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GROTTE

anno 35, n. 108 - gennaio-aprile 1992

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

 

sommario

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Notiziario

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Attività di campagna

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Trentacinquesimo

13

Tutto il corso dall'A alla Z

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Grands Causses

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I corsi: un incidente di cammino

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La Tana della Volpe

25

L'abisso Orione

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Mala, una prosecuzione annunciata

35

Nostalgia di 'Ngoro 'Ngoro

37

Speleologia glaciale

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Un programmino da rilievo

44

Rap del feticcio

46

Rimisurare, ritopografare

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Trapano e accessori

 

 

Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n. 7 DEL MESE DI LUGLIO 1992.

SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE GRUPPO III

PUBBLICITÀ INFERIORE AL 70%.

Direttore responsabile: Leo Ussello

(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13.10.73)

 

Redazione:

Giovanni Badino, Giampiero Carrieri, Marziano Di Maio,

 

Attilio Eusebio, Daniele Grossato, Laura Ochner,

Riccardo Pavia, Pierangelo Terranova, Loredana Valente

 

Foto di copertina di A. Eusebio (Aven de Portalerie, Grands Causses)

Bozzetti di Simonetta Carlevaro

Stampa: LITOMASTER,

Via Sant'Antonio da Padova 12

 

N. 108 stampato con il contributo della Regione Piemonte (Legge regionale 69/81)

Spedito ai soci SSI con il contributo di questa Società

 

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Notiziario

 


     Molte e importanti sono le esplorazioni in corso: ne parleremo a risultati finali.

     I veronesi hanno trovato una grotta sul Tambura, ha un bel nome, si chiama Pinelli. Pare che Enrico, noto pirata, si sia accorto che non la stava esplorando nessun altro solo quando era oramai troppo tardi per tornare indietro. Sul loro cammino un paio di km di gallerie e verso i -1000 un'altra grotta, l'abisso del Tambura; ne esce una traversata mostruosa.

     A Lucca stanno organizzando il XVII Congresso Nazionale di Speleologia, sotto l'egida di CAI e SSI. Segreteria presso il Museo Civico di Storia Naturale, via degli Asili 33, 55100 Lucca, tel. 0583/48280.

     In Piemonte, normale amministrazione per l'AGSP. Nonostante le forti perplessità del candidato e la sua poca voglia, è stato rieletto presidente il nostro Eusebio. L'attività è come sempre legata più ai Gruppi che all'Associazione, ma in fin dei conti va bene anche così. L'importante è che la struttura piace ed è chiamata a discutere di "cose speleo" nei vari Parchi regionali (Pesio e Fenera). La famiglia intanto cresce: a Torinesi, Biellesi, Novaresi e Cuneesi si sono aggiunti tempo fa i Giavenesi, e recentemente Pinerolo e Borgosesia si stanno dando da fare per entrarci. (A.E.)

     La riorganizzazione e l'inventario dei numeri arretrati di Grotte sono stati ultimati ad opera di Z, al secolo Lorenzo Bozzolan. Come avevamo detto a pag. 46 del numero scorso, sono dunque disponibili i bollettini dal 31 al 108 dietro rimborso di 5000 lire l'uno più le spese postali. Le forniture d'un certo tenore fruiranno di sconti come nella tabella allegata, e ad acquisti particolarmente consistenti saranno applicate facilitazioni adeguate, come pure nel computo delle spese postali come si era già detto. E' quindi il momento di verificare i buchi delle vostre biblioteche.

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     Sempre ad opera del medesimo Z prosegue il riordino della biblioteca: qui si naviga.

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Abisso Valmar - pianta

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Abisso Valmar - sezione

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     Novità dal nostro Jo Lamboglia: l'abisso Valmar nella Conca delle Carsene (Marguareis) prosegue ancora con mille possibilità. Ecco nelle pagine precedenti pianta e sezione, e speriamo in una prossima congiunzione con Straldi, Cappa e Scarasson.

     Consueta invasione barbarica alla Capanna Saracco Volante. Questa volta pare che abbiano anche abitato per un certo periodo nei locali portando il livello del casino e della sporcizia ben oltre il limite umano. E' stato necessario buttare buona parte delle suppellettili. Speriamo che non abbiano telefonato in Cina. Speriamo di poterne prendere un giorno qualcuno per assicurarlo nelle mani della giustizia: la nostra.

     Dopo "1994: fuga da Costacciaro" provvediamo a ripubblicare le foto segnaletiche apparse sul bollettino mensile degli evasi da Alcatraz. Sì, è proprio lui Satir Writer (in arte P. Terranova), purtroppo nuovamente a piede libero, ma non temete: la mannaia del Duca Kekko, laggiù al Campo di concentramento di Kiokkio, ha provveduto ad amputargli la mano destra. Prima che la protesi possa essere del tutto "maneggevole" non potrà che scrivere articoli sinistri.

     Per questo motivo riteniamo di non dover pubblicare la sua recensione sul recente libro di Buzio e Filipazzi, che peraltro anche noi abbiamo letto trovandolo ben curato e, soprattutto, piuttosto aggiornato:

     A. Buzio e M. Filipazzi, Grotte e abissi di Lombardia, Editrice "Via della Pazza Folla", Cassolnovo 1992. Due volumi di cui uno di testo di 204 pagg. con 60 foto a colori e b.n., e uno con tavole contenenti 44 rilievi. L. 35.000.

Satir Writer

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     Il 40% della speleologia giavenese ha deciso di prolificare, come al solito esagerano.

     La famiglia Gobetti aumenta di una unità: è nato Stefano. Unica nostra speranza è che abbia meno del 45 di piedi e non sia scoppiato come il padre.

     Anno 1492: Cristoforo Colombo scopre l'America.

     Anno 1992: Andrea Colombo scopre la necessità di un corso prenatal. A tenerlo sarà Patrizia Squassino, prossima mamma di un piccolo beccuccio.

     Manzelli si è sposato facendo anche la comunione (probabilmente la prima), nessuno lo sapeva ma il bollettino parrocchiale, puntualmente, assieme all'ennesima apparizione della Madonna del Velopendulo, ci informa dell'unione tra Andrea e Stefania.

     Anche Spazzola ha iniziato un corso prematrimoniale.

     Barilla, Pasta Agnesi, Voiello, De Cecco e il GSP felicemente annunciano che anche quest'anno il Colapasta d'oro (l'ambito premio assegnato al primo istruttore del corso che "fornica" con un'allieva, nella fattispecie Maria Oteri) è stato assegnato: il vincitore è Richiardone.

Per far dei passi avanti dall'orlo dell'abisso.

     È fresca di stampa l'ultima edizione di Tecniche di grotta, testo didattico ulteriormente sviluppato e arricchito: l'autore è sempre Giovanni Badino, l'editrice è la SSI, la veste è su carta pesante che valorizza le immagini a colori, le pagine sono 205 con oltre un centinaio di disegni (di Maria Dematteis e Luca Massa) e foto in b.n. e colori. Avvincente come un romanzo e vivacizzato da aneddoti, tratta delle tecniche di riduzione della fatica in grotta sia da un punto di vista fisiologico (il mangiare, bere e dormire) che di movimento (l'uso delle forze); descrive equipaggiamenti ottimizzati (materiali personali e collettivi, imbraghi, corde e nodi, ancoraggi, armi, sicura, risalita in vuoto e contro parete, discesa, sosta, trappole, l'artificiale) comprese 11 pagg. di astuzie; dedica 40 pagine su come affrontare i rischi sottoterra e quelli fuori (valanghe, fulmini). Tutto per 20 mila lire.

 

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Attività di campagna

A cura di B. Barisani, D. Girodo, D. Grossato


1 gennaio 1992, battuta nei dintorni della cava di Val Corsaglia. A. Cirillo (U.S.P .), F. Cuccu, Paola (La Lupa Rossa), A. Eusebio + Loredana e pargoli, D. Girodo. Richiardone trova un buco senza aria con concrezioni a metà della parete della cava. Stop.

2 gennaio, Tana della Rivoera, S. Anna di Collarea (CN). D. Girodo, D. Grossato. Lavorato un po' a disostruire sul fondo della frana a 10 minuti dall'ingresso: l'aria non manca, ma la paura dovuta a continui pericoli di crollo fa desistere. Impressionante l'aria

che esce: calda ed umida e di notevole intensità.

3 gennaio, Pozzo della Rivoera (Congiuntivite), S. Anna di Collarea (CN). D. Girodo, M. Miola, M. Paradisi, R. Richiardone, B. Vigna. Anche qui il pozzo (P20) è percorso da fortissima corrente d'aria, a metà di questo si è disostruito qualche metro cubo di frana e raggiunto un P4 arrampicabile. Sul fondo un angusto meandrino promette altre ore di disostruzione.

5 gennaio, Congiuntivite, S. Anna di Collarea (Cn). Franz, Massimiliano, D. Girodo, R. Richiardone, B. Vigna. Continua il lavoro da minatori. Dopo il meandro, ora largo, un P3 porta su un nuovo meandrino, impostato sulla stessa frattura del soprastante. Ovviamente anche questo chiude su concrezioni da cui spira forte aria. Per Domenico non ci sono speranze ma Renè non demorde.

8 gennaio, Grotta dello Spelerpes (Roburent). B. Vigna. Meo in solitaria esplora un cunicolo con aria. Ad evitar la noia, che bella cosa incastrarsi in strettoia.

12 gennaio, Congiuntivite, S. Anna di Collarea (CN). L. Bozzolan, F. Cuccu, D. Girodo, I. Mazza, M. Miola, M. Paradisi, R. Richiardone, B. Vigna. Si fanno i turni per assistere i "lavori" di Renè che non molla un istante. Nel tardo pomeriggio riesce a discendere un pozzo, ma le ripetute ed inevitabili cadute di materiale lo intasano a dieci metri dalla partenza. Negli intervalli fra i turni si va in battuta: Domenico trova un buchetto soffiante poco sotto M. Rivoera (versante est-nord-est) a trenta metri dalla punta grazie alla spanna di neve scesa due giorni fa. Rivisitati gli altri buchi ed ingressi noti limitrofi, tutti soffianti.

18 gennaio, Congiuntivite, S. Anna di Collarea (CN). L. Bozzolan, A. Colombo, F. Cuccu, C. Maniezzo. Cosa si fa di bello per variare un po' sul tema? Si disostruisce! Senza per altro riuscire ancora a passare.

     Orione, Grigna. G. Carrieri, D. Girodo, U. Lovera, M. lambelli (GGM). È andata in culo! Arrivati aventi metri dall'ingresso slavina incombe. Abbiamo già dato, dietro-front!

19 gennaio, Congiuntivite, S. Anna di Collarea (CN). A. Eusebio, D. Grossato, R. Richiardone, Ronf, B. Vigna. Mega lavoro ma non si passa: occorrerà ancora una giornata solo per portare via le macerie fatte crollare! Fuori ci si diverte a ruzzolare sul surf da neve di Terranuevas (lui, naturalmente, non lo sa).

1 febbraio, Congiuntivite, S. Anna di Collarea (CN). B. Vigna. Meo si appresta alla calata, ma ahimè trova la corda tagliata.

7-8-9 febbario, Labassa, Marguareis. G. Carrieri, F. Cuccu, D. Girodo, D. Grossato, L. Sasso + P. Meda + P. Ramò (GSI), M. Gallo (GSS). Una squadra fa delle risalite nei pressi

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del fiume dei Mugugni, vicino al campo base: nulla di nuovo. Un'altra squadra scende un bagnatissimo pozzo nei rami Latte e Miele, ma un saltino successivo li blocca. Occorre tornarci con materiali.

8-9 febbraio, Tana della Volpe, Casotto (Garessio). D. Bregolato, B. Vigna, M. Miola, M. Paradisi, R. Richiardone, Samuele, Andrè, Claudione. Allargate le strettoie del cunicolo del vento, ci si è inoltrati in ogni piccolo anfratto e, forzando un ennesimo restringimento, Donatella scopre una cinquantina di metri di galleria nuova e bellissima; purtroppo non conduce da nessuna parte. Gli altri rifanno parte del rilievo della grotta.

15-16 febbraio, Tana della Volpe, Casotto (Garessio). V. Bertorelli, D. Bregolato, A. Eusebio, B. Vigna, Andrè, Claudione, G. Balestra, M. Miola, M. Paradisi, R. Richiardone. In due micro-punte la Volpe riesce a ridurre gli entusiasmi, ma non a dissuadere totalmente la collettività; Mauro fa una breve risalita sul "salto nel vuoto" e ritrova condottine da cui sembra passare tutta l'aria. Terminato il rilievo dei nuovi rami fino alla sala nera.

     Artesinera, Prato Nevoso. E. Cappai, D. Girodo, D. Grossato, U. Lovera. Armata la grotta fino al secondo pozzo dopo la Lambda, si è di qui proseguito su risalita fatta a suo tempo dalla Narcotici. Il proseguimento è ostacolato da una serie di strettoie da domare. Scopriremo in seguito di avere sbagliato obiettivo: la risalita che porta nella zona utile per la giunzione col Bacardi è al fondo del pozzo successivo, quindi ancora da armare. Punta eccezionale dal punto di vista dell'allegria e dello spasso: Emilio il sardo riesce a dare spunti ironici per qualsiasi cosa faccia o dica (olè!).

     La Mala, Le Manie (Finale Ligure). C. Oddoni + A. Maifredi, F. Nicosia, L. Redoano (GSS). Intenzionati a lavorare per disostruire una strettoia, all'ingresso scopriamo che qualcuno (la cui mamma vende fiammiferi a Marrakesh) ha disarmato la grotta "fottendosi" 60 metri di corda e una decina di moschettoni e placchette. Che il Porko li benedica!

23 febbraio, Rocca di Perti (SV). Tutti o quasi i volontari del CNSASS in un'esercitazione di Gruppo in palestra rivedono un po' tutte le tecniche di recupero comprese due mega-teleferiche. Esercitazione dedicata soprattutto agli aspiranti.

1 marzo, Artesinera e Bacardi, Prato Nevoso. G. Balestra, L. Bozzolan, D. Bregolato, D. Girodo, P. Giaccone, D. Grossato, U. Lovera, M. Primolan, M. Miola, B. Vigna. Vano tentativo di giunzione con due squadre in contemporanea nelle due grotte. Al Bacardi in fondo al Meandro delle Azzorre si ripercorre una risalita in cima alla quale "Z" forza una strettoia a martellate ma un breve meandrino conduce in una saletta toppa, poca aria! All'Artesinera si arma il terzo pozzo dopo Lambda, di lì una risalita e si ripercorre una bella galleria scavata nel Trias. Si arriva in zona giunzione ma è la partenza di un P20 che non si può discendere per mancanza di materiali. E' da qui che avvengono interessanti comunicazioni via radio con la squadra del Bacardi che si trova al fondo del Meandro delle Azzorre. Attraversato il P20 Meo ritrova la via più logica (data la presenza d'aria) ma ahimè allucinante per le dimensioni. Domenico arriva alla strettoia finale e forzando un po' la passa, l'aria si perde; c'è ancora un'arrampicata da fare.

8 marzo. Prima uscita del 35° corso di speleologia del GSP con 29 allievi in due grotte: le Vene (Viozene) e l'Arma della Pollera (Finale Ligure). Istruttori presenti: G. Badino, G. Balestra, V. Bertorelli, G. Carrieri, R. Chiabodo, F. Cuccu, C. Curti, A. Eusebio, G. Giovine, D. Girodo, D. Grossato, U. Lovera, P. Oddoni, E. Pesci, P. Terranova, B. Vigna.

14-15 marzo, Orione, Grigna. E. Cappai, G. Carrieri, D. Grossato, U. Lovera, V. Martiello.

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Che beffa! A -500 davanti ad una strettoia per cui basterebbe un manzo scopriamo che il trapano della Spit non è compatibile con le punte della Bosch. Vani tentativi utili solo per scaldarsi con un martello in attesa che Ube, Spazzola ed Emilio arrivino completando il rilievo iniziato a -300.

22 marzo. Le Vene (Viozene) e il Buranco di Bardineto ospitano la seconda uscita del nostro caro corso di speleologia. Gli istruttori: L. Bozzolan, U. Lovera, A. Manzelli (alle Vene dove brilla l'assenza). A. Eusebio, G. Giovine, D. Grossato, M. Miola, P. Oddoni, P. Terranova, con gli aiuti: E. Cappai, Dacunto e Plutino (al B. di Bardineto dove regna l'abbondanza, ma si poteva mandare questa gente per la seconda volta consecutiva alle Vene?).

29 marzo. E' la terza uscita del 35° corso in palestra di roccia a Borgone di Susa, questa volta gli istruttori sono in numero adeguato e anche simpatici: G. Badino, V. Bertorelli, L. Bozzolan, R. Chiabodo, D. Coral, F. Cuccu, A. Eusebio, P. Giaccone, G. Giovine, D. Girodo, D. Grossato, U. Lovera, V. Martiello, R. Pavia, P. Terranova, W. Zinzala. Aiuti: E. Cappai, M. Campaiola, M. Scofet. Termina la prima parte del corso.

5 aprile, Cul di Bove, Matese (Molise). G. Badino, T. Bernabei + molti Matesani. Effettuata risalita artificiale di una trentina di metri ai laghi a -200, nessun risultato per ora. Quindici ore di permanenza con speleo locali piuttosto bravi.

12 aprile. Quarta uscita del 35° corso del GSP che sancisce l'inizio della cosiddetta "seconda parte" in una nuova palestra di roccia ad Andonno (CN) armata appositamente per la prima volta da alcuni baldi istruttori ed aiuti. Sono presenti: V. Bertorelli, E. Cappai, G. Carrieri, D. Coral, P. Dacunto, P. Giaccone, D. Grossato, U. Lovera, V. Martiello, P. Oddoni, R. Pavia, P. Piccolo, B. Vigna.

19 aprile, la Brignola, Mongioie. D. Girodo, D. Grossato, B. Vigna. Battuta con gli sci che si è rivelata piuttosto fruttuosa: segnati con vernice numerosi buchi che avevano forato la neve, alcuni molto promettenti (uno di questi è un pozzo da scendere "vergine"). In estate la prossima puntata.

25-26 aprile. I nostri aizzati allievi (venti circa) affrontano la loro prima ufficiale grotta verticale durante questa quinta uscita del corso all'Orso di Pamparato e alla Donna Selvaggia (Pian Bernardo). Istruttori ed aiuti: G. Balestra, V. Bertorelli, E. Cappai, A. Colombo, C. Curti, A. Eusebio, P. Giaccone, D. Girodo, D. Grossato, U. Lovera, V. Martiello, E. Pesci, P. Piccolo, P. Oddoni, M. Scofet, P. Terranova, B. Vigna.

 

Attività del GS Giavenese "E. Saracco"

2 gennaio 1992. Pozzo della Rivoera (S. Anna di Collarea, CN). M. Miola, M. Paradisi, R. Richiardone. Spostato qualche mc di pietre emessa in vista della fessura da cui proviene buona parte dell'aria.

3 gennaio. Pozzo della Rivoera (S. Anna di Collarea, CN). Punta mista GSG-GSP.

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4 gennaio. Pozzo della Rivoera (S. Anna di Collarea, CN). R. Richiardone, F. Vacchiano, M. Ingranata. Se non ci sono condotte, basta costruirle, vero Renè?!

5 gennaio. Pozzo della Rivoera (S. Anna di Collarea. CN). R. Richiardone, D. Girodo, F. Vacchiano, M. Ingranata con B. Vigna. Appagante lavoro di minatori: raggiunto un fantastico P3!

11 gennaio. Pozzo della Rivoera (S. Anna di Collarea, CN). R. Richiardone, M. Ingranata, S. Bertasso. Renè non demorde e ora ci si affaccia (ma non si passa!) su un pozzo valutato 15 m.

12 gennaio. Pozzo della Rivoera (S. Anna di Collarea, CN). Punta mista GSG-GSP .

18 gennaio. Pozzo della Rivoera (S. Anna di Collarea, CN). Punta mista GSG-GSP .

19 gennaio. Pozzo della Rivoera (S. Anna di Collarea, CN). Punta mista GSG-GSP .

24 gennaio. Pozzo della Rivoera (S. Anna di Collarea, CN). R. Richiardone, F. Vacchiano, M. Ingranata, M. Primolan (U-ilma) con D. Bregolato.

25 gennaio. Arma Pollera (SV). M. Miola, F. Vacchiano, M. Ingranata, F. e C. Lussiana, G. Vergnano con 7 scouts. Visita guidata.

     Buco inf. della strada di S. Anna di Collarea (CN). M. Primolan, G. Balestra. Disostruzione leggera per "capire cosa c'è": FRANA!

1 febbraio. Dintorni di S. Anna Collarea (CN). R. Richiardone con D. Bregolato. Battuta sci-boschiva.

2 febbraio. Tana di S. Luigi (S. Luigi di Roburent, CN). G. Balestra, M. Primolan, S. Magnabosco (Sam). A.A.A.A.A. "talpe" per scavo di dubbia utilità in condotte occluse da fango fossilizzato, cercasi. Rilievo attuale da rifare.

8-9 febbraio. Tana della Volpe (Casotto, CN). Punta mista GSG-GSP. Labassa (Marguareis). D. Girodo con Carrieri, Cuccu, Grossato (GSP), con Gallo (GGS) e con Ramo', Sasso, Sciacallo (GSI). Esplorazioni sul Latte & Miele e sul canion dei Mugugni (CB amonte).

15 febbraio. Pozzo della Rivoera (S. Anna di Collarea. CN). R. Richiardone. "Punta" solitaria per recupero materiali.

15-16 febbraio. Tana della Volpe (Casotto, CN). Punta mista GSG-GSP.

15-16 febbraio. Artesinera (Prato Nevoso, CN). Punta mista GSG-GSP .

29 febbraio. Tana della Volpe (Casotto, CN). A. Colombo, M. Paradisi, F. Vacchiano. I condottini visti il 16/2 riportano sul P12. Eseguito rilievo parti mancanti.

1 marzo. Artesinera (Prato Nevoso, CN). Punta mista GSG-GSP.

3 marzo. Pozzo della Rivoera (S. Anna di Collarea, CN). G. Balestra, R. Richiardone, M. Primolan. Punta notturna ed infrasettimanale per svagarsi in disostruzioni "off-limits".

15 marzo. Grotta della Fenice (Bernezzo, CN). M. & D. Miola, C. & F. Lussiana, M. Ferraro (Ronf). Il rilievo eseg. da G.S. FREYUS risulta lacunoso in più punti. Sul fondo della

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via d'acqua trovata strettoia su cui si potrebbe lavorare.

21-22 marzo. Artesinera (Prato Nevoso, CN). D. Girodo, M. Ingranata, M. Primolan (U-ilma), F. Vacchiano. Viste zone dintorni "Pozzo VHF" e parte iniziale di un probabile amonte (sommità risalite Guiffrey-Pavia).

22 marzo. Buranchetto (Bardineto, SV). G. Balestra, A. Maupass, R. Richiardone. Si cambia zona, non la musica: disostruzione sul fondo.

29 marzo, Buranchetto (Bardineto, SV). A. Colombo, A. Maupass, C. Lussiana, R. Richiardone. Sempre sul fondo a disostruire decidendo però che continuare ancora sarebbe folle!

12 aprile, Dolina di Pian Bernardo (Pian Bernardo, CN). R. Richiardone, G. Balestra, M. Primolan. Visti due/tre punti su sui si può pensare di lavorare.

19-20 aprile, Dolina di Pian Bernardo (Pian Bernardo, CN). Richiardone, M. Miola e siora, C. e F. Lussiana, G. Balestra, M. Primolan; F. Vacchiano, M. Ingranata, S. Magnabosco. Scavi vari sul fondo, con nulla di fatto. A 10 m dall'ingresso trovata prosecuzione in condottino con concrezione e scallops che si ferma dopo ben 45 m. Eseguito il rilievo.

19 aprile, M. Brignola (M. Mongioie, CN). D. Girodo con D. Grossato e B. Vigna. Con gli sci da Prato Nevoso. Segnati alcuni buchi scavati nella neve (provviste per la tarda primavera).

20 aprile, Bec Ronzino e dintorni (Pian Bernardo, CN). D. Girodo, S. Magnabosco con D. Grossato e D. Bregolato. Battuta con riscoperta di alcuni buchi sopra le balze di Bec Ronzino, di cui il più promettente è poi risultato essere la Grotta dell'Orso N. 150Pi.

25 aprile, Donna Selvaggia (Pian Bernardo, CN). A. Colombo, D. Girodo. Uscita Corso GSP.

25 aprile, Orso di Pamparato, CN. G. Balestra. Uscita Corso GSP.

 

 

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Trentacinquesimo

D. Grossato


     Dunque sono 25 anni che il GSP organizza il corso di speleologia, sono tanti, l'impostazione e la burocrazia necessaria dovrebbero essere un minimo standardizzate, invece, puntualmente ogni anno gli stessi problemi. "Quest'anno chi lo fa?" "Ok, noi lo dirigiamo ma il gruppo si deve impegnare a portarlo avanti" "come lo facciamo?" "basta è ora di cambiare, quest'anno il corso lo facciamo diverso!" "bisognerebbe metterci d'accordo su una tecnica standard, non è possibile che ogni istruttore insegni agli allievi una cosa diversa, come fanno ad imparare?" "quest'anno cambiamo le grotte per le uscite, basta con il Caudano e Rio Martino!" "come si fa ad organizzare la serata inaugurale?" "assicurazioni? ah già bisogna anche assicurare gli allievi ad ogni uscita"

 

Marco Perello

Da Grotte n° 77, gennaio-aprile 1982

 

     Siamo nel 1992 e sono 35 anni che il GSP fa corsi, come si può ben vedere dieci anni fa i problemi erano tali e quali a quelli di oggi e questo non dovrebbe stupire ma far riflettere. In un certo senso vuoi dire che la filosofia del gruppo non è cambiata, ma non si è neanche evoluta, in ambito "corsi".

     Questo 35° corso non è stato perfetto, è mancato un livello di organizzazione precisa e capillare e spesso non si è avuta la certezza della presenza degli istruttori se non al momento della partenza per le uscite, d'altro canto però la direzione si è suddivisa in modo abbastanza equo i compiti (per fortuna!) e nei momenti di bisogno ha sempre trovato collaborazione da parte dei membri più attivi del gruppo. Il clima è sempre stato allegro e non ci sono stati scazzi di ordine superiore. L'ultima nota dolente che mi viene in mente è la scarsa (mai completa) presenza degli allievi alle lezioni teoriche ed alle uscite, soprattutto quelle della seconda parte, anche se questo, forse, è in parte da imputare alle carenze di organizzazione cui accennavo sopra.

     Il corso di speleologia, lo sappiamo tutti, ha il principale scopo di "catturare" persone che abbiano la voglia di dedicare parte del loro tempo alle grotte: se poi costoro si appassionano a tal punto da decidere che, oltre ad andare in grotta, è necessario anche lavorare con la testa in seno al GSP allora si ha l'impressione che "nuove leve" stiano giungendo. Il guaio è che non si ha nessuna certezza "dell'allievo che si è fermato" fin tanto che questi non l'ha fatto. Non esistono teoremi o non esistono assiomi: chi si fermerà? Boh!

     L'esperienza dei corsi passati insegna che sono le grotte a scegliersi i propri compagni i quali oltre ad avere in comune "la passione" devono anche fare i conti con i compagni che le grotte si sono già scelte. Questi due effetti, opportunamente combinati, possono produrre un buon speleo ma non è assolutamente certo, ci sono i fattori esterni, non dimentichiamocelo.

     Se non altro, comunque, due mesi e mezzo sono passati velocemente; si è fatta "sentire" la mancanza delle uscite serali al Palavela e le uscite ravvicinate (che dovevano servire ad accorciare la durata del corso) in realtà hanno soffocato la normale attività: cose queste, secondo me, da tenere in grande considerazione per il futuro.

     Concludo questa mia chiacchierata augurandomi che quei pochi ex-allievi che sono rima-

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sti incuriositi dalla speleologia e dal GSP si integrino gradualmente nella normale attività del gruppo e che il gruppo da parte sua si adoperi per non emarginarli fin dall'inizio nel ruolo di "sacchi da portarsi dietro", alla fin fine ognuno di noi è stato un allievo...

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     Gli allievi che hanno frequentato (alcuni non troppo assiduamente) la seconda parte del corso:

BIANCO Sergio, Via Giolitti 53, 8396720

CHILIBERTI Giuseppe, C.so Matteotti 41, 538790

CORDERA Giacomo, Via Conte Chiusella 108, Ivrea 0125-718430

FANCHINI Giovanni, Via Monfalcone 19, 362056

FUSETTI Ermes, Via Coppino 120/11, 2168973

GHIOTTI Emanuele, Str. S. Margherita 188, 8195078

GlLI-VITER Walter, Via Monti 10, 9818059

GILLARDI Matteo, Via Milano 8 (Sett. Torinese), 8000373

GIUSO Andrea, C.so Grosseto 167, 255565

LANA Enrico, Via Matteotti 43 (Verolengo), 9149694

MANTELLO Andrea, Via Pacinotti 2, 481190

MATTEA Silvia, C.so Toscana 30, 295120

MEDDA Danilo, Via Frinco 28, 361994

MILANI Cristina, Via Tetti Ravotto 1 (Pino T.se), 842586

OTERI Maria, C.so Brunelleschi 161, 705392

PASTORELLI Michele, Via Plana 5, uff.: 5647139

PLACENZA Mario-Giuseppe, C.so Moncalieri 38/10, 6966947

REYNAUDI Pierluigi, Via Tripoli 72, 3294332

RHOTON John, Via Cesare Battisti 7, 5624487

ROGGERO Sergio, C.so Giulio Cesare 25, uff: 5515305

SACCHETTO Andrea, Str. Cenasco 105/8 (Moncalieri), 6968278

TARONNA Massimo, Str. Castiglione Alto 1 (Castiglione T.se), 9607186

VIETA Paolo, Via Salbertrand 41, 761085

 

 

 


Tutto il corso dalla A alla Z

G. Fanchini


     Sembra che nel GSP sia una vecchia usanza costringere annualmente l'allievo più arrendevole a scrivere le proprie impressioni sul corso. Quando questa incombenza è stata comunicata a noi nuove leve, ha subito avuto inizio una lunga partita a scaricabarile per designare il malcapitato redattore delle suddette impressioni. Manco a dirlo, la partita l'ho persa io, in mezzo a tante defezioni e "non ho tempo" (leggi: "non ho voglia") che mi hanno costretto ad improvvisarmi articolista (o quasi). Per comodità, eccovi un semplice vocabolarietto:

     A come APPUNTAMENTI. Sono (sigh!) indispensabili sia per le uscite in grotta, sia per la cena di fine corso. È consigliabile presentarsi almeno mezz'ora più tardi di quanto stabilito,

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onde risparmiarsi una (poco) piacevole passeggiata davanti al cancello (chiuso) del magazzino. Se l'appuntamento è con Ube alla stazione di Ciriè, andateci un'ora dopo muniti di gettoni telefonici: potrebbe essersi dimenticato... Soprattutto, non abbiate paura di arrivare in ritardo. Tanto, ci sarà sempre qualcuno più in ritardo di voi.

     B come BABOIA. Oscar per la simpatia fra gli allievi, ha ricoperto varie, importanti funzioni, fra cui desidero segnalare:

     a) Quella di cameraman, trascinandosi dietro per tutte le grotte del corso una povera telecamera rassegnata a precoce distruzione. Il tutto, per filmare i "vizietti" tecnici segreti dei compagni di sventura (chiedere a Maria e Cristina)

     b) Quella di pericolo pubblico n.1: in pizzeria, per i camerieri; in grotta, per tanti insettini tormentati dalla sua attività di entomologo (di qui il soprannome di Baboia); in macchina per via delle sue mortali battute...

     c) Quella di fornitore di materiale speleo ad istruttori distratti. Portarsi sempre a spasso due discensori, due maniglie, due tute, un chilo di carburo, ecc. ha il suoi vantaggi... Per gli altri!

     d) Quella di sherpa. Mettere insieme tutto il materiale di cui ai punti a), b), c), e avrete riempito un sacco da punta di grandi dimensioni...

     C come CROLL. Nelle perverse intenzioni di Monsieur Petzl dovrebbe essere il bloccante atto a crocifiggere alla corda il malcapitato che prova a risalire il pozzo. Funziona? Fin troppo: "Non riesco mai ad aprirlo!" (Maria).

     D come DISPERSI. Non in grotta, bensì alla fine del corso. Può bastare una frase: "Quando sono riuscito a uscire dalle Mastrelle, la mia filosofia era a pezzi" (Anonimo allievo). La voglia di molti di andare in grotta, anche! Come dice Poppi, "Per fare uno speleologo, la tecnica non basta"... Ci saranno superstiti?

     E come EMOZIONI. Potrà sembrarvi strano, ma gli istruttori avevano più paura di noi! Già: vi immaginate la responsabilità di portare a spesso ventitré neofiti incrodati, mediamente, mezz'ora a ogni cambio attacco?

     F come FANGO. Vedi Orso di Pamparato (lettera O).

     G come GRANDS CAUSSES (Linguadoca, Francia) dove ha avuto luogo lo stage di inizio maggio. La zona era stata prescelta soprattutto in virtù di un microclima particolarmente mite, tanto è vero che, con buona pace dei climatologi, siamo stati innaffiati per tre giorni consecutivi da "un breve temporale primaverile". Comunque, chi si adatta gode e noi ci siamo adattati benissimo. Dieci e lode a Piccino che, attratto dalla bellezza del prato, ha deciso di seminarvi gli spaghetti da scolare (brutto affare non aver preso il colapasta d'oro!). Tutto sotto controllo, insomma!

     Quanto alle grotte, arrivati a La Portalerie, postaccio circondato da chilometri di zona calcarea del tutto disabitata, allietati da un cielo non proprio limpido, ci troviamo quattro o cinque macchine posteggiate. "Dal casino che regna nel bagagliaio sono sicuramente speleo" (Ube). Infatti la grotta era già occupata. Con tutto lo spazio che c'era fuori, proprio lì dovevano andarsi a cacciare, quei Francesi!? Ad ogni modo, l'incontro ravvicinato del terzo tipo con gli speleo indigeni non ha avuto conseguenze, a parte tre quarti d'ora di freddo in attesa in cima ad un pozzo. Poco più sotto, in ambiente franoso, abbiamo per un attimo il contatto di voce con Valentina. "Sarebbe stato meglio averla persa davvero", ha commentato a bassa voce un allievo (la cui incolumità è protetta da anonimato) quando la nostra valorosa istruttrice è ricomparsa tra due massi. La grotta, oltre che concrezionata, era anche un po' fangosa (nel ramo inferiore), ma non abbastanza per alcuni allievi reduci dall'Orso di

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Pamparato che, per adeguare la lordura della loro tuta allo standard dell'uscita precedente, hanno improvvisato una partita a palle di fango.

     Tutta un'altra storia è quella della seconda escursione dello stage, all'Abîme de Bramabiau. Se è vero che la grotta in questione è una specie di santuario della speleologia, teatro di una delle prime esplorazioni sistematiche del secolo scorso, è anche vero che, quando siamo arrivati noi, nevicava di traverso e pensavamo soltanto ad andarcene al più presto. All'ingresso, degno di nota un maldestro tentativo di Valentina per tirarci su: "Siete gli unici allievi di un corso speleo ad avere l'onore di indossare sotto la neve la tuta bagnata del giorno prima". Una volta dentro, un po' di opposizione ci ha salvati da un bagno nel torrente che, per ironia della sorte, si chiama Le Bonheur. Sarà un caso, ma a me non è parso tanto allegro... Ad ogni modo, la grotta, con i suoi ampi meandri, era davvero bellina! Meno bello è stato il ritorno: cambiarsi sotto la neve non è stato piacevole per nessuno, tantomeno per il sottoscritto, che per fare l'eroe si era ostinato a portare avanti e indietro per tutta la grotta il sacco più pesante. Tornando al campeggio, a notte inoltrata, Ube sbaglia strada per quattro volte consecutive. Tragedia? Per niente! Gli allievi, dalla macchina dietro, lo rimettono in ogni circostanza sulla retta via, con opportuni colpi di clacson: beeep! "E' come ai vecchi tempi" esclama commosso il nostro direttore tecnico alla fine del viaggio (che il sottoscritto ha passato quasi per intero a dormire, appisolato sul sedile posteriore, con grande preoccupazione dei compagni di percorso. "se non riesce neanche più ad emettere le consuete cinquanta parole al minuto, vuoi dire che sta proprio male!" "Forse è la volta buona e ce lo togliamo di mezzo!!!"... Purtroppo per loro, si sbagliavano: sono ancora qui a rompere le scatole).

Salone a -100 nell'Aven de la Portalerie (foto A. Eusebio).

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     Il giorno dopo, digerito l'ennesimo, luculliano banchetto sotto la tettoia dei servizi igienici (il posto più asciutto di tutto il campeggio) siamo ripartiti per Torino. E, naturalmente, ha smesso di piovere.

     Ultimo sprazzo di avventura a Nîmes, dove abbiamo scoperto che i ladri di strada esistono anche in Francia. Purtroppo, a farne le spese è stato l'amico Ago...

     I come IMPIANTO, ad acetilene, ovviamente. Due frasi su tutte: "Per farlo funzionare, occorrono tre ingredienti: acqua, carburo e... bestemmie" (Domenico) e "Se l'impianto non ti conosce più che bene, non vuole andare" (il solito Ube).

     L come LIBERAAAAAA!!!! Eccovi, in esclusiva, un trucco per fare bella figura con un istruttore che vi precede in risalita: quando siete su corda, non aspettate di essere arrivati al cambio attacco per chiedergli se ha liberato il tiro successivo: cominciate a gridare "liberaaaaaa??!??!? fin da metà del pozzo precedente: sembrerete più veloci di quello che siete...

     M come MANTELLO. Campione di adattamento nel GSP, ha compreso fin dalla prima uscita (Caverna delle Vene) come funziona il sistema degli appuntamenti (vedi lettera A), perfezionandosi ulteriormente in occasione delle uscite. Un bel passo avanti, lo ha fatto alla Donna Selvaggia, coinvolgendo nell'abituale mezz'ora di ritardo anche il fido Cagnotto ("Dio li fa e poi li accoppia" ha commentato qualcuno). Altro salto di qualità, all'Artesinera, dove è riuscito a posticipare di mezz'oretta la partenza di un'intera squadra per sistemarsi meglio l'imbrago: "Adesso che so che è un architetto, è tutto chiaro" (Ing. Scofet, che si era rotto di aspettare). Ultima chicca il seminario su Piaggia Bella, dove arriva a lezione conclusa. Le sue prime parole: "stasera ho fretta di andar via"...

     N come NANI. Dei famigerati gnomi delle grotte, neanche l'ombra. Si capisce che non esistono: piccoli come sono, come potrebbero fare opposizione?

     O come ORSO DI PAMPARATO. Vedi Fango (lettera F).

     P come POZZI. "sono la parte più difficile delle grotte nel senso che bisogna far passare attraverso tutte le strettoie che li precedono tutti gli allievi e il materiale occorrente per armarli" (Anonimo istruttore). La frase si commenta da sé...

     R come RINGRAZIAMENTI. Grazie, innanzitutto, a coloro che mi hanno sopportato finora e, se tutto andrà bene, dovranno sopportarmi ancora un bel po'. Un ringraziamento particolare va a chi mi aveva promesso il suo aiuto per scrivere questo articolo e, poi, mi ha tirato un meraviglioso pacco, affibbiandomi anche un soprannome assai poco carino, diventato di uso comune...: grazie, Maria...

     S come SPELEOLOGI. Alcune frasi celebri. "È più facile fare un ingegnere che uno speleologo" (Daniele). "Per fare uno speleologo ci vogliono almeno tre anni" (Poppi). "E' mai possibile che quelli che si danno alla speleologia siano tutti scoppiati?!? (Domenico).

     T come TE'. Insieme con il fango, è il principale alimento delle speleologo. Se la tazza da tè che avete davanti a colazione vi dà la nausea, andatela a gustare in fondo all'abisso più vicino: la troverete deliziosa. Personalmente, sono riuscito ad apprezzare anche una tazza di tè al calcare con quindici zollette di zucchero dentro. Ha ragione Daniele: "un tè in grotta può farti rinascere...".

     V come VALUTAZIONI. Come nelle migliori (o quasi) scuole, anche nel corso GSP, gli istruttori ci hanno dato... i voti. Poi, non ci hanno fatto vedere le pagelle, per non abbatterci troppo. Invece, ci hanno dato la possibilità di rifarci, valutando la loro preparazione tecnica e la loro simpatia (o antipatia) mediante apposito modulo preparato dal buon Piccino. Per non

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abbatterli troppo, noi abbiamo compilato i moduli. Poi, non li abbiamo consegnati. Tutti contenti?

     Quanto a me, ho la coda di paglia. Così, ho cercato di rifarmi con questo articolo.

     Z come ZANZARE. Hanno il difetto di avermi succhiato senza pietà all'ingresso della Donna Selvaggia e il pregio di darmi modo di concludere questo vocabolarietto.

G. Fanchini (per i nemici: Piattola)

 


Grands Causses

U. Lovera


     Come scritto in altra parte i corsi presentano inconvenienti: uno di questi è che a fare gli istruttori si stramazza dalla noia e non saranno le innocue sevizie a danno degli allievi ad alleviare la cosa.

     Per cercare di combattere lo spleen (baudlerismo) siamo adusi ricercare zone a noi ignote per vedere almeno, oltre alle solite facce (avete notato che gli allievi anno dopo anno, sono uguali? Sospetto che siano sempre gli stessi) almeno altri calcari. Così varcando le Alpi verso la contigua Francia abbiamo via via guardato Vaucluse, l'Ardèche, gli altopiani sopra Grasse ecc. Tutto ciò conduce al fatto che per trovare qualcosa di nuovo quest'anno abbiamo dovuto spingerci fino a Montpellier. Demenziale? Ssì. Grands Causses è il nome del luogo ed è un altopiano carsico solcato da un gran disordine di torrenti, fiumi e rii. Ogni tanto uno di questi entra in grotta per uscirne poi più a valle quando ne ha voglia.

     Divisi in squadre ci siamo alternati in due buchi; Bramabiau è uno di questi acquari, una quindicina di km di sviluppo totale in parte attivo in parte fossile, quasi sempre gigantesco, turistico nella sua ultima parte. L'altra è l'Aven de la Portalerie; un grande inghiottitoio, un pozzo di una ventina di metri, e poi gallerie, salti, una grande sala concrezionata, un'immensa frana, quindi un mare di fango; il tutto per un 150 m di profondità in una grotta comoda, fatta per noi poveri vecchi.

     A condire il tutto tre giorni di pioggia continua, democratica. Ora la certezza che il prossimo anno toccherà ai Pirenei.

 

 

 


I corsi: un incidente di cammino

U. Lovera


     Tenderei a un inizio soft, scrivendo delle cose che non mi piacciono. Non mi piacciono le società di servizi gratuiti, non mi piace l'accanirsi di alcuni perché altri possano avere la vita comoda, non mi piacciono i corsi di sci con lo sconto, non mi piacciono i rifugi albergo a Bardonecchia e Sestriere. Non li capisco. Non capisco i gruppi che hanno per scopo portare più gente possibile alle proprie gite per puro proselitismo. E questo vale pure per gli speleologi.

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     È finito il 35° corso di cui sono stato co/direttore fantasma.

     Ora, i corsi sono un incidente di cammino che ci si trova dinnanzi durante una serena e vigorosa carriera speleologica, quindi la presenza di periodi dell'anno scarsamente produttivi, la necessità di ricambi, l'obbligo di tramandare conoscenze e il bisogno di tirare su un po' di lira costringono tutti i gruppi ad organizzare qualcosa con risultati di vario genere. Con fantasia tipicamente sabauda ne abbiamo inanellati 35 circa consecutivi, in ragione di uno all'anno.

     Da questi ci aspettiamo che ogni volta qualcuno resti a tenerci compagnia: qualcuno, non tutti: a una media di 40 allievi per anno ora fanno 1400. Se fossero rimasti tutti, il venerdì sera dovremmo riunirci al Lingotto. È quindi auspicabile che la maggior parte di essi se ne vadano a fare altre cose. Qui arrivo al punto. Ho iniziato un paio di volte una piacevole discussione con alcuni allievi che mi chiedevano di fare qualcosa per agganciare chi, poco interessato, se ne veleggia verso altri lidi: ugualmente un tizio scrive che ogni allievo che dopo un corso abbandona la speleologia denuncia l'incapacità degli istruttori che lo hanno addestrato.

     È una tendenza che vuole togliere ad un povero allievo la libertà di andare in grotta, scoprire che queste sono fredde e umide e dedicarsi alle bocce o alla briscola; il corso inteso come trappola per sfigati, chi ci cade dentro non deve più uscirne. Proselitismo: più siamo e più diventiamo importanti.

     Messianesimo; dai martiri cristiani alle Brigate Rosse, una è la via e tutti devono seguirla. Mi sembra discutibile sempre che il corso non sia il culmine dell'attività di un gruppo: "io sono uno speleologo perché organizzo un corso, sono più bravo se ne organizzo due. Cosa insegno agli allievi? A organizzare corsi".

     Per chi ha invece nell'esplorazione il baricentro dell'attività è ininfluente se dal corso ne scappano uno o due o dieci: siamo accompagnatori, il corso lo dirigono le grotte, sono loro che decidono chi deve continuare e chi no.

     Così cogitando ho incontrato Paoletta che ha appena finito la tesi di laurea: soggetto, gli speleologi. Ha scoperto quello che scherzando sosteniamo da anni, che gli speleo sono tutti scoppiati. Più seriamente sembra che, da un campione significativo di analisi su speleo, siano emersi in proporzione abnorme dati, caratteristiche e relazioni presenti in dimensioni infinitesimali nella media della popolazione. Al punto da rendere interessante l'idea di sostituire al corso un test e addestrare poi solo quelli con certe caratteristiche: gli scoppiati. Problema, Paola dice che è molto meno impegnativa l'organizzazione dei corsi che non interpretazione dei test: toccherà per il momento continuare all'antica. Però se esistono elementi fortemente tipici che caratterizzano gli speleologi esisteranno probabilmente anche per le altre categorie: non capisco perché quindi dovremmo sentirsi colpevoli o incapaci se un tizio con caratteristiche da giocatore di carte, rimbalzando sulle grotte raggiunge poi la briscola.

     Altre posizioni in proposito mi sanno di ottusità o di cattolicesimo e come tali puzzano.

 

 

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La Tana della Volpe

D. Bregolato


La riscoperta

     È sempre entusiasmante ogni volta in cui, risfogliando le pagine di bollettini degli anni passati, trovi grotte che sono state scoperte dai nostri "vecchi", in cui si è lavorato ma in cui bisognerebbe prima o poi ritornare perché sul rilievo sono segnati punti interrogativi che non aspettano altro che tu vada lì per dare una risposta.

     Così, accesi nuovi animi e risvegliatine altri, il pomeriggio del 18 febbraio '92 Meo, Samuele ed io partiamo alla volta della Val Casotto, nel Monregalese, per andare a rispolverare quei gradini che nel 1984 avevano già portato alcuni di noi alla misteriosa e incomprensibile Tana della Volpe.

     Dal rilievo risultava una grotticina modesta: un sifone alla fine di un ramo e una via principale che porta alla Sala Nera; vari labirinti, visti e non, che risultavano di dubbia comprensione ai lumini scavatori che permisero alle molecole dell'aria di rotolarsi nuovamente nel Cunicolo del Vento. Armati come sempre di grandi speranze di scoprire vie sfuggite ad occhi curiosi, giungiamo all'ingresso della grotta percorrendo un rio che nasce dalla bocca del mistero.

     La sigaretta prima di entrare, come se dovessimo fare una punta importante, e via fra i meandri della storia.

     Gradevolissima sorpresa è stata quella di trovarsi di fronte a grandi ambienti concrezionati: belli, anche perché inaspettati. Altrettanto piacevole sentire il canticchiare dell'acqua nel punto giusto e non nell'ormai tornato famoso Cunicolo del Vento di cui, giusto alcuni giorni prima, ci era stata narrata un'uscita in posizione supina perché l'acqua arrivava a coprire le spalle!

     Strisciando come delfini fuor d'acqua, arrampicando come lucertole in cerca di sole, arriviamo in una saletta passando dalla Ghigliottina, in cui uno dei tanti grossi massi incollati insieme dal fango per poco non giustizia, senza processo né imputazione, Samuele: per un attimo il suo viso emana più luce della sua acetilene, da quanto è sbiancato.

     In questa saletta Meo ci spiega quanto è importante conoscere la morfologia delle grotte, indicandoci e motivandoci la presenza di un blocco di quarzite incastrato nella frana che ostruisce il passaggio.

     C'è una risalita da fare ma, senza materiale, la rimandiamo all'indomani.

     Dalla Sala Nera ci spostiamo nella Sala degli Orsi. Anche qui si aprono varie strade.

      Giriamo un po' senza trovare alcunché di non visto. eppure tutto 'sto po' po' di roba non c'è sul rilievo! Dal terriccio smosso sul pavimento affiorano ancora frammenti di ossa di orso, scartati dai saccheggiatori. Proseguiamo quindi lungo un meandrino che stringe e poi chiude con concrezioni impolverate dal tempo. Meo, che nel frattempo sta dicendo qualcosa del tipo "ecco, ad esempio qui non è stato nemmanco visto!", sente la sua voce rimbombare oltre l'ostacolo; i suoi occhi luccicano, la sua voce si altera e le sue gambe hanno un fremito gongolante contagioso: di là si sente il vuoto!

     Naturalmente, visto che si trattava solo di un giretto cognitivo, non ci siamo neanche portati un martello, ma la frenesia è tanta che si dà inizio ad un match impetuoso di pietra contro pietra per cercare di arrivare a vedere cosa c'è oltre la curva. Dopo vari round riusciamo a far passare casco e occhi: c'è un ambiente che non sembra tanto piccolo, dà l'impressione che ci sia un bivio proprio lì di fronte. Si urla: l'eco risuona forte!

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Tana della Volpe - 288 Pi/CN - pianta

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Tana della Volpe - 288 Pi/CN - sezione

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     Dobbiamo assolutamente tornare. Speriamo di resistere fino a domani! Ce ne usciamo contenti e ovviamente ancora più speranzosi che all'entrata. Cominciamo a fantasticare mentre torniamo all'auto con i lumini in testa; addirittura cominciamo a canticchiare canzoni con ritmi non ancora copiati: abbiamo il sorriso sulle labbra! In serata ci raggiunge Renè che non è molto convinto delle nostre facce. Durante la notte naturalmente si dorme poco!

Nell'inesplorato

     Finalmente arriva il mattino. Meo purtroppo oggi non c'è. Sono arrivati però gli altri Giavenesi: Michele, Mauro, Andrè e Claudio.

     Entriamo e cominciamo a rilevare. Raggiunta la Sala Nera ci dividiamo: Renè e Samuele risalgono una spaccatura che porta in cima alla sala e da cui parte una condotta; superano una strettoia e arrivano ad una scritta "GSP '84" con accanto disegnato un bel punto interrogativo. Tornano indietro anche perché le loro bombole hanno sete e lì di acqua proprio non ce n'è.

     Michele e Mauro continuano a rilevare.

     Io parto con un martello in direzione di quelle concrezioni che ieri sono state causa di una forte scarica di adrenalina. Ad ogni martellata che va a segno il mio battito cardiaco aumenta, e non solo. Comincio anch'io a non capire più nulla. Due colpi ad un mammellone nel pavimento e via: o la va o la spacca! Riesco a passare di misura, peggio di quando indossi un vestito attillato, e scivolando su due piedoni di roccia sbuco in una condotta sotto pressione alta circa un metro e mezzo e larga più o meno altrettanto.

     Il bivio che si intravvedeva è costituito dal condotto che parte dalla destra dell'ingresso, formando una salettina, e poi curva a sinistra sparendo dietro la parete che ti trovi di fronte.

     Comincio a percorrere questo budello cercando di non calpestare ciò che la natura ha creato e la Volpe ha conservato.

     Sono fuori di me! Non ho parole per descrivere ciò che credo ognuno di noi, a modo suo, prova quando esplora! Eppure è lì di fronte a me e continua, e va avanti disegnando le forme sinuose di un serpente in corsa. La gioia che mi sento dentro è grande e voglio dividerla con qualcuno. Così, in un amen sono dall'altra parte della strettoia e corro alla Sala Nera gridando a più non posso parole incomprensibili agli altri compari.

     Tra l'affanno e l'entusiasmo che ti smorzano il fiato, spiego a Renè, Samuele, Andrè e Claudio cosa ho trovato. Dietro-front a velocità luce, saltellando da una roccia all'altra come gli gnomi nel bosco, o come le scimmie nella foresta, e rieccoci ad inforcare la strettoia che purtroppo è selettiva: Andrè e Claudio non passano.

     Rimaniamo in tre a goderci ciò che ci viene regalato. Ad ogni svolta che scopri si fa strada, sempre più nitido, un pensiero bizzarro: chissà se stavolta siamo stati più furbi della Volpe? Chissà se siamo riusciti a sgattaiolare attraverso una porta di questa sua casa prima che le abbia chiuse tutte come sempre?

     Si va avanti per circa settanta metri incuranti dell'acqua che ti entra negli scarponcini. E' veramente un bello spettacolo!

     Come per tutte le cose però c'è un fine e, chissà perché, in grotta esso arriva sempre prima di quando te l'aspetti. Così ad un certo punto la Volpe decide che non puoi andare oltre, e ti chiude la porta in faccia creando una piccola biforcazione che da un lato forma una nicchia e dall'altro stringe a fessura verticale.

     Fine della corsa: capolinea.

     Lì troviamo materiale organico che ci fa pensare di essere abbastanza vicini all'esterno. Tornando verso la strettoia vediamo nella saletta una altro passaggio comodo per chi

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avesse le dimensioni di un topo. Non riesci neanche a far passare il casco, ma l'impressione è che di là si allarghi. E' ora di rientrare però, quindi raggiungiamo gli altri e via.

Volpeggiando

     Sabato 15 febbraio Poppi, Meo, Valentina, Renè, Samuele, Gregorio ed io ripercorriamo la stessa strada con tanto di materiale da esplorazione.

     Ci dividiamo i lavori. Viene allargata la strettoia nel ramo nuovo che però dopo poco chiude in una fessura triangolare. Si risale alla condotta col punto interrogativo ma, dopo aver superato due frane, si decide di rilevare tornando. In tutto si rilevano circa 250 m di grotta, continuando nel frattempo ad infilarci nei buchetti che fanno della grotta un'invitante groviera.

     C'è ancora qualcosina da fare. Col rilievo finalmente si riuscirà a capire un po' di più.

     Domenica 16, mentre la prima squadra smonta ce n'è già in fermento una seconda che dopo poche ore riprende il sentiero. Sono Mauro, Franz, Massimiliano e Sergio che hanno l'intenzione di discendere il pozzo da 12 m, fare una risalita nei paraggi della Sala Nera e finire di rilevare.

     Quando in serata tornano, negli occhi di Mauro brilla un sorriso biricchino che lascia intendere che non è finita lì. Infatti, dopo la risalita che dalla Sala Nera porta al cunicolo della scritta "GSP '84" con il punto interrogativo, hanno oltrepassato il Salto nel Vuoto e si sono infilati in un condotto nuovo, verticale, fangosissimo, perfettamente rotondo che più avanti si divide in quattro rami: qui l'aria sembra faccia vibrare le orecchie.

     La direzione è sicuramente quella più giusta, la via sembra quella più possibile. C'è ancora qualcosa da fare!

     Chissà questa volta cosa decide la Volpe?

Tana della Volpe: il passaggio verso le gallerie Tella (foto a. Vigna).

 

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Tana della Volpe: descrizione morfologica

A. Eusebio e B. Vigna


     La grotta (288 Pi/Cn), ubicata in Val Casotto nel Comune di Garessio (frazione Casotto, località Marcianti) si sviluppa nei calcari dolomitici triassici per oltre 700m, con un dislivello positivo di +36m.

     L'ingresso è situato a quota 1135m slm, in sponda orografica sinistra circa 300m a valle di Case Correria, ed è raggiungibile risalendo, per 50-60m, il canalone da cui scende il torrente alimentato dalla risorgenza del sistema.

     La cavità si presenta come una tipica risorgenza articolata su tre livelli, di cui il più basso risulta attivo e percorso da un torrente di modesta portata (alcuni litri al secondo). La temperatura dell'acqua (in dicembre) è 6.5°C.

     La grotta, aspirante nei mesi invernali, è percorsa da una discreta corrente d'aria da "ingresso basso".

     La struttura idrogeologica di cui fa parte la Tana della Volpe copre un'area di circa un kmq, caratterizzata da una stretta fascia carbonatica delimitata a NE e SW da rocce impermeabili (porfiroidi e quarziti) ritrovabili in ciottoli e frammenti anche nelle parti estreme della grotta. In prossimità del limite sud-orientale del bacino un corso d'acqua, il Rio Secco, scorre sui calcari ed alimenta, da accertare con traccianti, il corso d'acqua presente nella cavità.

     Il potenziale carsificabile massimo è di soli 240m, e non si conosce nel settore nessun "ingresso alto" o altre cavità degne di nota.

     Morfologicamente si tratta di una cavità relativamente articolata nella quale si riconosce una fase primaria a regime freatico, a più livelli, ed un approfondimento generalmente stretto e di malagevole accessibilità. Le gallerie freatiche presentano invece dimensioni metriche, che raggiungono, nella zona della sala nera, il diametro di 4-5 m.

     Le parti più elevate sono caratterizzate da crolli, anche di grossi settori, legati alla particolare tettonizzazione della roccia in prossimità dei contatti tettonici con i litotipi del basamento.

     Imponenti accumuli di crollo caratterizzano il settore meridionale della cavità impedendo la progressione verso Sud. La corrente d'aria si disperde in più punti in queste zone, poste in vicinanza al contatto con l'impermeabile.

     All'interno della grotta si riescono a suddividere abbastanza bene i tre livelli: il più basso, attivo, è ben rappresentato dal ramo principale che dall'ingresso conduce fino al sifone finale (esplorazione del 1965) e di qui al cunicolo del vento (disostruito nel 1984) ed alla prima parte delle gallerie. Queste, esplorate nel 1984, sono ad andamento caotico con blocchi e zone di crollo.

     Il secondo livello, posto circa una decina di metri più in alto, è fossile, e raggiungibile dal basso attraverso più passaggi. Il tratto a valle si dirige verso l'esterno sovrapponendosi al ramo più basso (ramo di Tella) presentando alcuni graziosi laghetti sospesi. Il settore a monte si ramifica con una serie di stretti condotti quasi sempre ostruiti da ingenti depositi ghiaioso-sabbiosi.

     Il terzo ramo infine, sovrapposto ai precedenti di 5-6 m, alterna tratti fortemente tettonizzati con strette gallerie. La morfologia originaria, a pieno carico, è fortemente mascherata dai crolli e dai successivi approfondimenti verticali particolarmente evidenti nelle zone dove stretti camini intercettano le vecchie gallerie.

 

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L'abisso Orione

G. Carrieri


     Nel giorno dell'ultima uscita al Bietti non c'è la ressa di sempre, i tanti "baüscia" che dopo aver messo da parte il loro telefonino tascabile si infilano i pantaloni alla zuava per percorrere il sentiero che dal Cainallo porta qui non stanno ancora riempiendo il rifugio. Meglio così. Davanti ad una caraffa di birra e gazosa tra un rutto e l'altro nessuno ci trattiene dal parlar male del "Pota", il leghista bresciano che qualche settimana fa ha pensato di fare cosa gradita a tutti nello scendere in Orione con sani intenti esplorativi senza comunicarlo a nessuno. Un'azione degna, bella senz'altro da ripetere...

     La grotta è sempre la stessa, chissà perché questo buco di culo non cambia mostrandosi almeno un po' diverso. Ogni volta gli stessi pozzi del piffero, le stesse frane, strettoie e fango.

     Con questo condensato del pensiero speleologico il martelletto picchia sul piezo e per l'ennesima volta l'acetilene non si accende. Classico, il beccuccio è straintasato. Eccoti subito pronto un seminuovo beccuccio di riserva. Ieri era un 21 I, oggi chissà... 30 I, 40 I o forse più? La fiammella giallo ocra si allunga ondeggiando verso l'alto per trasformarsi in una colonna di denso fumo nero.

     -100, è passata un'oretta e sono già alla terza sigaretta. Il fumo fa male, mi dice qualcuno respirando la colonnina nera della mia acetilene. Sosta tecnica: Giovanni prende qualche misura di temperatura e ci vuole un po' prima che il suo dannato termometro sia in equilibrio termico. Quarta sigaretta, quasi esco prima di beccarmi il cancro.

     -250: decima sigaretta, quinta sosta, secondo the. Se continua di questo passo devo uscire a comprare una stecca di Lucky Strike.

     Nello splendore del suo monocromatismo (marrone) il cunicolo Smerdulenski ci si para davanti in tutta la sua maestosità. Siamo a -280 m e con l'undicesima sigaretta in bocca mi chiedo se valeva la pena scovare 'sta strettoia e cosa ne sarà dei miei polmoni.

     Un dono! Il Pota sì ha fatto un dono. Dal frazionamento a -12m del P45 Giovanni esulta felice davanti ad una bella e profonda lesione della corda poco sotto lo spit.

     Base del P45: dodicesima sigaretta, settima sosta, quarto the. La mia fortuna è di essere l'unico a fumare: appena finisco il pacchetto di sigarette sono salvo.

     Giovanni prende altre misure di temperatura mentre io, Tronny e Brandelli voliamo con il pensiero verso le nuove bellezze contenute in questo "scrigno" sotterraneo e che ci attendono più sotto: lussureggianti frane, fango a piene mani, ameni ed anonimi profondissimi pozzi di almeno lo e più metri, avvolgenti strettoie...

     Al settimo cielo accendo la tredicesima sigaretta e riprendo la discesa.

     Eccoci qua trulli trulli e bagnati marci a -500 intenti nel rilievo. Dov'è il punto? lì esattamente sotto cascata. E stai un po' fermo che non riesco a leggere la bussola! Ho finito le sigarette, comincio a stare un po' meglio.

     Finalmente una zona esplorativa! Scopo: scavare nel fango, o spostar blocchi in frana, o spaccar roccia viva in strettoia, a scelta. Chi altri vi può dare tutta questa gamma di possibilità? Solo Aiazzone che consegna i mobili anche sulle isole mostra una versatilità paragonabile ad Orione. E' con il sorriso tra le labbra che ci alterniamo a scavar fango prima e a spostar pietre poi.

     Il meandro finale sembra investito da un'esplosione nucleare: completamente fratturato, in alcuni punti qualunque cosa tocchi si trasforma in ghiaia. Speriamo di non dover piantar

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Abisso Orione - 5049 LoCo - rilievo

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Carta di localizzazione dei principali abissi della Grigna Settentrionale. Da "Grotte e abissi di Lombardia " di A. Buzio e M. Filipazzi (modificato)

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chiodi in questa merda di posto. Di fronte a tale sublime bellezza sono preso da un'irresistibile voglia di darmi all'ippica galoppando il più velocemente possibile lontano; per fortuna il ruscello che percorre tutto il meandro mi manda dei salutari schizzi d'acqua in faccia e addosso schiarendomi le idee. Dietro front.

     Purtroppo dovremo tornare perché, come da manuale, le grotte brutte non chiudono mai e questa, che è una vera fogna, prosegue alla grande. La prossima volta mi porto due pacchetti di sigarette e le pastiglie contro il vomito.

Inquadramento generale

     La grotta si trova nel Massiccio della Grigna Settentrionale a 1870 m s.l.m.; l'ingresso è posto al limite inferiore della frastagliate pareti che ne costituiscono il versante SSW.

     L'itinerario di avvicinamento più breve parte dal Passo del Cainallo (1300 m circa) e segue il sentiero che porta al rifugio Bietti a quota 1719 (1.30 ore). Appena sorpassato il rifugio è necessario imboccare il secondo canalone (ben marcato) che sale a sinistra del sentiero, seguendolo (tenere la destra) fino alla base d'una parete di una trentina di metri, parzialmente ricoperta di pini mughi. L'ingresso è in parete al centro del canalone; è utile una corda fissa (passaggi di III e IV). Dal rifugio Bietti la grotta si raggiunge in 20-30 minuti.

     La cavità si sviluppa entro i calcari triassici della Formazione di Esino (Ladinico), la principale unità litostratigrafica di tutta l'area: si tratta di calcari e dolomie generalmente stratificati in grossi banchi ricchi di fossili (gasteropodi, lamellibranchi ed ammoniti).

Storia esplorativa

     L'ingresso della cavità è stato segnalato dal gestore del rifugio Bietti ad alcuni membri del GGM CAI-SEM nel 1987. Le esplorazioni dello stesso anno hanno visti impegnati il solo GGM fino a -200, e squadre GGM e ASC da qui al fondo a -363 m.

     Nel 1989 il GG "I Tassi" ha ripreso l'esplorazione di camini ascendenti e diramazioni laterali, e soprattutto ha iniziato i lavori di disostruzione della strettoia a -280 che, una volta superata, ha dato la stura alle esplorazioni del 1991-92 fino all'attuale fondo.

Descrizione della cavità

     Il cunicolo discendente di imbocco è seguito da una successione di pozzetti (P8, P7, P11, P10, P9) impostati su frattura ed intervallati da brevi tratti orizzontali con morfologie a meandro appena accennate. Il pozzo successivo si traversa (T10) per immettersi in una breve galleria che accede ad un pozzo (P16), sotto il quale, dopo alcuni passaggi in frana, un breve meandro porta alla sommità del P31 + P3. Oltre questo pozzo le morfologie da prevalenti graviclastiche assumono i connotati più tipici di pozzo (sezioni ellittiche o subcircolari) e meandro; gli stillicidi, fin qui pressoché assenti, vanno aumentando.

     Si percorrono pressoché in successione P9, P20, P19, P19, P14 e P15; alla base di quest'ultimo si incrocia un piccolo rivolo d'acqua con portata di 3-4 l/sec (stima del valore minimo) che scende lungo la via del vecchio fondo. Per vie fossili strettamente parallele a questo rio si discendono un P7 e un P6 in ambienti di difficile interpretazione morfologica (molti blocchi, accenni di condotti freatici?); finalmente si arriva alla strettoia di quota -280 che fa da bivio tra vecchio e nuovo fondo: si tratta di un condottino orizzontale, fangoso, di circa 20 m, da percorrere a piacere proni o supini.

Oltre, superati un P3 e un P12, si arriva alla massima verticale della cavità: il P45; la morfologia è quella tipica dei pozzi della Grigna, di pozzo-cascata. Alla sua base si traversa

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Le nuove esplorazioni

data

partecipanti

note

25-26mag.1991

G. Carrieri + S. Mantonico (ASC)

+ Franz, Stefano, Graziano (GG Tassi)

superata la strettoia a -280, disces un paio di saltini fermandosi su un P12

1-2 giu-1991

G. Carrieri, R. Pavia + S. Mantonico (ASC), + Stefano, Graziano(GG Tassi)

esplorazione in sequenza di pozzi da -290 a -360 circa

2 giu. 1991

M. Miragoli e altri del GGM

esplorazione da -360 a -380

6 giu. 1991

M. Varin e altri del GG "I Tassi"

esplorazione in sequenza di pozzi da -380 a -400, fermi su strettoia

8-9 giu. 1991

G. Carrieri + S. Mantonico (ASC) + Graziano, Stefano (GG Tassi)

superata la strettoia a -400; esplorazione in seq. di pozzi da -400 a -430, fermi su strettoia

20-21 lu. 1991

D. Coral + S. Mantonico (ASC) +

M. Rivadossi + A. Iarno (GS Bresciano)

superata la strettoia a -430; esplorazione da -430 a -450, fermi su strettoia

27-28 lu. 1991

G. Carrieri + S. Mantonico (ASC) + M. Zambelli (GGM)

superata la strettoia a -450; esplorazione su sequenza di pozzi da -450 a -500, fermi su strettoia

21-22 sett. 1991

D. Coral + S. Mantonico (ASC) +

M. Marantonio (Libera Spel. Toscana)

tentativi di superamento della strettoia a -500

18 genn. 1992

G. Carrieri, D. Girodo, U. Lovera

+ M. Zambelli (GGM)

tentativo bloccato da neve ostruente l'ingresso

14-15 mar. 1992

V. Bertorelli, G. Carrieri, D. Grossato, U. Lovera, V. Martiello, Emilio Cappai

tentativi di superamento della strettoia a -500

21-22 mar. 1992

S. Mantonico (ASC) + M. Zambelli (GGM) + Stefano (GG "I Tassi") +

M. Rivadossi (GS Bresciano)

superata la strettoia a -500; esplorazione da -500 a -570

16-17 mag. 1992

M. Rivadossi e un altro speleo

(GS Bresciano)

espl. di un meandro da -570 a -580, fermi su strettoia

30-31 mag. 1992

G. Badino, G. Carrieri + S. Mantonico (ASC) + M. Zambelli (GGM)

tentativi di superamento frane a

-550

 

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          Scheda d'armo (indicativa) dell'Abisso Orione, 5040 Lo/Co

     S = spit roc (diam. 12 mm) o spit fix (diam. 8 mm)

     N = armo naturale;     C = chiodo a fessura

     R = risalita;     P = pozzo;     T = traversata

L.corda

Pozzo

(m)

Armo

note

1A

R25

30

1S+N

risalita esterna da base parete all'ingresso

2

P8

15

1S+2S

3

P7

12

1S+2S

4

P11

15

N+1S

naturale attorno ad un masso a 3m dal bordo del pozzo.

pozzo franoso

5

P10

12

2S

6

P9

15

1S+2S

spit di partenza a 3 m dal bordo del pozzo

7

T10

12

2S+2S

traversata sui bordo sx di un P10, cavetto in acciaio sul posto

8

P16

20

1S+1S

1S a -7

9

P31

35

1S+2S

S a -8

10

P3

5

1S

possibile concatenarlo al P31; fattibile anche in libera

11

P9

12

N+18

12

P3

6

nat.+ 1 8

13

P9

10

1S

si può concatenare con il P3

14

P20

25

2S

frazionamento su terrazzo

1S a -5

15

P19

20

1S+1S

si può concatenare con il P20

16

P19

25

1S+1S

17

P14

20

N+1S

18

P15

25

1+1+1S

traversare a sinistra

19

P7

12

1S+1S

20

P6

10

1S+1S

ultimo pozzo della sequenza comune con la via per il vecchio

fondo

1B

P3

5

N+1S

utilizzando una corda da 10 m si concatena con il successivo

P3, altrimenti si fa in libera

2

P12

15

1S+1S

3

P45

55

N+1S

tutti i frazionamenti sono sulla destra, a - 8 grosso terrazzo; il

1S a -8

naturale a -35 è una grossa clessidra

1S a -12

N a -35

4

P10

12

N+1S

1S a-8

5

P15

20

2S+1S

ingresso stretto, deviatore a -3

6

P8

15

1S

concatenabile al precedente; il pozzo non si discende fino al

1S a -4

fondo ma si traversa a destra

1S a-6

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pozzo

L.corda

note

(m)

Armo

7

P7

10

N, N a -3

8

P3

5

1S

ingresso stretto; il pozzo non si discende fino al fondo ma

1 C a -2

si traversa a destra

9

P5

8

1nat.+1S

10

T5

10

1S, 1S,

traversata sulla destra

1S+N

11

P10

15

1S+1S

12

P5

8

1S+1S

partenza su blocco instabile

13

P8

15

N+1S

14

T10

12

2S, 1S

traversata sulla sinistra

15

P12

20

1S+1S

partenza su blocchi instabili

16

P5

8

2S

17

P15

20

N+1S

frazionamento a -4 a sin.

1S a -4

nat. a-10

18

P20

25

N+1S

19

P27

30

2S

partenza stretta, frazionamento a -3 sulla destra;

1S a -3

pozzo franosissimo!

20

P20

25

N+1S

pozzo franosissimo!

 

 

La zona della vetta del Grignone (foto R. Pavia).

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comodamente un successivo saltino per immettersi in un ambiente fangoso che dà accesso al P10. La base di questo saltino è una sala di 10 m x 10 m ingombra di blocchi con interessanti possibilità esplorative. Su una estremità di questo ambiente (a dx del P10) parte in strettoia il P15. Si prosegue traversando il successivo P8 per immettersi in ambienti fossili apparentemente impostati lungo un'ultima frattura.

     Così si discende una serie di pozzetti in piccoli ambienti intervallati da strettoie più o meno anguste (P7, P3, P5, T5, P10, P5, P8, T10, P12, P5). Quando le dimensioni tornano ad essere discrete si discendono in successione un P15 (stillicidi) ed un P20 (discesa parallela ad una cascatella) che immette in un'ampia sala ingombra di blocchi, entro cui confluisce un secondo grosso arrivo. La prosecuzione è al fondo della sala tra parete e blocchi.

     Il P27 che segue permette di "apprezzare" le morfologie graviclastiche: sulle pareti ci sono numerosissimi blocchi instabili derivanti dall'intera fratturazione di tutta la massa rocciosa. Qui si abbandonano i pozzi e attraverso una breve risalita si entra in una galleria di interstrato anch'essa ingombra di blocchi franati. Un P20 franosissimo ed un successivo condotto estremamente fratturato portano su un meandro attivo (circa 10-15 l/sec a maggio 1992), attuale limite esplorativo. Da segnalare il sistema di faglie recenti che taglia nettamente il meandro finale.

     L'ingresso meteorologicamente è un ingresso basso del sistema (corrente d'aria verso l'esterno in estate), tutta la grotta è comunque percorsa da una violenta corrente d'aria unidirezionale, salvo la zona tra quota -200 e -250, dove si hanno locali inversioni di direzione.

     Le temperature di aria e acqua non risentono più delle condizioni climatiche stagionali all'incirca a partire da -100. Contrariamente a ciò che accade di norma in Orione, la temperatura dell'acqua è di qualche decimo di grado superiore a quella dell'aria. I valori, misurati durante la discesa del 30-31 maggio u.s., sono riportati nel grafico seguente.

Temperature dell'aria in Orione

 

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Mala, una prosecuzione annunciata

 

Alessandro Maifredi, Fabrizio Nicosia, Claudio Oddoni


     Erano i primi di ottobre '91, quando parlando con Mario (Forneris) è venuto il discorso di quella famosa finestra sull'ultimo pozzo che da tempo stuzzicava la nostra fantasia, ma che senza trapano non avevamo avuto voglia di affrontare.

     Fu così che a metà ottobre, armati finalmente di trapano di gruppo, affrontiamo la mitica finestra. Una risalita di quattro metri su roccia talmente marcia che ci ha costretto a mettere qualcosa come otto fix ci porta alla base di uno scivolo; lo risaliamo, ma anche da qui non si vede gran che; piantiamo due fix e scendiamo disarmando.

     L'aria beffarda che tira nella strettoia che immette nella seconda parte della grotta continua comunque a farci sperare in qualcosa. Torniamo così la settimana successiva: l'intento di seguire l'aria ci costringe a compiere un traverso di otto metri in cima all'ultimo pozzo, ma questa "nuova" finestra soffiante non fa altro che affacciarsi sullo scivolo risalito la settimana prima, dieci metri più in alto eventi metri più in dietro. Qualcosa di nuovo c'è, comunque: un bellissimo canale di volta dal quale arriva (pare) un sacco d'aria.

     Il venerdì successivo (1-11-91) vede impegnato Luciano Sasso appeso aventi metri nell'intento di raggiungere il canale di volta che purtroppo chiude. Già che la via è armata Fabrizio e Luciano scendono in verticale sul famoso scivolo notando (per miracolo) un piccolo buco ben nascosto e invisibile dal basso. Armiamo nuovamente lo scivolo e un traverso fin sotto il buco, dopo di che, con cinque metri di risalita lo raggiungiamo aprendo un nuovo capitolo nel libro di pietra del Finalese.

     La parte fino ad ora esplorata e rilevata ha uno sviluppo di circa trecento metri, e porta così la cavità ad uno sviluppo totale di circa 550 metri. E' caratterizzata da ambienti molto vasti (per il Finalese); da un primo salone lungo trenta metri, un pozzetto di dieci metri immette in un meandro che offre due possibilità: a valle una bella galleria immette in un secondo salone lungo quaranta metri e alto una decina (Cielo di Pietra), che però va ad infognarsi in una frana in cui si immette tra l'altro un piccolo corso d'acqua (dell'ordine dei 4 litri/min.) proveniente da un ramo laterale. A monte un bel meandro con uno splendido canale di volta immette prima in una saletta perfettamente circolare, poi in un altro salone lungo venticinque metri.

     POSSIBILITÀ DI PROSECUZIONE A VALLE: c'è chi dice che siano poche, ma (Priamara docet) noi crediamo il contrario; fatto sta che quando abbiamo i mezzi (e Mario) a disposizione non perdiamo l'occasione di accanirci contro la grande frana terminale.

     Le potenzialità sono veramente grandi (arrivare al collettore Andrassa -Mulino dell'Acqua Viva), aria ce n'è e l'acqua si infila nella frana senza apparentemente trovare ostacoli.

     A MONTE: il salone termina infilandosi in un condottino transitabile e con molta aria che si è guadagnato il nome di "Schifoide" data l'abbondanza di fango molle e pozze d'acqua dentro le quali si è costretti a strisciare per andare avanti. Lo abbiamo percorso per circa cento metri fermandoci in una sala in cui si sta comodamente in piedi. per andare avanti è necessario immergersi in una pozza profonda un metro e con trenta centimetri d'aria sopra... chissà.

     UNA BRUTTA STORIA: Per rendere più veloci e leggere le nostre frequenti uscite in que-

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sta cavità il giorno 1-12-91 abbiamo deciso di lasciare la grotta armata da metà in giù. Purtroppo il giorno 16-2-92 dopo tre domeniche di assenza abbiamo la "bella" sorpresa di trovarci la grotta completamente disarmata: mancano all'appello 70 metri di corda, 10 moschettoni e altrettante piastrine (dadini dei fix compresi) di proprietà del Gruppo Speleologico Imperiese (parte del materiale è siglato). Non solo: tali ignoti ladri, che evidentemente conoscono le tecniche di progressione su corda, ma non i nodi, ci fanno provare il brivido di fare la risalita per i rami nuovi su un cordino legato con nodo piano (capo morto due cm) e su una corda legata con un nodo semplice (sullo scivolo).

     La gravità e soprattutto la pericolosità del fatto, data l'impossibilità di disarmare la risalita (almeno per il momento), ci vede costretti a chiudere la grotta per lo meno fino a quando saranno in corso le esplorazioni.

     Hanno partecipato alle esplorazioni:

A. Maifredi, F. Nicosia, L. Sasso, L. Redoano, P. Gerbino, P. Denegri, G. Monaldi, A. Mazzini, G. Calandri, C. Grippa, S. Lopes (GSI).

C. Oddoni, M. Pagano, P. Piccolo, P. Rossetti (GSP).

M. Forneris & C. (GSA).

 

 


Nostalgia di 'Ngoro 'Ngoro

A. Cirillo


     E' molto che non scrivo più per Grotte. L'ultima volta si era trattato di un'occasione veramente speciale, la giunzione tra Gaché e Piaggia Bella. Ora, dopo tanto tempo, l'occasione si è ripresentata con i noti fatti del campo al Mongioie della scorsa estate: mi riferisco alla scoperta dell'abisso 'Ngoro 'Ngoro, di cui tutti voi lettori siete al corrente (se così non fosse, vi rimando al numero precedente). Quello che forse non conoscete, e di cui voglio parlarvi, è tutto ciò che ha fatto da contorno a quei magici momenti, in primo luogo perché merita di essere raccontato, poi per il significato che ha avuto per me e, credo, per tutti coloro che ne sono stati protagonisti.

I fatti

     Finalmente è ferragosto. Come accade ormai da qualche anno a questa parte, mi trovo a girovagare per i monti d'occidente in compagnia degli amici del GSP, e non solo, nella speranza di dare corpo ai sogni di epiche esplorazioni in favolosi complessi sotterranei che tormentano, come certo ben sapete, per tutto il resto dell'anno l'animo di ognuno di noi.

     La vita al campo si dipanava tranquilla già da un paio di settimane, la gente andava e veniva, la buona volontà era senz'altro molta, ma risultati di rilievo non se ne vedevano ancora. C'era stato, in verità, qualche sporadico sprazzo d'euforia, ma si era immediatamente costretti a fare i conti con una dura realtà fatta di continui scavi in schifosissime strettoie, di imprecazioni, di "torneremo un'altra volta"...

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     Una mattina, in compagnia di Andrea ed Omar, osservavo per l'ennesima volta l'enorme dolina di 'Ngoro 'Ngoro, elucubrando come di consueto sulla sua idrologia, sulla quantità d'acqua che un posto simile deve assorbire, sulle risorgenze, eccetera. Il campo volgeva al termine, ed il morale non era altissimo. Tuttavia, il giorno prima era successo qualcosa, come un'avvisaglia di quanto di lì a poco sarebbe accaduto. Ai bordi della dolina un piccolo pozzo a neve aveva concesso, anche se a fatica, il suo lasciapassare agli speleologi più sottili, fino ad una saletta ventosa, oltre la quale una fessura faceva risuonare, per un discreto tempo, l'eco delle pietre ivi lanciate. Poco lontano, un altro buco occhieggiava pigro, alitando un leggero spiffero; anche qui però si rendeva necessaria una disostruzione, per togliere di mezzo il solito pietrone che si frapponeva tra noi ed il resto della storia. Così conveniamo di giocare qui una delle ultime 3 carte che ancora ci rimangono (le altre 150 le avevamo giocate tutte nei giorni precedenti, ma senza molta fortuna). Non ci rendiamo ancora conto di avere in mano il jolly decisivo che, peraltro, fa ottimamente il suo lavoro mandando completamente in frantumi il sasso di cui sopra.

Gli uomini

     Ciò che rimase del sasso produsse rotolando un'inconfondibile eco foriera di buone nuove. Allettato dall'odore di abisso che aleggia nell'aria, mi infilo in un meandrino, dapprima piuttosto stretto, poi man mano sempre più largo, chiamando a me Andrea per renderlo partecipe dell'avvenimento. Così per qualche decina di metri, fino ad arrestarmi sull'orlo di un foro fortemente soffiante.

     Il rimbombo che seguì per un numero imprecisato di secondi al lancio della fatidica pietra mi lasciò letteralmente esterrefatto. "Andrea!", urlai. "Che c'è?". "Vieni un po' qui". "Dal tono della tua voce mi sembra di capire che c'è qualcosa di importante davanti a noi...". "L'Abisso mi ha parlato: ascolta". E così dicendo afferrai un sasso e lo scagliai nel foro. Ciò che più mi colpì, in quel momento, furono senz'altro gli occhi di Andrea che si dilatavano progressivamente man mano che il sasso scendeva. "Credo che in questo istante stiamo scrivendo una delle pagine più importanti della storia del Mongioie", gli dissi, prima che si riprendesse dallo shock. Poi uscimmo in silenzio.

Le riflessioni

     Corriamo ad avvertire gli altri, che nel frattempo stanno uscendo da Big Sur. "Tutte le licenze sono revocate", grida Andrea. "Che succede? ci sono i Carabinieri, l'Esercito, i Marines?", "Peggio, molto peggio. C'è un gigante che ci insegue! E' di là, dall'altra parte di 'Ngoro 'Ngoro! Abbiamo sentito la sua voce!". L'esultanza a questo punto diviene generale.

     Divalliamo all'imbrunire, con calma, pregustando il sapore del vino che quella notte scorrerà a fiumi, e ci fermiamo poco sopra il campo esibendoci in uno sfrenato can-can tra lo stupore degli spettatori. La sera, sotto il tendone, l'euforia si tocca con mano, e i festeggiamenti proseguono intensi e a lungo, tra le mille domande di chi vuole conoscere ancora altri particolari della nostra avventura.

     Purtroppo, come è previsto dal copione per casi come questo, le vacanze sono finite, e il giorno seguente sono costretto a fare le valige ed ad intraprendere la via del ritorno, senza poter così partecipare alle frenetiche punte dei giorni successivi, anche se ciò in verità non mi turba più di tanto, perché so di lasciare l'Abisso in buone mani, come d'altronde è stato ampiamente dimostrato dai risultati che sono seguiti. Tuttavia, una punta di nostalgia per quei giorni ogni tanto mi sorprende ancora. Arrivederci 'Ngoro 'Ngoro!

 

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Speleologia glaciale

G. Badino


Riassunto delle puntate precedenti

     È ben noto al lettore attento di Grotte che le italiche esplorazioni del carsismo glaciale sono iniziate a metà degli anni '80, soprattutto sotto la spinta di Mario Vianelli, bolognese.

     La ricerca è andata avanti, sia pur in modo piuttosto disordinato, e ha permesso al gruppo italiano che la conduceva l'acquisizione di un corpus di conoscenze molto vasto, essenzialmente perché il taglio esplorativo che gli abbiamo dato si è dimostrato ragionevolmente efficace per accumulare dati.

     Ma i dati, in sé, servono a poco se non sono supportati da un modello integrativo e così negli ultimi anni mi sono messo sotto a delineare un po' i modelli di speleogenesi glaciale, basati sulle nostre osservazioni e sulla fisica del problema. Si tratta di problemi relativamente semplici al confronto di quelli, terrificanti, delle circolazioni di fluidi in grotte calcaree, sui quali pure sto lavorando.

     Nell'ottobre del '90 sono stato così invitato al primo convegno sul carsismo glaciale e in zone polari, organizzato a Madrid dall'amico Adolfo Eraso. Lì ho presentato dei lavori preliminari e la descrizione delle nostre ricerche: fui sorpreso nel constatare che, nonostante il disordine e la scarsa chiarezza di idee con la quale avevamo condotto le operazioni il risultato era che eravamo, e da lontano, il gruppo più avanzato.

     Ho aumentato dunque un po' lo sforzo immergendomi nella ricerca bibliografica.

     Ho scoperto che in parte avevo ricostruito modelli già abbozzati per le circolazioni englaciali (Shreve nel '72, Nye nel '76, Hooke nell'84 tutti sul Journal of Glaciology) ma anche che grazie alle osservazioni dirette e alla documentazione i modelli erano divenuti ben più maturi e fondati.

     Particolarmente interessante, poi, un articolo reperitomi da Di Maio che ha dato una popolarità postuma ad un professore di geologia di Torino presso il consesso speleo-glaciologico mondiale: si tratta di Monterin, "Sulla costanza di posizione dei pozzi glaciali" (Boll. Com. Glac. It., 10, 211, 1930), un interessante articolo in cui, sulla base di un decennio di misure negli anni '20, descrive il fatto che i mulini glaciali sono in posizione stabile sulla lingua glaciale, come avevo ipotizzato sul lavoro per Madrid sulla base di sole speculazioni: avevo scoperto l'acqua calda!

     Questo mi ha confermato ciò che mi diceva Marian Pulina: i glaciologi italiani e francesi della fine dell'ottocento avevano individuato moltissime delle caratteristiche del carsismo glaciale, ma poi ci si è dimenticati di tutto.

Incontro in Polonia

     Quest'anno c'è stato il secondo incontro (Glacier Caves and Karst in Polar Regions), splendidamente organizzato da Marian Pulina dell'Università di Katowize a Miedzygorze, un paesino di montagna sul confine con la Cecoslovacchia. Ho presentato la versione matura di quel che avevo mostrato a Madrid con l'aggiunta però di simulazioni numeriche (semplicissime) per seguire lo scavo dei pozzi glaciali e soprattutto vederne il destino durante l'inverno.

     Il calcolatore dice che durante l'inverno le strutture a profondità maggiori di un centinaio di metri (o meglio: sottoposte ad una differenza di pressione fra il ghiaccio circostante e il fluido che le occupa maggiore di 5-8 atmosfere) collassano sotto la spinta della deformazione

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plastica del ghiaccio, mentre quasi nulla accade alle prime decine di metri di profondità. Questo è in accordo con ciò che abbiamo osservato, come anche le forme che genera lo scavo insieme alla deformazione plastica.

     La relazione e le foto hanno suscitato molto interesse e sono stato così invitato a partecipare ad un incontro sulla glaciologia delle Svalbard (Field Workshop on Glaciological Research in Svalbard), le isole dell'estremo Nord. Su di esse, all'incirca quando noi iniziavamo a scendere nei ghiacciai alpini, gli speleologi polacchi discendevano numerose cavità una delle quali di 135 metri di profondità, se ben ricordo. Ho preso la palla al balzo e sono andato.

L'ambiente

     La base artica polacca è quasi in riva al mare, ora sgelato, accanto a molti vasti ghiacciai, in un fiordo (Hornsund): si tratta di un vasto edificio modello rifugio di montagna più vari piccoli di appoggio.

     Zona splendida, è ovvio, ma le passeggiate sono sconsigliate e devono essere fatte con cautela ed armati, per la presenza di orsi polari. Sono bestie non aggressive ma curiosissime e per nulla timorose dell'uomo e delle sue costruzioni: da un istante all'altro possono passare dall'annusarti al cancellarti con una zampata.

     La base è abitata in permanenza da una decina di persone, che vi fanno raggelanti turni di tredici mesi, impegnati soprattutto in ricerche di sismica, chimismi delle acque, meteorologia.

     Le temperature in questo periodo sono intorno allo zero. Durante la mia permanenza ha nevicato anche parecchio e questo stava per bloccarci tutti quanti là dentro, dato che le motoslitte possono fare viaggi così lunghi solo su nevi fredde e coerenti.

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Le comunicazioni

     Eravamo una quindicina, tutti con l'impegno di dare un contributo scientifico. Si trattava per lo più di lavori di pura glaciologia "esterna": analisi di accumuli ed avanzate di questo e quel ghiacciaio o calotta, carotaggi, sezioni di temperature, rassegne. Mi ha sorpreso moltissimo l'analisi chimica delle acque glaciali: come, penso, tutti credevo si trattasse di acqua circa distillata: macché, i cicli di gelo e rigelo all'interno dei ghiacciai concentrano i sali sulle frazioni liquide residue ed il risultato sono chimismi invernali esasperati, sino ad 1 g/l!

     Estremamente interessante la comunicazione di un russo (Moskalevsky) sui sondaggi radar dei ghiacciai. Sondando l'Hansbreen (in norvegese vuoi dire "Ghiacciaio di Hans", il ghiacciaio accanto alla base) a 620 MHz vedono uno strato di circa 120-140 metri di profondità asciutto (e difatti è poco sottozero), sotto il quale c'è un livello di circa quaranta metri con un contenuto d'acqua liquida del 4-5%, per poi tornare ghiaccio asciutto nei restanti 250 metri. Le loro sezioni sembrano i disegni teorici che avevo mostrato a Madrid e a Miedzygorze, e ne sono stato fierissimo. Notevole che non tutti i ghiacciai delle Svalbard si comportino così: in sostanza l'arcipelago sembra essere il limite settentrionale del carso glaciale.

     Di Schroeder, dell'Università del Quebec, dirò anche più avanti: ha mostrato dia e film e risultati delle varie campagne ipoglaciali che sta conducendo sull'Hansbreen da vari anni; varie cavità discese in tempi differenti. Ora come ora è lo speleoglaciologo mondiale con i dati scientificamente migliori.

Incontro alle Svalbard

     Si tratta di un arcipelago la cui isola maggiore è la Spizbergen, estesa su circa trecento per cento chilometri. L'arcipelago contiene circa 7500 kmq di ghiacciai permanenti e durante l'inverno è completamente incluso nella banchisa polare, che si ritira d'estate sino a permetterne il periplo.

     Sono isole sotto sovranità norvegese, ma vincolate ad un trattato dei primi anni '20 che ne permette lo sfruttamento a qualunque paese firmatario, vincolato solo a poche restrizioni. Gli unici che ne fanno uso sono però i norvegesi e russi, che vi mantengono delle basi di minerazione carbonifera. Si tratta di tre villaggi ad oltre 78°N, ognuno di circa mille abitanti (Longyearbyn norvegese, sede del governatore e dell'aeroporto, Pyramid e Barentsburg, russe) che tirano su circa duecentomila tonnellate di pessimo carbone ciascuno. La resa economica è dunque irrisoria, possibile perché i salari russi sono irrilevanti mentre quelli norvegesi sono pagati non dal carbone ma dal desiderio di rivendicarne la sovranità; tant'è che sembra che prossimamente le due basi russe verranno abbandonate.

     Longyearbyn è raggiungibile da Oslo via Tromso, ed è quello che ho fatto. L'annullamento di un volo mi ha fatto però ritardare di quattordici ore, facendomi saltare gli appuntamenti con gli altri. Ero tranquillo ("raggiungerò la base polacca da solo", mi dicevo, con il tono di Indiana Jones) ma a torto. Fortunosamente ho incontrato due che non erano ancora partiti a causa di perdita di bagagli e sono andato via con loro verso la base: e lì ho capito che la mia flemma era fuori luogo. Il viaggio è di duecento chilometri di motoslitta, in mezzo a fiordi ghiacciati, valli interminabili, colli di difficile localizzazione, alti anche sino a mille metri di quota, con nebbia un po' ovunque. Già con questi due compagni, uno dei quali è la guida ufficiale dei polacchi nella traversata di questo deserto polare, ci siamo riusciti al pelo: da solo era improponibile.

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     Porto la motoslitta per una distanza pari a quella fra Savona e Torino: non è davvero difficile, ma fino a dieci ore prima non ne avevo mai vista una in vita mia; arriviamo alle due del mattino (pieno giorno, ovviamente) stabilendo il tempo migliore dei gruppi del Workshop (7 ore, chi ci ha preceduto ne ha impiegato 29 per nebbie).

     Quando arriviamo sventolano sulla base le bandiere delle nazioni presenti: Norvegia, Polonia, Canada, Spagna, Russia (e sottolineo, non URSS: mi diranno poi che è stato un problema procurarsela, se la sono fatta prestare dal governatore russo delle Svalbard). Andiamo a dormire qualche ora. Al risveglio guardo dalla finestra: ora al vento polare sventola anche la bandiera dell'Italia, 'sti polacchi sono davvero incredibili.

Italiche comunicazioni

     Quel che ho descritto sono state le simulazioni numeriche (di nuovo!) e alcune conseguenze dei modellamenti che avevo proposto applicati alle condizioni dei ghiacciai delle Svalbard. Nelle comunicazioni precedenti avevo sostenuto che il trasporto dell'acqua in ghiacciai temperati (ghiaccio a zero gradi o poco sotto) avviene in gallerie freatiche, che vengono tenute aperte dalla dissipazione di energia del flusso. La quota a cui si fissano è esattamente quella a cui possono stare aperte, cioè dove la plasticità del ghiaccio che le chiude è esattamente pareggiata dallo scavo, legato alla portata e al diametro delle gallerie: sulla base delle nostre osservazioni e dei modelli numerici era logico aspettarsele intorno ai cento metri di profondità.

     L'applicazione che ho descritto ai ghiacci subpolari ha aspetti particolarmente illuminanti, specie per quel che riguarda l'aspetto energetico. Il fenomeno di speleogenesi sembra

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essere a retroazione positiva: l'apparire eventuale di un drenaggio freatico deposita energia nel livello freatico, porta su la temperatura locale del ghiaccio sino a zero e, da quel momento, permette al processo di autosostentarsi; il fronte glaciale, forzatamente lontano dal caldo freatico, va sottozero e blocca le sorgenti.

     I livelli profondi freatici del ghiacciaio sono così "caldi" mentre l'esterno è freddo. Se le condizioni di innesco non si verificano mai il ghiacciaio rimane sottozero per tutta la sua profondità (eccetto che al letto) e non forma carso, pur essendo apparentemente identico ad uno carsificato. I mulini glaciali sono quindi dei punti caldi della distesa glaciale sottozero, attraverso i quali il livello freatico è in contatto termico con l'esterno.

     Ho poi mostrato le simulazioni, scommettendo che il collasso del carso profondo durante l'inverno avrebbe spinto le falde verso l'alto, allargando i pozzi; questo me lo aveva suggerito il calcolatore, ma ne avevo avuto conferma da una dia appena mostrata da Schroeder. Avevano ridisceso un grosso pozzo sull'Hansbreen ma la loro esplorazione si era arrestata in acqua a circa -50: l'indomani il livello era ancora salito, pur in assenza di precipitazioni. Avendo visto quel che accadeva a calcolatore l'interpretazione che avevo dato era: collasso plastico del sistema carsico ipoglaciale.

Nell'Hansbreen

     In questi ultimi anni Schroeder e il suo assistente Claude hanno portato avanti il lavoro iniziato dai polacchi sull'Hansbreen.

     A mio modo di vedere si tratta di un ghiacciaio poco adatto alla speleologia glaciale perché la sua superficie troppo fredda rende rare le cavità: inoltre raggiungerlo è estremamente costoso ed aleatorio a causa della meteorologia, spesso terrificante. Ciò nonostante Schroeder ha fatto un bellissimo lavoro, superando di gran lunga l'accuratezza delle nostre osservazioni: vedendo i suoi rilievi ho capito che noi negli anni scorsi abbiamo perso molte occasioni di valorizzare appieno la nostra enorme massa di dati. Ottimo lavoro, dico, e ben programmato; a Settembre hanno messo ancora una ciliegina, segnando le entrate con pali e inchiodando nelle pareti interne, a varie profondità, dei riferimenti in modo da determinare le deformazioni.

     Alla fine delle comunicazioni siamo dunque andati sul ghiacciaio a scavare nella neve (tre metri) sino a raggiungere uno dei buchi, disceso l'anno scorso sino a -60. Vi si erano formate ampie cristallizzazioni da sublimazione, splendide ma davvero effimere. Il primo reticolo di segnali mostrava deformazioni irrilevanti (intorno all'1% in sei mesi a dieci metri di profondità): soprattutto per me, però, a circa venti metri di profondità l'acqua occupava il pozzo.

     C'erano almeno tre livelli abbandonati (lastre di ghiaccio) negli ultimi cinque metri prima della falda: il livello attuale quadrava con l'ipotesi che il freatico sia intorno ai cento metri: la densità relativa del ghiaccio è circa 0.85, dunque bastano un'ottantina di metri d'acqua per pareggiare la pressione fra la colonna d'acqua e il ghiaccio circostante. Sembra conseguirne anche che il collasso della falda tende a frazionarla in sistemi indipendenti, altrimenti la sua unitarietà dalla cima al fondo del ghiacciaio causerebbe una minor salita dell'acqua: cioè, quel che conta non è tanto la profondità della falda sotto la superficie ma il dislivello del ghiacciaio se tutte le gallerie sono connesse. Se il lettore pensa confusamente alla formazione di pozzi artesiani sul ghiaccio ha ragione: ne esistono, ma non su quel ghiacciaio.

     Insomma, se mi è dispiaciuto fare tanta strada per scendere solo venti metri, se mi è dispiaciuto non poter vedere le "marche" profonde per essere sicuro della plasticità del ghiaccio attorno alle grotte, pure sono stato contento che tante discese e riflessioni ci abbiano permesso di avere un modello di carsismo ipoglaciale che, finalmente, sembra cominciare a funzionare come il carsismo ipoglaciale, almeno nelle grandi linee.

     Ora credo sia tempo di raccogliere le idee, fissare il già fatto e decidere il da farsi.

 

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Un programmino da rilievo

G. Badino


     È un bel po' d'anni che uso calcolatori programmabili per fare rilievi; avevo imparato e messo a punto la tecnica e le reali esigenze facendo i primi rilievi in Fighiera, nel '76. Ero entusiasta del fatto che evitavo di disegnare e soprattutto evitavo gli errori di disegno che, come ben si sa, si propagano: se prendete una cantonata in una certa punta l'errore si ripercuoterà su tutto il rilievo successivo.

     Ho continuato a comprare macchine sempre più potenti e a fare e rifare i programmini, raffinandoli sempre ed andando via via scoprendo raffinatezze inutili, che toglievo. Il risultato attuale è questo programmino in BASIC che a me sembra estremamente banale ma che ha suscitato l'entusiasmo di persone insospettabili, tipo Claude Chabert o quelli del gruppo di Samarcanda 91. Non mi ero mai curato di pubblicarlo ma a richiesta lo faccio, scusandomene con chi lavora nell'informatica.

     Questo è un programma per fare i rilievi durante una campagna esplorativa. Il suo limite è che non memorizza i dati digitati e che dunque non può riversarli in un calcolatore più grande che faccia il disegno. Ma a me sembra che se si ha a disposizione a casa un calcolatore grafico convenga fare programmi dedicati, ribattere i dati direttamente dentro di esso ed accontentarsi in spedizione di fare questa preanalisi passando in bella i taccuini di campagna.

     La macchina si tiene in memoria pochissima roba e scrive di ogni puntata lo spostamento cartesiano della puntata e la posizione rispetto a coordinata zero. Vediamolo:

10 PRINT "rilievo"

20 A=0 : B=0 : C=0 : S=0 : N=0 : M=0

25 I=0 : J=0 : K=0

30 PRINT "puntata"; N; N+1

40 INPUT "metri", R

50 INPUT "bussola", F

60 INPUT "clinometro", T

70 PRINT R; F; T; "*RUN 30*" : STOP

80 Z=R*SIN(T) : P=R*COS(T) : Y=P*COS(F) : X=P*SIN(F)

90 A=A+X : B=B+Y : C=C+Z : S=S+R : M=M+P

95 I=I+ABS(X) : J=J+ABS(Y) : K=K+ABS(Z)

100 PRINT "P=" ; RND(P,-2) : "å P=" ; RND(M,-2)

110 PRINT "X=" ; RND(X,-2) : "å X=" ; RND(A,-2)

120 PRINT "Y=" ; RND(Y,-2) : "å Y=" ; RND(B,-2)

130 PRINT "H=" ; RND(Z,-2) : "å Z=" ; RND(C,-2)

140 N=N+1

150 GOTO 30

     Righe 20 e 25 azzerano i registri utilizzati. Riga 30 scrive a quale puntata siete, e righe 40, 50, 60 ne fanno entrare le misure, chiedendovele esplicitamente.

     Riga 70 è quella fondamentale: vi mostra quel che avete effettivamente scritto e ve ne chiede conferma: se avete sbagliato dovete scrivere "RUN 30" cioè ripartire dalla prima riga a valle degli azzeramenti. Sottolineo che è indispensabile sia questo controllo che il fatto di

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far apparire sullo schermo *RUN 30* perché da una volta all'altra ci si dimentica quale sia l'istruzione giusta per rientrare in ciclo senza azzerare quel che si è fatto sino a quel momento.

     Riga 80 fa la conversione in coordinate cartesiane e riga 90 ne fa la somma. In pratica: Z è lo spostamento verticale di quella puntata, P quello orizzontale, Y quello verso Nord e X quello verso Est.

     Riga 90 li somma ai valori precedenti: A è così lo spostamento verso Est dal punto iniziale del rilievo, B quello a Nord, C la profondità totale ed M lo sviluppo proiettato.

     Righe 100, 110, 120, 130 scrivono i dati, riga 140 aggiorna il numero di puntate e riga 150 rimette in ciclo.

     A suo tempo ne tentai di tutte per renderlo più sofisticato. Una era la memorizzazione dei bivi, ma poi uno a distanza di pochi giorni non ricordava più i procedimenti e, non fidandosi, ricaricava a mano le coordinate; era in pratica un miglioramento inutile.

     Per un po' avevo pure adottato il sistema di far stampare i risultati della stessa calcolatrice, ma secondo me non vale la pena: intanto ci si trova a portare appresso una costosa e delicata stampantina, e inoltre è più pratico compilare degli ordinati quaderni in cui ci siano tutti questi numeri, insieme ai vari disegni ed osservazioni ed ai valori delle puntate. L'archivio è più chiaro, ordinato, conservabile e robusto.

     Un altro errore nel quale a suo tempo sono caduto è stato quello di non trascrivere le somme totali degli spostamenti (M, A, B, C) ad ogni puntata, perché mi sembrava una perdita di tempo. Li trascrivo ogni cinque puntate, ma alla fine mi sono convinto che non valla pena: il doppio controllo della singola puntata e della sua posizione assoluta rende più rapido il disegno e facilita l'individuazione di eventuali errori.

     E parliamo infine degli errori.

     La valutazione dell'incertezza delle misure di un rilievo è piuttosto complessa, dato che dipende dalle precisioni di lettura degli strumenti (dipendenti a loro volta dalle condizioni di misura...) e da ogni singola puntata. Un sistema per darne una valutazione abbastanza precisa è differenziare le formulette di riga 80 e 90, assumere che i differenziali della variabile siano gli errori di lettura e sommare queste quantità, puntata per puntata, estraendo ogni volta a sorte se prenderle con segno positivo o negativo. Ma credo che sia una raffinatezza inutile: tanto vale imparare con la chiusura di vaste poligonali quale sia l'errore relativo tipico che commettiamo (in genere 2 o 3%) e poi da quello ricavare l'errore delle misure.

     Per farlo è di qualche utilità caricare in un registro la somma dei valori assoluti degli spostamenti. Ho detto difatti che i tipici errori sono dell'ordine del due o tre per cento: ma "per cento" di che? Se la grotta è a saliscendi e il punto finale risulta alla stessa quota dell'iniziale quale è la precisione con la quale so la quota finale? Due per cento di zero? No, grosso modo il due per cento della somma di tutti gli spostamenti presi in valore assoluto: se ad esempio per arrivare lì son salito di quaranta metri e poi sceso di quaranta l'errore della misura è intorno al 2% di 80, cioè circa due metri. I registri I, J,K e P contengono questi dati, caricati in riga 95.

     Credo che una calcolatricina in grado di far girare questo programma debba essere sempre a disposizione di chi va in giro a fare rilievi. Quale è la migliore? Questo programmino minimale gira su qualsiasi macchina dotata di BASIC, e dunque vanno bene tutte, ma attenzione: quelle di bassissimo costo, adeguate dal punto di vista di capacità di calcolo, hanno sempre delle tastiere orribili, che inducono in continui, tediosi errori di battitura. Credo perciò sia meglio orientarsi su macchine come le medie Casio o Sharp.

 

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Il Rap del Feticcio

Pedro Tierranueva

& the Shock Absorbers


Finalmente finalmente

dopo tante cazzate

Fratelli vi parlo

di cose sensate

Ma prima mi presento:

su 'sta sporca Terra

si provano solo

le armi da guerra

Fratello speleo, l'evoluzione

non si è fermata

al moschettone

Facciamo esperimenti,

con brutti strumenti

compriamoli marci

o proprio dementi

Gli inventori sono tanti,

tecniche-avanti,

attrezzi "à-la-page",

pagamento in contanti.

Dal Vercors a PB,

Dalla Grigna agli Alburni,

provate fratelli

i miei sogni notturni.

Bloccanti sbagliati,

discensori coi rostri:

sono il Grande Tierra,

il Cercatore di Mostri.

Così tra le mani

mi brucia un biglietto:

Expé de Grenoble,

il negozio fighetto.

Catalogo "in",

prezzi francesi,

purchiacche imbragate

e canyon scoscesi.

Lo so chi c'è dietro.

il Grande Marbacchio,

del mitico Petzlo

altro degno pernacchio.

Mi ficco alla Posta

e faccio un bel vaglia.

Passano i giorni

e un postino mi abbaia:

"E' arrivato il tuo pacco,

bastardo terrone!"

Io lumo invasato

a mia tecno-emozione.

Lo sventro alla svelta

con mani tremanti

e tiro fuori

i feticci fumanti!

Polistirolo,

adesivi & colore:

Magic Emery

il gran Discensore!

Un pezzo di ferro,

messo su strano,

lo guardi lo guardi

e ti sembra inumano.

Si piega, si flette

appare insicuro,

ma quando lo provi

te lo fa venì duro.

Se poi non capisci,

hai le istruzioni,

schemetti curati

per più situazioni.

Il tutto è prodotto

in presso fusione.

Aero-alluminio,

1.000 DaN a trazione.

Se nun ve convince,

so' cazzi vostri.

Sono il Grande Tierra,

il Cercatore di Mostri.

Diverso è il discorso

per l'altro feticcio:

"Ascender A3",

di colore gialliccio.

Made in Australia,

terra di duri:

bionde, sifoni

e un po' di canguri.

Questo cazzillo

che rimiro estasiato

è in realtà

un Croll menomato.

Non ha il clicchetto,

non si piazza bene,

anche il suo peso

mi ammoscia il pene.

Figlio diletto

di tecniche grezze:

 

corde protette

a base di pezze!

Aggeggio per gringos

americani,

non regge traversi

ed armi un po' strani.

Nita Nanta, Oaxaca

e varia Frontera:

Ma se so' mai fatti

le Ludrie al Fighiera?

Ai cambi attacco

come lo stacco?

Questo bloccante

mi sembra un gran Pakko!

SRT. in questa parola

si nasconde di certo

il re della "sola"!

Mi accascio travolto

dall'Inutilità:

queste cazzate

che campano a fa'?

Big Brother Fernando

è molto migliore

evviva il suo Dressler

& il discensore.

E son cinque!

con questo

pazzesco esemplare

ho un bel Horror Show

da rimirare.

Bloccanti cinesi

e la Nanet Progression.

Materiali inutili:

that's my great obsession!

OK è un hobby

e la spesa è poca.

Ma era meglio

'sto acquisto

o un grammo di coca?

Comunque

scusate, nun so'

cazzi vostri

Sono il Grande Tierra,

il Cercatore di Mostri.

 

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Bloccanti

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Rimisurare, ritopografare

G. Badino


     Sul Grotte 102, forte dei quattro precedenti anni di uso degli altimetri in grotta, avevo scritto del come e perché funzionano benissimo.

     Difatti da alcuni anni è venuta su una "nuova generazione" di grotte la cui profondità dichiarata corrisponde, entro gli inevitabili errori strumentali, con quella reale: ad esempio il Veliko Sbrego (vi ho visto una corrispondenza fra rilievo ed altimetro entro ±20 m a mille di profondità), l'Ulivifer, Pozzo della Neve, Cul di Bove, W le Donne.

     Poi ci sono le grotte note da tempo e riquotate. Il maggior esempio è la grande Spluga della Preta, ritopografata con una campagna di lavoro che ha onorato tutta la nostra speleologia, nonostante potesse contare, all'inizio, sull'assenza di aiuto dei molti che la deridevano; ma è riuscita a sua volta a ridicolizzarli coi risultati ottenuti, costringendo costoro a riempirsi i capelli di cenere, che ancora mi va negli occhi.

     Nella lista delle non ritopografate brillano due fra i nostri maggiori complessi: quello del Col delle Erbe (il Gortani, insomma) e quello di Monte Cucco. Hai fatto un salto sulla seggiola (o, probabilmente, sul vater) lettore? Non ne hai motivo: sono due rilievi molto, molto vecchi, e sono troppo profondi per le strutture montuose di cui sono parte. Questo apre la possibilità di un nuovo gioco: un premio a chi batte più vicino tirandone ad indovinare le profondità reali.

     Il Gortani buca inspiegabilmente il livello dei sifoni di tutte le altre grotte che gli stanno attorno. Detto meglio: nell'Unica Grotta del Col delle Erbe la diramazione che chiamiamo "meandro da un chilometro" scende troppo più delle altre che le stanno accanto. Inoltre andare da -600 e -900 è troppo facile: come fosse andare sino ad ottocento.

     "E del Cucco, che ne sai?" mi si dirà. Meno. Però so che l'ingresso del Nibbio è dichiarato a q1507, la grotta è dichiarata -945; con un'operazione detta "sottrazione" ho dedotto in poco tempo che il fondo è a q562.

     Sin qui tutto bene: il guaio è che l'acqua esce alla Sorgente Scirca a q582 (Carta dei Sentieri del Monte Cucco).

     Ora: io mi sto specializzando appunto nello studio dell'energetica delle grotte ma fra l'ipotizzare meccanismi carsici che sollevino l'acqua di venti metri in due chilometri di percorso e il pensare che il rilievo sia cappellato, credo meno faticosa quest'ultima linea. Fra l'altro, se ben ricordo, gli studi sul chimismo e le colorazioni indicano che quei due chilometri sono essenzialmente vadosi, e complessi: in tal caso, essendo uno di quelli che credono che il vadoso ipogeo sia con gradienti abbastanza forti, sparo centro metri di meno.

     "Ritopògrafate piagiabela, mona!" avranno detto i miei amici giuliani. Beh, sto facendo il furbo appunto perché l'abbiamo a suo tempo ritopografata, togliendole una quarantina di metri (in trecento di dislivello...). Un sommozzatore si era proprio allora immerso per quaranta metri ("quaranta", di sicuro: ma io non c'ero), e così il rilievo non era sembrato tanto cappellato: ma lo era.

     La realtà è che i rilievi vecchi sono cattivi ed affetti non tanto da malafede, ma da speleologi stanchi, entusiasti (giustamente) di quel che stanno facendo e con la tendenza, umana, dei pescatori: se prendono un pesce di 53 centimetri, splendida cattura, lo racconteranno come sessanta, non certo come cinquanta. Ma così facendo si sbaglia, e parecchio, sulle sequenze di misure: in genere, sembra, del 10% in più.

     Ma ora siamo cresciuti parecchio, quelle grotte sono divenute facili, la frontiera esplorati-

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va si è spostata molto avanti, le montagne appaiono dotate di superfici interne ben più vaste di quel che credevamo, esplorarle richiede pazienti lavori su mappe precise. Solo pochi, d'animo molto semplice, ormai, parlano seriamente di "record di profondità", e comunque i complessi sotterranei che ho nominato, fra i maggiori italiani, ne sono mezzo chilometro lontani. Credo sarebbe ora di darne rilievi precisi, nei limiti del possibile.

 

 


Trapano e accessori

 

M. Miola, R. Richiardone, G. Balestra (GS Giavenese E. Saracco CAI Giaveno)


     Questo articolo è nato per la necessità di trovare e comunicare soluzioni sempre più ottimali sull'uso del trapano che è diventato un'attrezzatura ormai indispensabile nell'attività speleologica.

     Visti i risultati positivi che questo ha portato, la sua diffusione è stata molto rapida all'interno dei GS. Di sicuro il più conosciuto e usato è il trapano perforatore BOSCH GBH 24V. Purtroppo, come tutte le cose, anche il GBH 24V ha qualche neo.

     Viste le condizioni sicuramente estreme in cui operano i trapani, sono quindi necessari dei requisiti particolari quali: contatti elettrici sicuri, rapidi e a prova di stupido, leggerezza, ecc. Per ovviare ad alcuni di questi inconvenienti, siamo arrivati ai seguenti risultati.

     Come collegamento elettrico, il PL, già adottato da alcuni Gruppi liguri, è risultato decisamente ottimale tra tutti quelli conosciuti finora.

     Questo porta anche ad un vantaggio in risalita, dove la batteria originale può essere sistemata in una sacca con semplicemente una cuffia di collegamento dove inserire il PL del cavo.

Schema cuffia di collegamento

     Per costruire la cuffia si può usare nylon oppure la parte posteriore del trapano tagliato, o fantasie varie. Importante che le lamelle siano elastiche da permettere un buon contatto con la batteria.

     Per aumentare la capacità di perforazione (specialmente in disostruzione), sono state adottate delle batterie al piombo da 12V 6A, collegate in serie e sistemate all'interno di un contenitore. Quello da noi adottato è una tanica dell'olio Agip tagliata sul Iato più stretto e poi richiusa ad incastro, fissata con rivetti ciechi. Per evitare infiltrazioni d'acqua, le giunzioni e i fori usati per la schiumatura, vengono sigillati con colla a caldo.

     Nel disegno è spiegata la costruzione del "Bogolone".

     Il polistirolo tra le batterie ha la funzione di proteggerle dai frequenti urti, la schiumatura in poliuretano espanso quella di rendere stabile e abbastanza impermeabile il bogolone.

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Schema del "Bogolone"

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Sistema d'alimentazione tramite spinotto mod. C.B. per antenna con positivo al centro

Vantaggi:

1) Ancoraggio molto stabile

2) Contatti elettrici sicuri

3) Peso di pochi grammi

4) Collegamento rapido e semplice

5) Possibilità d'uso delle batterie originali.

6) Cavo montato in buona posizione.

Svantaggi:

1) Necessità di forare il manico del trapano per il P.L.

2) L'attacco deve essere protetto

dal fango con un tappo

3) Revisione periodica del P.L.

 

Sistema d'alimentazione tramite contatti montati su blocco plastico da inserire nel vano batteria sui contatti originali del trapano.

Vantaggi:

1) Non necessita modifiche al trapano

2) Può essere montato su altri trapani BOSCH.

Svantaggi:

1) Peso maggiore rispetto al P .L.

2) Collegamento poco stabile e meno pratico.

3) Contatti elettrici non affidabili al 100%

4) La preparazione del contatto richiede notevole tempo e lavoro.

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     Per i contatti si raccomandano saldature a stagno perfette e isolate con colla a caldo; la sezione dei cavi non deve essere inferiore a 2,5 m mq. Il PL femmina deve essere collegato con positivo al centro e installato in posizione protetta (sotto il manico). Un tappo sul PL eviterà di riempirlo di fango e da corti accidentali. Per la ricarica del Bogolone usiamo un carica-batteria autocostruito, con tensione di carica di 24 V. La ricarica delle due batterie è simultanea.

     Il sistema di ricaricarle separatamente a 12V non ha dato nessun miglioramento rilevante. Dopo un periodo di circa due anni, un nostro bogolone è stato smontato e abbiamo potuto verificare l'ottima conservazione delle batterie e la perfetta tenuta dei collegamenti.

     Si consiglia di cambiare il contenitore esterno qualora si verificassero condizioni di usura notevoli, al fine di evitare dannose infiltrazioni d'acqua.

     A riguardo del cavo di collegamento trapano-batteria, questo può essere un quadripolare ricoperto in vinilgomma di sez. 1,5 m mq, i fili verranno uniti a coppie per aumentare la

sezione e mantenere un ingombro minimo.

     Usando sezioni inferiori, si è verificato un surriscaldamento del cavo.

     I PL maschi, vengono uniti al cavo con il positivo centrale; anche in questo caso si raccomandano saldature perfette e isolate bene, con una copertura finale tramite un pezzo di guaina termorestringente che bloccherà il cavo al PL.

     Un'ultima finezza e comodità: saldate ad un capo della prolunga un PL dritto e all'altro un PL a 90°. Alternandoli al trapano si possono ottenere così due possibilità di direzione del cavo. A 90° è molto comodo in risalita, dritto è comodo in strettoie da disostruire.

     Per il trapano, smontare il manico e forarlo nella parte posteriore dell'alloggiamento della batteria, fissare l'attacco PL femmina con viti da 3 ma zincate. I fili di sezione 2,5 devono venire collegati prima del fissaggio del PL: positivo centrale con saldatura, negativo su una vite del PL con capicorda diametro 3 mm saldato. Collegarli alle viti delle lamelle del trapano (sempre con dei capicorda saldati), controllare l'isolamento e sigillare il retro del PL con colla a caldo (ad evitare incrostazioni varie). Rimontare il tutto e provare.

     Questi sono i risultati che si sono ottenuti dopo un periodo di prova in grotta di due trapani perforatori BOSCH mod. G.B.H. 24 V.R. che montavano i sistemi sopra citati per un periodo di due anni. Le prove sono state effettuate dal Gruppo Speleologico Giavenese E.S. durante le attività esplorative, sia in risalita che in disostruzione.

     Per la robustezza e semplicità dell'attacco con P.L. i nostri trapani sono stati modificati di conseguenza. Questo ha portato alla compatibilità con altri Gruppi in special modo liguri che adottano lo stesso sistema.

 

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