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GROTTE

anno 36, n. 112 - numero speciale per il quarantennale del GSP - novembre 1993

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

 

sommario

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Cosa resterà di quegli anni Cinquanta

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I miei primi quarant'anni

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Statistiche di 40 anni

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Ergastolo a PB

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Dove andremo a finire...? Sottoterra

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Flash su un quarantennio

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De sabaudiis foemina spelea

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Caro GSP

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Alfabecedario

 

 

Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n. 8 MESE DI NOVEMBRE 1993.

SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE GRUPPO III

PUBBLICITÀ INFERIORE AL 70%.

Direttore responsabile: Leo Ussello

(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13.10.73)

 

 

Redazione:

Giovanni Badino, Giampiero Carrieri, Marziano Di Maio,

 

Attilio Eusebio, Daniele Grossato, Laura Ochner,

Riccardo Pavia.

 

 

Fotografie di:

Giovanni Badino, Giampiero Carrieri, Beppe Dematteis, Attilio Eusebio,

Laura Ochner. Edo Prando, Bartolomeo Vigna, Giuliano Villa, Walter Zinzala

 

Bozzetti di Simonetta Carlevaro

Stampa: La Grafica Nuova, Via P. Tommaso 12H, Torino

Stampato con il contributo della Regione Piemonte (Legge regionale 69/81)

 

 

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Cosa resterà di quegli anni Cinquanta...


Beppe Dematteis

     Mentre tutto il resto se ne sta tranquillo negli scaffali della memoria, per non parlare di quanto è svanito, le grotte con tutti i desideri, le speranze, le emozioni di allora, sempre balzano fuori prepotenti.

     Che senso aveva quella fantastica pretesa che la roccia si aprisse davanti al nostro desiderio di vuoto, dando al nulla oscuro un contorno, e gallerie, pozzi e meandri in pasto alla nostra avidità? E perché quella caccia accanita al minotauri urlanti senza sosta la loro rabbia di acque incanalate, nelle Vene, nel Lupo, nel Pas...? Prede ambite quanto più si nascondevano, temute, rispettate. Anche amate. E le ragazze? Certo, ma sentite questa: Eraldo la sera che andavamo alla Uget per far nascere il GSP, eravamo sul tram n. 7, mi fa. ah! ah! i miei credono che stasera vado a ballare!

     Tutto ciò nella sua manifesta assurdità esigerebbe pure una spiegazione e credo che ce ne sarebbero tante, di scientifiche, sempre che la psicanalisi sia una scienza. A me piace ricordarne una sola che splende su tutte, alta e tonda come il sole: eravamo innocenti! Come Adamo prima di mordere la mela, come il bambino che gioca, come Diogene nella botte e lo sciamano che diventa coyote. Come tutti quelli che riescono a comunicare con l'universo senza uscire dal mondo e senza dover passare attraverso i loro simili. E questo spiegherebbe perché tra gli speleologi ci sono tanti asociali e nessun santo. Comunque sia, penso che senza innocenti non si sarebbe la speleologia e a dirla tutta, non ci sarebbe un bel niente, credetemi.

     Sappiamo bene che l'innocenza si perde. Come? Perché? Anche qui le risposte sono tante, ma una credo che tutte le comprende, come le vacche nere la notte. la necessità. Per esempio si fa in fretta a dire che lo speleologo è uno che va in grotta. Ma chi si ricorda di aggiungere: e poi cerca di uscirne vivo? È con questi sottintesi che la subdola necessità ci paralizza col suo morso traditore e tra gli applausi generali nasce il Soccorso Speleologico. Sottinteso che quando il tuo miglior amico muore in grotta, l'innocenza rischia di andarsene lo stesso. Se no ci pensano tutte quelle altre cose più o meno inventate, ma tanto necessarie, che sono il lavoro, il guadagno, la carriera, la famiglia e così via e in un certo senso persino il GSP come contenitore di innocenti e quasi innocenti che tengono duro (quanto li invidio!).

     Ma dopo che cosa resta oltre al ricordo e alla nostalgia? Un ultimo sogno: quello di riuscire un giorno a evadere dalla prigione delle necessità per tornare a fantasticare di vuoti e minotauri. E in attesa di questo bel giorno, che forse non arriverà mai, si torna ogni tanto sui luoghi dei nostri perduti amori per cercarne le tracce, come faceva il Petrarca a Vaucluse, pensando a Laura. Un gran bel pezzo di risorgenza, quella.

 

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I miei primi quarant'anni


Attilio Eusebio

     Ebbene sì!, in un gelido (sarà vero?) novembre del 1953, nasce il Gruppo Speleologico Piemontese, pochi mesi prima era nato Badino e un mese dopo nascerà il buon Meo Vigna. Pare dunque un anno importante ma vediamone gli antefatti.

     La speleologia torinese nasce in realtà qualche tempo prima e senza dubbio il promotore è il mitico Beppe Dematteis che aveva cominciato ad andare per grotte nel "lontano" 1949 alla veneranda età di quattordici anni.

     Dopo un paio d'anni di speleologia solitaria o quasi il gruppo si amplia e il 18 ottobre del 1952 Beppe Dematteis, Paolo Chiesa e Checco Messina fondano lo Speleo Club Torino (SCT); dopo poco si aggiungerà al tre Eraldo Saracco.

     Le grotte visitate in quel periodo sono il Pugnetto, Rossana, Rio Martino, Bossea, Caudano e così via, si tratta delle tipiche grotte del carso di bassa quota. A queste si alternano tuttavia giri in quota, soprattutto sul Marguareis settentrionale (Carsene) utilizzando come sistema di pernottamento il "giassismo".

     Sia le grotte che le zone in quota venivano raggiunte naturalmente in bicicletta.

     Dopo una fortunata e fortunosa spedizione all'Orso di Pamparato i nostri antenati speleo si sentono pronti al grande evento e così un giovedì sera di quaranta anni fa, tre giovani speleo (il più vecchio aveva 18 anni) entrano nella sede dell'UGET con un album di fotografie e il disegno di qualche grotta nella cartella. L'intenzione era di entrare a far parte del GAI UGET ma

1984: sifone finale dell'Antro del Corchia. Le solitarie sono un'antitesi al gruppi?

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a parte l'entusiasmo non c'era molto da mostrare al dirigenti della Sezione, gente più anziana, che non aveva mai visto prima di allora i sedicenti speleo. Tuttavia l'accoglienza fu ottima e furono accordati in modo inaspettato fiducia e appoggio.

     Un mese dopo questo primo incontro con i dirigenti della Sezione, il 23 novembre 1953, il GSP diventava un "gruppo" della UGET.

     Da allora di strada se ne è fatta ed in questo lungo periodo si sono avvicinate alla speleologia 1500-2000 persone a coprire quasi tre generazioni.

     Passando a tracciare le linee dell'organizzazione interna del Gruppo Speleologico Piemontese, occorre notare che essa riflette i principi nati con il gruppo stesso - una scelta di vita ha detto qualcuno - con disciplina e rigore un po' sabaudo.

     Fin dall'inizio infatti, pur essendo l'esplorazione e l'avventura il motore della attività, il Gruppo ha sempre concepito la speleologia come qualcosa di più di una esperienza personale.

     Così alle fatiche, al disagi, al pericoli e anche alle disgrazie che ci hanno colpiti abbiamo dato un senso più generale cercando di collegare in un unico grande mosaico le nuove conoscenze per scoprire qualcosa di nuovo, fino alla teorizzazione in quest'ultimo periodo del concetto di "geografia ipogea" e di "disciplina speleologica" intesa in senso interiore.

     Così si è evoluto lo spirito dei nostri primi quarant'anni nei quali abbiamo sempre creduto che il guadagnare, con la nostra attività, qualcosa al patrimonio delle conoscenze umane poneva questo nostro andare nei buchi al di sopra di un semplice passatempo.

     In nome di questi ideali è stato possibile chiedere quello spirito di sacrificio indispensabile a chi affronta grosse spedizioni sotterranee.

     Il gruppo è sempre stato aperto a tutti gli operativi sottoterra, ma analogamente ha sempre disdegnato i parolai, ed il criterio di accettazione dei nuovi membri è sempre stato fondato sulla

1956: spedizione GSP al Marguareis

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attività svolta e sullo spirito di collaborazione dimostrato: sono membri effettivi quelli che con la loro attività contribuiscono al raggiungimento degli scopi sociali.

     I membri del gruppo vengono rieletti di anno in anno e solo se la loro attività continua a mantenersi su un certo livello. con questo sistema si è sempre evitato che la direzione del gruppo fosse presa da anziani con un glorioso passato ma con un presente nullo.

     Inoltre rivolgendosi alla partecipazione attiva dei membri più che al loro numero si è fatto un regolamento che delega i maggiori poteri di decisione alla stessa assemblea degli iscritti, mentre l'esecutivo ed il presidente hanno solo funzione di attuare praticamente le decisioni dell'assemblea.

     La ricerca e l'esplorazione, si diceva, sono il motore del GSP , il cercare nuove grotte e nuove

1955: verso il fondo di PB

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aree carsiche è sempre stata l'attività principale, questa per dare buoni frutti richiede anzitutto una certa organizzazione e squadre ben affiatate oltre a un parco corde e magazzino notevole.

     La prima spedizione un po' impegnativa del proto-GSP fu condotta alla grotta dell'Orso di Pamparato (luglio 1953) con metodi e attrezzature che oggi fanno sorridere. Fu la prima volta che si scendeva nei pozzi e furono impiegati tre giorni per esplorare e fare uno schizzo della cavità fino a -85m. Ora la cavità viene normalmente impiegata nelle uscite di corso con tempi di percorrenza di 3-5 ore.

     L'estate successiva fu affrontata con un ottimismo da neofiti la grotta delle Vene (Ormea), una veloce ispezione invernale aveva infatti rivelato un grosso torrente sotterraneo. In attesa della stagione di magra, la fantasia aveva fatto il resto, facendo sognare chilometri di gallerie, laghi e cascate.

     Ma non fu così, purtroppo, dopo 300 metri il torrente era bloccato da un sifone. Rimasti così disoccupati, gli speleo dedicarono i giorni restanti a battere le zone circostanti. Si venne così a contatto con il massiccio del Marguareis.

     Questo sarebbe diventato a tutti gli effetti la nostra nuova casa e in questo microcosmo il GSP ha ottenuto i migliori risultati.

     Nel 1955 vengono istituite le sezioni che comprendevano. biblioteca, ricerca attrezzature, costruzione attrezzature, magazzino, topografia, propaganda, foto, geologia, zoologia e botanica,

1955: campo alla grotta di Bossea, Paolo Chiesa e Eraldo Saracco

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manifestazioni culturali, trasporto e approvvigionamento. Già da un anno il gruppo aveva oltre al Presidente un cassiere che amministrava i fondi.

     Il 1956 ed il 1957 sono gli anni di Rio Martino, alla sommità del salone del Pissai fu forzata una strettoia e furono percorsi oltre 700 m di nuove gallerie. Si esplorò inoltre il grande collettore del Lupo inferiore nella Gola delle Fascette.

     Il 1957 fu il primo anno in cui si tenne il corso di Speleologia con ben 12 allievi .

     Il 1958 fu l'anno buono, quello in cui il gruppo crebbe e concretizzò con un ottimo risultato gli sforzi fatti, fu organizzato infatti un campo interno a Piaggia Bella durante il quale fu passato il FIN 1953 raggiungendo a -689 mia massima profondità italiana. Fare speleologia in quei tempi in zone così lontane e poco accessibili, senza strade, era difficile e faticoso e richiedeva senza dubbio una organizzazione pesante.

     I campi erano organizzati a giorni di marcia dai fondovalle su montagne brulle o flagellate da temporali, ma grande era la soddisfazione di entrare per primi in grotte inesplorate dove nessuno prima era mai entrato, in zone dove ad ogni passo un inghiottitoio, una spaccatura, una dolina poteva dar accesso a quel gigantesco sistema di gallerie, di saloni, di voragini, di torrenti sotterranei che oggi si sviluppa per quasi cento chilometri e che di anno in anno ha rivelato i suoi segreti.

     In quegli anni di "speleologia eroica", si era di fatto i primi esploratori di grotte in Piemonte e vennero iniziate le esplorazioni delle più famose cavità delle Alpi Occidentali.

     Dal 1959 al 1962 fu la volta del Gaché', un abisso che la fama aveva reso impopolare, sia per le grandi verticali e la bassa temperatura, ma soprattutto per l'incidente mortale successo al triestino Lucio Mersi nel 1955.

     Al Gaché si effettuarono 3 spedizioni. La prima nel 1959 fu un insuccesso, dovuto alle

1985: dopo 27 anni si raggiunge via aerea l'altro sifone del fondo di Piaggia Bella

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avverse condizioni meteorologiche; il secondo tentativo fu fatto nell'autunno 1961 da una squadra di giovani che riuscì a superare il limite di -378 raggiunto alcuni anni prima dai francesi del Club Martel. Nel 1962 infine una spedizione estiva con campo interno raggiunse con l'aiuto di esterni il fondo della grotta a quota -558, dopo una permanenza in grotta di 6 giorni consecutivi.

     A partire dal 1959, iniziato con una spedizione in Sardegna, il campo delle esplorazioni GSP si allargò sempre più, fino ad estendersi su tutta la penisola.

     In quell'anno fu organizzato dal 7 al 25 luglio un campo speleofisiologico nella grotta di Bossea. Gli altri al Marguareis a girare nella settore meridionale scendendo buchi in zona A - B - C e D. Al Garb dell'Omo inferiore fu raggiunta la profondità di -143m.

     Nel gennaio '60 fu organizzata nuovamente una spedizione alla grotta di Su Bentu, nel Nuorese, che portò alla scoperta di chilometri di nuove gallerie. Il campo estivo del 1960 fu di nuovo al Marguareis, nella Conca di Piaggia Bella.

     Nel gennaio del '61 si raggiungeva nella Grava di Campolato (Gargano) la profondità di 303 metri, massima per l'Italia meridionale.

     Pochi mesi dopo si superò tale profondità nell'abisso di Bifurto (Calabria); l'esplorazione di questa grotta richiese due campi estivi e nell'agosto del '62 fu raggiunto il fondo a quota -683 (2a profondità ufficiale d'Italia, dopo Piaggia Bella, ma in realtà prima, perché il vero fondo di PB era -660).

     Nello stesso 1961 venne esplorata in Piemonte gran parte della grotta della Mottera (attualmente 10 km di sviluppo) e l'abisso della Ciuaiera (-216).

     Fra il '59 e il '62 vi furono anche varie spedizioni in Apuane e fu tra l'altro scoperta ed esplorata la voragine della Colubraia profonda 324 metri; nello stesso periodo fu raggiunto il fondo della grotta delle Tassare, nelle Marche (-343).

     Una spedizione di prestigio per il GSP fu quella del 1963 alla Spluga della Preta, e celebrò degnamente il decimo anniversario della nostra associazione. Già da qualche anno si pensava alla Preta, la terribile voragine dei Monti Lessini che dal 1925 aveva visto tante e tante esplorazioni: ognuna superava la precedente, ma il fondo non veniva mai raggiunto. L'ultima spedizione era stata del gruppo Falchi di Verona, nel 1962: una "superspedizione" come lo stesso Cargnel l'aveva definita, preparata meticolosamente per due anni e condotta con enorme impiego di mezzi; questa pur superando di parecchio il limite precedente dovette arrestarsi alla

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quota di -576.

     La "nostra" organizzazione non poteva consentire "superspedizioni": in compenso vi erano uomini esperti, allenati e decisi a tutto. Nelle stesse condizioni si trovavano i gruppi GSBolognese del CAI e "Città di Faenza". Pochi amici, ma molto affiatati effettuarono una spedizione veloce che dal 6 al 13 luglio 1963 rimase nella voragine e il 10 luglio raggiunse il fondo del terribile abisso, a quota -889, nuovo record italiano di profondità.

     Nello stesso 1963, durante un campo estivo in Cilento, venne esplorato il Gravattone, profondo 334 metri e con un pozzo di ben 224 metri.

     Nel 1964, durante il 2° campo al Cilento, si raggiunse il fondo della Grava di Campolongo (-343); in Lombardia si esplorò l'abisso dei Campelli (-383).

     In quegli anni Piaggia Bella non ha più visto esplorazioni torinesi ma non per questo si trascurò il Marguareis: parallelamente all'attività in regioni lontane continuavano infatti le ricerche e ne risultò la scoperta di due profondi abissi: l'abisso Volante (F3) e l'abisso Saracco (F5) profondi rispettivamente 344 e 507 metri, dedicati alla memoria di due membri del Gruppo deceduti durante due spedizioni.

     Ancora in Sardegna ci si dedicò alla grotta di Su Anzu, qui nell'arco di quattro anni, 1963-1966, si raggiunse lo sviluppo di 8355 m. era la grotta più lunga d'Italia.

     Nel 1967 si raggiunse all'abisso di Perabruna la profondità di 187m arrestandosi in una grande salone.

     Con il 1968 inizia un periodo di qualche anno, ricco di fermenti sociali che coinvolgono anche la speleologia. Contemporaneamente ad un ricambio generazionale mutano infatti le tecniche speleologiche e le prospettive di lavoro. I risultati così non sono eclatanti ed in attesa di tempi migliori restano pochi eletti a sorvegliare la roccaforte.

1961: "Pröpi bel 'l përtüs quand ch'i 't sorte". Marziano Di Maio

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1961: Saracco e Sodero superano il primo sifone alla Balma di Rio Martino

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     Grandi fatiche ma pochi risultati, qualcosa si riprende, ad inizio anni settanta, con sempre il Marguareis in primo piano (Pozzo Antonio -160, Omega 5 -220) e si incomincia a girare nei massicci vicini: è la volta del Mongioie dove nell'abisso Gruppetti si raggiunge la profondità di -182.

     Il 1973 è l'anno della "svolta", la collaborazione con i francesi del CMS porta nuove tecniche e rinnovato entusiasmo. Così si rivedono le zone già viste non più alla ricerca di grotte aperte, ma di correnti d'aria: bastava un piccolo foro, possibilmente soffiante, e si disostruiva.

     In questo modo in stretta collaborazione con il Centre Méditérraneen de Spéléologie di Nizza i risultati non mancano; si scoprono parecchi nuovi chilometri nella grotta di Piaggia Bella, gli abissi dei Piedi Secchi ( -220), la Gola del Visconte ( -242) e il Deneb ( -200), si scende lo Straldi fino in fondo (-614).

     Il 1974 rivede un Gruppo sempre più ridotto ma molto determinato; sul Marguareis, in collaborazione con il GSAM di Cuneo si raggiunge il fondo dell'abisso dei Perdus (-539) e

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si trova l'abisso Rangipur (-145).

     Il 1975 è un anno importante: il GSP si mobilita ed organizza un campo interno a Piaggia Bella; durante questa iniziativa (Operazione PB '75) sei componenti del gruppo bivaccano in grotta per dodici giorni. Il campo viene allestito alla Confluenza, luogo da cui erano partite 18 anni prima le punte che avevano raggiunto il fondo a -689.

     Lo scopo della operazione era di esplorare sistematicamente alcune zone e di tentare il collegamento tra la grotta di Piaggia Bella e l'abisso Solai. E così avvenne: grazie ad uno scavo continuo durato 12 ore si riuscì ad entrare nel Solai.

     Così inizia un caldo 1976, a renderlo incandescente ci pensa il Fighiera, abisso apuano di recente scoperta torinese che sta assorbendo le energie del gruppo: la grotta è grande e profonda ed il collegamento con il sottostante Antro del Corchia ne avrebbe fatto il più importante sistema carsico italiano. Così sarà, ma passeranno molti anni di sacrifici ed esplorazioni e solo nel 1983 la congiunzione sarà fatta dopo una punta di 72 ore. Ora è certo: le due grotte sono una sola, profonda 1210 m con 40 km di sviluppo.

     L'esplorazione di questo complesso drena le forze del gruppo anche dal Marguareis; si ritornerà con un campo nel 1977 alla Capanna Saracco-Volante, per scoprire due nuovi ingressi del Complesso di Piaggia Bella: l'abisso Indiano ed il Buco delle Radio.

     Si arriva così al 1978 con l'arrivo di numerose nuove e giovani forze, ma un po' confuse: cresceranno tuttavia gli anni successivi, con le nuove esplorazioni al Marguareis.

     Alcune esplorazioni di quell'anno fanno riflettere, la continua evoluzione delle ricerche fa sì che gli approcci mentali al problemi speleologici mutino; negli anni 60, la tendenza era di cadere da un pozzo all'altro come le pietre, negli anni '70, gli esploratori hanno iniziato a seguire le correnti d'aria, ora la struttura mentale va ancora mutando, le grotte non vengono più vissute come una serie di pozzi ma come la via di accesso a grandi mondi sotterranei, tasselli di una grande mosaico ancora in via di definizione. Siamo agli albori di quella che oggi con un po' di snobbismo viene chiamata "geografia ipogea".

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     Con questa nuova mentalità si va molto lontano, Piaggia Bella esplode, in pochi anni passa da 15 km di sviluppo ad oltre 30, e così avviene anche per altre grotte del massiccio. Si ridiscende l'abisso Saracco (4.5 km di sviluppo).

     Il 1980 vede il GSP su più fronti. Una spedizione in Turchia, in Anatolia settentrionale sul monte Yaragoliz consente di aprire nuovi orizzonti anche se con risultati non eccezionali, tanto è che il GSP vi ritornerà nel 1985 e nel 1987.

1983: la scritta della giunzione Fighiera-Corchia

 

     Sulle nostre montagne si esplorano le zone marginali del sistema alpino raggiungendo sul Mondolé, all'abisso Dolly (-275, 1.5 km di sviluppo) i migliori risultati.

     Ancora Marguareis: la nuova generazione organizza un campo estivo in territorio francese scoprendo il più profondo abisso delle Alpi Marittime d'oltralpe: il Pentothal, cinquecento metri di pozzi, profondi e pericolosi.

     L'anno successivo si è nuovamente lì ma questa volta l'abisso buono è in Italia: si tratta del "18", nuovo ingresso al Cappa (sviluppo 10 km, profondo 700 m).

     Il 1983 è un anno decisivo. Si congiungono infatti l'abisso Fighiera con il Complesso del Corchia raggiungendo la profondità di 1210 metri (primo menomille italiano).

     Si raggiunge anche il fondo dell'abisso Artesinera ( -355), grotta nella quale ritorneremo periodicamente nella speranza di congiungerla con il vicino Bacardi.

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1979: campo in zona Omega (M. Marguareis)

 

     Anche lo sviluppo delle conoscenze nella Conca di Piaggia Bella fa un salto decisivo: si congiunge infatti la Gola del Visconte con la Carsena di PB, esplorando oltre quattro chilometri di pozzi e gallerie, si trovano due nuovi grandi abissi: la Filologa (-405) ed Essebue ( -410), ed altre cavità minori. A fine anno l'esplorato supera i dieci chilometri.

     É ancora periodo di Marguareis, dopo il versante meridionale si ritorna, nel 1984, a quello centro-settentrionale, alle Carsene, dove in un difficile campo estivo vengono scesi oltre trecento pozzi, scoprendo l'abisso Drake (-175).

     La voglia di vedere calcari diversi spinge il GSP ad organizzare una megaspedizione sugli altopiani carsici austriaci; così il 1985 ed il 1986 vedono speleo di Torino ed Imperia solcare i lapiaz del massiccio dell'Hagengebirge, gli sforzi vengono premiati da risultati seppure non grandiosi, un nuovo abisso (l'Alvermanschacht) viene sceso fino a -440.

     Nuovamente sul Marguareis si intensificano le ricerche nelle "zone alte". Si congiungono così gli abissi O3-O4-O5 a formare un unico complesso di 1500m di sviluppo, si trova l'abisso Nevado Ruitz (-150), e soprattutto si congiunge il mitico abisso Gaché con la sottostante Piaggia Bella. Dopo oltre 30 anni di tentativi, finalmente sei speleo congiungono le due grotte. Piaggia Bella raggiunge -925m, seconda profondità in Italia.

     Dopo il Marguareis si ritorna al Mongioie, tre campi estivi in pochi anni (1987, 1991 e 1992) permettono di approfondire le conoscenze e di raggiungere alcune notevoli soddisfazioni esplorative, si scopre e si esplora l'abisso Ngoro-ngoro (-470m, 1.5 km di sviluppo), gli abissi Baygon (-300), Sono-velenoso (-183), lo Sgarro (-130).

     Ancora sul Marguareis vengono colti alcuni prestigiosi ed impegnativi risultati. l'abisso

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A 11 o Cuore di Pietra -680 m, l'abisso Libero (-500), l'abisso Ofreddo (-402), il Buco della Scovola (-360).

     In realtà l'attività è come sempre molto dispersa ma costanza e fortuna ci regalano alcuni abissi.

     Ma è anche il periodo delle disgrazie, l'8 dicembre 1990, dal ritorno ad una punta a Labassa nove speleo vengono travolti irrimediabilmente da una valanga all'uscita della grotta sul Marguareis, quattro erano del nostro gruppo.

     Si iniziano anche le attività di ricerca e esplorazione in Grigna, dove in tre anni (1989-1991) si raggiunge quota -1150 all'abisso Viva le donne (quarto menomille italiano), -273 m all'abisso Preparazione H, -795m all'abisso Capitano Paff e -550m all'abisso Orione.

     É anche il tempo delle spedizioni. Si inizia timidamente con la Turchia nel 1979, e si prosegue con un crescendo impressionante di 20 spedizioni estere in 8 anni, un po' dappertutto: Brasile, Patagonia, Asia Centrale, Canada, Cina con risultati a volte eccezionali (abisso Boy Bulok -1309, - massima profondità dell'Asia) a volte meno eclatanti, ma sempre fonte di esperienza.

     Nel 1992 ritorniamo ancora a Piaggia Bella, in realtà mai abbandonata, ma in luoghi lontanissimi, in cima al Reseaux, troviamo forzando una strettoia il torrente e percorriamo oltre 1.5 km di gallerie ancora in fase di esplorazione.

     Il 1993 ci vede ancora nei pressi del Mongioie, ma sulla montagna di fronte, al lago del Biecai; qui dopo una lunghissima disostruzione si passa all'abisso Gonnos (-185 m, 1 km di sviluppo) e dopo una serie di pozzi si raggiunge il collettore dell'Ellero.

     Infine Piaggia Bella, dove un gruppo misto dopo uno scavo di pochi metri congiunge Piaggia Bella con il vicino abisso della Filologa aumentando in modo considerevole lo sviluppo del sistema che ora è ufficialmente di 35 chilometri. E speriamo prosegua...

 

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Statistiche di 40 anni


Attilio Eusebio

     L'occasione del quarantennale del GSP mi ha spinto a tentare una ricostruzione di questo periodo cercando di approfondire l'eterna diatriba sui momenti di crisi e di auge del Gruppo.

     Frasi fatte tipo " ...una volta non era così... " oppure "...quando eravamo giovani noi... " si sono ripetute più volte ed ormai sono quasi due generazioni che scorrono sulla bocca di molti.

     In questa sede mi sono perciò dilettato a fare statistiche cercando di ripercorrere questi quarant'anni di storia, traducendo nel modo più oggettivo possibile i vari elementi.

     Dal 1953, anno di fondazione del GSP , c'è stata naturalmente una grossa evoluzione e molti personaggi si sono alternati alla guida del gruppo.

Baciami! Scioccone...

 

     Vediamo dunque cosa ci dicono le statistiche.

Soci

     Dalla nascita del gruppo ad oggi il numero dei soci è aumentato secondo il grafico di fig. 1, tendenzialmente si può affermare che la crescita sia stata a grandi linee proporzionale con gli anni, raggiungendo il massimo nel 1990 e 1992 con 87 unità.

     Anno di crisi reale è stato il 1975 con pochissimi soci (18 in tutto); negli anni seguenti c'è stata

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una generale ripresa ed è drasticamente mutato il rapporto tra soci effettivi (i teorici trainanti del gruppo) e gli aderenti. Sino alla fine del '70 il rapporto era di circa 1:2, poi qualcosa è mutato e si è dato (a torto o a ragione) più spazio a chi non aveva fatto della speleologia la propria ragione di vita (i soci aderenti): questa nuova filosofia ha portato ad un ampliamento della base ed il rapporto tra effettivi ed aderenti ha raggiunto il valore di 1:5.

     Al di là dei semplici numeri il rapporto effettivi/aderenti significa un ampliamento della base con tentativi di maggior coinvolgimento della stessa ma senza dubbio è un segno preoccupante che indica un basso numero di trainanti ed uno elevato di trainati. Una società di servizi insomma.

     O più semplicemente la non volontà/voglia di eliminare i fantasmi dagli elenchi soci.

     Comunque sia all'aumento di soci è corrisposto un aumento del benessere economico del gruppo e dell'attività e quindi dobbiamo vederlo in termini sicuramente positivi.

Attività

     Aumentano i soci e anche l'attività ne ha un beneficio, le uscite crescono rapidamente e raggiungono il massimo nel 1984 con 173, ma in realtà l'andamento del n. di uscite negli anni è molto variabile e a grandi linee corrisponde al momenti di crisi più o meno profonda del gruppo Ancora più evidente risulta dal rapporto uscite/soci (fig. 2 e 3) dove si evidenziano le uscite pro-

La bella e la bestia

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capite dei membri del gruppo. Non si tratta della media delle uscite per socio nell'anno, che andrebbe moltiplicata per il n. medio di partecipanti ad uscite, ma del semplice rapporto tra il n. di uscite e il n. dei soci.

     Così i periodi buoni sono l'inizio e la fine degli anni '60 (1961: 102 uscite con 2.7 uscite pro-capite; 1968: 98 uscite con 2.8 uscite pro-capite) ed ultimamente il 1984 con 173 uscite (2.9 pro-capite).

     Anni di grande attività con poche persone sono il 1959 (56 uscite per una media di 4.7 uscite a testa - oltre 4 volte la media attuale - ed il 1975 quando con 18 persone sono state fatte 49 uscite (media 2.7 a testa).

     E la tendenza quale è? Ebbene stiamo scendendo non di molto ma in modo progressivo: le uscite pro-capite sono passate da 1.9 nel 1987 (123 uscite) a 1.5 nel 1989 (122 uscite), a 1.2 nel 1990 (107 uscite) fino ad un triste 1.1 pro-capite del 1992 (102 uscite). Si scende quindi ma si è forse più efficaci ed il risultato è di maggior qualità. Quello che è stupefacente è senza dubbio la capacità di movimento dell'inizio anni '60, quando praticamente senza automezzi si riusciva a mantenere un livello di attività simile all'attuale con un minore numero di soci.

     Dal 1959 ( prime relazioni di attività scritte) al 1992 sono state eseguite 2609 uscite per un totale di 1513 soci. La media del periodo è dunque 1.7 uscite per ogni socio.

     É interessante notare come le grosse variazioni si hanno per i soci aderenti mentre gli effettivi tendono ad avere una attività più stabilizzata. A questi numeri andrebbero sommate le attività dei campi e delle spedizioni che non sono state conteggiate ma che sicuramente

Lavori alla capanna Saracco-Volante

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1989: il GSP al "Demolition Party n. 2"

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drenano energie alle uscite domenicali.

     Basti pensare che il GSP ha organizzato o ha partecipato attivamente ad 89 "spedizioni" dal Marguareis alla Cina, dal Venezuela all'Austria con una media di oltre due spedizioni all'anno, media che tende ad aumentare notevolmente negli ultimi periodi, soprattutto con le spedizioni internazionali ormai giunte a 20.

Corsi

     Siamo arrivati al 36°, per raggiungere la convinzione che comunque fai il corso va a finire in modo casuale: gli allievi rimangono o meno non certo in funzione di quello che hai fatto per loro ma di una serie di fattori imponderabili che non ci sono ancora chiari.

     L'organizzazione è stata a volte superba altre poco più che sufficiente, ma il risultato non è mai cambiato di molto; comunque sia sono passati in gruppo oltre 1200 individui con una media a corso di 32.

     Dei vari personaggi che hanno svolto più o meno entusiasticamente il ruolo di direttore del Corso si sono distinti (salvo errori e/o omissioni):

     5 corsi - Eusebio

     4 corsi - Sodero

     3 corsi - Gatto, Gecchele, Doppioni, Villa, Vigna, Sconfienza, Chiabodo, Terranova

     2 corsi - Badino, Gabutti, Lanza, Pesci, Pulzoni, Zinzala e Lovera

     1 corso - Dematteis G., Dematteis M., Chiesa, Saracco, Olivetti, Curti, Perello, Guala, Giovine, Scambelluri, Masciandaro, Tesi, Scagliarini, Cuccu, Manzelli, Pavia, Grossato, Martiello

 

Fig. 1 - Diagramma anni - n° soci

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Fig. 2 - Rapporto uscite/soci

 

Organizzazione

     Il "metodo GSP" è sicuramente esemplare, tutto perfettamente organizzato senza nessuna defezione in nessun settore, tutto affrontato con spirito di sacrificio ed abnegazione sabauda.

     Quindi tutto benissimo soprattutto nelle mansioni-chiave: il magazzino è sempre in ordine, il materiale pulito e perfettamente controllato, la sede pulitissima viene più volte utilizzata come camera sterile post-intervento.

     Così problemi non ve ne sono ed il ruolo della "dirigenza" è praticamente assente, solo alcune volte (sei-sette al giorno) deve tappare buchi qui e là, ma è poco importante. L'organizzazione delle uscite è invidiabile, ognuno ha idee nuove e le porta avanti con dedizione. Così problemi nessuno.

     Fare il presidente o il membro dell'esecutivo in questo gruppo è rilassante. Le riunioni sono praticamente assenti (non si superano le quattro a settimana in media) e consentono una vivace vita mondana al di fuori della speleologia.

     Orbene in questo piacevole contesto fare parte del direttivo non pesa, così ci siamo alternati spesso alla guida del gruppo. Vediamo come:

Presidente

11 anni

Eusebio

 

8 anni

Doppioni

 

5 anni

Gecchele

 

4 anni

Dematteis

 

3 anni

Saracco

 

1 anno

Grilletto, Sodero, Balbiano, Gozzi, Di Maio, Follis, Grossato

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Esecutivo

13 anni

Eusebio, Badino

 

12 anni

Vigna

 

11 anni

Di Maio

 

10 anni

Villa, Doppioni, Dematteis,

 

8 anni

Lovera, Saracco

 

6 anni

Gecchele

 

5 anni

Baldracco, Sodero, Calleri

 

4 anni

Balbiano, Perello, Zinzala, Gozzi

 

3 anni

Chiesa, Volante, Gobetti, Curti, Chiabodo, Tesi, Sconfienza, DeLaurentiis, Grossato, Carrieri

 

Grotte più frequentate

     Abbiamo concentrato i nostri sforzi su sette zone:

1 - Sistema di Piaggia Bella- Lupo con 187 uscite;

2 - Monregalese ed annessi (Mutera, ecc.) 244 uscite;

3 - Marguareis (oltre a PB) 97 uscite;

4 - Mongioie 73 uscite;

5 - Toscana 46 uscite;

6 - Lombardia 41 uscite;

7 - Sistema Artesinera-Bacardi 32 uscite (dalla loro scoperta sono state fatte 68 uscite).

     Naturalmente da questo conteggio mancano i campi estivi. Si possono fare, comunque, alcune considerazioni, in parte riportate in fig. 4:

     a) l'attività su PB è più o meno costante negli anni;

     b) lo "sforzo esplorativo" sul resto del Marguareis diminuisce progressivamente mentre cresce quello sul Mongioie;

     c) le esplorazioni lombarde notevoli negli anni 89-91 si sono diradate di molto;

     d) l'Artesinera-Bacardi costituisce un "motivo fisso" ormai da dieci anni ed oltre;

     e) anche l'attività toscana ha subito una flessione notevole;

     f) Il cercar grotte nel Monregalese si è un po' diradato, diminuendo progressivamente.

     Conclusioni? Speriamo in un radioso futuro.

Continua...

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Fig. 3 - Rapporto soci - uscite

Fig. 4 - anni - esplorazioni

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Ergastolo a PB


Ipotesi di lavoro per il prossimo decennio/millennio

Ube Lovera

     Nel primo caso credo che ci riguarderà direttamente, mentre nel secondo pare essere improbabile; ritengo quindi meglio lasciare qualche direttiva.

     Sull'a valle è opportuno risolvere subito il problema Labassa; Porte di Ferro o Filologa in breve dovrebbero portarci alle sue gallerie, e questo perché di qui, in risalita troveremo un collettore discendente dalla bassa zona D di ingresso ancora incerto (Venantur, Merlino, Ghibli

L'autore in una semi-recente immagine (quando aveva i capelli)

 

o altro?), mentre zona A e E (Cuore di Pietra e Abisso di Ferragosto) hanno il dovere di connettersi e entrare ordinatamente anch'esse ne Labassa.

     Il successivo affluente è quello proveniente da zona F che si è in precedenza assunto il compito di raccogliere le acque provenienti dalla omonima zona, sommate a quelle del versante francese di Colla dei Signori, più la zona alta del Marguareis (zona O, Libero e dintorni). Si concede al collettore proveniente dal Piano delle Scovole, la libertà di affluire ordinatamente anch'essa nel Reseaux o scendere per i fatti propri direttamente su Labassa, incaricata a sua

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La capanna Saracco- Volante, base per le esplorazioni marguareisiane

 

volta di marciare verso il Lupo.

     Risolto un problema possiamo occuparci del successivo; le prosecuzioni in RB o nell'a monte Gaché si occuperanno di collegare le regioni di PB con quelle del bacino dell'Ellero, qui semplici esplorazioni dovranno in breve connettere RB con i sotterranei delle Saline, Gaché con le medesime e quindi con le Masche, dove è stata dimostrata l'esistenza di una rete freatica in Prima Osteria.

     Al Gonnos, nuovo abisso nelle regioni prossime al Biecai, è lasciato, come in altra parte alla Scovola, l'arbitrio di congiungersi dove gli pare.

     Non si hanno notizie sulle possibilità di coinvolgere in quest'orgasmo organizzato il bacino del Pesio e quello delle Vene.

     Chiuso con l'immediato futuro possiamo occuparci del recente passato: una mostruosa quantità di esplorazioni! Spropositato il rapporto tra quanto sembrano vicine le vicende della Gola, di Filologa e Essebue, datate estate 83, e il numero di storie che abbiamo costruito in questi brevissimi dieci anni.

     Piaggia Bella è diventata grande, enorme. Finalmente abbiamo compreso, capito, nel senso più ampio l'unicità del complesso e "PB" è diventato il nome simbolico di un problema che estendendosi geograficamente a regioni sempre più lontane è via via giunto a racchiudere inizialmente Labassa e quindi zona O e Punta Marguareis (O Freddo), zona F (F 5), Cima Bozano (Libero), poi Scovola, e infine oltre il Ballaur, anche le estreme regioni di zona Omega attraverso le recenti esplorazioni in RB e delle Saline fino a interessare concettualmente le

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Inizi anni '80

lontane Masche e il bacino del Pis dell'Ellero (Sgarro e Gonnos).

     Inizio anni '80: una pattuglia di giovani e rampanti esploratori affianca i dinosauri o quelli che allora parevano tali; se ne ricava una notevole spinta esplorativa che conduce parallelamente al risultati dell'83, con la giunzione Fighiera-Corchia e il trittico Gola-Filologa-Essebue.

     Pausa. 10 anni sono serviti principalmente a confonderci le idee e a moltiplicare i fronti; e se inizialmente le linee d'azione sono state essenzialmente due (a monte, verso Ballaur e a valle, oltre al Canyon Torino) ci siamo via via trovati in regioni lontane, sempre alla ricerca delle soliteItaca.

     Siamo all'84, reduci dalla recente sbronza esplorativa, e nel corso di una discesa inciampiamo nelle Camelot, gallerie fossili in zona Confluenza che hanno tra l'altro il

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pregio di evitare il bagno al Piedi Umidi. Riconoscenti incassiamo, ma poi strettamente bioteisti iniziamo le risalite del Lady Sfiga, laggiù verso la Gola del Visconte, azione che si iscrive al grande filone "Questione Gaché". Che non sia andata benissimo lo si intuisce dal nome del ramo, che invece della giunzione ci regala due meandri, de Agua e de Aria, e due probabili uscite (A 15 e A 16). A qualche chilometro di distanza, contemporaneamente, inizia l'epopea di F 5. Cosa c'entra? C'entra, c'entra.

     D'intanto alla Chiusetta gli imperiesi scoprono Labassa e iniziano a scavare. E anche questo entrerà nella storia. Viene l'85 e inauguriamo anche l'altro filone, "l'a valle". Praticamente riesploriamo l'intera sommità del Canyon Torino e della Vallini giù fino al sifone; la prima punta ci va buca ma alla seconda, continuando la risalita del Li Po, gran pozzo alla sommità dell'Olonese Volante, sbarchiamo nelle Porte di Ferro.

     Il Li Po è un enorme pozzo sovrapposto al Canyon Torino che si succhia tutta l'aria proveniente dal fondo di PB, l'"olonese" sono le regioni lì sospese, raggiunte a fine degli anni '70. Se vuoi i dettagli te li vai a leggere sui bollettini vecchi.

     Sbarchiamo alle Porte di Ferro dicevo, e qui per un po' esploriamo alla grande a una decina di ore dall'ingresso, trovando anche un meandro che torna alla quota del sifone permettendoci però di vederne l'altro lato; seguono 200 metri di gallerie e un altro sifone.

     Distratti dalla spedizione in Austria riusciamo solo a fare qualche puntata in F 3 (serie di traversi) e F 5 (trovato collettore nord) che a varie riprese ci illude di poterci fornire vie oltre il sifone finale.

     Dall'86 otteniamo un nuovo abisso, il Nevado Ruiz che, eretico, non è connesso con i

1983: papà Walter (in arte Segir) all'uscita della Gola del Visconte

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problemi di cui sopra, ma si libra senza impegni sopra le regioni del Fin. Qualche novità anche dal Cammello, un po' di gallerie in alto dopo di che torniamo all'ortodossia con le risalite in Filologa, problema connesso con l'a valle di PB. Inizia anche a prendere forma l'accerchiamento e a materializzarsi in noi che l'attacco debba essere condotto in tutte le direzioni; in zona O, iniziamo a rivedere O 3 e O 5, che rivelano cose nuove, ma di qui prenderà la rincorsa una storia che si chiamerà O Freddo.

     Lontano F 5 ha raggiunto i 5 km di sviluppo, tutti verso nord, distante da Labassa, che nel frattempo sta diventando enorme. Ma se un vicolo per il momento è ancora cieco, si apre invece l'autostrada che dal Gaché mena a PB portando il tutto a 900 e tot metri di profondità e una trentina di chilometri di sviluppo, per quel che contano i numeri.

     Di contorno nascono pure le Mistral, gallerie fossili grosso modo sovrapposte al Reseaux che avranno il merito di farli conoscere a noi tutti e indurre delle idee per una storia che però dovrà aspettare ancora qualche anno.

     L'87 è segnato da un colpo GSI ; risalita in Mastrelle e gran caduta alle Porte di Ferro, proprio dove eravamo sbucati in risalita dal Canyon Torino. Per lavare l'onta esploriamo, dopo aver scavato al Peu de Feu, giù fino al Pentivio, e quindi alle "Che Schifo" da cui Labassa sembra distare solo poche centinaia di metri. Nasce anche Venantur, abisso che sovrasta Piana Solai e che è stato il principale candidato a penetrare nel cuore della leggendaria zona D: tutt'oggi si rifiuta di farlo.

     Due colpi ravvivano l'88: O Freddo e A 11. Il primo, in zona O (un cengione sospeso sotto la cima del Marguareis) è figlio di quelle ricognizioni vecchie di un paio d'anni compiute nelle

Tutti in punta

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grotte della zona: 400 m di abisso freddo e cattivo in direzione Colla dei Signori, che però deve dire ancora molto, soprattutto nelle regioni iniziali; arrivederci al bollettino del Cinquantennale. Il secondo, Cuore di Pietra, piazzato sotto la Cresta delle Galline, scende a -680, livello delle gallerie de Labassa ed è destinato a raccontarci qualcosa prima della fine dell'anno.

     L'estate successiva viene la Scovola, in fondo all'omonimo piano, ampiamente in Francia, oltre la Colla dei Signori. 300 m di profondità, 1.5 km di sviluppo condita da un oceano di fango. É lei a comunicarci di spostare il limite della zona d'assorbimento assai più a ovest.

     Il '90 è un anno difficile. Agli iniziali tentativi al C 3, pendici Marguareis, attiguo a zona O, seguono risalite al Pentivio (Mastrelle): un pozzo risalito per 80 m dà il via a un orgasmo di gallerie, meandri e condotte, alcuni con tendenza ad uscire, altri no, tutti interessati da fessure, frane e sifoni. Nasce Merlino incantatore, in zona D, che condivide le aspirazioni di Venantur e al momento anche le conseguenze, non va da nessuna parte. L'apice è raggiunto con il Libero, altissimo abisso, posto su cima Bozano alla stessa quota del Gaché; frane e gallerie lo portano a -500 con buone possibilità di proseguire. Anche lui, dopo un giro d'orientamento punta verso la Colla dei Signori. La storia dell'esplorazione di quest'abisso resterà negli annali della speleologia, o dell'umorismo, o del cattivo gusto, non so.

     Poi per finire l'anno la Chiusetta ci regala un'altra faccenda, più seria, che ha invecchiato tutti noi ben più di 10 anni di esplorazioni.

     Nel '91 l'attenzione viene dirottata sul Mongioie, massiccio che ha possibilità irrisorie di collegarsi a PB. Non così invece la Conca delle Masche affrontata nel '92 che ci ha dato Lo Sgarro e Prima Osteria nonché

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un gran numero di piccole cavità e che ha sensate e lontane possibilità di interagire con le propaggini settentrionali di Gaché, attraverso le Saline. Nel frattempo dalle zone tradizionali, Cima Ballaur, rinasce la Puerpera, -150 m, per ora senza sviluppi.

     É ora quindi di RB, ultimo nato della famiglia in cui una serie di remote esplorazioni hanno portato 1.5 km di nuove gallerie, attraverso il Ballaur, fino a zona Omega; è in vista un nuovo ingresso o l'ingresso in una nuova regione?

     Notizie di ieri, il '93 ha portato una sorprendente giunzione tra PB (Paris-Côte d'Azur) e Filologa, nonché un nuovo abissotto, Gonnos, prossimo a zona Biecai, che, benché diretto verso il Colle del Pas, non sappiamo ancora come collegare al resto del bordello.

     Arrivederci al prossimo decennio.

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Dove andremo a finire...? Sottoterra


Fantaipotesi sulle reali possibilità esplorative nelle Alpi Liguri

Bartolomeo Vigna

     La speleologia nel GSP è vissuta principalmente come un'esperienza esplorativa e conoscitiva. Nel gruppo esistono però due grandi categorie di esploratori: quelli "internazionali", dalla mentalità molto più aperta, che vanno anche in giro per il mondo, dai ghiacciai del Biafo alle grotte dei carsi tropicali cinesi o brasiliani e quelli "indigeni" che vivono una speleologia molto più "restrittiva", ma non per questo meno affascinante ed intensa della prima. Il presente articolo è in particolar modo rivolto a questi ultimi.

     Il loro mondo, ad eccezione delle Alpi Apuane o di qualche rara puntatina nei carsi extra-piemontesi, è costituito da una fascia carbonatica compresa tra il fiume Tanaro e il torrente Vermenagna, dalla lunghezza di poco più di 40 km. In questa zona è nata e cresciuta la cosiddetta speleologia "ragionata", impostata all'inizio su basi intuitive, legate in particolar modo ad una profonda conoscenza del settore, ma successivamente evolutasi anche su criteri scientifici, come una nuova conoscenza delle situazioni geologico-strutturali, della circolazione delle acque o delle correnti d'aria.

     Agli inizi degli anni '70 una profonda crisi nel GSP sembrava legata alla mancanza di nuovi

Orgia di gruppo

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orizzonti esplorativi nella regione. Le decine di chilometri successivamente esplorati sottoterra hanno dimostrato l'enorme estensione del fenomeno carsico e la limitata visione di allora, sia tecnica che esplorativa. Ma è possibile che in un areale così relativamente piccolo, oggi, dopo 30 anni di ricerche, non solo del GSP, ma anche di diversi altri gruppi ugualmente agguerriti (GSI, CSM, GSAM, ecc.) ci sia ancora da esplorare? Al Marguareis si è lavorato male? Sicuramente no, i dati dimostrano infatti che negli anni il susseguirsi dei risultati sono il risultato di una continua evoluzione delle tecniche e della mentalità esplorativa. Le scoperte di nuove attrezzature, ad esempio i trapani e i manzi, oggi permettono di raggiungere comodamente settori che anche gli speleologi più forti degli anni '80 non potevano neppure immaginare. Di conseguenza si spalancano nuove frontiere ed altri tasselli di questo complesso puzzle sotterraneo vengono messi in ordine. Ovviamente oggi viene da chiedersi a che punto sono le conoscenze dei diversi sistemi qui presenti e quanto lavoro ci sia ancora da fare prima di completare le esplorazioni. Le continue scoperte (basta guardare come soltanto in questi ultimi 10 anni si siano ampliate

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le conoscenze del sistema della Foce) ci fanno capire quanto sia difficile fare delle previsioni o azzardare valide ipotesi sull'estensione del fenomeno carsico. La nostra ignoranza probabilmente è più "abissale" della più profonda cavità sconosciuta.

     Proviamo comunque a cavalcare i pipistrelli della fantasia ed immaginiamo quanto ancora possiamo esplorare, iniziando dai settori orientali e spostandoci, sistema per sistema, verso occidente.

     Nelle lontane terre del Regioso una rilevante parte del sistema profondo è stata esplorata ma rimangono ancora da collegare al sistema i settori del Revelli ed i versanti orientali del M. Rotondo. Confinante con questo è l'esteso sistema idrogeologico delle Vene e delle Fuse, uno dei principali dell'intera regione, ma tutto sommato uno dei meno conosciuti. All'estremo sviluppo del fenomeno carsico superficiale si contrappone, infatti, la scarsità del fenomeno carsico profondo attualmente esplorato. Dalle aree di assorbimento risulta, infatti, difficilmente raggiungibile la complessa rete freatica che dovrebbe svilupparsi intorno alla fatidica quota dei 1600-1700 m caratterizzante quasi tutti i sistemi della zona. Due dovrebbero essere i collettori principali facenti rispettivamente capo alle sorgenti delle Vene e delle Fuse, ma grossi dubbi

Campo al Mongioie: il Gias dei Gruppetti

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permangono sull'esistenza o meno di una diffluenza principale, in parte accertata, in parte smentita da una serie di colorazioni. Al contrario, la grotta delle Vene risulta attualmente essere una delle più estese cavità-sorgente dei carsi alto alpini, caratterizzata da una serie di brevi sifoni pensili presenti anche a +150 m di dislivello dalla quota della emergenza. La notevole corrente d'aria presente nelle diverse cavità nelle aree assorbenti, con distinti settori di ingressi alti e bassi, dimostra, comunque, la presenza in profondità di un esteso reticolo che collegherebbe le diverse parti del sistema.

     Confinante con il Mongioie si sviluppa il sistema del Pis dell'Ellero, fino all'anno scorso uno dei meno conosciuti, con poche cavità chiuse a poca profondità da tappi di ghiaccio. Le recenti esplorazioni hanno accertato anche in questo sistema l'esistenza di un complesso reticolo freatico, localizzato presumibilmente intorno al 1800-1900 m di quota. Anche qui permangono dubbi sulla presenza o meno di un unico reticolo attivo principale o l'esistenza di due collettori drenanti rispettivamente il settore Biecai ed il settore Masche. è possibile ipotizzare in un futuro non troppo lontano un collegamento tra questo sistema e le estreme regioni di Piaggia Bella, attraverso le esplorazioni delle vie attive e non, che dal Gaché portano l'acqua verso l'Ellero, dimostrando l'esistenza di due sistemi idrogeologicamente distinti ma costituenti un unico grande complesso carsico. Si potrebbe supporre che la circolazione attuale delle acque sia impostata lungo stretti ringiovanimenti e quindi non transitabili, ma la presenza dei reticoli fossili, legata alla complessa evoluzione carsica del settore ci permettono di spostarci un po' ovunque e con arrampicate e traversi raggiungere i settori più remoti.

     Nel grande sistema della Foce il collegamento tra Piaggia Bella e Labassa è senz'altro fattibile, facilmente attraverso più di un passaggio, ma con notevoli sacrifici legati a lunghi scavi e difficili arrampicate. La giunzione dei due colossi costituirebbe solo un piccolo tassello alla conoscenza del sistema. Delle estreme regioni orientali delle Saline e del vasto settore assorbente del M. Marguareis, mancano ancora oggi quasi del tutto le conoscenze del carsismo profondo. Le scoperte degli abissi O Freddo, A 11, Libero e Ferragosto hanno unicamente dimostrato la complessità del sistema caratterizzato dalla presenza di reticoli fossili orizzontali e dall'esistenza di cavità che raggiungono la quota della zona satura della Chiusetta.

     Il reticolo carsico sembra quindi essersi approfondito fino al livello di base legato al sifoni a monte di Labassa. Una simile situazione sembrerebbe quindi escludere la presenza di un collettore importante che drena l'intero settore. Al contrario è facile ipotizzare l'esistenza di estesi reticoli orizzontali fossili, testimonianti l'importante livello di carsificazione ampiamente sviluppato tra i 1800-1600 m che potrebbe estendersi fino al di sotto della Colla dei Signori. Dall'abisso F 5 potrebbe essere possibile invece avvicinarsi a Labassa attraverso una via attiva

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o lungo una serie di passaggi fossili sovrastanti, come quelli esistenti nei tratti noti terminali della cavità.

     Nel settore di emergenza della Foce le grotte del Lupo inf. e sup. costituiscono le recenti vie di deflusso delle acque. Antiche reti carsiche dovrebbero localizzarsi a quote maggiori quando più alto era il livello di base costituito dal letto del paleo- Tanaro. Una cavità in corso di scavo (La porta del Sole), localizzata ad alcune centinaia di metri dall'attuale fondovalle, potrebbe costituire una vecchia via di drenaggio delle acque ma le sue ridotte dimensioni fanno supporre l'esistenza di altre condotte presenti a più livelli nei settori circostanti.

     Percorrendo la Val Tanaro da Ponte di Nava fino alla Gola delle Fascette, si osserva sulla destra orografica una estesa fascia carbonatica di circa una decina di chilometri di sviluppo. Molti autori sono concordi nell'affermare l'esistenza di un paleo-Tanaro con fondovalle localizzatosi a diverse centinaia di metri di altezza dall'attuale percorso. Le sue acque avrebbero alimentato una complessa rete carsica ancora del tutto sconosciuta. I numerosi "buchi neri" che occhieggiano sugli scoscesi pendii dei versanti meridionali, potrebbero costituire possibili accessi al reticoli

Squassino's time

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profondi. Le poche cavità fin ora raggiunte presentano sviluppi molto limitati, ma basterebbe un solo ingresso buono...

     Una situazione analoga alla precedente, con ingressi lontani e di difficile accesso, è presente nella alta Valle Pesio, lungo le maestose pareti Nord del Marguareis e dello Scarasson. In questa zona le premesse sono assai più allettanti per le favorevoli situazioni, sia morfologiche che strutturali. è possibile ipotizzare nel pre-quaternario l'esistenza di vaste aree assorbenti con cavità che drenavano le acque del settore orientale verso la Foce ed in quello occidentale verso il Pesio. Successivamente le esarazioni glaciali ed il notevole arretramento dei versanti hanno tagliato via parte dei versanti settentrionali, portando alla luce i reticoli più importanti.

     L'abisso Libero e O Freddo costituiscono evidenti esempi di tale situazione, ma lungo le pareti e i canaloni molte sono ancora le cavità da raggiungere e esplorare.

     Nel sistema del Pis del Pesio l'importanza dei diversi livelli di carsificazione è sottolineata dal grande sviluppo della rete carsica presente nel complesso Straldi-Cappa. Ma ancora molto rimane da esplorare. Il reticolo dei 1800-1900 m di quota dell'abisso Perdus aspetta già da molti anni validi esploratori, come nel Cappa lunghi traversi sugli approfondimenti recenti permetteranno di raggiungere le estese gallerie orizzontali. La situazione presente in questo complesso carsico non può essere un'eccezione; sicuramente al di sotto di alcune centinaia di metri dal fondo della Conca delle Carsene, precisamente nelle aree più settentrionali, si svilupperebbe una complessa serie di condotte freatiche. La loro esistenza è sottolineata anche dalla violenta corrente d'aria (ingressi bassi) presente in quasi tutte le cavità o buchetti ancora da aprire.

     Nel settore delle emergenze la situazione è più critica: un'importante diffluenza è stata accertata attraverso tracciamenti dal Cappa verso le sorgenti del Pis del Pesio e del Pesio 18. Questo fenomeno e la quota dei sifoni nella cavità più profonda fanno supporre l'esistenza di una estesa falda carsica costituita da lunghi tratti sifonanti. Ma le gallerie dei paleo-livelli dove sono?

     Il sistema della Balmassa, localizzato nel settore più occidentale delle Alpi Liguri, è uno dei meno conosciuti. Forse la relativa distanza delle aree assorbenti o le non allettanti potenzialità, solo 600 m di dislivello dalla zona alta alla sorgente (e sputaci sopra!), hanno tenuto lontano il grande pubblico. In questo sistema sia dal settore della sorgente sia da quello assorbente possono aprirsi interessanti prospettive.

     Conclusioni: moltissimo è il lavoro ancora da svolgere sulle Alpi Liguri. Alcuni settori come il Monte Cars, Monte Castello, Mirauda, Serpentera, pareti Nord del Marguareis, versanti meridionali della Val Tanaro, ecc., risultano ancora quasi del tutto inesplorati, sia in superficie che in profondità. In altre zone, come la Conca delle Carsene, Biecai, Masche, Mongioie, ecc. i risultati più interessanti verranno da lunghi lavori di allargamento sia degli ingressi sia delle strettoie in cavità già note. Nei grandi complessi carsici saranno le risalite e i lunghi traversi a dare i risultati migliori. Le prospettive sono allettanti perché in tutti i sistemi carsici di questo settore dovrebbero esistere estesissime reti freatiche, localizzate anche a più livelli...

     Bisogna solo arrivarci.

 

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Flash su un quarantennio


Marziano Di Maio

Le quattro età

     La vita del GSP può essere divisa in quattro periodi, che corrispondono abbastanza fedelmente agli altrettanti decenni di esistenza del gruppo. Vediamo in sintesi di tratteggiare uno spaccato di ogni periodo.

     Beata fanciullezza. La crescita iniziale è stata relativamente rapida, i fondatori avevano preso la faccenda molto sul serio, erano decisi, determinati, concentrati sugli obiettivi, e affiatati come si può esserlo quando non si è in tanti. Anche una buona parte dei loro proseliti sono stati della stessa stoffa e alla fine del primo decennio il Gruppo era ormai uno dei più affermati per solidità di strutture e per risultati ottenuti. Con un organico scarso in confronto a oggi, ma con gran carattere e con quel pizzico di fortuna che sempre premia gli audaci, il GSP da solo o in collaborazione (e a quei tempi la collaborazione tra i gruppi non era poi così diffusa) aveva legato il suo nome a 4 delle 5 grotte italiane più profonde e a 3 tra le maggiori del mondo (i record di profondità erano molto importanti...), ma pensiamo anche a cosa voleva dire aver fatto una notevole mole di lavoro scientifico e avere organizzato un convegno di speleologia e una rassegna nazionale di foto speleo, per esempio.

     Oltre che di età sì era giovani anche di mentalità, certamente, ma si era dotati di quella "carica ideale" che Ernesto Lavini (un dirigente del Cai Torino intervenuto alla cerimonia del decennale) aveva ben individuato emesso in evidenza nel suo discorso, lamentando che si fosse affievolita in altri campi dell'alpinismo.

     Pare impossibile che siano passati trent'anni da quando si è celebrato il decennio di fondazione. Un mese prima era caduto Cesare Volante sul Lirung, era l'anno della

Giovanni Badino nel 1972

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Preta, e del Gravattone che per poco non finiva in tragedia. Dieci anni di attività sembravano già tanti. E come erano giovani i vecchi del GSP. Alla celebrazione si era voluto dare ufficialità, c'erano professoroni, generali, dirigenti Uget e Cai Torino, amici di altri gruppi. In seguito siamo stati più riservati, ma allora si era giovani e anche queste cose facevano bene.

     Alla fine del 1963 i membri effettivi (ME) eletti erano 15 (non guardiamo se erano 26 a fine '62, perché nel numero erano compresi vari componenti della 700 Ore che in realtà avevano

Agosto 1969: si recuperano materiali ed "eroi" dal pozzo d'ingresso della Preta.

 

poco a che fare con il Gruppo). L'età media era di 25-26 anni e l'anzianità speleologica media sui 4 anni o poco più.

     Problemi di crescita. Nel secondo decennio la curva ascensionale è proseguita ancora un po', poi si è quasi seduta per recuperare un po' verso la fine. Nel complesso si è avuta una crescita moderata, si è vissuti un po' di rendita e, se si guarda alle premesse e alle potenzialità, si può forse parlare di tran tran o poco più. L'uscita di scena del nucleo originario dei vecchi trascinatori è stata determinante, il ricambio è stato solo parziale. Il Gruppo si è bensì consolidato nelle sue strutture, si è rinforzato le ossa e nella parte finale si è evoluto anche un po' di testa. Le esplorazioni, barometro della situazione generale, hanno alternato momenti di fiacca a sprazzi anche importanti come al Marguareis e a Su Anzu.

     Nel numero dei praticanti la crescita è stata deludente, quasi nulla: per il 1973 troviamo sempre una quindicina di ME con anzianità speleologica media sui 4 anni. Solo due speleologi

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erano già effettivi dieci anni prima. Nulla di esaltante, ma alla fine del decennio affioravano già i segni d'una più promettente maturità.

     Si diventa adulti. Il terzo decennio si è rivelato finalmente decisivo per il raggiungimento di uno standard "adulto": è stato un progresso importante, con l'acquisizione di una mentalità matura, di una visione nettamente migliorata della speleologia, di sottili furbizie nella ricerca, il tutto esaltato da un'evoluzione delle tecniche decisamente portentosa. Con questo salto di qualità si sono messe le basi che ci portano alla situazione attuale e, speriamo, ad altri proficui lustri futuri. Anche l'organico del Gruppo si è andato dilatando. Ho evitato sinora di far nomi, ma non si può tacere il fatto che verso la fine del decennio precedente era entrato in gruppo Giovanni Badino: è stato un decennio fecondo di soddisfazioni, con grandi lavori al Fighiera-Corchia, con il decollo di Piaggia Bella e con l'attenzione rivolta anche all'estero.

     Nel 1983 i ME erano 24 e la media pro-capite era di 7 anni di speleologia a buon livello. I ME con oltre dieci anni di attività erano 6, e ciò senza contare che anche tra gli aderenti c'era gente con una certa esperienza e capacità.

     Una (troppo?) tranquilla maturità. (Per tranquilla non si deve intendere oziosa, ma qualcosa come spensierata). L'ultimo

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decennio, che all'incirca è stato quello della presidenza Eusebio (1982-92), ha visto consolidarsi e crescere quanto di buono si era costruito e seminato nel decennio precedente. La pianta (mi piace pensare a un noce) è ormai abbastanza sviluppata in quasi (è doveroso metterlo, il quasi) tutti i suoi rami ed è in grado di reggere le bufere e di dare frutti con regolarità, ovviamente coltivando come si deve e sperando nel tempo e nella luna. E i frutti li dà. Si naviga ormai su standard tutt'altro che disprezzabili, pur se giustamente c'è sempre la sensazione di non fare abbastanza e la consapevolezza che qualche settore vada migliorato. Ci si sente più sicuri, come quando dall'apprendistato si è assunti in pianta stabile. Fa piacere godersi quella maturità che un tempo invidiavamo ad altri e che per esempio faceva grande al nostri occhi la Commissione Boegan. Quella maturità che ci rende più filosofi verso i problemi che ci sono, che ci consente di guardare dall'alto i provincialismi di altri gruppi non ancora cresciuti, che riesce ad amalgamare nell'unità di gruppo gli individualismi e che ci ha dato la forza morale di assorbire senza eccessivi contraccolpi traumatici una batosta come quella della Chiusetta.

     Per la statistica, nel 1993 i ME sono 21, con una media di anzianità da effettivo di oltre 8 anni.

1985: Hagengebirge, gruppo pronto all'azione

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     Gli speleologi con oltre dieci anni da effettivo sono sempre 6 (ma con Sconfienza e Guiffrey potevano essere 8), senza contare un'altra decina di "anzianissimi" tra gli aderenti.

 

L'esperienza fa la differenza

     Salta dunque all'occhio che un fattore che fa nettamente la differenza tra il GSP attuale e quello dei primi due decenni è la lunghezza media della carriera speleologica, con tutte le ovvie implicazioni che ne conseguono. Un tempo, e la cosa è andata avanti per metà dell'esistenza del Gruppo, la carriera era corta. Non si faceva in tempo ad allevare uno speleologo, che sul più bello quello si ritirava: era come una pianta che seccava proprio quando poteva cominciare a dare buoni frutti. Chi vantava 5 anni consecutivi (oppure 5 su 6) di militanza da effettivo era già fuori dalla norma e veniva proclamato "membro anziano", categoria tuttora valida nel regolamento del GSP, ma oggi caduta in disuso perché inflazionata. Oggi, con una media generale di "effettività" che ha superato gli 8 anni pro-capite (sono 8,2 per l'esattezza), è ovvio che il Gruppo si trovi a tesaurizzare un patrimonio di esperienza, di capacità, di professionalità, ingente e che si va continuamente arricchendo, mentre è anche più facile ammortizzare i temporanei cali di qualcuno o gli abbandoni. È macroscopico il divario tra il 1973, anno con 15 ME e 4 anni di speleologia attiva media, e il 1993 con 21 ME e 8,2 anni; il rapporto è quasi di uno a tre. (Anche il 1983 non stava male in proposito).

     Al riguardo, bisognerebbe forse ridimensionare le lamentele che si fanno sulla scarsità del ricambio attraverso i corsi di speleologia. Infatti è ovvio che un tempo, con carriere più corte, fosse necessario un ricambio più attivo. Quel ricambio, tra l'altro, che una volta era necessario soprattutto a colmare gli abbandoni dall'attività per motivi familiari, mentre oggi è diffuso il fenomeno di gente con famiglia che non solo fa speleologia a buon ritmo, ma continua addirittura a esercitare una funzione trainante sul Gruppo.

     D'accordo, non solo al semplice ricambio si punta, ma anche a un potenziamento. Però una crescita numerica auspicabile è quella entro certi limiti: che non si superi cioè la dimensione oltre la quale si innescherebbero problemi gestionali e organizzativi più grandi delle nostre forze.

 

Maturi o vecchi?

     Qualcuno si preoccupa (l'ho già sentito) se questa maturità non sia piuttosto vecchiaia. Non esageriamo. Quelli che tirano le esplorazioni (la sola tra le attività del GSP che richieda un certo impegno fisico) hanno sì un'età media anagraficamente che ahimè si va alzando, ma prima che vengano meno le forze per certe prestazioni tanti altri sconvolgimenti potranno succedere. Al contrario, per molti metterei la mano sul fuoco che gli verranno i capelli bianchi e continueranno a andare in grotta. Con i figli. E oltretutto hanno l'apertura mentale per non fossilizzarsi da vecchi nel loro guscio ma da andare di passo con i tempi senza creare fratture con i giovani da barbosi rompiballe e senza divenire conservatori perdendosi le utili novità che sempre vengono fuori.

     Per il resto, se facciamo un test sui 21 ME del 1993, vediamo che ne abbiamo 7 con militanza da effettivo da 1 a 4 anni (quindi non ancora "anziani"), e fa un terzo del totale. Fino a 5 anni ne abbiamo 10, che sono quasi la metà.

     Un problema da non trascurare è peraltro quello che non si vede un soddisfacente ricambio nell'ambito di quella mezza dozzina di persone che trainano il Gruppo e che sono quasi tutti vecchiacci.

 

L'angolo dei rimpianti

     Nella situazione in cui siamo di superiorità rispetto a decenni passati, non possiamo

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nascondere che in qualche settore si siano fatti passi indietro.

     Non poche persone potrebbero occuparsi, come in altri Gruppi, di attività che invece da noi oggi sono quasi assenti. Nel GSP la speleobiologia è praticata da un'unica persona, sia pure ad alto livello, ed è un po' poco. Nessuno si interessa più di paleopaletnologia (e folklore delle grotte): peccato, perché la nostra regione nasconde certamente cose interessanti: è un ricordo l'agguerrita squadra di speleosub (però ci siamo preservati il miocardio: non so per loro che erano sotto, ma per chi era d'appoggio l'attesa che riemergessero era mortale). Siamo peggiorati nel servizio di biblioteca, che non è stato ancora ripristinato in modo degno; si è però sulla buona strada. Siamo carenti nell'organizzazione di congressi, forse ci manca proprio il bernoccolo (di recente però non per causa nostra è fallita l'iniziativa volta a ricordare gli amici della Chiusetta). Ed è infine motivo di rimpianto il fatto che vengano quasi snobbate le riunioni del venerdì, in cui si comunicavano attività ed altre esperienze, si trasmettevano informazioni, si dibattevano problemi, si facevano programmi, o semplicemente se avevi bisogno di parlare con uno sapevi di trovarlo lì. Si è un po' perso un certo spirito di gruppo, non certamente in senso campanilistico ma di cooperazione ai fini comuni, di affiatamento (tanto più necessario se si è numerosi), di partecipazione non solo epidermica alla vita sociale.

 

Bibliografia essenziale

- Per il decennale del GSP, v. bollettino Grotte n. 22 con il resoconto della celebrazione e con la relazione di Beppe Dematteis.

- Per il ventennale, v. il numero rievocativo 52.

- Per il trentennale, v. il numero speciale 83.

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1993 - Quarant'anni dopo

 

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De sabaudiis foemina spelea


C. Lanza, L. Ochner, L. Valente

     Uno studio sulla speleologia femminile? Lasciamo perdere.

     Una ricerca sull'attività speleologica femminile? Qualcuno avrebbe subito una battuta pronta sul termine attività.

     Eppure un ruolo importante, anche se non sempre palese, le donne del GSP l'hanno sempre avuto e continueranno ad averlo. In che modo è da stabilirsi.

     Sentiamo Carla Lanza come rappresentante femminile dei primi anni di vita del Gruppo.

     Erano gli anni Cinquanta. Frequentavo la Facoltà di Scienze Naturali che, allora come oggi, aveva istituti e aule di lezione sparse per tutta la città. Il mio corso contava 12 iscritti e, durante i lunghi spostamenti a piedi, uno dei dodici, Renato Grilletto (che in seguito avrei saputo chiamarsi "Paparino"), ci raccontava le sue esplorazioni sotterranee e ci rivelava l'esistenza, nella nostra città, di espertissimi speleologi, riuniti in gruppo chiamato GSP.

     Un po' invidiosa dei suoi racconti e molto curiosa di vedere che cosa c'era "sotto terra", mi feci coraggio e, trascinata con me un'amica (che non fece mai molta speleologia, ma in compenso ebbe molto successo in gruppo), andai un giovedì sera alla riunione.

1971: Laura e Rosanna

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     Che delusione! I valenti speleologi erano poco più che ragazzini, e il presidente, che li comandava a bacchetta, sembrava uno studente delle medie.

     Non c'erano corsi allora, così potei inserirmi subito nell'attività di campagna e la mia prima uscita, inizio di una fulgida carriera speleologica, fu alla grotta di Perlo e il Buranco Rampiun.

     Come mi trovai in gruppo? Benissimo. Tra l'altro c'era già una ragazza: Nuccia Palmas, detta "Nostra Signora di Upega" e qualche anno dopo si unirono anche Franca Campanino e Ginni Braida. Devo dire, anzi, che in quegli anni la presenza femminile fu una caratteristica del GSP, molto invidiata dagli altri gruppi italiani, quasi tutti esclusivamente maschili.

     Non sapevo nulla di femminismo allora, e il "diverso è bello" non era ancora stato scoperto. Per questo trovai naturale dopo un po' di tempo trovarmi a ciclostilare il bollettino (in compenso nel sessantotto non l'ho più fatto: avevo già dato): naturalmente per indorarmi la pillola mi avevano fatto co-direttore.

     Molto più discussa fu la mia carica di Direttore del corso di speleologia (mi pare il primo, ma non sono sicura); ricordo una seduta burrascosa in cui un socio (non ne rivelerò il nome) molto seriamente sosteneva che non era decoroso avere una donna a direzione del corso. L'handicap del sesso fu superato dal fatto che nel frattempo mi ero laureata e un "dott." davanti al nome "a quei tempi" contava (fu anche suggerito, per superare il problema, di mettere solo l'iniziale del nome proprio, ma devo dire, onestamente, che il suggerimento fu rifiutato a maggioranza).

     E in grotta? Non mi pare che ci fossero favoritismi ; ricordo lo stupore dei sardi, nel corso della prima spedizione a Su Bentu, quando videro che si tirava a sorte la formazione della squadra di punta, includendo anche me tra i sorteggiandi; fu in quell'occasione che Eraldo proferì la

Speleologia femminile in spedizione, Turchia 1987. Quali sono le Turche? Quali sono quelle che fanno cose turche ?

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famosa frase "le donne del gruppo sono tra i nostri migliori uomini di punta".

     E così l'anno in cui al Marguareis ebbe luogo la famosa "Semo" (settimana morfologica) i cui partecipanti vennero battezzati "semolini", si costituì una squadra completamente femminile che compì una prima nel Pozzo delle Ciuaie.

     Dell'attività in grotta che cosa ricordo ancora? Della punta al Biecai ricordo soprattutto, al di là dell'entusiasmo per la prima, un gran freddo. Di Su Bentu una lunga e faticosa notte dedicata alle foto (per le quali ci eravamo impegnati con uno sponsor) con Paolo Chiesa come operatore, che dimenticò di togliere il coperchio all'otturatore... E ancora la rabbia di non esserci quando gli altri esplorarono la parte alta di Rio Martino, le cui bellezze mi vennero descritte da Piero Fusina con una lunga lirica lettera, mentre ero in città a preparare la tesi. (Per consolarmi poi, quando mi laureai, andammo a brindare proprio al fondo della parte nuova di Rio Martino e là lasciammo una bottiglia a ricordo).

     E poi ci furono le spedizioni al sud. Certo nelle spedizioni al sud a volte ci facevano passare per sorelle di qualcuno (per evitare commenti, per vigliaccheria...). Ricordo che in una battuta sopra San Lorenzo Bellizzi, essendo in calzoncini corti fui presa a sassate (per fortuna da lontano e con poca mira) al grido di "svergognata". Ma ricordo anche di quando, avendo dormito all'aperto perché l'alloggio in cui eravamo accampati era stato invaso dalle formiche in seguito alla rottura di un barattolo di miele da parte di Giulio Gecchele, le teste di Ginni Braida e mia, che uscivano dal sacco a pelo, furono salutate con un "bacio le mani a vossignoria" dai contadini che scendevano ai campi. Oppure delle battute sul Pollino, dove i pastori cedevano a noi

Che cazzo di foto è ?

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ragazze i loro cavalli, per evitarci la fatica della salita.

     La mia attività nel gruppo durò circa dieci anni, poi il lavoro, i figli e i casi della vita in genere mi portarono verso altri interessi. È stata perciò una sorpresa per me la richiesta, da parte della redazione del Bollettino, di scrivere questa "testimonianza" sulla speleologia al femminile; è stato piacevole ricordare quei tempi, e anche gratificante sapere che qualcuno si ricorda ancora di quelle prime speleologhe torinesi, anche se, per togliermi ogni illusione, mi è stato subito precisato che ero stata interpellata in quanto "moglie del primo presidente".

     L'ultima frase è indirizzata a me quale interpellatrice direttamente interessata ad un suo articolo e mi viene da ridere: mi sono talmente abituata al ruolo di foemina attuale del G.S.P. che non porto neanche più il rispetto formale a chi la speleologia l'ha vissuta veramente. Entrai in gruppo nel '68, gli anni "eroici" della speleologia erano al termine e la mentalità, soprattutto maschile, stava cambiando.

     L'unica Donna del G.S.P. di allora la

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riconobbi in Giola... e cercai di emularla (i contatti diretti erano difficili: lei apparteneva agli alti ranghi); le altre donne, sorelle, amiche, mogli, amanti, le considerai subito come personaggi di passaggio: a me la SPELEOLOGIA piaceva,

     A posteriori mi sono sentita dire che ho fatto delle cose (per quei tempi), invidiate dai maschietti degli altri gruppi (me lo avessero detto subito!) ma in verità ricordo di aver mangiato quintali di merda.

     Dopo Giola il mio imput venne da Marziano, calmo, passo dopo passo, lo seguii in sordina, lui si caricava: bene, io altrettanto (nel mio limite s'intende), lui camminava piano: bene gli altri si fermavano e io lo seguivo. Devo molto sia a lui che a Balbiano: uno a camminare l'altro a vedere ciò che ci stava intorno. Scusatemi ma non credo di aver mai patito di protagonismo per cui non credo che la mia attività abbia mai avuto nulla di rilevante.

     Arrivò un anno in cui le donne del G.S.P. decisero di fare speleologia da sole! Non avevo partecipato al '68 e non partecipai allora. Lo trovavo buffo: venne indicato loro dove andare, furono istruite, ed esplorarono il noto Ramo delle Donne all'Artesinera e tutto finì.

     Ma avete mai sentito una donna del G.S.P. parlare di freatici, correnti d'aria, di rilievi, ecc. in modo credibile? Siete sicuri che la differenza tra una galleria e un meandro a loro interessi poi tanto?

     Cattiva? Va bene, Loredana, EX FIRST LADY, mi correggerà:

     Scusatemi un attimo, devo chiarirmi le idee!!

     Cara Laura, il fatto che tu abbia interpellato due ex first lady è una semplice coincidenza oppure speravi in qualche clamorosa servata sulla vita di palazzo? Spiacente, per le rivelazioni dovrai attendere la pubblicazione del mio prossimo libro "Spettegules di palazzo, ovvero... Ma lo sai che Tizia sta con Caio, che prima stava con Sempronia, che se la faceva con Pinco che metteva le corna a Palla?", di prossima pubblicazione (e che probabilmente quando uscirà sarà già vecchio!).

     Comunque vi posso qui fornire un piccolo spaccato di quel che di meglio il GSP possa offrire a chi appartenendo al sesso femminile, decide un giorno di varcare le porte del Gruppo, trovandosi così in uno strano mondo, dove, se sopravvivi ti ritroverai con un bel po' di peli sullo stomaco, quasi più nessun pelo sulla lingua, e altri peli con potere di traino maggiori a quelli di un carro di buoi.

     Premesso ciò, per introdurre questa mia chiaccherata vorrei anteporre un concetto che almeno nel GSP è ormai ben radicato: se ad iscriversi al corso di speleologia arriva un maschietto questi è sicuramente intenzionato al mondo sotterraneo e a tutti i misteri che circondano questa strana attività, ma se invece ad iscriversi è una timorosa fanciulla

Hai voluto la bici? Adesso pedala

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questa è sicuramente arrivata per acchiappare.... e questo è ben lungi dal dispiacere alla massa di zoticoni, maiali perennemente arrapati che affollano il GSP,

     E così ogni anno (sono ormai 12 anni che assisto a questo triste rituale!!!) a inizio corso si ripete lo stesso disumano assalto a quelle poche coraggiose figliuole che nonostante i primissimi terribili tentativi di approccio (ve li lascio immaginare) dei nostri soci "maschi" decidono comunque di iscriversi, ben lungi dal sapere a che cosa vanno incontro.

     Un po' diverso è il discorso per le fanciulle che arrivano al corso con il loro compagno. Non è molto diverso, invece, il tentativo di ancoraggio e saccheggio del prezioso bocconcino accodatosi. Certo avete letto bene, accodatosi. Bè certo, perché è fuori discusione che Ella stia per affrontare questa terribile prova d'amore facendo una cosa di cui non le frega niente, solo per potere seguire il suo LUI. E poi comunque anche ammesso che in seguito magari le piacerà e continuerà a fare attività, sarà sempre e comunque la donna dello speleologo tizio o caio (N.B. provate, così per curiosità, a leggere gli indirizzi dei soci GSP: non potete sicuramente sbagliare nell'indovinare le coppie del gruppo perché quasi tutti i nomi femminili sono accompagnati dalla simpatica parolina "v." seguita dall'indubbiamente più importante nome del coniuge il quale ha tutto il suo bell'indirizzo!).

     E sia comunque chiaro che anche il fatto di essere coniugata e magari madre di famiglia non esula dai continui tentativi di impapocchiamento dei soci GSP che forse pensano così di mettere alla prova la nostra fedeltà. Ah, furbacchioni,

     Va be anche a questo ci si fa il callo, eh si anche perché altrimenti non resisti per molto in questo tenero ambientino stile oratorio e devo dire che ne ho viste molte di donzelle fuggire quasi in lacrime!

     Quelle che rimangono, in compenso, se ben istruite, riescono spesso e volentieri a raggiungere un livello tale di... da suscitare l'invidia dei signori uomini. Mi ricordo di averne visti parecchi piangere!!! (ma forse non era per invidia...).

     Argomento molto più delicato da affrontare è quello che riguarda i rapporti tra le signore socie. Eh sì perché diciamocelo noi donne un po', come dire, stronzette lo siamo. Negli ultimi anni la situazione si è abbastanza tranquillizzata, ma ricordo periodi in cui spesso e volentieri in gruppo ci sono state situazioni, diciamo, imbarazzanti, dovute alla presenza di chi voleva fare a tutti i costi la prima donna, o chi peggio ancora la donna di tutti e allora apriti cielo! Mai visto delle gatte incazzate con le unghie di fuori? Ecco uguale.

     E come non ricordare i vani e tenui tentativi di creare una speleologia al femminile? E questo sempre per levarci di dosso lo scomodo e antipatico appellativo di rimorchi. Comunque, è un dato di fatto che da quando in gruppo è aumentata la presenza femminile lo stile che andava tanto di moda fino ad una decina di anni fa, che penso fosse stato importato in GSP da qualche ex filomilitaristasadomasochistaechipeggionehapiùnemetta (il motto che andava di moda era MARCHE OU CREVE!) si è via via addolcito fino ad arrivare all'attuale stile scuolamaternavogliamoci tutti bene, dovuto sia alla presenza di un ormai sterminato numero di terrificanti bambini e sia al grado di buon cuore raggiunto dallo staff dirigenziale (fatevi raccontare, ad esempio, alcuni nanetti sui corsi del passato!!).

     In parole povere ci voleva l'immancabile TOCCO FEMMINILE.

     Ma non vi crediate che il lato femminile del gruppo abbia messo di suo solo il tocco; in questo ultimo decennio i corsi hanno sfornato un discreto numero di donne da punta, che hanno dato un grosso contributo alle esplorazioni e in genere a tutta l'attività del gruppo. E se si pensa al fatto che comunque il rapporto tra il numero degli uomini e quello delle donne che si iscrivono

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ai corsi GSP è nettamente a favore dei primi, le cose non vanno poi così male! Diciamo che forse manca un po' la consapevolezza delle proprie capacità o forse la forza di emergere, e quindi si rimane un po' in disparte.

     La cosa importante, e qui mi rifaccio ai ricordi di Carla, è che non esiste più il problema di chiamarsi Giovanna e non Giovanni, creando imbarazzo se Giovanna ricopre qualche carica ufficiale. E allora ? Il prossimo Presidente? ..."Speriamo che sia Femmina".

 

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Caro G.S.P.

Andrea Gobetti

      Caro G.S.P.,

é un mistero, non il maggiore del mondo che frequentiamo, sapere quali sono i nostri rapporti, ora come in passato. Siamo amici, nemici, fidanzati, divorziati? Sei tu che volevi mandarmi i carabinieri alla Capanna o sei tu che mi hai dato le chiavi? Sei tu che mi vuoi leggere o che mi censuri?

     Io ho rinunciato a capirti, tu hai fatto lo stesso e mi è parsa cosa buona e giusta per entrambi che ormai abbiamo 40 anni e ne dimostriamo 100. Sono io che ti ho attaccato l'arteriosclerosi? Sei tu che mi hai fatto venire la pecola?

     Un po' ti invidio, hai la capacità di tenere dentro tanti personaggi, così grossi, scomodi e diversi che se uno scrittore ne avesse altrettanti nella testa ci potrebbe fare una dozzina di romanzi. C'ero anch'io, una volta, a fare lo scrittore nel tuo Jurassic Park... Dove sono adesso? Lontano? Qui su questo foglio.

     Ogni tanto mi chiedo se ti ricordi di me, delle battaglie, delle riunioni, i campi, le pregiudiziali "Gobetti", i trionfi Marguaresiani e Apuani. Forse è proprio in Apuane dove mi sono sentito di più un "tuo" uomo. Capitava mentre scendevamo dai mezzi da sbarco e tenevamo banco a Levigliani fieri dei nostri "neh" e delle "e" strascicate. I lupi del Nord scesi al centro a inventare il nuovo ordine della speleologia italiana... Sì, quando hai aperto i cancelli del Fighiera a tutti sono stato fiero di te e di me che t'appartenevo. Erano bei giorni, di un'asciutta primavera. E ogni tanto mi immagino di quand'ero ragazzino (sai, sono passati 27 anni) e tra i bollettini cercavo di scoprire chi eri, cercavo la storia delle facce che vedevo, e soprattutto di quelli che non conoscevo, ma di cui proprio la lontananza fa parlare in modo mitico.

     Chissà come fanno adesso i ragazzini quando la mia leggenda li sfiora ? Chissà se qualcuno è risalito sino al bollettini con le foto b/n per scovarmi alla fine del corso, spiarmi alle prime volte in P.B. ?

     Che faccia ha il G.S.P. quando gli racconto che no, sono ancora vivo, che non sto più qui, che sono marcio, ma un giorno apparirò forse sul Marguareis?

     Secondo me ride, perché dopo tanti anni ci si affeziona anche ad un sasso negli stivali.

 

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Alfabecedario


Giovanni Badino

La redazione di Grotte 142, anno 2003, ci ha fatto trovare questo articolo abbandonato alla Confluenza: e stato (sarà ?) consegnato per quel Grotte che festeggerà il Mezzo Secolo del GSP ma loro (noi?) preferiscono (preferivano? preferiranno?) anticiparlo a questo numero, in modo da perturbare il futuro.

 

A-Anzianità

     All'inizio degli anni '70 giudicavamo speleologi "maturi" gente che aveva due anni di esperienze, benché anch'esse fossero, giudicate ora, molto più escursionisti di basso livello che esploratori. In GSP si diventava soci anziani (era una roba da festeggiare!) con cinque anni di effettività e facevamo gran polemiche di eccessiva vecchiaia con gente che adesso giudicheremmo inesperti giovinastri.

     Negli anni tutto e cambiato. Perché questo invecchiamento? Cerca anche alle lettere E e Z, ma, in sintesi, si può dire che la speleologia che si è andata formando nei trent'anni successivi è diventata molto più interessante ed equilibrata di quanto fosse prima. Minori le richieste di esplosione atletica, maggiore l'impegno fisico medio nel corso dell'anno, dunque maggiore

A-Antenati

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l'allenamento.

     La gente con molti anni di speleologia alle spalle tende a viverla molto più professionalmente dato che si rende conto che a bilancio, sul letto (o fondo pozzo) di morte, essa rappresenterà una fetta sostanziale della vita passata: tanto vale farla con cura. Da qui l'enorme crescere di lavori complessi e pianificati sugli anni cui si è assistito negli ultimi decenni.

     Anzianità significa. gente più equilibrata (per questo gli astronauti erano persone mature), danarosa, esperta. Dalla ricerca dell'esplosività fisica si è passati a quella della resistenza, molto più congeniale alle esigenze esplorative nelle montagne.

     Ora, infine, l'andropausa ormai a portata di mano ci concederà più tempo e quiete.

B-Bloccante

     Strumenti autobloccanti esistono da un mucchio di tempo: mezzo secolo fa, sul Trombe (1952) a pagina 183 ne era presentato un modello, e i vecchi ed orribili Hiebler furono in vendita da tempi immemorabili. Ma, come si vedrà anche alle lettere I e U, l'innovazione tecnica non è tanto legata all'apparire di un nuovo strumento quando all'accettazione mentale di chi lo dovrà adottare: si deve aspettare che qualcuno si decida, finalmente, a provare. Prima di allora si nuota nel misoneismo, la stima delle vecchie cose e modi, buone in quanto "si è sempre fatto così".

     L'apparizione degli auto bloccanti ha rivoluzionato il mondo speleologico della fine anni '60 (Grotte 43 ne narra) dando una improvvisa e brevissima accelerazione che ha fatto da booster a quella vera arrivata al primi anni '70, le sole corde. Chi si rilegge i Grotte dell'epoca (numeri

B-Buzzurri (Gaché 1986)

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fra il 50 e il 55) vedrà che c'è stata una febbre di goffe sperimentazioni fra la primavera del '73 sino all'estate '74 epoca alla quale imbraghi e tecniche di salita si erano stabilizzati più o meno sull'attuale configurazione.

     La nuova tecnica ha selezionato speleologi fra persone potenzialmente più autonome rendendo possibili addirittura grandi discese solitarie. Nota bene che in quel caso l'impegno fisico non era molto maggiore di quello richiesto ad ognuno dei partecipanti della speleologia eroica anni '60 (uscii dalla solitaria di Chiesa di Bac - 1975 - dicendo che ero finalmente ritornato all'impegno fisico della speleologia di dieci anni prima), ma il risultato in termini di percorrenza era enormemente maggiore.

     Questo ha portato molti vantaggi ma qualche svantaggio. nella fretta avevamo dimenticato qualcosa.

1981: Campo al Penthotal

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D-Dolmen

C-Corde

     Sembra strano ricordare che negli anni '60 si usavano ancora corde di fibre naturali. Se ben ricordo, anzi, al Monte Cucco un anello di queste ha ancora fatto una vittima ancora nel decennio '70.

     L'urto a cui ci eravamo dovuti adattare era soprattutto quello psicologico di essere appesi ad esili funi: molti ottimi speleologi di allora non fecero il balzo perché non sopportavano quella sensazione. Il contesto mentale nel quale si facevano le cose era infatti quello di una sorta di mega-escursionismo coraggioso, numeroso e solidale. Lo speleologo non era tanto uno che scendeva pozzi (arte allora sempre rara) ma uno che avanzava lungo una difficoltosa linea, con passamani e sacconi.

     Le nuove tecniche, moltiplicando le possibilità, hanno fatto sì che si passasse molto più tempo sospesi sul vuoto, un fatto che a sua volta ha indotto un aumento dell'impegno di preparazione e di messa a punto. A causa di ciò fra fine '70 e gli '80 si finì per confondere la tecnica di grotta con la tecnica di pozzo. Alla fine degli anni '80 iniziai una grossa battaglia per ritornare a distinguere l'aspetto di progressione da quello di tecnica di grotta, e nei '90 si è ottenuto una vita ipogea più equilibrata.

D-Discensore

     I discensori sono attrezzi più recenti dei bloccanti. Quanto esisteva prima del discensore

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inventato da Dressler era roba ridicola, ed ho ancora vissuto discese (Ribaldone, Pozzo di Antonio, 1971) con discesa "in doppia": ti passavi la corda in un moschettone in vita e poi sulla spalla. Mia mamma mi aveva coperto la spalla della tuta con una pezza di pelle, in modo che non la rovinassi: mi era sembrata una innovazione notevole. Nota, per inciso, che non usavamo nodi Prusik di sicura: se mollavi la corda precipitavi all'istante.

     Il discensore di Dressler è stato utilissimo (Chissà quanti morti ci ha evitato), ma mero supporto alla rivoluzione tecnica: lo stesso si può dire dei modelli più evoluti apparsi a metà degli anni '90.

E-Esplorazione totale

     In questo articolo devo scrivere di tecnica ma non posso saltare l'obiettivo di essa, e come questo si sia modificato. Ne accenno, con un aneddoto.

     Stavamo scoprendo un mucchio di roba in Piaggia Bella a metà dei '70 e, commentandolo, Bonelli mi raccontò che prima di allora tutti sapevano che la grotta proseguiva ma che il fatto, in sé, non sembrava importante: mucchi di gallerie intricate che salivano, fredde e lontane dalle entrate: non valeva la pena guardarle.

     É importante sottolinearlo, perché è questa valutazione che faceva sì che la gente cercasse cose specifiche (si sognava il "menocinquecento" nuovo) e non ci si preoccupava di estendere le conoscenze di quei giganti sotterranei. Si scendeva, si arrivava in un posto profondo, forse un record, e poi si tornava su a dirlo: per questo l'esplorazione dei grandi complessi negli anni

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'80 ha praticamente ucciso l'idea di record, lasciandola al pivelli.

     É istruttiva la lettura del primo Atlante di Courbon, in cui la crescita delle grotte viene vista come una tendenza all'approfondimento e non alla dilatazione (ancora la percezione Uni- o Bi-dimensionale!), così come un articolo di Di Maio (Grotte 50, 1973) in cui gli sviluppi delle grotte appaiono un parametro secondario. Lì lui dichiara PB intorno alla dozzina di chilometri (in effetti era un po' meno): ora la parte nota di quel territorio è così cresciuta e tridimensionalizzata da rendere insostenibile la tesi che noi si stia esplorando la stessa grotta. In realtà facciamo qualcosa di mentalmente diverso: il primo che ha imboccato quella strada, il primo a esplorare il Piaggia Bella di oggi, è stato Claude Fighiera.

F-Fornelli

     I fornelli si usavano estesamente negli anni '60, perché si stava sotto un sacco di tempo. Poi noi, rapidi ed invisibili, ci siamo messi a spostarci febbrilmente dimenticandoci che fermarci a bere un po' di roba calda fa bene: è dei primi anni '80 (esplorazioni in Fighiera con Avanzini e Di Ciolo) che abbiamo deciso di equilibrarci invece di resistere: lo dobbiamo soprattutto ad Aldo.

     La crescita dell'uso dei liofilizzati negli anni '90 ha migliorato sapore e varietà del cibo, ma il passo decisivo è stato fatto all'inizio di quel periodo con la teorizzazione dell'accettare le proprie esigenze fisiologiche: del resto le esigenze esplorative che si andavano configurando in quegli anni non sarebbero state affrontabili solo stringendo i denti.

Produzione di metano

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G-Gruppi traversali

     Reduce da (deludenti) esperienze "intergruppo" in Liguria arrivai a Torino con uno spirito diverso da quello che animava il GSP ai primi anni '70: un ambiente di gruppismo intenso, che di lì a poco sarebbe franato sotto i colpi dei nuovi venuti e soprattutto della interazione con la speleologia nizzarda. Negli anni '70 si facevano collaborazioni fra gruppi, negli '80 ci si è spostati su collaborazioni fra speleologi: "gruppi trasversali", li aveva chiamati Varin su una rivista della fine di quel decennio. La tendenza si è accentuata nei '90 con le spedizioni, lasciando ai gruppi il lavoro essenziale di scuola, pubblicazione ed organizzazione.

     La crescita di importanza della SSI negli ultimi due decenni è proprio dovuta all'esigenza di avere un riferimento di coordinamento nazionale che, fra altre cose, riportasse nell'area esplorativo-escursionistica un po' delle esperienze collettive che il CNSAS aveva messo a punto negli anni '80 per le sue esigenze di operatività.

H-Accademie

     Negli anni '80 formazione di gruppi trasversali (lettera G) e le esercitazioni di soccorso avevano portato alla formazione di "accademie", aree di speleologia, dai contorni che si sono andati via via definendo. Ognuna al suo interno era "trasparente" nel senso che in essa le informazioni e le novità tecniche (e spesso i partner sessuali) circolavano in modo velocissimo. Nei '90 si è accentuata la tendenza ed è cresciuta la concentrazione dei gruppi: ne sono stati causa sia la legge sulle Associazioni dell'inizio dei '90, sia l'impoverimento relativo della base, sia il tempo fluente che ha messo tutti noi di fronte alla prospettiva angosciosa di trasformarci da giovinastri litiganti per cazzate di gruppo a vecchietti litiganti per cazzate di gruppo.

I-Indumenti

     Il capitolo è interessante, perché riguarda l'utilizzo sia di materiali high tech che quello di roba vecchissima che, per motivi di pigrizia, nessuno provava.

     É noto che il progresso maggiore negli ultimi dieci anni è stato quello dello sviluppo delle tute integrate, costose ma studiate con cura. Era del resto assurdo che varie parti del corpo esposte in modo diversissimo a colpi, a freddo, ad acqua, a usura fossero coperte in modo identico. Per comprendere il ritardo si pensi al fatto che anche negli anni '60 gli speleologi si inoltravano in grotte bagnate vestiti con tutacce da meccanico, che nei '70 ci si ostinava ad usare quasi sempre tute stagne anche dove era sufficiente tutt'altro, benché in entrambi i casi già esistessero tessuti più adatti. C'erano problemi di soldi, di piccolezza di mercato, ma credo che la parte del leone nell'impedire sviluppi la facesse la forza dell'abitudine: "mi dicono che in grotta si va vestiti così, questa è una grotta e allora vado vestito così".

     É noto che la cosa cominciò a cambiare alla fine degli anni '80 anche grazie a sistematiche sperimentazioni di tessuti e varianti che si avvantaggiavano del recente apparire di fibre effettivamente diverse da quanto il mondo avesse mai visto in precedenza.

     E che dire degli imbraghi? Con le corde di canapa e le brevi discese di mezzo secolo fa era logico che l'imbrago fosse qualcosa di scomodo che legava lo speleologo: andava già bene se esso faceva ciò con una certa sicurezza. Ma perché insistere con questo tipo di imbraghi anche dopo, quando oramai le fibre erano cambiate e i tempi di sospensione erano cresciuti moltissimo?

Bisogna difatti aspettare la metà degli anni '90 per vedere i primi imbraghi che invece di legarsi al corpo permettono al corpo di appoggiarcisi sopra: sedie e non cilici. Più complessi, certo ma l'integrazione all'interno delle tute ha reso questo dettaglio irrilevante.

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L-Linearità

     Fu al primi tempi delle tecniche su corda che mi accorsi che esse, al di là di altre ovvie comodità, permettevano soprattutto un diverso tipo di movimento: spianando le difficoltà sui pozzi si apriva la possibilità di tendere ad un movimento continuo, lineare, del tipo adottato in montagna. Vorrei porre l'accento su questo che, credo, è stato l'effetto principale di queste nuove tecniche.

     Muoversi lenti e continui fa risparmiare forze che si rendono disponibili per andare infinitamente più lontano, come già feci notare su un testo di tecnica ormai sorpassato e dimenticato, ma che contribuì a rendermi ricchissimo ("Tecniche di grotta", 1992).

M-Manzi

     Questa invenzione è stata uno dei maggiori progressi tecnici di questi decenni e, per una volta, l'area subalpina non c'è entrata niente se non per quel che riguarda alcuni sviluppi.

     Non che ce ne fossimo dimenticati, anzi: abbiamo fatto un ampio, a volte indiscriminato uso di disostruzioni rapide nei primi anni '70, ma in genere i risultati non erano gran che. Invece di puntare a sviluppare le tecniche aumentavamo l'energia applicata: di fatto la tecnica divenne relegata a casi rarissimi anche perché sussistevano alcune complicazioni burocratiche sgradevoli sulle quali non valla pena soffermarsi. In qualità di fisico studiai persino il problema delle cariche

I-Indumenti

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cave, (argomento che scientificamente si chiama asetticamente: "fisica delle velocità ultra-alte"), ma la complicatezza della costruzione e l'indisponibilità di alcuni materiali essenziali resero vano lo sforzo.

     La soluzione, nota da quasi un millennio, è quella di forare la roccia e di usare piccolissime mine, utilizzando polveri prive di interesse militare. Le prime esperienze fatte bene di foratura sono di ... censurato dai redattori di Grotte 112 ...

     Ma lo sviluppo reale si ebbe con lo sviluppo dei Manzi ("apri e gusta l'esplorazione": microcariche di polvere lenta da mettere in fori fatti col trapano, vedi lettera T) dovuta a ... censurato dai redattori di Grotte 112... L'uso di questi oggetti, meno pericolosi di un petardo ma infinitamente più utili all'umanità si diffuse e poi, con una serie di articoli, divenne di dominio pubblico proprio nella prima metà degli anni '90; ciò ha permesso in quelli successivi gli sviluppi che conosciamo.

N-Nuvole

     Si cade qui nelle tecniche di esplorazione, che intendo solo sfiorare (vedi lettere P, E O e V). Negli anni '70 Claude Fighiera e la sua congrega nizzardo-torinese crearono squadre di cacciatori di correnti d'aria che, seguendole, esploravano le grotte. La tecnica, esportata, fece esplodere problemi esplorativi che sonnecchiavano da secoli, sfiorati da sonnolenti escursionisti ipogei: divenne tecnica di ricerca standard.

     Più recente (fine anni '80) ne è la modellizzazione e poi l'utilizzo delle osservazioni della

L'altra medicina

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O-Occhio

 

controparte ipogea delle nuvole: le pareti bagnate di condensa. A più di dieci anni di distanza dai primi lavori dell'inizio dei '90 ci sono ancora molte questioni in sospeso ma se ne è acquisita l'importanza per la genesi e dunque per la ricostruzione della struttura della grotta basandosi sullo studio di sue zone limitate.

O-Occhio

     Occhio alla Terza Dimensione! Una delle tecniche fondamentali si è dimostrata l'utilizzo dei sensi fornitici dalla natura, soprattutto quello della vista. La percezione di dove si sia, infatti, risulta di grande utilità per chi voglia esplorare: per fare un esempio, la tecnica di guardarsi attorno e non solo nel punto ove si poggiano i piedi si è dimostrata molto vantaggiosa. La tecnica dell'uso degli occhi è andata evolvendo negli anni '70 ed '80 giungendo alle esplosioni dei '90.

     C'è però anche da dire che l'allargamento dei territori ipogei ha un po' compromesso l'accuratezza delle esplorazioni così come era avvenuto per la esplosione tecnica della metà degli anni '70. Ci possiamo consolare col fatto che le attuali documentazioni, con il loro ampio uso di audiovisivi computerizzati, sono di un livello sbalorditivo in confronto a vent'anni fa e, come è noto, in questi ultimi anni hanno permesso una più diffusa presa di coscienza della realtà di grotte e speleologi ad un vasto pubblico.

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P-Punto di vista

     Cosa cercava uno speleologo negli anni '60? Forse un cimento insieme al compagni, l'affrontare collettivo di problemi selezionati, in genere il superamento dei tratti verticali delle grotte: l'acquisizione di un record era il coronamento facilmente comunicabile della capacità della squadra.

E nei '70? Percorrere, percorrere molto dei mondi ipogei, ebbri di quelle tecniche che ci avevano trasformato in Astronauti Dell'Ipogeo: qualcuno sembrava percorrere sistematicamente l'Atlante di Courbon, esaurendone la Unidimensionalità.

Nell'80? Gli ultimi fuochi dei '70 si spengono: un tentativo (abbozzato a Trieste) di percorrere tutti i "menomille" svanisce nella constatazione di una impossibilità fisiologica. Il torrente si acquieta, le esplorazioni esplodono, si definisce meglio l'esigenza di esplorazione totale di una grotta.

     Nei '90? Crolla il concetto di "grotta" (era stata generata dalla confusione fra la struttura interna del monte e la traiettoria che vi veniva percorsa) e si precisano le linee del continente "montagna carsica", svuotato dall'idea di percorrenza umana. I complessi hanno precisato le loro descrizioni d'insieme, lasciando perdere le possibilità effettive di passaggio umano: non più grotte ma regioni interne di un monte.

     Si è definita molto la figura dell'esploratore completo, già abbozzata negli anni '80: per strada, però, si è corso il rischio di perdere quel prezioso entusiasmo giovanile, individuale, iniziale, che nasceva dal riuscire a superare piccole difficoltà dentro montagne vicino casa: a "fare una grotta", insomma. Per fortuna il lavoro fatto a livello di istruzione dei neofiti ha un po' attenuato il problema, che comunque è tuttora reale.

P-Pargoli (il futuro del GSP è già stato pianificato)

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Q-Quattrini

     Non solo arteriosclerosi ha portato il tempo che passa, ma anche maggiori possibilità economiche e di spostamento, anche se dire questo sembra paradossale al giorno d'oggi, con l'Europa che si va immergendo in una situazione sociale ed economica del tipo che un tempo si chiamava "sudamericano".

     Ma, in linea di principio e per chi, come me, ne ha molti, i quattrini sono una tecnica potentissima e con essa le autostrade e gli aerei.

     La prima volta del GSP al Corchia fu nel '72, con la Cinquecento di Marziano lungo strade ardue per cinque ore. Negli '80 la stessa distanza veniva varcata meno scomodamente in quattro, poi comodamente in tre.

     Ora, tecnicamente, è diventata ancora più comoda anche se gli attraversamenti delle Favelas in uscita da Torino e soprattutto di quelle, strozzate, nelle valli attorno a Genova, presentano dei rischi inimmaginabili anche solo pochi anni fa.

     Coi quattrini e la tecnologia erano venuti dunque i viaggi in luoghi lontani, le strade ed una minore stanchezza al momento di affrontare la grotta, ovunque essa fosse. Le prospezioni aeree si sono espanse: le prime esperienze sono fatte in paesi lontani intorno al 1990 (ma la primissima è ancora subalpina, sul Marguareis), ma poi vengono applicate con successo anche qui lungo tutti gli anni '90.

     Anche le spedizioni internazionali hanno conosciuto un periodo d'oro a cavallo degli anni '80 e '90 prima che le crisi Nord-Sud le rendessero spesso troppo difficili e pericolose: questo, d'altra parte, ha avuto il benefico effetto di far concentrare gli speleologi sull'attività nel loro territorio.

R-Risalite

     Le risalite sono strettamente connesse con la percezione della terza dimensione (lettera O): prima si acquisisce quella, poi si comincia a risalire e, per farlo, si mettono a punto le tecniche. Le grandi risalite in Italia iniziano alla fine degli anni '70, in Marguareis e in Corchia. Le tecniche erano quanto di più rozzo si potesse immaginare, i rischi immensi: dobbiamo al ridotto numero di salitori il fatto che non ci siano mai stati gravi incidenti. La musica cambia quando si inizia ad usare il trapano: a Torino si è molto rapidi nel mettersi a provare novità e difatti credo siamo stati i primi, nell'86, e ancora i primi ad utilizzare i Fix (stesso anno, Grotte 93). Anche il balzo decisivo dell'uso di Gri-gri su corda fissata, che ha reso la risalita ipogea una tecnica rilassante, rapidissima ed ampiamente diffusa è subalpina e data del '93.

S-Spit

     Credo che i subalpini siano responsabili anche dell'introduzione di chiodi efficienti nella speleologia italiana: avvantaggiandosi dei contatti coi francesi, che li avevano già adottati, i torinesi si sono messi a fare uso degli Spit nel '71 (Grotte 46), sperimentato i Fix con trapani a mano nel '74 (una tragedia...) e poi, come detto alla lettera R, dei Fix nell'86.

T-Trapano

     Qui si tratta proprio di una innovazione tecnica: un prodotto industriale fatto per andare ad occupare una fascia di mercato ma che ne ha rivoluzionato un'altra, minuscola, quella speleologica. Alla lettera R si cita il Grotte 93 che suona le trombe della scoperta: gli sviluppi successivi (batterie staccabili, test vari) continuano ad includere subalpini anche se in modo

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meno monopolizzante.

     Quali sono i vantaggi? Attrezzamenti, risalite, disostruzione; quelli donati alla rapidità e precisione dei primi sono stati grandi ma certo non decisivi come quelli ottenuti per le risalite e le disostruzioni.

     Anche i trapani a motore (Grotte 111) sono oggetti sui quali si gettano subito i subalpini, ma non rappresentarono un vantaggio rilevante sino all'apparire di unità a motore di dimensioni più contenute.

U-Unità di crisi

     Le ormai diffuse tendine di sopravvivenze in grotta, che un così grande ruolo hanno avuto negli anni '90 per le esplorazioni molto prolungate fatte da persone in tarda età, sono state sviluppate all'inizio del decennio per motivi di soccorso: divenne però presto evidente che il loro uso era ben più vasto.

     Retrospettivamente è bizzarro constatare che a nessuno fosse venuto in mente di mettere a punto un perfezionamento dei teli termici in uso negli anni '70 e '80, piccoli e soffocanti. Sembra una bizzarria analoga a quella della rinuncia alle tute integrate negli anni '80 o ai fornelli nei '70. La possibilità di riposare in modo decente in un ambiente caldo ed asciutto ha, come è noto, molto migliorato la vivibilità delle punte prolungate e pure la mia vita dato che l'enorme smercio che ne è seguito mi ha reso favolosamente ricco, come sono.

V-Vento

     Lo studio delle correnti d'aria è stata la tecnica decisiva per pochi esploratori degli anni '70, diffusasi poi largamente negli '80. La teoria generale del movimento dell'aria nei monti è ancora subalpina, a fine anni '80, ma è solo nella seconda metà dei '90 che la monitorizzazione dei dati e i fondi disponibili hanno permesso di ricostruire dai dati di campagna le caratteristiche di zone ipogee non direttamente note.

Z-Zen

     L'acquisizione del fatto che i moventi dell'attività speleologica siano diversi da quelli dichiarati non è localizzabile nel tempo in quanto riguarda più lo sviluppo dell'individuo che dell'attività speleologica. Ma da sempre, a rifletterci, balzava all'occhio che dire che si faceva tutta quella fatica solo per descrivere quei posti inutili ed effimeri era assolutamente insostenibile.

     In tutta la letteratura speleologica, di tanto in tanto, accanto a misure di pozzi e resoconti di micro-avventure, saltano fuori cenni a questa banale osservazione. Qualcosa di più si può trovare in un mio vecchio libro ("Tecniche di Esplorazione", 1995), ma è non molto, benché si tratti di qualcosa che ha conseguenze tecniche essenziali.

     Del resto anche ora, in occasione di questo cinquantenario del GSP, non credo sia il caso di accennare oltre al vuoto.