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GROTTE
anno 33, n. 102 - gennaio-aprile 1990
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
sommario
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La parola al Presidente |
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Notiziario |
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Storia di 300 lettere |
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Attività di campagna |
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Il 33° Corso di speleologia |
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Tentativi al C3 |
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Omo sapiens |
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Nuove cavità del Marguareis |
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Rovistando in Grigna |
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L'incidente al Veliko Sbrego |
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Riflessioni sull'incidente |
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Altimetri in grotta |
Supplemento a CAI-UGET Notizie n. 7 del mese di luglio 1990
Spedizione in abbonamento postale Gruppo III
Pubblicità inferiore al 70%.
Direttore responsabile: Leo Ussello
(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13.10.73)
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Redazione: |
Giovanni Badino, Giampiero Carrieri, Marziano Di Maio, |
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Laura Ochner, Riccardo Pavia, Loredana Valente |
Foto di copertina di B. Vigna (Gallerie principali dell'Arma del Lupo sup.)
Bozzetti di Simonetta Carlevaro
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Stampa: LITOMASTER, Via Sant'Antonio da Padova 12 |
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Stampato con il contributo della Regione Piemonte (Legge regionale 69/81)
Spedito ai soci SSI con il contributo di questa Società
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La parola al Presidente |
A. Eusebio |
Di nuovo tra voi, la redazione insiste a farmi scrivere qualcosa che sia originale, che non
ricada nei soliti luoghi comuni e che soprattutto serva a qualcosa.
In questi anni ho perso un po' di fiducia in questa paginetta a cura della Presidenza e piuttosto che scrivere preferisco fare qualcosa, ma a volte indubbiamente è utile: ripensamenti di vario genere vale la pena che siano fatti per iscritto a duratura memoria.
In questo caso mi preme fare una serie di considerazioni sia sulla attività speleologica classica domenicale sia soprattutto sul modo di farla.
Sempre di più infatti si accentua la tendenza ad occuparsi di speleologia a tempo ridotto, facendone uno degli sports di cui occuparsi e mi spiego meglio: se infatti l'attività esplorativa segue un suo tran tran, fatto di alti e bassi, collegato fortemente alla buona o cattiva sorte, i processi mentali e le iniziative dei singoli in questo campo sono sempre di più a carico di pochi.
La massa infatti tende a muoversi su orizzonti limitati, con poche iniziative personali sempre a traino di qualcun altro, così si verificano uscite di quindici o venti persone, pensate da uno solo e non da altri; e peggio se costui, o i tre-quattro che pensano, non si muovono quella domenica, nemmeno gli altri fanno nulla.
È una considerazione triste dunque che coinvolge dal neoallievo ai più accaniti mosconi che piuttosto di cercare obiettivi si gettano su quelli trovati da altri.
Questa è più o meno la situazione dunque, e si impongono alcune riflessioni, la principale è che quando si trova un obiettivo concreto la gente si muove ed anche bene.
Un'altra è più amara: che anche i gruppi speleologici, come il CAI o la SSI, stiano diventando degli enti di servizio?

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Notiziario |
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L'osservatorio al Ballaur
Procedono le pratiche per la messa in opera di un osservatorio astronomico sul Ballaur (v. Grotte n. 100) e noi procediamo con i nostri servizi segreti a capire quali siano le intenzioni vere.
1) La prima fase è una ricerca di "seeing" cioè di visibilità che si protrarrà per circa due anni, a partire dall'estate '90. Verrà messa in opera con un elicottero una stazioncina meteorologica con dentro un telescopietto che misurerà la trasparenza del cielo.
2) L'obiettivo finale sembra essere quello di mettere su un osservatorio nell'Infrarosso: in pratica spostare nella provincia di Cuneo questa linea di ricerca che attualmente viene praticata solo sul Gorner, in condizioni però disastrose di seeing: cento giorni all'anno. Per farlo occorre una assoluta trasparenza del cielo e, soprattutto, clima secco.
3) Il motivo della sensibilità dei cuneesi ad un osservatorio, e della loro disponibilità a finanziarlo, è legata al fatto che si cercano agganci con l'Università, dopo che sono andate deluse le aspettative di avere sedi staccate dell'Ateneo torinese come sarebbe stato nei diritti di una provincia così grande e importante.
4) La zona del Cian Ballaur, per intervento del Visconte, è stata inclusa nel parco della Val Pesio.
5) Il protocollo d'intesa fra Osservatorio di Pino, Provincia ed Università contiene alcune perle: eccole. "Qualora i dati raccolti sconsigliassero l'utilizzo del sito studiato gli enti firmatari... decideranno
Il monte Pian Ballaur da Nord (foto B. Vigna).
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I confini del Parco dopo l'ultimo ampliamento. L'asterisco indica il Ballaur.
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di comune accordo se procedere ad ulteriori studi sul sito o eventualmente individuare un progetto alternativo in altra banda spettrale". Che vuoi dire: se il Ballaur non va bene, o continuiamo a studiarlo sperando che migliori (leggi: azzeccare un anno di bel tempo per dire che la visibilità è buona), oppure cambiamo banda sperando di vedere qualcosa. Comunque l'Osservatorio s'ha da fà lì, che ci si veda o no.
"Gli Enti firmatari si sono accordati sulla zona,... la cima di Pian Ballaur che garantisce affidabilità meteorologica e suggerisce una buona trasparenza atmosferica"... Affidabilità meteorologica ne ha, un mucchio: si può star tranquilli che là il tempo cambia continuamente, ed in genere piove, fa vento terribile e c'è spesso nebbia. È un picco di precipitazione, essendo la più alta montagna vicino al mare: cadono circa 2000 mm di acqua all'anno contro la metà che cascano sul resto dell'arco alpino cuneese.
Credo che la scelta del sito la abbia fatta un cuneese da barzellette: "Dove mettere un osservatorio? nel punto di massima piovosità della Granda, ovviamente, e in un Parco naturale per di più sennò che osservatorio cuneese è mai!".
Mi si dirà: lasciate dunque che buttino via il tempo con la stazioncina meteorologica e che poi la cosa cada nel nulla, come in genere avviene. Fare così è sensato, è vero, ma è un peccato. L'idea di un Osservatorio è ragionevole, le montagne cuneesi sono anche un buon posto, lo studio del seeing costa caro (un centinaio di milioni) e se tu ti sbilanci a farlo in un posto ridicolo finisci per sapere che una montagna alta vicino al mare è piovosa, e null'altro: hai buttato via i pochi soldi che avevi, due otre preziosi anni e l'entusiasmo. È brutto che queste linee di ricerca sensata finiscano così, brutto quasi quanto che chiudano il Gaché con una piattaforma, o che facciano una strada nella Conca di Piaggia Bella.
G. Badino
Siamo in un Parco
Con mano evidente e pesante il Visconte è intervenuto nella questione del Cian Ballaur. Il 26 marzo 1990, con Legge Regionale n. 16, una vasta zona includente il Ballaur è stata integrata nel Parco Regionale della Valle Pesio. che è stato così denominato "Parco Naturale Alta Valle Pesio e Tanaro". Ogni intervento nell'area deve essere sottoposto ad autorizzazione del presidente della giunta regionale previo parere favorevole del consiglio direttivo del Parco.
Il confine della nuova zona parte dei Rastelli del Marguareis, sale lungo il Colle del Pa, continua lungo la cresta includendo la Cima delle Saline, prosegue sino ai margini della Cima delle Colme, scende lungo le pareti del Manco, arriva dritto alla Gola delle Fascette, risale la costa del Ferà sino alla Colla dei Signori e corre lungo il confine sino a Punta Marguareis.
Una meraviglia, insomma.
G. Badino
I 40 anni della nuova SSI
La storia dice che la Società Speleologica Italiana è stata fondata a Bologna nel 1903, per iniziativa principale di Alzona e Gortani. Non è però riuscita a decollare come i promotori speravano, tanto che nel 1927 venne creato a Postumia (allora italiana) l'Istituto Italiano di Speleologia con la sua prestigiosa rivista Le Grotte d'Italia e poi con le Memorie dell'IIS. Dopo la bufera della guerra è tornato il vuoto, e in attesa che risorgesse l'Istituto Italiano di Speleologia il TCI, per coordinare l'attività dei gruppi che si andavano riorganizzando, aveva creato a Milano un Centro Speleologico Italiano, mentre organo ufficiale dei Gruppi Grotte è divenuta la Rassegna Speleologica Italiana, fondata a Como nel 1949 da S. Dell'Oca.
Il 25 giugno 1950, in occasione di un Convegno di speleologia a Verona, è avvenuta la rifondazione della SSI, che ha preso sede presso il CAI di Pavia. Per ricordare il 40° anniversario di questo avvenimento, il Consiglio Direttivo della stessa SSI ha pensato di riunire a Verona il 23 giugno 1990 coloro che nel dopoguerra hanno contribuito allo sviluppo della Società, per una semplice manifestazione con la posa di una targa in una delle sale del locale Museo di Storia Naturale.
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Di tutto un po'
Grosse prosecuzioni alla grotta della Maddalena, ubicata sul Resegone vicino all'abitato di Monterone. Attualmente sono stati esplorati circa 4 km e si è ben lungi dal termine. Sono state infatti scoperte condotte con 10-15 metri di diametro, percorse da corrente d'aria. La cavità è costituita da un vecchio reticolo freatico fossile. La risorgenza nota, di portata abbastanza cospicua, si chiama Fiom Làit (un altro "fiume latte").
Un nuovo abisso è stato scoperto dagli speleologi faentini in Apuane, sulle propaggini del Corchia che danno verso la galleria del Cipollaio: è stato chiamato abisso Milazzo e si pone già tra le cavità più interessanti di quella zona.
Novità dal Canin, parte slava: nella parte bassa dell'altopiano, a quota 1300 circa, è stato esplorato per una profondità sui 150 m un interessante abisso che termina per ora su strettoia, ma con una violentissima corrente d'aria. Mancano poco più di 300 metri di profondità per raggiungere il grande collettore che drena le acque alle risorgenze sopra Plevo.
Nel complesso di Piaggia Bella continuano lenti i lavori alle Porte di Ferro: scavi e risalite, risalite e scavi all'inseguimento dell'aria mancante. Uno dei principali pozzi è stato risalito per 65 metri: sta per finire. Cosa ci sarà lassù?
Un incontro con uno speleosub tedesco di Heidelberg ci ha procurato una cattiva notizia: Hasenmayer, lo speleosub sceso alle più orrende profondità in Vaucluse l'anno scorso ha avuto un incidente in un lago. A causa della concomitanza di un guasto allo strumento di calcolo della decompressione e a problemi su una piazzola di sosta è emerso in embolia. Le sfighe non son finite lì: fra campane di soccorso insufficienti e ricerche di centri specializzati si è accumulato un periodo di ore di cure carenti alla fine delle quali Hasenmayer era paralizzato completamente da bolle di elio nel midollo spinale. Recupererà, ma solo in qualche anno.
Il fotodocumentario di Meo Vigna è stato proiettato a Ivrea presso il CAI.
In occasione della serata inaugurale del 33° Corso è avvenuta al Teatro S. Giuseppe la proiezione del film speleologico Gnomus di Federico Thiemm.
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Storia di 300 lettere |
M. Di Maio |
Il perentorio appello ai soci SSI affinché manifestassero il loro interesse a continuare a ricevere Grotte, è stato prontamente raccolto: ben presto sono cominciate ad arrivare le risposte. Chi pensava a un ingolfamento della nostra buca da lettere è stato però deluso: sinora sono pervenute circa 270 risposte; altre stanno tuttora pervenendo al ritmo di 5-10 per settimana e quando questo bollettino sarà spedito il totale forse sarà intorno a 300.
Ora, 300 sembrano pochine in confronto al migliaio che abbiamo spedito sinora secondo gli accordi con la SSI. E gli altri? Non sono interessati a ricevere Grotte neppure gratis? Sono morosi con la SSI e pertanto hanno avuto il pudore di star zitti? Si sono dimenticati? Hanno sottovalutato la questione che invece è molto seria? Non sappiamo cosa pensare, ma una cosa è certa: dobbiamo programmare su elementi sicuri e non sull'incerto. Non ci possiamo permettere il lusso di stampare più bollettini del necessario, nell'ipotesi che eventualmente altri soci SSI
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rispondano in ritardo chiedendo gli arretrati (da spedire oltretutto a tariffa intera anzi che in abbonamento postale).
Le risposte sono giunte per lettera ma anche su cartolina, illustrata o postale. Qualche socio si è organizzato predisponendo uno stampato che poi ogni socio ha compilato; originale è quello del G.S. Chierici di Reggio Emilia, che riproduciamo in piccolo. Un primo problema purtroppo è stato posto dalle scritture illeggibili, che hanno fatto perdere tempo per rintracciare nomi attraverso il nostro indirizzario; vi sono peraltro casi disperati in cui manca anche l'indirizzo e allora niente da fare. Da Gruppi sono pervenuti elenchi di nomi tutti senza indirizzo, che hanno fatto perdere a Laura varie sere per individuarli sull'indirizzario computerizzato. Abbiamo poi nominativi che a noi non risultano tra i soci SSI (potrebbero però essere di soci dell'ultima ora).
La massima parte delle risposte è molto burocratica e asciutta: io sono socio SSI e quindi mandatemi il bollettino. Non pochi di questi non hanno neppure aggiunto un grazie o saluti.
Una cospicua percentuale delle lettere porta allegata la fotocopia del versamento della quota SSI, o della tessera: non si sa mai, quei sospettosi di Grotte potrebbero non fidarsi della parola. (Non sanno, costoro, che abbiamo gli elenchi SSI,... comprendenti forse i plurimorosi). Qualche volta al posto dell'attestato c'è il giuramento: giuro di essere socio SSI.
C'è poi chi non sa neanche in che mondo vive. Sono interessato ai vostri interessanti opuscoli, dice uno. Desidererei ricevere il Volume "Grotte d'Italia" in quanto socio SSI, scrive A.C. di Roma. Invece A.H. di Trieste desidera ricevere la vostra interessante rivista "TALP".
A parte queste amenità, lo spoglio delle lettere ha comunque riservato a noi di Grotte enormi soddisfazioni. Con stile affettuoso (cara Redazione, caro Grotte, caro GSP) ci è giunta una profusione di lodi, complimenti, congratulazioni dalle Alpi alla Sicilia; ci siamo quasi montati la testa... In certi casi abbiamo provato imbarazzo, non sentendoci di meritare certi elogi. Grazie di cuore a quanti hanno colto questa occasione per esternarci il loro riconoscimento, molto gradito e tonificante.
Tra le lettere ricevute, un posto d'onore spetta a quella inviataci da Leonardo Zanellato del GG Schio; lo spazio avaro ci impedisce di riportarla per intero. L'amico dà al nostro bollettino il merito di aver risollevato 30 anni fa con lo spirito dei suoi scritti il GG stesso, che attraversava un momento di stanca, dandogli un nuovo impulso alla ricerca, allo studio, all'esplorazione di nuove cavità della zona; il risveglio di tale Gruppo ha stimolato anche una ripresa globale dell'attività speleologica vicentina. È molto toccante il modo lucido e persuasivo con cui viene definito questo "vincolo storico" che lega a noi il GG Schio (che compie quest'anno 60 anni: auguri).
Insieme alla lettera di Zanellato abbiamo messo in un dossier speciale le risposte di R. Gava del GTS Trieste (la Vostra pubblicazione è quanto di meglio esista su tutto il territorio nazionale), F. Ardito di Roma (sarei felice di riceverVi ancora), F. Rabbiosi di Montegrino Valtrav. (interessantissimo e indispensabile... Grazie per tutto quanto date alla Speleologia italiana), C. Ferrari di Savona (rivista a me cara per l'alta qualità che ha saputo mantenere nel tempo), A. Bucciano di Roma (desidero ardentemente continuare a ricevere il vostro mitico bollettino), A. Binda anche a nome dell'AVES Varese di cui è Presidente (congratulazioni sia per l'ottima veste tipografica che per i suoi contenuti), M. Appoloni di Vicenza (Grotte che riesce a unire il "sacro" con il "profano"), R. Paccoia di Foligno (uno degli ultimi baluardi della stampa libera), A. Zaglio di Brescia (Grotte che amo e apprezzo), il GS Chierici di Reggio Emilia (v. vignetta). Molta comprensione per i nostri problemi è mostrata dal Presidente del GS "Ugo Lago" di Noto (non ne citiamo il nome perché non è ben chiaro e temiamo di storpiarlo), che ci offre aiuto finanziario.
Pur avendo diritto a ricevere il bollettino gratis, ci hanno voluto ugualmente versare l'importo dell'abbonamento G. Lemmi di Perugia, M. Zanetti di Biandronno e probabilmente altri; si sono dichiarati disposti a farlo G. Laiolo di Savona, D. Demaria di S. Lazzaro (Bologna). Partecipa sentitamente A. Steindler di Trieste (ho appreso con rammarico della carenza di fondi che Vi
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Vignette satiriche varie su "Grotte"
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costringe...). E. Foggiato di Belluno rinuncia alla sua copia personale, potendo leggere quella inviata al suo Gruppo. Tra gli abbonati normali, A. Santacroce di Torino continua a versarci una quota sovrabbondante.
L'amico Lelo Pavanello auspica avanti così per altri 100 numeri almeno, il GG Pipistrelli Terni desidererebbe continuare a leggere Grotte almeno fino al n. 300 e oltre, G. Seronello di Trieste manda auguri anticipati per il n. 1000.
Sono molti gli amici vecchi e nuovi che ci hanno mandato saluti personali, e li ringraziamo. Una speleologa di Bologna ha inviato baci a Giovanni. C. Fanti del GG Pipistrelli Terni ci ha invitato dalle sue parti, anche per visitare le grotte umbre.
Qualcuno ci ha dato anche preziosi suggerimenti redazionali (F. Ardito: non fate scrivere troppo Badino), o relativi all'istituzione di una quota volontaria per i soci SSI (vari).
A.A. Cigna dal suo eremo di Cocconato ci ha fatto pervenire un'originale richiesta in latino, su 17 righe amo' di epigrafe romana (v. qui in chiusura di articolo).
Altre decine di persone, oltre a quelle già citate, ci hanno esternato espressioni di stima, e le ringraziamo di cuore (1).
(1) A. Angeletti Rigon di Albavilla, Assoc. Speleo-Archeologica Siciliana di Palermo, G. Badini (probabilmente il nostro più affezionato lettore: da almeno 30 anni), G. Bartolo di Cagliari, L. Bentini di Faenza, A. Bonucci di Roma, D. Brugali di Bergamo, U. Calderara di Pianoro, F. Calvani di Madonna del Monte, G. Caoduro di Verona, G. Cappa e A. Felici (anch'essi fedelissimi da antica data), M. Cavalleri di Brescia, B. Chiappa di Udine, F. Cipolla di Genova, P. Colombo di Cassano d'Adda, G. Delucchi di Genova, G. Donazzolo di Feltre, A. Fabbricatore di Gorizia, F. Fabrizi di Sarteano, A. Fancellu di Seriate (la lettera contiene anche una seria minaccia alla cantina di Badino), G. Galdieri di Baronissi, P. Gerbino di Genova, E. Gergolet di Doberdò, 8 soci del G. Puglia Grotte di Castellana, GSA Apuano, GS CAI Foligno, GS Valseriana, A. Lai di Cagliari, R. Lavermicocca di Triggiano, M. Lazzoni di Massa, S. Lucarelli di Pistoia, G. Marella di Brugherio. A. Marino di Catania, C. Mina di Brescia, il veterano C. Mosetti del GTS Trieste, G. Novelli di Carrara, A. Oppes di Sassari, A. Petrozzi di Calcinara di Uscio, P. Pezzolato di Trieste (che si fa portavoce all'apprezzamento dei "giapponesi"), M. Presicce di Nardò, G. Righetti di Castellana, D. Sottocorno di Caronno Vares., F. Tassinari di Vignola, C. Tempesta di Nardò, T.Torelli di Iseo, P. Vannacci di Livorno, M. Villani di Carbonia, A. Zanotta di Milano.
PRAECLARIS CONFRATRIBUS
EX
SOCIETATE PEDEMONTANA SPELAELOGORUM
SALUTEM DICO
MIHI AUTEM
OPUSCULA DE CAVERNIS LOQUENDA
VOBIS
MAGNO LABORE PERFECTA
UTILLIMA AC GRATISSIMA SUNT
SPES IGITUR HABEO
UT
CONTINUITATE ET REGULARITATE MAXIMIS
ILLA MIHI MITTENDA SINT
PER ANNOS SAECULAQUE
ARRIGO A. CIGNA
GRATIAS VOBIS AGIT
VALETE ATQUE VALETE
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Attività di campagna |
a cura di Barbara Barisani |
2 gennaio, cavità presso Toirano. Foto, Pastorini e Vigna.
4 gennaio, Grotta dei Gessi (Monticello d'Alba). Visita per descrizione in preparazione di una futura pubblicazione. C. Balbiano, con Cella e speleo di Novara.
5-6 gennaio, Bus della Genziana (M. Cansiglio). Esplorato un meandro nuovo, parallelo all'andamento della grotta, a -300 circa. A. Cirillo, B. Mazza.
6-7 gennaio, Labassa. Risalito un P20 alla sommità del ramo Latte e Miele, Discesi un P20 e un P15 alla base dello stesso ramo. G. Carrieri con L. Sasso (GSI), S. Sdobba (GSS).
6 gennaio, C3-dolina Piccolo Pas. Lavori di disostruzione. D. Bregolato, D. Grossato, U. Lovera, V. Martiello.
Grotta di Bossea. Foto ed esplorazione di alcune condotte alte. B. Barisani, M. Naretto, C. Oddoni, B. Vigna e l'allievo Roberto.
13-14 gennaio, Landri Scur (Claut, PN). Risalita (da completare) di un camino nella zona del campo interno, G. Balestra, G. Bassega, A. Cirillo, L. Imperio, J. Meghini e altri 5 pordenonesi.
14 gennaio, C3. Disostruzione: aperta la strettoia, la cavità prosegue in diverse direzioni. La più promettente, percorsa da Lovera, arriva su un'altra strettoia. D. Bregolato, D. Grossato, U. Lovera, V. Martiello, B. Mazza, M. Pavese, S. Sconfienza, B. Vigna.
16-20 gennaio, Veliko Sbrego (Alpi Giulie jugoslave). Intervento di Soccorso (v. articoli più avanti). Del GSP: G. Badino, C. Curti, B. Giovine, U. Lovera, R. Pavia, S. Sconfienza.
20-21 gennaio, Labassa. Iniziato lo scavo di un sifone di fango in un ramo laterale sopra il bivio per lo Scafoide. V. Bertorelli, G. Carrieri, F. Tesi, M. Zambelli (GGM).
21 gennaio, Grotta della Bondaccia (Borgosesia). Osservazioni per una descrizione accurata destinata a futura pubblicazione. C. Balbiano con R. Sella e altri speleo del GSBi.
Valle Josina. Ricerca senza esito di un buco segnalato con aria molto forte. M. Pastorini e B. Vigna.
28 gennaio, Porte di Ferro (PB). Risaliti 2 camini di circa 40 m ciascuno in zona Eliogabalo. Rivista la condotta freatica sopra il P20. G. Carrieri, R. Mantonico, A. Manzelli, P. Meda (GSI), R. Pavia, M. Zambelli (GGM).
Bus della Genziana (Cansiglio). Rilevati 60 m di amonte. Esplorate condotte che partono dal pozzo che ricade sulla parte nota. A. Cirillo, G. Balestra.
Alla Capanna, V. Bertorelli, F. Cuccu, U. Lovera, B. Mazza, G. Pavese.
S. Caterina Valfurva (BS). Corso Valanghe del CNSA. G. Badino.
4 febbraio, Grotte del Caudano. Prima uscita del 33° Corso di speleologia, con gli istruttori Bertorelli, Chiabodo, Cuccu, Grossato, Lovera, Pesci, Scagliarini, Sconfienza, Tesi e Zinzala, più Bregolato, Bozzolan, Carlevaro, Colombo, Demichelis, Martiello, Masino, Naretto, C. Oddoni, M. Oddoni, Pavese, Prette, R. Serra, Val.
11 febbraio, Paretine Bianche (Borgone). Esercitazione di squadra del Soccorso (recuperi di base, per futuri volontari). Balestra, Bertorelli, Bozzolan, Bregolato, Cerovetti, Curti, Eusebio, Grossato, Lovera, Martiello, Naretto, C. Oddoni, M. Oddoni, Pavese, Pesci, Scagliarini, Dematteis, Sconfienza, Terranova, Vigna, Zinzala e la squadra logistica con Cuccu, Galliano, Trova.
16 e 23 febbraio, Grotta Ferrera (Grigna Sett.). A. Gaydou.
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18 febbraio, Grotta delle Vene. Seconda uscita del Corso. Cerovetti, Chiabodo, Curti, Cuccu, Dematteis, Eusebio, Grossato, Lovera, Manzelli, Pesci, Scagliarini, Sconfienza, Terranova, Tesi, Vigna, più Balestra, Bregolato, Carlevaro, Demichelis, Enrici Baion, Maniezzo, B. Mazza, M. Pavese, Prette, R. Serra.
24 febbraio, Labassa. Iniziato lo scavo nel sifone. Arrampicata nella zona Latte e Miele. V. Bertorelli, G. Carrieri, P. Meda (GSI), M. Mercati (GSI), L. Sasso (GSI), S. Sdobba (GSS), M. Zambelli (GGM).
C3. Superata la strettoia, alla quale seguono un meandro che sbocca in fessura e una condotta che chiude in frana (da disostruire).
Eremo di Lumignano (VI). Riunione della Commissione tecnica CNSA/SS sulle tecniche di base, sui materiali e sul movimento di squadra. Da Torino, G. Badino, S. Baima, R. Cabula, G. Carrieri, F. Tesi.
24-25 febbraio, Grigna Settentrionale. Iniziato lo scavo di Cassiopea, con buona aria. R. Pavia con speleologi dell'ASC.
2 marzo, Buranco Rampiun (Calizzano, SV). Viste le condotte nei pressi delle risalite. Notata una strettoia in prossimità del P40, da disostruire (soffia forte). G. Balestra, A. Colombo, C. Maniezzo con Michele, Renato, Domenico e Marco.
4 marzo, uscite del Corso a squadre separate. All'abisso Tacchi-Zelbio, Chiabodo, Dematteis, Manzelli, Pesci e Sconfienza, più Masino, Naretto e C. Oddoni. Alla Balma di Rio Martino, Cuccu, Grossato, Lovera, Curti, Scagliarini, Terranova e Vigna con l'appoggio di altri.
Monte Pilastro (Grigna Sett.). Battuta; trovato un P20 con aria, da disostruire. Scavo a Cassiopea. S. Bassani, V. Bertorelli, R. Mantonico, M. Zambelli (GGM), R. Pavia e B. Riva.
Nelle gallerie principali del Garb dell'Omo inf. (foto. a. Vigna).
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10-11 marzo. Cainallo. Ricerche sul M. Croce e M. Pilastro, battute in V. Inferno e ancora sul M. Croce (trovato un buco nuovo). V. Bertorelli, G. Carrieri, U. Lovera, R. Mantonico, M. Pavese, R. Pavia, M. Zambelli (GGM).
11 marzo, Arma delle Mastrelle. Risalite al Pozzo del Pentivio. G. Badino, G. Balestra, A. Colombo.
Grotta Niccolina (Pian Tivano, CO). A. Gaydou.
17 marzo, Arma delle Mastrelle. Risalito il pozzo con cascata del Pentivio per circa 50 m e trovato un livello freatico piuttosto articolato. La risalita, da concludere, è per ora sotto cascata. Rivisto il fondo dei pozzi Che Schifo. G. Badino, V. Bertorelli, A. Colombo, U. Lovera, R. Mantonico, R. Pavia, M. Zambelli (GGM).
24-25 marzo, Porte di Ferro (PB). Iniziato lo scavo dopo il Peu de Feu; soffia poca aria. D. Bregolato, A. Colombo, P. Giaccone, D. Grossato, C. Maniezzo, M. Pavese, E. Pesci, M. Scofet.
W le Donne. Esplorazione a -1100 nelle gallerie freatiche oltre il passaggio Puchowsky. Dopo 76 m di rilievo, fermati da un tratto allagato invalicabile. S. Bassani, G. Carrieri, R. Mantonico, R. Pavia, M. Zambelli (GGM).
25 marzo, Palestra di roccia di Borgone. Uscita del Corso, con Badino, Bertorelli, Cuccu, Sconfienza, Terranova, Vigna e Zinzala, più Barisani e C. Oddoni.
7-8 aprile, Orso di Pamparato. Uscita del Corso. Cuccu, Curti, Dematteis, Grossato, Manzelli, Pesci, Sconfienza, Terranova e Zinzala, più Balestra, Bozzolan, Bregolato, Colombo, Ferrein, C. Oddoni, M. Pavese, R. Serra.
Riunione CNSA a Vicenza. A. Eusebio, U. Lovera.
14-15 aprile, Grigna Settentrionale. Battuta con discesa di alcune cavità. A. Cerovetti, F. Cuccu, D. Enrici Baion, A. Eusebio, Galliano, P. e M. Terranova, P. e S. Trova, B. Vigna.
16 aprile, Val Corsaglia. Battuta nella zona della Colletta. A. Eusebio, B. Vigna.
28 aprile-1 maggio, Stage del Corso in Ardèche (Goule de Foussoubie, grotta di Peyneral). Bertorelli, Carrieri, Cuccu, Eusebio, Grossato, Lovera, Sconfienza e Terranova, più Balestra, Barisani, Bregolato, Colombo, Gaydou, Maniezzo, Masino, Naretto, Scofet e Minciotti.
Grotta di Bossea. Corso di terzo livello della SSI sulla fotografia speleologica, organizzato da B. Vigna e G. Frabetti (GSB).

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Il 33° Corso di speleologia |
F. Cuccu |
(N.d.R.) Si è svolto secondo il programma prefissato il 33° Corso di speleologia del GSP, con 30 allievi come era il numero massimo stabilito. Per rendere più comprensibile ai lettori fuori del nostro ambiente la breve relazione dataci da Franco Cuccu detto Fof. va precisato che la direzione del corso è stata affidata collegialmente allo stesso Cuccu (emigrato a Torino da Gonnosfanadiga e membro del GSP dal 1987), a Elio Pesci (nato a Oristano da genitori dell'Abruzzo e di Roma, e nel GSP dal 1985) e a Stefano Sconfienza di pura ascendenza dell'Astigiano, militante nel Gruppo dal 1982 e alla sua terza esperienza di direzione.
Negli ultimi anni nel GSP c'è stata un'apertura non indifferente ai meridionali, e si erano avuti già dei brutti segni di invadenza del terrone nei nostri piemontesissimi corsi (vedasi la condirezione Terranova). Ma quest'anno abbiamo detto basta: no a direzioni terrone e per ripiemontesizzare il corso due erano gli obiettivi: no agli allievi privi della "e" larga, e soprattutto direzione del Nord, trovata nelle persone di Elio nato ad Aosta e di Fof nato a Torino in Borgo Po. Ah sì, c'era anche un ragazzetto smanioso di farsi notare al corso e in gruppo, ma molte erano le carte contro: il cognome (Sconfienza) lasciava capire l'origine non piemontese, e poi l'inesperienza che noi veterani della direzione sappiamo quanto conta. Comunque si è dimostrato bravino, anzi, con stupore di molti, l'abbiamo visto muoversi in grotta abbastanza bene, speriamo che continui.
Fatta la direzione abbiamo preparato il corso, che non sarà militare, ma piuttosto orientato sul bon ton. Scopriamo presto quanto è bello sentire "grazie" dopo il "libera", e finalmente, per la gioia di don Mauro, gli allievi hanno pregato prima di entrare in grotta, e sentire queste lodi al Signore e questa gioia non può che ricordarci il nostro Don Bosco che tanto amava i fanciulli. Inoltre per Fof è stato un piacere tenere il corso di riappropriazione della lingua piemontese.
Fatto il programma abbiamo cercato gli allievi, ed ecco la serata inaugurale, ovviamente al teatro S. Giuseppe: 400 presenti, organizzazione GSP perfetta, con proiezioni, buffet freddo e hostess a distribuire materiale pubblicitario. Siamo riusciti a blindare 30 persone e a portarne alla fine una dozzina, tutte rigorosamente piemontesi.
Cosa faranno in futuro di questi insegnamenti sono fatti loro; a noi non resta che dire: "sperùma che i masnà a sörtu bin".
P.S.: un po' di ringraziamenti. Al Monregalese per le grotte fornite. A mia moglie che andandosene mi ha lasciato il tempo per il corso. E al Biondino che ci ha sempre garantito un magnifico sole.
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Le sensazioni degli allievi |
Maria, Monica, Paolo, Pietro, Raf, Tony |
Il motivo principale per cui abbiamo iniziato a frequentare il 33° Corso è stato la curiosità. Dopo le prime uscite ogni cosa ci è stata chiara: grotta = mistero, pozzo = aiuto!, meandro = bello, strettoia = no grazie!, sifone = senso vietato, acetilene spenta = porca puttana!, concrezioni = wonderful, fango = merda.
Queste sono le prime sensazioni che noi speleo "in erba" abbiamo provato all'impatto con il mondo sotterraneo e forse rimarranno tali.
Perché allora questi giovani si sentono attratti a infilarsi in buchi stretti, bagnati, claustrofobici, bui, marci, a volte puzzolenti e tanto stancanti?
Perché è affascinante, perché è riservato a "pochi eletti" con voglia e volontà di sopportare, per provare infine la soddisfazione di uno spettacolo naturale incontaminato che è l'altra metà del mondo; e per il silenzio che c'è, perché sei in pace e ti senti fuori dal mondo, per le soste
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del thé momento di "comunione per eccellenza", perché senti qualcuno da linguaggio forbito parolacciare per la prima volta, perché è l'incognito, perché è la sfida con sé stessi, perché è divertente sentire le stronzate da grotta di Fof, perché ti aiuta a crescere, per un fantastiliardo di altre sensazioni da vivere minuto per minuto e perché, in fondo in fondo, ognuno di noi sogna un giorno di sollevare una pietra e scoprire "l'abisso 2000".
Un ringraziamento particolare agli organizzatori del corso, agli istruttori pazienti e non, ai "direttori" (mah?) che hanno cercato, speriamo non invano, di fare crescere e affacciare gli "erbivori" ad un nuovo mondo.
Allievi che hanno frequentato la 2ª parte del Corso
Marco Amodei, v. Monti 29, 65.09.996
Roberto Bona, v. Baltimora 181/B, 30.71.33
Luca Borelli, v. Clemente 1, 74.52.29
Paolo Cuniberti, v. Valgioie 88, 72.56.23
Pietro D'Acunto, v. Belfiore 49, 65.08.410
Antonio De Fazio, v. Pianezza 86, 73.92.286
Maria Grazia Delnegro, c. Grosseto 94/14, 22.01.064
Franco Dughera, v. Stazione 9, S. Sebastiano Po, 91.91.225
Raffaello Filippelli, v. Bidone 22, 65.06.469
Manuela Rizzo, c. Giulio Cesare 23 bis, 24.80.356
Giuseppe Sapone, v. 24 Maggio 53, Trofarello, 649.02.42
Monica Viarisio, v. Riva, Moriondo, 98.76.417
Manlio Vineis, v. Alpignano 8, 76.25.44
Maria Virgallito, v. Mazzini 45, 83.51.19
Massiccio del Marguareis: il versante Sud di Cima Bozano e, al centro della foto, la depressione del C3 (foto B. Vigna).
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Tentativi al C3 |
U. Lovera |
Questo articolo parla di C3. È la seconda stesura; la prima mi è stata rubata dalla macchina assieme ad una preziosissima agenda e un sacco di altre cose: solito attentato alla libertà di stampa.
Ecco comunque la seconda edizione che comincia dicendo che C3 è quel grosso inghiottitoio sul fondo della dolina del Piccolo Pas, quota 2400 e rotti, M. Marguareis, e che è diabolicamente ben piazzato per:
1) avere qualcosa a che fare con zone di O-Freddo a noi ancora sconosciute;
2) interagire con l'abisso Libero di esplorazione imperiese il cui fondo bazzica da quelle parti
3) fiondarsi giù per zona D (o A) e andare "diossolosadove";
4) azzeccare un terno secco e riassumere i punti 1, 2 e 3 (bello eh?).
È altresì quello che assieme ai suoi dubbi compari C54, Pettine, e un'altra miriade di buchi con aria ci indusse ad alcune decine di inutili ed estive ore di scavo.
All'inizio non era che un grosso meandro invaso da frana che dopo una trentina di metri stoppava in una fessura con gran corrente d'aria, che nell'agosto 89 decidemmo di eliminare (non la corrente d'aria, la fessura). La disostruzione piergiorgiobaldracchesca ci portò cinque metri di nuova grotta prima di un nuovo stop in frana.
Il primo mese di scavi ci concesse magnanimamente una piccola condotta orizzontale tagliata da meandri mediamente sfigati. Le successive operazioni autunnali ci portarono a filtrare in uno di questi per trovarci di fronte ad un saltino di quattro metri, una saletta ed un bivio. La prima via conduce con una breve risalita a riprendere l'interstrato che fin lì ci ha guidati per proseguire in un'ampia galleria tagliata da una grossa condotta chiusa da una frana. All'ennesima disostruzione sono seguiti grandi ambienti visti molto male: alcuni pozzi non sono stati scesi ma la corrente d'aria non è forte e comunque "sbagliata". Quella "giusta" è invece sul secondo ramo a cui si accede per un meandrino e successive arrampicate fino a raggiungere il solito interstrato. Qui inizia il casino. Il paio di pozzi che si presentano subito, si rivelano fratture poco significative e comunque chiuse al fondo dal solito pietrisco; una condotta non grossa procede per venti metri per poi intasarsi e il meandrino sotto di lei è ostruito da un grosso masso (e comunque non assomiglia alle gallerie del Corchia). L'aria, molta si divide per frane, fessurine e ringiovanimenti vari.
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Omo sapiens |
A. Eusebio |
Due note di commento e riflessione sul rilievo aggiornato che vi presentiamo del Garbo dell'Omo inferiore (138 Pi/CN), cavità a più riprese esplorata dal nostro gruppo, sita in quella ridente valle chiamata Valdinferno, laterale sinistra della Val Tanaro, pochi chilometri a monte di Garessio. La grotta sebbene conosciuta da tempi lontani nella sua parte superiore, venne visitata dal GSP solo quando nacqui io (1958) e, giorno fausto, vi fu trovata la prosecuzione. Negli anni successivi, fino al 1962, si esplorarono i rami sottostanti e Ribaldone iniziò alcune risalite poi riprese in tempi recenti.
Questo lo stato dell'arte all'inizio degli anni '70, ben narrato con precise descrizioni dei vari rami nell'ottima monografia speleologica sul Monregalese. Rimanevano tuttavia alcuni punti poco chiari, sebbene la grotta fosse già di discrete dimensioni (144 m di dislivello e 850 m di sviluppo); ora a più di vent'anni di distanza ne abbiamo risolti alcuni, altri ne restano ma soprattutto ne sono sorti molti nel frattempo.
Agli inizi degli anni '80 si instaura nella speleologia italiana la filosofia del "risalire". E l'Omo, che più in profondità non può andare, comincia a crescere in salita. La facilità di accesso in stagioni intermedie, quando gli abissi alti sono preclusi dalla troppa neve, lo fa divenire una
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Garbo Omo inferiore - 138 Pi/CN (pianta)
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Garbo Omo inferiore - 138 Pi/CN (sezione)
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delle principali palestre della speleologia torinese. Così il primo obiettivo è la cascata alla base del P57; una notte di spit gabuttiani e del sempre presente Meo ci portano nel ramo ascendente chiamato degli sciacalli, grande forra colma di latte di monte ove l'attivo si perde subito in fratture e che conduce a un bel sifone sospeso.
Alcuni anni di oblio per riprendersi dalle fatiche, e si tenta di superare il sifone a monte del torrente di fondo; una prima serie di risalite nel 1987 non portano a nulla, poi l'anno successivo si disostruisce con pazienza certosina una lunga strettoia e si giunge in un bel ramo, antico, percorso dal torrente. Qui ricomincia un duro lavoro in salita che ci porterà 27 m più in alto dell'ingresso contro una grande frana con debole corrente d'aria.
Questa è la storia molto sintetica delle esplorazioni là sotto. Altri lavori si sono fatti, ma sono quelli descritti ad aver condotto a risultati significativi.
I dati
Dicevo prima che molti interrogativi sono stati risolti ma altri sono sorti lasciandoci perplessi; mentre si risale, si sa, l'atteggiamento è quello classico (non posso pensare, sto già arrampicando!) ma ora a distanza di mesi alcune riflessioni si impongono.
La prima immediata riguarda la differenza notevole esistente tra le vie d'acqua e quelle fossili: le prime sono quasi sempre difficilmente transitabili, le seconde sono maestose, parenti (per dimensioni e concrezioni) e quelle del Corchia.
La seconda considerazione riguarda i corsi d'acqua che sono numerosi (3-4) e con portate costanti in ogni stagione. In più va aggiunto che l'Omo è percorso da una significativa seppure debole corrente d'aria che lo classifica come ingresso basso.
Altro aspetto da non dimenticare (si veda l'interno-esterno allegato) è lo spazio occupato dalla grotta che in pratica riempie il triangolo di montagna esistente; il suo limite occidentale è probabilmente segnato dalla presenza di rocce impermeabili (ove vengono a giorno le acque che percorrono la grotta), stessa cosa capita a Nord formando tra l'altro la soglia impermeabile che ha con ogni probabilità convogliato i deflussi verso la dorsale carbonatica di Rocca d'Orse-Bec Ronzino. A Sud e ad Est questo non accade ed in teoria esistono decine di kmq di calcari.
Ultimo elemento da non dimenticare nel quadro generale è il Rio delle Surie, torrente che scendendo dal Piano omonimo diviene via via più evanescente avvicinandosi alle regioni esplorate nell'Omo.
Le ipotesi
Con questi dati l'interpretazione diviene banale. Al momento attuale si può senza dubbio riscontrare nella grotta la somma di due situazioni differenti: in una prima fase molto antica v'era nella cavità il deflusso di grandi masse d'acqua, che provenendo dal cristallino a Nord venivano drenate dalla struttura carbonatica con direzione NW-SE. Questa situazione comune in Valdinferno ha portato a creare una miriade di condotte fossili (ben visibili in parete) ed in molti punti ritrovate in profondità, attualmente collegate per esempio all'Omo da fratture più recenti; questo settore è attualmente fossile e già da tempo in via di riempimento per concrezioni.
La seconda fase, ben più recente, rappresenta solo le perdite del Rio delle Surie, che impostate principalmente su fratture al di sotto di un potente materasso alluvionale vengono drenate con regolarità; questa configurazione si è sovraimposta parzialmente, modificandola ma di poco, su quella originaria (e qui si spiegano le difficoltà a percorrere gli attivi), e l'insieme delle due è quello che vediamo oggi.
Con questa teoria si può pensare che abbiamo fatto degli errori; tutti (anche chi scrive) infatti hanno quasi sempre teorizzato la necessità di seguire le vie d'acqua in quanto queste bene o male rappresentavano i deflussi anche più antichi; ora per quanto detto, secondo me ciò non è totalmente vero, ed accantonando questa struttura mentale il bandolo della matassa va ricercato cominciando a rintracciare i vecchi sistemi freatici, ammesso che questi siano ancora transitabili.
Se son rose fioriranno. Notizie a presto.
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Nuove cavità del Marguareis |
dal Bull. CDS 06 |
Il Comité de Spéléologie des Alpes Maritimes (CDS 06), organismo che associa i 14 gruppi speleologici della regione, ha assunto l'iniziativa di pubblicare un Bulletin di collegamento e di informazione non solo tra i gruppi predetti ma anche tra i numerosi speleologi "individuels": sono sinora usciti i numeri 1 (gennaio 1989) e 2 (settembre 1989). In essi sono presentate le novità esplorative sotto forma pratica di schede con "topo" e con notizie essenziali di storia delle esplorazioni, descrizione delle cavità, dati tecnici ecc.
Tra le nuove cavità sinora presentate ve ne sono riguardanti il Marguareis, vecchio campo di operazioni dei gruppi nizzardi e, meno intensamente, di altri gruppi provenzali. Ne riportiamo qui i dati salienti e i rilievi tratti dai predetti bollettini.
Aven Shukpa Chán
Si tratta di un abisso delle Carsene e perciò del versante di Pesio, situato sopra il vallone del Cappa, 212 m sopra l'entrata dell'abisso omonimo: una eventuale giunzione ne porterebbe la profondità a 918 m. Scoperto nel 1986 dall'Abîme Club Niçois, è stato esplorato dallo stesso gruppo fino a -148 m l'anno seguente dopo che è stata allargata la fessura iniziale. Nel 1988 è stato disostruito un punto da cui usciva aria e dopo un P37 si è giunti al fondo attuale, -215. Qualche speranza sembra riposta in risalite nell'ultima parte.
Ramo nuovo al Penthotal
Lo stesso ACN ha trovato nell'abisso Penthotal, a -100 nella zona di inizio del pozzo della Papessa, l'accesso a un nuovo e cospicuo ramo della cavità, denominata Réseau des Xénophobes Exacerbés. Esso scende abbastanza verticalmente per 400 m di dislivello, portando in tal modo a un nuovo fondo di profondità all'incirca identica a quella già raggiunta dal GSP: -500 (il rilievo definitivo sarà pronto quanto prima).
Tra i vari pozzi ve n'è uno di 140 m, che si discende peraltro con una decina di frazionamenti: è stato battezzato pozzo Kinan-Phinipa "in omaggio a un grande speleologo indù morto per il suo ideale". Il percorso non è mai stretto e non si è dovuto mai allargare o disostruire. Come il fondo del GSP, anche questo è su un bel sifone.
Aven du Chardon
Scoperto ed esplorato dal Club ASSCA di Nancy, questo abisso si apre a 1990 m nella zona sotto Pian Scevolai. Portato a circa -110 nell'estate della scoperta (1986), è stato poi allungato un po' (-135) nel 1988 dopo disostruzione manuale del vecchio termine.
Valmar
Di questo abisso delle Carsene esplorato sino a 360 m di profondità da 6 gruppi in collaborazione tra loro (più vari "individuali"), abbiamo già riferito sul n. 99 di Grotte, riportando informazioni e rilievo di fonte nizzarda.
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Gouffre du Shupka Chàn (rilievo)
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Gouffre Penthotal (rilievo)
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Aven du Chardon (rilievo)
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Rovistando in Grigna |
G. Carrieri e R. Pavia |
Attività esterna
In questi ultimi mesi, oltre a tornare a W le Donne, si è compiuta una certa attività esterna alla ricerca di cavità. La motivazione principale che ci ha guidato è la speranza di "bucare" il massiccio in qualche altro posto, perché i lavori in W le Donne cominciano ad essere un po' troppo selettivi, sia per quanto riguarda il numero di persone e sia per i giorni necessari per combinare qualcosa di utile a quelle profondità (che, ormai, sono sempre almeno tre).
La speranza di trovare un ingresso basso dell'ipotetico complesso carsico della Grigna, ci permette di stare al passo con i tempi e, soprattutto, di fare attività in zone non troppo innevate.
È chiaro che tutto ciò è avvenuto, e sta avvenendo, in compagnia dei soliti sciammannati Lombardi, che chiaramente le "loro" montagne le conoscono meglio di noi. Comunque il nuovo stimolo alle ricerche dato da quello "spillone" di oltre mille metri, conficcato nel cuore del Circo di Moncodeno, ha animato un po' tutti, quindi eccoci nuovamente sparpagliati per pietraie e campi solcati a rovistare dietro ogni buchetto.
La prima zona ad essere visitata è quella del Pizzo dei Cich (1453 m), sopra il rifugio Cainallo. Sono state scavate numerose "bocche soffianti".
Merita menzione il C1 che si apre quasi sulla cresta. È una frattura tettonica (direzione NW-SE), legata al rilassamento del versante. La corrente d'aria è violenta; se non si tratta di una normale circolazione in frattura (auspichiamo non lo sia), forse abbiamo a che fare con un grande sistema sotterraneo. La grotta comunque prosegue con una frana molto instabile fino a -25.
Il Pizzo della Pieve, testata del Circo di Moncodeno (foto R Pavia)
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Il monte Palone e la sottostante Piana delle Foppe (foto R. Pavia).
Ancora circa 80 metri di dislivello e sapremo se questa frattura ha intersecato le grandi gallerie freatiche fossili che un tempo drenavano le acque verso Fiumelatte, quando la Valle dei Mulini (situata a Nord-Ovest del Circo di Moncodeno) non era ancora stata scavata dai ghiacciai quaternari.
La seconda zona, rivista sistematicamente, è quella del Monte Pilastro, la cui cresta è orientata a 90° rispetto alla cresta di Piancaformia. Si tratta di un'area molto interessante, perché sita sulla verticale dell'ipotetico collettore di W le Donne. Meritano menzione un pozzo a fusoide, profondo una ventina di metri, trovato sul versante orientale del Pilastro e battezzato "Ha da venì Baffone", e una condotta di 3 metri di diametro intersecata da una frattura, ubicata sempre sulla stessa montagna. Entrambi hanno una notevole corrente d'aria.
Altri buchi di minore importanza sono stati trovati nella Valle dei Mulini. Comunque possibili prosecuzioni potranno aversi da lavori di disostruzione.
W le Donne
Armati di pontonnière per il sifone Puchowsky e di tanta voglia di record, il 24-25-26 marzo siamo stati nuovamente all'opera nella speranza di trovare grandi prosecuzioni nelle gallerie fossili che partono da quota -1100 circa.
La sorte purtroppo non ci ha riservato che uno stretto passaggio completamente allagato che necessita di una muta da sub per essere superato.
L'aria è sempre violenta e provoca onde sullo specchio d'acqua. Sogni e speranze non sono vani, poiché le potenzialità esplorative (dedotte anche dai dati che ci ha rivelato la colorazione di dicembre) sono enormi.
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L'incidente al Veliko Sbrego |
G. Badino |
Veliko Sbrego è il nome che Beccuccio e Patrizia hanno dato ad un enorme abisso del Canin, parte jugoslava, da loro trovato ed esplorato.
Girava come un fantasma nei discorsi (è -900, è immenso, è -1000, è -1200, prosegue, proseguirà, vuoi venire?, è immenso). Ora l'abbiamo visto, in tanti. Grotta davvero immensa e da poco anche grandissima nelle nostre storie: di una grotta importa soprattutto quel che ti lascia, e credo che nessuna mai a poca distanza dalla sua scoperta sia entrata così profondamente nella mente di così tanti.
C'è stato un grande incidente, abbiamo perso uno di noi, ed il Veliko ci è entrato nell'anima; tanti di noi, so, sono cambiati molto in quella settimana della fine di gennaio.
Non ho voglia di far la cronaca, altri con più dati e diritti lo faranno meglio sui canali informativi del nostro Soccorso. Io da dare ho frammenti, ne ricordo un'infinità: perdonate lo stile e la confusione ma cercherò di rievocare una importantissima storia di speleologia che però ancora non ho assimilato.
Il succo della storia è breve e terribile. Durante una esplorazione in zona franosa a -1050 un masso cade sul braccio di Bianchetti. Beccuccio e Fossile riescono a liberarlo ma il braccio è malconcio. Beccuccio esplode fuori a dare l'allarme. Dopo ore di problemi (l'incidente è in Jugoslavia) una squadra entra. Quando arriva a portata di voce da Mario uno dei soccorritori, Massimiliano Puntar, viene colpito da un masso alla testa. Entra in coma. Parte l'Allarme Generale e tutto il soccorso del Nord Italia piomba lì. Inizia un recupero disperato. Dopo dodici ore di trasporto Massimiliano muore. Il corpo, portato avanti in modo incrollabile esce dopo altre centodieci ore.
Uno scrittore diceva che i vecchi rivanno sempre coi ricordi alle guerre perché è stato allora, in mezzo alle difficoltà più atroci che si sono sentiti vivi. Ecco, anche quel soccorso è stato un po' così, una tremenda storia da ricordare.
Avevo sempre vissuto soccorsi che finivano bene: salvavamo il ferito. Impegnandoci e vivendo con una intensità senza tempo nota solo a quelli che l'hanno sperimentata, impedivamo alla morte di entrare nei nostri sublimi regni, la relegavamo alle superfici esterne; festeggiavamo poi, ubriachi fradici, il trionfo.
Qui no, è entrata. Era già entrata prima che arrivassimo, dominava il campo. L'abbiamo contrastata, folli e decisi, ma naturalmente ha vinto; a noi è rimasta solo la fierezza della nostra follia, la coscienza che se Massimiliano avesse avuto qualcosa che ci lasciasse un varco per salvarlo si saremmo riusciti.
Ecco, nel mio ricordo si mescolano stretti l'amarissima sconfitta e la vittoria morale di quell'eccellente gigantesco tentativo, non so separarli. Se penso di parlare con uno speleologo mi esalto per la vitalità terribile dell'operazione, per i prodigi di impegno che ho visto laggiù. Se invece penso di parlare coi genitori di Massimiliano mi sembra che abbiamo fallito, che tutta quella settimana di combattimento sia marginale di fronte al fatto immenso della morte di un ventenne. Non so, provo a raccontare i frammenti che mi balzano in mente.
Un volo, inizia con un volo che porta Giovine e me che lo assisto sino sul confine. Sembra di sorvolare un plastico perfetto della Padana. La notte scende appena in tempo per impedirci di essere scaricati direttamente sull'ingresso.
"È qui", mi dicono nell'Hotel che ci fa da base, indicando un punto all'estremità del rilievo. Per un attimo penso che scherzino, poi intravedo la vastità del problema: è l'Incidente.
Mattina splendida, posto splendido: atterriamo all'ingresso, una squadra attende per scendere col volo di ritorno. Nel vento e frastuono dell'elicottero incrocio Spartaco appena uscito,
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è un attimo: fangoso, stanco, ma ha degli occhi brillanti che rivedrò più volte nel volto di altri, là sotto, nei prossimi giorni. "Xe cazzi tuoi adesso" mi urla nelle orecchie prima di salire nell'abitacolo.
Davanti l'ingresso, ci stiamo preparando. Il telefono arriva al ferito e ad Ugo, il medico, che si mette a parlare con Giovine: lunga diagnosi, sintomi infausti e richieste di medicinali. Ahi, ahi, abbiamo già perso mi dico.
Dentro. Incrocio a -100 Mario che sta risalendo con Fossile. Scherziamo aspettando il resto della squadra medica. Mario ha il braccio bloccato ma sta abbastanza bene; per lui sarà molto pesante, poi, non poter aiutare a salvare uno che si è fatto male nel tentativo di aiutarlo. Ma sta bene. Dò a Fossile i miei scarponcini e mi prendo i suoi stivali. Quanto impiegheremo? Tre giorni, ci vorranno almeno tre giorni. Ce la faremo.
Guardo spesso l'altimetro scendere, ho lasciato la squadra medica alle cure di Enrico, è inutile far scendere i medicinali urgenti alla velocità della squadra e vado giù rapido a portarli. Ricordo sprazzi velocissimi, non corro mai ma mi fermo solo una volta a togliere la maglia. Successione di gallerie interminabili, passaggi stretti, saliscendi, laghi, pozzi, ogni tanto mi perdo. Per un po' cerco di ricordare i passaggi, poi lascio perdere e guardo solo l'altimetro e le rocce che mi sfilano intorno. Ai mille c'è Beccuccio, mi accompagna giù, ad una tendina. Ci sono Guido, il Caposquadra, e Vasco, mentre sotto il telo ci sono Sergio e Ugo col ferito. C'è Giovanni, gli dicono, c'è Giovanni. Ciao Heidi. Sembra capire.
Ore di chiacchiere e di the in attesa della squadra medica e dei materiali mancanti, a discutere la strategia. Avremo un cambio ogni ventiquattr'ore, se il tempo è bello. Se no niente. Concordiamo di massima che alcuni di noi non si faranno sostituire in modo che pian piano verremo a formare una squadra che duri quanto il recupero.
Siamo in sei ad imbarellare, due sono medici, ma Massimiliano si agita, cerca di liberarsi dalle cinghie, è davvero difficile, impieghiamo ore a prepararlo. Un attimo scambio uno sguardo con Guido, ha lo stesso sguardo tristissimo che credo di avere io: non ce la faremo, Massimiliano, con te in questo stato non ce la faremo.
Mezzanotte, si va. La squadra ha una potenza e soprattutto una determinazione diabolica: gli armi ti appaiono davanti mentre procedi, la barella va avanti bene. Il limite è dato dai punti più critici e soprattutto dal fatto che il ferito patisce terribilmente il trasporto. Lunghe teleferiche, alcune difficili. C'è forte il pericolo di nuovi incidenti, siamo il più possibile cauti.
Mezzogiorno di mercoledì. Davanti a noi una teleferica che supera un vasto pozzo di trenta metri; abbiamo adagiato la barella alla base, discuto con gli altri rimasti qui a valle i dettagli della manovra. Giovine ci raggiunge, si china a guardare da vicino il volto di Massimiliano: mi zittisco, lo sta guardando troppo intensamente, mi chino da lui. "Assistiamo alla fine di una storia" mi dice. Si può fare ancora qualcosa? Tentiamo. La quiete del salone si trasforma in richieste terribili, pericolosissime per quelli che dovranno tuffarsi a portarli: qui i sacchi da rianimazione, subito, presto, presto. Pochi secondi e fischiano giù dalla teleferica. Facciamo il più urgente, freneticamente, ma qui c'è troppo poco spazio per farlo sostare davvero. Lanciamo Massimiliano sulla teleferica, diciamo ai recuperatori a monte che dovranno fare un recupero come mai hanno fatto. Lo fanno, la barella si allontana nel buio, Giovine scatta su per riceverla, qui ritorna la quiete. Aspettiamo che si liberi il pozzo, saliamo. Massimiliano non ce l'ha fatta.
Giovine lo prepara al trasporto, qualcuno piange, altri praticano il distacco. Tutti siamo ammutoliti, spezzati: da ore vedevamo avvicinarsi questo momento e la nostra determinazione non bastava, già lo sapevamo. Ora occorre rassegnarsi, mutare strategie, ricaricarci per fare una cosa tutta diversa ed amara.
Siamo in risalita. Beppe è a dormire in un sacco a pelo sul fango, io aspetto che si riposi, chiacchierando quieto con Sivelli. Abbiamo incrociato Michele un po' a monte della barella, e ora mi tiene compagnia, sta aspettando di riunire la sua squadra che si è dipanata in discesa. Arrivano altri, se ne vanno tutti. Fa freddo, c'è vento, dormire è difficile. Arriva Carlo, accompagnato da Tano, è in piena crisi: gli dico che ho pensato a lui tante volte in questi giorni, a quando dieci anni fa si era preso in testa un sasso nel Pozzo della Neve, con me, Tullio e i Terrano-
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va; l'avevamo tirato fuori e gli dico che questa volta ho capito che lo avevamo salvato di poco. "Sono ore che non riesco a pensare ad altro" mi risponde, e io capisco perché è così piatto.
Passano ore, decine. Mille episodi, piccoli ormai. Bello è vedersi incrociare dalla gente che scende, la più varia, forte e determinata. Rientrano Spartaco, Fossile. Incredibile, ci siamo quasi tutti, penso.
Ci eravamo quasi tutti davvero eppure non siamo bastati.
Non siamo bastati. Non ne abbiamo avanzato molto neanche per recuperare un morto da laggiù, sono occorse innumerevoli ore di quanto ha di meglio la nostra speleologia per completare il recupero.
Recupero tecnicamente difficile perché profondissimo in grotta difficilissima. Difficile anche organizzativamente perché chi dirigeva affrontava anche problemi nuovi, solo affrontati sinora in modo teorico: difficile scegliere di convocare una squadra che deve intervenire su un incidente "venite fra cinque giorni", difficile mandare giù squadre con rotazione a ventiquattr'ore se andava bene, sennò quando il tempo tornava bello, difficile mandare giù uomini a stare come minimo due giorni, guardati come frettolosi da quelli che ci stavano tre.
Difficile, eppure ci ha dato speranza: abbiamo dimostrato che siamo capaci di far confluire così tanta energia su un punto, per quanto remoto, che se là qualcuno di noi si farà male e sarà trasportabile riusciremo a tirarlo via. Più volte, in innumerevoli esercitazioni passate e nelle mie teorizzazioni del "superincidente" ho temuto di no, a causa dei problemi tecnici interni e di quelli enormi organizzativi: ora so che mi sbagliavo.
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Riflessioni sull'incidente |
Beppe Giovine |
Alle 12.58 di giovedì 18 gennaio un messaggio arriva all'esterno: "il medico in operazione non ha più bisogno di essere sostituito". In questo modo, convenzionalmente si faceva sapere che tutte quelle forze impiegate laggiù per così tanto tempo non erano riuscite a correre più veloci di quanto avesse impiegato l'anima di Massimiliano a lasciare il corpo.
Eppure tutto procedeva come da copione, tutto era affrontato nel modo giusto, non mancava nulla. Allora cosa non ha funzionato?
Da un esclusivo punto di vista medico i fattori sono parecchi. In primo luogo la profondità, ma soprattutto la distanza dall'ingresso sono elementi altamente sfavorevoli: basti pensare al numero di ore occorrenti ai soccorritori per raggiungere il ferito e a quello necessario per tornar fuori da laggiù. Questo si traduce in tempi di trasporto terribili e di conseguenza in una troppo lunga permanenza di un ferito così grave in ambienti che tutti ben conosciamo.
Ne consegue innanzitutto che si dà modo al danno iniziale di progredire sino all'irreversibilità e di aggravarsi con la disidratazione, il raffreddamento corporeo, la comparsa di infezioni, la denutrizione.
Le soluzioni possibili sono poche, essenzialmente reidratare e rialimentare per via venosa dato che l'intervento chirurgico in quelle condizioni è una follia. Ma anche queste cose, laggiù, ponevano dei problemi gravissimi, ci si trovava di fronte dei flaconi con dentro una sorta di marmellata di bellissimi cristalli in sospensione che avrebbero dovuto essere iniettati nelle vene del ferito. Con mille trovate riuscivamo a renderli idonei all'uso ma questo causava altri allungamenti dei tempi di attesa dato che non era possibile eseguire la terapia durante il trasporto.
Contro l'insorgere di infezioni è fortunatamente utile una terapia di antibiotici, ma rimaneva il problema del freddo. Per contrastarlo sono stati sostituiti all'infortunato i vestiti, lo si è infilato in un sacco a pelo e lo si è fornito della magnifica "Piovra", un efficientissimo riscaldatore a tubicini ventilati con aria calda da un carboncino. Ma nulla si poteva fare contro il freddo dell'aria che respirava, 4° C.
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Abisso Veliko Sbrego, localizzazione del luogo dell'incidente sulla sezione
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Cosa era successo a Massimiliano?
Accovacciato, intento a scarburare la sua bombola, si è ricevuto un grosso masso dall'alto, proveniente dalla sommità di una frana instabile. Il masso lo ha colpito dietro la testa, proiettandogli il capo in avanti contro altre rocce.
Il casco era aperto in due, il ferito aveva un vasto ematoma al volto tale che gli occhi erano coperti da palpebre enormi e tumefatte.
È caduto in una alternanza di stati di incoscienza e di un particolare stato di coscienza che rendeva ancora più drammatica la situazione: a momenti rideva, scherzava, cantava ma fondamentalmente senza rendersi conto di chi avesse intorno.
Bisogna fare attenzione a queste manifestazioni quando si presentano perché se in un primo momento possono illudere che le cose stiano andando bene in realtà sono segno di una situazione gravissima.
Che fare? In situazioni del genere occorrerebbe portare fuori il ferito più in fretta possibile, ma di fatto questo non è sempre fattibile. Un trasporto veloce comporta inevitabilmente un affaticamento eccessivo del corpo in seguito alle innumerevoli variazioni di posizione della barella. Così si fa il possibile, o meglio, quanto è umanamente possibile. Anche nel momento in cui il cuore cessa di battere e il respiro si arresta: allora inizi a rianimarlo, o meglio a mantenerlo in vita massaggiandogli il torace e facendolo respirare una volta intubata la trachea. Ma a questo modo lo si può mantenere in vita per forse una settimana, il tempo necessario per farlo arrivare fuori in un centro attrezzato? La risposta è una sola: non è possibile. E così col cuore che ti si spezza in petto e gli occhi gonfi ti arrendi e stacchi i vari tubi e tubicini, mentre per un attimo sei tentato di ricominciare daccapo.
E ti chiedi anche perché è successo e se era necessario che Massimiliano si trovasse lì. Sì era necessario! Un suo carissimo amico e compagno di esplorazioni ha chiesto aiuto, e lo ha chiesto dopo essere rimasto con un braccio bloccato sotto qualche quintale di roccia per più di un'ora. Per liberarlo i suoi compagni sono arrivati quasi alla disperazione, dopo di che esausti e ancora preoccupati, hanno pensato che forse era il caso di chiedere aiuto. Giustamente, vista la profondità e la dinamica dell'incidente che dovevano far temere qualcosa di serio, soprattutto nelle prime ore dopo averlo liberato dal masso, quando polso e mano erano fortemente dolenti .
Alla resa dei conti un monito: i tempi sono cambiati, i sistemi di esplorazione hanno fatto passi da gigante. Sono tecniche ormai così spinte da permettere ai più di portarsi a distanze e profondità notevoli con estrema leggerezza.
Anche il soccorso deve adeguarsi ai tempi, non può stare indietro! Mettiamocela tutta e tutti insieme.
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Altimetri in grotta |
G. Badino |
Questo che segue è la sintesi di un articolo che apparirà altrove dedicato alla questione seguente: la tradizione speleologica vuole che gli altimetri in grotta non funzionino, è vero?.
Credo che le tradizioni di non funzionamento di questi strumenti derivino dal fatto che le loro quote venivano confrontate con rilievi stirati ed erano affetti inoltre da problemi di taratura in temperatura che causano un errore importante soprattutto nelle prime parti delle grotte.
Ma funzionano.
Un altimetro è sostanzialmente un barometro, misura quanto lo schiaccia la colonna d'aria che lo sovrasta. La misura della pressione (sempre oggettiva) viene convertita poi in quota da una scala che a "tanti millibar" fa corrispondere "tale quota" utilizzando le tabelle di una Atmosfera Standard Internazionale (ASI), ed è usando essa in vari modi (finemente diversi da un alti metro all'altro) che viene generato il valore proposto della quota.
Ma l'atmosfera delle grotte non è esattamente la ASI; maggiori dettagli li troverete sull'articolo che sintetizzo: il punto chiave è che si può facilmente dimostrare che la differenza fra l'ASI e l'atmosfera delle grotte (più umida, meno densa e con minore discesa di temperatura con la quota) è piccola, troppo per indurre in seri errori.
I tipi di incertezze in cui si cade usando gli altimetri sono due. Il primo è un errore di taratura (l'incertezza sulla pressione assoluta in quel periodo) che è molto grande, anche molte decine di metri, e c'è un errore di profilo nel senso che la pressione con la quota varia in modo diverso da quello fissato nella scala dell'altimetro. Sono due errori diversi: il primo è facile da correggere ritarando lo strumento su una quota nota, correggere il secondo invece è quasi impossibile, occorrerebbe fare un corsa sulla montagna e ricostruire l'atmosfera di quell'istante.
Là sotto c'è un'altra fonte di errore, per la verità, e sono le correnti d'aria: inducono (o indicano) depressioni e dunque balzi di quota. Ma non si generano tragedie: la depressione indotta da una ventata a 10 m/s vi fa credere di essere saliti di colpo di un cinque metri, il che non è gran che. In grotta un altimetro in forte corrente d'aria crederà (all'incirca) di essere alla quota del primo slargo dove quell'aria perde velocità: tutta roba di poco conto.
Misurare la profondità
Con l'altimetro possiamo misurare due cose: la profondità totale e le variazioni di quota locali, ad esempio un pozzo.
Per la misura della profondità è tragica la presenza degli errori di taratura: tarate all'ingresso, scendete per ore senza più riferimenti ed ecco che il vostro strumento si è sballato.
Da noi i valori massimi di variazione della pressione atmosferica corrispondono ad una salita altimetrica di circa duecento metri in 10 ore.
Su tempi più brevi le variazioni sono maggiori, intorno ai 30-40 m/h, che capitano in occasione dell'arrivo di grosse perturbazioni.
L'errore massimo che ci si può aspettare perciò è grande, anche 100-150 m: invece l'errore medio (staratura dell'altimetro fra l'entrata e l'uscita) l'ho visto essere in genere intorno ai 30-40 m.
Cosa ne deduciamo? Che se vogliamo fare delle misure vere di profondità occorre avere un altimetro fisso all'entrata che segue le sorti dell'atmosfera per tutta la durata della discesa, e poi su quello tariamo le misure fatte sotto. In tal caso l'incertezza scende ai 10 m, cioè al livello degli errori dovuti al dettaglio del profilo atmosferico locale.
Un punto decisivo è poi la temperatura dello strumento. Tutti sono regolati per correggere le variazioni di temperatura, correggendo le starature del sensore di pressione e lo standard dell'atmosfera. Le misure vanno dunque sempre fatte a temperatura circa costante, quella della grotta va benissimo. Dunque niente altimetri addosso, ad una temperatura medio calda ma irregolare, dipendente da come e quando vi muovete. E soprattutto occhio che anche all'in-
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gresso dovete tarare solo quando lo strumento è alla temperatura della grotta, cioè già dentro. Gli errori che si commettono (provare per credere) sono anche di decine di metri, tutti concentrati nella prima parte della discesa.
Gli esempi cui mi riferisco per esser certo del fatto che gli altimetri possono essere usati per misurare le profondità li ho fatti alla Preta sino a -400 (con l'AltiPlus, media fra discesa e salita nel giro di poche ore) e a W le Donne sino a -1020 (con Thommen ed Alti Plus, solo discesa).
Dal primo insieme di misure emergono errori inferiori all'1 %, dal secondo (confrontato con un rilievo di precisione inferiore) errori inferiori al 2%. Roba ridicola, insomma, in confronto a quelli dei rilievi tradizionali.
Questi sono un paio di esempi, ma ne ho accumulati anche altri su profondità analoghe a Boy Bulok e Veliko Sbrego mentre Leonardo Piccini lo ha fatto ad Olivifer (che è parzialmente rilevato ad altimetro), al Corchia e su tutta la Preta. Ormai siamo certi a sufficienza di quel che diciamo: i rilievi altimetrici sono precisi se si fanno velocemente, a temperatura dello strumento stabile e mediando salite e discesa.
Misurare i pozzi
Ora passiamo al secondo tipo di misure, quelle locali, rapide, un pozzo, ad esempio.
Tutto quanto ho scritto vale anche per esse, ma il fattore tempo non gioca un gran ruolo. Scendendo, anche se siete meteorologicamente sfigatissimi correte un rischio di -40 m/h (errore di staratura di 40 m ogni ora): se proprio non siete uno che si inchioda su ogni cambio e impiegate dunque una normale diecina di minuti a scendere il centone, arriverete alla base con un errore di -5 m. Se lo mediate con una misura in salita vi si dimezzerà: anche con la sfiga più nera, dunque, potete contare su un civilissimo errore del 2%.
In condizioni medie, comunque, evitando di credere alle misure fatte in occasione di grosse perturbazioni atmosferiche, l'errore che si compie diviene di frazioni di metro, dunque zero perché l'errore di lettura dello strumento è maggiore.
Dunque ha senso usare l'altimetro per misurare pozzi.
Domanda fondamentale: quando è che la precisione di questa misura supera quella delle misure tradizionali?
Ahimè, penso, misure fatte da chi, e con che?
Un bravo operatore che misura con i soliti strumenti può probabilmente contare su incertezze dell'ordine dell'1%, il metro su un P100: un bravo operatore dico, non un asino. Ma se il pozzo ha molti cambi e soprattutto tratti in diagonale, l'errore può crescere assai.
Diciamo dunque che se il pozzo è rigorosamente verticale il rilievo è più preciso dell'altimetro solo su salti molto lunghi, se il pozzo è accidentato invece l'altimetro (doppia misura, discesa e salita) supera un rilievo medio da qualche decina di metri in su.
C'è un altro caso in cui l'altimetro supera gli strumenti da rilievo, ed è nella quota finale di grotte con grandi sviluppi e a saliscendi. Un esempio, Labassa: per andare all'amonte dei Mugugni, il ruscello di PB, percorrete oltre due chilometri. Ammettendo che abbiate rilevato con un 1-2% di incertezza caratteristico di bravi topografi viene fuori che la quota finale misurata del sifone è affetta da una incertezza che picchia sulle decine di metri: non è poco, né di poco conto, un altimetro può ridurla di parecchio.
In conclusione dirò che è ovvio che l'altimetro non sostituisce gli strumenti da rilievo: l'uno non soppianta l'altro. Soprattutto poi abusare dell'altimetro può indurre errori in pianta colossali: ma l'altimetro viene ad essere un utile strumento di controllo e raffinamento del rilievo tradizionale.
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Gli strumenti usati
Devo alla gentilezza di Amorini ed al fatto di aver contratto un debito con lui l'aver potuto provare l'altimetro AltiPlus N1, lo stesso che anche Piccini usa per i rilievi. Le prove sono state innumerevoli e profonde, da Boy Bulok a W le Donne, ed ha dato risultati notevoli.
I pregi.
Uno è la precisione di lettura (al metro) che, se fatta da un operatore cauto ed attento, ha anche un significato fisico: provare per credere.
Altro vantaggio è la possibilità di leggere la temperatura dello strumento, che è quella alla quale lui crede di funzionare. Questo vi mette al riparo da tragedie di staratura. Occhio che sui rilievi insieme alla quota occorre segnare la temperatura della misura.
Non crediate comunque che la temperatura che indica sia la temperatura ambientale: è quella di un componente elettronico nel suo interno, e basta. La sua capacità termica lo rende tanto lento a reagire all'esposizione a variazioni di temperatura da renderlo inutile come termometro: non è un termometro, non pubblicate come temperature i numeri che dà!.
I difetti.
Prima di tutto non è stagno, e non è difetto da poco: a Boy Bulok, l'acquatico milletré esplorato in Asia centrale, si è riempito d'acqua, cessando di funzionare: ha poi ripreso dopo una cura elioterapica, ma in grotta questa riesce male. Si riempie comunque di condensa e questo abbrevia di sicuro in modo drammatico la vita di questo costoso strumento.
Complessivamente è fragile per l'uso speleologico.
Conclusioni.
La sua precisione di lettura, reale se l'operatore è abile, lo rende l'unico altimetro da utilizzare per affiancare i rilievi in grotta.
I tre altimetri provati.
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L'orologio che mi porto al polso è un CASIO Digital Barometer, l'altimetro da polso: e va tutt'altro che male.
I pregi.
È stagno ed indistruttibile: questo è un vantaggio incalcolabile, lo rende l'orologio della speleologia. Quasi sorprendentemente è pure un altimetro, preciso se usato dal solito operatore attento. Entusiasmante poi il fatto di scendere e salire nelle grotte sapendo sempre la propria quota, e con una precisione notevole, lettura 5 metri, reale tre o quattro volte tanto.
Di fatto è stato l'unico altimetro sopravvissuto a Boy Bulok, e le misure che dava si sono mostrate precise.
Divertente poi il fatto che ha un allarme sulle quote, ma in realtà esso è praticamente inutilizzabile.
I difetti.
La lettura a cinque metri lo rende inutilizzabile per affiancare i rilievi; di fatto la sua precisione è ancora inferiore, patisce molto le variazioni di temperatura (e se esposto ai diretti raggi solari produce cifre a caso). Un trucco che ho ampiamente utilizzato per stabilizzarlo è stato quello di immergerlo per qualche minuto in acqua prima di misure delicate: lo strumento non patisce niente e il significato fisico ne ha guadagnato molto.
Ultimo difetto è che ho comunicato il mio entusiasmo ad altri: quasi tutti gli esploratori di Samarcanda 89 ora hanno al polso questo oggettino, è avviato a divenire uno status symbol e questo per uno snob che gli è affezionato è assai spiacevole.
Ma è davvero meraviglioso.
Ultimo strumento il Thommen 4500.
Me lo son comprato per usi speleologici molti anni fa, all'epoca delle risalite in fondo a Piaggiabella, per quotare cercando le gallerie (vedi Grotte n. 89). Poi ho continuato ad usarlo, anche quest'anno per incrociarne le misure con i digitali.
Robustissimo, quello di Bianchetti si è riempito d'acqua a Boy Bulok continuando a funzionare, è anche discretamente corretto per la temperatura.
I difetti sono la scarsissima precisione di lettura, difficile da inghiottire con quei prezzi.
Inadatto all'uso speleologico come si va delineando, direi che questo tipo di altimetri è un genere di strumenti destinato a fare la fine degli orologi meccanici: usi particolarissimi (tipo altissima quota) o per appassionati del buon tempo andato.
