1


GROTTE
anno 35, n. 109 - maggio-agosto 1992
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
sommario
|
Notiziario |
|
|
Attività di campagna |
|
|
Il campo al Mongioie |
|
|
Gruppetti 92 |
|
|
Un discreto campo |
|
|
Diario del campo |
|
|
Descrizione delle cavità esplorate |
|
|
Esplorare in PB: il Réseau B |
|
|
La piena terrà duro |
|
|
A Olivifer misurando |
|
|
Impressioni su Malga Fossetta |
|
|
Agosto 1992: Slovenia mon amour |
|
|
Il carsismo delle Montagne Rocciose Canadesi |
|
|
Phantaspeleo |
|
|
Recensioni |
Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n. 10 DEL MESE DI NOVEMBRE 1992.
SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE GRUPPO III
PUBBLICITÀ INFERIORE AL 70%.
Direttore responsabile: Leo Ussello
(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13.10.73)
|
Redazione: |
Giovanni Badino, Giampiero Carrieri, Marziano Di Maio, |
|
|
Attilio Eusebio, Daniele Grossato, Laura Ochner, Riccardo Pavia, Pierangelo Terranova, Loredana Valente |
Foto di copertina di A. Eusebio (Aven de Portalerie, Grands Causses)
Bozzetti di Simonetta Carlevaro
Stampa: LITOMASTER,
Via Sant'Antonio da Padova 12
N. 109 stampato con il contributo della Regione Piemonte (Legge regionale 69/81)
Spedito ai soci SSI con il contributo di questa Società
2

|
Notiziario |
|
Novità esplorative
Il Ceki Due, sul versante sloveno del Canin è stato esplorato da Beccuccio (che sarà papà a novembre grazie alla compassionevole collaborazione di Patrizia Squaksino: un maschietto) e i triestini sino a -1270. L'arresto attuale è su un gran lago, non si sa se sifonante o no.
Sul Carso, speleologi del gruppo Debeljak hanno trovato e stanno esplorando quella che forse finirà per essere la grotta principale dell'altopiano. Si tratta di quasi (per ora) cinque chilometri di gallerie e saloni attualmente ferme su una forra gigantesca percorsa da un grosso corso d'acqua, certamente tributario del Timavo o il Timavo stesso. La grotta è stata denominata Giorgio Skilan. La cosa più curiosa è che è stata gestita in modo strettamente gruppistico dai vecchi del Debeljak, con assoluta chiusura agli altri speleologi di Trst: vecchi speleologicamente ma non freschi neanche anagraficamente, dato che l'età media dei membri delle squadre era intorno ai sessanta anni! Le tecniche sono state, giustamente, quelle che loro conoscevano cioè le scalette anche sul pozzo maggiore, un P130. Un comportamento, insomma, che sarebbe stato censurabile in speleologi freschi, ma che non può non riuscire simpatico in questi "vecchi". Ora sembra che stiano cedendo: Bianchetti è riuscito ad intrufolarsi in una delle discese pagando non sappiamo quanto, ma sicuramente parecchio; e ora si parla di aprire agli altri perché il Timavo, si sa, è il Timavo. La Reka, insomma.
Anche la Commissione però si muove. Sempre i vecchi hanno estratto un'inattesa grotta dalla Val Rosandra. È una grotta suborizzontale che attualmente ha uno sviluppo di 3.2 km. Le gallerie sono splendidamente concrezionate, le abbiamo viste in foto, sono belle sul serio. Attualmente le esplorazioni sono ferme in uno stretto meandro che prosegue a valle. (G. Badino)
A. Buzio ci informa su alcune recenti esplorazioni nelle varie regioni italiane. In Lombardia i bresciani dell'AS Bresciana nella zona dell'Entroterra Iseano hanno approfondito l'"Oregia de Parlo" portandola da -110 a -140 m di profondità. In Friuli, sul Canin italiano i Trevisani sono arrivati a -350 nel K2, vecchio buco della Boegan. Il GTS sta lavorando su di una nuova zona carsica a Cimolais (Pordenone, Alpi Carniche); per ora sono saltate fuori una ventina di nuove grotte tra cui un -300 che continua labirintico. Nella Vena del gesso romagnola gli Imolesi continuano le esplorazioni; hanno collegato l'Abisso Lusa con un'altra grotta delle vicinanze: la profondità passa a 204 metri e lo sviluppo è di circa 3 km. In Toscana, Luigi Casati del GS Lecchese ha superato un sifone di 18 metri alla risorgente della Tana, trovando un centinaio di metri di grotta e fermandosi su sifone stretto. All'abisso Coltelli i Livornesi hanno esplorato un nuovo ramo a -200 della cavità principale, che prima risale a quota zero e poi ridiscende a pozzi fino a riportare sul fondo già noto. Alla Buca Alice sul Palerina i Reggiani del GSPGC e i Modenesi del "Sottosopra" hanno raggiunto il fondo a -443. Rimane da verificare una prosecuzione a -320 con ...aria e strettoie! Ancora Reggiani, Modenesi e SanMarinesi hanno trovato il 4° e il 5° ingresso ad Eunice.
Olivifer: ancora buone notizie. Un ramo trovato sul fondo della grotta risale di 400 m e poi ridiscende di altri trecento. Dislivello da percorrere oltre 1900 m. Durate delle punte 4-5
3

giorni!
Abisso Pinelli (Tambura): avevamo già accennato alla scoperta di questo nuovo abisso da parte del GS Cai Verona. Esso dopo una serie di pozzi che portano circa a -500 prosegue con una lunga serie di gallerie inclinate intervallate da pochi salti fino a -970 m. Lungo la strada era stato collegato con il sottostante abisso Pianone. Ebbene recentemente il sistema Pinelli-Pianone è stato ulteriormente collegato con l'abisso Paleri. Il sistema, pur mantenendo immutata la profondità, ora si sviluppa per 7 km.
Una storia bella, quella di una scoperta al Corchia, frammista all'amara morte di uno degli scopritori. Prima di Natale due speleologi di Recco (Massimo Pozzo e Fabio Cassulo) mi avevano spiegato con gran dettaglio ed entusiasmo dell'inizio di un loro lavoro nei primi rami della Buca di Eolo. Sono zone nelle quali ero convinto dovessero esserci molte cose (sono estremamente vicine ai Rami dei Fiorentini. Sei sorpreso? Guardati il rilievo): tanto che vi avevo già fatto risalite, infrantesi contro fessure soffianti.
Nei mesi successivi Massimo e Fabio mi avevano tenuto informato sugli sviluppi di queste risalite e poi della scoperta di un ramo ad una ventina di metri d'altezza che andavano esplorando loro due. Si tratta di qualche centinaio di metri di condotte (il ramo "La casa degli elfi" e di 250 m di sviluppo), ben concrezionate che girano attorno al Canyon con una tendenza a rientrarci.
Voglio mischiare quei messaggi sulla segreteria telefonica che mi aggiornavano sugli sviluppi con quello, tristissimo, che mi ha dettato Massimo a Giugno: l'annuncio che il suo compagno di ricerca era mancato: a poco più di vent'anni per una crisi epilettica mentre faceva il bagno. Bruttissimo per Fabio e per i suoi genitori, brutto anche per Massimo che spero riesca a trovare presto dei nuovi compagni coi quali proseguire le ricerche, al Corchia e altrove. (G. Badino)
Nuova grotta sul Grignone, nei pressi del rifugio Bogani. Si tratta di una sequenza di pozzi, il più lungo di settanta metri, chiusa su frana soffiante. L'hanno esplorata i Tassi, di Milano. I Tassi salgono, di questo periodo.
A quanto ci informa il varesino Sandro Uggeri, è stato scoperto nel massiccio di Campo dei Fiori, ad opera del GS CAI Varese, un interessante sistema denominato Nuovi Orizzonti, che raggiunge per ora uno sviluppo di 2700 metri topografati e una profondità di 187 m; le esplorazioni attualmente sono ferme su sifone e arrampicate. La presenza della cavità era stata ipotizzata da studi idrogeologici compiuti ultimamente nel corso di una tesi di dottorato.
Lo stesso Gruppo, in collaborazione con la Soc. Spel. Ticinese, ha scoperto in Svizzera, nel massiccio del Wilstrubel, un nuovo abisso di 150 m chiamato Galina 8.
Nel settembre 1987 una squadra del GSP battendo nel vallone delle Masche aveva segnato sette buchi con la sigla ZOT. Il più promettente di questi era ZOT 2 fermo a -50 circa su strettoia. Dopo tutti questi anni l'abbiamo finalmente ritrovato, ora si chiama "lo Sgarro" ed è, per ora, fermo a -135 m. Sul prossimo bollettino sapremo anche se toppa o se ci porterà a correre nei freatici del sistema del Pis dell'Ellero. (R.C.)
Ricognizione in Venezuela. Il solito, poco fluttuante, gruppo di lavoro che si è occupato delle spedizioni Samarcanda ha spostato l'attenzione sul carsismo quarzitico di quel paese
4

sudamericano.
La zona è costituita di un basamento estremamente antico (3.5 Ga!) che è stato ricoperto di quarziti e poi di arenarie quarzitiche una quantità terrificante di anni fa. Le rocce, esposte per circa 1.5 Ga all'azione degli elementi si sono carsificate su strutture basicamente tettoniche. Attualmente il paesaggio è costituito di pianori sconfinati coperti di foresta da cui emergono giganteschi altopiani (detti "Tepui") completamente isolati dalle zone circostanti da grandissime pareti, alte sino a più di un chilometro.
Le ricognizioni fatte sinora da prespedizioni (varie) e da una spedizione degli speleo venezuelani hanno fruttato varie grotte di cui una è una sorta di "sotano" di trecentocinquanta metri di profondità.
Eravamo in sette (Bernabei, Boldrini, Bonucci, De Vivo, Vacca, Mimmo e chi scrive) dediti a spianare problemi burocratici e a fare sorvoli: al solito satellitare, telecamere e foto.
La tecnica ricognitiva oramai è a punto.
Anche in quella zona le cose da fare sono senza fine. (G. Badino).
Sempre in Venezuela, veramente ottimi i risultati ottenuti da una spedizione interclub (GG Milano CAI SEM, Castellanza-Va. Cividale del Friuii e Laveno-Va). 14 persone in 12 giorni di campo sul plateau dove scorre Il fiume che dà origine alla cascata del Salto Angel (1750 m slm) hanno sceso varie "Sime" dalla profondità variabile tra i 40 e i 120 m di dislivello. Interamente topografato un sistema a 5 ingressi con 1900 m ca. di sviluppo separato da un altro sistema di 750 metri di sviluppo da una frana. Notevole il lavoro svolto con servizio
Un piccolo tepui nelle vicinanze di Canaima (foto G. Badino).
5

fotografico e video, ricerche biologiche (alcune nuove specie ipogee sicure), geologiche, mineralogiche e sul chimismo di acque e terreni. Da notare che nel sistema più importante, il quale salvo errori si pone al secondo posto nella classifica delle grotte in quarziti di maggior sviluppo dopo la Magne Cave Sistem in Sudafrica (2400 m topografati), sono state scoperte circa 900 m di gallerie vere e proprie (morfologicamente parlando) che presentano forme caratteristiche di cavità in calcare. La spedizione ha operato in accordo con la Federazione Speleologica Venezuelana. (A. Buzio).
Un gran libro sulle spedizioni italiane in Asia Centrale
È imminente l'uscita del libro dedicato alle spedizioni in Asia Centrale. Contiene due parti, l'una narrativa e di inquadramento storico, geografico e speleologico per un vasto pubblico e l'altro sui risultati speleologici mirata ad un pubblico specializzato. Sarà di grande formato, di dominante taglio fotografico. I contributi scritti sono soprattutto di Mecchia (bellissimi!), Bernabei, De Vivo e di m. m. più quelli di un po' tutti i membri della spedizione. Fra questi ne cito uno di particolare bellezza, dovuto all'interprete russo della spedizione che ha ricostruito la storia della microregione del Surkhan Tau nel contesto della storia dell'Asia Centrale.
I due redattori fondamentali sono stati Tono e Tullio: nonostante questo grosso difetto posso assicurare il lettore che il libro è davvero bello, anche redazionalmente.
La allegata traduzione in inglese lo renderà, speriamo, il primo testo "internazionale" prodotto interamente da spedizioni italiane.
Era ora. (G. Badino)
Parte bene il 17° Congresso
Ha già preso avvio l'organizzazione del 17° Congresso Naz. di Speleologia, che si svolgerà il 2-3-4 settembre 1994 a Stazzema e a Castelnuovo Garfagnana, con gite precongressuali e mostre a tema già dal 27 agosto. La preiscrizione entro settembre 1993 farà risparmiare il 10% della quota. Le relazioni vanno presentate entro maggio 1994, in modo che alla data del Congresso verranno già distribuiti gli Atti. Una prima circolare è già partita, una seconda con il programma definito e la scheda di iscrizione sarà diffusa entro maggio 1993. La Segreteria del 17° Congresso è presso il Museo Civico di Storia Naturale di Lucca, via degli Asili 33, 55100 Lucca, tel. 0583/48451.
Speleocomicologia
Sapevate che ai tempi del Ventennio l'ancor giovane Mario Cargnel durante un safari in Africa, inseguito da un elefante, è stato salvato in extremis da una fucilata di Bruno Mussolini che ha steso il povero animale? Volete sapere quante croci il buon Cargnel ha piantato sulle cime e quante madonnine ha messo nelle grotte? Vi interessa la sua genealogia, conoscere i dati anagrafici dei suoi parenti? Tutto Cargnel in sequenze bellissime (molto più dell'Antologia di Cuore) troverete in Storia, mito e leggenda del Gruppo Falchi Verona nel quarantesimo di fondazione 1951-91. Compendio 1991 e del Presidente Cav. M. Cargnel con la sua vita nel settantasettesimo anniversario 1914-1991. Non perdetevelo. (M.D.M.)
Varie
Nuovo recapito di Elio Pesci: via Vicenza 27, tel. 43.74.667, lav. 71.81.417.
6

|
Attività di campagna |
a cura di D. Grossato e D. Girodo |
1 maggio. Grotta inferiore del Rivo o grotta Franà (giogo di Toirano - Loano). R. Richiardone con B. Vigna. Visita alla grotticella "tanto per far qualcosa", viene stabilito subito che la leggera corrente d'aria presente nella sala superiore, è determinata dal collegamento di questa con il condotto artificiale sottostante.
1-2-3 maggio 1992. Sesta uscita del 35° corso di speleologia concretizzatasi con l'ormai consueto stage in terra straniera, precisamente a Le Vigan in Francia nelle Grands Causses. Sono state visitate due grotte a rotazione: l'Abîme de Bramabiau e l'Aven de la Portalerie. La pioggia ha caratterizzato questi tre giorni ma non ha impedito agli allievi di "socializzare" con gli istruttori. Menzione speciale per Daniele in lizza per la volpe d'argento '92: ha disarmato due volte la stessa grotta. Gli istruttori: V. Bertorelli, D. Bregolato, G. Carrieri, A. Cirillo (USP), A. Eusebio, P. Giaccone, D. Grossato, U. Lovera, P. Terranova.
10 maggio. Esercitazione di squadra del CNSAS in forra al torrente Elvo a Sordevolo (Biella). Due squadre hanno operato due diversi tipi di recuperi con modalità sperimentali. Da affinare le tecniche in questo settore "forra"' che ormai è di competenza del soccorso speleologico ma di natura completamente diversa dall'ambiente in cui si è abituati ad operare, cioè in grotta. Quasi tutti presenti i volontari comprese le delegazioni di Biella, Cuneo, Giaveno, Novara e Borgosesia.
16-17 maggio. Per questa settima ed ultima uscita di corso si è andati all'Artesinera e al Buco delle Mastrelle. Soddisfatti gli allievi e sollevati gli istruttori: tutto è bene ciò che finisce bene! V. Bertorelli, D. Bregolato, L. Bozzolan, E. Cappai, P. Giaccone, D. Girodo, D. Grossato, U. Lovera, A. Manzelli, M. Miola (GSG), E. Pesci, M. Scofet, A. Ubertino (GSBi).
23 maggio. Venantur (Marguareis). G. Balestra, M. Primolan e R. Richiardone (GSG). Riarmata la grotta per intero aggiungendo 3 spit agli attacchi originali. La forte aria aspirata all'ingresso, al fondo risulta essere decisamente poca (Andu'a a và a finì?). In compenso i tre tapini risalendo il P50 si fanno un'abbondante doccia.
24 maggio. Bacardi (Prato Nevoso). G. Carrieri, M. Gillardi, G. Fanchini, U. Lovera, J. Rhoton. Nelle gallerie nuove a -150 circa si disostruisce un condottino con aria. cosa c'è dopo? Un meandro ed un'inevitabile risalita da fare. A dieci metri d'altezza una possibile condotta...
30-31 maggio. Incredibile la mole di attività in questo week-end. Pozzo Totigno (Prato Nevoso). In zona rifugio della Balma B. Vigna e M. Pastorini con prole e mascotte riscoprono un buco segnato durante una battuta invernale. Aperto parzialmente ha molta aria aspirante e si tratta di un pozzo da scendere con una strettoia all'ingresso da "eliminare".
Buco dello Skilift (Artesina). G. Cordera, A. Eusebio, E. Fusetti, C. Oddoni, M. Oddoni. Rivisitata la parte finale della grotta a -165 e logica deduzione. si disarma. Molta acqua. Un tot di persone in capanna con tre obiettivi diversi: G. Fanchini, D. Girodo, D. Grossato e M. Scofet alla Puerpera. Passata la strettoia finale (che ha aria inversa) ma chiude inesorabilmente, però in cima al saltino che vi conduce si è capito dove s'infila l'aria del P80, è ancora una volta una risalita. Da fare! E. Cappai, M. Gilardi, V. Martiello e R. Richiardone (GSG) al Venantur. Dalla prima finestra del P50 René accede al P60 parallelo che conduce ai sotto-
7

stanti 3 fondi anche questi assolutamente privi di aria. La mancanza di acqua sul P50 li costringe a fare la doccia settimanale su quello appena armato. V. Bertorelli e U. Lovera (gli amanti diabolici) al Merlino Incantatore dove attraversano un pozzo a -40 circa e iniziano una risalita da completare.
Orione (Grigna). G. Badino, G. Carrieri, S. Mantonico (ASC), M. Zambelli (GGM). A -550 tentativo di esplorazione: un meandro con forte corrente d'aria spegne gli ardori quando si arriva di fronte ad una frana instabile, molto brutta... da passare. Acqua, acqua, acqua! Completato il rilievo da -500.
4 giugno. Pozzo Totigno. D. Bregolato, F. Cuccu, D. Girodo, D. Grossato, B. Vigna. Punta infrasettimanale ad armare il pozzo che si apre dopo la strettoia d'ingresso (manzata). Si tratta di un P20 che stringe sul fondo perdendo molta dell'aria che c'è all'ingresso.
7 giugno. Venantur (Marguareis). G. Fanchini, S. Roggero, M. Taronna. In capanna nevica e mentre per alcuni non è il caso di muoversi, tre ex-allievi decidono di fare gli sciiti così vanno a dare un'occhiata alla strettoia sotto al P60, sono SuperAllievo, Piattola e l'Abate Faria... incredibile!!!
13-14 giugno. Artesinera (Prato Nevoso). G. Fanchini, M. Gillardi, D. Girodo, D. Grossato, V. Martiello, M. Taronna. Nei rami sopra alla risalita alla base del terzo pozzo dopo la Lambda. Mecu, Piattola e Matteo rilevano nuovamente il ramo principale mentre Daniele, Spazzola e Super forzano e passano la strettoia finale a valle. Un'altra serie di microfessure è lì davanti a loro. Si opta per il disarmo: detto, fatto!
Bacardi (Prato Nevoso). G. Balestra (GSG), S. Bianco, D. Bregolato, E. Cappai, U. Lovera, S. Roggero, M. Scofet. Nella zona di frane dopo il meandro delle Azzorre, Ube finisce una risalita che partorisce una condottina toppa, quindi? Si inizia un'altra risalita...
20-21 giugno. Piaggia Bella (Marguareis). D. Bregolato, C. Curti, A. Eusebio, G. Fanchini, M. Ingranata (GSG), D. Girodo, D. Grossato, U. Lovera, J. Rhoton, P. Terranova, A. Ubertino (GSBi). Scopo della punta: rivisitazione dei Reseaux. Giunti in zona si formano due squadre con obiettivi e materiali diversi: RA ed RB. Purtroppo la sorte è avversa e solo dopo un tot capiamo di esserci scambiate le mete; okay! ora abbiamo capito, la prossima volta andrà meglio. Una lode a Poppi che cimisce una batteria del trapano senza usarla e un'altra lode a Pierangelo, in lizza per la volpe d'argento edizione '92 per essersi cagato nella tuta in mezzo ai Reseaux.
21 giugno. Venantur (Marguareis). R. Richiardone, F. Vacchiano, Ronf (GSG)), M. Oteri. A 3/4 del P50 si raggiunge una finestra che porta sul già visto P20. Visitato un meandruccio che riporta sul P50 e raggiunto il fondo -120 (regione soffiante) da cui viene iniziata una risalita in libera verso la direzione del sopracitato meandro. Da finirla con tecnica artificiale. Il fatto che la circolazione dell'aria complessiva della grotta sia a regime invernale non impedisce ai nostri di farsi la solita doccia sul P50.
Pozzo Totigno (Prato Nevoso). V. Baldracco, F. Cuccu, M.C. Lusso, L. Ochner, M. Pastorini, B. Vigna. Tentativo vano di forzare la strettoia finale.
28 giugno. Grotta delle Mottera (Val Corsaglia). Esercitazione CNSAS in questa bellissima grotta dove sono state riviste un po' tutte le principali tecniche di trasporto barella; l'assenza di molti volontari esperti ha favorito una presa di coscienza delle giovani leve che hanno dimostrato di avere avuto sufficienti insegnamenti..., bravi! I presenti: G. Carrieri, D.Coral, D. Girodo, D. Grossato, V. Martiello, R. Pavia, B. Vigna di Torino, G. Balestra, A. Colombo,
8

R. Richiardone di Giaveno, Dutto e Flavio C. di Cuneo, A. Ubertino di Biella, P. Testa di Borgosesia. Dispersa la delegazione di Vercelli che, partita in ritardo, non ha trovato la strada per il rifugio.
3-4-5 luglio Ulivifer (Apuane). G. Badino, V. Bertorelli, L. Piccini (Fiesole). Fino a -1200 per provare il piacere di rimanere bloccati dalla piena a più riprese. Giovanni rileva in modo sistematico la temperatura dell'acqua e dell'aria.
4-5 luglio. Puerpera (Ballaur). G. Fanchini, D. Girodo con F. Vacchiano e M. Ingranata del GSG. Dal fondo del P 80 viene fatta la risalita del salmone che dopo 10-15 metri adduce ad un buchetto privo di aria (la grotta è però in regime di transizione) impostato sempre sulla solita frattura S-O a cui bisognerebbe lavorare non poco per passare. A 20 metri da fondo del P80 Franz e Domenico attraversano e si riportano sulla verticale della risalita eseguita poc'anzi, senza purtroppo trovare nulla di soddisfacente.
Punta Brignola (Mongioie). D. Bregolato, S. Bettuzzi, A. Eusebio, D. Grossato, U. Lovera, M.C. Lusso, V. Martiello, C. Maniezzo, M. Oteri, P. Reynaudi con Rosetta, R. Richiardone (GSG), M. Scofet, M. Taronna, L. Valente, A. Ubertino (GSBi). Lavori concentrati in due buchi visti a Pasqua: il primo risulta un -40 fermo su strettoia con aria, il secondo (Sono Velenoso) dopo tre pozzi (P13, P14, P40) si presenta con una frana sul fondo e una finestra da vedere poco prima della frana. Effettuati i rilievi si decide di proseguire le esplorazioni durante il campo.
11-12 luglio. Piaggia Bella (Marguareis). G. Fanchini, D. Grossato, U. Lovera, S. Mattea, P. Reynaudi, S. Roggero, M. Taronna, P. Vieta, G. Zamparo (Udine) e M. Palmieri, Davide, Longo (CGEB Trieste). Esosa squadra con molti ex-allievi in rivisitazione a RB. Giacomo fa una risalita nell'ultima sala e trova in cima una placchetta (i francesi!) quindi centro metri di galleria con scarburate. Però in coincidenza di un arrivo un'altra risalita dice: che aspettate?. Alla prossima volta! La nostra guida Ube non si è persa neanche una volta, lode a Ube!
Sella Brignola (Mongioie). F. Cuccu, A. Eusebio, B. Vigna. In battuta senza nulla trovare.
18 luglio. Pian Ballaur (Marguareis). V. Bertorelli, D. Grossato, M. Taronna, B. Vigna. Intenzionati a rivedere il Pozzo del Tacchino dopo due ore di ricerca ci rinunciamo. In compenso Meo trova un buco con molta aria sul lato che guarda le Saline vicino al C1. Lui e Super ci s'infilano e dentro trovano un palanchino e del filo elettrico: già visto dunque ma da chi? Dopo pochi metri una saletta con una fessura che aspira violentemente e al di là si intravvede un meandro percorribile. Ultima sfiga della giornata. al momento di usarlo il trapano non funziona. Anche oggi... sarà per un'altra volta.
19 luglio. Merlino Incantatore (Marguareis). V. Bertorelli, M. Taronna, B. Vigna. Terminata l'ultima risalita di Ube a -40: l'aria s'infila sul tettonico largo due dita. OK! si chiude anche questo discorso e si esce disarmando.
18-19 luglio. Piaggia Bella (Marguareis). G. Carrieri, A. Eusebio, G. Fanchini, P. Giaccone, U. Lovera, A. Manzelli. Risposto all'evocazione della risalita in punta ad RB, stavolta ha dato! In cima ad essa duecentocinquanta metri di nuove gallerie che vanno rimpicciolendosi fino a ridursi in modo impercorribile intorno all'acqua di RB. Poppi rileva. In sospeso: un pozzo visto da Poppi e un meandro che parte nei pressi della sala dopo la strettoia. Era ora si trovasse qualcosa!
Abisso Omber (Serle, Brescia). D. Coral accompagnato da Garbelli, Rivadossi, Tanfoglio ed altri del Gruppo di Brescia. Esplorazione dei rami che partono dal fondo (-430).
9

Completata una risalita piuttosto "umida" con possibilità di continuazione in ambienti strettissimi.
25-26 luglio. Gilindo (Colla dei Signori). D. Bregolato, E. Cappai, F. Cuccu, M. Oteri, R. Richiardone (GSG), Paolo, M. Scofet. Duro lavoro di disostruzione su un buco visto nell'89 con Cagnotto & Co. L'aria è spaventosa ma la pericolosità della frana pure e dopo 2 giorni di scavo e 3 metri cubi di pietre spostate si sospende il tutto a data da destinarsi.
Puerpera (Ballaur). D. Bregolato, D. Girodo, M. Scofet e G. Vergnano (il Superciuc del GSG). Disarmo completo. In teoria resta da fare il meandro (o qualcosa di simile) intravisto il 9-10-91 da Daniele, Domenico e Spazzola.
1-15 gosto. Campo estivo del GSP ai Gruppetti sul Mongioie (vedi articoli interni).
5-6-7 agosto. Veliko Sbrego (Canin sloveno). Triestini e anconetani ospitano alloro campo vicino al Rombon (organizzato dalla CGEB) durante la prima settimana due russi e due torinesi (D. Grossato e E. Cappai). Si entra in Veliko in undici e si raggiunge il campo a -990 in otto. Due squadre a fare risalite in rami a monte verso i -1000 (non sul fondo) ma non emerge nessuna novità; si completa la punta con i rilievi.
13 agosto. Abisso di Malga Fossetta (Enego, Vicenza). D. Coral con Antonelli e Paderni di Brescia. Discesa sino al campo a -600 per portare viveri e fare uscire pattume.
24-25 agosto. Abisso di Malga Fossetta (Vicenza). D. Coral con Paderni di Brescia e Gramola di Schio. Continuata l'esplorazione del cunicolo a -940: la prosecuzione è lì, strettissima, con molta acqua. È necessaria una muta per continuare...
29-30 agosto. Prima Osteria (Masche, Mongioie). V. Bertorelli, R. Richiardone (GSG), B. Vigna. Questo buco trovato dalla bella Anna di Roma ha molta aria soffiante: ci si opera una parziale disostruzione alla base del P20. Purtroppo alla fine un crollo ha reso in parte vana la nostra fatica. Sfiga!
Piaggia Bella zona Reseaux (Marguareis). G. Carrieri, D. Girodo, U. Lovera, M. Ingranata (GSG). Discesi velocemente fino alla Tirolese si punta dritti per Reseaux B. In punta a RB, mentre si sta armando un traverso per raggiungere un ramo nuovo (battezzato RE), ci sorprende la piena (fuori infuria un temporale dell'accidenti). RE purtroppo dopo un 30-40 metri si infogna in una frana bruttina-bruttina. Il ritorno anche se veloce non impedisce di bagnarci come pulcini.
|
Attività del GS Giavenese "E. Saracco" |
a cura di D. Girodo |
(viene elencata l'attività non riportata in precedenza tra le uscite del GSP)
12 maggio Capanna Saracco-Volante. R. Richiardone. Passeggiata solitaria del buon "Ciardun" che segnala il Merlino aperto, PB aperta con un 3-4 m. di neve all'ingresso e l'Arma delle Mastrelle penetrabile anche se con difficoltà. Il Venantur, scopo del giro, non viene individuato.
17 maggio. Capanna Saracco Volante. R. Richiardone. Piaciuta l'esperienza della settimana precedente, il "solitaire" trova sul versante sud del Ferà un buco nella neve dalle dimensioni ridottissime e passa oltre; visitati ingressi A6, A8, A 11, Gaché e Puerpera; quest'ultima
10

aperta aspira una quantità d'aria impressionante. Localizzato il Venantur.
31 maggio. Vene. M. Miola, C. Lussiana, M. Paradisi, Andrè e Tino con tre neofiti. Gita sociale.
14 giugno. Grotta di Bardineto (SV). S. Magnabosco, M. Miola, R. Richiardone. Gita soc.
11 luglio. Vene (Viozene). G. Balestra, M. Miola; M. Paradisi. Interessante risalita eseguita nella zona indicata da Meo (20 metri prima del tratto di arrampicata) per raggiungere il cosiddetto passaggio del bidè, passato il quale (leggi bagno) si lavora su una strettoia da cui proviene una forte corrente d'aria che surgela i tapini completamente infradiciati. Non si passa ma si decide di ritornare con mezzi atti allo svuotamento del bidè.
19 luglio. Venantur (Marguareis). M. Oteri, R. Richiardone e Ronf. Si girovaga sui vari fondi senza trovare nulla di apprezzabile. Nota sui tempi: ore di discesa = 4,30 (chiedere a Maria); ore salita = 6,00 (chiedere a Ronf); 2 palle + 1 sacco di freddo (chiedere a Renè!).
9 agosto. Balma di Rio Martino (Crissolo). M. Miola, C. Lussiana. Gita sociale.
23 agosto. Ca' di bagasse di sopra (Saline -Mongioie). D. Girodo, R. Richiardone con A. Gobetti. Si lavora sul fondo visto da M. Monteleone e A. Pedicone Cioffi (Circolo Speleologico Romano), ma la tenacità della roccia deprime i risultati delle tecniche disostruttive. Amareggiati (la grotta continua ad aspirare in modo mostruoso), si disarma.
26 agosto. Masche (zona Pino). R. Richiardone, A. Gobetti, M. Oteri, M. Monteleone, A.P. Cioffi, Yanez, Michela e Mariolino. Trovati tre nuovi buchi denominati Clarino, Fagotto e Sax. La tribù si sposta una cinquantina di metri più in alto e Anna scende il Pozzo di Cagnotto per 10 metri fermandosi su un altro di pari profondità ma assai più stretto. Tornando indietro, inoltre si apre quello che diventerà Prima Osteria. Anna si ferma sul primo pozzo (P20).
27 agosto. Prima Osteria (Masche). R. Richiardone, Anna, Andrea e Maurizio. Anna e Renè lavorano al fondo del P20 su una strettoia in frana (allegria!). Dopo un tot Anna passa, scende un P5 girovaga un po' in solitaria e si ferma su un altro pozzo (P20?). Andrea e Maurizio attraversano il P20 iniziale e trovano 40m di condotte freatiche terminanti su strettoia disostruibile e con forte aria.
28 agosto. Pis dell'Ellero. R. Richiardone, M. Oteri, A.P. Cioffi e D. Frati. Armato il traverso esterno, entrano e dopo aver percorso un centinaio di metri, si fermano sul sifone. Renè risale in libera per un 6 metri all'inseguimento di una capace corrente d'aria, poi desiste per l'altezza.
29 agosto. Serpentaris e Mosè (Masche). R. Richiardone, A. Gobetti e D. Frati. Disostruiti ex-novo i due buchi permettono un'avanzata di una decina di metri per poi fermarsi su strettoie franose. Ca' di Palanchi (Masche). R. Richiardone, A. Gobetti e D. Frati. Una volta aperto l'ingresso, i nostri corrono i 100 metri in condotte freatiche e tagliano il traguardo sulle pareti della zona Camoscio.
31 agosto. Ladri di Palanchi (Masche). R. Richiardone, A. Gobetti, D. Frati e Mariolino. A seguito del ritrovamento di un palanchino di proprietà della tribù della vernice rossa all'interno di una grotta della tribù della vernice gialla, scatta un piratage in piena regola ai danni di quest'ultima. Gli stessi rivisitano e rilevano la Grotta dell'Orso (Masche), nota da Mariolino.
11

|
Il campo al Mongioie |
Gruppetti '92
|
(caleidoscopio di impressioni quasi a caldo) |
D. Girodo |
Sarà stata l'abbondanza di sfiga, la mancanza dell'adrenalina da esplorazione, oppure la ripetizione di itinerari e percorsi in parte visti solo un anno prima, ma il sapore lasciato in bocca dai 15 giorni alla selvaggia trascorsi alle pendici del Mongioie, lungi dall'essere amaro, non è certo quello del rimpianto. Il rimpianto di dover andare via, di dover lasciare quei luoghi e tornare alla civiltà, sensazione che spesso si accompagna con il termine di qualsiasi periodo di vacanza ed indice di quanto uno ci abbia azzeccato con la scelta del luogo, delle persone, degli animali, etc., ove e con cui decide di spendere tempo e soldi per consumare le istituzionali ferie.
Di lavoro se n'è fatto parecchio, probabilmente anche più del '91, sia come superficie calcarea battuta (Brignola, Mongioie, Poggi, Colme, Saline, Masche, e tutto lavoro svolto in zone alte), sia come volume di calcare sollevato (e spostato un po' più in là). Tecnologie spaziali (leggi GPS, ovverosia Global Positioning System, meglio conosciuto come bussola satellitare, prezioso ed affascinante strumento prestato da Giovanni) hanno contribuito al posizionamento di un tot di buchi e buchetti altrimenti destinati ad essere "buttati" quasi ad occhio sulla carta.
Come sempre non si sono seguiti schemi per fare le battute, e come sempre, ci si è affidati all'anarchia (ovviamente non totale) per il risolversi dell'intero campo, solo che il gioco stavolta ha reso poco, o forse al contrario, proprio perché non totale, il risultato non poteva che essere parziale (spero con questa frase di aver chiarito quanto siano oscure e maledettamente contorte le mie idee in proposito).
Se da un lato la parte razionale del mio essere, quella preponderante perché maggiormente esercitata, mi dice che le cose dovrebbero essere preparate tutte prima a tavolino, passando magari qualche notte davanti alle carte a disegnare linee e cerchi per delimitare montrucchi e vallette da passare poi al setaccio, il lato oscuro, la parte irrazionale che per me fa la parte della timida, e solo raramente fa capolino, mi dice che, se le grotte hanno nella maggior parte dei casi un andamento praticamente casuale, è inutile cercarle con atteggiamenti da truppe di rastrellatori SS; la casualità va combattuta, anzi giocata, col caso, con la fortuna, senza peraltro disprezzare un po' di organizzazione, ma neanche farne un oggetto di culto, altrimenti si rischia di ripetere quello che uno già (di solito) fa per lavoro, e quindi ciao divertimento!
Ad esempio, come fa uno a divertirsi se, partendo con l'idea di racchiudere le montagne in zone percorribili e non, vorrebbe limitare l'accesso dei versanti Sud ai sudisti ed i Nord ai nordisti, c'è il rischio che si stressi ben-bene e, cosa peggiore, che stressi con le sue idee paranoiche anche gli altri, ma anche nel malaugurato caso uno ne diventi vittima interlocutrice, esiste un rimedio civile: non dargli ascolto e (al limite) sorridere per le sconsideratezze urlate al vento, ed al vento lasciarlo urlare (vero Spennacchiotto, pardon... Archimede!)
Altro argomento per cui val la pena di spendere due righe, è il fatto di pitturare con sigle e colori buchi e buchetti. Un qualcosa che spero vada un po' al di là del simpatico gesto del cane che marca il suo territorio. Per me significa "Già visto". "Da qualcuno". "Nell'anno xx". "Appartenente alla zona kk". STOP! Se mi va di rivederlo perché mi va di farlo, che sia speleologicamente interessante o meno, lo faccio. Per gioco. E se per gioco nasce un po' di
12

competizione tra le varie tribù di questa razza non protetta e che ama autoconfinarsi, ebbene, ben venga! È il peperoncino che insaporisce il piatto che sta sul desco; ma occhio: se troppo piccante non piace più a nessuno. E l'unico modo per spegnere il fuoco è l'acqua!
|
Un discreto campo |
U. Lovera |
Solo poche righe per spiegare il perché e il percome di un altro campo sul Mongioie, poi per dire come è andata nonché filosofeggiare qua e là e se possibile farmi un po' di nemici. Innanzitutto un campo ai Gruppetti è logisticamente una delle scelte più comode che si pos-
Carta schematica del settore Mongioie-Brignola, relativa alla suddivisione in zone
È stata adottata la delimitazione proposta dal GSP nel 1971 (v. Grotte n. 45) riguardo l'area della Val Ellero, mentre per i versanti della Val Tanaro e della Val Corsaglia sono stati utilizzati i limiti e le sigle indicati dal GSI nel 1977 (v. Boll. n. 9). In tratteggio è rappresentata una ulteriore suddivisione (sigle nei cerchietti) impiegata dal GSI.
13

sono effettuare: il parcheggio dista cinque minuti. Questo permette la partecipazione anche delle famiglie più numerose e di essere quindi costantemente allietati da cospicui pargoli. Inoltre le condizioni della strada d'accesso consentiranno al rientro eccellenti relazioni col proprio carrozziere: ultimo e non trascurabile vantaggio la possibilità di litigare per motivi imbecilli con vari speleologi vicini, oppure per motivi vari con il più imbecille degli speleologi vicini.
La situazione delle conoscenze sotterranee del Mongioie prima del campo era che non se ne sapeva circa un cazzo, ora, salvo sedute spiritiche prima della stampa del bollettino, è cambiata di poco.
In generale il Mongioie è un gran massiccio di cui possediamo notizie riguardo alle sue risorgenze (le Vene) e a un certo numero di "spilloni" più o meno articolati, più o meno profondi, che si conficcano nel calcare senza che nessuna relazione li unisca. La mole di lavoro effettuata lo scorso anno, il lungo girovagare, l'esplorazione di Ngoro Ngoro, l'accumularsi di dati e rilievi ci hanno fatto sognare di essere giunti in quella fase in cui il sommarsi di astuzie ed esperienze consentono agli abissi di schiudersi a decine. Sbagliavamo, non era ancora ora, siamo ancora nell'altra fase, quella in cui per trovare un abisso necessita, vedi Ngoro Ngoro e Big Sur, principalmente un gran culo.
La regione comunque sia oltre che vasta è pure assai incasinata. Zone che soffiano e altre ben più basse che aspirano, zone molto vaste che non tirano fuori un filo d'aria neanche con la respirazione artificiale. Sarebbe quindi magnifico per rendere meno delirante il lavoro, avere un quadro generale dell'attività svolta dai vari gruppi: così mentre sono pubblicati relazioni e rilievi torinesi e biellesi, quasi nulla esiste di quanto svolto da Imperia, che per semplificarci le cose ha anche creato una nuova numerazione che taglia le divisioni di zona normalmente adottate. Se a questo aggiungiamo i buchi segnati e mai scesi abbiamo un'idea del marasma che regna per quelle lande.
All'inizio dell'estate potevamo comunque contare su alcune promettenti carte da giocare, da "Sono Velenoso" sulla Brignola a B 70, ingresso alto nei dintorni del fondo delle Vene, poi col passare dei giorni abbiamo tentato anche col Jolly, Marziano Di Maio a 19 anni dal suo ultimo campo (pare, oramai i testimoni scarseggiano). Alla scarsità iniziale di risultati abbiamo reagito da un lato insistendo in scavi, spesso insensati, dall'altro diversificando l'impegno in tutti i settori circostanti; così migrando via via dalle Scaglie al Mongioie, dalle Colme alle Saline siamo giunti alle Masche, zona che con le Vene non ha assolutamente nessuna relazione ma che in compenso ne ha assai con regioni a noi ben più familiari.
Per il resto è stato un discreto campo, idee non sempre chiarissime e coordinamento non eccellente, compensato da un impegno mediamente elevato da parte di tutti soprattutto dopo mezzogiorno. Siamo inoltre riusciti a convivere piacevolmente con innumerevoli genovesi targati Bolzaneto e a giocarci anche a pallone nonostante siano fallosissimi.
|
Diario del campo |
B. Vigna |
Tra mercoledì 29 e giovedì 30 luglio salgono al Mongioie Claudio e Renato, che il giorno successivo iniziano l'attività di campagna al B19 o Pozzo dell'Avvoltoio, discendendo il primo pozzo e trovando come negli anni passati la cavità parzialmente chiusa da neve e ghiaccio. L'aria è forte e si decide quindi di allargare l'ingresso per facilitare i lavori di disostruzione a -20. Nel pomeriggio giunge al campo stracarica l'auto di Meo con relativa famiglia e Mimmo. La pista che sale da Rastello fino al Gias Gruppetti non è nelle condizioni migliori...
14

Sabato 1 agosto è giornata di arrivi: precedono il folto del gruppone gli equipaggi di Fof e Vittorio, Giorgetto e Laura che corrono fuori gara in quanto dotati di vetture non regolamentari (fuoristrada). Il gran premio della montagna è vinto dagli Eusebio, nonostante una foratura, che precede il Team Gobetti, sponsorizzato dalla Austin che, tentando il difficile recupero in Pian Marchis, lascia per strada la coppa dell'olio, la marmitta e altri frammenti secondari. Con danni più o meno gravi alle proprie autovetture giungono poco distanziati tutti gli altri equipaggi: Domenico, Maria, Donatella, Massimo, Arlo, Simonetta, Piccino, Barbara, Cristina e Consolata che in un primo momento ha tentato di raggiungere il Mongioie dalla Val Maudagna... In serata il campo è allestito: si festeggia nel tendone con due grosse damigiane.
Domenica vanno in battuta nella zona alta del Mongioie (conca dello 'Ngorino) Andrea, Meo, Massimo e Fof. Nella zona di grosse fratture tettoniche con molta neve nei pozzi e poca aria, vengono discesi un P15 e altre cavità. Poppi, Domenico, Donatella, Renato, Maria e Barbara esplorano invece il settore più meridionale della medesima conca, seguendo alcuni buchi aspiranti con sensibile corrente d'aria. In serata arrivo al campo di Ube e Valentina.
Lunedì 3 iniziano i lavori nel settore della Brignola (zone G e Lambda). All'abisso Sono Velenoso, parzialmente esplorato prima del campo, Domenico e Massimo raggiungono una grossa finestra lungo il pozzo terminale, chiusa, poi riescono a forzare il fondo disostruendo un'instabile frana e, dopo aver disceso due pozzi da 15, si fermano per mancanza di materiale su un P30. Renato, Maria e Piccino iniziano i lavori all'H12, cavità con fortissima corrente d'aria aspirante ma con una lunga frattura da allargare, scoperta durante le battute
Mongioie: le "battute" di Ube (foto A. Eusebio).
15

invernali. Giorgio, Laura, Vittorio e Andrea battono il versante occidentale di Cima Brignola senza trovare nulla di rilevante. Ube, Meo e Valentina scendono al B70; riescono a disostruire una strettoia a -70, sulla via scoperta l'anno precedente: Ube passa ma, dopo un breve pozzetto, uno stretto laminatoio con forte aria aspirante preclude ogni possibilità di esplorazione. In serata arrivano Z e... Marziano!
Martedì 4, Renato, Z, Claudio vanno all'H12. Ciclopica disostruzione, si riesce a superare la strettoia, ma dopo una piccola saletta un'altra frattura raffredda l'entusiasmo dei tre. Domenico, Massimo, Valentina e Meo discendono il pozzo inesplorato di Sono Velenoso ma al fondo una grossa frana, con aria soffiante, chiude la cavità. Viene fatto il rilievo e parzialmente esplorato uno stretto arrivo con aria aspirante, da allargare. Ube, Andrea, Marziano, Vittorio, Laura e Donatella vanno in battuta in zona E; si discende l'E32 fino a -7, si scopre un meandro interrato nelle pareti sopra Ngoro Ngoro e una condotta con aria nella medesima zona. Gaydou e Giuspino esplorano il G17, bel condotto con aria soffiante localizzato sotto il G1. Arlo e Simonetta iniziano le battute nel settore delle Masche, importante area strategica localizzata tra il massiccio delle Saline e quello del Ballaur. In serata arrivano Riccardo, Liliana, Walter (Papà) e famiglia.
Mercoledì 5, Giorgio, Laura, Vittorio, Andrea e Marziano riescono a forzare un interessante buco in zona E, non siglato, che però dopo pochi metri chiude inesorabilmente. Viene poi disceso il Mi3, iniziando lavori di allargamento. Walter, Andrea e Meo gironzolano nell'estremità occidentale delle zone A e B, verso il passo delle Saline, constatando la scarsità di cavità e l'assoluta mancanza di correnti d'aria. In serata Vittorio riesce a forzare la strettoia sopra il campo, esplorandola per alcuni metri. Renato, Maria, Riccardo e Liliana battono il fondovalle del rio Bellino, scoprendo in prossimità della zona dei Tumpi un interessante buchetto, il T1. Fervono i lavori di disostruzione fino a tarda sera, quando si riesce ad entrare, ma una strettoia a -10 rispedisce tutti al campo. Arrivano Mario (Cagnotto) e Franz.
Giovedì 6, Domenico, Massimo e l vanno in esplorazione a Sono Velenoso. Riescono a disostruire lo stretto arrivo visto la volta precedente, seguito da un meandro che dà adito ad un grosso P30. Sul fondo una serie di ampi ambienti franosi (Sala delle Tre Barbe) ed un profondo pozzo con ingresso da allargare. Meo, Vittorio, Riccardo, Renato ed Arlo vanno al T1, riescono a disostruire il passaggio finale che conduce su uno stretto arrivo percorribile per una decina di metri, fino ad un intransitabile condottino. Giorgio, Laura, Andrea, Maria, Donatella, Franz e Marziano terminano l'esplorazione della cavità sotto il G1, che chiude con piccoli ma aerati condotti. Viene quindi aperto e disceso Mi3 fino a -23 fermandosi su strettoia. Claudio e Mariolino (custode del rifugio Mondovì) vanno in battuta nel vallone delle Masche, scoprendo un buco da disostruire con forte corrente d'aria. Arrivano al campo la squadra Giovine (3 + 1/2) e Ronf.
Venerdì 7 agosto, Massimo, Meo, Valentina e Franz salgono a Sono Velenoso. Si allarga l'ingresso del pozzo, che viene disceso per una sessantina di metri. Al fondo ancora disostruzioni, ma neppure la smilza Valentina riesce a entrare in un tettonico pozzo d'una quindicina di metri, con forte corrente d'aria soffiante. Si risale rilevando l'intero ramo. Renato e Z continuano i lavori di disostruzione all'H12 fino ad una lunga frattura intransitabile. Ube, Domenico, Donatella, Vittorio, Maria e Marziano esplorano in zona E una condotta (cunicolo dell'Aragonite), con circolazione locale, poi si spostano in una zona verso le Scaglie scoprendo alcuni buchi con forte aria soffiante. Disostruzioni varie. Laura, Giorgio e Andrea vanno in battuta in zona G dove scoprono un interessante pozzo con aria molto forte soffiante che iniziano ad allargare. Arlo e Simonetta battono il versante orientale delle Saline scoprendo un pozzo, siglato T2. In serata arrivano al campo Fof e l'Ing. Andrea.
16

Sabato 8, Renato, Ube, Walter, Fof, Domenico, Maria, Margherita, Vittorio e Andreino vanno a disostruire i buchi verso le Scaglie e nella zona del Passo dei Poggi, dove si scoprono due cavità con forte corrente d'aria soffiante. Giorgio, Andrea, Laura, Z e Massimo proseguono i lavori di allargamento al pozzo scoperto il giorno prima. Arlo, Simonetta, Beppe e Claudio in zona Masche esplorano e disostruiscono un pozzo con la solita aria forte soffiante. Gaydou, Mario e Cristina rivedono il G2, interessante condotta orizzontale di un centinaio di metri, scoprendo un condottino alto con aria. Il campo diventa sempre più affollato, arrivano 4 di Sacile, Spazzola e signora, le famiglie Terranova e Eusebio, e Ubertino del GSBi, Steinberg, Paoletta e prole, Piattola, Schroeder.
Domenica 9, ennesima punta a Sono Velenoso. Scendono Domenico, Massimo, Ubertino e Piattola che esplorano un meandro di una cinquantina di metri, sopra al P30, che conduce ad un grosso camino. Si inizia a risalire. Meo, Renato e Maria disostruiscono parzialmente in zona F un buco visto i giorni precedenti (l'aria è molto forte ma occorrono mezzi più energici), poi al passo dei Poggi proseguono gli scavi in una cavità denominata Buco della Pattumiera (F12). Poppi, Ube, Fof, Donatella, Walter, Spazzola e Simonetta discendono F10, che continua su pozzetto da allargare; F 11 è chiuso a -5; si visitano E77 (condotta da allargare, con forte aria aspirante), E70 (aria forte aspirante) e altre doline vicino al Baygon. Vittorio e Valentina terminano l'esplorazione della condotta sopra il campo, chiusa da ghiaia, Mario e Ronf disostruiscono un pozzetto in zona Ngoro Ngoro.
Lunedì 10 si è avuta una notte con urissa e allagamenti nelle varie tende. La mattinata è dedicata a far asciugare le masserizie. Nel pomeriggio Laura, Meo e Poppi proseguono i lavori di disostruzione al pozzo in zona G. Renato, Domenico, Maria, Riccardo e Ronf vanno in zona Tumpi: scoprono un buchetto aspirante, chiuso dopo pochi metri. Arrivano al campo Daniele, Sincro, Luca e Roberta (GS Bolzaneto).
Martedì 11 Poppi, Loredana e figli, i Terranova, Donatella, Fof, Spazzola, Simonetta, Daniele, Sincro, Vittorio, Beppe, Luca e Roberta vanno in zona Colme. Si scava in due doline con aria forte aspirante, sui versanti meridionali, ma ciclopiche frane impediscono di andare oltre. Meo, Renato e Ronf al buco in zona G continuano i lavori di allargamento. Durante il ritorno si trova, ad una cinquantina di metri da questo, un altro pozzetto con aria che viene parzialmente aperto. Ubertino e Domenico risalgono per una ventina di metri il camino terminale di Sono Velenoso. Al B19 ritornano Claudio, Andrea, Piattola e Achille di Sacile, cercando inutilmente di superare la strettoia di ghiaccio a -20. Riccardo, Andrea M. e Mario battendo la zona sotto il passo delle Saline trovano un pozzetto da allargare. Arrivano in loro aiuto Valentina, Giorgio, Piattola e Andrea, ma nonostante i mezzi opportuni non si riesce ad entrare. Al campo arrivano una decina di speleo del Bolzaneto.
Mercoledì 12 vanno ancora a Sono Velenoso Massimo e Andrea, che giunti alle risalite si accorgono di essere senza trapano. Progrediscono a spit per qualche metro fino a intravvedere sul soffitto uno stretto condottino. Valentina, Beppe e Achille di Sacile vanno all'E16, cavità profonda una novantina di metri esplorata negli anni '70 da GSP e GSBi. Si riesce a superare il fondo fino ad un P10 da allargare. La circolazione d'aria è complessa, la grotta nella prima parte soffia, mentre al fondo aspira violentemente. Renato, Domenico, Maria, Margherita, Ubertino e Piattola vanno al Buco della Pattumiera (F16). Megascavo nella frana terminale con aria forte aspirante che sembra promettere bene. Si allarga anche un buchetto sul versante orientale del passo dei Poggi. Riccardo, Andrea M., Spazzola e Mario vanno al buco sotto il Passo delle Saline (Scarabeo Blu). Disostruzioni dinamiche ma non si
17

Abisso "Sono Velenoso" - rilievo
18

riesce ancora a passare. I Bolzanetesi alle Colme aprono un pozzetto e scendono fino a -35 fermandosi su strettoie in concrezione con aria forte aspirante.
Giovedì 13, Renato, Domenico, Meo, Giorgio e Laura vanno ad allargare il G14. Si riesce a entrare, ma a -15 una frana con aria forte chiude ogni passaggio umano. Meo e Domenico si spostano poi al passo dei Poggi per proseguire i lavori iniziati nei giorni precedenti. Pochi metri sotto il passo incontrano gli Imperiesi che stanno uscendo da una grotta appena scoperta. Per dignità verso gli amici liguri non riportiamo i "calorosi saluti" che alcuni di loro hanno rivolto ai due piemontesi che, allibiti, entrano nel loro buchetto per terminare la disostruzione. Nei giorni a seguire vengono sospesi i lavori in questo settore per non interferire con il GSI. A Sono Velenoso, Daniele e Spazzola raggiungono il condotto in cima alla risalita constatando l'impossibilità di passare. Esplorano quindi la frana sotto il P30. Ube, Fof, Poppi, Donatella, Terranova, Valentina e Vittorio vanno in zona Colme, dove disostruiscono diversi pozzi con aria forte, ma senza trovare ulteriori prosecuzioni. Giorgio e Laura continuano le battute tra zona G e F trovando alcuni buchi da rivedere (G8 con discreta corrente d'aria).
Venerdì 14 si dirigono all'E16 Ube, Carlo e altri del GS Bolzaneto. Viene allargato il pozzo e si prosegue per uno stretto meandro intervallato da brevi saltini. La grotta continua stretta, ma transitabile, sempre con aria forte aspirante. Meo, Poppi, Renato, Terranova e Vittorio proseguono gli scavi in zona Colme. Nella condotta alta si desiste su un'ennesima strettoia, e dopo lungo scavo vengono pure sospesi i lavori nelle varie doline aspiranti. Spostandosi poi nel settore meridionale delle Colme, viene poi rivisto il G13, disceso negli anni '80 dagli
Uscendo da Sono Velenoso (foto B. Vigna).
19

Imperiesi. Andrea, Massimo e Luca, andati a scalare lo spigolo delle Saline, trovano un buco (una spaccatura) sulla cresta intorno ai 250 m; avvisano per radio Riccardo e Andrea M. che si trovano sul passo delle Saline e che li raggiungono e si calano nella cavità: dopo due pozzetti e altrettanti saltini si fermano a -45 circa su strettoia con forte aria aspirante.
A Ferragosto il campo vero e proprio ha termine. Restano però sul posto i Gobetti e alcuni giavenesi, che continuano le ricerche insieme ad amici di altri Gruppi e a Mariolino Canavese: i risultati sono riportati nell'Attività di campagna.
|
Descrizione delle cavità esplorate |
F4. 32TMP02759215, q. 2490m slm, sviluppo 15m, dislivello +1. Si tratta di un relitto di condotta freatica a due ingressi che attraversa una cresta rocciosa. Le dimensioni sempre contenute non superano il metro di diametro. Descr. D. Girodo.
X1. 32TMP02759215, q. 2490, svil. 20, disl. +1. Rappresenta l'ideale prosecuzione di F4, a pochi metri dalla stessa. Anche in questo caso di tratta di una galleria freatica, di dimensioni poco superiori al metro, che si arresta su una condottina intasata. Descr. A. Eusebio.
Lambda 8. 32TMP02809224, q. 2495. Pozzo a neve profondo 9 m. Aria assente e neve sul fondo. Descr. A. Eusebio.
E10. 32TMP02139168, q. 2360. Pozzo su meandro-spaccatura di una quindicina di metri, fermo su frana con un pozzetto di alcuni metri da discendere. Corrente d'aria assente, calcari del Malm. Descr. U. Lovera.
F11. 32TMP02139166, q. 2365. Pozzo-spaccatura profondo 5 m, senza corrente d'aria. Descr. U. Lovera.
G50. 32TPM01659320, q. 2090, prof. 17 m. Pozzo-spaccatura senza corrente d'aria, chiuso sul fondo. Descr. F. Cuccu.
H12. 32TMP02509340, q. indet., svil. 50, disl. -32. Grotta impostata su una frattura, la quale a -30 risale molto stretta di 5 metri per poi fermarsi su un P4 anch'esso stretto e per ora impassabile. Corrente d'aria molto forte aspirante. Descr. R. Richiardone.
G17. 32TMP02009273, q. 2150, svil. 35, D-16. Condotta sotto pressione lunga 35 m che va a dividersi in tre rami tutti stretti oda disostruire. Sensibile aria soffiante. Descr. D. Girodo.
G16. 32TMP02009273, q. 2130, svil. 11, disl. -7. Dolina sfondata di recente che però dopo pochi metri chiude in frana senza aria. Descr. R. Richiardone.
G.15. 32TMP02209280, q.2120, svil. 6, disl. -4. Saltino di 3 metri non troppo largo che porta ad una strettoia non praticabile con dentro un P30 probabilmente praticabile. Corrente d'aria assente. Descr. R. Richiardone.
20

H12 Buco Brignola - G17 Condotta di Gaido -
G15 P30 di Renato - G16 Dolina sfondata - rilievi
21

G14 Pozzo di Giorgetto - G13 Pozzo di Meo - E78 vicino allo Z3 -
F13 vicino a Big Sur - F12 Pattumiera - rilievi
22

F4 - F10 - F11 - G50 - X1 - rilievi
G14. 32TMP01929284, q. 2100, svil. 13, disl. -10. Pozzo-frattura che dopo 13 m va a stringere inesorabilmente. Forte corrente d'aria soffiante. Descr. B. Vigna.
G13. 32 TMP01869286, q. 2090, svil. 9, disl. -9. Pozzo-frattura di 10 m che si restringe, con forte aria soffiante. Ingresso nelle vicinanze di G14. Descr. D. Girodo.
E78. 32TMP01749160, q. 2310, svil. 16, disl. -12. Cavità in frana con corrente d'aria aspirante. Possibile una disostruzione sul fondo a -12 ma con risultati incerti. La grotta si apre nelle vicinanze di Z3. Descr. R. Richiardone.
F.12, Abisso Pattumiera. 32TMP02429124, q. 2445, svil. 24, disl. -10. L'ingresso si apre al colle dei Poggi ed è costituito da un'entrata o scarico immondizia e da due sale, di cui la prima di crollo e la seconda di erosione molto evidente. L'aria aspirata è notevole e la disostruzione fattibile. Descr. R. Richiardone e B. Vigna.
F13. 32TMP02109222, q. 2120, svil. 10, disl. -6. Cavità costituita da due ingressi; dopo alcuni metri stringe su frana e neve. Debole corrente d'aria soffiante. Si apre nelle immediate vicinanze di Big Sur. Descr. D. Girodo.
23

|
Esplorare in PB: il Réseau B |
A. Eusebio |
Le zone in cui esplorare ancora a Piaggia Bella non sono moltissime, e soprattutto iniziano veramente ad essere molto lontane, soprattutto se si sale da Carnino...
L'idea di attaccare i Réseaux (affluenti di sinistra di Piaggia Bella alla Tirolese) è antica assai ma di fatto tutte le volte ci siamo sempre scontrati con qualche inconveniente: a volte erano nuove gallerie trovate per strada (Camelot, Mistral, ecc.), a volte banalità quali malori o semplicemente non voglia di andare fin laggiù.
Si narrava, a parziale giustificazione della "non voglia", che la zona fosse lontana e di difficile accesso, e che anzi fosse più comodo e veloce andare al fondo di PB piuttosto che raggiungere i Réseaux; anche i francesi avevano lasciato perdere molto cose lassù: a 6-7 ore dall'ingresso...
Ogni tanto qualche interferenza con questi rami comunque c'è stata, l'ultima, in ordine di tempo, è di 2-3 anni fa quando vi piombammo dentro scendendo un pozzo delle Mistral e qui vagammo per alcune ore in zone più o meno esplorate.
L'idea tardoprimaverile è quindi quella di tornare laggiù e trovato un valido sostegno ed entusiasmo in gruppo la cosa pareva fatta. Del resto si diceva: andiamo a vedere, poi vedremo...
Il 27-28 giugno siamo all'ingresso in moltissimi, circa una dozzina: un branco di lupi dal fiuto sottile accompagnati da agili lupacchiotti si riversa per la Carsena ricercando passaggi non ovvi e dimenticati da anni. Dopo molte ore ed alcune strade sbagliate siamo alla confluenza di RA e RB e qui ci separiamo.
Una squadra si dirige verso RA, gli altri verso RB; la nostra conoscenza dei luoghi è tale che dopo pochi metri sbagliamo rotta, chi doveva finire in RA andrà in Réseau B, e gli altri di conseguenza. Comunque vediamo molte cose strane, esploriamo qualcosetta di insignificante ma il giro è utile per imparare la strada e capire cosa si deve fare.
Puntiamo strategicamente su RB naturalmente, sia perché non esiste ancora un "amonte" (mentre per RA c'è l'S2), sia perché sembra il più inesplorato, qui infatti Ube e Terranova si sono fermati su una risalita da cui cade acqua che pare vergine (la risalita non l'acqua).
La "cosa più bella" capita al ritorno quando tre lupi solitari e con il pelo ormai ingrigito (Ube, Carlo e Satir Writer), accompagnati da una lupacchiotta infreddolita si perdono per cinque ore attendendo, ormai allo stremo di carburo, i sorridenti soccorritori, peccato poi che in un sogno propiziatorio gli sia stata svelata la via: avremmo sorriso molto. La chicca comunque è di Pierangelo, che voglioso di mettersi in testa alle classifiche della "Volpe d'argento" riesce a defecare all'interno della sua tuta, nella zona prossima al colletto.
- L'occasione di accompagnare gli "orientali" a Piaggia Bella fa lo speleologo risalitore -(proverbio marguareisiano XX sec.). Così fedele alla linea, Ube, Piattola ...e 4 orientali si dirigono l'11 luglio verso RB e la vergine risalita, che tale non si dimostrerà (confessa lettore che non è la prima volta che ti capita).
Alla sommità, oltre agli spit dei primi risalitori, c'è una nuova galleria inclinata lunga poco più di 100 m che conduce alla base di un nuovo salto battuto dall'acqua; lì pareva essere il limite raggiunto dai francesi nel lontano 1973.
L'uscita è senza storia, ormai la strada è nota ed anche se lunga nessuno si perde più, solo Piattola cercherà di schiacciarsi le gambe sotto un blocco, ma questo capita tutte le
24

Complesso di Piaggia Bella, esplorazioni 1992
25

volte e quindi non è più una novità degna di nota.
Il 18-19 luglio eccoci di nuovo qui, siamo in sei. ai soliti Ube e Piattola si sono aggiunti, oltre al sottoscritto, Carrieri, Piccino ed il neosposo Manzelli.
Fino alla confluenza tra RB e RD la punta è senza storia; qui ci dividiamo, tre avanti a risalire (Giampi, Ube e Piccino) e gli altri al rilievo. La risalita in realtà risulta assai più facile del previsto ed in pochissimo Giampiero attrezza per tutti.
Alla sommità del salto si riprende un meandro nel calcare nero percorso dal torrentello che dopo una decina di metri conduce ad una sala di crollo. sulla sinistra il torrente esce da una galleria bassa ingombra di massi, sulla destra i blocchi si raccordano con la parete e poco più in alto si intravede una finestra e la prosecuzione del meandro.
Decidiamo di andare in basso, seguendo l'acqua e l'aria. Siamo sicuramente sull'inesplorato, qui forziamo alcuni passaggi in strettoia ed un tratto di condotta dal sinistro aspetto, noto come l'allagatoio, che in piena sicuramente si riempie (come ci è stato dimostrato la volta successiva); poi il soffitto si rialza e il meandro si allarga fino ad una bella sala (Campo Base), al contatto tra calcari e scisti, che ci fa sognare.
Sulla destra c'è un bell'arrivo con acqua, poco più avanti una galleria fossile e ancora la prosecuzione naturale della galleria da cui siamo arrivati: un basso cunicolo da cui arriva il torrente e buona parte dell'aria; facciamo un rapido giro ma siamo senza carburo ed ormai è molto tardi ed il sottoscritto ritiene a torto o a ragione assai più utile rilevare tutto che non infilarsi a corto di luce in qualche budello.
Così il ritorno è una storia di rilievo di quelle toste, metro dopo metro, svolta dopo svolta fino alla confluenza tra RB ed RA, circa 900 metri ci dirà il taccuino, di cui 250 completamente nuovi.
Si ritorna il 29-30 agosto.
In quella parte di RB già esplorata dai francesi, dove iniziano le prime risalite, c'è un grosso salone con un arrivo sulla destra orografica non appariscente, ma interessante, il meandro infatti parte verso Nord e lo sconosciuto, con un filo d'acqua e una bella corrente d'aria.
Per raggiungerlo c'è un traverso su roccia marcia, non difficile ma sufficientemente lungo da farlo sembrare impegnativo.
Questa è la ragione per cui sono entrati quattro baldi (Carrieri, Ube, Girobrodo e Massimiliano), armati di tutto per andare lontanissimi.
Non accadrà così, purtroppo; il nuovo meandro, chiamato prontamente e con grande fantasia RE, chiuderà dopo venti metri su frana (almeno per ora).
Respinti da RE i nostri eroi si apprestano a continuare dalle altre parti quando una grandiosa piena trasforma i torrentelli in fiumi e il ritorno non più in una lunga camminata ma in una bella nuotata per la gioia di Domenico.
Il rilievo ci dà informazioni strane, anzi stranissime, del tipo che RB ed RA sono in parte sovrapposti e che ormai siamo in pratica sulla verticale dell'ingresso di S2, che non ci sono affluenti da destra e quelli da sinistra dovrebbero arrivare dai rami del Carciofo.
Dati sicuramente molto strani che solo l'esplorazione può chiarire, ed infatti così è. Il 12-13 settembre siamo in sei, anzi in tre (gli altri cambiano idea per strada): Ube, Piattola ed il sottoscritto.
La voglia è pochissima per non dire assente, così filiamo verso i Réseaux senza fermarsi e senza pensare (ogni fermata poteva essere un attimo di ripensamento per l'uscita), in
26

Complesso di Piaggia Bella - Reseau B - rami a monte - pianta
27

Complesso di Piaggia Bella - Reseau B - rami a monte - sezione
28

Complesso di Piaggia Bella - profilo geologico schematico
29

meno di tre ore siamo alla confluenza tra RB e RD, metà strada come scopriremo poco dopo. Infatti per arrivare in esplorazione le ore sono circa sei.
Dopo molto siamo alla sala del Campo Base, the e consultazione sono d'obbligo: avevo convinto infatti i miei compari a portar le mute per gettarsi in acqua nella galleria bassa con acqua e aria, quella che a descriverla ed a percorrerla sembra una trappola per topi. Fortunatamente il più saggio della compagnia (Ube) sostiene che è meglio esplorare i rami fossili sperando in un by-pass e così facciamo.
Ci infiliamo su per l'affluente di sinistra e subito si trasforma, sembra che arrivino tre meandri alti e tagliati da una diaclasi subverticale carsificata avari livelli. Saliamo per una decina di metri ma dopo poco chiude, ancora su quindi, altri dieci ed improvvisamente una piccola galleria.
Pochi metri e siamo su un pozzo, traverso, meandro e sala, a destra un meandro, a sinistra un altro e di fronte l'arrivo di un pozzo enorme dall'alto. Era dal Fighiera o dall'F5 che non mi capitava di vedere coalescenze di meandri che partono a pochi metri con sale e gallerie che si intersecano.
Così in pieno delirio esplorativo prendiamo un meandro con aria e lo risaliamo per oltre cento metri fino ad una ultima strettoia insuperabile, meno male, se quello proseguiva era la nostra fine.
Ritorniamo alla sala, altri meandri occhieggiano qui e là, in due in particolare ci fermiamo su pozzi da 10-15m con aria ed acqua, ma dove vanno?
Incomincia ad essere molto tardi, la stanchezza e la sonnolenza fanno il resto, al Campo Base nuovamente un the; almeno io ho il gelo nelle ossa, così decido, per scaldarmi, di infilarmi - senza muta - nella galleria allagata. Ne percorro circa quaranta metri, bagnandomi qui e là, fino ad una strettoia in acqua con lago sotto, di lato una saletta consente di andare avanti qualche metro e tra le pietre si intuisce un passaggio da allargare - banale - ma ci vuole un martello, l'aria è forte ma sono solo, fradicio e senza nulla: torneremo.
Di nuovo al campo base, the e via; la strada è lunghissima ma l'idea di uscire mette le ali ai piedi e dopo cinque ore siamo fuori, al sole. In tutto il rilievo ci dice 1100m, dei quali 500 sono vergini come la mia bambina...

30

|
"La piena terrà duro" |
V. Bertorelli |
3 luglio 1992: esattamente tre anni meno 26 giorni dopo la mia prima punta a quelle profondità e in quelle regioni così lontane.
Mi alzo con quella classica ansietta che contraddistingue una persona abituata a dimenticare qualcosa di importante e che in questa occasione non può permettersi di tornare indietro a riprenderla. Conficco le ultime quattro cose nello zaino lottando aspramente con la dura cordura che si rifiuta di contenere altro cibo da trasportare, chiudo tutto e aspetto che qualche dimenticanza mi affiori alla mente, negli ultimi minuti prima che Badino citofoni per partire alla volta di Vinca ultimo centro abitato nel cuore delle Apuane prima della grotta, dove per le tre ci aspetta Leo Piccini, il nostro angelo accompagnatore.
Non sarà la nostra "mezzovina di vitavdo" ad impedirci di entrare intorno alle otto di sera, di sostare un'ora e mezza nella prima saletta oltre la prima strettoia dopo il primo pozzetto dall'ingresso, per cercare di saldare con un coltellino minuscolo due minuscoli elementi scollegati nella piccola fotocellula Daar: ultimo congegno di badiniana adozione per il miglioramento dell'illuminazione fotografica ipogea. Fra parentesi beato chi ce l'ha a cavalcioni del frontalino: colpisce senza preavvertire incendiando la retina del poveretto che in preda a cardiopalma, ha già tolto il piede dal vecchio appoggio e non l'ha ancora sistemato nel nuovo. Chiusa parentesi.
Passeggiando spensieratamente sulle poche corde che i genitori di Olivifer le concedono, raggiungiamo la sala della piazza rossa a circa meno 650 dove intorno a un te' bollente si chiacchiera del più e del meno e dell'utilità di portarsi appresso tutto il materiale cibesco ed è qui che abbandono tre quarti del mio cibo, nella comune convinzione che ci sarà utile al ritorno.
Ripartiamo che è già mezzanotte e intorno alle tre posiamo le nostre stanche membra su lussuosi sassi costituenti il primo campo base ameno 900, altri te', formaggi, pane prosciutti e dolcetti ci rifocillano pienamente, ma tanto non basta a farci riprendere la lunga strada che ci separa ancora dalla zona esplorativa e cioè da Gianni e Filippo. Ci concediamo un sonnellino di tutto rispetto, intanto i nostri amici stanno esplorando o forse dormendo anch'essi, oltre le anguste regioni del Tartaro, oltre il Campo Elisio, oltre una risalita di 390 metri che porta al campo dell'Ambulatorio e un'altra risalita di una trentina di metri, una discesa di 130 e ancora risalita di 80-90 metri. Qui la grotta (a dir di Gianni perché non l'ho mai vista) esplode in più direzioni con diversi pozzi ascendenti tutti da risalire con la speranza del tutto giustificata di trovare altri ingressi che rendano più umano il raggiungimento di queste sperdute regioni.
Se vi state domandando perché non ho mai visto quelle regioni ecco la risposta: siamo rimasti bloccati da una, come dire, piena? Beh sì, proprio così. Un'esperienza unica, che ha lasciato un profondo segno nella mia ancor giovane vita speleologica.
È così che, la mattina seguente, circa alle 9,30 ci svegliamo, sgusciamo fuori dal sacco a pelo, facciamo un'abbondante colazione e costruiamo i sacchi, alleggerendoli delle cose per la nanna in modo da poterci muovere più speditamente visto il ritmo lento che, insieme con le innumerevoli foto, ci facevano tenere.
Imbocchiamo la galleria a Madre Cina, condotte freatiche inclinate alternate a pozzi meandreggianti (non ricordo la successione precisa ma garantisco che sono belle) fino a raggiungere le anguste regioni del Tartaro a -1150.
31

A proposito di queste devo dire che erano le uniche nelle quali mi potessi muovere con discreta disinvoltura, senza l'incubo che un flash mi scaraventasse nel buio di svariati metri più sotto. Questa tranquillità, mi ha portato ad alcune riflessioni di carattere generale sulla grotta e sul binomio sicurezza/estetica, non sempre favorito dalla morfologia della grotta.
Riallacciandomi vagamente ad alcune polemiche insorte ultimamente su riviste specializzate, a proposito della sostanziale differenza tra diversi stili di alpinismo. alcuni possono fermarsi di fronte a difficoltà non superabili ameno di utilizzare tecniche artificiali; altri adeguano costantemente la tecnica alla difficoltà, tappezzando di record ferrosi montagne calcaree di rara purezza. Insomma porre o no alla propria coscienza il problema di lasciare sulla montagna nessuna traccia del proprio passaggio; oppure lasciare indelebili testimonianze del passaggio avvenuto.
In questo senso Olivifer è un bell'esempio del primo esempio. Ci sono posti che fanno paura alle bugie - (chi ha da capire capisce) - la ragione poi è per chi non capisce, che passaggi normalmente considerati pericolosi da uno speleologo di media statura, e per questo motivo degni di una corda, in questa grotta vengono trascurati. Per ragioni estetiche, di risparmio energetico o forse per equilibrare l'insieme delle difficoltà che la grotta presenta?
A metà film, eccoti spuntare il Pozzolago, cioè il pozzo che all'andata era un pozzo da 80 m e al ritorno un lago, nero, con la corda del traverso che vi spariva dentro. Oltre il Campo Elisio nella zona di "condotte ricoperte di fango che fa ritenere si siano da non molto (in scala geologica) svuotate dall'acqua che le ha scavate" (Cit. op. pag. 34 Talp. n. 3 Descrizione geologica e morfologica della grotta - Leo Piccini).
Ci troviamo di fronte alla risalita di un piccolo torrente divenuto cascata di notevole portata d'acqua, nel tempo intercorso tra il passaggio di Leo e il mio. Passiamo tutti e tre e proseguiamo veloci verso le risalite. Un altro "torrentino" di centinaia di litri al secondo ci nega il passaggio ululando tumultuoso: "di qui soltanto carpe". Rassegnati alla forza maggiore ci voltiamo e ripercorriamo un centinaio di metri per fermarci, nuovamente sbalorditi di fronte al pozzo divenuto ormai lago. Qui ci sediamo immaginando i tempi di riempimento e svuotamento di 70 m di pozzo con un diametro di una decina scarsa. Valutiamo che nella peggiore delle ipotesi si possa svuotare in una decina di ore.
Tra le brutte ipotesi non mancano di affiorare quelle sulle condizioni dei nostri amici, che dovevano comunque trovarsi in zone fuori pericolo. Dando via libera all'immaginazione il sonno prevale sulla scomodità e sul freddo e una dormita mi immerge in storie di cavalieri inesistenti, di paesaggi remoti tra i raggi del sole filtranti tra i rami di boschi incantati. Dopo 5 ore il risveglio ridicolo ci riporta sul traverso bagnato ma abbandonato dall'acqua e si torna finalmente al campo base a -900. E' di nuovo mezzanotte forse per la terza volta. Intorno all'una ci raggiungono finalmente Filippo e Gianni, sulla via del ritorno, che sembrano non essersi quasi accorti della quantità d'acqua passata. Loro continuano verso l'uscita, noi restiamo a riscaldarci, mangiare, riposarci. Alle cinque della mattina del lunedì ci prepariamo per l'uscita, ma una seconda ondata di piena ci ferma sotto il Pozzo del Baldacchino. Siamo di nuovo nei sacchi a pelo in attesa che cessi.
Forse a mezzogiorno partiamo davvero da -900 per non fermarci più le successive 9 ore fino all'uscita. E poi giù alle macchine di corsa per dare il cessato presunto preallarme, che è scattato sì, ma per qualcun altro alla Buca del Cane.
Ad Aulla ci separiamo da Leo, sazi di una gita densa di avvenimenti straordinari, e ancora a La Spezia saluto calorosamente Giovanni che scende verso sud lasciandomi in una stazione alle tre di notte dove i barboni mi offriranno da bere e da fumare per potermi dire: Sembreresti una barbona ma non lo sei, chi sei?
32

|
A Olivifer misurando |
G. Badino |
Abbiamo rinunciato all'impresa impossibile di raggiungere Gianni e Filippo in cima alle risalite: la piena è veramente ciclopica: con mille cautele torniamo sui nostri passi. Arrampicando alto sul meandro per stare lontano dall'enorme torrente sbuco a metà di un salone tondo, enorme. La base, cinque o sei metri sotto di me, e tutta nera, piatta, lentamente mobile, sembra fango nero ricoperto d'acqua: scendo, raggiungo Leo che la guarda.
È un lago.
E cos'è, gli chiedo.
Mestamente abbassa una mano nel torrente che entra nel lago, ne estrae una corda.
Tirandola su un paio di metri bucano la superficie quieta ed escono all'aria, gocciolanti.
È che siamo bloccati, mi dice.
La Falda Del Frigido!
È salita di ottanta metri, ed ha riempito questo che qualche ora fa era un ampio e terrificante baratro senza fondo da attraversare su chiodi marci e una lunga corda tesissima: in salita, si noti, verso dove siamo noi ora. Quella che era un'esile cascatella che saltava nel vuoto nero ora e un torrentazzo che entra, senza salto, in un lago altrettanto nero.
Leo e imperturbabile ma triste, come so che diviene nelle grandi difficoltà. Ci narra che lui lo temeva, che ne aveva avuti indizi. Sapeva che dalla parte amare il drenaggio delle grotte apuane avveniva in ambienti molto piccoli e dunque con enormi risalite probabili della falda. Che aveva sospettato che quelle gallerie che avevamo percorso per ore finissero in gran parte sott'acqua. Che però sperava che non fosse vero e così non aveva voluto dircelo.
Quanto tempo abbiamo prima che il soccorso speleologico senta l'obbligo di infrangersi contro l'Acquifero, a monte di dove siamo? Mah, due giorni, più o meno.
Faccio conti mentali. Abbiamo pochi viveri, molto fornello, ad acqua va bene grazie, pochissimo da vestire, maledizione, perché faceva caldo. Picio picio picio, e scrivi i libri.
Mettiamo un segnale al livello del lago che ci guarda sornione, e ci facciamo un te. Dopo dieci minuti l'acqua è scesa di una decina di centimetri. Ohi.
Passano molte ore. La piena molla intensità, le gallerie dove siamo vanno svuotandosi e allora il Principe degli Acquiferi Apuani, soddisfatto di aver inchiodato come fessi tanto illustri personaggi, studiosi, per l'appunto, di falde, cala rapidamente e ci lascia fuggire squittendo.
Già durante la permanenza ci siamo consolati che quanto vedevamo era estremamente ricco di informazioni. Sapevamo la portata, circa 300 l/s e la risalita necessaria a drenarla, 80m. Sappiamo anche i tempi della calata, ma in attesa di un'analisi più seria si può già accennare al fatto che il trasporto dell'acqua in quelle condizioni ci permette di valutare il diametro delle gallerie di drenaggio. Detto meglio, quell'incidente ci ha dato un valore caratteristico del trasporto dell'acqua verso il Frigido, il rapporto fra la lunghezza della strozzatura e la quinta potenza del diametro di essa: vale circa duecentomila, il che implica che se la strozzatura è lunga un chilometro il diametro è un trenta centimetri, se cento metri un venti e se dieci metri un dieci centimetri.
La via non sarà evidentemente unica e dunque questi sono solo conti di scala, ma già indicano che il trasporto avviene in fratture, o condottine, o frane, veramente ristrette, accidenti a loro.
Un'altra misura fisica che abbiamo fatto laggiù sono state le temperature di aria ed acqua
33

prima dagli 800 ai 1050, poi in risalita dagli 800 alla superficie. Purtroppo il temporale e la colossale immissione di acqua "calda" le ha perturbate: la temperatura dell'aria precedentemente misurata da Leo nei pressi dell'ingresso era di 6°C, ora era salita ad 8°C, la temperatura della precipitazione. Il gradiente delle temperature in profondità era il solito -3.5°C/km: ma ai cinquecento la temperatura raggiungeva il minimo e poi prendeva a salire, per il motivo detto.
Insomma: abbiamo potuto misurare sia il gradiente (parziale), sia l'impatto delle acque calde nella montagna, sia vedere alcuni fenomeni curiosi legati alle differenze di temperature nelle sale.
A che serve tutto questo? Serve, serve: vedrai.
|
Impressioni su Malga Fossetta |
D. Coral |
Era il richiamo della terra natale che ogni anno, progressivamente, mi strappava dalla prigione della metropoli assolata, precipitandomi nell'isolamento splendido della Casa di Pietra, ai margini del bosco, nel cuore dell'Altopiano...
Erano sensazioni intessute in un attimo di assoluto presente, tra lo smalto del cielo, il verde profondo di quelle conifere, il bianco, come ossa calcinate al sole, dei costoloni di calcare. Ancora qualcosa mancava però per completare quel senso di realizzazione, mancava l'Essenza della forza che si cela dietro la manifestazione delle forme, creandone l'illusione e conciliandone gli opposti: il Silenzio che si genera dall'Oscurità...
E l'antico gioco allora ricominciò.
Atto primo: la gita
Il 13 agosto con i bresciani Giambattista Paderni (CICA) e Jarno Antonelli, mi godo la lunga (ben 15 minuti) marcia di avvicinamento in direzione dell'Abisso di Malga Fossetta, attraverso il fiabesco Bosco dei Laresi. Alle 13 entriamo, questa volta con finalità squisitamente speleoturistiche, un timido e rispettoso approccio, primo di un "rapporto" più intenso...
La discesa avviene tranquillamente, senza fretta, dipanandosi tra pozzi di discrete dimensioni intervallati da brevi gallerie, da qualche meandro strettino (ma non stretto) e da passaggi in frana. Una grotta rassicurante, quasi "confidenziale". Si tenga presente che stiamo percorrendo la comoda "Via del Pistacchio", scoperta nell'89, prestando bene attenzione a non incappare nella famigerata "Via dei Santi", il cui susseguirsi di fessure estreme ha dato ben filo da torcere, e per molti anni, agli speleo del Gruppo Grotte Schio...
A -420m facciamo conoscenza con il mitico "Duecento": un pozzo ne di 203m, iperfrazionato e terrazzato, in parte leggermente inclinato e con qualche breve tratto superabile in libera; un pozzo tranquillo, per nulla inquietante, anche se piuttosto franoso, che ci fa guadagnare dislivello in un battibaleno, potendo infatti scendere a non più di 20 metri uno dall'altro. Alle 16 siamo a -620, al Campo Base, situato su una grossa cengia praticamente sul fondo del pozzone e spostata, naturalmente, dalla verticale.
34

Qui non possiamo che ammirare il monumentale lavoro eseguito dai ragazzi di Schio, i quali hanno costruito un vero e proprio rifugio mediante cavi, tiranti e spessi teloni di politene. L'acqua è a portata di mano e non mancano i piatti, i fornelli, le pentole e persino la pastasciutta! L'ambiente è decisamente confortevole.
Dato che per questa volta la nostra gita termina qui e dato che non abbiamo alcuna fretta, ce la meniamo per tre ore buone a mangiare, bere pentoloni di the, ed io a raccontare ai miei compagni quasi imberbi (Jarno ha 17 anni) le solite vecchie antiche storie del Fighiera, della Preta, di Aldo... Si parla del senso, o meglio del non senso dell'impressione del trascorrere del tempo, dell'essere i Creatori del proprio Cosmo e del fatto, più probabile, che mi sono bevuto il cervello scambiandolo per un fungo psicotropo...
Alle 19,30, dopo aver lasciato una certa quantità di viveri, portati appositamente in previsione di prossime discese, ed aver riempito i sacchi con un po' di pattume, iniziamo la risalita. In un'ora siamo tutti e tre alla sommità del 200, ma da lì a fuori andiamo più lentamente, tra una sigaretta e l'altra, aspettandoci senza fretta. Usciamo all'una di notte, la luna quasi piena ci invita a spegnere le lampade e a giocare con i folletti del bosco, incuranti del pericolo di romperci una gamba nei campi solcati o di perdere molto tempo a cercare la giusta via (situazione, questa, puntualmente verificatasi).
Atto secondo: l'esplorazione
È il 24 agosto, anche questa volta siamo in tre. Franco Gramola di Schio, Giambattista Paderni di Brescia e chi scrive. L'intento è, questa volta, di portarci verso il fondo e di continuare l'esplorazione di un disagevole cunicoletto laterale il quale, al momento attuale, sembra rappresentare la più probabile prosecuzione dell'abisso.
Entriamo alle 12. Grazie a due recenti temporali, l'acqua è sensibilmente aumentata rispetto alla volta precedente. In due ore siamo al campo a -620, dove lasciamo i materiali da bivacco, per prendere con noi solo mazzette e scalpelli e, naturalmente, viveri e carburo. Un paio di piccolissime ore le passiamo con il the di rito e libagioni varie. "Hora fugit". Ripartiamo verso le 16.
Da -600 la grotta "esplode", diventa un verso abisso, stupendo. La morfologia è molto mutata rispetto al tratto precedente. I pozzi, da arretramento di cascata, sono maestosi, battuti da un discreto ruscelletto, per evitare di finire sotto il quale sono necessarie partenze molto aeree, comunque non scomode da raggiungere e, soprattutto, sicure in caso di piena. A -700 uno stretto meandro, il meandro "Carioca", lungo 250 m (sembra eterno), rallenta la progressione. La volta testimonia un primo passaggio d'acqua sotto pressione, con successivo approfondimento gravitazionale. Per percorrere il meandro, andando veloci, è necessaria una buona mezz'ora. Oltre il "Carioca", e sino a -900, è tutto un susseguirsi di pozzi stu-pendi, tra i quali il più bello ed il più lungo è il "Gran Polù" di 54 metri.
A -900 la grotta si restringe nuovamente, in modo piuttosto cattivo. Siamo all'ingresso del Meandro di Papalinos, lungo 100 metri, molto tortuoso e tutt'altro che agevole da percorrere. A -930, in prossimità dell'imbocco dell'ultimo pozzo (di circa 40 m e, purtroppo, inequivocabilmente chiuso), inizia il famigerato cunicoletto meta della nostra esplorazione.
Sono le 17,30. Ci togliamo imbraghi ed ammennicoli vari e ci cacciamo, armati di sole mazze e scalpelli, nel budello. Nonostante l'aspetto assai poco invitante, questa è l'unica zona della grotta percorsa da una sensibile corrente d'aria, corrente pressoché inesistente in tutto il resto dell'abisso, con appena un accenno di movimento nei passaggi più stretti.
Val quindi la pena di tentare.
35

Il percorso è tortuosissimo e rallegrato da numerose strettoie, anche se "addolcite" in parte da precedenti "invocazioni" a Santa Barbara da parte di quelli di Schio. Gli unici punti appena agibili sono irti di lame taglientissime. Dopo qualche decina di metri di contorcimenti, un piccolo slargo ci porta in zona esplorazione. Rabbrividisco ai molti segni che lasciano intuire la nostra probabile fine in caso di forte piena: il posto è veramente schifoso.
Ancora passaggi stretti. Va avanti Giambattista che è il più magro dei tre, percorre qualche metro, poi si ferma in prossimità di una vasca colma d'acqua, profonda circa mezzo metro. Ci comunica che la volta è bassa e che per tentare di passare dovrebbe immergersi completamente. L'idea di un bagno gelato (l'abisso ha una temperatura quasi "marguareisiana") in un mezzosifone a quasi -1000, giustamente non gli sorride neanche un po', ed ancora meno a noi. Mentre sostiamo, incerti sul da farsi, qualcuno ha la grande Illuminazione: "perché non costruire un terrapieno in modo da riempire la vasca di pietre e passare senza bagnarsi più di tanto?".
Ha inizio così un'opera faraonica che vede il sottoscritto impegnato a demolire a martellate tutte le lame presenti nell'unico punto del cunicolo dove vi sia una certa libertà di movimento, tornare indietro dai compagni, posare le pietre sulle gambe di Franco sdraiato nel cunicolo, il quale le passa a Giambattista che tenta di costruire il terrapieno. Finalmente, dopo un paio d'ore di tale esercizio, comprendiamo ciò che una persona dotata di un minimo di equilibrio mentale avrebbe compreso sin dalla prima occhiata, e cioè che per riempire la vasca occorrerebbero giorni di lavoro e montagne di pietre.
Un metro o due, comunque, riusciamo a guadagnarli, quanto basta a Giambattista per intravvedere, al di là di un nuovo restringimento, un'altra vasca sul modello della precedente. La grotta continua, cattivissima ma continua...
Decidendo che per questa volta la Bigonda può attendere, ci ripromettiamo di ritornare prossimamente, armati di mute sub e di più adeguati "mezzi di persuasione" atti a rendere più umano il percorso.
Alle 20 iniziamo la risalita, durante la quale ci infradiciamo un pochino. Alle 23 siamo al comodissimo Campo Base dove, dopo aver dato fondo alle scorte di viveri, ci concediamo una megadormita, avendo tutti adottato l'ottimo metodo del GGS e cioè di portarsi al campo un sottotuta di ricambio, il cui disagio legato al peso e all'ingombro è abbondantemente compensato dal vantaggio di sentirsi rinascere al momento di indossarlo, e di poter veramente dormire e non dibattersi tra incubi e brividi con l'impressione di stare dormendo in un sifone.
Ripartiamo alle 13 di martedì 25 agosto. La risalita avviene tranquillamente, senza stress e forzature, in begli ambienti ed ottima compagnia, cosa che mi lascia forse un po' di rimpianto quando, alle 19, usciamo.
Più tardi
Il tramonto accende le cime degli abeti, mentre ritorno alla Casa di Pietra. La vita è un sogno, ed ancora una volta ho giocato a risvegliarmi...
36

|
Agosto 1992: Slovenia mon amour |
D. Grossato |
|
Libertà di ululare alla luna |
|
di urlare di gioia per il sole |
|
di addormentarsi alla luce delle stelle |
|
da farsi un fuoco per arrostirsi il cibo. |
|
Libertà di cantare vecchie ballate |
|
di cambiare giocattoli |
|
di parlarsi in nuovi modi |
|
Con altri nomi, con nuove storie. |
|
Libertà di impazzirne |
|
Senza paure |
|
Senza problemi |
|
Da "Una frontiera da immaginare", di Andrea Gobetti |
L'ultima salita della funivia di Bovec è alle 14.00. Beccuccio me l'ha anche detto per telefono!
Dimentichi di questo, sabato 1 agosto pranziamo in modo luculliano in una Gostjlna autoctona, con tutta calma, e gustandoci a più riprese dell'ottimo pesce (il prezzo è molto conveniente, consigliato caldamente a chiunque si recasse in zona). Il risultato è che alle 16.30 non si può più prendere la funivia, neanche quella di Sella Nevea (ultima salita ore 16.00: da ricordare!), quindi ritorniamo a Bovec.
"Va bene, ormai siamo qui! vorrà dire che saliremo a piedi".
Il tranquillo Giacomo Zamparo (udinese) è la nostra guida e con me ed Emilio c'è anche Syncro (alias Simonetta Bettuzzi, udinese), una presenza femminile quindi ...che non guasta mai! Giacomo e Syncro torneranno a Udine la sera stessa (notte fonda, nella realtà).
Novecento metri di dislivello e quattro ore dopo (ci siamo persi solo due volte) ecco il campo dei triestini, poco al di là della linea immaginaria di confine che divide il Friuli dalla Slovenia, nei pressi di una cima chiamata Rombon. La prima impressione che ho salendo è quella del territorio selvaggio: un carsismo assolutamente esasperato, poche isolette di verde separano ampie zone di rigurgiti acuminati di calcare... affascinante, ma soprattutto suggestivo.
Una lampada a gas illumina il bunker, sapientemente trasformato in cambusa. Un tavolo e delle panche opportunamente costruiti con assi di legno ospitano personaggi sconosciuti, visi mai visti prima (o quasi), coscienze però che so avere qualche aspetto in comune con la mia. Beccuccio (alias Roberto Antonini, anconetan-triestino) ci accoglie caldamente, saluto con piacere Maci e Davide (triestini) che qualche settimana prima erano venuti a trovarci a Torino, e ci viene presentato il resto di "Na bruta banda" fra cui molti anconetani (non ricordo tutti i nomi, perdonatemi o ringraziatemi: a discrezione). Iniziano "le nuove storie", il "parlarsi in nuovi modi", il "cantare vecchie ballate".
Domenica 2 agosto è giornata dedicata agli ultimi lavori per completare e rendere ufficiale il campo (che è programmato per tutto il mese di agosto). I materiali e il cibo sono saliti con l'elicottero ieri. Ciò ha permesso di mettere in piedi e organizzare un campo estremamente
37

confortevole e, oserei dire, lussuoso: legna per fare fuochi e non, viveri e materiali in abbondanza e addirittura una doccia con tanto d'acqua calda (di giorno) e di portasapone vicino all'unica sorgente della zona (a cinque minuti dal campo, anche meno). L'organizzatore del tutto è Beccuccio che tra un lavoro e l'altro ci rende edotti sulla zona a livello morfologico anche con l'ausilio di carte e rilievi.
Lunedì 3 agosto sveglia lasca, con colazione abbondante e... senza fretta. Qualcuno decide di andare in battuta e altri a farsi un giro fino al rifugio Gilberti. Io ed Emilio ci aggreghiamo a questi ultimi con l'intento principale di farsi due birre (e qualche telefonata). Così con Maci, Davide e Diadora ci incamminiamo sul sentiero, scarichi, e con tutti i buoni propositi di "prendersela con calma". Questo vuol dire, naturalmente, che io ho corso tutto il tempo... mentre dentro di me pensavo: "è l'età, è l'età"; ma non era vero, adesso lo so!
In realtà la "passeggiata" è stata molto tranquilla. Maci e Davide ci hanno portati (cammin facendo) agli ingressi del Veliko e del Ceki 2 illustrandoci con orgoglio le loro conoscenze geografiche di quel lato del Canin sloveno.
Martedì 4 agosto. l'esiguo fazzoletto di erba sul quale avevo piantato la tenda nascondeva un tranello! L'avevo già capito la prima notte, ma solo questa mattina si fa "sentire". Si tratta di uno spuntone di roccia che da sotto la stuoia e il sacco a pelo mi perfora la schiena. Mi alzo quindi con un fianco un po' dolorante e maledico sotto voce il momento in cui mi sono scelto quel posto in tenda. Il mio orgoglio ora mi permette di scriverlo ma allora mi sono ben guardato dal farlo sapere.
Canin: in battuta nella zona slovena presso la linea di confine (foto D. Grossato).
38

Bene, mentre Emilio decide di rimanere al campo io vado in battuta con Pupi (alias Daniele Moretti, anconetano). Dunque lui è un tipo eccezionale, anche solo per il fatto che si chiama Daniele... no, scherzo! E' uno speleo molto bravo, giovane e carino (che pubblicità eh?) che da alcuni anni bazzica in zona sotto l'egida di Beccuccio. A lui si deve la scoperta del Pa' e Volpe, il secondo ingresso del Veliko. Allora! Muniti di tutto l'occorrente (sacchetta da rilievo, corde, due sacchette d'armo e generi di "conforto") andiamo a vedere la zona alta del Veliko, cioè dall'ingresso fino alla base delle pareti della cresta di confine.
Armiamo e discendiamo un primo pozzo che risulta essere un -25 completamente toppo. Il famoso pozzo della discordia sul quale hanno interloquito più o meno violentemente Pupi e il Pèkari (alias Max, triestino) scopritore di quel pozzo il giorno prima. Piratage o non piratage? A me spiace solo una cosa: quel pozzo chiudeva!
Armiamo e discendiamo un secondo pozzo (a metà strada tra il campo ed il primo pozzo, all'incirca alla stessa quota) che si rivelerà un P50 meandriforme con tre frazionamenti e una strettoia finale con aria da allargare.
È pomeriggio inoltrato, il vento diventa fastidioso e il cielo comincia a farsi nero da una parte: prendiamo la via del campo.
Poco prima che faccia buio arrivano al campo due russi (lui e lei) accompagnati da Patrizia Squassino (torines-anconetan-triestina) che porta con sé l'inconfondibile sorriso delle signorine in dolce attesa. Qualcuno mormora che al suo stadio di gravidanza non dovrebbe fare certi sforzi... per quel che mi riguarda, se li ha fatti, li ha ben sopportati.
Mercoledì 5 agosto. La mattina vengono armate due pareti limitrofe al campo per far provare le tecniche su corde a "Lui e Lei" perché dovete sapere che nella ormai ex Unione Sovietica gli speleologi usano cavi d'acciaio e canaponi sui pozzi, senza frazionamenti, con ovvie tecniche "abbastanza diverse" rispetto alle nostre.
Il programma prevede di entrare in Veliko nel tardo pomeriggio ed io ho pensato: "un -1000 come prima grotta verticale sarà certamente un'esperienza da non dimenticare per loro!"
A pranzo, che consumiamo tutti insieme (lo chef: Patrizia!), mi vengono spiegate nei particolari le difficoltà del Veliko:
"Ce li hai i trombini?"
"Beh no! Mi hanno detto che non servivano".
"Come!!! C'è pure scritto sul libro di Badino che al Veliko ci vogliono i trombini!"
"Ehm... non ce l'ho il libro di Badino... ma Ube mi ha detto che con gli scarponcini non ha avuto problemi".
"Te ne accorgerai ad Acqualand... Hai il croll della Kong?"
"No, ho il Petzl, perché?"
"Come!!! Badino è il maggior teorico di questo e non ti ha detto nulla?"
"Veramente no, o magari non me lo ricordo..." Segue una dettagliata spiegazione della differenza tra i due bloccanti, cenni di tecnica su cui non mi soffermo. I risultati sono stati: piedi bagnati per 48 ore e una risalita meno "fluida" ma più sicura sui traversi (provare il croll della Kong per credere).
Alle sette di sera siamo davanti all'ingresso del Veliko tutti cambiati, in undici. Beccuccio indicando lo Sbrego mi dice: "Questo è il mio primo figlio, l'altro mio figlio è il Ceki 2" ed io aggiungo: "allora quello che sta per nascere è il tuo terzo figlio". Lui sorride e risponde: "Sì!... Beh... entriamo! Allora attacchi il discensore ora e lo stacchi a -620".
39

Beccuccio mi ha fatto da cicerone fino al campo a -620 dopo il lago Tripoli, Pupi l'ha sostituito fino al campo a -990 nei rimanenti 4,5 chilometri di grotta considerando che il dislivello si prende tutto su pozzi e a -750 si fa una risalita di 70 metri che dopo una breve galleria orizzontale si affaccia su un P70: Galaxica, enorme, grandioso, ma ti riporta a -750.
Non vi sto a parlare delle risate sul Pèkari a -1000 o delle voraci mangiate e dormite che mi ci sono fatto, né dell'esplorazione di uno dei rami a monte o degli arrivi con quantità mostruose d'acqua a -800 e -900, però violento il mio orgoglio e vi faccio sapere che io sono uscito dal fondo in undici ore..., non è una passeggiata, almeno non per uno speleologo mediocre come me.
Intorno a mezzanotte di venerdì 7 siamo quasi tutti a dormire nelle nostre tende tranne Beccuccio e Davide che usciranno durante la notte con Lui e Lei.
Sabato 8 agosto: è passata una settimana e il tempo si è consumato con la consueta velocità che non dovrebbe avere.
Mentre smonto la tenda e inizio a preparami lo zaino faccio un riassunto mentale di ciò che ho passato. "Urlo di gioia per il sole" che non ci ha mai abbandonati riuscendo a tratti a diventare persino fastidioso e rifletto su quel ramo della filosofia orientale che afferma che uno Speleologo deve andare a -1000, starci trenta ore, senza dormire e senza mangiare, esplorare e uscire in sei ore con tre sacchi sotto il culo. Qualche arcano meccanismo psicologico scatta ed io associo all'argomento una frase di Beccuccio che mi scorre nel cervello: "Bisogna trovarsi una grotta ed esplorarsela, con un gruppo di amici. Così si cresce."
Di colpo mi ritrovo a bestemmiare perché lo zaino non si chiude... Classico! Intorno alle 11,00 salutiamo chi resta echi si sta recando in battuta e iniziamo la via del ritorno convinti che non sia possibile sbagliarsi sul sentiero che porta alle macchine. Dopo la casa del pastore ci sfugge un particolare e alle 15,00 ci ritroviamo sulla strada sterrata ad un chilometro da Bovec: la macchina è lontana, abbiamo toppato alla grande e siamo "piuttosto" accaldati..., ma la fortuna ci arride. Ecco che arriva una Fiesta bianca: ad Emilio deve essere parso un miraggio, e anche a chi la guidava, visto che senza parola profferire infila la testa nel finestrino e chiede: "Avete acqua?" Come risposta si è visto allungare una fresca lattina di birra.
A questo punto le presentazioni: sono due giovani speleo di Trieste che stanno per andare al campo. Con i nostri infiniti ringraziamenti ci danno uno strappo fino alla macchina e scoprono anche loro di aver perso l'ultima salita della funivia. Saliranno a piedi... "già visto!".

40

|
Considerazioni generali sul carsismo Delle Montagne Rocciose Canadesi |
G. Carrieri |
Il nome "Montagne Rocciose Canadesi" (di seguito indicato con M.R.C.) si riferisce alla fascia montuosa del Canada occidentale che si estende a partire dalle Grandi Pianure Interne ad E, i Bassopiani verso la Catena Costiera ad W, il fiume Liard a N ed il confine Canada-Stati Uniti a S.
Topograficamente è un'area enorme di oltre 180.000 Km² che si estende in direzione SE-NW per circa 1450 Km con una larghezza media di 150 Km interessando British Columbia e Alberta. Il punto più elevato di tutte le M.R.C. è il Mt. Robson (3954 m s.l.m.) nell'omonimo Provincial Park in British Columbia.
La geologia delle M.R.C., in estrema sintesi, può essere schematizzata da una predominanza di depositi marini compressi in una sottile banda frontale alle Grandi Pianure Interne del Nord America che, una volta impilati a seguito delle spinte orogenetiche, si mostrano piegati e fagliati con una generale immersione verso SW. Questo "trend" SE-NW ha permesso il formarsi di grandi vallate orientate nella stessa direzione e modellate ad U dalle predominanti azioni glaciali che hanno pesantemente condizionato la geologia del Quaternario in tutto il Canada.
Il clima della regione è fortemente influenzato dalla disposizione della catena montuosa, vera e propria barriera ai movimenti dell'aria: i pendii orientali sono notoriamente più freddi e secchi di quelli occidentali per la generale circolazione delle perturbazioni da W verso E che, trovando questo imponente ostacolo, liberano il loro carico di umidità prima di raggiungere le Grandi Pianure Interne.
Esistono delle fondamentali differenze geologiche tra le M.R.C. e quelle Statunitensi: mentre le M.R.C., in base alla teoria della Tettonica a Placche, rappresentano una pila di sedimenti compressi tra due placche (o zolle) collidenti, le Montagne Rocciose Statunitensi (M.R.S.) sono prevalentemente originate dal sollevamento di larghi blocchi lungo linee di debolezza all'interno della Placca Nordamericana; anche i tempi che caratterizzano la "nascita" di queste due catene montuose sono differenti. Carbonifero Sup. (325-280 Ma) per le M.R.S., Paleocene (66-57 Ma) per le M.R.C.
Naturalmente in una catena montuosa con le dimensioni delle M.R.C. è possibile fare suddivisioni fisiografiche sia nella direzione dello sviluppo (Zona Pedemontana Occidentale, Catena Frontale, Catena Principale e Catena Orientale) che perpendicolarmente ad essa (zona Settentrionale, Centrale e Meridionale).
La Zona Centrale delle M.R.C. può essere delimitata con chiarezza a S (Crowsnet Pass) e N (fascia Jasper-Peace River) mentre "sfuma" nelle Grandi Pianure Interne ad E e nei Bassopiani a W. Qui le rocce carbonatiche sono largamente rappresentate sia nella Catena Frontale (calcari del Paleozoico Sup.) che nella Catena Principale (calcari del Paleozoico Inf.), dove morfologicamente prevalgono le forme tipo "massiccio isolato" a ripetere lo stile geomorfologico delle Dolomiti.
In tutta la Zona Centrale è chiaramente riconoscibile lo schema tettonico che caratterizza tutte le M.R.C., con generale impilamento SW-NE ed età delle rocce che va aumentando nella stessa direzione.
41

Suddivisione fisiografica delle M.R.C.
(da: Handbook of the Canadian Rockies, Ben Gadd)
Nella Zona Meridionale si trovano le rocce più antiche di tutta la catena (1300 Ma) con scarsa o nulla rappresentanza dei litotipi carbonatici.
La Zona Settentrionale è la più estesa sia in senso longitudinale che trasversale, l'elevazione media è inferiore rispetto alle Zone Centrale e Meridionale pur raggiungendo circa 3000 m s.l.m. (Mt. Smythe), anche qui sono estesamente affioranti le rocce carbonatiche sebbene spesso in associazione a rocce di natura detritica.
Il fenomeno carsico è sviluppato soprattutto nella Zona Centrale; in funzione del diverso grado di purezza dei calcari presenti è possibile stilare una sorta di classifica delle Formazioni più carsificabili e carsificate: Palliser, Rundle, Cathedral, Eldon, Murail e Triassic Limestone sono le principali. Si tratta sempre di rocce molto antiche, quasi tutte dell'Era Primaria.
42

Tipica alternanza di creste calcaree e vallate filladiche della Catena Frontale
(da: Handbook of the Canadian Rockies, Ben Gadd)
Sorprendentemente nelle M.R.C., nonostante l'enorme diffusione di rocce carbonatiche, ci sono relativamente poche grotte; una ragione può essere cercata nell'impressionante azione glaciale conseguente alle grandi glaciazioni del Quaternario. Sembrerebbe che i ghiacciai abbiano eroso e smantellato molte delle cavità carsiche pre-Quaternarie risparmiando solamente i vuoti aperti nelle zone più protette (cioè quelli localizzati in profondità, al di sotto di potenti coperture rocciose, e quelli localizzati in zone non toccate dall'azione glaciale stessa); inoltre, gli accumuli detritici conseguenti (depositi glaciali e fluvioglaciali) hanno senza dubbio riempito e/o coperto numerose ignote cavità.
Datazioni isotopiche Uranio-Torio hanno svelato l'età di alcuni depositi calcitici dimostrando che molte cavità dovevano essere completamente sviluppate circa 350.000 anni fa. Nella grotta di Castleguard (si veda oltre) sono stati ritrovati pollini fossili databili al Miocene Sup., cioè vecchi di 10-12 Ma.
In armonia con le temperature piuttosto rigide che caratterizzano le M.R.C., anche le grotte sono molto fredde, spesso al di sotto di 0°C, con depositi permanenti di ghiaccio soprattutto nelle zone di ingresso là dove è maggiore la condensazione dell'umidità.
Un altro importante dato che può contribuire alla comprensione del fenomeno carsico sulle M.R.C. è quello relativo al posizionamento degli ingressi di grotte, mediamente compresi tra i 500 ed i 1000 mal di sopra del livello locale di fondovalle: tenendo conto che molti ingressi in realtà sono gallerie freatiche messe a nudo dall'erosione glaciale, è possibile ipotizzare che la loro posizione rappresentasse il livello di base carsico preglaciale, conseguentemente, trascurato il sollevamento postglaciale (peraltro piuttosto modesto), i ghiacciai Quaternari devono aver eroso il substrato calcareo per una potenza di 500-1000 m.
La grotta conosciuta più lunga delle M.R.C. è Castleguard Cave con oltre 20 Km di sviluppo, scavata nei calcari del Cambriano Medio. Il limite di esplorazione è rappresentato dalle propaggini sotterranee del Columbia Icefield circa 300 mal di sotto del livello di base glaciale.
L'ingresso percorribile è localizzato circa a quota 1990 m s.l.m. all'interno del Banff National Park, al limite con il Jasper National Park e rappresenta la risorgenza di troppo
43

pieno del sistema carsico. Poco a valle di questo si trova la risorgenza attiva della grotta: nei periodi di piena la portata supera i 5 m³/s.
Le prime visite alla grotta risalgono al 1925, ma è soltanto nel 1967 che iniziano le esplorazioni in chiave speleologica moderna. Nel '70 viene raggiunto, a quota +310 m, il "muro" di ghiaccio; limite che nell'84 viene ritopografato in +375 m. Negli anni 80 le esplorazioni si susseguono facendo "esplodere" la grotta che già nell'85 superava i 20 Km di sviluppo.
La massima profondità (oltre 500 m) delle M.R.C. si raggiunge ad Artomys Cave, localizzata poco più a N, nell'area di Mt. Robson Provincial Park (circa 50 Km a NW del Jasper National Park). L'abisso è scavato nei calcari della Mural Formation (Cambriano Inf.) e raggiunge il livello di base carsica (sifone) a quota -523 m dall'ingresso.
Anche la storia esplorativa di Artomys Cave inizia presto: è infatti nel 1911 scoperta ed esplorata fino a -70m. Nel '72 viene raggiunta quota -290 me l'anno successivo viene toccato il fondo a -523 m.
Un zona probabilmente destinata a divenire teatro di future ed importanti esplorazioni speleologiche è la Maligne Valley nel Jasper National Park: tutte le acque superficiali della valle confluiscono nel Medicine Lake per percorrere poi sconosciute vie sotterranee e riemergere nel Maligne Canyon, 15 Km più a valle; il tempo di deflusso sotterraneo delle acque è piuttosto rapido: 12-24 ore in estate, 5-9 giorni in inverno. Il Medicine Lake non ha emissari, quindi tutte le acque che confluiscono in esso percorrono poi vie sotterranee. In inverno il livello del lago si abbassa notevolmente e probabilmente in questa stagione alcune
Mt. St. Paul, Stone Mt. Provincial Park, British Columbia (foto G. Carrieri).
44

Grotta di Castleguard (Alberta, Canada) rilievo schematico
(da: Atlas des grandes cavités mondiales, P. Courbon e C. Chabert)
gallerie possono essere percorribili ed esplorabili. A livello delle risorgenze, nel Maligne Canyon, sono stati localizzati numerosi ingressi, sempre chiusi da blocchi e riempimenti argillitici dopo pochi metri: grossi lavori di disostruzione attendono le prossime generazioni di speleologi canadesi.
Quest'estate, per fare un po' i diversi, insieme a Rossella abbiamo accettato l'invito di Beppe e Mara ad aggregarci a loro per un viaggio nel Canada Occidentale. Beppe covava l'idea da molto tempo e aveva finalizzato il viaggio al raggiungimento delle coste NW, sul mare di Beaufort propaggine dell'oceano Artico.
Arrivando dall'Italia in aereo a Vancouver, questo è significato affittare un furgone per totalizzare, a fine viaggio, 10.000 Km di strada di cui 2500 su pista.
Chiaro come, fin dal principio, di fronte ad una prospettiva di grandi spostamenti si fosse subito insinuata in noi l'idea di una generale "perlustrazione" alla ricerca di possibili mete per future spedizioni speleologiche.
In Canada Occidentale i calcari sono più che abbondanti e con essi è attiva la speleologia locale: enormi estensioni soprattutto nelle Montagne Rocciose Canadesi, ma presenti anche nella Catena Costiera (soprattutto l'isola di Vancouver) e nel McKenzie Range nello Yukon.
È chiaro che il Canada non è un paese arretrato e terzomondista dove la popolazione ha la necessità di concentrare le proprie attenzioni sul come procacciarsi la "pagnotta" quotidiana, quindi da quelle parti sì è da tempo avuto modo di sviluppare tutte quelle attività più futili quali l'andare per grotte.
45

Grotta di Artomys (British Columbia, Canada) - rilievo
(da Atlas des grandes cavités mondiales, P. Courbon e C. Chabert)
Questa riflessione, unitamente ad un'idea della distribuzione di speleologi e grotte, mi ha subito fatto pensare che il territorio potesse essere ben "perlustrato". Poi toccando con mano l'enormità degli spazi e verificando l'abbondanza di calcari, pian piano faceva capolino l'idea che il Canada possa davvero rappresentare una meta speleologica alternativa: Beppe lo aveva sostenuto fin dal principio ma in verità io mi ero mostrato un po' scettico. Le possibilità invece ci sono, anche se non si ha a che fare con ambienti proprio semplici.
Nelle M.R.C. Centrali dove esistono le potenzialità maggiori, c'è da fare i conti con condizioni ambientali di tipo alpino ma più severe. Queste zone (Banff e Jasper National Parks, Mt. Robson Provincial Park) mostrano notevoli similitudini con le Alpi Orientali sia morfologicamente che litologicamente, grandi differenze invece nella scala del fenomeno (decisamente più grande) e nella quasi totale assenza di sentieri o strade che permettano di raggiungere questa o quella montagna; non va neppure dimenticata la più che garantita presenza di orsi (sia bruni che grizzly) che possono rappresentare un simpatico deterrente alla battuta speleologica.
Nonostante questo, moltissimo c'è da scoprire, penso soprattutto a fenomeni glacio-carsici data l'abbondantissima presenza di ghiacciai e calotte glaciali che insistono su calcari.
Più a Nord mediamente le quote si abbassano e con esse scompaiono le calotte glaciali, che ricoprono buona parte delle sommità nelle M.R.C. Meridionali e Centrali.
46

I calcari della Folded Mt., Muncho Lake Provincial Park, British Columbia (foto G. Carrieri).
Un'area che potrebbe rivelarsi interessante è quella compresa nei Muncho Lake e Stone Mountain Provincial Parks, nel British Columbia Settentrionale al confine con lo Yukon. Le carte consultate a quanto visto mostrano una grande area di affioramenti calcarei, anche se l'aspetto superficiale è molto tormentato dall'azione crioclastica che distrugge letteralmente gli strati superficiali mostrando abbondanti detriti e pietraie, le prospettive potrebbero rivelarsi interessanti. In questi posti si è lontanissimi anche dalle città del Canada sede di gruppi speleo: la loro necessità di organizzare in questi posti spedizioni speleologiche non è poi così diversa dalla nostra. Avanti, c'è spazio!

47

|
Phantaspeleo |
G. Badino |
Quel che segue è un articolo "politico". In un periodo come quello attuale, durante il quale nel mondo circostante molti mostri sembrano cominciare a materializzarsi nell'aria scrivere un articolo di politica (da burletta) del gioco speleologico forse è anche di dubbio gusto. Ma credo che. dato che questa è la nostra dimensione, sia necessario intervenire su di essa, nei suoi limiti.
Lettore, se ritieni che tutte queste cose non ti interessino, e che importino solo discensori ed acetilene salta tutto quanto l'articolo. Ma credo tu ti sbagli: per andare di là del mare Colombo ha avuto bisogno delle barche, e di decenni di lavorio ai fianchi di chi aveva queste, ma non idee per usarle.
La reazione del "gotha" torinese a queste cose è in genere "ma a me che cazzo me ne frega, ho poche domeniche, secondo te dovrei passarne alcune a litigare con dei coglioni; meglio andare in grotta".
È in genere vero che gli impegni "politici" tendono a moltiplicarsi in modo tumorale su chi li assume ma con un po' di decisione il carico sull'anno rimane sempre ridicolo, il numero di ore di una buona punta, e spesso rendono di più. L'assenza di coordinamento è pericolosa: ti trovi a subire regolamenti che non hai mai collaborato a costruire.
Di fatto vorrei che queste righe servissero a scuotere un po' la gente e a renderla più sensibile sull'organizzazione di cose corali. Alcune cose hanno dimostrato che si è capaci di farle: ad esempio i boicottaggi di Spelocai e Phantaspeleo, oppure l'incontro al Corchia e le operazioni sulla Preta.
Vediamo se il mondo in evoluzione ci lascerà far di meglio.
Intervistatore: "... e di Facundo Cabral, un cantante popolare, non lo conosce?"
J.L.B.: "No, se è popolare non lo conosco".
dall'ultima intervista a J. L. Borges, 1986
L'incontro di Costacciaro non avrà più luogo a seguito di un impoverimento del filone dei filmati presentabili e soprattutto a causa delle conseguenze economiche e morali del boicottaggio di cui è stato fatto oggetto dagli speleologi.
Nei deliri di Checco sembra che la colpa del trapasso sia dei "torinesi": io, sorpreso che questi ultimi avessero acquisito tanto potere, oltretutto senza partecipare mai gran che all'incontro, ho un po' riflettuto sui motivi.
I film speleo sembrano morti. Voglio dire, sono morti quelli che pretendevano di presentare la speleologia coraggiosa a spettatori con la bocca piena di pastasciutta; sono morti, o quasi, i filmati professional-speleologici, quelli che cercavano un mercato a prodotti rimasticati che consegnassero rigurgiti di luoghi comuni ipogei per fare un po' di soldini.
Il livello degli ultimi tentativi che avevo visto al Festival di Trento era incredibile, puttanate senza senso fatte di luoghi comuni. Le grotte erano finite in mezzo ad altre "avventure" istituzionali, delta, canoa, sci, vissute in sequenza.
Della morte di questi filmati possiamo esultare: il mercato è bruciato e siamo liberi di mostrarci l'un l'altro le attività che conduciamo, senza sentirci obbligati ad essere vendibili a Canale 5: il problema contro cui sono naufragati questi filmati, infatti, è che fare un film di speleologia che sia interessante per gli speleologi e pure vendibile ad una casalinga è estremamente difficile. Insomma: finiamo di scoprire che abbiamo interessi diversi dallo spettatore medio!
Bizzarramente questo insperato successo della minuscoleria del mercato grottiero è stato vissuto come fallimento dal Checco, che però di conseguenza aveva a suo tempo varato un programma effettivamente interessante: "Esplorazioni nel mondo", nome pomposo, ma un "mostrate cosa fate" estremamente meritorio.
L'inizio delle grane per Phanta, io credo, è stato lì: mentre prima i perugini erano "Quelli Che Mostravano Agli Indigeni Di Qui L'Attività Dei Superspeleologi Di Laggiù" con discreto successo, ora saltava fuori che il contenitore che essi avevano prodotto e encomiabilmente
48

tenuto in piedi veniva riempito da "Quelli Di Qui", e con un successo tanto crescente da dar loro un sacco di grane organizzative. Grane e soddisfazioni? Molte delle une, poche delle altre perché intanto saltava fuori che loro da "Demiurghi Del Verbo Lontano" erano divenuti "Osti Del Verbo Vicino", che "loro" in genere non gradiscono per motivi politici.
Era emerso, inoltre, che la loro quasi unica attività speleologica era, appunto, Phantaspeleo (della didattica parleremo un'altra volta): e molto più di quanto fanno la maggior parte dei gruppi italiani ma rischia di passare inosservato, come a chi beve vino buono il bicchiere di cristallo che lo contiene. Questo non poteva durare, come dissi in vecchie conversazioni: Checco lo ha espresso, prima sempre più nervosamente poi chiudendo con Phanta.
Peccato.
Dargli vita e condurlo innanzi è stata un'eccellente idea, mi sembra. Ha posto nuovi standard agli incontri speleologici, ha mostrato che non è vero che ad un incontro nazionale devono necessariamente andare solo cento persone a mostrare relazioni "scientifiche" ad un pubblico condiscendente. Era divenuto un reale ritrovo di tutti.
Credo avesse dei lati deboli che però non erano dell'organizzazione ma della speleologia che vi partecipava come scrivevo su un vecchio Grotte, è brutta la tendenza della gente ad andare "a vedere" e non a "far vedere", una sindrome che avevo visto addirittura propagarsi nelle feste, quando la gente ti guardava mentre facevi casino. L'avevo trovato sinistrissimo, non certo colpa dei perugini, ma di un diffuso modo di vivere fuori di sé stessi, di tendere a guardare chi vive per dire che si è vivi: dire che si scopa perché si guardano film porno, si gioca a pallone perché si guardano le partite, si va in grotta perché si è membri di un gruppo che lo fa.
Checco lamentava che il livello di certe proiezioni era troppo basso, cosa vera. ma era proprio lì il bello. Chi mostra una porcheria in mezzo ad altre proiezioni più belle si sentirà pur fesso, no? Sentirà pure che il livello di ciò che hai mostrato è inferiore ai suoi sforzi esplorativi. Perché pretendere che solo chi fa le proiezioni in multivisione e i film in 16mm si possa permettere di mostrare ciò che fa?
È chiaro che le grosse spedizioni nazionali fanno di più, ma hanno anche fra dieci e cento volte più mezzi di chi vuole mostrare la sua sudicia grottina, e fa benissimo a farlo, e ne sia fiero se si è impegnato nel prepararlo. E perché mai il risultato deve essere comunque uno spettacolo "professionale"?
Solo, mi sembra, perché non ci si pone più come speleologi interessati alle esplorazioni, curiosi di vedere quel che fa quello e quell'altro, ed il loro livello, ad incoraggiare e se possibile a guidare in modo che non si facciano più errori basilari (abuso di zoom, assenza di inquadratura geografica, troppe diapositive etc): non ci si pone più come speleologi attivi, dicevo, ma come spettatori. Ci si siede di fronte agli schermi di Costacciaro e si pretende che ti facciano vedere delle belle immagini. Vai al cinema, allora, e guardati Kurosawa: gli speleologi, soprattutto ora con la diffusione dei camcorder, ripercorrono gli errori di ripresa risolti dai registi dei primi del novecento, ma mostrano speleologia.
E perché invece non ci organizziamo per fare della critica, delle richieste, dare e ricevere consigli su come documentare, apprezzare gli sforzi di chi, disperso nelle sue grottine in giro per l'Italia si sforza di comunicarle: perché, specificamente, non fare così in futuro?
Boicottaggi. Checco si incazza perché la gente ha esagerato ad arrabbiarsi un paio d'anni fa con la festa da balera e le figone. Questo l'ho trovato interessante, perché dimostra
49

quanto o lui, o l'area alla quale appartiene, non abbiano capito nulla dei punti di vista di chi
tira la speleologia attuale.
In se l'osservazione di Checco è sensata: "possiamo aver fatto una cappella, occhei, ma la reazione è sproporzionata". Sì, in sé non era cosa importante ma era orientata in modo assai preciso: era una normalizzazione.
Penso che chi organizza un incontro con gli speleologi possa fare tutte le cappelle che vuole: promettere cibo e poi non darlo, letti e non fornirli, corde e non metterle; verrà sommerso di critiche o/e d'acqua, ma facilmente perdonato.
Ma Checco, sottovalutando il fatto che la speleologia ha un vasto e coscientissimo e fiero aspetto asociale (che ne giustifica una buona parte) si stupisce dell'orrida incazzatura conseguente ad una operazione che appariva un tentativo di normalizzare gli speleologi, di riportarli all'ovile di preti, partiti, divertimenti standard. Il fatto che lui non capisca che la gente si incazza sul serio (le balere e i partiti, Checchino, ci sono anche ad Aosta, Gorizia e Catania, pensavi che non ce ne fossimo accorti? Perché pensavi che la gente preferisse Phantaspeleo al Big o alla Bussola?) dà una misura di quanto è (sono?) fuori della realtà.
Svegliati, la gente che ora va in grotta, ed esplora, e pubblica, e fa film e foto speleologiche non è quella che, oltre vent'anni fa, speravi sarebbe stata. Sveglia, rileggiti Speleocai e confrontalo con Speleologia, Grotte, Progressione, Talp e gli altri bollettini "interni". Sveglia, il treno è già partito da un altro binario.
Ma non corriamogli dietro con gare di corsa su corde (in sé divertenti), vissute come cose serie (questo è buffo), con premi seri per incoraggiare a partecipare per "palanche": e questo non è una distrazione o un errore, ma è di nuovo un tentativo di normalizzazione. Togliendo le parole di bocca a Checco: "arriviamo ultimi su tutto", anche sulle competizioni e le normalizzazioni grazie a chi ha cercato di inventare per Phantaspeleo qualcosa di originale e che non fosse donato dagli "sgraditissimi" che fanno speleologia: ma non hanno inventato, hanno cercato di rimasticarci ideologie che RAI e Canale 5 trasmettono di continuo.
Ora vedremo se la vitalità di una speleologia (che e soprattutto interna al CAI, sia chiaro, e anche di questo parleremo un'altra volta) che è riuscita a reagire in modo così corale ad un'operazione inaccettabile, e a mantenere Speleocai sommerso nell'indifferenza in modo così accurato, riempiendo contemporaneamente tutte le altre riviste di articoli, sarà sufficientemente abile da reinventare iniziative. L'appuntamento al Corchia era furbissimo, e ben fatto. Aggiungo: ben fatto in modo sorprendente.
Del resto credo non si debba pretendere di ottenere risultati organizzativi come Phanta; il bicchiere era davvero cristallino, tanto curato da essere invisibile: ma c'era. A me sembra che fosse eccessivo per le nostre misere esigenze; e anzi, credo che la furibonda incazzatura che trasuda da Speleocai sia proprio. "bastardi, non ve lo meritavate". Probabilmente è vero, e comprensibile incazzarsi.
Le esigenze di incontro però sono minori. basta mettersi d'accordo. Servono dei punti di ritrovo ed un minimo di organizzazione, quel che interessa è poi trovarsi e mostrarsi cose. Semmai fare anche gare, "che te lo do io il premio".
Ma quel che è indispensabile, ed era il patrimonio più prezioso acquisito dai perugini, e quello che li ha poi esposti ad essere colpiti, è il sapere quanta gente arriverà. Ragazzi, non si può organizzare una cosa alla quale parteciperanno un numero qualsiasi di persone compreso fra cento e mille. E dunque bisogna un po' farsi furbi e sforzarsi di collaborare con l'organizzazione almeno in quello.
50

A novembre non c'è quasi mai un cazzo da fare, e comunque quello lo si può fare anche la domenica dopo. Non menate l'anguilla facendovi belli che voi dovete andare nelle grotte proprio quando tutti vanno a fare casino e stare insieme: sforzatevi di partecipare dando un'idea delle adesioni. Non si può cercare di offrire un servizio a delle teste di cazzo che decidono all'ultimo istante se accettarlo o no.
Facciamo come le nostre sorelle: accettiamo tutto. Partecipiamo ai prossimi incontri, dovunque siano, e preavvisiamone gli organizzatori.
|
Recensioni |
|
La grotta dei Saraceni di Cantarana
Giorgio Casanova, La "Grotta dei Saraceni" a Ormea (Cuneo): tra leggenda e storia. Antropologia Alpina Annual Report 2, Torino 1992.
Dopo aver accennato all'importanza delle grotte per l'uomo preistorico, l'Autore dedica un po' di spazio a inquadrare i Saraceni, ribadendo che spesso la loro presenza è un po' al confine tra storia e leggenda e che essa va rivista e ridiscussa: sul termine "saraceno" infatti si è fatta molta confusione accomunando nel termine i predoni e banditi dell'epoca nonché vari invasori (vichinghi, ungheresi, normanni). Anche la famosa base saracena di Frassineto forse non è esistita.
Viene quindi esaminata la tradizione ormeasca sui Saraceni confrontandola con le risultanze storiche, dopo di che vengono passate in rassegna le grotte "saracene" delle Alpi Occidentali e in particolare quelle dell'alta Val Tanaro, come pure le torri rotonde che si vuole siano di origine saracena. Infine si parla più specificamente della Grotta dei Saraceni presso Cantarana di Ormea: sulla base dei più recenti studi storici e archeologici (sono riassunti i più importanti ritrovamenti archeologici dal neolitico in poi nei luoghi vicini), e in particolare delle ricerche del 1979 dell'Istituto di Antropologia dell'Università di Torino e di due campagne successive di scavi della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, nonché con l'analisi delle strutture murarie venute in luce, la tesi dei Saraceni appare destituita di fondamento.
L'esposizione è molto convincente, scientifica, rigorosa; interessanti sono anche i confronti con altri insediamenti simili sia dalle nostre parti (Balma Boves, Alpi Marittime, le Manie, il Savonese), sia più lontano (Apuane, Sasso Marconi, Trentino, Sardegna, Ariège e persino USA). Molto ricca è la bibliografia.
Del lavoro sono disponibili estratti (30 pagine) dal predetto Annual Report 2 di Antropologia Alpina, del costo di 5000 lire (rivolgersi a Di Maio).
|
|
M.D.M. |