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GROTTE

anno 32, n. 101 - settembre-dicembre 1989

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

 

sommario

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Notiziario

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Attività di campagna

12

Un disarmo bestiale

14

W le Donne: capitolo secondo

23

L'abisso della Scovola

28

La grotta della Cravina

29

Un anno di A11

30

Viaggio in Sardegna

32

Boy Bulok

39

Il longimetro Daar

41

Ricerche biospeleologiche 1989

43

Aspettando lo sponsor

44

Recensioni

 

 

Supplemento a CAI-UGET Notizie n. 5 del mese di maggio 1990

Spedizione in abbonamento postale Gruppo III

Pubblicità inferiore al 70%.

Direttore responsabile: Leo Ussello

(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13.10.73)

 

Redazione:

Giovanni Badino, Giampiero Carrieri, Marziano Di Maio,

 

Laura Ochner, Riccardo Pavia, Loredana Valente

 

Foto di copertina di B. Vigna (Grotta delle Vene)

Bozzetti di Simonetta Carlevaro

Stampa: LITOMASTER,

Via Sant'Antonio da Padova 12

 

 

Stampato con il contributo della Regione Piemonte (Legge regionale 69/81)

Spedito ai soci SSI con il contributo di questa Società

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Socio SSI attento!

     Questo è l'ultimo numero di "Grotte" che ricevi, se non agisci.

     A causa della carenza di finanziamenti siamo costretti a selezionare il pubblico cui inviare gratuitamente la nostra rivista.

     Per fare ciò intendiamo, di massima, inviare i numeri dal 102 (compreso) in poi solo ai soci SSI in regola che ce ne facciano esplicita richiesta, con lettera da inviare al GSP, redazione Grotte, Galleria Subalpina 30, 10123 Torino.

 

     Ai non soci SSI che ricevono il bollettino versandoci una quota per rimborso spese, ricordiamo che (salvo gli ex-abbonati triennali) essi sono ormai morosi a partire dai numeri del 1989 (99 e 100).

     Per continuare a ricevere la rivista è ovviamente necessario rinnovare la quota per il 1989: 12.000 lire da versare mediante il conto corrente postale 21691100 intestato al Gruppo (indirizzo come sopra).

 

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Notiziario

 


Assemblea di fine anno 1989 del GSP

     Con un ordine del giorno analogo a quello normale, ma con momenti riflessivi che hanno assorbito molto tempo in discussioni approfondite, l'assemblea di fine anno 1989 del GSP si è protratta quest'anno per più sedute, delle quali riassumiamo le conclusioni.

     Nella prima seduta si è innanzitutto data relazione dell'attività svolta. Il Presidente ha illustrato per sommi capi l'attività esplorativa, che è stata intensa e proficua pur se non centrata su qualche obiettivo particolare: tra i risultati, vanno citati la partecipazione alla spedizione in URSS, a punte in W le Donne, Cui di Bove e Olivifer, mentre al Marguareis si sono continuate le esplorazioni in A 11, O-Freddo, nelle zone alte del massiccio, anche in Piaggia Bella e a Labassa, e si è fatto un campo estivo trovando tra l'altro l'abisso della Scovola.

     Il Corso, con una trentina di partecipanti validi, ha portato nuove forze al Gruppo.

     Il magazzino ha avuto Adriano Cerovetti responsabile sino a metà anno, quando gli è subentrato Daniele Grossato coadiuvato da Donatella Bregolato, Vincenzo Martiello, Mario Oddoni e Maurilio Pavese: i risultati di tale collaborazione e del lavoro fatto per riordinare hanno reso le condizioni del magazzino stesso le migliori che si siano mai avute. Grossato ha riferito sommariamente sulle attuali disponibilità di materiali e sulle carenze da colmare. L'autogestione, malgrado qualche perdita di materiale, ha funzionato.

     Per i locali del GSP è stata rilevata la situazione tutt'altro che ottimale, essendosi alquanto smorzato (speriamo solo temporaneamente) l'entusiasmo di coloro che si sono incaricati di prendersene cura.

     La Capanna Saracco-Volante (come riferisce Stefano Sconfienza che è responsabile dell'aggregato di sezioni comprendente magazzino, locali e rifugio, oltre che della Capanna stessa) non ha richiesto lavori particolari, se non di ordinaria manutenzione. Il responsabile è stato coadiuvato da Vincenzo Martiello, che può essere proposto corresponsabile per il futuro.

     Su biblioteca e archivio ha relazionato Ube Lovera che sovrintende alle due sezioni, di cui sono responsabili rispettivamente Giuliano Villa e Carlo Balbiano. La biblioteca purtroppo sta attraversando un momento critico, con molto lavoro arretrato da recuperare e con funzionalità che va ristabilita; si spera che Villa possa iniziare subito a rimetterla sui binari giusti, coadiuvato da altri che hanno manifestato la propria disponibilità. L'archivio invece ha funzionato benissimo e non v'è nulla di straordinario da rilevare.

     Giovanni Badino, responsabile delle pubbliche relazioni e dei rapporti con l'esterno (pubblicità compresa), ha reso noti i cattivi esiti di tutti gli sforzi fatti da lui e da Pierangelo Terranova per realizzare proficue iniziative pubblicitarie. Si insisterà ad ogni modo su alcuni punti che hanno mostrato qualche possibilità pratica.

     Meo Vigna, responsabile dell'organizzazione interna cui fanno capo il catasto, la gestione degli strumenti da rilievo e il calcolatore, ha relazionato su queste attività. Il catasto non ha per ora un responsabile e bisognerà designarlo. Per gli strumenti si ripete il solito problema della cattiva manutenzione e dei ritardi di restituzione da parte di chi li usa; vanno acquistati nuovi quaderni. Per il calcolatore (di cui si occupa Mauro Scagliarini) è stata infine gestita l'ordinaria amministrazione, mentre si pone il problema di un cattivo funzionamento che non si sa a cosa attribuire (umidità?)

     Per la segreteria, in assenza di Maria Dematteis che è la responsabile, Daniela Enrici Baion (che si occupa dell'evasione della corrispondenza) ha ribadito le difficoltà di gestire la posta se questa è dispersa prima di poter essere registrata. Per il resto, ordinaria amministrazione.

     Loredana Valente per la tesoreria ha comunicato le principali voci di spesa e di entrata, e la situazione finanziaria. Anche in relazione a mancati introiti per il taglio dei contributi regionali all'AGSP, sarebbe opportuno un maggior rigore per far fronte alla cronica morosità di alcuni membri, che privano il GSP di un apporto che se pure piccolo può diventare prezioso nella non rosea situazione che si prospetta per il futuro.

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     Di Maio ha relazionato sul bollettino, per il quale si profilano serie difficoltà in quanto sembra che non si possa più contare sull'indispensabile contributo della Regione; in tal caso si dovranno forzatamente ridimensionare le innovazioni recentemente attuate per migliorare la veste e per estendere la diffusione. Intanto, si è già deciso di limitare l'invio di Grotte soltanto a quei soci SSI che manifesteranno l'interesse a riceverlo. Oltre all'entità della spesa, altri punti dolenti riguardano l'allungamento dei tempi di lavorazione, il persistere dei ritardi nella consegna degli articoli e gli scarsi risultati dei tentativi di ottenere introiti pubblicitari. Durante l'anno sono usciti dalla redazione due componenti, non sentendosi più sufficientemente motivati: si vedrà di rimpiazzarli nel 1990. Oltre che dei redattori, il bollettino si avvale anche della preziosa opera di altre persone per la gestione degli indirizzi al calcolatore (Mauro Scagliarini), per la spedizione a Savigliano (Ube Lovera) e ora anche per le incombenze fiscali (Maurilio Pavese).

     Per l'attività biospeleologica, si veda l'articolo di Achille Casale su questo stesso numero.

     Sull'AGSP ha riferito Attilio Eusebio, che ha ravvisato un certo calo di tensione fattiva, con ordinaria amministrazione degli affari correnti e con ristagno di iniziative.

     L'organizzazione interna del Gruppo, ristrutturata in base all'assunzione di responsabilità da parte dei membri dell'Esecutivo (ognuno dei quali sovrintende ad altrettanti aggregati di sezioni), ha dato buoni risultati. Si è infatti creato un soddisfacente equilibrio tra l'attività del Presidente e quella dell'Esecutivo, sui cui membri è ricaduto e si è distribuito quel carico di lavoro che in precedenza era troppo concentrato sulla guida d'una persona sola. La funzione dell'Esecutivo stesso si è pertanto spostata su un ruolo pratico di servizio, cioè di garante del funzionamento dei centri nevralgici del Gruppo, in un quadro di responsabilità non verticistica ma opportunamente allargata.

     La scelta dei membri dell'Esecutivo viene perciò effettuata non tanto su basi di merito o di stretta operatività diretta, quanto sulla capacità di soddisfare le esigenze della struttura organizzativa predetta (oltre che, ovviamente, di contribuire con il Presidente alla fase decisionale, che peraltro è di spettanza anche della stessa Assemblea). Riunioni di attività sono previste per ogni aggregato di sezioni con adeguata frequenza.

     In base a tali criteri, sono stati confermati i quattro responsabili precedenti e cioè:

a) Stefano Sconfienza per magazzino, Capanna e locali;

b) Ube Lovera per biblioteca e archivio;

c) Giovanni Badino per pubbliche relazioni e rapporti con l'esterno;

d) Meo Vigna per l'organizzazione interna (catasto, strumenti da rilievo, calcolatore).

     Essi costituiscono l'Esecutivo per il 1990, ovviamente insieme ad Attilio Eusebio che è stato riconfermato Presidente.

     Per le varie sezioni si sono avute riconferme di incarico per la segreteria (Dematteis affiancata da Enrici Baion), tesoreria (Valente), bollettino (Di Maio), archivio (Balbiano), strumenti da rilievo (Vigna), calcolatore (Scagliarini), biospeleologia (Casale), Capanna (Sconfienza, che avrà per corresponsabile Vincenzo Martiello). La responsabilità del magazzino è affidata collegialmente a Donatella Bregolato, Daniele Grossato, Vincenzo Martiello, Mario Oddoni e Maurilio Pavese; va ricordato che chi (essendo membro effettivo oppure un aderente affidabile) desidera materiale deve richiederlo al venerdì a un responsabile del magazzino oppure all'assemblea. Della biblioteca si incaricherà di nuovo Villa, che per la necessaria opera di ripristino si avvarrà della collaborazione di Rossella Cabula, Marco Naretto e Lucia Rattalino. Per i locali sarà responsabile Franco Cuccu, al quale si dovrà affiancare qualche collaboratore; allo stesso è stato dato l'incarico di assicurare la manutenzione e l'efficienza del parco batterie. Per il catasto, come si è detto, è necessario reperire al più presto qualcuno che se ne occupi.

     Problemi che sono emersi per una soluzione quanto prima, riguardano per la Capanna l'installazione del telefono (oltre a qualche ritocco di modesta portata), per la biblioteca una particolare attenzione per segnalare novità interessanti emerse dalla letteratura speleologica, per le pubbliche relazioni la ricerca di collaborazione in aiuto a Badino (la sezione tra l'altro dovrà prendere in carico l'invio delle novità speleologiche a UGET-Notizie), per la segreteria la dota-

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zione d'una cassetta per custodire la posta, per il calcolatore la sua adeguata utilizzazione (se possibile installandolo in sede), per gli strumenti da rilievo il loro ritiro a parte di Vigna per ricontrollarli, rimetterli a punto e ridistribuirli a chi solitamente rileva, salvo una musette che verrà tenuta in sede a disposizione di utenti occasionali.

     Le quote sociali sono rimaste invariate, ma si opererà con maggiore sollecitudine alla loro riscossione, anche al fine di limitare il fenomeno della morosità di fine anno.

     Dopo che Sconfienza ha riassunto le proposte dell'Esecutivo in relazione all'elezione dei membri effettivi per il 1990 e alla nomina dei membri aderenti, e dopo che esse sono state vagliate dall'Assemblea, il Gruppo è risultato composto da 25 effettivi e 62 aderenti.

Membri effettivi

Giovanni Badino, v. S. Francesco da Paola 17, 83.97.605; V. Scatti 7/5, Savona, 029-82.01.52 Valentina Bertorelli, v. Nizza 67, 66.99.244

Giampiero Carrieri, c. Peschiera 281, 72.14.74

Adriano Cerovetti, v. Lanzo 125/3, 246.17.63

Franco Cuccu (Fof), c. Cosenza, 39, 35.17.72

Piercarlo Curti, v. Pignari 6, Saluzzo, 0175/47.165

Maria Dematteis, v. Quirino Mascia 11, Venaria

Marziano Di Maio, v. Cibrario 55, 75.12.53

Attilio Eusebio (Poppi), c. Correnti 35, 32.01.22

Daniele Grossato, v. Cialdini 41, 44.74.859

Uberto Lovera (Ube), v. Tonale 16, 61.33.47

Andrea Manzelli, v. Bossolasco 11, 31.51.802

Vincenzo Martiello (Spàssula), v. Veglia 20, 32.99.046

Marco Naretto, v. Vicenza 27, 48.21.60

Gianni Nobili (Monnezza), v. Bardonecchia 123, 72.78.10

Mario Oddoni (Cagnotto), v. Urbino 15, 566.08.81

Maurilio Pavese, v. Vigliani 31, 61.37.64

Riccardo Pavia, v. San Paolo 84, 38.30.10

Elio Pesci, v. Nazzaro 7, 74.95.153

Mauro Scagliarini, v. Oropa 13/B, 88.88.79

Stefano Sconfienza, v. Castelgomberto 38, 36.24.97

Pierangelo Terranova, v. Rovereto 12, Pino Torinese, 84.06.21

Flavio Tesi, v. Roncaglia 13, Roletto, 92.11.680 (neg. Pinerolo 22.294)

Bartolomeo Vigna (Meo), v. Bianzé 6, 76.68.46

Walter Zinzala, c. Francia 207, Collegno, 780.22.87

Membri aderenti

Carlo Balbiano d' Aramengo, v. Balbo 44, 88.71.11

Piergiorgio Baldracco, v. Boccardi 28, Pino Torinese, 84.15.15

Gregorio Balestra, v. Castagnevizza 1, 39.46.36

Barbara Barisani, v. Fratelli Carle 31, 59.00.34

Daniele Bassani

Alessandro Bianco (Trota), v. Alessandria 3, Settimo Torinese, 800.42.11

Luca Borghesio, c. Re Umberto 42, 53.29.47

Lorenzo Bozzolan (Z), v. San Rocco 2

Donatella Bregolato. v. Molinatto 16. Verolengo, 914.288

Claudio Brusaschetto (Bomboletta), v. Banfo 62, 24.81.804

Rossella Cabula, v. Carrieri

Marilia Campaiola, v. Terranova

Patrizia Cannonito, v. Curti

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Simonetta Carlevaro, v. Nizza 29, 650.95.19

Achille Casale, c. Raffaello 12, 650.88.84

Roberto Chiabodo (Arlo), v. Nizza 29, 650.95.19

Agostino Cirillo, Pordenone, 0434/40552

Andrea Colombo, c. Brunelleschi 91, 70.711.92

Gabriele Demichelis, v. Castegnevizza 1, 32.92.10/34.71.969

Daniela Enrici Baion, v. Lanzo 125/3, 246.17.63

Silvia Faure, v. Trova

Riccardo Ferrein, v. don Bosco 45, 47.11.97

Alberto Gabutti (Lucido), 7928 Chelsea, DR 106, WOODRIDGE, Illinois 60517 (USA)

Mauro Galliano, v. Sestriere 33, None, 98.644.68

Uccio Garelli, v. Caraglio 7, 37.44.90

Alessandra Garnero, v. Raviolo 10/A, Pinerolo, 0121/71831

Adriano Gaydou, v. Baltimora 15, 36.51.60

Paolo Giaccone, v. Bologna 17, Collegno, 78.032.66

Claudio Ghittino, v. Lavazza 46, 81.91.335

Beppe Giovine, v. Brusà, Valdellatorre, 96.80.411, lav. 835.835

Andrea Gobetti, str. Reaglie, 89.99.087

Roberto Guiffrey (Armando Pozzi), v. Santa Croce 14, 41.503.41

Jo Lamboglia e Kathy, Tour 21, route de Turin, NICE, 093/84.46.78

Maria Consolata Lusso, v. dei Mille 34, 81.23.330

Franca Maina, v. Villa

Claudio Maniezzo, v. don Pigolotto 30, Giaveno, 93.78.741

Sergio Mantonico (Tronico), v. Monte Spluga 10, Villa Guardia (CO), 031/48.19.03

Nino Masciandaro, v. Monfalcone 16, Montescaglioso (MT), 0835/20.75.03

Alessandra Masino, v. Casalis 35, 74.71.94

Isabella Mazza (Beba), v. Montebello 23, 83.13.28

Francesco Mazzilli, v. San Secondo 88, 59.50.52

Piero Meda (Sciacallo),

Marcella Muti, v. Dante 42, Alessandria, 0131/44.30.47

Laura Ochner, v. Baltimora 160/B, 30.72.42

Pierclaudio Oddoni, v. Santhià 2, 23.02.67

Laura Ottonello, v. Virginio 41, Pinerolo, 0121/72007

Margherita Pastorini, v. Vigna

Fulvio Prette, v. Priocca 8, 27.02.33

Lucia Rattalino, v. G. Verdi 19, Cavagnolo, 91.51.691

Bea Riva, v. Tonio da Belledo 91, Lecco, 0341/28.66.81

Cristina Rolle, v. San Pio V 32, 65.79.81

Gerolamo Rossi (Gerry), c. Un. Sovietica 229, 39.33.89

Sandro Rosso, v. del Porto 7/A, San Mauro Tor., 822.28.86

Marco Scofet, Regione Vigne 23, Villarbasse, 95.22.10

Walter Segir (Papà), v. Brandizzo 65, Volpiano, 98.84.529

Roberto Serra, fraz. Boj 61, Aramengo (AT)

Sergio Serra, c. Raffaello 11, 68.32.31

Paola Torta, v. Venasca 7, 44.27.25

Pierluigi Trova (Pigi), viale Piazza d'Armi 55, Pinerolo, 0121/72324

Loredana Valente, v. Eusebio

Giuliano Villa, regione Gerbole 66, Volvera, 98.56.133.

 

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Il 33° Corso

     Quello del 1990 è il 33° Corso di speleologia del GSP. Esso avrà luogo dal 26 gennaio al 4 maggio sotto l'egida dell'Assessorato allo Sport, Gioventù e Tempo Libero, diviso come negli ultimi anni tra una prima parte introduttiva (6 lezioni e 3 uscite in grotta) e una seconda parte più tecnica (con 7 lezioni e 4 uscite, delle quali una in palestra di roccia, due in grotta e uno stage finale, più altre 5 esercitazioni serali infrasettimanali nella palestra di roccia artificiale di Palazzo a Vela). La direzione è stata assunta da Franco Cuccu, Elio Pesci e Stefano Sconfienza.

Il 16° Congresso nazionale

     Dal 6 al 9 settembre 1990 si terrà il 16° Congresso nazionale di speleologia, organizzato a Udine dal Circolo Speleologico e Idrologico Friulano con il patrocinio della SSI (nel suo 40° anno di fondazione) e del CAI.

Veliko Sbrego -1198

     "Veliko" in sloveno significa "grande", "Sbrego" in triestino significa "sbrego". Gli amici triestino-anconetani hanno raggiunto prima una serie di gallerie a -1000, poi su un approfondimento di queste una quota data -1198. In una esplorazione successiva (siamo già a gennaio 1990) due incidenti, il secondo mortale, hanno funestato questa grande esplorazione. Potrete leggere un articolo sul prossimo numero.

Un nuovo abisso in Arnetola

     L'ASC di Como e alcuni elementi del GGM hanno scoperto, disostruito ed esplorato un nuovo abisso in Arnetola, profondo per ora 300 m. È stato chiamato Tarzanelli.

     Altre novità, su cui saremo più esaurienti sul prossimo numero, riguardano una nuova cavità ancora in Apuane (sul Grondilice), e nuove esplorazioni a Landri Scur e (di iniziativa francese) al Valmar.

Proiezioni

     Tra le proiezioni effettuate recentemente, vanno annoverate quelle a Ivrea (con il fotodocumentario di B. Vigna "Salto nel buio", proiettato dall'autore con Badino, Cerovetti e Scagliarini), alla sezione WWF di Torino (lo stesso fotodocumentario), al GS Chierici di Reggio Emilia e al GG Varese con "Salto nel buio" e con i fotodocumentari di G. Badino "Speleologia no grazie" e sulla speleologia glaciale.

Di tutto un po'

Carrieri.

Giampiero.

e Cabula.

Rossella.

Carrieri e Cabula.

Giampiero e Rossella.

Arrischiano: sfidano l'ignoto e si sposano. Sì, si sposano.

Vogliono vivere a Torino, costruire qui il loro "vissero felici e contenti", sfidando la quiete provinciale subalpina.

"La Bassa", adesso, se la esplora solo lui.

     A luglio sul supplemento Tuttoscienze del quotidiano La Stampa è apparso un articolo del socio G. Badino, "I geografi del sottosuolo". Gli ha fruttato a Costacciaro il premio di miglior pennivendolo speleologico dell'anno.

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     In seguito a un incidente d'auto è morto in Francia Sebastien Fighiera, figlio del compianto Claude. Seppur giovane (19 anni), era già valente speleologo e l'estate scorsa era stato con noi al campo estivo alla Colla dei Signori.

     AGSP ai soliti livelli, unica differenza quest'anno è l'atroce assenza di un contributo regionale; ciò getterà presto in ginocchio quella parte di speleologia che si dedica anche alla documentazione del fenomeno carsico piemontese: senza soldi, si sa, non si può pubblicare molto.

Sonny Terranova è passato alla Gründig: oltre all'alloggio passano anche il vitto.

In uno splendido mattino d'estate anche Patrizia ha dato alla luce un "piccolo" erede a Carlo Curti: l'hanno chiamato Fabio.

Auguroni ai coniugi Vigna. Una ecografia (a Margherita) ha accertato che non si tratta di un solo bimbo, bensì di due: un maschietto ed una femminuccia, che presto allieteranno papà Meo, panettiere.

 




Speleologia alla Gustavo di Svezia

Non potendo aver dei figli, Gustavo di Svezia pregò il conte di * * * *

di farne avere uno alla regina, ciò che fu eseguito.

J. de Maistre: memoires politiques et correspondances dip.,

pag. 238, citato in G. Flaubert: sciocchezzaio.

     Un parallelo che mi sono divertito a fare una volta fra speleologia e sesso è stato per prendere in giro quelli che si vantano di aver fatto una grotta impiegandoci poco tempo: scrissi che era come vantarsi di aver fatto l'amore impiegandoci pochissimo.

     Ma i paralleli continuano. In questi tempi alcuni vanno scoprendo una nuova tecnica per esplorare le grotte: mandarle ad esplorare da qualcuno. Non "collaborare con", proprio "mandare qualcuno che"; il rigurgito è un nuovo rigurgito gruppale, lo scopo è impedire, costi quel che costi, ad un gruppo avverso di fare quel che non sappiamo fare: è tanto scemo che credo vada sottolineato, e deriso.

     Oltre a italiani di altre zone geografiche vanno forte le squadre della Polonia e in genere dell'Est; tutto il capitalismo occidentale esulta per l'apertura dei mercati dell'Est, anche dei mercati di braccia, e pure certi fra noi: gli slavi sono promossi carne da meandro. Bravi, abitano lontano e soprattutto non scrivono qui: date loro un po' di materiali e un paio di buste di liofilizzati e loro vi esplorano la grotta lasciandovi tranquilli.

     Questa nota ha lo scopo di far sapere che anch'io sono slavo e Conte per di più, e conosco altri conti slavi, quindi in caso di necessità contattatemi.

     Inoltre ha lo scopo di dare un nome a questo modo di esplorare. Come vedete nella citazione, anche questo ha dei precedenti sessuali: lo definirei dunque "far speleologia alla Gustavo di Svezia".

G. Badino

 

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Attività di campagna

a cura di Barbara Barisani


3 settembre 1989, Abisso Libero (Marguareis). V. Bertorelli, E. Chiomento, G. Guidotti, B. Mazza, S. Pimazzoni, S. Sconfienza. Vista la via dopo la frana finale.

2-3 settembre, W le Donne (Grigna). G. Badino, D. Bassani, G. Carrieri, U. Lovera, M. Marantonio, R. Pavia. Proseguita l'esplorazione da -800 a -900 attraverso una serie di pozzi e pozzetti. La grotta prosegue con gallerie e si arriva a -1020 sul ramo Belfangor. Vedi articolo su questo bollettino.

3 settembre, Buco sul Cars. C. e M. Oddoni, M. Naretto, L. Rattalino, S. Rosso. Scesi sul pozzo da 30, la grotta prosegue con altro pozzo da esplorare.

16-17 settembre, Buco nella zona di Cluses. G. Badino ha esplorato un pozzo grande pieno di rifiuti, da cui parte un grosso meandro; è segnato SCI e non ha aria percettibile.

17 settembre, Abisso della Scovola (versante francese del Marguareis). C. Curti, A. Eusebio, D. Grossato, M. Naretto, B. Vigna, Disarmo fino al P30 compreso. Percorso il meandro di Stefano (100 m circa) e la traversata alla base del P30.

Canalino dei Savonesi (Piccolo Pas) - C3. G. Carrieri, A. Eusebio, U. Lovera, M. Oddoni, F. Prette, F. Tesi. Battuta. Scavata la condotta del C3 e pulito il pozzetto superiore.

Cul di Bove (Matese), V. Bertorelli e S. Sconfienza con M. Monteleone, S. Gambari e Anna del CS Romano, E. Chiomento GS CAI Verona. Percorsi circa 500 m di gallerie a partire dalla strettoia allargata l'estate scorsa. Seguito il fiume sino a raggiungere un lago a -350 circa. Esplorazione e rilievo sino a -600 circa.

22 settembre, Abisso della Scovola. L. Borghesio, M. Naretto, C. e M. Oddoni, M. Pavese. Recuperate le corde alla base del pozzo e disarmato tutto l'abisso.

A 11, esercitazione di soccorso. G. Badino, P. Baldracco, G. Carrieri, F. Cuccu, C. Curti, A. Eusebio, M. Galliano, D. Grossato, U. Lovera, P. Lucchesi, A. Manzelli, S. Sconfienza, F. Tesi, P. Trova.

Monte Grané (Valle Po). B. Barisani, A. Gaydou, T. e E. Martorani. Battuto il versante Nord del monte e viste cavità in parete di scarso interesse.

30 settembre -1 ottobre, W le Donne, D. Bassani, G. Carrieri, G. Guidotti, U. Lovera, P. Meda. Esplorate nuove gallerie fino a -900. Trovato un collettore parallelo.

1-7 ottobre, Cul di Bove (Matese). A. Gobetti e R. Guiffrey giunti a -900.

6-7 ottobre, O-Freddo (Marguareis). C. Bazzini, A. Colombo, R. Ferrein, D. Grossato, U. Lovera, A. Manzelli, S. Sconfienza. Vista la Galleria dell'Arco, Disarmato.

14-15 ottobre, W le Donne, V. Bertorelli, G. Carrieri, M. Marantonio, S. Mantonico, M. Naretto. Effettuato un campo interno. Disarmato il ramo Belfangor. Il ramo nuovo è stato esplorato fino a -1000 circa, fermi su un meandro con aria.

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16 ottobre, Grotta della Cravina (Valle Pesio). A. Cerovetti, C. Curti, D. Enrici Baion, A. Eusebio, B. Vigna.

Zona di Fontainebleau: G. Badino con C. Chabert a rilevare cavità.

19-20-21 ottobre, Spluga della Preta. G. Badino con speleologi russi: ripulito l'abisso da Sala Paradiso fino a -450.

22 ottobre, Abisso della Donna Selvaggia (Valdinferno). L. Brusaschetto, A. Colombo, F. Cuccu, P. Giaccone, C. Maniezzo, B. Mazza, M. Naretto, E. Pesci. Effettuata una risalita che chiude in strettoia. Trovato un inghiottitoio sopra l'ingresso.

Buco sul Cars. D. Bregolato, A. Gaydou, D. Grossato, U. Lovera, V. Martiello, C. Oddoni, M. Pastorini e Brunella, L. Rattalino, S. Rosso e Angela, P. Torta, B. Vigna.

Buco di Sandro. A. Gaydou ha esplorato una faglia lunga 10 m.

28-29 ottobre, W le Donne. G. Carrieri a disarmare in gran parte l'abisso.

29 ottobre, Abisso dell'Artesinera. L. Bozzolan, P. Giaccone, M. Naretto, F. Prette e B. Vigna a far foto.

27-29 ottobre, Costacciaro (Phantaspeleo) e Matraia (Fintospeleo). G. Badino, P. Baldracco, D. Bregolato, A. Eusebio, D. Grossato, U. Lovera, V. Martiello, B. Mazza, L. Ochner, L. Valente.

4-5 novembre, Esercitazione CNSA a Labassa. G. Badino, G. Carrieri, M. Cerina, A. Cerovetti, C. Curti, A. Eusebio, B. Giovine, D. Grossato, U. Lovera, V. Martiello, Novarese, E. Pesci, M. Scagliarini, W. Segir, F. Tesi, W. Zinzala. Effettuato un recupero da -400 a -300. Le radio hanno funzionato perfettamente.

5 novembre, Buco di Valenza (Oncino). A. Gaydou e T. Mantovani hanno superato la fessura.

11-12 novembre, A 11 (Marguareis). R. Ferrein, M. Naretto e E. Pesci hanno disarmato l'abisso e ne hanno chiuso l'ingresso con un telone.

12 novembre, Piaggia Bella. B. Mazza e S. Sconfienza.

Bologna: A. Eusebio e U. Lovera per riunione di Soccorso.

18 novembre, W le Donne, G. Carrieri, M. Marantonio e R. Pavia hanno esplorato sino al sifone Pucioski.

19 novembre, Buco delle Fantine (Valle Po). A. Eusebio, C. Curti, M. Chiri. Bossea, D. Brego-Iato, L. Brusaschetto, A. Colombo, F. Cuccu, D. Grossato, L. Montacchini, A. Masino, M. Naretto, E. Pesci, M. Scofet, B. Vigna a far foto.

26 novembre, Antro del Corchia, G. Balestra, D. Bregolato, A. Cirillo, P. Giaccone, D. Grossato, U. Lovera, B. Mazza, M. Naretto, E. Pesci. Esplorate alcune condotte che chiudono ai rami Pineröl.

Caudano: F. Cuccu, C. Curti e A. Eusebio a far foto; percorsi rami nuovi nella zona del Gavasso.

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3 dicembre, Spluga della Preta, G. Badino, D. Bregolato, F. Cuccu, R. Ferrein, D. Grossato, V. Martiello, S. Sconfienza, M. Pavese, F. Tesi a continuare l'opera di pulizia.

Buranco Rampiun (Melogno). A. Eusebio all'esercitazione CNSA dei volontari liguri.

Bologna. G. Badino, S. Sconfienza, F. Tesi alla riunione della Commissione Tecnica CNSA.

8-9-10 dicembre, Piaggia Bella. E. Pesci con amici di Città di Castello sino al fondo ed effettuato il disarmo.

W le Donne: G. Badino, G. Carrieri, R. Pavia con M. Zambelli del GGM. Campo interno; esplorazione e rilievo fino a -1150.

Grigna: battute in Valle dei Mulini e Passo del Cainallo. M. Campaiola, A. Cerovetti, F. Cuccu, D. Enrici Baion, A. Eusebio, S. Faure, U. Lovera, M. Pastorini, B. Riva, P. Terranova, P. Trova, L. Valente, B. Vigna.

16 dicembre, riunione CNSA a Viozene.

25 dicembre - 1 gennaio 1990, Sardegna, P. e V. Baldracco, S. Baima, V. Bertorelli, P. Cannonito, A. Cerovetti, P. e F. Curti, F. Cuccu, D. Enrici Baion, A. e D. Eusebio, S. Faure, U. Lovera, A. Manzelli, L. Ochner, M. Rizzo, M. Scagliarini, i Terranova 4x, F. Tesi, P.G. e A. Trova, L. Valente + 3 milanesi. Vedi articolo.

 

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Un disarmo bestiale

S. Sconfienza, R. Ferrein, U. Lovera


     Ci sono poche cose che non ho ancora fatto insieme a Ube Lovera: il Sesso è sicuramente una di queste, a patto che non valgano i "rapporto-per-interposta-persona"; un'altra consisteva - almeno fino all'8 ottobre - nel perdersi nella bufera, usciti di grotta, e vagare per la montagna un numero considerevole di ore.

     Cronaca di un maltempo annunciato.

     Era una settimana che i preveggenti del tempo davano nevicate imminenti, ma si sa come voli alto la nostra considerazione delle previsioni meteorologiche. Eppure, prudentissimi, ci procuriamo addirittura una squadra d'appoggio (Giorgetto, Fof e Donatella) che alla Colla dei Signori veglia sull'incolumità delle nostre auto, pronta a salpare in caso di nevicata.

     Cronaca di un maltempo sottovalutato.

     Come per tanti altri incidenti sfiorati, quel che ci frega è l'eccessiva confidenza che alcuni di noi hanno con questa montagna: una confidenza presuntuosa, quella di saper percorrere il Marguareis in qualunque condizione climatica e di visibilità, e una confidenza viscerale, per cui non si riesce a sentire ostile questo monte o a immaginare che possa o voglia farci del male.

     Alcuni prodi partono alla volta di O-Freddo: Stefano, Andrea Colombo, Andrea Manzelli, Riccardo, Claudione, Daniele e Ube. Il programma è ovviamente ambizioso, disarmo totale dei due rami della grotta ed esplorazione della terza misteriosa via nominata "Galleria dell'arco". Senza infamia né lode l'operazione: 4 verso "Salto nel buio" e quindi alla "Galleria dell'arco" (ricade senza fantasia nei rami sottostanti), 3 al ramo che prosegue oltre le "Black China" a rubare corde in quelle strette e gelide regioni. Giusto il tempo di notare che i due fondi e l'ingresso portano tutti aria al fondo delle "Black China" e siamo pronti per la ritirata. Disarmo epico; un'infinità di corde che, riempiti otto sacchi, finiscono ammatassate e intrasportabili.

     Quindi tempi molto lunghi, resi ancor più lunghi da una "Bestia" di carne ed ossa alto 1,90 x 120 di torace (Claudione, n.d.aa.), che ha provato, senza riuscirci, a tappare tutte le strettoie di "O-Freddo". Ora non pensate di trovare, al posto di queste, dei piccoli trafori del Frejus; immaginatevi piuttosto che cosa risponderà "la Bestia" al prossimo che gli dirà che a parte due o tre strettoiette il resto della grotta è "largo".

     In capo a una ventina di ore siamo comunque tutti sotto il p .50 prossimo all'ingresso. Dall'alto cala la voce di Daniele: "bufera". Recuperiamo con un po' d'ansia le restanti corde e quindi ammucchiati contro l'ingresso ci apprestiamo a scegliere il primo bivio della vicenda: aspettare l'indomani o tentare di raggiungere le macchine?

     Precedentemente si era svolta alla Colla dei Signori un'altra interessante operazione: lo sgombero di n. 4 automezzi ad opera di 3 persone, in perfetta contemporanea alla transumanza di qualche centinaio di pecore mediante utilizzo di giovane pastore sardo seminudo. Dopo qualche ora, rivestito il pastorello, le auto giungeranno a Carnino.

     In allarme il Soccorso Speleo, preallarme per Soccorso Alpino ed elicottero di Savigliano.

     Intanto usciamo, il più è fatto direste voi, ma non sembra pensarla così la sfiga nera che ci perseguita. Infatti fuori nevica, anzi nevica e tira vento.

     Siamo ancora dentro, ma già il vento ti gela la tuta, non per niente si chiama "O-Freddo"! Decidiamo di abbandonare i sacchi che ci renderebbero difficile la risalita del canali no e di partire a razzo prima che la neve ci blocchi.

     Seconda scelta: Assicurarci o no?

     Il canalino si presenta con uno spettacolo infernale, percorso da una tormenta di neve e dal frastuono del vento che rimbomba tra le pareti. Una sicura non farebbe male per i passaggi più esposti. Ma non possiamo fermarci, bagnati come siamo e ancora distanti da giacche a vento e moffole. Propendo quindi per uno spezzone di corda psicologico (legato al mio pugno!). Ci va bene, nonostante l'impossibilità di parlarci per il rombo della bufera e il dolore in faccia per la neve che sembra una scarica di spilli.

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     Siamo fuori dal canalino, increduli per avercela fatta, ma ancora con gli zaini da recuperare nella dolina, senza i quali non avremmo molte possibilità di cavarcela.

     Terza scelta: La strada.

     Improponibile cercare di raggiungere la Capanna, pericolosa la via diretta per Zona D, per il rischio di finire sulle pareti. Cerchiamo allora di seguire per un tratto il sentiero che va al Passo della Gallina. Ma in breve il mio presuntuoso senso dell'orientamento deve subire un pesante scacco. Ci scambiamo con Ube sguardi preoccupati, cercando di non far capire agli altri che ci siamo persi. Ad un certo punto non resta altro da fare che scendere verso valle, qualunque essa sia. Già, perché i paesaggi, sfigurati dalla neve e dalla nebbia, cominciano a insinuarmi il dubbio di essere in Val Ellero!

     Ah, cosa darei per una bussola. E pensare che in uno dei sacchi abbandonati dentro a O-Freddo c'èra una trousse da rilievo!

     Quarta scelta: Bivaccare o continuare?

     Dopo alcune ore di marcia, ai problemi di orientamento iniziano a sommarsi anche i primi segni di sfinimento. Un paio di noi cominciano a star male e bisogna tenere in conto anche la possibilità di un loro crollo. La prospettiva è, nel peggiore dei casi, di camminare tutta la notte, se non siamo in Val Tanaro.

     Così puntuale arriva la tentazione di un riparo per la notte: una grotticella asciutta, in fondo a una dolina. Probabilmente sopravviveremmo, ma senza sacchi a pelo non sarebbe uno scherzo. Ennesimo conciliabolo a due (con Ube) e prevale la linea sciita: avanti ad oltranza.

     Fra le mille cadute e le soste per aspettare chi non ce la fa più, Claudio comincia a lamentarsi per le mani e i piedi che non sente più, ed è lì che come ultima soluzione chiede "Pisciami negli stivali!", parole che in un altro contesto potrebbero sembrare deliranti.

     Passa altro tempo, interminabile, prima che si plachi il vento e sparisca la nebbia. Davanti a noi, come un miraggio, appare il profilo inconfondibile del Ferà: nonostante tutto, ci ritroviamo quindi sulla strada giusta.

     Molti altri passi, ancora giù fino: a uno strano semicerchio: è il riparo costruito dai genovesi del Bolzaneto di fronte all'E 103. E la prima buona notizia da molte ore; aumentano le probabilità di portare a casa oltre la pelle anche certe dita non coperte da guanti e certi piedi avvolti solo da stivali.

     Quasi immediatamente troviamo il sentiero che porta alla Capanna, poi avvistiamo la Chiusetta, altri passi ancora e tocca a Carnino, con Giorgio, Fof e Donatella. Un'ultima telefonata blocca i soccorsi guidati dal nostro glorioso Capogruppo un istante prima della partenza. A dormire, tutti.

 

 

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W le Donne: capitolo secondo

 


30 settembre - 1 ottobre, tempo di vendemmia

G. Carrieri

     Prima discesa "autunnale" dopo l'esplorazione del fatidico ramo Belfangor che ha portato anche W Le Donne nell'olimpo dei -1000 italiani. La compagnia è numerosa e ben assortita. Scopo della punta è dare un'occhiata alle gallerie che si dipartono da quota -900.

     Si tratta di un interessante reticolo di freatici con dimensioni non banali. Già l'ultima volta che siamo venuti quaggiù avevamo avuto modo di notare come la "bozza" di galleria che si stacca dalla via per Belfangor presentasse scallops con superfici maggiori di mezzo metro quadrato (il che la dovrebbe dire lunga sulle quantità d'acqua che sono transitate da queste parti).

     Comunque, una volta raggiunto quota -900, decidiamo di dividerci: Ube, Piero e Daniele perlustreranno la galleria di sinistra rispetto alla partenza di Belfangor (poi denominata galleria del campo base), io e Gianni, invece, risaliamo il piccolo arrivetto che confluisce nel ruscelletto di Belfangor proprio in corrispondenza della galleria del campo base.

     Questo posto è uno dei "nodi" della grotta: da qui oltre al ramo che porta ai -1000 (Belfangor), il cui nome la dice lunga sulle quantità di fango che lo adornano, si dipartono numerose altre gallerie e galleriozze tutte più o meno percorse da corrente d'aria.

     Dopo pochi metri di risalita lungo un pendio inclinato ci troviamo davanti ad un bivio: sulla destra parte una galleria bassa e larga mentre davanti, tra blocchi, occhieggia un'altra galleria in salita. La galleria di destra si biforca dopo pochi metri in una condotta discendente ed una seconda galleria in salita.

     Entrambe le gallerie in salita individuate presentano caratteristiche del tutto analoghe: si tratta di condotte di interstrato di larghezza 4-5 m ed altezza di un paio di metri. Sono percorse da corrente d'aria in salita e vanno a piantarsi alla base di un camino ascendente. Quella di sinistra (che si diparte in corrispondenza della condotta in discesa) è più complicata ed è farcita da un paio di pozzetti che lasciamo inesplorati.

     Tornando verso la galleria del campo base "buttiamo un occhio" anche nella condotta in discesa. È ancora un freatico (sezione quasi circolare di circa un metro o due di diametro) che scende con inclinazione di 20 gradi fino a stringere davanti ad un vecchio sifone semiostruito dalla sabbia. Tira una discreta corrente d'aria: scaviamo con i nostri potenti attrezzi (il discensore) fino a renderci conto dell'entità del lavoro da fare. In massimo un'ora di scavo si dovrebbe riuscire a passare, e poi oltre all'aria si sente anche un piacevole suono di cascata che è sempre un ottimo biglietto da visita per l'inesplorato.

     Immediato dietro front per reclutare anche il resto della compagnia; pochi minuti dopo siamo nel ramo del campo base alla ricerca degli altri tre "eroi". Qui, superato un primo restringimento, la galleria (circa 3m x 3) piega verso sinistra e sale a 30 gradi per qualche decina di metri fino a piantarsi contro una frana; sulla destra partono alcune piccole condotte minori, la seconda è quella dove si sono infilati Ube, Piero e Daniele: si striscia per 20 m poi in salita in frana fino ad una sala (dove raggiungiamo in nostri amici) in cui arriva un camino e parte un pozzo che resta da scendere.

     Sentita la situazione unanimemente si decide di scavare nel sifone di sabbia lasciando le altre esplorazioni per i tempi "di magra". Un'ora più tardi la strettoia è passata. Oltre la galleria si allunga quasi subito andando a piantarsi contro una grande frattura; dall'alto della stessa scende in cascata (di circa 10 m di altezza) un ruscelletto colpevole del gran frastuono d'acqua che si sentiva in strettoia.

     L'acqua si infila tra blocchi inseguita da Daniele che dopo pochi minuti torna con un sorriso a 32 denti: meandro attivo che scende a saltini e soprattutto niente fango!

     Una buona base per la prossima punta.

Hanno partecipato: G. Carrieri e U. Lovera (GSP); P. Meda (GSI); G. Guidotti (GSF); D. Bassani (ASC).

 

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Abisso W le donne: carta con indicazione del percorso sotterraneo presunto delle acque

 

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Abisso W le donne: sezione schematica e percorso sotterraneo delle acque

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13-16 ottobre: senza inizio, senza fine

S. Mantonico (ASC)

     Lo sapevo, prima o poi doveva accadere. Il nostro desiderio di vedere diventare W le Donne un grande complesso ci obbliga a modificare le punte da stressanti fine settimana a piacevoli campi interni.

     Così quella mattina mi trovo con la solita banda all'ingresso della grotta. Questa volta, contrariamente al solito, non penso a che ora dovrò uscire. Muovendomi senza l'ansia del tempo i pozzi, i meandri, le strettoie e le frane mi sembrano diversi: non sono più grigi punti di riferimento per questa o quella profondità ma l'insieme di un mondo di cui faccio parte.

     Con l'accompagnamento delle mie riflessioni sull'essere o il non essere raggiungo con gli altri la galleria di -900 che ospiterà il nostro campo base.

     Dopo aver preparato tutto per il bivacco, Marco e Giampiero partono per superare la strettoia di fondo di Belfangor. Valentina ed io li raggiungeremo più tardi. Quattro ore dopo due palle di fango stanno trascinando delle cose vagamente somiglianti a sacchi da punta. Si tratta dei due liguri sulla via del ritorno che ci dipingono il posto come segue: "La strettoia del fondo non sembra essere particolarmente micidiale, ma l'ambiente fa talmente schifo che prima di insistere in questo ramo di merda ci sembra il caso di provare in tutte le altre vie".

     Ci basta davvero poco per diventare come loro, ma alla fine l'osceno ramo è praticamente disarmato e noi ci ritroviamo con un bel po' di cordame da infilare nel ramo nuovo oltre il sifone di sabbia.

     Il meandro a saltini occhieggiato da Daniele l'ultima volta è davvero bello: lo percorre un piccolo torrentello che ha una portata di 6-7 litri al secondo, non è molto ma se si considera la stagione e soprattutto l'estrema siccità che ha caratterizzato tutto l'anno, è comunque una portata non trascurabile.

     Dopo qualche decina di metri il meandro si biforca ed è possibile percorrere un livello fossile che porta alla sommità di un pozzo di una ventina di metri di profondità.

     Come al solito la progressione è da delirio; quelli dietro che ululano a quelli davanti: "Aspettate! Andate più piano! Ma come cazzo avete fatto a scendere questo saltino?".

     Alla base del P20 ci si ricongiunge con l'attivo che sparisce subito in un salto successivo, l'ambiente è grande, all'estrema destra di questa sala è possibile risalire per qualche metro e immergersi nuovamente in un pozzo-meandro che riporta ancora sull'attivo.

     Tocca a me l'onore di scenderlo, proprio con l'ultima corda che ci siamo portati dietro. Atterro, dopo 20 m, su torrentello; il meandro prosegue per una cinquantina di metri in orizzontale e poi sprofonda sull'ennesimo pozzetto.

     Due rapidi conti sulle quote ci indicano che dovremmo essere nuovamente oltre la fatidica quota -1000. Anche per questa volta bisogna far andare avanti la testa mentre il corpo resta indietro, in una punta senza inizio e senza fine, mentre il corpo torna indietro.

Hanno partecipato: V. Bertorelli e G. Carrieri (GSP); M. Marantonio (libero speleologo tosco-ligure); S. Mantonico (ASC).

 

18-19 novembre: corriamo che ho fretta

G. Carrieri

     Fine settimana sul modello "schizofrenia andante"; soprattutto per Marco Marantonio che domenica pomeriggio deve essere all'aeroporto della Malpensa per formare il comitato di ricevimento della cognatina... (chiedete a lui se vi interessano ulteriori dettagli).

     Morale della favola: tempo di esplorazione limitatissimo. Comunque alla base del pozzo sceso da Tronico (S. Mantonico) la volta scorsa, superato un primo tratto di meandro, ci troviamo alla sommità di un saltino, il primo di una lunga serie che guarniscono il bel meandro (largo mediamente un metro ed alto più di 20 m) percorso da un torrentello che contribuisce non poco a mantenerci freschi.

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     L'armo dei pozzi avviene in "stile Pinkerton", ovvero si scende in due su un attacco a uomo ed il terzo, lasciato per ultimo, si occupa di piazzare gli spit e la corda per l'armo definitivo.

     In breve raggiungiamo, alla base dell'ennesimo pozzetto, la confluenza con un secondo ruscelletto con portata della stessa entità del primo (circa 6-7 l/s): ora l'attivo comincia ad essere "serio".

     Subito dopo la confluenza tra i due torrentelli un tratto allagato viene superato tramite un traverso che avviene grazie all'accoppiata "lancio della corda oltre il masso più Marco nella sua classica versione arrampicatoria".

     Seguono (come da manuale) saltino, meandro, meandro, tratto allagato. Sfiga, qui il bagno, se vogliamo passare, non ce lo leva nessuno. Torniamo indietro di una ventina di metri nel meandro fino ad intercettare un camino che lascia intravedere la possibilità di by-passare l'acqua con una galleria superiore.

     Marco inizia la splendida arrampicata su fango, poi mi passa il testimone e ci saluta per prendere la via del ritorno. L'aereo alla Malpensa sta per arrivare.

     Qualche spit e poi anche per me e Riccardo giunge l'ora del dietro front. Tanto se c'è una galleria di lì non scappa. Alla prossima.

Hanno partecipato: G. Carrieri e R. Pavia (GSP); M. Marantonio (libero speleologo tosco-ligure).

Puciowsky, a -1080 (foto G. Badino).

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Abisso W le donne, ramo del Cobra (sezione)

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La punta dell'8-10 dicembre

M. Zambelli (GGM)

     "punta: fig. Con originaria allusione all'azione di punta nel duello all'arma bianca: prendere

di punta, affrontare con risolutezza o accanimento..."

     Nonostante le condizioni del tempo siano incredibili e facciano ben sperare sulla discesa a valle prevista nei giorni successivi, il pomeriggio dell'otto dicembre davanti all'ingresso siamo solo in quattro: Giampiero, Giovanni, Briccardo ed io. La prima impressione è che il numero sia promettente, la gente pure.

     Appena scompare il sole lasciamo la neve che ricopre ormai tutta la parte alta del Moncodeno e, trascinati dai 2 sacchi pieni di cose belle che ciascuno ha appesi all'imbrago, scivoliamo in gola alla grotta. L'idea è di sostituire, scendendo, le corde più maltrattate e di utilizzarle in profondità per l'esplorazione... è la fine che fanno quelle del p. 80 (Gran Salto) e di Utopia.

     Superato il Meandro del Vento, a -350, incontriamo Mizio e Dario della mia Tribù (GGM!) che, scesi per fare un po' di foto, bivaccano serenamente, bloccati per l'imprevista (!) mancanza di corda sul p. 22 di M&M'S. Si recupera, con delicatezza, la corda da sotto il sasso su cui Mizio siede da due giorni (burloni questi esploratori!) e poi proseguiamo insieme fotografando fino a -600 dove ci separiamo di nuovo, noi diretti al campo base, loro al bivacco, quindi a casa.

     Mezzanotte è trascorsa da un pezzo quando arriviamo al Campo, a -900, dove ci attendono i dormiben e la cena. Chiacchierando di fotoni, Monsieur de Sade e, ovviamente, grotte, decidiamo di concederci non più di 6 ragionevoli ore di riposo dato che i tempi sono stretti e le cose da fare parecchie.

Freatico a -1120 (foto G. Badino).

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     La punta precedente si è fermata su una condotta allagata a -1060 che, forse, è superabile con by pass, e in più dobbiamo rilevare tutto il meandro che dal campo porta al fondo attuale...

     L'indomani mattina, maledetta la sveglia, e apprezzate sia la dormita che la colazione ci dividiamo. Giovanni e Briccardo scenderanno il meandro rilevandolo, mentre Giampiero ed io scenderemo subito alla condotta allagata per tentare il by pass. Lasciamo il campo che è quasi mezzogiorno.

     L'arrampicata sopra lo pseudo sifone si presenta marcia a dovere. Dopo una dozzina di metri di fango, arrivato alla sommità di quella che dovrebbe essere la via migliore per evitare il bagno, Giampiero ne decreta la fine. Mentre attendiamo i topografi andiamo a curiosare quanto ci attende poco oltre, se non altro, data l'aria, per non crepare di freddo.

     Il meandro da cui proveniamo stringe fino a diventare una condotta di dimensioni contenute in cui il vento marca "Buca di Eolo" sembra volerti gettare direttamente in acqua, poi... il buio.

     Finalmente compaiono i desaparecidos entusiasti per l'incredibile numero di puntate totalizzate nel portare il rilievo fino lì. Da parte nostra provvediamo a spegnere gli entusiasmi, poi celebriamo il rendez vous con un sano teazzo prodotto nel fondo della bombola al titanio di Giovanni, visto che portarsi un pentolino dal campo sarebbe stato troppo furbo...

     Siamo così al dunque: Giovanni, che si è portato fin qui nientedimenoché l'idrocostume russo, viene eletto d'avanscoperta e, in pochi minuti, scompare con l'acqua fino al collo in quello che da questo momento diventerà Puciowsky...

     Al di qua è attesa trepidante, anche se l'idea dei tre gradi associata all'acqua, come prospettiva non è proprio il massimo. Grugniti. L'uomo rana ricompare. Gli occhi parlano da soli, la bocca dà ad intendere che, in solitaria o meno, la punta andrà ad incominciare entro breve tempo.

     Calmato Giampiero che vorrebbe tuffarsi in mutande, prepariamo un altro thè, e pensiamo al problema, non indifferente, del passarsi l'idrocostume. Occorre che il primo e l'ultimo riescano rispettivamente a sfilarsi e infilarsi il preservativo umano una volta da soli. Prove. Vincono Riccardo e Giovanni.

     Facendo finta di ignorare Gelindo, Fregene e Ventotene, riunitisi in loco per l'occasione, entriamo uno dopo l'altro nell'idrocostume e quindi in acqua. La parte allagata consente di restare in piedi con l'acqua fino al collo e di percorrere i dodici metri a mollo con i materiali per l'esplorazione senza troppo patire. In tre ore abbondanti riusciamo ad essere tutti nell'aldilà.

     Aiuto Riccardo a spogliarsi dell'idrocostume mentre gli altri due stanno già rilevando.

     Ci troviamo in un incredibile interstrato meandreggiante e decisamente inclinato percorso da acqua e vento, l'abisso ci esplode davanti agli occhi.

     Un centinaio di metri dopo Puciowski, una breve risalita su sabbia, invita ad abbandonare l'attivo e a curiosare nella finestra che occhieggia.

     Mi infilo con Riccardo. Siamo in una stupenda condotta fossile, perfettamente ellittica. A terra un sottile strato di sabbia in cui sono incastonati incredibili cristalli di calcite. La gran parte dell'aria presente nel meandro sembra essere risucchiata qui dentro. È il freatico, parallelo al ramo che stiamo percorrendo.

     Con gli altri decidiamo di abbandonare per un attimo il rilievo dell'attivo e ci concediamo una visita alla rete di gallerie tempestate di eccentriche che si sviluppa li dentro. Qualche foto, poi occorre lasciar perdere il buio inesplorato che sembra non aver termine. Si torna al dovere.

     Ritorniamo al rilievo della via attiva che approfondisce stringendosi fino ad un pozzetto con cascata. Bella storia. Lo armo. Mi bagno e avverto che sotto continua con meandrino e ulteriore pozzo. Qualcuno vedendo le dimensioni dell'ambiente e pensando al fossile arriccia il naso...

     Questa volta armano Giovanni e Giampiero. Il pozzo sembra un venti (è un P40), ma vista l'acqua e dato che si gela, l'aizzamento va calando. Anche le dimensioni della grotta calano. Giovanni si impianta su strettoia bagnata e riferisce che non conviene proprio rompersi le corna lì sotto. Ci fidiamo. Dovremmo essere intorno ai -1160.

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     Il tempo stringe. La proposta di tornare ad esplorare il fossile non passa, quindi si rileva e si disarma, tornando poi verso Puciowsky. Siamo fradici e l'attesa del turno per l'idrocostume si rivela davvero siderale. Il thè, preparato al di là dell'acqua, e qualcosa da mangiare riaggiustano le cose. Siamo pronti per tornare al campo. Quando stendiamo le tute, poco sopra i sacchi a pelo, è circa mezzogiorno di domenica. E bravi i nostri.

     Fa sonno... Così, ingurgitato qualcosa di caldo, ognuno sparisce a vedersela con gli incubi e il bagnato che inzuppa il proprio sacco a pelo. Sei ore dopo è di nuovo lei, la sveglia. Ora bisogna muoversi, occorre essere fuori entro lunedì pomeriggio e mancano da fare la colorazione, la prima nella storia della speleologia in Grigna, e un pezzo di rilievo subito sopra il campo. Riccardo e Giovanni scendono così con la fluoresceina fino all'acqua, mentre Giampiero ed io ci occupiamo del rilievo.

     Il seguito sono i metri di corda fra noi e l'uscita. Niente soste e in dieci ore ricompare il quadratino di cielo dell'ingresso. Sole, sole d'inverno, di quelli che piacciono tanto. In fondo sono passate settanta ore. La punta finisce ufficialmente davanti alla cioccolata calda di Luciana, al Cainallo dove dietro alle risate da coma da sonno scopro di avere nuovi amici...

Hanno partecipato: G. Badino, G. Carrieri e R. Pavia (GSP); M. Zambelli (GGM).

 

La colorazione

R. Pavia

     La colorazione a W le Donne, e comunque di qualunque altra grotta situata nel Circo di Moncodeno, è una vecchia storia. Quando si trattò di chiedere il permesso a certe autorità, insorsero grossi problemi burocratici e le risposte furono sempre negative. L'unica via era quella di agire di nascosto, cercando di rendere invisibile la colorazione ad occhio nudo.

     Così dopo tanti anni di scommesse, interpretazioni e studi sappiamo dove finisce l'acqua che il Circo di Moncodeno assorbe: a Fiumelatte.

     La colorazione è stata fatta l'11 dicembre 1989 alle ore 3.00 alla profondità di -920 m in un collettore locale dove sono stati immessi kg 2,400 di fluoresceina sodica. La portata pur essendo di estrema magra, era di circa 6/7 l/sec.

     Sono stati presi in considerazione tre gruppi di sorgenti: le sorgenti di Prato San Pietro e del Grenzone sul versante della Valsassina ed il sistema Fiumelatte-Uga sul versante Lago. Di tutti i fiuocaptori analizzati solo quelli di Fiumelatte hanno dato esito positivo. Le acque campionate da Bini e da Sirtori a fonte Uga risultano negative all'analisi spettrofluorometrica, benché sia accertato il collegamento delle acque di questa fonte con Fiumelatte. Questo probabilmente perché il colorante è così poco concentrato da risultare illeggibile.

     L'esito comunque è piuttosto soddisfacente. La distanza in linea d'aria tra il punto della colorazione e la risorgenza è di 8.5 km per un dislivello di 925 m. La velocità minima di deflusso è di 60 m/h, il dislivello di 6,5 m/h e la pendenza complessiva del 13,3%.

Per concludere: il colorante era molto diluito perché esiste una zona satura (sifoni) abbastanza estesa. Tuttavia la restituzione del colorante è stata molto veloce; se ne deduce che la maggior parte del percorso dell'acqua avviene in collettori a pelo libero.

 

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L'Abisso della Scovola

A. Eusebio e B. Vigna


     Scoperto e in gran parte esplorato durante gli ultimi giorni del campo estivo 1989, l'Abisso della Scovola è l'ultimo nato di un settore ancora in gran parte inesplorato e misterioso, localizzato sul versante francese del Marguareis tra la Colla dei Signori e Pian Ambrogi.

     La zona si trova sulla verticale dell'ideale spartiacque sotterraneo tra il sistema della Foce (Complesso di Piaggia Bella, F5, Labassa, ecc.) e quello del Pis del Pesio (Complesso Straldi-Cappa, Abisso Perdus ecc.).

     Il deflusso delle acque assorbite in quest'area e circolanti nei tre principali abissi (Pentothal -500, Gouffre des Trois -329 e Scovola -300) è ancora del tutto sconosciuto e soltanto future colorazioni potranno fornire un quadro sufficiente sull'idrologia profonda di questo settore.

     L'abisso della Scovola, con i suoi 300 metri di profondità e per uno sviluppo di circa 1 km, è una delle cavità più facili, ma nello stesso tempo delle più rappresentative e più belle del Marguareis.

     La grotta si può suddividere sostanzialmente in tre settori:

- una prima parte, prettamente verticale fino a -160, con pozzi brevi (massimo 30 m) e, ad eccezione di alcune partenze un po' strette, di facile percorribilità;

- una seconda parte, pseudo-orizzontale, caratterizzata da un largo meandro, percorso da un rivoletto con portata in magra intorno al litro/sec. e che termina su una successione di brevi salti e chiude su sifone a -235;

- una terza parte, fossile, dove strette gallerie generalmente ricoperte da uno strato di fango si alternano a pozzi sui 20-30 m, esplorata fino a due fondi posti rispettivamente ad una profondità di -300 e -290 m.

Posizione dell'abisso della Scovola rispetto alle cavità della zona del Colle dei Signori:

l) F5 - F33, 2) F3, 3) Trou Souffleur, 4) Joel, 5) Scovola.

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Buco di Pian della Scovola (Marguareis - Francia) - rilievo

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     La cavità si comporta da ingresso basso ed è percorsa, fino nelle parti più profonde, da una sensibile corrente d'aria. È interessante notare che l'andamento planimetrico dell'abisso è diretto verso Est, ovvero verso la Colla dei Signori, e che gran parte delle gallerie sono posizionate sul bordo di una grande depressione strutturale. Il fondo di -290, con una discreta corrente d'aria, è diretto proprio verso il centro di questa depressione, dove uno spesso strato di sedimenti fini impedisce una pur minima circolazione d'aria con la cavità sottostante. Non essendo conosciuti (per ora) ingressi alti in questo settore, è possibile ipotizzare che l'abisso sia collegato ad una complessa rete di condotti che dalle zone alte del Marguareis aspirano e trasportano verso il basso ingenti quantità d'aria. D'altra parte i numerosi abissi localizzati in prossimità della Colla dei Signori, a meno di un chilometro di distanza, funzionano quasi tutti da ingressi bassi con forte circolazione soffiante nei periodi estivi (abissi Trou Souffleur, Joel, F 33 ecc.).

     Dal punto di vista geologico la cavità si apre al contatto tra i calcari scistosi del Cretaceo e quelli massicci, nummulitici, dell'Eocene. All'interno della cavità, che è impostata in prevalenza sugli scisti calcari (Cretaceo), sono frequenti le intercalazioni di calcari massicci, grigi, e gli attuali fondi sono entrambi nei calcari cretacei.

Descrizione della cavità

     L'ingresso dell'abisso è localizzato a una quota di 1985 m, sul versante settentrionale di una grande depressione morfologica dal fondo piatto, larga mediamente una cinquantina di metri, per una lunghezza di oltre 500, denominata sulla cartografia IGM Piano della Scovola, e su quella francese dell'IGN Plan Chevolail. Posizionata ad una quindicina di metri dalla base del pianoro, l'entrata principale è costituita da un piccolo foro, parzialmente occluso da un singolo masso al momento della scoperta, alla base di una paretina rocciosa.

 

Il pianoro della "Scovola" e l'area circostante (foto. a. Vigna).

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     All'entrata segue un meandrino, collegato verso l'alto con un camino di 8 metri ad un secondo ingresso, chiuso da una grossa pietra. La cavità prosegue sempre abbastanza stretta fino ad un salto di 7 metri. Alla base si incontra un tortuoso meandro con ancora preservata sul soffitto la primitiva condotta a pieno carico, che conduce su un salto di 30 metri, con partenza avanzata piuttosto stretta. Sul fondo si può ammirare un potente deposito concrezionale chiaro, che ricopre i tratti attivi delle pareti dei pozzi o il pavimento dei meandri, presente lungo tutta la cavità fino al sifone a -235. Il fenomeno è piuttosto inconsueto nelle cavità marguareisiane, essendo le acque sempre aggressive e tendenti quindi a corrodere piuttosto che a depositare.

     Alla base del P30 inizia un bel meandro facilmente arrampicabile, alternato a brevi salti, fino ad una successione di pozzi (P30, P7, P28) che a -160 si raccordano con il ramo principale della cavità. Questo è costituito da una forra larga mediamente poco più di un metro, attiva, con belle vasche concrezionate, esplorate a monte per una sessantina di metri fino ad un grosso pozzo ascendente. Verso valle la galleria è sormontata da una condotta fossile che conduce ai rami più profondi, e si collega con questa in più punti attraverso stretti ed instabili passaggi.

     La via attiva sprofonda poi in una successione di pozzi (P30, P5, P25), piuttosto bagnati, dove la circolazione dell'aria è del tutto assente, e termina a -235 su una stretta fessura sifonante.

     Una via fossile rappresenta l'inizio della terza parte della grotta. Superiormente al ramo attivo, a -160 m, una frattura con direzione est-ovest conduce infatti in una nuova regione; si tratta di un antico meandro che nel primo tratto si presenta fortemente concrezionato ed abbondantemente fangoso.

     La via, dopo un alternarsi di passaggi aerei e strettoie nel fango (circa 50 m), è interrotta da un saltino di una decina di metri che va attraversato, a questo segue un pozzo di 17 m.

     La verticale immette in un settore piuttosto complesso, costituito da un'alta frattura, percorribile a più livelli, che sprofonda, poco dopo, in un ampio pozzo di 20 m. Alcuni metri di meandro franoso conducono ad uno stupendo pozzo pseudocircolare di 30 m. Alla base un basso meandro con fastidiosi passaggi in frana e nel fango immette su due, anonimi, salti di 10 e 18 m.

     Fin qui la via, seppure non banale, è unica, indicata ai primi esploratori dalla sensibile corrente d'aria che percorre questo ramo; alla base di quest'ultimo pozzo si presentano due possibilità, entrambe con aria, che saranno riviste nella prossima estate.

     La via più logica è il meandro, stretto ed orribilmente fangoso, che si dirige verso SE, arrestandosi su una ennesima strettoia dopo un centinaio di metri.

     L'altra via, che conduce all'attuale fondo, parte pochi metri più in alto della base del P18: qui una finestra immette in una strana struttura (meandro concrezionato stretto, fangoso e sinuoso) finché un pozzo di 19 m conduce in una sala con pavimento inclinato, e di qui alla base di un pozzo ascendente.

     È questo, per ora, il punto più profondo (-300) della cavità.

 

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La grotta della Cravina

A. Eusebio


     In una fredda mattina di ottobre (il 15 credo) risaliamo in tantissimi la valle della Cravina, una laterale sinistra della Val Pesio all'altezza della Certosa.

     L'obiettivo è come sempre una nuova zona carsica, quasi vergine, con grotte conosciute da decenni e mai riviste; questa volta stiamo cercando una grottina alla base delle pareti della Mirauda, cavità già segnalata agli inizi degli anni sessanta e dove mai più nessuno è andato. L'idea naturalmente è di Meo, nostra guida spirituale (e fisica), così partiamo prima percorrendo una bella mulattiera, poi un sentiero, in seguito una traccia ed infine arrampicando su pareti appesi ad esili fili d'erba. Dopo circa 4 ore e molti metri di dislivello raggiungiamo la grotta o presunta tale; l'ingresso completamente privo d'aria puzza di sfigato ma ci infiliamo lo stesso se non altro per rilevarla, il risultato lo vedete qui sotto, non è un granché ma almeno stavolta la grotta esisteva davvero.

Grotta della Cravina 225 Pi/Cn (rilievo)

 

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Un anno di A11

S. Sconfienza


     Bilancio di una stagione non esaltante per Cuore di Pietra, abisso marguareisiano giunto al suo secondo anno di vita (speleologica). E pensare che il 1989 era iniziato bene, con la scoperta (7 marzo) dell'Immatricolata Concrezione, il pozzo-salone che scende parallelo al P. 70 del ramo principale (vedi Grotte n. 99). Da lì A-11 sembrava finalmente esplodere, con tre diramazioni lasciate da esplorare su altrettante verticali.

     Purtroppo le punte di riarmo pre-campo estivo (2, 8 e 22 luglio) avevano smorzato buona parte degli entusiasmi. Che ne è stato - dunque - delle tre prosecuzioni?

     - Ramo del Pozzo Nero: il P.30 su cui ci si era fermati a marzo si rivela un p.90 (!), ma la sua base riconduce sulla via già conosciuta, nei dintorni di -500.

     - Chiude invece, dopo una serie di saltini, il meandro che dall'Immatricolata Concrezione si dirige a Nord-Ovest.

     - Infine il Ramo del Frastuono, quello cioè del pozzo faticosamente sondato da Ube per il fragore dell'acqua. Questo si affaccia su una forra, alla quale siamo arrivati in luglio per un'altra strada: la Finestra del Pozzo Franoso.

     Già: chi sperava che questa noiosissima descrizione fosse quasi finita, può spararsi un colpo. Questa grotta sembra un videogame: per ogni marziano che riesci a seccare, puoi star certo che ne spuntano altri due otre.

     Così capita che una delle finestre sul Pozzo Nero conduce i nostri eroi a un micidiale pozzo franoso, con sotto la forra suddetta. La forra si approfondisce a saltini, fino a uno stretto meandro, dove la determinazione degli esploratori vacilla.

     Ma in risalita ecco l'ennesima sorpresa: quasi alla base del Pozzo Franoso, Guidotti si affaccia su un pozzetto parallelo dove si sente nuovamente scorrere l'acqua. Bisogna aspettare il 17 agosto - nel frattempo A-11 ha visto transitare due comitive turistiche, una di Giaveno, l'altra di Inglesi - prima di riuscire a scendere il nuovo ramo: un paio di pozzetti vanno traversati, ma alla fine si sbuca alla sommità di un megasalone. Si cala per primo Agostino, ma settanta metri più in basso trova indiscutibili tracce di passaggio: ahimè, questa grotta contorsionista è riuscita a tornare nel salone Treponema ( -476).

     Ricapitolando: il 1989 ha scoperto in A-11 una grande complessità tra -300 e -500, per un totale di 450 metri di sviluppo rilevato e forse altrettanti da rilevare, ma non ha lasciato nessuna prospettiva chiara di esplorazione, ameno di ritornare ai punti rimasti in sospeso in profondità.

     Urge pubblicare un rilievo di queste nuove zone, almeno per rendere comprensibile questa confusissima descrizione. Purtroppo l'opera si è arenata su due problemi: l'oggettiva difficoltà di rendere graficamente rami sovrapposti e intersecanti tra loro, oltre che la speranza del sottoscritto di riprendere in mano il rilievo di A-11 per novità più clamorose.

     Chicca finale dell'anno: il Disarmo (11 novembre). Anche stavolta eccelle in questa disciplina Elio Pesci, che già nell'88 si era guadagnato il soprannome di "Freccia del Sud" per la proverbiale velocità. Eccolo di nuovo all'opera nella nuova veste di "Volpe del Sud". I disarmi, a tutti è noto, si iniziano dal fondo della cavità, ma l'Elio nazionale - alla ricerca di una sua identità - decide di inventare il Disarmo Alternativo, anzi alternato: un pozzo sì e uno no!

     Bravissimo. La Volpe d'Argento 1989 è sua.

 

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Viaggio in Sardegna

M. Scagliarini


Prima di eseguire qualsiasi operazione di manutenzione,

staccare i collegamenti elettrici ed idraulici

(da Istruzioni per l'uso del lavastoviglie)

     Sotto Natale, spiacerà a qualcuno sentirlo, ma come GSP ci siamo presi una vacanza. Una bella vacanza in massa, in quell'isola stupenda che è la Sardegna. Eravamo infatti più di 20 con 6 bambini piccoli, tanti pannolini, zaini, sacchi a pelo e tutto il resto. Occupando una bella fetta della nave siamo arrivati a Porto Torres (eh già, sono partito con la cronaca: non ci voglio cascare, perché poi diventa troppo lungo e la Redazione mi taglia l'articolo o me lo fa rifare). Comunque seguendo una strada intitolata a un vecchio socio del GSP, tale Carlo Felice, attraversiamo tutta l'isola e giungiamo d'incanto a Gonnosfanadiga, terra natia di Fof, che già non vedevamo da due giorni e quasi non ci ricordavamo che faccia avesse. La banda in paese non c'era, ma meglio così, perché comunque fra strette di mano e pacche sulle spalle, il locale Gruppo Speleo (che sembrava conoscerci da sempre) ha cominciato ad aprire bottiglie di vernaccia, a servirci salumi e formaggi, e fra una partita a pallone in strada e un discorso sull'aragonite azzurra, a me seduto contro un muro in maglietta e con gli occhiali da sole, a 24 ore dai -10 di Torino, credendo di sognare, veniva da pensare: "devo andarci più calmo con l'alcool".

Nella Sala Vergine di Su Mannau (foto A. Eusebio).

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     (Mi dicono di stringere. Mi spiace che quelli del GSP non ti lascino mai scrivere un romanzo ma, come dice Sconfienza, "siamo un gruppo speleologico e non un gruppo familiare". Sarà anche vero, però nel capannone dove alloggiavamo, fra tende e bambini, tra panni stesi, gente che mangia salumi più grandi di lei, giocatori di pallone, pappette e mammine, se non fosse stato per qualche casco che si rifiutava di stare in uno zaino troppo pieno, tutto avreste detto tranne che si trattava di un mitico gruppo speleologico).

     Nonostante i bambini fossero perfettamente sincronizzati per svegliare la caserma, tutti ad ore diverse, abbiamo girato (guidati) per una settimana in lungo e in largo per fantastici luoghi di monte e di mare, per gole e persino per grotte calde e bellissime. Su Mannau, quasi brasilian-badinesca, così calda e bella, ci ha sorriso, e a Malacalzetta abbiamo annusato il fascino del nuovo e del vecchio, la grotta da scoprire e la miniera abbandonata. Aria calda sui pozzi, e fuori una pace muta, rotta dalle risate intorno agli immancabili fuochi, a mangiare e a bere con amici veri, incredibilmente aperti verso i Savoiardi come noi. Non ho contato i pranzi e le cene, e i porcellini, e gli agnelli, e i chili di funghi o di gnocchetti, o i litri di vino, ma comunque non ho dimenticato niente e meno che tutto l'ospitalità gonnese, una bellissima proiezione di diapositive speleologiche, l'amicizia, gli scherzi, il festone di Capodanno e mille altre cosucce, forse troppo poco importanti per voi pubblico di pipistrelli di questa sempre più cara e seriosa rivista speleo.

     C'è esplorazione ed esplorazione, e come nelle grotte più belle, io là non vedo l'ora di tornarci.

P.S. Un saluto ed un ringraziamento particolare a Saverio, il presidente della locale Cooperativa, per tutto quello che ci ha messo a disposizione. A tutti i Gruppi d'Italia invece ecco l'indirizzo del Gruppo Speleologico Ambientale Gonnosfanadiga, presso Giuseppe Sardu, v. Cagliari 45 (09035 Gonnosfanadiga), con l'invito a mettersi in contatto per invio di bollettini, per scambi ecc. Grazie.

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Boy Buuuuulok,

un meandro ancoraaaaa...

 

 

G. Badino


Avvicinamento

Sul numero scorso si è dato resoconto della spedizione "Samarcanda 89", rinviando però per motivi di spazio l'articolo che viene ora presentato.

     Parlare di Boy Bulok è complesso, ma mi ci proverò.

     Intanto chi eravamo: Bianchetti, Giulivo ed io, la squadra "a perdere" che doveva fare "full immersion" coi Russi mentre gli altri a Festivalnaja cercavano di utilizzare un punto di vista esplorativo più "italiano".

     Dove eravamo? Dalle carte si vede, su un massiccio a poche decine di chilometri dagli altri, collegati a loro da radio che invece non hanno mai funzionato: e questa è stata una delle cose più sbagliate della spedizione, perché le radio erano indispensabili e la loro assenza ci ha fatto perdere molti giorni.

     Ecco dunque che il giorno 2-8 la spedizione si divide in due: il nucleo degli italiani ad Hadja-Gur-Gur-Atà, tre di noi a perdere con il grosso e (scopriremo poi) la parte più abile dei Russi.

     Quattro ore di camion sotto il sole dei deserti montani, poi a trattore sino su un prato dove la spedizione bivacca. L'indomani dopo una giornata oziosa che spendo a studiare il russo (sono diventato l'interprete ufficiale perché quello vero è rimasto a Festivalnaja) saliamo su lungo la montagna su rampe degne delle lizze apuane con un trattore che rimorchia il nostro tremendo carico, un buon quintale a testa. E al tramonto, finalmente, eccoci a Boy Bulok.

     Letteralmente significa "sorgente degli uomini ricchi" perché di sorgente si tratta. Il luogo, a quota 2.700, è un canyon poco inciso in questo dolce e carsico pianoro che scende dai 3.800: a metà c'è una piccola perdita d'acqua da una fessura che soffia una discreta corrente d'aria (ingresso basso): la grotta è quella.

     Passiamo il giorno seguente a spostare materiali e a mettere il campo, appeso a quella poca acqua, mentre alcuni russi disostruiscono la fessura dal fango che ha accumulato per permettere l'ingresso: la sera una dozzina di loro entra a portare i dodici sacchi di materiale sino a -400.

     Siamo dubbiosi ed esterrefatti, ne riusciamo a ben capire come poi sia veramente questa grotta che questi Russi coi quali comunichiamo malissimo (nonostante la strepitosa abilità dell'interprete) stanno esplorando dall'85. È un meandro, d'accordo, ma è difficile? Cerchiamo di dedurlo dai sacchi e dal vestiario che preparano. I sacchi sono grandi, il vestiario (gli idrocostumi) ingombrante. Deduciamo che il meandro deve essere facile.

Scendere

     Al mattino del giorno seguente entriamo anche noi, Bianchetti, Giulivo ed io con Andrei Karpov, Oleg Ustinov e Vladimir (Valodia) Buharov.

     Ingresso, stretto e nel fango: gli idrocostumi di noi tre li ho io in un sacco, abbiamo deciso (sbagliando, scopriremo) di non metterli ancora.

     La grotta sale, il meandro è pure stretto, passi alto, basso, in pozzanghere. Dopo un'infinità eccoci in una zona labirintica, cento metri sopra l'ingresso a mezzo chilometro da esso: meandri che si intersecano su più piani, forte corrente d'aria discendente.

     È la zona del secondo ingresso: una grotta profonda venti metri che in quel momento era ferma a pochi metri da lì. Durante questo campo i nostri colleghi slavi la apriranno a mine, sicché ora Boy Bulok ha due entrate effettive.

     La via verso il fondo è un ampio meandro che dopo pochi metri arriva su un P17: Oleg e Mario lo stanno armando, uno a scalette, l'altro a corde da otto millimetri.

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     Ecco, ora il meandro si va allargando, mi dico: è probabile fosse stretta solo la prima parte. Del resto, stando dietro ad Andrei ho visto che si impostava in modo imperfetto sui passaggi, che disperdeva energia: se il meandro fosse tutto così i Russi arriverebbero vicini alla morte. Noi pure.

     Pozzo: l'armo russo è infognato in partenza ma il pozzo è bello, in vuoto.

     Base, siamo a +70 circa, l'altimetro conferma.

     Meandro, ho il sacco degli idrocostumi e pesa: svolta a destra, poi a sinistra, a destra poi a sinistra, in lenta discesa.

     Aspetto che si allarghi da un momento all'altro perché sinora andiamo di taglio, spesso raschiando, spesso con fatica.

     Destra, sinistra, destra...

     Sinistra...

     Abbassati e striscia a destra poi... a sinistra: rialzati, di taglio. Ora a destra.

     Passano una poi due poi tre ore. Il meandro continua viscido e uguale, l'altimetro continua a scendere lentissimo, decido che è impossibile che non abbiano truccato le quote perché sennò il posto dove dobbiamo andare è davvero lontano.

     Incrociamo la squadra dei sacchi: risale scarica, dipanata su centinaia di metri di destra sinistra, quasi al buio, ma lo trovano normale.

     Dopo parecchio ecco un nuovo pozzo, il Secondo (ed ultimo) pozzo, un P15. Stesse scene, lo armiamo Mario e poi io, di nuovo un vuoto su una otto, di nuovo un armo russo infognato.

     Alla base il meandro si stringe un po' ma continua: finalmente eccoci al deposito dei sacchi. Hanno calcolato due a testa ma con quello che mi porto appresso siamo a tredici sacchi, alcuni dei quali terribili.

     Siamo, l'altimetro conferma, intorno a meno quattrocento.

     Il meandro si abbassa e stringe in modo sensibile, i passaggi ora bisogna cercarli, coi sacchi

la discesa in pochi minuti assume il suo vero aspetto: è una esperienza mistica.

     Lenti, disposti più o meno a coppie, guadagnamo svolta dopo svolta; spesso i sacchi grossi passano solo tirandoli disperatamente; gli idrocostumi sono ingombranti ma l'acqua nella quale a tratti strisciamo è peggio, anche noi dopo ore ci convinciamo ad indossarli. Ore trascendenti.

     Sono di coppia con Valodia quando semidistesi coi sacchi nel meandro in quel punto troppo stretto lui si volta e mi dice "Ni vu pisdu ni vu krasnaja armja", né per la figa né per l'Armata Rossa. Quasi muoio dal ridere, la diffondo agli altri riempiendo di ilarità quelle profondità e facendo sì che quella frase diventi il motto della discesa e poi della spedizione.

     Un paio di strettoie sono serie, in una Mario passa solo per gli sforzi di Andrei e di Italo, Istruttore Nazionale, che la allargano.

     Ma basta, sorvoliamo sui troppi aneddoti e andiamo a quando arriviamo intorno ai -750. Il meandro rallenta la discesa, è imminente la zona delle gallerie allagate, un centinaio di metri a sguazzo di cui venti semisifonanti.

     Sono passate una quindicina di ore da che siamo entrati: mi inoltro un po' nelle gallerie poi torno alla saletta dove abbiamo deciso di rifocillarci. In pochi minuti i Russi hanno teso un telone e stanno facendo il the. Soprattutto però, hanno scoperto che hanno dimenticato più sopra il sacco del carburo: non ne abbiamo un grammo. La depressione è davvero forte, l'entusiasmo nullo, Italo sta male, Mario è zuppo d'acqua e comunica solo più in triestino.

     Questo meandro coi sacchi è davvero difficile, sai, i Russi non ne sono dei gran tecnici ma danno tutto, duri in modo incredibile, alla morte. Rimandarli su a prendere il sacco, con in più difficoltà di luce sarebbe un crimine; un the mi rimette in quadro, faccio come Frodo al consiglio di Elrond, sento la mia voce che dice, "prenderò io il sacco", e purtroppo conosco la strada: nulla di eroico, sia chiaro, lo faccio per bieco calcolo.

     Torno dopo un paio (?) d'ore, più sereno; il sacco era più di cento metri di dislivello più in alto, ma ho potuto vedere che questo meandro, senza materiali, è ragionevole. Ed inoltre il peso degli italiani in questa discesa e l'affiatamento coi tre uraliani vanno crescendo.

     Ancora giù, ma ora in opprimenti gallerie piatte ed allagate, dentro questi idrocostumi che si stanno dimostrando fantastici. A tratti si galleggia con la faccia contro il soffitto in un'acqua a 6° C, rimorchiando i due sacchi a testa.

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Abisso Boy Bulok - Samarcanda (sezione schematica)

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     Sono un po' oppresso dal sacco del carburo, un debole, sballottato bidone da quindici chili: se gli entrasse dentro acqua non avremmo scampo, il gas sostituirebbe tutta l'aria di queste condotte allagate e senza vento. Bella cazzata, penso, siamo tutti appesi ad un involucro di plastica, alla faccia delle discussioni sulle resistenze dei materiali da armo nei pozzi.

     Ma tutto va bene: dopo i sifoni una interminabile strisciata in acqua ci porta su un pozzetto in una sala enorme, almeno quattro metri di diametro: ma è finita, qui inizia una nuova, fantastica grotta, ed il più bel meandro che io abbia mai visto. L'acqua arriva da sinistra, una diecina di litri al secondo da confrontare col bicchiere al secondo della grotta dalla quale proveniamo.

     Oleg ormai si fida: mi dice di lasciare i sacchi e di andare con lui a valle a cercare un posto da campo.

     Il meandro è davvero fantastico, un succedersi di scivoli ove si stringe seguiti da marmitte regolari, gli scivoli in genere di un metro di dislivello, le vasche larghe uno o due e lunghe il doppio, sempre profonde sul metro. Procedervi è vertiginosamente bello nonostante che siamo davvero un po' stanchi, ormai a venti ore dall'entrata. ?

     Dopo quarantotto vasche e molte risalite inutili un arrivo dall'alto ci fa sospettare un livello alto (il meandro è altissimo, ma senza ripiani). Si, è un posto da campo. Torniamo su ad aiutare gli altri; poi altre quiete ore a mettere chiodi e cordini e nylon in questo posto che ci ospiterà qualche giorno. Poi, finalmente, a dormire.

Il campo

     Solo la stanchezza ci fa trovare bello quel posto: sono una diecina di metri di meandro chiuso, largo un paio, scomodo e con un pozzetto in mezzo che cade sul fiume, dieci metri più in basso. Il gioco del campo sarà far cadere la roba giù, ad ogni cosa è associato un punteggio: lanceremo un materassino, un acetilene, il tappo del recipiente del carburo, innumerevoli calze: evitiamo gli atout tipo il casco e soprattutto il bidone con tutto il carburo.

     In tre dormiremo sospesi sull'abisso: anzi, una notte un errore di manovra sull'amaca mi fa capottare e io mi ritrovo aggrappato sotto l'amaca, non so come. Da ammazzarsi, ma avrei stravinto il gioco del campo.

     La corrente d'aria che nella prima parte della grotta è quasi assente qui è sensibile e fastidiosa; né i sacchi a pelo di cotone (sic) che abbiamo in dotazione sono tali da entusiasmarci, bagnati e freddi come siamo. Ma sopravviveremo.

     Anche qui gli onnipresenti autocostruiti ed efficienti fornelloni a meta, le zuppe, la "cascia" (grano saraceno) bollita scondita (non incasciarti, Santa Rita da Cascia proteggici etc).

Prima punta

     La divisione dei compiti il primo giorno è basata sulle possibilità di comunicare: Mario ed Italo rileveranno da qui in giù, Valodia ed Oleg scenderanno in profondità e risaliranno rilevando, Andrei ed io andremo a esplorare l'amonte del fiume.

     Detto fatto. Torniamo su per quarantotto vasche da sogno, immersi negli idrocostumi, lasciamo alla sinistra il meandro da cui siamo arrivati e proseguiamo. Ci aspetta, mi dico, una esplorazione incredibile fatta di brevi salitine e di centinaia di vasche.

     Fantastico di riuscire a trovare una via che torni su per la montagna, una svolta dopo l'altra seguire il radunarsi dell'acqua, quelle gallerie diverrebbero i posti più remoti del mondo.

Vasca, vasca: colatoio di concrezioni, strano, ciottoli non fluitati, strano, echi, gran ambiente. È un pozzo ascendente, a perdita d'occhio: una gran quinta lo separa in due fusoidi da cui arrivano due cascate, fine esplorazione.

     È una beffa tanto grande che quasi non ci credo; mi aspetto che Andrei dica che se ci affrettiamo raggiungiamo gli altri. Macché, dice che sarebbe bene salirlo.

     Salirlo, e non ho staffe, ho cinque spit, quindici metri di corda da otto statica e nessunissima voglia di fare il cretino a finger di risalire pozzi per passare la giornata.

     Torno prima del colatoio per vedere se c'è una via che sale prima ed immette a metà del pozzo. C'è, la salgo una quindicina di metri, pure rischiosi e poi il colatoio sbarra la strada.

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Boy Bulok: al campo a -900 (foto Samarcanda 89).

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     Torniamo al pozzone. Andrei è deciso a salire, cioè è deciso a che io salga: non ho parole per dire la mia depressione, mi sento condannato a risalire pozzi. Faccio due staffe, una con un cordino da tre (3) mm, l'altra col capo della corda; tanto, mi dico, non salirà gran che, qui fa un freddo terribile, le cascate muovono vento e tutto gronda pioggia.

     Decido di tirar su per la quinta, e inizio a spittare; Andrei sta sotto a far sicura, e ho fin gusto che si becchi del freddo, diofà, mi obbliga a fare 'sta scemenza. Sul terzo chiodo abbasso lo sguardo su di lui. È al buio, in piedi fra le due cascatelle, da qui vedo la sua ombra che trema, e mi tiene le corde direttamente con le mani, attorno alle sue costole.

     "Hocie halodna", molto freddo, dice, ma continua. Gli dico che se tiene la corda così se casco mi molla: no ti tengo; ora io credo che non mi avrebbe tenuto, ma che certo non avrebbe mollato la corda, a costo di attraversare i moschettoni di protezione.

     Mi vien da piangere, spitto pensando di scrivere quest'articolo che adesso tu leggi, per poterlo poi rileggere e crederci. Io su ad altezze crescenti in un posto irraggiungibile, su cordino da tre, assicurato a dell'otto da un Russo che tiene la corda con le mani morendo di freddo, a fare una cosa inutile.

     La roccia, per fortuna, è ottima, e così gli spit. Ma mi spiace non ricordare cosa immaginavo avrei scritto come resoconto.

     Finiscono i chiodi, e comincio ad ammirare Andrei: oramai la giornata è andata, gli altri sono irraggiungibili e così torniamo al campo a recuperare qualche materiale e continuiamo a salire. Tornati lì per prima cosa insegno ad Andrei i segreti del Mezzo Barcaiolo che io intendo adottare per assicurare lui; ne è entusiasta, e dunque potrò stare lontano dagli spruzzi salvo i suoi momenti di movimento in cui correrò a sbloccare il nodo e a dar corda sotto l'acqua.

     Anche lontani il freddo è veramente furibondo, Andrei guadagna ancora tre o quattro chiodi, poi riprendo io e supero, oramai ad una quindicina di metri di altezza, una zona di crostoni concrezionali su fango, allucinante; siamo a pochi metri da dove scende la cascata principale. Io continuo ad essere indignato. Torniamo al campo.

     Gli altri han fatto di meglio: dopo il meandro, verso i 1.100 la grotta diviene più ripida e franosa. I due russi han superato molti pozzetti e rilevato nulla, Mario ed Italo hanno rilevato 1.086 m di sviluppo sino a circa -1.100, un capolavoro.

     È il primo meno mille asiatico, il nono sceso da Mario, che diviene ufficialmente Nonno Menomille.

Seconda punta

     La seconda punta mi va meglio, dopo una notte in cui schivo per un soffio la morte precipitando dall'amaca. Ora andare giù tocca ad Oleg e me mentre i soliti problemi linguistici condannano Mario a proseguire con l'INS Italo il rilievo, e Valodia ed Andrei a proseguire la salita a monte.

     È una pacchia: il meandro continua vasto, acquatico sino ad una zona dove la pendenza cresce di colpo, e sembra di entrare in PB. Lì in zona ci sono anche un po' di rami fossili visti ieri da Mario ed Italo, ma non sembrano gran che se non per mettervi un campo.

     La galleria si fa ripida, franosa, instabile. Il torrente ogni tanto sparisce e riappare in questi ambienti che vanno facendosi sempre più piccoli. Ci sono molti saltini, armati ieri da Valodia ed Oleg che ora fa strada davanti a me: armati in modo strano, in funzione di usar la corda solo per tirarsi su in qualche modo a braccia o di arrampicare. Corriamo anche dei rischi.

     Entriamo nell'inesplorato intorno ai -1.200. L'altimetro continua a perdere quota, la grotta sembra frenare via via che ci avviciniamo alla quota del fondovalle. Intorno ai -1.250, dopo un po' di passaggini sempre più dubbi, a monte dei quali abbiamo lasciato il torrente, una breve arrampicata ci porta in un fondo che, dentro di me, penso sia il fondo di Boy Bulok. Macché, Oleg indovina un passaggino stretto e si tuffa; e io dietro, lasciando però il sacco.

     Entriamo in una condotta forzata stranissima, serpeggiante, continua ed unica, di poco meno di un metro di diametro, assolutamente inattesa dopo giorni di meandri.

     Serpeggia per un centinaio di metri, poi sfonda in una saletta di frana e lì scatta il dramma: dalla frana arriva vento e gran rumore d'acqua. Oleg è lì, triste: mi dice che bisognerà tornare con corde per tirar via i massi da lontano, ce ne sono anche sul soffitto...

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     Non glielo dico (sarebbe troppo complicato) ma penso che non possiamo lasciare chiudere un ormai menomilletré su un passaggio ventoso e con cascate al di là. Lo penso e di colpo mi ritrovo, finalmente, caricatissimo.

     Scavalco Oleg ("guardo") e assalto la frana: nonostante l'aspetto nulla del soffitto si muove ed invece il blocco frontale cede; rotolo al di là della strettoia nella saletta della cascata, tre metri di diametro flagellati dall'acqua.

     La giro. Chiude. Sono soddisfatto, ma l'Oleg, che mi raggiunge, no, dice che bisognerà tornare a scavare.

     Cazzo, mi dico, 'sti russi sono pazzi. Mi metto in cerca di un punto dove scavare subito. C'è. Giro un sassone e, incredibile, appare una strettoia su un meandrino che sembrava essere stato coperto apposta.

     Giù di nuovo pochi metri e, di nuovo, chiudacchia: è frana, c'è un passaggino sotto un gran masso, in una pozza d'acqua, semiostruito da pietre.

     Oramai ho capito l'antifona: sfido la stabilità del masso, e mi metto ad aprire un varco in acqua. Mi ricorda terribilmente la discesa in fondo ai rami del Vecio Trippa, in Preta, col Florio. Anche là tutto chiudeva, anche là superavo le ostruzioni poco convinto, una ad una, anche là avevo dietro un compagno che aveva dato anima e corpo per quella grotta e mi spingeva, in silenzio.

     Anche quella strettoia è alle spalle e, incredibile, la galleria riprende a scendere. Ma è uno scherzo di pochi metri; il torrente diviene tranquillo, piccolo, sulla ghiaia e si inoltra in una spaccatura tettonica, sifonando. Mi fermo, in silenzio, la discesa è finita; arriva anche Oleg, si infila nel sifone, mi dice che forse si passa (quella prima strettoia difatti verrà passata dai successivi che si fermeranno pochi metri oltre in un riempimento subacqueo di ghiaia), ma anche lui sa che Boy Bulok ora finisce qui. Ore 15.20.

     Scambiamo qualche parola, mi dice di quante volte è stato in Boy Bulok, cerca di farmi capire, sento, quanto è importante per lui essere qui. Lo capisco, sai Oleg, non sei solo: è per questo che quando tu tiri fuori il pacchetto di sigarette dall'idrocostume per fumare riandando col pensiero a tutte le storie, io tene ne chiedo una, la prima che che fumo in vita mia. E poi insieme ci guardiamo il sifone, in silenzio, riempiendo l'aria di nebbiolina.

     Poche ore dopo siamo di nuovo al campo. Mario ed Italo hanno arrestato il rilievo un po' oltre i 1.200 perché avevano finito il carburo mentre Valodia ed Andrei hanno continuato la risalita riorganizzando un po' l'armo.

Risalire

     L'indomani è il giorno del ritorno. Italo e (soprattutto) Mario hanno dei gravi problemi di congelamento ai piedi: gli idrocostumi, stretti nelle scarpe, hanno peggiorato troppo la circolazione. Ora hanno i piedi in uno stato da manuale di patologia chirurgica.

     Impacchettiamo materiali per un sacco di tempo poi pian piano, anche facendo foto che in gran parte non riusciranno, riguadagnamo quota, svolta dopo svolta.

     Poche le note da scrivere: ogni tanto, sempre più lentamente, intoniamo "Kalinka". Dopo una dozzina di ore di salita e centodieci di permanenza, alle undici di sera, riemergiamo in una tiepida notte dell'Asia centrale, accolti dai rimproveri di Sacha, il capospedizione, che se la prende con Oleg, il responsabile della discesa, perché la nostra uscita era attesa verso le sei, cinque ore prima.

     Ma finalmente mangiamo, e questo, vi assicuro, non è poco.

 

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Il longimetro Daar

G. Badino


     È uno strumento destinato a misurare la lunghezza delle puntate di rilievo. Il suo nome deriva da quello dell'inventore, Armando Davoli, emiliano, che lo ha già commentato e descritto su un articolo apparso in SPELEOLOGIA 16, cui rimando per precisazioni tecniche.

     Me ne ha prestato un esemplare che io ed altri abbiamo utilizzato in Uzbekistan e soprattutto in W le Donne, in cui ha rilevato il ramo di -815 da -600 e quello dei -1160 da -700.

     L'idea su cui è basato è la misura dell'intervallo di tempo con cui arrivano ad una stazione due impulsi, uno elettromagnetico e uno sonoro, emessi in coincidenza da un'altra stazione. Non è una idea nuova: già cinque o sei anni fa venne presentato ad un concorso nell'ambito di un Congresso del Friuli-Venezia Giulia ad Udine un attrezzo che sparava una flashata e ultrasuoni. Era buffissimo, improponibile per l'attività ipogea e neppure molto originale, ma vinse mezzo milione, non so perché.

     Il Daar è di altra pasta. Una delle stazioni emette quando attivata doppi impulsi infrarossi e ultrasonici ad intervalli di circa sette secondi per qualche minuto. L'altra li riceve e su un display a cristalli liquidi visualizza la lettura con precisione di 1 cm. L'incertezza di misura viene dichiarata nello 0.5%, 5 cm su dieci metri, ma dalle prove che ho fatto la direi anche maggiore.

     Riprendo dall'articolo di Armando pregi e difetti.

     Difetti: 1) difficoltà psicologica ad accettare il risultato delle misure; 2) in presenza di forti ultrasuoni (soffi di aria compressa, violente cascate d'acqua) lo strumento non funziona sempre.

     Pregi: 1) possibilità di effettuare misure in solitaria; 2) rapidità di misura; 3) libertà di movimento dei rilevatori.

 

Rilevando con il longimetro a -1050 nell'abisso W le Donne (foto G. Badino).

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     Il primo difetto è reale, e grosso. Gran parte dei pozzi di W le Donne è rilevato due volte, perché non ci convincevamo che il numerino che compariva avesse relazione con la lunghezza del pozzo. Ce l'ha ma per convincercene abbiamo stentato parecchio. Poi ovviamente siamo caduti nell'eccesso opposto (fidarci in modo assoluto) e abbiamo rischiato per il difetto 2): non funziona su torrente. Purtroppo la situazione è peggiore che non "non funzionare sempre": ogni tanto fa credere di funzionare (qualcosa attiva il ricevitore US) e dà un numero che, se è plausibile ma errato, crea un errore nel rilievo.

     Né è facilmente comprensibile quando non funziona: abbiamo rilevato mezzo chilometro di meandro torrentizio e di ampiezza variabile. Sono fuorvianti le cadute di congrue quantità d'acqua su saltini, ma anche il litro al secondo su saltini echeggianti. La situazione è ancora peggiore se il tratto da rilevare è stretto: di fatto la portata viene ridotta parecchio, ma non credo che questo sia un difetto con cui ci si scontri spesso. È più grave la portata reale media, un venticinque metri. Questo crea grane in pozzo: per esser sicuri di far la misura occorre non rischiare di scendere al di là della portata (che è pure variabile) e dunque ci si tiene riduttivi. Di fatto è come se in pozzo tirasse la quindicina di metri, che spesso è poco. Un altro difetto è che le due stazioni devono essere assolutamente in vista l'una dall'altra: basta una piccola svolta e il primo rilevatore deve tornare indietro.

     E ho detto i difetti, anche quelli marginali. Ma che pregi, ragazzi! Intanto la robustezza: è incredibile, regge davvero qualsiasi schifezza, e qualcuna di più. Inoltre se pure il vantaggio 1) (rilievi in solitaria) mi sembra un po' surreale, il numero 2), la rapidità, diviene lunare. È anche grazie ad esso oltre che al nostro eroismo se nella punta di dicembre a -1160 abbiamo fatto più di 180 puntate in un solo colpo, da -910 al fondo. È strepitoso.

     Che precauzioni adottare per usarlo? Intanto bisogna sapere che una bindellina metrica è meglio comunque averla con sé, proprio come per i trapani, che vanno sì molto bene ma è meglio avere con se anche una sacchetta d'armo.

     Una prima regola all'acquisto è guardare se il longimetro è tarato: il mio lo è in un modo diabolico, e continua ad esserlo dopo un anno di schifezze, ma esserne sicuri è meglio. Secondo punto, fare periodiche ritarature. Terzo: lo strumento è regolato per misurare la distanza non da finestrella a finestrella, ma dal fondo al fondo di ogni apparecchio, il che aggiunge 19 cm alla distanza fra le finestrelle; questo implica che occorre usarlo facendo un po' di attenzione a posizionare gli strumenti sui capisaldi. Quarto punto, i due strumenti devono essere messi alla stessa temperatura dell'ambiente. Infatti la velocità del suono cresce con la radice quadrata della temperatura assoluta (temperatura centigrada +273); questo significa che se iniziate il rilievo con gli strumenti 10°C più caldi dell'ambiente, sballate di quasi il 2% in più ogni misura. Errore sistematico, dunque grave.

     Per mettere alla prova il lavoro di Armando e per determinare il tempo necessario all'andare in temperatura ho messo lo strumento in ghiacciaia e poi ho fatto una serie di ripetizioni della stessa misura. Ho constatato che la correzione è stata fatta benissimo, e bravo il costruttore. Inoltre la misura del tempo "di rilassamento" (quello necessario ad accostarsi a meno di un terzo dell'errore iniziale alla misura vera) ha dato venti minuti. Dunque, di massima, per iniziare un rilievo dovete esporlo all'aria di grotta per mezz'ora-un'ora.

     Infine un difetto che avevo notato ci potesse essere specie per spedizioni lontane: difficoltà di ricarica. Non avevo ancora finito di dirlo ad Armando che già lui mi dava uno scatolino: ci attaccate la solita batteria del casco e le stazioni e quella le ricarica.

     E bravo Armando, bravo davvero: continua ad inventare.

 

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Ricerche biospeleologiche 1989

A. Casale


     La solita occhiata retrospettiva all'anno trascorso mi mostra, nel complesso, un'attività biospeleologica abbastanza varia e non povera di risultati: pur ostacolata dai soliti problemi di varia natura, ed in particolare dalla sempre più cronica mancanza di tempo (in barba a coloro che pensano che fare certe cose da "professionisti" sia più facile...), sono riuscito comunque, solo o in collaborazione con amici e colleghi, speleologi, zoologi ed entomologi, a dedicare una discreta quantità di energie alle ricerche sia sul terreno, sia al microscopio o sulla carta stampata. Come di consueto, espongo la breve relazione che segue articolandola in base alle aree geografiche investigate, e concludendo con alcuni cenni a lavori biospeleologici.

Alpi Occidentali

     Piuttosto insolita, ma divertente e credo anche utile, è stata una parentesi di didattica biospeleologica realizzata ai primi di giugno in Val Pesio. Grazie alla preziosa collaborazione di Ostellino e del personale del Parco, la Facoltà di Scienze dell'Università di Torino ha potuto organizzare uno "stage" di studenti presso la Certosa, con relative lezioni di geologia, botanica e zoologia, teoriche e pratiche, in quello straordinario ambiente naturale che è l'alta Val Pesio. Invitato a partecipare per la parte biospeleologica e per alcuni aspetti di entomologia in ambienti forestali, ho raccontato un po' di cose durante una serata in Certosa, ed ho accompagnato un gruppo di baldi giovani e di docenti, di ambo i sessi, una volta nei sotterranei della Certosa stessa, ed un'altra alla grotta superiore delle Camoscere. La prima visita è stata molto proficua: ho rivissuto il piacere di osservare, nei sotterranei e nelle ghiacciaie, i diretti discendenti di quei primi Duvalius carantii e di Sphodropsis ghilianii che furono qui scoperti dagli entomologi del secolo scorso (fra cui Eugenio Sella). Con una sofisticata telecamera inoltre, di quelle che riescono a filmare benissimo alla luce di una lampada ad acetilene, abbiamo immortalato in una piacevole videocassetta (credo per la prima volta), questi insetti specializzati che hanno trovato un ambiente di vita così favorevole in una struttura (per loro recente!) costruita dall'uomo. Più sportiva e divertente, ma meno proficua, l'uscita alle Camoscere: nella grotta superiore, notoriamente non facile da trovare e ancor meno da visitare per gruppi superiori alle... due persone, non abbiamo osservato né la famosa Agostinia launoi, né il più comune Duvalius carantii. Solo alcuni Sphodropsis e una grande lavata temporalesca ci hanno accompagnati nella visita. In compenso, la discesa per una ventina di metri di profondità, nello stretto meandro con l'aiuto di una corda, ha divertito particolarmente i neofiti che non erano mai stati in una grotta.

     Ancora nelle Alpi occidentali, sono proseguite le solite prospezioni di routine nelle Alpi Liguri (in agosto), talora in compagnia di Angelo Morisi e di Augusto Vigna Taglianti. In Valle Po, Val Grana e pure in Val Sangone ho poi continuato le esplorazioni in "ambiente sotterraneo superficiale" , con le tecniche già descritte nelle precedenti relazioni. Questo ambiente, anche in suoli non calcarei, non cessa di stupire: poco sopra Giaveno, quasi alle porte di Torino, è stata riscontrata la presenza di Sphodropsis ghilianii e di Bathysciola sp. (ancora in studio). A quando i primi reperti alla Falchera o al Valentino?

Alpi Orientali

     Nulla di nuovo dal fronte orientale. Vorrei solo segnalare, in settembre, una breve visita ad alcuni sotterranei artificiali dei Lessini e, per ragioni affettive, all'ingresso (solo quello!) della Preta, con annessa Grotta del Ciabattino: esattamente aventi anni di distanza da quel settembre 1969 in cui partecipai ad un'operazione di "recupero scale" a -500 con il GSP e i Bolognesi. Qualche rievocazione, ogni tanto, ci vuole.

Sardegna

     Brevissima puntata vacanziera con famiglia, a fine luglio, in Sardegna. Approfittando della presenza di diversi Gruppi della Federazione Sarda di Speleologia in Codula di Luna, alla ricer-

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ca di nuovi chilometri in Su Palu-Su Spiria (siamo sui 30, credo), ho fatto una nuova, breve puntata in questo fantastico sistema di cui ho già parlato nelle precedenti relazioni. La soddisfazione più grossa è stata quella di incontrare il Sardaphaenops supramontanus grafittii, che ho descritto con Pier Mauro Giachino l'anno scorso, in compagnia... del diretto interessato, Giuseppe Grafitti del GS Sassarese, che ancora non l'aveva visto vivo e vegeto nel suo ambiente naturale.

     Breve visita poi a Sa Edera, sul Supramonte di Urzulei, risultata in magra estrema e praticamente azoica. Più interessante un'escursione a Conca e' Crapa, sul Monte Albo (Lula), dove abbiamo rivisto in buona salute l'"estinto" Duvalius sardous e il gigantesco pseudoscorpione endemico Neobisium lulense.

     Infruttuose, invece, alcune ricerche nel Sassarese: la siccità che da tre anni affligge l'isola si ripercuote ormai anche sulle grotte e sulla loro fauna.

Grecia

     A metà maggio, veloce puntata di una settimana in Grecia con Pier Mauro Giachino e Lucien Genest, con lo scopo di esplorare, in periodo primaverile, l'ambiente sotterraneo superficiale e alcune cavità in aree ancora poco conosciute.

     Lunga salita (con incontro di una grande e irascibile Vipera ammodytes) alla grotta "Aìras Spilià", nel massiccio del Pindo, già visitata nel 1988 dal sottoscritto (v. relazione su Grotte 98). Troviamo la grotta in piena, con una portata inimmaginabile rispetto a quella del modesto rivolo che ci aveva accolto a fine luglio dell'anno precedente. Dopo un mezzo bagno del sottoscritto nel sifone gorgogliante, per la rottura di un legno fradicio che faceva da ponte, riusciamo comunque a trovare, nei piccolissimi spazi lasciati liberi dall'acqua, tre esemplari del nuovo, eccezionale Duvalius presente nella cavità (attualmente in descrizione: Casale e Vigna Taglianti, su Fragmenta Entomologica).

     Molto interessante è stata pure la riscoperta di un Duvalius mitico, il mocrarskii, descritto nel 1917 su un unico esemplare del Monte Pelion (oggi Pìlio), sopra Vólos. Giungiamo nella patria degli Argonauti ignari e indecisi se cercare una grotta o una dolina in alta quota (si fa per dire...) dove concentrare le nostre ricerche: ma il massiccio, privo di calcare, non offre nessuna delle due alternative. In compenso, su rocce scistose e in piena foresta di faggio, sul lato rivolto al mare e lungo un canalone con acqua, troviamo in piccola serie il problematico Trechino, con altra fauna endogea associata molto interessante.

     Visitiamo qualche altro piccolo massiccio calcareo della Grecia centrale, ma senza successo. Troviamo pure una grotta promettente, ma azoica, nel massiccio del Ghiona. Ci inerpichiamo infine, l'ultimo giorno, lungo uno sterrato che risale il monte Peristeri sul lato di Metsovo (Joannina), ma l'Alfa 2000 di Genest, eccellente per i veloci spostamenti, non ha la pancia ad un'altezza proprio idonea per una strada di montagna tutta buche, solchi e macigni sporgenti. E così ci accontentiamo dei risultati ottenuti, che colmano un'altra lacuna nella conoscenza della fauna sotterranea di un paese piccolo, che tuttavia, dopo vent'anni di viaggi, non cessa di regalarmi sorprese.

Ricerche biospeleologiche pubblicate o in stampa

     Sono comparsi, nel corso del 1989, alcuni lavori in cui vengono studiati, descritti o citati materiali frutto delle campagne di cui si era data relazione negli anni precedenti (1987, 1988). Vorrei citare solo la descrizione del grande, interessantissimo Sardaphaenops supramontanus spp. grafittii (Casale e Giachino, 1988, Boll. Mus. Reg. Sci. nat. Torino, 6:585-601), nuovi coleotteri Trechinae e Bathysciinae cavernicoli o endogei della Turchia (Casale e Giachino, 1989, Fragm. entomol., 21:163-178), nuovi Bathysciinae delle Alpi occidentali (Giachino, 1988, Boll. Mus. Reg. Sci. nat. Torino, 6: 251-277) e di Grecia (Giachino, 1989, Boll. Mus. Reg. Sci. nat. Torino, 7: 33-48).

     Sono inoltre in stampa due lavori, piuttosto corposi, su Duvalius di Grecia (Casale e Vigna Taglianti, in Fragm. entomol.) e su Bathysciola di Sardegna (Giachino, in Ann. Mus. Civ. St. nat. Genova).

 

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Aspettando lo sponsor

G. Badino


     Su 'Grotte' precedente Sconfienza coglie l'occasione del premio SSI (vedi anche il commento sul notiziario in questo bollettino) per dare voce al timore che sia imminente l'apparizione di sponsor nella speleologia. Dice inoltre che essa è attualmente in bilico fra "una panspeleologia sovraterritoriale ed il più gretto dei campanilismi".

     Vediamo il secondo punto. In bilico, c'è, ma da un po' di decenni, secondo me; credo che Stefano confonda la sua tendenza speleologica personale con la tendenza globale, un errore che chi scrive conosce assai bene per averlo fatto un mucchio di volte. Lui va scoprendo in questi anni che esiste una (il termine è bello) "panspeleologia" ma gli sarebbe bastato venire a Samarcanda 89, ai campi Crak degli anni '80, a certe fasi delle esplorazioni di grotte come il Fighiera nei '70, a disperati tentativi di "intergruppo ligure" che facevamo nel '71 e probabilmente a Preta '63 per scoprire che la panspeleologia dei gruppi di amici c'è sempre stata, parallela al più gretto dei campanilismi, e che ha fatto buona parte delle esplorazioni passate: c'è sempre stata, si è sempre trattato di aderirvi o meno.

     Chi scrive ha sempre curato di non aver nessuna misericordia col più gretto dei campanilismi, pensate alle bordate del Fighiera-Corchia: ne ho accresciuto assai il mio prestigio presso alcuni, mi sono reso odioso ad altri, e mi va bene così.

     Ho concluso questo, però: è una lotta che va portata avanti freddamente e con durezza, senza diserzioni, scontrandosi anche con amici per conservare l'instabile spazio agli individualismi, agli adoratori delle grotte e non dei gruppi, si chiamino GSP, GSI o CSR. Ma non è una lotta che ha la speranza di distruggere i campanilismi, è solo una lotta per aver un po' di spazio. La radice di campanilismi e ipergruppiti, sono convinto, sta nell'insicurezza degli individui, e morirà con essa: mai.

     Non è del resto auspicabile lo scardinamento dei gruppi, che io in certi anni ho inseguito. La loro presenza è una grossa garanzia di scuola, di soccorso e di continuità esplorativa: la potenza della nostra struttura a gruppi è stata di gran aiuto per non cadere troppo in certe sub-culture individualistiche che affliggono speleologie come la francese. Dunque, semplicemente, conserviamo questi due livelli difficili da mescolare come olio e acqua, cerchiamo degli emulsionanti per miscelarli e colpiamo senza pietà l'uno quando soffoca l'altro.

     Sponsor. Temo che Stefano sopravvaluti l'interesse che suscita la speleologia all'esterno di essa; in questi ultimi due anni mi sono formato un'opinione ed è che della speleologia (aggiungo: per fortuna) non frega niente a nessuno, se non ha aspetti "alla Montalbini".

     La torta di articoli (la notorietà!) che si spartiscono i nostri giornalisti pesa la diecina di milioni all'anno, non valla pena di farsi prender da grandi ansie per averne una faticosa fetta che non ti dà da vivere.

     Il mercato materiali può mantenere ben pochi individui, tanto che li conosciamo tutti: per Petzl è importante perché non è grande e lavora per tutto il mondo in regime di monopolio. Per altri come Bonaiti è un vezzo: anche se monopolizzasse tutti gli attrezzi di tutti gli speleo italiani il suo fatturato aumenterebbe di meno dell'1%. Lo sa, per questo esce con un attrezzo, lo ritira, ne promette un altro, non esce e se gli chiedi che ti dia attrezzi pure validi come il Cam Clean ti dice di aspettare, che non hanno il tempo di farlo: rivolgiti a Petzl. Uno spazio laggiù abbiamo potuto occuparlo perché siamo l'ala più tecnica (e rompicoglioni) del montagnismo e possiamo "pretendere" per questo, chiedergli di sponsorizzare una spedizione o un premio con cento moschettoni perché ce li dà di sicuro: è tutto ma forse basterà ad avere materiali un po' migliori e a non pagare il prezzo del trust Petzl.

     E allora dove abbiamo spazio sponsorizzabile senza sputtanarci? Non coi nostri poveri filmati, né con le nostre belle, infinitamente ripetute dia. Abbiamo spazio crescendo a livello almeno semiprofessionale su temi specifici, accentuando gli aspetti geografici, rivendicando alla speleologia un frammento dell'importanza che ha un'altra disciplina altrettanto inutile, l'astronomia. Ma vi pare che i nostri scritti, le nostre descrizioni, le nostre documentazioni siano all'al-

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tezza? Dobbiamo crescere, e molto: ho dubbi che ce la faremo, anche se metteremo non un premio ma un monumento per la documentazione.

     Sponsor? Aspettiamoli, ma aspettiamoli da seduti. Un osservatore attento avrebbe visto anche questo in Phantaspeleo, tornano i vecchi filmati perché farne di nuovi non compensa, come fare libri, un suicidio finanziario se non pagati da questo o quell'Ente: far cultura di grotta non ripaga delle spese, dunque si deve lavorare in perdita.

     Occorrerebbe un maggior lavoro, credo, da CAI ed SSI: per esempio se impiegassero a questo scopo un decimo dell'energia che spendono per mantenere le loro relazioni al livello cui sono sarebbe già bello, e ne guadagnerebbero anche le due strutture.

     E purtroppo in Phantaspeleo si potrebbe aver visto anche un'altra cosa: la tendenza all'andare a "vedere" più che all'andare a "mostrare" le proprie povere cose, discutere, far festa. Uditori passivi, forse sognanti ma non protagonisti. Se è vero e non è come spero una mia impressione cretina questo è per noi un segnale più pericoloso di tutti i Berlusconi messi insieme.

 

 


RECENSIONI

 


SSI e CAI, Problemi di inquinamento e salvaguardia delle aree carsiche. Metodi di indagine e di studio per la gestione delle aree carsiche e delle cavità naturali, 141 pag., Nuova Editrice Apulia, 1989.

     Questa pubblicazione contiene l'insieme delle lezioni tenute al 7° Corso di terzo livello organizzato dalla Commissione Scuole SSI con la collaborazione del CAI a Costacciaro nel 1988. Ne è emerso un quadro della situazione nel nostro paese sotto i vari aspetti di modalità, caratteristiche ed effetti dei fenomeni di inquinamento, con la loro diffusione e la legislazione al riguardo: quadro che certamente è utile a coinvolgere il mondo speleologico in queste delicate problematiche, ma interessa anche quanti al di fuori di esso non sono sensibilizzati a questi aspetti delle tematiche ambientali. Molto lodevole è stata pertanto l'iniziativa della SSI di divulgare questo patrimonio di conoscenze, e della Federazione Speleologica Pugliese che si è assunta l'onere della redazione.

     Il test analizza i fattori che pregiudicano l'ambiente, i principali agenti inquinanti, le cause di degrado nelle grotte turistiche, l'inquinamento degli acquiferi carsici, gli effetti dell'impatto umano sul carsismo, speleologia e carsismo negli studi per la VIA, aree protette a connotazioni turistica, tutela del patrimonio carsico. Si tratta di problemi anche grossi, a lungo sottovalutati: ma qualcosa si sta muovendo per trattare anche le grotte alla stregua di tutto l'ambiente. Certamente, bisogna evitare di fare un protezionismo raffazzonato, sprovveduto, soltanto emozionale; sono necessari una certa preparazione e un approccio corretto, e in questo senso appunto la pubblicazione in oggetto si rivela preziosa.

     L'argomento dell'inquinamento degli acquiferi carsici è stato trattato da Meo Vigna e Riccardo Pavia. È un aspetto che già si sapeva essere importantissimo, ma che ancor più lo diverrà se dovessero persistere le attuali scarsità di precipitazioni, con i problemi di carenze idropotabili che ne derivano.

M.D.M.

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M. Vianelli, I gessi di Bologna, un itinerario nella natura e nella storia, Vol. di 109 pag. con 92 foto col., 12 b.n., 1 carta schem. e 1 cartina. Nuova Alfa Editoriale, Bologna 1989. L. 20.000.

     Nella letteratura sui gessi era mancato sinora un lavoro specifico e soprattutto una guida completa del territorio dei gessi bolognesi. L'amico Vianelli ha colmato questa lacuna e l'ha fatto in maniera molto pratica, condensando una vasta materia, esponendola in modo chiaro e divulgativo e con toni appassionati, con un testo di facile lettura, illustrato da belle foto e di un formato abbastanza da zaino.

     Farneto, Croara, Monte Donato, Gaibola, Zola Predosa: un "microcosmo di altipiani" alle porte di Bologna, un "prezioso bene carsico e naturalistico" dove è dato osservare quell'aspetto particolare e originale che caratterizza i Gessi. È una zona che dal 1988 è in parte Parco regionale, ma dove fino a ieri ha imperversato uno sfruttamento con le cave divenuto di vera e propria rapina, senza badare al paesaggio, alle grotte, alle testimonianze del passato (è stato tra l'altro distrutto il più importante sito archeologico e paleontologico dell'Emilia-Romagna: il Sottoroccia del Farneto). Vianelli ci porta per queste zone facendoci notare ciò che si osserva camminando sui gessi (volutamente non sono descritti itinerari per non togliere la soddisfazio-ne della scoperta) e dandoci tutte le necessarie informazioni naturalistiche, scientifiche, speleologiche e storiche: dalla storia della speleologia bolognese, a quella delle cave e delle battaglie sostenute per far finire lo scempio e per valorizzare ciò che resta.

M.D.M.

 

Il Corsaro, anno I, 1988. Bollettino dell'Associazione Speleologica Comasca

     È un piacevole bollettino che nonostante la veste tipografica modesta presenta contenuti di elevatissimo livello. Articoli di fondo si alternano a racconti di esplorazioni e a scritti di geografia ipogea, sviluppandosi in un contesto speleologico mai banale; si racconta infatti, su questo numero, delle esplorazioni in Austria, in Grigna e così via, sempre (o quasi) in "signore" grotte. È un bollettino da leggere insomma, di quelli che piacciono a noi; può migliorare naturalmente, soprattutto per quanto riguarda la veste grafica e l'impaginazione, ma la strada è quella giusta.

A.E.