1


GROTTE
anno 34, n. 107 - settembre-dicembre 1991
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
sommario
Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n. 5 DEL MESE DI MAGGIO 1992.
SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE GRUPPO III
PUBBLICITÀ INFERIORE AL 70%.
Direttore responsabile: Leo Ussello
(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13.10.73)
|
Redazione: |
Giovanni Badino, Giampiero Carrieri, Marziano Di Maio, |
|
|
Attilio Eusebio, Daniele Grossato, Laura Ochner, Riccardo Pavia, Pierangelo Terranova, Loredana Valente |
Foto di copertina di B. Vigna (Cristalli della Grotta di Valdemino.)
Bozzetti di Simonetta Carlevaro
|
Stampa: LITOMASTER, Via Sant'Antonio da Padova 12 |
|
N. 107 stampato con il contributo della Regione Piemonte (Legge regionale 69/81)
Spedito ai soci SSI con il contributo di questa Società
2

|
Avviso importante a tutti coloro che ricevono "Grotte" |
Da tempo ci era parso di ravvisare un certo disimpegno da parte della SSI nel far sì che i suoi soci ricevessero gratuitamente il nostro bollettino. Purtroppo ne abbiamo avuto conferma quando ci è stato poi comunicato l'importo del contributo (una cifra a 5 zeri) che la SSI ci elargisce allo scopo di far pervenire Grotte ai soli Gruppi speleologici affiliati alla stessa. Dunque abbiamo sinora inviato il bollettino dietro un rimborso spese quasi simbolico, che non copre neppure le spese postali di spedizione, com'è noto recentemente raddoppiate (e quasi quadruplicate, 385% in più, dalla data in cui è iniziata la spedizione a tutti i soci SSI).
È superfluo affermare che non siamo in grado di rinnovare questo invio quasi gratuito; con sacrificio inviamo ancora il presente numero che chiude l'annata 1991. Il bollettino continuerà ad essere inviato ai Gruppi della SSI e a quelli con i quali intercorrono rapporti di scambio, nonché alle persone che ci avevano già versato un contributo per il 1992.
Agli altri speleologi interessati alla rivista, non possiamo che rivolgere l'invito ad associarsi alla nostra iniziativa editoriale, inviandoci per il 1992 una quota che a copertura delle voci maggiori di spesa non può essere inferiore alle 15.000 lire, sul ccp n. 21691100 intestato al GSP CAI-UGET, Galleria Subalpina 30, 10123 Torino. Chiederemmo una certa sollecitudine, per predisporre la tiratura del prossimo n. 108 e per evitare problemi: problemi a chi vuoi riceverlo nel caso sia poi esaurito, e a noi nell'invio con affrancatura normale, piuttosto onerosa tanto più che già ora sono numerose le richieste da parte di gente che non ha ricevuto numeri pur regolarmente inviati.
3

|
Dieci anni di presidenza |
A. Eusebio |
Era la primavera del 1982: Doppioni, dopo una "egemonia" di moltissimi anni lasciava la direzione del Gruppo e noi, giovani e non, ci trovavamo a discutere sulla presidenza, sul suo ruolo e sulla intercambiabilità delle cariche.
Fu allora che tra mille perplessità generali, mie e forse di tutti, mi trovai ad accettare, a soli 24 anni, la direzione del gruppo. "Il più giovane presidente d'Italia", mi canzonava allora l'amico Bini.
Dieci anni sono passati da allora e, anche se per molti versi mi sembra ieri, è successo di tutto, nel bene e nel male. Dall'analisi di questo periodo se ne possono trarre insegnamenti e riflessioni che valgono tuttora e speriamo anche per il futuro. Mi sembra quindi opportuno fare un bilancio, un po' perché tutti ne parlano, un po' perché anch'io voglio dire la mia sull'argomento.
Ricerca quindi del "come eravamo" e del "come siamo cresciuti". Non per compiacerci o piangerci addosso ma per farne una analisi al più possibile obiettiva.
Sarebbe troppo facile infatti cadere nella tentazione di commentare con toni trionfalistici quello che abbiamo fatto, citando i menomille esplorati ed i chilometri rilevati: non è nello spirito di questa chiacchierata. Tuttavia su questo argomento vale una considerazione di carattere generale: nel bene e nel male non va dimenticato che attraverso gli speleo torinesi sono passate almeno un terzo delle grandi esplorazioni italiane, basti pensare al Fighiera o a Piaggia Bella.
Non è su questo che voglio soffermarmi, non è sui metri di esplorazione o sulle massime profondità raggiunte, ma è piuttosto sul modo e sull'evoluzione di una certa corrente di pensiero che voglio dissertare.
Dalle esplorazioni al Fighiera il gruppo ne era uscito bastonato, la grotta, assai più grande di tutti noi (come dice l'amico Badino) aveva macinato una parte del gruppo; ma i superstiti avevano capito qualcosa, avevano intuito che quello che là appariva enorme ed inesplicabile poteva essere, con metodo, compreso: bastava fare un salto di qualità.
Non più percorritori di abissi più o meno bravi, ma moderni esploratori di mondi sotterranei tesi prima alla ricerca introspettiva e poi alla sua applicazione nelle grotte. In questi dieci anni ci siamo ancora evoluti, abbiamo messo a punto un modello e siamo andati più avanti. Certo è una speleologia di élite che può non essere capita, che può apparire antipatica, che se ne frega di giornali e rivalità d'oratorio, e che mira soprattutto a crescere e far crescere insieme a sé le grotte. Quando si assimila questo la speleologia cambia volto ed i risultati non mancano, così è successo anche quest'anno sul Mongioie.
Questa è stata ed è tutt'ora la forza del GSP: avere la capacità di trasmettere questo messaggio, avere una scuola e far crescere i giovani con questo spirito, e ce ne sono alcuni che stanno cominciando a capire.
Certe cose non si possono spiegare, o vengono da sé, o non vengono.
Questa è l'ottica con la quale voglio rivedere questi dieci anni ed il ruolo della presidenza.
Da questo punto di vista diventano insignificanti molti aspetti che di giorno in giorno sembrano essenziali. Bisogna pensare alla presidenza di un gruppo non come ad una posizione di prestigio o peggio di potere, ma bensì come al depositario di un messaggio che va ritrasmesso, non necessariamente facendolo di persona ma occupandosi che questo venga fatto, coordinando le attività di ognuno, mitigando alcuni e spingendo altri, sempre con il
4

pensiero rivolto a questo obiettivo. A volte incazzandosi, oppure ristrutturandosi per parare i colpi di sfortuna, ma facendo sempre in modo che la linea seguita sia chiara ed univoca.
Dopo la storia della Chiusetta è stato così. La ristrutturazione era d'obbligo, avevamo perso nove amici che erano grandi portatori di questo messaggio; dovevamo quindi far crescere gli altri, alla svelta. Da questo avevo motivato la decisione di abbandonare la presidenza: serviva infatti una presa di posizione energica, bisognava far uscire dalla bambagia i neofiti emetterli di fronte alle loro responsabilità.
Un colpo di acceleratore dunque, chi salta su andrà avanti, gli altri vedremo. Ci è andata bene direi, non era facile sostituire da zero gli amici persi e non lo è tuttora, ma qualcosa si sta muovendo. Ora posso infatti riprendere temporaneamente la posizione di Presidente, per formare un nuovo delfino ed aiutarlo nel suo compito.
Anche il bollettino "Grotte" può essere visto così e con una evoluzione molto simile: siamo passati da un ottimo bollettino interno ad una rivista a carattere nazionale, con documentazioni serie ed articoli di fondo che fanno opinione sul panorama nazionale. Non voglio esagerare in autocompiacimento ma le manifestazioni di plauso ed affetto che riceviamo, e sono molte, ne sono una tangibile testimonianza. Ed anche attraverso "Grotte" filtra questo messaggio, a volte più a volte meno, a volte in tono scherzoso o semiserio.
L'obiettivo attuale, almeno mio, è di andare avanti su questa strada, aiutando chi sta faticando per raggiungerla ma lasciando a sé stessi i non adepti. Come si era detto prima, del resto non c'è spazio e non deve esserci per chi non recepisce: questo è un altro dei compiti della presidenza.
Senza esagerare naturalmente, ma se lo scopo ultimo è quello di esplorare e capire le grotte e di viversele dentro e fuori, questa scelta diventa necessaria.
Bisogna comunque fare molta attenzione a non confondere record di profondità con la comprensione dei problemi speleologici, non cadere nella trappola dei "grottisti" dimenticando di essere "esploratori". Esploratori di mondi sotterranei ovunque, dalle grottine del Monregalese al carso del Mato Grosso, dal fondo di Piaggia Bella ai cunicoli della Tana della Volpe, concependo le grotte non come mondi ostili da violare o con i quali scontrarsi, ma come tasselli di un armonico mosaico del quale siamo gli artisti esecutori.
Molte cose sono cambiate in questi dieci anni, siamo cresciuti tutti (ed ormai potrei dire invecchiati), ed anche l'aspetto economico ha avuto la sua bella evoluzione, siamo passati da poche centinaia di mille lire a non aver quasi più problemi di soldi. Certo se ce ne fossero di più sarebbe meglio, ma si sa il denaro è come le donne, troppe rovinano (chiedete a Giovanni).
Trattando di grandi temi non voglio scendere sul dispiacere quotidiano, e ce ne sarebbe, dai contributi già promessi che la SSI ci ha, in un secondo tempo, negato (di cui si parla in altra parte del bollettino), alle solite scaramucce e discordie interne (seppure siamo in periodo di acque calme).
Solo un argomento mi resta da approfondire, e questo mi fa soffrire, sto parlando del famoso incontro a commemorazione dei nostri amici perduti alla Chiusetta, incontro/congresso da realizzare in collaborazione con gli amici liguri. Ebbene dopo oltre un anno di trattative, di viaggi ad Imperia e Viozene, di discussioni, di impegni già presi qui e là, non se ne fa più nulla.
O meglio non si fa insieme.
La nostra idea era di un grande congresso solare, con tante persone perché molti erano gli amici che Essi avevano in giro, e su argomento vasto che spazi asse su tutto il Carso alpino, perché Loro di fatto avevano esplorato e soprattutto avevano quello stile che per-
5

metteva di fare grandi cose ovunque e di essere messaggeri di una potente scuola, sia imperiesi che torinesi.
I liguri non se la sono sentita, dopo molte nostre insistenze ci è giunta una anonima lettera di rinuncia con l'invito alternativo; questo mi amareggia molto, hanno preferito una soluzione di minima, un incontro dimesso sulla storia delle esplorazioni sulle Alpi Liguri.
Auguro loro ogni bene ma non so, a questo punto, se noi parteciperemo o meno, se andremo o forse se preferiremo ubriacarci a casa nostra, ma di una cosa sono certo: se fosse capitato a me, avrei preferito essere ricordato ad una festa e se i miei compagni ed amici di esplorazione avessero voluto organizzarmi un congresso, allora lo avrei pensato grande e numeroso. Una soluzione di ripiego come questa mi avrebbe fatto rigirare nella tomba.
|
Notiziario |
|
Assemblee del GSP di fine anno 1991 e inizio anno 1992
Per motivi organizzativi la consueta assemblea di fine anno si è svolta il 10 gennaio 1992, e il 24 gennaio quella di inizio anno 1992.
Il Presidente uscente Attilio Eusebio ha dato sommaria relazione dell'attività svolta, certamente non indifferente pur se hanno pesato condizionamenti in relazione alla valanga della Chiusetta. Meo Vigna ha proseguito la relazione ricordando tra l'altro l'attività pasquale in Arnetola, i lavori estivi alle Porte di Ferro (il ramo nuovo peraltro non ha reso molto) e alla grotta di Cima Ballaur, il campo estivo al Mongioie, le spedizioni in Cina e Uzbekistan, la continuazione un po' a rilento delle ricerche in Grigna. Poco rilevante è stata l'attività esplorativa autunnale, mentre in inverno si è avuto il ramo nuovo in Ulivifer. Il 35° Corso di speleologia (Direttori Manzelli, Pesci, Terranova e Vigna) si è svolto con formula un po' nuova, e dopo una seconda parte che poteva andare meglio si è tenuto a conclusione uno stage di 4 giorni in Ardèche. Il filmato su Bossea è stato completato.
Per il magazzino Daniele Grossato ha illustrato la situazione dei materiali (abbastanza buona) e ha ragguagliato su alcuni lavori ancora da fare.
Per i locali sociali Franco Cuccu ha confermato quanto ognuno ha potuto constatare: si è fatto un gran lavoro e restano solo da ultimare rifiniture. Si è organizzato razionalmente il prelievo dei materiali e la loro riconsegna.
La Capanna è in ordine, secondo quanto relaziona Vigna in luogo del responsabile Vincenzo Martiello.
La biblioteca, su cui ha dato relazione Carrieri per Rossella Cabula, mostra ancora irrisolti i vecchi problemi, né si potrà migliorare se non si metteranno maggior interesse e volontà di fare.
6

L'Archivio non ha problemi, a quanto ha riferito Vigna per conto di Carlo Balbiano. Da fare normali archiviazioni e qualche ripulitura di materiale superfluo. Rimane da recuperare quanto era in possesso di Stefano Sconfienza che vi stava lavorando. Si spera di avere più posto e di migliorare la consultabilità se verranno acquisiti nuovi armadi.
Si è in alto mare con catasto e strumenti da rilievo, come hanno fatto notare Meo Vigna e Donatella Bregolato. Le musettes da rilievo vanno assegnate a persone prefissate che ne curino l'efficienza. Vengono elencate spese da fare.
Ordinaria amministrazione per la Segreteria, di cui si è occupata Donatella Bregolato con un po' di aiuto da parte di Maria Virgallito.
Loredana Valente per la tesoreria ha elencato le voci più salienti di entrata e di spesa e fatto il punto sulla situazione finanziaria; incide sulle spese soprattutto il Bollettino.
Per quest'ultimo, M. Di Maio ha fatto presente la preoccupazione non solo per le spese, ma per il ritardo con cui i numeri escono, ritardo dovuto essenzialmente ai continui rinvii nella consegna degli articoli. Recentemente è emerso un disimpegno della SSI verso l'invio gratuito del nostro bollettino ai suoi soci, per cui si dovrà rivedere questa partita. Per il resto, il periodico ha mantenuto un buon livello di articoli e di numero di pagine (140 nei 3 numeri dell'anno).
Attilio Eusebio ha riassunto l'attività dell'AGSP, da cui si è dimesso da presidente pur accettando di continuare a mantenere i contatti con la Regione.
Per il 1992 sono stati riconfermati responsabili F. Cuccu per i locali sociali, C. Balbiano per l'archivio, B. Barisani con D. Grossato e D. Bregolato per l'apertura e chiusura della sede al venerdì, L. Valente per la tesoreria (con M. Pavese per i problemi fiscali e burocratici), B. Vigna con R. Pavia per il catasto e la gestione degli strumenti da rilievo, nonché per la documentazione dei dati speleologici, M. Di Maio per il bollettino. Per il magazzino è stato riconfermato D. Grossato che si avvarrà della collaborazione di M. Pavese, e per la gestione dei materiali speciali F. Cuccu. Conferme anche per la Capanna con V. Martiello (con l'aiuto di D. Girodo), per la segreteria con D. Bregolato (cui si affiancherà V. Bertorelli) e per le pubbliche relazioni con G. Badino e P. Terranova. La biblioteca è stata affidata a Lorenzo Bozzolan in virtù della sua competenza in materia. Del materiale didattico si occuperà E. Pesci. Nell'AGSP con A. Eusebio e U. Lovera entrerebbe anche D. Grossato.
Si è discusso dei rapporti con altri Gruppi, della riorganizzazione delle riunioni del venerdì e dell'opportunità di cambiare la classificazione degli iscritti. Circa le riunioni del venerdì, si è deciso di tenere una riunione generale ogni primo venerdì del mese (o anche nei successivi se necessario), mentre nei rimanenti si svolgeranno proiezioni, conferenze, scambi di esperienze, organizzazioni di uscite, lezioni su argomenti specifici, oltre ovviamente all'ordinaria amministrazione e a quanto altro si riveli opportuno. Quanto agli iscritti, si è notato come molti attuali membri aderenti che frequentano il Gruppo diano una collaborazione marginale, e comunque lo scarso uso di materiali che essi fanno non giustifica la quota che essi pagano: in realtà sono simpatizzanti. Durante l'assemblea di inizio anno è stata accettata la proposta dell'Esecutivo di istituire la categoria dei simpatizzanti, che versando una quota di 15.000 lire avranno diritto a ricevere il bollettino "Grotte". Per effettivi e aderenti la quota sociale è rimasta invariata (50.000 lire).
I programmi di attività esplorativa verranno stilati più avanti dall'Esecutivo, ma sin d'ora si può puntare per l'inverno sulle esplorazioni in corso e su battute dove la neve lo permette; l'attenzione andrà concentrata sui lavori in Piaggia Bella e Labassa (con gli Imperiesi). Da
7

marzo a maggio verrà organizzato il 35° Corso di speleologia, a cura di D. Grossato, U. Lovera ed E. Pesci.
Per l'Esecutivo, di cui è stata ribadita l'opportunità di essere rappresentativo di ogni settore operativo del Gruppo e delle varie tendenze, con funzioni altresì di legame oltre che di traino, sono stati prescelti G. Carrieri, A. Eusebio, D. Girodo, D. Grossato e B. Vigna. Per la Presidenza A. Eusebio si è dichiarato favorevole a continuare nell'incarico, purché avvenga un graduale scambio di consegne con D. Grossato, disponibile a partire dalla fine del Corso.
Dopo l'elezione dei membri effettivi proposti dall'Esecutivo e la stesura di una lista che per ora comprende insieme aderenti e simpatizzanti, i primi risultano in numero di 21 e i secondi sono 66.
Membri effettivi
Giovanni Badino, Via S. Francesco da Paola 17, 83.97.605
Valentina Bertorelli, v. Nizza 67, 66.99.244
Donatella Bregolato, v. Molinatto 16, Verolengo, 914.288
Giampiero Carrieri, c. Peschiera 281, 72.14. 74
Andrea Colombo, C. Brunelleschi 91, 70.711.92
Franco Cuccu (Fof), v. Nizza 29, 650.38.53
Marziano Di Maio, v. Cibrario 55, 75.12.53
Attilio Eusebio (Poppi), c. Correnti, 37,321.807
Paolo Giaccone (Piccino), v. Bologna 17, Collegno, 78.032.66
Beppe Giovine, v. Brusà, Valdellatorre, 96.80.411 (lav .835.835)
Domenico Girodo, v. Alpi Cozie, Avigliana, 93.02.53
Daniele Grossato, v. Cialdini 41, 44.74.859
Ube Lovera, v. Tonale 16 ,61.33.47
Andrea Manzelli, v. Bossolasco 11, 31.51.802
Enzo Martiello (Spàssula), v. Nizza 29, 650.38.53
Pierclaudio Oddoni (Cagnotto Bello), v. Santhià 2, 23.02.67
Maurilio Pavese, v. Vigliani 31, 61.37.64
Riccardo Pavia, v. San Paolo 84, 38.55.010
Elio Pesci, v. Nazzaro 7, 74.95.153
Pierangelo Terranova, v. Rovereto 12, Pino Tor., 84.06.21
Meo Vigna, v. Rosa Bianca, 33, Mondovì, 0174/55.21.23
Membri aderenti e simpatizzanti
Carlo Balbiano d'Aramengo, v. Balbo 44, 88.71.11
Piergiorgio Baldracco, v. Boccardi 28, Pino Torinese, 84.15.15
Gregorio Balestra, v. Castagnevizza 1, 39.46.36
Barbara Barisani, v. Fratelli Carle 31, 59.00.34
Alessandro Bianco (Trota), v. Alessandria 3, Settimo Tor., 800.42.11
Luca Borelli, v. Clemente 1, 74.52.29
Lorenzo Bozzolan (l), v. San Rocco 2
Paolo Brutti, tel. 63.33.79
Rossella Cabula, v. Carrieri
8

Marilia Campaiola, v. Terranova
Patrizia Cannonito, v. Curti
Emilio Cappai, 74.96.516
Simonetta Carlevaro, v. Brusà, Valdellatorre, 96.80.165
Achille Casale, c. Raffaello 12, 650.88.84
Adriano Cerovetti, v. Lanzo 125/3,246.17.63
Roberto Chiabodo (Arlo), v. Simonetta
Agostino Cirillo, Pordenone, 0434/40552
Danilo Coral, 52.11.308, lav. 99.51.663/4
Paolo Cuniberti (Ciop), v. Valgioie 88, 72.56.23
Piercarlo Curti, v. Pignari 6, Saluzzo, 0175/47.165
Pietro D'Acunto, v. Belfiore 49, 650.84.10
Tony De Fazio, v. Pianezza 86, 73.92.286
Maria Dematteis, v. Quirino Mascia 11, Venaria
Daniela Enrici-Baion, v. Lanzo 125/3, 246.17.63
Silvia Faure, v. Trova
Riccardo Ferrein, v. don Bosco 45, 47.11.97
Alberto Gabutti (Lucido)
Mauro Galliano, v. Sestriere 33, None, 98.644.68
Uccio Garelli
Adriano Gaydou, v. Baltimora 15, 36.51.60
Walter Giustino, 36.00.76
Claudio Ghittino, v. Lavazza 46, 81.91.335
Andrea Gobetti, strada Reaglie, 89 99.087
Jo Lamboglia e Kathy, Tour 21, route de Turin, Nice, 093/844678
Consolata Lusso, v. dei Mille 34, 81.23.330
Mauro Maltoni, 64.49.49
Claudio Maniezzo (Banfo), v. don Pigolotto 30, Giaveno, 93.78.741
Sergio Mantonico (Tronico), v. Monte Spluga 10, Villa Guardia, 031/48.19.03
Liliana Margaira, 93.59.779
Isabella Mazza (Beba)
Elvira Molinaro, 61.80.83
Marco Naretto, v. Vicenza 27, 48.21.60
Gianni Nobili (Munnezza), v. Bardonecchia 123, 72.78.10
Laura Ochner, Via Baltimora 160/B, 30.72.42
Mario Oddoni (Cagnotto Brutto), v. Urbino 15, 566.08.81
Massimo Pagano, 83.98.055
Margherita Pastorini, v. Vigna
Piero Piccolo, 29.86.13
Roberto Plutino, 68.80.04
Fulvio Prette, v. Priocca 8, 27.02.33
Mario Primolan
Lucia Rattalino, via Verdi 19, Cavagnolo, 91.51.691
Paola Rossetti, 79.05.86
Marco Scofet, Regione Vigne 23, Villarbasse, 95.22.10
Walter Segir (Papà), v. Brandizzo 65, Volpiano, 98.84.529
Sergio Serra, c. Raffaello 11, 68.32.31
9

Anna Maria Sguayzer, v. Scursatone 59/B, Castiglione T., 960.67.22
Davide Silanos, 66.99.323
Paola Torta, v. Venasca, 7, 44.27.25
Pierluigi Trova (Pigi), viale Piazza d'Armi 55, Pinerolo, 0121/72324
Loredana Valente, v. Eusebio
Monica Viarisio (Tumin), v. Riva 75, Moriondo T., 98.76.417
Giuliano Villa, regione Gerbole 66, Volvera, 98.56.133
Manlio Vineis, v. Alpignano 8, 76.25.44
Maria Virgallito (Cip), v. Mazzini 58, 812.56.94
Walter Zinzala, c. Francia 207, Collegno, 780.22.87
Padre Furreddu
In ritardo abbiamo appreso della scomparsa di Padre Antonio Furreddu, avvenuta il 9 maggio 1991 per un male incurabile. Nato nel 1914 a Nulvi nel Sassarese, era ritenuto giustamente l'iniziatore della speleologia sarda organizzata e scientificamente intesa, cui si era dedicato dopo l'ultima guerra in un quadro piuttosto vasto di attività del suo tempo libero di geofisico. Negli anni '50, sulla scia del GG Nuorese nato nel 1952, anche lui aveva fondato un gruppo, divenuto poi il GS Pio XI, articolato in varie sedi indipendenti sparse per la Sardegna. Nel 1964 ha pubblicato con Maxia la nota monografia sulle "Grotte della Sardegna" e nel 1972 ha fondato la rivista "Speleologia sarda".
Oltre che sostenitore di vari gruppi isolani, era prodigo di collaborazione e di consigli con i gruppi del continente, purché rivelassero serietà di intenti. Tra lui e il GSP si era stabilito un rapporto privilegiato. aveva molta simpatia per noi, forse perché eravamo della terra che l'aveva ospitato da giovane (rimasto presto orfano, era vissuto per molti anni a Cuneo e Torino), ma anche perché non prendevamo la speleologia come scusa per fare spiaggia e turismo, e lo si vedeva dai chilometri di grotte rilevate che gli davamo. Dell'attività fatta dal GSP ai tempi d'oro delle esplorazioni sarde, è stato si può dire lo sponsor. Ci ha sempre aiutato con generosità e ben oltre i canoni della pur proverbiale ospitalità sarda, e non possiamo dimenticare come ci è stato vicino quando a Su Anzu è caduto Eraldo. Sportivo, in grotta nonostante l'età teneva il passo con i giovani; bonario e sornione, calmo ma all'occorrenza deciso ed energico, era abbastanza anticonformista da non metterci in imbarazzo.
Novità esplorative
Sul Marguareis, gli amici francesi (Lamboglia & C.) continuano a lavorare al Valmar nella Conca delle Carsene. In un ramo parallelo hanno disceso un P100 fermandosi su meandro. Nel ramo principale sono giunti a -400 fermi su un P50 con forte corrente d'aria.
Notizie recenti (gennaio) giunteci dalla Lombardia (Zambelli) danno 1200 metri esplorati e rilevati dal GG Milano nello Stoppani sul Pian del Tivano, in gallerie al di là del sifone terminale delle Vie Nuove. Dal rilievo è risultato che si è, in ambienti enormi, a pochi metri dalla Niccolina e, addirittura, sulla buona strada per i saloni terminali della Tacchi... Due arrivi calibro 10x10 incontrati lungo il ramo principale risalgono invece verso le Squarade (Falsa e Colma) e, chissà, verso il monte Bui dove la Guglielmo ridacchia.
Pota (Rivadossi) e Cavalieri con altri del GSB continuano le esplorazioni all'Omber sopra Brescia inseguendosi invano l'uno in condotte micidiali l'altro in gallerie più decenti al di là di un sifone da poco superato. Il rilievo, intanto, si allunga...
10

I Tassi realizzano in Valle Imagna la giunzione, per ora solo vocale, della Tomba del Polacco con il Boeucc rilevando inoltre circa mezzo chilometro di gallerie nuove che li portano sotto la strada principale del paese e sotto le toilettes dei villici ...
A quanto ci informa I. Giulivo, in Campania i supertozzi del GS CAI Napoli hanno scovato un nuovo abisso (-250), dal suggestivo nome di La Ventara, sulle pendici del Monte Terminio (Gruppo dei Picentini, Avellino). In zona già è conosciuta la voragine dei Candraloni, inghiottitoio di quelli che piacerebbero a Martel...
C'è movimento anche sui margini meridionali del Matese. Tra le province di Caserta e Benevento sono state discese, alla ricerca di prosecuzioni ma anche di sensazioni messicane, la Comola Grande e la Comola Piccola, notevoli doline di crollo: i sotanos dei poveri.
Nel Carso triestino pare (diciamo pare) che siano state trovate due nuove cavità di notevole interesse. La prima è in Val Rosandra dove sono stati scoperti ben dieci scheletri di orso speleo; la seconda, esplorata dal GG Debeljak, consta a quel che ci hanno detto di un pozzo di 140 m con gallerie di 30 m di diametro.
Al Marguareis restrizioni in vista
Il versante francese del Marguareis è divenuto parco nazionale, aggregato a quello del Mercantour: purtroppo per noi, regime e orientamento sono proibizionisti forse peggio dei parchi nazionali italiani. Prima operazione è stata quella di chiudere la strada limitando così gli accessi anche agli speleo, per quelle successive vedremo.
Di tutto un po'
Si è svolto in Toscana, a Ponte Stazzemese e comuni limitrofi, l'interessantissimo 6° Congresso sul M. Corchia nei giorni 1-2-3 novembre 1991. Ordinata e meticolosa, l'organizzazione a cura della Federazione Speleologica Toscana ha permesso ai moltissimi partecipanti giunti da ogni parte d'Italia di dedicarsi a piacimento alle varie attività in programma: proiezioni, filmati, riunioni varie, gare di velocità su corda, escursioni in grotta, feste, ecc. ecc.
Il 14-15 settembre si è svolto a Fontane in Val Corsaglia il convegno "Ambiente carsico e umano in Val Corsaglia", organizzato dal Comitato Scientifico LPV (ligure-piemontese-valdostano) del CAI e dalla Stazione Scientifica della Grotta di Bossea CAI Cuneo, in collaborazione con la locale Associazione culturale "E kye" (che ha messo a disposizione la sua sede-museo) e con l'ente gestore delle grotte di Bossea. Destinato agli insegnanti medi del Piemonte, per i quali ha fatto da corso di aggiornamento, il convegno ha avuto un pieno successo di partecipanti e di svolgimento, e ha fatto conoscere a gente che se ne farà interprete verso le giovani generazioni le particolarità naturalistiche di questa valle monregalese, e la sua cultura occitana.
Nei mesi di ottobre e novembre il GSP ha dato supporto tecnico (ha fornito istruttori) ad un corso di speleologia organizzato dal CAI di Aosta, corso che ha visto la partecipazione di quattro valdostani ad uscite nelle "solite" grotte monregalesi di Bossea, Artesina e Donna Selvaggia. Buono il livello tecnico degli interessati, "illuminato" anche da 4 lezioni teoriche tenute ad Aosta, illustranti oltre alle tecniche base anche tecniche più sofisticate (fix) di armo ed esplorazione.
11

Les Grands Causses
|
Causse de Sauveterre - Aven du Rabinè (-116m) - Aven de Corgnes (-187 m) - Grotte du Coutal (-100; 7300 m)- Grotte de la Clujade (sup. à 4000 m) |
|
Causse Méjean - Aven de Banicous (-344 m) - Aven de Hures (-345 m) - Aven de la Bastide (-307m)- Aven de Las Peyros (-226 m) - Baume Fromagère (-214 m) - Aven de Deidou (-179 m) - Aven de Baume Rousse (-166 m) - Aven des Offraous (-165 m) |
|
Causse Noir - Aven de Puech Nègre (-400 m; 9400 m) - Aven des Patates (-277 m; 2600 m)- Aven de la Bouteille (-234 m) - Aven de Trouchiols (-125 m) - Aven Noir (-110m) - Aven du Valat Nègre (-100 m) |
|
Causse du Larzac - Cabane de St-Paul-des-Fonts (8600 m) - Grotte du Pas d'Estrech (1300 m)- Aven de la Portalerie (-149 m; 10100 m) - Aven du Mas Raynal (-110 m) |
|
Petits Causses - Abîme de Bramabiau (-90 m; 10100m) - Grottes des Cabanes du Trèvezel (4000 m)- Grotte de Baume Layrou (9700 m) - .Aven de Combe Albert (-353 m) - Grotte de la Peyrière (3650 m) |
12

All'interno del GSP si sta "aizzando" una nutrita squadra di forristi: quest'autunno hanno cominciato a frequentare qualche torrente (più o meno ghiacciato, come il Rio Piovano all'inizio della Valle d'Aosta). La cosa sembra avere un discreto interesse per molti che la trovano particolarmente "utile" perlomeno per la possibilità di lavare tutta l'attrezzatura speleo senza distruggere la lavatrice di casa. Per ora ci sono numerosi acquisti di mute e qualche corso di nuoto... Vedremo.
Dopo la completa distruzione avvenuta per incendio nel novembre 1987, il rifugio Garelli è stato finalmente ricostruito, più grande e con notevoli rammodernamenti anche nei servizi. Su circa 2500 giornate lavorative impiegate, ben 1500 sono state prestate da volontari. L'inaugurazione della nuova struttura è avvenuta il 13 ottobre. Il rifugio è aperto tutti i giorni da metà giugno a metà settembre e nei week-end da maggio a ottobre; sempre agibile è il locale invernale, attrezzato per 12 posti.
Sullo scorso numero 106 per una spiacevole svista sono state scambiate le didascalie delle foto di pag. 26 e di pag. 38: ce ne scusiamo con gli autori e con i lettori. (già corretto ndr.inf.)
Errata era pure la data del bollettino: non maggio-dicembre come riportato anche sul retro, bensì maggio-agosto. Non volevamo rubare un numero... (già corretto ndr.inf.)
Grands Causses
È il luogo dove si consumerà lo stage primaverile del Gruppo (settore società di servizi): fedeli alla linea esterofila, anche quest'anno abbiamo pensato ad un nuovo sito ove trascorrere le prime giornate primaverili.
La zona è un santuario, qui Martel e soci gettarono le basi della speleologia moderna, luoghi quindi pieni di mistero e di significati arcaici (!?).
Come arrivarci: da Torino è facilissimo, basta prendere l'autostrada Torino-Savona-Ventimiglia, passare il confine franco-italiano, proseguire con l'autoroute fino a Nîmes (circa 550 km in tutto). Da qui due itinerari sono possibili. il primo prevede di raggiungere Ganges, prima meta del nostro viaggio, con 75 km di strada dipartimentale (D999), la seconda proseguendo per l'autoroute fino a Montpellier (58 km) e poi con la D986 per 46 km. Raggiunto Ganges siamo ai limiti della zona carsica, di qui è già possibile raggiungere in meno di un'oretta le grotte desiderate. Dettagli successivi sul posto.
Che fare: Grotte naturalmente, ma non solo, i luoghi violentemente carsici sono molto simili ad alcune zone dell'Ardèche, con fiumiciattoli e simili. Tutto dipenderà dal luogo ove ci si accamperà. L'idea naturalmente è di trovare un campeggio in cui sbattersi e di lì muoversi per grotte. Ma anche qui i dettagli saranno decisi sul posto.
Le grotte: sono molte, e pare, dico pare, dalle descrizioni non troppo difficili, seppure, come in Ardèche, acquatiche. Ve ne sono per tutti i gusti, verticali, orizzontali, con fiumi e pozzi, sifoni, gallerie, ecc. Ulteriori informazioni si possono trovare in una bellissima guida francese, "Speleo Sportive dans le Grands Causses" a cura di Pierre Marchandet ed edita da Edisud di Aix en Provence. Da questa guida del resto è tratta la carta qui riprodotta. Su questa guida inoltre vi sono anche numerosi dettagli ed informazioni pratiche. Buon viaggio quindi e non dimenticate franchi e carta d'identità.
(AE)
13

|
Attività di campagna |
a cura di B. Barisani e D. Grossato |
1 settembre 1991, Buco della Puerpera (Ballaur). G. Badino, A. Colombo, D. Girodo, D. Grossato, V. Martiello. Andrea e Domenico percorrono la finestra sul P80 raggiunta da Ube nell'ultima punta (25-8-91 ). Discendono la frana di fronte a loro e armano un pozzo ascendente (15 m) fino ad affacciarsi su un meandro stretto ed altissimo, ci s'infilano per una trentina di metri ma dopo un piccolo saltino (1,5-2 m) la strada si chiude. Escono per lasciare il posto a Giovanni, Spazzola e Daniele. Si risale, un po' di arrampicata, un po' di libera, sopra il pozzo ascendente per sbucare in una saletta di crollo che ridà sul P80. Dieci punti di merito a Spazzola che, al momento di "uscire", non solo sbaglia la corda in risalita ma perdendo maldestramente il discensore ha rischiato di spappolare il casco di Giovanni: olè.
7-8 settembre, Abisso Ngoro Ngoro (Mongioie). G. Carrieri, D. Girodo, D. Grossato, A. Manzelli, B. Vigna. Esplorazione dei condotti superiori delle gallerie principali (-470) che purtroppo ricadono nelle stesse. Sul fondo delle gallerie, a valle, viene visto parzialmente un lago che sembra sifonare: occorre ritornare a verificare la situazione con una "pontonnière". Domenico risale una condotta sopra il lago per circa venti metri percorsa da forte aria, ma chiude su condottini. Con gli occhi tristi si esce, rilevando le zone a valle.
21-22 settembre, Abisso Orione (Grigna). D. Coral, S. Mantonico, M. Marantonio. Forzata la strettoia nel salone terminale (-530), un nuovo pozzetto (6-8 m) riaccende le speranze ..., che subito si spengono: chiude! Però una fessura con forte corrente d'aria potrebbe consentire il passaggio ..., se solo qualcuno non avesse dimenticato il martello fuori.
Buco della Puerpera (Ballaur). D. Girodo, D. Grossato, M. Miola, P. Oddoni, R. Richiardone. Daniele e Domenico raggiungono il canyon che si apre a trenta metri dalla partenza del P80 e lo scendono (-30). Sul fondo due pozzetti di ringiovanimento si ricollegano al P80. Si torna su disarmando. Daniele, Michele e Renato (in contemporanea con l'uscita di Domenico e Cagnotto) ritornano nel luogo della risalita iniziata da Giovanni (1 settembre). Arrampicata di una decina di metri, quindi si percorre un cunicoletto inclinato (in salita) ed ecco una strettoia: si passa e si scende un P10. Alla base si apre un altro pozzo, da scendere. Stima: 30 m.
Grotta di Rio Martino (Crissolo). F. Cuccu, M. Virgallito, M. Viarisio. Gita sociale fino alla cascata allo scopo di diffondere l'informazione sull'attività speleologica ad amici e conoscenti. Speriamo in bene.
Grotta di Bossea. B. Vigna con G. Minciotti e Speleosub veronesi. Vano tentativo di immersione nel sifone (...).
Riunione CNSAS. A. Eusebio, U. Lovera a Bologna.
28-29-30 settembre, Abisso Viva le Donne (Grigna). G. Carrieri, D. Coral, S. Mantonico, Rivadossi, Giuliano. Giampiero e Danilo tentano di passare Puciowsky ma si fermano a -1030 a causa dell'eccessiva quantità d'acqua. Durante il ritorno al campo base trovano un nuovo meandro molto stretto dal fondo del quale giunge un forte rumore d'acqua. Discreta la presenza dell'aria. Tronico, Rivadossi e Giuliano esplorano delle condotte fossili che partono da -930. Trovano 300 metri di nuove gallerie molto fangose. Continuano. Anche qui è discreta l'aria.
30 settembre, Grotta di Tagliacozzo-Carsoli (L'Aquila). G. Badino + 5° Gruppo di Soccorso. Scopo dell'esercitazione: trasporti orizzontali su laghi. Il commento di Badino: divertente!
14

4-5-6 ottobre, Stage di Soccorso (CNSAS), Albergo Mongioie (Viozene). 1° Gruppo al completo, Squadra di Pordenone del 2° Gruppo, tante facce nuove. Venerdì 4: esercitazione con l'elicottero. Sabato 5: tre squadre in esercitazione; la prima alla grotta delle Vene (le nuove leve), la seconda in parete con recuperi lunghi su contrappeso (gli esperti), la terza in forra (i new wave). Il 6: lezione di Beppe Giovine sulle barelle "speaking in the rain".
Congresso di Costacciaro. G. Badino, P. Baldracco, L. Ochner. Badino va a farsi un giro alla grotta di Stiffe (L'Aquila), un suo commento: "Bella!".
12-13 ottobre, Riunione GLATSS, Rifugio Pian Fioba (Apuane). G. Badino, G. Carrieri, D. Grossato. Aggiornamento sulle tecniche di recupero con barella. (...)
13 ottobre, Ex cava di Sant'Ambrogio di Susa (Torino). G. Balestra, L. Bozzolan, A. Colombo, D. Girodo, G. Maniezzo, M. Miola, M. Paradisi, M. Primolan, R. Richiardone. Prima uscita del primo corso GSG (GS Giavenese) con una ventina di allievi.
19-20 ottobre, Grotta La Mala (Finale Ligure). A. Maifredi, F. Nicosia, P. Oddoni, M. Pagano, P. Piccolo, L. Rattalino, L. Redoano, P. Rossetti. Iniziata una risalita a -120 che dovrebbe dare accesso ad un grande salone. Da continuare.
20 ottobre, Grotta delle Vene. Seconda uscita del corso GSG. Vedi 13-10-91.
26-27 ottobre, 'Ngoro 'Ngoro (Mongioie). D. Grossato, U. Lovera, A. Manzelli, V. Martiello, E. Pesci. Buio, nebbia e lapiaz ghiacciati, ma dov'è la grotta? In un qualche modo viene trovato l'ingresso, okay! tutti sul fondo. Elio e Spazzola si infilano in un ringiovanimento un poco stretto e superbagnato ma una strettoia (con rumore d'acqua al di là) dice loro: Stop. C'è aria ma non troppa. Iniziamo il disarmo. Verso mezzogiorno usciamo in quattro con sette sacchi (pieni) e cento metri di corde. Fuori una coltre sottile di neve ci attende, e per fortuna oltre ai fiocchi sul viso troviamo anche Poppi, Beppe, Meo e altri pronti a darci una mano. Allora gli amici esistono!
1-2-3 novembre, il GSP ha partecipato massicciamente al 6° Congresso "Monte Corchia" a Stazzena (Lucca), facendo incetta di ricchi premi e cotillon, e prestando sassofonista, chitarrista e batterista alla grande jam-session finale.
8-9 novembre, Abisso F10 o IKAM (Vena del Gesso, Faenza). G. Badino, P. Terranova, 3 speleo del GS Faentino. Entrati per un semplice giro turistico, siamo infine capitati in una punta vera e propria con tanto di esplorazione e rilievo. Percorso, sopra il sifone del fondo, un bel meandro che viaggia verso i rami alti della vicina risorgenza del Rio Basino. E' il meandro "Tagliatella Dreaming". Sopra (fino a -120) è un troiaio di strettoie e superfango, mentre in basso con le sue gallerie concrezionatissime e i cristalloni di gesso, la grotta è splendida.
Buco della Puerpera. D. Girodo, D. Grossato, V. Martiello. Spazzola arma il pozzo su cui ci si era fermati l'ultima volta. Amara è la sorpresa: chiude inesorabilmente in una micro-sala già vista, oltretutto, passando nel meandro venticinque metri più in basso qualche mese fa. A causa delle polemiche che ha suscitato, questa sfortunata uscita è stata definita "la punta della Discordia".
Grotta La Mala (Finale Ligure). P. Oddoni con A. Maifredi, F. Nicosia, L. Redoano. Terminata risalita sul fondo (-120). Si giunge in un ampio salone da cui si diparte un meandro che si infila in un P10: toppo! Riviste alcune zone a monte del sifone terminale: nulla di fatto!
15

16-17 novembre, Orso di Pamparato. Ultima uscita del corso GSG. In ausilio qualche istruttore GSP (Ube, Daniele, Scrofet, Z).
17 novembre, Grotta di Bossea. P. Giaccone, E. Pesci, B. Vigna. Prima uscita in grotta per un mini-corso destinato ad alcuni "amici" di Aosta (Gianfranco e Remì).
24 novembre, Abisso Artesina. E. Cappai, D. Grossato, A. Manzelli. Armata la grotta fino al primo fondo (-150). Rivisitata la sala finale. Usciti disarmando. È la seconda uscita per gli Aostani (sempre solo Gianfranco e Remì).
1 dicembre, Buco dello Ski-lift (Buco nuovo di Artesina). A. Eusebio, D. Grossato, R. Richiardone, Samuele. Renato e Samuele forzano una strettoia a -120 quindi scendono un P8 e si fermano alla partenza (stretta) di un altro pozzo. Durante e dopo queste operazioni Daniele e Poppi rilevano l'intera grotta.
1 dicembre, Donna Selvaggia (Valdinferno). V. Bertorelli, E. Cappai, U. Lovera, M. Scofet, il GSG al completo. Il GSG con alcuni ex-allievi a rivisitare la strettoia finale accompagnati da alcuni di noi che ne approfittiamo per mettere in atto l'ultima uscita del mini-corso per gli amici aostani (Gianfranco e Remì).
7 dicembre, Albergo Mongioie (Viozene). Classica riunione di fine d'anno del 1° Gruppo CNSASS con presentazione di nuovi volontari e programmi per esercitazioni 1992.
8 dicembre, Buco dello Ski-lift (Artesina). G. Balestra, A. Colombo, D. Girodo, D. Grossato, M. Primolan, R. Richiardone, B. Vigna, 3 speleo del GSM. Alcuni allargano l'ingresso del nuovo pozzo sul fondo: sarà un P10. Quindi segue una serie di pozzetti (P4, P9, P11, P4) l'ultimo dei quali deve ancora essere rilevato. L'aria si perde e l'acqua è tanta. Altri terminano una risalita sul fondo del salone Trituma che però riporta sullo stesso e, in seguito, discendono una spaccatura sopra il pozzo del Rospo che si congiunge al medesimo. Necessita un'altra visita meticolosa con un probabile programma di disarmo.
15 dicembre Tana di Camplass (Roburent), Tana della Rivoera (S. Anna di Collarea). Monregalese. E. Cappai, A. Eusebio, D. Girodo, M. Pastorini, M. Scofet, L. Valente, B. Vigna + altri (comprese figliolanze varie). Interessante zona a 1000 metri di quota circa con molti buchetti e presenza d'aria (anche forte) dappertutto. In battuta tout le jour e rivisitazioni di alcuni buchi visti vent'anni fa. Occorrono massicce disostruzioni.
22 dicembre, Zona intorno a Monte Fantino e La Buccera (Mongioie). D. Bregolato, D. Girodo, D. Grossato, C. Maniezzo, M. Scofet, B. Vigna. Visti una serie di buchi e buchetti tutti con una caratteristica in comune: presenza d'aria nulla. Durante l'arco della giornata in più gruppi abbiamo battuto un'ampia superficie. Se ne sconsiglia il ritorno (per fini speleo).
27-29 dicembre, Pozzo della Rivoera o Abisso della Lupa Rossa (Monregalese). F. Cuccu, A. Eusebio, D. Grossato, R. Richiardone, B. Vigna. È il buco più promettente della zona con aria (soffiante) fortissima quindi si decide di iniziare un lavoro di scavo alla sommità di una frana a -15.
|
Spedizioni in Italia Centrale |
G. Badino |
La nuova sede lavorativa nei laboratori del Gran Sasso mi sta trasformando in uno speleologo del centro Italia, ma non uno di quelli bravi: uno di quelli sfigati.
Amici di Chieti e di Roma hanno accettato di portarmi a spasso nelle grotte d'Abruzzo e di Lazio, ed è soprattutto per ringraziarli che scrivo queste note.
16

Con Ezio Burri ho fatto l'esperienza mistica di visitare l'esutore del Fucino, cioè la galleria artificiale, in origine romana, che ha permesso lo svuotamento della piana. Maggiori dettagli prossimamente .
Con il CNSAS ho visto la grotta di Luppa, un gran inghiottitoio suborizzontale, bagnato e bellissimo.
Con Tullio Bernabei e compagni abbiamo esplorato una grotta sul Soratte, proprio quello che, al liceo, Orazio mi faceva sognare dicendone "Vides ut alta stet nive candidum...". Si tratta del Secondo Mero, un gran pozzone che abbiamo traversato per trentacinque metri ad una trentina di profondità per raggiungere un buco in parete e provare trapani diversi. Il ramo è dedicato a Kosslinger, il tedesco che, in fuga durante la guerra, si dice abbia lì nascosto un immenso tesoro: al di là ci sono due meandri che totalizzano una sessantina di metri, chiusi nello stretto e con aria. Il tesoro c'era, ma l'ha preso tutto Tullio: proprio vero che dei romani non bisogna fidarsi.
Con il corso di Chieti ho visitato la grotta di Pietrasecca, analoga a quella di Luppa, ma meno bagnata.
Speleologia di bassa lega? Beh, certo non ho consumato il discensore. Ma ho finalmente capito cosa significa che "gli speleologi in Italia affrontano grotte di tipo molto diverso": quelle che ho visto sono grotte di tipo brasiliano.
Le forme, i volumi scavati, le portate d'acqua, le strutture globali ("sotani" e trafori idrogeo-logici) e i loro problemi tecnici sono praticamente tropicali, e sono rimasto esterrefatto di scoprirlo solo ora: ho potuto anche ripensare parecchio all'ottica in cui si muovono gli speleologi che le esplorano, ed è stato molto interessante, ho capito molte cose di molti miei vecchi amici.
La discesa più profonda di questo insieme di spedizioni speleologiche alla scoperta dell'Italia centrale mi è stata regalata da un invito dei faentini, in particolare Stefano Olivucci, che hanno consentito a me e a Terranova di visitare la più profonda grotta del mondo (nei gessi), l'Icam di recente scoperta. "Icam" è una sigla, il cui significato dovete chiedere ai faentini. Si tratta di un abisso sito nella vena del gesso, vicino Faenza e Brisighella, proprio sopra la grotta del Rio Basino. E' profondo quasi duecento metri, ed alla sottostante, suborizzontale e vasta grotta arriva ormai a poche decine di metri. Nelle sue prime parti sembra, nell'insieme, un normale abisso del Marguareis: pozzetto, strettoia, meandrino, pozzetto, pozzo, strettoia e così via. Il punto che sconvolge è che è scavato nei gessi e questo fa sì che i dettagli si mostrino tanto diversi, se osservati con attenzione, da dare un senso di irrealtà. un po' quel che succede nelle grotte glaciali. Alcune strutture sono assolutamente fantastiche, specialmente le cristallizzazioni. Intorno alle profondità massime ci sono meandroni di struttura e rivestimenti splendidi, fra i più belli che io abbia mai visto. Il fondo è complesso e di recentissima esplorazione, tanto che vi abbiamo potuto esplorare un centinaio di metri di nuove gallerie sul fondo: questo fa pensare che l'obiettivo degli amici faentini di congiungerla col Rio Basino sia ben a portata di mano. Lo indicano anche le forti correnti d'aria, straordinariamente intense per un sistema nei gessi, perché straordinaria ne è la profondità: credo che questi flussi siano responsabili di molte delle caratteristiche morfologiche piacevolmente anomale di questa strepitosa grotta.
Come dici? Il fango? Ah, c'è, e aiuta molto in discesa. Anche in salita aiuta: a scendere. Le tagliatelle? Ah, non so: ce le avevano tanto decantate e promesse e poi macché, con la scusa che siamo usciti dopo mezzanotte non ce le hanno fatte provare. Che gentaglia eh, 'sti speleologi indigeni!
17

|
Puerpera |
D. Grossato e G. Girodo |
Per tutti coloro che non hanno contribuito all'esplorazione di Piaggia Bella, questo nome è circondato di mistero, fascino, forse anche un pizzico di invidia. Il desiderio di andarci a lavorare, di immergersi in essa, di instaurare un'empatia ..., è molto forte. "Lei", lo sappiamo in molti, ha undici ingressi ed uno sviluppo di 32 km, tre generazioni di speleologi l'hanno percorsa in alto ed in basso, ed è stato sufficiente per scoprire alcuni suoi segreti "intimi". Altri ce ne deve rivelare, ma non è una prostituta, non si concede a chiunque.
Di primaria importanza è il tentativo di giunzione con Labassa, che porterebbe il sistema a ben 45 km di sviluppo e con una profondità (udite! udite!) di 1225 m (oggi questo dato è di 925 m). Molti tentativi sono stati fatti in questo senso, tutti vani: occorre ancora lavorare. Per altri versi invece, esistono una serie di obiettivi minori all'interno del sistema vero e proprio (rivisitazioni delle zone dei Reseaux e dei Narti) ed all'esterno di questo: gli abissi Deneb e Piedi Secchi di certo confluiscono in PB e sono entrambi fermi su strettoia, per non parlare di Mago Merlino e Venantur, posizionati in maniera tale da supporre di essere di estrema utilità per poter raggiungere più facilmente le zone della "grande giunzione".
In quest'ultimo ambito si colloca il lavoro svolto alla grotta della Puerpera (che brutto nome!). Essa è situata sul versante orientale del M. Balaur, di fronte alle Saline, quota 2565 m. Un'eventuale giunzione con P. B. aggiungerebbe 40 m alla profondità del sistema (gli ingressi più alti di P. B. sono Gaché ed Essebue: 2525 m) e la possibilità di arrivare nella zona dei Reseaux. Chicca finale: la Puerpera sarebbe l'abisso più alto del Marguareis!
Dieci anni fa girellando allegramente sotto un sole d'agosto, l'Ubaldo, il Lucido e lo Sgunfia trovano un buco con molta aria. L'ingresso è troppo stretto..., si allarga! Riescono ad entrare ma dopo trenta metri di strettoie desistono di fronte ad un'impraticabile fessura dove s'infila tutta l'aria. Terrore-brivido-raccappriccio: i nostri due eroi strettoisti delusi dall'esito della visita espettorano un nome: Buco della Puerpera!
L'anno scorso, in primavera, l'enorme buco nella neve che l'alito di questa grotta produceva ha invitato alcuni di noi a forzare la fatidica fessura, le nuove tecniche di disostruzione lo consentivano ...e così cominciarono i lavori.
Descrizione della cavità
Più profonda cavità di un gruppo di 10 buchetti visti durante un campo GSP nel 1982, raggiunge la profondità di 30 m, poi chiude inesorabilmente.
Ci siete rimasti male? Forse voi no, ma provate ad immaginare la faccia dei due deficienti che, leggendo quanto riportato a pag. 172 de "Il complesso carsico di Piaggia Bella", si apprestano a rendere un po' meno inesorabile la precoce fine di questo sperduto buchetto con un casino d'aria!
Dopo lo scavo nella neve fatto dall'aria che fuoriesce dalla grotta, e quindi senza spesa alcuna, tutto è costato fatica, freddo, un tot di costanza ed un pizzico di pazzia che non guasta mai!
Condire bene il tutto con sale, olio e... Bestia! questo non c'entra!
Il tutto condito da stillicidio (leggi potenti cateratte) proveniente da un simpatico nevaietto di fine stagione che si consumava (dalle risate) proprio sopra l'ingresso.
Vai una, vai due-tre volte ed oplà: le strettoie iniziali da cui prima passava solo l'aria portano, tra una frana e l'altra, ad una struttura un po' meglio definita, che ha tutta l'aria di
18

Abisso delle Puerpera - rilievo
19

essere un meandrino scavato nel Cretaceo! Speranza! Fatica e poi il primo salto da 10 m che porta su un ambiente un pochetto franoso ma di dimensioni più accettabili, che adduce ad un nuovo salto di qualche metro e poi un pozzo di una trentina di metri. Troppo, ovviamente! Dietro front, e passando per una finestra che si apre a circa 1/3 dall'imbocco del pozzo, di nuovo su frana, peraltro stabile. Inspiegabilmente la coltre di massi ha lasciato libero uno (s)comodo passaggio per un altro P15, poi un P8 ed un P4, meandrino e quindi
...
un bel pozzacchione, di quelli rispettabili, che parte con dimensioni approssimative di 5x2 e si ferma 80 metri più in basso passando per sezioni di tutto rispetto (8x10?), bucherellato di finestroni e su cui si affaccia un arrivino stile canyon!
La prima discesa ovviamente la si fa stile pietre da sonda: sul fondo un meandruccio strettino da cui fuoriesce aria che si comporta in modo opposto a quanto ci si aspetterebbe. Sarà l'aria che non convince, sarà che da disostruire proprio non ce n'è, si ritorna su per il pozzo e si battono tutte le finestre e le porte su cui si aprono: da una parte si tocca di mano che il canyon (la porta), è proprio solo un bell'arrivo, dall'altra, la serie di finestre che si spalancano una sull'altra portano ad una diaclasi percorribile a vari livelli. Quello più basso è il più comodo, ma ahimè, dopo qualche decina di metri porta ad un saltino di pochi metri chiuso come un uovo appena deposto! I livelli superiori della frattura fanno qualche schifezza e poi conducono ancora, guarda caso, nel punto appena descritto.
Sconfitta, dunque? Può anche darsi, ma un paio di carte da giocare ci sono ancora, e perché la voglia non passi, si lascia tutto armato, dimodochè...
Finale a sorpresa, vero? Chi legge si consoli, lo è anche per chi scrive!
Le prossime puntate vedranno i nostri eroi con le pive nel sacco? O forse li vedranno in P.B. passando per i Reseaux o, facendo uno zig-zag tra C1 e Deneb, si ritroveranno dalle parti del Cammello? Se succederà qualcosa del genere sicuramente lo si leggerà, ma sarebbe ancora più interessante tentare di scoprirlo insieme!
Cronologia delle esplorazioni
A inizio giugno Giovanni Badino a capo di una folta truppa di gentaglia di infima categoria, segna il buco scavato nella neve. Il 23 giugno, Donatella e Domenico provvedono alla disostruzione della strettoia n. 1 e di parte della n. 2. 30 giugno: Donatella e Domenico superano la strettoia n. 2 e iniziano i lavori alla n. 3 (la mitica XYZ).
Il 14 luglio Andrea, Domenico e Marco S. superano la XYZ senza spostare una pietra (= contusioni ed abrasioni). Discesi un P10 e un P30 (chiuso), da una finestra del pozzo si attraversa in ambiente di frana e si intuisce la prosecuzione Non discesi per mancanza di corde. 27 luglio: Daniele, Ube e Spazzola discendono ulteriori P15, P8 e P4. Fermi su pozzo stimato sugli 80 m.
25 agosto: Andrea, Daniele, Domenico, Ube discendono il pozzone (P75). Eseguito rilievo. Risalendo Ube lancia una corda al di là di una finestra. Il 28 agosto Mauro e Renè allargano la XYZ. 31 agosto e 1 settembre: Andrea e Domenico guadagnano la finestra e risalendo un po' si portano in un meandro che tosto chiude su saltino. Giovanni e Spazzola completano il rilievo ed iniziano una risalita; eseguono anche il rilievo esterno per il posizionamento rispetto al Gaché.
22 settembre: partecipano Cagnotto, Daniele, Domenico, Michele, Renè. Domenico e Daniele attraversano alla sommità del P75 e discendono il canyon. Sul fondo due ringiovanimenti riportano al P75. Domenico e Cagnotto escono, gli altri continuano la risalita iniziata da Giovanni, attraversano e si fermano su pozzo.
L'8 ottobre Daniele, Domenico e Spazzola discendono il pozzo: riconduce sul già visto.
20

|
Mongioie 91: le cavità minori |
B. Vigna |
Sicuramente il risultato esplorativo più importante del campo al Mongioie è stata la scoperta e l'esplorazione di Ngoro-Ngoro, abisso ampiamente descritto nel precedente bollettino. In questo numero sono ancora allegate due cartine di inquadramento generale relative alla posizione di questa grotta rispetto a tutte le altre principali cavità del massiccio.
Di particolare interesse, osservando la sezione, risulta che le gallerie orizzontali di Ngoro-Ngoro appartengono al medesimo livello di carsificazione della Grotta delle Vene, principale sorgente del sistema. Tale situazione farebbe presagire l'esistenza di un complesso reticolo di condotti orizzontali che anticamente costituivano una estesa ed unica zona satura, ora in gran parte disattivata, interessata da un recente ringiovanimento di tutto il settore e quindi percorribile agli speleologi.
Accanto al lavoro svolto a Ngoro-Ngoro, ci sono le esplorazioni di numerose altre cavità minori, ugualmente importanti, sia per la comprensione relativa all'evoluzione carsica della zona, sia per future e nuove esplorazioni. Saranno ora brevemente elencati i principali lavori effettuati durante il campo estivo.
Condotta sotto Big Sur: ad una cinquantina di metri di dislivello dalla verticale di Big Sur, è ubicato un condotto a pieno carico, di circa 1 metro di diametro, percorso da una discreta corrente d'aria, e disostruito per oltre 4 metri. Lo sviluppo è di circa 12 m, al fondo la cavità è totalmente intasata da pietrisco di varia pezzatura. La grotta, come il vicino Big Sur, rappresenta il relitto di una prima ed antichissima fase carsica ormai totalmente smantellata, che ha interessato tutto il massiccio del Mongioie.
Pozzo B 70: la cavità, esplorata e rilevata dai Biellesi, presenta sul fondo del primo pozzo un interessante meandrino, allora non notato, che dà adito ad un bel salto di una trentina di metri, seguito da un ventoso ma stretto passaggio che attende volenterosi disostruttori. La grotta è posizionata in una zona molto interessante, prossima, sulla verticale, ai rami finali delle Vene.
Pozzo B 79: sono continuate le disostruzioni in questa interessante cavità, attraversata da violenta corrente d'aria (ingresso alto); sul fondo tra massi e ghiaia sembra intuirsi il passaggio buono.
E civoleva: scoperta dal Gobetti, la cavità sembrava, come dice anche il suo nome, diventare un punto chiave delle esplorazioni estive. In realtà lo è stata, non per i risultati, ma per l'enorme mole di lavoro eseguita, disostruzioni su disostruzioni, che hanno permesso di raggiungere ad una quota di -100 un ennesimo stretto meandro non ancora allargato. Si tratta di una tipica cavità assorbente, scavata nei calcari giuresi, sicuramente collegata con la supposta rete di gallerie orizzontali profonde.
Pozzo E 9 (È più alto): una quarantina di metri di dislivello dalla grotta precedente è ubicata questa cavità, esplorata nella preistoria dal GSP. Sul fondo una grossa frana impediva il passaggio, fino a quando la tuonante coppia Renato-Fof ha iniziato i lavori di sbancamento, progredendo tra meandrini e frane fino ad arrendersi su un'ennesima e ventosa strettoia. La profondità raggiunta è di -90.
Pozzo Tenetevi forte: a pochi minuti di distanza dal campo sembrava esistere, stando a calibrati sondaggi, un grosso pozzo, stimato ...100 m di profondità. Perigliose disostruzioni hanno condotto una affiatatissima squadra GSP-GSG ad affacciarsi ad uno sfigato... P30, ovviamente chiuso al fondo.
Oltre a queste piccole cavità, sono continuati i lavori a Big Sur, dove è stata superata la frana finale che dà adito ad una breve galleria presto intasata da fango e pietre, mentre nel
21

Sezione schematica interpretativa del massiccio del M. Mongioie.
22

Ubicazione e planimetria delle principali cavità del M. Mongioie.
23

Pozzi "Tenetevi forte", "È più alto" (rilievi)
24

La zona sommitale del massiccio del Mongioie, versante della Val Ellero (foto Meo Vigna).
Massiccio del Monte Mongioie: la zona dei Gruppetti. Sullo sfondo il passo delle Saline (foto Meo Vigna).
25

ramo a monte lunghe disostruzioni non ancora del tutto terminate sembrano condurre a qualcosa di buono; ai Gruppetti, dove sono stati visti rami prossimi all'ingresso più alto, chiusi, e a D 8 con lunghi scavi per ora infruttuosi.
|
Alé pi aut |
Mauro Paradisi (GS Giavenese) |
"Dàie Mecu",
"Cielo in mano che si muove"
"Tirate da bastardi".
Arriverà ai nostri figli come una delle esplorazioni più "barotte" della storia del Mongioie. Per fare questo si è dovuto miscelare: i Giavenesi + qualche tonnellata di massi + Fof + rigoroso dialetto piemontese.
Presentiamo gli attori:
I Giavenesi: già conosciuti.
Tonnellate di massi (da spostare): già conosciuta,
Fof: già conosciuto,
Rigoroso dialetto piemontese. conosciuto da tutti tranne che da Fof. Questo lo si è capito già alla partenza dal Campo:
Fof: "Andumma a fe l'esploraziunn",
Giavenesi: "Anduma".
Giunti sull'orlo di "Alè pi Aut", Fof: coi "fumma... Armumma e calumma an tal pertus",
Giavenesi: "Armuma e caluma".
Arrivati alla frana, Fof: "Al puz alè stup.... a venta stuppelu",
Giavenesi: "stupumlu",
Fof: "Daie Mecu",
Mecu: "I dun",
Ciardun: "Cielo in mano che si muove",
E poi la strettoia. Io: "La pasu mi ... orcu faus tireme fora... tirè tuti e dui ...tirè mac ........ tirè da bastard."
Finalmente fuori, con il segno del calcare ancora marchiato sulle costole ed i polmoni, tanto stupiti, quanto contenti nel dare il bentornato all'ossigeno.
Tutto qui ...Poche decine di metri più sotto l'avventura si fermava sull'ennesima strettoia ma c'era ancora il tempo perché il Gobetti decidesse di farci un regalino. Un colpetto a quelle famose tonnellate di massi che vi ho già presentato ed ecco chiusa la strada del ritorno. Silenzio...
Se l'è vista bruttina. Cosa avrebbe pensato la sua compagna se avesse saputo che una di quelle pietre stava per togliere ad Andrea l'ultima possibilità di avere figli?
Millimetrici i passaggi sulla nostra "amica" appoggiata su chissà che cosa, trattenendo il fiato per non svegliarla... Usciamo.
Il sole tenue saluta il vecchio giorno, mentre a -60 un vento freddo e leggero ancora ci chiama ... Non facciamolo aspettare...
È più alto...: questa... per ora... è la tua storia...
26

|
Il Buco dello Skikift |
A. Eusebio |
Le esplorazioni
Era aprile, stavamo tirando su la testa dalla storia della Chiusetta ma ci mancava un obiettivo sul quale concentrare le nostre energie.
La leggenda di questo buco scoperto da Meo si era sparsa già da gennaio ma era abbastanza indefinita, si narrava di una grotta vicino ad uno skilift, in zona carsica, diciamo minore, aperta, con aria forse sì, forse no. L'avranno visto in diecimila, si diceva.
Finché in una domenica di aprile i coniugi Lovera (Ube e Vale) ed il sempre vostro Fof si dirigono verso l'obiettivo: la grotta c'è, inesplorata, aperta, con aria e dopo moltissimi metri di meandro ha un salone (salone Trituma).
Qui si fermerà la prima esplorazione, l'entusiasmo e la debole luce dell'elettrico faranno il resto. Le descrizioni infatti ci raccontano di gallerie, concrezioni, pozzi e così via.
La domenica dopo è prevista una uscita di corso, alcuni di noi riescono a disertarla ed a trasformarsi in baldi esploratori (Daniele, Spazzola, Fof, Munnezza ed il sottoscritto).
Dal limite precedente - un salto di una decina di metri in un salone franoso - si scende un pozzo da 6 m, poi tra blocchi ancora dieci metri e si è sul fondo del salone stesso.
Siamo in periodo di scioglimento delle nevi e c'è acqua ovunque, di fronte a noi un ruscello si butta in un pozzo di 33 m. Alla base un tappo di fango ed acqua ed un rospo ci dicono che non è la via giusta, e neanche la giornata adatta. Risaliamo confidando in traversi futuri e sperando che il rilievo ci chiarisca i dubbi sulle direzioni e profondità. Triste è dunque aver dimenticato la matita..., solo la profondità ci è dato di sapere: l'altimetro sentenzia infatti -150.
La domenica successiva si torna in moltissimi (Meo, Girobrodo ed altri ancora), si traversa qua e là ma senza risultati, molta acqua e soprattutto all'uscita, poco entusiasmo e di nuovo niente rilievo.
Passa così una lunga estate e appena nevica siamo di nuovo qui. Questa volta siamo attrezzati per rilevare (Poppi e Daniele) e per forzare una strettoia con aria sul fondo (Renato e Samuele da Giaveno). Entrambe riusciranno benissimo, soprattutto la seconda: ad uno stretto meandro segue un pozzetto, una sala e nuovamente un salto inesplorato.
Come accade sempre in queste occasioni la domenica successiva c'è la fila per entrare (credo che fossero in dodici), ma la grotta cambia idea, scende di poco e ci mette una strettoia in acqua che attende ancora di essere violata.
Morfologia e descrizione
La grotta è ubicata in alta Val Maudagna, alcune centinaia di metri di dislivello a monte del centro sciistico di Artesina, sul versante settentrionale del M. Mondolé. L'ingresso, costituito da un pozzetto che immette in un meandro, risulta posizionato sulla dorsale, diretta NW-SE che collega Sella Pogliola (1646 m slm) a Sella della Balma (1868 m slm). La quota dell'ingresso, rilevata con altimetro, risulta 1720 m slm.
La cavità si presenta come una antica perdita, ancora riattivabile in caso di eventi meteorici eccezionali del Rio delle Scalette, corso d'acqua che attualmente corre ad alcune decine di metri dall'ingresso.
La risorgenza del sistema, seppure non confermata da prove dirette, dovrebbe corrispondere ad un gruppo di sorgenti situate un paio di chilometri più a Nord, in corrispondenza
27

Buco dello Skilift: l'ingresso (foto Meo Vigna).
della partenza della seggiovia Artesina-Sella Pogliola, ad una quota intorno ai 1500 m slm. Il potenziale carsico risulta così di poco superiore ai 200 m.
Dal punto di vista meteorologico l'abisso presenta le caratteristiche di "ingresso alto", seppure in alcune condizioni ha subito sensibili inversioni della corrente d'aria, in inverno comunque l'aria che fuoriesce dall'ingresso forma sempre il classico buco nella neve.
Morfologicamente la grotta si può distinguere in almeno cinque parti, ognuna delle quali presenta caratteristiche litologiche e morfologiche molto specifiche (cfr. rilievo allegato):
1) Dall'ingresso fino alla sommità del pozzo da 9 m la cavità è scavata negli scisti nerastri di età cretacea carsificabili solo in alcune situazioni particolari; morfologicamente si tratta di un meandro subverticale che nella sua parte più prossima al pozzo, in corrispondenza di una variazione litologica, si restringe fino a pochi decimetri assumendo la forma di un laminatoio fortemente inclinato.
2) Dalla base del P. 9 la grotta cambia faccia e probabilmente roccia. Inizia qui infatti un meandro molto bello a volte largo (1-2 m) a volte stretto e basso, inclinato e con il pavimento formato da una colata di concrezione, potente (ove visibile, per le successive reincisioni) anche un metro. L'elemento morfogenetico principale pare essere rappresentato da un giunto suborizzontale sul quale si sono impostati i drenaggi.
3) La struttura precedente riceve alcuni affluenti laterali di sinistra e immette in una regione completamente differente caratterizzata dalla presenza di gallerie freatiche, di ampie
28-29

Buco dello Skilift - rilievo
30

Concrezionamento nel primo salone del Buco dello Skilift (foto Meo Vigna).
dimensioni, fortemente concrezionate. Queste risalgono fin quasi in superficie diversificandosi nella parte sommitale in arrivi più o meno transitabili, ma sicuramente collegabili alle perdite esterne del Rio delle Scalette. Occasionalmente sono percorse da un torrentello di modesta portata.
4) Una variazione dell'assetto giaciturale del principale giunto morfogenetico collegata al passaggio dagli scisti calcarei cretacei ai calcari più duri giuresi è probabilmente la causa del grande salone, in forte pendenza, che forma la quarta parte della grotta. Gli ambienti, molto simili per aspetto ai grandi saloni piaggiabelleschi, sono enormi, dominati da grandi blocchi in forte pendenza e caoticizzati.
5) Alla base del salone, alcuni approfondimenti nei calcari neri conducono alle zone più profonde sinora esplorate: si tratta in questo caso nuovamente di meandri più o meno tortuosi, interrotti da pozzi e strettoie. Una di queste rappresenta il termine ultimo a -165 m dall'ingresso.
31

|
Olivifer. Il campo dell'ambulatorio |
D. Coral |
All'alba del 21 dicembre quattro baldi giovani, più uno un po' meno giovane (indovinate chi ...), arrancano lungo le scoscese pendici del Grondilice, lottando con il paleo ed il temibile strato ghiacciato che lo ricopre.
L'obiettivo è tanto ambizioso quanto pazzesco: raggiungere il fondo dell'Olivifer, addentrarci nelle zone esplorate di recente dai fiorentini e polacchi, montare un campo in zona esplorazione e continuare le risalite per quanto possibile; il tutto da quota -1200 o giù di lì, e a 12 ore dall'esterno (andando veloci).
Siamo Gianni Guidotti, Filippo Dobrilla (Firenze), Matteo "Pota" Rivadossi, Giuliano De Giacomi (Brescia) e chi scrive.
Alle 14,30 entriamo, non senza aver rispettato, durante la vestizione, l'antica e consolidata tradizione della mezz'ora del Mettibene che in questo frangente mi coglie nella veste di osceno corruttore di minorenni (o quasi).
Le verticali si susseguono a ritmo vertiginoso, gli "80" abbondano ed Olivifer ci regala pure un multifrazionato "150". Quasi tutti i pozzi sono interrotti da traversi molto aerei, che richiedono acrobatiche pendolate, frutto del prodigioso intuito e della grande tenacia di Gianni e Filippo, che in pochi mesi di duro ed intelligente lavoro sono stati in grado di regalare alla speleologia italiana questo gioiello dal percorso tutt'altro che ovvio. Se penso ai chilometri di pozzi che han dovuto discendere totalmente e risalire parzialmente per inseguire e coronare il loro sogno...
Purtroppo sono entrato con qualche linea di febbre e perciò non riesco a godermi appieno la discesa in questi ambienti maestosi.
Alla base dei pozzi, a quota -1150 circa, sostiamo un momento per riprendere fiato e celebrare il mio terzo -1000, ed il primo per Pota e Giuliano.
Ora viene il bello: cinque o sei ore ancora di progressione (per circa 1,6 km) in condotte freatiche fangose, dove spesso si striscia, spessissimo si procede a carponi, e quasi mai si riconquista la posizione eretta, ci separano da quello che senz'altro è uno dei bivacchi più lontani del mondo...
Siamo alle porte delle "Anguste Regioni del Tartaro"!
L'acqua manca quasi del tutto (quella potabile, quella fangosa non scarseggia) ed il povero influenzato patisce una sete tremenda. Altra peculiarità di queste amene regioni tartare (mai nome fu più appropriato) è il loro percorso a saliscendi dove, senza guadagnare un metro di dislivello, se ne fanno un centinaio in salita (belle le spaccate al limite, su fango...) ed altrettanti in discesa. A consolazione degli afflitti resta comunque la straordinaria morfologia ambientale.
Finalmente dopo qualche ora di contorsioni l'ambiente si allarga; un ultimo scivolo fangoso ed eccoci al campo dei Polacchi (-1180 circa). Mi balza di prepotenza alla mente il detto dell'Arabo Pazzo: "grandi buchi sono stati scavati dove i pori della Terra dovrebbero bastare, ed Esseri che dovrebbero strisciare, hanno imparato a camminare...".
Non è ancora, purtroppo, il momento del riposo del giusto, altri cimenti ci attendono. Scendiamo ancora un po' sino a portarci a quota -1200 circa, dove, sull'orlo dell'ultimo pozzo, parte un traverso estremamente lungo ed aereo, creazione del Filippo.
Superatolo, l'ambiente ci ripaga totalmente della fatica sostenuta per giungere sin qui. Innanzitutto l'acqua, finalmente!
32

Ci troviamo in un ascendente ramo attivo che ricorda alcune tra le più belle zone di P.B., le dimensioni sono ragguardevoli ed il percorso è rallegrato dalla presenza di pozzi cascata dove, fortunatamente, non ci si bagna ma si gode solamente.
Alla sommità dei pozzi siamo in zona esplorazione, in una galleria semipianeggiante, a forra in alcuni tratti, percorsa da un discreto torrentello.
Finalmente si decide di cercare un posto adatto per montare il campo e lo troviamo dopo un duecento metri di percorso. Il sito non è male, non molto spazioso ma asciutto e caldo (8°C), al riparo delle correnti d'aria e non lontano dall'acqua; siamo a circa -1150 metri.
Sono le due di domenica 22 dicembre, abbiamo impiegato quasi dodici ore (e Gianni e Filippo sostengono che è un tempo più che decente) per raggiungere questo campo avanzatissimo, tanto distante dall'ingresso da far quasi apparire come un sogno il mondo esterno...
Montiamo rapidamente le amache e mangiamo l'ottimo pane speziato preparato da Filippo ed arrivato miracolosamente intatto sin qui.
Purtroppo le pregevoli acrobazie eseguite in queste ore non sono piaciute alla mia "Pechinese" (così si chiama l'influenza di moda quest'anno), né penso che la "speleoterapia" a questa profondità possa giovarmi granché (magari funziona meglio alla Grotta Giusti et similia...). ,
Ancora un po' di pazienza e capirete perché abbiamo battezzato "Ambulatorio" questo campo (anzi no, l'avete già capito). Infatti, dopo non più di quattro ore di riposo (non dico "sonno" viste le condizioni dei mutuati) Filippo e Giovanni ci chiamano per riprendere le esplorazioni.
La situazione è la seguente:
A) Pota accusa un forte mal di denti e quindi è fuori uso;
B) Giuliano rimasto, come sua abitudine, muto durante tutta la discesa, interrogato riguardo le sue intenzioni finalmente emette il verbo: "ho ancora sonno!" dice e si gira dall'altra parte;
C) quanto a me, posso rendermi garante di un'affermazione categorica: la speleoterapia in fondo a Olivifer non serve a un belino. Per cui mi ritrovo con la mia bella Pechinese, per di più ora notevolmente incazzata (39 gradi, misurati al mio rientro a Torino...).
Morale: per questa volta le eroiche esplorazioni all'esimio colosso del Grondilice dovranno fare a meno del nostro contributo.
Partono i soliti poveri Filippo e Gianni augurandoci buona degenza. Ritornano dopo qualche ora comunicandoci di aver percorso qualche centinaio di metri in risalita lungo un attivo fermandosi, per mancanza di materiale, alla base d'un grosso pozzo ascendente.
E così, alle 24 di domenica 22 dicembre recuperiamo armi e bagagli e ci incamminiamo per la lunga (e dovrei dire eterna...) via del ritorno.
Tacerò pietosamente sulle mie condizioni durante la risalita, in pieno attacco influenzale, assistito dal paziente Gianni, al quale devo qualcosa di più di un grazie...
Nella serata del 23 siamo tutti fuori, malati e non, accolti da un graditissimo vento caldo, che ha sciolto completamente il pericoloso strato di ghiaccio che ricopriva il fondo del canalone di accesso alla grotta. Arrivederci, Buca degli Olivi feraci ma, la prossima volta, la Pechinese se ne rimanga in Cina ...
33

|
A Landri Scur |
G. Balestra |
L'autore (uno dei tanti sconvolti del nostro Gruppo) con questo articolo è in ritardo solamente di otto o nove numeri di Grotte. Pubblichiamo comunque il suo pezzo per due motivi: 1) speriamo che sia il primo di una sua lunga serie: 2) purtroppo l'"amico" è parente di un influente uomo politico che ci ha consigliato di pubblicare...
Poche ma bellissime immagini di due anni fa circa in quel di Claut mi hanno spinto a scrivere queste poche righe. Per due volte sono andato in Landri Scur, in entrambi i casi abbiamo esplorato pochi metri nuovi, ma guadagnati e voluti.
La grotta si presenta prevalentemente orizzontale, circa 200 m di cunicolo iniziale seguito da una strettoia che dà su un pozzo sui 18 metri anch'esso alquanto stretto. Alla base del pozzo c'è un sifone canottabile e da lì si prosegue in un condotto a sezione prevalentemente quadrata Mi aveva fatto un effetto strano, quasi come di un'esplorazione mega. Si continua poi fino al campo base, esempio fulgido di speleoarchitettura, rifugio ideale per chi ha fame, sete, sonno, ecc.
Da qui la prima volta, con il Gigio, ci eravamo avviati su per un camino che in parte abbiamo risalito. Da +40 a +90 è stata grana del Gigio con la mia sicura, poi siamo tornati al campo dopo aver rifatto gli armi per renderli più sicuri. Uscita tranquilla e viaggio in treno di otto ore fino a Torino.
La seconda volta eravamo Andrea Colombo, Ago e Roberto, diretti ai rami del Gobbo, bel posto per un nano. Superata una serie di pozzetti franosi, ci eravamo addentrati in un condotto interrotto in più punti punti da frana. All'ennesimo e indisostruibile ostacolo avevamo deciso il ritorno, tanto più che era quasi assente circolazione d'aria Anche in quell'occasione siamo usciti con molta calma, accompagnati però dal russare di chi entrato dopo di noi avrebbe dovuto completare la risalita del camino dell'altra volta.
Mi ha spiegato, la gente dell'Est, che la speleologia essi la vivono con un ritmo più tranquillo, per durare di più. Boh.
Paese che vai grotta che trovi, ma i landri scuri sono veramente unici per le loro condotte: quadrate. W la tettonica e la quarta misura.

34

|
Natale in Sudamerica |
G. Badino |
Due pre-spedizioni
Sembravano un milione di chilometri invece sono stati trentacinquemila. Sembravano mille decolli invece si è solo trattato di diciannove. Di che cosa parlo? Di una doppia pre-spedizione che abbiamo fatto in Sud America a cavallo di Natale, in un paio di settimane.
L'obiettivo era di vedere dall'aereo la Serra das Araras, nel Mato Grosso, per esplorarla con le telecamere e localizzare eventuali zone buone sulle quali fare una spedizione in agosto; era l'unica soluzione per battere quelle migliaia di chilometri quadri di territori calcarei, con una tecnica messa a punto in Uzbekistan, durante Samarcanda 91, e che descrivo più oltre.
La puntata matogrossense doveva però essere molto rapida (se tutto andava bene) e dunque avremmo avuto tempo per fare altro. E perché allora non andare subito dopo anche nell'estremo sud dell'Argentina a guardare finalmente i ghiacciai patagonici, in cerca di grotte glaciali?
Il programma era appetitoso ed è stato facile trovare compagni: Lovera e Bertorelli da Torino, De Vivo da Padova e Vacca da Chioggia.
Quanto dovevamo stare? Ci sembravano sufficienti venti-venticinque giorni e ora penso che effettivamente sarebbero bastati anche se di misura. Ma fra l'impegno di uno e dell'altro e le possibilità offerte dagli aerei ci siamo dovuti limitare a quindici giorni: per renderli sufficienti ne abbiamo quasi eliminato le notti. Lo strano è che siamo riusciti a fare tutto anche se si è trattato di una vacanza, come dire, agitata. Febbrile. Vagamente cretina.
Vediamo i risultati.
Abbiamo messo a punto la tecnica di esplorazione aerea.
Abbiamo usato e strausato il satellitare Pyxis-Sony, attrezzo incredibile.
Abbiamo visto che nelle Araras non ci sono zone con carsismo imponente, genere Mexico, e che dunque non vi si può organizzare una massiccia, localizzata spedizione: bisogna bere l'amaro calice di vagarci dentro via terra, chiedendo, chiedendo.
Abbiamo la mappa totale della zona.
Abbiamo semidistrutto una Uno che avevamo in affitto, ma il locatore non se n'è accorto.
Abbiamo passato la notte di Natale mangiando baccalà, come portoghesi.
Abbiamo visto le cascate dell'Iguaçù.
Abbiamo visto Rio Gallego, paesotto orribile dell'estremo dell'Argentina e Calafate paesotto più bello in riva al lago Argentino.
Abbiamo visto due montagne assurdamente belle, il Fitz Roy (che localmente si chiama anche Chalten) ed il Cerro Torre.
Abbiamo fatto la spedizione glaciale con due brasiliani, un argentino, un venezuelano, incuranti del tempo bruttissimo che ci ha accompagnato sino a ghiacciaio Marconi.
Abbiamo trovato la grotta Geraci, la grotta più meridionale (53°S) del mondo.
Abbiamo vissuto un paio di giorni di quiete mettendo il campo in un posto bellissimo, in riva al lago Elettrico, sotto il ghiacciaio Marconi ed il Fitz Roy. Lì vi abbiamo festeggiato il capodanno mentre a mezzanotte c'era ancora l'ultima luce solare. Ce la siamo, insomma passata bene.
Ci rimane qualche groppo in gola: non abbiamo visto pinguini, non abbiamo riposato.
35

Carta del Brasile con localizzazione della zona delle operazioni
36

Sul ghiacciaio Marconi
L'obiettivo iniziale era per la verità un po' più ambizioso: volevamo andare a passeggiare sullo Hielo Continental Sur per vederne la situazione carsica. Questo è stato impossibile: quando siamo arrivati stava finendo un periodo di tempo brutto, nevoso, e lo Hielo era troppo lontano.
Ne siamo perciò arrivati ai margini. Uno dei ghiacciai più belli che ne scendono è appunto il Marconi, sotto i margini occidentali del Chalten, ad un paio di giorni di viaggio dall'omonimo gruppo di case dove avevamo finalmente incontrato la nostra guida indigena, l'amico Elvio Gaido, argentino ma originario dei pressi di Torino.
Il ghiacciaio è piccolo, probabilmente in ritirata. Alla sua base la morena forma un bellissimo lago (Lago Elettrico), dove abbiamo posto un bellissimo campo.
Da lì in una mezz'ora si sale alla base del ghiacciaio. La salita sulla lingua avviene su un ghiaccio piuttosto pulito, relativamente ripido, con potenti forme carsiche fossili. Dopo circa un'oretta si arriva a dove il ghiacciaio si divide in due lingue, orizzontali. In corrispondenza del cambio di pendenza c'è una zona crepacciata un po' faticosa ma non pericolosa, anch'essa con occasionali strutture carsiche.
Appena sul piano ci sono le zone di assorbimento. La grotta principale è sul lato meridionale del pianoro e drena praticamente tutta la vasta lingua sud; il bacino d'assorbimento, sorprendentemente grande in confronto a quelli dei ghiacciai delle Alpi e del Biafo, ha fatto sì che la grotta avesse già dimensioni rispettabili e grosso drenaggio nonostante che la stagione fosse molto precoce. Di fatto il pozzo sembra molto grande ma la grossa cascata ha impedito a Tono di scenderlo: il breve tratto di discesa che vi ha fatto però lo ha reso lui, padovano, lo speleologo più meridionale del mondo, alla faccia della Liga Veneta.
L'altra zona di assorbimento, che drena pure l'acqua che trabocca da uno strano lago che vi è nella parte più occidentale del ghiacciaio, è sul tratto a nord, immediatamente a ridosso della zona crepacciata. L'assorbimento vi è più diffuso, su più mulini glaciali, nessuno dei quali percorribile.
Fra le due zone assorbenti ecco una grottona fossile, dal doppio ampio ingresso, profonda una trentina di metri.
Nei tratti più a monte delle lingue la copertura nevosa rendeva difficile (e pericolosa) la ricerca di ingressi; quello che però abbiamo avuto modo di vedere è che il reticolo di drenaggio sul ghiaccio, sotto la neve, è intatto dall'estate scorsa (maledetto lui, il reticolo: grossi canali pieni d'acqua coperti da un velo di neve. È stato un massacro...) e punta sui due assorbimenti di cui ho detto. In sostanza il reticolo di questo ghiacciaio sembra ordinato e stabile attraverso gli anni.
La grotta principale va assolutamente scesa in tarda estate: il grosso drenaggio e la probabile esistenza di sforzi distensivi in profondità legati al cambio di pendenza, fanno pensare che sia una struttura molto profonda.
Prospezioni aeree high-tech
Durante la spedizione in Asia Centrale, l'estate scorsa, il basso prezzo degli elicotteri ci ha permesso di renderci conto della potenza del mezzo aereo per l'inquadramento rapido di una zona carsica e di mettere abbastanza a punto la tecnica. Come dicevo al riguardo sull'articolo che a quel giro era dedicato, in casi come questi è critica la conoscenza del territorio, ed essa deve essere acquisita nei brevissimi tempi della spedizione.
Però in occasione di Samarcanda 91 la quantità di dati che si acquisivano coi voli e la
37

possibilità di renderne partecipi gli altri mostrando loro le assurdamente noiose riprese televisive ci ha fatto rendere conto che occorreva averli a disposizione ben prima della spedizione. Non era sufficiente, cioè, una serie di voli fatta dai primi che arrivano in zona a risolere problemi organizzativi nei giorni precedenti l'arrivo del grosso della squadra, perché i voli causano rilevantissime modifiche dei programmi. Insomma, bisogna avere i filmati aerei a disposizione ben prima della progettata spedizione.
Le Araras sono state un bersaglio ideale per una ulteriore messa a punto della tecnica. Si tratta di una serie di catene montuose parallele di calcari ed areniti, distese su circa seimila chilometri quadrati, estremamente consunte dal tempo: le zone montuose sono in genere coperte di fitta boschina matogrossense, le strade di accesso sono poche anche se in realtà si tratta di una zona dall'impetuoso (fin troppo) sviluppo della colonizzazione umana. L'unico approccio serio d'insieme era quello aereo, tanto più là che le ore di volo costano cifre abbordabili.
Una delle difficoltà fondamentali delle prospezioni aeree è che dopo dieci secondi di volo nessuno sa più dove è, e che dunque, anche se trova chissà che cosa, non sa più ritrovarlo. A questo abbiamo rimediato col Pyxis della Sony, uno strumento di tecnologia extraterrestre, un attrezzino di tre etti che localizza sino ad una precisione di trenta metri tramite la ricezione delle informazioni dai satelliti del GPS, il Global Positioning System. Il bello è che lo fa davvero.
Nel volo sulle Araras eravamo nuovamente gli stessi loschi individui che avevano abusato degli elicotteri tadgiki qualche mese prima: Ugo, Tono ed io. Nonostante che i miei compagni siano indiscutibilmente zucconi abbiamo potuto perciò ottimizzare la tecnica di presa dati: ci siamo disposti in tre di fronte alla porta spalancata dell'aereo. Io filmavo un po' all'indietro. Tono un po' verso avanti e Ugo trascriveva i dati del Pyxis, faceva foto (ma sarebbe stato utile avere una quarta persona che faceva solo questo) e trascriveva i nostri commenti. Ogni tanto dicevamo nelle telecamere la quota di volo, la posizione e la direzione approssimativa in cui esse erano puntate riferendoci ad una bussola fissata sul pavimento.
Avere due telecamere è indispensabile, sia perché si raddoppiano le schermate e i particolari ripresi che per non rimanere in brache di tela se una di loro si pianta.
La tecnica è strafica e avveniristica, ma non poi inaccessibile: con un po' di pratica e pochi milioni la si acquisisce e probabilmente è in grado di dare informazioni su massicci stranoti, più in fretta e a costi minori che non certi campi speleologici disorientati e casuali. Volete qualche esempio? Quanto pensate avrebbero retto, nascosti, gli Ingressi Alti del Corchia se cercati con cinque, dico cinque minuti di questa tecnica? E la zona O ed il Libero sul Marguareis?
E mi chiedo, quanto reggeranno nascosti gli ingressi alti dei sistemi ipogei alpini quando li sorvoleremo con questa tecnica durante l'inverno? Credo sia bene rifletterci.
Diario delle Araras
20.12 Siamo Tono De Vivo, Ugo Vacca ed io Partenza da Venezia per Rio, via Parigi.
21.12 Dormito poco, arriviamo in mattinata a Rio. dove stazioniamo per l'intera giornata andando anche, un po' ubriachi, a fare gli scemi a Copacabana, proprio come i peggiori turisti
22.12 Sveglia antelucana e partenza per Cuiaba, via San Paolo-Campo Grande; vi arriviamo abbastanza presto e, per non avere cali di produttività, cominciamo ad agitarci febbrilmente nello scegliere aerei opportuni (nonostante che sia domenica), inizializzare il Pyxis e preparare i dettagli del volo
23.12 Sveglia antelucana. Un primo volo ci porta fino a Caceres su un prato definito "aeroporto" dove adattiamo alla prospezione un altro aereo sotto lo sguardo preoccupato del proprietario togliamo il portellone principale, montiamo corde di sicura dentro e fissiamo l'antenna del nostro Pyxis sul tetto. Poi voliamo per circa tre ore sulle Araras facendo riprese e foto Al ritorno a Cuiaba, per non avere cali di produttività, affittiamo una macchina adatta a fuori-
38

strada estremi. cioè una Uno, e finalmente andiamo a mangiare. Per aiutare Ugo, che sull'allucinante aeroplanino ha patito il mal d'aria. scegliamo un ristorante galleggiante sul fiume.
24.12 Sveglia antelucana. Partiamo di mattina presto e tentiamo l'entrata via terra a metà delle Araras, lungo sterrate via via più allucinanti Anche in questo tratto procediamo localizzandoci col Pyxis Sony che ahimè, non protegge dalla distruzione la coppa dell'olio della Uno rassegnati a perdere l'aereo delle 15 cominciamo a puntare su quello delle 23; fuga precipitosa verso una qualche lontana "fazenda" nella calura riarsa della tarda mattinata. Squarciamo un pneumatico, mettiamo (a motore acceso per non perdere tutto l'olio) una orrenda ruota di scorta, cominciando a temere di perdere anche quello delle 23 e con esso le coincidenze che ci devono fare trasferire in Patagonia Il meccanico della prima fazenda che incontriamo ci salva: fa una serie di schifezze in capo alle quali la coppa non perde più ed è piena d'olio (anche se non quello consigliato a Mirafiori). Arrivati all'asfalto riusciamo a mangiare mentre dei volenterosi quasi ci riparano la gomma e tolgono trecento chili di fango e polvere dalla macchina. Poi piombiamo con vestiti puliti (messi per l'occasione) a restituirla ci riusciamo senza causare sospetti, e alle 15 l'aereo ci sottrae all'affitta-auto. In serata siamo a San Paolo, fusi come cammelli, ma riusciamo lo stesso a fare la cena di Natale con la famiglia di un mio amico. Andiamo a dormire alle tre di notte.
25.12 È Natale, è estate! Sveglia dopo cinque ore perché bisogna risolvere in mattinata i problemi organizzativi della discesa in Patagonia, e per evitare i cali natalizi della produttività. con un'ora di telefonate modifichiamo tutto il vecchio programma, passeremo da Foz de Iguaçu per spendere meno. All'una, all'aeroporto, invece del pranzo di Natale la sfiga ci fa trovare due che conosciamo, Ube e Valentina. Ci rassegniamo e partiamo con loro verso Foz.
|
In Patagonia |
Valentina Bertorelli |
Il 22 dicembre alle ore 13 la sottoscritta e Ube si scollano dall'eroporto di Verona facendo ciao ciao con la manina all'amico Enrico che ci ha gentilmente assistiti nella parte fondamentale della partenza: passare dal treno all'aereo senza camminare due giorni.
Il 23 dicembre alle 6,30, ora locale, sbarchiamo a Rio de Janeiro in perfetta tenuta invernale. Temperatura 38°C.
Dopo numerosi e vani tentativi di comunicare con Nilton - secondo Giovanni avrebbe potuto ospitarci - troviamo un tesoro dal nome Tatà. Quel dolce, tenero ragazzino ci dispensa dal passare una notte all'addiaccio colando sudore sulle mosche morte schiacciate dal nostro peso sulle merde, ospitandoci gratis con doccia, purtroppo a 60 chilometri da S. Paolo che è a circa 300 km da Rio. Tutto si risolve in sole 15 ore di omnibus.
Il ventiquattro dicembre è caratterizzato da uno zoosafari (caccia) alle mosche e alle zanzare nel parco naturale di Campinas, nonché da un bagno in oceano a Santos in attesa del latitante Nilton del quale le ultime notizie forniteci dalla madre risalivano al mese precedente: "sperava" di vederlo a Natale.
Assaliti dallo sconforto diamo la caccia alla nostra ultima preda, Cristina Galeazzo: vi ricorda nulla? Vi aiuto io, lei è Maria Aparecida da Silva, la prima moglie brasiliana di Badino.
Trovata lei trovato anche Nilton, salutiamo Tatà che è atteso per la cena natalizia a S. Paolo dai suoi nonni dove trova curiosamente ad aspettarlo anche Giovanni, Ugo e Tono. Peccato, noi il Natale lo consumiamo da Nilton con la mamma e la sorellina Daniela, e alle otto antimeridiane del venticinque, un pullman ci porta a S. Paolo, una metropolitana ci porta alla Rodoviaria dove Cristina col fidanzato in Maggiolino ci portano a casa sua per nutrirci e portarci istantaneamente in chevrolet 1950 all'aeroporto Guarhulhos dove abbiamo appuntamento con Giovanni, Ugo e Tono coi quali proseguiremo su un aereo che ci
39

Sul ghiacciaio Marconi (foto G. Badino}.
proietta a Foz di Iguaçù.
In aereo l'orecchio di Ugo si stappa. Eccoci su di un tassì nero con sedili di velluto nero e autista nero vestito di grigio che ci scaraventa sulle cascate dell'Iguaçù dove a 40° di temperatura e con il 100% di umidità fotografiamo i frammenti visibili del salto d'acqua in "secca". (L'orecchio di Ugo si è di nuovo tappato). Con lo stesso tassì nero guadagnamo la frontiera argentina e un Lodge ci consente di posare gli zaini e in un secondo tempo dormire, secondo tempo perché il primo l'abbiamo passato cercando di cibarci in una Puerto Iguaçù deserta come la luna. Non avevo mai visto Giovanni così affamato. Abbiamo ingoiato un certo numero di pizze la cui mediocrità è senza paragoni. Alle 6 del 26 mattina un tassista semiaddormentato ci conduce con la sua bagnarola scassata all'aeroporto, dove incontriamo Ariane e Lucio, amici alpinisti e speleo di Giovanni, che si aggiungeranno a noi.
Ore 9. Il nostro volo è momentaneamente sospeso (diluvia) e fino alle 10,30 non possiamo decollare. Estraiamo così la prima strisciolina di tempo dalla valigetta di Giovanni (ha sempre con sé una scorta di ritagli di tempo) che utilizziamo per distribuire meglio i carichi degli zaini: 10 kg di extracarico a testa rispetto alle norme imposte dall'aereo. Siamo in ritardo sulla tabella di marcia che prevedeva arrivo alle 12 e partenza alle 13, Ma il nostro glorioso Badino persuade il comandante a comunicare alla torre di controllo che "sette italiani vorrebbero salire sul volo delle 13 Buenos Aires-Rio Gallego, aspettateli". Ci ha aspettati.
40

L'orecchio di Ugo si stappa. Dall'aereo guardando giù si vede: ombra dell'aereo, ombra delle nuvole, ma di montagna o di ghiacciai neanche l'ombra. Le alternative che si presentano per raggiungere El Calafate sono due: in pullman, cinque ore, 32 $, partendo subito, oppure in aereo, la mattina seguente, 1 ora, 30 $.
Scegliamo la prima. L'orecchio di Ugo si ritappa. Calafate oltre ad essere l'ultimo centro abitato civile con tutti i servizi compresi il telefono e la posta, è il nome di un frutto selvatico. La leggenda dice che chi mangia il calafate tornerà in Patagonia. Notte.
Il ventisette dicembre è dedicato agli ultimi preparativi fondamentali quali: contattare la gendarmeria locale e parlare via radio con Elvio (Giovanni), procurarsi cibo per il campo (io e Ube), prenotare aerei per il ritorno (Ugo e Tono) e altri dettagli che non starò ad elencare. Spreco invece qualche riga per descrivere l'emozione provata parlando via radio con Elvio. Un misterioso fenomeno ha reso la voce di Elvio via etere molto distorta. L'impressione era paragonabile a quella che si può avere ascoltando un sovietico che parla da un satellite in orbita. La sua voce restava riconoscibile per pochi dettagli espressivi e di intonazione vocale personalissimi e piemontesi tipo: "Che piesì c'am faa ssentiertie". Anche la storia dell'adesivo è buffa: la signora della radio ci ha chiesto di darle un adesivo della spedizione italo-sovietica Samarcanda. Si, vabbè, ma come fa lei a saperlo? Ne avevamo appiccicato una sul vetro di un bar e la notizia era arrivata da duecento chilometri di distanza prima di noi.
La sera ceniamo alla "Tablita" locale segnalato sul gambero rosso, e durante questa cena a base di carni e di vino (per la gioia di Ube) Jorghe sarà definitivamente arruolato alla spedizione. Jorghe l'abbiamo conosciuto in pullman e ci ha intervistati; affascinato dai programmi si è unito a noi. Si va a dormire, tutti tranne Tono che riesce a scrivere con la wonder nonostante qui la luce del giorno duri circa venti ore!
L'orecchio di Ugo si stappa.
Ventotto dicembre, sabato, sveglia ore cinque. Ore sei si sale su un pullman e dopo quattro ore vediamo El Chalten dove ci aspetta Elvio picapietra, detto così da "Giovanni il bianco" per essersi distinto in paese come quel tipo un po' matto che si costruisce una casa di pietra tutto da solo. Giovanni il bianco è un uomo sui settant'anni conosciuto in pullman da Badino che ci ha fornito preziose informazioni sugli alberghi. Dopo manifestazioni calorose di affetto Elvio ci porta a mangiare dal Gordo e poi, dice lui, potremmo riposarci un po'. Macché riposo, partiamo immediatamente alla volta del rifugio "los Troncos" vicino al lago Elettrico sotto il Fitz Roy, per un totale di sei ore a piedi.
Il tragitto con trenta chili sulla gobba di ciascuno è stato piuttosto gradevole, magico nel bosco di alberi fantasma, felicemente concluso nell'ospitale rifugio di Riccardo, personaggio di incredibile capacità casalinghe, che ci ha coccolati con pane e biscotti per non parlare delle torte di verdura, il tutto prodotto dalle sue dolci mani in una capanna di legno grande poco meno della Saracco-Volante. Ci diamo la buona notte sorseggiando un tiepido mate.
Piove tutta la notte e la mattina del ventinove il tempo non migliora. pioggia a intermittenza, tira vento e c'è bassa pressione. Dopo colazione tentiamo di raggiungere la zona del ghiacciaio leggeri, nello zaino mettiamo solo roba per bivaccare. L'avanscoperta viene puntualmente fermata da una densa nevicata con visibilità 5 metri, vento forte, pressione bassa. L'unico che prosegue è Giovanni, gli altri rientrano al rifugio. Tono, Ugo, Ube ed io proviamo a raggiungerlo senza successo. Ci rivediamo la sera.
Trenta dicembre, partenza alle sette sotto la pioggia con pressione alta in aumento. Procediamo ad oltranza. Grazie alla caparbietà di Giovanni e il buon motivo di aver attraversato l'oceano e due continenti per arrivare qui, non potevamo lasciarci fregare da un'insulsa serie di brutte giornate, nonostante Elvio ci invitasse ripetutamente alla rinuncia. Verso le
41

cinque di sera spuntano intermittenti raggi di sole e contemporaneamente troviamo un posto riparato per le quattro tende sulla parte di torrente non ancora invasa dall'acqua di disgelo, ai margini del magnifico lago Elettrico. Facciamo in tempo ad asciugare i vestiti al sole, montare le tende, cenare, e andare a dormire verso mezzanotte con le ultime ombre del tramonto. Il nostro sonno non si lascia turbare dalla pioggia torrenziale della notte.
Il 31 dicembre ore otto e trenta usciamo dalle tende accolti all'esterno da un caldo sole affievolito da un alito di vento. Attrezzati da ghiaccio questa volta raggiungiamo il ghiacciaio vero e proprio, il mitico Marconi. Risaliamo la morena basaltica e franosa lungo un sentiero segnato dalle Apalachetas (omini locali inventati dagli indios) al lato del fronte del ghiacciaio, in meno di tre ore superiamo la zona più pendente e più crepacciata per raggiungere il piano di scorrimento suborizzontale dove diverse lingue di ghiaccio si incontrano per formare i nostri anelati buchi. È lì che troviamo "Marconi uno" confidenzialmente detto "Tommaso Matilde Irene" in onore dei cuccioli di Tono, Nico e Paoletta, nati poche settimane prima. "Tom.Mat.Ir." è un pozzo che assorbe acqua in quantità sufficiente per non voler essere sceso da nessuno e, per il momento, ci accontentiamo di posizionarlo sulla carta con i dati forniti dal satellitare. Passeggiando troviamo "Marconi due" decisamente più ampio del primo e relativamente più asciutto. Posizioniamo anche questo e torniamo su "Marconi uno" per scenderlo, nel frattempo e molto rapidamente per il gran caldo la quantità d'acqua che vi si butta è più che raddoppiata essendosi innescato un secondo torrente di scioglimento superficiale. L'impresa tra i due fiumi verticali è di Tono che viene filmato e
Pozzo fossile sul ghiacciaio Marconi (foto G. Badino).
42

fotografato abbondantemente. Il pozzo è scendibile fino alla profondità di una decina di metri, poi è impraticabile per l'acqua ma si intravedono una o due gallerie orizzontali raggiungibili forse in orari e stagioni più opportuni.
Proseguiamo sul ghiacciaio in direzione nord-ovest cioè verso il colle che raccorda la valle glaciale del Marconi con quella dello Hielo Continental Patagonico, ma la possibilità di raggiungerlo viene drasticamente esclusa dalla chiara visione di enormi seracchi sospesi a monte dei canalini da attraversare. Così, torniamo sui nostri passi sempre alla ricerca di nuove grotte e ci cimentiamo nella discesa di "Marconi due". Siamo io da una parte e Tono dall'altra, si tratta infatti di due pozzi siamesi attaccati l'uno all'altro tramite una condotta molto lavorata dall'acqua e molto, molto bella. Alta un paio di metri, alla profondità di 10-12 metri dall'esterno. Sotto i nostri piedi molta neve soffice ci impedisce di fare qualsiasi valutazione sulla profondità totale dei pozzi. E' in questa grotta che Jorghe, Elvio e Lucio fanno la loro prima esperienza speleoglaciale. Disarmiamo e corriamo a preparare il cenone di capodanno che consiste in un primo piatto a base di pasta e liofilizzati, per secondo pollo alla strogonoff liofilizzato, e per dolce un chilo di chaure, frutto selvatico delle dimensioni di un mirtillo ma dalla forma, colore e gusto di una mela rossa, condito con la bevanda ufficiale della spedizione: succo di pompelmo liofilizzato; raccolto da me e Ariane sul sentiero del ritorno. Non sono mancati i fuochi d'artificio e le bottiglie di champagne. I festeggiamenti si sono ripetuti quattro volte: la prima a mezzanotte ora italiana, la seconda all'ora venezuelana, poi brasiliana e infine argentina.
Il primo gennaio '92 il sole riscalda i nostri risvegli. Dopo una magra colazione smontiamo il campo e facciamo un'ultima passeggiata per vedere le bocche del ghiacciaio, durante la quale Giovanni si prodiga nell'attraversamento in mutande del torrente gelido largo una ventina di metri. Tono riesce a seguirlo ma a me viene ordinato di non provarci nemmeno perché senza bastoncini è troppo bassa: il mio baricentro era al di sotto del livello dell'acqua e la corrente mi avrebbe travolta. Ci ricongiungiamo nei pressi del campo e ripartiamo verso il rifugio salutando il lago Elettrico. Qui troviamo Riccardo che ci aspetta per nutrirci con le sue leccornie calde.
Il due gennaio alle sette carichiamo i sacchi sui cavalli e ci incamminiamo verso El Chalten dove ci separiamo dai nostri amici brasiliani. Io, Ube, Tono, Ugo e Giovanni raggiungiamo El Calafate in autobus. Il pomeriggio del tre gennaio prendiamo l'aereo più piccolo su cui io sia mai salita, col quale, decollando sullo sterrato ci trasferiamo a Rio Gallego; arrivati all'aeroporto Giovanni sfrutta un'altra strisciolina di tempo per comprarsi un portafoglio enorme da businessman di pelle marrone orribile, "è meglio spendere bene cinque minuti che cinquanta dollari".
L'aereo per Buenos Aires può ospitare solo me e Ube. Ugo, Tono e Giovanni costretti a restare a terra andranno a vedere i pinguini. Già i pinguini, non sono riuscita a vederli. Chissà se sarà vera la leggenda del Calafate?

43

|
Attività biospeleologica 1991 |
A. Casale |
Autunno, inverno e primavera 1990-91 sono trascorsi in gran parte, per chi scrive, nel non sempre agevole pendolarismo tra Torino e Sassari, praticamente con cadenza settimanale, alla faccia di chi crede e sostiene (spesso giustamente!) che all'Università si lavora poco, o non si lavora affatto.
Una più stabile permanenza in Sardegna, a partire dall'autunno scorso, e la collaborazione con il Gruppo Speleologico Sassarese ormai avviata (o meglio continuata a partire da anni ormai lontani), mi consentono ora di guardare al prossimo futuro con maggiore tranquillità.
Tutto ciò non mi ha impedito di compiere, nel corso dell'anno da poco concluso, belle esplorazioni biospeleologiche in grotte sparse qua e là sulla crostra terrestre, nel quadro di programmi di ricerca che proseguono da lungo tempo. La breve relazione che segue sarà ripartita, come di consueto, per settori geografici.
Alpi Occidentali
A parte le solite visite di routine in piccole cavità delle Alpi Liguri durante il mese di agosto, vorrei ricordare una bella escursione, a giugno, al Buco di Valenza sopra Crissolo, con Claudio Ghittino: escursione per me importante, trattandosi di una delle poche grotte "classiche" del Piemonte che ancora non conoscevo.
La fauna cavernicola da citare (il Trechino endemico Doderotrechus ghilianii, Pseudoscorpioni, Diplopodi) è risultata abbondante, favorita dall'umidità elevata; molto interessanti anche le raccolte all'esterno, nella faggeta carica d'acqua, dove elementi endogei o dell'"ambiente sotterraneo superficiale", quali Doderotrechus crissolensis e Sphodropsis ghilianii, erano presenti, dato il clima, in condizioni particolarmente "superficiali".
Alpi Orientali
Tradizionale escursione primaverile-estiva nei Lessini veronesi. Interessante visita ad una piccola cavità naturale, difficile da localizzare ma abbastanza ampia e concrezionata, nella Valpolicella in compagnia dell'attivissimo Gianfranco Caoduro, e successiva esplorazione, ancora in sua compagnia, delle grandi cave romane della zona. Per l'ennesima volta, malgrado la presenza del suo scopritore, il "mitico" Lessinodytes caoduroi, straordinario Trechino afenopsiano descritto di recente, non si è fatto vedere. Normali reperti di fauna ipogea della zona: Orotrechus juccii, Diplopodi, Chilopodi, Crostacei Isopodi.
Molto piacevole anche la visita al laboratorio biospeleologico realizzato in cavità artificiali nella zona alta di Verona, presso l'Ostello della Gioventù: qui Caoduro, coadiuvato da amici veronesi, in terrari bene organizzati riesce ad allevare Protei, Opilioni, Isopodi e altri abitatori del mondo ipogeo, fra cui spicca il grande Trechino Italaphaenops dimaioi. Tutto questo con grande passione, e poco d'altro, in quanto i soliti conflitti di "competenza" (quale competenza?) fra varie aree politiche hanno impedito, fino ad oggi, un più organico funzionamento (e persino l'inaugurazione) del laboratorio stesso. Una normale storia all'italiana...
Puglie
A settembre, in occasione del XVI Congresso Nazionale di Entomologia a Martina Franca, l'amico Fernando Angelini, profondo conoscitore della fauna coleotterologica della
44

sua terra, ci ha accompagnati (con Pier Mauro Giachino, Augusto Vigna Taglianti, Massimo Olmi, Riccardo Sciaky) ad una piccola grotta presso Francavilla Fontana: solito orifizio in un uliveto nella grande gruviera delle Puglie, ma all'interno belle gallerie e salette concrezionate. La speranza era, ovviamente, di vedere in attività lo Scaritino endemico ltalodytes stammeri, ormai scomparso da Castellana (luogo della scoperta) e da altre grotte grazie alla "valorizzazione" turistica, a scarichi di fognature nelle falde acquifere e ad altre produttive attività antropiche, attività che riescono a cancellare, nell'arco di una generazione e nell'indifferenza generale, uno straordinario elemento di origine transadriatica, vero fossile vivente testimone di antichissime connessioni e di scambi faunistici nel Terziario, fra la fauna dinarica e la fauna italica. Nella grotta in questione il Carabide non deve essere raro, a giudicare dai numerosissimi resti fluitati alla base delle pareti concrezionate; ma nessun individuo vivo e vegeto è comparso. Interessanti invece i reperti di Pselaphidae, Collemboli; e di altra fauna di grotta.
Giachino, Sciaky e Vailati hanno poi visitato la grotta di Nove Caselle, dove l'Italodytes è comparso, seppur raro, e la grotta di Trecchina (Potenza), dove è stato ritrovato Duvalius caoduroi Pace, scoperto in anni recenti.
Kenya
Meravigliosa esperienza, in luglio, nella vera Africa dei sogni (quella delle cartoline e di Karen Brixen), fra savane, foreste e ogni sorta d'animali, nell'ambito delle ricerche sulla fauna extrapaleartica organizzate dal Dipartimento di Biologia animale e dell'uomo dell'Università di Roma "La Sapienza". Con Augusto Vigna, Stefano Zoia, Milena e Germana abbiamo vagato (spesso sotto la pioggia) fra le pianure e le più alte montagne della zona, sempre impossibilitati, per le pessime condizioni atmosferiche, a salire oltre i 3500 di quota.
In compenso, nel favoloso Parco Nazionale del Monte Elgon, ai confini con l'Uganda, abbiamo visitato due classiche "grotte degli elefanti" (già celebrate in uno dei primi numeri di "Airone"): la Kitum cave a 2400 m e la Makingeny cave a 2350 m. Si tratta di grotte laviche di grandi dimensioni, in piena foresta pluviale di montagna a Podocarpi e Juniperus procera, fra liane, licheni e cascate d'acqua, dove i pachidermi (difficilissimi da osservare in quell'ambiente durante il giorno) si recano nottetempo a raspare cristalli di sale sulle pareti delle grotte, anche a notevole distanza dagli ingressi. Tracce inequivocabili (di zampe e... organiche) dimostravano il passaggio anche nella notte precedente la nostra visita. Ripromettendoci un bivacco notturno in futuro, ovviamente con adeguate precauzioni, ci siamo limitati a raccogliere piccoli Artropodi (Pseudoscorpioni, e poco altro) presso i grandi depositi di guano sotto enormi colonie di grandi Pipistrelli.
Nei giorni successivi, la salita alla montagna è stata resa impossibile dalle condizioni della pista, trasformata in 30 km di fango, dove sia la nostra malandata Land Cruiser, sia i potentissimi Dodge e Land Rover dei rangers del parco, hanno subito ogni sorta di disavventure. La salita a piedi si è fermata poi a 3600 m, tra Lobelie e Seneci: ancora 600 m ci separavano dal cratere di vetta, ma le numerose orme di leopardo e di iena non rendevano consigliabile una lunghissima discesa notturna in foresta, senza alcuna possibilità di rifugio e di protezione.
Sardegna
Questa breve relazione si chiude con un cenno alle poche grotte visitate nella mia attuale terra d'adozione, acuì sono particolarmente legato dal ricordo di tanti viaggi e scoperte, e
45

delle mie prime ricerche biospeleologiche con il GSP, nel lontano 1970, al Bue Marino, sul Supramonte e nelle Barbagie. Una Sardegna profondamente cambiata da allora, quando a Cala Gonone, in pieno agosto, si dormiva e si mangiava nella vecchia scuola in pineta, si poteva parcheggiare un'auto senza problemi e, con qualche fortuna, si poteva pure incontrare la foca monaca nel Golfo di Orosei. Ma per fortuna le zone interne sono rimaste bellissime (per quanto tempo ancora?) e, sempre per fortuna, quando ci si occupa di biospeleologia si può restare agevolmente fuori dalle beghe di gruppi, di federazioni, di scuole, di soccorso, di "colonialismi" e di altre amenità che con regolare cadenza, e da epoca immemorabile, avvelenano l'attività speleologica esplorativa e tecnica.
Lo studio della fauna cavernicola, vivaddio, può ancora esser fatto con il GSP come con il GSS, e le piccole Università, per molti aspetti, presentano non pochi vantaggi rispetto alle mastodontiche, e spesso decrepite, strutture delle grandi Università metropolitane.
La mia permanenza nell'isola è stata inaugurata con due amene uscite primaverili alla grotta "Su Guanu", in comune di Pozzomaggiore (Sassari), con numerosi studenti e con le guide di Giuseppe Grafitti e Mario Mucedda del GSS. È una vasta grotta fossile, con grandi sale piene di Chirotteri e conseguente (da cui il nome) abbondante guano, che veniva un tempo estratto e utilizzato come fertilizzante. Grotta di importanza archeologica, si è pure rivelata di enorme interesse biospeleologico per la scoperta, di alcuni anni fa, di un Batiscino cavernicolo appartenente a un genere ritenuto esclusivo del Nuorese: Ovobathysciola grafittii Rampini & Sbordoni, che abbiamo osservato numerosa nel salone terminale in compagnia di abbondante fauna guanofila (il Carabide Actenipus carinatus, Staphylinidae, Ditteri), Ixodidae parassiti di Chirotteri sulle pareti, e altri elementi di grande interesse che non erano stati in precedenza rilevati nella cavità. Un'altra visita con Mauro Rampini, giunto appositamente da Roma per trasportare in laboratorio alcune Ovobathysciola vive, ha rivelato la presenza del Batiscino, in particolari condizioni climatiche (legate alla circolazione d'aria e alle variazioni di umidità relativa), anche nelle zone prossime all'ingresso.
Ancora nel Sassarese, e sempre con Rampini, Grafitti e Mucedda, abbiamo visitato nell'autunno la grotta verticale "Sa Ucca e' Mammuscone" (= La Bocca del Diavolo), in comune di Cossoine, altra grotta di grande importanza faunistica per la recente scoperta di Patriziella nuragica Rampini & Zoia (di un genere di Batiscini ritenuto precedentemente endemico del Supramonte). La ricerca al fondo della cavità, dove Mucedda aveva raccolto gli unici esemplari noti della specie, è stata però in quell'occasione del tutto infruttuosa.
In periodi diversi e con diverso successo, ma con l'immancabile Grafitti abbiamo visitato, nel Nuorese, "Sa Berca de Beppe Ninu" presso Silanus, e le grotte Pisanu (o Gurennoro) e Sos Jocos (o di Scavi Taramelli) presso Dorgali.
Nell'autunno inoltrato, infine, da ricordare una gita sociale del GSS nei rami attrezzati turisticamente (ma per fortuna senza turisti, dato il periodo e il disarmo delle barche di Cala Gonone) del Bue Marino. A proposito di quella uscita, a parte le poche osservazioni faunistiche e il fatto che era il mio primo ritorno a questa grotta dopo 21 anni, mi piace evidenziare come iniziative di questo tipo riescano a raccogliere, in una città di 130.000 abitanti, ben 70 persone disposte a fare alcune ore di auto su strada non tutta agevole, e con la prospettiva di una discreta marcia sotto una pioggia torrenziale che miracolosamente è cessata solo all'ultimo istante, già in Cala Fuili. Non sarà speleologia sportiva o esplorativa, ma certamente sono momenti di aggregazione amichevole che talora, nei gruppi, non guastano.
46

Altre attività
Pier Mauro Giachino e Dante Vailati, nell'ambito delle ricerche programmate dai Musei di Scienze Naturali di Torino e di Brescia sulla fauna del suolo e del sottosuolo, hanno visitato in maggio ben 14 grotte in Bulgaria e 5 in Grecia. I reperti sono stati di grandissimo interesse e sono ancora, in gran parte, in corso di studio o di pubblicazione (fra essi, un nuovo genere di Bathysciinae superspecializzati di Bulgaria, in stampa su "Fragmenta Entomologica" da parte di Giachino). E' stato fra l'altro scoperto un pozzo, di notevole profondità, nel massiccio dell'Arakinthos.
Nell'estate, ancora Giachino ha visitato, con Mirto Etonti del Gruppo Grotte San Marco di Venezia, alcune cavità di alta quota delle Vette di Feltre e del Cansiglio, pure con buon successo.
Cenni di bibliografia speleologica
Nell'anno che è trascorso sono comparsi o sono stati dati alla stampa i risultati di alcune ricerche condotte da chi scrive in collaborazione con altri biospeleologi e nell'ambito di diversi programmi di ricerca.
Ricordo, fra gli altri: un lavoro di una certa mole (Casale e Vigna Taglianti) comparso su Fragmenta Entomologica (Roma), su Duvalius di Grecia, con descrizione di ben 5 specie nuove scoperte nell'ambito di esplorazioni speleologiche dell'ultimo decennio (v. relazioni su precedenti bollettini "Grotte"); un lavoro su Bathysciinae di Grecia e Turchia (Casale, Giachino e Vailati del GG Brescia) su "Natura Bresciana", frutto di una campagna biospeleologica del 1990 e di precedenti raccolte da parte di ricercatori svizzeri; infine una proposta per una nuova sistematica filogenetica dei Bathysciinae (ancora di Casale, Giachino e Vailati) portata a settembre al Congresso Nazionale di Entomologia di Bari-Martina Franca.
47

|
Nebbia |
D. Girodo |
Ricordi: fumo e nebbia che il calore della musica evapora dai meandri più profondi della mente, stillicidio mentale di concrezioni encefaliche fragili ed effimere, da spolverare ogni tanto, da rivedere con gli amici per evitare che lo stivale del tempo, prima o poi, le schiacci sotto il fango del "giavvisto" o del "giaffatto"...
Nebbia
Autunno! i colori dei boschi sono veramente incredibili. La strada ritagliata nel bosco è un serpentello tropicale che dal fondovalle si snoda su fino al colle; due tornanti e "paff!": la nebbia.
- Cosa vuoi che sia, un paio di ore di sole si scioglierà! -
Le previsioni sono buone e fa ancora abbastanza caldo, e poi: - Checcefffrega, il sentiero l'abbiamo già fatto n+1 volte ed anche se non è ben tracciato, basta fidarsi dell'istinto -
- Val Pedro - sacchi e sacchetti ed in capo a 20 minuti siamo all'ingresso della grotta.
- Visto: facile no!
...Bella grotta, c'era anche qualcosina di nuovo da vedere, i soliti compari con cui conquistare il mondo, insomma proprio una bella punticina. Naturalmente sei degli ultimi ad uscire, perché è giusto che sia così.
Toh! Le stelle, che spettacolo: visto e stravisto ogni volta che lo riguardi da "vicino", quel cielo, è sempre più bello, e di nebbia neanche l'ombra. Un morso al panino avanzato all'entrata, una cicca e:
- Beh! ragazzi io mi incammino, incomincio ad avere freddo: ci vediamo alla macchina!! -
100 metri e come passo il colle mi ritrovo a galleggiare in un fantastico budino di nebbia. Poco male, basta tenersi in piano fino al canalone, giù fino all'altro piano e poi non dovrebbe essere difficile: 1 minuto che cammino?, 3 minuti? , 10? Del canalone neanche l'ombra, anzi l'ombra come concetto in sé, proprio non esiste più: la luce dell'acetilene penetra nel "budino" per ben tre buoni metri e diffonde in modo perfettamente uniforme una fosforescenza giallognola capace appena di creare la mia silhuette per terra!
L'alternativa dell'elettrico è ancora peggio: un bell'effetto speciale con cui si potrebbe giocare a Guerre Stellari, se ci fosse almeno un socio! Già e stragià, sono da solo; va be', vuoi l'avventura? E adesso goditela! Dunque se non ho visto il canalone vuoi dire che ero troppo alto, quindi bisogna abbassarsi: giù per la massima pendenza.
Facile adirsi: pochi passi e poi il dubbio: Non c'erano dei salti di roccia da 'ste parti? Brr! nessuna voglia di finirci sopra (o peggio sotto!) e quindi devio a sinistra (si fa per dire, perché ormai sopra e sotto, destra e manca sono un concetto piuttosto astratto)...
...Bisogna arrendersi all'evidenza: mi sono perso! Sarà meglio continuare ascendere fino a trovare la strada e poi risalirla fino al colle, sperare che la nebbia se ne vada o aspettare
48

gli altri? Decisione eroica:
- Goobioo! Goobioo! - Niente; finché c'è voce c'è speranza:
- Goobiooo! Goobiooo! - e finalmente risponde come un eco:
- Goobiooo!: Dove sei? - Domanda tra le più intelligenti che uno può fare, ed a cui la risposta altrettanto assennata non può che essere:
- Sono qui - e quindi: - Anch'io -
- Bellissimo, allora siamo nello stesso posto! -
Vai con le fregnacciate e dopo un po' i compari appaiono in tutto il loro splendore (si fa per dire, non c'è da montarsi la testa). Rapido consulto, congratulazioni reciproche per essere arrivati tutti nello stesso posto seguendo gli stessi ragionamenti, e poi si continua insieme.
Altri venti minuti e finalmente l'idea più geniale che mai avesse folgorato cervello umano negli ultimi 5-6 (mila) anni, illumina i rimasugli cerebrali del socio:
- Come fare ad orientarsi nella nebbia e di notte? Basta usare la bussola! -
Prima credi sia una battuta di basso contenuto umoristico, e invece quando vedi che quello che ha "cacciato" fuori da chissà dove è proprio il prezioso strumento che indica sempre il NORD, vorresti picchiarlo e baciarlo, o meglio farlo baciare dall'altro e riempirlo di botte...
Due conti, una leggera deviazione di 180° (l'ISTINTO, sic!) e la diritta via è ritrovata!
...Ogni giorno passato è un qualcosa di più che è andato a prendere posto nel cervello, in un angolino buio e remoto, che salterà fuori al momento opportuno, per farti sentire vivo, anche nei momenti di maggiore noia; in qualche remoto angolo del cervello, buio come questa notte senza luna, lucido come sono lucide queste stelle che brillano ad una distanza inconcepibile.
Quante cose sono inconcepibili! Questa stessa storia di grotta ed amici strani, questa storia fatta solo più di grotte, dove ti vedi solo più con gente che va in grotta, dove non c'è più spazio per gli amici "normali"...
Questa storia che è la tua vita, che vorresti diversa, molto più completa, fatta di molte altre più cose, ed invece "ridotta" a questa allucinante, fantastica corsa senza traguardi.

49

|
1994: fuga da Costacciaro |
P. Terranova |
Il documento che segue ha un grande valore storico ed emozionale. Prima dell'attuale regime democratico della Grande Speleologia Pacifica, nei bui anni della terribile Perugemonia, un oscuro poeta dissidente scrive una segreta missiva ad uno dei padri della Rivoluzione, Leloux Pavaroux.
La lettera squarcia il velo delle leggende e getta nuova luce sull'inizio della Dittatura e sulle spaventose condizioni mentali dei deportati nei tristemente famosi PhantaLager.
Campo di Concentramento di Kiokkio
6 novembre 1994 Anno II° E.P. (Era Perugina)
Caro Leloux,
se avrò avuto fortuna, il compagno dello Speleological Liberation Front al quale ho affidato queste righe sarà riuscito a passare la Linea Grottica e tu starai leggendo queste parole.
Dal mio giaciglio, sento le urla di Bianoux, tenuto in isolamento dentro una buca a neve da 6 mesi e nutrito solo con qualche spezzone di Edelrid. Ieri hanno riportato dentro anche il valoroso Badillon che aveva cercato la fuga verso le bianche scogliere del Raccordo Anulare con un deltaplano, Tullio Bernabois deportato sul Gran Sasso, Mike Shivel partigiano sulla montagna...
Gli altri, siamo tutti qui: tosti & sballoni, elite & poveracci, Guidotti & Grimandi, Buzio & Rocco Favara, Minciotti, Monteleone e gli allievi del 1° Corso GS Valli Pinerolesi!
Rastrellati nelle grotte di tutta Italia e confinati in questo incubo senza fondo. Ciò che più mi rattrista è la cancellazione delle nostre radici: che senso avranno i nostri sistemi carsici di vita, se ora si devono chiamare, per decreto dell'occupante, Piaggia Cucca o Burello Sbrego?
Eppure, cominciò quasi per ridere: ti ricordi i primi SpeleoCai, quelli ridicoli e innocenti? Sembravano il bollettino della Diocesi di Perugia impaginato da un maniaco sessuale reduce dal Vietnam!
Il n° 0 (che tale avrebbe dovuto restare) del 1° aprile 1990, quello famoso "SpeleoCai si o no? Si!". Avremmo dovuto dire di no, allora.
Di quel primo patetico assaggio, ricordo ancora come mi leccavano bene il culo a pag. 3: "Una frontiera da immaginare e ancora da costruire".
Amari presagi di muri di Berlino che risorgevano mi affollarono la mente, ma non percepimmo subito il pericolo.
Il n° 2 (Anno 1°- dicembre 90) già mordeva più duro.
Iniziava la trasfigurazione totemica di quei due poveracci di Eraldo e Marino, tirati di forza a fare gli eroi positivi di una presunta speleo-beat generation, dove tutti erano amici e le grotte stillavano miele e latte. Pino Guidi ne era l'ignaro anticipatore a pag. 16 - "Monte Canin, 20 anni dopo", un bell'articolo che sarebbe stato usato dal regime a fini strumentali...
Con "El Condor Pasa", a pag. 14, il salto di qualità nello scassare le palle alla gente era
50

fatto. Il Duca Kekko si dichiarava contro gli edonisti, chissà perché descritti come "segaligni e corvini" (riga 5): un evidente caso di transfert a sfondo auto-colpevolizzante...
Un delirante "Mein Krapfen", che mi fece giusto venire fame.
Ancora a pag. 14 ci si interroga "perché tanto successo della SNS: la domanda era valida nei secoli dei secoli... Sicuramente inspirato da Albert Hoffman e la sua lisergica scoperta, Consigli vede la scuola trasfigurarsi verso l'Unicità Indivisibile, altrimenti appannaggio su questa Terra solo dei cani mentre scopano ...(riga 2: ma non tirate in ballo il Maestro).
Notevole, a pag. 12, la schermaglia diplomatica con il barone Marbach circa una corda TSA "que vous n'avez pas testé..."; nell'ombra, il Grande Elettore del Vercors Ferdinand Petzl ghignava soddisfatto...
Interessante, a pag. 5 di questo numero, un piccolo, tecnico esempio di disinformazione: ci raccontavano che gli Inglesi avevano esplorato il Grande Bulok, di cui il Piccolo Bulok, esplorato dai Grandi Eroi della Speleo Nazionale, altro non era che "un modesto ringiovanimento" (righe 27-28, Il colonna): chiara applicazione a filosofie denigratorie di meccanismi inconsci tipo "la volpe e l'uva"...
Per il resto, rammento il felice senso di vacuità dei sensi che dava la lettura di questa Rivista del Grande Nulla Speleologico: una bella lattina di Phanta aperta al sole di agosto, sgasata ed appiccicosa...
Mi allarmai, caro Leloux, con il n°3 (Anno II° - dicembre 90)!
Alluvione di polemiche da parte di Kekko & C., pieni di energia vitale in quegli anni felici. Viene finalmente elaborato a livello teorico il concetto di "Public Enemy Number One", applicato ad una vasta gamma di genere umano e non:
- gli altri a pag. 4, "la Questione Morale";
- Astigo, e forse il nascente Glatss (N.d.A.: toccherà anche a 'sta cosa un bell'articoletto, nei mesi a venire...), a pag. 7;
- la Deregolazione ed un cazzo di fondo al Cucco, a pag. 11;
- la Costacciaro Connection, a pag. 9;
- congelamenti burocratici a pag. 20, con "coccodrillo giornalistico" a pag. 21 sul fatto che a Kekko era vietato il Monzino (in realtà non voleva comprarsi i ramponi).
Tra gli inebetiti lettori di SpeleoCai, si cominciò a fare strada un dubbio sulle reali intenzioni della rivista, poco pacifista, veterocomunista e parecchio arrivista. A pag. 9, la visione del CNS d'inverno mi apparve infine come la Risiera di San Sabba...
Un certo Michele Varin quasi sgarnò la strategia da Gladio dei poveri, con una lunga e intelligente lettera "sulle ideologie" a pag. 8: come sai, sconta attualmente 50 anni di punte forzate in fondo a Monte Cucco...
Ricordo bene come, nei vari numeri, facesse bella mostra di sé la Nomenklatura di Gruppo, tra tutti la pittoresca figura dello "scienziato di regime", normalmente Guzzetti (riciclato dopo un breve ed infelice periodo come polemista di punta) affiancato da Menicucci che la buttava più sul metafisico.
Naturalmente c'erano un sacco di articoli sui materiali che si spaccano, come le palle e i bulloni, TANTI articoli su Fantaspeleo prima-dopo-e-durante, Corsi CAI (corsi giusti per veri fusti) nonché INTERESSANTI sermoni di varie Specie Protette (Politici, buro-CAI, fanatici della SNS alla Medjugorie, ecc.).
Nel n° 4 (anno II° - agosto 91), la sedizione finalmente spuntava in forma "tecnica". In un
51

articolo cifrato alle pagg. 15 e 16 (Una questione alla volta: i Grossi Bulli), i golpisti ricevevano ordini da una misteriosa "coppia di serraglio": forse i quadri dirigenti del piano "Take Behind" (Prenditela Dietro)?
Il comandante dell'aviazione Felix Laroche, dopo essersi guardato allo specchio (pag. 13 - "Blob - la cosa più orribile che abbia mai visto"), prese in mano la cosa, la situazione. Effettuò una bella manovra aggirante di solidarietà pelosa con il famigerato Incontro CNSAS, meglio noto come il Casino di Arbatax ed attaccò frontalmente a pag. 14. Ecco la famosa "mozione all'unanimità" firmata da Boris Pugo, o forse mi sbaglio con qualche analogo avvenimento storico di quegli anni lontani...
Sai bene come andò a finire: pompando aria nel retto di tutta la comunità grottistica italiana, la più mediterranea delle pérete rimbombò dal Pasubio all'Alburno!
Sul momento li stangammo, con reti di Eusebio, Dambrosi e Minciotti più un'autorete di Petrini, ma tornarono alla carica e ci fecero fuori.
Resistemmo da Forti: l'ultimo luminoso bagliore fu l'assedio del Cassero di Porta Lame, con el Presidente Pablo Fuertes in piedi sugli scaffali della biblioteca.
Infine la resa, la deportazione delle tecniche, la carrucolina tatuata sul braccio...
Ora l'unica cosa che mi rimane del Periodo delle Grotte Libere è un ricordo confuso del bagno caldo di casa mia, delle mie mani che strappano lunghe strisce di SpeleoCai: ah!, avercele anche ora, quelle preziose rivistine formato A4, con quella bella carta morbida e traslucida! Qui scarseggia tutto e pulirsi sempre il culo con le mani - anche per me che sono affezionato all'operazione - alla fine comincia a pesare.
L'unica carta che circola qui è il libretto rosso del Mao che siamo costretti a imparare a memoria e salmodiare tutte le mattine: "Il Ded è il Male! Il Mao è il Bene!".
...Eppure verrà, verrà il giorno amato della Liberazione! Allora salirà dalle doline la gloriosa Brigata "Corno d'Aquilio", risorgerà la leggendaria Commissione e verrà restaurata la libertà. Questo è successo a mi' nonno e questo vedrò anche io!
Ma ora ti saluto, mi stanno venendo a prendere per la quotidiana razione di torture al Laboratorio Prove Materiali Umani! No pasaran!
|
|
Andrè MacGubet |

52

|
Recensioni |
|
|
Le grotte della Calabria |
A. Eusebio |
Felice La Rocca, Le grotte della Calabria. Guida alle maggiori cavità carsiche della Regione, 215 pag. , Nuova Ed. Apulia, 1991.
Bella applicazione dell'amico Felice che ha colmato un notevole vuoto sulle conoscenze speleologiche della Calabria. La guida, corredata di bellissime fotografie, per lo più dell'autore, si suddivide in due parti.
Nella prima, oltre ad una breve introduzione, vengono trattati argomenti di carattere generale: storia esplorativa della regione, la geologia, il carsismo, il catasto, le testimonianze preistoriche ed infine il folklore e le tradizioni popolari. Tutto ciò con dovizia di particolari ed in modo estremamente curato, direi con rigore scientifico, e corredando ogni capitolo di una bibliografia essenziale.
Nella seconda parte si parla delle grotte, suddivise su tre grandi aree (Pollino e Alto Jonio, Alto Tirreno e Alto Crotonese); in tutto sono trattate 25 cavità, tra le quali primeggiano l'antico abisso di Bifurto e la Grotta di Serra del Gufo. Non vanno comunque dimenticate le interessanti grotte nei gessi di fiorentina (e non solo) esplorazione (Grave Grubbo, Grotta della Stige...), che seppure di sviluppo non eccezionale (comunque superiori al chilometro) presentano morfologie veramente notevoli.
In conclusione quindi una singolare monografia che vale la pena avere in biblioteca.
Bravo Felice.
|
L'Italia in grotta |
A. Eusebio |
Andrea Gobetti, L'Italia in grotta. Vol. di 180 pag., Gremese Editore 1992.
E' finalmente venuto alla luce questo nuovo libro di Andrea. Diversamente dagli altri, di impostazione più filosofica, questo è altamente geografico.
Il Gobetti ci ha dimostrato che, oltre a scrivere bene, si possono fare guide di speleologia senza trasformarle in una noia mortale.
L'argomento trattato, non brillante di per sé, è stato comunque vivacizzato da alcune note di colore all'inizio di ogni capitolo e addirittura con l'introduzione di alcune leggende "speleologiche" nella parte finale.
L'opera si suddivide in due sezioni: nella prima l'autore introduce la speleologia (non dimentichiamoci che è rivolta ad un pubblico di escursionisti) ai non adepti, in tono scherzoso ma molto esaustivo, mettendoli soprattutto in guardia dai pericoli e dalle disattenzioni, banali e non, che ci possono coinvolgere nella pratica speleologica. Direi che è esauriente seppure contenuta e centra abbastanza bene tutti i problemi dei neofiti.
Nella seconda parte si tratta l'aspetto geografico; vengono descritte 143 cavità ed alcune zone carsiche particolarmente suggestive (come la Val Tanaro o il Ponte di Veia) a coprire ben 11 regioni.
La descrizione delle grotte è esauriente e precisa, e lo stesso Andrea le ha visitate una per una fornendo una immagine chiara e ben centrata.
All'inizio di ogni capitoletto delle varie regioni vi è una sintesi delle attività speleologiche con l'elenco dei gruppi grotte di quella regione. Anche questo lo ritengo utilissimo: permetterà infatti a chi vuole approfondire l'argomento di avere gli elementi per contattare i gruppi locali.
53

Nel complesso quindi un bel lavoro, molto equilibrato ed anche un po' suggestivo, solo la parte grafica non è forse all'altezza: i rilievi delle grotte infatti sono un troppo ridotti per essere usati sul serio e l'impaginazione a volte non permette riferimenti chiari.
Questo comunque non sminuisce affatto l'opera che sarà sicuramente un punto di riferimento non solo per gli escursionisti.
|
Per il sessantennio del GG CAI Schio |
C. Balbiano |
Leonardo Busellato e Gruppo Grotte Schio, Dimensione Buio. Edizioni Saligraf, Schio, novembre 1991.
Alcune cifre ci danno un'idea di che cosa è: 540 pagine formato A4, 3 chili di peso, 420 fotografie, tutte a colori, salvo le poche antiche, 459 grotte descritte, tutte corredate da un rilievo topografico, 238 voci bibliografiche.
Questo è in sintesi il volume che il Gruppo Grotte del CAI di Schio ha pubblicato per il sessantennio della sua attività, con l'egida del Cai ovviamente, della Società Speleologica Italiana e della Federazione Speleologica Veneta.
Non sono molti in Italia i gruppi che possono vantare un'attività continua per 60 anni ed è logico che in un periodo così lungo gli speleologi di Schio abbiano accumulato una gran mole di dati sulle grotte esplorate e studiate nel territorio di loro competenza, che corrisponde alla maggior parte della provincia di Vicenza. Al di là dei dati numerici, questo libro rappresenta il patrimonio geografico, storico, scientifico, sportivo di un gruppo di persone unite da una comune passione; in una sola parola che comprende tutto, direi che si tratta di un patrimonio culturale.
Il libro inizia colla storia del Gruppo Grotte; storia delle esplorazioni, ma anche e soprattutto storia degli uomini e della sezione CAI. E' chiaro che la storia della Speleologia scledense è intimamente associata alla storia dell'alpinismo locale e personalmente mi fa piacere notare che una posizione di rilievo è data a Toni Ortelli, per lunghi anni direttore di questa Rivista e che mi ha introdotto in questa redazione. Per il lettore estraneo all'ambiente di Schio, forse questo capitolo sembra un po' lungo e troppo ricco di particolari insignificanti (ricordi di riunioni e convegni, episodi personali, ecc.); ma bisogna comprendere il diverso punto di vista di chi questa storia l'ha vissuta.
Seguono le note geologiche e geografiche e quindi il vero oggetto del libro: la descrizione delle grotte, raggruppate secondo 14 zone geografiche. Di ogni grotta, anche delle più piccole, vengono pubblicati i dati catastali, la descrizione, le note tecniche, l'itinerario; insomma tutte le notizie che uno vorrebbe trovare. Grotticelle a cui di solito si dedicano poche righe di un bollettino ciclostilato, qui hanno l'onore di una pubblicazione esauriente, corredata da rilievi e fotografie. Ovviamente per le grotte maggiori, come per esempio il Buso della Rana o l'abisso di Malga Fossetta, la descrizione è più particolareggiata e comprende molte pagine. Le notizie scientifiche sono date però con molta parsimonia; infatti questa è un'opera divulgativa, tesa a far conoscere gli speleologi e le grotte di Schio.
In appendice ci sono 13 pagine di leggende collegate con le grotte; qualcuna è interessante e si legge con piacere.
A parte il titolo, che non lo trovo dei più felici, si tratta di un'opera veramente poderosa che ha suscitato in me, lo posso dire, ammirazione e anche un po' d'invidia per ciò che hanno saputo fare gli amici di Schio, e in particolare Leonardo Busellato, da oltre 30 anni guida infaticabile del Gruppo Speleologico.
Per eventuali acquisti rivolgersi alla sezione del CAI, Via A. Rossi 8, 36015 Schio (Vicenza).