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GROTTE
anno 37, n. 115 - maggio-agosto 1994
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
sommario
Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n. 9 di Dicembre 1994.
SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE
GRUPPO III PUBBLICITÀ INFERIORE AL 70%. - TORINO
Direttore responsabile: Emanuele Cassarà
(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13.10.73)
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Redazione: |
Giovanni Badino, Giampiero Carrieri, Marziano Di Maio, |
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Attilio Eusebio, Daniele Grossato, Laura Ochner, Riccardo Pavia. |
Foto di copertina: Ube Lovera (Nel ghiacciaio Malbec 2 - Patagonia)
Bozzetti di Simonetta Carlevaro
Stampa: La Grafica Nuova, Via Somalia 108/32, Torino
Stampato con il contributo della Regione Piemonte (Legge regionale 69/81)
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Lettera del Presidente |
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D. Grossato |
Si ha sempre qualcosa da imparare (per fortuna! dico io), così l'incidente di fine luglio in Piaggia Bella ci ha insegnato che tutte le serate e le domeniche che abbiamo impegnato e dedicato al CNSAS nei suoi più disparati aspetti non sono andate sprecate. Un incidente serio, a 1700 m dall'ingresso di PB, dopo la Confluenza verso la giunzione con Caracas. Per molti di noi era il primo intervento di una certa mole e, a parte l'eco dei mass-media, in generale (stranamente) veritiero, la soddisfazione generale nel vedere una squadra che effettua un recupero in maniera quasi perfetta è notevole.
È stato sufficiente l'impegno di due squadre per far uscire la barella; quando la squadra ligure ci ha dato il cambio alla Confluenza mi sono quasi commosso dalla contentezza e l'unico neo della vicenda (a voler fare proprio i pignoli) è stata la voce autoritaria ed esageratamente pomposa del Milite che sbraitava ordini convinto di essere a capo di un plotone militare, anziché di un gruppo di volontari del Soccorso. Poco male, questa è opinione personale. In realtà i liguri hanno lavorato energicamente (come dimostrano le immagini del film girato dal nostro Riccardo Spielberg) con la piccola "fortuna" di aver recuperato nella parte meno scomoda della grotta e di aver fatto vedere il cielo alla barella.
Intervento, questo, che per i molti "giovani" volontari era un po' la prova del nove: il risultato l'abbiamo visto dipinto sul viso dei quadri (Poppi, Pierangelo, Ube e Mecu), un sorrisone da orecchio a orecchio!
L'incidente ha ritardato di un paio di giorni l'avvio del campo al Biecai che ci ha riservato piacevoli sorprese. È saltata all'occhio una forte presenza di persone "nuove", derivante gran parte dai corsi degli ultimi due anni, che ha, per così dire, ringiovanito il clima e ha fatto nascere in me un barlume di speranza per la futura speleologia torinese nonché un possibile sbocco verso la concretizzazione di un'idea che io spero di realizzare: la decentralizzazione della figura e dei compiti del presidente, questo, principalmente, per evitare di dover passare dieci anni con questa carica sulle spalle, ma anche per riuscire a interessare il maggior numero possibile di persone che vanno in grotta alla vita non solo sociale ma anche burocratica del gruppo ( quest'ultima è la parte più pallosa, ma credetemi! è veramente ridotta all'osso).
Il risultato di spicco del campo si chiama Sardu: si tratta di un -280 con uno sviluppo di circa 1 km ancora in fase di esplorazione (vi pupperete tutti i particolari delle novità nelle pagine seguenti). Con tutto questo gran parlare di -1000 può sembrare un risultato insignificante e probabilmente la speleologia elitaria ci criticherà per questo, tuttavia la soddisfazione e il divertimento sono ciò che importa in questi casi, anche in relazione al fatto che la zona del Biecai praticamente quasi vergine) non è stata vista poi così bene l'anno passato e quindi sicuramente necessiterà di altre visite approfondite.
Contrariamente al criticato bollettino precedente ("io non l'avrei neanche fatto uscire", mormora qualcuno; "troppo pieno di articoli targati Badino, dice qualcun altro), questo che avete tra le mani è decisamente più corposo. In attesa delle critiche invito tutti coloro che hanno qualcosa da dire o semplicemente voglia di scrivere (speleologicamente parlando, ovvio!) di far pervenire alla redazione degli articoli. La redazione sicuramente ci farà pervenire onesti pareri.
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Attività di campagna |
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a cura di D. Grossato |
1 maggio 1994. Mottera (Val Corsaglia). F. Belmonte, G. Carrieri, D. Grossato, U. Lovera, E. Serra, A. Ubertino (GSBi). Bloccati dall'acqua alla sommità del pozzo a T si rimedia con una risalita alla sommità dello stesso. L'agile Ubaldo la porta a termine e dice che chiude, quindi scende disarmando, ma il trapano e il bogolone dove sono? L'agile Ubaldo si riarma la risalita, recupera il materiale e contemporaneamente si candida per la Volpe d'Argento '94
7-8 maggio. Abisso Bacardi (Prato Nevoso) Esercitazione di squadra del 1° gruppo CNSAS con tre fasi di recupero: 1) dal salone del Venticinquennale al meandro delle Azzorre, 2) dal meandro delle Azzorre all'uscita, 3) tecnica di sforramento sul canalino esterno Ventisette i volontari presenti delle delegazioni di Torino, Cuneo, Biella, Giaveno, Vercelli e Aosta
15 maggio. Settore Colme (M .Mongioie, Val Tanaro). D. Grossato, V. Martiello, B. Vigna e G. Balestra, M Primolan, S. Macario, R. Richiardone (GSG) Battuta esterna dal Passo del Cavallo in cresta fino al Passo delle Scaglie. Trovati due buchi soffianti nella neve. Visti poi altri pozzi segnati dagli imperiesi.
21-22 maggio. Buco delle Mastrelle (Marguareis). F. Belmonte, M. Campaiola; M. Ingranata (GSG), D. Grossato, A. Molino, E. Serra Ennesima fase di ririlievo della zona delle gallerie Che Schifo.
28-29 maggio. MARGUA '94 (Ormea, CN). Incontro speleologico organizzato dall'AGSP in collaborazione con il Comune di Ormea e il Parco Alta Valle Pesio e Tanaro. Vedi articolo.
5 giugno. Piaggia Bella (Marguareis). C. Banzato, R. Cassulo, A. Cotti, D. Grossato, U. Lovera, V. Martiello, A. Ubertino (GSBi). Nelle gallerie Suicide, dove Ube raggiunge una sala siglata USP 86, arrampica come sa far lui e forza una strettoia con aria scoprendo un nuovo meandro. Più sotto si scende un pozzo attivo (P 15) che chiude su ringiovanimento
Settore Colme Sud (M. Mongioie, Val Tanaro). D. Girodo, M. Scofet, B. Vigna. Scavo e apertura di Barbie 1 (uno dei buchi nella neve visti il 15 maggio). Si scende per 20 metri in grossi ambienti ma ci si ferma su una ciclopica frana con forte aria aspirante. A circa cinquanta metri di distanza viene scavato e aperto Barbie 2. Si percorrono 10 metri quindi una breve strettoia impedisce ancora il passaggio. Aria forte!
12 giugno. Valle delle Meraviglie (Val Roja, Francia). A. Gaydou, M. Grassi. Nei pressi di cima Agnellina visti alcuni buchi segnati dal CMS. Null'altro.
19 giugno. Settore Colme Sud (M. Mongioie, Val Tanaro). A. Manzelli, A. Molino, M. Scofet, B. Vigna. Vola il prode Manzelli..., si scende Z 13 che chiude dopo 5 metri di frana scavo e prosecuzione difficoltosi, aria soffiante forte. Poi ci si sposta a Z 11 tentando di passare il fondo: aria media aspirante. Infine si scava in una condotta vicino all'ingresso ma non si passa, intanto... vola il prode Manzelli.
24 giugno. Ghibli (Zona D, Marguareis). E. Bertoldo, G. Fanchini. Prosegue l'opera di scavo che consiste principalmente nel "portare" in superficie le pietre dal fondo del pozzo-meandro di 20 metri. Forte aria aspirante e fessura da manzare.
25-26 giugno. Buco delle Mastrelle (Marguareis). E. Bertoldo, G. Fanchini. Sopra il P15 dopo il Peu de Feu a raggiungere un condottino visto il novembre scorso. Sfiga chiude!
Caprie (Val di Susa). Esercitazione di sforramento andata buca causa pioggia battente. Così la squadra del 1° Gruppo CNSAS ripiega in una cava chiusa di S. Ambrogio per il ripasso di alcune tecniche.
2-3 luglio. Piaggia Bella (Marguareis). G. Badino, N. Barbettta, M. Campaiola, D. Dinice, D. Girodo, D. Grossato, U. Lovera, M. Trivero, F. Vacchiano (GSG), P. Zappulla. In prossimità della partenza della Mistral, Ube e Franz iniziano una risalita che il bogolone li obbliga a interrompere. Poco distante di lì Mecu si infila in una frana e giunge ad una strettoia con forte aria soffiante. Dopo un discreto scavo Marilia la forza e si ferma su un saltino da scendere. Inutili i tentativi di Mecu e Daniele di passare la strettoia. Nel frattempo Giovanni reca in processione mistico turistica fino alla Confluenza uno stuolo di ex-allievi
Settore punta del Mongioie (Val Tanaro). C. Banzato, E. Bertoldo, L. Bozzolan, R. Cassulo, S. Cavanagh, G. Fanchini, B. Vigna. Viene scoperto nella parete Nord, vicino alla punta, un buco chiuso da frana dopo 10 m con buona aria spirante. Si apre a 30 m dalla cima un buco visto in primavera, sul versante Est: dopo mega scavo ci
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si ferma su frana, aria fortissima. Vengono poi visti altri buchetti e nella conca sopra la dolina di Ngoro Ngoro troviamo un P10 con buona aria, l'ingresso è da manzare.
Zona Z (Limone Piemonte). A. Gaydou con due ex-allievi, Matteo e Massimo. Rivisto Z 12 che presenta neve e vento gelido soffiante all'ingresso. Da scavare.
9-10 luglio. Piaggia Bella (Marguareis). C. Banzato, D. Girodo, D. Grossato, M. Ingranata(GSG), U. Lovera, E. Pesci, P. Terranova. In punta a RB a scendere il pozzo su cui si era fermato Ube nel giugno '93. Trattasi di un P30 che termina in un ampio salone dal quale si dipartono tre vie: la prima è una galleria in discesa che riporta sull'attivo; la seconda ci fa risalire un'altra galleria per 50 metri circa e ci fa arrampicare fino a esaurimento corde (20 metri); la terza è un pozzo (P10 ?) che non abbiamo sceso. Rilevato il tutto.
Settore di Colla Termini (Ormea, Val Tanaro). I. Cicconetti, F. Cuccu, S. Cavanagh, A. Eusebio, V. Martiello, M. Trivero, B. Vigna. Alcuni scendono nella Grotta degli Orsi (zona Zotte degli Stanti) si scava sul fondo ma non si passa..., aria nulla. Altri riprovano ad aprire Italcondotte ma non c'è nulla da fare: la frana regna sovrana. Battuta finale in zona e scavi di numerosi buchi con forte aria soffiante. Zona da rivedere bene nel settore tra la malga del pastore e Cima Verzera.
17 luglio. Pis dell'Ellero (Val Ellero). G. Baldracco, E. Bertoldo, Eusebio family, G. Fanchini, Giovine family, L. Ochner. Mentre qualcuno porta su del materiale in vista del campo, in grotta Piattola inizia un'arrampicata "che soffia nuvole d'aria... da continuare con un trapano".
23-24 luglio. Gouffre des Perdus (Marguareis). Esercitazione "verticale" di squadra del 1° Gruppo CNSAS che effettua un recupero da -300 circa fino a fuori. Pochi gli assenti tra i volontari di Torino, Cuneo, Biella, Giaveno, Vercelli e Aosta.
Prima Osteria. (Masche, Mongioie) E. Bertoldo, I. Cicconetti, G. Fanchini, G Ramondia, M. Trivero. Sul fondo (-70) dove si inizia lo scavo della galleria intasata da fango.
Pis dell'Ellero (Val Ellero). G. Baldracco, A. Eusebio, B. Giovine, Gleb. Immersione in apnea nel sifone finale che risulta inaccessibile. L'acqua esce da un condottino di pochi decimetri.
30-31 luglio. Incidente a Piaggia Bella (Marguareis) con relativo massiccio intervento del 1° Gruppo CNSAS (vedi articolo interno).
1-15 agosto. campo estivo GSP in Zona Biecai (vedi articoli).
16 agosto. Egidio (Canin sloveno). Beccuccio (anconetriesloveno), Domenico, Spazzola. Dopo energica ripulita dei traversi sommitali, viene iniziato un traverso sullo "Zlatrog" (P385) a circa 100 m dalla partenza .Beccuccio arma sulla parete opposta a quella utilizzata per la discesa normale.
19 agosto. Veliko Sbrego (Canin sloveno). Beccuccio, S. Borghi (CGEB), D. Girodo. L'intenzione è di arrivare a lavorare sul fondo (-1180) ma l'acqua presente in grotta (c'è stato un temporale!) fa pensare che il rischio di trovare la strada bloccata a -900 sia decisamente elevato; così sopra a Galaxica (circa -700) si vanno a vedere le zone (splendide a dir poco) di giunzione con Pà e Volpe. Dormita al campo base a -620 e ritorno.
21 agosto. Ghibli (Zona D, Marguareis). S. Bettuzzi, M. Campaiola, D. Grossato, P. Terranova. Gran lavoro di disostruzione sul fondo che risulta però parziale. Occorre portare in superficie pietre e in seguito far prudere una manciata di manzi per vedere cosa c'è dopo quei 30 cm di strettoia. Discreta aria aspirante.
27-28 agosto. Sardu (Zona Alfa, Biecai). F. Cuccu e D. Girodo, A. Casadei, M. Franchi e E. Mattioli (GSPGC), D. Losi e Guglielmo (GSCarpi). Qualcuno ha dato la musette da rilievo a Mecu senza il libretto: bastardo! Tuttavia Mecu e compagni percorrono il fondo (280) a monte per circa 300 m risalendo di ben 120 m (in altimetro da polso fede veritas) senza incontrare pozzi. Si sono fermati su frana (brutta da passare) ma con forte aria. Nel frattempo Fof e i reggio-emiliani scendono una serie di pozzi paralleli a -80 circa fino a esaurimento corde. Un altro pozzo è lì... da scendere
Alfa B19 o Hippy Cannelunghe (Zona Alfa, Biecai). M. Campaiola, R. Cassulo, D. Grossato, V. Martiello. Sul fondo (-160) a manzare una strettoia con fortissima aria soffiante. Marilia e Roby rilevano la galleria vista da Piccino durante il campo che termina anch'essa su strettoia con forte aria soffiante. In entrambi i posti occorre tornare con i manzi.
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Notiziario |
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Novità esplorative |
I cuneesi hanno fatto il colpo grosso quest'estate alle Carsene: hanno trovato Arrapa-Nui, un abisso profondo 450 m e con uno sviluppo di circa 1,5 km, ancora in fase di esplorazione. È anche interessante il suo andamento per il complesso della Conca (Cappa, ecc.).
Buone nuove dagli Imperiesi sul Marguareis. Gli amici liguri, infatti, hanno forzato un vecchio buco in zona Omega (Omega 3) giungendo a -420 forse su gallerie.
L'estate ha portato una "siringata" di ottime novità dal Circo di Moncodeno: i Tassi di Milano hanno esplorato la grotta più vicina al rifugio Boganoi ad oggi conosciuta. È il classico abisso "grignesco": 400 m di profondità un pozzo dietro l'altro. Per ora l'esplorazione è ferma su strettoie, ma le prospettive sono interessanti... Un secondo "gioiellino" è comparso nella zona alta del Moncodeno: Daniele Bassani e compagni lombardi hanno ripreso un "vecchio buco" sceso per un centinaio di metri allungandolo di un paio di chilometri fino a -300 m. Si attendono sviluppi.
Infine, prima i belgi del CSARI, poi i milanesi hanno ripreso le attività a Capitano Paff (-768 m). Un ramo laterale scende, per ora a -580 m. Fermi su pozzo molto umido (leggi cascata). La prima "magra" porterà "vacche grasse" anche qui...
L'abisso Vandima (vuoi dire "vendemmia" in sloveno), sul Canin, esplorato dagli speleo sloveni, ha raggiunto quota 1100. È strettissimo e faticossisimo. A detta di Beccuccio è la grotta più difficile che abbia mai visto: se qualcuno vi si fa male non fatevi trovare.
Abisso Zeppelin, sul Canin italiano, vicino al Poviz, quota 2150. Esplorazione iniziata dai giovani dell'Adriatica ora portato avanti dai virgulti di molti dei troppo numerosi gruppi grotte triestini. È a -380 e continua. Speriamo che risulti l'inizio della ripresa della speleologia triestina, storicamente la maggiore in Italia ma in crisi da anni; crisi nascosta dalle abilità politiche dei veci e dalle imprese di qualche fuoriclasse: ma crisi, e crisi dura, crisi tribale, crisi di idee, di stimoli e di attrattività.
Quel che è certo è che una ripresa dovrà passare per la formazione di collaborazioni trasversali fra i gruppi. Si deve riformare una 'tribù" speleologica triestina, che ora non c'è più. Certo è pure che la ricostruzione deve essere portata avanti dai giovinastri perché i veci sono troppo legati ai ricordi. Certo pure è che deve essere una riformazione operativa, esplorativa.
Il fatto che lo Zeppelin stia partendo proprio in questa maniera fa meravigliosamente sperare. Forza bocia, quel che fate è più importante di quel che immaginate!
Ancora sul Canin italiano, l'abisso P2 è giunto a -300: è l'ultima fatica udin-pordenonese (Giacomino, Agostino e Moreno).
Altre buone nuove dal Canin sloveno: i fratelli Antonini colpiscono ancora! Korova è la loro ultima scoperta; attualmente si sono fermati a -620 su pozzo. È probabile che l'abisso precipiti nel collettore di Veliko e Ceki 2 ma non dovrebbe interagire con essi a livello di giunzione: auguri a loro!
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Adesso finalmente ho capito perche ogni tre anni c'è tutta quella lotta per fare il Presidente della SSI! Oltre a guadagnare stipendio, profumati rimborsi spese e soprattutto un'estrema cedevolezza delle speleologhe che incontri, ti trovi ad essere trattato bene ovunque tu vada. Tolto, naturalmente, in patria, maledetti torinesi.
In particolare qui ringrazio gli speleo del Sulcis (tosti come i minatori del Sulcis: del resto è logico, sono appunto tutti minatori...) che mi hanno donato alcuni giorni indimenticabili quando li sono andato a trovare in occasione dell'assemblea della Federazione.
Ho potuto finalmente vedere una grotta in Sardegna (la Rolfo, una grotta bizzarra e bellissima che si apre in una miniera abbandonata), sperimentare il mirto e il vino sardo, ma soprattutto ho sperimentato la loro ospitalità quotidiana. Grazie Angelo, Silvestro e tutti voi che mi avete mostrato la vostra terra a buon rendere.
(G. Badino)
Primo incidente mortale in grotta a speleologi brasiliani. C'è stato un campo di speleo francesi e del Minas Gerais nel Goyas, grotta Lapa do Angelica (vicina al complesso della Craibinha) questo agosto. Uno dei partecipanti, una ragazza di venti anni (Patricia Martins Alves De Mendonca) è precipitata dall'alto di una galleria mentre stava rilevando rami superiori. A quaranta minuti dal volo, di venti metri, è deceduta. La salma è uscita dopo una ventina di ore, recuperata dai colleghi del campo.
Stimolati da questo incidente i brasiliani hanno richiesto di riprendere la collaborazione sui problemi del soccorso in grotta, sui quali nell'88 e nel '90 avevamo fatto degli incontri nazionali nel San Paolo.
(G. Badino)
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Diciassettesimo e diciottesimo Congresso |
Si è svolto a Castelnuovo di Garfagnana il 17° Congresso nazionale di speleologia, la quadriennale occasione di incontro per la speleologia con ansie scientifiche.
L'assemblea del congresso si è presa coscienza di questo ed ha affrontato come tema di discussione: ci sarà il diciottesimo congresso nel '98?
A molti di quelli che leggono queste righe la questione apparirà paradossalmente poco interessante o, come minimo, solo paradossale. Sta di fatto che discutendola si riassumono un po' di questioni che vagano da tempo nell'ambiente.
Facciamolo. Intanto: mi è sembrato che il congresso sia andato bene egli organizzatori ne erano ragionevolmente e giustamente soddisfatti.
Qualcos'altro mi sembra sia andato e stia andando male: il rapporto fra il Congresso nazionale e le altre occasioni di incontro fra speleologi. Quello che, un tempo, era un'occasione quasi unica, e quindi molto importante, ora è diventata un appuntamento minore dal punto di vista di capacità aggregative.
È il concetto di "Congresso" che va molto male in rapporto agli incontri tipo Nebbia.
Nell'assemblea si sono scontrate due tesi.
La prima era all'incirca la seguente. Il congresso è un fatto scientifico e solo una minoranza esigua degli speleo può definirsi "scienziato". La speleologia è una disciplina multiforme con aspetti più culturali che scientifici e dunque va mantenuta in tutt'uno: "speleologo ricercatore" è colui che si interessa di tutte le branche della speleologia scientifica, pur eventualmente dando apporti originali solo in una.
Anche la frequenza quadriennale è adeguata dato che quattro anni sono un tempo ragionevole per accumulare cose da dire.
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Dunque il congresso così com'è va bene: è per una élite e lo rimarrà, inutile preoccuparsi.
La seconda tesi, che si è un po' focalizzata su chi scrive, benché fosse portata avanti anche da altri, si discosta decisamente dalla precedente.
Si muove su alcuni assunti che riassumo.
"Scientifico" è ciò che viene pubblicato su riviste con referee internazionali: se fai un lavoro scientifico pubblicalo su Karstologie o International o Nature.
"Congresso" è occasione poco formale di incontro per scambiarsi idee su argomenti di ricerca con altri ricercatori del campo, iniziare collaborazioni eccetera. Tant'è che in passato il congresso era essenzialmente fatto nei corridoi e nei ristoranti circostanti la sala: la "crisi" del congresso deriva appunto dalla presenza di occasioni di incontro che stanno al congresso come per capacità poetiche Dante sta a me.
"Interdisciplinarità" è parola carina ma va applicata non con le singole comunicazioni ma a sessioni riassuntive. Chi scrive, ad esempio, non è in grado di reggere una comunicazione di Achille Casale sulla tal baboia del tal posto. Tuttavia ascolterebbe volentieri una comunicazione in cui lo stesso Achille raccontasse al popolo cosa è stato detto di nuovo sull'argomento da chi ha fatto le diciotto ore precedenti di diapositive sfuocate raffiguranti bestioline che se trovassimo in un pezzo di formaggio ce lo farebbero buttar via.
"Elite" è anche una parola simpatica ma va applicata alle élite, non ai ghetti. Chi fa ricerca è "gente scelta", ma in tutto il mondo civile chi la fa è obbligato a fare didattica: a spiegare ciò che fa. In sostanza bisogna fare in modo che chi vuole fare ricerca abbia ponti d'oro per avvicinarsi.
"Quadriennale" è parola ridicola: buona parte degli speleologi durano di meno e dunque hanno probabilità significative di non venire mai a sapere che cosa sia un "Congresso di Speleologia" benché, forse, in esso troverebbero stimoli per continuare a frequentare le grotte.
"Occasioni di incontro" sono quelle tipo Nebbia o Phantaspeleo. E, visto che uno degli obiettivi primari del "congresso" deve essere quello di dare a tutti la possibilità di interessarsene, va tenuto entro una di quelle occasioni.
Ecco dunque una proposta operativa di congresso (Workshop? Incontro scientifico? Meeting? Convegno? Riccardo? Chiamatelo come volete).
Da tenere entro un incontro nazionale di tutta la speleologia.
Diviso per sessioni.
Ogni sessione ha come struttura 1) lezione del giorno prima, per tutto il popolo, sulla sessione ("cos'è la biospeleologia"), 2) comunicazioni su invito di specialisti su certe cose ("la biospeleologia nelle isole Kurili"), 3) comunicazioncine, con commenti e critiche intese in senso didattico ("le trasparenze non si leggevano", "acqua si scrive con la cq e non con la qq"), 4) il giorno dopo, a tutto il popolo, comunicazione conclusiva del presidente di sessione che spiega a tutto il popolo a cosa è stato detto di nuovo.
Deve essere possibile seguire i punti 1), 4) (e forse 2)) di ogni sessione: non ci devono, insomma, essere sovrapposizioni temporali fra queste fasi.
Si fanno gli Atti.
Che struttura originale, eh? All'incirca quella dei congressi di fisica, con l'aggiunta di una tensione didattica che, in essi, è praticamente inutile.
La frequenza di incontro è quella che si può, ma direi annuale dato che le comunicazioni sono intese come "discussioni".
Che ne dite? Vi piace? Scrivete delle osservazioni e proposte che finiranno o qui o su "Speleologia".
(G. Badino)
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Associazione speleologica Grigna (A.S.G.) |
La Grigna Settentrionale è da molti anni meta di speleologi provenienti da luoghi diversi.
Le prime ricerche iniziano oltre settanta anni fa: la Grotta di Fiumelatte, che rappresenta la risorgente di "troppo pieno" del Circo di Moncodeno (il cuore dell'area carsica in Grigna Sett.), è praticamente conosciuta da sempre e viene rilevata da Guzzi già nel 1922 ma bisogna aspettare fino alla fine degli anni 70 perché prendano corpo le prime importanti esplorazioni (abisso Marron Glacés -560m).
Durante la prima metà degli anni 80 il GGM compie un sistematico lavoro di ricerca ma senza risultati di rilievo. Dopo il 1985 hanno inizio le discese in profondità: il primo ad essere esplorato è l'abisso P. Trentinaglia, trovato dal GGM nel 1985 ed esplorato l'anno successivo dagli scopritori con speleo dell'ASC e del GSL, e poi, come si può leggere in tabella, via via tutti gli altri fino ad arrivare ad oggi
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Nome |
Lung. |
Prof. |
Esplorato negli anni |
Esplorato dai gruppi |
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Fiumelatte |
750 |
+40 |
1921-1987 |
GGM-GSL |
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Fatelodavoi (P1) |
300 |
-170 |
1987-1990 |
GGT |
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P. Trentinaglia |
515 |
-298 |
1985-1988 |
GGM-ASC |
|
Preparazione H |
400 |
-293 |
1990 |
GGM-ASC-GGT-GSARI |
|
Orione |
1000 |
-600 |
1987-1994 |
GGM-ASC-GGT-GSP-GGA-VARI |
|
W Le Donne |
4000 |
-1155 |
1987-1992 |
GGM-ASC-GSARI-VARI |
|
Capitano Paff |
1500 |
-785 |
1988-1994 |
ASG-GSP-CSARI-GGM-VARI |
|
Maron Glacés |
1200 |
-558 |
1987-1980 |
GGM-GSC (?) |
|
Il Tigre |
1000 |
-500 |
1978-1980 |
GGM-GSC (?) |
|
Le Bimbe Crescono |
2000 |
-300 |
1992-1994 |
GGM-ASC |
|
Maestro Sprinter |
500 |
-410 |
1994 |
GGT |
Dove:
GGM = Guppo Grotte Milano CAI -SEM (MI), GGT = Gruppo Grotte "I Tassi" CAI (Cassano -MI), GSL = Gruppo Speleologico Lecchese CAI (LC), SCO=Speleo Club "Orobico", ASC = Associazione Speleologica Comasca (Villaguardia - CO), GSP = Gruppo Speleologico Piemontese CAI -UGET (TO), CSARI = Belgi Bruxelles, GGA = Gruppo Grotte "C. Allegretti" (BS), Vari = Sotto questa voce sono compresi i "cani sciolti".
Gli esploratori della Grigna appartengono a molti gruppi: milanesi e comaschi in testa, ma anche piemontesi, toscani, belgi ed altri ancora. In realtà, se si scava più a fondo, si scopre che gli speleologi che hanno calpestato quelle pietre non sono poi molti : venti, trenta al massimo.
Oggi non esiste nessuno che abbia un quadro preciso e completo di tutte le grotte della Grigna. Le conoscenze sono:
- da una parte incomplete: molte esplorazioni sono in corso e nessuna delle grotte conosciute ha raggiunto il livello di base dove probabilmente scorre l'acqua del collettore di tutto il Circo del Moncodeno;
- dall'altra sono ripartite tra più persone che interagiscono tra loro in modo molto
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spesso casuale;
Che fare per migliorare la situazione?
L'idea giusta frulla nella testa di uno speleo d'oltralpe: perché non creare un'Associazione Speleologica? Un entità al di fuori dei gruppi speleo che comprenda tutti gli esploratori che vogliono farne parte, finalizzata alla ricerca, esplorazione e descrizione delle Grotte in Grigna.
Se ne parla insieme scoprendo che in molti si è interessati, e per "condirla" chiediamo immediatamente al gestore del rifugio cosa ne pensa della possibilità che sede dell'Associazione diventi proprio il Bogani.
La risposta è interessata, fatte salve tutte le verifiche del caso.
Il principale motivo per un'associazione è la necessità di strutturare le ricerche speleologiche sulla Grigna facendo in modo che tra tutti gli esploratori si creino finalità ed interessi comuni. Per il momento l'ASG (Associazione Speleologica Grigna) è solo "in embrione" e la sua evoluzione dipende da chi ne farà parte.
Oggi si sono per cosi dire "iscritte" una ventina di persone ma l'elenco si allungherà presto.
L'idea su cui lavorare è quella di pubblicare, in un futuro più o meno remoto (fra tre o quattro anni), una monografia che, oltre a descrivere tutto quello che è stato fatto fino ad oggi, dovrà contenere i resoconti esplorativi dei kilometri di gallerie che speriamo di trovare...
Se siete interessati all'iniziativa telefonate o mandate un fax a:
Libera Associazione di Ricerca ed esplorazione Speleologica della Grigna
c/o M. Benes (02 69004738)
M. Faverjion (022 666671 )
M. Zambelli (02 717461 )
Fax 02 55194429 (M. Zambelli)
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Lettera aperta al presidente |
Egr. Dott. Giovanni Badino,
ci accingiamo a questa nostra con profonda angoscia, pur certi della Sua attenzione. Come forse ricorda, Lei tenne un corso riguardo l'aria e il vuoto, convinto di comunicare a discepoli la sua sterminata e profonda conoscenza. Or si dà il caso che un giovane, F.M. di G. in provincia di RE, onesto lavoratore curioso del sotterraneo sia giunto a contatto con tali insegnamenti. Prima di allora, il giovane frequentava caverne e abissi con passione e ragionato discernimento; ora, lo stesso, è, ahinoi, irriconoscibile. Lo abbiamo visto ribaltare frane, infrangersi contro il pieno delle montagne, inseguire miti brezze e insignificanti refoli. E smazzolare deretani di amici in seguito ad emissioni di gas intestinali, roteare il trapano nella tormenta apuana o eccitarsi davanti a ventilatori. Lo spot dell'Amaro Averna (c'è un'ariaaaa staseraaaa) lo ha spinto a devastare più di un bar. Ha danneggiato gallerie, viadotti e semplici cantine; condotto amici all'assoluto impercorribile. Non ascolta ragioni o consigli: si nuoce (ci nuoce) forte; Lei parlando d'aria lo ha condotto nel vortice: ce lo esca! tenga un corso su "Caso & scoperta", oppure tratti di "Abissi: dove capita capita" ... Lo riporti comunque a una sana ignoranza! Comprenda il nostro grido: torna a casa, Snoopy!
Riconoscenti
gli speleologi padani
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Margua '94 Cinquant'anni di ricerca speleologica |
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Attilio Eusebio |
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Così continuano tutti insieme,
ognuno a suo modo,
la vita quotidiana,
chi riflettendoci e chi no;
tutto sembra andare per la via usata,
così come
in casi straordinari dove tutto è in gioco
si continua a vivere
come se di nulla si trattasse
J.W. Von Goethe, Le affinità elettive
Se ne potrebbe fare una versione "ufficiale", piena di ringraziamenti per tutti, per chi ha riflettuto e per chi ha lavorato, oppure una versione "interiore", più brontolona cercando di trasmettere al lettore le incredibili angherie e le inefficienze di alcuni che hanno vissuto il caso straordinario come se di nulla si trattasse.
Ho pensato molto su quale fosse la versione più sensata da pubblicare e scrivere, la più opportuna, quella che tutto sommato, stanchezza e fastidi a parte, avrebbe meglio trasmesso e evidenziato quanto vissuto e visto.
Non ho trovato una versione unica, non amo le versioni ufficiali da "Funerali di Stato" e dunque eccovi tutto quello che ho pensato, vissuto e sopportato in oltre quattro mesi di organizzazione.
L'idea era proprio "bella". Ad organizzare un incontro ci pensavamo già da molto, da prima della storia della Chiusetta. Dopo la tragedia si voleva fare qualcosa con gli amici liguri di commemorativo ma non eravamo riusciti a concludere.
Ora si apriva un'altra possibilità e con il Parco: pareva a tutti che fosse la grande occasione che si aspettava. Il tema poi era accattivante: Il massiccio del Marguareis, la sua storia ed evoluzione esplorativa ed i rapporti tra le aree protette e libera speleologia.
Così si sceglie una sede che pare adatta, ragionevolmente coinvolta nell'area, con servizi e disponibilità a sopportare gli speleo: Ormea è la candidata unica che pare possedere le adatte caratteristiche, se ne verifica la fattibilità e sorge d'incanto un Comitato organizzatore dove trovano posto praticamente tutti gli Enti presenti sul territorio - Comune, Comunità Montana, Pro Loco, Parco, APT, e finalmente, gli speleo.
Questi ultimi, con un coinvolgimento comune ed un impegno totale - segno di passate militanze organizzative - si presentano come Associazione Gruppi Speleologici Piemontesi (AGSP) e incredibile dictu riescono a non litigare e ad avere una unità di intenti quasi commovente.
Bene ...ma che bravi ...che carino... dirà il lettore, ma a noi...
Non lasciarti ingannare e leggi attentamente, non essere superficiale, caro lettore, un giorno, se non l'hai già fatto, potrebbe capitare a te di doverlo organizzare un congresso... lasciati raccontare le vicissitudini.
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Con un Comitato così andremo lontanissimi..... se ci distribuiamo il lavoro tutto funzionerà senza che ce ne rendiamo conto..... due telefonate e sarà tutto a posto..... erano queste le battute più comuni in quel periodo.
Certo con una chiara distribuzione tutto funzionerà; ma il programma chi lo fa?...il "Comitato" chiaramente: e così con quattro riunioni ufficiali, due di AGSP, tre di gruppo e alcune spicciole di sottogruppi si arriva alla stesura di un PROGRAMMA UFFICIALE con tanto di data, di ore e di precisi contenuti.
Tutto semplice, tutto OK. si comincia venerdì 27 maggio con un relaxante happening serale, si prosegue in scioltezza il sabato mattino (28 maggio n.d.a.) con una prima serie di 24 milioni di audiovisivi tutti con il loro commento, per seguire al fatidico pomeriggio - quasi estivo - assolato - caldo - al buio - (ronf... ! !!) con la Storia - anno per anno - diapo per diapo - immagine per immagine - di tutto quello che avreste voluto sapere e non avete mai avuto il coraggio di chiedere sui vostri antenati marguareisiani.
Con brillantezza tutto ciò si trascina per circa trecento ore; a questo segue una notevolmente interessante tavola rotonda (forse era rettangolare) sui rispettosi rapporti tra speleologia e aree protette.
La domenica poi è l'apoteosi, in sole diciannove ore saranno svelati i misteri del Margua; ogni specialista racconterà delle mille possibili esplorazioni nascoste dietro ogni pietra e appena al di là di un facile traverso lungo 50 m su pozzo da 100 (ma se era così promettente perché non l'ha già fatto..., n.d.a.) .
In più poiché il lavoro da eseguire in effetti era minimo, ci siamo - come AGSP e Parco - preso il delicato compito di organizzare una bella mostra foto e qualcosa d'altro nei locali della "Casa del Marchese".
Ora tutto è a posto: fatto il Comitato, scelta la sede, messo a punto il programma, i più si possono defilare e lasciare i dettagli dell'organizzazione ai soliti quattro arditi.
Cosi' comincia un lungo e straziante periodo nel quale gli organizzatori (i due o tre rimasti) danno - da buoni patrioti - un forte e sincero contributo alla ripresa dei consumi interni (SIP - Oil Company e altri ci saranno eternamente grati).
Correre, correre e correre ancora, di qua, di là, a coprire buchi lasciati da alcuni, a sperare che venga qualcuno, a cercare tutto quello che manca il giorno prima; il fatidico giorno prima, quando ormai prossimi al collasso psicofisico, in crisi nervosa e con l'ulcera galoppante i mitici organizzatori abbandonano tutti e tutto, mamme, luogo di lavoro e figli per dirigersi alla città dell'oro: Ormea in tutto il suo splendore ci attende.
In verità l'avvio è tiepidino, quasi freddo, i locali (intesi come popolazione) pare non ne sappiano nulla mentre i locali (quelli della manifestazione) non sono ancora pronti.
Ma non importa, era già tutto programmato, in meno di due giorni montiamo tutto - e qui in realtà non eravamo soli - c'erano anche due rappresentanti (uno solo a metà) del Parco.
Comunque tutto bene, anzi benissimo, dal venerdì sera incominciano a pervenire gli "esploratori", i primi senza dubbio sono i venusiani che per un problema di coincidenze arrivano già venerdì pomeriggio alle 14; vogliono sapere dove, come, perché, quando si mangia, si dorme, quante sono le diapo, l'ordine di quelle verticali e di quelle orizzontali e soprattutto chi ha preparato i titoli di coda del quarantatreesimo documentario.
L'organizzazione sabauda non teme confronti, ogni cosa ha una risposta, ogni risposta ha una sua cosa... ??!!
Il resto è storia vissuta: il programma originario è diventato vivibile, alcune parti quasi entusiasmanti (soprattutto il tiro all'elastico serale), alcuni film molto belli e credo che i trecento e più partecipanti si siano alla fine divertiti. Buon per loro
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Parte seriosa
Scherzi a parte, come ogni manifestazione che si rispetti, qualcuno ha lavorato di più, altri non hanno fatto niente; come ogni manifestazione che abbia un bilancio con entrate ed uscite noi abbiamo speso e qualcuno ha incassato; come ogni manifestazione che si rispetti questa l'abbiamo fatta noi, qualcun altro farà la prossima.
I ringraziamenti a tutti comunque:
- al Parco Naturale della Alta Val Pesio e Tanaro, per le idee, per il contributo tecnico ed umano e per il servizio di segreteria;
- al Comune di Ormea per averci lasciato fare quasi tutto quello che volevamo;
- alla Comunità Montana per non aver fatto danni;
- alla APT per la stampa dei manifesti e delle cartelline;
- alla Pro Loco per la sede e parte della logistica;
- alla AGSP per aver pagato - per ora - quasi tutto;
- ai cuneesi del GSAM per l'organizzazione della mostra;
- ai biellesi per la Segreteria;
- ai novaresi per la cura dello stand AGSP;
- ai giavenesi per i bellissimi giochi serali;
- ai Buena Onda per la serata danzante;
- al ladro del microfono per averci fatto fare la figura dei pezzenti;
- ai torinesi per la gestione delle mille menate;
- ai mercanti speleo per essere venuti a non vendere niente;
- a Ezio per la sua metà speleo;
- alla SSI perché è venuta...;
- al CAI perché son venuti solo quelli simpatici;
- a Meo, a Giorgio Dutto e anche, perche no, al sottoscritto - membri di un Comitato tuttofare - per tutto il resto...

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Ritorno ai Biecai |
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Bartolomeo Vigna |
Premessa
Per concludere le esplorazioni effettuate lo scorso anno nel settore dei Biecai, si programma un secondo campo estivo in questa interessante zona carsica che si estende dal Colle del Pas verso la Val Ellero. Le ricerche precedenti avevano evidenziato le discrete possibilità esplorative di quest'area, ma i più scettici del gruppo erano convinti che un successivo campo era superfluo e difficilmente potevano avvenire nuove scoperte. I risultati conseguiti hanno invece dimostrato che questa zona è stata per anni sottovalutata e che al momento ancora numerose sono le possibilità esplorative che il settore può offrire.
Anche se non sono raggiungibili notevoli profondità (il potenziale massimo supera infatti di poco i 700 metri di dislivello), si ipotizza l'esistenza di numerose cavità che darebbero accesso ad un vasto complesso carsico.
Dal punto di vista idrologico il settore appartiene al sistema drenato dalle sorgenti del Pis d'Ellero, come dimostrato da una colorazione effettuata dal GSP alcuni anni orsono. Nel 1957 un tracciamento effettuato dai francesi al Gaché aveva evidenziato un rapido collegamento tra questo abisso e le sorgenti in questione, ma tale risultato è stato unicamente utilizzato per dimostrare (a torto) la non appartenenza di questa importante cavità al sistema di Piaggia Bella. A nessun esploratore di allora, ed anche più tardi, nel 1974, quando durante una discesa una squadra italo-francese perse la via principale finendo sulla sommità di un pozzo inesplorato lungo la via attiva, e venuto in mente che dal Gaché si poteva anche accedere ad un nuovo sistema carsico. Sono ormai passati molti anni da allora ma ancora nessuno ha tentato il passaggio verso l'Ellero che permetterebbe il collegamento tra il complesso di Piaggia Bella con quello ipotetico presente in questa zona.
La dorsale del massiccio del Ballaur, dove sono localizzati gli abissi Gaché ed Essebue ed altri numerosissimi ingressi alti, caratterizzati da violente correnti d'aria nei quali si sta tentando di passare tra frane o strettoie, dovrebbe costituire non solo lo spartiacque tra due sistemi idrogeologici distinti, ma anche rappresentare la linea di demarcazione tra due complessi carsici con circolazione d'aria semidipendente. Sembra ormai accertato che nei settori più elevati del Ballaur e delle Saline siano ubicate numerose cavità che costituiscono ingressi alti in comune tra il complesso di PB e quello dell'Ellero. Nel settore dei Biecai sono, infatti, unicamente presenti cavità che si comportano da ingressi bassi, e ad una quota di 2440 m sono stati scoperti ancora pozzi con notevole aria soffiante.
Anche se le esplorazioni sono solo all'inizio, e possibile azzardare alcune ipotesi relative alla geometria della rete carsica ed alle caratteristiche del sistema. Il basamento impermeabile limita verso ovest la struttura carsica ed ovviamente condiziona in parte lo sviluppo delle gallerie in profondità. Ma mentre in Piaggia Bella le particolari condizioni strutturali hanno favorito la formazione di un importante collettore principale nel quale confluiscono tutte le acque assorbite nella zona, sul lato occidentale di questo settore sembrano esistere solo una serie di collettori secondari, paralleli tra loro, impostati nel primo tratto lungo il piano di immersione dell'impermeabile che segue una inclinazione di 20-40° verso Est. L'abisso Sardu, caratterizzato da un'ampia galleria scavata in parte nei porfiroidi e l'abisso Gonnos sviluppato principalmente nella serie Triassica, si
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dirigono ambedue verso oriente. Le cavità, raggiunta una quota intorno ai 1900 metri, abbandonano il contatto basamento-calcari, sviluppandosi con gallerie ad andamento prevalentemente orizzontale, caratterizzate da morfologie prevalentemente freatiche, interessate da modesti approfondimenti. Alla quota di 1860 metri sono infatti localizzate le sorgenti del Pis dell'Ellero che costituiscono il livello di base carsico del sistema ed ovviamente condizionano in parte lo sviluppo della rete carsica. Il sifone di Gonnos, pur essendo localizzato a quasi due chilometri di distanza dalle emergenze, si trova esattamente alla stessa quota. Nell'abisso Sardu i sifoni sono presenti ad un livello di poco superiore (circa 1900 metri). Le possibilità esplorative di questo settore si giocheranno quindi ad una quota compresa tra i 1900 e i 1950 m, dove potrebbe esistere un esteso reticolo di condotte, per ora esplorate parzialmente a Gonnos e nelle altre cavità che raggiungono tale livello (abisso Alfa B19 e abisso Sardu).
Il regime delle portate del Pis dell'Ellero, attentamente osservato da Mariolino e Donatella, gestori del rifugio Mondovì, che durante le giornate di pioggia sembrano dedicarsi unicamente a tale passatempo..., è caratterizzato da piene molto pronunciate e violente direttamente collegate con l'andamento delle precipitazioni. Il Pis, che costituisce il troppo-pieno del sistema, si attiva in pochissimo tempo e nell'arco di alcuni minuti passa da portate irrisorie ad oltre 1000 l/s. Tale comportamento è sicuramente legato alla presenza di un esteso e ben sviluppato sistema carsico, caratterizzato da ampie gallerie in grado di smaltire rapidamente le acque provenienti dalle zone assorbenti.
Tutte queste osservazioni fanno ben sperare per la prosecuzione delle esplorazioni di questa zona che non solo per le numerose tradizioni popolari che si tramandano (questi luoghi sarebbero popolati da streghe e maghi) rimane uno dei settori più misteriosi tra tutti i massicci carsici delle Alpi Liguri.
Il gias dopo una giornata ventosa (foto B. Vigna)
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Diario del campo
Generalmente l'articolo relativo al diario del campo è considerato quasi una appendice del bollettino, stampato con caratteri più piccoli e quasi mai letto da nessuno. In realtà esso costituisce una importante documentazione su tutte le attività svolte e può avere una certa importanza per riprendere nei mesi o negli anni successivi parte di lavori lasciati in sospeso e quasi sempre passati nel dimenticatoio. Durante le movimentate serate, passate nel tendone a divertirsi e rovinarsi, non è una facile operazione raccogliere tutte le notizie della giornata prima che le persone affoghino nei vizi i diversi ricordi, ma tutto sommato divertente e spero utile.
Lunedì 1, arrivano al rifugio Mondovì, con il grosso dei carichi e con automezzi adeguati (non si assiste più come negli anni passati al disastrato sopraggiungere di un'armata modello Brancaleone), Giorgio, Laura Vittorio, Fof, Esmeralda, Meo, papere e cane, la band Giovine. Roberto, Cinzia, Nicola, Incrodetor (successivamente ribattezzato Escavetor), Igor, Simonetta, uno speleo russo di nome Gleb (probabile agente del KGB) e due reggiani, Snoopy e Daniele. Viene pesato e sistemato nelle apposite reti tutto il materiale destinato al trasporto via elicottero, oltre 1300 chilogrammi.
Martedì 2, si sale al campo con i soliti voluminosi zaini, i mezzi aerei verranno impiegati solo il giorno successivo, vengono montati il gias e l'acquedotto. Durante il pomeriggio ci si allena agli scavi aprendo un buco con forte aria localizzato ad alcune decine di metri dalle tende. Arrivano Giovanni, Spazzola, Simonetta, Daniele e Sincro.
Mercoledì 3, puntuale come l'orologio-altimetro-bussola-termometro-menometro di Giovanni (ultimo ritrovato tecnico indispensabile per pavoneggiarsi durante un intero campo), giunge alle 8.00 l'elicottero con il primo carico. Nell'arco di 15 minuti tutto il materiale e l'intera band Giovine vengono depositati ai bordi del campo. Sistemato il tutto ci si riunisce per un summit generale che dà il via alle manovre. Un gruppo si dirige in zona Alfa A, dove batte l'intera dorsale che separa il settore del Lago Biecai dal vallone delle Masche fino alle pareti più settentrionali. Nell'area vicino ad Alfa A 12 vengono scavati diversi buchi con aria soffiante ma con esito negativo. La notevole circolazione suggerisce di ritornare. Scendendo verso il Lago Biecai viene ritrovato un pozzo, con vecchi spit, non siglato e denominato Alfa A16. Si calano prima Marilia e poi Daniele fino ad esaurimento corde, fermandosi ad una profondità di circa 70 m, a 10 m dal fondo. Zz, Igor, Incro battono in zona Alfa D, scoprendo un pozzetto vicino alla sorgente e più a Nord un p 10 con neve ed un buco con discreta aria da aprire. Giovanni Gleb e Daniele in zona Alfa B visitano Alfa B22 che sembra continuare tra neve e roccia e Alfa B27 dove risalgono un camino che chiude mentre in fondo ad una saletta scoprono una fessura aspirante. Poi dal colle del Magu scendono nella conca delle Masche scoprendo una serie di pozzetti da rivedere. Anche Giorgio, Laura, Beppe, Michele ed Omar si recano in zona Alfa B. Ricontrollano Alfa B32 che presenta un riempimento di neve di 3 m più alto rispetto lo scorso anno, poi scendono un pozzetto localizzato sopra ad Alfa B25 che chiude in ghiaccio. Si spostano quindi al pozzo Alfa B10 dove sembra non esserci più neve e poi in zona Alfa C dove trovano un vecchio buco siglato GSP (in rosa) chiuso ma con una buona corrente d'aria, ovviamente da allargare. Nella zona alta scoprono un P10 da scendere. All'abisso Gonnos grandi lavori di sbancamento nel primo tratto da parte di Fof, Snoopy, dopo il disarmo dei primi pozzi effettuato da Vittorio.
Giovedì 4, Giovanni, Daniele, Vittorio e Gleb si cimentano sulle pareti Nord del Ballaur ma senza scoprire nulla di buono. Sotto di loro Giorgio e Laura guidano le calate. Beppe ed Omar tornano a scavare al Alfa B10 che sul fondo presenta una grossa frana con buona circolazione d'aria. Si spostano quindi in zona Alfa C dove trovano un buchetto con aria aspirante. Zz, Escavetor, Igor, Nicola, Marilia con figli, Roberto e Cinzia tornano a scavare in zona Alfa D nel buco visto il giorno prima ma nonostante lavori ciclopici non riescono a passare. Lì vicino scendono anche un pozzo di 8m chiuso da neve A Gonnos Fof e Snoopy completano la "Foffovia", poi entrano Meo, Spazzola, Daniele e Simonetta per l'esplorazione del ramo di Super, iniziata lo scorso anno. Armano un traverso seguito da ventose condotte ed un successivo pozzetto che conduce ad una zona complessa con un camino che sembra aspirare tutta l'aria.
Venerdì 5. Beppe e band, Spazzola, Simonetta I e Simonetta II si recano al lago delle Moglie per un rinfrescante bagno (chiedete a Simonetta II la temperatura precisa dell'acqua). In zona scoprono un buco con notevole corrente d'aria soffiante ed alcuni pozzi da rivedere. Escavetor, Igor e Nicola ritornano a scavare nel buco del giorno prima e pur avanzando di altri 2 m non riescono a passare. Daniele II, Cinzia e Roberto scendono per 25 m al Alfa B22 fermandosi, inspiegabilmente, su un pozzetto tra neve e roccia, con discreta aria. Zz, Daniele I e Snoopy armati fino ai denti puntano al mitico .'Fine du mondo", l'ingresso più alto del Ballaur chiuso a -30 ca. con notevole aria. Non trovando però questa grotta danno fondo alloro armamento in un meandro posizionato 10 m sotto la cresta e caratterizzato anche lui da forte corrente aspirante. Si arrendono per esaurimento munizioni, occorrerà ritornare. Danno quindi un'occhiata alla zona scendendo un pozzetto più basso. Meo, Laura , Fof e Michele battono il settore sotto il colle del Pas trovando unicamente una fessurina con debole aria aspirante Sui
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cucuzzoli a nord del lago Rataira aprono ed esplorano 2 pozzetti chiusi da grosse frane e scendono una lunga trattura tettonica profonda ca. 15 m Giovanni, Vittorio e Gleb vanno a Gonnos con l'intenzione di risalire il camino visto la punta precedente. I nostri ovviamente molto attenti la sera precedente alle spiegazioni relative al tragitto da percorrere, sbagliano risalita spittando per 25 m un camino laterale alla via principale in cima ritrovano le impronte della punta precedente. Escono alquanto adombrati. In serata arrivano al campo Jena e Cesco.
Sabato 6, Fof, Simonetta, Daniele II, Nicola, Escavetor, Michele, Gleb si recano a disostruire un buco visto il giorno precedente in prossimità del lago Rataira. Non passano ma scendendo verso valle. Daniele II trova una fessurina, totalmente priva di correnti d'aria che, dopo breve disostruzione da su una piccola saletta. Fof scende pochi metri e si affaccia su un bel pozzo nasce così l'abisso Sardu. Corsa al campo per recuperare materiale ed esplorazione immediata di una serie di salti che costituiscono un unico pozzo denominato "Pepa del Magnan" fermandosi poi su un successivo P20. A Gonnos Snoopy e Zz risalgono questa volta il camino giusto ed esplorano una serie di successive condottine fino ad un sifone di fango parzialmente aperto dove transita una notevole corrente d'aria. Daniele I, Roberto e Cinzia rilevano l'intero "ramo di Super". Beppe, Spazzola ed Omar ritornano al Alfa B10 per disostruire il fondo mentre Giorgio, Laura e Meo continuano la discesa del pozzo Alfa B22. Sul fondo scoprono un grosso ambiente con scivolo in frana seguito da un pozzo con ingresso da allargare caratterizzato da forte corrente d'aria. La grotta viene denominata Abisso Moon. In serata arrivano al campo Poppi e famiglia, Diego, Marco, Mantellus, Pierangelo con figli, Piccino ed amici, Gaydou.
Domenica 7, Beppe, Fof, Igor, Nicola e Gleb in punta a Sardu: esplorano la via principale fino a dei restringimenti ed una via laterale fermandosi su un P30. Scendendo dalla grotta Gleb trova un buco con aria forte. Antonello, Omar e Gaydou trovano una fessura con aria forte vicino a Alfa B17 da aprire. Marco, Michele, Diego, Pierangelo e Mantellus al Alfa B19 si calano per una settantina di metri fermandosi per mancanza di corde (armo demenziale con pochissima pulizia sui pozzi che ovviamente rimarrà tale per tutte le discese successive). Giorgio, Laura, Meo, Cesco e Jena disostruiscono con artiglieria pesante la fessura al Alfa B22 ed esplorano il successivo P 30 che da su uno strano giunto di strato caratterizzato da spessi depositi carboniosi. Le squadre delle diverse grotte scendono poi rapidamente al campo per il sopraggiungere di un forte temporale che come al solito coincide con l'arrivo di Walter e famiglia. Si uniscono al gruppo anche Mecu ed Enos. In serata gli emiliani sfornellano gnocchi fritti per tutti: libidine al campo.
Lunedì 8, Cesco, Jena, Vittorio e Meo in esplorazione a Moon: poca storia perché dal punto precedente esplorano una serie di salette in frana ed un ventoso meandro intransitabile per parecchi metri. Mesti escono rilevando fino a quando Cesco si lussa una spalla nella strettoia appena allargata. Il poveretto comunque se la cava da solo fino all'uscita. Al Alfa B19 scendono Mecu, Mantellus e Diego fino a circa -130, fermandosi su un P 7 per esaurimento materiale. Stessa quota viene raggiunta dalla squadra in esplorazione a Sardu formata da Beppe, Walter, Gleb, Igor, Nicola ed Enos che si arrestano su un P9. Giorgio, Laura e Poppi ritornano al Alfa B27, disostruiscono la strettoia finale e raggiungono un pozzo-scivolo di 7 m che da su una saletta dove si perde la notevole corrente d'aria in aspirazione. Occorrerà probabilmente risalire in artificiale un camino che sembra costituire la via giusta. Anche il numeroso gruppetto costituito da tutti i bambini del campo (Pruel, Sonny, Brunella, Giorgia, Dado e Sara) si cimenta in una disostruzione di un buco sopra le tende ma, nonostante l'enorme quantità di pietre e terra estratta e l'esiguità degli esploratori non riescono a passare
Arrivano i viveri (foto B. Vigna)
Martedì 9, Mecu, Mantellus e Piccino
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ritornano al Alfa B19 e proseguono l'esplorazione fino a -180 dove trovano una serie di condottine chiuse da strettoie con notevole circolazione d'aria. Beppe, Meo, Diego e Gleb continuano l'esplorazione all'abisso Sardu dove raggiungono a -170 una grossa galleria in frana impostata sull'impermeabile e battezzata S. Esmeralda. Escono rilevando. Giorgio, Laura, Poppy, Loredana e Walter in zona Alfa B ridiscendono Alfa B17 chiuso tra neve e roccia con poca aria mentre al Alfa B14 bis trovano un passaggio intransitabile per il ghiaccio ma percorso da forte corrente che viene tappato con pietre, ed Andrea tentano di passare al Alfa B18 dove si arrestano su una strettoia che da su un piccolo saltino. In serata arriva al campo Barbara.
Mercoledì 10, forte vento e tempo instabile: si svacca al campo. Riceviamo la piacevole visita del Gobetti ed Enrico di Verona. Nel pomeriggio ci si sgranchisce le braccia in un pozzetto vicino al campo. Verso le 19 parte una squadra per Sardu formata da Mecu, Jena ed Enos.
Giovedì 11, in mattinata escono quelli della punta notturna che hanno esplorato e rilevato una parte della zona a monte di Sardu caratterizzata da una instabile frana, fermandosi su... galleria. Il gruppo young formato da Vittorio, Omar, Enrica ed Andrea scopre nella zona del Colle del Pas un buchetto con aria aspirante che inizia a disostruire. Tendone e parte dei materiali intanto hanno preso la via del ritorno felicemente trasportati a valle dalle persone che giorno dopo giorno se ne vanno; il campo poco alla volta si svuota. La serata passa comunque felicemente con Giuliana, sorella di Meo, Laura e Susy che fanno di tutto per abbassare il livello delle taniche di vino, che a pochi giorni dalla fine è ancora troppo alto. A notte fonda tengono in allegra compagnia parte del gruppo.
Venerdì 12, prima che il sole giunga a scaldare le tende parte una squadra diretta a Sardu: sono quasi tutti giovani alle prime armi. È composta da un certo Giorgio B., Andrea G., Walter S., Meo V., Beppe G. (insieme totalizzano 212 anni) poi Piccino, Michele e Gleb. Esplorano e rilevano il ramo a valle fermandosi su due sifoni ad una quota di -280. Laura, Enos, Vittorio, Andrea, Enrica ed Omar continuano la disostruzione del giorno precedente, ma nonostante ciclopico scavo non riescono a passare.
Sabato 13, mattino piovoso passato a pulire il materiale usato durante la punta precedente ed il pomeriggio ad ordinare i bagagli per la partenza. Si contano ben 8 piedi di porco, 10 mazzette, 4 trapani, 10 punte lunghe e 2 corte, 3 bogoloni, 400 placchette, 7 moschettoni, 2 generatori, ecc; ma chi ha preparato i materiali? In serata si prepara una megacena di gruppo con la speranza di dare fondo a tutte le provviste ancora accumulate nei diversi frighi. Nonostante una grande abbuffata viene avanzata una discreta quantità di cibarie destinate a rimpinguare le dispense della capanna.
Domenica 14, si smonta il gias, l'acquedotto, l'intero campo e con l'aiuto di un provvidenziale mulo e soprattutto delle nostre ormai allenate schiene si trasporta con un unico giro tutto a valle. Arrivederci al prossimo anno.
P.S. Sardu è il cognome di Giuseppe, uno dei fondatori del gruppo speleo di Gonnos e nostro amico, mancato a metà luglio al rientro di una uscita in grotta.
Hanno partecipato al campo, in ordine di arrivo: Daniele (G.S.Carpi), Snoopy (GSP GC), Meo, Margherita, Brunella e Toto Vigna, Giorgio e Vittorio Baldracco, Laura Ochner, Bering, Beppe, Susy, Enrica, Giorgia e Alessandro Giovine, Omar, Franco Cuccu (Fof), Roberto Cassullo, Cinzia Banzato, Nicola Barbetta, Igor Cicoretti, (Incrodetor), Simonetta Carlevaro, Gleb (KGB), Giovanni Badino, Vincenzo Martiello (Spazzola), Simonetta, Daniele Grossato, Simonetta Bettuzzi (Sincro), Pierangelo, Marilia, Sonny e Pruel Terranova, Lorenzo Bozzolan (Zz), Michele Pastorelli, Enrica Serra (Jena), Francesco Belmonte (Cesco), Attilio (Poppi), Loredana, Daniele e Sara Eusebio, Diego Coppola, Marco Scofet, Andrea Mantello, Paolo Giaccone (Piccino), Adriano Gaydou, Walter, Sandra e Andrea Segir, Domenico Girodo, Antonello Molino (Enos), Barbara Barisani.
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Abisso Sardu: breve descrizione |
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Bartolomeo Vigna |
L'abisso è localizzato nel settore Alfa B della Conca dei Biecai (vedi Grotte n° 113), ad una quota di 2180 m e ad una distanza di circa 150 m in linea d'aria dal lago Rataira. Con un dislivello di 282 metri ed uno sviluppo topografato di 740 m (restano da rilevare oltre 300 m) risulta essere la cavità più importante finora esplorata nel settore Conca dei Biecai-Valle delle Masche.
Salendo dal campo si trova facilmente seguendo i ripidi pendii in direzione sud, verso il colle del Pas. La parte più alta del tragitto è segnata da una serie di alberelli, gli unici della zona, e da una falesia calcarea impostata in corrispondenza di una faglia orientata Nord-Sud. L'ingresso della grotta, localizzato alla base di questa paretina, verso ovest, è costituito da una fessura verticale della larghezza di circa 50 cm.
Il tratto iniziale della cavità, caratterizzato dalla assoluta mancanza di correnti d'aria, presenta una serie di scomodi passaggi su detrito instabile, che nonostante la pulizia effettuata continua a cadere nel successivo tratto verticale. Questo è costituito da una serie di brevi salti, intervallati da comodi terrazzini, che costituiscono un unico pozzo profondo un'ottantina di metri (pozzo Pepa dal Magnan). Al fondo di questo, proseguendo sulla verticale, si raggiunge dopo alcuni salti un meandro stretto non ancora esplorato, mentre pendolando sulla sinistra si perviene ad una larga frattura che conduce su un P28. Un traverso effettuato a pochi metri dalla partenza di questo, ha permesso di raggiungere un pozzo parallelo, più profondo, che conduce attraverso altri brevi salti ad una via ancora in fase di esplorazione (Ramo Pippi). Il percorso principale, alla base del P28, segue invece uno stretto meandro, scavato nelle dolomie triassiche, che dopo pochi metri raggiunge un altro bivio. Sulla destra parte una via fossile, con forte aria in aspirazione, ancora da esplorare, mentre sulla sinistra una serie di brevi salti, piuttosto stretti e bagnati (P3, P9, P5, P9, P6, P12), caratterizzano il percorso più rognoso scelto dai primi esploratori. Seguono ancora una serie di brevi pozzetti a campana, più larghi (P8, P9, P6), uno scivolo di pochi metri ed infine un ultimo saltino che si affaccia sulla volta di un grosso ambiente caratterizzato da una ciclopica frana (galleria di S. Esmeralda), ad una profondità di 200 metri dall'ingresso.
La cavità intercetta in questa zona il contatto tettonico tra i calcari e le rocce del basamento impermeabile. L'importante discontinuità che ovviamente condiziona per un lungo tratto la morfologia della cavità, è rappresentata da una faglia normale, a basso angolo, con un inclinazione variabile dai 45 ai 25° verso Est. In superficie essa costituisce il contatto tra i calcari e l'impermeabile che limita il settore occidentale della conca dei Biecai, dal colle del Pas fino a Porta Sestrera. La stessa faglia si estende poi ancora verso Sud e condiziona una rilevante parte del sistema di Piaggia Bella.
Il settore delle gallerie a monte di Sardu segue fedelmente tale contatto ed è caratterizzato in un primo tratto da ambienti molto ampi, con spiccate morfologie di crollo, che termina su una serie di ampi camini. La prosecuzione verso monte si trova sulla sinistra attraverso una galleria, con un primo tratto in discesa, sempre ingombra da massi che risale per un dislivello di circa 120 m per uno sviluppo intorno ai 300 m terminante su difficili risalite, con notevole aria soffiante, in parte ancora da rilevare.
Verso valle la cavità si restringe leggermente con un tratto piuttosto inclinato,
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interrotto da un P5 e caratterizzato da una notevole circolazione d'aria verso il basso. Dopo una sessantina di metri si giunge in un ambiente piuttosto complesso, con un bivio che a sinistra conduce ad una ampia galleria risalente verso monte e caratterizzata da ciclopiche frane. Questa è stata esplorata per una trentina di metri fino ad un ampio camino nel quale sembra defluire tutta l'aria della cavità (diversi mc/s). La via verso valle si raggiunge dal bivio, seguendo sulla destra un tortuoso percorso tra massi molto instabili. Una strada alternativa segue la sommità della frana ma è sconsigliabile per passaggi piuttosto esposti su pietre e fango.
Dopo questi caotici ambienti si perviene ad una bella galleria, impostata sempre lungo il contatto tettonico con una morfologia a forra in parte scavata entro le rocce impermeabili del basamento, percorsa da un rigagnolo con portata esigua. Per circa 100 mia via mantiene tali caratteristiche fino a quando la cavità abbandona il contatto esegue un percorso pseudo-orizzontale con una condotta freatica sul soffitto interessata da approfondimenti di alcuni metri. Questa bella galleria viene interrotta dopo circa 40 m da un probabile disturbo tettonico che condiziona il tratto successivo. L'abisso ha raggiunto in questa zona una quota prossima al livello di base (quota 1900 m), caratterizzata da ingenti depositi di fango. La via prosegue quindi stretta, lungo una frattura poco inclinata, completamente ricoperta da argilla. In corrispondenza di due piccole condotte sovrapposte si trova un altro bivio. Proseguendo diritti si incontra una galleria con morfologie a pieno carico nella parte alta, che dopo una trentina di metri si abbassa e termina su un piccolo sifone ad una profondità di 282 metri. Sulla destra invece si raggiunge una via laterale, ancora da rilevare, attraverso un basso passaggio sull'acqua, indicata da una forte corrente d'aria. Il primo tratto è caratterizzato da uno stretto meandro seguito da una fangosa condotta verticale risalita da Andrea con una ardita arrampicata (lancio di lazi, rimandi su spuntoni di terra ecc.). Un tratto orizzontale, stretto, conduce ad un ramo parallelo al principale, piuttosto complesso, attivo, con una via verso valle terminante su sifone. Verso monte, un ampio camino dal quale defluisce tutta l'aria presente in questa parte della cavità, sbarra attualmente l'esplorazione.
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Abisso Sardu '94: storia delle esplorazioni |
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Beppe Giovine |
È il 6 agosto quando l'amico Daniele (GS Carpi) con Fof, Simonetta, Nicola, Escavetor, Michele e Gleb si dirigono sotto il colle del Pas con l'intenzione di aprire uno dei tanti buchi in programma; come sia finita al riguardo forse non si saprà mai, ma quel che è successo durante la strada del ritorno è senz'altro una bella storia.
Con fare tutt'altro che sospetto, intonando in coro uno dei motivi più famosi del Festivalbar edizione anni '30, ovvero "Pippi Calzelunghe", il nutrito gruppo arrivò al campo nel primo pomeriggio, a far rifornimento di materiali, per poi ripartire quasi subito sui propri passi.
La sera, nel tendone, e festa (tanto per non perdere l'abitudine) e si saprà, dalle parole eccitate dei partecipanti alla scampagnata di cui sopra, che un quasi insignificante buco era stato individuato da Daniele in zona Alfa B. Si trovava a circa un quarto d'ora dal campo e, dopo alcune manovre di disostruzione, aveva dato modo di presentare al bramoso gruppo uno stretto meandrino iniziale seguito da una serie di pozzi (P15, P10, P5, P7) che si arrestavano, per semplice mancanza di corde, alla partenza di un salto di una ventina di metri. Seppure a salti, si trattava in effetti di un unico pozzo, dagli emiliani nominato "Pepa del Magnan"; nome piaciuto, assegnato.
Conclusioni del primo giorno: "mannaggia! ...e se avessimo trovato un abisso?"
Il giorno successivo è con tristezza che Daniele ed il suo compagno di viaggio, il magico Snoopy, si preparano a lasciare il campo dovendo così rinunciare alle esplorazioni successive. Queste non si faranno attendere molto ed infatti il 7 agosto sarà Fof con i neo speleo Antonello (Enos) e Nicola, il veterano Igor, il russo Gleb ed io (Beppe) ad affrontare quello che diventerà l'abisso Sardu. Purtroppo, per la poca convinzione nel fatto che "potesse dare qualcosa" o forse solo per semplice scaramanzia, l'esplorazione venne affrontata con materiali rivelatisi, ahimè, ben presto insufficienti. Dopo una intensa opera di pulizia delle pareti e dei terrazzini, che scoppiavano di massi instabili, tutto il gruppo riuscì a portarsi ad una novantina di metri dall'ingresso arrivando ad un grosso terrazzo dal quale si poteva scegliere di scendere in un bel pozzo ampio e praticamente continuazione di quelli precedenti su di una unica frattura (210°), oppure attraversare dal lato opposto del terrazzino, per arrivare alla partenza di un ancor più ampio pozzo, di una trentina di metri di profondità, che presentava sulla parete opposta una enorme finestra, certamente in grado di gratificare una azzardata traversata(!). La scelta venne fatta osservando la rimanenza delle corde ancora a disposizione; così Fof recuperando quanta più corda era possibile dall'ultimo pozzo appena sceso e armando ancora con due corde da una quindicina di metri ciascuna, arrivò sul fondo incontrando un meandrino, non troppo stretto, ma comunque da forzare, che ad occhio continua per una decina di metri almeno; aria sì, ma poca.
Ah, già! ...e l'aria? Mitica! In questo caso il detto "se tanto mi dà tanto" fin qui non aveva certo ragione di esistere.
Il debole incitamento all'azione, nasceva proprio dal fatto che sin dall'ingresso la fatidica aria si faceva ben sospirare; a tratti aspirava, a tratti soffiava, e neanche poi tanto. Lungo la discesa tendenzialmente soffiava, ma senz'altro il grosso si faceva sentire proprio alla base della prima serie di pozzi ameno novanta, provenendo dal pozzo
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lasciato indietro, non esplorato. Ora però le speranze di potersi divertire si facevano sempre più forti e motivate. Meno gratificante fu il ritorno al campo sotto l'imperversare di un temporalaccio fra tuoni, fulmini e grandine che ci zigrinava il cranio, mentre Gleb ed io cercavamo di raggiungere le tende, chiedendoci il perché di tanta ingratitudine: "...non sarà per caso arrivato Papà & Famiglia?.." dissi io, e Gleb:"...Kazzosky di un Kazzosky ma qhi iessere Paposky? Lo conobbe appena giungemmo!
Conclusione della giornata: "forse è proprio un abisso".
Sarà il giorno 8 agosto quando Walter (Papà), Gleb, Igor, Nicola, Antonello ed ancora io, torniamo a Sardui: obiettivo sostituire alcuni armi (compito malauguratamente tra tutti toccato a me: cambi atletici, aerei e ben tirati..., la sicurezza prima di tutto!) e dare un'occhiata al pozzacchione, rivelatosi un P27 bello, pulito, ampio, sperando di riuscire ad andare oltre. Alla base del pozzo, Igor ed io, ci imbattiamo in un pauroso Trias, decisamente strettino rispetto al resto della grotta (...ho detto grotta!), ma senza molta difficoltà, dopo qualche martellata, riusciamo a passare trovandoci alla partenza di una serie di saltini l'ultimo dei quali un P8, bagnato e scampanante, che arrampichiamo con estrema ansietà di sapere e... capire. Un altro P7 sotto di noi, quindi un pozzo serio che continua in un grande ambiente. Quando anche il resto della squadriglia passò oltre la strettoia, decidemmo di ritornare con un giusto quantitativo di materiali per proseguire l'esplorazione (evitando così di sacrificare la 40 che armava il P27). Aria decisamente buona, soprattutto in strettoia, soffiante. Profondità raggiunta circa 140 metri dall'ingresso. Lasciammo inesplorato un altro ramo che parte al di là della strettoia, prima del saltino; ha molta più aria ed un bell'ambiente su un pozzo da una decina di metri!!
Il ritorno, questa volta, fu caratterizzato da un test di resistenza all'urto per schianto dall'alto ("da tanto alto") di un bogolone; intendendosi per bogolone tubo in geberit ripieno
Salendo al Biecai (foto M. Canavese)
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di accumulatori ricaricabili per trapano che, irregolarmente legato all'imbrago, si lancia sul primo che sta sotto. Ovviamente chi sta sotto deve trovarsi appeso alla corda mentre risale ed appeso in vuoto, altrimenti può scansarlo troppo agevolmente; la mano sinistra mi duole ancora!
Conclusione della giornata:...."l'abbiamo trovato, stavolta!"...
Non ricordo di aver penato molto per convincere Meo a cambiare i suoi programmi del giorno dopo.
Così Meo, Gleb, Diego ed io ci siamo ritrovati anche il 9 agosto a scendere Sardu: altra serie di bei pozzi ampi e puliti (più o meno), che ...udite, udite... sprofondano uno in coda all'altro a circa meno 200 dove incontrano un ampio salone di crollo, pietre verdi sul fondo, e due grosse gallerie: una a valle e l'altra a monte! e un bel torrentello sul fondo. Siamo sull'impermeabile.
È forse il Paradiso? Ma che aria, ragazzi!
Meo ed io non resistiamo, armiamo, ancora un saltino e siamo sul torrentello che ben presto si presenta. "...Salve! sono il torrentello e fra le pietre lascio passare l'acqua, ma se volete provarci anche voi... Buona fortuna!". La galleria sull'acqua diventa impraticabile dopo una cinquantina di metri, così torniamo indietro lasciandoci alle spalle una mitica frana. Rileviamo.
Conclusione della giornata: "danza ungherese sulla collina dei conigli".
La sera è bisboccia: il vino scorre, come il torrentello a meno duecento.
Il giorno successivo, anzi la notte successiva, saranno Domenico, Jena e Antonello ad arrivare sul ramo a monte risalendolo di circa 150 metri; l'ambiente è grande, l'aria buona, numerosi sono i rametti laterali in discesa, la direzione verso il colle del Pas, ad incontrare la grande fascia di impermeabile. Rilevano.
Enos è allo sballo, Jena in polluzione continua, Mecu ...il saggio! Sono le nove del mattino, del 12 agosto, quando tornano al campo. Dalle puntate del rilievo si fanno le congetture più impensabili sulla posizione della grotta: "Il ramo a valle punta all'Ellero... No, si infila sotto le pareti del Ballaur!..." Bisognerà attendere la stesura del rilievo per capirlo con esattezza.
Conclusione della giornata: "Non si può aspettare, bisogna andare!", ma questa giornata viene sacrificata per viaggi di rifornimento al rifugio e dedizione alle famiglie; aspettiamo il giorno dopo.
La grande corsa partì all'alba del 12 agosto con Piccino, Gleb, Michele e l'AGSB al completo (Athletic Geriatric Speleological Band). Papà, Giorgetto, Andrea, che per l'occasione era arrivato dalla capanna, Meo ed io (che al confronto ero il ragazzino del gruppo); quella volta forse esagerammo un poco con i materiali.
Fino al salone terminale, ho già detto, e così anche della frana da superare; forse non ho detto che il salone, su generoso consiglio del compagno Gleb, molto amico di Fof, venne denominato "Santa Esmeralda"; nome piaciuto, assegnato.
Come cercatori di tartufi, all'inseguimento dell'aria fra i massi, Giorgetto, Andrea e Gleb si mettevano alla ricerca di un passaggio, mentre Papà ed io risalivamo il ramo a monte del torrentello fermandoci una cinquantina di metri più su, sotto frane che chiudevano la via di numerosi passaggini laterali nonché la galleria principale.
Intanto Giorgetto trovava la via ed oltre la frana una splendida galleria bene inclinata prendeva tutti per mano guidandoci senza alcuna difficoltà. Una puntata dopo l'altra, con la bindella in mano, giù per un altro centinaio di metri, sul torrentello, fino ad arrivare ad un passaggio sull'acqua, molto bagnato. Durante il percorso un altro bell'arrivo con
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galleria che resterà da esplorare e poco prima del termine percorribile della galleria principale, si transita attraverso un laminatoio con la pancia sul fango; molti i piccoli freatici che partono dall'alto, ma nessuno percorribile a misura d'uomo. Poco prima del termine del laminatoio, l'aria va ad infilarsi in un passaggi no basso, oltre il quale troviamo un altro sifoncino di sabbia da un lato ed un camino inclinato dall'altro. La scelta è per il camino; si avvia Andrea e lo seguirò io a fargli sicura. Un postaccio davvero, "la risalita del buon padre di famiglia", che con una corda da 24 metri, porta ad un condottino sospeso, poi meandro stretto, con un'aria sensazionale, che al fondo può essere ridisceso su di una corda lasciata lì, o più avanti in arrampicata. Si arriva così alla base di una serie di piccoli pozzetti senz'aria, c'è molto fango, ed un altro ramo d'acqua a valle, che niente ha a che vedere con quello lasciato alle spalle. Ma quel che più impressionò fu la base di un grosso pozzo, circolare e nero, con aria molto forte, che arriva dall'alto. ?????
Si lascia una traccia e ritorniamo dal gruppo rimasto ad attenderci sotto il camino: Meo, Giorgetto e Gleb. Tutti insieme usciamo e in una magnifica notte di stelle cadenti, facciamo ritorno al campo. Sono le due del mattino.

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Hippy Cannelunghe (Alfa B19) |
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Domenico Girodo |
Quando è stata trovata, la cavità è stata contrassegnata con la sigla Alfa B19, sigla che ai lettori affezionati di Grotte non suonerà nuova, infatti sul bollettino 113...
La cavità veniva descritta e disegnata da Taronna, il quale però, lo scorso anno, non poteva discenderne che pochi metri, e poi la neve bloccava la prosecuzione. Complice senz'altro la fortuna, le condizioni climatiche di quest'anno, ci hanno permesso di passare oltre e di portare a casa un discreto abissuccio.
La scoperta che non c'era più neve l'ha fatta lo Scofet, il quale, evitate un paio di strettoie "trappole" (con aria), decide una volta tanto di infilarsi nella direzione giusta (senza aria!) e senza troppo lavoro si affaccia su un bel P22, la cui sommità, presumibilmente, porta alle strettoie di cui sopra. Il pozzo scende con una verticale fino ad una seconda più larga. Da questo punto, faccia all'armo, sulla destra si intravede un abbozzo di finestra (non ancora raggiunta!), sulla sinistra una lingua di neve si incastra nello stretto. Dalla cengia il pozzo continua di nuovo inclinato per un po', poi verticalizza per arrivare su un "tappo" di frana circa 35 metri in basso.
È questo l'ultimo punto in cui abbiamo trovato ancora una macchia di neve (-80); dopo una rapida disostruzione manuale, si può passare e le pietre lanciate promettono bene; prima di infilarci verso l'ignoto diamo un'occhiata al di là di un grosso massone e troviamo un altro passaggio a pochi metri dal primo: le pietre anche qui fanno un rumore confortante, ma non raggiungono, a giudizio dei compari presenti, il luogo in cui si sono schiantate le prime. Rapido confabulare e decidiamo di scendere quello già aperto: non senza emozione si filtra tra un paio di bei "bogoloni", e poi nel vuoto per 30 metri circa. Il pozzo dapprima di sezione allungata come i soprastanti, verso la metà diventa quasi circolare e sul fondo ha un diametro di 3-4 metri. Appena atterrati sembra chiuso, ma riparata da una paretina, una strettoietta riporta sulla "diritta via" costituita da un P8 ed un successivo P23. Alla partenza ci sono due stretti attivi (potrebbero essere quelli del pozzo parallelo non disceso?), mentre circa a metà il pozzo si divide. Continuiamo la discesa per la parte più comoda e ancora una volta ci va bene: il fondo, cosparso di grossi blocconi, non chiude anzi, dopo pochi metri si biforca (punto D).
Tutta l'aria che per i pozzi era scarsa e di verso continuamente invertito, qui è netta e costante e si infila per un ramo in salita (non rilevato, è percorribile per una decina di metri, poi si raddrizza e ci siamo fermati col naso all'insù...), mentre proviene fa un pozzo di circa 7 metri. Discesolo e verificato che il fondo è bello chiuso, si risale di un metro e mezzo ed uno stretto cunicolo porta su un fondo parallelo. Non discendiamo da questa parte, ma risaliti quasi alla sommità del pozzo lo attraversiamo su una comoda cengia terrosa e ritrovata l'aria armiamo il salto, l'ultimo (-154). Alla base un piccolo arrivo d'acqua forma una pozza drenante in frana. L'aria però arriva forte da due punti diversi: il primo (A) è costituito da una galleria sub orizzontale; il secondo da una condottina tortuosa di circa mezzo metro di diametro. La prima è percorribile per pochi metri, poi la frana ne preclude, per il momento, la prosecuzione. La condottina prosegue per una ventina di metri piuttosto stretta poi diventa più grande, meandriforme. Dopo un saltino si "triforca": praticamente verticale, il meandrino si innalza di qualche metro e chiude; nel punto C prosegue come arrivo (viene arrampicato per 4-5 metri, ma essendo senza aria viene tralasciato); dalla base del saltino e fino al punto B prosegue di nuovo con l'aspetto di condottina, se possibile più stretta e contorta di prima, ma sempre con aria. Una strettoia da allargare costituisce il "fondo" attuale di Alfa B 19.
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Alfa B-19 - Hippy Cannelunghe - rilievo
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Le altre esplorazioni |
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Bartolomeo Vigna |
Abisso Gonnos. Poco tempo è stato dedicato durante il campo a questa interessante cavità. Si è unicamente esplorato il "Ramo di Super", interessante condotta fossile che si dirige verso il settore delle sorgenti, bypassando in alto il sifone terminale. Tale ramo presenta uno sviluppo rilevato per oltre un centinaio di metri ed è caratterizzato da morfologie freatiche con ingenti depositi di fango, impostato lungo una frattura principale, carsificata a più livelli, con direzione NNE. Il primo tratto è prettamente orizzontale, poi diventa più inclinato seguendo fangose condottine. Dopo un traverso su un P7 ed un successivo salto di pochi metri, si raggiunge una regione più complessa con la via principale interrotta da un sifone di fango. Occorre risalire un camino di 18 m per raggiungere una piccola galleria orizzontale seguita da un pozzo di 6 m e da successivi ambienti piuttosto stretti. Da una parte si raggiunge un piccolo sifone, dall'altra, una condottina parzialmente colma di fango, da allargare nella quale defluisce tutta la corrente d'aria di questo ramo.
Alfa B 22. Cavità posta ai piedi delle pareti del Ballaur, con pozzo iniziale parzialmente colmo di neve dato chiuso nel 93. Quest'anno si è riusciti a passare e a raggiungere a -20 un grosso ambiente con uno scivolo in detrito terminante su strettoia con forte corrente d'aria. Una facile disostruzione ha permesso di scendere uno stretto pozzo profondo una trentina di metri che al fondo intercetta un giunto di strato. Lungo di esso è impostato il tratto terminale della cavità che chiude da una parte su una frana, dall'altra su una stretta e ventosa frattura impostata nelle dolomie triassiche. Di particolare interesse è la presenza di un orizzonte di 50 cm di spessore formato da un materiale molto scuro, grafitoso, presente in corrispondenza del passaggio tra il Giurese ed il Trias. Le successive analisi chimiche effettuate da A. Gaydou, sottolineano la presenza di minerali residuali con Fe2O3 (32%), Al2O3 (7%), TiO2 (4%).
Alfa A 16. Cavità già esplorata precedentemente (presenza di spit) ma della quale non si conosceva nulla, localizzata ad alcune centinaia di metri di distanza dal lago dei Biecai. È caratterizzata da due ingressi, uno più basso con uno scivolo in frana, un secondo a pozzo terminante su un grosso cumulo di neve. Un passaggio verticale tra roccia e neve permette di raggiungere un successivo salto profondo una sessantina di metri ma disceso fino a 10 metri dal fondo per esaurimento corda. Dalle osservazioni compiute dall'alto la cavità sembra chiudersi su un pavimento ghiaioso ma la presenza di una debole corrente d'aria e la scarsità dei depositi nevosi sul fondo suggeriscono una più accurata esplorazione.
Alfa B10. Cavità localizzata sul settore prospiciente le pareti del Ballaur, con due ingressi, costituita da un pozzetto di ca. 8 metri con al fondo un riempimento di detrito dal quale defluisce una discreta corrente d'aria. Da continuare gli scavi. Nel 93 la grotta presentava neve al fondo con pochissima aria.
Alfa B14 bis. Pozzo di pochi metri terminante su strettoia tra neve e roccia disceso nel 93 nella quale non era stata notata alcuna corrente d'aria. Al contrario la notevole circolazione presente quest'anno ha suggerito una chiusura dell'ingresso per una futura esplorazione.
Alfa B18. Pozzetto di pochi metri seguito da uno scivolo franoso terminante su una strettoia con aria, da allargare, che dà su un successivo saltino. Lo scorso anno non era
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Alfa B22, Alfa B24, Alfa B25, Abisso Gonnos - rilievi
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stato trovato tale passaggio.
Alfa B24. Cavità localizzata alla base delle pareti del Ballaur, caratterizzata da un bell'ingresso costituito da un largo pozzo-meandro. Nel 93 l'abbondanza dei depositi nevosi aveva impedito la discesa di un successivo pozzo con aria. Quest'autunno si è riusciti a passare raggiungendone il fondo, a -10, chiuso da detrito.
Alfa B25. Come per la precedente grotta la neve ne aveva impedito l'esplorazione. Quest'anno si è raggiunto il fondo a -22, chiuso da detrito, dopo aver disceso un P8 esterno, molto grosso, impostato su una evidente frattura orientata 250° Nord, ed un successivo P14, con difficili e pericolosi passaggi tra ghiaccio e roccia.
Alfa B27. Cavità già nota l'anno scorso. Quest'anno la disostruzione di una strettoia con aria ci ha condotti su un meandro e quindi su un pozzo di 7 metri con aria forte. Una frana sul fondo chiude inesorabilmente.
Alfa B32. Bellissimo ingresso localizzato su una larga cengia sopra le pareti del Ballaur. La cavità era stata esplorata lo scorso anno fino a ca. -30 fermandosi su una strettoia tra il ghiaccio con notevole corrente d'aria. Quest'autunno si è tornati speranzosi ma la grotta è risultata totalmente chiusa, senza aria tappata dalla neve a -30. Da rivedere in anni particolarmente siccitosi.
Alfa B31. Posizionata ad alcune centinaia di metri dalla precedente, la grotta era stata scesa lo scorso anno per pochi metri fino ad una strettoia. Quest'autunno una valida strettoista, Valentina, ha proseguito l'esplorazione per una decina di metri sempre in ambienti strettissimi fermandosi su un ennesimo restringimento.
Il Pis dell'Ellero in piena (foto M. Canavese )
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Esperienze di Campo |
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Enrica Giovine |
quando i figli crescono e ...
iniziano a capire
"Esperienze di campo": un titolo molto interessante per una che non conosce neanche il nome del luogo in cui ha trascorso i quindici giorni più speciali della sua vita. Ricordo semplicemente che quell'orribile campeggio libero chiamato "CAMPO" da una banda di speleo senza cervello ha avuto inizio con mia grande approvazione, tre giorni dopo il previsto; ci siamo ritrovati infatti il due agosto al rifugio Mondovì pronti per partire per il lungo e faticoso viaggio, almeno dal mio punto di vista, alla volta del tanto atteso "CAMPO".
Giunti finalmente "fuori dal mondo" sono accadute appunto cose "dell'altro mondo" (intendo quello speleo), sono scoppiate liti, equivoci, abbandoni..., ma credo che di questi piccoli pregiudizi sia meglio non parlarne: dovrò pure salvarmi la faccia in qualche modo, no!! Nonostante tutto, i lavori di campo procedevano molto rapidamente, grazie forse anche ai "GENERALI" presenti.
In due giorni il "CAMPO" era stato attrezzato come previsto, l'elicottero aveva trasportato tutto il necessario compreso "parte" della famiglia Giovine, un po' meno necessaria!! (forse); allestito quindi il tutto i giovani e forti speleo, ma soprattutto i vecchi e flaccidi esploratori di buchi... hanno abbandonato le numerose famiglie, almeno questo è ciò che è capitato nella mia, per recarsi in luoghi inesplorati, a stretto contatto con la natura, liberi da ogni schiavitù quotidiana, come naufraghi approdati su di una isola deserta... (forse però questa più che la descrizione di una semplice battuta di grotta assomiglia ad un vecchio telefilm americano, ma i volti di questi poveri uomini, che pare non abbiano nulla di meglio da fare, erano così lieti che a confronto i Farisei quando seppero che Gesù era stato crocifisso quasi si misero a piangere).
Le giornate comunque, almeno per me, trascorrevano tranquille e serene, non avendo nulla di meglio da fare che ascoltare il bollettino dei pettegolezzi redatto dalle perfide serve di gruppo, acquisire qualche notizia riguardo i buchi trovati (giusto per essere al passo con i tempi), ma soprattutto impiegando gran parte del mio tempo osservando le immense montagne irraggiungibili e mangiando continuamente... e la montagna che fa venire fame!!(credo). Comunque tornando a noi, anzi a "loro" tutto trascorreva come di norma, almeno così mi era stato detto; durante il giorno non si vedeva anima di speleo, salvo rare eccezioni, verso ora di cena le pecore rientravano all'ovile (non è un modo come un altro per offendere la razza speleo, ma una normale similitudine, penso), molti accorrevano nella accogliente dimora di Snoopy e Daniele, i due emiliani che ci hanno seguito, nella quale il buon cibo era sempre assicurato; le serate poi proseguivano nel tendone entro il quale, tutti accalcati si cantava, si rideva, si scherzava e si facevano molte altre cose che ai ritiri parrocchiali normalmente non si fanno... E tutti i giorni il programma era sempre lo stesso, per alcuni può risultare monotono, ma per chi lo vive assolutamente no; questo però è quanto è accaduto nel corso della prima settimana, all'inizio della seconda molti hanno come si suol dire "levato le tende" e sono tornati al paese di Gianduja lasciando libero sfogo alle famiglie, un po'
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Abisso Sardu - rilievo
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meno spericolate e avventuriere, ma ugualmente simpatiche (anche perché io faccio parte di una di queste e come se non bastasse della più numerosa, devo quindi parlare bene).
In quell'ultima settimana di campo sono state esplorate altre zone, conosciute nuove grotte, passato allegre serate, ma nell'aria iniziava a sentirsi il forzato richiamo della città e della vita di tutti i giorni, molto lentamente si iniziava a smontare quello che per quindici giorni era stata valvola di sfogo per molte persone, tutto pareva dover riprendere la sua giusta forma: la montagna abbandonata alla sua solitudine e gli amanti di essa costretti a lasciarla con l'amaro in bocca.
Il quattordici agosto lasciammo il campo, vi era molta tristezza nell'aria, un'onda di dispiacere aveva travolto tutti coloro che avevano nel cuore quelle cime, ma non solo loro, anche qualcuno che prima di quel fatidico "CAMPO" odiava la parola montagna: quella persona ero io, sono scesa fino al rifugio con le lacrime agli occhi rimembrando e passando a setaccio tutto il tempo che era trascorso, i mille fatti accaduti, le valanghe di battute, le gocce di parole serie e tutto quello che in una sola parola si può definire "CAMPO"...
IL CAMPO E' FINITO (purtroppo...).

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Storie di diabolici amanti |
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Pierangelo Terranova |
And you, you can be mean and I, I'll drink all night
'Cause we're lovers, and that is a fact,
Yes we're lovers, and that is that....
1977/152">1977/131">David Bowie, "Heroes", 1977
Questa nota ha due livelli di lettura:
Per i lettori, tratta delle due ultime punte esplorative in zona Reseaux B (Piaggia Bella, CN), nel ramo detto appunto degli Amanti Diabolici, che il GSP ha bravamente ideato e diretto nel giugno '93 e nel luglio '94, quindi ad un solo anno di distanza una dall'altra.
La cospicua distanza temporale vi rende l'idea sia della lontananza dei luoghi che della moscezza di coglioni che da qualche anno attanaglia il GSP (la ben nota "guallera" delle genti mediterranee).
In più, tante cose sono successe in un anno. A cominciare da Silvio, che a quel tempo faceva solo il Grande Bottegaio. Per finire a Bebeto & Romario. Ma queste sono altre storie...
Per la nostra Tribù si narra invece
delle aggrovigliatissime storie che - in questo ultimo anno -
Sheik Ube (U. Lovera), Gross il Boss (D. Grossato), Captain Fof (F. Cuccu), Mitica Vale (V. Bertorelli), Super Allievo (M. Taronna)
& tanti altri Eroi delle vostre figurine preferite
si sono fatti in occasione delle punte esplorative in zona Reseau B.
Storie di grotta e talvolta di Amanti Diabolici, ma questa è un'altra storia...
Punta del giugno '93
Nell'anno felice del pre-mondiale e del pre-Silvio, il GSP arruola per la punta ai Reseaux la créme-de-la-créme del giro, non tanto in senso speleologico quanto antropologico. Si gioca infatti con: Piattola (G. Fanchini)-Foffò-Süpér, Karrierì-Zambellì-Scrofé (M. Scofet), Jirodò-Tierrà (l'autore)-Loverà ed il grande Zé Lourenço (L Bozzolan), stella del Corynthians Cavoretto.
Assente purtroppo per orchipneumociclosi (palle gonfie che girano) l'inimitabile regista arretrato del nostro gioco: Poppilo Eusebio, naturalmente.
Come tradizione delle punte precedenti (vedi Grotte numero 110), la marcia di avvicinamento alle zone esplorative procede velocemente, forse troppo, visto che l'80% della banda, tutti meno Carrie ed Uby (sempre Lovera, n.d.r.), soffre di sudorazioni e capogiri già alla Confluenza ed è prossima allo sfinimento acuto alla Tirolese. Infine, in punta a Reseaux B, si può agevolmente osservare una folla di pezzenti laceri trascinarsi dietro ai due inossidabili capi-gita, freschi e tosti.
Qui si compie la divisione dei pani e dei compiti ed infine la fuga verso la vittoria di due squadrette: una in risalita nei dintorni di Reseaux E, l'altra destinata alla zona
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estrema raggiunta: Amanti Diabolici, appunto.
Perché si chiama così, eh, Tribù? Facciamo un passo indietro di qualche mese.
Tuta stracciata, il Laminatoio ha colpito come al solito.
Siedono al campo-base ridendo con gli altri: "amanti diabolici!
Lo chiamiamo Amanti Diabolici, 'sto ramo del cazzo!".
Lui guarda Lei che guarda Lui.
Amanti Diabolici, forever.
Sappiamo già che L'Allagatoio è una zona infida in caso di piena: trovare un by-pass in alto è segno di saggezza.
Facile a dirsi ma non a farsi, fino a quando Big Jir (D. Girodo) non decide di fare "California dreamin", piantando spit con una mano sola assicurato ad un esile e marcio sperone. Grateful Dead che si tingono di fango mentre Jim Bridwell & Harry Koontz in neoprene riescono in libera su Astroman 5.13., Yosemite, 1/6/68.
In attesa Scroffy l'Affamato prova a farci saltare in aria con il Fornello e Fof racconta storie di pirati. Ube, lui sta sempre lì. Con l'età, comincia proprio a diventare un Vagabondo del Dharma.
Qualche mese dopo, ricordi Tribù?
La voracità pre-puberale di Scroffy
lascerà il segno sulla cambusa di Hunza '93.
Fof diventerà veramente un pirata, rapitore di belle espatriate rumene.
E per quanto riguarda Ube, sapete già
che L'Amore è una zona infida in caso di troppo-pieno:
trovare un by-pass in fuori sarà per lui segno di saggezza.
Per farla breve, lo becchiamo, il by-pass, bello e pulito come nelle favole e nei bollettini dei triestini: una corda già in posto guarda Fof che è sceso e Fof guarda lei e siamo proprio dall'altra parte dell'Allagatoio.
Se fossimo gringos, ci potremmo dare gli schiaffoni sulle mani: "Ehi uomo, ben fatto, uomo".
Dal campo-base alla punta della diaclasi non c'è storia, nel senso che come al solito quando sono troppo stanco non ricordo nulla degno di nota (anche quando sono troppo fatto...).
Che posso dirvi? Lungo-lungo-lungo. Vediamo Fof combattere contro il feroce Laminatroio e abbatterlo a colpi di muscoli. Ci facciamo circa 150 metri di condottino bruttino e siamo in punta al pozzo, Scroffy, Z, Fof, Ube and me.
Scroffy è fresco di ciùlata con una sua amica di Ravenna:
viaggia a circa 10 metri da terra ed è in vena di trasgressioni extra speleo.
Visioni di surfers riminesi e di corse sulla Romea verso la discoteca: tanto il vero pericolo è qui.
Dei suoi compari, la Mitica Triade,
Piattola la ciùlata la sogna ad occhi aperti.
Mantello la cerca fuori dal giro.
Un anno dopo, avranno le idee più precise, ma queste sono altre storie....
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Piaggia Bella: Rami R.B. - rilievo
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Ristorante ai Confini dell'Universo, gli ultimi spit, l'ultima corda, l'ultima voglia. Zé Lourenço scende la verticale e trova. Classico schema della Zona moderna: pozzo da 30-frana-falso allarme-traverso-altro pozzo-acqua-buono così-torneremo.
Ube ha moderatamente estinto la sua arsura esplorativa, droga degli sfigati in amore (ma anche questa è un'altra storia).
Punta del luglio '94
Anno di grossi sconvolgimenti, nell'universo, nel mondo, in Italia e nel GSP.
E pure a casa mia, ma questa è un'altra....avete già capito...
È autunno: limitandoci all'Universo, i Giavenesi si stanno sparando punte su punte in Filologa come in Apuane, mentre il GSP arranca, sotto i colpi dell'edonismo berlusconiano, della carenza di sostanze psicotrope e dei non eclatanti risultati estivi, che produrranno l'introvabile numero scorso di Grotte, dedicato al Nulla Cosmico.
Passa l'inverno: qualcuno sverna in Patagonia per rinfrescarsi la "capa sciacqua", qualcun'altro in Messico in cerca di sé stesso. Sulla Terra, Amanti Diabolici a pacchi; sottoterra, Amanti Diabolici a picco. Troppo lungo e remoto, con questi casini. Arriva Luglio ed una lunga estate calda.
Nell'anno infelice del post-mondiale e del post-Silvio, la gestione delle punte ai Reseaux passa alla Compagnia dei Vagoni Letto Profondi. Visti i tempi, pare bene partire con un SetteBello che dia garanzie di tenuta: i preservativi bucati non piacciono a nessuno, soprattutto in quest'ora di inculate.
I nomi dei partecipanti sono sull'attività di campagna, inutile ripeterli.
Doveva esserci anche Poppi ma non era d'accordo sull'organizzazione e non è venuto.
Diciamo piuttosto, Tribù,
che la carbonara partenza di notte
scazza Poppino, già dolorante di orchipneumociclosi per cazzi suoi,
che si incazza e torna a casa da Loredana.
E lì, almeno, sarà abbondantemente venuto.
Vanno su Tierra l'Avvocato (con famiglia, il pirla!)
Sheik Ube, Big Jir, Gross il Boss.
Ci sono anche Chicco da Culo (M. Ingranata) e (incredibile!) il Grande Pile Umano
Pelio Pesci da Lanciano.
E SuperAllieva (C. Banzato), naturalmente...
Saliti di prima mattina in Capanna, i nostri entrano al solito veloci. Tempi record in Confluenza, un po' meno in punta ai Reseaux. Ha ragione Ube, camminare in PB è una questione di danza.
E di carattere impavido. Ed è meglio essere di poche parole, se non siete di grandi polmoni.
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Ci inoltriamo su per le cordine delle sale terminali, qualcosa c'è da armare ancora ed abbiamo tutti un occhio di riguardo per noi stessi e per Super Allieva, alla sua prima punta tosta.
"Come va Cinzia?" "Bene."
Altre cordine, il sifonetto "mini Peu de Feu", poi finalmente il campo base, in una nicchia alla base delle condottine discendenti che compongono l'ultima parte del percorso (circa 150 metri dai saloni di RB). Morale per i ripetitori: occorrono 4-5 ore di marcia dalla Confluenza e con i sacchi non è mica da ridere. Ma si potrebbe fare più spesso se alla fine uno trovasse un campo-base.
Campo-base eh? I Guerrieri Savoiardi si ostinano a chiamarlo tale, ma in realtà il suo vero nome è "a Stairway to Hypothermia". È composto da un ammasso di teli marci che, in ragione del bypass trovato un anno fa, avevamo traslocato di circa 50 metri. Il nuovo Campo Base sorge così lungo l'ansa di un bel torrentino. Quello vecchio sorgeva dentro il torrentino.
Sala Sonni Perduti: freddo boia, ma non mortale e mangiare a volontà con ennesima cicca. Sempre mi stupisco a pensare di quanto sono dentro, nella pancia della montagna.
Let's get lost. Questa volta siamo proprio in culo alla Luna.
Se avessi gli occhi di Andrej, lo Sciamano di Gruppo,
vi guarderei storto, alzerei la mia mitica mano e ruggirei:
"una Diaclasi, un colpo di spada nel petto del Balaùr:
In Culo ad Alpha Centauri, giacché la Luna è troppo vicina per Lei!".
Ube si rialza con sguardo ispirato, porcaputtana mi ingozzo due note di cicca.
In breve, o almeno così sembra, siamo alle aragoniti con tre bloccanti in sette anche perché "a PB non ci sono pozzi". Così inventiamo un ponte aereo con Croll e maniglia che volano di trenta metri più volte e finalmente chiudiamo i conti con traverso e pozzi paralleli.
Sotto, un ambiente ideale da rilevare e rivelare a sé stessi. Grande euforia collettiva ma avanziamo solo di una galleria carina, normale.
Per usare un Mito caro ad un'altra Tribù: "circa 'na vorta e mezzo più brutta de Pozzo Comune".
Lì sotto troviamo di nuovo il torrente e troviamo che la galleria si infrange in frana. E come te levi de lì? BigJir dà fuoco alla propria rabbia esistenziale, sporcando di cacca tutta la galleria; un episodio orribile, che merita di essere menzionato.
Già, Big Jir.
Che ne è stato di lui in ques 'anno, eh, Tribù?
Un anno fa, Big Jir e Gross il Boss costituivano un inseparabile sodalizio esplorativo.
Ora il Primo esplora con foga orientale: il Canin lo ha folgorato.
Il Secondo esplora con figa orientale,
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e le loro strade
sembrano essersi separate:
ma leggi le loro nuove avventure in "Three Imaginary Boys",
sul prossimo numero di Grotte.
E allora?
In un altro articolo, questo paragrafo si sarebbe chiamato "prospettive esplorative". Allora, diciamoci subito la verità: la prospettiva esplorativa più valida è che la storia (sempre lei!) si stia chiudendo qui in fondo ai Reseaux, in culo ad Alpha Centauri, che punte annuali e molto esoteriche hanno svelato meno del fiume africano in "Cuore di Tenebra" di Conrad.
La sensazione è che qualcun altro abbia le carte giuste in mano. Chissà se Zona Omega è veramente così cattiva, oppure, come si chiedeva lo Sceicco in un altro articolo: "ci regalerà un nuovo ingresso?".
Perché no, dice il Vostro psicospeleoterapeuta, certo che lo regalerà a qualcuno.
Amanti Diabolici ci punta dentro, dritta al suo scopo, è sulla verticale dei pozzi Omega e riceve da lui/loro aria & acqua. E pietre per le frane, quelle frane totali che occhieggiano al fondo più profondo del nostro ramo.
Zona Omega è lì a due passi, sepolta da innumerevoli legami geologici, relegata ad un ruolo di splendida insondabilità, ma pronta a farsi ammirare. Basta una scintilla che corre su un filo: sarà forse meno chiusa se presa dal verso giusto?
E se toccasse ai nostri tormentati Amici/Nemici di Gruppo, gli Imperiesi, scoppi pure la loro allegria e la nostra incontrollabile gelosia. Esplorator che a nullo Esplorato di farsi Esplorar da qualcun altro perdona.....
Si chiama Omega 3
e corrisponde al numero di catasto 654 Pi/Cn, 'sto bastardo.
È al centro della Zona, sui 2450 di quota,
È nel catasto galattico di PB a pagina 164 posizione 32 TLP 98189178,
È un meno-sei-lungo-nove.
Na schifezza senz'aria,
senz'acqua,
senza un cazzo,
senza un rilievo.
Ma loro ci hanno provato.
Bisogna provarci sempre, abbiamo tutti una nostra Zona Omega.
"Come va Cinzia?" "Quasi Bene. Meglio da seduta."
Tuta stracciata, il Laminatoio ha colpito come al solito.
Siedono al campo-base ridendo con gli altri: "amanti diabolici!
Ma checcazzo te ne fai de 'sto nome del cazzo!".
Lui guarda Lei che guarda Lui.
Amanti Diabolici, che mi stai facendo?
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Il ritorno: marche ou crève
Il ritorno dalle profondità di PB è celebre. Non sudare. Non ansimare. Non muoverti di corsa e non crollare sulla fredda pietra. Se lo farai, audax viator, l'ira dello Scartaris ti brucerà il culo e vomiterai verde. O farai il salmone alla Confluenza.
Per chi legge l'articolo, quindi, niente da segnalare in entrambe le occasioni. Lunghi the, soliti errori di percorso, solita faticaccia e la promessa a sé stessi di non tornare per i prossimi tre mesi lì dentro: la lunga estate calda ci darà naturalmente torto, vero Keith?
Per la Tribù, invece, sempre vorace consumatrice di racconti sui suoi guerrieri,
molto da ricordare:
il Compagno Cuccu, manco a farlo apposta,
ha vomitato verde.
Inoltre, forse a causa dell'ira dello Scartaris,
incontra Piattola al Passaggio Segreto e vomita di nuovo.
Di qui l'amore cieco che dura tuttora.
Chicco da Culo, sempre lui, ha fatto il salmone
nelle pozze della Confluenza, la seconda volta.
E Super Allieva
crollava volentieri sulla fredda pietra.
"Come va Cinzia?" "Quasi-Quasi Bene. Meglio da sdraiata"
Ehi, Tribù, qualcuno l'ha spesso aiutata a rialzarsi,
in un micidiale mix di prevenzione incidenti
e galante acchiappanza latina. Que he hecho yo para merecer esto?
All'uscita della prima punta, il sole e la bellezza del creato estivo quasi bruciarono gli occhi agli Esploratori e l'inebriante profumo dell'ozono li sballò perdutamente di più del sabbione che abitualmente consumavano in quel periodo.
L'uscita dalla seconda punta, a parità di sole, creato ed ozono, presentò un miglior sabbione.
Per concludere, correva l'anno 1993, poi l'anno 1994:
all'uscita della prima punta,
Ube aveva trovato solo il proprio Cuore Bastardo ad aspettarlo.
Un anno dopo, forse, Aveva Trovato e Basta.
Scroffy, Big Jir, Captain Fof & tanti altri Eroi delle vostre figurine preferite
si avviavano, ognuno con storie diverse, a trovare le proprie Storie dei Campi al Biecai.
Io, in entrambe le occasioni ho trovato lungo.
Come?
Inutile dire che è un'altra storia.
Questo è il motivo per cui gli eventi mi snervano
Definisci tutto - una differente storia
Osserva per chi stanno girando le ruote
Voltati ancora verso questo momento
, 1977/184">, 1977/158">Joy Division, "Ceremony", 1977
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Pozzo della Neve |
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Giovanni Badino |
La rinuncia a partecipare alla spedizione in Vietnam mi ha donato un mese libero che ho impiegato a rivivere i tempi lontani dei campi al Marguareis e in una nuova spedizione in Italia Centrale.
La parte marguareisiana è durata poco, complice un perfido figlio di Albione spiaccicatosi in fondo ai pozzi della Chiesa di Bac proprio nei giorni che già dovevano essere di campo. Questo non mi ha impedito di andare a passare qualche giorno sulle distese del Marguareis settentrionale.
Vi ho ottenuto un risultato nullo speleologico (le scoperte succose sono venute dopo che me ne ero andato, chissà perché) con vane discese sulle pareti del Ballaur e in Gonnos. Vi ho però guadagnato qualche buon risultato sugli aspetti sociali. Ho infatti potuto dar da mangiare tutti i giorni, senza farlo pesare, a due sedicenti speleologi della grassa Emilia rendendomi poi popolarissimo con gli altri con la proposta di sincronizzare il campo non sugli orari di Monte Mario ma sul Sole Locale: macché, anche i campi marguareisiani sono afflitti dall'equazione vacanze=alzarsiquandorologiosegnaretardi, come le spedizioni in giro per il mondo.
Ho poi lasciato gli altri a trovare un mucchio di roba e ho portato le mie pive verso le zone dell'Italia Centrale.
Si tratta di montagne poco all'interno di quella penisola protesa nel Mediterraneo, fra due importanti città ("Roma" e "Napoli") site nella sua parte centrale.
Mi ha invitato uno che si dà molto da fare laggiù, che si chiama Tulio Bernabei, un uomo di buona indole anche se non molto volenteroso in grotta.
Il primo contatto dopo una giornata di viaggio è proprio con costui. L'italiano che parla è discretamente corretto: è sorprendente e testimonia la sua buona volontà di farsi capire. Molto migliore è, naturalmente, la parlata della moglie mesoamericana, grazie al fatto che lo spagnolo è assai vicino alla nostra lingua. Le case della zona dove abitano sono belle anche se un po' sparse sulle colline; si tratta di zone prevalentemente agricole. Mostrano la loro indole ospitale offrendoci (gratuitamente!) da mangiare e da dormire.
Dopo un'altra giornata di viaggio arriviamo sulle montagne, dove già è in corso un campo. Ci accoglie un cartello incomprensibile che non so a cosa alluda: "Morte al Presidente della S'adda Sul' Ittà", che nella parlata di un'isola non lontana vuoi dire "che è solo da gettare".
Il campo è di fronte alla dolina d'entrata della grotta: la logistica di questi speleo, che chiamano se stessi "matesini", è eccezionale. L'unica nota stonata è la contemporanea presenza di un'altra spedizione proveniente da "Veneto", per la precisione da una città ("Verona") che dicono molto grande. Anch'essi sembrano di indole buona e volenterosa ma appaiono molto chiusi e il loro italiano è proprio troppo approssimativo per essere comprensibile anche se la conoscenza dello spagnolo aiuta a capire quando parlano fra loro. Le loro ragazze sono carine anche se, purtroppo, è mancato il tempo e il modo per verificarne i costumi.
L'ingresso in grotta è per il giorno seguente. La grotta è stata attrezzata in ogni dettaglio e rifornita ai settecento di ogni bendiddio nelle domeniche precedenti.
I matesini si stanno fabbricando le loro squadre esplorative. Non mi spiegavo perché invitare Tulio che, come dirò, è piuttosto impacciato e viene deriso da tutti ma poi ho capito che lui scrive su giornali locali e i "matesini" lo usano per diffondere la loro attività.
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In effetti quando scendiamo mi tocca trasportare anche il suo sacco sia in discesa che in salita (dirà che ha uno strappo muscolare, indicando sempre muscoli diversi), ma come dicevo è già notevole che uno come lui riesca a scendere a certe profondità
Il Campo, dicevo, è ai settecento poco sopra il vecchio fondo. Siamo in quattro, mentre ai trecento ve ne sono altri due, dediti ad altre esplorazioni.
I miei compagni cominciano a girare qua e là a curiosare mentre io mi metto al lavoro. Preparo da mangiare e poi, quando loro tornano per cena, vado a traversare sopra un P28.
È un bel salto in vuoto impostato su diaclasi. Dalla parte opposta al meandro di entrata, ad una quindicina di metri di distanza vi è un gran arrivo che quasi raggiungo mentre gli altri mangiano. Smetto quando loro vengono a vedere cosa faccio, perché ci sono i piatti da lavare.
L'indomani, dopo aver preparata colazione e controllato che i loro materiali siano in ordine, raggiungo la parte opposta: vi è un altro pozzetto in salita di pochi metri e poi mi fermo sotto un gran camino che sale, flagellato da due distinti flussi d'acqua.
Gli altri intanto portano Tulio a vedere le zone dei semisifoni. Finito il mio compito, le batterie e il riattrezzamento del traverso, che riduco a pendolone, vado a vedere se hanno dei problemi a riportarlo su; li trovo al di là dei tratti allagati, seduti sotto una risalita che dicono di aver fatto, ma che non porterebbe a niente. Accompagno Tulio in risalita mentre gli altri due si siedono a guardare un altro camino.
La sera, mentre faccio da mangiare, mi rallegro pensando che ho portato una tendina di quelle da soccorso e questo permette ai miei compagni di stare là sotto a schiamazzare e recuperare forze. È per questo che il giorno seguente mi fido a dividerci in due squadre. Con me prendo il più sfigato mentre gli altri tornano giù a guardare ancora il camino.
Tulio e io invece andiamo un centinaio di metri più in alto, dove una fessura alla base di un pozzo immette in un altro salto attivo. Mi è infatti venuta l'idea che possa trattarsi dell'amonte del pozzo sotto il quale mi sono fermato al di là del Traverso dello Sguattero.
Il pozzo (in realtà già sceso da spedizioni precedenti) è da 25. L'acqua arriva da fessure impenetrabili dalla parte opposta a quella di discesa e poi scende per due brevi salti nei quali faccio scendere anche Tulio. La base del secondo è interamente occupata da un piccolo ma profondissimo lago nel quale si perde il ruscellamento. L'estrema vicinanza al Pozzo dello Sguattero e le temperature, che sono esattamente quelle dell'altra parte, ci fa supporre che si tratti del ruscellamento che vi arriva su un'estremità.
Concludiamo la giornata andando alla base del Pozzo dello Sguattero per vedere di risalirlo. Imposto la linea e poi però permetto a Tulio di cimentarsi sui chiodi: va su di qualche metro.
Più tardi, mentre faccio da mangiare, sento che gli altri si raccontano sotto la tenda le loro avventure: Tulio racconta di risalite, di passaggi stretti, di temperature, mentre gli altri spiegano che hanno trovato un nuovo ramo in cima al camino. Purtroppo non l'hanno rilevato perché erano solo in due.
Il terzo giorno è l'ultimo di attività. Questa volta tocca a loro e permetto che vadano in giro senza di me mentre io faccio altre misure nella zona del campo. Quando tornano, mentre preparo da mangiare, sento che Tulio racconta di aver risalito per qualche altro metro il Pozzo dello Sguattero, un risultato di cui può andare fiero quando si pensi le sue capacità tecniche.
Poi c'è un gran arrivo di gente che viene a darmi una mano a portare su la roba e i compagni. C'è un po' di delusione perché una ragazza matesina aveva promesso un rituale erotico per tutti se la discesa avesse fruttato più di un chilometro di rilievo: la realtà
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è che potevo far di meglio senza compromettere i miei compagni che, lasciati soli, avrebbero potuto o farsi del male o morire di fame. Spero che la matesina ne terrà conto.
Risaliamo. Tulio, scarico, sale lamentandosi un po' ma va su abbastanza bene e continuo. La sua lentezza mi irrita un po' ma anch'io, del resto, sono impacciato dai sacchi e non correrei comunque, tanto più che sto facendo il rilievo termometrico della grotta.
Usciamo in una piena, tiepida notte.
Il ritorno a casa sarà lentissimo, costellato di discese in numerose altre grotte, ma questa è un'altra storia.
I matesini si stanno pian piano impadronendo della gestione esplorativa delle enormi grotte sulle loro montagne con un lavoro formidabile a doppio livello: costruirsi squadre esplorative e costruire una sensibilità "speleologica" sul territorio, anche facendo uso intelligente di alcune "vacche sacre" nazionali. Stanno riuscendo nell'uno e nell'altro.
È una politica davvero lungimirante che non mancherà di dare risultati a medio termine. Si pensi allo spazio che si va aprendo per attività speleologiche intelligenti a causa dei problemi di difesa degli acquiferi carsici che in zone come il Matese riforniscono la totalità delle acqua potabili. E si pensi agli smisurati problemi esplorativi che ancora covano dentro quei monti.
Una politica che molti altri dovrebbero imitare.
Vietmanz...sorridi (foto di A. Manzelli)
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Vietnam, ... sorridi! Spedizione speleologica italiana in Vietnam. Agosto 1994. |
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Andrea Manzelli |
Periodo: 4 agosto - 5 settembre 1994
Partecipanti: Gaetano Boldrini, Dino Bonucci, Gianpiero Carrieri, Ube Lovera, Andrea Manzelli, Giovanni Polletti, Federico "Birillo" Tietz, Giacomo Zamparo
Obiettivi: provincie di Cao Bang e Hoa Bihn
Supporto scientifico-organizzativo: il National Center of Natura! Sciences and tecnologies (NCNST) del Vietnam, Ist. di Geologia, Dott. Pham Khang
Numero cavità visitate: 30
Materiali al seguito: 190 kg circa (non contando i terrificanti bagagli a mano)
Costo: 23 milioni di lire circa
Introduzione
Da un pezzo l'idea era nell'aria: il Vietnam, con i suoi 50.000 km quadrati di zone calcaree rappresentava un ghiotto obiettivo per una spedizione. Il carsismo tropicale che ha disegnato buona parte del paesaggio vietnamita salta all'occhio anche del non addetto ai lavori, mentre commuove chi è abituato alle grotte di casa nostra: vedere segnati su carte generali fiumi che scorrono per chilometri in superficie, per scomparire ad un tratto in un inghiottitoio prestigiatore. Anche i tempi sembravano maturi per potersi muovere: nessun altro paese al mondo può vantare una fama così sanguinosa, travagliata, fino leggendaria per la storia contemporanea. Ma negli ultimi anni la geografia politica del pianeta è radicalmente cambiata, e non poteva resistere lo spauracchio del Vietnam ancora bellicoso e con un sistema di vita che viaggia separato e indifferente alle tendenze socioeconomiche di quelle zone. Con l'apertura del paese al mondo "occidentale" anche altri speleo hanno fiutato le potenzialità del Vietnam: dal 1990 altre cinque spedizioni speleologiche di Inglesi (1990-1992), Belgi (1993) e Australiani (gennaio 1994) , hanno esplorato e rilevato alcune decine di chilometri di grotte, riportando descrizioni di un carsismo a dir poco esuberante.
Organizzazione
E così quasi per scherzo si è cominciato ad arruolare i partecipanti, seguendo un'altalena di adesioni, rinunce, conseguenti cambi di programma, tanto da tenere in forse la stessa spedizione. Dalle circa 15 adesioni raccolte solo alla stretta finale (leggasi spremitura di portafoglio per la prima quota di spese generali) si sono selezionati gli 8, addirittura rastrellando all'ultimo Dino e Gaetano prima non in elenco. Praticamente tutta l'organizzazione della spedizione è stata svolta qui a Torino, causa i rimescolamenti nell'organico e gli impegni personali non c'è stata una vera riunione preliminare, e l'occasione per vedere in faccia un paio dei miei compagni di avventura è arrivata solo all'aeroporto di Hanoi. Tutto ciò che riguardava programmi, obiettivi, logistica è stato definito quindi negli ultimi giorni precedenti la partenza, sviluppando le idee principali con cui era partita l'idea della spedizione: una avanscoperta di due persone sarebbe partita con cinque giorni di anticipo per contattare Khang, il nostro referente vietnamita, per procurare carte dettagliate, per acquistare viveri e materiali in vista di eventuali campi esterni, per affittare i mezzi di trasporto e ahimè, per decidere su quali zone puntare. Come detto sopra, buona parte del Vietnam è costituita da zone carsiche, ma non
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possedendo carte significative delle regioni, mappe stradali dettagliate, informazioni sul clima e su eventuali restrizioni per aree protette militarmente, la scelta degli obiettivi era stata rimandata a dopo l'arrivo. Nelle ultime ore prima della partenza, oramai in fibrillazione raduniamo tutti i materiali di gruppo e personali; io e Ube, spremuti dallo stress e dalla incredulità nel vedere concretizzarsi una ennesima pazzia, saltiamo sull'aereo per andare a rompere la crosta della spedizione.
Storia della spedizione, cronologia
4- 9 agosto / viaggio apripista / primi contatti con i "basisti" / logistica
Anche se finalmente si sgonfia la tensione dei preparativi, il dado è tratto è quello che si è dimenticato resta a casa. Non parto proprio a cuor leggero per una scampagnata: abbiamo da spendere una notte a Singapore senza un appoggio sul luogo, e dovremmo acquistare lì un gruppo elettrogeno ultraleggero per garantire l'autosufficienza di eventuali campi; ad Hanoi i contatti, le informazioni e le scelte che faremo saranno decisive per il viaggio di un gruppo numeroso. L'andata si rivela comunque un buon rodaggio, io e Ube siamo sintonizzati per macinare lavoro, contrattempi e ore di attesa tra letture, discussioni e allegre ciancie.
Singapore si rivela un po' una chiavica di centri commerciali e negozioni, piena di pazzi che guidano contromano (guida a sinistra), topi e diodollari dappertutto. All'aeroporto veniamo abbordati da un albergatore, subito sgamato per diffidenza, che ci darà invece la pista per una sistemazione per la notte a una cifra abbordabile, ma dopo una ricerca estenuante a piedi per la città. Al mattino del 6 partiamo sulle tracce del famigerato generatore, Ube è sotto Lariam (ottimo antimalarico, peccato faccia venire la cirrosi!). Riusciamo a imbarcarci con generatore e fiatone, dopo l'ennesimo show al controllo del
nbsp;Carta del Nord Vietnam
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bagaglio a mano, composto da martello, spit, cannocchiale, bombola, zampironi, ...
Ad Hanoi scendendo dall'aereo capiamo subito con che temperature dovremo fare i conti, e sbrighiamo la sequela di code, controlli e papiri, tutto sommato in tempi non certo brevi ma con meno problemi di quanto mi aspettassi. Occhiate elettrizzate scambiate con Ube ci confermano reciprocamente la sensazione di entusiasmo: siamo in Vietnam! Conosciamo Khang e Than, saltiamo su un fuoristrada scasciato e andiamo ad Hanoi all'albergo; si srotolano le prime immagini di un nuovo mondo, follemente diverso da quello che sono abituato a vedere: per le strade c'è un brulichio di gente, di veicoli di ogni genere, di commercio ai limiti della confusione, ma esaltante per il senso di attività che ne traspare. L'albergo dove soggiorneremo ad Hanoi è piacevole e pulito, con aria condizionata in ogni stanza che provvede a mantenerci a temperature polari, procurando a molti di noi raffreddori e malanni. Nei giorni seguenti ho notevoli problemi ad adeguarmi all'ora locale (5 ore di fuso orario in anticipo sull'Italia) e passo notti insonni e mattinate da zombi. Non riusciamo a mettere a fuoco i rapporti con Khang, le nostre richieste relative a mappe, materiali, mezzi di trasporto non ricevono risposte dirette ed esaurienti; ma in fondo neanche noi siamo abituati a dialogare sulla lunghezza d'onda degli orientali. Decidiamo infine per la zona dove dirigerci col gruppo, già tra quelle individuate come interessanti sulle carte viste in Italia, e mai vista da occhio di speleologo (definizione che scopriremo molto relativa per il Vietnam). Completiamo gli acquisti per la logistica e riceviamo in prestito da Khan le carte della regione di interesse, sulle quali io e Ube ci esaltiamo ad individuare dozzine di risorgenze, inghiottitoi e doline stuzzicanti. Avanza il tempo per un po' di turismo aspettando i soci, per familiarizzare con usi e costumi locali e per me, che farò il cassiere, con la delirante moneta locale: il Dong, pari a 0,15 Lire; vi assicuro che l'effetto di cambiare in una botta 1000 miserabili Dollari con circa 11 milioni di Dong, provoca una certa ebrezza, oltre ai problemi tecnici di viaggiare con mazzette di bigliettoni spesse vari centimetri. Tra il sollazzo delle scene improbabili per le strade di Hanoi, gli arrapi per le semplicemente belle donne Viet, ai viaggi da allucinazione nei mercatini rionali della città, ci mettiamo anche in contatto con la capanna, rimbalzando tra terra e satelliti le notizie dell'attività sul Marguareis.
10-11 agosto / ci siamo tutti / ultimi ritocchi al programma / benedizione della spedizione
Il primo strappo alla tabella di marcia, un incontro ufficiale all'istituto col direttore Nguyen Trong Yem per i cerimoniali di presentazione, ci costringe a una sosta di due giorni ad Hanoi, utili alla fine per completare le spese ed acclimatarci... tranne che per me, che continuo a sudare ogni giorno tre volte il mio peso, e sono sempre fradicio come sotto un monsone perpetuo! Vengono definiti i programmi di massima: partiamo per l'obiettivo più grosso, la provincia di Cao Bang a nord di Hanoi, riservando a fine mese una eventuale visita alla provincia di Hoa Bihn a sud, per vedere dei buchi segnalatici a quanto ci raccontano per scopi turistici. L'ultima puntata è prevista nella baia di Ha Long a nordest di Hanoi, una turistica "classica" come riposo del guerriero per concludere in bellezza. Gianpiero si accolla la carica ed i carichi del kapospedizione, e in breve viene forgiato il nome al gruppo di partecipanti: saremo i mitici "Carriers"!
12-13 agosto / viaggio e sistemazione a Cao Bang
Ansiosi di passare all'azione, e di vedere i paesaggi delle montagne e del calcare con cui ci misureremo, finalmente partiamo. Viaggiamo noi 8 + Khan e Than dell'istituto + 2 autisti, su un minibus 24 posti poco propenso allo sterrato e già in dubbie condizioni. Dai finestrini del pulmino vengo bombardato da chilometri di immagini cartolina piene di
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gente, paesini e immancabili risaie cesellate e tranquillizzanti. Il caldo, le buche, le emozioni dei duelli stradali con altri veicoli marci, e dei tentati investimenti di ciclisti e pedoni, mi fiaccano come una Parigi - Dakar. Entriamo finalmente in una zona montagnosa dove affiorano i primi coni di calcare, ed esultiamo vedendo i primi grossi buconi che li sfondano; stiamo passando dalla provincia di Thai Nguyen nel massiccio Bac. Entriamo a Cao Bang la sera con un acquazzone memorabile e veniamo sballottati da un posto all'altro per alloggiarci. La tabella di marcia slitta di un altro giorno: la trafila di permessi e ufficialità varie ci inchioda altre 24 ore a Cao Bang, un posto dove davvero le attrattive non abbondano. Visite al mercatone locale e sistemazione nelle confortevoli stanze dell'albergo riempiono la giornata, assieme ai preparativi per la già sospirata attività nei posti che studiamo appassionatamente finora solo sulle carte.
14-15-16 agosto / cosa c'è a nord di Cao Bang / restare a piedi tra Cina e Vietnam
I primi giorni di grotte ci vedono impegnati in una buona attività, non ai limiti dello stacanovismo ma con una buona produttività di cose viste e soprattutto con lo spirito di godersela comunque ogni attimo e ad ogni scena di natura, gente e colori. Ci spostiamo molto col minibus a volte fino alle immediate vicinanze delle grotte, e lì raduniamo immancabilmente folle di curiosi come all'arrivo di un carrozzone di giocolieri e giullari. Ci infiliamo in una dozzina di buchi individuati come inghiottitoi e risorgenze sulle carte, oppure visti semplicemente passando dalla strada, a volte segnalati nelle interviste ai locali. Ci spingiamo nel cuore del massiccio calcareo fino a pochi chilometri dal confine cinese in ambienti da sogno, con grotte piazzate alla base dei coni con dimensioni e accessibilità generose, ma che perlopiù si allagano o si toppano inesorabilmente dopo qualche decina di metri. Alcune di queste grotte ci vengono descritte come percorribili per chilometri, ma nella stagione secca! Ora invece di acqua ne entra o ne esce abbondantemente, per allagare poi sconfinate risaie e magari radunarsi da un'altra parte chilometri più in là e per affondare alla fine in un'altra grotta. Le piste accidentate con guadi e frane disseminate sui pendii delle vallette infossate danno il colpo di grazia al pulmino scasciato, sbalestrandolo irrimediabilmente; la sera del 16 se ne ritorna storto ad Hanoi, mentre noi scivoliamo di un altro giorno senza attività, ma riusciamo coll'aiuto di Khan e Than ad affittare un pulmino fuoristrada UAZ e a combinare per lasciare il giorno dopo Cao Bang verso ovest; e ora di cambiare gioco, siamo tutti assetati di vedere quanto più possibile di una zona estesissima e ancora promettente.
17-18-19-20-21-22 agosto / l'orrore! / la banca con un caveau molto particolare / goccie di esplorazione / le piene delle grotte in Vietnam
La sistemazione a Nguyen Bihn, incredibile agglomerato di casupole dove ambiente e servizi sono al livello di una bidonville disorganizzata, anche se scomoda risulta strategica per l'attività. Noi Carriers partiamo decisi dal giorno dell'arrivo con avventure ai limiti dell'acquatico anche per l'idrofobo Ube, costretto a guadi in fiumi turbinosi. Gli ingressi che qui vediamo sono ancora più grandi, e alcuni sono stati parzialmente murati e mascherati per farne rifugi durante gli ultimi conflitti. Sono tutte cavità conosciute presumibilmente bene dai locali, e una di queste, descritta da qualche inguaribile ottimista lunga svariati chilometri, vede partire i Carriers in perfetta tattica esplorativa: 3 apripista, 3 al rilievo e 2 fotografi in coda. Ci schiantiamo su fessurine dopo poche centinaia di metri di labirinto nemmeno sempre agevole, e ci disperdiamo. Con Giovanni troviamo un budello lavorato sulle pareti, aria poca ma convinta e qualche pietrone, una vera strettoia che ci separava da una zona di gallerie fossili da boccaperta, zeppe di
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sedimento organico e fossile, con fauna specializzata (a raccoglierli ci potevamo fare una frittura di animaletti bianchi). Ancora adesso mi domando se quello è l'unico tratto di grotta scoperto effettivamente dalla spedizione. Il giorno successivo siamo un gruppo di tre a poche centinaia di metri in un'altra grotta-rifugio addirittura collegata a quanto dicono con la prima, dove sta continuando l'esplorazione un'altra squadra. A qualche decina di metri al suo interno, in un salone troviamo robuste costruzioni in cemento armato, linea elettrica, una vecchia cassaforte murata: la banca seguiva evidentemente il paese durante bombardamenti e saccheggi..... e pensare che tutti trovano inutile il portafoglio in grotta! Ci dividiamo ancora per il giro del giorno seguente, che per me, Birillo, Giacomo, Giovanni e Khang si risolve con un inzuppamento continuo a Pac Bo, una grossa risorgenza a inizio risaia: l'acqua scorre infossata tra pareti lisce, e per procedere occorrono un po' di traversi sul fiume, da armare in artificiale, ma la grotta continua alla grande, presumibilmente verso un inghiottitoio più o meno corrispondente segnato sull'altro versante. Siamo al giro di boa della spedizione, e l'entusiasmo si stà abbassando, fiaccato dallo squallore del paese, dal clima e dalla mancanza del risultato, del cosiddetto tanto sospirato "mostro" di grotta.
Si decide per due giorni dopo di tentare il tutto per tutto ancora a Pac Bo, mentre l'indomani siamo inchiodati nel nostro rullino di marcia da una specie di ramadan locale. Un capodanno vagante viene festeggiato nel luogo a colpi di bicchiere, e quindi anche noi facciamo come si suol dire buon viso a cattiva sorte, stirandoci di vodka fino a procurarci male fisico, dando così adito a storielle e nanetti e offrendo bersaglio agli improvvisati paparazzi che mi immortalano nell'atto del wyoming, ma finiscono poco dopo per seguire il mio esempio! L'indomani resto fuori dalla grotta, un po' per i postumi della sbronza vorrei evitare il bagnasciuga, ma riesco ugualmente a beccarmi 30 minuti 30 di pioggia a secchiate continua con vento lampi e tuoni a poche decine di metri. Dentro stanno rilevando vicini all'ingresso, sentono un po' di botti e proseguono il lavoro per un
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rametto laterale. Tutto tranquillo per mezz'ora, il cielo si apre ed esce anche qualche raggio di sole. Poi in pochi minuti l'acqua prende il colore del fango, e la vediamo impercettibilmente alzarsi prima di pochi centimetri, poi via via più rapidamente, fino a coprire le pietre dove ci eravamo piazzati con tutti i bagagli, 30 minuti fà più di un metro sopra il livello dell'acqua.... e in quel momento escono gli altri, da una strettoia laterale già parzialmente allagata, raccattiamo gli zaini ormai a pochi centimetri dal varo, e fuggiamo verso la terraferma. Completano il programma "stavolta è andata di stralusso" le scene con portatori indigeni che intrepidi carichi di legno e pannocchie guadano il fiume impetuoso, mentre noi ci esibiamo sul "ponte marcio".
Un'allucinazione lunga venti metri e fatta di funi d'acciaio che reggono (si fa perdire) dei bamby neri di muffa; per intenderci, mancorrente zero! La sera siamo doppiamente contenti di ripartire per Cao Bang.
23-24-25 agosto / di nuovo Cao Bang / come concludere in bellezza ? / anche in Vietnam i matti vanno in grotta
Sembra di rientrare nella comoda civiltà solo con una doccia e una birra gelata, ma vorremmo ripartire subito, dopo aver liquidato l'autista ladro che ci ha accompagnato a Nguyen Bihn, augurandogli di spendere i 200 dollari maltolti in medicine (senza peraltro guarire). La compagnia ufficiale di noleggio ci propone un prezzo esagerato per portarci 80 km a est, nell'ultima zona da vedere della regione. Dirottiamo allora decisamente verso un altro obiettivo, la provincia di Hoa Bihn a sud di Hanoi, già meta di spedizioni australiane e belghe, ma ancora parzialmente non recensita. Avanza ancora un giorno da spendere nei dintorni, per verificare altre due segnalazioni nella zona. Nel classico grottone su risaia, abbondante tranne che in lunghezza ci imbattiamo in un matto del villaggio che davanti al paese riunito si esibisce nudo nell'imitazione dello speleo impegnato in una strettoia nel fango. Per il pomeriggio scarica di adrenalina ad un bucone alto, che entra inclinato a cascate di concrezione su un paio di ciclopici saloni concrezionati, tanto belli da farsi perdonare il fatto che chiude.... Giovanni entra nel Guiness intrattenendo per il paese una folla di bambini scatenati. Bye bye, Cao Bang. Il rientro ad Hanoi si rivela una tortura a fuoco lento, consumata stipati nell'ennesimo pulmino con tutti i bagagli in 12 su seggiolini da scuolabus per gli immancabili 300 km. La capitale che ci accoglie appare confortevole ed opulenta come una grossa metropoli.
26-27-28-29 agosto / il giunto di legno / l'ennesima fregatura dalle segnalazioni dei locali / finalmente una grotta seria
Spendiamo tra preparativi e un po' di shopping la mattina del 26, quindi saltiamo questa volta su un autobus 40 posti per Hoa Bihn, capoluogo a 80 km a sud ovest. Il paesaggio è decisamente più dolce e tropicale di quanto visto finora, ed anche l'abbondante calcare è ridotto a conetti o a basse catene isolate nelle risaie. A Hoa Bihn solita trafila di permessi, e incontro con le autorità dell'importante parco nazionale, ben organizzato esempio della nuova imprenditoria spremiturista. Ripartiamo il giorno dopo per scendere a sud di altri 70 km, ma poco dopo partiti il rumore di ferraglia del vecchio autobus prende improvvisamente dei toni preoccupanti: salta un supporto del giunto che porta la trazione alle ruote; proseguiamo con riparazioni di fortuna ed un clang-clang sinistro ancora per pochi chilometri, fermandoci infine tra un gruppuscolo di case lungo la strada; siamo a qualche decina di chilometri dal primo telefono e a più di un centinaio da un ipotetico pezzo di ricambio. La soluzione di Khang e dell'inesauribile autista ci sorprende e ci lascia increduli: viene commissionato un nuovo supporto di legno duro alla
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Cave n° 8 Bô Ca (Vietnam) - rilievo
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falegnameria, ubicata nella capanna più sfigata del villaggio. Con il solo aiuto di una sega da taglialegna, unico attrezzo in dotazione, in meno di due ore viene costruito il supporto, che assolve perfettamente al suo compito consentendoci di raggiungere in serata il paese di Chinh; ed è ancora un'altra giornata di programma saltata. Ci sistemiamo presso il comune e raccogliamo le indicazioni sulle due grotte segnalateci: come prevedibile descrizioni di chilometri di gallerie abbondanti.
La mattina del 28 partiamo attrezzati per una zona di inghiottitoi, ma alla sola vista del misero grumo di conetti isolati dove i locali ci vogliono spedire esplode la rivolta. Vediamo un paio di ingressi affondati nelle paludi, che non giudichiamo nemmeno degni di essere visti da vicino. Alcuni locali sembrano additarci una grossa catena di calcare visibile a 5-10 km, ma vengono zittiti dalle "guide" affibbiateci assieme ai permessi. Dirottiamo per la seconda segnalazione, un grottone allagato, percorribile con canotto: per comporre la squadra c'è una selezione del 50%, e quindi me ne resto a portata di pulman mentre si scatena un acquazzone intermittente e impietoso. La grotta si rivela un degnissimo traforo di 1,2 km, sempre di ragguardevoli dimensioni e con notevoli arrivi da pozzi. I due canotti raggiungono l'uscita su un laghetto nell'altro versante, in tempo per incrociare una barca di pescatori che entrano nella grotta per rientrare nell'altra vallata dopo la pesca. La stessa barca, dopo aver sbalordito Ube, Birillo, Khang e Than in attesa dei canotti all'ingresso, li imbarca per un giretto turistico di nuovo dentro a raggiungere gli altri impegnati a pagaiare con le nude mani. Comunque il grottone e le avventure del rientro a Chinh sulla stradina infida nelle risaie risollevano la sorte egli umori del gruppo, e concludiamo così la parte esplorativa del viaggio in Vietnam, restituendoci nelle vesti di turisti. Rientriamo sotto l'ennesimo interminabile e violento acquazzone, che ricopre ogni strada di guadi, pozze, torrentelli; faremo sosta ancora una volta al nostro solito albergo ad Hanoi, tappa obbligata per risalire a nordovest verso il golfo del Tonchino.
30-31 agosto - 1 settembre / Ha Lohg Bay, ovvero quando il calcare fa spettacolo
Ripartiamo da Hanoi allagata nel terzo giorno di pioggia ininterrotta: non ci sono davvero le premesse per un giro turistico a 200 km di distanza. Ma la fortuna premia gli audaci, e nonostante le solite grane al mezzo di trasporto, stavolta cotto per la perdita dell'acqua di raffreddamento, riusciamo a raggiungere Ha Long Bay e a fare un giro in barca il giorno dopo con un tempo decente. Il paesaggio che ci si presenta nell'arcipelago di Ha Long è davvero surreale: 2500 km quadrati di isolette a cono più o meno regolari alte 50-100 m, in una baia di 2500 km quadrati in cui ci si può perdere con la barca come in un labirinto per giganti. Alcune isolette conservano spezzoni di gallerie fossili che spesso le attraversano, con saloni di altezza fino al centinaio di metri, scallops e concrezioni ciclopiche. Nella baia si incrociano vele colorate di pescatori, e ci si può fermare a fare il bagno in spiaggette isolate alla base dei coni. Il posto è davvero unico, una meraviglia della natura dove meriterebbe davvero fermarsi in eremitaggio a ritemprarsi dallo stress da civiltà.
2 -3 -4 -5 settembre / impacchettiamo tutto, si riparte / una visita a "zio Ho" / Hanoi -Singapore, un viaggio lungo 1000 anni luce
Con i preparativi per il rientro e le ultime spese a spasso per una Hanoi ormai familiare si conclude la nostra spedizione... ma non potevano andarsene Ube, Giovanni, Gaetano e Dino senza rendere omaggio al mausoleo di Ho Chi Mihn, un grande della storia contemporanea, un mito rivoluzionario che resiste al crollo dei regimi e delle ideologie,
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Cave n° 3, Cave n° 10 (Vietnam) - rilievi
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e anzi sembra ancora oggi venerato in Vietnam. Lo shock all'arrivo a Singapore è grande: l'altezza degli edifici, il tipo di veicoli, il traffico, l'ordine nelle strade, la ricchezza degli abitanti, tutto l'insieme è così diverso dal Vietnam da farmi sembrare di essere su un altro pianeta. Uno dei lati migliori del viaggio di ritorno sono le abbondanti libagioni serviteci dagli angeli della Singapore Airlines, che ci fanno pregustare le gioie del rientro. Pantofole, arrivooo ...!
La gente del Vietnam
Parecchi mi hanno dato del pazzo incosciente perché partivo per una terra infida e ostile, dove la natura e la gente, il regime e le malattie, il clima e la guerriglia, tutto insomma avrebbe costituito un pericolo (sono ancora i film di Rambo che fanno la cultura occidentale). Ed eccotelo qui il vero Vietnam, soffice e pronto ad aspettarti come un ospite gradito e strano, con cui ha voglia di fare amicizia, solo per il gusto di saperne di più (esattamente come te). La gente del Vietnam mi ha colpito per il suo calore, con cui cerca di comunicare con tutti i mezzi possibili (e soprattutto col linguaggio del sorriso) come con il primo esploratore nell'ultimo "nuovo mondo". Mi hanno conquistato i bambini per la loro spontaneità e la voglia di giocare che solo i bambini hanno, succhiandomi talmente voglia di vivere da andarmene dal qualsiasi villaggio senza nome col cuore gonfio come uno zaino ed i lacrimoni che cadono sulla mia immagine di grande esploratore dell'ordine della "Sacra Speleologia Mondiale". Anche in una città reputata fredda e squadrata come Hanoi la gente sta uscendo dal terzo mondo e da una certa rigidità della oppressione culturale, e vuole annusarti e pesarti come vuoi fare tu. Auguri al Vietnam: resta con la tua voglia di imparare, senza alzare una barriera verso il "turista da spennare". Spero di tornare tra un mese, un anno, un secolo in Vietnam e trovare di nuovo la gente per le città, i paesi, le campagne che mentre passi ti saluta e ti sorride.
Risultati della spedizione, speleologici e non
Risulta doverosa una premessa, visto che sono stato incastrato per raccontare a chi interessa cosa abbiamo fatto e cosa c'è in Vietnam: è stata la mia prima spedizione, e la prima volta che metto piede fuori dall'Europa. Facendo raffronti con le altre spedizioni straniere i nostri risultati, quantificabili in termini di rilievo e grotte con elevate potenzialità, sono alquanto miseri, ma non ci si poteva aspettare molto di più per una pre-spedizione in zone nuove e nella stagione sfavorevole. L'obiettivo principale individuato per una prossima spedizione è senz'altro un esteso altopiano a nord di Nguyen Bihn, con 1300 m di potenziale, numerosi e notevoli inghiottitoi attivi e doline, senza un'evidente risorgenza alla base dei calcari; ma purtroppo ci siamo solamente avvicinati all'altopiano, di cui sappiamo dalle carte che non esistono carrozzabili e che per andarci sono necessarie numerose ore di marcia. Sono stati gettati senz'altro i contatti per numerose future e proficue spedizioni con le autorità e le organizzazioni del posto, anche se non ho mai avuto la sensazione andandomene che la nostra visita sia stata significativa per i locali. Forse avremmo avuto più ascendente e collaborazione con un approccio più formale, diplomatico e cerimonioso, l'esatto contrario dell'immagine dello speleo insomma! Se poi considero la riuscita della spedizione dal punto di vista del turista a caccia di posti e immagini, il fallimento è totale: con gli stessi soldi e lo stesso tempo avrei fatto il giro di tutto il Vietnam, in luoghi ben più famosi e pittoreschi di Cao Bang! Ma andare per grotte in questi posti è prima di tutto avventura, e nulla è dovuto o dato per scontato, ma tutto quello che succede deve essere visto proiettato nel futuro, migliorando dove si può e non facendo pesare i problemi... e comunque godendosela ogni momento, anche davanti all'ennesima birra cinese "Liquam", non calda, ma solo a temperatura ambiente!
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Incidente a Piaggia Bella |
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A. Eusebio / U. Lovera / B. Giovine |
Venerdì 29 luglio, ore 15. Durante la traversata Caracas-Piaggia Bella, si spezza, sull'ultima doppia, un anello di fettuccia. Il malcapitato Keith Sanderson, di nazionalità inglese, cade per sette metri.
Era venerdì sera, verso le 19.15: sono appena entrato in casa e vengo raggiunto da una agitata telefonata di Domenico, il quale passando - casualmente - in magazzino/sede operativa ha risposto ad una concitata telefonata in inglese di speleo che annunciavano un incidente a Piaggia Bella.
Scherzi Mecu.... è la prima battuta che mi esce mentre anche lui tenta di riprendersi. No, nessuno scherzo, sento che mi risponde mentre scattano quei meccanismi da speleo-soccorritore che ci portiamo dentro da tanti anni di attività e di servizio di CNSAS.
Così parte la macchina del soccorso: mentre Mecu si occupa di richiamare in Capanna (la Saracco Volante a Piaggia Bella) per avere nuove informazioni, vengono allertati i volontari suddivisi nelle loro belle squadrette ed il 118 per gli eventuali trasporti di gran fretta.
In poco meno di 30 minuti abbiamo già radunato una squadra in magazzino spedendola alla base dell'elisoccorso al CTO, di qui, con l'ultimo volo prima di notte, un nucleo di tre volontari, raggiunge i compari del ferito, meno di un'ora dopo l'allertamento, e tira le fila della situazione.
(AE)
Sono le 8 della sera a Fossano dove, su in alto, un mezzo dell'Elisoccorso trasporta rapidamente Giovanni, Fof e Ube verso PB. Nell'ultima ora è successo il solito gran casino telefonico ed ora siamo qua, volanti, mentre il resto della squadra affluisce al magazzino e il nostro inglese (chissà se anche lui ha un nome?) laggiù ai Piedi Umidi aspetta.
Giunti alla Capanna una prima e inesperta squadra (Badino, Lovera) alle 21 e spiccioli può già entrare, sotto gli occhi esterrefatti dell'inglese superstite, armati di sacco a pelo, tendina e cibo. Le informazioni giunte parlavano di incidente poco oltre la Confluenza, roba da poco, e rendevano l'atmosfera deconcentrata.
(UL)
Orbene il ferito è di nazionalità inglese, ultracinquantenne: ha saltato, durante la traversata Caracas-PB, il pozzo di approdo nei Piedi Umidi per la rottura di un anello di corda durante l'ultima doppia, fortuna vuole che la caduta sia avvenuta da 5-6m e non dalla sommità del pozzo (circa 20m). Comunque sta bene, come può star bene chi saltando da 7 m si è spaccato il bacino, una spalla, una mano e forse anche il femore...
(AE)
Una serie di botte di culo ha così dato inizio all'operazione; il fatto che sia ben riuscita insieme al fatto che ne sono orgogliosissimo è causa del trionfale articolo che state per leggere.
Negli ultimi anni in squadra c'è stata rivoluzione (l'unica che ho visto, ahimè), è cambiato praticamente l'80% dei tecnici con conseguente totale inesperienza, salvo ovviamente i sauri superstiti... La rivoluzione è andata al di là: come da anni non succedeva allo zoccolo duro torinese si sono affiancati nuclei giavenesi, cuneesi ed
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ora è in creazione quello aostano. Avremo perso in omogeneità? Forse, ma abbiamo sicuramente guadagnato in entusiasmo e impegno.
Alla Confluenza cominciamo a guardarci attorno, nulla.
Risaliamo i P.U. vociando, accumulando dietro noi i passaggi che di lì a qualche ora ci faranno patire. Parallelamente si concretizza l'idea che sarà un buon test per il nostro germoglio di squadra. Così fino all'arrivo di Caracas dove troviamo i due che ci raccontano il resto della storia: tre inglesi a traversare da Caracas a PB (non saranno le ultime vittime di quest'anno) ultimo salto da 7 m, della lunga sequenza di doppie che portano ai P.U., finché l'attacco (mio coetaneo) che ha fin lì sostenuto centinaia di passaggi di speleologi pigri ed avari decide di poterne reggere solo due. Per il terzo è volo, 7 m con atterraggio su frana sospesa sul fondo del meandro.
(UL)
A seguito della squadra elitrasportata, salgono nella notte i volontari appiedati, i medici coinvolti, i materiali, e tutto il resto.
Vengono messi in allarme i liguri e lentamente il baricentro dell'incidente si sposta alla Capanna Saracco-Volante.
(AE)
Uno fuori a chiedere aiuto e l'altro col ferito a raccontare barzellette e alitare: così li troveremo, turgidi, verso le 11 di sera, rimbecilliti dal freddo. In capo a cinque minuti avevamo alzato la temperatura di venti gradi (eh! la tendina,) fornito materasso, cibo e the scusandoci che l'ora non fosse adatta. Loro parevano meno infelici.
Altro tempo, più di quello che avremo sperato, e giunge il medico accompagnato da quattro baldi giovani carichi come furgoni: nel dubbio Beppe ha portato giù l'intero C.T.O. (Centro Traumatologico Ortopedico e Grandi Ustionati, di Torino) esclusa l'insegna e qualche infermiera. Dietro di lui la squadra, la barella e i telefoni e quando l'imbarellamento è terminato, sono pronti anche gli armi per la prima ora di movimento.
(UL)
Intorno alle 5.00 del mattino del sabato la nostra squadra raggiungeva il ferito; purtroppo non nei pressi della "Confluenza", bensì ad oltre due ore da essa: sotto l'ultimo pozzo di Caracas!
La caduta da circa sei metri gli aveva causato improvviso e violento dolore all'anca sinistra ed alla mano destra, nonché alcune ferite al volto. Al nostro arrivo il ferito era visibilmente preoccupato, ansioso, in preda a tremore intenso sia di origine emotiva che per la bassa temperatura ambiente. Nonostante si trovasse riparato dalla tendina, i vestiti erano fradici e i piedi macerati dall'acqua. Non lo aiutava certo l'abbigliamento: una tuta in maglina sintetica, delle maglie di lana al di sopra e una tuta in PVC impermeabile. Liberato dai vestiti fradici e sostituiti con altri asciutti, rimossi stivali e calzettoni sostituiti con calzari in pile, dopo essere stato sottoposto a frizione intensa delle estremità la situazione è migliorata nel giro di mezz'ora.
(BG)
È uno spettacolo, tutti si muovono benissimo, tesi e attenti, bagnati ormai da ore, tra saltini da attrezzare e i vari passamano. L'unica cosa che non si riesce a ottenere è un po' di silenzio, ma rinunciamo quasi subito. La barella avanza bene trovando sempre armi pronti e ragionevoli senza fermarsi per un paio d'ore. Ora un tonfo. Max esce da una grossa marmitta con due eleganti bracciate.
Un tratto lungo e stretto e il passa mano scatta bene, quando è necessario sganciare
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di nuovo le squadre di attrezzisti sorge un problema di scelta. Da qualche anno in esercitazione tutti armano, non solo i bravini, col risultato che ormai più nessuno si considera uomo da barella e tutti sono in grado di attrezzare in maniera dignitosa e ragionevolmente veloce. Inoltre da tempo nessuno sbraita, cosicché non c'è più bisogno di nascondersi per evitare cazziatoni.
Risolviamo il problema dell'armo, attrezzeranno i primi che arrivano: ohibò fanno parte della squadra un paio di tizi che sei mesi fa non sapevano neppure cosa fosse il Soccorso. Mi trovo a pensare, mentre sfilano, che sia la migliore squadra che abbia mai visto e ne sono ancora quasi convinto. Se i nuovi continueranno su questo livello tra un po' potremo permetterci di liberare i vari archeopterix che da tempo, sabaudamente, hanno chiesto il permesso di dimettersi.
(UL)
Tenuto conto del tempo trascorso dal ferito dal momento dell'ingresso in grotta (dodici ore circa) e quello previsto per il recupero (di ventiquattro ore circa), soprassedevo al problema delle sue necessità energetico-metaboliche, anche in considerazione del fatto che si trattava di persona esperta, bene ambientata e quindi abituata a stress fisici importanti. Lo stato di idratazione era ancora discreto. Ci siamo pertanto limitati a brevi soste sotto la tendina per fargli bere abbondanti bavande tiepide, ben zuccherate e mangiare biscotti, frutta zecca e pane; farlo urinare, da coricato, dentro un contenitore in plastica. Abbiamo puntato, insomma, ad un trasporto veloce!
(BG)
Passano una quindicina di ore, diminuisce la lucidità, siamo dentro l'acqua a tre gradi da una vita. C'è una manovra problematica, incomprensioni tra chi attrezza e chi opera, ma ne usciamo bene, poi su un passaggio stretto inorridiamo quando ci tocca inclinare la barella di 20 gradi. Quindi poco dopo la Confluenza e il cambio dei liguri (che dopo poche ore Riccardo Pavia tornerà eroicamente a filmare) mentre a noi non resta che portare fuori noi stessi.
(UL)
Cambia la squadra, ai savoiardi si sostituisce uno squadrone ligure più qualche rincalzo piemontese. All'esterno diamo imminente un'uscita in nottata e chiediamo al Soccorso Alpino di prepararsi per un possibile trasporto notturno a valle. Parallelamente pre allertiamo il 118, se tarda, domani lo aerotrasportiamo...
(AE)
Verso le 18.00 però, le cose cambiano ed il ferito inizia a manifestare profondi segni di turbamento psichico, di intolleranza alle cure, disorientamento e confusione mentale; diventa violento, inveendo contro chiunque avesse intorno, cercando di colpirlo con la mano sana. Cosa portò a tale situazione è ipotizzabile come segue:
- da molto tempo era stata sostituita per intero la squadra ed era stato avviato all'uscita l'unico suo connazionale che fino a quel momento era rimasto con lui; sindrome da abbandono!
- le riserve energetiche iniziavano a dare segni di importante depauperamento, così come lo stato di idratazione iniziava a peggiorare;
- il lungo periodo di privazione dal sonno era causa di uno stato di allerta e disforia.
Si rese necessario pertanto sedare pesantemente il ferito avviandolo all'uscita, sempre più velocemente.
(BG)
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I tempi si allungano; alcune ulteriori difficoltà ci fanno per un attimo tremare sul risultato finale, così, da una possibile uscita serale di sabato si va, senza dubbio, alla domenica.
Sul posto sono anche arrivati i giornalisti.
(AE)
Si verificò infatti un altro problema: accusava fortissimo dolore ed acidità allo stomaco, che migliorava con la somministrazione di antiacidi. Durante l'attesa dei soccorsi, avendo molto male all'anca ed alla mano, assunse una quantità imprecisata di un medicinale in polvere. Quella polvere, di produzione officinale, conteneva principalmente del diclofenac, principio attivo del Voltaren, potente analgesico ed antiinfiammatorio, altrettanto potente nel determinare lesioni gastroduodenali.
Chiarito il problema, si riprende il recupero uscendo alle sei del mattino. In elicottero il ferito viene trasportato all'Ospedale Civile di Savigliano dove due giorni dopo viene sottoposto a intervento chirurgico, confermando la triplice frattura del bacino e del primo metacarpo.
(BG)
Usciamo da tutto ciò con una squadra forte, motivata e disponibile a fare degli sforzi per migliorarsi, carente forse di ipertecnici, per lo meno rispetto a un recente passato, ma sicuramente più omogenea e preparata. L'incidente, di difficoltà medio elevate, ha avuto inoltre il merito di far palpare a chi da anni si addestra che la possibilità di un intervento non è solo teoria come peraltro si è capito dalla replica di fine settembre. Resta peraltro il dubbio sulla necessità di cementare l'ingresso di Caracas.
(UL)
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La medicalizzazione: come e perchè |
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Beppe Giovine |
Il sospetto di frattura cadeva sull'anca, bacino, femore, colonna, in considerazione della difficoltà al movimento dell'arto inferiore sinistro e del dolore lamentato all'anca dal primo momento dopo la caduta.
La frattura di un femore però, solitamente causa un accorciamento dell'arto, ed il piede assume una posizione di rotazione obbligata verso l'esterno. Spesso è presente anche una tumefazione inguinale (frattura del collo del femore), altre volte è presente la deformità della coscia (frattura diafisaria); peraltro è possibile la presenza di fratture cosiddette ingranate, dove non essendovi disallineamento dei monconi fratturati, non si evidenzia alcuna deformità, ma importante dolore al minimo movimento o tentativo di appoggio sull'arto stesso.
Il dolore all'anca sinistra si acuiva anche al tentativo di mobilizzare l'arto inferiore di destra e comprimendo l'osso del pube e quello ischiatico (la parte ossea sotto la natica, quella che più appoggia quando ci si siede); inoltre, durante i movimenti dell'anca sinistra, potevo apprezzare degli scrosci a livello della cresta iliaca dello stesso lato. Il sospetto allora si spostò sulla possibile frattura del bacino con o senza una frattura ingranata del collo femorale; purtroppo non potevo escludere fratture vertebrali anche se non riferiva punti dolenti lungo le spine vertebrali e neppure erano presenti disturbi neurologici (sensibilità ridotta o anomala agli arti inferiori e/o nella regione perineale; difficoltà ad urinare; difficoltà o impossibilità a muovere gli arti inferiori).
La mano destra si presentava tumefatta, dolente al tentativo di serrare il pugno,
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deformata in prossimità della zona carpale, in corrispondenza del pollice e dell'indice.
Al mento era presente una profonda ferita lacera e contusa, poco sanguinante.
Con questo quadro clinico i provvedimenti messi in atto per risolvere temporaneamente i problemi sono stati:
- per l'arto inferiore sinistro ed il bacino: l'uso del KED;
- per l'arto superiore destro e stata realizzata una "doccia", ovvero un gesso aperto, imbottita da cotone idrorepellente e chiusa da una benda adesiva in tensoplast;
- la ferita profonda al mento si è reso necessario suturarla, con punti in seta, quindi coperta con una benda medicata.
Il trasporto è avvenuto su di una barella modello ALP DESIGN a pianale rigido, senza fissare il sottopiede sinistro e l'emibacino destro. Purtroppo l'altezza del ferito rendeva difficoltoso il contenimento all'interno della copertura esterna. Il capo protetto da casco modello Hockey, con visiera.
Considerazioni finali:
- il ferito deve essere posizionato all'asciutto; cambiato dei vestiti e possibilmente sotto una tendina, riscaldata;
- prevedendo una azione di recupero abbastanza rapida (<30 ore), rifocillarlo prevalentemente con bevande calde e ben zuccherate;
- eventuali fratture devono essere bene immobilizzate per evitare il dolore e permettere un trasporto confortevole;
- è importantissimo il conforto psicologico del ferito;
-s e manca il Medico, in genere, .... è UN BEL CASINO!
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Dalla parte del ferito |
A circa due mesi dall'incidente il ferito ci scrive e volentieri pubblichiamo una traduzione della lettera che ci ha inviato (N.d.r.)
Cari amici,
questa è una tardiva ma non di meno sincera lettera di ringraziamento alla vostra squadra per il mio recupero in Piaggia Bella, la scorsa estate.
Sono contento di aver fatto un ricovero ospedaliero veloce e spero di tornare in grotta nel prossimo anno. Questo è merito in gran misura dell'esperta attenzione del medico e delle cure che ho ricevuto in grotta. I miei compagni ed io non abbiamo che ammirazione per l'abilità e l'efficienza della squadra Piemontese.
Non sono mai stato a disagio, sia nella barella sia per quello che riguarda la mia salvezza. Le parole sono inadeguate per esprimere la grandezza della mia gratitudine. Devo anche scusarmi per il mio comportamento verso la fine del recupero. Non sono sicuro se le allucinazioni che ho sperimentato erano causate dal calmante o dall'ipoglicemia. Spero comunque di non aver offeso nessuno! So che è stato girato un film durante l'operazione di soccorso. Se così fosse e se fosse possibile mi piacerebbe vederne una copia.
Concludo mandandovi ancora molti ringraziamenti e i migliori saluti e ricordandovi che se qualcuno di voi verrà in grotta in Inghilterra è pregato di non esitare a contattarmi.
Keith Sanderson
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38° corso di Speleologia: locandina