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GROTTE

anno 36, n. 113 - maggio-dicembre 1993

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

 

sommario

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La parola al Presidente

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Notiziario

13

Attività di campagna

16

Il campo nella Conca Biecai

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Gonnos

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Filologa-PB: il giorno del contatto

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Ciuaiera '93

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Cronache dall'altopiano

46

Hunza '93: diario quasi ragionato del viaggio

62

Qui radio Tirana

64

Nebbia '93

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Lettera aperta al Presidente Generale del CAI

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Occhi Bianchi sul Pianeta Nebbia

71

Recensioni

 

 

Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n. 2 di Febbraio-Marzo 1994.

SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE

GRUPPO III PUBBLICITÀ INFERIORE AL 70%. - TORINO

Direttore responsabile: Leo Ussello

(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13.10.73)

 

Redazione:

Giovanni Badino, Giampiero Carrieri, Marziano Di Maio,

 

Attilio Eusebio, Daniele Grossato, Laura Ochner,

Riccardo Pavia.

 

Foto di copertina: di B. Vigna (Grotta di Bossea)

Bozzetti di Simonetta Carlevaro

Stampa: La Grafica Nuova, Via Somalia 108/32, Torino

Stampato con il contributo della Regione Piemonte (Legge regionale 69/81)

 

 

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Caro lettore, stai per "beccarti" questo mattoncino che ci racconta della speleologia Gianduja e non, da maggio a dicembre '93 (se tu avessi letto l'ultima di copertina te ne saresti accorto da solo ). Perché? Semplice, il bollettino n.112 (che precede questo) era "speciale, dedicato ai 40 anni del GSP, quindi mantenendo il sabaudo criterio di non superare i 3 bollettini per anno, gustati questo tomo!

 

 

La parola al presidente


Daniele Grossato

 

     Siamo tutti d'accordo sul fatto che il GSP sta invecchiando, sul fatto che da un lato vuol dire declino e da un altro estrema professionalità, sul fatto che non bisogna demordere nel cercare ricambi generazionali. Possono sembrare spine nel fianco, queste cose, ma io zig-zagando fra i miei sbalzi d'umore continuo a pensare ad un'allucinazione. L'allucinazione ha spesso colori e contorni indefiniti, ma altrettanto spesso sa essere precisa, meticolosa e grandiosa. È tutto un gioco, un enorme, colossale, ciclopico labirinto cerebrale all'interno del quale ogni tipo di esperienza può sopraggiungere sotto qualsiasi forma mentale o fisica. L'allucinazione ogni tanto si presenta sotto forma di meandri, meandri stretti ed altissimi che percorrono la tua mente e nei quali tu vaghi fino a perderti per poi sempre ritrovarti.

     A volte penso e mi viene da ridere. Penso in che modo un gruppo come il GSP dovrebbe comportarsi per sopravvivere e mi vengono in mente le facce delle persone che non hanno voglia di fare un cazzo se non equipararsi a dei clienti di un'agenzia turistica: "Ogni settimana, ragazzi, si fa un viaggio, è tutto compreso nella quota associativa annuale del GSP." L'aspetto triste della storia è che quasi sempre ci si dimentica che nessuno di noi "lo fa per soldi". La passione per la speleologia dovrebbe legarci, invece i malumori personali intercedono così frequentemente da far sembrare il GSP come un'azienda privata. Una società per i cui servizi basta pagare 50.000 lire. Non è proprio così la situazione!

     Il 1993 pur non essendo stato un anno strepitoso (dal punto di vista speleologico) ha visto organizzare e portare a termine buona parte dei propositi che ci eravamo prefissati nell'assemblea di inizio anno:

     - il 36° corso di speleologia;

     - un campo estivo in zona Biecai che ci ha regalato (con qualche fatica) una nuova grotta (Gonnos) lunga 1000 me profonda 200, ancora in fase di esplorazione;

     - una spedizione extra-europea in Pakistan che ci ha visti impegnati a percorrere i

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calcari della Chapursan Valley (senza grossi risultati, purtroppo) e i ghiacci del Batura Glacier (che hanno riservato invece gradevolissime sorprese);

     - la giunzione Piaggia Bella-Filologa, frutto di quella attrazione psichedelica che ogni anno la Capanna Saracco-Volante esercita su speleologi di ogni parte d'Italia;

     - iniziative per commemorare il quarantennale della fondazione del GSP: un bollettino speciale, la stampa di un manifesto che non ha riscosso il successo sperato (per ora), una cena sociale che ha visto riunirsi un centinaio di persone tra vecchie e nuove generazioni;

     - la partecipazione massiccia all'incontro nazionale di speleologia Nebbia '93 (quanto vino!);

     - molti tentativi di trovare prosecuzioni di grotte: Mottera, Ciuaiera, Sono Velenoso, Piaggia Bella, A 11 ecc.

     Continua a piacermi l'idea di non considerare il GSP come un gruppo vacanze, bensì come un gruppo di amici burloni e un po' litigiosi che amano l'esplorazione: il frutto di tante fatiche (fangose o meno), il delirio di un'altalenante, furibonda ed incomprensibile allucinazione.

 

 

A Ormea un convegno sul Marguareis

     L'AGSP e il Parco regionale Valle Pesio e Tanaro organizzano nei giorni 28 e 29 maggio a Ormea un convegno su "Marguareis 1994, cinquant'anni di speleologia di ricerca", con le finalità di far conoscere le problematiche speleologiche ai non adepti, di incontrare nuovi e vecchi esploratori e geografi del sottosuolo, e di raccogliere dati in previsione di un opuscolo speleo-didattico sul Parco, quale momento di incontro tra Ente Parco, Enti locali e speleologi e così via. Proiezioni, incontri, resoconti di attività e storie di esplorazioni si alterneranno nei due giorni, senza dimenticare i rapporti tra aree protette e attività speleologica. I gruppi piemontesi in accordo con la Commissione Speleo del parco hanno già steso il programma di massima.

 

 

 

Notiziario


Assemblea di fine anno 1993 del GSP

     Si è tenuta in due sedute, rispettivamente il17 dicembre 1993 e il 14 gennaio 1994, con il solito ordine del giorno.

     Il presidente D. Grossato ha brevemente accennato all'attività esplorativa svolta nell'anno, imperniata in particolare su Sono Velenoso, Mutera, Piaggia Bella, Ciuaiera. È stato riarmato l'abisso A 11. Si è svolto il campo estivo nella zona di Biecai dove è stato scoperto l'abisso Gonnos profondo per ora sui 200 metri. Sempre in estate, si è organizzata una spedizione in Pakistan con scoperta di vari pozzi oltre che di condotte nel ghiaccio. Ha avuto luogo il 36° Corso di Speleologia, diretto da A. Eusebio, V. Martiello e P. Terranova, e gli allievi migliori hanno intrapreso l'attività con il Gruppo.

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     Per quanto riguarda le sezioni, C. Balbiano ha sistemato in Archivio tutto il materiale pervenuto (ha auspicato che qualcun altro si impratichisca dell'archivio stesso, per far fronte a necessità di consultazione in assenza del responsabile); D. Bregolato, B. Barisani e D. Grossato hanno ancora provveduto all'apertura e chiusura della sede; per la Segreteria, D. Bregolato e V. Bertorelli hanno svolto un normale lavoro ma non intendono continuare nell'incarico; per la Biblioteca, L. Bozzolan ha continuato il riordino al computer con la collaborazione di vari soci (ha chiesto ulteriore aiuto proponendo di dedicare un venerdì al mese per poter ultimare l'opera entro un anno); per la Capanna, V. Martiello ha relazionato sui lavori compiuti (sistemazione delle porte, impianto gas, verniciature) e ha elencato quelli da effettuare, tra cui la sostituzione di materassi, coperte, vasellame, stufetta. L'attività biospeleologica (A. Casale) sarà riportata sul prossimo bollettino.

     Per il bollettino Grotte, M. Di Maio ha sottolineato l'elevato numero di pagine dei tre bollettini annuali (ben 118), ha ricordato che tra i numeri del 1993 sarà compreso anche il numero speciale edito per il quarantennale del Gruppo (numero che grazie alla solerzia di L. Valente e A. Eusebio è stato dato alle stampe a tempo di primato onde diffonderlo a Speleo Nebbia), ha lamentato i cronici ritardi nella consegna degli articoli ma ha evidenziato l'accresciuto impegno della redazione (in media 4-5 riunioni per bollettino), la soddisfacente redistribuzione del lavoro e soprattutto il fatto che finalmente altri redattori abbiano acquisito una pratica tale da potere, in un futuro che si spera prossimo, sostituire l'attuale responsabile. Il cambio di tipografia, se non ha portato benefici alla veste tipografica, ha però consentito quei risparmi di spesa che era quanto mai necessario conseguire.

     Per il Catasto, B. Vigna ha illustrato l'attività svolta, ha annunciato la preparazione di un nuovo aggiornamento catastale che potrebbe essere pronto per la primavera, ha comunicato la sostituzione di R. Pavia con D. Bregolato per aiutare nella battitura dei testi al computer e ha proposto per il futuro di redigere cartine di lavoro in scala adeguata con le posizioni delle grotte e gli altri dati necessari. G. Carrieri ha avanzato la proposta di agevolare i lavori catastali scattando foto di tutte le aree dove si esplora.

     Per il Magazzino, D. Grossato ha ricordato che a metà anno gli, è subentrato V. Martiello a coadiuvare G. Fanchini. Lo stesso Martiello ha proposto ( e il Gruppo ha approvato) per il prossimo anno di affidare la responsabilità a una quaterna costituita da V. Martiello, M. Scofet, G. Fanchini e A. Mantello. Molte sono le corde ancora in grotta, e di quelle in sede alcune sono da revisionare.

     G. Carrieri ha esposto la situazione dei materiali didattici di cui è (e sarà) responsabile. Viene proposto di raccogliere tutto il materiale disponibile per le lezioni del Corso, e di riordinarlo per redigere nuove dispense.

     Si è discusso sull'opportunità di responsabilizzare maggiormente chi usa gli strumenti da rilievo e i trapani elettrici e relative batterie: ma è difficile, ai fini di eventuali condanne al risarcimento di strumenti rotti o perduti, distinguere l'uso maldestro dalla sfortunata rottura accidentale. V. Martiello ha sostenuto la necessità di usare con maggiore parsimonia fix e spit. Nuovo responsabile dei materiali speciali è nominato M. Scofet. Le batterie verranno conservate in magazzino e controllate da parte dei responsabili dello stesso.

     A. Eusebio ha dato relazione dell'attività dell'AGSP: si è lavorato proficuamente, e anche i Gruppi hanno operato con maggiore intensità e migliore collaborazione. Insieme ai Parchi regionali sono stati stesi i regolamenti di fruizione, compresi campi estivi e transiti, e si sono aperte prospettive per pubblicazioni speleologiche. Aspetto negativo

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è quello finanziario, dal momento che la Regione ha sospeso ogni contributo.

     Per la Tesoreria, L. Valente ha comunicato una gestione 1993 in pareggio tra entrate e uscite, ma un futuro assai problematico per la sospensione del contributo regionale all'AGSP e per l'incertezza di quello dell'Uget al GSP. Le quote sociali rimarranno invariate per decisione unanime.

     Per i locali sociali vengono comunicate le avvenute recenti dimissioni del responsabile F. Cuccu, dovute forse a sovraccarico di impegno. Il lavoro da fare non è poco; per ora viene designato U. Lovera a tenere i contatti con l'amministratore dei locali.

     La Volpe d'Argento, restituita da V. Martiello, è stata assegnata a G. Carrieri che per acclamazione ha vinto il ballottaggio con la coppia A. Eusebio-B. Vigna e con Sergio Roggero (Abate Farìa).

     Per il 1994 sono stati riconfermati responsabili C. Balbiano per l'Archivio, B. Barisani e D. Grossato per l'apertura e chiusura della sede ugetina, L. Valente per la Tesoreria e A. Eusebio per l'Amministrazione, L. Bozzolan per la Biblioteca, A. Casale per la Speleobiologia, M. Di Maio per il Bollettino, B. Vigna per il Catasto coadiuvato da D. Bregolato, G. Carrieri per i materiali didattici, B. Vigna per gli strumenti da rilievo. È stata per ora abolita la sezione delle pubbliche relazioni. Sono stati incaricati B. Barisani della Segreteria (con l'aiuto di F. Tizian), U. Lovera dei locali sociali, V. Martiello con D. Girodo e M. Scofet per la Capanna, V. Martiello con G. Fanchini, A. Mantello e M. Scofet per il Magazzino, M. Scofet con F. Cuccu per i materiali speciali. Il Gruppo sarà ancora rappresentato nell'AGSP da A. Eusebio, D. Grossato e U. Lovera, e nel Consiglio Uget da M. Di Maio, A. Eusebio, D. Grossato e U. Lovera.

     È stato riconfermato Presidente all'unanimità D. Grossato. Avendo chiesto D. Girodo anche se a malincuore di uscire dall'Esecutivo, è stato designato a sostituirlo L. Bozzolan. Per il 1994 pertanto l'Esecutivo stesso sarà formato da L. Bozzolan, G. Carrieri, A. Eusebio, D. Grossato (Presidente), U. Lovera e B. Vigna.

     Dalle proposte dell'Esecutivo e dalle votazioni sono risultati per il 1994 22 membri effettivi e 48 membri aderenti.

Membri effettivi

Giovanni Badino, v. San Franceso da Paola 17, 812.30.89 (lav. 670.74.92)

Valentina Bertorelli, v. Nizza ,66.99.244

Donatella Bregolato, v. Cibrario 29 bis, 43.73. 100

Lorenzo Bozzolan (Z), v. San Rocco 2, 21.54.60 oppure 66.125.69

Giampiero Carrieri, c. Peschiera 281, 72.14.74

Roberto Chiabodo (Arlo), v. Brusà 6, Valdellatorre, 96.80.165

Franco Cuccu (Fof), v. Rossini 14, 888.459

Marziano Di Maio, v. Cibrario 55, 75.12.53

Attilio Eusebio (Poppi), c. Correnti 37, 321.807

Giovanni Fanchini (Piattola), v. Monfalcone 19, 36.20.56

Paolo Giaccone (Piccino), v. Bologna 17, Collegno, 78.032.66

Domenico Girodo, v. Alpi Cozie, Avigliana, 93.02.53

Daniele Grossato, v. Trana 17, 433.46.13

Uberto Lovera (Ube), v. Tonale 16, 61.33.47

Andrea Manzelli, c. Francia 167, 74.82.40

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Vincenzo Martiello (Spazzola), v. Veglia 18, 32.42.029

Pierclaudio Oddoni (Cagnotto bello), v. Santhià 2, 23.02.67

Riccardo Pavia, v. San Paolo 84, 38.55.010

Marco Scofet, regione Vigne 23, Villarbasse, 95.22.10

Massimo Taronna , v. Redipuglia 6, Gassino Torinese, 960.12.55

Pierangelo Terranova, v. Rovereto 12, Pino Torinese, 81.12.061

Bartolomeo Vigna (Meo), v. San Bernolfo 53, Mondovì, 0174/55.21.23

Membri aderenti

Carlo Balbiano d'Aramengo, v. Balbo 44, 88.71.11

Piergiorgio Baldracco, v. Boccardi 28, Pino Torinese, 84.15.15

Vittorio Baldracco, vedi Ochner

Cinzia Banzato, c. Duca degli Abruzzi 84, Strambino, 0125/71.30.36

Simonetta Bettuzzi (Sincro), v. Martignacco 121/5, Udine, 0432/54.08.07

Rossella Cabula, vedi Carrieri

Marilia Campaiola, vedi Terranova

Patrizia Cannonito, v. Pignari 6, Saluzzo, 0175/47.165

Emilio Cappai, v. Saccarelli 11, 74.96.513

Simonetta Carlevaro, vedi Chiabodo

Achille Casale, c. Raffaello 12, 650.88.84

Riccardo Cassina, p. Garibaldi 22, Crescentino, 0161/84.38.04

Roberto Cassullo, v. Bertolotti 19, Rivarolo, 0124/42.40.12

Adriano Cerovetti, v. Santa Chiara 56, 43.10.425

Igor Cicconetti, p. Rebaudengo 10, 246.44.83

Agostino Cirillo, Pordenone, 0434/40.552

Danilo Coral, 52.11.308 (lav. 99.51.663/4)

Giacomo Cordera, Via Conte Chiusella 108, Ivrea, 0125 718430

Piercarlo Curti, v. Cannonito

Ermes Fusetti, v. Coppino 120/11, 216.89.73

Carlo Garelli (Uccio), v. Fabbriche 15, 38.55.341

Adriano Gaydou, v. Baltimora 15, 36.51.60

Beppe Giovine, v. Rossetti 21, Ciriè, 921.10.21 (0330/461.481)

Emanuele Ghiotti, str. Santa Margherita 188, 81.95.078

Matteo Gillardi, Via Milano 8, Settimo T se, 8000373

Andrea Giuso, c. Grosseto 167, 25.55.65

Andrea Gobetti, str. Reaglie, 89.99.087

Maurilio Grassi, v. Po 22, 812.34.52

Jo Lamboglia e Kathy, Tour 21, route de Turin, Nice, 093/84.46.78

Christian Liscio, v. Vespucci 5, 59.16.66

Consolata Lusso, v. dei Mille 34, 81.23.330

Andrea Mantello, v. Pacinotti 2, 48.11.90

Antonello Molino, v. Baretti 7, La Morra, 0173/33.357

Laura Ochner, v. Baltimora 160/B, 30.72.42

Margherita Pastorini, vedi Vigna

Michele Pastorelli, Via Plana 61, uff. 564.71.39

Elio Pesci, v. Vicenza 27, 43.74.667

Lucia Rattalino, v. Verdi 19, Cavagnolo. 91.51.691

Elena Rava, v. 25 Aprile 109/19, 661.30.07

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Sergio Roggero (Abate Farìa), c. Giulio Cesare 25, uff. 55.15.305

Walter Segir (Papà), v. Brandizzo 65, Volpiano, 98.84.529

Fabio Tizian, c. Rosselli 91, 318.02.31

Loredana Valente, vedi Eusebio

Paolo Vieta, v. Salbertrand 41, 76.10.85

Manlio Vineis, v. Alpignano 8, 76.25.44

Carlo Zampogna, 65.09.829

Walter Zinzala, c. Francia 207, Collegno, 41.52.015

 

I 40 anni del GSP

     Il 23 novembre 1993 il GSP ha compiuto 40 anni di vita e l'avvenimento è stato festeggiato il venerdì successivo in un ristorante di Pecetto da un centinaio di speleo vecchi e nuovi, tra cui due dei quattro fondatori, Beppe Dematteis e Paolo Chiesa. Il 4 dicembre un'altra cena si è svolta a Viozene.

 

Nuove esplorazioni

     Puerto Escondido, questo è il nome dell'abisso esplorato dal GGM nell'autunno del '93. Si apre all'interno di una miniera nei calcari metalliferi di Dosseria in Val Brembana, poco a Nord di S. Pellegrino. Classica grotta verticale che tra pozzi e meandri scende per un quarto di km. La grotta è in corso di esplorazione, ci aspettiamo ulteriori buone notizie.

     Passato il sifone dell'Omber (Brescia - Lombardia): il prode sifonista lecchese Casati ha superato di slancio il sifone terminale dell'Omber, pochi metri di profondità ed una modesta lunghezza (circa 15m) e poi nuovamente gallerie che però dopo un centinaio di metri si arrestavano definitivamente contro una frana.

      Grosse esplorazioni al Campo dei Fiori (Varese -Lombardia), i varesotti hanno aperto il cuore al massiccio; su basi essenzialmente morfologiche hanno ricercato e trovato un "vecchio" livello fossile. Un corto sifone color cioccolato in strettoia seleziona la truppa. Nella prima seria esplorazione ad opera di neosifonisti partoriti per l'occasione pare siano stati percorsi oltre un chilometro di grandi gallerie freatiche.

     Per lunghi anni ci siamo divisi riguardo la prosecuzione sul P 200 e tot del Saragato. C'era chi parlava di una finestra, chi ne negava l'esistenza, chi sosteneva la necessità di tornare, chi spergiurava di avere guardato benissimo.

     Al solito la band Dobrilla-Guidotti ha avuto una luminosa idea, è andata a vedere e ha scoperto che, toh, la grotta continua; e lo fa esagerando. Arriva per ora alla profondità di 950 m trovando per strada un pozzo sui 250 m. Sul fondo ovviamente gallerie.

     Collegata a questa storia ne è nata subito un'altra nei giorni in cui tutta la speleologia italiana pensava a curarsi il fegato nei sollazzi di Nebbia. E se della band di cui sopra è nota l'arguzia, altrettanto nota la parsimonia nell'utilizzo di chiodi.

     Ergo, se è stato deciso che l'attacco deve essere un nodo incastrato è opportuno curare che detto nodo sia più grande della fessura che lo deve trattenere.

     Nonostante due mesi e mezzo di pioggia costante siamo riusciti ad armare A11 e a trovare qualcosa di nuovo a -600. C'è un po' d'aria ma cosa farà lo sapremo solo fra un

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anno. Il nuovo ramo è dedicato per ora al generale Ruscoi eroe di quelle giornate.

     In mancanza di esplorazioni le novità ce le procuriamo sul fronte CNSAS. Il 1° Gruppo (ovverossia noi) sta per partorire il 13° e lo fa per scissione non avendo alternative; notizia che decriptografata significa semplicemente che l'attuale squadra ligure ambisce a diventare delegazione autonoma. Se non sorgeranno complicazioni il parto dovrebbe durare circa un annetto, dopo di che ... auguri.

     In tema di parti, altri due personaggi stanno per irrompere al mondo ad opera di Daniela (Frati) e Katy (Lamboglia). arduo come sempre individuare i collaboratori, si sospettano, ma con molte riserve Marco Marantonio e Jojo.

     Recentissime nuove invece riguardanti Marco provengono dal Fighiera: pare che con la collaborazione di Chiocchino abbia trovato rami nuovi con acqua nelle regioni prossime a via Fani.

 

Inaugurato il Laboratorio di biologia del GASV

     L'8 maggio è avvenuta a Verona l'inaugurazione ufficiale del laboratorio di biologia sotterranea del GASV, ubicato nelle fresche e umide gallerie di una vecchia cava nel parco di Villa Francescatti, dov'è l'ostello della Gioventù che pertanto lo ospita. Per la verità il Laboratorio operava già da qualche anno per allevare e studiare la fauna ipogea (di ricchezza eccezionale nel Veronese), per suscitare tramite la didattica l'interesse del pubblico per la biospeleologia e per la tutela dell'ambiente sotterraneo e carsico, nonché per diffondere e promuovere le attività speleologiche nel territorio locale. Queste finalità e la storia dell'impianto sono state illustrate occasione da Gianfranco Caoduro (che ha fermamente voluto la realizzazione del Laboratorio e che ne è direttore) e dal decano della biospeleologia italiana Sandro Ruffo. Simbolo del laboratorio stesso è il carabide trechino Italaphaenops dimaioi scoperto nella Spluga della Preta durante la famosa esplorazione del 1963, insetto che con emozione si può osservare muoversi con la sua elegante livrea in uno dei terrari d'allevamento.

Preta 1963-93

     Il 3-4 luglio a S. Anna d'Alfaedo si è svolta una rievocazione festaiola dei 30 anni da quando è stato raggiunto il fondo della Preta a conclusione di incredibili vicende di tentativi (dieci), di esibizionismi, di clamorose bugie.

     La rievocazione peraltro ha riguardato un po' tutta l'attività esplorativa in Preta del dopoguerra, fatta rivivere dai protagonisti sia di varie spedizioni precedenti a quella del '63, sia dalle "tute stracciate" arrivate al fondo e sia da quelle successive che con tecniche ormai moderne hanno conseguito nuove scoperte e ulteriori sviluppi anche in profondità. Aneddoti, retroscena, testimonianze, racconti, domande-risposte hanno interessato e divertito il centinaio di partecipanti tra una bevuta e l'altra offerta dagli organizzatori, ma non sono mancate anche relazioni da convegno vero e proprio, come quella di Corrà sugli aspetti geologici e geomorfologici della Preta, e di Zanon sulla biospeleologia, o belle proiezioni tra cui egregie quanto rare diapo di Troncon.

     La manifestazione, attuata con il patrocinio del comune di S. Anna, della Federazione Spel. Veneta, della Commissione Gruppi Grotte veronesi, della Comunità Montana della

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Lessinia e della SSI, è stata organizzata da Lelo Pavanello e da Giuseppe Troncon con l'aiuto di amici dell'Operazione Corno d'Aquilio, la meritoria iniziativa di rastrellamento dei rifiuti abbandonati in Preta in decenni di esplorazioni e che com'è noto ha mobilitato decine e decine di Gruppi di tutta Italia. Nei due giorni c'è stato tempo anche per una mostra di foto "storiche" della Preta, per un'escursione presso il Corno d'Aquilio, per un ristoro in malga e una cena, per un gran pampel notturno alla tendopoli dei partecipanti e infine per un pranzo al sacco che ha chiuso due riuscitissime giornate.

(MDM)

I vent'anni del CMS

     Lucien Berenger ha ospitato qualche decina di persone nella sua nuova, favolosa casa sopra Tenda: un cascinale che domina la valle che dall'abitato sale al Marguareis. L'occasione era il ventesimo anniversario del CMS: bisogna dire che i pompatissimi quarantenni Lucien e Alain Oddou se la passano molto molto meglio dei loro eredi. Il CMS esiste di nome ma non come scuola di speleologia: i giovani sembrano essere di scarso spessore e poco seguiti. La continuità c'è solo nel nome. Ma è stata una bellissima festa.

Matese 1993

     Si è svolto dal 24 al 29 luglio il VI Incontro Nazionale di Speleologia del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico organizzato in modo impeccabile dai tecnici del 5° Gruppo (Lazio -Abruzzi-Molise-Campania).

     L'occasione si presta ad essere ghiotta di mille opportunità di incontrare vecchi e nuovi amici e di discutere di nuove tecniche e temi che stanno or ora sorgendo. L'impostazione sempre valida si è articolata su esercitazioni di soccorso in grotta ed in forra con contributi notevoli ed originali dei tecnici presenti.

     Per le grotte molto si è detto e fatto ma credo che non siano uscite nuove ed originali tecniche, tuttavia fa piacere constatare che ormai gli oltre cento volontari presenti (provenienti da 10 delegazioni) parlino lo stesso linguaggio o quasi. Grossi problemi in questo campo pare non ve ne siano e si tratta di lavorare a migliorare una strada ormai tracciata.

     Diversa è la situazione per le forre dove rimane ancora da standardizzare persino l'attrezzatura personale e il metodo di progressione, figuriamoci poi il recupero di un infortunato, comunque contributi positivi ce ne sono stati molti, da quelli tecnici, alle barelle "galleggianti", alle nuove tecniche di recupero da fuori-forra e così via. Certo che la situazione non è standardizzata, e forse non lo sarà nemmeno in futuro: quel che appare dal confronto anche con altre realtà locali è che se ti fai male in forra o è una sciocchezza in una forra asciutta o quasi altrimenti la storia è triste ed il rischio del peggio è elevatissimo. Dunque non farsi male.

     Scherzi a parte molto è stato fatto ma tanto rimane da fare.

     Nell'ambito del convegno poi mille altri incontri positivi tra le varie commissioni ed i delegati, tra i tecnici ed i medici, e così via.

     Un incontro riuscito, organizzato benissimo in un ambiente difficile con problemi anche di comunicazioni.

     A coronamento del tutto sono stati fatti vedere le diapo di Prosperi sulla prevenzione, il "nostro" film in gestazione ed i materiali su cui stiamo lavorando per la commissione disostruzione.

     L'unico neo negativo è che il Matese ai piemontesi porta male: di integri pochissimi,

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di gravi alcuni, altri hanno rischiato moltissimo ma se la sono cavata, comunque a Torino siamo tornati tutti: chi bene chi male.

     Al prossimo incontro la necessità forse di essere originale o di trovare qualcosa di specifico su cui discutere.

(A. Eusebio)

     Durante l'incontro CNSAS in Matese sono state distribuite le nuove tendine da medicalizzazione assemblate da Laura Ochner e frutto di uno studio matto e disperatissimo sui tessuti. La loro efficacia è impressionante: due chili e mezzo danno ospitalità confortevole fino a otto persone. È probabile che in futuro abbiano delle applicazioni anche nelle esplorazioni.

 

Ricerche di biologia ipogea nelle spedizioni del '93

     Sono fierissimo che quest'anno tocchi a me (e non solo ad Achille Casale) scrivere una noticina significativa su quest'argomento del quale non capisco assolutamente niente. Questo è dovuto al fatto che ho cercato di mettere in pratica il ruolo scientifico che, io credo, dovrebbe avere ogni speleologo: appoggiare le ricerche di chi se ne capisce senza pretendere di farle lui.

     In occasione delle spedizioni Tepui 93 e Hunza 93 mi ero messo a disposizione dell'amico ed ex socio GSP Giachino, biospeleologo del Museo regionale di Scienze Naturali, per procurargli insetti esotici dei quali lui e Casale sono ghiotti. Giachino mi aveva brevemente istruito per mettere in grado anche un totale ignorante come me di fare scoperte favolose con delle trappole a caduta.

     La bestia più interessante catturata sull'Auyantepui è stata una cavalletta aliena, adattata all'ambiente ipogeo e capace di nuotare sott'acqua (sic). Nessuno sa di cosa si tratti, dunque dev'essere qualcosa di eccitante. Comunque, per catturarne altre in futuro suggerisco di fare le trappole a caduta con vasche da bagno se non si vuole puntare decisamente a trappolone per ratti: sono cavallette enormi e anche piuttosto aggressive.

     Ma anche dal Pakistan sono arrivate novità: una trappola piazzata al margine della morena fossile del ghiacciaio del Batura, nell'oscurità fra grandi sassoni, è scattata procurandoci la salma di un insetto ("è un Colevidae del genere Eocatos", mi ha detto Giachino: non so cosa voglia dire, ma lo ripeto con diligenza): sembra trattarsi di una specie nuova.

     Ma c'è un altro tipo di ricerca biologica varata quest'anno cui accenno sommariamente. In tutti i giri che ho fatto quest'anno (Venezuela, Albania, Pakistan, Kirghistan e Siria, ma anche F3, Piaggia Bella e Ciuaiera) ho raccolto campioni di terriccio per farne studiare alla Lepetit la presenza di muffe ed attinomiceti a cui essi sono interessatissimi per trovare nuove sostanze di interesse farmacologico. Sembra che in effetti ci sia qualcosa, ma rimando ad un'altra volta i dettagli.

(G. Badino)

Nuove leve

     Chi ha detto che la speleologia torinese non ha nuove leve? Basta scopare in modo un po' distratto ed eccole qui; nell'ultimo anno sono arrivati:

     Fabiana Cerovetti di Adriano e Daniela Enrici Bajon; Francesca Curti di Carlo e

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Patrizia Cannonito; Alessandro Giovine di Giuseppe e Susanna Maffei; Matteo Perello di Marco e Carla Minetti; Erica Pulzoni di Elio e Roberta Alunni... e inoltre abbiamo il piacere di segnalare che Margherita e Meo sono in dolce attesa.

     In gruppo ci sono alcune decine di coppie e in un anno hanno sfornato sei bimbi: una natalità del 5% che fa ritenere che i più frenetici paesi del Terzo Mondo siano affollati di onanisti.

     Un pensiero ai nostri amici sacilesi, in particolare ad uno di loro che, noto negli ambienti speleo come "Negro" veleggia libero senza più legami: la "Tigre" è scappata dalla gabbia.

 

Alla ricerca dei Caccin

     Franco e Renzo Pelazza - La mamma vuole vedervi! - È nel ricovero di Pieve di Teco - Nessuno vuole farvi del male. - Se avete bisogno di aiuto fatevi accompagnare - Cercate il sindaco di Ormea.

     Questo accorato appello è comparso a grandi lettere su manifesti affissi nelle borgate di Viozene e dintorni, nella speranza che i destinatari potessero leggerlo e decidersi a rientrare nella società civile. I due fratelli Pelazza detti i Caccin sono nostre vecchie conoscenze, anche se forse non li abbiamo mai visti in faccia. Sono di Caccino, sperduta borgata alta di Viozene sulla vecchia via per Quarzina, borgata che era abitata da pochi montanari molto selvatici (appena ci vedevano da lontano, scappavano o si chiudevano in casa piuttosto di fare due chiacchiere). E selvatici più di tutti sono diventati i due fratelli: da anni hanno rotto i rapporti con la civiltà e vivono senza casa e senza risorse, liberi come lepri per le campagne e per i boschi. Nessuno li vede da anni, la stessa madre li ha persi di vista dal 1982. Spariti? No, sono presenti in zona, dove lasciano segni inequivocabili: scassinano case isolate, villette e rifugi non per asportare cose di valore, ma per lo più viveri e alcoolici. Le loro idee sulla civiltà e il loro anelito di vivere liberi come uccelli non ci lasciano indifferenti: peccato, ci saremmo potuti intendere. Invece hanno spaccato anche a noi a più riprese porta e finestre della Capanna, per rubare qualche scatoletta o poco più, e dunque come tanti altri anche noi gliel'abbiamo giurata, altro che "Nessuno vuole farvi del male"! Potranno la mamma e le promesse di clemenza indurli a procurarsi il pane quotidiano senza fare tanti danni?

 

Speleologia, agonismo, sportività

     Come avrete saputo dai giornali e dalla televisione la speleologia ha finalmente ottenuto un posto nel mondo dello sport, la Francia ha trovato il modo, inventando i giochi pirenaici dell'avventura, di tradurre le caratteristiche di un'arte in termini di bravura sportiva. Peccato però che non abbia saputo tenere conto delle differenze di formazione culturale che ogni scuola speleologica impartisce ai suoi allievi, e abbia invece dato per certo che la speleologia è uno sport e come tale lo esercitano tutti nello stesso modo che è appunto quello usato dai francesi!

     Mille dollari il premio, viaggio e albergo pagato valgono ben la pena di tentare, dieci giorni sui Pirenei fanno gola a chiunque e la trappola e scattata. Sì proprio trappola volevo dire perché queste gare sono un imbroglio organizzato: le vincono i paesi che le organizzano con la semplice mossa di allenare i propri uomini nella grotta dove verrà svolta la gara. Già la speleologia non è uno sport, se ancora ci si comporta in modo così

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poco sportivo che cosa diventa?

     L'EQUIVOCO: solo l'Italia ha presentato concorrenti femminili nelle due discipline (speleo e torrentismo), la sottoscritta e Paola Santinelli, e nonostante siano trascorsi alcuni mesi da quando abbiamo dato l'adesione nessuno si è preoccupato quantomeno di informarci del fatto che tutti gli altri presentavano squadre formate da una coppia di uomini e che noi (cioè Tullio Bernabei) avevamo interpretato male il termine "coppia" leggendolo come uguale a "un maschio e una femmina" per ogni disciplina.....potete intuire la reazione dei Francesi? Hanno fatto finta di niente e ci hanno inserite nella gara come veri uomini (se vincevamo era uno scoop anche per Tullio però) e quando hanno visto che eravamo soltanto undicesime lasciavano cadere generose pacche di incoraggiamento alla speleologia italiana.

     Per non annoiarvi, e nemmeno scoraggiarvi, vorrei concludere con alcune considerazioni per sfruttare al meglio questa esperienza, sempre ammesso che il comitato olimpico internazionale che ha reso ufficiale questa competizione faccia il suo mestiere creando un regolamento serio e soprattutto sportivo; per chi volesse partecipare in futuro sfidando l'anima profondamente sportiva dei nostri amici d'oltralpe consiglio di allenarsi a entrare e uscire dalle grotte in tempo di record (al fondo del Cappa e ritorno in due ore e mezza), di non mangiare assolutamente niente di quello che la cucina francese propina prima di mettersi contro qualcuno dei suoi connazionali, di essere indipendente durante i giorni che precedono la gara (arrivano al punto di intubare gli avversari con lo scappamento dell'autobus per migliorarne la capacità polmonare), e infine di partecipare solo per vincere, tutto il resto serve solo a far vincere gli altri.

(V. Bertorelli)

 

Franco Garda

     Franco Garda ci ha lasciati durante una salita sul Bianco.

     Era nato ad Aosta nel '28, divenuto portatore nel '49 e guida nel '53. Dal '67 aveva assunto la gestione del rifugio Monzino, gestendovi da allora innumerevoli corsi per guide e per il soccorso in montagna. Nel '69 era divenuto rappresentante valdostano nel CNSA, nel '75 Direttore del Soccorso Alpino Valdostano, dal 1989 era Presidente del CNSAS.

     Negli anni '70 e '80 aveva ricoperto innumerevoli incarichi all'interno delle organizzazioni internazionali delle guide e del soccorso in montagna, trovando anche il tempo di organizzare varie spedizioni alpinistiche sull'Himalaya e proseguendo la sua attività di guida.

     La storia della credibilità degli speleologi e dell'inserimento attivo degli speleologi nell'ambiente alpinistico è strettamente legata a questo personaggio.

     Il merito della formazione di un soccorso speleologico all'interno del CNSA è, da parte alpinistica, di Bruno Toniolo, allora a capo della struttura della quale e tuttora Presidente Onorario. Il merito di un fiorire reale di contatti tecnici all'interno, fra le due sezioni, è invece di Franco Garda.

     Fu lui che nel '77 invitò ai corsi al Monzino, al Monte Bianco, due speleologi. Erano dei corsi per specializzare i tecnici di soccorso alpino per l'alta montagna: che c'entravamo noi? Fu Franco a dircelo: nella prima riunione spiegò che poi avrebbero chiesto molti chiarimenti tecnici agli speleo perché "loro sono abituati a ciappinare". Da quell'istante l'aria si fece meno pesante e con quel lancio potemmo cominciare a mostrare i nostri "ciappini" e a far valere il fatto (tutt'ora reale, amici alpinisti!) che un soccorritore speleo ha infinitamente più confidenza con le manovre complesse del suo collega medio esterno.

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     Da allora noi speleo divenimmo uno dei serbatoi ai quali attingere tecniche, ai quali chiedere opinioni, e da quella volta, tutti gli anni, al Monzino salivano anche due speleologi.

     Questo ha fatto del CNSAS (e sottolineo la "S" di "Speleologico", adottata mentre al timone dell'organizzazione c'era Franco) una struttura unica sull'arco alpino e forse nel mondo: speleologi ed alpinisti, pur fra mille difficoltà, si scambiano tecniche all'interno della stessa struttura madre.

      Questa collaborazione tecnica fra alpinisti e speleo e uno dei grandi tesori della nostra organizzazione di soccorso e crediamo si debba conservare con cura.

(G. Badino)

 

 

 

Attività di campagna


a cura di D. Grossato

 

2 maggio 1993. Borgone di Susa. Quinta uscita del 36° corso di speleologia del GSP che vede gli allievi impegnati nella loro prima esperienza si corda. Istruttori ed aiuti G. Badino, R. Chiabodo, F. Cuccu, C. Curti, Cagnotto bros, A. Eusebio, P. Giaccone, V. Martiello, M. Scofet, P. Terranova.

7-8 maggio. Grotta di Rio Martino (Crissolo). Ennesima puntata del filmato per il CNSAS. L. Bozzolan, C. Curti, P. Giaccone, G. Giovine, A. Manzelli, R. Pavia.

9 maggio. Colla Termini (Ormea). Battuta con gli sci, dalla Colla in discesa fino alla cassetta del pastore si notano due buchi nella neve (sopra il secondo tornante della strada). Presso Zotte degli Stanti trovato aperto un inghiottitoio segnato GSP da vedere in seguito D. Girodo, A. Mantello, M. Scofet, B. Vigna, F Bonfrino + morosa (SCT)

Valdinferno (Garessio). Battuta alla vana ricerca del secondo ingresso dell'Omo Inf.; Fof dice "Tempi duri per chi vorrebbe un buco tutto suo". V. Bertorelli, F. Cuccu, A. Eusebio, U. Lovera, V. Martiello, Sam.

15-16 maggio. Garb della Donna Selvaggia ( Pian Bernardo). Prima grotta verticale e sesta uscita del 36° corso.

Forra di Caprie. Esercitazione. G. Carrieri, D. Coral, P. Terranova, L. Valente.

23 maggio. Settore Verzera e zona Omega degli Stanti. Visti numerosi buchi in zona Omega Scofet scende Omega 65 per oltre trenta metri (aria forte). Aperti alcuni buchi sulla cresta. Da rivedere tutto. F. Cuccu, A. Eusebio, M. Scofet, B. Vigna.

29-30 maggio. Grotta della Mottera (Val Corsaglia). Settima uscita del 36° corso.

6-7 giugno. Zotte degli Stanti (Colla Termini Ormea). Inizio disostruzione dell'inghiottitoio visto la settimana prima (Italcondotte), lo scavo ci farà diventare grandi (i calli alle mani). I Baldracco (Giorgio, Laura e Vittorio), G. Carrieri con Rossella, F. Cuccu (solo), i Vigna (Meo Margherita e Bruni), W. Zinzala con Nadia.

Grotta della Ciuaiera (Colla Termini, Ormea). Armata la cavità fino al fondo (-200 circa) e messo il naso nella fessura con aria da manzare. G. Badino, U. Lovera, P. Terranova.

Pareti sovrastanti il garbo di Pian Cavallo (Gola delle Fascette). Domenico e Super arrampicano un po' in libera un po' a spit guidati da Mirco via Radio e raggiungono un buco che si rivelerà un grottone privo di prosecuzione. Altri buchi da vedere necessitano di trapano (calate!). D. Girodo, M. Taronna, Mirco (GSG).

Specchio Magico (Pania secca, Alpi Apuane). Piattola si aggrega ai giavenesi che lavorano in questa nuova grotta: raggiunto il fondo (-420) si inizia una risalita dove pare s'infili l'aria. In discesa si notano (poco prima del fondo) due finestre caratterizzate dall'inversione della corrente. Completato il rilievo. G. Balestra e M. Miola (GSG), M. Cerina (NO), G. Fanchini.

Monte Jurin (Val Vermanagna). Trovato buco con forte aria aspirante fermo a -10 su fessura con pozzo sotto. P. Oddoni, L. Rattalino.

12-13 giugno. Grotta della Ciuaiera (Colla Termini, Ormea). Si conclude il 36° corso di speleologia con questa ottava ed ultima uscita.

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19-20 giugno. Sono Velenoso (Brignola). Effettuata disostruzione in prossimità della sala delle Tre Barbe senza esito. Iniziato ad allargare un meandro posto sulla verticale della strettoia che si trova sopra il pozzo dell'attuale fondo: aria nulla ma fortissima eco. Da finire. D. Girodo, M. Taronna, M. Ingranata (GSG).

Italcondotte (Zotte degli Stanti). Si continua lo scavo che ci farà diventare grandi, anche se Fof alla fine provoca una frana e richiude il buco. G. Baldracco, F. Cuccu, L. Ochner, P. Oddoni, L. Rattalino.

Grotta della Ciuaiera (Colla Termini, Ormea). Continua il lavoro di "apertura" della strettoia sul fondo... ma non basta! V. Baldracco, G. Fanchini, B. Vigna.

Grotta della Mottera (Val Corsaglia). L'intento era quello di arrivare al fondo principale ma l'impresa è stata sottovalutata. Si è giunti sino alla sala Zanzibar, dove una risalita su concrezione di 15 m non ha dato nulla di buono. D. Bregolato, G. Carrieri, U. Lovera, A. Mantello, V. Martiello.

26-27 giugno. Piaggia Bella (Marguareis). Si raggiunge il fondo di RB riuscendo (strada facendo) a by-passare l'Allagatoio. Viene sceso il pozzo dell'8 dicembre scorso che risulta un P30 chiuso su frana. In cima un traverso di Ube permette di ritrovare la galleria che dà su un nuovo pozzo, parallelo al precedente, da scendere, stimato sui 30 m. Concludono la punta una serie di risalite infruttuose nella zona di RE. L. Bozzolan, G. Carrieri, F. Cuccu, G. Fanchini, D. Girodo, M. Scofet, M. Taronna, P Terranova, M. Zambelli (GGM).

Alta Val Pesio-Conca delle Carsene. Battuta con la scoperta di un buco promettente localizzato circa 100 m sopra il passo del Duca da rivedere. D. Bregolato, Cicconetti, V. Martiello, Molino, E. Nanescu (Romania).

Ghibli e Zona D (Marguareis). Qualche ora di scavo a Ghibli in posizione verticale basta e avanza: si continuerà. Visti D 18 e D 17: il primo senz'aria, il secondo più interessante ma da scavare, scavare, scavare. G. Fanchini, M Scofet.

3-4 luglio. Abisso F 3 (Marguareis). Esercitazione della squadra piemontese del 1° gruppo CNSAS, i volontari presenti: G. Badino, P. Giaccone, D. Girodo, U. Lovera, P. Oddoni, W. Segir, P. Terranova, A. Ubertino, D. Bregolato, M. Miola, M. Paradisi, P. Testa, R. Bodino, (SV).

Rio di Pietralunga (Varazze, SV). Esercitazione dei "forristi"' del 1° gruppo CNSAS: G. Carrieri, A. Cerovetti, R. Chiabodo, D. Coral, C. Curti, G. Dutto, A. Eusebio.

17-18 luglio Sono Velenoso (Brignola). Passata la strettoia (vedi 20 giugno) ma il meandro continua nello stretto, si esce disarmando. Cristian, D. Girodo, M. Oddoni, M. Taronna, P. Vieta.

Grotta della Ciuaiera (Colla Termini, Ormea). La disostruzione della strettoia finale sembra molto più complessa del previsto. Si rilevano le zone terminali della cavità e si disarma. D. Bregolato, D. Coral, U. Lovera, M. Scofet.

Ghibli (Marguareis). Quattro ore di scavo e pochi miglioramenti. Rilievo e posizionamento. La cavità risulta costituita da un pozzo-fessura di diciotto metri. G. Fanchini, D. Grossato.

Settore lago Biecai-zona Alfa. Prospezione nell'ottica del campo estivo. Si trovano parecchi buchi non segnati, anche grossi, tra cui uno con molta aria: Gonnos. La zona sembra buona. V. Baldracco, F. Cuccu, A. Eusebio con famiglia, V. Martiello con Simonetta, B. Vigna con famiglia.

24-25 luglio. Capanna Saracco-Volante (Marguareis). I Gestori Spazzola e Domenico riescono a organizzare questo week-end di lavori per adeguare a norma di legge l'impianto elettrico e quello del gas del rifugio, molti e allegri i partecipanti tra cui qualche giavenese.

24-29 luglio. Matese. Incontro nazionale CNSAS (vedi articolo interno). G. Badino, V. Bertorelli, F. Cuccu; A. Eusebio, P. Giaccone, P. Terranova.

1-15 agosto. Settore lago Biecai-zona Alfa. Campo estivo del GSP (vedi articolo interno).

1-30 agosto. Hunza '93. Spedizione speleologica in Pakistan organizzata dal GSP con la presenza di speleologi di varie regioni italiane (vedi articolo interno)

3-4 settembre. Gonnos (zona Biecai). A. Eusebio, D. Grossato, S. Roggero, B. Vigna. Un passaggio stretto e bagnato nella frana finale ci riserva circa 300 m di galleria grande e entusiasmante a monte dal fondo. Fermi su un pozzo con cascata da risalire. Molta acqua!

Lo Sgarro (zona Masche). S. Carlevaro, R Chiabodo, V. Martiello con Simonetta. Mentre Arlo e Spazzola disarmano la grotta le due Simonette cominciano a disostruire un buco lì vicino.

11-12settembre. A11 (Marguareis). V. Bertorelli, D. Grossato, U. Lovera, R. Pozzo (GSBi). Riarmata parzialmente la grotta fino a circa -500, terminate le corde si esce.

Gonnos (zona Biecai). V. Baldracco, G. Carrieri, F. Cuccu, W. Zinzala. Impossibile risalire il pozzo che rappresenta il limite dell'esplorazione precedente causa l'eccessiva presenza d'acqua. Alcune arrampicate sull'attivo tra il "bagno ai piedi" e il "bivio" non regalano nulla. La zona è ancora da vedere. Molta aria.

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Piaggia Bella (Marguareis). G. Badino, D. Girodo e M. Ingranata, F. Vacchiano (GSG). Continua la risalita del pozzo Gagarin in Filologa dopo la giunzione con PB fatta a agosto. Si alternano prima Giovanni e Max e poi Mecu e Franz. Il pozzo prosegue alla grande. Molta acqua.

18-19 settembre. A11 (Marguareis). U. Lovera, M. Scofet, M. Taronna, A. Ubertino (GSBi). Riarmati con cognizione alcuni pozzi si cerca inutilmente un pozzo inesplorato intorno ai -550.

Zona Masche. G. Carrieri con Rossella, R. Chiabodo, F. Cuccu, A. Eusebio con famiglia, V. Martiello con Simonettta, B. Vigna. Battuta nella zona alta con discesa di tre cavità chiuse a poca profondità.

24-25settembre. Piaggia Bella (Marguareis). Esercitazione di gruppo annuale del 1° Gruppo CNSAS che ha visto alcuni volontari di tutte le delegazioni trovarsi a Carnino per poi decidere che il maltempo non permetteva lo svolgersi della stessa (ai liguri non è piaciuta!).

29 settembre. Grotta della Barmassa (Limone Piemonte). A. Gaydou solo soletto effettua un rilievo termometrico. Temp est 12,1°C, temp. int 5,5-6,2°C, temp. acqua 7,5°C.

9-10 ottobre. A11 (Marguareis). G. Franchini, D. Grossato, U. Lovera, S. Roggero. Bloccati dall'eccessiva acqua a metà del penultimo pozzo prima del fondo (-600). Ube, dopo un traverso, si infila in un cunicolo in discesa che porta su una piccola galleria che a valle risbuca sul pozzo mentre a monte chiude.

17 ottobre. Valdinferno (Garessio). F. Cuccu, U. Lovera, Fam. Terranova, B. Vigna. Tentativo infruttuoso di raggiungere l'Arma Sgarbà dal vallone dell'Omo inf.

23 ottobre. Rio Martino (Crissolo). Esercitazione di squadra CNSAS dedicata in parte alle ultime riprese del film a cui da tempo si sta lavorando, Torino: G. Carrieri, F. Cuccu, P. Curti, A. Eusebio, P. Giaccone, D. Girodo, D. Grossato, U. Lovera, V Martiello, C Odddoni, R Pavia, W Segir, P. Terranova, W. Zinzala. Biella: P. Testa, A. Ubertino. Cuneo: F. Dessi. Giaveno: G. Balestra, R Richiardone. Novara: M. Cerina.

31 ottobre. Tana della Volpe (Val Casotto). A. Gaydou sempre in solitaria rileva le temperature est. 5,8°C, int. 5, 7 -6,1°C, dell'acqua 6,3°C.

30/31 Ottobre-1 novembre. Nebbia '93 (Casole Valsenio, RA). Abbondante, allegra ed alcolica la presenza del GSP a quest'incontro nazionale di speleologia splendidamente organizzato dagli emilio-romagnoli.

7 novembre. Grotta della Dragonera (Mondovì). Fam. Vigna. Vista la possibilità di proseguire con disostruzioni violente.

14 novembre. Specchio Magico (Pania Secca, Alpi Apuane). D. Girodo, D. Grossato, U. Lovera, F. Vacchiano (GSG). Terminata la risalita del fondo, aria quasi nulla: chiude! Armato un traverso a -370 circa, si trovano 60 metri di meandro-forra: si perde l'aria!

Buco delle Mastrelle (Marguareis). G. Carrieri, G. Fanchini, M. Zambelli (GGM). Risalito camino appena dopo il P20: riporta in cima al pozzo. Risaliti ancora si trova una serie di gallerie quindi un P40 con finestre interessanti da vedere, sul fondo corde! Tutta la zona è già stata vista da Armando ma è da rilevare.

Arma della Pollera (Finale Ligure). P. Giaccone, M. Grassi, E. Rava, P. Terranova, F. Tizian + figli e parenti. Ebbene sì! Ogni tanto il GSP fa anche turismo.

Vallone Biecai e dorsale del Ballaur (Marguareis). D. Bregolato con Mariolino, B. Vigna. Battuta con gli sci nel vallone con ritrovamento di soli due buchi nella zona alta del Ballaur.

22 novembre. Grotta della Dronera (Mondovì). F. Cuccu, D. Grossato, U. Lovera, B. Vigna. Micropunta infrasettimanale di tre ore a fare botti in cima ad una piccola risalita a 300 m dall'ingresso. Da tornare.

27-28 novembre. Orrido di Foresto. Esercitazione di soccorso (manovra di sforramento) con riprese cinematografiche. G. Badino, R. Chiabodo, F. Cuccu, A. Eusebio, D. Grossato, M. Ingranata, P. Terranova, W. Zinzala.

5 dicembre. Giacu (Marguareis). R. Richiardone e M. Ingranata con A. Ubertino (GSBi). D. Grossato, M. Di Maio, B. Dematteris, Renzo Gozzi e A. Gobetti. Giro escursionistico fino alla Capanna. Girovagando in zona B, viene trovato un buco apparentemente non segnato che viene chiamato "Giacu".

8 dicembre. Buco delle Mastrelle (Marguareis). V. Bertorelli, G. Carrieri, D. Girodo, U. Lovera, F. Vacchiano (GSG), A. Ubertino (GSBi). Giampiero con Valentina, Alberto e Franz rilevano i rami che si dipartono dopo i pozzetti successivi al Peu de Feu. Mecu e Ube rilevano la Galleria che Schifo e decidono che sarà meglio ri-rilevare il tutto.

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Grotta della Barmassa (Limone Piemonte). D. Bregolato con Mariolino, B. Vigna. Esplorazione di rami in prossimità dell'ingresso, tentativo di passaggio nel cunicolo prima del sifone: infruttuoso per troppa acqua. Verificata la possibilità di scavare un by-pass sopra il sifone terminale.

12 dicembre. Zona Mirauda. G. Fanchini, V. Martiello, M. Scofet: battuta sui versanti occidentali con riscoperta (terza volta) del Mir1 o Inghiottitoio della Mirauda e di un piccolo buco soffiante da aprire.

18-19 dicembre. Gonnos (Zona Biecai). D. Girodo, D. Grossato, B. Vigna. Recupero di materiali lasciati quest'estate (un trapano, una trousse da rilievo corde e moschettoni). Verificato che nei rami di Supoer l'aria sale.

MIR 1 (Zona Mirauda). G. Fanchini, V. Martiello, M. Scofet. Armata e discesa la cavità fino al P30, violenta la corrente d'aria.

Buco delle Mastrelle (Marguareis). F. Vacchiano, M. Ingranata con G. Badino, G. Carrieri, U. Lovera e A. Ubertino (GSBi). Lasciato Max da piantone agli zaini ci si dirige al Pentivio; Franz, Giampiero e Giovanni risalgono il P50 che adduce alle zone di Brutta Donna, ed effettuano una risalita (20 m) che non porta da nessuna parte e rilevano quanto non era ancora stato messo su carta. I due "Ube" rilevano le condotte della zona Che Schifo.

28-29 dicembre. Filologa (Marguareis). D. Girodo, U. Lovera, F. Vacchiano (GSG). Continua la risalita del pozzo Gagarin fino a 120 m d'altezza. Prosegue alla grande con aria forte.

 

 

 

Il campo nella Conca Biecai


Bartolomeo Vigna

Premessa

     La scelta della zona del campo estivo è, in gruppo, argomento di notevole interesse perché da essa dipendono, a volte, i risultati esplorativi più importanti dell'intero anno speleologico. Generalmente vengono privilegiate quelle aree dove la ricerca esterna può potenzialmente fornire ancora buoni risultati mentre sono lasciati in disparte quei settori dove sono presenti cavità conosciute con possibili ulteriori prosecuzioni. Le nuove esplorazioni, che generalmente non necessitano di un rilevante lavoro di gruppo, attirano infatti moltissime persone in grotte che tra l'altro possono essere raggiunte anche in altri periodi dell'anno. Al contrario "lavori umili" come lunghe giornate di scavo in qualche lontano buchetto o battute in zone fuori mano, generalmente trovano ben pochi entusiasti. Durante il campo estivo, queste attività considerate troppo spesso secondarie, ma che risultano essenziali per nuove scoperte, possono essere svolte facilmente in quanto ci si trova già in zona e, una volta tanto, tutti insieme, è più facile organizzare le varie operazioni.

     Purtroppo individuare zone interessanti è, ogni anno, sempre più difficile in quanto ormai tutte le principali aree carsiche delle Alpi Liguri incominciano ad essere battute e conosciute. Ma allora perché insistere con le esplorazioni in questi settori? Il motivo principale è forse legato al tentativo di capire il fenomeno carsico nella sua globalità, lasciando in secondo piano i possibili risultati eclatanti destinati al grande pubblico. Andare per il mondo, scoprire zone e grotte del tutto nuove ed interessanti è senz'altro affascinante, ma, per alcuni di noi, è anche altrettanto appagante una speleologia fatta di conoscenza, di intuito, cercando di ricostruire prima con la testa poi nella realtà la geometria sotterranea di queste zone .

     Dove andare quindi? Quest'anno la scelta è ricaduta su un settore confinante con Piaggia Bella, la conca di Biecai. Il sistema principale di PB incomincia ad essere

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La zona del campo (foto B. Vigna)

abbastanza conosciuto ma una parte delle sue regioni settentrionali lasciano aperte ancora interessanti prospettive. Come ben si sa il Gaché è collegato con il complesso principale anche se le sue acque in parte vanno ad alimentare le importanti sorgenti dell'Ellero. Per forza di cose quindi PB potrebbe estendersi fino in queste zone e comprendere anche tale sistema idrogeologico. Questo è composto da due aree assorbenti principali, la conca delle Masche e la conca dei Biecai. Mentre la prima è stata oggetto, soprattutto in questi ultimi anni, di numerose battute ed esplorazioni, la seconda risultava essere quasi del tutto sconosciuta. Nel lontano 1973, tre pazzi con i nomi di Garelli, Longhetto e Villa, avevano effettuato un campo nella zona Alfa, una desolata landa localizzata sulla destra orografica di questo vallone, scoprendo una innumerevole serie di pozzi, in genere di scarsa profondità. Solo all'Alfa 16, il cui fondo fu raggiunto successivamente, si superò l'ottantina di metri. Negli anni successivi rapide puntate in zona da parte del GSP e del GSI avevano portato unicamente alla scoperta di qualche buchetto, mentre un lavoro organico e completo sull'intera area non era ancora stato effettuato.

La zona

     Il posto dove installare il campo, viene facilmente individuato con l'aiuto delle fotografie aeree e successivamente controllato con una prima prospezione in zona che tra l'altro mette in luce l'esistenza di numerosi buchi, non siglati e percorsi da notevole circolazione d'aria. Esso è localizzato ad una quota di circa 2050 m, in un ameno ripiano erboso a metà strada tra le scoscese pareti del Ballaur ed il Lago Biecai. L'unico inconveniente, costituito dalla relativa lontananza dell'acqua, una piccola sorgente

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Carta della Zona Biecai

ubicata a 500 m di distanza e ad un centinaio di metri di dislivello, viene facilmente superato con una captazione e la costruzione di un acquedotto che porterà l'acqua fino alle tende.

     L'area dei Biecai è caratterizzata da una vasta conca glacio-carsica limitata verso Nord da una importante faglia, con un evidente gradino strutturale, orientata E-W, sulla quale è impostato il bordo settentrionale del lago omonimo, asciutto nei periodi meno piovosi, formatosi per la presenza di lembi flischoidi che ne impermeabilizzano il fondo. Verso Ovest il limite geografico è costituito dalla dorsale di rocce impermeabili che dividono la Val Ellero dalla Val Pesio, mentre quello idrogeologico è legato ad una importante dislocazione, con giacitura a basso angolo, che da Piaggia Bella raggiunge Colla del Pas per poi scendere con lo stesso orientamento nel vallone in esame. Il confine meridionale corre sullo spartiacque superficiale con la Val Tanaro lungo il quale è

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impostato anche lo spartiacque sotterraneo. Infine verso Est il limite geografico è costituito dalla dorsale che si snoda tra la cima del Ballaur e le Rocche Biecai separante questa conca da quella delle Masche, appartenente sempre al medesimo sistema idrogeologico. Quest'area così individuata è stata suddivisa in quattro zone rispettivamente denominate Alfa A, Alfa B, Alfa C ed Alfa D i cui confini sono stati definiti lungo due evidenti faglie, tra loro quasi ortogonali, che attraversano in senso N-S e E-W l'intera conca. La lettera alfa è stata aggiunta alle solite sigle per non creare ulteriori confusioni nel catasto, essendo già utilizzate le medesime lettere dell'alfabeto per distinguere alcune zone nei massicci limitrofi (Mongioie e Marguareis).

 

Diario del campo

     Sabato 31. Dopo il solito rocambolesco avvicinamento al Rifugio Mondovì lungo la sterrata o meglio pietrosa pista che collega la calda pianura con questi idilliaci luoghi, un nutrito gruppetto di persone si riunisce davanti al rifugio con un voluminoso carico di viveri e materiali. C'è agitazione e frenetica voglia di salire verso il campo ed il buon umore che aleggia tra tutti è legato anche alla presenza di un robusto mulo che sembra essere in grado di trasportare in pochi giri gran parte del sostanzioso carico di gruppo. Fanno spicco tra i soliti materiali speleo anche 5 grossi rotoli di 100 metri l'uno di tubo semi rigido per acquedotto. Il pastore ci assicura che in un viaggio e mezzo si può trasportare tutto ed inizia a caricare la bestia. Le persone fanno altrettanto con i propri zaini e, come animali da soma, si incamminano verso il campo. Partono Giorgetto, Laura, Vittorio, Meo, Marghe, Brunella, Piattola, Riccardo, Michele, Barbara, Tella, Manzo, Arlo, Zz, l'intruso Ube, pastore e mulo. Al passo dei Biecai transitano tutti anche se un po' ansimanti, ad eccezione degli ultimi due: di chi sia la colpa non è dato di sapersi (mulo mal caricato o mulo imbranato?) ma il risultato è una rovinosa caduta dell'animale che precipita da un tornante all'altro rimanendo miracolosamente illeso su un piccolo ripiano a gambe in aria bloccato unicamente dal voluminoso carico. Parte del materiale rotola verso il basso, un bogolone delle batterie si disintegra, mentre il generatore, pur un po' appiattito, è in grado di funzionare ancora. La bestia, una volta liberata dai pesi, fugge nascondendosi tra una mandria di vacche pascolanti sul fondo asciutto del lago Biecai. Durante i successivi viaggi che obbligano diversi di noi a prendere degnamente il suo posto, il mulo ci osserva con uno sprezzante sorriso. Verso sera, comunque, gran parte del materiale di gruppo raggiunge il campo, anche se nei giorni seguenti numerosi saranno i viaggi verso valle per recuperare altre masserizie.

     Domenica 1. Si installa l'acquedotto che risulterà il vero e proprio lusso del campo, con acqua fresca al mattino e sera ed acqua calda, tino ad anche 35° C, nelle ore più calde della giornata.Si trovano alcuni frighi per la conservazione dei viveri (temperature intorno ai 2-3°) e si inizia la costruzione del gias ovvero riparo per materiali e persone durante le urisse (violenti temporali marguareisiani) o le umide nottate. L'opera viene successivamente terminata ma i più esperti costruttori sono scettici sulla scelta della sua localizzazione. E le grotte? dalle prime battute sembra che ci sia molto da fare e terminati questi lavori, nel pomeriggio le persone si mettono subito in azione. Vittorio e Riccardo vanno a vedere come è fatto Gonnos, ventilato meandro posizionato a ben 100 metri dal campo, scoperto da Fof durante la precedente prospezione, poi insieme a Piattola scendono una cavità (A2) posizionata sopra il campo che dopo un P 20 ed un P 30 chiude senz'aria. Gli altri in battuta in zona D e C; Massimo scende il D1 fermandosi su una strettoia transitabile ed il D5 per una decina di metri fino ad un angusto meandro

     Lunedì 2. Tutti in battuta in zona D. Massimo e Meo esplorano D1, bella grotticella, con forte aria discendente, chiusa a -38 su strettoia, gli altri scoprono e scendono D2, D3, D4, D5, D6, D7, D8 e il D9 caratterizzati in genere da poca aria e breve. Ritornando si passa in zona B dove, dopo opportuni lavori di apertura dell'ingresso si scende per alcuni metri fino ad una ventilata strettoia da allargare (B3). Intanto al campo il vento (non forte) e un po' di pioggia fanno saltare il telone del gias che viene successivamente smontato.

     Martedì 3. All'alba delle 9 quando i primi raggi riescono a superare il Magu, pronunciata guglia sovrastante il campo, ed a scaldare le tende, iniziano i lavori della costruzione del nuovo gias, sotto la direzione di Giorgetto che insegna ai più molteplici accorgimenti per la difficile realizzazione di questo riparo così importante nella vita del campo. Terminata l'opera si tenta di allargare D10, a ben 30 metri dalle tende, con aria forte ma di problematica prosecuzione.Vittorio e Riccardo ritornano a Gonnos con mezzi opportuni ed iniziano i lavori di disostruzione. Tutti gli altri in battuta in zona B. Vengono esplorati il B1, B2, B3, B4, B5, B6, B7, B8, B9, B10, B10 bis, B11, B12 ed altri pozzetti non siglati. Gironzolando tra i lapiaz si incontrano due illustri personaggi, Gobetti e Dematteis che dalla capanna sono scesi in questa zona alla ricerca di un vecchio buco nascosto nei labirintici meandri della testa di Andrea. In serata arriva Spazzola, senza il suo consueto carico di birra (vuole disintossicarsi!), mentre viene segnalato il passaggio di Piccino dal rifugio Mondovì, che notte tempo transiterà vicino alle tende ma, non conoscendo la zona, finirà alla capanna Saracco e solo il giorno dopo raggiungerà il campo.

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Il mitico tendone (foto a Vigna)

     Mercoledì 4. Piattola all'alba (soffre di insonnia?) in battuta in zona B scopre un bel pozzo lasciando come punto di riferimento le sue bermuda, successivamente in pieno mattino viene raggiunto da tutti gli altri. Si scende una serie di buchi con numerazione compresa tra il B13 ed il B29,alcuni molto interessanti ma ancora con troppa neve al fondo, da rivisitare in tardo autunno. Meo e Vittorio a Gonnos continuano i lavori (due turni di scavo) e riescono a lanciare una pietra in un intransitabile meandro che sembra affacciarsi su un pozzo valutato intorno ai 15 metri di profondità. Ritornano da Torino Ube e Tella che nel tragitto tra Pian Marchisa ed il campo, lungo un assurdo itinerario tra i ripidi canalini del Serpentera, scoprono un grosso meandro da scendere.

     Giovedì 5. Piattola e Massimo al pozzo delle bermuda (A 10) scendono un P 60 chiuso al fondo, Meo e Vittorio a Gonnos continuano i lavori di scavo, Giorgio, Laura, Ube, Tella, Barbara, Spazzola e Marghe in battuta in zona A scoprono e scendono una serie di buchi con numerazione compresa dal A1 al A9. Daniele di Pordenone e Michele tornano a scavare al B13 dove il lavoro da compiere è ancora lungo.

     Venerdì 6. A Gonnos Meo e Vittorio scavano, manzo dopo manzo... Massimo e Tella salgono verso Il Ballaur da lato Magu scoprendo il B30 B31 ed il B32 (pozzo toboga). Sulla cresta del Ballaur trovano finalmente un buchetto tra massi che funziona da ingresso alto, con aria molto forte che iniziano a disostruire. Piccino e Piattola vanno a rilevare e disarmare A10 e A2, mentre Spazzola, Daniele, Michele, Barbara e Cristian ritornano ad allargare il B13. In serata arrivano Manzo e Paolo.

     Sabato 7. Piccino e Daniele di turno a Gonnos mentre Massimo e Cristian lavorano duro al B2, B3 e B13 senza grossi risultati. Giorgio, Laura, Spazzola, Marghe, Piattola, Paolo, Manzo, Michele e Barbara salgono al Ballaur per scavare il buco visto il giorno prima e per battere il ripido settore sopra le Masche. Altri gironzolano in bassa zona D trovando alcuni settori con aria ma di difficile apertura. In giornata giungono al campo Poppi, Adriano, Agostino. Notte di canti e bevute con i pochi alcolici a disposizione (per il prossimo anno si progetterà anche la costruzione di un vinodotto)

     Domenica 8. A Gonnos finalmente si passa entrano Vittorio Piccino Daniele e Meo che, dopo ulteriori lavori per permettere il passaggio a persone magre scendono un P15, un P40 ma mentre stanno armando un successivo P20 vengono sorpresi da una piena. Dopo una attesa di poco più di un'ora su un comodo terrazzo,

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l'acqua nei pozzi si riduce sensibilmente (fuori ha infatti iniziato a grandinare mentre in grotta si pensa all'arrivo del sole) ed il più invasato del gruppo, Piccino, può scendere il successivo pozzo seguito da una stretto meandro. Risalendo riesce dopo un bel pendolo e scivolata nel successivo saltino, a raggiungere una bella galleria. Più sfortunati sono invece Massimo, Tella e Agostino che dalla fessura del Ballaur rischiano l'assideramento seguendo in diretta, sotto un piccolo nailon l'intero evento atmosferico che scarica in zona ben 20 cm di grandine. Raggiungono indenni il campo Giorgetto, Laura, Poppi. Michele, Spazzola, Paolo, Manzo, Adriano, Piattola e Barbara che prima dell'urissa perlustrano la famosa zona Alfa. In questo settore viene ridisceso l'Alfa 37 (A6), l'Alfa 45, il 44, l'A11 e l'A12. Nel pieno del temporale come da copione arriva al campo Walter (Papà) e famiglia.

     Lunedì 9. Spazzola, Manzo e Paolo ritornano ai pozzi B25, B24 e B21 esplorati giorni prima ma non riescono a superare le sfrettoie tra neve e roccia In zona A Giorgio Laura, Vittorio Poppy, Meo e famiglia, Piattola, Adriano, Michele e Zz. Viene sceso l'alfa 46 e lungo la stessa spaccatura altri pozzi non siglati da rivedere con meno neve. Si esplora A12, A13, A14, A15 chiusi con poca aria, si tenta di disostruire un pozzo visto da Mauro e Vittorio numerosi anni prima ed una vicina cavità con discreta corrente d'aria , infine Poppi rivisita con poco successo Alfa 34.

     Martedì 10. Di primo mattino partono per Gonnos Piccino, Spazzola, Vittorio e Meo che esploreranno circa 600 metri di belle ma fangose condotte fermandosi su un piccolo torrente con grossa galleria verso monte. I 4 usciranno più bruciati ed esaltati del solito. Non hanno fortuna invece Massimo ed Agostino che al B32 tentano inutilmente di passare la ventosissima strettoia finale. In bassa zona A Manzo, Walter, Andrea, Piattola, Poppi, Adriano e Michele battono con poco successo e ridiscendono Alfa 47. Gli stessi aiutano Tella a ritornare al campo dopo che la poveretta al rifugio Garelli si è infortunata di nuovo nel giro di pochi giorni anche la seconda caviglia. Nel pomeriggio Giorgio e Massimo ritornano a Gonnos per rendere più transitabile il primo tratto. In serata arrivano al campo anche Arlo e Simonetta.

Mercoledì 11. A Gonnos ancora Meo e Piccino per completare i lavori nella prima parte (si impiegano gli ultimi 8 manzi e qualcuno nelle punte successive si lamenterà ancora per la scomodità dei passaggi!). Arlo, Simonetta, Manzo Walter Andrea, Spazzola ed Elena in battuta nel vallone delle Masche e ad iniziare l'armo dell'abisso Sgarro. Vicino a questo trovano un buco da aprire con forte aria successivamente, scendono l'Alfa 43. Zz, Agostino, Piattola e Barbara ritornano sul Ballaur per continuare lo scavo nella frana allargata giorni prima. Giorgio

Il campo (foto B. Vigna)

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e Laura in zona Serpentera alla ricerca del buco di Ube che trovano ma non scendono per mancanza di attrezzature adeguate. In serata con 8 giorni di ritardo arriva anche Andrea Mantello.

     Giovedì 12. Punta a Gonnos con Zz, Agostino, Vittorio, Andrea, Massimo e Meo che esplorano il piccolo collettore sia verso monte sia a valle, un piano alto di nuove gallerie e rilevano fino ad esaurimento dei distanziometri che, diventati 2 palle di fango danno letteralmente i numeri. Giorgio, Walter, Andrea ed Elena al buco di Ube scendono un grosso e vecchissimo meandro chiuso a -30 da grosse frane ma che occorre rivedere con mezzi adeguati. Allo Sgarro Arlo, Simonetta, Manzo, Piattola e Valentina giunta per l'occasione dalla capanna, allargano la strettoia che l'anno precedente aveva fermato l'esplorazione a -150 ma, sceso il successivo P 20 sono bloccati da una fessura di pochi centimetri. Risalendo osservano sul penultimo pozzo una finestra che potrebbe rivelare piacevoli sorprese.

     Venerdì 13. Iniziano i preparativi per la smobilitazione del campo con una lunga discussione relativa al trasporto a valle dei numerosi sacchi di spazzatura accumulatisi durante i giorni. Prevale la linea della raccolta differenziata con recupero del materiale non degradabile, incenerimento e successivo seppellimento di tutti gli

Zona del Biecai: Carta ubicazione cavità

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altri rifiuti.Una squadra di validi tecnici individua un sito opportuno, in limi ed argille palustri nei quali scava una profonda fossa. Si tralascia la descrizione delle successive operazioni. Massimo e Piattola vanno intanto a scendere l'A15 che chiude a -55 con pietre e neve. Mentre in forze si tenta inutilmente di aprire uno dei numerosi frighi del campo, Meo sale dal pastore per programmare, soprattutto con il mulo, un eventuale trasporto dei materiali verso valle Dopo innumerevoli bicchieri di vino i tre si mettono d'accordo

     Sabato 14. Si smontano le tende, il gias, l'acquedotto mentre una parte dei materiali vengono ordinati e sistemati in opportuni ripari per un loro successivo impiego. Rimarranno ancora in zona per alcuni giorni Arlo, Simonetta, Tella. Con mega-zaini e l'aiuto del mulo si raggiunge sotto una pioggerella estiva il rifugio Mondovì dove con una abbondante e ben innaffiata polenta si conclude il campo.

     Hanno partecipato al campo, in ordine di arrivo: Meo, Margherita e Brunella Vigna, Giorgio e Vittorio Baldracco, Laura Ochner, Giovanni Fanchini (Piattola), Massimo Taronna, Barbara Barisani, Donatella Bregolato, Riccardo Cassina, Michele Pastorelli, Andrea Manzelli, Lorenzo Bozzolan (Zz), Roberto Chiabodo, Vincenzo Martiello (Spazzola), Paolo Giaccone (Piccino), Paolo Vieta, Attilio Eusebio, Adriano Cerovetti, Cristian Liscio, Walter Segir e famiglia, Simonetta Carlevaro e Andrea Mantello. Sono stati graditissimi ospiti e collaboratori Daniele Delpiero e Agostino Cirillo del U.S. Pordenonese.

 

Descrizione delle cavità

Zona Alfa A

a A1 (3109 Pi/CN) 32TLP97509290, quota 2070 m. Pozzetto di 5 metri di profondità con debole aria localizzato a pochi metri dal campo.

a A2 (3110 Pi/CN) 32TLP97559288, quota 2090. Cavità profonda 50 m costituita da due pozzi di 22 e 26 m chiuso al fondo su terra. Assenza d'aria. Rilievo Fanchini (Piattola) 8/93.

a A3 (3111 Pi/CN) 32TLP97609280, quota 2120. Pozzetto di 8 m seguito da intransitabile meandrino con debole aria uscente.

a A4 (3112 Pi/CN) 32TLP97609290, quota 2100. Pozzo di 7 m con masso incastrato a -4, debole aria.

a A5 (3113 Pi/CN) 32TLP97509290, quota 2110. Pozzetto di 6 m chiuso da frana e neve con aria.

a A6 (ex alta 37, ex X1) (714Pi/CN) 32TLP97809330, quota 2210. Pozzetto di 4 m seguito da meandrino di pochi metri terminante su 2 saltini con neve ed aria soffiante (Descr. Eusebio).

a A7 (3115 Pi/CN) 32TLP97809298, quota 2200ca. Pozzo di 5 m con strettoia su ambiente di 4x3 chiuso da frana.

a AB (ex X31) ( 3116Pi/CN) 32TLP97809280, quota 2215. Pozzo di 12 m chiuso su fessura con poca aria.

a A9 (3117 Pi/CN) 32TLP97XX92XX, quota 2300 ca. Vecchia condotta con doppio ingresso lunga 4 m di difficile disostruzione con aria aspirante posizionata 50 m sotto il colle del Magu.

a A10 o Pozzo Bermuda (3118 Pi/CN) 32TLP97XX92XX, quota XXX. Cavità ad andamento verticale che chiude su fango a -52. Rilievo Fanchini - agosto 93.

a A11 (3119 Pi/CN) 32TLP98089360, quota 2150 ca. Spaccatura profonda 6 m nei calcari del Malm, assenza d'aria. Rilievo Eusebio - agosto 93.

a A12 (3120 Pi/CN) 32TLP98089350, quota 2175. Pozzo di 10 m chiuso da frana nei calcari giuresi. Aria forte, posizionato sulla stessa frattura di alfa44 a fianco di alfa 45. Descr. V. Baldracco - agosto 1993.

a A13 (3121 Pi/CN) 32TLP98259340, quota 2200 ca. Pozzo di 8m nei calcari grigi del Dogger, chiuso da guano. Descr. V. Baldracco - agosto '93.

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a A2, a A10 Pozzo Bermuda, Buco di Ube - rilievi

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a A11, a A12, a A13, a A14, a B14', a B14'', a D11 - rilievi

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a A14 (3122 Pi/CN) 32TLP98259340, quota 2200ca. Meandro nei calcari del Dogger profondo 8 m senza nessuna possibilità. Descr. V. Baldracco - agosto '93.

a A15 (3123 Pi/CN) 32TLP98309350, quota 2200 ca pozzo vicinissimo ad alfa 45 che chiude a -55 con pietre e neve e pochissima aria. Descr. e rilievo Taronna.

Alfa 34 (3124 Pi/CN) 32TLP98059345, quota 2180 ca. Pozzo con due ingressi già sceso nel 73, rivisto senza nulla di nuovo nel '93 (Eusebio).

Alfa 44 (710 Pi/CN) 32TLP98089350, quota 2180. Pozzo con neve e ghiaccio sceso nel 73 e ridisceso nel '93. Profondità -40.

Alfa 46 (712 Pi/CN) 32TLP97989340, quota 2220 ca .Esplorato nel 73 fino a -8, è stato sceso fino ad una saletta con neve a -25.

Pozzo presso alfa 46 (3114 Pi/CN) 32TLP97509290, quota 2220 ca sceso per 30 m con un fondo chiuso da neve e saltino laterale non esplorato per mancanza di corde.

Alfa 47 (714Pi/CN) 32TLP97909365, quota 2050 ca, pozzo ridisceso, controllando le finestre segnalate nel 73, chiuso a -25, descr. Segir.

Zona Alfa B

a B1 (non catastabile) 32TLP97459280, buco con aria soffiante da disostruire, a quota 2090ca.

a B2 (non catastabile) 32TLP97349275, meandro di pochi metri con aria soffiante da disostruire, a quota 2100.

a B3 (3125 Pi/CN) 32TLP97309270 quota 2120m ca. Posizionato circa 100m sopra il campo in direzione del Colle del Pas; meandro nel Trias di 8 m con strettoia sul fondo disostruita per alcuni metri da continuare ad allargare, forte aria soffiante. Descr. e rilievo Fanchini.

a B4 (3126 Pi/CN) 32TLP97459260, quota 2140, condottino suborizzontale parzialmente colmo di ghiaia lungo 7 m poi intransitabile con poca aria.

a B5 ( non catastabile) buco soffiante da disostruire a 5 m da B8.

a B6 (non catastabile) dolina soffiante, intasata da massi, di difficile disostruzione, a quota 2200ca.

a B7 (3127 Pi/CN) 32TLP97389260, pozzo scivolo di 10 m chiuso al fondo da frana e neve senza aria, a quota 2180.

a B8 (3128 Pi/CN) 32TLP97389260, pozzetto di 4 ma campana con fondo in ghiaia con aria ma di difficile apertura.

a B9 (non catastabile) dolina con aria soffiante, difficilmente disostruibile, à Q 2160.

a B10 (3129 Pi/CN) 32TLP97329265, quota 2140, spaccatura larga 3 m e profonda 6 m con due ingressi con neve al fondo. Aria assente. Descr. e rilievo Fanchini.

a B10 bis (non catastabile) pozzetto-spaccatura profondo 4 m con neve al fondo e debole aria.

a B11 (non catastabile) 32TLP97489263, quota 2170, pozzo di 4 m con pietre al fondo disostruibile con aria.

a B12 (3130 Pi/CN) 32TLP97459273, quota 2110. Esternamente tratto di ampia cavità scoperchiata dal ghiacciaio, seguita da uno scivolo in neve e ghiaccio di 12 m terminante su una saletta di 7x10 con fondo in frana totalmente ghiacciata collegata a B12'.

a B12' (3131 Pi/CN) 32TLP97459273. Grosso pozzo a neve profondo 7 m.

a B13 (3132 Pi/CN) 32TLP97509280, quota 2100. Pozzo profondo 6 m seguito da fessura da allargare che si affaccia su un P10 con buona aria soffiante.

a B14 (3133 Pi/CN) 32TLP97549275, quota 2140. Pozzo a neve di 6 m senz'aria, rilievo e descr. Fanchini.

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a A15 - rilievo

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a B16, a B18, a B19 - rilievi

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a B3, a B10, a B21, a D4, a D9 - rilievi

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Alfa 34, Alfa 37 (a A6), Alfa 44, Alfa 47 - rilievi

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a B14 bis (ex X45) (3134 Pi/CN) 32TLP97549275 pozzo di 6 m con neve, chiuso senza aria. Rilievo e descr. Fanchini.

a B15: (non catastabile). Dolina con aria da aprire.

a B16: (3134 Pi/CN) 32TLP97529267, quota 2150, pozzo-dolina riempito da neve, con al fondo scivolo chiuso da ghiaccio a -9 m, no aria. Descr. e rilievo Taronna.

a B17: (3135 Pi/CN) 32TLP97529262, quota 2160. Dolina con neve e passaggio da allargare con forte aria. Rilievo e descr. Taronna.

a B18 (ex X44) (3136 Pi/CN) 32TLP97659260, quota 2190: pozzetto di pochi metri terminante su uno scivolo in frana da aprire con aria. Descr. e rilievo Taronna.

a B19 (ex X43) (3137 Pi/CN) 32TLP97559260, quota 2190: Pozzo di 12 m con neve al fondo ma stretta fessura con aria transitabile. Rilievo Taronna.

a B20 (3138 Pi/CN) 32TLP97559255 , quota2200 ca .Ubicata 50 m sopra a B19. Scivolo con P5 e neve al fondo. Descr. Fanchini.

a B21 (3139 Pi/CN) 32TLP97559255, quota 2200m ca, cavità prossima a B20. Due pozzi comunicanti profondi 10-15 m con molta neve sul fondo. Aria medio-debole uscente. Da rivedere con poca neve. Descr. Fanchini.

a B23 (non catastabile) buco soffiante con detrito facile da allargare localizzato sotto le pareti del Ballaur.

a B24 (3140 Pi/CN) 32TLP97709235 scivolo iniziale con neve sul fondo terminante su pozzo di 6 m seguito da fessura profonda più di 5 m in ghiaccio che prosegue con aria. Cavità posta alla base delle pareti del Ballaur.

a B25 (3141 Pi/CN) 32TLP97809235, pozzo a neve di 8 m con poca aria (da rivedere in autunno).

a B26 (3142 Pi/CN) 32TLP97509235, condotta di 7 m posizionata sui ripidi versanti del Ballaur con debole aria aspirante da allargare. Descr. Fanchini.

a B28 (3143 Pi/CN) 32TLP97859283, pozzo di 14 m seguito da scivolo di 3 m chiuso da detrito posizionato pochi metri sotto il colle delle Masche.

a B29 (3144 Pi/CN) 32TLP97859290, frattura che immette in un salone di 10x10 chiuso da detrito, vicino al precedente.

a B30 (non catastabile) frattura aspirante a quota 2400 intransitabile (10 cm) seguita da un pozzetto. Descr. Taronna.

a B31 (3145 Pi/CN) 32TLP97909256, bel meandro a quota 2440 largo 40 cm x 3 m che scende per 7 m fino ad una strettoia forse transitabile da persona magra che si affaccia su un P10 ? con buona aria soffiante. Descr. Taronna.

a B32 (3146 Pi/CN) 32TLP97859228 vicino al precedente a quota 2420, pozzo tra neve e ghiaccio sceso per 35 m fino ad una strettoia su P?, con forte aria soffiante, da scendere in tardo autunno. Descr. Taronna.

a B33 (non catastabile) zona in frana disostruita per qualche metro caratterizzata da una violenta corrente d'aria aspirante, posizionata a quota 2540 m.

Zona Alfa D

a D1 (3147 Pi/CN) 32TLP96709290, quota 2170m interessante cavità, con 3 ingressi, posta in prossimità del contatto con il basamento impermeabile, profonda 38 m per una lunghezza di 101 m. Caratterizzata da un bel meandro con numerosissimi arrivi, generalmente coperti da uno spesso strato di ghiaccio, termina su una strettoia, con forte aria aspirante, seguita da uno stretto pozzetto. Descr. e rilievo Vigna.

a D2 ( non catastabile) dolina aspirante da disostruire posta a Q 2200.

a D3 (3148 Pi/CN) 32TLP97059300 meandro inclinato di pochi metri di sviluppo, non

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a B17 - rilievo

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a D1 - rilievo

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disostruibile con poca aria a quota 2210.

a D4 (3149 Pi/CN) 32TLPxxxxxxx spaccatura di 10 m di lunghezza e 5 m di profondità. Aria assente.

a D5 ( 3150 Pi/CN) 32TLP97169305: piccola cavità con ingresso su giunto di strato seguito da uno scivolo in terra di 6 m, pozzetto di 3 m e meandro che dopo 15 m diventa intransitabile. Debole aria soffiante.

a D6 (non catastabile). Dolina soffiante chiusa da frana qualche decina di metri a N di D4. Aria forte. Scavo deprimente.

a D7 (3151 Pi/CN) 32TLPXXXXX scivolo di 6 m con pozzetto profondo 8m e stretto meandro senza aria a quota 2170.

a D8 (3152 Pi/CN) 32TLP96759295. Poco lontano da D6. Lunga spaccatura N-S con diversi pozzetti tra cui un P10. Aria non rilevante.

a D9 (3153 Pi/CN) 32TLP96809295, quota 2180m ca. Pozzetto di 7m in frana con aria media soffiante chiuso su ciclopica frana.

a D10 (3154 Pi/CN) 32TLP97309290, spaccatura profonda 9 m con fondo molto stretto che prosegue per alcuni m con aria forte soffiante.

a D11 (3155 Pi/CN) 32TLP97309315, quota 2040 ca, pozzo spaccatura profondo 5m, chiuso da frana senz'aria; descr. Liscio - Eusebio.

Altre zone

Pozzo di Ube (3156 Pi/CN) 32TLP97509290: interessante cavità posizionata sui ripidi pendii di Rocche Serpentera a Q 1950 ca. caratterizzata da un antichissimo meandro, piuttosto largo e ricoperto di latte di monte che scende per circa 28 m, chiuso al fondo su due grosse frane con aria media aspirante; da rivedere. Rilievo Segir - Baldracco.

L'ingresso di Gonnos (foto B. Vigna)

 

 

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Abisso Gonnos


A. Eusebio e V. Baldracco

     Tra gli ultimi settori poco esplorati del gruppo del Marguareis si colloca l'ampia valle che dalla Val Ellero risale fino al Colle del Pas per scendere nella conca di PB. Era questo uno dei settori meno visitati del massiccio, anche se in realtà era stato percorso in tempi diversi da torinesi ed imperiesi alla ricerca dell'inesplorato. Di grotte da segnalare poche; le più profonde raggiungevano -80 arrestandosi su ghiaccio. I superstiti GSP si raccolgono così, con tende e corde in una ampia ed amena valletta, a quota 2050m circa, in vista del lago Biecai.

     Vengono scese, rilevate e siglate molte cavità, alcune promettenti, altre pentole senza speranza, alcune con aria forte (da ingresso basso ma anche alto) altre senza, alcune larghe, molte strette.

     Una di queste ultime, ma praticamente la prima ad essere stata ritrovata, è l'abisso Gonnos (3157 Pi/CN), dedicata dallo scopritore al paesello nativo (che tenerezza!).

24 luglio 1993

     Saliamo in otto-nove (Fof, Poppi, Lori, Vittorio, Spazzola e Consorte e famiglia Vigna al gran completo) alla ricerca di un luogo che ci paia degno di accogliere le nostre tende e su indicazione di Meo, guida fisica e spirituale, ci dirigiamo verso il settore estremo di sinistra, verso quota 2100 m slm, sito che pare destinato, almeno sulla base delle foto aeree, ad ospitarci per il campo estivo.

     In realtà il posto è ameno, un soleggiato prato pare ideale per piantarci le tende ed in vicinanza alcuni buchi soffianti sembrano i refrigeratori adatti per le provviste; l'acqua poi è a poca distanza, alcune centinaia di metri di tubo ci permetteranno di aver il prezioso liquido praticamente in stanza. Dunque c'è tutto l'unica cosa che mancava era l'abisso, allora, ora c'è anche questo.

     A pochi passi dal campo (dai 40 ai 50m) da una spaccatura fuori usciva una fortissima corrente d'aria, tanto forte da sentirla a sette-otto metri di distanza, questo era Proto-Gonnos prima del campo, una fessura dopo una ventina di metri aveva arrestato l'esile Vittorio.

     Aria forte, comodità di accesso ed ottime prospettive erano gli ingredienti per una ricetta da abisso che ha l'unica sfortuna di non avere tanto calcare a disposizione.

     In realtà, dopo un infinito numero di uscite di allargamento e disostruzione si scoprirà che ha almeno un altro piccolo ma non trascurabile difetto - il fango - che almeno nella parte intermedia regna sovrano. I più maliziosi l'hanno così definito il più brutto abisso del Marguareis e forse è vero....

     Tuttavia ad una profondità modesta -190 m, si accompagna uno sviluppo non trascurabile (1020m) e soprattutto la presenza di un collettore interno che pare avere la portata pari a circa un terzo di quello che fuoriesce alla risorgenza del Pis dell'Ellero.

(AE)

Le punte del campo

     Per impiegare del tempo, dopo aver montato l'acquedotto, Riccardo, Cassina ed io decidiamo di dare un'occhiata a com'è fatto Gonnos e controllare se effettivamente non si passava dove mi ero fermato. Non si passa, comunque con un paio di martellate, il

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giorno seguente riusciamo a superare la prima strettoia ma come sempre non è la sola e ci vuole l'utilizzo dei manzi.

     Il terzo giorno entriamo io e Meo armati di tutto l'occorrente, dopo due turni di scavi riusciamo a lanciare un paio di pietre in un pozzo valutandolo di una quindicina di metri e di discrete dimensioni. Per essere vari nella vita ci torno anche il quarto giorno sempre con Meo e continuiamo i lavori di scavo; unico dato rilevante è che delle pietre cadendo ci hanno fatto sapere dell'esistenza di almeno un altro pozzo, c'è un unico problema; è troppo stretto, di conseguenza bisogna allargarlo. Questo compito viene eseguito da Piccino e da Daniele di Pordenone in due giorni e sempre nel secondo giorno riusciamo a scendere (Meo, Piccino, Daniele ed io) i primi due pozzi (P15 e P40). Una piena ci ferma durante l'armo del terzo pozzo (P20) sceso solo da Piccino; sul fondo vi è un meandro stretto, ma risalendo, Piccino scorge una finestra che raggiunge dopo un pendolo, riesce a scendere uno scivolo e un saltino di pochi metri e, dopo aver percorso un meandro, raggiunge una grossa galleria dove regna sovrano il fango.

     Dopo un giorno di riposo ci torniamo e questa volta siamo io, Meo, Piccino e Spazzola; arrivati al punto in cui si era fermato Piccino scendiamo un pozzo da 25 metri. alla base di quest'ultimo partono due gallerie, seguendo l'aria riusciamo a percorrere circa 600 metri di gallerie semi piene di fango immersi in una frenesia quasi isterica. Ci fermiamo su un torrente e in grossi ambienti. Si fa un'altra punta per cercare di allargare ancora di più l'entrata.

     Giovedì 12 si organizza l'ultima punta del campo a Gonnos a cui partecipano Z, Agostino, Meo, Andrea, Massimo ed io; si esplora il collettore sia a monte, fermandosi contro una frana, sia a valle (per una trentina di metri) fino ad un sifone. Dei rami paralleli si incominciano a controllare le finestre e si trova un altro piano di gallerie che permette di raggiungere nuovamente il fiume più a valle del sifone.

(VB)

Sull'attivo

     Sabato 3 settembre: erano rimasti in sospeso alcuni punti nelle esplorazioni precedenti, in particolare l'amonte dell'attivo, forse l'avalle e le gallerie fossili di -150 dove c'è un pozzo da scendere e tanta corrente d'aria. Inoltre tanto per non smentirci mancava ancora un pezzo di rilievo.

     Entriamo in quattro, al solito Meo si accoda il sottoscritto e dopo un'oretta il neopresidente Grossato e l'abate Faria. Ai primi due il delicato compito del rilievo agli altri i sacchi.

     Già perché pur non essendoci nulla di clamoroso avevamo portato una montagna di sacchi, il perforatore, un rotolo di corde, musette, e così via.

     Dopo un tempo infinito, passato tra il rilievo e lo scrollarsi il fango raggiungiamo l'attivo, qui i due vecchietti tirano a salire verso l'amonte, gli altri a tentare di risalire per cercare gallerie alte.

     La leggenda narrava che l'amonte pareva chiuso da una frana con conseguente laghetto. Proviamo con Meo a passare alto: chiuso e fangoso, in basso in mezzo all'acqua è invitante come immergersi in un bidè ghiacciato, ma è l'unica possibilità. Così vado avanti un po', fino a sbattere il naso contro la frana, ma sulla sinistra un condotto, piccolo piccolo, intasato da ciottoli e sabbia permette di intravedere il passaggio; al Meo il compito di andare oltre cosa che fa anche bene tanto che dopo poco passa anche il sottoscritto.

     Poi avanti a vedere se sembra buono o se lo è anche: la galleria ora si rialza e dopo

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una ventina di metri siamo in una clamoroso meandrone. A chiamare gli altri e tutti avanti di corsa, con il classico furore da esplorazione, fino ad immergersi dopo qualche centinaia di metri in un lago ed a strisciare bagnati nei condottini seguenti fermandosi sull'alto di un pozzo.

     Dopo l'entusiasmo il mesto ritorno, fradici, con il rilievo da fare (oltre 300m di nuove gallerie), il fango ed il freddo che ci attaccano fino ad una splendida uscita del P16 nella quale mi distruggo l'ultimo menisco buono e mi fotto i tre mesi successivi. Grazie Gonnos.

(AE)

Descrizione

     L'ingresso è situato a quota 2040 m slm circa in una zona a dossi montonati di calcare cretaceo: alla base di una piccola conca si apre una spaccatura suborizzontale, alta poche decine di centimetri e lunga tre-quattro metri occupata in buona parte da detriti e massi.

     All'ingresso segue una china detritica che, dopo pochi metri, immette in un grazioso meandro, relativamente verticale con cospicui depositi clastici e blocchi qua e là. Tuttavia l'azione dell'acqua è ben visibile e sulle pareti sono presenti forme di erosione e corrosione tipiche. Le dimensioni, mai gigantesche, al massimo un metro, si riducono ulteriormente dopo una ventina di metri e questo era il limite naturale delle esplorazioni. Poi una testarda campagna di disostruzioni ha permesso di avanzate in ambienti ristretti ancora per sei-otto metri fino alla sommità di un profondo pozzo.

     La morfologia varia rapidamente dal tipico meandro del cretaceo, siamo passati ad una tranquilla sequenza di pozzi di provincia. La prima verticale, ancora nei calcari cretacei, di 16 m conduce su un terrazzo di 3 m x 3 m, che si affaccia sul salto successivo di circa quaranta metri. Qui si passa dai grigi e scistosi calcari del Creta ai bianchi e lucenti (nonché fangosi) del Giura (Malm). Il contatto posizionato intorno ai -10-15 m del P38 è segnato da un poderoso livello di "hard-ground" (orizzonte rossastro molto competente e resistente che emerge per erosione selettiva) e che soprattutto forma un mammellone sulla linea di discesa cercando di piantarsi nel culetto di chi scende o sulla testolina di chi sale...

     Alla base del pozzo, bello e ben vestito, alcuni arrivi iniziano a rendere la cavità più complessa sebbene la frattura generatrice (diretta circa E-W) sia la medesima per tutti i pozzi di questo settore di grotta.

     Al P38 segue una verticale di circa 30 m che sul fondo immette in un equivoco meandrino percorso una sola volta senza rimpianto; in realtà la via buona è circa 10m più in alto, uno scivolo a gradoni (necessaria comunque una corda) ci immette nuovamente in un bel meandro inclinato e su un saltino di 5 m.

     Alla base un fetido condottino di esigue dimensioni, ma fortunatamente di limitata lunghezza immette finalmente nelle gallerie, siamo ora intorno ai -110 (1940 m slm). Le gallerie di ampie dimensioni (3x4 m) presentano cospicui riempimenti di fango ed un modesto approfondimento decimetrico. L'andamento risulta suborizzontale nella prima parte ma dopo alcune decine di metri si inclina bruscamente per precipitare in un abisso fangoso di venti metri di profondità. Qui una galleria nuovamente ampia ed alta immette in un reticolo freatico fortemente inclinato che risulta carsificato a più livelli impostato su una frattura diretta anch'essa E-W ma fortemente inclinata di 40-50° verso Nord.

     Il ramo principale è costituito da una condotta con riempimenti sabbiosi che precipita con un inclinato toboga da -135 a -165 m in prossimità di ambienti più ampi e complessi.

     Si giunge così ad un antico (ma neanche tanto) orizzonte di base ove scorreva il torrente (ora 5-15 m più in basso) relativamente articolato su più livelli di gallerie per ora

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Abisso Gonnos - rilievo

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ne sono stati percorsi almeno tre.

     Proseguendo verso valle si entra in ambienti freatici che, dopo un centinaio di metri conducono su un attivo, chiuso su sifone, alla massima profondità di -190. Questo ramo, il più profondo della cavità risulta privo di correnti d'aria sensibili.

     La prosecuzione più importante, sebbene non per la profondità, è sulla sinistra alla base del toboga. Qui, dopo una discesa in diagonale si entra nuovamente sul freatico, con riempimenti e presenza di ciottoli anche quarzitici, fino ad una zona molto intricata, in realtà non ancora esplorata in modo sistematico; poco prima una diramazione sale su un livello superiore dove le esplorazioni si sono arrestate su una galleria freatica ed un pozzo da scendere.

     Proseguendo verso il basso in ambienti ampi e percorsi da una violenta corrente d'aria si giunge su un salto di 5-6 m che immette in una saletta di crollo e sull'attivo.

     Tutta questa zona e le gallerie percorse per giungere fino qui sono scavate nei calcari triassici con intercalazioni scistose e dolomitiche.

     L'attivo si può percorrere verso valle, dove tende a chiudere in sifone dopo alcune decine di metri (-165) oppure verso monte ove si sviluppa per oltre quattrocento metri.

     Ad una prima parte franosa e relativamente stretta con un passaggio in un laghetto e successiva strisciata su sabbia umido-bagnata segue un bel tratto di meandrone con pozze modello "Piedi Umidi". Dopo un duecento metri circa si ritrova un salone di crollo, la via prosegue ora su una galleria di 3x2 m percorsa dal torrente, ove l'unica difficoltà è costituita da camminare con l'acetilene. Dall'arrivo sull'attivo inoltre è finito anche il fastidioso fango lasciando il posto ad una più gradevole sabbietta da canarini.

      Dopo cinquanta metri di facile galleria un arrivo in destra orografica porta acqua ed aria provenienti da ingressi alti.

     La maggior parte del flusso d'aria tira verso monte contro l'acqua. Venti metri ancora ed un profondo lago (tranquilli... si tocca) costringe ad uno sgradevolissimo bagno.

     Al termine l'attivo diventa impercorribile (l'acqua esce da sifone) ma si riesce a filtrare sulla destra - strettoia in acqua - e raggiungere un ventosissimo condottino che, prima in salita e poi in piano, immette su un ampio salto con nuovamente l'attivo sotto. La base del pozzo, di 5-6 m, è una pentola: l'aria risale verso l'alto un bel fusoide dal quale l'acqua scende per perdersi in fessura. Questo è per ora il termine delle esplorazioni dell'amonte (-140; 1900 m slm).

(AE)

 

 

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Filologa-PB: il giorno del contatto


Valentina Bertorelli

     4 settembre 1993: Piaggia Bella e Filologa sono collegate, nella zona della Paris-Côte d'Azur, a passaggio d'uomo. Al sistema si aggiunge così un altro tassello portando lo sviluppo complessivo a 35 km.

     Dal 1983, anno del Visconte, di Essebue, di Artesinera, di Fighiera-Corchia, Filologa... si cercava di risolvere questo problema...

     Il 4 settembre 1983 una squadra composta da Squassino, Nobili, Gobetti, Pittet, Baldracco, Badino, Vigna, lasciava la sua inconfondibile sigla su quello che sarebbe diventato l'inesorabile e inamovibile punto estremo dell'abisso Filologa. A nulla avevano portato le ricerche successive, le risalite di Giovanni e Jean François, il traverso sopra il cinquanta di Armando e Monica, e ancora la risalita di Ube e Giovanni sempre a monte del canyon terminale, esplorazioni che potevano ben dirsi avanguardistiche per l'uso del trapano; e per un capriccio del Visconte o di chissà quale dama che li ha voluti ancora per anni lì a pensare, inutili sono state anche le minuziose perlustrazioni di Paris-Côte d'Azur, nonostante l'abisso avesse veramente già sbuffato le sue vampe gelide nelle orecchie di chi in quel momento non ebbe cuore di ascoltare.

     Di nuovo il quattro settembre, del novantatré però, cioè precisamente dieci anni dopo o meglio per il mio compleanno, ci prepariamo in tanti per una punta in Piaggia Bella, una punta tranquilla e appassionata, resa estremamente interessante dalla presenza del (filospeleologo o speleofilosofo, come si dice?) Beppe Dematteis in poche parole, che ci ha resi partecipi di segrete metafore e sospetti sul comportamento di un sistema carsico, paragonando all'andare in pensione il fatto che questo in un certo momento della sua evoluzione posi le sue membra sull'impermeabile, e non contento si risollevi per riprendere a lavorare... Mentre i ciottoli fluitavano sotto i nostri piedi e i pensieri nuovi sopra quelli vecchi, raggiungevamo la sala enorme dove tra le migliaia di stupidissime battute di Riccardo (raccoglieva elementi per una reale datazione di P.B.), un numero indefinito di spuntini e di fumate, qualcuno si accingeva silenziosamente a ficcanasare qua e là in mezzo alla frana. Chi a fare delle risalite, chi allo scavo, senza che le trombe bersagliere ci potessero avvertire, io Gregorio e Andrea ci siamo ritrovati nel bel mezzo di uno scavo inverosimile, la base di un pozzetto di due metri di diametro intasata da un misto di detrito fine e blocchi da quaranta chili molto ben incastrati lasciava passare tutta l'aria di Piaggia Bella, il corpo sdraiato a testa in giù di uno speleologo volenteroso e lo sguardo di uno soltanto dei due occhi indiscreti. A turno, con l'aiuto di un rudimentale piede di porco, in capo a tre ore avevamo trasformato il diverticolo in una saletta abitabile e ormai soltanto più una strettoia a "s" ci separava dalla Filologa. Ma non lo sapevamo ancora.

     Sono passata e dopo qualche metro un'altra strettoia, uno scivolo di un metro e mezzo, un salotto in frana, quattro o cinque sedie, un tavolo con una data: 4/9/1983.

     Hanno partecipato Balestra, Gobetti, Primolan, Pavia, B. Dematteis, Roberto e Cristina (Faenza) Miola, Paradisi, Richiardone, Oteri, Bertorelli.

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     Buca del suggeritore è il nome del passaggio che collega Paris-Côte d'Azur all'amonte della galleria principale della Filologa.

     Le risalite nella stessa sala sono state abbandonate perché senza esito nel momento della giunzione.

     Approfittando quindi del fatto che ora in Filologa ci si va senza usare un metro di corda e senza noiosi attrezzamenti, sono riprese le risalite del gran pozzo che si innalza dalla parte iniziale del Canyon Fighiera. Wang Wei era il nome dato a suo tempo da chi giunto a una settantina di metri di altezza aveva constatato la somiglianza con l'altro grande pozzo del fondo di PB, il Li Po. Sul Wang Wei la corrente d'aria proveniente da Paris-Côte d'Azur vola verso l'alto in direzione di ipotetiche gallerie e supposti ingressi bassi (o la bassi?).

     La giunzione ci ha comunque permesso di aggiungere sette metri circa di terra sconosciuta al complesso, portato a dodici il numero dei suoi ingressi, a trentacinque km lo sviluppo e confermato l'esistenza di un errore notevole sul posizionamento della grotta. Acciocché il nostro lavoro non mancasse di coerenza abbiamo realizzato la poligonale esterna tra l'ingresso de La Bassa, il Dorso di Mucca e PB inserendo anche gli altri ingressi conosciuti; nel corso di questa operazione abbiamo individuato e sceso alcuni pozzi posti a monte dell'ingresso di Venantur interessanti per collocazione ma impraticabili per detrito.

 

 

 

Ciuaiera '93


Ube Lovera

     Da molto tempo ci occupiamo delle regioni attorno alla Colla dei Termini, sopra Ormea nella solita Val Tanaro, e della Val Corsaglia, regno incomparabile di Meo Imperator.

     Allora con sfavillante intuito, e venuto il colpo di genio, l'approccio totale, che praticamente è come dovere maneggiare una pupa e averci sei braccia, non male vero? Del primo fronte abbiamo già parlato: alle 4-5 punte dello scorso anno alla Mottera se ne è aggiunta un'altra con i medesimi scopi, conoscere le zone profonde, e i medesimi risultati, risalite a vuoto. In seguito abbiamo riesumato la Verzera seguendo le impronte e le indicazioni tanaresi, giungendo contemporaneamente al fondo della grotta e alla convinzione che insistere sia tempo sprecato.

     Sarà ormai chiara la strategia, aggredire il bacino Mottera dalle zone d'assorbimento fin già alle risorgenze: tattica infallibile.

     Durante la campagna d'inverno, in sci, verranno trovati due soli buchi soffianti nei pressi di Colla Termini e uno verso l'Alpe degli Stanti; quest'ultimo, Italcondotte, un grosso e promettente inghiottitoio, darà vita a una brillante serie di disostruzioni, curate da Giorgetto e Fof, mentre il nome stesso dà un'idea approssimativa del lavoro ancora da svolgere. Degli altri due buchi possiamo dire che se il primo, prontamente disostruito è fermo attualmente su un lussuoso pozzo profondo una decina di metri e largo tre dita, il secondo non è ancora riuscito a scavalcare la muraglia di pigrizia dei suoi scopritori; si evince da ciò che anche se la tattica è virtualmente infallibile è opportuno prendere in considerazione l'eventualità che la pupa di cui sopra, possa poi sempre prenderti a schiaffoni.

     Affrontammo comunque gli abissi. Perabruna viene armato durante l'uscita del corso

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Voragine della Ciuaiera - rilievo

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e solo la parsimonia del valente magazziniere, risparmiando l'ultima corda, non ci ha permesso di vederne il fondo. Maledetti gli avari. Ciuaiera avrà miglior fortuna anche se non di molto.

     Ciuaiera è un abisso satanicamente ben piazzato per andare dove vuole. Posto una quindicina di minuti sopra Colla Termini può sì scendere verso la Mottera ma può anche andarsene in direzione di Ormea senza che noi possiamo fare nulla per impedirglielo. Cade gigantesco fin verso i meno 200 superando grosse frane figlie delle sue stesse dimensioni fino a un grande e strano salone, ancora una volta in ambienti di crollo.

     Qui un gran cataclisma di massi chiude la via proprio nel punto in cui pareva che la grotta volesse darsi uno sviluppo orizzontale, le grandi masse d'aria che dall'ingresso accompagnano i visitatori vengono a spegnersi dividendosi democraticamente per svariate improbabili vie.

     Impieghiamo qualche punta leggera per capire come funziona la faccenda: nessuna possibilità nelle zone alte mentre la via inizialmente affrontata, un meandro concrezionato abitato da una notevole corrente d'aria, già a suo tempo individuata dai tanaresi è disostruibile solo con un immondo lavoro.

     Ad aumentare la diffidenza contribuisce il fatto che se parte dell'aria va a perdersi in fessure verticali larghe quattro dita, il grosso si infila invece nel proseguimento ideale della galleria intasato da un crollo di modello valtellinese. Il miglior risultato di una serie di quattro o cinque punte effettuate là dentro resta dunque il rilievo, che misteriosamente era fermo a circa due terzi della grotta e che finalmente vedrete nello splendore della carta stampata se solo la valente redazione riuscirà a costringermi a stenderlo prima del numero di "Grotte" che state leggendo.

 

 

 

Cronache dall'Altopiano


Danilo Coral

     Cercherò di essere breve nel relazionare riguardo al mio ormai annuale pellegrinaggio nelle viscere dell'Altopiano di Asiago, onde non annoiare i lettori di Grotte desiderosi di gettarsi "full immersion" nella descrizione di ben altri cimenti.

     Venerdì 13 agosto, sotto gli auspici di una data promettente, sono presenti al solito raduno estivo, oltre al sottoscritto, Cica (Giambattista Paderni di Brescia), Luca Tanfoglio (Brescia), Enrico Ongaro (Brescia) e Franco Gramola (Schio).

     Entriamo in Malga Fossetta in tarda mattinata, con l'intento di continuare l'esplorazione interrotta l'estate scorsa a -950 m in prossimità di un cunicolo strettissimo e allagato.

     Raggiungiamo in breve il campo a -620, quello sotto il Megatendone, dove posso, con sollievo, constatare che i danni provocati da un lapillo scaricato un anno fa dal sottoscritto lungo il P203 si limitano all'apertura di una nuova presa d'aria, particolarmente efficiente nel mitigare il caldo torrido che sempre caratterizza i bivacchi nelle regioni abissali. Un'oretta di sosta e ripartiamo, sfiorando la tragedia a -650 quando Franco, per superare un tetto esposto, si aggrappa ai pioli di una marcescente scaletta metallica, pronunciando la frase fatidica "speriamo che ten...ga!!" (tra il te... e il ga calcolare il lasso di tempo necessario per i 4 metri di volo...). Niente di rotto per fortuna e così possiamo riprendere l'allegra discesa. Confesso che questa parte me la ricordavo meno stretta, lunga e bagnata. Superato l'eterno Meandro Carioca e il tortuosissimo Meandro Papalinos, nonché una pregevole serie di pozzi, pozzetti e pozzi-cascata, in tre ore siamo a -950,

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in zona di esplorazione.

     Il posto (questo lo ricordavo bene...) è abbastanza da incubo: un cunicolo di troppo pieno, irto di lame e strettissimo, dove l'unica possibilità di prosecuzione è costituita da un ulteriore restringimento che dà su una vasca colma d'acqua, dove la scorsa estate abbiamo tentato, con opera faraonica, di costruire un terrapieno transitabile. Riusciamo a superare questo limite ma poco oltre, date le esigue dimensioni del cunicolo: i nostri sforzi risultano infruttuosi.

     Ancora una volta il volere divino designa Cica (che è un ottimo strettoista) quale nostro campione, ed il poveretto acconsente di malavoglia mentre lo costringiamo a indossare la pontonnière.

     Ecco che si infila, prima vasca tutto ok, restringimento e seconda vasca tutto ok, nuovo restringimento e nuova vasca. inequivocabile rumore di lattice di gomma portato oltre il limite di rottura, sinistro sciabordio e brusco dietro-front di Cica con pontonnière piena d'acqua... Posto di merda, poca corrente d'aria ma freddissima, incredibilmente stretto... Ci guardiamo ed iniziamo la risalita; ai posteri, meglio se estremamente esili ed anfibi, l'ardua sentenza.

     Il resto non ha storia, durante la risalita sostituiamo qualche attacco e finiamo di infradiciarci, ma una discreta dormita al campo base, dove nonostante tutto regna il buonumore, ci rimette a nuovo.

     Siamo tutti fuori nella tarda serata di sabato 14, pronti (si fa per dire) per nuove e mirabolanti avventure (tipo SuperEroi Barovelli...).

     Una settimana dopo, vale a dire domenica 22 agosto, sempre invitato dagli amici di Schio, mi trovo con Franco Gramola e Luca Visonà all'ingresso del loro ultimo gioiello in fatto di esplorazione: l'abisso di Monte Novegno (non è precisamente sull'Altopiano di Asiago, ma fa lo stesso...).

     Alle 12 entriamo.

     Come potrete tra poco valutare, la descrizione di una cavità così complessa richiede grande impegno, ma tenterò di riassumere il tutto in modo semplice.

     Dunque: ingresso (un po' stretto), cunicolo di tre metri, pozzo di 50 m (campata unica, circolare, larghino), spostamento orizzontale di 2 m, pozzo di 7 m (largo...), spostamento orizzontale di 8m, pozzo di 220m (brrr...largo!), spostamento orizzontale di 5m con annessa risalita di 3 m, pozzo di 210 m (ri-brrr... largo!). Sento di potermi spingere a considerare i due pozzoni come unità morfologica (quindi, per le menti meno matematiche, pozzo interno di 430 m...) in quanto separati solo da un grosso terrazzo di frana.

     Sul fondo, dove arriviamo in breve tempo nonostante un tentativo di film che vede Luca quale operatore, e il sottoscritto in veste di attore-aiuto operatore, una frana ciclopica frustra le nostre speranze di prosecuzione, nonostante tra gli enormi massi occhieggi una fessura con debole corrente d'aria, del diametro di 6-7 cm, forzabile con potenti mezzi di persuasione.

     La risalita (500 metri senza mai staccare bloccanti; per fortuna mi ero allenato la settimana precedente a Malga Fossetta) avviene velocemente, in ambienti grandiosi con poderose stratificazioni, lungo verticali a sezione fusoidale ottimamente armati. Il 220 lo risalgo intonando canti provenzali. Ogni tanto fa capolino qualche promettente camino, probabile meta di future esplorazioni. Verso le 18.30, asole sei ore e mezza dal nostro ingresso siamo fuori, dove non posso fare ameno di complimentarmi con i ragazzi di Schio per l'estrema modestia e capacità con le quali hanno affrontato un lavoro esplorativo che potrebbe indurre altri a perniciosi strombazzamenti.

 

 

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Hunza 93: diario quasi ragionato del viaggio

     Come specificato nell'articolo, i partecipanti alla spedizione, una volta raggiunte le zone operative, si sono divisi in due squadre. La relazione dell'una (Batura e valli Karambar e Chitral, che fa capo al diario di G. Carrieri) è in caratteri normali, quella dell'altra (Chapursan e Shimshal Valley, stesa attingendo essenzialmente dagli appunti di Domenico, rivisti da Daniele e Ube) è in corsivo.

     Sabato 7 agosto. Ci ritroviamo all'aeroporto di Torino Caselle in 11 con 30 kg di bagaglio a testa. Il viaggio prevede Torino-Francoforte-Dubai-Karaci-Islamabad. Volo Lufthansa fino a Karachi, poi PIA. Le nostre 5 "avanscoperte": G.Badino, F.Cuccu, M.Scofet, M.Cerina e M.Campion sono partite con una settimana di anticipo, anche loro con 30 kg di bagaglio; ipotizzando che qualche bagaglio potesse andare perso durante il viaggio aereo abbiamo affidato a loro tutte le attrezzature (speleo, ghiaccio e materiale di gruppo), in pratica noi trasportiamo solamente viveri. A. Gatti (l'operatore cinematografico) ha suddiviso tutto il suo bagaglio di cabina in una miriade di pacchi e pacchetti con il risultato che a ciascuno di noi tocca il trasporto di una parte del suo prezioso materiale cinematografico.

     L'originale obiettivo della spedizione: due squadre di otto persone ciascuna che operano parallelamente nelle valli del Karambar e del Chapursan per una quindicina di giorni per poi accorparsi sul ghiacciaio Batura, dovrà essere modificato, la valle Karambar infatti, sembra richiedere non meno di 15 giorni solamente per essere percorsa attraversata, un tempo troppo lungo volendo anche dedicarsi al ghiacciaio Batura. Ad Islamabad, finalmente tutti e 16 assieme ridiscuteremo il programma.

     La sosta a Dubai provoca l'ormai nota sensazione di essere scesi dalla scaletta dell'aereo con un motore caldo al fianco, ma non è cosi, nonostante il sole sia ormai tramontato da alcune ore il caldo è notevole, decisamente insopportabile.

     A Karachi non abbiamo intoppi, unica fregatura (prevedibile) è la presenza dei nostri bagagli teoricamente indirizzati direttamente ad Islamabad.

     All'aeroporto di Islamabad il comitato di ricevimento è formato da Scofet e Cerina più autista e pulmino per l'albergo, tutto perfetto secondo le più ottimistiche previsioni; qui sono le otto del mattino, solamente tre ore di fuso rispetto all'Italia.

     Domenica 8 agosto. L'albergo dove alloggiamo è abbastanza decente (tenuto conto dei canoni pakistani) .Mentre tutti decidono che è il caso di fare un sonnellino ristoratore io e Badino alle 11 siamo all'agenzia di viaggi ad Islamabad (20 minuti di taxi dall'albergo, 100 Rs il costo della corsa). Qui incontriamo le nostre tre guide: una per ogni gruppo con licenza governativa più una terza messa a disposizione dall'agenzia, in seguito scopriremo che per quest'ultima si è trattato di un giro di apprendistato. Le tre guide ci accompagneranno per tutto il viaggio dando una mano nello svolgimento di tutte le pratiche di viaggio: alberghetti, permessi locali, affitto fuori strada e portatori.

     Definiti i costi (25 US$ per le due guide con licenza governativa più 15 US$ per la terza) ci trasferiamo con loro al Ministero del turismo per lo svolgimento delle pratiche burocratiche relative ai permessi per le Restricted Areas (il così detto briefing). La "menata" al Ministero dura una decina di minuti, poi lasciamo i nostri accompagnatori per l'ambasciata italiana. Lo scopo della nostra visita è legato alla necessità di depositare in ambasciata 4000 US$ quale cauzione richiesta dal governo pakistano nell'eventualità che si rendesse necessario utilizzare un elicottero (incidenti in montagna).

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     Il pomeriggio trascorre in negozi contrattando tappeti: i nostri cinque amici ormai qui da una settimana sono diventati esperti del settore e con buona pace dei commercianti locali ci accompagnano dai loro "fornitori di fiducia". Alla fine della giornata praticamente tutti hanno già comprato un tappeto.

     Cena in albergo contraddistinta da un'attesa infinita del cibo.

     Lunedì 9 agosto. L'autobus, affittato per 7000 Rs da Islamabad a Gilgit, è una vera schifezza ma è abbastanza grande per contenere tutti noi, la nostra montagna di bagagli, le tre guide più un altro paio di persone caricate qua o là non si capisce bene per quale motivo. Partenza alle 4 del mattino; il viaggio è lunghissimo: 20 ore. La Karakorum Highway (KKH) è costellata di frane e franette che costringono più volte a soste forzate o rallentamenti; tutta la giornata si snoda nella forra dell'Indo: la strada si inerpica prima a sinistra poi a destra del fiume lungo immani accumuli di detriti o sotto terrificanti pareti rocciose: in Italia il mio lavoro è quello di studiare i metodi di stabilizzazione dei pendii, qui avrei certamente lavoro per i prossimi mille anni (se solamente trovassi qualcuno disposto a pagarlo); il concetto di stabilità è comunque abbastanza interessante: "per adesso non sta franando, quindi è stabile...". Il pensiero che qualche blocco possa staccarsi e piombarci addosso tipo "palla da bowling sui birilli" è ben presente in tutti, speriamo bene...

     Tramonto sul Nanga Parbat, troppo lontano per provare quelle emozioni che la vista di una montagna come questa dovrebbe provocare. Le emozioni comunque arrivano subito dopo quando, scesi dal pullman per una sosta tecnica (carburante + evacuazioni corporali varie), la terra ci trema sotto i piedi per una simpatica scossettina sismica.

     L'arrivo a Gilgit, già ipotizzato per la serata subisce ulteriori ritardi per la presenza sulla strada del solito camion ipermarcio che non riesce ad andare né avanti né indietro, mezz'ora di attesa poi finalmente si riparte. Gilgit è finalmente raggiunta poco dopo la mezzanotte; l'albergo già prenotato da Islamabad ci semplifica la vita, tutti a nanna.

     Martedì 10 agosto. Al mattino incontriamo il "boss" dell'agenzia di Islamabad : Ashraf Amman, ottima persona, amante della montagna e delle "sue" montagne, è lui il primo pakistano che ha salito il K2. Brevemente gli illustriamo le nostre idee sul programma di attività: 8 di noi + una guida sul Batura Glacier, gli altri 8 + una guida e un assistente in Chapursan Valley.

      Il terremoto di ieri ha bloccato la KKH poco prima di Aliabad, forse domani sarà riaperta... Affiorano i primi timori per i numerosi imprevisti che caratterizzano tutti i viaggi in paesi di questo tipo.

     Cena in albergo dopo aver traversato in lungo e in largo la cittadina; grandi tradizioni storiche ma in realtà pochino da vedere. Cambiamo (rigorosamente in "nero") un po' di rupie scoprendo (come era logico aspettarsi) che qui il cambio è meno favorevole di Islamabad.

     Mercoledì 11 agosto. Affittati due pulmini ci dividiamo come previsto, in due gruppi: io, Rossella, Giovanni, Michele, Giacomino, Alessandro, Ube e Luca al Batura; Fof, Daniele, Claudio, Maria Rosa, Massimiliano, Marco, Domenico e Alberto in Chapursan. Il primo pulmino fino a Passu (1500 Rs), il secondo a Sost (2000 Rs).

     La Hunza è davvero stupenda, unica nel suo genere. Il tragitto in macchina (200/250 Km) si snoda lungo la valle: ora su ripidi pendii a perpendicolo sul fiume, ora sugli enormi conoidi alluvionali delle valli laterali. Dopo oltre 6 ore siamo a Passu, la meta del primo

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gruppo. I due piccoli alberghetti sono al completo, alloggeremo in una specie di caserma in disuso piuttosto sinistra.

     A me tocca proseguire con il secondo gruppo fino a Sost e da qui, con Ashraf, a Dut a pochi Km dal Kungerab Pass (il confine con la Cina) dove è necessario presentarsi alle autorità militari locali per l'ennesimo controllo prima di entrare in Chapursan. Mi vinco 4 ore extra di pulmino e sono a letto all'una di notte.

     Giovedì 12 agosto. Finalmente si abbandonano le auto per cominciare ad usare i piedi: 15 portatori, una guida, 8 aspiranti esploratori.

     Partenza all'alba (o poco più tardi...), gli opulenti occidentali con uno zainetto formato gita della domenica al rifugio, i portatori con i loro bravi 25 kg a testa (li paghiamo per questo: 150 Rs per tappa + 200 Rs per assicurazioni e varie + 75 Rs per i giorni a nostra disposizione senza trasporto).

     La prima tappa consiste nel risalire sulla destra orografica la morena terminale del ghiacciaio: un paio d'ore di tragitto o poco più. Superiamo la bocca del ghiacciaio dopo una mezz'ora dalla partenza, a sinistra una cinquantina di metri più in alto è piazzato l'ingresso di una bocca fossile: oggi ci limitiamo ad una sommaria perlustrazione dell'ingresso, le velleità esplorative sono rimandate alla giornata di ritorno a valle.

     Yunz Bin, finalmente montiamo le tende. Siamo in mezzo alle montagne del Karakorum.

     Ben presto fuori paese si abbandona la strada asfaltata e si prosegue per l'unica pista carrozzabile che percorre la valle per intero; l'impressione è notevole: scavata nel fianco di giganteschi depositi glacio-fluviali la strada serpeggia ora in piano ora in salita, ora a pochi metri dal fiume ora a picco sullo stesso. Le pareti che fiancheggiano la strada sono fatte di sassi cementati (spero) nel fango di millenni e sembrano sempre essere pronti a caderti in testa da un momento all'altro.

     Risalendo la valle, subito dopo aver attraversato il Lupghar River, nei pressi dell'abitato di Ramin}, sul versante sx del Chapursan, viene notato un grosso buco scavato nei depositi fluviali: l'aspetto esterno non è granché ma da più punti sembra di veder sgorgare un torrentello. A Kermin, Frassino ci indica un ampio vallone che si apre sulla destra orografica: i locali sanno che in alto ci devono essere delle 'good caves'; in effetti osservando con il binocolo, si possono notare delle macchie scure qua e là sulle pareti. Come primo impatto non è male: le pareti saranno alte 800-1000 metri e le "macchie scure" paiono a circa metà delle stesse.

     "Spero nell'intimo che non siano tutte così le pareti da vedere, perché altrimenti, non potremmo far altro che guardarle dal basso e basta: per superarle occorrerebbe trovare una via d'arrampicata non troppo difficile oppure possedere un elicottero che ci svolazzi direttamente sopra. Per adesso tengo per me questi dubbi e mi beo del paesaggio via via più imponente." Poco oltre Kermin, tra il villaggio di Kil e quello Sumayar, sempre sulla fascia di detriti sx, un'altra serie di cavità occhieggia sul fiume da un'altezza di circa 20-30 metri; da uno di queste sembra anche uscire una discreta quantità di pioggia. Altri chilometri, altre fotografie, una spruzzata d'acqua e ci fermiamo a Zuda Khun, il villaggio in cui abita la guida Saar Frass. Sulla parete antistante il villaggio, sulla sx idrografica, vengono osservati col binocolo alcuni buchi. Notato l'interesse, Frassino ci spiega che è possibile raggiungerli aggirando la parete sulla sinistra: con i portatori è possibile farlo in due giorni.

     Dal villaggio si prosegue fino a Yashkùk (3605 m) , dove la valle si biforca: sulla sinistra

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(a salire) incontra il ghiacciaio Yashkùk Yaz, con una lieve svolta a destra (sempre risalendo la valle) continua fino al passo Chillinji. Qui piazziamo il campo: dalla morena sgorga l'acqua filtrata del summenzionato ghiacciaio, il terreno è pianeggiante e siamo oltre tutto nella zona vista dalla spedizione dei geologi milanesi due anni prima. Nel pomeriggio ci si sgranchisce le gambe sulla collinetta soprastante il campo (dx id.) dove alcuni buchi osservati col binocolo occhieggiano ansiosi di una visita. Raggiunti quelli più bassi (e constatato che sono proprio solo dei buchi), quelli troppo distanti vengono lasciati per l'indomani.

     Venerdì 13 agosto. Seconda tappa. partenza alle 7 del mattino, previste 8 ore di simpatica passeggiata con attraversamento del ghiacciaio e sgambata sulla morena laterale sinistra. A metà tragitto si supera un laghetto glaciale per entrare, subito dopo, in un ambiente particolare piazzato tra il versante montuoso e la morena laterale: una specie di valle nella valle. La vegetazione è scarsa, quasi desertica; i pochi alberi ricordano le acacie delle savane africane ma le montagne sullo sfondo riportano subito nella realtà di questi posti: a poco a poco sull'orizzonte affiorano le principali vette di tutto il gruppo del Batura, tutte cime oltre i 7000 m che culminano nei 7794 m del First Batura Peak.

     È ormai sera quando arriviamo a Yaspert, la nostra meta. Si tratta di uno splendido alpeggio un centinaio di metri sopra il ghiacciaio su cui sono sparse qua o là una ventina di malghe, ora disabitate perché pastori e yaks sono più a monte, all'ultimo accampamento lungo il ghiacciaio.

     Rossella è assolutamente cotta, praticamente non riesce a parlare e se ne sta distesa sul dormiben nel tentativo di" ricaricare le batterie". La sera attorno al fuoco i portatori inscenano una festa con canti e balli .

Gli "spedizionieri" (foto G. Carrieri)

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     Come stabilito la sera precedente, Ubertino e Domenico, accompagnati da Aslam, si dirigono sulla collinetta soprastante il campo. Nella parte bassa non viene trovato nulla di sensazionale, qualche condottino di poche decine di centimetri di diametro senz'aria. Più in alto, a quota 4360 m, a poche decine di metri dalla cresta sx, una fessura impraticabile e di origine tettonica ma con una debole corrente d'aria (soffiante!), rimette forza nelle gambe e ci si spinge fino 4440 metri, dove la "collina" si fa più erta e dove per proseguire ci vorrebbe una corda e qualche "stopper". In discesa "scopriamo" che i ghiaioni, che tanto fanno tribolare in salita, sono degli autentici campi da sci ed in men che non si dica, ci si ritrova al campo.

     "È presto e visto che abbiamo a disposizione la jeep, con la Cerina e relativo consorte, ci si muove su per la valle in direzione Chillinji, fin dove è possibile percorrerla con un'auto. Ci si ferma in uno spiazzo verdissimo in cui spicca una bianca e bassa costruzione imbandierata: la Bàbaghundi Ziàrat (1). Da questo punto della valle, noto che la "collinetta" che abbiamo visitato oggi, è la base di una cresta affilatissima che porta ad una vetta bianca di neve e che sulla carta scoprirò essere quotata 19321 Ft.".

     Gli altri componenti, Daniele, Massimilliano, Marco e Fof, partono a piedi con Frassino con l'obbiettivo di raggiungere i buchi visti dai milanesi (Bini ecc.) due anni prima.

     "Procediamo su sentiero molto facile costeggiando per tre ore il lato sx del ghiacciaio Kuk-ki-Jerab fino ad arrivare (quasi) alla località Wain (3900 m). Sul Iato opposto del ghiacciaio si presenta una parete di circa 400 m di altezza; col binocolo si possono osservare svariati buchi e buchetti disposti un po' su tutta la parete, sia vicino alla cima sia più in basso. Spiccano: un antro (stimato avere un diametro di circa m) con buone possibilità di continuare posizionata quasi a metà della parete ed un fessurone alla destra del primo e leggermente più alto, promettente pure questo. Tutti i buchi necessitano di calata dall'alto. Parlando con la guida, scopriamo che è possibile organizzare un campo avanzato vicino alle cime che vediamo (ulteriori 4 ore di marcia), ad una quota compresa tra 4500 -5000 m senza però ahimè avere acqua nelle immediate vicinanze, oppure piazzarne un altro un po' più in basso, con acqua ma distante dai buchi visti. Sulla via del ritorno abbiamo attraversato il ghiacciaio per poterci avvicinare maggiormente alla parete, ma anche con il binocolo non si intravedono altre possibilità. Quindi si intraprende la via del ritorno (lato dx) che Fof dissemina di Wyoming. Arriviamo al campo verso le 17 circa."

     Sabato 14 agosto. Ancora 1.5 ore di camminata ci separano da quella che sarà la nostra meta finale: in nostro "campo base" per le esplorazioni sul ghiacciaio.

     Partiamo al mattino (non esattamente all'alba) per muoverci praticamente in piano, ancora tra il versante e la morena laterale sinistra. Il campo è al centro di una grande conoide laterale formata da un torrente che scende da una valle perpendicolarmente al

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     (1) La costruzione di cui si fa cenno, attuale meta di pellegrinaggi, è circondata da leggende: una narra di un Santo, tale Babàghundi, che ivi normalmente viveva. Un giorno venne invitato ad una festa che si sarebbe dovuta tenere in un villaggio nei dintorni di Raminj; il santuomo si mise in cammino, ma ivi giuntovi scoperse amaramente di essere stato oggetto di beffa. Irato, colpì un maso con un pugno, e se ne andò. Tale masso, leggenda vuole, che rechi ancora la sua impronta, ed attualmente è custodito in una costruzione nei pressi del citato villaggio. L'altra leggenda è per la prima parte identica, ma vuole che il santo, giunto nel villaggio, venisse sfamato da una povera vecchia, mentre gente ben più gaudente lo considerasse uno straccione. Gran fu l'ira di Dio, che punì il villaggio dìstruggendolo con una frana, che guarda caso, risparmio solamente la casa della vecchina.

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ghiacciaio; alla sua estremità destra c'è un gruppo di baite, vuote come quelle di Yaspert: è Fatma Hil.

     Montate le tende si parte per la prima ricognizione: io e Ube verso il centro del ghiacciaio, Giovanni, Giacomo e Michele lungo il sentiero che porta agli alpeggi più alti. Luca, Alessandro e Rossella si fermano al campo.

     Il percorso di attraversamento della morena laterale verso il centro del ghiacciaio si rivela pieno di insidie e, soprattutto, su un terreno estremamente instabile. Comunque dopo un'oretta di questa "pietraia su ghiaccio" raggiungiamo un'esile striscia di ghiacciaio praticamente privo di ricoprimento morenico: al suo centro è percorsa da un discreto torrentello (circa 500 l/s attorno alle 2 di un assolato pomeriggio) che seguiamo verso valle nel suo meandreggiare tra i ghiacci. Dopo un paio d'ore finalmente la forra si fa più stretta approfondendosi di colpo ed inghiottendo in profondità il torrente che la ha formata. Il pozzo inghiottitoio è profondo almeno 50 m ed ha tutta l'aria di rappresentare la nostra meta per domani.

     Giovanni, Michele e Giacomino non hanno avuto minor fortuna: mezz'ora a monte del campo base si sono imbattuti in un torrente che dopo aver aperto un varco nella morena laterale si getta nel ghiacciaio per esserne inghiottito.

     Cominciamo bene.

     Partono Domenico, Max, Marco ed Aslam alla volta di Kil per vedere la risorgenza notata nel viaggio di andata. Poco prima di Kil, lasciata la strada carrozzabile, dopo aver attraversato un ponte "paura", si prosegue a piedi sulla sponda sx per circa 15 min. La zona della risorgenza è costellata di antri che si aprono nei sedimenti glacio-fluviali che qui raggiungono lo spessore di 15-20 metri. Quello con maggiore sviluppo raggiunge una profondità di circa 5 metri e tutti hanno un rigagnolo d'acqua che filtra attraverso la ghiaia. La risorgenza, dall'apparenza, non differisce molto dalle altre cavità: la differenza sta nella portata d'acqua stimata nell'ordine del metro cubo al secondo e che forma una bellissima polla. Lasciato quel po' di materiale che ottimisticamente ci si era portati con sé si raggiungono le basi delle pareti soprastanti, dove si constata per l'ennesima volta, l inutilità della fatica.

     Partono anche Daniele, Ubertino, Cerina e Francese, accompagnati da Frassino. Ci si muove anche qui con la jeep, perlomeno fino al villaggio di Spinje; dopodiché si risale a piedi il vallone omonimo (dx orog. della Chapursan); dapprima stretto ed incassato, dopo circa due ore di marcia, il vallone si apre su anfiteatro mozzafiato: sulla dx un arcobaleno di ghiaioni raggiungono le basi di paretine fatte a torri e guglie, che fanno da contrafforte ad un enorme triangolone di roccia rossa (dolomite) visibile fin dal fondovalle. Alla base di queste gugliette si notano disseminati qua e là buchi le cui dimensioni vengono stimate di un paio di metri. La valle è chiusa sul fondo da una maestosa parete di neve ghiaccio che parte da 5000 m e poi con muri quasi verticali sale per altri 1000. Sulla sinistra orografica una lente di ottimo calcare attira l'attenzione di Daniele, che raggiuntala, scopre un buco non visibile dal basso, ma che ahimè, risulta essere privo di aria ed inesorabilmente chiuso.

     Si rientra piuttosto presto e si discute il da farsi: si è tutti d'accordo che in basso non si trovano che buchi del cavolo, occorre salire più in alto, fuori dai ghiaioni. Daniele propone un campo alto nella zona vista oggigiorno; Marco e Massimilliano sono più propensi alla Kuk-ki-jerab, la zona vista il giorno avanti; ognuno dice la propria opinione ed alla fine, passa l'ultima proposta, logisticamente meno dispersiva. Non partirà tutto il campo, ma solo la metà dei componenti: MariaRosa, Daniele, Ubertino e Domenico, si avranno a disposizione 4 giorni e la maggior parte del materiale tecnico. I rimanenti

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sfrutteranno la jeep e con Aslam si dedicheranno a vedere gli altri valloni laterali della Chapursan. Vengono presi gli accordi per i portatori e stabilita l'ora di partenza.

     Domenica 15 agosto. Brutto tempo, pioviggina e fa freddo. Si parte comunque verso l'inghiottitoio trovato ieri a monte del campo base; una mezz'oretta lungo il sentiero e siamo davanti al torrente che scorre parallelo alla morena per un paio di Km verso monte. All'imbocco dell'inghiottitoio la portata è davvero notevole, almeno un paio di m³/s. Si arma sulla sinistra, saremo io e Giovanni ascendere, o almeno a provarci visto la quantità d'acqua che si infila qua dentro.

     Immediatamente dopo un saltino di 6 o 7 metri per proseguire è necessario traversare il torrente, operazione impossibile. Rinunciamo per tornare fuori e provare la traversata e la successiva discesa sulla destra: la zona è piuttosto pericolosa, passano le ore e nonostante il cattivo tempo la portata del torrente continua a salire, anche i blocchi parzialmente annegati nel ghiaccio perdono la loro precaria stabilità trasformandosi in piccole frane.

     Traversato quasi completamente il torrente è Giovanni ad inabissarsi tra acqua e ghiaccio fino all'estremità della corda. Continua ma l'acqua è decisamente troppa, torneremo domani all'alba, quando la portata è minore. Alessandro inizia la sua fervida attività di operatore filmando le operazioni.

     Pomeriggio al secondo inghiottitoio, quello trovato da me e Ube, solo Rossella resta al campo. La portata dell'acqua è minore rispetto a quanto visto questa mattina ma pur sempre di tutto rispetto: sono almeno 500 l/s che si gettano a capofitto nel pozzo. Scendono Ube, Luca e Giacomino, quest'ultimo con una bella microcamera attaccata al casco (Alessandro prosegue il suo lavoro). I tre scendono per una quarantina di metri piazzando un paio di cambi attacco, poi è necessario attraversare la cascata, operazione un po' troppo umida pertanto rimandata a tempi migliori.

     Frassino è arrivato accompagnato da 4 portatori e per fortuna è un po' in ritardo, cosi si può smontare il tendone e fare colazione senza troppa fretta. Il tempo è decisamente ostile, c'è vento, le nuvole sono basse basse e piovicchia, ma si parte come stabilito. Si segue il sentiero che costeggia prima il ghiacciaio Yashkùk e poi il Kuk-ki-jerab sul lato dx, dapprima sui blocchi morenici e poi con un lungo traversone, i caratteristici ghiaioni. In direzione della zona detta "Raut- Saar", si abbandona il sentiero e con una faticosa salita su ghiaia, ci si porta a quota 4020 m alla base delle pareti, dove un enorme nicchione ci richiama come una calamita. Raggiuntolo si constata la sua dimensione (oltre 10 metri di altezza) e provvisto di condottini scavati dall'acqua ma non percorribili dall'uomo. In uno di questi vengono ritrovati gli scheletri di un paio di stambecchi. Si prosegue per altre due ore di cammino, ora decisamente poco agevole e poi sosta condita da tea. Ci si ferma esattamente di fronte al primo canalone (a salire) del lato sx del ghiaccio Kuk-ki-jerab e da qui si può notare un bel buco ovoidale che si apre sulle pareti soprastanti. A vederlo dal di sotto sembra di "ottima fattura", ma i dubbi di poterlo raggiungere non sono pochi: col binocolo si intuisce la discontinuità delle frastagliatissime pareti, che sembrano formare una foresta di pinnacoli e guglie irraggiungibili. Con un'altra ora e mezza di pendio sempre più ripido, si raggiunge (quasi) la base della parete più alta della zona (200 metri) ed esattamente di fianco ad un ruscelletto che cola dalla parete stessa viene piazzato il campo (quota 4375 m). Non è il massimo: l'inclinazione media è 45° e per poter dormire vengono scavati dei terrapieni sotto un enorme pietrone, la copertura è assicurata da tendone utilizzato come un semplice foglio di nylon. Domani si cercherà di vedere il buco di cui sopra.

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Valanga staccata dalla zona sommitale del Batura Peak, 3500 m di discesa (foto G. Carrieri)

     Lunedì 16 agosto. Anche oggi il tempo non è un gran che: pioviggina comunque si parte: io, Alessandro, Michele, Luca e Giovanni all'inghiottitoio di monte nel tentativo di raggiungere il fondo; Ube e Giacomo sul ghiacciaio alla ricerca di altri inghiottitoi. Io e Michele riattrezziamo l'ingresso dell'inghiottitoio completando il tutto con un bel traverso sull'acqua armato su ghiaccio. Poi entrano Giovanni ed Alex. Si riprende l'interno, numerose sequenze piuttosto originali visto l'ambiente non esattamente usuale. Purtroppo dal punto di vista esplorativo la grotta non ci lascia molte speranze: L'acqua ci sbarra inesorabilmente la strada dopo un centinaio di metri.

     Ube e Giacomino hanno fatto un lungo giro sul ghiacciaio seguendo verso monte il torrente glaciale trovato ieri: praticamente meandreggia sul ghiaccio per oltre tre km; interessante anche la scoperta di un paio di pozzi e, soprattutto, di un secondo torrente glaciale che taglia la parte più centrale del ghiacciaio proprio dove i detriti morenici sono scomparsi: l'acqua scorre meandreggiando tra le pareti di ghiaccio e si getta nell'ennesimo inghiottitoio. Lavoro per domani.

     Nella notte è piovuto e nevicato, siamo mezzi fradici e la parete che si intendeva risalire gronda acqua da tutte le parti. Si ipotizza di raggiungerne perlomeno la base e, seguendola, di verificare se sia possibile arrivare al buco per altra via. Faccio per mettermi in cammino ma una scarica di pietre staccatesi da chissà quale punto della parete, mi

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passa a fianco come un treno, evita il campo e prosegue oltre la sua corsa. O.K. scherzavamo. Discutere con certi energumeni è poco salutare, meglio cambiare obbiettivi." Si smobilita in fretta il campo e, meta le pareti viste da Daniele e soci il giorno 13, ci si sposta con lunghi traversi su ghiaioni sempre piuttosto ripidi; dopo circa due ore si raggiunge una zona in cui è possibile piantare le tende: non sembra ci siano pericoli eccessivi per la caduta di pietre, c'è qualche po' di legna per il fuoco ma nelle vicinanze non c'è acqua: poiché le pareti da scendere sono proprio sotto di noi, per evitare ulteriori perdite di tempo i portatori si fanno carico dell'approvvigionamento d'acqua collettivo e viene deciso di installare il campo in questo ventosissimo posto (quota 4430 m, in direzione del secondo, a salire, canalone del lato sx del ghiacciaio).

     Nel pomeriggio Domenico e Daniele raggiungono il bordo della parete (20 min. dal campo) ed attrezzano una discesa di un centinaio di metri circa. Daniele è quello che arriva più in basso, ma non riconosce nulla di quanto ricorda aver visto nei giorni scorsi e poiché in ogni caso la parete dall'alto pare scendere compatta e senza buchi fin sul ghiacciaio (400 m più in basso), si ritorna con le orecchie basse al campo che è quasi notte. La Cerina se ne va per i fatti suoi a vedere la base delle pareti soprastanti e segnala due grossi buchi che si aprono a 50 metri dalla cresta (osservando col binocolo la cosa viene confermata). Ubertino con Saar-Frass raggiunge la sorgente d'acqua e poi prosegue verso un cavernone (visibile anche dal campo) che si apre su un vallone parallelo e circa 200 metri più in basso.

     Martedì 17 agosto. Ancora una volta sul ghiacciaio, solamente Alex resta al campo. Questa volta tocca a Luca scendere nell'inghiottitoio; una trentina di metri poi l'acqua ha ancora una volta ha la meglio. Parallelamente si attrezzano un P15 ed un P20. Nel pomeriggio è la volta di Giacomino: questa volta è un P40, troppa acqua, sempre troppa acqua. Ancora un P10 poi si torna al campo.

     Daniele s'è svegliato con il ginocchio sinistro grosso come un melone e quindi se ne starà buono buono. Ube e Domenico rivedono la calata attrezzata il giorno prima e filmano il tutto. La Cerina inizia invece ad armarne un'altra un centinaio di metri a sx (guardando la parete) della prima. Nel pomeriggio proseguono Ube e Domenico. A circa 150 metri dal bordo, con un lungo traverso su cengia viene raggiunto un enorme grottone (30 metri d'altezza) che ovviamente non porta da nessuna parte. Si filma anche qui e si disarma. Alla sera, nel tendone, si tirano le somme: le pareti viste e calate non lasciano speranze; si suppone, considerata la morfologia generale della zona, che anche i buchi più alti, non raggiunti per motivi di ordine pratico, non siano migliori, ma allo stato attuale delle cose non è possibile confermare che non varrebbe la pena il tentare di raggiungerli. Fatto sta che domani occorre smontare e partire per il campo base.

     Mercoledì 18 agosto. Programma alternativo per me e Giacomino: verso monte dove ci è stato segnalato un secondo torrente che proviene da una valle laterale e si infila nel ghiacciaio, tutti gli altri al centro del ghiacciaio per scendere altri pozzi e fare riprese video.

     Dopo quasi tre ore di marcia a passo deciso incrociamo il torrente segnalato: discreta portata ma molto meno del primo visto due giorni fa. Entro tra le solite pietre che cadono lungo la parete di ghiaccio. Anche qua dopo una cinquantina di metri l'acqua si perde inesorabilmente tra pietre e ghiaccio.

     Sulla via del ritorno ci fermiamo a Kukhil: villaggio fatto di una decina di malghe,

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questa volta abitato. Ci offrono una tazza di the e dello yogurt, la gente di montagna è cordiale ed ospitale in tutto il mondo.

     Come programmato ci si sveglia alle 6 ed alle 7.30 si parte. La discesa è piuttosto veloce anche se ogni tanto bisogna aspettarsi per evitare di tirare pietre in testa l'uno all'altro. Daniele segue un po' più a rilento a causa del ginocchio ancora gonfio. Non viene segnalato nulla di quanto non fosse già stato oggetto di attenzione durante Ì ascesa. Si arriva al campo verso le 13-13.30. I compari ci stanno aspettando e sono contenti di vederci, anzi sono soprattutto contenti di vedere il tendone che permetterà anche a loro di andare a dormire verso le 21 e non più alle 18.30 come hanno fatto nei quattro giorni precedenti. Si liquidano i portatori ed alla sera si festeggia con Sakè cinese.

     Giovedì 19 agosto. Tutti sul ghiacciaio. Scendiamo un paio di pozzi (50 e 55 m), il primo ha una simpatica sorpresa sul fondo: Giacomo e Michele trovano infatti una piccola condotta orizzontale. A me tocca il p55 con un gran bagno alla sua base.

     Alle 3 del pomeriggio siamo nuovamente al campo; lungo la strada del ritorno dal ghiaccio affiorano brandelli di vestiti, vecchie scatolette, un chiodo e qualche pezzo di un vecchio zaino: probabilmente i resti della spedizione tedesca al First Batura Peak (1957), finita sotto una valanga.

     Verso sera Giovanni sale sulla "collina" (è solamente un 4500 m) di fronte al campo per filmare e fotografare il ghiacciaio in tutta la sua grandezza.

L'obiettivo di vedere la parte alta della valle, anche se non ha dato i frutti sperati, è stato raggiunto; ora ci si sposterà più in basso, dove rimane da vedere meglio il vallone di Spinje. In un paio di viaggi uomini e materiali lasciano Yashkùk; il tragitto non è lungo, ma tra smontare, cercare un posto per le tende, contrattare l'affitto del terreno con i locali e rimontare il campo ci mangiamo comodamente mattinata e parte del pomeriggio. Quasi all'imbrunire Domenico, Marco ed Aslam, che della zona non avevano ancora visto nulla, fanno una capatina sulla collinetta sovrastante il villaggio e da qui possono osservare sia la Chapursan sia il vallone di Spinje. poiché i giorni che rimangono a disposizione (il 22 dobbiamo essere a Passu, come concordato) non sono che due, fare un altro campo alto in zona sembra dispersivo e quindi si decide di fare due puntate nel vallone, l'una per verificare quanto visto ma non raggiunto e portare in alto quel po' di materiale che può essere utile, l'altro per finire i lavori eventualmente non terminati e riportare a valle la roba.

     Venerdì 20 agosto. Giornata di trasferimento verso valle. All'alba caricati i 13 portatori, partiamo verso Yunz Bin. Il sole è davvero implacabile a queste quote, l'inevitabile risultato sarà l'ennesima scottatura alle orecchie...

     L'ultima parte della lunga tappa (8 ore) presenta una variante non esattamente voluta: io, Rossella e Giovanni perdiamo (come anche gli altri 5) il sentiero di attraversamento del ghiacciaio, il risultato è un continuo pellegrinaggio tra ghiaccio e detriti instabili con l'attraversamento di un torrente glaciale tutt'altro che divertente.

     Si parte in massa, Dome, Ube, Max, Fof, Marco, M.Rosa, Giorgio ed Aslam. Si risale il vallone di Spinje non sul fondo valle come precedentemente già fatto, ma seguendo a metà costa i pendii della dx orografica. Mangiato un breve spuntino in prossimità dell'acqua risorgiva, ci si divide: Dome, Marco e Max vedranno i buchi presenti alla base

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delle guglie che fanno da contrafforte al triangolone di roccia rossa, M.Rosa e marito si dedicheranno a quelli da qui non visibili, ma presenti sulla parete finale della valle e da loro stessi segnalati la volta precedente. Fof se ne ritornerà indietro per i fatti suoi perché "indisposto". Ubertino l'ha già preceduto. Max, Marco e Domenico raggiungono facilmente un paio di buchi e constatata la loro natura (nicchioni) si dedicano a raggiungere un terzo. Ci impiegano 2 ore a superare un po' in libera ed un po' in artificiale una trentina di metri (4 spit). Il buco, in parte occluso da ghiaccio, non porta da nessuna parte. Sull'altro versante M.Rosa e Giorgio riportano risultati pressoché analoghi. Si rientra al campo col buio.

     Sabato 21 agosto. Io e Giacomino saliamo lungo il versante della lunga cresta che forma il Batura Wall, la nostra meta non è particolarmente ambiziosa: vogliamo arrivare attorno ai 4000 m di quota per fotografare sia il Batura che il Passu Glacier. Il resto del gruppo è impegnato sul ghiacciaio per riprese ed esplorazioni di alcune condotte orizzontali trovate ieri. Alla sera mi cimento nel tentativo di imitazione degli usi locali e preparo un "ottimo" chapati (il pane di queste parti).

     Tira aria di svacco. Il morale, comprensibilmente, non è alle stelle. Ubertino s'è ripreso e si dedica al cinema: tira fuori tutto quanto può essere definito materiale cinefotografico ed accompagnato da altri tre redattori del "Papersera" gira per il paese filmando e fotografando usi e costumi dei locali. Daniele e Domenico decidono per un ultimo giro nel vallone. Invece di rifare la strada percorsa il giorno precedente, tagliano per la linea di massima pendenza e raggiungono a quota 5000 la spalla dell'enorme triangolo di pietra rossa già menzionata in precedenza. Il giro si conclude trovando un 'portale" poco distante dai buchi visitati il giorno precedente. Alla sera si è invitati a cena nella casa di Serafino.

     Domenica 22 agosto. Si scende verso Passu, ma la nostra meta non è il piccolo paese; prima di raggiungerlo vogliamo dare un'occhiata alla bocca fossile del ghiacciaio esplorata soltanto parzialmente durante l'avvicinamento al campo base.

     La bocca fossile si rivela una bellissima sorpresa: è una vera e propria grotta glaciale, un freatico che si sviluppa su due livelli per 300 m di sviluppo. Le dimensioni sono davvero stupefacenti: 8, 10 metri di diametro con pseudo scallops di almeno un metro. È un traforo che, partendo dall'estremità della morena frontale, sbuca in mezzo ai detriti più a monte.

     Giacomo, Ube ed io ci occupiamo del rilievo mentre Alex, Giovanni e Michele si dedicano alla documentazione (foto e film). Dopo un paio d'ore abbiamo concluso il tutto e, "buttato un occhio" alla bocca attiva, scendiamo a Passu dove è previsto di incontrarci con il gruppo andato in Chapursan Valley.

     Nel pomeriggio siamo tutti all'albergo: gruppo Batura e Chapursan, per ultimo Luca che, avendo scelto di salire in cresta e scendere per la via del Passu Glacier, ha ritardato di qualche ora il suo arrivo.

     Si sbaracca! Bisogna ritornare a Passu. Alle 9.05 si parte a bordo di due jeeps, di cui una alle 9.10 si pianta in un muro a secco che fiancheggia la strada. Nulla di grave, il tempo di abbattere il muretto (!) e si riparte. A momenti più grave, invece il tentativo di uscire di strada dell'altra jeep: pochi chilometri prima della strada asfaltata, in una curva, affrontata un po' troppo velocemente, una ruota finisce fuori della carreggiata, qui non

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Esplorando il ghiacciaio Batura (foto G. Carrieri)

costeggiata da muretti a secco ma dal Chapursan River (50 metri più in basso!). Tappa culinaria a Sost e poi Passu.

     "Ci si rincontra con gli altri, i Baturiani: abbracci, prime smozzicate storie intercalate le une alle altre nel solito grande piacevolissimo casino. Doccia! Gelata ed in un fetido buco chiamato bagno, ma doccia. Era ora! Ed ora ci si divide la roba ed ora mescoliamo le squadre ed ora le dividiamo ed ora si mangia. "

     Così ci si organizza: Daniele, Giorgio, Michele ed Alessandro sono quelli che devono rientrare prima; fino a Gilgit proseguiranno con GianPiero, Rossella, Max, Zampa, Giovanni; qui i primi continueranno per Islamabad, gli altri per la Karambar Valley per un rapidissimo sopralluogo e poi in Chitral. I rimanenti non citati rimarranno in zona e percorreranno la Shimshal Valley con un trekking di 5 giorni. Appuntamento a Rawalpindi per il 31 agosto.

     Lunedì 23 agosto. Nove di noi più due delle tre guide (solamente Alì è in Shimshal), tutti su un pulmino diretto ad Aliabad (1000 Rs). Ci sono scontri tra sciiti e sunniti a Gilgit, ogni Pakistano che ne può fare ameno evita di andarci; dopo un po' di contrattazione convinciamo l'autista a proseguire (altre 1300 Rs).

     Alle porte di Gilgit i militari ci bloccano per oltre tre ore, poi finalmente assieme ad altre auto (pochi turisti), ci scortano fino all'albergo.

     Baci e strette di mano per chi parte e non rivedremo più fino in Italia. Per gli altri il solito

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arrabattarsi, prendere, lasciare, stipare, contrattare con guide e portatori, cercare pullman ecc. ecc. poi finalmente si parte: a bordo di un pick-up vengono stipate 17 persone e relativi bagagli, percorsi 15 chilometri ( di cui la metà di sterrato e di paura) e raggiunta la località detta Jur-Jur. Qui si molla il mezzo meccanico e si prosegue a piedi fino a Dutt, raggiunto con una comoda ma calda camminata di circa 2 ore.

     Bisogna dire che son rimasto stupito: poiché sulle cartine più grossolane del Pakistan (quelle dove vengono segnate le strade principali) compare già questo nome, mi aspettavo un villaggetto, un po' di gente di cui ti chiedi come fa a vivere ed invece no. La "rinomata" Dutt è una "gi des tape" composta da due baracche in pietra, disabitate e la disposizione per i viandanti, di locali non un cane e visto il posto, scelta più che ragionata: a circa 3000 metri, in piena notte si raggiungono i 29°C, non c'è un filo d'erba e l'unica acqua potabile (forse) della zona è una stagnante pozza che si forma ai piedi di una morena, il vento (poco più di una brezza) riesce a staccare frane che percorrono canaloni per 2000 metri di dislivello e ... bè, mi sembra che basti!

     Martedì 24 agosto. Salutiamo i nostri 4 amici diretti verso Rawalpindi (Alex, Daniele, Michele e Giorgio), li attende un viaggio a rischio, visto che i disordini tra Musulmani hanno interessato anche i villaggi più a Sud. Noi completiamo la ricerca delle jeep per il Chitral via Karambar Valley e verso le 11 partiamo.

     Pranziamo lungo la strada poco prima della deviazione per la Karambar V. Il primo impatto è abbastanza forte: si tratta di un ponte sospeso da attraversare in auto... Alla rest house di Imit la cena è rappresentata dal piatto locale: riso alla merda. Una vera delizia del palato.

     Sveglia alle 5, colazione e via. Il sentiero che percorriamo è stupendo ed un po' costeggiando il fiume un po' abbarbicati alle ripide gole della valle, alle 11.30 siamo a Ziàrat dove sostiamo per circa un paio di ore: gli altri mangiano, io mi imbottisco di medicine per un improvviso e spiacevole attacco di mal-di-pancia-coi-fiocchi. Il pomeriggio si cammina praticamente sempre in riva al fiume, fatto salvo un breve tratto in salita (circa tre-quattro chilometri prima del ghiacciaio Malanguti) che porta all'omonimo posto tappa (una (1) casupola!). Alì, la guida, ci segnala una sorgente d'acqua calda posta sull'altra riva del fiume e che cercheremo di raggiungere al ritorno.

     Mercoledì 25 agosto. Da Imit risaliamo la valle fin quasi al Karambar Glacier: siamo allineati al Batura Glacier, dove questo finisce ha inizio il Karambar. Poco prima del ghiacciaio la strada deve attraversare un torrente in piena. Stop, fine del viaggio. Percorriamo un paio d'ore a piedi fino ai piedi della morena frontale. Lo scopo è quello di verificare l'esistenza di grotte ma da queste parti non c'è neppure l'ombra di calcare. Dietro front e via, verso il Chitral.

     Partenza verso le 7.40. Il primo tratto lo si percorre attraversando il ghiacciaio Malanguti nel senso della sua larghezza (mezzo chilometro). Per quel po' che abbiamo modo di vedere, si può intuire che anche su questo ghiacciaio le possibilità di trovare caverne carsificate non è poi così remota ... ma non abbiamo con noi attrezzatura specifica ed anche il piccolo condottino che troviamo non può che essere seguito per una decina di metri e poi lasciato al suo destino! Il sentiero si porta poi con una ripida salita sulla morena dx, la costeggia per mezzo chilometro per poi abbandonarla e con un lungo traversone, raggiungere di nuovo la valle scavata dallo Shimshal. Di nuovo in piano, sulla

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riva sx, scorgiamo una ridente oasi (non è un miraggio) ed ivi diretti, abbiamo modo di conoscere l'ospitalità degli abitanti: albicocche, milk-tea e chapati come piovesse! Altre due ore seguendo il greto del fiume e poi finalmente Shimshal! Il villaggio (3000 m s.l.m.) è situato su un terrazzo posto sulla riva sinistra del fiume a circa 30-50 metri sopra di esso. Non esistono né strade né vicoli: per transitare da una casa all'altra si percorrono i bordi dei vari canali di irrigazione che consentono agli abitanti di coltivare la terra a frumento, orzo, patate o piselli. Qui il tempo sembra decisamente essersi fermato: abbiamo il piacere di vedere vivere un'intera comunità di persone secondo regole assolutamente naturali, dove il ritmo è scandito dal mutare delle stagioni, dove non esistono mezzi meccanici e tutto ciò che si vede a livello di manufatti è ricavato da materie prime trovate sul posto ( o trasportate a dorso di yak da zone poste a monte del villaggio) e sobriamente lavorate con utensili simili a quelli che abbiamo visto nelle soffitte dei nostri nonni, dove prospera una comunità di 1468 persone la cui vita media si aggira sugli 85 anni (in passato era ancora più elevata e non poche erano le persone che potevano vantarne 110!), dove i cereali raccolti vengono "trebbiati" dagli animali, dove, per lo meno in questa stagione dell'anno, bambini e vecchi rimasti al villaggio (la maggior parte degli abitanti ora è al seguito degli armenti sui pascoli "montani" trascorrono il tempo scacciando gli uccelli dalle semine o battendo le mani, o schioccando con notevole abilità le frombole in passato usate come arma da guerra, dove vedi tranquillamente passeggiare il tizio che fila a mano la sua matassa di lana!

     Le case sono tutte ad un piano, costituite da un unico grande ambiente a cui si accede da un'unica porta; il più delle volte esiste una sola apertura (sul tetto, piatto, da cui esce il fumo), la zona "cucina" è al centro, in corrispondenza della suddetta; ai bordi di questa, leggermente più sopraelevate, le aree adibite a "stanza da letto" ; il pavimento solitamente è cosparso di tappeti tessuti con peli di yak o di lana; a volte sulle pareti, per un'altezza di circa 1 metro e mezzo, sono fissati teli ornamentali o tappeti di più pregevole fattura, che danno un ulteriore tocco di calore all'ambiente.

     Sul tardo pomeriggio compriamo una capra, che una volta cucinata dall'abile Fof, costituirà un lauto banchetto sia per noi che per i portatori che ci hanno accompagnati.

     Giovedì 26 agosto. Dopo aver dormito a Gupis, si riparte. Il viaggio in Jeep è lunghissimo.

     L'ospitalità degli abitanti non smette di stupirci: (già dimenticavo di dire che abbiamo dormito nella casa di Alì) subito dopo la sveglia Karim, il portatore più giovane del nostro gruppo, ci invita a consumare la colazione in casa sua. Impossibile rifiutare, quindi accettiamo; la sua donna ha preparato un piatto di chapati molto speciale: dopo aver ricoperto le fette di yogurt le ha cosparse di burro fritto e poi latte e tea. Ho come la sensazione che non mangino questa colazione tutti i giorni e ciò, unito al fatto che i padroni di casa non tocchino cibo fin tanto che noi ospiti non siamo sazi, ci procura un tantino di imbarazzo... Il primo tentativo di partire per far ritorno a Sost, si arena al primo albero di albicocche di proprietà di un altro portatore, che, vuoi forse offendere, ci "obbliga" ad una sosta di un quarto d'ora per consentirci di gustare anche i suoi succosi frutti.

     Ripercorriamo la strada fatta all'andata fino al Malanguti Glacier, dopodiché accompagnati da Alì Karim ed un altro portatore, ci dirigiamo alla sorgente d'acqua calda che la guida già ci segnalò all'andata. Gli altri porters faranno la strada più rapida e ci aspetteranno più a valle. Costeggiamo il ghiacciaio sul lato destro e giunti sul fronte

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terminale attraversiamo il fiume che da esso si forma e che va ad ingrossare il Shimshal River, su un esile ponticello che ci conduce sulla destra orografica della valle. La sorgente si trova a 20 minuti dal ponte ad una quota di 3065 m e come possiamo constatare è proprio calda (21°C misurati) mentre un torrente poco distante raggiunge sì e no i 5! Girovagando nella zona, scopriamo anche la risorgenza fossile della stessa acqua; un reticolo di circa 50 metri di condotte che rileviamo e che inequivocabilmente ci dice che le grotte esistono anche in Pakistan!

     Facciamo il bagno nelle acque termali di un'altra risorgenza poco distante ed egualmente calda e ci avviamo all'appuntamento con gli altri portatori. Qui giunti, una simpatica novità ci fa soffermare a scattare foto a ripetizione: per attraversare il fiume, non esiste ponte, ma solo un cavo d'acciaio, vincolato all'una ed all'altra riva dal semplice peso di blocchi di pietra su di esso accatastati! Facilitati dagli imbraghi e dall'uso di una carrucolina in un batter d'occhio siamo sulla riva sx. Di qui a Sost non ci saranno più varianti rispetto il percorso di andata: scambieremo solamente i posti tappa e perciò pernotteremo a Ziarrat, mentre salteremo, come abbiamo fatto oggi per Malanguti, la prima tappa (Dutt), in modo da essere a Sost domani stesso.

     Venerdì 27 agosto. Invece di montare le tende, vista la temperatura ed il tempo decisamente stabile, abbiamo optato per dormire fuori, scelta azzeccata e che come ultima notte in montagna non poteva mancare. La sveglia è per le 5, ma solo per 6.40 tutta la truppa è pronta a muovere. Il caldo non si fa attendere, ma data la natura del terreno e le profonde gole in cui stiamo per entrare, il sole ci disturba pochissimo, almeno fino a Dutt, raggiunto verso le 11.15 e dove consumeremo le ultime provviste. A Jur-Jur ci aspetta la jeep ed a Passu una doccia e una buona cena, al termine della quale il buon Alì ci offre un elisir a base di Ginseng.

     Sabato 28 agosto. La partenza da Passu avviene in modo rapido ma non indolore: come tutte le volte che si lascia un luogo di cui non si sa se e quando si rivedrà, "a ciapa la malincunia". L'autista, il cui nome suona come "Sir Bus", è un bravo diavolo, offre sigarette, scherza e guida come tutti gli altri pakistani, cioè è un pazzo! Ci si ferma ogni tanto ad acquistare un po' di frutta che viene divorata strada facendo. Gilgit viene passata senza problemi, ma i controlli della polizia e dei militari nella zona sono capillari. Subito fuori Gilgit si fora una gomma; dove ci si ferma per farla riparare (in realtà verrà scambiata con un'altra di fattura simile ma funzionante...) facciamo uno spuntino a base di chapati, peperoncini piccantissimi, cipolle e bibita analcolica. Il pomeriggio passa tra frizzi e lazzi nonostante la temperatura esterna al pulmino si aggiri attorno ai 45°C! Alla sera esausti, "alberghiamo" in una lussuosa stamberga di 36esima categoria di un postaccio che risponde al nome di Besham.

     Domenica 29 agosto. Ultimi acquisti e via dall'immondezzaio che ci ha ospitato: quale differenza dai meno ricchi, ma sicuramente più ospitali e puliti valligiani della Hunza ed in particolare della Shimshal! Tutti se ne rendono conto e forse presi da questi pensieri, forse semplicemente spossati dal viaggio che sembra non avere mai fine, ci si avvia verso Rawalpindi stanchi e mogi ...

     ...Verso le 15.20 si approda all'Holiday Hotel dove ci si reinpossessa delle cose ivi lasciate e dove troviamo acqua calda e camere confortevoli.

     Giorni successivi. I compari che aspettavamo, come convenuto, arrivano il 31

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agosto. I giorni che precedono la partenza vengono consumati in Rawalpindi girovagando tra i vari bazar della città facendo gli ultimi acquisti. Giovedì 2 settembre si parte dall'aeroporto.

     L'eccezionalità del ghiacciaio del Batura dal punto di vista speleologico è assai particolare. Non sta nelle sue dimensioni, ridotte in confronto a quelle dei ghiacciai patagonici o del vicino Biafo, nè nel numero delle cavità, molto inferiore a quello di quest'ultimo.

     Il ghiacciaio del Batura è straordinario perché sembra un riassunto della carsificazione glaciale.

     La bocca, innanzi tutto. Di norma la bocca d'uscita dai ghiacciai è invisibile, l'acqua in genere sgorga dalla morena del fronte glaciale: lì invece l'enorme polla è ben identificabile, a contatto con il ghiaccio.

     Poi le bocche fossili: è noto che le bocche sul fronte dei ghiacciai in genere sono buchi poco sviluppati, collassati dallo scorrimento plastico del ghiaccio. Nel Batura no: la lingua finale è tanto sottile e lo scorrimento antico (un antico di anni o decenni, credo) così epidermico che quando è stato abbandonato, probabilmente per l'arretramento complessivo del fronte, ha lasciato delle gallerie che sono ancora stabili: e che gallerie, condotte forzate di una decina di metri di diametro!

     Anche la zona di assorbimento è bella. Intanto è divertente il fatto che l'assorbimento non sembri essere diffuso come sul Biafo, dove si incontra un inghiottitoio ogni circa 500 m: in Batura gli assorbimenti della zona centrale appaiono essere concentrati in una zona relativamente ristretta, che assorbe torrenti formatisi chilometri a monte.

     Formidabili anche le forme superficiali, per lo stesso motivo: grandi dune di ghiaccio, belle vallette interminabili, una orografia nel complesso disordinata.

     Poi c'è la straordinarietà dell'assorbimento laterale. In una vallata laterale si forma un torrente di grosse dimensioni (abbiamo misurato una portata di 2mc/s) che scorre per una decina di chilometri a lato del ghiacciaio e poi gli si ficca dentro al contatto fra roccia e ghiaccio. È acqua resa relativamente calda dallo scorrimento al sole (a fine giornata abbiamo misurato 7°C) e dunque ha delle capacità di scavo enormi: quella portata a quella temperatura liquefà quasi 200 kg di ghiaccio ogni secondo; con le riduzioni di portata e di temperatura della notte possiamo valutare che venga asportato un volume di molte migliaia di metri cubi di ghiaccio al giorno!

     Da dove? Chissà.

     Ahinoi, in quella grotta non siamo riusciti a raggiungere quella che doveva essere la zona critica, intorno ai 100-150 m di profondità. A quella quota la plasticità del ghiaccio diventa dominante e forse riesce a "impermeabilizzare" il ghiaccio più in profondità. È possibile che, in tal caso, l'acqua preferisca procedere per vie orizzontali entrando nel nucleo del ghiacciaio. Chissà. Dal punto di vista glaciologico quel buco è di enorme interesse perché permette di chiarire molti punti oscuri delle "grandi" profondità glaciali, ma l'inadeguatezza dei materiali e la stagione troppo precoce ci hanno impedito, per ora, di saperne di più.

 

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Qui Radio Tirana


Giovanni Badino

     "Qui radio Tirana... i revisionisti... il faro del socialismo in Europa, compagno Enver Hoxa..." gracchiava la radio dopo che, all'ora giusta, mio fratello maggiore l'aveva sintonizzata. Erano gli anni '60, e quello era un gioco: ci divertivamo a sentire quelle frasi che ci parevano buffe ed assurde; avevano un'aria molto esotica. È stato così che la coscienza dell'esistenza di un territorio che si chiamava Albania mi si è fatta strada in testa. Più da grande, ne avevo capito la posizione politica e preso coscienza dell'inaccessibilità che la rendeva un po' favolosa per chi ne era fuori.

     L'Albania mi aveva riattraversato la strada in Brasile: per quanto possa sembrare incredibile ciò che si sapeva del regime albanese lo aveva reso appetibile a una parte della popolazione. Anche in Brasile, come ovunque, la sinistra è una costellazione di partitelli occupati a litigare fra loro su cose incomprensibili per conservare una propria superba autonomia e originalità, forti del fatto che tanto al governo non ci andranno mai. Una di queste frazioni, il Partido Comunista do Brasil (nemico giurato del PC Brasileiro) era (è?) albanese. Addestrava i suoi quadri a Tirana e teorizzava una albanesizzazione del Brasile. Nell'86 raccoglieva quasi 1'1% dei voti: non era poco, erano una milionata di votanti che venivano assiduamente derisi ("economia basata sulle capre") dai loro avversari. Ma là, insomma, l'Albania esisteva.

     Qui no.

     Anche dal punto di vista speleologico sembrava non esistere gran ché. L'unico che me ne aveva parlato era Burri, che riteneva di poterci fare una spedizione.

     Poi, il patatrac; la finzione è caduta e prima di precipitare nel Quarto Mondo gli albanesi hanno deciso di rivendicare la loro "europeità", caratteristica tanto labile da essere a buon diritto rivendicabile da molte popolazioni fra Edimburgo e Nishapur.

     L'apertura all'esterno è stata piuttosto sbracata, ma ha mostrato una gente poverissima e in gamba, reduce da un tentativo pazzesco fallito in modo eroico. Nell'incubo hanno fatto un sacco di cose dignitosissime: soprattutto sono passati in quarant'anni da popolo remoto, incolto e montano (le prime basi dell'attuale trascrizione della lingua albanese sono del 1908) ad una situazione in cui sono coscienti di ciò che sono e in quale stato; una popolazione in genere molto scolarizzata.

     La chiusura dell'esperimento è di un paio d'anni fa. Sembra sia stato un periodo infernale di fabbriche sgangherate che chiudevano una dopo l'altra, di agricoltura che rallentava sino a fermarsi: fuori casa veniva saccheggiato e distrutto tutto ciò che era proprietà comune, in casa c'era il bombardamento delle televisioni italiane, gli ultimi fuochi del CAF. Dev'essere stata davvero dura.

     Ora sono stralunati. Hanno le idee estremamente poco chiare sul mondo occidentale, del quale stanno (evidentemente) assorbendo dalla televisione le cose più cretine (successo = soldi = macchinone = TV via satellite etc).

     Come in tutto l'Est il lavoro di gran lunga meglio pagato è quello della fornitura di servizi a quelli che, per un incidente del destino, sono nati nei paesi occidentali: guidarli in montagna, vender loro oggettini curiosi, divertirli in ogni modo (il top è sposarli).

     Da qui la frenesia con la quale i montagnisti dell'Est invitano i colleghi dell'Ovest a

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partecipare ad ogni sorta di spedizioni congiunte speleologiche od alpinistiche. Lo scopo primario è sempre quello di guadagnare anni di salario medio in pochi giorni (e in genere ci riescono). In cambio viene offerto di tutto: ci sono i truffatori incompetenti che ti attirano in posti-bidone che loro non conoscono, ci sono i "gelosi" che ti chiamano a collaborare in esplorazioni di zone che loro dicono "vergini" ma che sono straviste da decenni e che essi vendono anno dopo anno a spedizioni di sempre nuovi paesi, ci sono esploratori seri che davvero vogliono continuare a esplorare zone che per loro sono divenute inaccessibili ma dove, grazie ai soldi che portiamo, possono tornare; ci sono poi quelli che, per guadagnare qualche dollaro, ti invitano in posti che loro pensano moderatamente interessanti per motivi che neppure capiscono bene e che in realtà sono fantastici. Insomma verso Oriente c'è di tutto, un mucchio di gente e storie interessanti.

     L'Albania ne è un riassunto: piena di calcare e di problemi, facile da raggiungere, ospitale, non cara. Con un lavoro regolare potremo trarne grandi soddisfazioni non foss'altro che per imparare a fare campagne esplorative coerenti in un posto "lontano".

     D'altra parte siamo in molti a credere che sia bello renderne difficile il "saccheggio" fatto da chi ritiene che la speleologia inizi e finisca in una sequenza di corde e che tutti i locali (albanesi, piemontesi, liguri, russi, brasiliani, napoletani etc) siano solo delle bestie.

     Ecco dunque che abbiamo organizzato una gita per incontrare gli speleo locali e coordinarci con loro. Il gruppo era informale ma c'erano rappresentati SSI, CNSAS, CAI, FSPugliese (Palmisano, Ardito, Germani, Onorato e chi scrive).

     Vi abbiamo incontrato rappresentanti della speleologia albanese. Siamo onesti: per ora essa non esiste; quel che c'è è una infrastruttura potenziale che, col tempo, diverrà una base di sviluppo della futura speleologia. Per ora essi dichiarano d'essere centinaia ma credo che pochissimi fra loro siano mai stati in una grotta, né hanno idee chiare su cosa questo significhi.

     Ti faccio un esempio. Abbiamo fatto una proiezione con chiacchierata: in essa io ho ripreso una mia vecchia idea che avevo fortemente propagandato in Brasile e cioè che solo chi vive vicino ad un ingresso può davvero esplorare quello che c'è oltre; gli altri possono fare la massima profondità e poi affrettarsi verso casa. Per appoggiare questa tesi ho mostrato il grafico degli sviluppi spaziali di PB e del Fighiera-Corchia nel tempo, dai pochi chilometri del '70 agli attuali. Il lavoro è infinito, dicevo, anche in Albania: è importante iniziare bene. Pericli, il loro capo, mi ha poi chiesto incredulo: "ma con questo tu vuoi dire che in Italia c'è ancora da esplorare?". Capito che aria tira ? Sono stati davvero gentilissimi. Ci hanno accompagnato su montagne nei dintorni di Tirana (Mali Me Gropa) e poi nel Nord. Pochi giorni di visita affrettata, ma piacevolissimi in mezzo a gente ospitale e che è di enorme interesse soprattutto per chi si interessa di cultura montana.

     Alla fine, come detto, proiezioni e chiacchierate e impegno da parte nostra di collaborare con corsi di speleologia e di soccorso: insieme cercheremo di fare in modo che chi va in Albania esplori cose succulente, pubblichi, non saccheggi, abbia supporti locali: e non venga depredato.

     Funzionerà? Mah, non credo ci sia da aspettarsi che tutto funzioni al 100% ma se già funzionerà all'80% avremo fatto un gran servizio a noi, a loro e a questa strana attività che ci sembra così importante.

 

 

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Nebbia '93

E Casola fa rima con favola


Stefano Olivucci

Comitato organizzatore di Nebbia '93

     Sinceramente non è semplice per me raccontare che cosa è stato Nebbia '93. Forse è perché sono ancora ubriaco di gente, di facce e di colori. Sarebbe più facile e piacevole leggere le impressioni e le eventuali critiche di chi ha vissuto questi tre giorni di feste, parole, immagini e spunti su tutto ciò che è speleologia. Servirebbe, se non altro, per potersi migliorare.

     Ciò che posso certamente dire è che questa manifestazione ha segnato un passo nella speleologia in Italia e in diversi sensi. Innanzitutto nel modo di stare assieme, vera essenza. Niente di particolarmente eccezionale, semplicemente si è creata l'atmosfera giusta che ha coinvolto tutto e tutti trasformando Casola Valsenio in una sorta di campo in cui scoprire e scoprirsi nella nebbia di eventi e realtà speleologiche presenti. Passare il tempo libero ad osservare le vostre facce, in teatro, in mensa, allo speleobar e poi ai banchi di nebbia, e vederle serene, ubriache sì ma di fresca e spontanea voglia di stare insieme è stata la più grande soddisfazione di noi "scemi (ed incoscenti) del villaggio". Significativo è che chi è venuto a Nebbia non sapeva, perché non lo abbiamo informato, che cosa trovava. È venuto perché voleva esserci. Davvero un qualche incontro nazionale deve fare parte della vita della speleologia italiana. Lo dimostra anche come questa si sia autocoinvolta proponendo iniziative, proiezioni, mostre e quant'altro. Noi non abbiamo fatto altro che inserirle in un qualche spazio della bozza di programma, a detta di alcuni anche troppo denso di eventi spesso contemporanei. Ditemi voi però come si poteva dire no quando ci si accorgeva che le proposte giungevano spontanee, dai gruppi o dai singoli.

     L'esperimento, chiamiamolo così, di un palinsesto (!) che ognuno si costruiva vivendo a Speleopolis è, a nostro parere, pienamente riuscito. Ovvio, disponendo di più giorni sarebbe stato tutto più tranquillo, ma chi riusciva a non farsi prendere da una macchina apparentemente stritola minuti e a fare le proprie scelte, si è sentito protagonista di se stesso, perché aveva mille possibilità. Anche di non fare nulla.

     Anche l'esperimento, più sottile, di inserire eventi tra loro apparentemente in forte contrasto o in contrasto con una manifestazione sostanzialmente di festa ha dato ottimi frutti. Pensate alla vita da SpeleoBar e ai seguitissimi Banchi di Nebbia, spunti di argomenti a carattere scientifico-naturalistico oppure al Simposio sui parchi carsici in regione, o il dibattito (post Gran Pampel) su Comunicare la speleologia.

     C'è da riflettere su come organizzare in futuro i vari Congressi: sono convinto che si può, anzi si deve, trovare una formula per coinvolgere anche il volgo speleologico, che poi volgo non è, e lo ha dimostrato proprio a Nebbia, anzi a Casola, seguendo attentamente tutte le manifestazioni e lasciando il paese (1250 e passa persone il cui stato alle ore tarde è immaginabile) pressoché intonso. Il lunedì pomeriggio nemmeno un pezzo di carta sulle strade del e nei campeggi, lasciando i paesani impressionati, perché sulla esperienza dei mercatini serali delle erbe erano preparati al peggio.

     E proprio il rapporto che c'è stato fra Nebbia e Casola, è l'aspetto più significativo. Il

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Paese si è sentito non solo partecipe, ma pienamente coinvolto, attraverso l'Amministrazione, le Associazioni del paese, le Scuole e la Gente. Le parole del Sindaco nei saluti finali sono ancora nel cuore di tutti, e non erano parole retoriche, ma rispecchiavano ciò che la gente, non solo di Casola, si è trovata a vivere in quei giorni: una favola. Fa piacere che nei bar ancora se ne parli e tutti ci chiedano quando sarà che gli speleologi tornano. Questo, da un lato ci sprona a ritentare un'avventura (Casola '95?), ma soprattutto deve spronare altri gruppi e altri speleo a lanciarsi nell'organizzazione di incontri nazionali, e non perché anche noi vogliamo divertirci da qualche altra parte, ma semplicemente perché è possibile e doveroso. Come è capitato a noi (ringraziamo ancora), troveranno aiuto e collaborazione da parte di tutti coloro che si sentono parte della grande famiglia.

     Del resto noi siamo partiti da zero, senza grossi finanziamenti, con tanta volontà e qualche buona idea. Cercando collaborazione da parte di tutti e di tutte le Associazioni nazionali, restando il più possibile al di sopra e al di fuori delle parti per ciò che riguarda i ben noti spelocasininazionali, di cui anche su questa rivista si è scritto un po', che non ci riguardano, non ci interessano e non sono speleologia.

 

 

 

 

Via sia profonda la Terra

          E qualcuno scompaia


Massimo Goldoni

Comitato Organizzatoredi nebbia '93

 

"coloro che scorgono brutti significati nelle

cose belle sono corrotti senza essere

interessati. Questo è un difetto"

dalla prefazione al "Ritratto di Dorian Gray"

Oscar Wilde

     Nebbia '93 ha tracciato uno spartiacque netto, probabilmente definitivo. Partiti con deliberato ecumenismo ("di e per tutta la speleologia") ci si è ritrovati con uno spezzone mancante e, sempre deliberatamente, assente. Ora la ragione è finalmente chiara. Il mondo della speleologia ha per anni prodotto mezze (occhio all'accento) persone, figure che potevano esistere solo all'interno di un vuoto ed un potere dato. Lo scienziato, il gregario, il responsabile, il vice. Nebbia '93 ha centrifugato tutto.

     Chi si faceva tirare, o tirava, torte in faccia, il giorno dopo si ritrovava a discutere di cose pesantissime, i giullari parlavano di esplorazioni profonde e gli scemi del villaggio progettavano il futuro di Casola (speleologico, s'intende). Ognuno ha contribuito nella misura di esperienza e attitudini, in modo laico e senza proporre definitive verità. Non ci sono stati premi, gare, attrazioni. Ci si è scambiato molto. Nel comitato lo avevamo detto: "staremo bene se saremo stati bene". Non diciamo, infatti, che ci siamo fatti il culo, non vanteremo chissà quali sforzi. L'unica tristezza, relativa, è il persistere dell'immarcescibile razza degli idioti e dei gattopardi, dei cinghiali che feriti attaccano rabbiosi. La razza di quelli che hanno bisogno di ruoli e di prefissi e privati di quelli, semplicemente scompaiono.

     Noi non siamo e non vogliamo essere organizzatori di professione, non vogliamo

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essere qualcosa che vive per riprodursi. Possiamo devolvere quasi tutto il risultato economico in un atto di solidarietà e non pentirci, sapendo che molti sono come noi.

     A Casola '95, in un lungo ponte dedicato alle speleologie (plurale, sì, plurale) inviteremo tutti dall'Italia e, quanti vorranno, da altre Nazioni. E anche stavolta incontreremo squaletti e sopracciò, lacché e aspiranti dignitari. E anche a loro chiederemo un contributo, ché quello dei tafani è stato splendido.

 

     Nel corso dell'ultima riunione di Comitato abbiamo preso due importanti decisioni.

     La prima è di ritentare effettivamente l'avventura di un incontro nazionale ed internazionale da tenersi nel periodo del ponte dei Santi del 1995. Abbiamo idea di chiamarlo "CASOLA '95", per slegarsi dall'evento Nebbia e legarsi un poco di più allo splendido paese che ci ha ospitato e ci ospiterà. Ancora è presto per dirvi altro, ma se avete idee e proposte scriveteci subito alla solita: CP 27 - 48010 Casola Valsenio (RA).

     La seconda è di devolvere in beneficenza per i bimbi di Sarajevo gran parte (circa l'80%) degli utili di Nebbia '93. Stiamo lavorando per cercare di impiegarli al meglio. Per il '95 si ricomincia da zero, ma sappiamo che siete tutti con noi.

Lo stand GSP (foto M. Grassi)

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Stand Enologico

     Il vino è fortemente associato alle attività di montagna nelle quali, storicamente, ha rappresentato un fattore importantissimo. Basta leggere libri come "L'invenzione del Monte Bianco" (Joutard, Einaudi), per scoprire che già nei primi settecenteschi tentativi di inoltrarsi fra "le ghiacciaie", come si chiamava quel complesso che ora chiamiamo Monte Bianco, il ruolo nutrizionale del vino era ritenuto decisivo.

     Ora andiamo più cauti col suo uso in montagna ma è ben noto che esso ha un ruolo rituale "magico" nelle feste, ed in particolare in quelle feste tribali che sono le feste speleologiche. Il motivo andrebbe analizzato a fondo ma per ora abbiamo optato per limitarci a fare rifornimento e propaganda "di quello buono", operazione che non è difficile almeno in certe regioni benedette dove esso scorre a fiumi.

     Una di esse è la nostra, il Piemonte.

     Abbiamo perciò fatto una sezione del nostro stand a Nebbia 93 dedicato ai vini piemontesi. Volevamo farli conoscere di più a tutti, ma volevamo anche dare un serio smacco ai fratelli speleologi furlani e veneti che più volte ci hanno affondato coi loro. Aspettiamo con curiosità e bicchieri la loro vendetta.

     Nell'iniziativa abbiamo potuto contare sulla collaborazione di molte aziende vinicole piemontesi e siamo lieti di elencarle qui per far loro una pubblicità che si meritano.

CANTINA SOCIALE DI CASSINE

Via Sticca, 34 15016 CASSINE (AL) tel. 0144/71002

SOCIETÀ COOPERATIVA TRE CASTELLI

Via De Gasperi, 92 15010 MONTALDO BORMIDA (AL) tel. 0143/85136

CANTINA SOCIALE TERRE DEL DOLCETTO

Via Provinciale, 39 15010 PRASCO (AL) tel. 0144/375713

CANTINA SOCIALE MANTOVANA

Via Martiri della Resistenza, 48 FRAZIONE MANTOVANA 15077 PREDOSA (AL) tel. 0131/ 710131

CANTINA SOCIALE DI RICALDONE

Corso Roma, 3 15050 RICALDONE (AL) tel. 0144/74119

CANTINA SOCIALE DI TORTONA

Via Bertarino, 8 15057 TORTONA (AL) tel. 0131/861265

CANTINA SOCIALE DEI COLLI DI CREA

Via De Gasperi, 6 15020 SERRALUNGA DI CREA (AL) tel. 0142/940128

AZIENDA AGRICOLA BOSCO GALLI

Fraz. Vianoce 14041 AGLlANO (AT) tel. 0141/954307

CANTINA SOCIALE DI CASTAGNOLE MONFERRATO

Via XX Settembre, 64 14030 CASALE MONFERRATO (AT) tel. 0141/292131

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SOCIETÀ COOPERATIVA SETTE COLLI

Strada Casale, 4 14036 MONCALVO (AT) tel. 141/917206

CANTINA SOCIALE DI SCURZOLENGO

Regione S. Pietro 14030 SCURZOLENGO (AT) tel. 0141/203120

ANTICA CANTINA SOCIALE DI CALOSSO

Via S. Rocco, 7 14052 CALOSSO (AT) tel. 0141/853120

SOCIETÀ COOPERATIVA ANTICA CONTEA DI CASTELVERO

Via Roma, 2 14040 CASTEL BOGLIONE (AT) tel. 0141/762115

CANTINA SOCIALE DI CASTELNUOVO BELBO

Via S Colomano, 1/a 14043 CASTELNUOVO BELBO (AT) tel. 0141/799151

CANTINA SOCIALE DI CASTELNUOVO CALCEA

Via Opessina, 41 14040 CASTELNUOVO CALCEA (AT) tel. 0141/957137

CANTINA SOCIALE DI CASTELROCCHERO

Strada Acqui, 7 14040 CASTEL ROCCHERO (A T) tel. 0141/760139

CANTINA SOCIALE DI MOMBARUZZO

Borgo Stazione, 15 14046 MOMBARUZZO (AT) tel. 0141/77019

CANTINA SOCIALE DI MOMBERCELLI

Via Marconi, 18 14047 MOMBERCELLI (AT) tel. 0141/959155

CANTINA SOCIALE DI MONTALDO SCARAMPI

Via S. Pietro 14050 MONTALDOSCARAMPI (AT) tel. 0141/953034

CANTINA SOCIALE DI SAN DAMIANO

VIA ROMA, 58 14015 SAN DAMIANO (AT) tel. 0141/975189

CANTINA SOCIALE DI NIZZA MONFERRATO

Via Alessandria, 57 14049 NIZZA MONFERRATO (AT) tel. 0141/721348

CANTINA SOCIALE DI ROCCHETTA TANARO

Via Salie 14030 ROCCHETTA TANARO (AT) tel. 0141/644143

PUNSET

reg. Moretta, 42 12050 NEIVE (CN) tel. 0173/67072

SOCIETÀ COOPERATIVA AGRICOLA MONTELUPO

Via Umberto, 4 12050 MONTELUPO ALBESE (CN) tel. 0173/617259

SOCIETÀ COOPERATIVA CANTINA PRODUTTORI VECCHIO PIEMONTE

strada prov. Valle Talloria, 35 12060 GRINZANE CAVOUR (CN) tel. 0173/361153

SOCIETÀ COOPERATIVA CE.VI.TAS.

Piazza Cristo Re 12051 ALBA (CN) tel. 0173/361153

CANTINA SOCIALE DI GOVONE

Via Umberto I, 46 12040 GOVONE (CN) tel. 0173/58120

 

 

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Lettera aperta

al Presidente Generale del CAI

 

     Egr. Presidente,

     Agli inizi di novembre si è svolta a Casola Valsenio in Emilia un convegno a cui hanno partecipato oltre milletrecento speleologi provenienti da tutta Italia. Nel corso della manifestazione il GSP CAI-UgetTorino ha ritenuto di dover sottoporre all'attenzione dei presenti le cartoline che troverà allegate. Il risultato è sotto ai suoi occhi: esaurite le medesime è stato necessario fotocopiarne altre e fare firmare le copie (oltre seicento). L'oggetto dello sdegno popolare è la pubblicazione che dovrebbe essere l'organo della speleologia italiana del CAI originalmente denominata Speleocai.

     Sembra che detta rivista sia considerata così poco significativa che ogni speleologo che non provenga dall'interno della cinta delle medievali mura di Perugia consideri spregevole che un suo scritto vi compaia.

     In conseguenza di ciò, se pure inizialmente la rivista appariva appannaggio del CNS (il gruppo di Perugia) si è via via evidenziata la tendenza a pubblicare composizioni del solo Checco Salvatori; appare evidente che per quanto luminoso possa essere stato il suo passato, risulta comunque discutibile il suo diritto a possedere un giornale personale ancorché pagato tutto o parzialmente dal CAI attraverso la Commissione Centrale per la Speleologia.

     In questo modo trovano spazio di volta in volta accuse al CNSAS (comunque organo del CAI) e deliranti teorie che vorrebbero il soccorso speleologico in mano ai Vigili del Fuoco, vaneggianti polemiche che neppure gli interessati riescono a comprendere interamente, subito seguite da smentite e precisazioni appena le reazioni si fanno un po' più pesanti.

     Si ritiene al contrario che un giornale che vorrebbe essere l'organo ufficiale della speleologia del CAI, dovrebbe essere espressione delle sue forme più avanzate e soprattutto dei suoi aspetti scientifici ed esplorativi. Un semplice confronto con altre pubblicazioni, da Speleologia (rivista della Società Speleologica Italiana) ai vari bollettini sezionali sui quali questa lettera sarà pubblicata, evidenzierà come il livello e la qualità della speleologia praticata attualmente in Italia non abbiano nessun rapporto con quelli che emergono dalle righe di Speleocai. Se l'obiettivo era di creare un giornale leggibile ed attuale Speleocai non solo ha perso il treno, ma tutt'ora non ha la minima idea sul dove cercare i binari.

     Sarebbe quindi ora, posto che detta pubblicazione debba continuare a vivere, che si provvedesse a mutarne i contenuti, l'impostazione, la form, e volendo essere perfezionisti, anche la sede, la redazione e il direttore.

il G.S.P.

 

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Risposta soddisfacente alla lettera non c'è stata.

Tuttavia qualcosa cambierà, ora tutti siamo consci che

tutti sanno e tutti o quasi la pensano diversamente.

Polemiche a parte, grazie a Stefano e Max e a tutto il

Comitato Organizzatore, che ci hanno scritto e che

ospitiamo ben volentieri sulle pagine di GROTTE, ma grazie

soprattutto per quello che hanno organizzato.

E che CASOLA '95 riesca come NEBBIA '93..

 

 

 

Signor Presidente,

come lei saprà la speleologia

nazionale non si riconosce negli

scritti della rivista "SpeleoCAI".

Malgrado diverse sollecitazioni e

inviti la redazione continua ad

ignorare che si tratta di una rivista

di tutto il CAI e non solo di alcuni.

Per questo le chiediamo di farsi

interprete di questa realtà

sollecitando la redazione

a restituire questa rivista

al CAI ed alla speleologia del CAI.

 

Firma

 

 

 

Spett. Presidente

Club Alpino Italiano

Roberto De Martin

 

 

Via Fonseca Pimentel 7

20127 MILANO

 

 

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Occhi bianchi sul pianeta Nebbia


Pierangelo Terranova

Noi siamo l'altra gente,

Noi siamo l'altra gente,

abbiamo trovato il modo di arrivare fino a te.

Pensi che sono pazzo?

Che sono fuori di testa ?

Dammi solo un minuto

e ti spiego il mio piano

Dammi solo un minuto

e ti dico chi sono

(Frank Zappa, Mother People )

Antefatto

Mentre avanzava sul suo Roto-Croll automatico a 32 mega, MadSteve Olivux vide le torri della Città slanciarsi nel cielo corallino. Non era molto cambiata Kaosla Vaidisenno, dopo le guerre atomiche della fine '93, tuttavia la forza e la potenza degli Uomini-Tafano si era enormemente accresciuta da quelle epoche remote ed il rinnovarsi secolare del Festival ne era la testimonianza più diretta.

La Grande Fiera dei Liberi Speleologi sarebbe iniziata il giorno seguente e c'era ancora molto da sistemare.

Entrò in città dalla Porta Principale tra lo sfrecciare delle autogravitative delle prime Tribù in arrivo: i Moderni Romani, le terribili Amazzoni Toscane sul loro camper atomico, i Cani Selvaggi del Canin a cavallo di autoblindo decorate.

Gli enormi pannelli 3D diffondevano estenuanti media pubblicitari: Stà con Steinberg, Occupati di Ochner, Resta da Repetto! Si fece largo tra la folla miserabile, a mala pena tenuta a bada dalle Cyber Panda dei Carabinieri Spaziali, ed entrò finalmente - dopo aver apposto il suo sigillo di controllo a forma di tafano - nella Sala di Comando del Festival.

Pianeta Nebbia: livello 1

Decine di segretarie replicanti a forma di ragazza emiliana seguivano il convulso arrivo di mercanti, turisti, mercenari. Gli speleo-Osaka ticchettavano senza posa collegando, giù nel Cyber-speleo-spazio, la matrice degli uomini con quella degli abissi, veri, virtuali ed esistenziali.

Venne incontro a lui Lord Driss: "abbiamo un problema, nella matrice principale. Umbro-spie nel settore, solo alcune forme secondarie, ma la sfiga che emanano sta facendo chiudere il sistema".

"Ma chi mai può aver...."

"L'Imperatore Demarinio il Politico, oppure Rox, il potente capo della Commissione Sotterranea o infine, Lui, Darkekko in persona".

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Olivux si accigliò preoccupato, toccando istintivamente il contatore Geiger appeso al basso ventre: "Cazzo! E il Pascià Johannes I° ne è a conoscenza?"

"Non ancora. Questione di pico-secondi. il tempo per lui o i suoi cortigiani di avere un collegamento con i Banchi di memoria di Nebbia.

Ascoltami, MadSteve: non possiamo permetterci un pericolo simile.

Cerca qualcuno delle Tribù più autonome: un Saggio, un Guerriero ed un Alieno.

Ci occorre un gruppo di uomini organizzati e spietati, per mettere in ridicolo qualcosa che non è ridicolo. Che siano superbi e litigiosi, abili di penna & di bloccanti. Insomma dei veri bastardi".

Alla ricerca della Squadra Delta

"Settore Tenda. Centrale. Interno-avanti.

Evita Guerrieri Calabresi e salame piccante.

Procedi.

Attento, ora: piadina imprecisata ore 20.

Procedi.

Evita comunità di Triestini Ubriachi.

OK. Atterra".

MadSteve staccò Ìinterfono di collegamento al cyborg pilota, prese una pasticca di pseudo-mescal e scese.

L'Ape spaziale dell'Organizzazione lo aveva lasciato nel finimondo.

Pianeta Nebbia, centoquattresimo livello inferiore.

L'attrazione principale, il punto di riferimento è costituito dallo Speleobar, dove si consumano in perenne stato di euforia i riti misterici della Grande Fiera.

Marcio di umori, marcio di sudori: l'umidità al 1.000% cala giù dalle tenso-strutture da rifugio atomico portatile residuato Nato.

Dai vicoli laterali, odore di pasti alieni: incantatori di salami, venditori di poster carnivori che mangiano il cliente, piadine venusiane all'ecstasy.

Lotte gladiatorie tra umani ed aepyornis su grandi schermi, litanie post-punk.

Forme indistinte nella notte implementano in modo psicotropo le proprie menti. Risate di giovani cyborg in calore.

Vestiti di pelli di pecora sintetiche, ma con foulard indiano da intellettuale, con il volto segnato da cento pirataggi, la Tribù dei Savoiardi bivaccava ai piedi dei propri veicoli da battaglia, decorati con le insegne del "Nizza Cavalleria".

Le conturbanti donne della tribù intrallazzavano con i giovani guerrieri stesi a spidocchiarsi o con i forestieri che capitavano nei pressi.

Dalla nave ammiraglia (la leggendaria "Pietro Micca") si sfornavano vini marziani e pubblicazioni sovversive.

"Gente libera e un tantino rincoglionita" - considerò MadSteve - "ma tuttavia fedele al Pascià ed alla causa dei Sotterranei Liberi". Si inoltrò con circospezione nelle strette viuzze dell'accampamento, tra bambini urlanti e sentori di cancarrone sintetico.

Un angolo è girato, MadSteve, ancora un altro, ed una mano sulla Petzl44 Magnum.....

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La lama del pattada gli si appoggiò dolcemente all'orecchio, proprio lì dove si attacca al capo e la cartilagine scricchiola. Una voce brontolò nel buio: "o ti compri un poster, o ti spendi la vita".

MyGod, speleo-sardo, linguaggio alieno. "S...sono Steve. Steve Olivux. Uomo del Pascià, il mio Signore." - riprese un attimo coraggio e terminò la frase: "ed anche il tuo Signore se non sbaglio, Alieno. E se i Savoiardi sono ancora uomini d'onore".

Questo provocò un sottile brivido al pattada, che svanì, sottile come era arrivato. La voce brontolante si presentò: "Captain Fof, ex-nostromo sui draga-manzi della Flotta Sotterranea di Soccorso. Radiato per indisciplina. Esperto in tutte le battaglie, politiche, legali, illegali e spaziali dai tempi di "Rotta Continua".

Un'altra voce: "e va bene, non ammazziamolo...". Un Savoiardo con le insegne del Capo si parò davanti: Gross il Boss, di professione guerriero. Giovane e aitante. Tante di quelle botte.

Poi ancora una voce, più anziana, la voce di un Saggio: "girati MadSteve, neh, Grande di Romagna, sapiente di autocad e di apuane. Anche se il mondo si è allungato, neh, sei fra amici."

Meovigno of Mundvì, il profeta dell'Acqua, uno dei più abili Maghi dei Sotterranei! Un Saggio, un Guerriero ed un Alieno! Il Festival era salvo!

MadSteve si girò piano: "Abbiamo bisogno di voi. Bisogno per un combattimento. Per il Festival".

Savoiards in action

Poche ore dopo, una Jumar-vettura scivola dall'hangar 22 dello spazioporto.

Public Enemy in concerto: fight-the-power.

La Jumar entra nello spazio aereo compreso tra la Segreteria del Festival ed il Media Center (Grado 3 di abbrutimento: il Cinema a go-go 25 ore al giorno).

Percorre veloce i boulevard degli scienziati verso i Banchi di Nebbia: prolusioni, considerazioni e visioni (Grado 2: tre lezioni in contemporanea).

Dirige verso i livelli del settore degli affari. Confusione incessante, abbrutimento totale, grado 1: lo Stand dei Materiali.

Siete arrivati, Savoiardi: tra poco, due Dirigenti della Corporazione dei Mercanti avranno una visita molto speciale ....

Abbronzati dai frequenti spostamenti in zone tropicali, per rifornire sul posto le spedizioni oltremare di guerreri sotterranei.

E per caricare schiavi di Taiwan da far lavorare nei loro opifici in Croazia.

Davanti alle loro scrivanie telematiche, collegate via rete neurale al MIAS dove si interscambiano i titoli Petzl o si rilevano le nuove Opa sul Gruppo Tsa, l'eccitazione della folla di questuanti corre sugli imbraghi anti-materia arabescati, sugli scintillanti trapani a batteria nucleare, sui sacchi da bivacco parlanti....

Sono vestiti in gessato bianco, poltrone rivestite in pelle di Allievo Cadetto Speleologo. Anche la polverina sparsa dovunque è bianca. D'altronde, è una vita infernale quella del Mercante Sotterraneo.

Vittorio Baldrake , "il figlio di Ok-ner" e Lady Irene Stainberg sono in pubblica udienza.

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L'ultima generazione delle più aristocratiche famiglie di Mercanti Sotterranei, i continuatori dell'opera di due miti del Popolo Cavernicolo: il Generale Stainberg, ex comandante della Cavalleria Galattica Toscana. Ok-Ner, la donna bionica, l'unica femmina II° ufficiale sul "WildBunch", leggendario cargo interstellare degli ultimi decenni del secolo scorso.

Stainberg e Ok-ner, Ok-ner e Stainberg.

Dispensatori di sogni e di feticci simulatori del possesso d'abissi.

Una vita negli affari, ma questa volta la Speleologia è nelle loro, quasi sempre rapaci, mani.

"Benvenuti, amici miei." Voce flessuosa, sguardo d'acciaio, un brucia-uomini da tasca tra le mani.

Parlò Meovigno of Mundvì: "Lady Stainberg, salute a te. Un problema molto serio: devi darci assistenza. Non puoi dimenticare gli obblighi reciproci delle nostre tribù".

"Non dimentico mai gli appartenenti ai clan amici, saggio Meovigno. Almeno, non sempre.

Ad esempio, quando l'abisso Fighiera ritorna alla memoria, come è insegnato nel mio clan.

Ma bando ai dettagli. perché siete qui?"

"Problemi di umbro-spie. È già in atto una grossa caduta di memoria nel sistema. Vogliamo un software adatto".

"È difficile procurarsene uno. È costoso. È pericoloso" - sibilò diffidente il canuto figlio di Ok-ner -"Perché dovremmo aiutarvi? E soprattutto che ne avremmo in cambio per la Corporazione?".

L'Alieno portò la zampaccia al pattada, il Guerriero cercò come un lampo il martello da battaglia. Ma una mano li fermò. Meovigno guardò i suoi interlocutori, con gli occhietti brillanti: "Avrete l'avvenire della Corporazione e dei vostri commerci, Milady, e voi Lord Baldrake: nicht Festival, nicht Stand.

Nicht Stand, nicht Argent. Compris?".

"Ma coosa vuooi, Maago?!"

Meovigno sorrise: "Voglio un anti-virus, voglio il più potente, il più decisivo. Voglio uno SpeleoCaz Plus 1.0 corazzato".

"Lo avraai Mago. Ed ora sparisci...

 

....il seguito su GROTTE 114....

 

 

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Recensioni


 

Grotte e storie dell'Asia Centrale. Le esplorazioni geografiche del Progetto Samarcanda. a cura di T. Bernabei e A. De Vivo, Centro Editoriale Veneto, Padova 1992, 309 pag. con foto, rilievi, disegni, carta topogr. fuori testo, 90.000 lire.

     Questo librone della spedizione speleologica italiana "Samarcanda '91" d'acchito riporta alla mente i resoconti di quelle prestigiose spedizioni alpinistico-scientifiche che decenni addietro andavano a esplorare le distese montuose dell'Asia Centrale. L'alpinismo già da tempo era arrivato a fascinose scoperte, con gente che aveva tempo e finanze per queste invidiabili avventure, e che godeva degli appoggi giusti, vedi Scipione Borghese, il Conte di Torino, il Duca degli Abruzzi, Piacenza, De Filippi, il Duca di Spoleto e poi Desio, Dainelli, ecc. La speleologia vi arriva ora, intraprendendo in quelle regioni ancora mitiche ma sempre di difficile accesso l'esplorazione di uno dei pochi ambienti terrestri ancora da indagare: il mondo sotterraneo.

     I 22 autori (tra essi anche due russi e un inglese) hanno saputo imbastire un resoconto fatto di storie vive, in cui il lettore partecipa alle emozioni di questi moderni esploratori, ne legge d'un fiato i capitoli brevi ed essenziali ma allo stesso tempo intensi e avvincenti, entra non solo in questioni speleologiche o comunque scientifiche, ma legge altresì informazioni culturali d'un certo spessore, gratificato ad ogni piè sospinto da un corredo di foto di rara qualità ed effetto. Ricchissima è la documentazione raccolta (ma come hanno fatto, in così poco tempo?) dal poliedrico organico di questa spedizione dell'Associazione Culturale Esplorazioni geografiche "La Venta", una spedizione moderna anche nel fatto di essere stata "ecologica".

     Nella prima parte il lettore è introdotto nelle montagne della catena usbeka di Baisun Tau: geografia e geologia, storia delle spedizioni del Progetto Samarcanda, le ricerche con l'elicottero guidato dai temerari piloti tagiki lungo una parete di oltre 40 km di lunghezza ("Trascinati dal vento": resoconto dall'orlo del baratro di G. Badino), l'abisso Boy Bulok con i suoi 1368 m di profondità, i bei ritratti che lo stesso Badino ha fatto di Mustafà (primo e sfortunato esploratore di Boy Bulok) e di Ulugh Beg "grande principe" astronomo, orsi e orme di dinosauri, il golpe del 19 agosto '91 in piena spedizione, "Uomo e ambiente" descritti dalla penna di M. Vianelli, il viaggio sulla via della seta (i nomi di Samarcanda e Buhara dicono già tutto), l'eredità architettonica dell'Asia centrale, uzbeki e tagiki e la vita nei villaggi, e altro ancora. Nella seconda parte troviamo tra l'altro il carsismo, la storia esplorativa del muro di Baisun Tau, le grotte di quei posti affascinanti, Boy Bulok, i problemi tecnici e logistici, l'acclimatazione in grotte a 4000 metri, la buona organizzazione delle comunicazioni radio, il documentario e per finire un breve glossario, note sugli autori e 46 pagine di sommario in inglese. Tutta questa materia i curatori hanno saputo amalgamare, dosare con taglio sapiente e proporre in forma assai godibile.

M. Di Maio

76

pagina
originale

 

Le Alpi Apuane. Ambiente, storia, cultura di M. Vianelli, CdA, Torino 1993, 184 pag illustrate, formato tascabile, 29.000 lire.

     Mancava una pubblicazione da zaino come quella che Vianelli ha ora realizzato per i frequentatori delle Apuane, o meglio per quei visitatori che non camminano con il paraocchi ma che hanno anche l'ambizione di "leggere" la natura di un territorio tutto particolare e di conoscerne le vicende antropiche. Il risultato è di tutto rispetto: la guida entra a buon diritto nella non lunga lista di quelle qualificate, ricca com'è di riferimenti culturali, di informazioni interessanti per la parte naturalistica, di richiami alle trasformazioni che l'uomo nel bene e nel male ha imposto al territorio: gente che si è dovuta arrabattare in un ambiente tutt'altro che tenero e agevole. La materia è trattata con molta attenzione e sensibilità, in particolare per la situazione socioeconomica locale, in cui è inutile nascondersi che l'uomo ha bisogno del marmo e che si tratta al più di trovare la misura di un'utilizzazione razionale e intelligente. La realtà ambientale, storica e culturale e certamente la più completa che una guida del genere potesse trattare.

     Gli argomenti riguardano appunto l'ambiente naturale, le tracce del passato, il marmo e la storia del suo sfruttamento, la speleologia con un intero capitolo (la situazione esplorativa è stata aggiornata da Leo Piccini), il Parco delle Apuane. Infine sono proposti gli itinerari escursionistici: una traversata di 4 giorni, 29 itinerari a piedi più altri 5 con importanti connotazioni di "archeologia" marmistica e 7 torrentistici. Non si parla di alpinismo, per il quale sul mercato non manca materiale, ma si è dato invece ampio spazio alla speleologia, nelle Apuane notoriamente importante.

M. Di Maio

 

Oltre l'orlo di G. Badino, ediz. ssi, Bologna 1993, 39 pag.

     L'idea che la gente si fa della speleologia è certamente piena di distorsioni della realtà, di concetti quanto meno imprecisi e approssimativi, e non di rado fuorvianti fino all'assurdo; è frutto in sostanza di una disinformazione estesa e profonda. Anche i giornalisti, salvo qualche eccezione, mostrano al riguardo conoscenze da profani e contribuiscono a radicare nel pubblico opinioni sbagliate, facendosi ridere dietro dagli speleologi. per cercare di rimediare a ciò, è stato realizzato questo libretto che porta il sottotitolo "Tutto quello che avreste voluto sapere sulle grotte, ma non avete mai saputo a chi chiedere...". L'ha scritto Giovanni Badino in coordinamento con Paolo Forti (dell'IIS ed ex presidente SSI), con contributi alla stesura del testo di Mauro Chiesi, Alessandro Gatti, Consolata Lusso, Marco Mecchia e Meo Vigna, e con illustrazioni di Maria Dematteis (e di Nino Martinotti per gli insetti). Vi sono riportate informazioni essenziali: cosa sono le grotte, perché si formano, dove va a finire l'acqua che vi scorre, quali sono le condizioni ambientali egli essere viventi adattati ad esse, come si formano le concrezioni, ecc. Poi vi troviamo le grotte principali, quando è nata la speleologia, le ricerche, le organizzazioni speleologiche, l'attrezzatura e i costi, le esplorazioni, i rilievi, i pericoli cui si può andare incontro e indirizzi utili.