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GROTTE

anno 34, n. 106 - maggio-agosto 1991

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

 

sommario

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Notiziario

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Attività di campagna

8

L'incontro CNSAS di Arbatax

10

Porte di Ferro '91

14

Il campo estivo '91 al Mongioie

18

Storie di ordinaria follia

20

Le esplorazioni di 'Ngoro 'Ngoro

24

Urissa e Berenucche

29

La prima spedizione speleologica italiana in Cina

37

Samarcanda '91

44

Il nodo a serraglio

46

Acidity, 249ª puntata

 

 

Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n. 11 DEL MESE DI DICEMBRE 1991.

SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE GRUPPO III

PUBBLICITÀ INFERIORE AL 70%.

Direttore responsabile: Leo Ussello

(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13.10.73)

 

Redazione:

Giovanni Badino, Giampiero Carrieri, Marziano Di Maio,

 

Laura Ochner, Riccardo Pavia, Loredana Valente

 

Foto di copertina di B. Vigna (Cristalli della Grotta di Valdemino.)

Bozzetti di Simonetta Carlevaro

Stampa: LITOMASTER,

Via Sant'Antonio da Padova 12

 

 

Stampato con il contributo della Regione Piemonte (Legge regionale 69/81)

Spedito ai soci SSI con il contributo di questa Società

 

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Notiziario

 


Novità esplorative

a cura di A. Buzio

     In Lombardia, un pool di tre Gruppi (GSP, ASC e GG Brescia "C. Allegretti") durante una battuta di 46 ore ai freatici di -900 in W le Donne ha trovato un nuovo approfondimento attivo (continua sia a monte che a valle, sia pure un po' stretto, non seguito causa piena...) e 350 m di belle gallerie freatiche molto ventose e... fangose. Nella zona di Monterone il GSV Cai Varese ha ormai totalizzato 6200 m di topografie alla "grotta della Maddalena".

     L'Associazione Speleologica Bresciana prosegue i lavori al Prefond di Punta dell'Orto (95Lo), -220 e oltre 2000 m di sviluppo. Una serie di disostruzioni ha consentito di rendere un poco più agevole questa fangosa grotta. Per l'immediato futuro è in programma una colorazione. Sempre l'ASB è a -105 su fondo nuovo alla "Laca Lachè", e sta esplorando alcuni nuovi buchi (in uno sono arrivati per ora a -100) sul M. Pizzoccolo.

     Sul Campo dei Fiori, il GSV Cai Varese, l'Aves (Associazione Varesina per l'Eco Speleologia) ed il Politecnico di Torino hanno effettuato la colorazione al fondo della "Grotta Remeron" (Lago Binda). Il tracciante è uscito 20 giorni dopo (regime di magra) nelle stesse sorgenti dalle quali fuoriesce l'acqua della "Grotta Marelli", a 2,2 e 4 km di distanza.

     In Veneto, il Gruppo Speleologi Malo prosegue sull'Altopiano di Asiago le esplorazioni al Giacominerloch: oltre 2000 m di sviluppo, -520 di profondità. Recentemente è stato esplorato il sifone terminale che però presto diventa impercorribile (strettoia). Sempre in zona il Gruppo Speleologico di Schio continua ad approfondire l'abisso di "Malga Fossetta". Il rilievo dice -974. Il GS Valstagna sta esplorando un nuovo abisso nel massiccio del M. Grappa; sembra che siano arrivati a circa -500.

     In Friuli, i Pordenonesi stanno lavorando sul Canin in un nuovo buco profondo per ora 100 m. Auguri!

     In Toscana sono oltre i -900 anche i Draghi Volanti. Il Gruppo Speleologico Fiorentino traversando sul P 180 finale (Pozzo Mealstrom) ha trovato un nuovo ramo discendente. In Valle Arnetola il GS Sottosopra di Modena ed il GSPGC di Reggio Emilia non paghi delle grotte di casa propria continuano le esplorazioni alla "Buca Alice" (M.te Pallerina). Tra strettoie, fango ed acqua siamo sui -220.

     In Sardegna è stato risolto il mistero della corda trovata dai Cecoslovacchi alla grotta del "Bue Marino". A quanto pare si trattava semplicemente di una corda lasciata da Hasenmayer durante la sua precedente esplorazione. Quindi per ora niente giunzioni! Sul Supramonte di Urzulei (Nu), il Centro Speleologico Cagliaritano ha topografato fino al fondo (-140) la già nota "Voragine del M.te Tumbulu".

     In Svizzera, nel massicio del Wildstrubel (Vallese) il GSV Cai Varese e la Soc. Speleol. Svizzera sez. Ticino hanno localizzato ed iniziato ad esplorare "l'abisso dei tacchini", per ora a -180 e 1 km di sviluppo. Stop su strettoia. 200 m dalle risorgenze... Molta aria ed ingresso a 2500 m di quota...

Alla Romagna il record di profondità nei gessi

     Speleologi di vari gruppi emiliani, romagnoli e di S. Marino hanno raggiunto il fondo del nuovo abisso scoperto nella Vena del Gesso romagnolo e siglato F10; esso è ubicato nei pressi del complesso Rio Stella-Rio Basino, con cui potrebbe anche comunicare. La profondità di -240 costituisce la massima finora nota al mondo in grotte nei gessi.

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La Priamara prosegue

     Si ha talvolta la sensazione che in Liguria non ci sia più spazio per nuove esplorazioni, ma per fortuna non è vero. La Priamara, gioiellino del Finalese, prosegue. Speleologi genovesi (alcuni figli d'arte) con imperiesi ed altri hanno superato il vecchio fondo (scavando naturalmente) trovando nuove gallerie che continuano con risalite.

Di tutto un po'

     Esplorazioni in corso sul Ballaur. L'ingresso è tra i più alti, l'aria è terribile e chiude a -150. Però dopo un traverso, una risalita, un altro pozzo... Articolo sul prossimo Grotte.

     Ci siamo incontrati più volte con gli Imperiesi e altri speleo liguri, dopo quel dicembre 1990, per trovare un'idea comune su cosa fare in ricordo dei nostri amici. Partiti da posizioni diverse, stiamo convergendo sull'ipotesi di un incontro-convegno per la primavera 1993. Le idee sono tante e per ora è prematuro parlarne, ma qualcosa di concreto si sta già muovendo. Ritenetevi fin d'ora tutti invitati a partecipare.

     Squadra di soccorso al lavoro: un paio di esercitazioni e interventi in forza e in miniera: uno sventurato cercatore di minerali entrato con tecniche naif nella miniera di Traversella in Canavese (una delle maggiori delle Alpi, ora abbandonata ma con divieto di ingresso), ha avuto la scaltrezza di arenarsi non al km 35 della medesima, ma a cinquanta metri dall'ingresso. Comodo è stato quindi recuperarlo con un paio di contrappesi una volta accertato quale dei numerosissimi ingressi avesse utilizzato.

     Stage di soccorso a Viozene: venerdì elicotteri, sabato, divisi in gruppi, Vene, parete e forra; alla sera discussioni, la domenica pioggia. Presenti una quarantina di tecnici fra piemontesi, liguri e ospiti (i soliti). E' riuscito benissimo.

     Dopo il corso si sono tenute in maggio alcune lezioni in sede su argomenti vari e si sono svolte uscite in palestra e in grotta soprattutto per agevolare l'inserimento in Gruppo degli allievi. Il 15 maggio si è stati alla palestra artificiale del Palavela di Torino, il 17 B. Vigna ha tenuto una lezione di foto speleologica e il 24 R. Pavia una di rilievo, il 26 ci si è esercitati alla palestra di roccia di Andonno, il 31 il gen. Amoretti ha svolto una conferenza in tema di speleologia urbana: le ricerche delle vecchie gallerie della Cittadella, alle quali partecipano anche vari nostri speleo.

     Bruno Steinberg e Paoletta hanno prodotto non una Ulriche o una Brunilde come tutti speravate, bensì una Irene.

     In questa ecatombe di riproduzioni annunciamo spazientiti la prossima uscita dell'ultimo figlio di Beppe Giovine (sempre con Susi) e di Andrea Gobetti (sempre con Giuliana).

     L'islamica unicità del corso di speleologia del GSP in provincia di Torino sta naufragando. I Giavenesi infatti ne stanno svolgendo uno con notevole partecipazione (27 allievi), e non è finita: anche a Pinerolo alcuni allievi di antichi corsi GSP, agganciati i resti del Gruppo Grotte locale, stanno organizzando un corso.

 

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Attività di campagna

a cura di B. Barisani e D. Grossato


1 maggio 1991, Buco nuovo all'Artesina. D. Bregolato, D. Girodo, D. Grossato, B. Vigna. Trovata molta acqua a causa del disgelo. Effettuata la risalita del salone sul fondo: nulla di fatto. Discesa di un pozzetto con acqua fino ad una strettoia da forzare. Donatella e Meo iniziano a rilevare ma l'inclinometro si riempie d'acqua...

     Zona di Dronero. G. Badino, U. Lovera, V. Bertorelli. Trovati un pozzetto e una risorgenza fossile. La zona è ancora da esplorare.

2 maggio, Grotta de la Mescla: M. Vineis e T. Fighiera.

4-5 maggio, Via col Vento (Campo dei Fiori, VA), G. Carrieri, R. Pavia, e Mantonico + speleo varesini. Due squadre per tentativi di risalita a -100 e sul fondo.

5 maggio, Fucino (RT). G. Badino con T. Bernabei: a visitare gli scavi delle gallerie romane dell'emissario artificiale del lago, e a vedere un cratere vulcanico profondo 100 m.

12 maggio, Grotta di Bardineto (SV). D. Bregolato, F. Cuccu, A. Eusebio, E. Pesci e la Pagano's band in visita.

     Val Maira. V. Bertorelli, R. Ferrein, D. Grossato, U. Lovera, P. Giacone, M. Pastorini, P. Terranova e famiglia, B. Vigna. Visti buchi di scarsa importanza e una risorgenza fossile che però chiude dopo pochi metri.

     Buco della Pallerina (Calizzano, SV). G. Carrieri e altri.

18-19 maggio, Abisso Ulivifer (Apuane). D. Coral con speleo del GSF. Armo sino a -400 in vista d'una prossima esercitazione di soccorso. Disarmata la diramazione laterale a -200. Riportate all'esterno vecchie corde.

     Valle Ontragna (Grigna). G. Carrieri + Rossella, S. Mantonico, Zambelli + Silvia, Giuliano di Bergamo.

19 maggio, Grotta di Baldiseolo. C. Curti, F. Cuccu, A. Eusebio, E. Ceruti, P. Piccolo, P. Rossetti, M. Pagano, I. Quagliotti. Rivisto il fondo ma non si passa. La corrente comunque si perde molto prima.

25 maggio, Orso di Pamparato, L. Borelli e M. Vineis in giro fotografico nella Sala della Chiocciola.

     Zona di Bardineto. Discesi da A. Gaydou due buchi nuovi promettenti.

25-26 maggio, Abisso Orione (Grigna). G. Carrieri, S. Mantonico con Franz, Stefano e Graziano di Milano. Superata la strettoia a -260, fermi su un pozzo.

     Abisso Bacardi. V. Bertorelli, U. Lovera, E. Pesci e due allievi. Tentativo di superare la frana terminale in una sezione laterale dei rami nuovi: vano, ma è opportuno cercare ancora.

1 giugno, a Bologna riunione CNSAS: A. Eusebio.

1-2 giugno, Abisso Orione (Grigna). G. Carrieri, R. Pavia, S. Mantonico, con i milanesi Stefano e Graziano. Esplorazione sino a -380.

8-9 giugno, Abisso Orione. G. Carrieri, S. Mantonico, Stefano e Graziano di Milano e due

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speleo dei Tassi. Esplorazione sino a -450 circa.

     Cima del Ballaur e zona Omega. M. Scofet e vari altri.

     Trovato e disceso un pozzo toppo dopo 10 m. Segnati buchi soffianti. Attività varia in zona Omega e disostruita in parte la strettoia di Fine di Mondo.

9 giugno, Grotta delle Vene R. Pavia. Misurato un aumento del livello dell'acqua di 1-1,5 m circa in un'ora.

15 giugno, Risorgenza di Bardineto. Giro fotografico di A. Gaydou, W. Giustino, M. La Rosa, M. Nicodemo.

15-16 giugno, esercitazione CNSAS alla Pallerina (Bardineto, SV), V. Bertorelli, G. Carrieri, A. Cerovetti, A. Colombo, R. Chiabodo, C. Curti, F. Cuccu, P. Giacone, D. Girodo, D. Grossato, A. Manzelli, V. Martiello, C. Oddoni, R. Pavia, E. Pesci, A. Eusebio, U. Lovera, W. Segir, P. Terranova, W. Zinzala. I baldi volontari del 1° Gruppo divisi in due squadre (i veterani e le nuove leve) operano un recupero del fondo all'uscita. Ricchi cotillons ai partecipanti, alcuni dei quali hanno avuto leggere difficoltà a tornare alle auto.

23 giugno, The Parker (Artesina). E. Ceruti, F. Cuccu, A. Eusebio, D. Grossato, L. Margaria, M. Pastorini, L. Valente, B. Vigna. Disostruzione di un buco localizzato durante l'inverno: saltino di 10-15 m e al fondo dello stesso un meandro che porta a una brutta frana; aria ce n'è. Vinto da Fof per la seconda volta consecutiva l'ambito colapasta d'oro: la consegna ufficiale deve ancora avvenire.

29-30 giugno, Porte di Ferro. A. Bianco, G. Carrieri, D. Coral, C. Oddoni, G. Nobili, R. Pavia, P. Piccolo, P. Terranova, con Mantonico (ASC), Meda, Ramon, Sasso (GSI), Marantonio. V. articolo su questo numero.

     Buco della Puerpera (M. Ballaur). D. Bregolato, D. Girodo. Superata una strettoia e la frana successiva con l'aiuto di "amici" comuni. Gli "amici" comuni si esauriscono e c'è un'altra strettoia da forzare.

     Mago Merlino (Marguareis). V. Bertorelli, A. Colombo, U. Lovera. Rivisto il fondo, nel frattempo richiuso da fango. Alcune risalite non hanno "illuminato". Confusione sulla circolazione d'aria.

30 giugno, The Parker (Artesina). A. Eusebio e L. Valente (più la loro vagonata di figli), D. Grossato, E. Molinaro, V. Martiello, M. Pavese. La frana resiste ai lavori di disostruzione.

6-7 luglio, Porte di Ferro. G. Badino, A. Bianco, Chiandussi, G. Girodo, V. Martiello, P. Meda, D. Grossato, G. Nobili, R. Pavia, P. Terranova. Esplorazioni e rilievo nelle gallerie sopra il p. 50 (v. art. più avanti).

13-14 luglio, Porte di Ferro. G. Carrieri, D. Grossato, R. Ferrein, Caramazza + ragazza (VR), L. Sasso ed Enzo (GSI). Esplorazioni di cui v. art. più avanti.

     Buco della Puerpera (Ballaur). A. Colombo, D. Girodo, M. Scofet. Forzata l'ultima strettoia si discende un P.10, in ambiente di frana molto vasto. All'estremità opposta della base del P.10 inizia un altro pozzo di 30 m che termina in un meandrino impraticabile. Attraversato il meandrino sull'ultimo cambio, in direzione ovest, si torna in ambiente di frana con un nuovo pozzo ancora da discendere.

     Battute sul Mongioie, versante Ellero. A. Bianco, D. Bregolato, L. Margaira, G. Nobili, M. Pagano, R. Pavia, Paola. Disceso il pozzo da 30 del B79, chiuso al fondo da frana. F. Cuccu, A. Manzelli e Stefania, V. Martiello e Simonetta, M. Pastorini, M. Viarisio, B. Vigna

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vista la famosa condotta di Meo, chiusa da frana quasi senza speranze.

20-21 luglio, Abisso Orione (Grigna). D. Coral, Mantonico, Rivadossi e Iarno (BS) ed altri. Forzata la strettoia terminale a -500, disceso un P20 e un saltino. Seguono un nuovo meandro e un'altra strettoia da forzare a -530. Presenza d'aria forte.

     Abisso Big Sur (Mongioie). D. Bregolato, F. Cuccu, G. Nobili, M. Viarisio. Passata la strettoia a -100 con due calcioni di Gianni. Alle spalle della strettoia c'è un pozzo sui 15-20 m con forte aria e con ingresso molto stretto, da allargare.

     Abisso della Scovola (Marguareis francese). V. Bertorelli, D. Girodo, D. Grossato, U. Lovera. Disarmo totale con recupero di 440 m di corda; tentato e riuscito (per modo di dire) il lavaggio delle corde a -250.

27-28 luglio, Abisso Orione (Grigna). G. Carrieri, S. Mantonico, Zambelli (ASC). Forzata la strettoia a -530. Un resoconto di tutte le esplorazioni di questo abisso sarà pubblicato sul prossimo numero.

28 luglio, Buco della Puerpera (Ballaur). V. Bertorelli, D. Grossato, U. Lovera, V. Martiello, P. Rossetti. Riarmata la cavità fino alla finestra sul P30. Superati un passaggio su frana e una serie di pozzi (P15, P8, P4), segue un meandro che si affaccia su un nuovo pozzo stimato sui 60 m (da discendere). In risalita a Daniele salta uno spit da lui stesso piazzato all'andata: gran culata fortunatamente senza conseguenze.

     Mongioie: battuta di D. Bregolato e G. Nobili.

30 luglio, Grotta Amale (Assergi, AQ). Tour fotografico di M. Vineis, sceso sul fondo del P20 con molta acqua. Visitata la sala dell'Argano.

Superfici di corrosione in zona A (foto B. Vigna).

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1-18 agosto, campo estivo del GSP ai Gruppetti (Mongioie). V. relazioni su questo bollettino.

2-3 agosto, Risorgenza di Stiffe (AQ). M. Vineis con A. Aliotta, B. Chiarelli e V. Pulsoni del GS Aquilano. In questa grotta, aperta al pubblico dal 20 luglio 1991 e gestita dal GSA, giro per foto oltre il limite turistico sino al lago con la grande cascata e visita di un ramo fossile.

     Risorgenza di Vaccamorta (Tornimparte, AQ). M. Vineis con P. Romani (GSA). Visita di questa grotta bella e concrezionata. A 800 m dall'ingresso parte una diramazione fossile sulla sinistra che conduce a un grande lago; superatolo con un by-pass, seguono 800 m di gallerie (utile la muta).

13 agosto, Inghiottitoio di Pietrasecca (Tagliacozzo, AQ). M. Vineis con amici del GSA. Proseguita l'esplorazione dei rami fossili. Forzata una strettoia che dà su una piccola sala concrezionata che chiude su fessura con aria forte. Rientrati nel ramo principale si prosegue fino al lago finale percorrendo circa 1 km dall'ingresso.

     Grotta di Fonte la Rocca (Tornimparte, AQ). Grande condotta forzata di 300 m con presenza di una molto inusuale cristallizzazione che si dice dovuta al passaggio dei Tir nella vicina galleria autostradale di S. Rocco.

24-25 agosto, M. Canin. E. Pesci con speleo di Pordenone in una grotta scoperta nell'estate da A. Cirillo. Eseguita una risalita sul fondo (-150), dove si trova un pozzo parallelo con discreta presenza d'aria. In fondo chiude su frana.

25 agosto, Buco della Puerpera (Ballaur). A. Colombo, D. Girodo, D. Grossato, U. Lovera. Domenico arma e discende il pozzo scoperto durante l'uscita precedente e che risulta di 80 m (60 in vuoto). Sul fondo un meandro: arrampicatina, un P6 e quindi strettoia con aria inversa (si è a -150). In risalita Ube raggiunge una finestra a circa 25 m dal fondo del P80: piccola frana in discesa e risalita da fare prossimamente.

31 agosto-1 settembre, Abisso 'Ngoro 'Ngoro. S. Bessone, F. Cuccu, A. Eusebio, U. Lovera, R. Pavia, E. Pesci, M. Viarisio. Sul fondo (-470) ad esplorare alcuni rami laterali delle gallerie a monte e a rilevarle per ben 1500 m. Riccardo Spielberg ha filmato molte scene durante tutta la permanenza in grotta.

     Vallone delle Masche (Val Ellero). S. Carlevaro, R. Chiabodo, B. Giovine. Ricercato inutilmente per ore un buco trovato da Arlo e Lucido 4 anni addietro. Scoperto un pozzetto con aria, da discendere. (Chi è che dice che con la nebbia non ci si perde? palle!).

 

 

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L'incontro naz. CNSAS di Arbatax

U. Lovera


     Nella prima settimana di luglio si è svolta ad Arbatax (NU) l'esercitazione nazionale di soccorso, che credo porti il numero quattro, organizzata dall'VIII gruppo. Inizio, per scaldarmi a scrivere delle cose che mi sono piaciute, dicendo che è stato indubbiamente un incontro denso, pieno di discussioni e incazzature che l'hanno reso tra i più significativi fra quelli finora effettuati. Se una discussione acquista significato in funzione dei temi che riesce ad affrontare, allora il convegno in Sardegna può dirsi immenso. Da capo: siamo partiti da casa consci che per una volta avremmo trovato differenze più accentuate del consueto; avremmo discusso davvero di impostazioni, di manovre con tecnici che per ragioni di vario genere tendono a non frequentare troppo le abituali assise. Un'occasione unica: presenti cento tecnici continentali ognuno dei quali è potenzialmente maestro e allievo.

     Dicevo che sono contento di come sono andate le cose. Non significa che sia andato tutto bene, significa che di fronte alle cose riuscite è molto più facile individuare gli errori e ovviarli. Si è visto come sia poco sensato utilizzare cento volontari in una sola manovra e in una sola grotta costringendo le persone a giorni di inattività e a turni di lavoro molto brevi. Sarebbe stato opportuno prevedere attività parallele in pareti: forre per provare manovre e nel contempo ingannare l'attesa. È mancato anche il confronto con i tecnici sardi perché impegnati sul fronte organizzativo o perché assenti; ci siamo quindi trovati a blaterare delle solite cose con i soliti cialtroni del Il o del VI gruppo. Ancora sui volontari sardi. Beppe Domenichelli si è di fatto un culo spaventoso garantendo di fatto lo svolgimento della manovra ma senza poter evitare che si accumulassero inconvenienti sui tempi.

     Dei quattro giorni trascorsi in Sardegna, tolte le sette ore passate in grotta, ho trascorso il resto a discutere: che non ero venuto a colonizzare nessuno, che non ero venuto in vacanza, che non considero bestie i sardi, che non me ne fregava nulla che il magazzino avesse previsto spezzoni anziché fettucce, dolciumi anziché formaggio, che i pasti fossero o no gratis; che ero invece furibondo per il fatto che l'oste si sentisse in dovere di trattarci come merde perché intanto i soldi arrivano da un'altra parte.

     Poi vengono le altre questioni. Indagini successive hanno appurato come la contemporanea presenza dello stage e di non so quale convegno di politici fosse frutto di pura coincidenza. Certo che ai tecnici presenti questa circostanza, acuita anche 1) dai manifesti elettorali del delegato locale nelle file del PSDI, 2) dalla presenza nel medesimo ristorante delle foto di Vizzini (PSDI) e di altri papaveri in compagnia del nostro oste, hanno fatto balenare nel cranio l'ipotesi che: a) in cambio della solita ricetta italica - mare sole mangiare bere dormire - fosse richiesta l'altrettanto italica muta condiscendenza alle curiose coincidenze di cui sopra, b) che l'incontro fosse stato venduto e che il nostro ruolo fosse quello di servi dei servi dei servi di qualche politico che va per la maggiore. Di qui reazioni diremo goliardiche che hanno provocato atteggiamenti antipatici che hanno scatenato risentimenti vari secondo la consueta logica che anni fa veniva denominata "innalzamento del livello di scontro" e che porta inevitabilmente, qualora i tempi siano sufficienti, alla guerriglia urbana.

     Questo per quanto riguarda lo stage. Di IV gruppo, di Sallustri, di Salvatori, di CNS, di Costacciaro e di Felice La Rocca invece preferiamo, come già scritto altrove, non parlare.

     Sullo stesso argomento riceviamo e pubblichiamo questa lettera aperta.

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     Caro Onorio Petrini,

con la presente vengo a te per parlare dello stage tenuto in Sardegna a luglio, quello CNSAS non quello PSDI (ti ricordi, vero?). Devo dirti che mi hai deluso parecchio sai, io ti conoscevo per sentito dire e ti immaginavo un politico scaltro, un delegato presente e con un certo peso in Regione riguardo al CNSAS.

     Quindi immagina la curiosità di vedere questo stage (se vuoi anche con un po' di orgoglio sardo), ma arrivato lì scopro che il politico è un "politicante" da paese, il delegato è fantasma, e in Regione forse passi dalla porta di servizio.

     Finalmente il primo segno dello stage: la segreteria; mi iscrivo e vado a piantare la tenda, ma mi viene da ridere quando scopro che sto per piantare la tenda nel posto riservato ai generali, lo spazio per la truppa è nell'altra metà del campeggio.

     Per le 2 del pomeriggio siamo arrivati tutti; manchi solo tu, e sono ormai le 17 quando arrivi (seguito da un codazzo di dubbie persone). Tra me penso: "ce ne va di tempo per spostarsi in Sardegna", mentre sto per imprecare contro la viabilità sarda mi dicono che arrivi da un convegno del PSDI; ma sì, dico, un po' di diplomazia ci va. Poi mi dicono che il convegno l'avevi organizzato tu, e che noi avremmo dovuto essere le majorettes della festa; ma te lo sei preso in quel posto, perché noi a questo gioco non giochiamo.

     Verso le 21 ,00 sono fatte le squadre: stupore! Su 50-60 volontari dell'ottavo gruppo, solo 6 sono in squadra; io stesso, per via del cognome non lo sono (per fortuna la "e larga" mi fa rientrare). A questo punto cominciamo a incazzarci, e per queste cose, non per il cibo, come pensa il tuo amico, quello fossile con i baffi; ma sì, dai che hai capito, il critico di moda del feudo umbro. Noi non siamo venuti lì a portare le famiglie al mare, ma per parlare di soccorso, scambiare opinioni, verificare tecniche e materiali nuovi (chissà se ve ne siete accorti, tu e "baffo umbro"), e per farlo con i volontari dell'ottavo gruppo, non solo tra di noi; ma tu ti sei guardato bene dal far sì che una cosa simile accadesse, impedendo che i "tuoi" volontari avessero contatti con altri gruppi (hai fatto bene, magari potevano scoprire che la realtà è diversa da quella che racconti tu al rientro dal continente). Questo è impedire l'unificazione delle tecniche, non la colonizzazione. E poi, sai, non per menarla con il sardo buono e ospitale, ma siamo venuti come spèleo, non come "conquistatores" continentali, e ci sarebbe piaciuto sentirci dare del tu, non dello stronzo che ha fatto il tuo portaborse. Vedi, non volevamo farti perdere la faccia o l'immagine, ma quei 5 minuti che hai discusso con noi sei stato proprio ridicolo, e l'immagine te la sei giocata tu, facendo vedere chi sei e cosa vali. Certo; "per il Dio Denaro non si guarda in faccia a nessuno", ma tutti quei soldi dati al tuo amico Efisio (dubbio personaggio padrone di campeggio e ristorante), quando potevano essere utilizzati in modo migliore, puzza un po'. Spero che i tuoi ti abbiano fatto i conti in tasca, anche se hanno fiducia in te e si sentono "degnamente rappresentati". Io, per quanto mi sforzi, non riesco a sentirmi rappresentato da te; sarà perché mi piace illuminare la grotta con la lampada a carburo e non con il sole nascente, sarà che in grotta non mi va di sentire odore di marcio, e sarà per un sacco di altre cose che mi piacerebbe che tu sparissi dall'ambiente CNSAS. E se proprio vuoi fare speleologia, falla con il tuo amico umbro, così almeno l'odore di marcio rimane circoscritto.

     Spero che per quello che ho detto non mi sgarretterai le pecore, né mi brucerai i pascoli, e se mai mi incontrerai non sputare per terra. Io in segno di pace ti invio un calendario, guarda la data: siamo quasi nel duemila.

P.S. scusa se ogni tanto ho tradotto qualche tua frase dal sardo.

Ciao

Francu Cuccu

 

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Porte di Ferro '91

G. Carrieri e R. Pavia


Premessa

     Dopo il periodo invernale, scarso di attività speleologiche per ovvi motivi, eccoci di nuovo alle Porte di Ferro.

     L'obiettivo è il solito: trovare la congiunzione con Labassa. Ora più che mai vorremmo trovarla e questa volta è una promessa che abbiamo fatto ai nostri amici recentemente scomparsi.

     Ma il Visconte ha deciso che i tempi non sono ancora maturi. Troveremo nuovi ambienti, ma non la tanto agognata congiunzione. Comunque Piemontesi ed Imperiesi hanno unito i loro sforzi e prima o poi riusciranno a raggiungere questo scopo.

date

partecipanti

note esplorative

 

 

 

29-30

giugno

1ª squadra: Carrieri, Coral, Oddoni e Piccolo (GSP), Marantonio, Mantonico

(ASC), Sasso (GSI)

Rivisto il ramo che parte da +50 del pozzo del Pentivio, precedentemente esplorato da Marantonio & C. Trovata prosecuzione con una sala e una galleria in forte pendenza (Bruttadonna) fino ad un piccolo attivo.

 

2ª squadra: Bianco, Nobili, Pavia e Terranova (GSP),

Meda e Ramon (GSI)

Scavi nella zona delle gallerie Cheschifo. Disostruito un meandro nel ramo di Aldebaran. Scavo di una condotta freatica al fondo dello stesso (chiudono entrambi)

6-7

luglio

Badino, Bianco, Grossato, Martiello, Nobili e Terranova (GSP), Girodo e Michele (GG Giavenese), Bodino e Meda (GSI)

Continuate le esplorazioni nella zona di Bruttadonna e rilevato tutto.

13-14

luglio

Carrieri, Ferrein e Grossato (GSP), Sasso (GSI) e altri

Risalita a monte dell'attivo dopo Bruttadonna (da completare). Risaliti circa 80 m nella speranza (vana) di arrivare al Buco degli Sciacalli.

 

 

 

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Alla scoperta di Bruttadonna

G. Carrieri

     Nella punta del 29-30 giugno, dopo essere divisi in due squadre (che restano comunque piuttosto "nutrite"), la prima risale il solito pozzo del Pentivio. Sembra impossibile che da questo pozzo partano così tanti rami, eppure a +50, dove già ne esistevano due, esplorati l'anno scorso, ne inizia un terzo.

     È Marantonio che ci guida: lo aveva già percorso (e rilevato) l'anno prima ma, chissà perché, questa spedizione non aveva avuto un sufficiente clamore. Così ci ritroviamo a distanza di un anno a ripercorrere un angusto meandrino con debole corrente d'aria, che dopo un paio di stretti e insignificanti pozzetti assume dimensioni più "umane" e diventa una galleria più o meno ingombra di frana che risale fino ad una saletta (circa 10x8 m) tra blocchi, da cui si diramano un paio di risalite: la prima retroverte decisamente e dopo una trentina di metri diventa una frattura verticale stretta verso l'alto; la seconda risalita (chiamata della corda rossa), già iniziata da Marantonio, parte dal centro della saletta per proseguire in pozzi ascendenti.

     Sembra un "pacco", tenuto conto della cronica situazione di malfunzionamento delle batterie del trapano, sembrerebbe intelligente fare dietrofront, ma (al solito) quando si decide di girare i tacchi è il momento buono. Mantonico si infila tra i blocchi e dopo una breve strettoietta sbuca in una bella sala (circa 20x20 m) che prosegue tra i blocchi in basso, mentre in alto occhieggiano un paio di camini tutt'altro che piccoli.

     La discesa tra i blocchi di frana (circa 20 m di dislivello) non è troppo piacevole, ma più in basso parte una galleria larga una decina di metri e inclinata di 30°, dal caratteristico soffitto piatto, tipico di molti ambienti piaggiabelleschi. Quelli della punta successiva la battezzeranno Bruttadonna, con chiara allusione alla somiglianza, in piccolo, con le più famose gallerie di Belladonna.

     Al fondo, la galleria interseca una frattura che con una ventina di metri di dislivello da accesso ad un piccolo attivo (5-10 l/s) stretto a monte e percorribile per un centinaio di metri verso valle, fino ad un fangosissimo sifone.

     Ci siamo spostati di parecchi metri dal Pentivio. Verso Labassa? Forse dopo il rilievo si vedrà.

Gallerie Cheschifo e ramo di Aldebaran

R. Pavia

     È strana e complessa la zona dove andiamo a cacciarci il 29-30 giugno. Il nostro intento è quello di rivedere tutti i punti rimasti in sospeso dalle esplorazioni precedenti. Cominciamo dalle gallerie Cheschifo. Alla base di un camino che conduce alle condotte alte, rivediamo una grossa condotta percorsa da una lieve corrente d'aria. Dalla parte a monte, chiude in una sala concrezionata, mentre nell'avalle sembra che si possa scavare nel fango secco. L'aria arriva da lì.

     Scaviamo un po' Piero Meda ed io, poi ci rendiamo conto che sebbene il lavoro sia fattibile, risulta troppo lungo per terminarlo in una punta e quindi abbandoniamo i nostri intenti, per spingerci verso il ramo di Aldebaran, oltre le gallerie Cheschifo, nel luogo più lontano dall'ingresso delle Porte di Ferro. Da questa zona, si è distanti poco più di 200 metri in linea d'aria dalle gallerie del Minotauro di Labassa.

     Là ci dividiamo: Meda e Ramon disostruiscono un meandro al fondo di un pozzo, mentre Nobili, Terranova, Bianco ed io scaviamo sul fronte di una condotta (sezione 2x2 m), completamente intasata di fango. Il risultato purtroppo è deludente: il meandro chiude dopo un saltino di un paio di metri, mentre lo scavo della condotta, benché semplice soprattutto per-

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Porte di Ferro - Rami sopra il Pentivio (rilievo)

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chè si può lavorare comodi, diventa impossibile per il fango troppo duro. Dò un'occhiata ai sassolini immersi nella matrice fangosa: sono di quarzite e porfiroidi.

     La galleria è stata chiaramente intasata da sedimenti morenici. Più che plausibile, perché 50 metri sopra le nostre teste passava un tempo il ghiacciaio della Chiusetta, che ha "scaricato" (probabilmente da un inghiottitoio) parte dei suoi sedimenti di fondo.

Una corsa verso Labassa

R. Pavia

     Siamo in tanti il 6-7 luglio ed è grande la speranza di entrare in Labassa.

     Scendiamo con calma e sostiamo per il the nella zona del Pentivio. Poi ci dirigiamo verso la zona da esplorare. Rileviamo e sistemiamo alcuni armi. Giunti alla sala della Corda Rossa ci dividiamo in due squadre. Giovanni Badino con i Giavenesi fa un'arrampicata, mentre noi scendiamo nella galleria di Bruttadonna e la battiamo palmo a palmo. Arrivati sull'attivo, ricontrolliamo sia l'amonte che l'avalle, purtroppo senza esito positivo. Michele e gli altri ci raggiungono ultimando il rilievo.

     Discendiamo un ramo parallelo a Bruttadonna che si infogna in frana. Al ritorno cerchiamo di comprendere il gioco delle correnti d'aria: buona parte risale dal pozzo della Corda Rossa, un'altra parte si perde nei rami a monte, mentre l'aria del fondo di Bruttadonna scende dall'amonte dell'attivo per risalire e perdersi nei camini della grande sala dove si intravvede una possibile arrampicata. La prossima punta darà una risposta a questi interrogativi.

Risalita verso gli Sciacalli

G. Carrieri

     Il 13-14 luglio riprendiamo il "lavoro" della risalita della Corda Rossa. Questa volta siamo in sei, più ragionevole quindi dividersi in due squadre. La prima con Sasso e compagni tenta con poca fortuna di dare un'ulteriore occhiata a Bruttadonna e inizia la risalita sulla zona a monte del ruscello al fondo di questa. La seconda (dove è lo scrivente) parte proprio dalla Corda Rossa per cercare di capire come è fatta la regione sotto il Buco degli Sciacalli, cioè nel tentativo di arrivare dal basso all'ormai mitico buco che da un paio di anni è in corso di disostruzione poco sopra la frana della Chiusetta da parte degli amici imperiesi.

     Risultato: una chiavica. Dopo un'ottantina di metri di risalita tra pozzi e pozzetti, ci "stampiamo" in una fessura ascendente impraticabile: la corrente d'aria soffia debolmente verso l'esterno, dovremmo essere sopra quota 1810 slm (quella della piana della Chiusetta), forse a pochi metri da un irraggiungibile esterno. Niente da fare.

 

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Il campo estivo '91 al Mongioie

B. Giovine

con l'ausilio degli appunti di B. Vigna


     Ancora una volta il nostro Meo è andato a segno. Animatore tenace del campo '91, la sua ferma convinzione che anche il Mongioie dovesse, prima o poi, aprire almeno un accesso alle sue viscere, ha fatto sì che un'ampia schiera di proseliti lo seguisse nell'alto Monregalese.

     Un bel campo, la giusta convinzione e soprattutto la voglia di lavorare, hanno contribuito al buon risultato. Giornate intense, non troppo massacranti, con numerosi gruppi al lavoro in zone diverse, in un giusto equilibrio di forze e materiali. Serate piacevoli, allegoriche e "fumanti" con qualche bicchiere di troppo.

     Dovendo fare un confronto con gli ultimi campi estivi, quello di quest'anno, almeno per chi scrive, ha dato modo di ricordare in più occasioni i "bei tempi!". Senz'altro oggi inciampiamo con una frequenza incontrollabile in bambini d'ogni sesso, età e dimensione. Molti di noi si ritrovano in po' incanutiti, altri ricordano le folte chiome che si interponevano piacevolmente fra il casco e la capoccia, ma la grinta, quella non manca.

     Peccato che sul più bello il buon Meo abbia preferito i polpi negli abissi marini della Corsica, lasciandoci spersi fra i suoi monti, e senza poterci salvare nel momento in cui siamo precipitati nell'abisso di 'Ngoro 'Ngoro. Non ci ha potuto aiutare mentre ci perdevamo nelle gallerie del fondo! Ma da buoni compagni lo abbiamo ricordato in ogni momento. Soprattutto quando al grido "Avanti Savoia!" scendevamo il pozzo Fautea!. Pur risparmiandoci il meandro di Bonifacio! (o forse no!). Ma non c'è stato nulla da fare, per lui, la voglia di mare era troppo forte!...

     E-Civoleva, Gruppetti, Baygon, Big-Sur, B70 e molti altri, adesso sono chiari riferimenti su cui lavorare per il futuro. Sempre che ne avremo voglia! Speriamo! In fin dei conti... è proprio un bel posto!

     Il campo si è svolto dall'1 al 21 agosto presso il Gias Gruppetti, sul versante dell'Alta Val Ellero del Mongioie. Rifugio d'appoggio l'Havis De Giorgio del CAI Mondovì (Mariolino, Beba & Silvia).

     Vi hanno partecipato Meo Vigna & Family, Donatella Bregolato, Elio Pesci, Beppe Giovine & Family (+Omar), Riccardo Pavia, Schroeder & Patacca (Fru'Fru') (nominati sul campo rispettivamente magazziniere e vice), Fof, Ube Lovera e Valentina Bertorelli, Daniele Grossato, Laura Ochner, Piergiorgio Baldracco & Vittorio, Gianni Nobili, Massimo Pagano, Andrea Manzelli & Stefania (la Manza), "La Giaven' Air Force: Girobrodo (Domenico), Michele, Renato, Daniela, Liliana", Andrea Gobetti & Family, Eliana, Ivano, Tiziana, Elvira, Trota, Ianez & Bergio (il Serra), Segir & Family & qualcuno in più, Agostino e Gigio dall'Est, Terranova & Family, Marco Gavacci e la piccola Silvia (Versiliese Pietrasantino), Dorigo Moreno (G.S. Sacile), Giacomo Zamparo (G.I.Friulano), Piccino & la Marisa, Silvia e Daniela dalla Versilia, Lorenzo "Z", Arlo & Simonetta, Gaydou, Banfo, Marco Narjella, Lucia & Claudio Oddoni, Giustino, Cristina.

     Giovedì 1 agosto e il giorno successivo avvengono gli arrivi e la sistemazione delle prime tende.

     Sabato 3, Beppe, Meo, Susi, Marghe, Donatella, Omar in zona Saline a vedere buchi segnalati e visti precedentemente. Scavi in zona bassa senza risultati e salita in zona Saline medie. Trovata fessura con aria forte ed un buchetto anch'esso con aria, ma entrambi impenetrabili. In serata arrivo al campo

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del grosso dell'armata: un lungo "bruco" è segnalato in transito sull'impervia pista che da Rastello conduce a Pian Marchis, quindi al Gias Bellino sino ai prati in prossimità del campo, raggiungibile con 10 minuti di marcia. Con qualche spintarella, qualche corda, retromarcia e bestemmie, tutti riescono a raggiungere la mèta (anche se almeno la metà sarà costretta a sostituire pneumatici o rivolgersi ad un carrozziere).

     Domenica 4 si monta il campo. tendone, generatore, radio. Partita al pallone. In serata Meo e Vittorio trovano una condottina in parete sopra il campo. Piove.

     Lunedì 5, inizio delle manovre. Fof, Vittorio, Massimo, Liliana, Ivano e Tiziana a scavare la condotta sotto Big Sur. Scavo inutile: due metri di frana scavata, quindi continua su una spaccatura del "menga" con aria forte, ma poca voglia di continuare.

     Giorgetto, Andrea G., Giustino: guardata con attenzione la testa della Tartaruga: niente aria, né grotte Visto G2. concrezionata con cristalli, ma chiusa e senz'aria.

     Beppe, Valentina, Domenico al B44 che chiude in frana, poca aria, niente di buono.

     Valentina e Domenico iniziano l'armo al B11

     Laura, Beppe e Omar in battuta in zona B senza trovare nulla di buono: trovato pozzetto non siglato con aria debole (-10) a 20 m dal B44. Visto anche il B15, che non dà nulla.

     Ube, Meo, Daniele e Manzo al B70. Scesi i pozzi iniziali con molta neve. Manzo non passa la strettoia a -20. Poi Meo e Daniele rinunciano alla strettoia successiva. Prosegue Ube fino all'ultimo saltino fermandosi su un brutto saltino. Nell'attesa Meo e Daniele risalgono un meandrino e trovano un P28 che armano e scendono. Sopraggiunge Ube e si tenta di superare il meandro finale, con aria discreta aspirante, da allargare a "gomitate".

     Michele, Renato, Liliana e Daniela battono la faglia destra di zona A/B del campo e trovano alcuni buchetti, ma nulla di buono.

     Maurilio, in battuta in zona Colme, trova l'ingresso E76 che ha aria forte ed aspirante.

     Donatella & Gianni in zona H vedono un buco non siglato, passabile, con aria soffiante.

     Martedì 6, Giorgio, Andrea e Laura in battuta in zona A, trovano un buco che parte su un pozzo da 100 (?????) da disostruire. Salgono in zona E e si riuniscono con gli altri

     Renato, Daniela, Liliana, Fof, Meo, Marghe, Maurilio, Vittorio, Massimo, Ivano, Eliana vanno al buco dei Giavenesi visto il giorno precedente: si scava, ma l'aria arriva da una impenetrabile fessura. Tutti in battuta in zona E, senza trovare nulla di buono. Andrea G. discende E2 fino a -20, dove chiude in pietrisco. Meo batte la cresta che scende verso la zona A, ma non trova nulla, Renato e Michele aprono e discendono un pozzetto fino a -8, chiuso da neve. Scendendo, Andrea G., Liliana, Andrea Manzelli, trovano una condotta da aprire, con aria forte. Andrea scende E6, ma nulla di buono. Al B11 Domenico, Daniele e Vale guardano bene l'intero pozzo, forte aria a metà, ma null'altro. Elio, Ube, Gianni, Donatella e Riccardo, al Big Sur: allargata e superata la fessura finale incontrano altro tettonico con una condotta di circa 30 metri, chiusa al fondo da fango. In risalita scoprono un P15 da scendere, dopo avere allargato una strettoia iniziale, con aria molto forte!

     Mercoledì 7, al pozzo in zona A. Fof, Michele, Renato, Domenico, Manzo, Vittorio, Elvira, Massimo, Cristina, Maurilio. Mega scavo con "Santa Barbara". Si tornerà. Al B8. Andrea, Giorgio, Laura, Ube, Elio, Riccardo & Liliana, Meo, Marghe e Giuliana. Viene sceso un P15 e un P8: al fondo un pozzettino con aria forte, ma occorre ancora scavare. A termine, tutti alla condottina di Andrea. Mega scavo filmato in diretta: si riesce a passare dopo avere "svuotato" un P6. Ube e Andrea si fermano su un P30 inclinato. Gianni & Donatella in battuta sotto la Tartaruga, zona H: visto E63 con aria forte.

     Ivano e Eliana in battuta in zona G.

     Trota, Valentina, Daniele al Big Sur: scendono al fondo a recuperare l'arpione lasciato da Trota la volta precedente. In discesa si fermano a vedere la strettoia da disostruire nel ramo dei Tunturroni. Vista una grossa condotta che si affaccia a metà del Tonto Pozzo, ma svanisce contro un meandro di opposta direzione che viene risalito e scavato in basso (sono due condottini-laminatoi). poca aria, frana in basso.

     Giovedì 8, Fof, Massimo, Renato, Michele e Domenico: sceso e rilevato il Pozzo Tenetevi Forte! in zona A (il "-100", per intendersi): profondità 30 m, sviluppo 31 m, toppo in frana su terra (imprecazioni a piacere ...).

     Meo, Mauro, Gianni & Donatella, Riccardo & Liliana, Trota & Pesci (Merluzzo & Baccalà), Ube &

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Vale, Girobrodo, Renato, Daniele: con batterie e trapano alla disostruzione della ex condottina, ora pozzo, in zona E. "E-civoleva" (2080 slm) Dopo vari tentativi Valentina scende supera la prima strettoia e percorre un pozzettino di pochi metri, quindi incontra una nuova strettoia oltre la quale c'è un pozzetto più ampio dei precedenti, profondo circa 5 m. Meo ed Elio, con altri, al sole.

     Ube ritrova una grotta siglata con E9 (2095 slm).

     Meo lascia il sole per scendere un pozzo da 20-25 m con al fondo una frana da scavare (serie di

pozzetti. bel meandro!) ("È-piùalto").

     Percorsa la fascia di calcari dal campo al passo delle Saline ponendo particolare attenzione ad un

ripiano molto fratturato dove una apparente condotta si è poi rivelata una nicchia.

     Giorgio trova un pozzetto con aria, soffiante, da disostruire. Si trova sotto la verticale di una parete di cretaceo evidente, in mezzo a blocchi di frana. Giorgio, Andrea, Laura, Vittorio, Eliana, Ivano trovano un buchetto, segnato GSP, soffiante, nei pressi di G2 ed iniziano lo scavo.

     Venerdì 9, Fof, Mauro, Domenico, Renato, Liliana a "È-piùalto", iniziano lo scavo della frana terminale a -25 entrando in un meandro che porta sino ad un terrazzino con P10 sottostante. Attraversato in alto e disceso un P8, un meandrino di 5m e strettoia ("ce l'ho in mano che si muove") viene superata da Mauro con nove manzi. Seguiranno un P3 ed un P15, quest'ultimo da scendere: aria forte!

     Meo, Ube, Vale, Elio, Daniele e un "tot" a "E-civoleva". allargano ancora la strettoia iniziale scendendo con una serie di pozzettini a -60 circa, fermandosi poi su uno stretto meandrino con aria molto forte. Provano a passare da un ramo parallelo, alto, che va a ricollegarsi più sotto.

     Ivano, Eliana, Walter in zona Biecai. Nei pressi del Gias del Lago, il pastore li accompagna a vedere una piccola cavità con un P10 iniziale. Nei pressi visti altri buchetti. In zona Cima Serpentera, un altro pastore li accompagna sotto la cima (10 m ca) fino ad un meandro (P25?), quindi sotto il Gias Nuovo, sempre il pastore indica un pozzo da scendere

     Giovedì 10, Fof, Dome, Mauro, Renato, Andrea all'"È-piùalto". passata la strettoia, sceso il P15, trovata una finestra, da rivedere, ma sul fondo frana marcia. Meandrino da allargare a -60.

     Beppe e Daniele a "E-civoleva" superata la strettoia, nuovo meandrino che ferma anch'esso su strettoia a -10 ca, oltre la quota già raggiunta. Ivano, Eliana e Walter in zona G al GSP87: scendono per 20 m fino ad una strettoia con aria soffiante, che viene disostruita in parte.

Presso l'ingresso di 'Ngoro 'Ngoro (foto B. Giovine).

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     Domenica 11, Andrea, Beppe e Riccardo a "E-civoleva" scendono aprendo altre due strettoie, sempre in piccolo meandro. Sul fondo vengono sorpresi da una piena che li blocca per un paio d'ore (della serie "È andata bene", il tutto è filmato in diretta).

     Sergio, Vale, Ianez, Andrea & Stefania, Arlo & Simo, in zona F sopra il Big Sur: trovato un P10 con frana da passare.

     Fof, Agostino, Gigio, Piccino, Pierangelo in zona D ed E. Interessanti il D10 e l'E32, da rivedere.

     Liliana e Marilia scavano in una condotta, ma senza speranze. Trovato un buchetto con aria, poca, in zona E da scavare.

     Ivano, in zona G, trova finalmente G1 e lo scende per pochi metri.

     Meo, Ube, Donatella & Gianni al D8 (D'otto? Bah!): scavano nella frana finale, ma non c'è verso di riuscire a passare. Risalita sotto diluvio: la disostruzione ha l'impressione di voler essere cosa molto ma molto lunga.

     Al campo inondazione generale ad opera dell'urissa appena passata.

     Lunedì 12, Meo, Ago e Gigio al Big Sur. scavi nella condotta al ramo dei Tunturroni. Sul fondo della condotta si aprono alcuni buchetti con aria medio-forte, soffiante sia dalla frana, sia dal pozzetto laterale che viene scavato ed allargato.

     Domenico, Daniele e Pierangelo a E-civoleva: continuano i lavori di disostruzione superando il precedente fondo ed incappando in altre strettoie due metri più sotto.

     Manzo, Gianni, Trota al Baigon. armato fino al terz'ultimo pozzo (200ca). Visti alcuni stretti meandrini nella zona oblò. Aria notevole ma con zone soffianti intermedie.

     Beppe forza la condottina sopra il campo, aria discreta: si ferma a 10 m dall'ingresso su altra strettoia da lavorare. Inizia a piovere, interrompe i lavori. Fof, Walter, Susi, Omar e gagnetti vari, in battuta nella zona soprastante (alcuni grossi pozzi toppi sul fondo).

     Cena collettiva al Rifugio Mondovì. lunga e perigliosa la strada del ritorno. Beppe, con problemi di avviamento (al fuoristrada ovviamente) adopera la tecnica del "salto nel buio" (bleah!) per ripartire.

     Martedì 13, Ube, Daniele e Domenico a E-civoleva. passano la strettoia n° 430, quindi 20 m di ripido meandro, dove cambia roccia (entra nei calcari del Dogger) con un nuovo meandrino. Domenico si esibisce in "presa del macigno".

     Beppe, Vale, Simo, Marco (il versiliese) al Big Sur. Vale riesce a scendere nel pozzetto al ramo dei Tunturroni per 8 metri. Al fondo chiude, ma una finestra a 6 m immette in un pozzetto di alcuni metri.

     Strettoia d'accesso al pozzetto laterale lunga circa 40 cm, da aprire. Allargata la strettoia iniziale.

     Fof, Ago, Papà, Moreno e Giacomo: ad allargare l'ingresso dell'A29 (come di solito esagerano!).

     Meo, Marghe e Bruni in battuta in zona 'Ngoro 'Ngoro: viste alcune condotte.

     Mercoledì 14, gita sociale a 'Ngoro 'Ngoro: pic nic, cori alpini, bambini in arrampicata libera, narghilè, pallone etc.... Nel primo pomeriggio il risveglio delle anime esploratrici: una ventina di persone in mega battuta alla "vai che va bene" su entrambi i versanti della dolina: giusto per farsi un'idea. Omar, sulla destra, trova una spaccatura di una trentina di metri, impraticabile. Poco più in là troviamo che Pizzoglio non ha catastato un'insignificante condotta cieca! Ah... questi biellesi! Una pioggerellina ristoratrice spinge a valle donne e figliolanza. Valentina, in solitaria, a Big Sur "rimuove" il masso al passaggio della Tafanaria nel ramo dei Tunturroni. Ube si rifugia in una condotta soffiante, passabile: rimanda.

     Nel tardo pomeriggio, attirati come falene dalla giacca fosforescente di Agostino, i nostri si radunano colà per scoprire chi giaceva. Beppe ed Agostino, avevano lasciato la massa di battitori portandosi sul lato sinistro, verso la Tartaruga, in prossimità della forcella di accesso alla dolina.

     Si erano spinti in un nevaio dall'aspetto di ciò che un tempo era sicuramente un imbotti-pozzo, sino ad una finestra con fortissima aria, soffiante. Inoltre veniva loro mostrata una interessantissima "doccia" sotto la quale iniziava a "titillare" un piacevole meandro ostruito da un "paleolitico preservativo" poco dopo l'ingresso. Quanta aria: fredda, forte e in abbondanza (slurp!). In quella, Valentina non resistette più e fuggì, agile gazzella, per i bricchi antistanti. Quando fu richiamata alla retta via, la sua omonimia con la di Bergio fidanzata creò non pochi impicci mentre veniva guidata nella discesa per temibili scoscesi. Un'ora più tardi, vennero dichiarate disperse entrambe.

     Ma le sorprese della giornata non sono finite. All'A29: Fof, Walter e Gigio eseguono lavori all'ingresso trasformandolo in un'autostrada. Dentro invece Giacomo, Moreno e Meo sognano grandi gallerie sul

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fondo del ramo laterale attraversato da copiose correnti d'aria. Giacomo risale una condottina che parte dal sifonetto finale, ma si ferma su una strettoia con poca aria e non transitabile. Poi attraversano sul passaggio Trota, ma al fondo una strettoia fessura, di natura tettonica, con molta aria soffiante, preclude qualsiasi intenzione di voler passare. Infine armano la via verso il fondo e gironzolano nelle condotte terminali.

     Al Baigon, Manzo, Gianni & Donatella, Pierangelo, scendono fino a -200 circa, risalendo due finestre che chiudono su impraticabili restringimenti. L'aria percorre strani giri e in diverse zone le gallerie soffiano: non si riesce a capire dove finisce il flusso di aria.

     Giovedì Ferragosto, Domenico e Z a E-civoleva tentano di superare il fondo, per poi lasciare il passo a Daniele e Ube che, reduci del disarmo a "È più-Alto", rilevano e disarmano anche "E-civoleva".

     Beppe, Giacomo, Marisa & Piccino a Big Sur, fanno un giro al fondo lasciando Ago e Andrea a "giocare" con il paleolitico preservativo e al termine del divertente gioco saranno portavoce di un'inquietante notizia. "Uno dei due buchi rivela una verticale in cui le pietre, con vari salti, cadono per circa 20 secondi": l'altro viene ugualmente aperto, ma presumibilmente ricade nel primo e comunque il passaggio è attraverso una condottina che deve essere ancora lavorata.

     Venerdì 16 anche Meo se ne va. Resiste al richiamo, che ora è più forte che mai, e ci lascia. Partirà per andare a cercar buchi in altre zone: quei buchi occupati da ospiti tentacolati, negli abissi (marini!) della Corsica. Partono anche gli amici di Pordenone Non possono mancare i festeggiamenti della sera: piove a dirotto.

     Sabato 17 la punta al nuovo abisso è ritardata da un preallarme: un gruppo di francesi è a Labassa e la pioggia torrenziale della notte fa pensare che possano essersi riempite le vasche lungo le gallerie che portano al campo base. Verso mezzogiorno una squadra di ricognizione fa sapere che tutto è a posto: la squadra parte. Daniele, Beppe, Domenico, Pierangelo e Marco raggiungeranno la base del pozzo sondato a circa 100 m sotto l'ingresso, fermandosi su un nuovo pozzo, forse ancora più profondo del primo.     Orge bestiali in serata, mentre si organizza la seconda punta per il giorno successivo.

     Domenica 18, Ube, Valentina, Lorenzo e Piccino raggiungono la profondità di -300, scendendo una serie di pozzi, di cui il primo un P 140. Si tratta di una grossa ed unica frattura, una forra, che al fondo lascia inesplorato un salto di altri 50 m. In settimana Marco, Gianni e Riccardo, raggiungono il fondo a -350 dove trovano uno stretto meandro senz'aria. A -300 circa, un passaggio laterale porta tutta l'aria della grotta, ed è veramente tanta! Su una strettoia si sonda la presenza di un pozzo sui 30 m.

     Nei giorni seguenti quasi tutti lasciano il campo Sul posto resta solo qualcuno per fare ancora una punta a 'Ngoro 'Ngoro, dove si tornerà poi nei week-end seguenti.

 

 


Storie di ordinaria follia

R. Pavia e B. Vigna


     Qualcuno vede la speleologia come fatto puramente sportivo, altri apprezzano il lato scientifico, altri ancora privilegiano l'aspetto documentativo e così via.

     Qualcosa però accomuna tutti gli speleologi: un'ordinaria follia li porta ad immaginare nel cuore della montagna chilometri di gallerie o pozzi infiniti che spesso non esistono, o più raramente risultano ancora più grandi di quelli che l'immaginazione aveva creato.

     Ed è proprio la fantasia che quest'estate ha fatto sognare un gruppo di speleologi che più o meno casualmente si è trovato a passare una quindicina di giorni sopra e sotto una montagna, il Mongioie, parente stretto del vicino Marguareis.

     Gli ingredienti c'erano tutti: tanto calcare, alcuni abissi, una bella risorgenza che si spinge all'interno del massiccio, e poi tanto vino ed altri generi di conforto e, particolare non trascurabile, la voglia di andare a verificare quello che la follia speleologica andava pensando.

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     I due capiscuola, Giorgetto ed Andrea, si incontrano sui lapiaz dei Gruppetti: notoriamente per loro la geologia è solo un'opinione, nonostante ciò, usano terminologie altamente specializzate e nelle loro elucubrazioni parlano di faglie, leptoclasi, dinner-dogger ecc.

     I risultati non si fanno attendere: quale violentissima corrente d'aria uscente da un piccolo condottino non aizza la follia di uno speleologo? È come soffiare sul fuoco.

     È così, tra pozzetti, condotte e disostruzioni che rasentano la demenza, si delinea nelle menti di tutti la geometria del labirinto che si dovrebbe sviluppare sotto i loro piedi.

     L'abisso sembra non esistere, ma tra un buco soffiante ed uno aspirante, si sognano grandi gallerie, collettori... Poco per volta le persone si convincono che lì sotto, esiste veramente la possibilità di trovare qualcosa di importante, e così si cerca, si scava e poi si scava ancora fino a quando lanciata la solita pietra, si contano 14 interminabili secondi prima che non si senta più nulla, convinti di sognare ancora.

     La grande grotta c'è ma non è la sua profondità o i chilometri che contano, il divertimento sta nel ricostruire quel grande puzzle tridimensionale, prima con la fantaspeleologia, poi nella realtà.

     Al Mongioie i primi tasselli sono stati posizionati, e l'ordinaria follia parla già di tanti altri chilometri da scoprire.

     L'abisso 'Ngoro 'Ngoro è stato sicuramente il risultato più interessante del campo, soprattutto perché ha permesso di raggiungere il cuore del massiccio e di verificare l'esistenza di un'importante serie di gallerie suborizzontali poste solo ad una trentina di metri di dislivello e ad una distanza di circa 1500 dal settore terminale della grotta delle Vene, importante collettore che drena una grossa zona del massiccio.

     La fatidica quota dei 1752 metri del sifone dei Gruppetti che secondo alcuni costituiva il livello di un'importante falda sospesa presente in gran parte dell'area, è stata superata di oltre 70 metri.

     La zona di carso profondo del massiccio dovrebbe essere costituita, stando alle esplorazioni, da un complesso reticolo di grosse gallerie orizzontali, solo a tratti sifonanti, che drena l'intera zona.

     Nella condotta al fondo di 'Ngoro 'Ngoro, ormai a pochi metri dal livello di base delle Vene, stupisce la scarsità d'acqua che si incontra in periodi asciutti, pochi litri/minuto rispetto alla portata delle sorgenti di oltre 40 litri/secondo. Evidentemente le vie drenanti principali sono localizzate in altre zone più ad ovest, dove ricevono il contributo, in assenza di infiltrazione diretta, dei flysch che ricoprono marginalmente la struttura carbonatica.

     Non bisogna dimenticare infatti che il massiccio è interessato da un'elevatissima carsificazione, con riserve dell'acquifero carbonatico quindi molto scarse. In occasione di abbondanti precipitazioni il drenaggio è estremamente rapido, e le portate passano da poche decine di l/s ad oltre 4 mc/s nell'arco di sole 1-2 ore.

     Le correnti d'aria ed il rilievo parlano chiaro: 'Ngoro 'Ngoro riceve un grosso contributo dalla zona settentrionale della Brignola dove è ubicato a quota 2435 l'abisso dei Caprosci che chiude su strettoia a -305. Ma le cavità nella zona ad ovest di 'Ngoro 'Ngoro hanno forte corrente d'aria (ingressi bassi), che suggeriscono l'esistenza di altri sistemi paralleli al precedente.

     Nell'area delle Colme ad una quota compresa tra i 2200 ed i 2350 metri, vi sono abissi come il Baygon, Frane ed altri che aspirano violentemente (ingressi alti). Si tratta di grotte solamente a sviluppo verticale dove non sono mai presenti morfologie a pieno carico, che dovrebbero collegarsi mediante grosse gallerie orizzontali, poste ad una quota di circa 1650 metri slm con le cavità presenti nei settori centrali del massiccio.

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     Nell'area del Mongioie esistono inoltre altre grotte ubicate a diverse quote con morfologie del tutto differenti, costituite unicamente da grosse condotte a pieno carico. Bellissimi esempi sono i Gruppetti (-230), il Big Sur (-145), ed altri ancora, che sembrano costituire solamente relitti di carso profondo, abbandonato e smantellato o solo in parte ripreso da una fase carsica successiva.

     Un nuovo livello di base molto più basso del precedente, ha guidato lo scavo di tutte le cavità con andamento verticale o di quei sistemi come 'Ngoro 'Ngoro che raggiungono gallerie orizzontali costituenti un'importante rete con tratti a pieno carico che drena attualmente le acque verso le risorgenze.

     Il Mongioie rappresenta quindi un'area con un carsismo polifasico estremamente evidente dove in un futuro più o meno lontano le esplorazione daranno ragione o meno a chi ha ipotizzato l'esistenza di un complesso sistema ancora in gran parte da scoprire.

 

 


Le esplorazioni di 'Ngoro 'Ngoro

Eusebio

B. Giovine

D. Grossato


     Avremmo potuto chiamarlo "abisso di ferragosto" oppure "abisso della disperazione", vista la magra del campo; abbiamo preferito chiamarlo semplicemente "'Ngoro 'Ngoro", in omonimia con la dolina che ne ospita l'ingresso a 2150 m. Di quella dolina peraltro esso è senz'altro uno dei principali inghiottitoi (BG).

17 agosto: la prima punta

D. Grossato

     Quando sono partito per la prima punta a 'Ngoro 'Ngoro non mi sono reso conto, sul momento, che sarebbe potuto divenire un abisso. Quella partenza, tra l'altro, era stata rimandata di qualche ora a causa di un pre-allarme che ci aveva messo tutti (chi più, chi meno) in agitazione. Causa: quattro belgi a Labassa erano in ritardo sull'ora di uscita.

     Quando il nostro baldo vice-delegato Uberto ha deciso che poteva fare ameno di quattro persone, Puffo, Girobrodo, Terranuevas ed io ci aizziamo allegramente verso 'Ngoro 'Ngoro.

     L'ingresso è un piccolo meandro bianco lungo una ventina di metri, un pelo stretto in alcuni punti, che termina su un soffitto inclinato molto franoso da dove inizia il pozzo Corsica. Discreta la presenza dell'aria.

     Scaricata con calma la partenza scendo trapano alla mano e con due corde da cinquanta. Si tratta di un torciglione di ottantasei metri. Sei fix e mi trovo sul fondo. La fretta mi ha impedito di scaricare bene un paio di terrazzini, fatto per il quale ho ricevuto, giustamente, i dovuti cazziatoni.

     Sul fondo un meandro alto e facile da percorrere mi porta, dopo una piccola arrampicatina, all'inizio di un altro pozzo. Getto una pietra e non riesco a credere che cada per così tanto tempo. In preda ad un'euforia esagitata urlo a Beppe di raggiungermi e insieme controlliamo i secondi di caduta di un'altra pietra: sedici! Ora, in due, in preda ad un'euforia stra-esagitata urliamo a Domenico e Pierangelo che quello è un abisso. Un abissooooo (immaginatevi l'eco). Loro, ligi al compito di rilevatori, arrivano con la rondella metrica fino al fix di partenza del nuovo pozzo piazzato da Beppe. Pacche sulle spalle (e non solo), gesti scaramantici e grasse risate per noi in quel momento e anche per quelli che il giorno dopo avrebbero continuato..., quindi ...risaliamo!

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La seconda e terza punta

B. Giovine

     Il giorno successivo Ube, Valentina, Lorenzo e Piccino discendono un bel 140 m. Bello per la lunghezza, non certo per l'aspetto. un lungo fratturone, canyon stretto, inclinato, dovuto attrezzare con ben 13 fix. La storia si ripete e anche loro dovranno risalire per aver finito corde, cordini e stringhe, dopo aver sondato un altro pozzo di almeno 50 metri.

     Sempre in settimana, mentre quasi tutti avevano ormai lasciato il campo, Riccardo Pavia, Gianni Nobili e Marco il Versiliese scenderanno oltre il 140.

     La morfologia è sempre la stessa e il cinquanta sondato scende su un piccolo attivo. Oltre, sempre sulla verticale, il tutto si infogna in uno strettissimo meandro-fessura molto lungo, ma impraticabile, senz'aria. È finita! Ma la legge delle nostre grotte è una sola: segui l'aria! e loro l'hanno seguita. Sicché, risalendo di una trentina di metri, a meno 320 circa, ecco che incontrano un fangosissimo condottino che si porta tutta l'aria della grotta, terminando su una strettoia oltre la quale vi è un salto sondato sui 10 metri.

24 agosto: overdose di esplorazione

B. Giovine

     Ritorno in zona Mongioie il venerdì, con la mia famiglia che ormai non ne può più di un "capo" così scellerato. Nonostante l'entusiasmo mio e di molti, il piano di lavoro prende subito una brutta piega (dipende comunque dai punti di vista). Si "intoppa" infatti in una mega bagna-caôda che viene consumata in rifugio, rovinandoci ovviamente con del buon vino. Grazie a Susi comunque che oramai, in fatto di bagna-caôda, teme ben pochi rivali. È tutto rimandato di un giorno; saremo quindi Andrea, Gianni & Donatella, il terzetto versiliese Marco, Daniela e Sabina ed io a continuare l'esplorazione.

     Una simpatica strettoia apre la via verso un pozzo di una cinquantina di metri che armo e scendo con "lieve disavanzo nel giusto rapporto corda/pozzo", tale che ho dovuto destreggiarmi nel "o risali o ci provi". La seconda soluzione ha avuto la meglio, dando i suoi giusti frutti. Nel frattempo il Marco risaliva, salutando la compagnia, colto da "premiti addominali" che gli sconsigliavano di proseguire.

     Non è finita e un altro pozzo si offre sotto un piccolo attivo. È una settantina di metri di "bel pozzo", forse l'unico degno di tale qualifica fra quelli incontrati finora ed anche l'unico "bagnato". Finisce su grossi blocchi di frana, tranquilla, e a 5-6 m dal fondo una condotta-galleria perfettamente circolare soffia l'aria di tutta la grotta: veramente tanta e proprio fredda!

     Sarà uno dei momenti più emozionanti e saranno le nostre compagne a scendere un saltino dopo pochi metri di condotta, per arrivare su una splendida spiaggetta: sifonetto a valle e l'immenso a monte. Saranno poi ululati che accompagneranno le corse per centinaia di metri di gallerie. Tutte molto grandi, nel freatico puro, concrezionate. Si attraverserà un breve sifone infangato, sempre in ambiente rispettabile per dimensioni. Reticolo di gallerie e la via principale va verso un lungo lago con camino in ascesa e piccoli attivi in discesa.

     Al momento del ritorno, anch'io mi merito un bel concerto di "cacarella e vomiticchio" alla memoria di una "insalatissima Rio" consumata prima di entrare. Usciremo il mattino seguente, stanchi di 16 ore di grotta, ma ubriachi di contentezza.

31 agosto: 1500 metri di rilievo

A. Eusebio

     Loro esplorano e noi rileviamo, sfiga. Ci lasciano comunque qualcosa, non moltissimo ma forse le uniche cose che proseguono. Siamo in cinque, quattro maschietti (Ube, Elio, Fof e Poppi) e una femminuccia (Monica detta Tumin). Rileviamo tutto o quasi per circa 1,5 km,

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esploriamo un ramo in salita e uno in discesa e ci facciamo, almeno credo, 44 the e brodini vari. Poi usciamo: i primi dopo 19 ore dall'ingresso e gli ultimi dopo 26. Potenza divina, indovinate chi erano.

7 settembre: l'avalle

A. Eusebio

     Saranno Carrieri, Grossato, Vigna e altri a tornare con la speranza di superare il fondo. La punta precedente aveva spazzolato per benino i rami a monte, lasciando prosecuzioni non banali e neppure entusiasmanti ma comunque possibili; non aveva tuttavia degnato di uno sguardo l'avalle.

     Dalla base del P70 un rametto abbastanza sfigato riconduce su un attivo piccolo (qualche litro al minuto) che porta su una specie di lago-sifone, nero, buio e senza tiro d'aria.

     Tutta la notte i nostri eroi risaliranno con la speranza di bypassare il fondo, e al mattino risaliranno senza risultati.

26 ottobre: il disarmo

A. Eusebio

     Come tutti gli anni, prima o poi nevica, molte volte quando noi disarmiamo le grotte. Così Daniele, Spazzola, Ube, Pesci e Manzelli entrano di sabato a portar via 700 metri di corde dal magazzino del Mongioie (noto come abisso 'Ngoro 'Ngoro). Notte di neve. Al mattino sono raggiunti da Meo, Beppe, Scofet, un ex allievo sardo e Poppi. Neve sulla strada, sulla pista, sui sentieri e sui lapiaz, com'è divertente scendere con il manto bianco che ricopre i campi solcati. Comunque anche questa finisce, con Meo che sigilla l'abisso con nylon e pietroni, e fino al prossimo anno non se ne riparla.

Le gallerie del ramo a monte di 'Ngoro 'Ngoro (foto a. Giovine).

 

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Descrizione dell'abisso 'Ngoro 'Ngoro

A. Eusebio

      La grotta si apre a quota 2140 m slm sulle pendici nordoccidentali del M. Mongioie, in corrispondenza di una barra rocciosa che limita ad W la depressione morfostrutturale chiamata, in gergo speleologico, "Dolina di 'Ngoro 'Ngoro".

     L'ingresso, di per sé non significativo se non per la corrente d'aria che lo percorre (ingresso basso) è rappresentato da un articolato approfondimento, di dimensioni metriche, di karren nei calcari bianchi giuresi. Da qui filtra in un angusto e ripido meandro che alterna tratti verticali di pochi metri a terrazzini orizzontali.

     La via prosegue in questa sgradevole struttura per una quarantina di metri e 25 di dislivello, finché una strettoia immette su un primo salto verticale di 86 m.

     Si tratta di un pozzo complesso impostato come la restante parte verticale dell'abisso su una nettissima frattura subverticale ad asse E-W, immergente a N. A -30 m e -50 m sono presenti due terrazzi e lungo il pozzo si notano finestre che si aprono su vie parallele ma che paiono poco dopo ricongiungersi alla principale.

     Lungo questo pozzo, circa a -30 m, si vede il contatto tra i calcari bianchi (Malm) e quelli grigi sottostanti del Giurese medio (Dogger); alla base affiora già la parte superiore della serie calcareo-dolomitica mesotriassica. La restante parte della cavità si sviluppa all'interno di questa formazione.

     La morfologia è rappresentata ora da una forra altissima, ingombra di blocchi, che dopo una decina di metri si interrompe sulla successiva verticale di oltre 140 m. Il lungo ed articolato P140 (14 cambi circa) si sviluppa ancora più nettamente del salto precedente sulla frattura descritta prima in assenza o quasi di vistosi fenomeni di erosione e/o corrosione.

     Le dimensioni del pozzo non superano mai i 7-8 m di lunghezza per 1-2 m di larghezza, ed intorno ai -50 la sezione si restringe fino ad un passaggio di 1x2 m. Poco dopo si riallarga leggermente fino al termine, costituito da un terrazzo di 2-3 metri quadri che separa questo salto dalla successiva sequenza. La quota raggiunta è di -255 m dall'ingresso.

     Ad un tratto verticale nuovamente angusto di una decina di metri segue poi una serie di salti senza soluzione di continuità, larghi mediamente un paio di metri che a -350 circa chiudono definitivamente questo ramo su strettoia, in assenza d'aria e di promesse.

     Più in alto, a -320, un facile traverso alla sommità di un pozzo immette in una spaccatura orizzontale; ad una prima parte stretta e "fangosetta" segue un P4 e nuovamente una forra che dopo una ventina di metri sprofonda in un terrazzatissimo ed ampio, almeno nella prima parte, P46 e ad un successivo P72. In corrispondenza di quest'ultimo salto, assai vasto, termina la prima parte della cavità, quella verticale.

     A questa quota infatti, -460 m dall'ingresso (1680 m slm), il pozzo intercetta un reticolo parzialmente fossile di gallerie freatiche che proseguono sia verso monte che verso valle.

     Questa seconda parte si sviluppa per oltre 1200 m con gallerie e situazioni morfologiche assai simili a quelle visibili nelle parti fossili della risorgenza (la Grotta delle Vene in Val Tanaro). Le gallerie infatti, scavate nella parte più calcarea della serie mesotriassica, presentano morfologie a pieno carico successivamente approfondite per oltre 20 m secondo il classico schema con condotto originario, di diametro 2-3 m, successivamente sfondato da meandri più o meno ampi, ma sempre agevoli e di piacevole progressione.

     Il ramo "a monte", assai articolato, si raggiunge attraverso una condottina malagevole che dopo un P7 conduce su una spiaggetta: da una parte un lugubre sifone (-470), dall'altra una maestosa galleria del diametro di 4-5 m risale per oltre 20 m portandosi intorno a quota -440, livello al quale si manterrà in generale.

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     Percorrendo questo ramo, dopo circa 200 m si giunge ad un quadrivio; le varie vie che si dipartono si riuniscono nuovamente in una sola dopo circa 200 m. Questo tratto di galleria è complesso ed interessato da fenomeni di crollo diffusi, la circolazione idrica appare scarsa, e al momento delle esplorazioni erano presenti solo alcune profonde marmitte con 1-2 m d'acqua.

     La direzione di questo tratto orizzontale è NE-SW e tale rimane per altri 100 m finché in corrispondenza di una faglia rettilinea ad asse N-S la grotta cambia direzione seguendola. La struttura che si presenta ora è estremamente caratteristica e molto pericolosa per le frane sospese presenti e l'estrema alterazione della roccia. Dopo circa 120-150 m si giunge ad una sala nella quale si incontra un modesto rivo d'acqua (una decina di litri al minuto); a valle le acque si gettano in un pozzo di circa 15 m stretto ed umido alla base, ancora da rivedere, mentre a monte la forra prosegue rettilinea incontrando un primo lago di 100 m ed uno successivo, fino ad un sifone, di 50 m. A metà del primo lago una angosciante condottina porta dopo una trentina di metri ad un inquietante lago sifone, mentre poco più avanti un meandro laterale ascendente ed ormai fossile, ma ricco di corrente d'aria (verso ingressi superiori), ci porta una quindicina di metri più in alto del torrente, su una facile risalita ancora da fare.     Ritornando alla base del P72, a 5-6 m dal fondo, tra i blocchi che ingombrano la base del salto si può filtrare verso il ramo di valle. Qui si incontra nuovamente un modesto ruscello (anch'esso di una decina di litri al minuto) che dopo pochi metri si trasforma in un lago sifone bloccando definitivamente la progressione.

 

 


Urissa e Berenucche

A. Gobetti


     Quest'inverno, l'albero della nostra speranza perse tutte le foglie e i frutti si gelarono sui rami e i semi trovarono fredda neve a ricoprire la terra dura. Era difficile credere che qualcosa potesse germogliare al sole d'estate; è difficile coltivare l'albero vuoto, signore del calcare, dal cui sviluppo dipende la nostra felicità, l'onore e la memoria delle nostre gesta. Spesso te ne dimentichi, son tante le cose che si fa nella vita e che non c'entrano nulla con gli abissi, ma basta sentir di nuovo l'inconfondibile odore del concime con cui crescono i rami nuovi, che ci si ricorda della prima volta e dell'ultima risata, ci si snebbia dalle allucinazioni quotidiane e la mente si popola delle avventure e delle lezioni alla Scuola Forestale.

     Una di queste diceva che quando si gelano le gemme, le speranze di sopravvivere son legate alle radici.

______________

     La notte prima, sotto il tendone, Beppe aveva raccontato una storia buffa. S'erano spaventati moltissimo, in una fangosa risorgenza della Basilicata (Notal), perché il treno che gli passava sulla testa aveva fatto il verso della piena.

     Ero con lui l'indomani così mi venne da sorridergli quando sentimmo un treno che s'avvicinava, ma fu buonumore passeggero perché, considerata l'inefficenza delle FS sul Mongioie, quel treno poteva esser soltanto quello per l'inferno.

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     Gridammo a Riccardo, più in basso, di togliersi dalla fessura e la frase "Vieni via! La piena!" suonò buffa come dire su un aereo "Sta attento, caschiamo!". Beppe si chinò a bere avidamente e io, più in alto (eravamo su un meandro a scalini, stretto ma abbastanza alto) vidi zampillare un'improvvisa cascatella dalla fessura da cui eravamo entrati. Mi chinai e tirai via la videocamera da sotto la doccia, la cascatella acquistò potenza per un attimo, poi si stabilizzò. Non c'era stato il tempo di aver paura. Beppe mi raggiunse, quello era il posto più comodo, risparmiato anche dagli spruzzi. Sentimmo Riccardo gridare qualcosa, una domanda forse, e poi lo vedemmo che sopraggiungeva a balzi da bruco. La cascatella parlava ad alta voce, ci guardammo e ridemmo delle nostre faccie.

______________

     Quel giorno, uniti come Smith e Wesson alla ricerca del bersaglio, Giorgio ed io eravamo andati a caccia con i migliori compari. Dopo che il carniere si fu rallegrato con la promessa d'un pozzo profondo al di là d'una strettoia da allargare, camminammo più tranquilli. Sopra, sotto e intorno a noi tutto il campo era andato in battuta a gruppi più o meno numerosi. Di solito i vecchi temono il confronto coi giovani e se invece lo bramano fanno male, ieri l'hanno vinto e domani lo perderanno.

     Le ambizioni, in compenso, si volgono ad atti in cui lo sforzo sia minimo e la gloria altrettanto duratura d'una discesa abissale dalle tremende fatiche, l'acqua alle reni e i pericoli in agguato. La scoperta d'un nuovo abisso è uno di questi. Eppure se le cose vanno secondo la volontà si finisce di trovare quello che si teme, i pozzi, le strettoie e i sifoni che non si ha più la voglia di andare ad esplorare.

     A meno che l'appetito non venga mangiando. Tra tali riflessioni auguravo a tutti la miglior fortuna, una parte di me gode ad esplorare quello che han trovato gli altri, anche se ho sempre rifiutato di vedere in ciò lo specchio della divisione del lavoro. È il Visconte che dà, e chi c'è se lo prenda se riesce.

     E in quella sorse un dubbio. E' il Mongioie terra del Visconte?

_____________

     Le condotte decapitate testimoniavano la severità con cui era stata domata la rivolta di "'Ngoro 'Ngoro". Ma quel massacro non aveva portato a una ribellione dei Freatici irripetibile per l'inaudita violenza? Non s'era contratto allora il ventre stesso della terra scorreggiando lontano gli altezzosi Vadosi? Sul Mongioie imprevedibile dominava il freatico. Eppure qualche segno, leggero come il vento, poteva far sospettare che un vadoso si nascondesse ancora lassù, nel cuore della montagna.

     "Noi uomini siam molto più simili ai Vertical Vadosi che ai freatici obliqui". Più o meno così il profeta Demà conclude la sua summa teologica "VV e FO".

     Tale visione illuminò il profeta reduce da queste medesime terre, e si possono ripercorrere le tappe terrestri di questa verità oscura quando, dopo tre giorni di battuta fra le onde calcaree del Mongioie, ci viene la nausea come in alto mare. Si giace allora con gli occhi sprofondati nella tenda, la vista del sacco provoca disgustosi rigurgiti e l'odore del fango vecchio e del carburo preludono a una rapida reazione emetica.

     Il freatico è come il mare, quando non sai più che pesci pigliare. Col vadoso ci si intende meglio, noi uomini prepotenti lo ammiriamo pugnalare il ventre della terra e ci inebriamo sprofondandoci nelle ferite, le sognamo e le vogliamo profonde e in questo ci comprendiamo.

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Abisso 'Ngoro 'Ngoro - rilievo

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     Racconta la leggenda del gigante Berenucche ch'egli un giorno, mentre scavalcava a grandi passi le catene delle Alpi Liguri, fu preso da una gran voglia di dormire e, adocchiata la piana di 'Ngoro 'Ngoro la trovò della lunghezza giusta per stendersi e schiacciare un pisolino. Gioì poi del superbo cuscino che gli offriva il rialzo calcareo e, ben riparato dal vento, chiuse gli occhi beato. Non immaginava il buon gigante, che le masche avevano da far sabba quella sera lassù e avevano invitato streghe d'ogni parte del mondo con cui ci tenevano a far bella figura.

     Quando giunsero, alla luce della Luna che era piena, le prime due, manco lo videro e ci sbatterono dentro in atterraggio pungendolo con la punta delle scope volanti. Senza svegliarsi Berenucche le schiacciò con una gran manata come fossero tafani. Le altre streghe spaventate dal movimento improvviso riuscirono a mala pena ad evitarlo e finirono quasi tutte per atterrare sui lapiaz dove a parecchie si ruppero sospensioni, sterzo e balestre delle scope volanti. Riavutesi eran troppo infuriate per pronunciare decentemente gli incantesimi e s'avvicinarono al corpaccione abbandonato sfoderando le unghie ed i denti.

     Ma si avvicinarono dalla parte del culo e mal gliene incolse perché Berenucche veniva dalla Francia e s'era fatto una spanciata di zuppa di cipolle il cui gas scoppiò fuori in quel momento scagliando le streghe dall'altra parte del mondo.

     Tutte tranne una: Urissa, madre di tutte le tempeste.

     Riuscì a scatenare un vento grandinoso di tale potenza da contrastare la scorreggia di Berenucche, e quand'essa fu dispersa, investì Berenucche che rabbrividì nel sonno.

     Urissa allora chiamò a sé le coorti dei fulmini e gli otri della pioggia che, anche se grassi e panciuti, arrivarono ben prima delle folgori snelle, perché queste perdono sempre un sacco di tempo a decidere sulla sceneggiatura del temporale.

     Con un orecchio allagato Berenucche si svegliò e mentre se lo stropicciava col palmo, con l'altro udì il galoppo dei tuoni che si avvicinava. Di botto balzò a sedere.

     "Preparati alla fine panciamarcia!" strillava Urissa dalle creste in tempesta, ma probabilmente Berenucche mancò l'udì. Non era lui forse l'unico titano sopravvissuto all'ira di Zeus? Chi se non lui aveva rubato il montone di rame e col suo vello aveva tessuto il primo para-fulmine? Si slacciò il lungo cavo che portava a mo' di cintura contro l'ira di Zeus e piantò con forza terribile il suo bastone nella roccia. (Berenucche sapeva che per schivare l'ira di Giove ci voleva una buona messa a terra). Non soddisfatto lo piantò una seconda volta con forza raddoppiata e quindi una terza con un colpo inaudito che provocò rughe profonde sulla pelle della montagna.

     Quando vi ebbe calato dentro il cordone di rame che legò alla sommità del bastone piantato, i fulmini stavano ancora litigando su a chi toccasse l'onore di fulminargli per primo il naso. E quando ci provarono si ritrovarono senza nulla capire prigionieri d'una cupa caverna.

     "Maledetto Bestione!" gridava Urissa disperata. "Ma non è finita qui, ti maledico fino alla fine del tempo, e quando tornerai mi troverai qui, e troverai le punture per le streghe che hai schiacciato, e ti si spaccherà la macchina per le scope che ci hai rotto, e quando ti toglierai la cintura il colpo della strega di piegherà in due.".

     Così fu e così è per i lontani discendenti di Berenucche, che forse hanno trovato il buco in cui Berenucche piantò il suo bastone e da cui i fulmini cercano ancora una via d'uscita.

 

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La prima spedizione speleologica

italiana in Cina

 

 

G. Carrieri


     Nell'agosto 1991 si è svolta la prima spedizione di speleologi italiani in Cina. Si è trattato di una ricognizione generale nelle province cinesi più meridionali: Yunnan, Guizhou e Guangxi, che però ha dato anche qualche soddisfazione "ipogea". Sono stati infatti esplorati e rilevati circa 13 km di nuove cavità nelle contee di Puding, Anshun (Guizhou) e Gongcheng (Guangxi).

     In questo bollettino viene presentato il diario di viaggio della spedizione, rimandando a un numero speciale della rivista SSI "Speleologia" tutti i dettagli più propriamente esplorativi.

     Hanno partecipato alla spedizione: G. Carrieri e R. Cabula (GSP); G. Calandri, E. Ferro, P. Gerbino, G. Monaldi (GSI CAI Imperia), B. Minciotti e M. Bragantini (GSV CAI Verona).

Elenco delle cavità esplorate

 

Nome della cavità

 

Contea di

apartenenza

Provincia

Sviluppo

plan. (m)

SHITOU ZHAI DONG

Puding

Guizhou

880

SHUI DONG

Puding

Guizhou

420

XIAN REN DONG (*)

Anshun

Guizhou

1150

CHANG CHONG DONG

Anshun

Guizhou

650

AN DONG

Anshun

Guizhou

1000

QUING DONG

Anshun

Guizhou

300

DOLONGTANG DONG

Anshun

Guizhou

305

BAOR DONG

Anshun

Guizhou

1010

TIAOSHUI YAN

Gongcheng

Guangxi

2000

HONG HOUZI YAN

Gongcheng

Guangxi

1650

TON GON YAN

Gongcheng

Guangxi

350

FU YAN

Gongcheng

Guangxi

390

DAPU YAN

Gongcheng

Guangxi

980

XIAO YAN

Gongcheng

Guangxi

770

HOU-QUIAN DONG

Gongcheng

Guangxi

500

GUANG XIAN YAN

Gongcheng

Guangxi

510

(*) Già esplorata e parzialmente rilevata da Inglesi e Francesi

 

     Le rocce di natura carbonatica in Cina superano i 2 milioni di km², di queste circa il 50% è rappresentato da calcari carsificati, la metà dei quali si trova concentrata nelle regioni meridionali del Paese.

     I famosi "carsi a torre" di Guilin sono diventati una importante attrazione turistica, non di meno, geomorfologicamente, rappresentano un punto di riferimento ormai "classico" per tutti gli studiosi del mondo. In realtà essi in senso stretto sono limitati ad alcune zone loca-

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lizzate nella regione del Guangxi. Tutta la Cina meridionale presenta comunque interessantissimi fenomeni carsici che, nel loro insieme, la rendono particolarmente "appetibile" dal punto di vista speleologico.

     Di fatto quasi tutte le regioni carsificate della Cina meridionale si sviluppano a partire dal grande altopiano del Guizhou (Guizhou Plateau) che si estende, praticamente senza soluzione di continuità, dai confini occidentali con Vietnam e Laos fino al Guangdong (la regione di Canton).

     La regione più elevata è quella più occidentale: lo Yunnan. L'estensione degli affioramenti calcarei raggiunge i 100.000 km², localizzati soprattutto nel Sud. Le quote sono comprese tra i 1600 ed i 2000 m s.l.m. I calcari sono generalmente dell'Era Primaria con carsismo sviluppato almeno dal Cretaceo. Speleologicamente è una regione molto poco conosciuta (spedizioni internazionali a partire dal 1989) ma sicuramente con grandi potenzialità.

     Senza dubbio la regione più ricca di grotte è il Guizhou: circa 90.000 km² di calcari dove il paesaggio più tipico è rappresentato dal carso "a coni" che si estende tra i 1000 ed i 1600 m praticamente su tutta la regione. Qui le spedizioni speleologiche internazionali si sono "accanite" a partire dal 1985 (soprattutto inglesi e francesi) riportando tutte notevoli successi esplorativi.

     Infine il Guangxi, famoso attraverso Guilin ed i suoi "carsi a torre". Anche qui le potenzialità speleologiche sono enormi: circa 80.000 km² di calcari estesi tra i 200 ed i 1000 m, ed anche qui gli speleo occidentali hanno effettuato notevoli esplorazioni (ancora inglesi e francesi, dall'85); ma l'ampiezza dei fenomeni carsici lascia qui, come nelle altre regioni, enormi possibilità speleologiche.

     La strada l'abbiamo aperta, c'è spazio per tutti.

Diario di viaggio

     2 agosto. rocambolesca partenza in treno alla volta di Roma. Tutto sul filo del rasoio. Ancora accettabile, se si tiene conto che siamo nel venerdì sera che preannuncia il grande esodo estivo.

     3/8. All'aeroporto di Fiumicino incontriamo Beppe e Mara che arrivano da Verona. Il Boeing 747 della CAAC (compagnia di bandiera cinese) parte in orario alla volta di Pechino.

     4/8. Siamo all'aeroporto di Pechino alle 9 ora locale, dopo un viaggio di oltre 15 ore. Nel programma originario era previsto di trascorrere una giornata in città per l'impossibilità di prendere il volo Pechino-Kunming lo stesso giorno. Fortunatamente riusciamo comunque ad imbarcarci per la capitale dello Yunnan e alle 16 dopo 3 ore di volo, quasi sempre avvolti da dense nuvole, siamo nella provincia più meridionale della Cina. Il primo problema che ci si para davanti è quello di riconoscere, nel fatiscente aeroporto di Kunming, dove è la zona "ritiro bagagli", naturalmente è tutto indicato rigorosamente in cinese e non c'è nessuno che parli inglese (peraltro questa sarà pressoché una costante per tutto il viaggio).

     Alloggiamo al Kunming Hotel in camere doppie con bagno, televisione (e chi se ne frega?) e tutti i conforts a 170 FEC per notte. Il cambio ufficiale è un dollaro USA per 5,2 FEC vuol dire Forein Excenge Certificate, ovvero la moneta degli stranieri con lo stesso valore nominale dello yuan ovvero la moneta del popolo (credevate che le discriminazioni fossero solo ai danni di negri ed ebrei? E invece no, c'è qualcuno che ha pensato anche agli stranieri!).

     5/8. Mattinata spesa nell'ufficio turistico nel tentativo di organizzare un giro di 5 giorni affittando un pullmino con autista (è impossibile guidare da soli un mezzo affittato, e comunque, anche se fosse permesso, vi sfido a capire le indicazioni stradali). Per oggi non si parte, tutto rimandato a domani. Passiamo il pomeriggio vagando per Kunming: "cittadina" con un paio di milioni di abitanti organizzata in stile periferia di una qualunque città europea. Ci sono grandi vialoni attraversati da pochissime automobili, corsie preferenziali per le biciclette che sono un flusso continuo, è come veder transitare "il gruppo" in una tappa del giro d'Italia, solo che va avanti tutto il giorno.

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Carta di localizzazione delle principali aree esplorate durante la spedizione italiana dell'agosto 1991.

1) Altopiani di Mile (Yunnan). 2) Contee di Anshun e Puding (Guizhou). 3) Contea di Gongcheng (Guangxi).

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     6/8. Partenza per la Stone Forest, "chicca" del turismo in zona carsica: da Kunming sono 125 km di strada in direzione Sud, verso il confine con il Vietnam La Stone Forest è un luogo iperturisticizzato dai cinesi. Si tratta di un'area di 80 ettari circa caratterizzata da una serie di incredibili campi solcati dalle forme più svariate e ciclopiche. Alcuni sentierini si snodano all'interno dei karren giganti (altezze di 10-15 m con punte di oltre 20 m) ed è tutt'altro che improbabile perdere l'orientamento. Nel pomeriggio visitiamo una grotta turistica ai margini della Stone Forest tanto per prendere confidenza con quello che speriamo essere il terreno di tante esplorazioni. la Shilin Cave

     7/8. Giro sulle Western hills poco ad Ovest di Kunming. Le colline salgono dal livello dell'altopiano (circa 1900 m s.l.m.) fino a circa 2500 m di quota Rigorosamente calcaree con le forme di erosione classiche del "carso coperto". Il nostro percorso si snoda lungo un sentiero che arrampicandosi lungo un ripido pendio prevede il transito attraverso un piccolo monastero buddista composto da più edifici alcuni dei quali scavati completamente nella roccia. Una volta arrivati sulla vetta di una delle colline ci godiamo il paesaggio del lago Dian 600 m più in basso, mentre dalla parte opposta il paesaggio è quello tipico del carso d'alta quota alpino con doline, karren scoperti, piccoli inghiottitoi. Ci si domanda, abbiamo fatto 15.000 km per cercar buchi sotto i sassi come al Marguareis?

     8/8. Circa 220 km a sud di Kunming la prima spedizione bulgara nello Yunnan (del 1989) ha rilevato alcune cavità nella contea di Mile tra cui - leggiamo su un vecchio numero di Spelunca - la White Dragon Cave, grotta di oltre 2 km di sviluppo. Resici conto dell'impossibilità di fare qualunque cosa di speleologicamente serio qui nello Yunnan in così poco tempo a disposizione (e peraltro non era neppure nelle nostre intenzioni) si decide che quella deve essere la nostra meta di oggi. Lungo il tragitto, poche decine di km oltre la Stone Forest, ci incanta il paesaggio carsico che inizia poco oltre Lunan la strada sale dalla quota della cittadina (circa 1800 m) per oltre un centinaio di metri di dislivello per serpeggiare tra profonde doline e svariate forme carsiche per una ventina di km sembra un po' il carso triestino ma dalle carte le dimensioni sono ben maggiori! Qui le grotte non le ha ancora cercate nessuno: la voglia di buttarsi a pesce dal finestrino del pullmino e cominciare a rovistare al fondo di ogni dolina è tanto grande quando stupida: su aree del genere prima è meglio guardare là dove si hanno segnalazioni. La speleologia delle battute di ricerca di cavità così come la possiamo intendere noi qui non ha ancora senso. Superato Mile, capoluogo di contea, ci dirigiamo verso la Dragon Cave (strano che una grotta vista dai Bulgari due anni fa sia così conosciuta). Stupore! Un cartello turistico 30 km più a sud indica: Visited the White Dragon Cave. Ma allora è turistica? Ma gli "esploratori" bulgari? Ma da quanto tempo è turistica? Dieci anni La visitiamo anche noi. Bella, molto concrezionata, 4 ingressi,

però non male questi esploratori dell'Est europeo...

     9/8. Mattinata all'istituto di geografia dell'Università di Kunming. Cerchiamo contatti per eventuali future spedizioni speleologiche. Gli "agganci" ottenuti sono ottimi: due piccioni con una fava, sia cattedratici di Kunming che di Pechino, c'è disponibilità per programmi esplorativi nello Yunnan.

     Nel pomeriggio la prima esperienza ferroviaria cinese. La stazione di Kunming, come si legge su qualunque guida turistica della Cina, e riferita a qualunque stazione ferroviaria, è stracolma di cinesi. L'assalto al treno è di rigore, per fortuna i nostri posti sono prenotati: squallidissime cuccette di 2ª classe (hard sleeper) senza la benché minima separazione tra gli scompartimenti, siamo su un carro bestiame per 15 ore (non male la media per percorrere 400 km).

     10/8. Ore 16,30 arrivo a Guiyang, capitale della regione del Guizhou, il vero santuario della speleologia mondiale: territorio di 90.000 km quadrati (i due terzi dell'Italia) di cui 65.000 sono di calcari o dolomie spaventosamente carsificati. Qui si sono concentrate spedizioni inglesi e francesi dall'85 ad oggi e tutte hanno riportato successi esplorativi con topografie di grandi cavità. Qui è previsto l'incontro con i cinesi della Nanjing Normal University contattati dall'Italia. Wang Jian e Sun Shiying. Si alloggia alla Guizhou Normal University. Dopo i salamelecchi e gli scambi di doni (siamo solo noi che diamo qualcosa a loro) si discute fino a tarda serata il programma di attività. capiamo immediatamente di avere a che fare con dei totali incompetenti in materia (parlo dei due personaggi di Nanchino che verranno subito soprannominati "funghi"), le posizioni sul da farsi sono molto lontane e fatico non poco (già, dimenticavo di dire che sono praticamente l'unico a parlare un inglese "decente" e quindi i collegamenti con i "funghi" li devo tenere io) a far capire a questi due che cosa significa far speleologia e cosa vogliamo noi. Per fortuna in serata compare qualche personaggio della Guizhou Normal University che ha già avuto a che fare con gli speleo inglesi e francesi e più o meno riusciamo ad intenderci.

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     11/8. Mattinata "perditempo" ad organizzare la partenza per la nostra meta. Anshun 150 km ad ovest di Guiyang. Si fanno spese, carichiamo la jeep ed il pullmino a nostra disposizione e partiamo; siamo in 13: noi 8, due autisti, i due "funghi" di Nanchino ed il prof. Zu di Guiyang, la nostra vera speranza di conoscenza del territorio. Il viaggio in auto non è lungo (circa 3 ore) ed attraversa il tipico paesaggio di questa regione: carso a coni. Si arriva a Anshun in serata. Alloggiamo in hotel.

     12/8. Giornata "ricognitiva" nella contea di Anshun verso alcune mete già conosciute e turisticizzate. Le cascate Hongoshohou. spettacolare salto di una settantina di metri di dislivello, che vediamo in un momento di portata massima (non va dimenticato che questa è la stagione dei monsoni) e che possono essere letteralmente attraversate con un sentierino scavato nella roccia a metà altezza. La foresta pietrificata 10 km a sud delle cascate di Hongoshohou: la attraversiamo sotto un violento nubifragio con il pensiero di starsene soprattutto al riparo dall'acqua torrenziale che ci piove in testa. La Longong-Dong (grotta di Longong): cavità turistica topografata dalla spedizione inglese dell'85: impressionante perché è una risorgenza attiva (che si visita in barca) da cui esce un fiume che ha una portata stimabile in 30 mc/s! Lungo il tragitto verso la Longong Dong ci imbattiamo in alcune cavità non segnalate dalle precedenti spedizioni inglesi e francesi: una in particolare merita di essere menzionata: circa 6 km a sud-sud ovest della Hongoshohou Fall lungo la strada per la citata Stone Forest, si tratta di una risorgente con portata di un paio di mc/s nella quale ci inoltriamo per pochi metri fino ad intravedere un profondo laghetto (sifonante?).

     Sulla strada del ritorno verso Anshun restiamo affascinati dal Tia Xing Qiao (il ponte delle stelle). È un arco naturale che taglia in due una montagna. Il "buco" che lascia in mezzo è di forma vagamente quadrata, 70 m di lato, da questo si accede ad un fiume sotterraneo affluente del sistema di Longong Dong. Decidiamo che questa sarà una nostra prossima meta perché il rombo d'acqua che si sente da quasi un km di distanza lascia ben sperare...

     13/8. Contea di Pu Ding. Le nostre mete questa volta sono esclusivamente speleologiche: Shitou Zhai (grotta delle pietre) e Shui Dong (grotta dell'acqua). Le segnalazioni di queste due cavità ci vengono date attraverso il direttore dell'istituto di tecnologia di Anshun, il prof. Leng che ci accompagna assieme ai due "funghi" ed al prof. Zu. Le due grotte fanno parte dello stesso complesso carsico: Shui

L'imbocco di Shitou Zhai Dong (foto G. Carrieri).

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Dong ne è la risorgente attiva (circa 10 mc/s), mentre Shitou Zhai è un insieme a più ingressi di gallerie fossili sovrapposte. Rileviamo come dei forsennati per tutto il giorno (sarà una costante anche di tutte le altre giornate speleologiche); alle 5 del pomeriggio purtroppo dobbiamo girare i tacchi e tornare indietro: già sapevamo che questa storia di avere solo il giorno a disposizione era capitata anche alle altre spedizioni, ma l'idea di doverlo fare anche noi non ci piace affatto. Al rientro in albergo già ci resta il primo grosso, grossissimo dubbio: è il primo giorno di "vera speleologia" e non abbiamo finito affatto l'esplorazione. Che si fa? Torniamo in quelle grotte anche domani o prima ci guardiamo attorno?

     14/8. Abbiamo deciso di "guardarci attorno", ecco perché oggi siamo qui, qualche km a Sud di Anshun. Xian Ren Dong è il nome della grotta. Rileviamo oltre 1100 m in un sistema di gallerie sovrapposte con un piccolo attivo (circa 100 l/s) che scorre nella galleria al livello di base fino alla risorgenza. A sera scopriamo (con non poca tristezza) che la stessa cavità era già stata vista sia dagli inglesi che dai francesi. Unica consolazione un buon rilievo che completa sia quello dei primi che dei secondi.

     15/8, Ferragosto. Ovvero il "giro di boa" del nostro viaggio. Ad Est di Anshun (pochi km) esploriamo e rileviamo 3 grotte. An Dong 1 e 2, che formano lo stesso piccolo complesso, e Chang Chong cavità a 3 ingressi non particolarmente grande ma molto bella e dalle caratteristiche morfologiche a "buco di serratura".

     16/8. Oggi le nostre mire speleologiche si spostano a Nord. Sembra infatti che il Polije di Yikeshu sia attraversato da un torrente sotterraneo che viene a giorno in più punti formando una serie di trafori geologici. Speleologicamente una delusione: tutto vero, peccato che, data la stagione monsonica, sia tutto completamente sott'acqua e, molto probabilmente, anche nella stagione secca per percorrere i tratti in sotterraneo bisogna essere speleo subacquei, Beppe lo è ma ci vorrebbe poi anche l'attrezzatura. Si ripiega su altre grotte ad Est (Dolongtang Dong e Quing Dong 1 e 2).

     17/8. Oggi siamo ancora nella contea di Anshun circa 3 km a Sud-Sud Ovest del capoluogo; la nostra meta è Baor Dong: ancora una nuova cavità che si esplora con la tecnica ormai abituale: rilievo fin dal primo metro di grotta, fotografie dove si può ed esplorazione schizofrenica. Tutto deve essere completato in giornata. Ha tutte le caratteristiche di un lavoro, e anche stressante! La grotta è bella ed esplorativamente banale (come tutte quelle viste fino ad oggi), già solcata da molti piedi cinesi che in fondo ad uno dei due ingressi (si tratta di una traversata) sembra abbiano "creato" un piccolo centro di culto attorno ad una grossa stalagmite. È la prima giornata veramente soleggiata e così decidiamo di goderci anche un po' l'esterno. Domani abbiamo in programma di andare a discendere il "Ponte delle stelle" prima di tornare a Guiyang.

     18/8. "Pacco": per un qualche motivo dobbiamo anticipare (ci incazziamo non poco) il rientro su Guiyang dato che per poter prendere in giornata il treno per Guilin (prossima meta) dobbiamo essere fin dal mattino in stazione. Addio "Ponte delle stelle". A Guiyang secondo "pacco". Non possiamo prendere quel treno e tutto è rimandato a domani mattina. L'incazzatura nei confronti dei due "funghi" è ormai alle stelle: questa è la goccia che fa traboccare il vaso. Di questi due individui catapultati, non sappiamo bene come, da Nanchino tutti per noi, ne abbiamo piene le scatole, ormai è deciso: ognuno per la sua strada. Nel pomeriggio "ammazziamo il tempo" visitando l'ennesima località di interesse naturalistico: Tian Hetan; si tratta di un bel traforo idrogeologico in via di turisticizzazione, la potremmo vendere come nuova esplorazione speleologica, seguendo lo stile di qualcuno che ci ha preceduto... Comunque il posto è molto bello nonostante la monotonia del paesaggio tra Guyang e qui: un discreto fiume (almeno 15 mc/s) dopo aver traversato 5 km in un cañon più o meno inforrato, entra in sotterraneo per riemergere 250 m più a valle dopo aver ricevuto un affluente (proveniente da sifone) in destra orografica. La risorgenza è un bel lago circolare di una cinquantina di metri di diametro completamente chiuso da pareti calcaree alte 60-70 m. Il fiume prosegue il suo percorso, dopo aver sottopassato un arco naturale, meandreggiando in una forra larga un centinaio di metri tra pareti e ripidi pendii calcarei.

     19/8. Alle 9,30 del mattino finalmente si parte per Guilin, nel Guangxi più ad Est. Il "viaggetto" in treno dura 20 ore per 600 km (anche qui una media mozzafiato). Questa volta la sistemazione è più decente: soft sleeper ovvero cuccette a 4 posti in scompartimenti chiusi, un vero "lusso" per queste parti. Il viaggio è lentissimo ma affatto monotono: il paesaggio tipicamente carsico che ci accompagna per centinaia di km è veramente bello. All'incirca al confine tra il Guizhou e il Guangxi attraversiamo per qualche ora un'area con una densità di buchi spaventosa: la sensazione è quella di viaggiare all'interno di una immensa forma di gruviera. Qualche giorno dopo scopriremo che qui non ha ancora messo

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piede nessun speleologo né occidentale né tantomeno cinese.

     20/8. Guilin, la famosissima Guilin: con le sue torri calcaree che si staccano dalla pianura coltivata a riso è uno spettacolo davvero unico al mondo. La città invece è l'opposto dell'immagine tanto famosa, uguale a tante altre in Cina, uguale ad una squallida periferia di molte città del mondo, ma con tanti alberghi per turisti che transitano qui come da copione ciclostilato, sempre uguale di tutte le agenzie turistiche che offrono viaggi nel paese più popolato del mondo.

     21/8 Discesa del Li River con barcone da Guilin a Yangshuò (83 km). È il fiume delle perle, la vera attrazione del posto. È lui con il suo meandreggiare tra questa immensa foresta calcarea che rende famosa Guilin. Vale la pena discenderlo. Lungo il tragitto si fa sosta a Caoping ed alla risorgente della Crow Cave, altro importante complesso ipogeo rilevato dagli inglesi nel 1985 che, con una serie di tre trafori idrogeologici, supera i 10 km di sviluppo.

     22/8. I contatti presi all'Istituto di Carsismo di Guilin il 20/8 hanno avuto buon esito ma questa giornata passa schizofrenicamente per l'ottenimento dei permessi che ci sono richiesti. La nostra meta è Gongcheng 150 km a SE di Guilin, ma per entrare in quella contea occorrono speciali permessi. Finalmente a sera tutto è sistemato e riusciamo a partire. L'equipaggio della jeep e del pullmino (stessi mezzi avuti nel Guizhou, il copione sembra ripetersi) questa volta è diverso. noi siamo solamente in sei perché Beppe e Mara rientrano domani in Italia: i cinesi questa volta sono Mengyu (della Nanjing University) che ha già partecipato a due spedizioni speleologiche inglesi, nonché Liù Gingrong direttore dell'Institute of Environment Geology di Guilin che ha patrocinato le nostre ricerche nella zona di Gongcheng. Chiudono il gruppo un paio di giovani neolaureati dell'Environment Institute.

     23/08. Ci spostiamo a Nord di Gongcheng. Il paesaggio che ci contorna è quello tipico dell'area di Guilin: torrioni calcarei che emergono dalla pianura per altezze anche di 2-300 m, spesso completamente isolati gli uni dagli altri. È uno spettacolo incredibile. Le nostre ricerche in zona si concentrano, oggi e nei prossimi giorni, lungo il contatto tra calcari e basamento impermeabile là dove le acque meteoriche che hanno ruscellato sulla superficie del basamento possono più facilmente incanalarsi per "sfondare" il pacco dei calcari in trafori idrogeologici. Le potenzialità di questo genere le possiamo già

Un ingresso lungo il fiume Lii, Guilin (foto G. Carrieri).

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leggere sulle carte topografiche dove sono chiaramente segnati inghiottitoi e risorgenze, l'unica speranza è che non si tratti di sifoni.

     È proprio ad uno di questi trafori segnati sulle carte che ci dirigiamo. Hong Yan e Houzi Yan sono i nomi dei due ingressi. Il secondo naturalmente lo scopriamo solo dopo aver attraversato la grotta. Oltre un km e mezzo che (al solito) si percorre con frenetica attività di topografia: le dimensioni sono enormi, solo al termine di una poligonale perpendicolare all'asse della galleria principale ci rendiamo conto di quanto è grande: la sezione in alcuni punti supera i 100 m di larghezza! Queste sono le grotte che volevamo esplorare in Cina.

     24/8. Ancora a Nord di Gongcheng: Tiashui Yan. Qui scopriamo le nostre potenzialità di nuotatori ipogei perché la grotta (che è una risorgente attiva) si percorre completamente a nuoto per oltre 200 m, superando un paio di mezzi sifoni prima di poter metter all'asciutto perlomeno le chiappe. Purtroppo a monte la strada ci è sbarrata da un sifone, un vero peccato tenuto conto dell'esistenza di un inghiottitoio (in questa stagione anch'esso sifonante) di sicuro collegamento con questa grotta. Sarebbe stata una traversata di 3-4 km.

     25/8. Siamo ad Ovest di Gongcheng nella zona di Xiling. Anche qui moltissime segnalazioni: ne verifichiamo 4 o 5 nell'intera giornata ma oggi non è il nostro giorno fortunato: si tratta di cavità tutto sommato di modesto sviluppo.

     26/8. Circa 40-50 km a Nord di Gongcheng risulta dalle carte topografiche un'area molto interessante con molti punti interrogativi. La prima grotta è Fu Yan: galleria non lunghissima ma molto ampia, si tratta ancora di un traforo, ma fossile con 3 ingressi. Il primo è sbarrato da un'antica costruzione in muratura che toglie ogni dubbio sulla possibilità che si trattasse di un tempio (buddista?).

     La seconda è Dapu Yan, di circa 1 km, che ci incanta per le forme delle sue gallerie: freatici tondi, meandri con sezione tipicissima a buco di serratura, canali di volta perfetti che si seguono per centinaia di metri: il tutto sotto pochi metri di calcare. Sopra la nostra testa ci sono i campi di riso...

     27/8. Per completare il giro di bussola attorno a Gongcheng, quest'oggi siamo ad Est. Controlliamo alcune segnalazioni "fasulle" prima di imbatterci in Xiao Yan, la prima grotta cinese dove si vede una nutrita colonia di pipistrelli (con annesso guano: Xiao in cinese vuol dire nitrati). Qui merita di essere ricordata una fanciulla (tanto cara a Paolo Gerbino) che con il suo abitino da contadinella stile "Mulino Bianco Barilla" ha accompagnato in grotta da un 2° ingresso alcuni dei nostri compagni di ventura cinesi impossibilitati (causa carenze tecniche) a percorrere l'imbocco che avevamo individuato (a pozzo).

     28/8: giornata speleologica conclusiva. Rileviamo ancora un paio di grotte entrambe ad Ovest della nostra base, ovvero nei pressi del villaggio di Menlou. La serata prevede la cena ufficiale di "chiusura lavori", con partecipazione anche del "prefetto" di contea, e l'immancabile discorso.

     Il 29 si torna a Guilin e il 30 seguono i voli aerei Guilin-Pechino e Pechino-Roma.

 

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Samarcanda 91

G. Badino


La spedizione

     Dal 22 luglio al 28 agosto ha avuto luogo la seconda spedizione italiana della regione del Bai Sun Tau, in Uzbekistan, al confine col Tadgikistan. Vi hanno partecipato: Bernabei, Boldrini, Centioli, Mecchia, Polletti, Re, Topani, Zannotti da Roma, De Vivo da Padova, Campion da Treviso, Vacca da Chioggia, Giulivo da Avellino, Sivelli da Bologna, Beccattini da Pistoia, Antonini da Ancona e chi scrive.

     Ha fatto seguito a quella denominata Samarcanda 89, ampiamente descritta anche su bollettini precedenti.

     Due anni fa ci eravamo, in sostanza, aggregati ad una spedizione russa che operava là e nella grotta di Boy Bulok, sul vicino Sur Khan Tau.

     L'obiettivo di questa era molto più ambizioso: fare una spedizione interamente impostata qui, in autonomia, per affrontare i problemi esplorativi dell'intera regione.

     Di risolverli non se ne è parlato, ma siamo riusciti ad affrontarli, e questo è il primo di una serie di scritti che vi annoieranno raccontandovi di come siamo riusciti a "pensare" una intera regione vastissima in meno di un mese.

     Le grotte. Abbiamo scovato quattro grotte significative: due in una regione di ipercarsismo, in gessi intorno a quota 2900, a metà del monoclinale: una (Gor Momon) di 114 metri di profondità e seicento di sviluppo in ambienti enormi, ad oltre 2500 metri di quota, l'altra (Gor Ever Pascia) di sviluppo e profondità che ne sono la metà.

     In calcare. Abbiamo concluso con gli inglesi l'esplorazione di una grotta da essi localizzata l'anno scorso esattamente dove abbiamo posto il campo, a quota 3410: è un 310 con più rami ma chiude in via definitiva su sifoni, e non ha aria.

     La chicca è stata Ulugh Begh, individuata nelle immagini dall'elicottero e molto facilmente raggiunta da Tono in soli tre giorni di lavoro su una parete di 320 metri di altezza, aggettante di una ventina. L'imbocco, ottanta metri sotto la cresta, è a quota 3720 e credo che sia la più alta grotta significativa del pianeta: è un freddissimo meandro, che rimane sottozero (in media -0.5°C) sino ad ottocento metri dall'entrata. Occupata da varie colate di ghiaccio, alcune davvero imponenti, è selettiva fuori (prima o poi ne vedrete foto ed immagini) e selettiva dentro, dove le punte alla fine duravano una ventina di ore per esplorare a quote intorno ai 200. È profonda circa 280, lunga un chilometro e mezzo ed è ferma alla base di un gran pozzo che ha tagliato il meandro.

     Ulugh Begh, nipote di Tamerlano, il maggiore astronomo della storia umana prima dell'avvento degli strumenti ottici. La grotta che gli abbiamo dedicato ci è rimasta in gola: era quella che volevamo, ma l'abbiamo trovata, al solito, a fine campo. A nulla è valso il declinare l'invito russo per partecipare alle risalite a Boy Bulok, ferme a 1450: nulla, era troppo tardi per occuparsene seriamente, e l'abbiamo chiusa su una difficoltà apparsa nella penultima punta.

     La documentazione. Cinque chilometri o giù di lì esplorato e rilevato in grotte impegnative più un'altra quindicina di chilometri di rilievi esterni a quote alte, anche geologici.

     Un fantastiliardo di fotografie.

     Una quindicina di ore di riprese fatte da Astigo e da me, a sufficienza per ammazzare un cavallo telemaniaco.

     Tre chilometri e mezzo di pellicola da 16 mm girati dai due operatori di Canale 5 che

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abbiamo avuto al seguito per una decina di giorni.

     Adesso il problema sarà di organizzare tutto quanto.

     Gli elicotteri. Gran parte del merito di essere riusciti a combinare tutto quanto è stato degli elicotteri e di alcuni degli elicotteristi. Le macchine erano MI8 dell'Aeroflot, che nella versione più potente ci hanno mostrato di poter portare poco meno di due tonnellate di materiale e venti persone a quasi tremila metri. Con carico moderato il migliore degli elicotteristi, il grande Muzzafar, faceva lo scemo sulle pareti con una agilità che ho visto solo ai migliori piloti del soccorso alpino con i Lama: in sostanza si tratta di gran lunga degli elicotteri più fantastici che abbiamo mai visto.     Abbiamo totalizzato più di trenta ore di volo delle quali una decina dedicate a prospezioni aeree.

     Le telecamere. Per impostare il lavoro sulla parete ci siamo portati appresso sia una macchina fotografica Polaroid che una telecamera. La prima era adeguata solo su zone dettagliate, quasi inutile sull'insieme. La seconda invece si è rivelata decisiva per molte cose.

     Una è che ci siamo potuti fare un'idea così chiara dall'aria, e quest'idea era così chiaramente comunicabile agli altri, che durante la prespedizione ci siamo affrettati a telefonare in Italia pretendendo che gli altri, oltre a tutto il resto, portassero pure un televisore. E così la sera ci guardavamo le riprese fatte durante il giorno da Astigo e da me e questo ci ha permesso di tenerci tutti quanti aggiornati sul dettaglio delle cose da fare. Ne eravamo fierissimi, una soluzione da spedizione anno 2001 !

Sulla cresta sopra Ulugh Begh, a 3850 metri (foto G. Badino).

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     I filmati della parete poi, benché risultino noiosi in modo allucinante dopo i primi tre secondi di visione, pure si sono mostrati non solo indispensabili per pianificare il lavoro in parete, e pure essenziali per capire ciò che su quella parete era già stato fatto. Questo perché i russi, consci del nostro arrivo, avevano curato di fare il più possibile prima di noi. Non avevamo cavato gran ragni fuori dai buchi ma il loro lavoro era stato notevole: ma non ce lo raccontavano, se non a frammenti. Nei primi giorni, stufi di ripetere buchi già visti, abbiamo incollato i loro esploratori e un paio di inglesi a vedere i film e abbiamo potuto così avere una idea chiarissima dell'esplorato. Tant'è che, orientati meglio, entro pochi giorni entravamo in Ulugh Begh.

     Le comunicazioni. Topesio si è portato appresso tutto un ponte radio da ottanta chili. Consci del fatto che in qualunque parte del mondo è proibito portare radio, ci faceva scappare da ridere il fatto di montare un intero, potentissimo e abusivo ponte a quota 3800 sopra pianure infinite, a metà strada fra l'Afghanistan e l'aeroporto militare di Karsi, da cui partivano gli aerei che di quel paese si sono assai occupati in tempi recenti. Ci aspettavamo cioè un rapido e fatale attacco, invece non è successo assolutamente nulla.

     Senza quel ponte, comunque, prima il film e poi la spedizione sarebbero naufragati. I problemi di gestione degli elicotteri e di movimento degli uomini su un territorio così vasto erano così complessi che un russo ha dovuto rimanere fisso a Dushambe, collegato via radio. E anche così ci è andata appena bene.

     I mezzi. La quantità di materiale che ha permesso lo sforzo era molto grande e qui devo dire una cosa: fosse dipeso da me avrei fatto diversamente, e così facendo non avremmo ottenuto nulla. Le "mie" spedizioni sono incursioni esplorative; pochi uomini, poco materiale, nessuno sponsor al quale render conto di eventuali insuccessi. Funzionano, così facendo si riesce a combinare parecchio, si riescono ad aprire problemi: ma non a chiuderli.

     I miei dubbi sulla impostazione Tullio-Tonesca della spedizione era proprio che stessimo esagerando. Temevo che alzando così tanto il tiro ci si esponesse sia ad una eccessiva rigidità esplorativa, sia a grossi danni nei rapporti con i promotori se per qualche motivo (uno dei molti che abbiamo poi visto direttamente) non riuscivamo a combinare nulla.

     Durante il campo ho potuto osservare arrivare, una dopo l'altra, grane che avrebbero facilmente fatto affondare spedizioni meno massiccie, come difatti è avvenuto con la spedizione inglese. I fulmini arrivavano: il campo è in un punto sbagliato, i russi ci nascondono informazioni, gli elicotteri non volano, i piloti non ci trovano, i pastori rubano materiali, c'è il golpe, etc. etc., l'elenco era ridicolo. Arrivavano ed eravamo pronti a rimediare con le quotidiane assemblee che decidevano il da farsi per l'indomani. Arrivavano, e noi avevamo i mezzi per resistere e girarle a nostro vantaggio: fantastico, complimenti agli organizzatori, e perdonate i miei dubbi.

     I compagni. Tutti loschi individui, eccetto chi scrive. Alcuni andrebbero ripresi dall'inizio e rifatti: anzi, intendo appoggiare le tendenze rieducative che stanno apparendo nella speleologia italiana. Campi Speleologici Di Rieducazione, ecco cosa ci vuole per certa gente!

     Ma bisogna ammettere che ora il nucleo degli spedizionieri di Roma, rinforzato da alcune delle più tediose "bellefighe" della speleologia nazionale, è diventata una squadra davvero efficiente. Anche nei primi dieci giorni, durante i quali le prospezioni sull'immenso territorio sembravano promettere grotte quanto il Monte Bianco eravamo tutti un po' tristi ma contenti di essere lì: e soprattutto non c'erano nervosismi. Se schiviamo la normalizzazione continueremo ad invecchiare insieme facendo delle cose divertentissime.

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     La delusione. Mi è stato detto che abbiamo fallito perché non abbiamo fatto il record del mondo: l'osservazione, che la prima volta mi era sembrata una battuta, mi è stata ripetuta un paio d'altre volte, sul serio, ed allora merita qualche commento.

     Qualche anno fa feci uno scherzo carino: mentre ero in Brasile finsi di sposarmi, inviando finte partecipazioni di nozze a questo e a quello: lo scherzo trascese le risate e divenne un curioso test su come la gente mi "vedeva".

     Anche questa volta è balzato fuori un risultato: sapere ciò che questa spedizione e alcuni suoi componenti rappresentavano per l'inconscio di molti.

     Tutti sanno cosa sono costate le massime profondità planetarie a chi le ha esplorate, e quanto tempo. Non ho dati, ma credo che il menomille costato di meno abbia richiesto comunque migliaia di ore-uomo, ed anni.

     Tutti sanno, pure, che quando si va ad esplorare una regione non si fanno grandi grotte: il record mondiale di spedizione credo sia Muruk, un menoseicento scovato dai francesi in Nuova Guinea.

     Alcuni invece da noi volevano che, esplorando per venti giorni un vastissimo territorio, trovassimo ed esplorassimo pure la grotta maggiore del mondo: a tremilacinque, poi (nei meandri di Ulugh Begh eravamo tutti sfiatati di continuo). Direi che noi siamo stati personaggi di fantasticherie d'altri.

     Vi avevamo viziato, amici: due anni fa a Boy Bulok ci hanno portato già a -800, e abbiamo potuto fare i furbi; ma davvero confondete la caccia sul territorio con l'avanzata in una grotta? Probabilmente qualcuno di noi l'anno prossimo tornerà a Boy Bulok, e tirerà le punte verso l'alto. Forse sarà anche una cosa detta record: ma pensate che sarà meglio di quest'anno?

     Quel che ci poteva capitare era che, con una fortuna senza precedenti, nei primi dieci giorni saltasse fuori un Ulugh Begh, incurante del fatto che gran parte del campo si preoccupava di fare un film. Occorreva poi che fosse più facile, e che vi avanzassimo più a lungo, e che la chiusura fosse più incerta. Allora, effettivamente, una Samarcanda 92 sarebbe scesa parecchio. Parecchio davvero.

     Speratissima ma inattesa, insieme ad altre vie ipogee ad alta quota, è saltata fuori una grotta imponente, ma, direi, non tale da giustificare una nuova spedizione. La prossima forse si farà in Brasile. Il risultato? Con un po' di fortuna qualche chilometro di grotte tropicali, con molta un meno trecento, anche se forse sarebbe più comodo un più trecento.

     Insomma, dal punto di vista di chi fantastica di record, un fiasco annunciato. Chissà perché farla, allora, si chiederà costui.

Il risultato

     Il risultato più stupefacente, secondo me, è stata la modifica di un punto di vista. Mi spiego: noi avevamo in testa l'immagine acquisita un paio d'anni fa di un tratto irrisorio di una parete infinita persa in un posto remotissimo, fantastico, che probabilmente tutti quelli che leggono questa nota hanno visto in foto.

     Bene, ognuno di noi ne aveva un'immagine e su quella ha lavorato per fantasticare: cosa conteneva quella scogliera infinita, che sembrava uscita da incisioni di Dorè?

     Ci viaggiavi con la mente, ma occorrevano giorni per percorrerla tutta davvero e ancora nessuno speleologo l'aveva fatto.

     Ecco: è successo che siamo entrati nel quadro, un'incisione rappresenta un posto favoloso, e l'abbiamo esplorato, vi abbiamo vagato, lo abbiamo documentato. Abbiamo estratto il

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paesaggio dal quadro e lo abbiamo portato nel mondo dei paesaggi che conosciamo, portandolo così un po' anche nell'insieme dei paesaggi umani. Immenso, cinquanta volte il Monte Corchia, alto il doppio. In qualche punto solcato da orme di dinosauri che sembrano appena passati. In venti giorni pianificati, duri, decisissimi è uscito dall'immaginario, è entrato nella regione del descrittibile: qui i gessi, là la parete, i canyon, le grotte. Questi i rilievi, le foto, i film.

     Mi è venuto in mente che la speleologia di esplorazione si occupa proprio di curiosare negli angoli oscuri dei quadri, illuminarli: fa la gigantesca operazione di vedere le grotte come il prolungamento delle superfici esterne dei monti.

     Ad Urganc, finito il campo, eravamo esultanti, eppure avevamo un buon motivo per essere delusi: Gor Ulugh Begh, quella che probabilmente era la grotta che sognavamo, l'avevamo trovata tardi e ci era mancato il tempo di far qualcosa di più che innamorarcene e "chiuderla". Ma esultavamo: avevamo, e abbiamo, la sensazione di aver messo a punto sia tecnicamente che umanamente un gruppo di lavoro in grado di entrare nei paesaggi immaginari e di trasformarli in reali, descriverli.

     Tu forse, lettore, pensi che stia impazzendo. No, o almeno non da ora; il problema è che tu non hai vissuto quella sensazione di immenso, di essere di fronte ad un problema infinito e di poterlo in parte affrontare, in venti miserabili giorni. La sensazione di incontrare problemi che ti dovevano far crollare e scoprire che con noi c'erano risorse per batterli, uno ad uno, sino alla fine del campo quando ormai ognuno di noi aveva visto i suoi luoghi di fantasia trasformarsi in reali, in rilievi, in posti specifici e non nebulosi.

     Hadja-Gur-Atà ora fa parte delle nostre reti neuroniche.

In discesa verso Ulugh Begh (foto G. Badino).

 

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Spedizionare

G. Badino


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     Una sera al campo di Ulugh Begh i nodi e i limiti della impostazione "spedizione" per esplorare una regione sono venuti al pettine. Mi spiego.

     Credo che si riesca a combinare qualcosa di buono in un complesso carsico solo se lo si riesce a "pensare", se ci si torna per centinaia di volte. Deve entrare a far parte delle nostre cellule cerebrali al punto che possiamo esplorarlo anche solo esplorando il modello mentale: Piaggia Bella e il Fighiera-Corchia sono esplosi proprio quando alcuni individui hanno preso questa strada. In altro modo, credo, si possono solo raggiungere dei "fondi".

     Questo approccio negli ultimi anni ha mostrato che le grotte sono in genere molto più vaste di quel che sembra lì per lì. una linea di sviluppo riuscite a percorrerla ma la grotta come forma interna del monte vi sfugge. Questa tesi, che solo i locali possono davvero esplorare una grotta, l'ho sostenuta in una serie di articoli per la rivista della società brasiliana di speleologia e ne sono tuttora convinto, e cerco di praticarlo.

     La nostra speranza (o almeno, la mia) era che si riuscisse in qualche modo a rimediare a questo stato di fatto giocando pesanti come uomini e materiali. In questo direi siamo stati delusi: i ritardi e i limiti oggettivi dovuti alla scarsa conoscenza iniziale del territorio hanno impedito che entrassero in campo tutte le potenzialità: i territori vasti sono come un lungo meandro, si passa lenti e uno alla volta. Abbiamo fatto tantissimo ma quando è saltata fuori la grotta giusta era tardi.

     Quella sera, ad Ulugh Begh, abbiamo discusso. Lasciamo armata la calata? Torneremo in questa che sembra il fratello maggiore di Boy Bulok? No, si diceva, per i prossimi due o tre anni certo non torneremo, né monteremo una nuova spedizione solo per una grotta. Era logico e ragionevole, ma era tristissimo.

     Mi sembrava una storia d'amore in un posto lontano, quando cerchi di prolungare gli attimi insieme prima che parta l'aereo che ti porterà via, e sai che non ci puoi far nulla.

     L'indomani siamo entrati per una punta di venti ore che doveva rilevare spazi e temperature della grotta e disarmarla, esplorando l'evidente e lasciandola chiusa. Tristissimo, inevitabile.

     Altri limiti, meno strutturali, sono saltati fuori nella nostra e anche nelle altre spedizioni di cui abbiamo avuto notizia. Il più importante è che i locali tendono a consegnarti delle regioni da esplorare con l'entusiasmo col quale ti affitterebbero la moglie, spinti dalla necessità di mangiare.      Agiscono esattamente come agiremmo noi al posto loro: cercano di mandarti in zone già note e ti rendono difficile il procurarti informazioni su di esse per poter, loro, risultare indispensabili alle ricchissime spedizioni europee. Noi l'abbiamo misurato sulla nostra pelle, limitando le perdite di tempo solo grazie a trucchi quali le proiezioni serali collettive e grazie al fatto che, complessivamente, con quel gruppo di russi negli ultimi due anni abbiamo lavorato parecchio e con reciproco profitto. Ma non è facile.

     Per ovviare, al di là delle idee brillanti che facciano "parlare" chi ha le informazioni, credo sia necessario, semplicemente, avere una conoscenza del territorio superiore a quella dei locali.

     Ritorniamo così al punto di partenza, in quei posti devi esserci andato parecchio, oppure non ci deve essere andato davvero nessuno: devi gestirti da solo, ovviamente invitando i locali per far crescere le realtà speleologiche di quel posto, ma devi essere in grado di gestire da te i tuoi obiettivi.

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     Quello della crescita delle realtà locali è un punto chiave e dà qualche speranza all'impostazione a "spedizioni". In Brasile, l'anno scorso, ho richiamato altri italiani con la condizione che, oltre a collaborare con gli speleo di giù, ci facessimo usare come istruttori di corsi di speleologia e di soccorso. Credo sia proprio conveniente, oltre che dovuto. Li metti in condizione di proseguire il lavoro iniziato, riuscendo così, in parte, ad ovviare alla sindrome descritta all'inizio (tu potrai in ogni istante futuro rientrare nelle esplorazioni) e investi sul futuro per quando tornerai, non foss'altro per garantire l'esistenza di una squadra di soccorso.

     In quello l'esperienza che sta procedendo ora, sia coi brasiliani che coi russi, sembra molto fruttuosa.

     Ma ecco un altro limite, il soccorso. Ne ha parlato Luca nell'ultimo Grotte, e non lo ripeto, ma è un problema effettivamente grave.

     Samarcanda 91 ha ovviato facendo in modo che la squadra fosse autonoma: lo era davvero, c'era metà del GLATSS e un sacco di capisquadra, un medico e quasi un quintale di materiali di medicalizzazione, ma sembra una soluzione ripetibile solo con questo tipo di spedizioni.

     E apro un inciso: le gite all'estero sguarniscono il soccorso in Italia. Credo che quest'estate l'insieme delle spedizioni italiane in Asia abbia succhiato una parte ben sensibile degli attrezzisti e dei quadri di soccorso, e forse occorrerà che il CNSAS, in futuro, curi le modalità di reperimento di quelli che rimangono in Italia ad agosto, sparsi sui monti della penisola.

     Le spedizioni aprono gravemente e senza speranza più problemi di quel che chiudono, a volte in maniera dolorosa. Se le fai come incursioni sono belle, avventurose, li aprono e basta; se le fai come spedizioni serie, con fortuna e gran sforzo, hai qualche speranza di abbozzare una "soluzione", come ha detto Samarcanda 91, ma si rimane lungi dall'ottenerla.

     Eppure credo che siano molto utili a chi le fa, servono almeno a sprovincializzarlo, a vedere le beghe di parrocchia per quel che sono, e anche a vedere le proprie grotte come parte di un problema assolutamente infinito, da affrontare con equilibrio.

     Utili, probabilmente indispensabili, ma le suggerisco solo a chi è ben sicuro di non perdere, con esse, la coscienza che il territorio attorno alla propria casa è ancora misterioso, che è una delle cose più belle che la speleologia può regalare a chi la pratica.

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Il nodo a serraglio

G. Badino


Dal "Libro Dei Nodi" di Ashley:

     Nel nome di Dio, il Clemente e il Misericordioso,

     176. Dovendo far esplodere una cartuccia di dinamite si può usare un nodo a serraglio. Stringete forte, tirando i due capi della funicella e avrete un nodo resistentissimo.

     355. (...) con un nodo a serraglio che è più sicuro di un nodo parlato o del nodo a bocca di lupo.

     1188. Il nodo a serraglio è il più fermo dei nodi incrociati. Si fa sulla cima o nel doppino ma è uno dei più difficili da sciogliere sicché serve solo per dei nodi permanenti (...)

     1249. Il nodo a serraglio (...) non scivola, non si rovescia, è il più sicuro di tutti i nodi a strangolare.

     1251. Per fare un nodo a serraglio nel doppino si fa una volta senza stringerla, si tira il doppino in fuori e lo si passa sull'estremità dell'oggetto sul quale si fa il nodo.

     1252. Con una volta in più il nodo a serraglio si trasforma in una legatura permanente.

     Credo che quello dei nodi sia l'arte umana in cui più capita che a uno che pensa di capirsene vengano insegnate cose importantissime dalle persone più inattese: basta sforzarsi di essere umili ed attentissimi.

     Quello che presento qui è il nodo che, invece, ho reperito all'interno del Libro citato; l'ho già letto attentamente un paio di volte (esperienza mistica) e il nodo a serraglio mi aveva colpito per quanto vi era detto, e per quanto appariva stabile ed astuto.

     Ci ho giocato sino ad impararlo e poi una bella mattina d'Ottobre, mentre a Costacciaro scendevo a vedere le appassionanti gare di risalita su corde, ecco che passo di fronte all'amico Giovanni Guerriero che attendeva in solitudine di fronte al laboratorio di prove materiali. Mi guarda e mi chiede se ho qualcosa da provare: "sì, ho dei nodi" mi dice una vocina abissale, in me. "sì dei nodi", dico, docile.

     E ci mettiamo al lavoro.

     Proviamo una gassa surreale che mi sembra abbia interesse solo per giochi di prestigio, ma che tiene in modo sorprendente (più del Guide con frizione!), insegnatami da un mediocre allievo in Brasile, poi passiamo al nodo a serraglio su moschettone.

     Prima prova, su Ederlid vecchia da 10 mm; da una parte il serraglio, dall'altra un parlato (barcaiolo): questo esplode a 1140 DaN, o, se volete, chilogrammi forza, chè son quasi uguali. Il Serraglio vincitore si scioglie facilmente. Notevole.

     Seconda, contro un Guide con Frizione. A 1320 scoppia il Guide: il Serraglio vincitore continua a potersi sciogliere. Però!

     Terza, contro i rulli. Cede la corda sui rulli a 1260! Giovanni ed io cominciamo ad essere preoccupati, è un nodo magico mi dice, ma di certo la corda era danneggiata: passiamo ad una Beal nuova.

     Quarta, contro i rulli: finalmente il serraglio schianta, a 2050.

     Quinta, incrociato sul moschettone (vedi sotto): cede a 2000.

     Sesta, iniziando col nodo non stretto sul moschettone: schianta a 1950.

     Settima, di riferimento, un Guide con frizione contro rulli: cede a 2040.

     Insomma è un nodo di prestazioni sorprendenti. Sotto trazione scorre per pochi centimetri, anche nel caso che lo si lasci molle. Muove, si ristruttura, ma tiene in modo incredibile, rimanendo scioglibile anche dopo aver sopportato carichi al limite della rottura della corda.

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     Credo lo si possa senz'altro adottare in alternativa al barcaiolo, e sperimentarlo come nodo cortissimo in punti critici di manovra di soccorso: aggancio barella e carrucola.

     Se le prove a strappo daranno risultati altrettanto sorprendenti allora vedremo di estenderlo ad altri posti. Intanto vediamo in modo esteso se e quali guai genera.

     Un accorgimento: non deve essere incrociato col moschettone perché sennò nelle ristrutturazioni che esso subisce sotto carico si inchioda nella curva di questo: cessa assolutamente di scorrere ma diventa difficilissimo da sciogliere.

Il nodo a serraglio

 

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Acidity - 249.a puntata

P. Terranova


Riassunto delle puntate precedenti

     A causa di un pregevole scritto scientifico sulla corrosione e la speleologia, Peter si attira le nefaste attenzioni di alcuni boss della speleo nazionale.

     Sulla rivista più potente del settore, inoltre, egli viene pubblicamente sfidato a recensire - se c'ha le palle - anche la sua rivista, sperando così di farlo prendere dal vortice dei sentimenti come se fosse saggio con la Fiorentina.

     Qui si dimostra come Peter ce l'abbia, le palle. Triple.

     Mentre su Milano calano le prime ombre della sera, nelle grandi redazioni si spengono le luci degli uffici.

     Decine di impiegati, smessi i panni aziendali comprensivi di Ecrin Petzl e fango sintetico, lasciano la loro scrivania nella sede dello "Speleo Shimbun", quotidiano della potente Società, al 333° piano del Palazzo della Speleologia.

     Il boss è soddisfatto, incrocia le gambe sulla lussuosa scrivania in kevlar, aggiustandosi la cravatta à-la-Ederlid. Le cose vanno bene e nessuno insidia le pingui quote di mercato del giornale...

     Alla stessa ora, in Lungonavigli Pierre Allain.

     La stamberga che vedete è la sede della "Secondary Inc." consorzio di rivistine indie di mezza tacca. Attenti ai topi ed entriamo.

     Una fioca lampadina illumina le facce pallide dei 3 balordi riuniti a cospirare: John il Ligure, Leon lo scienziato e Marius, la Bestia Bianca. Posta in gioco quale magazine dovrà spodestare Speleo Shimbun dal mercato.

     Arbitro dell'incontro: Peter, the Satir-Writer.

Concorrente n° 1: Country and Western

     "Belin, Belan, DioFaus!" - tuonò John, drammatica figura di Ligure collaborazionista, convertito al piemontesismo per via dell'abbondanza di figa. "Sono 1200 numeri di Grotte che faccio uscire uno più bello dell'altro. Grande esplorazione, simpatia, senso del sociale.

     Per esempio, diamo un'occhiata all'ultimo numero (Grotte n° 105 del gennaio/aprile 1991): ma dove le trovate notizie così interessanti?

     Peter sospirò: "Ragazzi andiamo male. Più che una satira, parlare male di Grotte sembra un massacro in un ospizio per vecchi.

     Dalla copertina, l'incerto lucore della solita foto coralleggiante di M. Vigna promette almeno una vivacità di fondo che si smarrisce durante il cammino come il prode A. Manzelli sul Marguareis.

     Il notiziario appare sempre curato da un folto team di attenti redattori, tra cui ci pare di riconoscere Badino, Badino & Badino, tre ragazzi giovani assolutamente anti-protagonismo. E che super-notizie! vanno dal bollettino trimestrale nascite/matrimoni del GSP (per non

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parlare dei necrologi...) alle epiche gesta dell'AGSP, detta anche la SSI dei poveri. Purtroppo co-produttore del notiziario è Buzio, cosa che deprime ancor più il già depresso glamour di questa rivista, presto in diffusione attraverso i circuiti parrocchiali.

     A pag. 10, l'attività di campagna dei Savoia: veramente una valanga di uscite...

     Pag. 17: tra suffumigi acidi e risalite ad arpione, la Narco is Alive and kickin'! Il sonno della ragione provoca mostri: ed ecco a voi Big Sur, piccolo ma tosto abisso in quota.

     A pag. 28 un'altra giovane speranza del GSP, tale Eusebio, trova ancora la forza di esaltarsi per il ritrovamento di uno sfigatissimo buco e, a pag. 33, cosa può avvizzire meglio lo scroto di quattro belle notiziole dal Brasile? La penna celestiale è, al solito, quella del noto Joao Badinho.

     Chissà chi è invece ad elucubrare di tecnica e Macintosh a pag. 42? Ma è ancora lui, l'Autore Misterioso, nella sua versione Badrilla-Bardach.

     In tutto ciò, Karrieri se la sghignazza con i suoi mercenari-belgo-lumbard e regala Capitano Paff (pag. 21, rilievo + scheda) alla Redazione afflitta, in cambio del km di corde che già da alcuni secoli marcisce in fondo alla Grigna sotterranea.

     Achille Casale - bontà sua - fa gioco di squadra, spacciando il mazzo che si fa in giro per il mondo con un'attività sociale del GSP a pag. 40; le sue notizie hanno sempre un po' il sapore di Indiana Jones e certo danno un tocco di internazionalismo a questa massa di aborigeni della speleologia esplorativa.

     La cosa più travolgente di Grotte è comunque la pubblicità, che si batte gagliardamente con la Pravda per la cupa tristezza industriale del suo messaggio pubblicitario, evocando nel lettore sofferenti visioni di autovetture Fiat e mobili Aiazzone.

     Infine, ciliegina bacata su una torta di panna acida, io vorrei saper dove cazzo hanno tirato fuori quello stronzo di Satir Writer a pag. 14: non va in grotta, non si espone, non rischia e scrive scrive scrive...."

     Con tipica flessibilità occidentale, il Ligure cercò di mercanteggiare. "Facciamo così: mettiamo Valentina nuda in copertina ch'è l'unica cosa bona che ci abbiamo, lo chiamiamo PALP e lo lanciamo sul mercato con tanto di post-produzione di Gobetti e Marantonio. Voi ci mettete i soldi e ciao".

Concorrente n° 2: Baudelaire not's dead

Sciao un corno! - ruggì la Bestia Bianca - voaltri xe bravi ma senza un ideale.

     A noi ne risulta che la speleologia xe anca un fatto culturale.

     Come noi, muli umili sempre pronti alla ricerca de qualche grotta nuova e profonda (così profonda che no la misuramo per non spaventarze) ma dotati di un cervello che anca pensa e di una vena poetica.

     Il passato ed il progresso: PRO-GRES-SIONE, la rivista de' muli intelligenti (no, no, xe i cavalli).

     Qua un numeraccio a caso, il n° 93 del giugno 90. Che ne dici Arbitro?

     Peter stilò il referto: "Piena di retaggi culturali, con una vena inquietante di neo-gotico, Progressione si pone al top della produzione post-punk.

     Leggasi il decadente articolo di quel dark di S. Savio (pag. 13 - un'immersione particolare) dove si narra della sua mancata fine del sorcio a -56 nell'Antro di Bagnoli ed anche l'ar-

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cheo-editoriale del sommo D. Marini (pag. 56- "Nascere Troglofili"): perfetto come un paletto di frassino.

     A pag. 18 la bella Michy è iniziata agli orrori del carso caninico tra profumi di oppio e orge di gruppo, anzi di Commissione. La grotta (Abisso della Funivia) sarà sicuramente una cosa da triestini, ma la protagonista viene formalmente invitata ad un seminario di sessuologia applicata presso il GSP. Visti i tempi, portare abbondanti razioni di spermicida.

     A pag. 42 F. Cucchi ammette finalmente di essere il Paolo Forti dei poveri con un'accorata prolusione che appunto prolude così: "Io non sono un gran speleologo... ".

     Chi invece becca bene deve essere Pezzolato - grande mito di tutte le teenagers slovene. A pag. 22 ci illustra le Buse d'Ajar; a pag. 31 esplora Scalaria (rilievo a pag. 33), fa delle cose mostruose, sta dentro 1200 ore, però trova il tempo di affermare (pag. 32 1ª colonna): "Non sono un duro. Ce l'ho solo, duro".

     Sempre lui, a pag. 35 ribadisce il messaggio alle squinzie di Lubiana: "Quel che conta xe la ponta!" e parte per il Veliko con grinta paurosa.

     Si capisce molto meglio ciò che dice a pag. 40 "- il muro": pausa caffè per il vostro Satir-Writer.

     A pag. 44 sembra di essere sulla asfittica rivista del GSP Puericultori: per la 164ª volta notizie dal Brasile! Purtroppo il morbo che già attanaglia alle palle i lettori della rivista del GSP Paulista si sta diffondendo velocemente sulle altre magazines.     Rilievo (pag. 45- Rio Sao Vicente) del solito grottone tropico con profilo a forma di capocchione e solite grotte con tante "h" nel nome.

     Almeno dateci anche notizie della puciacca locale...

     Sempre TerzoMondo a pag. 68 con il cinquantennale della Speleologia Cubana: alcune solenni fregnacce sulla speleologia militare declamate da Fidel ammiccano ottuse e rassicuranti da una foto in b/n."

Concorrente n° 3: per un pelo...

"Un dì 'azzate!" - sbottò Leon lo scienziato pazzo - noi dobbiamo creare qualcosina di competitivo, di 'azzuto: con la squadra da punta che vi trovate ultimamente vo' Piemontesi potete anda' afa la punta alle matite! Il più piccino l'è 'ndinosauro! Perché 'unlachiamate Frotte (di figli)?

     Toh, invece TALP: un joiellino! Grandi fatti, grandi e giovani esploratori (Adiodati vale doppio, anzi triplo). Il n° 3 del 1991 l'è perfetto! Ecchetunedici, Peter?

     Peter era in difficoltà: sapete com'è, il SW è un cane da trifole (o uno speleologo): cerca, gratta, ed alla fine salta sempre fuori il refuso tipografico, il doppio senso, l'interpretazione maligna.

     Ma ahimè, la selvaggia rivista della FST partiva troppo bene: Pag. 2, Editoriale che se la prende con Costacciaro: bello ma scontato come tirare a Saddam!

     A pag. 20 (Analisi statistica sulle grotte Apuane). Leon fa di nuovo il professore: purtroppo l'articolo è interessante, soprattutto interpreta quattro dati di cazzo con riferimenti operativi

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utili a chi sul campo ci lavora.

     Il SW passò avanti, sconsolato.

     "A pag. 45 e 47 due brevi psicodrammi interpretati dallo sciammano SpeleoGarfagnana - gruppo texmex della frontiera apuana sicuramente canapofilo - con nuovi rami all'Abisso Guaglio dedicati agli amici piemontesi (Ramo dei Vespasiani) ed un inquietante Abisso Perestroika (-180).

     In questo secondo pezzo, segnalo una frase celebre in cui si legge "forse fu solo un caso che il fumo della sigaretta fosse inghiottito da quel piccolo sottoroccia... ". Da ciò evincesi che i Toscani non conoscono la funzione del colpo di culo nelle esplorazioni.

     Per Peter, la sensazione era terribile: "Talp ha il vizio di essere scritto ben, con qualche spruzzo di lisergic emanations (Scritti del Colatoio, Dobrilla a pag. 25) e perfino il rilievo naif e la scheda tecnica di Olivifer (pag. 28).

     Quasi perfetto! Sarebbe forse Lei la controRivista se non ...ehi! un attimo! Cosa leggo qui? AlbertoBuzio? Aaaarghh! Ecco L'Errore!

     Un articolo con Lui e Tronico + 1 Tasso di spalla penalizza automaticamente di almeno 10 points la rivista sul quale appare! Faggnente se i Tarzanelli (pag. 38, -550 in Arnetola) sono anche una bella grotta!

     Certo ci sarebbe quel bel pezzo di D. Frati a pag. 8 (Buca della Doccia: e con il Colatoio fa un'alluvione...) che per un pelo... Ma no, niente da fare! anche Talp in serie B, con il Pisa, i Litfiba e la Bussola di Viareggio!"

     E fu così che anche l'ultimo concorrente visionato non beccò la nomination per un pelo: un pelo della Daniela, appunto

Epilogo

     Litigavano nell'ombra i congiurati, con le mani unte dal piombo scadente delle loro rivistine in quadricromia sbilenca.

     L'Accordo era ancora lontano, ma tra poco le loro vite si sarebbero incrociate con una presenza demoniaca ed orrorifica, l'essenza del Male Speleologico.

     Le ruote di una Cadillac giallo Jumar con minacciosi spezzoni di corda dinamica tranciati, si mossero lente verso la catapecchia della "Secondary": circondato dai suoi INSolenti bravacci, il Duca si recava a proporre un patto.....

 

Nel prossimo numero:

Metto d'accordo tutti! SPELEOCAI