo scendono inoltre una via laterale con un P.18 su una stretta galleria con successivo saltino che porta in un grosso salone con diversi meandri. Seguono poi una stretta via attiva fermandosi per noia. Maurizio e Daniela scendono in Parsifal per un giro turistico. Fof, Laura, Giorgio e Meo in battuta sui versanti della Val Pesio. Fof trova nella zona del Bric Carbonè un meandrone aspirante di facile apertura, Giorgio in un ripidissimo canalino che scende dalla medesima zona scopre una fessura da allargare che prosegue per diversi metri con aria soffiante molto forte. Meo prima esplora il settore di destra orografica della valle dei Troiani, caratterizzata in prevalenza da detriti molto grossolani, poi, sui ripidi pendii che si trovano sotto il sentiero del passo del Baban, trova una condottina con forte aria chiusa dopo pochi metri. In questa Maurizio in serata inizia la disostruzione.
Lunedì 14
Iniziano i lavori di smantellamento del campo, con una parte dei componenti che ritornano ai propri lidi, dopo aver fatto tappa al rifugio Morgantini ospitati a pranzo dai cuneesi. I pochi rimasti continuano i lavori di scavo nella condotta trovata il giorno prima che riusciranno ad aprire solo nella settimana seguente, ma dopo una quarantina di metri una fessura in roccia precluderà ogni speranza.
Martedì 15
Vengono concluse le manovre al fondo delle Carsene con i superstiti che riportano i materiali del campo alle macchine al prossimo anno?
L'ingresso di Parsifal (foto di M. Vigna)
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L'abisso Parsifal: la scoperta
Graziano Agolini
Era dal 1978 che non vedevo il Marguareis.
La voglia di fare speleologia lontano dai luoghi abituali, mi ha portato in agosto in questa terra di frontiera reale e da "immaginare". In tre da Bologna (Luca Benassi, Jeremy Palumbo ed il sottoscritto), ci siamo aggregati al tradizionale campo speleologico organizzato dal GSP. Quest'anno impiantato nelle vicinanze del Gias dell'Ortica, alla Conca delle Carsene, in una scenografia di doline, karren, inghiottitoi e buchi soffianti.
"Fortuna", "abilità", "curiosità", "ingenuità", "tenacia"? ... non so cosa sia stato, ma sta di fatto che mi è capitato di scoprire una bella e complessa grotta: l'abisso Parsifal. E devo confessare che nonostante l'età e l'esperienza è un evento di cui me ne compiaccio. Qui a Bologna, tra le nebbie d'autunno inoltrato, mi crogiolo ancora nel ricordo...
...È' da un paio di giorni che giriamo scendendo ogni buco soffiante che troviamo, ma questi chiudono tutti inevitabilmente entro i primi 60 metri di profondità. Dopo l'ennesimo tentativo andato male, decido di aprire un buco senza aria, visto il giorno prima, in fondo ad una evidente dolina. Gli amici torinesi mi lasciano fare per senso di ospitalità, ma nessuno di loro crede in quello che sto facendo. Neppure io scommetterei molto su quello che può esserci dietro a quel sasso che occlude l'ingresso, ma quel piccolo vano che intravedo oltre e abituato agli asmatici buchi apuani, tento... tento sempre.
Una volta su diecimila va bene, è statistica.
Un manzo solo allarga un po' il pertugio, ma non basta a passare. Ne occorre un secondo, poi, aiutato da Fof, riesco, aprendomi con i piedi la strada fra il brecciame, a portarmi di là. Un breve e franosissimo piano inclinato e l'ambiente si allarga consentendomi di alzarmi e voltarmi. Intorno grossi clasti aleatoriamente incastrati danno un angoscioso senso di precarietà. A sinistra, un esiguo passaggio, tra i massi e la roccia, dà accesso ad un breve salto. Lo discendo e raggiungo l'orlo di un pozzo che valuto di una ventina di metri. Aria niente, ma la grotta sembra andare. Esco a dare la notizia ai compagni. Fuori, si cominciano a formulare ipotesi meno pessimistiche ma comunque sempre molto caute. Jerry e Piro si preparano ed entrano per armare e discendere il salto. Li accompagno fino sull'orlo del pozzo che attrezzano e scendono. Li osservo allontanarsi: per un po' rimane solo il tenue riverbero delle loro luci sulle pareti, poi anch'esso viene lentamente inghiottito dall'oscurità, li sento ancora parlare lontano, infine anche le loro voci cessano e di nuovo la grotta sprofonda nel suo originario silenzio. Ora però qualcuno è andato oltre quel buio e quel silenzio che mi stanno davanti... è esplorazione. Esco fuori dove si è creata una piccola folla che attende novità. Lentamente passano i minuti. 10...20... mezz'ora... Il più "nervoso" appare Giorgetto che passeggia avanti e indietro, con l'umore che oscilla fra la preoccupazione che sia accaduto qualcosa di grave ai due che sono dentro e l'ansia di sapere se la grotta continua o finisce. Proviamo a chiamare più volte, ma dai due non ci giunge nessuna risposta. Dopo un'ora i giovani esploratori si rifanno vivi per comunicare che hanno proseguito per uno stretto meandro fino a sbucare a metà di un salto di una decina di metri, che hanno sceso parzialmente in roccia raggiungendo un terrazzo da dove la grotta continua ancora con un ulteriore pozzo. E' festa.
Alla sera al campo iniziano le teorie e si fanno supposizioni su cosa ci attende, lo scetticismo dei "marguareisiani doc" è comunque ancora marcatamente presente.
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Il giorno successivo viene in buona parte dedicato alla rimozione dei sassi instabili lungo il piano inclinato iniziale. Occorrono tre ore di lavoro per spostare i diversi metri cubi di pietre che pericolosamente sovrastano il pozzo. Poi inizia la prima vera punta. Entriamo in quattro all'insegna della "speleologia trasversale", come è di moda dire adesso (Maurizio neo speleo di Torino, Snoopy reggiano, Jerry ed io bolognesi). Sotto la prima verticale vi sono venti metri di meandro stretto e tortuoso che terminano, con una strettoia degna di nota, sul salto sceso per metà, il giorno prima. Non posso non riconoscere il buon lavoro svolto ieri da Luca e Jeremy. Di là della strettoia l'ambiente è vasto e una parete del pozzo è completamente occupata da un grosso riempimento con incastrati in mezzo scuri massi di fluitazione. Sebbene a digiuno del carsismo e delle morfologie ipogee del Marguareis, capisco subito che stiamo entrando in qualcosa di grande e di importante. Scendendo gli ambienti aumentano di grandezza. A -60 la grotta incontra ortogonalmente una evidente diaclasi che sembra celare ulteriori diramazioni, ma che tralasciamo per proseguire lungo la "via logica". Ancora diversi salti finché non ci arrestiamo, per mancanza di materiale, su un pozzo di una ventina di metri. Le dimensioni e la morfologia della grotta sono diverse da quelle che ho visto in questi giorni, inoltre sulle pareti vi sono evidenti segni di scorrimento d'acqua; ho buone speranze.
Il giorno dopo siamo nuovamente dentro con una squadra tutta emiliana, ci precedono Fof e Papà di Torino con l'intento di rendere più agibile il meandro e la strettoia a -30.
In quest'occasione Fof, tradito dalla sua batteria che si è scaricata proprio davanti alla fessura da allargare, mortifica lo strumento, dimostrando che le strettoie le passa anche senza l'ausilio dell'esplosivo.
In sei siamo così protagonisti di una splendida esplorazione che qui aridamente riassumo in cifre: a circa -130 troviamo un primo livello di gallerie e le percorriamo a monte e a valle per oltre mezzo km. Scendiamo inoltre fino a -200 dove troviamo un ulteriore livello orizzontale con altre grandi gallerie. Qui, su un grosso macigno scrivo col nerofumo "Welcome Torino" e ci arrestiamo per lasciare il piacere dell'esplorazione a coloro che entreranno domani.
Nei giorni che seguono ci alterniamo in diverse squadre e vengono così trovati quattro livelli freatici, diversi km di gallerie e la profondità scende a -270.
Nessuno ha più dubbi; questa è una bella grotta che impegnerà parecchio perché, sebbene tecnicamente facile, presenta complessi enigmi esplorativi.
Per impegni di lavoro, il mio soggiorno nelle Alpi Liguri termina prima della fine del campo e con dispiacere lascio gli amici a cimentarsi, senza di me, con quell'enigmatico giocattolo.
L'abisso viene chiamato Parsifal come il cavaliere della Tavola Rotonda che trovò il sacro Graal; inoltre l'etimologia del nome significa "colui che scende a valle" e speriamo che sia di buon auspicio.
A fine agosto e poi a settembre, Meo per telefono mi aggiorna sull'esito delle esplorazioni effettuate dopo la mia partenza e cioè che... no è meglio che siano loro a raccontare come sta andando.
Grazie GSP, grazie Marguareis. Alla prossima!
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Le regioni a -50
Ube Lovera
Dunque, siete entrati in Parsifal, avete sceso i primi due pozzi, intervallati da quel tedioso meandro, e una volta atterrati, avete seguito sulla sinistra la freccia verso la risalita per finire quindi nel Tacchino Volante ? Bene, non vi resta che continuare a risalire sulla destra per trovarvi all'altezza del freatico; potete anche non emozionarvi, dato che d'ora in poi ne vedrete parecchio. Continuando a seguire le gallerie per una decina di minuti vi capiterà di trovarvi in una sala. Dopo la sala, sulla destra una frattura, poi sulla sinistra un condottino. Una merda. Qui comincia questo articolo.
Ecco, vedete quel condottino, sulla sinistra della frattura? Bene, seguitelo, magari senza fare quella faccia, che anche se ora fa schifo, dopo poi peggiora. Fu su indicazioni del Meo Vigna - uno magro ci passa - che un agile esploratore e una snella fatina percorsero i 35 metri della fetida fessura che di lì a poco sarebbe diventato il passaggio Lochner in compagnia di una feroce corrente d'aria. La condotta successiva, la seguente sala e soprattutto le sei possibili prosecuzioni che di qui partono li convinsero a tornare dal Meo e dai Cuneesi
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di corvè con la topografia: sì c'è da rilevare.
Postilla: ebbene sì, cuneesi, perché una volta nato Parsifal, anziché come vuole la tradizione, correre a prenderli per i fondelli, siamo corsi ad invitarli. Loro sono arrivati, prima alcuni e poi in massa, portandosi dietro un oceano di materiali. Ne è uscita una ottima collaborazione e un'estate piacevole. Non sarà che ci stiamo facendo furbi?
Ora giunti nella sala in questione, evitate di sporgervi a sinistra dove risalendo assai dentro una ciclopica frana potrete guardare dal basso una delle doline poco distanti dall'ingresso, evitate le condotte e la frattura che avete di fronte (tanto chiude tutto), non considerate la corda che scende davanti a voi (anche perché quando passerete di lì l'avremo ormai tolta) da una risalita di scuola pierangiolesca ma prendete a destra aggirando un pozzetto di pochi metri di cui poi vi dirò. Il meandro che segue, sufficiente a far perdere al Meo Monregalese il poco senno rimasto, procede così con pochi diversivi alternando freatico a vadoso per una trecentina di metri di comoda passeggiata.
In galleria, il Meo in delirio esplorativo ormai da alcune ore, si produsse in smanie pittoriche, inventando l'"Omino dai capelli dritti". Poco dopo ci prendemmo il gusto, volando sopra un ringiovanimento, e ritrovando la solita condotta, di lasciare ferma l'esplorazione di fronte a una nera galleria, così per snobismo, almeno fino al giorno successivo.
Che inizia subito male: per prima cosa un po' di struscio in corrispondenza dell'unico piscio d'acqua della grotta: Sfiga. Poi però nuovamente gallerie fino ad un bivio: in alto si procede per un centinaio di metri fino allo stop dato da un intaso di fango frana e concrezioni col relativo ringiovanimento e sia il Dromedario. Perché? E chi lo sa, fumi da delirio battesimale.
Torniamo al bivio. procedendo per la galleria principale tra frane e salti vari si arriva ad infangarsi in una saletta franosa.. "Ramo degli insetti morti" sentenziò il battezzatore che poco dopo, di fronte ad analogo luogo a parità di fango, pietre, animali e personaggi partorì un surreale "Ramo dei morti in sette ", totalmente arbitrario.
Indubbio comunque che tutta la regione tenda ad uscire e sboccare in Val Pesio attraverso passaggi un tempo numerosi. Il ritorno da quelle lande portò comunque una mezza chilometrata di topo, che sommati ai 300 m. del giorno precedente ci indusse a considerare che laggiù non stava andando proprio di sfiga.
Inevitabile quindi andare a vedere il ringiovanimento che taglia la galleria all'altezza dell'"omino". Qui, dopo un saltino, un P.20 si annoia portandoci all'ennesimo meandro sormontato dalla milionesima condotta fino ad una grossa sala, inclinata, da cui partono un tot di pozzi ascendenti, nonché un altro meandro che se ne torna verso la partenza del "dromedario" e infine, sul fondo, un ben più interessante meandro, che raccolte le acque della regione, si infila in un gran pozzo che da rilievo risulta essere profondo 95 metri. Alla sua base un altro P.30 chiude il ramo che ha preso il nome di "Caviglia".
E viene che si esagera. Passano alcuni giorni e capita che siamo in 24 ad entrare là dentro, democraticamente suddivisi per tutti i rami della grotta. Ad Alì Papà (è il nome complessivo che ha preso il gran casino che vi sto raccontando) competono una dozzina di personaggi fluttuanti che nell'ordine riescono a produrre: a) discesa
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del pozzo dopo il Lochner: Marilia piazza un bello spit in vuoto sotto l'unico intenso stillicidio e ne esce come Venere dalle acque. Il ramo verrà disceso in altra punta da Domenico e C. e prenderà il nome di "terza via del fondo" (indovinate perché?). b) Vertice del Dromedario (da cosa viene il nome? Non lo soo!!), a filtrare in un ringiovanimento per quattro fetidi metri con la collaborazione di un Calleris nel ruolo di deviatore umano. Di qui, dopo un P.15 e la solita sala in frana si continua per un meandro che attende ancora un esploratore e un martello.
Contemporaneamente in altre regioni del Dromedario l'inquietante coppia Gobetti\Ubertino produce il "ramo degli Opercoli" aprendo un insensato meandrino e percorrendolo fino all'ennesima grossa condotta che seguita verso monte previa iniziazione di ulteriori opercoli, mena ad un'unica grossa pietra, chiaramente chiave di volta dell'universo o per lo meno della grossa frana che la sovrasta in presenza di humus e foglie. La medesima (condotta, non frana) se seguita a valle, porterà (indovinate un po') ad altra sala, che risalita darà una corta condotta, mentre se discesa, porterà ancora una volta in Alì Papà.
Il succo di tutta questa menata? Eccolo. Tutto il freatico di questo livello sembra avere voglia di uscire in Val Pesio: insetti vari sono stati trovati un po' ovunque all'estremità dei vari rami. Peraltro a noi della Val Pesio non frega circa niente. I vari ringiovanimenti anziché raggiungere l'attivo e regalarci tutte quelle cose di cui qualcuno avrà parlato in altre parti di questo articolo, se ne vanno a congiungersi alla via del fondo oppure si infognano in orride fessure. Restano ancora alcuni punti in cui effettuare risalite non esaltanti o traversi, come all'estremità del P.95 che pare da rilievo però essere in relazione col ramo che risale dal fondo a -280. Una martellata a una lama potrebbe ancora permettere qualche metro di esplorazione al fondo del Dromedario.
Pare comunque che le grandi sorprese non siano qua.
È successo
Giorgio Dutto
Caduto il muro di Berlino, riconosciuto dai palestinesi lo stato di Israele, spazzata via la prima Repubblica non restava che un ultimo baluardo; Cuneo e Torino hanno esplorato insieme. Era dal '75 (fondo dei Perdus e Ranjipur) che non avveniva. Parsifal ha fatto il miracolo, o forse è stato solo l'epilogo di un'abile tessitura durata qualche anno. Non è importante comunque cercare di spiegare come ciò sia potuto accadere, piuttosto è bello mettere in luce il lavoro che si è svolto come un sol gruppo con materiale comune, squadre miste e, ciò che più conta, con grandi risultati (non merito solo di noi piemontesi).
Le Carsene che regalano 3 km e mezzo di grotta in poco più di un mese ha dell'incredibile. Che Parsifal sia grotta anomala è certo: ha un ingresso sfigato come ce ne sono centinaia nella conca e senza aria, per giunta; dentro ha grandi gallerie dopo due pozzetti, ha gallerie da grotta turistica sul ramo del fondo. Chiude un po' dappertutto lasciandoti però sempre nuovi spiragli aperti. Probabilmente è ancora da interpretare ma ciò che più conta è che ha attirato una grande attenzione sul sistema "Conca delle Carsene".
Se si riuscirà ad andare al di là di Parsifal con la stessa intensità e foga esplorativa i tanti punti interrogativi lasciati lì solo per scarsità di persone potranno essere
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Abisso Parsifal - rilievo
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eliminati e le Carsene non saranno più il parente povero di PB.
Il 3 settembre scendo per la prima volta in Parsifal con Loco e Ico, andiamo a risalire, dobbiamo terminare il lavoro lasciato in sospeso da Giampiero e C. all'attacco del "Ramo dell'incredulo".
Lo scopo è raggiungere un livello superiore nell'amonte che ci scaraventi nel cuore della conca laddove sembrano "quasi" arrivare tutte le altre grotte. La bellezza strepitosa della piccola galleria raggiunta ci ripaga appena un po' della chiusura dopo 20 m su sifone pensile, pensare che mi ero già visto percorrere gallerie verso Arrapanui, il salone Hotel California nel 6C o il pozzo Escampobariu nel Cappa.
Se la Morgantini continuerà a vedere ogni week-end 20-30 speleo caldi, credo che molti dei miei sogni potranno essere realizzati; si tratta in effetti di uno solo. Un grande sistema carsico con tanti ingressi, chilometri di gallerie, un grande collettore e la risorgenza: il Pis del Pesio. È già tutto lì, basta percorrerlo, anche se ci potrà essere qualche piccolo ostacolo.
Mi accorgo di aver messo tanti se nell'articolo, ma non ci posso ancora credere, da vero amante della Conca, che ci sia la determinazione per andare avanti tutti insieme. Non fatemi risvegliare.
Le gallerie a -50 (foto M. Vigna)
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Descrizione della cavità
Massimo Taronna
L'ingresso è localizzato a quota -1950 m, nella parte inferiore della Conca delle Carsene, in una zona denominata Valle dei Troiani, adiacente al Vallone dei Greci.
L'area presenta numerose doline, e si caratterizza, rispetto al resto della Conca, per la fitta vegetazione costituita prevalentemente da pini mughi, che contribuiscono a rendere il posto veramente piacevole.
In una piccola dolina troviamo l'ingresso; ad uno scivolo iniziale posto a circa 40°, con fondo franoso e piuttosto instabile, segue un viscido meandro intervallato da saltini.
Alla profondità di 30 metri si raggiunge un pozzo camino, caratterizzato dalla presenza, a varie altezze, di conglomerati di riempimento, ricementati. Questa è una caratteristica comune a molte altre zone della grotta.
Alla base (-51 m) si intercetta una frattura, larga 80-100 cm, che permette di raggiungere il primo livello freatico. Qui troviamo gallerie ad andamento sinuoso (Il Tacchino Volante), di dimensioni di 2-3 m per 3 m. La zona a monte finisce alla base di un camino, alto almeno 30-40 m; qui parte un ringiovanimento, che dopo pochi metri diventa impraticabile. Una risalita di circa 10 m ha permesso di raggiungere una finestra comunicante con un pozzo parallelo (successivamente questa zona è stata raggiunta, mediante breve disostruzione, in modo alternativo). Da qui parte un altro pozzo, con sensibile aria soffiante (circolazione estiva), che conduce ad una frattura pressoché rettilinea, più o meno percorribile per circa 30 m. Un ultimo pozzo porta alla profondità di -86 m, dove un ringiovanimento, caratterizzato da un modesto scorrimento d'acqua e una discreta aria soffiante, preclude l'ulteriore esplorazione (forse passabile da uno strettoista, ma l'andamento è meandriforme).
Dall'altra parte il ramo del Tacchino Volante intercetta dapprima due camini (dal secondo dei quali parte un meandro di ringiovanimento che conduce alla sala posta a -115 m), poi una galleria a dx (che riporta alla zona di -51 ); di fronte ad essa parte un altro ramo laterale (che con un'altra serie di pozzi riconduce verso la sala a -115 m; non è ancora stato rilevato). Il Tacchino Volante chiude su un riempimento di fango, ma qualche metro prima, sulla sinistra, parte un piccolo condottino, lungo circa 35 m, 50 x 40 cm, orizzontale, che adduce al ramo di Alì Papà e i 40 meandroni.
Anche questa zona ha morfologia prevalentemente freatica, con meandri di ringiovanimento. La zona immediatamente successiva al Cunicolo Ochner è una galleria di 6x8 m, cui segue una zona piuttosto complessa, con numerosi pozzi e camini. Qui parte l'ennesima via che conduce verso il fondo, alla sala di -192m. Proseguendo lungo la galleria-meandro principale, si arriva alla base di un camino, dove la strada si biforca. Il ramo discendente (Ramo Caviglia) raggiunge un salone (-114 m), dove confluiscono diversi meandri. Proseguendo si raggiunge un pozzo che porta fino a -233 m, dove la grotta chiude; rimane da verificare una finestra posta alla sommità del pozzo.
L'altro ramo prosegue, con morfologia freatica, verso zone della grotta prossime all'esterno. Qui abbiamo il Ramo del Dromedario (che finisce su un ringiovanimento stretto, e dove un ramo laterale presenta una frana con terra e humus), il ramo "Scusi, mi cambia il finale?" (che si arresta alla base di un camino, con la sensazione di essere molto prossimi all'esterno) e i rami degli Insetti morti e dei Morti in sette, che ricongiungendosi si arrestano in un ambiente con frana.
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Torniamo alla quota -51 m, dove abbiamo intercettato il primo livello di gallerie. Qui la grotta assume un andamento prevalentemente verticale, fino alla sala posta a -115 m. A questo livello si ha un nuovo cambiamento della morfologia, ora a carattere orizzontale. A monte del salone parte il Ramo del Geriatrico, suborizzontale, che si arresta su un restringimento (passabile con poco lavoro). Qui rimangono aperti due interrogativi: un ramo laterale nel punto dove il ramo si restringe decisamente e un pozzo a metà delle gallerie.
Riprendendo la via del fondo, troviamo che assume una morfologia meandriforme, ad andamento pressoché orizzontale. In occasione di piogge piuttosto intense in diversi punti sono stati osservati arrivi d'acqua. Esiste un cunicolo sulla sn., ostruito da concrezione, che meriterebbe una certa attenzione.
Il meandro termina nella sala Welcome Torino, posta a -205 m. Qui abbiamo un cambiamento di circa 90° della direzione secondo cui si sviluppa la grotta. Nel salone arriva un ramo a monte, parzialmente ostruito da frana e parte un ringiovanimento attivo. La via segue un livello poco più alto, sfruttando una preesistente diaclasi; in diversi punti vi sono degli arrivi (alla base di uno di questi vi è un masso di quarzite con oltre 50 cm di diametro). Per lunghi scivoli, in ambienti via via più ampi, arriviamo al livello freatico che costituisce il fondo attuale.
Il ramo dell'Incredulo è una bella condotta, inizialmente di 4x4 m, che si amplia ulteriormente verso il fondo, riccamente concrezionata (canoni marguareisiani). Chiude su un riempimento di fango e concrezione, dove si apre un'esile condotta con forte aria soffiante, di cui è stata iniziata la disostruzione. Una risalita effettuata in prossimità dell'inizio dell'Incredulo ha permesso di raggiungere un sifone pensile.
Scendendo ancora di una ventina di metri arriviamo al punto più profondo di Parsifal (-280 m). Qui troviamo un freatico approfondito, che presto si trasforma in una diaclasi molto alta; risalendola si raggiunge un livello di gallerie, dette dell'Orientale, di dimensioni ragguardevoli e che chiudono su strettoia e su concrezione. Questa zona è chiaramente impostata lungo una linea ad andamento circa E-W dove, a parte un grosso camino con acqua che sembra presentare una finestra in alto, non paiono esserci grandi possibilità esplorative.

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Abisso Parsifal - pianta
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Riflessioni
Eppure sono sveglio, me l'ha ricordato poco fa il croll conficcato nella pancia. Va bene che ieri era il mio compleanno, ma il regalo l'ho già avuto (Una grotta più vicina dell'Innominata è chiedere troppo, vero?). Quindi tutto ciò non esiste, non può esistere.
Eppure... qualcuno sta calcolando le paia di stivali consumati in svariati lustri di esplorazione, un altro finisce di asciugarsi furtivamente le lacrime e come al solito c'è chi viene lapidato. Una classica scena giessepissiana, direi con il mio consueto distacco emotivo.
Devo ammettere che oggi non sono poi così tanto distaccato, l'idea di percorrere in bicicletta queste gallerie non è speleologicamente molto ortodossa. Non che l'esplorazione sia diventata per me routine , ma non aveva più quel fascino devastante della prima volta. Ora mi sento come un bambino all'interno di una pasticceria, che può finalmente soddisfare ogni suo desiderio, rischiando anche di fare indigestione. La parola magica, con tutti i suoi sinonimi e implicazioni è stata pronunciata, urlata, assaporata: freatico!
Perceval/Parsifal: il cercatore del Graal. Ma quanto occorrerà cercare per comprendere i suoi segreti? Saremo anche noi ciechi come lo fu lui, che non seppe riconoscerlo al momento giusto?
Oggi, dopo svariate punte e ancor più numerose persone che ne hanno percorso meandri e gallerie, sembra che ci sia stato svelato un bagliore di cosa ci attende nelle Carsene ('C'è qualcosa di grosso qui sotto!'). Un assaggio, ma abbastanza sostanzioso e prelibato.
Le esplorazioni che ci permettevano di portare a casa almeno 500 metri di rilievo per volta paiono giunte al termine, ma troppe volte ci siamo arrestati su punti stretti, che confrontati con quanto ci circondava venivano tralasciati.
'E se di là...' il dubbio, il motore della conoscenza, si fa strada, e tante teste aiutano a tenerlo vivo. È il momento di cominciare ad insistere sui punti che sembrano essere maggiormente promettenti, magari dopo la pausa di riflessione dovuta alla stagione invernale ormai prossima. L'obiettivo è chiaro, far esplodere il sistema delle Carsene, cercando di collegare i tasselli finora conosciuti. Probabilmente non è Parsifal la risposta a tutto, ma si inserisce in una zona in cui non si pensava esistessero grotte di queste dimensioni e complessità, anche per la scarsità di circolazione d'aria rispetto ad altri punti della Conca. Il lavoro che attende è molto, ma le basi per portarlo avanti sono state efficacemente impostate.
Ho sempre amato certi luoghi mitici, legati al ricordo di fatti e di persone che li
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resero possibili. Si tratta di miti molto personali, sovente non riconosciuti normalmente come tali. La Conca delle Carsene per me è uno di questi luoghi; l'essere terra di frontiera e di esplorazione, il rischio della totale perdita di orientamento in caso di nebbia, i personaggi che hanno cercato di svelarla nel suo aspetto più interiore.
Questi particolari forse mi portano a sopravvalutare Parsifal, ma fanno sì che mi senta legato ad essa molto più che a tutte le altre grotte sin qui esplorate (è vero, non sono tante), e abbastanza ottimista rispetto al suo futuro.
Un dubbio: non sarà la nostra volontà che genera le grotte?
Massimo Taronna
Ubicazione delle principali grotte nel settore di Parsifal (scala 1:10.000)
1) Abisso Parsifal, 2) Risorgenza del Pis del Pesio
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Canin '95
Domenico Girodo
Canin, un buffo nome che può ricordarti ... un animale di piccola taglia o ... il dentista o ... battaglie in cui migliaia di uomini si scannavano l'un l'altro per qualche centinaio di metri di calcare in più o ... il calcare appunto cioè grotte, abissi e che abissi !
Sul Canin c'ero già stato l'estate dello scorso anno, in compagnia di Spazzola e poiché il posto e le persone incontrate mi piacquero poco, ci sono ritornato anche quest'agosto per vedere se per caso mi fossi sbagliato!
Meteo a parte il paesaggio è proprio come me lo ricordavo, imponente, selvaggio. Quasi privi di vegetazione, i rilievi si susseguono gli uni agli altri formando delle estensioni di calcare che qui, dove il sole muore, non è facile immaginare. È invece facilissimo (non hai molto altro da fare) lasciar andare la fantasia mentre cammini sotto uno zaino che cerca di inchiodarti sul sentiero che dal rifugio Gilberti passa da Sella Prevala e poi porta (si fa per dire) al Bunker. Di un luogo per me poco conosciuto la sensazione più bella è ritornarci cercando sentieri attraversati in fretta, ricalpestare pietre che credi siano le stesse che hai lasciato lì un po' di tempo prima, lasciare un appiglio indovinando l'altro perché sai che non poteva che essere in quella posizione. Il tutto poi riesci a farlo con una certa calma che, di solito, non sempre è facile avere "la prima volta". Anche adesso finalmente riesco a vedere delle cose che l'anno prima
Il rifugio Gilberti (foto A. Eusebio)
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mi erano sfuggite: forse è una cresta, una paretina od una dolina; e poi la coscienza di sapere quello che c'è lì sotto ed il raffrontarlo con quanto scorgi ti fa venire i brividi: quanto ce n'è ancora da scoprire! ! Ma giust'appunto. "suma si per lon'" e quindi, una volta arrivati al bunker ed aver rivisto il buon Beccuccio ed aver conosciuto un po' di gente, è d'obbligo farsi spiegare le novità. Che purtroppo non sono così entusiasmanti; l'Egidio è in fase di disarmo: i traversi fatti nella passata stagione riportano pressoché alla quota raggiunta dalla via "normale" e il bordello d'aria che si ciuccia pare, se non ricordo male, si perda in saloni di frana; il (o la ?) Vandima non è possibile scenderlo, vengo a saperlo praticamente nel momento in cui arrivo al Bunker da Astigo & Co. che ci hanno appena provato, perché il ghiaccio ha intrappolato un tratto di corde con cui è armato; la (o forse il ?) Korova si ferma a -600 e rotti ed è stato disarmato fino a -200 per poi essere attrezzato su una via parallela che per il momento e per fortuna continua a scendere. Che altro? Le previsioni meteo: non promettono nulla di buono e difatti il giorno più bello che ci becchiamo (ah già! Mi sono dimenticato di dirlo: siamo in tre, Daniele, Max ed il sottoscritto, che, reduci dall'acqua della Grigna vogliamo rifarci di quella del Canin) è proprio quello dell'arrivo, poi sarà un crescendo. Di vento e poi di pioggia. Del vento potrebbero dire qualcosa i miei due soci, ma tiro io le fila e quindi vi risparmio le loro lagne e riporto solo il nome con cui avevano battezzato il luogo, comodissimo, p-e-r-c-a-r-i-t-à, in cui avevano piantato la loro alcova: Patagonia! Un posto meno ventoso ma un tantinello più sfigato per quanto riguarda la posizione me lo scelgo io: giù in basso, vicino alla cambusa (di sera per raggiungerla ci metto un tot di minuti): aiutato dai compari in sole due ore riesco a "costruire" una piazzola di pietre su cui riporto terra e zolle d'erba faticosamente cresciuta altrove ...
Alla sera l'atmosfera del bunker è... rarefatta, vuoi per il freddo vuoi per le manie salutiste dei nostri ospiti ma se ti butti una coperta addosso stai meglio. Che si fa, che non si fa, il giorno dopo, in compagnia di Gabriele (credo) tre baldi figli del Visconte si fanno un po' di fiato nel disarmo dell'Egidio. Arrivato fino al Pulpito (amena escrescenza calcarea che adduce alla verticale più torci budella che abbia mai visto, lo Slatrog) tiriamo via tutto quanto, fino all'ingresso. Max e l'Arcangelo si beccano l'ultima parte ed arrivano al Bunker con un carico che fa ridere.
Mentre l'Imperatore del Canin ordina Baronetti, minaccia pubbliche esecuzioni a Pupilli e ingiunge jus-primae (forse) - nocti a donzelle di passaggio e non, il volgus-speleus si alterna nelle punte alla Sacra Grotta, volevo dire alla Porca Vacca, uff, sì, insomma al Korova. Delle amenità della Porca me ne aveva già parlato lo scorso anno l'Imperatore in persona e sinceramente non le avevo dimenticate; ogni volta che ne esce qualcuno (vivo) cerco di strappargli qualche notizia su come è fatto questo meandro iniziale che pare sia proprio un bel diverticolo, ma tutti, ligi alla ferrea disciplina imposta dal Sovrano (o che sia causa del loro allenamento?) non si lasciano andare a confidenze troppo "particolareggiate".
Ancora un giorno di riposo, ma non totale: al crepuscolo (più o meno verso le 14, ma dato il tempo ...) con Daniele vado a vedere un buco che si apre alla base del pendio che porta all'Egidio, poco oltre il Veliko (arrivando dal Bunker). Beccuccio l'aveva già visto ma non ancora sceso. Butto giù un tot di corda e pendolando un po' riesco a beccare una cengiona che evita di infognarsi in basso e che porta ad una risalita di tre-quattro metri. Li arrampico quasi tutti e capisco che di lì passa l'aria "giusta", mi sembra anche di vedere un finestrozzo promettente, ma sopra di me c'è un lamone che fa da tetto (alla Will' Coyote, per intendersi); Daniele è fuori, poco distante ma non riesco più a sentirlo ed oltre tutto non ha l'attrezzatura; mi sembra
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invece di sentire l'inconfondibile suono del beep beep che arriva per cui prima di essere l'artefice della classica nuvoletta di polvere al fondo dell'arrampicata, torno indietro lasciando armato (e credo lo sia tuttora). Il campo si sta assottigliando. Pupi, Astigo, Paola, i fratelli e tutti gli altri di cui non ricordo il nome se ne ritornano a casa. Fa invece una breve visita il gigante Borgazzo accompagnato dalla baba.
Be non c'è più tempo per i tentennamenti. O si va al Korova domani oppure ... Si va. Con Paolo che conosce bene la bestia ci siamo io e Daniele. Chicco (Max per gli amici) tentenna e poi, l'infame, abdica. Entriamo verso mezzogiorno, il vento è calato ma non mi sembra un buon segno ...
Siamo praticamente scarichi, per fortuna. Il meandro iniziale che tanto temevo si rivela invece ...... proprio come temevo: una merda. Paolo mi precede e Daniele mi segue. Il primo sguscia via che sembra un'anguilla, mi aspetta e mi dà le istruzioni per evitare di tribolare più del giusto, il secondo non le sente, tribola due volte più del giusto e bestemmia con la giusta vigoria che il luogo ispira. Come tutto anche questi fetidi 100 metri (scarsi, mi dicono dalla regia) hanno una fine ed i successivi pozzi da scendere fanno da rilassamento. Un bel gioco, come il proverbio vuole, dura sempre un cazzo. Ecco infatti il passaggio Valigiò. Un altro pezzo di meandro, corto per fortuna, ma di cui perdo le istruzioni per l'uso, per cui questa volta sono io a ringraziare degnamente il signore: il fetido diverticolo sbocca ancora stretto con una curva a sinistra su un pozzo di tutto rispetto; il sottoscritto si aspetta che il meandro sia più lungo, sa del pozzo ma non della curva, ci si trova in compenso ad affrontarla dalla parte sbagliata, con i piedi già in vuoto e l'attacco dell'armo schiacciato dietro la nuca
La conca del Canin verso Sella Prevala (foto A. Eusebio)
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... Al fondo del pozzo Pa' ci aspetta pazientemente ed incomincia ad insaccare corde (quelle recuperate dal ramo disarmato); lo raggiungiamo, completiamo l'operazione e cerchiamo di tenergli dietro. E sì perché di lì a poco c'è un altro meandro, il più lungo (120 m) ma, per fortuna, scopriamo essere anche il più facile. Tutta una serie di pozzi più o meno lunghi ed intervallati da traversi passano davanti come un film senza che mi facciano venire in mente cose particolari. Al fondo di uno di questi pozzi c'è dell'acqua; facciamo una bella sosta mangereccia e bevereccia. Si riparte. Ancora un paio di pozzi, cunicoli meandreggianti, saltini vari e siamo in esplorazione. Pa' conduce le danze, io e Daniele rileviamo. L'armatore folle scende qualche decina di metri e mi dice di raggiungerlo: c'è un enorme "breccio" incastrato sul pozzo e da solo non ce la fa a mandarlo di sotto. In due ci riusciamo al pelo e quando sentiamo il botto che pianta il bolide sul fondo siamo più rilassati. Paolo continua ad armare (sempre e solo a spit !) e noi dietro. Diavolo di un uomo: ma non chiede mai il cambio? No. Forse sì. Ha raggiunto un tratto quasi in piano e vedo che sta posando l'attrezzatura. Mi sbagliavo, è solo per una puzzolentissima esigenza fisiologica e poi, più leggero, riparte come un martello pneumatico. Per piantare uno (n.1) spit (esigenza termica) devo ancora aspettare un paio di salti, poi mi passa il testimone. Ancora saltini, poi spaccature, pozzetto, pozzo (o condotta ?) fortemente inclinato e poi ... finita la corda. Va be' si risale. Personalmente piano piano per risparmiare le energie da sprecare in meandro, Paolo facendo fumare le jumar (quasi). Invece del solito tea un buon risotto ci riempie la pancia e ritempra gli animi. Il brutto di quando vai in una grotta nuova, per me, è che i pozzi in risalita sono sempre tutti uguali e non finiscono mai .... Invece finiscono. Ed iniziano i meandri, poi di nuovo i pozzi e poi di nuovo i meandri. Bagnati questa volta. Vuoldire che fuori il vento ha cessato del tutto e che piove. Bene. Bene perché al contrario di quanto ci si aspetti i meandri del Korova sono più facili ad uscire !
Una volta fuori si fa ancora una corsa fino al campo sotto la pioggia che si fa battente. La sera ci strafoghiamo di tutto ciò che rimane di commestibile e deperibile. Paolo se n'è andato al pomeriggio, noi lo seguiremo all'indomani.
Piove tutta la notte, al mattino smontiamo sotto la pioggia, ci avviamo, rendiamo onore all'Imperatore Beccuccio I Plenipotenziario dei Territori di Slovenija Goricizia per l'ospitalità ricevuta e ci dividiamo sul sentiero che da una parte porta a Bovec e dall'altra torna a Sella Nevea, raggiungiamo infine la macchina e ci cambiamo sempre sotto la pioggia.
P .S. Ultime da Nebbia:
Nella punta successiva al Korova, fatta a metà ottobre circa da Astigo, Beccuccio & Co., dopo aver disceso il pozzo su cui ci si era arrestati, la Sacra Vacca entra in congiunzione con la costellazione del Veliko dalle parti del c.b. a -900. Non ne so di più e qui mi fermo!
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Cueva del Rio La Venta
G. Badino
Centinaia di volte l'Atlantico è stato sorvolato da speleologi più e meno esperti, diretti verso un remoto cañon del Sud del Messico.
Vi ricordate com'era qualche anno fa? Più di una settimana di viaggio, cinque giorni di navigazione solo per raggiungere un imbocco che all'epoca, giustamente, era forse il più remoto esistente fra quelli conosciuti. Giorni e giorni su gommoni fra pareti e verzura precipitante e poi salire brevemente in una diffluenza verso una bocca soffiante, grande, e di là concrezioni, tombe maya, poi il rombo di una cascata nel buio.
È strano il processo dell'esplorazione perché pian piano distrugge un punto di vista che rimane solo perso in ricordi degli esploratori: "ti ricordi di quando qui...". Costoro rischiano di passare per fessi con chi in questi luoghi poi arriva di botto, con guide, mappe, programmi precisi tessuti da chi ha esplorato quei luoghi e, nello sforzo di percorrerli, ne ha distrutto il punto di vista incantato con cui li percorreva.
Quell'incantesimo può essere distrutto da tecniche superiori, da gente più smaliziata, da un uso accurato ed esperto delle conoscenze prima acquisite. Ma viene distrutto irrimediabilmente, rimane solo nei ricordi di qualcuno.
Chi scrive ha fatto molte volte questa operazione. Vi ricordate com'era il Gaché, prima di diventare una delle più facili grotte di Marguareis? O quanto erano lontane le gallerie del Cappa prima che finissero ad un paio di ore dall'entrata? La distanza immensa delle Porte di Ferro prima delle esplorazioni imperiesi all'Arma delle Mastrelle? L'abissale lontananza del Pozzo Torino, in Preta, prima che finisse a profondità raggiungibili in una qualsiasi domenica?
Cito anche, più semplicemente, quando superiamo in pochi minuti, diretti in posti remoti, delle difficoltà che qualche domenica prima avevano richiesto ore di cauta esplorazione. Non è sbalorditiva la variazione del punto di vista da un fine settimana all'altro?
L'Esploratore supera difficoltà enormi e le canta, le mitizza, descrive non tanto la "grotta" o il "posto", quanto il cammino che lui ha fatto per arrivare laggiù, indovinando che esiste. Non parla delle ore di percorso ma di quelle che lui ha passato ad individuarlo. La nostra lentezza nel superare un meandro stretto non è una lentezza tecnica (fra un mese noi stessi lo varcheremo senza pensarci), ma mentale, acquisiamo lentamente l'entrata nell'ignoto. Poi, sulle mappe, tracciamo vie semplici e razionali per tornarvi e chi le ripercorre, a volte con noi stessi, le trova spianate, banali, ben diverse da come raccontavamo.
Nel caso di quel remoto cañon è lo stesso. Da luogo remotissimo è divenuto vicino. Da obiettivo di spedizioni è diventato luogo in cui si fa ricerca speleo-idrologica in un posto bellissimo. Ora i flussi di acque laterali cominciano ad avere un nome, cominciamo a sapere quali sono i polja , dove si raccolgono, le entrate laterali. In tutta questa esplorazione messicana io ci entro poco, ho rafforzato squadre, facilitato operazioni. Sono altri che se ne sono tracciati reti di percorsi in testa; ma quest'anno sono tornato laggiù. Sono stati pochi giorni, al solito, tutti dedicati ad una grotta: in pratica, è stata l'uscita di un fine settimana allargato.
Già questo, di per sé, mi lascia esterrefatto: era una singola, lunga e bella punta. Ad un certo punto, camminando per le brevi ore a cui attente ricerche hanno
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ridotto l'avvicinamento, ho colto commenti ironici sulla lontananza di quella grotta, che era "mitica". Ho pensato che se fossi stato uno degli esploratori maggiori di quel posto avrei sentito un po' di amarezza, mi sarei sentito incompreso, non avrei potuto replicare.
Poi ho pensato che anch'io, negli anni, avevo innumerevoli volte fatto come faceva chi parlava, confondendo il mondo visto da chi lo esplora con quello di chi lo ripercorre come ultimo arrivato. Me ne sono un po' vergognato, ma è inevitabile.
Rimane il fatto che ora la grotta del Rio La Venta è vicina. Le esplorazioni della primavera scorsa ci avevano portato a due chilometri dall'entrata, in una galleria unica, vasta, di bellezza insensata.
Quelle dell'autunno avevano localizzato due polja verso cui si dirigeva la grotta ed una strada che li raggiungeva. In quelle depressioni vivono in baracche dei coloni che mi hanno terribilmente ricordato quelli dell'interno del Brasile, gente semplicissima, attaccata a quelle poche terre, circondate di foresta.
Senza storia l'avvicinamento in camion, con storia, invece, l'arrivo nell'ultimo villaggio (Lopez Mateus) dove la diffidenza nei nostri confronti, quasi gringos, li spinge ad obbligarci ad una sosta di un giorno (gran danno per una esplorazione che ne prevede quattro, ma valeva la pena di farla) per far approvare dall'assemblea dei capifamiglia il fatto che andiamo nel loro territorio. Passiamo un afoso giorno sotto una tettoia, in attesa. La sera, finalmente, la gente ritorna da vie nascoste fra gli alberi e si raduna attorno a noi. D'improvviso è assemblea, convocata dal suono di un corno, e poco dopo qualche decina di persone sono sedute davanti a noi, interrogandoci con gli sguardi.
Convincerli che siamo innocui è facile. Spieghiamo esattamente cosa vogliamo fare e perché, scherziamo un po' e poi ci allontaniamo per farli decidere.
Decidono bene, naturalmente. Siamo davvero abbastanza innocui.
Il giorno dopo, in sei, entriamo in grotta.
Una settimana fa una squadra ci ha preceduti e ha portato le esplorazioni ad oltre quattro chilometri dall'entrata, raddoppiando il rilevato dell'anno scorso, mentre un'altra ha passato al setaccio, invano, il polje di Osman in cerca di entrate.
Ora noi andiamo a mettere il campo proprio sul limite delle esplorazioni, sotto una cascata di una decina di metri.
L'idea è quella di fare due puntate in avanti, possibilmente senza spostare ancora oltre il campo.
La "mattina" superiamo facilmente la cascata per vie alte e avanziamo in gallerie facilissime e bellissime. Avanziamo sino ad un salone. Una galleria alta chiude in fretta su gran depositi ma la via dell'acqua continua al di là di un lago. Ci dividiamo: Italo e i due matesini rientrano al campo rilevando; Fossile, Pota ed io avanziamo ancora per accumulare un buon tratto da rilevare rientrando. Dopo poche centinaia di metri, però, la strada. arriva in una sala assurdamente rombante per due cascate che vi si precipitano. Qui, finalmente, ci rendiamo conto che siamo in situazione di piena, si tratta di molti metri cubi al secondo che entrano. Una delle due cascate appare arrivare da fessure, l'altra, a sinistra, forse da una forra, altissima.
Pota affronta la risalita, supera una quindicina di metri, si fa raggiungere da Fossile che traversa ed entra nella forra con una arrampicata brillantissima.
Io, giù, guardo scendere, rilassato, il livello dell'acqua, poco convinto che la risalita andrà chissà dove. Trovo una alternativa che sembra tirare aria ma le urla dei due che svolazzano lassù mi indicano di salire.
La galleria riprende ancora più imponente benché il rio sia minore di quello della destra idrografica. Ancora un paio di chilometri di galleria (quanto impiegheremo a
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rilevare? mi chiedo), la galleria si spiana a quote confrontabili con Osman.
Usciremo? Sarebbe davvero strano, gli altri, fuori, hanno battuto per giorni.
Siamo ormai a circa 8 km e +360 dall'entrata. La galleria si allarga in laghi in cui avanziamo camminando in acque sempre più alte su un limo orribile, da esterno. Ci fermiamo quando è inevitabile mettersi a nuotare.
Pota è presissimo dalla vertigine dell'esplorazione ed è dimentico di rilievi e di altre puntate sin qui. In effetti esplorativamente stiamo facendo un'orgia, non una scopatina.
È lui che fa un gesto brillantissimo centrando con l'unico spezzone di corda che abbiamo uno sperone che si protende da una galleria sul soffitto, sopra l'acqua in cui siamo immersi. Saliamo. Lassù altre gallerie, una chilometrata o quasi, tutte infognate anche se, secondo le nostre speranze, devono essere da lì eventuali uscite. Oramai la quota è più alta della piana di Osman e dunque c'è la speranza di sbucare nelle foreste sulle colline circostanti, dove gli altri, effettivamente, possono essersi fatti sfuggire ingressi.
Macché, tutto sembra chiudere, mentre l'aria principale è proprio sopra i laghi. Pota è inebriato e adesso vuole recuperare lo spezzone, armarci il pozzetto successivo e scendere di nuovo nell'acqua.
E se andasse? Già. E il rilievo? E l'altra punta? Lo trasciniamo via.
In effetti il rilievo risulta più rapido di quel che temevo e in sei ore, se ben ricordo, siamo di nuovo al campo con un taccuino pieno di gran parte di quel che abbiamo percorso. Il riposo è lungo, anche troppo, e oramai fra un palla e l'altra ci sarà impossibile tornare al fondo. La squadra fotografica si ammutina contro Fox che se ne ha a malissimo e poi non vuole più andare quando ne raccogliticciamo una nuova. Vabbé, usciamo.
Mah, davvero qui in Messico oramai facciamo punte standard come quelle delle grotte italiane, con gli stessi problemi!
Forse è un buon segno, la "militarizzazione" delle squadre che abbiamo sperimentato sullo Hielo Continental, un mese prima, è davvero lontana.
E così l'efficienza.
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Anzi, la "produttività". Strana parola impiegata in una grotta ed una esperienza così fantastica, rientrando con un carnet così pieno di rilievi (4 km), nuove conoscenze e la testa piena di questi ricordi.
Fossile tiene il muso a tutti lungo il cammino a ritroso e poi anche un po' fuori, nell'assurda calura cui siamo tornati.
Un'altra squadra è intanto entrata nel canyon ed è andata al Castillo, un paio d'ore di navigazione verso monte. Riusciamo a raggiungerla camminando sulle rive e a stare con loro mezza giornata per le manovre necessarie a portare due grevi archeologi sino a 80 metri sull'acqua. Ma di questa tecnica ho già parlato sullo scorso bollettino.
Finalmente rientriamo.
La grotta, ora, credo sia in gran parte esplorata. Altre, forse troppe, continuano inesplorate a gettare acqua nel canyon, sotto pareti coperte di verde che si precipitano in acqua. Arrivederci.
Nightmare 1995, ancora tra noi
Attilio Eusebio
Il 14-10-1995 il collegio dei probiviri del CAI annulla il provvedimento di sospensione di Francesco Salvatori dal CNSAS per due anni deliberato dal Comitato di Zona del IV Gruppo - Umbria
La prima volta che incontrai Salvatori era il 1979, allora - tra i giovani leoni del GSP - avevo partecipato ad un campo interno a Montecucco e lì avevo conosciuto i "Perugini"; avevo anche assistito ad una discussione tra il Gobetti ed il Salvatori della quale avevo capito poco o niente, ma allora ero giovane e non capivo dove saremmo arrivati.
Le interazioni successive furono meno dirette fino ad una riunione dell'Assemblea dei Delegati Speleologici del CNSAS a Bologna successiva all'incidente del Veliko Sbrego, nella primavera del 1990. Nel frattempo ero diventato Delegato del 1° Gruppo ed avevo cominciato a capire qualcosa, così rimasi esterrefatto quando, durante la narrazione della dinamica dell'incidente, una voce dal fondo sala lanciò una accusa prima sussurrata poi più diretta nella quale il delegato del II° Gruppo (Friuli Venezia Giulia) ed i vari responsabili delle operazioni tra cui anche i medici presenti furono bollati con il nomignolo di "assassini" ed "irresponsabili".
A parlare era il Salvatori: non vi dico la bagarre che seguì a questa affermazione, insulti e minacce volarono da entrambe le parti.
Seguirono anche dei provvedimenti disciplinari e per farla breve, la direzione del CNSAS propose l'espulsione dal Soccorso Speleo di Francesco Salvatori, ma allora i probiviri del CAI annullarono la sentenza e l'individuo fu reintegrato nei ruoli.
Da allora incominciò a scorrere veleno, da una parte il Salvatori con il Centro Nazionale di Speleologia (CNS) di Costacciaro e soprattutto la complicità della
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Commissione Centrale della Speleologia e di una parte autorevole del CAI, dall'altra il resto della Speleologia ed il CNSAS.
In realtà chi si agitava di più e - come si direbbe in gergo - cercava rogne, era proprio lui, lanciava accuse più o meno velate, vagheggiava di coinvolgimenti strani e battute non chiare uscirono su quel bel periodico - che paghiamo anche noi - noto a tutti con il nome di SPELEOCAI, rivista potenzialmente fantastica finita nelle mani sbagliate.
Così la polemica continuò più o meno aperta, con schieramenti che si vanno delineando e la netta sensazione che la Commissione Centrale per la Speleologia (CCS) e lo stesso Salvatori si stiano avvicinando al "suicidio politico". Suicidio vicinissimo due anni fa quando la CCS rifiutò di dare il patrocinio a "Nebbia '93".
Al di là delle polemiche infatti "Nebbia '93" fu un trionfo mentre "Le giornate della Speleologia del CAI" organizzate provocatoriamente negli stessi giorni furono un fiasco.
Si poteva allora, con una leggera spallata rovesciare la CCS, sostituirla e darle una credibilità, ma la realtà è che non interessava nessuno; la Commissione infatti è a stento rappresentativa di sé stessa (e questo mi spiace dirlo perché ho anche degli amici lì dentro) e soprattutto ostaggio del Salvatori che la usa per i suoi scopi. A nessuno interessava e soprattutto tutti trovavano divertenti le polemiche a distanza; un abisso culturale divide le parti e quale sia la migliore "ai posteri l'ardua sentenza".
Tutto bene e divertente finché non si toccano alcuni luoghi sacri: uno di questi è il Soccorso.
E qui si innesca il penultimo episodio esploso all'interno della Delegazione Umbra, a seguito di un incidente in forra dell'agosto 1994 e del comportamento del volontario Salvatori. Forti polemiche seguirono l'incidente e soprattutto furono esplosive le dichiarazioni rilasciate ai giornali dal sempre nostro nelle quali si accusava il Soccorso senza mezze misure di essere stato totalmente assente: accuse gravissime ancor più perché fatte da chi fino all'anno prima era il Caposquadra e lo era stato per una decina d'anni.
La maggioranza della Squadra di Perugia voleva espellerlo, il Comitato di Zona decise, saggiamente direi, per una sospensione di due anni.
Oggi come allora il caso finì davanti ai Probiviri: quelli del CNSAS, che per intoppi "burocratici" ricevettero tardi le notifiche, furono superati da quelli del CAI - e giustizia volle che il sempre nostro fu nuovamente riammesso nei ranghi.
Questa era la sentenza che l'amico strombazzava all'inizio di novembre a Casola, atteggiandosi a vittima di un complotto.
Fino ad oggi mi ero imposto di tacere, il mio ruolo nel Soccorso suggeriva di non entrare in polemica e non lasciarmi trascinare a basse considerazioni, tuttavia di fronte ad una così smaccata immagine di controinformazione e di scorretta comunicazione mi sono deciso a scrivere. Accanto a quella sentenza infatti, mi sarebbe piaciuto vedere appesa sul "dazebao" anche quella della Sezione CAI di Perugia che lo radiava dal Club Alpino Italiano per tutte le ultime schifezze sulla CNS, mi sarebbe piaciuto vedere gli articoli dei giornali nei quali denigrava il Soccorso, o ancora le sentenze del TAR che hanno bloccato la delibera del Comune di
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Costacciaro e così via.
Ha ragione Rossi, la questione-umbra è delicata e se non concordo sull'ipotesi di un giudizio di massa buono o cattivo che sia, è fondamentale che tutti possano conoscere la realtà per capire. L'informazione guidata per fare dell'uomo un martire o un santo o un diavolo è fastidiosa e nociva chiunque esso sia.
Salvatori faccia la sua strada dunque, noi la nostra: ma gli eccessivi protagonismi, l'idea di essere indispensabili e l'essere convinti di avere il "verbo" in tasca in una struttura adulta non sono possibili. Chiuso l'incidente Salvatori che in qualche modo si risolverà, a noi - speleologi e soccorritori - restano ancora due problemi aperti:
1) la Commissione Centrale per la Speleologia, che con il suo comportamento in tutto questo putiferio sta rasentando il ridicolo. È comprensibile tuttavia il loro atteggiamento: essendo infatti l'unico loro cavallo di razza il sempre nostro può essere logico (nella loro visione) sebbene non produttivo difenderlo ad oltranza. Ma per questo cari amici speleologi - se lo scenario non cambia - esiste una sola possibilità: alle prossime elezioni cambiare i componenti e questo l'hanno capito persino i torinesi.
Bisogna così eleggere speleologi rappresentativi ed equilibrati che abbiano dietro realtà significative, e non il nulla come accade oggi per una grande maggioranza dei componenti.
Bisogna inoltre agire sulle Sezioni CAI perché facciano sentire a livello centrale il malcontento e mettano a nudo la non rappresentatività della CCS.
2) le interferenze tra CAI e CNSAS, qui l'argomento è più delicato ed è già oggetto di una pesante polemica che si trascina da decenni con alti e bassi. Non voglio certo tediarvi, e poiché su questo tema si potrebbe riempire una enciclopedia, parliamo dell'ultimo caso, quello in cui i probiviri CAI hanno annullato una decisione di un Comitato di Zona del CNSAS. Se non è discutibile né appellabile la sentenza in sé, se ne può discutere il modo. Direi che è brillata l'assoluta mancanza di eleganza, del rispetto delle competenze e di una minima forma di cortesia.
Leggendo la sentenza di annullamento mi sono sentito a disagio dalle argomentazioni prodotte, e più che giudici mi sono apparsi avvocati difensori.
Da organo tecnico, che per un cavillo burocratico può infilarsi in cose interne del CNSAS, alcuni si sono trasformati in politici che - di fatto - gestiscono le strategie, le approvano o le modificano, scrivono sui giornali, intervengono a convegni (cfr. Intervento sullo Scarpone) spiegandoci come è fatto il Soccorso e come è distribuito sul territorio; ci spiegano anche che dall'Appennino in giù gli interventi li fanno "esclusivamente" i Vigili del Fuoco, i Carabinieri e le altre forze dello Stato (chissà cosa ne pensano le nostre delegazioni del Centro-Sud?) e così via.
Questo è un problema più "pesante", più grave perché coinvolge l'essenza stessa del Soccorso, scredita la struttura e demotiva i volontari. Come Coordinamento Speleologico del CNSAS ce ne stiamo occupando per arrivare a definire ruoli e competenze, ma è importante fare arrivare le nostre opinioni, chiedere che anche queste cose vengano cambiate.
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Speleocomicologia:
retroscena sulla PretaMarziano Di Maio
Ogni tanto Mario Cargnel ci rallegrava con le sue facezie, ma da un po' non avevamo più letto suoi scritti: difatti l'ultima "recensione" che lo riguarda è comparsa sul numero di Grotte 109. Non ha più pubblicato? Macché, ha pubblicato, ma deve aver depennato qualche indirizzo a cui inviare i suoi bollettini: a Torino non è più arrivato niente. Però abbiamo avuto ugualmente occasione di sfogliare due suoi recenti libelli: uno è La mia Africa e l'altro Speleoalpinismo e vita di Mario Cargnel. Fra le montagne. sulle Vette e negli Abissi.
Il primo ci propone un'altra volta le esperienze giovanili di Cargnel nella sua qualità di fotografo al seguito delle truppe italiane in AOI (Africa Orientale Italiana). Pregevoli sono le foto documentarie di quel tempo. È poi sintomatico lo spirito che animava l'autore e che non è affatto sconfessato: la fede nella missione dell'Italia fascista portatrice di civiltà e di progresso a quei selvaggi di etiopi e di abissini, che ingrati si macchiavano di nefandezze verso i civilizzatori. Bazzicando con i pezzi grossi (Bruno Mussolini e qualche Altezza Reale), ci scappava per il nostro anche qualche distrazione, tipo i safari per andare a ammazzare elefanti.
Per la speleologia però è più interessante il secondo libello, che porta la data del 6 gennaio 1995. Sul quale, dopo esaltanti avventure in montagna, veniamo finalmente al capitolo Grandi imprese in grotta, caverne e abissi. Speleologia ad alto livello nei grandi fenomeni carsici italiani. Qui c'è anche dell'inedito, cose che vengono fuori solo adesso. Riportiamo testualmente alcuni brani tratti dal sottocapitolo Esplorazioni alla Spluga della Preta. Spluga "già descritta come Anticamera dell'Inferno", "per anni classificata come: la più profonda voragine del mondo" (quest'ultima espressione è a tutte maiuscole). I tre puntini tra parentesi indicano frasi omesse.
Nel 1962, dichiararono di voler venire con noi i rinomati speleologi di Torino, di Bologna e di Roma. Chiamarono l'impresa "Superspedizione" e vollero il sottoscritto Mario Cargnel a dirigere l'esplorazione ipogea. Fummo traditi, dai tre Gruppi, ben noti nella speleologia italiana. Nessuno venne a onorare il grande impegno che era stato profuso per celebrare la comunione e la fraternità esplorativa che, secondo me, in nome della lealtà operativa, dovrebbe sempre informare le maggiori iniziative. (...) L 'anno successivo vennero, silenziosamente, gli speleologi di Bologna e di Torino... I fedifraghi, speleologicamente assai bravi, riuscirono a scendere a quella che loro chiamarono Sala Nera a quota interna di 887 metri. Scesero pertanto di circa 250 m oltre il luogo che era stato conquistato dalla Superspedizione. Per il buon nome della speleologia italiana, mi sono ben guardato dall'esprimere dissenso sul modo di agire scorretto dei torinesi e dei bolognesi... Personalmente ho ripetutamente elogiato l'impresa speleologica di Giancarlo Pasini e dell'ignaro Gianni Ribaldone... In seguito (...) intitolarono i due più importanti pozzi a Gianni Ribaldone, deceduto poi sul Monte Bianco, e a Giancarlo Pasini. Eccellente come speleologo ma inaffidabile come uomo. Mi spiace, ma noi a Verona abbiamo il diritto di stigmatizzare la grave inadempienza. (...).
La Superspedizione, che voleva essere segno positivo per le collaborazioni speleologiche in Italia, nonostante le defezioni del GSP Cai Uget Torino e del "Clan" Pasini, Zuffa e C. di Bologna (deprecate altresì dai triestini Ing. De Martino, Prof.
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Valter Maucci e Marino Vianello) ha ottenuto l'adesione di ben 75 speleologi e studiosi. È stata forse la più nutrita spedizione speleologica di ogni tempo e luogo nel mondo. Si avvaleva altresì di un sostanzioso apporto delle Forze Armate concesse dall'allora Ministro Giulio Andreotti, grazie alle sollecitazioni del veronese Prof. Guido Gonella che allora ricopriva la carica di Ministro di Grazia e Giustizia. Ben 5 Professori istruivano la parte scientifica e 4 giornalisti seguivano le vicende esplorative. (...).
Da quanto sopra ho evidenziato, si può arguire che le operazioni hanno richiesto grande, anzi superlativo impegno dello scrivente. (...). Egli ha profuso indomita tenacia, perspicacia e, i lettori me lo consentano, anche diplomatica intelligenza. (...). È fuori di dubbio che tutti coloro che sono stati con me nelle imprese in grandi baratri, per lo studio e le significazioni dell'ignoto carsismo, può ben fieramente affermare di aver contribuito a creare una luminosa epopea che il tempo e gli eventi impediscono che si possa rinnovare, da chicchessia, nel futuro. (Fine).
Non sono necessari commenti (le smargiassate autoesaltanti si smascherano da sole e fanno parte del folklore del personaggio), ma forse è il caso di smentire balle colossali che potrebbero anche trarre in inganno qualche ingenuo. Non sono stati affatto i torinesi & C. a chiamare l'impresa "Superspedizione". Al sentire quella parola ci siamo sempre fatti grasse risate; noi quando andiamo in grotta parliamo di "uscite", se si sta in un posto per settimane si parla di "campi", per chiamarla "spedizione" deve essere almeno in Patagonia o in Vietnam, e quanto a "Superspedizione" essa ci richiama unicamente alla speleocomicologia. Men che meno sono stati i suddetti gruppi a volere Cargnel a dirigere le esplorazioni. "Fummo traditi": non è un tradimento se ti ritiri in buon ordine dopo aver sentito che vi sono 75 partecipanti, che si chiama Superspedizione, che ci sono le Forze Armate concesse da Andreotti su sollecitazione di Gonella, che 4 giornalisti seguiranno le vicende esplorative e via di questo passo. "L'anno successivo vennero, silenziosamente": l'avverbio emesso con malizia per far credere che la cosa è avvenuta quasi di nascosto. Invece nel 1963 siamo andati dopo che Cargnel aveva ufficialmente rinunciato a continuare; tutti sapevano che andavamo; "silenziosamente" se mai va tradotto senza grancassa, senza Forze Armate, senza giornalisti, ecc. Come mai l'unico ignaro è Ribaldone? Come mai solo Pasini è inaffidabile come uomo? Cosa c'entra Zuffa, messo tra i capintesta del Clan Pasini, il quale era allora un ragazzo di 16 anni, che con il coetaneo Grandi ha poi operato l'anno seguente fuori all'argano? Come mai non sono fedifraghi e scorretti anche faentini e modenesi? Mah.
L'ingresso della Preta (foto A. Eusebio)
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Ndr: ci è gradito ospitare questa nota di Alessandro Ferretti, Segretario della Federazione Speleologica Toscana, in modo da informare al più presto la speleologia italiana su un'assurda situazione che sta per coinvolgere il maggiore complesso ipogeo d'Italia (a quanto pare questo numero di Grotte è tra tutti i bollettini nazionali quello che uscirà a scadenza più breve).
La turisticizzazione dell'Antro del Corchia
Alessandro Ferretti
Il giorno 7 aprile 1995 a Levigliani (LU), con poca pubblicità ed un po' in sordina, viene presentato ufficialmente un progetto di "Valorizzazione Turistico Ricreativa dell'Area del Monte Corchia" realizzato, su richiesta del Parco delle Alpi Apuane, dalla Cooperativa Città Futura di Lucca e dai Prof. Paolo Leon (III Università di Roma) e Prof. Maurizio Tenenbaum (Università "La Sapienza" di Roma), rispettivamente per la parte tecnica e per la parte di valutazione economico-finanziaria.
Parte del progetto complessivo è un "Progetto di Utilizzo Turistico-Ricreativo dell'Antro del Corchia", curato dall'Ing. Giuliano Delle Mura della Cooperativa Città Futura (allegato per vostra conoscenza), che per caratteristiche e per ammissione dell'autore stesso, non è che un progetto di massima, da intendersi quindi come ipotesi di fattibilità. Da notare che il Parco non ha minimamente considerato la possibilità di avvalersi dell'aiuto e/o consulenza di associazioni speleologiche riconosciute, sebbene gli autori del progetto abbiano spesso fatto riferimento a lavori che queste hanno svolto in passato.
In data 30 ottobre 1995 la Giunta Regionale della Toscana delibera, nell'ambito del Regolamento CEE n.2091/93 ob. 5/b Sottoprogramma 6 Ambiente Misura 6.3 "Valorizzazione Parchi ed Aree Protette", un finanziamento di lire 2.170.000.000 per la realizzazione di un percorso turistico attrezzato nell'Antro del Corchia. Citando testualmente dalla delibera:
Si tratta di realizzare un percorso turistico attrezzato che permetta la parziale fruizione turistica dell'Antro del Corchia. Dalla zona di ingresso, costituita dalla "Buca del Serpente", si raggiunge la "Galleria delle Stalattiti" con opere di basso impatto.
Viene attrezzato, con passerelle e/o scale d'acciaio o in alluminio, un tratto di grotta di circa 1,1 km; l'attrezzatura viene completata con la parte di impiantistica, di illuminazione, dalla rete telefonica, da sistemi di controllo e di allarme.
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Realizzazione spazi di accoglienza ed accesso |
L. 420.000.000 |
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Attrezzature percorsi (scale, passerelle,...) |
L. 830.000.000 |
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Impianti (illuminazione, rete telef., etc.) |
L. 920.000.000 |
Appare quindi chiaro che un "progetto di fattibilità" è in breve tempo diventato un progetto operativo, con il rischio che una frettolosa fase progettuale, unita ad un rapido inizio dei lavori legato alla necessità di utilizzare i fondi disponibili, abbia come
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conseguenza la realizzazione di una delle tante "cattedrali nel deserto" che, purtroppo, sono molto comuni nel nostro paese.
Inoltre, al progetto suddetto non corrisponde nessun tentativo di ridurre l'attività estrattiva del marmo sul monte Corchia, scelta che avrebbe potuto indicare la disponibilità degli abitanti e delle Istituzioni ad un rilancio produttivo ed economico della zona verso attività a basso impatto ambientale, ma anzi, i recenti tentativi di riperimetrazione delle aree di protezione del Parco delle Alpi Apuane danno chiara indicazione che si vuoi fare il contrario, cercando così di sfruttare al massimo le risorse ambientali con la cecità tipica di un capitalismo ottocentesco che oggi, in un paese moderno, non ha ragione di essere.
Quello che più meraviglia e preoccupa è il ruolo assunto dal Parco in merito a tutto questo. Da una parte è l'artefice del progetto e lo ha affidato "in toto" a tecnici che, in quanto ingegneri, non hanno necessariamente conoscenze geologiche e/o speleologiche tali da poter valutare i problemi reali legati alla turisticizzazione parziale di un sistema carsico come l'Antro del Corchia, connessi sia alla alterazione e conservazione della grotta, che ad una sua utile ed istruttiva gestione. Dall'altra parte lo stesso Parco sembra ben disposto a compromessi con chi pratica l'attività estrattiva ma non con chi mira ad una maggiore tutela ambientale. Il ruolo costruttivo di mediazione tra "tutela" e "estrazione del marmo" che il Parco delle Apuane dovrebbe avere viene quindi a mancare del tutto, dando l'impressione che il Parco stesso, nel tentativo di esistere e sopravvivere ad ogni costo, è disposto ad accettare ruoli "fantozziani". Dal momento che i finanziamenti al Parco vengono dalle nostre tasche, ogni commento è lasciato a voi...
Come Federazione Speleologica Toscana, dopo aver attentamente esaminato il progetto, abbiamo comunicato nel mese di giugno al Parco delle Apuane le nostre conclusioni. Il nostro atteggiamento non è quello di un rifiuto "di principio" alla turisticizzaione dell'Antro del Corchia, ma di disponibilità alla collaborazione perché questa sia condotta in modo serio e corretto, al fine di realizzare un'opera utile ai fruitori e nello stesso tempo minimizzare i danni alla grotta stessa e all'area carsica circostante, prendendo spunto dal documento della SSI sulla fruizione turistica degli ambienti carsici. Naturalmente non abbiamo avuto risposta ed il progetto è stato finanziato nella versione originale...
In Toscana siamo sinceramente preoccupati. Come speleologi conosciamo bene la delicatezza delle aree carsiche e nutriamo forti dubbi che gli esecutori materiali del progetto di turisticizzazione dell'Antro abbiano le nostre conoscenze e la nostra stessa sensibilità. Temiamo fortemente che il miraggio del guadagno accechi ulteriormente quanti si ostinano a non vedere l'unicità e l'utilità collettiva di certi beni ambientali non rendendosi conto che con la loro opera li stanno compromettendo per sempre.
Per il momento siamo in attesa di ulteriori sviluppi e già stiamo cercando di attivare contromisure. Può darsi che abbiamo bisogno di un aiuto da tutti voi, nella speranza di partire dal caso Antro del Corchia per affrontare la discussione di principi generali, comuni a livello nazionale.
Purtroppo i problemi locali finiscono sempre per interessare localmente tutti e diventano così problemi globali. È necessario quindi convincersi che possiamo ottenere di più solo facendo sentire tutti il nostro peso. Siamo tanti ma male organizzati e, nel tentativo di evitare cose che ci sembrano troppo grandi, andiamo solo, e magari da soli, in grotta ed esponiamo il fianco a chi, per furbizia o intraprendenza, può facilmente "tagliarci la corda sul pozzo" perché tanto nessuno controlla. Sta a noi decidere il nostro stesso destino.
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Locandina del 39° Corso di Speleologia GSP