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GROTTE
anno 38, n. 117 - gennaio-aprile 1995
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
sommario
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Frammentazione |
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Notiziario |
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Attività di campagna |
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Il 38° Corso |
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Barmassa Anno Zero |
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L'area carsica di S. Anna di Bernezzo |
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Val Tanarello |
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Hielo Continental 95: mamma mia |
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Esplorando Internet |
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Note tecniche |
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Ancora sui trapani, connettori e batterie |
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Precisazioni |
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Altro sulle batterie |
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Ancora Pierino |
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Risalita dell'archeologo |
Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n. 6 di luglio-agosto 1995.
SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE
GRUPPO III PUBBLICITÀ INFERIORE AL 50%. - TORINO
Direttore responsabile: Emanuele Cassarà
(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13.10.73)
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Redazione: |
Giovanni Badino, Giampiero Carrieri, Marziano Di Maio, |
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Attilio Eusebio, Daniele Grossato, Laura Ochner, Riccardo Pavia. |
Foto di copertina: Giovanni Badino (Colorazione nel ghiacciaio Moreno - Patagonia)
Bozzetti di Simonetta Carlevaro
Stampa: La Grafica Nuova, Via Somalia 108/32, Torino
Stampato con il parziale contributo della Regione Piemonte (Legge regionale 69/81)
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Frammentazione |
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Daniele Grossato |
Mi piacerebbe usare questo spazio dedicato al presidente per dire tutte le cazzate che mi passano per la testa riguardo al gruppo... ma non sarebbe giusto: 1. perché la stragrande maggioranza delle persone che leggono Grotte non sono del GSP; 2. perché la funzione di questo bollettino è trasmettere, in tempo più o meno reale e in prospettive future, delle informazioni inerenti i nostri movimenti nelle grotte, nuove o vecchie che siano.
Nonostante ciò volevo spendere qualche parola su un argomento che può anche considerarsi di carattere generale: il rapporto tra numero di uscite (e quindi gente che si muove) e risultati concreti ottenuti (esplorazioni) è sproporzionato. A mio avviso questo è imputabile alla frammentazione (o poca determinazione che dir si voglia) con cui portiamo avanti i lavori di attività. Mi spiego meglio: durante ogni stagione continuiamo ad aprire nuovi capitoli di lavoro che poi rimangono lì, "in attesa che qualcuno ci ritorni", solo perché nuovissimi capitoli, più stimolanti, ci fanno dimenticare i precedenti che probabilmente richiedono più tempo del preventivato; in questo modo finiscono nel dimenticatoio lavori importantissimi (vedi per esempio la giunzione Piaggia Bella - Labassa, per citarne uno dei più eclatanti) che con un po' più di determinazione potrebbero certamente regalarci grosse soddisfazioni, anche personali.
Ma è poi vera questa mia convinzione oppure la reale causa dei nostri mediocri risultati è l'incapacità di esplorare? Mah...

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Notiziario |
Borgo didattico di Costacciaro e CNS
Durante l'anno scorso si è andato configurando uno scontro durissimo fra il CNS e i CAI Umbri. Lo scontro aveva origine in divergenze personali insanabili, in particolare fra Felice Larocca e Checco Salvatori. Su questo si è inserito lo scontro secondario Salvatori-Presidenti dei CAI Umbri, probabilmente dovuto alla eccessiva presenza del primo su argomenti ritenuti propri del CAI, vedi Carta dei Sentieri e probabilmente alla nota diplomaticità di Checco. Questo era forse il senso della mancata indicazione del Convegno Centro-Meridionale-Insulare di Salvatori a far parte della CCS.
La designazione è stata poi fatta dal Presidente Generale in persona contro il parere dei Presidenti locali, il che ha causato l'acuirsi della tensione ma ha permesso alla CCS di riconvocarsi identica a prima. La situazione è grandemente degenerata alla fine dell'anno scorso, con anche l'accusa di gravi irregolarità nella gestione finanziaria del CNS.
Il punto di debolezza del CNS era infatti che il CAI centrale aveva sotto controllo il CNS tramite il CAI Perugia e che dunque il legame era saltato.
La mediazione di Rossi ha solo ottenuto un rinvio della espulsione di Salvatori dal CNS, prevista per l'inizio dell'anno e rinviata al 30.6 per dargli modo di concludere alcune iniziative.
Ma a questo punto il Comune di Costacciaro ha denunciato l'accordo col CAI.
Per l'importanza che riveste per l'intera speleologia italiana presentiamo copia della delibera del 25.5.95 con la quale si è chiusa l'attività del CNS ed è nato il Borgo Didattico di Costacciaro. Il testo rinchiuso fra lineette è il succo di frasi burocratiche e non decisive.
Il resto è trascrizione.
DELIBERA
A) Di procedere alla realizzazione del Borgo Didattico di Costacciaro individuandone le seguenti aree operative:
1. TUTELA E VALORIZZAZIONE - salvaguardia e valorizzazione della zona alta Val di Cascio e Monte Cucco -
2. EDUCAZIONE AMBIENTALE. Realizzazione del Centro Educazione Ambientale per a) progettare e realizzare corsi di formazione professionale per addetti alla tutela e fruizione delle aree protette, corsi di aggiornamento per docenti, corsi propedeutici per il conseguimento della professione di guida escursionistica e speleologica, ...
3. RICERCA E DOCUMENTAZIONE. Realizzazione e gestione del Centro Ricerche e Documentazione sul Carsismo per a) lo studio delle caratteristiche e dell'evoluzione dei sistemi carsici - in particolare MC -; b) creazione e gestione di un osservatorio sull'inquinamento delle aree carsiche e dei sistemi idrogeologici ad esse collegati, - in particolare MC -; c) progettazione. realizzazione e gestione di una Banca Dati informatica da collegare alla rete telefonica pubblica e a quelle messe in essere da enti statali e regionali, avente come oggetto la raccolta, la catalogazione e la comparazione di dati e documenti relativi alle emergenze naturalistiche, escursionistiche, esplorative, logistiche del territorio appenninico e del MC in particolare.
4. INFORMAZIONE, PREVENZIONE E SOCCORSO. a) creazione e gestione di un servizio di assistenza e informazione per escursionisti, speleologi, deltaplanisti, ricercatori, operatori didattici, guide, turisti; b) ricerche sulle caratteristiche dei materiali di progressione in grotta e in montagna; c) sistemazione preventiva di percorsi escursionistici in
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superficie e sotterranei; d) attivazione e gestione di una struttura operativa finalizzata al soccorso in grotta e montagna.
5. DIVULGAZIONE E PROMOZIONE - musei, video, strutture congressuali per divulgazione sul territorio appenninico -
B) di individuare le seguenti sedi operative del Borgo Didattico:
1) ex convento delle suore in via Galeazzi, attuale sede del CNS, edificio di proprietà comunale comprendente arredi, attrezzature ed automezzi anch'essi di proprietà comunale, struttura da destinare, in quanto unica adatta allo scopo, a sede del Borgo Didattico, nonché luogo dove svolgere le attività collegate con le seguenti aree operative: Tutela, Ed. Ambientale, Ric e Doc, Inf Prev Soccorso.
2) ex chiesa San Marco... per l'area operativa Divulg. e Promozione
C) di recedere, in virtù dell'art. 11, comma 4, legge 241 7 agosto 90 e al fine di utilizzare l'attuale sede del CNS come sede del Borgo Didattico, dalla convenzione di cui alla delibera consiliare 131 del 30/9/88 stipulata con il GS CAI Perugia in data 10/2/90, a far data dal prossimo 7/6/95.
D) di dare atto che la realizzazione del Borgo Didattico avverrà per gradi e che nella prima fase saranno attivate le aree operative 1,2,3,4 con sede nell'ex convento delle suore in via Galeazzi.
E) di dichiarare detta delibera immediatamente eseguibile...
con voti favorevoli 8 e contrari 4 ...
Dalla discussione: - un consigliere di minoranza chiede chiarimenti sul CAI, che chiama "centro alpino italiano"- Il sindaco: - non abbiamo nessun potere di far morire o vivere il CAI, che continuerà ad esistere nella sua struttura-... non è che per noi il CAI assuma una importanza rilevante in questa fase. Noi vogliamo certamente rapportarci successivamente con il CAI nazionale... perché bisogna creare una serie, una rete di soggetti interessati al fine di rendere la gestione del Borgo Didattico più semplice e meno onerosa possibile anche al fine di avere rapporti con Enti ed istituzioni superiori che potrebbero essere agevolati e facilitati da chi come il CAI nazionale attualmente sta lavorando e sta rapportandosi con il Ministero dell'Ambiente per una serie di progetti che in parte si realizzano a Costacciaro. - le prospettive per il Comune sono grandissime dopo l'istituzione dei parchi e non potevamo stare intrappolati nella convenzione col GS CAI Perugia. Del resto non essendoci nel CNS fini di lucro e attività privata non verrà danneggiato nessuno. -
Con questo Salvatori sembra aver vinto perlomeno la battaglia, rendendosi completamente indipendente dai CAI, centrale o locali. La lettura che ne viene data in ambito CCS è che sia stato un colpo durissimo per il CAI. Salvatori punta ad una attività più vasta che non quella speleologica (non è un caso che nel nome non appaia più il nome "speleologia") e a costituire un punto di attività di tipo protezionistico e documentativo per l'Appennino che dovrebbe (avrebbe dovuto?) avere il CAI.
Il fatto di costituire squadre di soccorso comunali, sia per grotte che per montagne, sembra avere solo una ragione di polemica col CNSAS e un'altra, forse maggiore, nel timore di trovarsi l'attività del Borgo Didattico controllata dalle gerarchie locali del CNSAS.
(GB)
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I Maya non avevano oro
In data 14 aprile 1995 Tullio Bernabei dell'Associazione culturale La Venta ci scrive:
"Recentemente qualche buontempone ha scritto di me su Grotte. È lo stesso che si spaccia per organizzatore di spedizioni (tornerò presto su questo argomento, riservatemi un po' di spazio), lo stesso che ultimamente vuole essere chiamato "professore" dai giornalisti RAI, lo stesso capace di affittare una mandria di cavalli per due giorni pur di dimostrare che detta mandria non può raggiungere un ghiacciaio.
Bene, costui ha scritto sulle pagine di Grotte, come gli consentite troppo spesso, sostenendo che io abbia trovato un bracciale d'oro in una grotta del Rio La Venta: la battuta è divertente, ma il problema è che qualcuno c'è cascato (non conoscendo personalmente la fonte).
Non è vero. Giuro che non è vero. Intanto perché nel mondo Maya non circolava oro, ma giada, poi perché se l'avessi trovato avrei eliminato uno ad uno i testimoni (tranne Valentina, per la quale avrei dovuto chiamare l'esercito messicano) e non sarei né a Magliano Sabina, né in Messico, ma sul mio atollo nel Pacifico, alla faccia vostra.
In ogni caso le esplorazioni laggiù continuano, prima o poi ce la farò.
Cordialmente vostro"
Tullio
Slovenia
Ogni volta che leggevo su libri internazionali che il Carso era in Slovenia mi irritavo: "ma come, e il carso triestino? È in Slovenia e in Italia". Un viaggio a Trieste e Slovenia mi ha convinto che la frazione italiana è veramente un frammentino del Carso, che è sostanzialmente in Slovenia. Vi sono andato a continuare i giri di grotte turistiche d'Italia e paesi limitrofi. Gli amici della CGEB mi hanno trattato bene in modo commovente, era un po' di anni che non andavo a TRST ed è stato veramente simpatico.
Abbiamo visitato il Trebiciano, dove la apocalittica ferrata fatta dall'Adriatica permette anche a famiglie numerose la visita in questa signora grotta, veramente consigliabile.
Dalla parte slovena Postumia, con sette speleo della CGEB, poi la fantastica Skocjan, la grotta del Fumo, il Rio dei Gamberi, il castello... Insomma una esperienza favolosa, mistica del carsismo davvero per antonomasia, in posti meravigliosi abitati da gente gentile. Davvero consigliabile per chi, ora, voglia fare degli stage di qualche giorno alla fine dei corsi di speleologia.
Quanto c'è ancora da fare esplorativamente di là! Ma, per quel che ho capito, ora che ci si può andare senza problemi, il lavoro più grosso è da fare in testa alle persone (slovene e italiane) che hanno sempre considerato quelle zone come rubate dagli "altri" e che si trascinano ancora ferite un tempo gravissime ma ora vecchie di mezzo secolo.
È notevole che già l'altopiano sopra Trieste sia abitato in prevalenza da popolazioni di origine Slovena. Perché gli Sloveni in Carso? In questi tempi di spettri nazionalistici può essere interessante per qualcuno leggere una nota su ciò che ne ho imparato, leggendo qua e là.
La culla delle popolazioni slave è sita all'incirca nelle zone del Nord Ucraina (diciamo Chernobyl) ed essi poterono così aumentare la pressione sui confini danubiani, anche solo per sfuggire agli attacchi dei nomadi asiatici, militarmente superiori a chiunque non fosse organizzato in modo favoloso. Erano solo ostacolati dal fatto che, da Nord, anche tribù germaniche premevano per entrare in quel paese che, a leggere testi dell'epoca (ad
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esempio Procopio, La Guerra Gotica) doveva apparire favoloso, con le città deserte ma ancora incredibilmente intatte.
I popoli delle zone "Carsiche" erano naturalmente Galli (cioè: Celti) romanizzati, ma verso il 3-400 una serie di pestilenze e poi di guerre aveva quasi desertificato l'intera penisola, comprese quelle zone.
Gli Slavi si erano dunque potuti spingere avanti sino a stanziarsi in Stiria e Carinzia, ma davanti a loro, in Pannonia, c'era una tribù germanica importante: i Longobardi. Notare che parliamo sempre di poche decine di migliaia di persone, ma in Italia la popolazione era veramente rada. Quando con Alboino i Longobardi fecero irruzione in Italia gli Slavi avanzarono nel vuoto lasciato dietro dì essi, impadronendosi del Carso: era circa il 580-600. I Longobardi (da cui "Lombardia", nome del Nord Italia sino a non molto tempo fa, ma ancora adesso in inglese, longobardo e lombardo si dicono "Lombard") intanto occuparono le gallo-romane piane del Po, riempiendo le lingue della penisola di elementi germanici, che si aggiungevano a quelli dei Goti: schiena, zuppa, guerra, bivacco, guarire...
Come dici? Se quegli zucconi di tedeschi hanno avuto successo nell'imparare a parlare Italiano? Discreto, direi. "Alighieri" è un nome germanico.
Il grosso della penetrazione degli Slavi Alpini (progenitori degli Sloveni) ben di qua delle Alpi, è più recente. Intorno all'8-900 vengono chiamati dai patriarchi di Aquileia a ricolonizzare le pustote, i poderi abbandonati: si formano così innumerevoli colonie slave in Friuli e sin ben dentro il Veneto attuale. Ci lasciano una vastissima toponomastica: chi sa, ad esempio, che il nome del Sacrario d'Italia, "Redipuglia", non si riferisce alla Puglia ("Apulia"), ma a "Polja" perché vuoi dire "campo centrale" in Slavo antico? La purezza degli uni e degli altri si è poi dissolta in innumerevoli notti d'amore e da questa parte hanno
Slovenia: vivere tra le doline (foto A. Eusebio)
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prevalso i dialetti del latino, ma ci sono rimasti toponimi slavi dappertutto.
E in Carso? In quelle zone in cui risiedono da tanto tempo quanto quello da cui i Lombardi risiedono nella valle del Po e la tribù germanica dei Franchi in Francia (Frankreich, "regno dei Franchi", in tedesco) gli Sloveni stavano tranquilli. Solo se si avvicinavano troppo al mare venivano "venetizzati" all'istante della superiore forza della Serenissima che portava avanti con estrema energia la politica di venetizzare tutte le coste mediterranee da qui alla Siria, ricacciando ove necessario gli elementi locali fra i monti, all'interno, a vivere di pastorizia oppure catturandone un po' per metterli ai remi delle galere (è da qui che si passa in italiano da slavo, Sclavus a "Schiavo", come in inglese che Slavo e Schiavo si dice: "Slave"). Ecco dunque che quelli che son riusciti a tenersi alla larga dal mare sono sopravvissuti culturalmente e li troviamo ancora lì, anzi, là, un po' indietro, tanto da non trovarsi con un remo in mano.
Tutte le popolazioni europee sono insediate "da poco" ove abitano, e nessuna ha un che di "puro": scuotere i letti altrui era troppo bello... Prevaleva, di volta in volta, la lingua più opportuna localmente.
Del resto la Pjuka, Skocjan e tutte quelle altre splendide grotte non sono slovene più di quanto Piaggia Bella sia italiana: non hanno cittadinanza. Dobbiamo poterle proteggere, esplorare e adorare senza preoccuparsi del tipo di suoni che emettiamo per comunicare fra noi. Postojna (chissà come si chiama in realtà!) è tanto mia quanto di Gregor Pintar , così come il Corchia.
Cerchiamo di dare il buon esempio almeno noi speleologi, imparando a fottercene delle nazionalità ed attaccando chi non lo fa.
(GB)
Dent des Crolles
Ancora un giro di tipo burocratico (visita alla favolosa grotta turistica di Chorance e contatti con la FFS) che ho potuto trasformare in una visita ad una delle cavità cult della speleologia d'oltralpe, il Reseau de la Dent de Crolles, oltre cinquanta chilometri di gallerie per seicento metri di profondità non lontano da Grenoble, oggetto fra le due guerre di esplorazioni all'epoca straordinarie di Pierre Chevalier e compagni. Vi sono andato con Marc Faverjon: alcune ore di vagare in quel labirinto estremamente complesso dopo esservi entrati dalla splendida risorgenza, la Guiers Mort. Il GSP da alcuni anni ha incluso le grotte francesi nei suoi circuiti escursionistico-corsistici, e fa molto, molto bene. Dent des Crolles è un'altra che merita davvero di essere vista.
(GB)
I plagiari della Valtrompia
Essere imitati può anche dare soddisfazione, può dare la conferma che si è avuta una buona idea, magari il contentino di aver fatto scuola. Più d'una volta abbiamo potuto notare che qualcosa della veste del bollettino ci era stata copiata, ma in fin dei conti il progresso passa anche per la ripetizione delle innovazioni, affinché da un certo piano si possa poi passare a uno scalino successivo e così via, salendo. Con il n.17, per esempio, avevamo innovato nel formato, e ben presto esso é piaciuto e si é diffuso anche fuori dall'ambiente speleo, e qualcuno ha anche pubblicamente ammesso di essersi ispirato a noi, vedi G.P. Boschero che tanti anni fa ha dato nuova veste al periodico occitano Novel Temp da quando ha visto un Grotte in mano a Giovanni Badino, conosciuto al Collegio Universitario. Fa piacere. Essere però copiati così smaccatamente (diciamo
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pure plagiati), nei minimi particolari dell'impianto grafico, come sul n. 1 del Fierarol, nuovo bollettino d'un gruppo della Valtrompia, non era mai successo e di fronte a tanta disinvoltura siamo rimasti di stucco.
(MDM)
Di tutto un po'
Rientrata con qualche danno la spedizione dell'Associazione La Venta nel Canyon La Venta. Il principale obiettivo era la grotta de La Venta, l'anno scorso esplorata per un paio di chilometri abbondanti. Quest'anno è stata portata a 8500 m per circa 370 m di dislivello positivo. Due dei membri della spedizione hanno chiappato i funghi, ma non ai piedi: ai polmoni. Istoplasmosi, ma son riusciti a salvarsi.
(GB)
Sembra che il sifone a valle di Su Spiria stia per esser superato! Speleosub sardi sono avanzati per 190 metri sino a -24, in una zona in cui le enormi gallerie che lo costituiscono sembrano risalire. Prossime novità alla fine di luglio.
(GB)
Si è tenuto a fine maggio il III Incontro Speleologi Piemontesi (neh) organizzato dalla AGSP e soprattutto dal Gruppo Grotte Novara al quale vanno i nostri complimenti. Il luogo di incontro era situato in una valle non usuale agli speleo (Valle Strona, Novara) dove tuttavia si aprono alcune grottine note da tempo tra cui la grotta di Sambughetto.
Durante il raduno sono stati trattati argomenti quali Autosoccorso, sollecitazioni sulle attrezzature, disostruzione. Sul prossimo bollettino maggiori dettagli.
"Riccardo Pavia vuol bere il mare? Se si impegna è possibile. Spostare una montagna? Se si impegna è possibile. Afferrare la Luna? Se si impegna è possibile. Laurearsi in geologia? No, questo è assolutamente impossibile". Questo avrebbe detto chiunque qualche tempo fa: invece no, Riccardo Pavia il giorno 21 marzo 1995 si è laureato, distruggendo un mito.
È nato il figlio di Z e Macchinetta. si chiama "V" (Valerio). Procede invece la cova del nuovo figlio di Meo e Margherita: arriverà per Nebbia.
Per un errore redazionale una breve nota di Notiziario sul numero scorso dedicata a questioni del CAI (titolo: CAI) è apparsa non firmata, nonostante fosse alla prima persona singolare e quindi non nota redazionale. L'autore era Ube Lovera. Ci scusiamo con lui e coi lettori.
Si è tenuto a Bossea a fine marzo un simposio internazionale sul monitoraggio dell'ambiente ipogeo, soprattutto ai fini della protezione delle grotte turistiche. Sono intervenuti ricercatori da ogni parte del mondo, anche dall'Australia e dalla Cina, con una trentina di comunicazioni.
In febbraio si è conclusa la catalogazione dei libri della biblioteca del GSP. Si tratta di un patrimonio di quasi duemila volumi. Rimangono da catalogare le riviste.
Ripresa la tradizione delle gite sociali del CAI-UGET organizzate dal GSP, abbandonata da una quindicina d'anni. A fine gennaio a Rio Martino, hanno partecipato
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55 soci ugetini dei quali una parte notevole si è poi iscritta al corso.
Giorgio Baldracco è diventato vice-presidente del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese, la maggiore sezione regionale facente parte del CNSAS. Fof, al secolo Franco Cuccu, piemontese purosangue, è divenuto responsabile della Commissione Disostruzioni della sezione speleo del CNSAS. Avanti Savoia!
Sopra Eca il gruppo di Giaveno ha trovato una grotta di circa cento metri di profondità: notizie prossimamente.
Proiezioni. In sede il 26 gennaio in preparazione della gita sociale sono stati proiettate diapositive sulla Patagonia e sul Pakistan. In collaborazione con la Circoscrizione Cenisia-Cit Turin abbiamo proiettato il video del Messico e il Salto nel Buio di Meo. Altra proiezione, questa volta di Giovanni, a Cairo Montenotte. immagini di ghiaccio, Venezuela, Messico, Speleologia No Grazie.
Nuovi indirizzi. Attilio Eusebio e Loredana Valente hanno cambiato casa, anche se di poche centinaia di metri. Il nuovo indirizzo è Corso Monte Cucco 131, 10141 Torino e il numero di telefono è: 011 3850737 e 0330 471953.
Anche Antonello Molino (Enos), socio di base a La Morra, ora ha un indirizzo a Torino: via Principe Tommaso 21, telefono 658050.
Un vecchio socio GSP a Rio Martino: Marziano Di Maio
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Attività di campagna |
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a cura di Massimo Taronna |
6 gennaio 1995. Piancavallo (Pordenone). D. Grossato, con amici di Sacile: L. Imperio, A. Mottola, P. Velo e altri. In una grotta scoperta dai sacilesi, a continuare il lavoro di disostruzione alla base del primo pozzo (~P30). Lavoro ancora lungo.
Zona S. Anna di Collarea (Val Roburent). M. Vigna. Trovati alcuni buchi soffianti, localizzati in prossimità di Congiuntivite, da aprire.
8 gennaio. Zona S. Anna di Collarea (Val Roburent). M. Vigna. Battuto il versante Ovest. Rivisto il buco della Rivoera, con aria "impressionante". Occorre continuare i lavori di scavo.
7-8 gennaio. Abisso A11 (Marguareis). V. Bertorelli, G. Carrieri, U. Lovera, R. Ricchiardone (G.SG), M. Taronna, P. Terranova. Un altro mito è caduto; dopo aver raggiunto il lago/sifone, viene recuperato Bofirio, il mitico sacco da punta contenente chilometri di corde, che si rivela essere più magro del previsto. Viene disarmata la vecchia via, favorendo così la nuova che passa per le gallerie Ghedd'Ube. Iniziato un traverso in cima al pozzo immediatamente a monte delle suddette gallerie.
15 gennaio. Grotta della Barmassa (Limone Piemonte). I. Cicconetti, A. Eusebio, G. Fanchini, P. Fausone, A. Molino, G. Romondia, M. Vigna. Poppi tenta un'estemporanea immersione nel sifone finale, mentre Meo e Igor con un secchiello disinnescano un altro sifone. Il risultato: aria molto forte e una condotta che sale, ma la necessità di bagnarsi consiglia di tornare con attrezzatura adeguata.
Mondolè (Artesina). D. Girodo, M. Ingranata e M. Taronna, più o meno del GSP, G. Balestra, M. Primolan, F. Vacchiano e vari ex-allievi del GSG. Tentativo di entrare alla Balma Ghiacciata, trovata solo nel pomeriggio dopo lunghe ricerche. Numerose zone soffianti. Presso una di esse iniziata la disostruzione.
22 gennaio. Grotta di Alma (Eca, Ormea). D. Grossato, M. Ingranata, E. Martiello, M. Taronna, G. Balestra (GSG), M. Primolan (GSG), R. Ricchiardone (GSG). Ripresa dello scavo iniziato nel febbraio del '93. Aria soffiante fortissima, molto aizzante, ma lo scavo si presenta assai duro. La grotta è stata soprannominata Pat'onza (ogni riferimento è puramente voluto). 20 metri più in basso viene disostruito un altro buco soffiante, che dopo alcuni metri necessita anch'esso di disostruzione.
Grotta della Barmassa (Limone Piemonte). I. Cicconetti, G. Fanchini, E. Rava, G. Romondia, M. Vigna. Nuovamente disinnescato il sifone del troppo pieno, per la gioia di Meo, colto successivamente da violente crisi depressive per il consueto risultato C.D.M. (Come Da Manuale): chiude! Trovato un cunicolo con forte aria, esplorato per 15 metri, che potrebbe by-passare il sifone attivo, ma serve la muta.
29 gennaio. Grotta di Alma - Pat'onza (Eca, Ormea). G. Balestra (GSG), D. Girodo, M. Ingranata, M. Taronna, più folta rappresentanza di giavenesi. Dopo epico lavoro si passa la frana, arrivando in un ambiente un poco più largo. Da qui occorre continuare con la disostruzione.
Rio Martino (Valle Po). Taaanta geeente!!! Per forza, è la gita sociale organizzata dal GSP per l'Uget (~50 persone).
4-5 febbraio. Piaggia Bella - Filologa (Marguareis). D. Girodo, M. Taronna e due ex-allievi del corso di Giaveno. Arrivati fino al bivacco in Filologa. Temperatura esterna alta, assenza di ghiaccio all'ingresso di PB.
5 febbraio. Grotta delle Camoscere (Valle Pesio). G. Carrieri, F. Cuccu, D. Dinice, A. Eusebio, M. Ingranata, E. Martiello, più G. Dutto, Olivero e Zerbato di Cuneo. Foto, foto, foto! Solo Spazzola si lancia in esplorazione con i cuneesi. Le sue impressioni? acqua, fango, stretto.
Monte Vecchio (Limone). E. Bertoldo, G. Fanchini e 2 brasiliani amici di Badino. Alla ricerca di un buco segnalato 15 giorni prima. Si rivela essere una grossa frattura (già vista nell'89), con un po' d'aria al fondo, forse scavabile. 200 metri più in basso trovate delle risorgenze.
Grotta di Alma - Pat'onza (Eca, Ormea). M. Vigna con R. Ricchiardone, Ronf e ragazza (GSG). Continuano i lavori di scavo, ma la scarsità di aria impedisce di trovare la via giusta. Battuta nella zona sopra il Buco della Pecora trovato pozzetto con forte aria, da allargare a -8.
11 febbraio. Monte Vecchio (Limone). A. Gaydou. Battuta esterna nel bosco da S Anna alle malghe di Monte Vecchio, senza successo Dopo le malghe iniziano le rocce impermeabili
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12 febbraio. Zona Dossi (Villanova Mondovì (c.r.i.)). M. Vigna Battuta in zona. Trovato un buco da allargare a "gomitate", con aria discreta.
17 febbraio. Zona tra Eca e Albra (Ormea). I. Cicconetti, P. Fausone, Molino. Battuta nel bosco, con pochi risultati. Ma perché andate a battere di venerdì 17?
19 febbraio. Grotta del Caudano (Frabosa Sottana, CN) e Risorgenza delle Vene (Val Tanaro). 1a uscita corso GSP.
Grotta di Alma - Pat'onza (Eca, Ormea). I. Cicconetti, P. Fausone, E. Martiello, A. Molino. Prosegue la disostruzione, ma con scarsi risultati. Sembra che dopo una strettoia (con aria), s'intraveda una "sala".
25 febbraio. Grotta di Alma - Pat'onza (Eca Ormea). M. Ingranata, M. Taronna. Passata la strettoia, ma della decantata "sala" nessuna traccia. La storia prosegue, dopo un breve slargo, più stretta che mai, sempre in frattura tettonica scarsamente lavorata dall'acqua.
26 febbraio. Arma della Pollera (Finale Ligure, SV) e Scogli Neri (Giustenice, SV). 2a uscita corso GSP.
5 marzo. Val Tanarello (Val Tanaro). G. Carrieri, D. Coppola, A. Eusebio, G. Fanchini, D. Grossato, M. Ingranata, E. Martiello. Battuta esterna, mirata alla ricerca di una via di salita alle pareti tra Ponte di Nava e Carnino, sul versante dx. Si vedono alcuni buchi interessanti in parete, da raggiungere con calata. La sorpresa del giorno? Per arrivare in cima esiste una bellissima e comodissima strada!
11-12 marzo. Buso della Rana (Vicenza). 3a uscita corso GSP.
19 marzo. Tana della Volpe (Val Casotto). A. Gaydou. Misurate temperature dell'aria (5,1 °C) e dell'acqua (6,8 °C). A proposito: la durezza dell'acqua è di 10,8 °F. GSP.: di tutto di più.
Grotta della Barmassa (Limone Piemonte). L. Bozzolan, A Cotti, F. Cuccu, D. Dinice, A. Eusebio, R. Jarre. Roberto Jarre passa il sifone sul fondo, che risulta essere lungo tre metri e profondo uno. Oltre il sifone la grotta chiude con un laminatoio, ed è presente un affluente proveniente da destra. Viene poi esplorato un ramo che parte
Ingresso della Barmassa d'inverno (foto A. Eusebio)
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sulla destra orografica del torrente, che a un certo punto presenta sulla sn. un meandrino, impraticabile per l'acqua.
24 marzo. Località Borello (Val Corsaglia). C. Banzato, D. Girodo, U. Lovera, E. Martiello, M. Taronna, M. Vigna. L'Eldorado di Meo colpisce nuovamente: in battuta esterna alla ricerca di un fantomatico buco che, due mesi dopo l'alluvione, avrebbe riversato nel Corsaglia 7 m³/s d'acqua. Il risultato? C.D.M. Nel vallone del Rio Sbornina vista la Grotta della Capra condotta di ~30 m, chiusa sul fondo da fango.
25 marzo. Rio Martino (Valle Po). Esercitazione di squadra del 1° gruppo CNSAS. Tecniche mediche (primo intervento, imbarellamento) e teleferiche.
25-26 marzo. Capanna "Saracco-Volante" (Marguareis). F. Belmonte, E. Serra, Cesco e Iena si dedicano alle "pulizie di primavera".
1° aprile. Envie (Valle Po). Esercitazione di squadra del 1° gruppo CNSAS. Simulazione a tavolino di un incidente speleologico, a casa di Giorgetto.
2 aprile. Monte Bracco (Valle Po). 1a uscita della 2a parte del corso di speleologia. Esercitazione in palestra su corde.
9 aprile. Donna Selvaggia (Val d'Inferno), Mottera (Val Corsaglia), Omo inferiore (Val d'Inferno). 2a uscita della 2a parte del corso GSP.
13-14 aprile. Rifugio Mondovì (Vall'Ellero). I. Cicconetti, A. Cotti, A Molino, P. Vieta. L'idea è di andare all'Abisso Sardu, ma una bufera di neve raffredda gli animi.
13-16 aprile. Capanna "Saracco-Volante" (Marguareis). F. Belmonte, M. Campaiola, D. Girodo, A. Gobetti, M. Ingranata, R. Ricchiardone, P. Terranova, A. Ubertino, F. Vacchiano, E. Serra, Giuliana, Cristophe, Odette, Luciano, Elise. Varie battute esterne. Trovati 2 buchi da allargare, salendo verso il Ballaur dal canalone che scende su Carnino
29-30 aprile / 1° maggio. Parco della Moulliere (Grasse, Francia). Stage corso di speleologia.
7 maggio. Val Tanarello (Val Tanaro). G. Carrieri, D. Girodo, D. Grossato, U. Lovera, E. Martiello, R. Ricchiardone (GSG), M. Taronna, M. Vigna. Discesa delle pareti viste il 12 marzo. Ube, Renè e Domenico raggiungono alcuni buchi visti dal basso. Il primo è toppo, gli altri due risultano essere in comunicazione e già visti dagli imperiesi. Giampiero e Massimo scendono fino al Tanaro per canaloni, trovando numerose condotte fossili, tutte chiuse su concrezione e senza aria. Meo in solitaria batte la parte superiore delle pareti, senza trovare nulla. Da ritornare, in quanto sono stati visti, in altri settori, alcuni buchi interessanti, non visibili dal basso.
14 maggio. Vallone del Cros (Limone). M. Taronna. Notati alcuni buchi interessanti sul versante sn (orografico), da raggiungere con corde. In discesa rivisto l'ingresso di AG23, buco trovato nell'85.
20-21 maggio. Artesinera, Bacardi (Prato Nevoso, CN) e Buco dello Skilift (Artesina, CN). Ultima uscita corso di speleologia.
20-21 maggio. Specchio Magico, Borra Canala (Pania Secca, Apuane). G. Balestra (G.S.G.), R. Ricchiardone (G.S.G.), M. Taronna, F. Vacchiano (G.S.G.). Greg e Renè in azione a Borra Canala, ma la grotta diventa troppo stretta, quindi si disarma. Franz e Massimo raggiungono il fondo dello Specchio Magico e iniziano il disarmo fino ad una decina di metri dal laminatroio, dove iniziano ad esplorare una spaccatura/meandro, da continuare (con trapano). L'aria tra qui e il fondo fa diverse inversioni, nello spazio di pochi metri, mentre al disopra è sempre rimasta costante (ingresso alto).
27-28 maggio. Valle Strona (NO). Incontro AGSP.
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Il 38° Corso |
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Marilia Campaiola |
Fatto! Il corso è finito all'improvviso, tutto d'un tratto, così com'era cominciato ...
Un bel giorno Daniele mi chiede cosa ne avrei pensato di fare la direttrice del corso, magari con Giampiero e perché no, anche Manzo. Non mi sarei mai aspettata una domanda così a bruciapelo: scusi ma dice proprio a me (accento milanese)? Che non sono mai stata istruttrice e che non sono nel Soccorso, i due substrati da cui venivano solitamente estratti i direttori (una classe a parte, superiore, almeno per quel che ne pensavo io).
Ho detto di sì, anche se con titubanza, non sapevo se sarei stata all'altezza, ma forse anche il fatto di non essere da sola mi ha confortato e aiutato a fare i primi passi.
L'esperienza personalmente è stata del tutto positiva, in quanto occasione per crescere speleologicamente, per rivedere alcune conoscenze e apprenderne altre. E spero anche di aver soddisfatto sia gli allievi sia quelli del gruppo che mi avevano dato tale fiducia.
Il corso ha accolto, come spesso accade ma quest'anno non meno che altre volte, 30 elementi abbastanza scoppiati, festaioli e sregolati e quindi adatti a ben inserirsi nel gruppo.
Questo vuoi dire che continueranno? Solita domanda che ci si fa a questo punto. Beh, i miei pronostici dicono certamente sì per 2-3 persone, forse anche per altre 4-5 e boh magari anche per tutte le altre escludendo chi si è già perso per strada durante la seconda parte del corso.
Tra l'altro, come negli ultimi anni, si è tenuto lo stage in Francia, stavolta sopra Grasse nel Parc de la Moulliere, dove eravamo stati già ne11989: il freddo notturno è rimasto lo stesso, noi siamo un po' invecchiati e di acqua sotto i ponti ne è passata. Comunque le grotte, l'Olivier e la Primevère, non sono andate male, bella la seconda, un po' più fangosa a dire degli altri la prima. Il tutto è stato contornato da partite a calcio e simili, o da salti con la corda fra una pioggia e l'altra. Alcuni hanno poi concluso con un bel bagno al mare, tute comprese.
Per il resto cosa posso dire? Si sono fatte numerose feste a partire della prima mangiata alla Pollera, quella dell'arrosto di Luciano di cui si parla nella magnifica pagina de "La Stampa" redatta dagli allievi (un maiuscolo "Bravi!" ai quattro dell'Apocalisse che l'hanno pensata: Dario, Sara, Daniela e Roberto, fino alla festa conclusiva con i Cunei ecc.
Concludo con un ciao e con un grazie ad Andrea e Giampiero.
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Ahemmmh...! |
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Andrea Manzelli |
...se lo rifarei un altro corso da istruttore? Sì, certo, inizierei stasera, tanto sembra facile adesso che è finito! Altra cosa era quando ancora non avevamo visto la faccia di un solo allievo, quando con Marilia e Giampiero passavamo roventi serate a preparare programmi fitti fitti di grotte, proiezioni, lezioni, una grande matassa di impegni da sbrogliare da gennaio a maggio.
Allora sentivo al massimo il peso del grande meccanismo, dove tutto deve funzionare anche solo per la discutibile ma pur sempre valida etica del corso-che-si-paga-e-d'-un-insegnamento/servizio. Una cosa è infatti mandare a monte una punta con quattro amici (prima) per aver dimenticato i bulloni, altro discorso è guastare il fegato e il fine settimana a una sessantina di persone per qualche prevedibile imprevisto!
Man mano che le scadenze venivano superate il problema si è sgonfiato, causa anche la partecipazione di tutto il gruppo alle sorti del corso, almeno per le cose di ordinaria amministrazione. Istruttori e aiuti non si sono fatti pregare per impegno e responsabilità, e c'è stata una buona sintonia, il tutto a smentire qualche imbecille che trovava sempre da ridire sulla sicurezza e rompeva se ne giravi una ...
Scherzi a parte, l'esperienza ci ha insegnato che evitare gli incidenti deve essere sempre una priorità nelle scelte del corso, e dalla parte di direttore si "percepisce" di più questa responsabilità. E alla fine ammettiamolo, anche le grotte hanno avuto i loro meriti! Mi sembra di riscoprire le grotte durante il corso come le prime volte, quasi un po' più calde e comode di quanto non mi sembri di solito. Anche quest'anno si è ripetuta una piccola magia, come se la grotta avesse aperto una finestra verso l'esterno, così da lasciare dar dentro un'occhiata; fortuna volle che quest'anno tra il nutrito pubblico siano stati pochi i corsisti, tanti i festaioli, i curiosi, gli interessati; troppi gli aspiranti giornalisti!
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Scheda tecnica |
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Andrea Manzelli |
Ad uso dei prossimi malcapitati direttori di corso, delle statistiche e dei curiosi, eccovi alcuni dati caratteristici e di bilancio del corso n. 38 anno 1995.
Struttura in 2 parti per selezionare gli interessati.
Periodo dall'8 febbraio al 7 maggio, prorogato al 16 maggio per interferenze elettorali, mirato a chiudere il corso in tempo utile a iniziare presto l'attività.
Costo contenuto per essere accessibile a ogni fascia di età/ professione.
Lezioni/Uscite di medio impegno, per dare più un'idea dell'ambiente che per formare perfetti speleo.
Pubblicità a 360°, curata seguendo i vari modi sperimentati e documentati da 37 corsi precedenti (...gita UGET, stampa, radio, università ...).
Fin qui nulla di nuovo si direbbe, un perfetto corso fotocopia secondo una delle concrezionate tradizioni del GSP, e che quindi ci si aspetta popolato da un pubblico eterogeneo, parzialmente attratto dalla novità e dalla stravaganza di infilarsi sottoterra,
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ma infine inevitabilmente schifato dalle avversità e dall'approccio con le nostre "strutture".
Ed ecco invece che cosa ne è venuto fuori:
Iscritti n. 31 alla prima parte, 31 alla seconda parte, alla faccia della selezione.
Impegno per gli istruttori ragionevole, con una copertura delle uscite in grotta a volte ai limiti, ma sempre entro i margini di sicurezza prefissati.
Partecipanti come al solito di ogni tipo e provenienza, ma tutti con una buona predisposizione festaiola e un adattamento decente per le necessità.
Apprendimento buono per la parte culturale e di approccio/sopravvivenza in grotta, medio-basso il livello raggiunto nella progressione su corda.
Partecipazione media a uscite e lezione, con una tendenza spontanea ad adattarsi agli orari "elastici"; entusiastiche adesioni a festicciole e ai numerosi sabati di svacco pre-grotta.
Sforzo/risultato quasi ottimale, se mettiamo all'attivo le uscite digerite bene anche dagli istruttori (vedi Bus della Rana con autobus).
Prodotto: 31 allievi che completano fino alla fine il corso sono una buona premessa a qualche futuro praticante (fatta salva l'estrema casualità con cui uno decide di continuare).
Quindi per tentare una spiegazione di come è andata e per l'ultimo mea culpa per almeno una manciata di anni, ecco alcune considerazioni un po' a capocchia:
Programma uscite a volte impegnativo per il livello di preparazione, ma ne ha guadagnato l'impegno della gente; forse un po' troppo diluito nel tempo, a sfavore della scaltrezza nel muoversi in grotta.
Didattica forse carente visti i problemi poi avuti (comunque nella media di tutti i corsi visti); i limiti saltano fuori con 30 persone che devono imparare ad andare su corda nei tempi soliti (2 Palavela + palestra esterna) in cui di solito 15 ricevono una preparazione sufficiente.
Lezioni in linea di massima convincenti, anche se sono sempre da
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ripetere verifiche via questionario, sempre utili le divagazioni culturali (speleourbana, biospeleo, paleospeleo, ...) che anche quando non esaltano sull'immediato sembra che lascino comunque una traccia; evitare per tappare i buchi i film incomprensibili, tediosi, stravisti: ve li fischiano (di meno peggio si è visto lo speleoquiz).
Materiali sì materiali no, e poi quali e quanti...; soprattutto vanno curati, probabilmente sarei più handicappato io di loro con quella attrezzatura! Si sono visti quindi alcuni dei soliti problemi di longes ai piedi, imbraghi consigliati e criticati, materiali acquistati e poi bocciati come inidonei, giochi al ribasso dei negozianti. Ogni anno va ridiscusso in dettaglio prima di partire lo standard minimo dell'attrezzatura, poi si può parlare di forniture.
Targa CAI, SSI, introduzione, finchelabarcavà, ... un altro di quei temi preferiti, sempre attuali e appassionanti che vengono trattati ripetutamente alle riunioni. Ed è bene che ciò venga fatto, in modo che tutti sappiano da che parte stanno spingendo.
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Come la vedono gli allievi |
Gent.mo Direttore della rivista Grotte,
in primo luogo mi presento: sono il capo di una tribù di cavernicoli che da migliaia e migliaia di anni vive nelle grotte del Nord Italia. Tralascio di elencare gli innumerevoli vantaggi che il nostro stile di vita comporta (basti dire che in grotta non abbiamo la televisione) per venire ad esporLe il nostro problema.
Da alcune decine di anni siamo costretti a una convivenza forzata con i sedicenti speleologi, che con sempre maggiore frequenza stazionano nelle nostre dimore. È gente avvinazzata e fastidiosa, che si pavoneggia pubblicando le sue gesta in opuscoli di bassa lega ( quali "Sottoterra", che sembra il titolo di una rivista di necrofori!). La nostra moderazione ci ha finora imposto di sopportarli; in quest'ultimo anno tuttavia il disagio si è fatto veramente intollerabile: siamo stati più volte invasi da una mandria di scalmanati, iscritti al corso di speleologia del 1995, del tutti privi del minimo stile e bon-ton.
Questi allievi si calano nelle grotte schiamazzanti e irriverenti, correndo per ogni dove e causando un fastidio inaudito: ho il fondato sospetto che questo corso risulti particolarmente pernicioso per l'elevata partecipazione di donne, che, come è noto, costituiscono una costante fonte di disturbo alla quiete. Ma diamine, non avete una clava robusta per indurle al silenzio?
Potrei citare innumerevoli esempi di inciviltà: basti rammentare che alle 2.30 di notte, mentre noi ci godevamo un meritato riposo, una brunetta, appesa a metà di un pozzo nella grotta "Primevère", urlava. "Non riesco a cambiare... non riesco... sono piccolaaa!!!", rispondendo in malo modo al marito che la incitava da sotto. Per non parlare di quel tale che racconta le barzellette calandosi nei pozzi!
O tempora o mores !!
D'altro canto, come si dice, l'esempio viene dall'alto, gli istruttori del corso, loschi figuri che conosciamo bene, sono pessimi esempi. Urlano e sbraitano con un linguaggio da postribolo, e come hanno un attimo di sosta si fumano l'impossibile. È desolante poi assistere ai corteggiamenti di questi barbari nei confronti delle allieve: ma per conquistare una donna si deve necessariamente dare sfoggio di machismo, riducendosi in uno stato
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pietoso, infangati e infreddoliti? Non sarebbe più opportuno ricorrere alla sopramenzionata clava?
Ma prescindendo da queste considerazioni, quel che mi preme rappresentarle è il nostro desiderio di ritrovare la perduta quiete. La prego dunque di farsi portatore nei confronti dei disturbatori delle nostre esigenze, sollecitandoli ad agire con maggior civiltà: diversamente ci vedremo costretti a tutelare le nostre fondate pretese presso le competenti autorità giudiziarie.
Se desiderassimo la confusione avremmo scelto di risiedere a Rimini.
Distinti saluti
(lettera firmata)
Gli allievi del 38° Corso
Alfano Silvia v. Marzabotto, Settimo, 89.50.040
Baldin Piergiorgio v. Castellamonte 21, Banchette, 0125/61.34.49
Barbanera Dario v. Toti 14, Borgaretto, 358.17.71
Beratto Rosanna Fraz. Fondo, Traversella, 0125/74.91.24
Bertone Paolo c.so Siracusa 111, 35.62.34
Bollarino Gianluca v. Quarello, 347.19.29
Bonino Roberto v. Manzoni 5, Rivoli, 95.35.189
Capello Sara v. Pastrengo 66, Moncalieri, 606.66.83
Caresio Walter c.so Torino 141, Rivarolo, 0124/28.044
Bottino Irene v. Poggio 40, 204.100
Cerutti Carlo v. Eremo 1 B, Lanzo, 0123/28.045
De Almeida Isabel l.go Dora Napoli 10, 853.048
Dondero Elena v. Bogino 8, St. Christophe, 0165/88.96.59
Fanfani Andrea v. Vivanti 8, 348.88.49
Ferraris Patrizia c.so Pascoli 3, 319.96.26
Frau Stefano v. Coppino 116/8, 0360/62.02.70
Galasso Enrico v. Groscavallo 16, 433.14.83
Garau Francesco v. Sospello 173/3, 25.09.44
Gatti Cristina v. Beaulard 43, 387.095
Gatti Renzo v. Buenos Aires 68, 35.02.93
Marchionni Maurizio v. Cavalieri, Carmagnola, 97.23.287
Marchionni Valentina v. Cavalieri, Carmagnola, 97.23.287
Martinoli Daniela v. Manzoni 5, Rivoli, 95.35.189
Miccoli Mario p.za Btg Cervino 23, Aosta, 0165/23.65.93
Montarulo Andrea v. Luini 159, 739.13.63
Pianelli Marco v. Filadelfia 204, 355.490
Piepoli Davide v. Guido Reni 96/188, 309.17.64
Rho Valerio l.go Po Antonelli, 83.55.11
Satta Loredana v. Toti 14, Borgaretto, 657.526
Soressa Luigi v. Bianchi 3, 749.12.79
Stringani Vittorio v. Colonna 23, 20.20.68
Urgnani Jacopo v.le Gramsci 21, Vinovo, 965.42.71
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Barmassa anno zero |
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Attilio Eusebio |
Ogni tanto si andava a farci un giro.
Leggende marguareisiane narravano di potenti esploratori che si erano gettati nel sifone finale e persi in gallerie inesplorate, altri ancora parlavano di correnti d'aria pazzesche che andavano e venivano.
Tuttavia nessuna la poneva come una delle chiavi dell'universo, né delle porte del tempo. Insomma una modesta risorgenza vista più o meno bene.
Il 15 gennaio 1995 approfittiamo del bel tempo e armati di buone speranze (é anche il mio compleanno del resto) ci dirigiamo verso la mitica risorgenza del sistema della Mirauda (cfr. Bollettino Grotte n° 116) con l'intento di rivederla per bene.
La cavità percorsa da una feroce corrente d'aria ha l'ingresso a metà di una paretina di una trentina di metri, sulla verticale di un canalino da valanga che solo a guardarlo fa ridere. L'ingresso poi è una colata di ghiaccio e per arrivarci è necessario fare un bel traverso esposto - una sciocchezza d'estate - non così d'inverno.
Per vivacizzare l'ambiente ho portato anche la muta da sub con relativi accessori per tirare ad immergermi nel sifone finale.
Una nutrita squadra (Paolo, Enos, Igor, Vito Catozzo, Piattola e Meo) accompagna il fesso mutante.
Ci dividiamo in due, qualcuno con Meo a rivedere il ramo di destra con aria e non visto bene, gli altri al rilievo e ad assistere il fesso che si immerge.
Andrà bene a tutti e due i gruppetti: il rametto visto da Meo ha forte aria e sembra passabile svuotando un laghetto che "ingombra" il passaggio, dall'altra parte, superato un lago dove necessita il bagnetto si arriva attraverso una galleria sottopressione al sifone, qui una rapida immersione in apnea ha permesso di verificare che il sifoncino è molto corto ed al di là sembra che la grotta continui.
Entusiasmo alle stelle dunque si tornerà presto.
La domenica successiva il Meo è di nuovo qui, procuratosi un tubo da disinnesco e una valorosa squadra d'appoggio ritorna nel ramo allagato svuotando rapidamente lo specchio d'acqua. Al di là la grotta prosegue ma le dimensioni ridotte non permettono il passaggio dei prodi esploratori: l'ultima speranza è ora il sifone.
Convinciamo a cercare di farsi del male l'amico Jarre, ex cuneese GSAM, ex speleosub ed attuale forrista e subacqueo. Così il 19 marzo una squadra di appoggio (Fof, Max, Alberto, DiNice ed il sottoscritto) trascina fino al sifone il materiale con il quale il nostro subacqueo tenterà di passare.
L'ingresso al sifone è costituito da un doppio laghetto ad occhiali di acqua ferma del diametro di un metro circa, il torrentello che esce lateralmente da una fessura ha una portata di alcuni litri al secondo: l'acqua è limpidissima. La temperatura dell'acqua dicono intorno ai 6 gradi.
L'immersione dura poco ma è avvincente, soprattutto per chi come noi non ha l'abitudine a queste imprese: il sifone, ci racconta Roby Jarre, è molto corto, si e no cinque metri, alto meno di un metro e largo due o tre impostato lungo un giunto di strato, profondità massima uno o due metri al massimo. Dall'altra parte una saletta molto bassa
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impostata sullo stesso giunto tira a chiudere, due meandrini laterali da cui arriva l'acqua non permettono il passaggio. Peccato, ma in uscita Alberto trova alcuni rami fossili con aria che dovremo tornare a vedere.
Grotta della Barmassa (118 Pi/Cn) - rilievo
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Schede aree carsiche:
L'area di S. Anna di Bernezzo
Riccardo Pavia
Localizzazione ed accessi
La zona è localizzata in provincia di Cuneo, allo sbocco della Valle Grana sul versante meridionale.
È caratterizzata dal prolungamento di una lunga dorsale diretta ENE-WSW che culmina con il Monte Tamone (1393 m slm.) prima di incontrare la pianura cuneese.
Le vie di accesso per gli autoveicoli sono rappresentate dalla strada comunale di Bernezzo proseguendo oltre S. Anna o dalla strada comunale di Rittana che conduce a Scanavasse.
Cenni geologici
La tipica morfologia è caratterizzata da versanti terrazzati con un carso coperto da una coltre eluvio-colluviale di discreto spessore sulla quale si sviluppa una rigogliosa vegetazione boschiva.
Dal punto di vista geologico è situata nel dominio Piemontese o dei "Calcescisti con Pietre Verdi" nel quale si riconosce principalmente la serie dei calcescisti datata giurassico-cretaceo alla cui base giace una fascia calcareo-dolomitica (anisico-norico) scollata dal sottostante substrato permiano.
Il carsismo di questa zona si sviluppa interamente in queste rocce carbonatiche.
Idrogeologia
Benché non siano stati condotti studi approfonditi sull'idrogeologia della zona si può affermare l'esistenza di più sistemi carsici indipendenti, generalmente di dimensioni non rilevanti. Anche le risorgenze, discretamente numerose e localizzate in diversi siti ed a quote differenti non sono mai copiose.
Dalle esplorazioni delle cavità e dall'unica colorazione che ho effettuato agli inizi degli anni 80 posso comunque abbozzare un quadro idrogeologico delle cavità presenti in quest'area.
La sorgente Porcili, localizzata presso S. Anna di Bernezzo è probabilmente la risorgenza dell'Abisso del Benesì. La portata è intorno a 5-6 l/sec in regime di morbida.
La risorgenza della Grotta del Gatto è localizzata 120 metri più in basso dall'ingresso e la portata dovrebbe essere sui 2-3 l/sec in regime di morbida. Il tracciamento con fluoresceina ha confermato l'appartenenza a questa grotta. Il colorante (circa 500 gr.) è venuto a giorno nell'arco di un'ora.
Grotte conosciute
Le cavità più importanti sono tutte ubicate nel comune di Bernezzo nei dintorni della frazione di S. Anna e sono:
- l'Abisso del Benesì (-111)
- la Grotta del Gatto (-75)
- la Grotta della Fenice (-64)
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Schema Idrogeologico dell'area carsica di S. Anna di Bernezzo
1) Il retino a mattoncini evidenzia le litologie carbonatiche: 2) G=Grotta del Gatto; 3) F=Grotta dclla Fenice; 4) B=Abisso del Benesì; 5) I circoli neri indicano le risorgenze; 6) Le linee spesse rappresentano le faglie; (Tratto dalla Carta Geologica d'Italia, fogli 79-80. Argentera-Dronero)
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Abisso del Benesì - rilievo
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Grotta del Gatto, Grotta della Fenice - rilievi
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Sono inoltre da citare il Pozzo della Roulotte (-28), il Buco della Mena ( -19) e il Buco del Porco (-20).
L'Abisso del Benesì
Ubicato presso la frazione del Benesì, fu scoperto alla fine degli anni 50 da un frate rabdomante alla ricerca d'acqua. Scavati 9 metri di terra, i poveri valligiani esultarono all'ultima palata perché "si odeva un forte rumore di cascata attraverso un piccolo pertugio". Ovviamente il rumore era causato dall'aria che fuoriusciva. La cavità fu in seguito esplorata fino al fondo dai primi membri del GSP. Più tardi una frana di terra occluse l'ingresso. Nel 1980 il Gruppo Speleologico Frejus, tra i quali il sottoscritto, riaprì la grotta e ne rifece il rilievo. Fu anche individuata la probabile prosecuzione: un finestrone sul pozzo principale.
L'ingresso è una grossa dolina al fondo della quale si apre o meglio si apriva un pozzo artificiale nella terra profondo 9 metri. Uno scivolo iniziale si spalanca su un vasto pozzo di 34 metri. Il luogo è franoso, bisogna quindi prestare attenzione. Un altro scivolo conduce ad una sequenza di 4 salti (P5, P6, P11, P4). Una corta galleria conduce alla saletta fangosa terminale a -111. Una curiosità: sul fango intonso vi sono due scritte incise con le dita; Eraldo Saracco e Beppe Dematteis, i primi esploratori.
La Grotta del Gatto
La cavità fu scoperta nel 1982 da me quando ero ancora membro del Gruppo Speleologico Frejus. Si apre nei calcari del Cretaceo a contatto con i calcescisti.
Dall'entrata si accede in una saletta che conduce ad un P6 al fondo del quale tramite uno scivolo di una decina di metri e due successivi saltini si perviene ad un bivio. Sulla sinistra una breve galleria in salita dà accesso ad un pozzo attivo di 48 metri diviso in due campate (32+15). Sul fondo (-69), un torrentello sparisce in una strettoia impraticabile.
Lungo la via principale, la grotta diventa un salone lungo circa venti metri che si approfondisce in un P17. Nel 1984 questo pozzo fu attraversato alla sommità e fu scoperto un nuovo ramo costituito da una serie di pozzi fossili paralleli e coalescenti, dei quali il più profondo misura una quarantina di metri. Il fondo della grotta chiude a -75. Le possibilità esplorative, se esistono, sono da ricercare nella parte alta di questo ramo, sopra i pozzi.
La Grotta della Fenice
E' caratterizzata nella prima parte da una galleria che sfocia in un ampio salone. Concrezioni (dai capelli d'angelo a colate stalagmitiche) addobbano la grotta. In un angolo del salone vi è un gruppo di festoni caratteristici alti una decina di metri con qualità sonore. La brevità di questa cavità è in un certo senso controbilanciata dalla bellezza di queste forme. Oltre il salone si prosegue per un cunicolo basso e bagnato che conduce alla parte terminale costituita da una galleria in forte pendenza che chiude a -64.
Potenzialità future
L'area carsica di S. Anna di Bernezzo non è sicuramente una zona dove si possano trovare enormi complessi ipogei. A mio avviso comunque è da tenere in considerazione, anche perché al di fuori dei grandi massicci carsici, in Piemonte le grotte con una certa importanza non sono molte. Inoltre il potenziale carsificabile è più che accettabile: dal Monte Tamone (1393) alle risorgenze più basse (Porcili, 750 s.l.m.) vi sono quasi 650 metri di dislivello
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Val Tanarello
D. Grossato e M. Ingranata
È una domenica assolata d'inizio marzo, stiamo percorrendo la solita strada che ci porta al Marguareis e la nostra meta sono le pareti sopra la grotta del Lupo.
Dopo Ponte di Nava, prima di incrociare la Val Tanarello, ci fermiamo ad osservare con i binocoli degli allettanti buchi in parete sulla destra orografica del fiume Tanaro. Non ci mettiamo molto a cambiare parete sulla nostra meta, così infiliamo la stradina sterrata che percorre la Val Tanarello con la speranza che ci conduca sopra le pareti coi buchi. Dopo un guado a rischio per le nostre macchine cittadine le nostre speranze vanno ad infrangersi sugli effetti dell'alluvione dello scorso novembre, un intero ponticello, appoggiato ad una paretina di roccia da un lato, non esiste più: al suo posto un corso d'acqua scende verso il fondovalle. Okay!
Lasciamo lì le macchine, prepariamo gli zaini e dopo aver percorso per una mezz'oretta la strada attraversiamo il corso d'acqua e cominciamo la salita in ordine sparso. Un paio d'ore dopo raggiungiamo una zona tutt'altro che pianeggiante ma molto vicina alle nostre pareti. L'altimetro da polso di Giampiero dice che la nostra quota è approssimativamente intorno ai 1800 m e che dovremmo aver percorso circa 700 m di dislivello. Nessuno di noi conosce bene la zona, quindi dopo una pausa pranzo riprendiamo la battuta in maniera più decisa. Sui versanti nord c'è neve, ma non molta, la vegetazione a tratti è fitta e fastidiosa.
Sul bordo delle pareti e impossibile orientarsi, quindi le calate vengono momentaneamente sospese. La cosa più sensata è farsi guidare via radio da una squadra che stazioni in basso, con binocoli, sulla strada della Val Tanaro; di fronte alle
Carta della Val Tanarello
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pareti.
Altri giri risultano infruttuosi, ma scopriamo che lì sopra arriva una strada sterrata: è probabile che sia quella che si prende da Nava ma non ne siamo certi. Ci dividiamo: una parte torna alle macchine e l'altra percorre la strada.
Fortunatamente avevamo pensato giusto: ci ritroviamo tutti a Nava, di fianco ad una macchina dei Carabinieri che stava facendo un posto di blocco.
Il sapere che c'è una strada che porta fin lassù fa sembrare quei luoghi meno ostili e soprattutto ci fa venir voglia di tornare.
Un paio di mesi dopo (ai primi di maggio) ci organizziamo di tutto punto e ritorniamo in zona. Stavolta saliamo fin su con le macchine, è sabato pomeriggio. Piazziamo le tende, prepariamo una braciolata e dopo "un'estenuante" serata ci corichiamo, tutti perfettamente "lucidi": la sveglia è alle 8.
La domenica mattina arriva l'ultima macchinata di gente: formiamo quattro squadrette di persone con scopi e mansioni ben definite. Il tutto ha funzionato alla perfezione, incredibile vero?.. ma torniamo a noi...
1. Spazzola e Daniele scendono in macchina (ovviamente) con binocoli, radio, birre e generi di conforto vari verso la Val Tanaro.
2. Mecu, Max, Ube e René in cima alle pareti per far calate.
3. GianPiero e Super scendono in doppia un canalino.
4. Meo in costante contatto radio con Toto (il suo cane) batte la zona circostante.
I buchi in parete erano già stati visti, chiudevano tutti e su uno di essi spiccava la scritta GSI 92. Il resto ci ha riservato una condotta piuttosto ampia lunga circa 30 m chiusa al fondo da concrezione, un bel buco in parete visto da Meo ma non raggiunto e una vasta zona ancora da rivedere.
Ora l'approssimarsi dell'estate ci condurrà certamente in altri luoghi, tuttavia, dobbiamo ricordarci di andare a chiudere questo piccolo capitolo di battute, andando magari a consultare i bollettini degli imperiesi o chiedendo direttamente a loro, visto che abbiamo la certezza che sono stati lì..., per poter poi tirare le somme in maniera più definitiva (definitiva è il termine adatto?).
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Hielo Continental 95: mamma mia!
Giovanni Badino
Il sentiero a lato del ghiacciaio è stretto, impercettibile in quest'oscurità trapassata di pioggerella. L'unica cosa che posso fare, stracarico del sacco che contiene tutte le mie cose è: correre. Correre, incurante della pioggia e del peso e del buio pieno di inciampi.
"Ciao Giovanni" mi dice il ghiacciaio che inizia a torreggiare da cinquanta metri alla mia sinistra, appena percettibile sotto il cielo scuro e piovoso, "Ciao, torna presto! Attento a non inciamp... Ops, su, su rialzati, non hai visto che ti ho mandato l'elicottero. Non perderlo, corri. Attento a non inciamp.. Ops!" e io che continuo a correre verso una bolla di luce lontana, fra i massi, al di là di un muro di pioggerella. Ne arriva un frastuono di turbina ululante, che rende inutile gridare "aspettatemi!" anche se avessi il fiato per farlo.
Fino a pochi minuti fa, con Tullio, aspettavamo mestamente l'elicottero, fermi sotto la pioggia. Il sole era tramontato da più di un'ora, faceva freddo, ma l'aggiunta di quel po' d'acqua non poteva aggravare il nostro infradiciamento, guadagnato in una giornata di corsa sul ghiacciaio sotto zaini apocalittici, mentre in lontananza l'elicottero portava via, nei momenti di calma di vento, tutti i materiali.
Quando, due ore prima, eravamo tornati al campo distrutti dalla fatica, avevamo scoperto che c'era da continuare a correre per trasportare le tende residue alla piazzola, trecento metri più in là.
Alla conta, all'ultimo volo, era risultato che era partito tutto il cibo, buona parte dei sacchi a pelo ed eravamo rimasti in cinque, oramai indifferenti alla pioggia che aveva trovato le sue vie sotto i nostri vestiti come le aveva trovate nel ghiacciaio, nei bianchi pianori accanto.
Ora eravamo gocciolanti e sfiniti, alla fine di corse disperate sotto zaini impossibili. Era buio.
"Non vola più, mi avevano detto, mesti. La prospettiva era quella di passare una notte fradici, senza cibo, in cinque con tre sacchi a pelo anch'essi zuppi, in una tendina. Tullio e io dovevamo ripartire per l'Italia prima degli altri e dunque avevamo la precedenza per l'eventuale ultimo volo. Gli altri, mesti, si erano allontanati nell'oscurità verso il
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campo.
Tullio aveva preso a scrutare il buio. Dopo venti minuti mi ero stufato e gli avevo detto che andavo al campo: ero rassegnato. Avevo preso un foglio di nylon con le bollicine, per passare la notte, e mi ero avviato, col saccone grondante, pesantissimo. Avevo superato, mestamente, una serie di saliscendi fra i sassi mentre l'acqua mi rivolava nel collo, negli scarponi e riempiva profonde pozze nelle quali marciavo, indifferente.
Arrivo sotto la salita che porta al campo ed ecco che il ghiacciaio mi dice: "Ma, Giovanni, non parti?". "Sì, secondo te vado via a piedi", gli rimando, senza girarmi. "Ma no, con l'elicottero, non lo vedi?". Mi giro.
Ecco, alla mia sinistra si è formata di nuovo una di quelle rare immagini che ho accumulato andando in grotta o vagando per il mondo a cercarne, immagini che non posso dimenticare: vedo che nel buio avanza un faro, una luce assurdamente forte di cui la pioggia che cade traccia l'intero fascio. Avanza lentamente, a mezz'aria, cercando terra.
"No!!!", mi dico, stanchissimo, guardando la luce dalla salita di fanghiglia fradicia.
"Secondo me se corri ce la fai. Ciao, Nanni, ritorna!", ribatte il ghiacciaio.
Mi getto a correre. Ogni volta che cado sul terreno buio mi aspetto l'urto di sassi e invece mi trovo a battere contro l'erba fradicia o contro l'acqua di pozze in cui mi sembra di affogare. Ogni volta mi rialzo e riprendo ad avanzare sotto il sacco mostruoso. Mi viene in mente l'iconografia del Vietnam: faccia nel fango, notte, elicottero davanti, lontano la sua luce. Mancano le raffiche. Ma temo di sentire l'aumento di potenza della turbina di
Patagonia, Ghiacciaio Moreno - Immergersi nel blu (foto G. Badino)
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quando l'elicottero decolla, da un istante all'altro.
Poi finalmente entro nella bolla di luce, vedo Tullio e lo specialista, ombre controluce, che stanno correndo e caricano gli ultimi materiali. Corro chinato fin sotto la turbina ululante, scaravento anch'io il saccone nella cesta, lego, apro la leggera porta, salto dentro, chiudo. Bravo pilota.
Un istante dopo stiamo volando nel buio. Ora vedo solo le luci degli strumenti, a lato Tullio silenzioso. L'aria in cabina è asciutta, ferma; accanto e sotto di noi la lingua glaciale che scorre lenta.
"Ciao, Imperatore, scusa se prima non ti salutavo ma ero distratto e occupato a fare altro. Ciao, torno presto, sì. Ora tornerò spesso. Del resto sono sicuro che questo lo sapevi già".
Dopo venti minuti voliamo sul buio di sterminate pianure patagoniche: dove atterrare? Il pilota parla alla radio e dopo un po' accende una stellina nella piana: sono i fari di un camion che indica dov'è la piazzola. Passano pochi minuti e ci troviamo a terra, circondati di una festa preparata in nostro onore, con pecore arrosto e vino. Ma dentro di me, ancora, sto tremando.
È questo l'inizio di un articolo che apparirà su Alp, dedicato alla spedizione Hielo Continental 95. Era, praticamente, la fine di una spedizione di pesantezza apocalittica. Vediamo di riassumerne le linee: entro tre mesi uscirà un lavoro specifico dedicato ai suoi risultati.
L'idea era quella di esplorare speleologicamente un po' di ghiacciai patagonici. Già l'anno scorso con Ube e Pierangelo avevamo fatto ricognizione sul Perito Moreno ma eravamo stati costretti a constatare la quasi assoluta inaccessibilità dell'Upsala e del Viedma, i due giganti che dallo Hielo Sur scendono fra il lago Argentino e il Viedma.
Quest'anno parte una spedizione apocalittica. I costi sono altissimi e per sopportarli oltre a quote lussuose dobbiamo far conto sull'intervento di televisioni: in tempi di Par Condicio violata noi andiamo controcorrente, e non la violiamo: verranno Canale 5 e RAI 3 e ne saranno anche estremamente soddisfatti. Il guaio è che ci obbligano ad alcuni giorni di lavoro extra e a portare quei due o trecento chili di materiale in più.
Già che ci siamo vengono anche due subacquei che impareranno le tecniche opportune per questa speleologia e ci aiuteranno a "vendere" meglio la spedizione. Il guaio è che ci obbligano ad alcuni giorni di lavoro extra e a portare quei tre o quattrocento chili di materiale in più.
Insomma: partiamo con quasi due tonnellate di materiale, in una quindicina di ogni parte d'Italia più Adolfo Eraso, spagnolo, e Ricardo Souza, brasiliano.
La prespedizione parte però una settimana prima, sei volpi da spedizione: basteranno appena. La situazione che ci troviamo ad affrontare è catastrofica. La regolamentazione del Parco dove sono i ghiacciai è divenuta protezionisticissima e non vi si può volare. Se anche si potesse non c'è l'elicottero. Se anche lo facessimo venire (da 1000 km di distanza) dovremmo pagarlo circa 15000 dollari più del pattuito per telefono. I permessi del Parco sono difficili da ottenere. Il supporto degli operatori turistici di Calafate è uguale a quello dell'anno scorso: una serie di rapine. Una tragedia.
Pian piano in quattro giorni riusciamo a girare tutte le avversità e ad accogliere la spedizione ancora in una situazione nebulosa ma non più terrificante come si era presentata. Il giorno prima del loro arrivo riusciamo persino a fare un sorvolo della zona dei ghiacciai, acquisendo conoscenze e foto che si riveleranno decisive. Del Moreno
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Carta: Los Glaciares National Park
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sappiamo già molte cose ma ci spingiamo sull'Uppsala: terrificante. In tempi recenti deve aver avuto un surge (una rapida avanzata distruttiva) che ne ha fatto sparire nel lago alcuni chilometri di lingua, ma quel che è rimasto ci appare inaffrontabile. È inaccessibile per una spedizione pesante come la nostra, è vasto in modo fantastico, il carsismo ci appare scarso e disperso su decine di chilometri.
Il volo prosegue sin sulla zona di accumulazione che, in sostanza, è proprio lo Hielo Continental Sur. Come prima di noi hanno visto Astigo e compagnia (il mese prima sono andati sul Marconi e poi sullo Hielo) l'immenso campo di accumulazione è percorso da crepacci e coperto di neve ma di carsismo non ha nessuna traccia. Passiamo attorno al Cerro Torre e al Chalten e poi ci buttiamo giù per la lingua del Viedma: apriti cielo! Già in zona di accumulazione scorrono fiumi che appaiono grandi da mille metri di altezza.
Il carsismo prosegue possente per i suoi venti chilometri: al di là del vento sotto di noi appaiono anche serie di "sotanos" strani, file di pozzi non alimentati. Che saranno? Rientriamo.
La spedizione arriva l'indomani e ci trova ancora in situazione di incertezza sugli obiettivi. Ormai Uppsala è escluso, ma il Viedma?
Mentre Tono, Tullio e Ugo concludono le trattative per avere un elicottero di appoggio e i permessi di sorvolo e tutta la spedizione ferve di preparativi nella casupola che abbiamo affittato, Fox e io ci spostiamo in autobus sino a Chalten dove affittiamo dei cavalli e tentiamo di raggiungere il fronte del Viedma: in cinque ore ci avviciniamo sino ameno di due chilometri ma l'ultima parte, a picco sul lago, è inaffrontabile: torneremo l'anno prossimo. Rientriamo.
Patagonia Ghiacciaio Moreno (foto G. Badino)
Da quel giorno iniziamo le danze sul ghiacciaio Moreno: e
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mi ci vorrebbe un libro per riassumerle. Passiamo giorni bellissimi, ma pesantissimi. Spezziamo otto ramponi con un bilancio leggero, una spalla rotta (Eraso). La grotta subglaciale a lato del campo ha un movimento e si fa una costola di Fox. L'indomani un crollo successivo ne allaga metà dei trecento metri di sviluppo. Nel periodo successivo vi entro tutti i giorni a fare misure di ablazione sino ad una sera in cui il tempo è brutto; fradicio, lascio perdere: altri crolli nella notte e la grotta diventa un lago...
Scorrono giorni passati sotto la pioggia, a far finta che non caschi e a fingere di avere i vestiti asciutti. Ci sostiene il fatto di essere in un posto fantastico trovando cose meravigliose, ma abbiamo poco tempo e molto timore di non farcela. La notte, spesso, mi sveglio con la paura che qualcuno si faccia male, che non completiamo il programma pazzesco, che non riusciamo a fare i rilievi.
Esploriamo: pochi giorni, ma esploriamo. Scopriamo che quello che avevamo intravisto l'anno scorso nel settore nord, i "trafori", delle condotte forzate che drenano i fiumi appena sotto la superficie, sono un fenomeno comune a tutto il ghiacciaio.
A monte, più a Ovest di dove ci eravamo spinti con Ube e Pierangelo, il soffitto di una gran forra si chiude e un fiume che in piena arriva ad essere molti metri cubi al secondo sparisce in un blu profondo e rombante: Tullio lo battezza Perito Meccanico.
A valle, sull'immacolata superficie del Moreno, un piccolo buco azzurro fa intravedere sotto di sé l'altissima forra prosegue verso valle. In un punto a un chilometro di distanza riusciamo ad entrare e ci troviamo in una galleria ampia e fantastica: una colorazione che crea immagini indicibili ci permette di dimostrare il collegamento fra qui e il Perito Meccanico: le mute stagne permetteranno a Tullio e Luca di esplorare e rilevare completamente quel tratto, 1040 metri di rilievo. Ma a valle continua, inesplorata e molto più lunga.
I giorni sono febbrili, mortalmente pesanti, ci manca il tempo, la meteorologia ci è ostile.
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Troppe, troppe cose accumulate da fare assolutamente, un cumulo di grandi e piccoli errori di cui sono il maggior responsabile ma che rimediamo insieme, spingendo in modo furibondo sino agli ultimi minuti, e anche poco dopo.
È stata la spedizione più pesante che ciascuno di noi abbia mai fatto.
Ora sappiamo il motivo delle gran sequenze di pozzi del Viedma: i nuclei di quei ghiacciai sono così cristallini che portano la luce da lontano e ogni cavità si riempie di blu. Soprattutto, però, si forma un ghiaccio impenetrabile e i fiumi scorrono sotto la superficie, senza riuscire a entrare più giù sino alle zone terminali del ghiacciaio. Quanto saranno profonde e lunghe le grotte del Viedma? Qualcosa di terrificante, ma se già il facilissimo Moreno ci ha ridotto in quello stato che ne sarà di noi quando andremo laggiù?
Ma voglio difendere il raccontino col quale ho iniziato quest'articolo. Voglio dire che nella memoria quei risultati sono frammisti a quel mondo glaciale col quale giocavamo, laggiù. Un mondo difficile come non avevamo mai visto, pericolosissimo: ma quasi gentile e comprensivo.
Risultati scientifici che sono mescolati a me che cadevo nelle pozze fangose. Inseparabili dai ramponi che si rompevano. Un misto di problemi tecnici (erogatori ghiacciati, corde, picche, tipo di chiodi), e del piano generale di quella lingua di ghiaccio dissolventesi che chiamiamo Perito Moreno (ma é, esso stesso, un frammento dello Hielo) che si andava svelando. Li ricordo con le immagini dell'altra (ma è la stessa) lingua che chiamiamo Glaciar Viedma che ci scorreva sotto dall'aria, piena di grotte in modo insensato, smisuratamente più grande di quella che poi abbiamo esplorato. Di cavalli coi quali tentavamo di raggiungerla. Di elicotteri. Di pesi insopportabili. Di compagni ideali. Di un posto di bellezza struggente, fluttuante, appena inciso dalla nostra massiccia esplorazione.
"Sì, Imperatore, abbiamo iniziato: torniamo appena possibile".
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Esplorando Internet
Massimo Taronna
Il grande interesse che l'argomento Internet suscita attualmente sui vari mass-media, mi ha stimolato a compiere una ricerca per vedere cosa vi si può trovare inerente la speleologia.
Considerato il livello intellettuale medio del GSP (ormai si richiede come minimo l'iscrizione ad una facoltà universitaria), non fornisco alcuna istruzione su come collegarsi alla rete. In ogni modo è tutto abbastanza semplice, avendolo provato in prima persona: servono un computer, un modem, un contratto di accesso ad Internet (fortunata tutta la casta dei professori universitari e dei ricercatori, o chi, come il sottoscritto, ha un collegamento sul posto di lavoro; in caso contrario dovrete pagarvelo di tasca vostra), il software necessario e un po' di istruzioni (esistono svariati libri e alcune riviste sull'argomento). Naturalmente sono abbastanza corruttibile, quindi è possibile che riusciate a ottenere da me altre informazioni sulle modalità di collegamento.
Prima di lanciarvi in rete vi consiglio solo di fare due conti sui costi telefonici; per chi abita in grandi città o zone immediatamente limitrofe il costo del collegamento ad Internet è equivalente ad una telefonata urbana della stessa durata. In caso di telefonate interurbane i costi salgono vertiginosamente, e vi assicuro che è molto facile fare collegamenti di una o due ore senza accorgersi dello scorrere del tempo (tenere un orologio a portata di mano, o, per i più distratti, fissare la sveglia sulla durata massima che vi siete prefissati per il collegamento, aiuta a contenere le spese).
Esistono varie modalità per effettuare il collegamento con Internet, ma oggi viene sempre più utilizzata quella in modalità grafica (il World Wide Web - WWW - sistema ipertestuale che gestisce testi, immagini, suoni e ogni altro tipo d'informazione o risorsa che possa essere resa disponibile su un computer). Tutti gli indirizzi che ci rimandano ad un sito operante in modalità grafica (il "sito" può essere un singolo computer o una rete di computer che mettono a disposizione di tutti gli utenti delle informazioni o dei file) iniziano con la sigla HTTP .
Un'altra modalità di collegamento che c'interessa è quella che permette di trasferire file. Esistono numerosi programmi disponibili in rete, a libero accesso, ed è possibile prelevarli tramite il protocollo FTP (File Transfer Protocol).
La ricerca delle informazioni
Il primo collegamento lascia disorientati. La dimensione della rete (in continua crescita) è tale che senza una guida si rischia di vagare per ore e ore senza trovare le informazioni cercate (non è in ogni caso tempo perso, perché vi sono svariate cose strane e interessanti in Internet).
Fortunatamente esistono alcuni siti che offrono la possibilità di compiere delle ricerche su termini forniti dall'utente, fornendo liste di indirizzi più o meno inerenti l'argomento desiderato (molto utile è: HTTP://lycos.cs.cmu.edu).
Occorre dimenticarsi l'italiano, perché la lingua standard della rete è l'inglese. Ciò non significa che documenti in italiano o in altre lingue non sono presenti, ma in genere sono associati alla traduzione in inglese. Provate voi a collegarvi ad un sito in Giappone e cercare di leggere quello che compare. Se non si seleziona il pulsante per la versione in inglese, a video vi appariranno sequenze di lettere e numeri senza significato, anche
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perché difficilmente sul vostro computer avrete installato un set di caratteri per la lingua giapponese.
Nella mia ricerca ho utilizzato i termini CAVE e SPELEOLOGY. Il primo ha dato come risultato molti più indirizzi del secondo, ma questo è dovuto al fatto che tale termine non è univocamente legato alle grotte.
Chi c'è
La maggior parte degli indirizzi ottenuti si trovano negli Stati Uniti. Ogni facoltà universitaria, che tra le sue file annoveri almeno uno speleologo, ha la sua pagina dedicata all'argomento, che spesso rimanda ad altri collegamenti. Ci sono poi grotte turistiche e parchi naturali che si autopubblicizzano in questo modo. Inoltre molti gruppi speleologici (in primis la National Speleological Society - NSS -) hanno predisposto un sito HTTP o FTP .
Forte è la rappresentanza australiana; poi si contano indirizzi in Germania, Francia, Scandinavia, etc.
Non ho, per il momento, trovato delle pagine in Italia. Solo qualche articolo, reperibile presso HTTP://zenon.inria.fr:8003/agos/sis/CaveWeb.html, dove naturalmente spunta anche l'onnipresente Giovanni Badino.
Questo è un indirizzo molto interessante, sia per i collegamenti con altre pagine d'argomento speleologico, sia per gli articoli (interessanti due dizionari speleologici, uno italiano-francese e l'altro inglese-francese) e per i programmi che rende disponibili.
Qui è gestito anche un database che vuole raccogliere, a livello mondiale, tutte le grotte con lunghezza superiore a 5 chilometri o profondità maggiore di 300 metri, fornite di indicazioni bibliografiche. Trattandosi di un archivio in fase di realizzazione, sono gradite tutte le correzioni e le segnalazioni di nuove cavità, con riferimenti bibliografici. Le comunicazioni vanno inviate ad Eric Madelaine, il cui indirizzo e-mail (posta elettronica, sempre tramite Internet) è il seguente: Eric.Madelaine@sophia.inria.fr (il simbolo @ significa "presso", e si legge "at").
Un grosso pregio di Internet è la possibilità di organizzare gruppi di discussione sui più svariati argomenti, cui le persone interessate si possono iscrivere. Un esempio è fornito dal Cavers Digest, forum di discussione su argomenti speleologici, il cui motto è: "What makes us different is that we still like to play in the mud.".
Qui potete inviare le vostre riflessioni, le vostre richieste di informazioni, etc., che saranno poi recapitate a tutti coloro che sono inseriti nella lista di distribuzione.
Per fare ciò basta inviare il seguente messaggio (le parti in corsivo vanno sostituite con i vostri dati):
To: listproc@speleology.cs.yale.edu
From: vostro indirizzo E-mail
Subj:
Subscribe cavers-digest vostro nome
Ad esempio un argomento oggi molto dibattuto è quello inerente la protezione delle grotte e l'etica speleologica. Interessanti, su queste questioni, sono tre documenti dell'Australian Speleological Federation (reperibili presso http://hermes.its.unimelb.edu.au/~u1217515/asf/ stds.html) oppure la sezione della NSS specificatamente dedicata a tali argomenti (la pagina cui fare riferimento è la seguente:
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http://www.hacyon.com/samara/nssccms/welcome.html).
Esistono anche riviste diffuse in rete, come ad esempio "Caving on Line", giunta al terzo numero (http:llspeleology.cs.yale.edu), che gradiscono collaborazioni tramite articoli o suggerimenti.
Diverse sono le foto speleologiche disponibili, in qualche caso piuttosto curiose (ad esempio le catacombe di Parigi, o i nuovi ritrovamenti di pitture rupestri in Francia), ma la lentezza con cui sono caricate rende frustrante la loro visione.
L'ultima curiosità, per finire, è la possibilità di trovare raccolte di canzoni speleologiche, naturalmente in inglese, fornite di accordi (contattare: http://www.halcyon.com/samara/rstitt/ cavsng94.html).
Software per la speleologia
Numerosi sono i programmi disponibili (ftp://speleology.cs.yale.edu, alla directory pub/caving/cave_software), essenzialmente creati per il disegno delle poligonali, oppure per l'archiviazione dei dati di rilievo. Ve ne sono sia per l'ambiente Dos-Windows, sia per l'ambiente Macintosh o Unix.
Attualmente stiamo provando due di questi programmi. Il primo, Karst256, lavora in ambiente Dos, mentre il secondo, Winkarst, in ambiente Windows 3.x. Probabilmente nel prossimo numero di Grotte daremo una recensione delle opportunità che offrono.
Il futuro
Naturalmente quella fornita in queste pagine è solo una panoramica molto parziale di ciò che è possibile trovare. La rete è molto simile ad un labirinto, e si finisce sempre a visitare nuove cose. È fondamentale registrare i propri movimenti all'interno di Internet; a volte c'è il desiderio o la necessità di tornare ad una pagina vista in un collegamento precedente, e se non abbiamo segnato l'indirizzo può essere molto difficile ricostruire il cammino che ci aveva condotti in quel punto particolare.
Inoltre, trattandosi di un sistema con un altissimo tasso di sviluppo, da un giorno all'altro possono nascere nuovi siti per noi interessanti.
Lancio ora un appello: qualcuno conosce degli indirizzi italiani? Non si potrebbe pensare a creare un sito di argomento speleologico, in cui magari attivare un archivio catastale (con bibliografia e, perché no, rilievo) delle grotte italiane?
Sono interessato allo sviluppo di un simile progetto. Il mio E-mail è il seguente: cts@fileita.it, oppure sono reperibile presso il GSP.
Per il momento buon net-surfing!
Una nota aggiuntiva: Interdet
Giovanni Badino
L'articolo di Super è stato fatto senza sapere che da gennaio si è sviluppata grandemente una rete di speleologi italiani collegati (rete denominata INTERDET), i cui componenti sono a fine Maggio 95:
agli%mimi@magic.itg.ti.com (che è M. Miragoli, raccoglie notizie)
avignone@neumann.sissa. it
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caldera@master.cci.unibs.it
ciocci@fr419.frascati.enea.it
corvi@rvax.elsag.it
badino@lngs.infn.it
burri@aquila.infn.it
df117049@ipifidpt.difi.unipi.it
doveri@neumann.sissa.it
forti@geomin.unibo.it
Gferrari@etnoteam.it (che è G. Ferrari, uno degli animatori)
grassi@siam.mi.cnr.it
joseph@area.ct.cnr.it
marengo@neumann.sissa.it
mescal@hpg30.dister.unige.it
olivucci@deis33.cineca.it
preziosi@cig.ensmp.fr
profin@ibm580.icqem.pi.cnr .it
proteus@cribi11.bio.unipd.it
rezzolla@tsmi19.sissa.it"
siccardif@vaxgec.ge.infn.it (che è F. Siccardi, il gestore del server)
suoli@hp825.gp.terra.unimi.it
zambotto@mtsn.itc.it
zoom@hp715.iiv.ct.cnr.it
Inoltre c'è attualmente anche un server della speleologia italiana la cui collocazione è però in via di definizione, così come la messa a punto. Dato il ritmo col quale si sta sviluppando Interdet quando questa nota andrà in stampa quanto essa contiene sarà necessariamente superato: per aggiornamenti contattare via e-mail qualcuno fra Miragoli, Ferrari, Badino o Siccardi.
Per chi vuole saperne di più sulle Reti rimandiamo ad un bellissimo libro appena uscito: "Il Libro Delle Reti" della ADN Kronos. Lire 14000: le vale assolutamente.
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Note tecniche
Ancora sui trapani, connettori e batterie
Federico Tietz
Vorrei aggiungere alcune informazioni e modifiche all'articolo di Cuccu riguardante i trapani e le batterie apparso sul n. 116 di Grotte.
Le batterie che normalmente usiamo sono al piombo/gel in sostituzione dell'elettrolito presente negli accumulatori automobilistici. Entrambi producono, in fase di ricarica, gas che di solito è idrogeno che in condizioni normali si disperde nell'aria.
Se chiudiamo gli accumulatori in contenitori stagni e li ricarichiamo produrremmo una miscela di idrogeno/aria che andando in pressione può facilmente esplodere come è già accaduto al II gruppo CNSAS.
Per ovviare a codesti spiacevoli risultati e' necessario garantire un costante ricircolo d'aria.
Per i contenitori già in uso credo che l'unica soluzione sia di aprire i tappi di fondo, e per i prossimi di dotarli di un tappo a vite di pari diametro del cilindro con varie possibilità produttive.
Altro accorgimento utile credo sia l'inserimento di un fusibile per evitare di "fumare" gli accumulatori con un corto sempre possibile in ambiente bagnato.
Per realizzare i contenitori che ho proposto sono necessarie le seguenti parti (le sigle indicano l'articolo dal catalogo "GEBERIT"):
- coperchietto di chiusura Ø 125 ART. 368.812.16.0
- circa 30 cm tubo Ø 125 ART. 368.000.16.0
- riduzione centrica Ø 125/90 ART. 368.580.16.1
- cappa (tappo) di chiusura Ø 90 ART. 366.750.16.1
C'è da ricordare che gli accumulatori vanno inseriti prima di saldare il coperchietto in quanto non passano attraverso la cappa di chiusura (Ø 90) che serve soltanto per l'ispezione. Per l'assemblaggio arrangiatevi con l'idraulico di Torino.
Infine c'è da ricordare che gli accumulatori vanno caricati sempre con gli sfiati verso l'alto, cosa non sempre intuibile in contenitori cilindrici. Ultima informazione è che sono stati commercializzati degli accumulatori da 4Ah con dimensioni e peso ridotti a circa il 50% rispetto a quelli da 6.5Ah.
Federico Tietz "Birillo". Padriciano 265 Trieste 34012 (040) 22.69.30
Precisazioni
Franco Cuccu
Caro Federico che ci scrivi da Trieste,
Mi fa piacere sapere che anche se vivete in un clima di quasi coprifuoco troviate il tempo di leggere il nostro giornale (ti immagino seduto al cesso che leggi impassibile sotto i colpi del mortaio croato).
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Mi rendo conto che sarà difficile in quel paese di confine ricevere pubblicazioni speleo o comunicare con altri gruppi occidentali, perché se così non fosse non capisco come mai non ti sia giunta voce che il contenitore che tu proponi è stato messo da noi messo in pensione tre anni fa; i primi a costruirlo furono i "cuneesi" senza la riduzione 125/90. Nonostante fossero "cuneesi" avevano capito che bastava segare la parte non filettata di un tappo da 110 per adattarlo al diametro 125 mm.
Venne dismesso, perché per noi "ispezionabile" vuol dire che in qualsiasi momento posso cambiare le batterie, senza chiamare l'idraulico.
Per quanto riguarda la ricarica la posizione è ininfluente a sentire i produttori da me interpellati. Se hai notizie diverse fammele sapere. Il fusibile non lo usiamo (non dico che non serve) visto che il corto veniva dato dall'uso di un contenitore metallico o da accrocchi vari usati per collegarsi alle batterie, cose ormai scomparse.
In ambiente umido queste batterie non vanno in corto.
Gli accumulatori da 4 ampere alcuni gruppi li usano da anni con scarsi risultati ma se vuoi saperne di più leggi quanto scritto su Talp n. 5 sulla capacità reale degli accumulatori e capirai che l'unica via per ridurre il peso e avere potenza è il NiCd.
Hai ragione per la presa d'aria in fase di ricarica; noi abbiamo forato il connettore femmina al centro (diam.1 mm) e il connettore del carica batterie. Questo non vuol dire che il contenitore da noi proposto sia il migliore, per questo siamo aperti a proposte evolutive ma cassiamo quelle involutive.
P.S.: Comunque esiste una struttura del CNSAS che si occupa di questi problemi: se ti interessa chiedi al tuo Delegato di Zona.
Baci, baci, Fof.
Dis. n. 1 - Schema del contenitore per le batterie
Altro sulle batterie
Franco Cuccu
Sulle caratteristiche delle batterie NiCd e la differenza con quelle al piombo ha già detto Talp n. Qui di seguito viene indicato come assemblarle usando il connettore quadripolare descritto sul numero precedente di Grotte.
Il pacco NiCd viene costruito usando 20 elementi da 1,2 V nelle capacità 2,4 AH e 4 AH. Vengono assemblate dal fornitore in quattro cilindri da 6 V e contenuti da una guaina termorestringente che lascia fuori solo i quattro fili da 1,5 mm² per il collegamento al
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connettore femmina che va cablato seguendo lo schema usato per i pacchi al piombo.
Il contenitore è il solito tubo da cesso ma questa volta i tappi sono termosaldati (disegno n. 1). Le misure sono: 2,4 AH, diametro 75 mm, h 26 cm, peso 1,6 kg, numero fori 20-25, fix m8; 4 AH, diametro 90 mm, h 35 cm, peso 3,2 kg, numero fori 30-35, fix m8 e costano poco più di una batteria Bosch. La ricarica avviene a 12 V con 2 carica batterie uguali collegati allo stesso connettore seguendo il solito schema. Abbiamo scelto la carica a 12 V per la facilità di reperire sul mercato questo prodotto, a differenza del 24 V che va quasi sempre autocostruito. Non caricare mai le batterie in parallelo.
Il disegno n. 2 mostra la slitta per il collegamento del trapano alle batterie originali. Se avete problemi a trovare il materiale chiamateci.
Dis. n. 2 - Slitta per il collegamento del trapano

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Ancora Pierino
Giovanni Badino
Il problema fondamentale che si pone Pierino quando si trova di fronte alla necessità di imparare qualche cosa nuova o valutare un nuovo strumento è: dimostrare che tanto questo non gli servirà e che quindi è inutile che lo impari, o lo acquisti.
"Quante volte è capitato che serva" dirà, cercando di fuggire. Ma quante volte gli saranno servite le cinture di sicurezza in auto, quante il fatto che la sua longe regga una tonnellata, quanti guard-rail gli saranno serviti delle migliaia di chilometri che ce ne sono sulle strade di tutt'Italia??
"A me non capita. A me non serve." In genere è vero come è poco probabile gli servirà la maschera ad ossigeno chiusa nello sportellino sulla sua testa, quando vola in aereo, o quasi certamente non gli servirà quel particolare telefono d'emergenza in quella piazzola d'autostrada. Quasi.
Il guaio è che selezionando solo le cose assolutamente indispensabili Pierino sarà assolutamente sguarnito per affrontare una qualsiasi emergenza.
Vediamo cosa succede. Cullandosi nella constatazione che "A è poco probabile, inutile prepararsi a reagire se accade, B e poco poco probabile, inutile prepararsi a reagire se accade, C è poco probabile,..." Pierino dimentica che A, B, C,... sono tanti e che quindi almeno uno di essi capiterà quasi certamente, a lui o ai suoi compagni. Ma Pierino questo non lo capisce: "A è poco probabile, facciamoci una birra invece di studiarlo".
Forse poi capiterà F a uno dei compagni. Forse Pierino sarà fortunato e ci sarà Michelino che sa rimediare. Allora Pierino e compagni si prenderanno i rimproveri di costui "ve l'avevo detto!" si sentiranno in colpa e allora per un po' studieranno come rimediare a F (ad A, B, C,... no, perché continuano ad essere sono poco probabili...), poi torneranno alle birre delegando la loro sicurezza a altri. Oppure Michelino non ci sarà. Ci sarà una tragedia dopo la quale Pierino dirà: "ma come si fa a fare F, bisogna essere stupidi per farlo capitare, mica ti puoi allenare una vita per rimediare a una tale cazzata" dimenticando che, in genere si parlava di allenamenti di poche decine di ore
È particolarmente buffa l'osservazione, offesa, che l'emergenza è stata frutto di una cazzata, o di inesperienza, per giustificare il fatto che ci ha preso alla sprovvista. Ogni emergenza è frutto di errore: e che, dovrebbe essere frutto di scelta oculata? Non essere stupido Pierino, questa non è una giustificazione.
Fare cazzate, anche grosse, accade. La più grossa, però, è non essersi preoccupati di prepararsi a reagire.
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Risalita dell'archeologo
Giovanni Badino
Un aiuto a risalire
La tecnica che passiamo a descrivere è intermedia fra il recupero di peso di una persona e la sua salita in completa autonomia. In pratica essa serve quando:
1) persone completamente digiune di tecniche di salita su corda devono salire un salto di una certa entità
2) persone che per qualche motivo (spossatezza, piccole ferite) non sono più autonome per la salita, in una situazione però in cui il recuperarle di peso sia eccessivo, troppo faticoso o impossibile.
Di fatto è stata messa a punto proprio per il primo caso, derivandola da quelle di autosoccorso in crepaccio. In Messico, nella grande gola de Rio La Venta avevamo trovato nel 94 delle fortificazioni Maya in un grottone a 70 metri di altezza sul fiume. Nel 95 vi abbiamo portato due archeologi messicani e ci siamo trovati a dover far loro superare il precipizio.
Sinteticamente
In sintesi la manovra è la seguente: una corda lunga il doppio del salto viene fissata in alto, scende al risalitore, gli passa in una carrucola che lui ha in vita, accanto ( o al posto ) al bloccante ventrale, e risale in cima al salto.
Il risalitore fissa sulla corda che scende dall'alto il suo bloccante di staffa completo di questa e del cordino di sicura.
In cima al salto viene preparato un sistema di traino sulla corda che arriva dalla carrucola del risalitore.
Il risalitore si aiuta con la staffa mentre da sopra tirano sulla sua corda.
I vantaggi sono numerosi. Il risalitore fa pochissima fatica. Il suo sforzo è praticamente tutto impiegato per ridurre gli attriti. In caso di crisi del risalitore lo si potrà comunque tirare su di peso (ma occhio al bloccante di staffa contro la carrucola!). Anche gli operatori (ma ne basta uno) al traino fanno poca fatica. La velocità di salita è maggiore di quella di un recupero diretto, e la manovra richiede meno operatori. Ha anche degli svantaggi, naturalmente. Occorre una corda lunga il doppio del salto. Occorre una carrucola. È praticamente impossibile superare frazionamenti e dunque le corde toccano parecchio la roccia. La tensione è distribuita sulle due, e dunque non è così terribile, ma sta di fatto che il tratto di corda fissato in alto è esposto a danneggiamenti.
Qualche dettaglio
Aggancio del risalitore. Se è esposto al rischio di perdere i sensi bisogna essere sicuri che non gli succeda nulla se questo capita. Dunque si curi che il punto di sospensione della carrucola sia alto e con sostegni alla parte alta del torace in modo da impedire rovesciamenti o posizioni iperestese.
La normale staffa del risalitore risulterà un po' corta per questo tipo di salita e quindi è opportuno allungarla aggiungendo uno o due moschettoni.
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Schema della risalita dell'archeologo
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Il traino, di massima, verrà effettuato da un compagno del risalitore in contrappeso sulla piazzola: la corda che risale dal pozzo passa in una carrucola (e siamo a due...) fissata ad un chiodo alto. Il trainatore si fissa col suo bloccante ventrale al tratto che ne scende, e tira.
Per impedire la ricaduta di chi risale si fisserà allo stesso chiodo di contrappeso un cordino con un bloccante, fissato, rovesciato, al tratto mobile della corda principale. La soluzione più semplice sarà quella di usare in questo ruolo la propria staffa, se degna di fiducia.
Se non ci sono chiodi alti disponibili si opterà per un paranco, al limite fatto con soli moschettoni.
Passiamo ai guai causati dalla presenza di nodi sulla corda.
Nodi sul traino
Va da sé che possono essere presenti solo sul tratto mobile. Un nodo sul tratto fisso inchioda la manovra quando il nodo si pianta nella carrucola: da quell'istante il traino diviene diretto e non più demoltiplicato. Mi sembra una situazione da evitare.
Un nodo di giunzione (sarà di sicuro un Nodo Galleggiante) sul tratto mobile non crea invece particolari guai, ma solo qualche complicazione superabilissima da un operatore esperto. Vediamo come.
In presenza di nodi sulla corda è indispensabile montare il sistema cordino-bloccante descritto qualche riga sopra. La sequenza è la seguente:
1) il nodo arriva contro il bloccante sino a spingerlo una spanna verso l'alto;
2) lo si smonta e rimonta a valle del nodo;
3) il nodo arriva contro la carrucola di contrappeso (o di paranco): si cala un po' in modo che entri in tiro il sistema cordino-bloccante;
4) si dà molta corda lasciando un grosso lasco fra carrucola e bloccante;
5) con quel lasco si fa una grande gassa (Nodo Guide con Frizione) all'interno della quale vi sia il nodo;
6) si riprende il traino sino a che il nodo di quest'asola va contro la carrucola;
7) si disfa la gassa fatta al punto 5) e: sorpresa! Ora il nodo sulla corda è andato molto in alto!
8) si smonta la corda dalla carrucola e la si rimonta col nodo a monte. Si continua.
All'ultimo passo il risalitore è rimasto appeso al sistema cordino-bloccante: credo sia una situazione tollerabile dato che il carico sulla corda è solo pari a metà del peso del risalitore e che costui ha comunque il suo bloccante di sicura.