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GROTTE
anno 32, n. 100 - maggio-agosto 1989
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
sommario
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Socio SSI attento! |
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Lettera del Presidente |
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Notiziario |
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Attività di campagna |
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Riflessioni su un bollettino "centenario" |
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Di nuovo al Marguareis: campo estivo 1989 |
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L'abisso della Scovola |
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A Piaggia Bella nelle Gallerie Mistral |
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W le Donne: il quarto -1000 italiano |
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Come fare una giunzione durante un'uscita di corso |
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Da Cazzimboricauizzengaua a Cul di Bove |
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Abisso dello Smilodonte |
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Cronache dell'Asia Centrale |
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La scommessa di Samarcanda |
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Caro diario ... |
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Esplorando ... |
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Aiuto! Arrivano gli sponsor |
Supplemento a CAI-UGET Notizie n. 1 del mese di gennaio 1990
Spedizione in abbonamento postale Gruppo III
Pubblicità inferiore al 70%.
Direttore responsabile: Leo Ussello
(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13.10.73)
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Redazione: |
Giovanni Badino, Marziano Di Maio, |
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Laura Ochner, Riccardo Pavia, Loredana Valente Foto di copertina di B. Vigna (Grotta delle Vene) |
Bozzetti di Simonetta Carlevaro
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Stampa: LITOMASTER, Via Sant'Antonio da Padova 12 |
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Stampato con il contributo della Regione Piemonte (Legge regionale 69/81)
Spedito ai soci SSI con il contributo di questa Società
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Socio SSI attento!
Questo è il penultimo numero di "Grotte" che ricevi, se non agisci .
A causa della carenza di finanziamenti siamo costretti a selezionare il pubblico cui inviare gratuitamente la nostra rivista.
Per fare ciò intendiamo, di massima, inviare i numeri dal 102 (compreso) in poi solo ai soci SSI in regola che ce ne facciano esplicita richiesta, con lettera da inviare al GSP, redazione Grotte, Galleria Subalpina 30, 10123 Torino.
Ai non soci SSI che ricevono il bollettino versandoci una quota per rimborso spese, ricordiamo che (salvo gli ex-abbonati triennali) essi sono ormai morosi a partire dai numeri del 1989 (99 e 100).
Per continuare a ricevere la rivista è ovviamente necessario rinnovare la quota per il 1989: 12.000 lire da versare mediante il conto corrente postale 21691100 intestato al Gruppo (indirizzo come sopra).
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Lettera del Presidente |
A. Eusebio |
Udite, udite, nel settimo anno (almeno mi pare) del suo pontificato il vostro amato presidente
fa una dichiarazione originalissima al suo gruppo.
Nulla di grave, non temete, volevo solo ricordare con estremo piacere ed un minimo di goliardia che quello che avete tra le mani è niente poco di meno che il centesimo bollettino partorito dalle menti del GSP, ed in particolare curato dall'indispensabile Marziano che dal 1963 ne è il responsabile. La più antica tra le riviste periodiche italiane di speleologia in attività (almeno così pare) e la regolarità con cui è giunta al centesimo numero senza incertezze e con un continuo aumento della tiratura e soprattutto della qualità degli scritti sono, senza dubbio, motivo di orgoglio.
Nota indispensabile dunque, come è altresì necessario constatare che causa mancanza di finanziamenti, questa pubblicazione che avete tra le mani non potrà più essere distribuita a tutti i soci SSI, bensì chi la vorrà dovrà farne specifica richiesta.
Accanto a queste considerazioni economiche che purtroppo influenzeranno la diffusione della rivista in modo negativo, devo con estremo piacere constatare che i contenuti sono quasi sempre ad un ottimo livello, e nel caso specifico, in concomitanza con il centesimo numero di Grotte, nelle pagine che seguono si parlerà di ben tre "meno mille" che in qualche misura, più o meno direttamente, hanno coinvolto e stanno coinvolgendo gente del GSP .
Non mi resta con un po' di retorica che sperare che tutto continui così.

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NOTIZIARIO |
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Boom di meno-mille
Molti i risultati esplorativi di quest'anno, ma non moltissimi gli speleologi che li hanno ottenuti. Ci sono stati grandi scambi e sovrapposizioni fra Boy Bulok, Olivifer, Pozzo della Neve, Cul di Bove ed altri. Grande eccezione è l'abisso di "Malga Fossetta" sull'altopiano di Asiago, del quale si occupano in esclusiva gli esploratori del GG Schio. Non scherzano per nulla: la grotta è piena di strettoie, ma loro hanno sviluppato tecniche di demolizione che sono, certamente, le più avanzate esistenti. Ora la grotta è nota fino a -915, ferma sull'ennesima strettoia, non lontana dalla sottostante grotta della Bigonda. La giunzione, che speriamo imminente, permetterà di percorrere una grotta di quasi 1.400 metri di dislivello: una traversata incredibile. La cavità è già quello, si tratta di percorrerla.
Vento di -1.000 anche in Sud Italia. Una grotticella del Matese, Cul di Bove, nei pressi di Pozzo della Neve, si è trasformata in pochi mesi in un complesso sotterraneo, raggiungendo la profondità di -906.
Dai nostri inviati speciali, che hanno partecipato ad alcune delle punte insieme agli amici romani (CSR), giungono resoconti mirabolanti: ci raccontano di megagallerie, laghi silenti e torrenti chiassosi, saloni fossili e pozzi discesi col canotto, fino a una fragorosa cascata di 120 metri, che cade sul sifone terminale.
Inusuale il clima in cui si è svolta l'esplorazione, in polemica competizione tra due gruppi romani, CSR e SR. Ciò in definitiva ha prodotto una involontaria collaborazione di tutte le parti coinvolte e un rapidissimo raggiungimento di questo eclatante risultato.
(S. Sconfienza)
Veliko Sbrego (Grande Squarcio) è il nome del primo -1.000 jugoslavo.
L'ingresso, situato sotto cima Confine nel Canin slavo, fu trovato durante una battuta con gli sci da R. Antonini e P. Squassino. Successivamente durante il campo estivo viene disceso fino a -80, in cima ad un profondo pozzo. Le punte sono continuate con l'appoggio di Versiliesi e Triestini. Sono stati invitati anche speleologi jugoslavi.
La prima parte dell'abisso fino a -520 è costituita da pozzi (l'ultimo di questi un P170). Si raggiunge poi, dopo una serie di meandri intervallati da pozzi, il lago Tripoli a -620. Dopo un traverso e 20 metri di galleria freatica, si perviene ad un collettore (canyon) con una portata di circa 20 l/sec, dove l'acqua sparisce in un P 80 non ancora disceso.
Si traversa di nuovo in alto su un canyon fossile e si percorrono delle gallerie freatiche. Si risale poi per 50 metri e da quota -680 si incontrano nuovi pozzi (sono salti su un canyon con fondo piatto, scavato nel calcare bianco). A circa -1.000 vi è una zona freatica crollata con numerosi passaggi in frana.
L'abisso è rilevato fino a -1.060 ed è stato esplorato fino a -1.100 (stimati). Continua su un canyon che scende a salti ed il potenziale carsificabile fino alle risorgenze è di 500 metri. Senza contare che sopra l'ingresso ci sono ancora 200 metri di calcare.
(R. Antonini e R. Pavia)
Ripulita (e rivalutata) la Preta
Quasi tre tonnellate di materiale, più di cinquecento sacchi di immondizia lasciati dalle innumerevoli spedizioni del passato sono riemerse dagli "orridi meandri abissali" della Spluga della Preta.
Su queste pagine Ubaldo aveva a suo tempo espresso dubbi sulla OCA (Operazione Corno d'Aquilio) e sulla sua impostazione che faceva echeggiare lontani ricordi di Superspedizioni, proprio quelle stesse che hanno riempito la grotta di immondizia. Ma esprimeva una opinione abbastanza comune qui a Torino, e che per molti versi continuiamo ad avere.
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Salvo che, imprevisto e superbo, è arrivato un risultato eclatante che possiamo affiancare ai notevoli risultati esplorativi conseguiti dalla speleologia italiana quest'anno: il varo ed il quasi compimento dell'operazione di ripulitura.
Ne è stato animatore il Troncon che ha spinto ed organizzato, mi sembra, anche una speleologia più "provinciale" ed un'altra che si aspettava le repliche delle superspedizioni cargnellane a fare un lavoro che ci ha lasciato attoniti. Lavoro strepitoso, una vera grande "prima" che, diciamocelo, ha dato a molti di noi la sensazione di essere sia in colpa che in ritardo per non aver, sinora, partecipato. Rimedieremo.
Gli stessi loschi individui che si sono preoccupati di pulire si sono pure preoccupati di rifare il rilievo, producendone uno che, credo, è fantasticamente preciso per gli standard speleologici.
Sta di fatto che la Preta ora non sarà mai più come prima: queste operazioni di pulizia e rilievo, scagliando decine di persone a buone profondità a rimediare alle incapacità passate, stanno riportando la grotta nella sua reale dimensione geografica, tirandola via da un limbo di "mito" nel quale era entrata negli anni '50 e '60.
Posta in quel limbo la Preta è stata di gran peso sullo sviluppo della speleologia veronese, una delle migliori che abbiamo; ora, finalmente, il malinteso è finito. La Preta è ridiventata una grotta: ridimensionata come profondità, ormai intorno al decimo posto nella classifica delle italiane, sta tornando ad essere quello che è sempre stata, una normale grotta profonda, splendida e piena di storie.
Ora speriamo che intorno a lei se ne scoprano altre. E speriamo pure di essere numerosi alla conclusione dei lavori di pulizia.
(G. Badino)
Cento anni fa nasceva Francesco Costa
Ricorre quest'anno il centenario della nascita di Francesco Costa, il primo che abbia esplorato con criteri scientifici le grotte delle valli Po, Varaita e Maira. Nato a Torino nel 1889, trascorse però la sua vita a Saluzzo, dove nonostante le sue varie lauree preferì insegnare nelle elementari, profondendo in ciò quell'impegno di cui in altri tempi si era capaci, mostrando ad amare la natura e lasciando in quella cittadina un gran segno anche con altre attività volontaristiche. Appassionato di montagna (fu anche presidente della locale sezione Monviso del CAI), ebbe un grande entusiasmo per la speleologia. Esplorò e rilevò tutte le cavità delle suddette valli, raccogliendone tutte le notizie scientifiche e storiche in due fascicoli con disegni e foto, battuti a macchina probabilmente intorno al 1930. Stese anche la prima monografia valida sulla Balma di Rio Martino.
A Saluzzo gli sono tra l'altro intitolati lo Speleo Club del CAI locale e le scuole elementari di piazza XX Settembre, dove insegnò per 36 anni fino al 1944, data in cui pagò caro il suo amore per la libertà: catturato dai nazisti, fu portato a morire in Austria nel campo di sterminio di Cusen.
Dalla Capanna
Grandi novità dalla Capanna Saracco Volante.
Mentre procede a grandi passi l'installazione del telefono di emergenza, si è assistito ad un rapido aumento del personale di servizio.
Anzitutto il solito responsabile (Stefano Sconfienza) è stato affiancato da un Collaboratore ufficiale (per lo meno tale sarà a fine anno quando gli scadrà il periodo di prova): si tratta di Vincenzo Martiello, a tutti noto come Spassulin. Buon lavoro a lui.
Ma si è avuta anche l'assegnazione ad honorem del titolo di "Vice-responsabile per Meriti Speciali". Il fortunato è un amico del G. S. Lucchese, Mario Lazzarini, che ogni estate viene a passare qualche giorno sul Marguareis. Senoché, invece di lasciare il rifugio un po' più in disordine di quando è arrivato (come ahimè fa la maggior parte degli ospiti), Mario è solito salire con la borsa degli attrezzi e passare il tempo libero ad aggiustare tutto ciò che c'è di rotto in capanna (dai manici delle pentole agli sgabelli); quest'anno ci ha addirittura costruito la doccia! Un grazie del GSP e l'augurio di avere più visitatori così...
(S. Sconfienza)
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Nelle Hautes-Alpes il 4 ° raduno degli speleo del CAF
Dal 1987, gli speleologi dei gruppi francesi affiliati al CAF si ritrovano ogni anno a inizio estate in un raduno di qualche giorno per allargare le proprie conoscenze di uomini e grotte. Dopo l'Ariège (1987), le Causses (1988) e il Vercors (quest'anno), nel 1990 il 4° Rassemblement national degli speleo del CAF avrà luogo nel massiccio del Dévoluy (Hautes Alpes), organizzato da quello che è il gruppo francese più vicino a Torino: lo Spéléo-Voconce del CAF Briançon. Si farà capo al paese di La Chaup 1.400 m., non lontano da Gap e già in pieno massiccio, con all'intorno vari abissi (là si chiamano chouruns) tra cui il complesso Rama-Chourun des Aiguilles -980, armati per l'occasione dagli organizzatori, che forniranno i rilievi a chi vorrà visitare questi e altri. Gentilmente sono invitati anche speleo dei gruppi del CAI. In seguito saranno date altre informazioni; chi è interessato segni per ora la data: da sabato 30 giugno a martedì 3 luglio 1990.
Un incontro nazionale di soccorso speleosub
Il 6° Gruppo (Veneto- Trentino-Alto Adige) del CNSA/SS organizza l'8-9-10 dicembre un incontro nazionale (il primo del genere) degli speleosub del soccorso speleologico, presso le risorgenze di Oliero (Valstagna, VI), per conoscere, discutere e confrontare i materiali e le metodologie usate da ciascuno, per provare e verificare i materiali stessi con immersioni nelle locali risorgenze e per definire infine gli standard minimi di sicurezza sia dell'attrezzatura e sia delle metodologie impiegate nella speleologia subacquea.
Un osservatorio sul Ballaur?
Tra l'Osservatorio astronomico di Torino, l'Università di Torino e la Provincia di Cuneo è stato stipulato recentemente un accordo di collaborazione scientifica, tecnologica e didattica che interesserà soprattutto l'astronomia e l'astrofisica, e che sarà volto intanto a costruire un osservatorio astronomico su qualche cima della provincia cuneese, poi a creare un centro di ricerche spaziali nell'ambito dei progetti dell'Agenzia Spaziale Italiana ed European Space Agency, nonché di un centro di sviluppo di tecnologia avanzata per rivelatori all'infrarosso e infine di scuole e corsi specializzati su queste discipline. Per l'osservatorio astronomico, sono sembrate ottime le caratteristiche ubicazionali del "nostro" Cian Balaù, e si è pensato intanto di impiantarvi sulla cima una piccola stazione meteorologica per raccogliere dati atti a suffragare tale ottimalità. Se l'esito sarà positivo, si farebbe l'osservatorio. Intanto la Provincia ha organizzato un sopralluogo in grande stile, portando in elicottero in cima al Balaù uno stuolo di esperti e politici e accompagnatori (presidente della Provincia in testa); qualche giornale locale ha ironizzato sul fatto che l'alzarsi del vento ha fatto interrompere i voli lasciando giù una parte dei partecipanti, e costringendo una decina di persone che erano già in cima a scendere a piedi con le scarpe belle e inesperti di montagna, fino quasi al rif. Mondovì dove si sono precipitate a raccoglierli le jeep degli organizzatori. Vedremo quali sviluppi prenderà la faccenda.
Un po' di tutto
Qua e là anche altri trovano grotte. È capitato ai Veronesi del CAI .che stanno esplorando una nuova cavità, molto ampia, che dovrebbe picchiare verso i -250. E importante perché dimostra che la Preta non è l'unica grotta della regione.
Novità anche da Pordenone; una nuova risorgenza è stata esplorata per svariate centinaia di metri. I protagonisti ci garantiscono che è assai lontana e assai bagnata.
Notizie freschissime invece dalle Dolomiti della Val Badia, dove i Vicentini, impegnati in loco da alcuni anni, sono finalmente riusciti a entrare in una grotta, ancora senza nome, che a -100
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presenta un pozzo da 150 metri. Andamento a meandro, aria che si perde a metà del pozzone, grosso traverso in vista.
Non crediamo che W le Donne sia l'unico buco della Grigna; ora c'è un nuovo pertugio che disostruito nell'estate ha superato ora i 100 m di profondità. Si chiama Capitan Paff (originale vero?) e ne parleremo meglio quando sarà un abisso.
L'evoluzione esiste davvero! Marianna, figlia di Giuliana Celentano e di (probabilmente) Andrea Gobetti, è nata il 9 settembre, è carina e sta bene. Ora, effettivamente anche la mamma è carina e sta bene: ma Andrea... Beh, insomma, bravi genitori; quanto a Marianna, aspettiamo di vederla al cinquantesimo corso, o giù di lì.
Lui non lo sa ancora, ma è in arrivo il secondo figlio di Meo Vigna.
Nuovamente due squadre nel 1° gruppo del CNSA/SS. De Negri caposquadra, Gerbino vice, Buccelli vice delegato. Speriamo vada meglio dell'ultima volta.
Sempre CNSA: la squadra piemontese si è esibita in una sequenza di esercitazioni all'Alpe degli Stanti, abisso Omega X (a squadre ancora unite) poi sul Marguereis in A 11 e Labassa. Ora occorrerà trovare subito grotte nuove per poterci esercitare dentro.
Ancora CNSA. Tesi e Pesci in tempi diversi hanno partecipato ai corsi del Monzino: in che mani siamo caduti.
I nuovi rapporti con la Cassa di Risparmio hanno portato un po' di lira (non troppa) e un paio di serate nell'immensa sala convegni.
Nuovo indirizzo di Elio Pesci: via Nazzaro 7, tel. 74.95.153.
Una precisazione
In relazione all'articoletto "L'orso speleo aveva il peso specifico del piombo?", pubblicato sul numero scorso, Tullio Bernabei ci ha espresso le sue lagnanze, non tanto per la questione delle dimensioni dell'orso (egli fa notare di essersi riferito espressamente a dimensioni limite che l'animale poteva raggiungere, anche se all'uopo non si è documentato a fondo), quanto per l'affermazione di saccheggio di testi altrui, che egli giudica totalmente gratuita dal momento che lui non firma come proprie le notizie su Alp, e che come curatore di rubrica ha il compito di raccogliere informazioni, assemblarle, sintetizzarle se necessario ecc., e pubblicarle.
Va dato atto a Tullio che, non firmando ciò che ha scritto, non ha inteso appropriarsi di roba altrui; rimane però il problema di chi subisce l'ingiustizia di vedersi "copiato" senza essere citato. Il recensore è dell'idea che sia doveroso citare sempre le fonti di tutta la farina non del proprio sacco, sia nel bene (va dato giusto merito alla farina buona) e sia nel male (si tenga l'onta chi ha prodotto farina cattiva). c'è invece molta disinvoltura al riguardo (anche il GSP ha dovuto lamentare allegre copiature e per giunta firmate), per cui non sembra esagerato porre una questione morale. L'autore del pezzo su Grotte tiene anche a precisare di non aver inteso fare polemiche, ma soltanto umorismo su un certo modo giornalistico di trattare le cose scientifiche; per quanto riguarda in particolare le notizie che Tullio pubblica su Alp, da quando questa prestigiosa rivista esiste, non ha nulla da eccepire, anzi è convinto del grande merito suo (oltre che di Alp) di divulgare la speleologia presso un più vasto pubblico con la sua rubrica.
M.D.M.
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Attività di campagna |
a cura di M. Scagliarini |
7 maggio 1989, Garb dell'Omo inf. (Valdinferno). Giro fino ai rami nuovi, alla frana in cima alle risalite: confermati i rischi di scavare nella frana stessa, non lontana certamente dall'esterno. Poligonale esterna per individuare tale possibile ingresso. Battuta nell'intera area ma con pochi frutti. Localizzati sulle pareti alcuni buchi che potrebbero avere interesse. G. Balestra, F. Cuccu, A. Eusebio, D. Grossato, U. Lovera, P. Torta, B. Vigna.
Donna Selvaggia. Superata una strettoia e trovata una prosecuzione che però ritorna sulla via nota. C. e M. Oddoni, S. Rosso.
Arma delle Mastrelle. Traversato il p. 80 e ripercorsa l'arrampicata di Jo che però era stata disarmata. Dubbi sulla circolazione d'aria. G. Carrieri e R. Pavia.
14 maggio, Arma delle Mastrelle. Effettuati alcuni traversi sul p. 80. Visti anche i rami di Jo (strane inversioni della corrente d'aria; probabile vicinanza con l'esterno). U. Lovera, R. Pavia, S. Sconfienza.
Nella stessa grotta, fino al Peu de Feu, D. Bregolato, D. Grossato e G. Nobili con due allievi.
Zona del Monte Tamone (Val Grana). Battuta poco fruttuosa. P. Cannonito, C. Curti, M. Pastorini, B. Vigna.
20-21 maggio. Abisso Figliera: tornati al fondo del Finis Africae per capire il mistero della scritta KYM; seguendo le frecce si è giunti sotto il pozzo da 60 del Khayyam (l'autore della scritta è M. Marantonio). F. Cuccu, M. Dematteis, U. Lovera, S. Sconfienza, P. Terranova con vari allievi.
Arma delle Mastrelle: risalito il pozzo della galleria Eliogabalo; stringe, e per di più un trapano ci lascia le penne. A. Bianco, A. Manzelli, R. Pavia, S. Serra con vari allievi a dire il vero un po' sconvolti dall'impresa.
Abisso Bacardi (Val Corsaglia): giro con allievi alle gallerie nuove (rami GSP). Scesi alcuni pozzetti che si ricongiungono alle gallerie già note. A. Cerovetti, G. Carrieri, C. Curti, C. Brusaschetto (il terribile Bomboletta), D. Enrici-Baion, U. Lovera, P. Trova, B. Vigna, W. Zinzala.
27-28 maggio, zona della Balma (Val Corsaglia). Battuta con scarsi risultati dal punto di vista speleologico, ma lo spirito... A. Colombo, M. Dematteis, U. Lovera, M. Muti, P. Terranova.
Abisso Erpetico e zona limitrofa: vista finestra sul primo pozzo, chiusa; disarmo. Battuta nella zona e trovate alcune condotte. A. Eusebio, P. Giaccone, M. Naretto, B. Vigna.
4 giugno, zona dell'Abisso Bacardi (Val Corsaglia). Battuta; trovato un buco in parete che prosegue per una cinquantina di metri e poi si restringe senza pietà. A. Colombo, U. Lovera, S. Sconfienza, P. Terranova.
Valle del rio Sbornina: rivista una condotta sopra il rio, ma è chiusa da fango. M. Pastorini e B. Vigna.
Zona dell'Artesinera: scavata una dolina che in una uscita invernale si era rivelata promettente; resta un po' di lavoro da fare ma c'è ottimismo. A. Bianco, M. Dematteis, D. Grossato, G. Nobili, F. Tesi.
Zona del Cars (Val Ellero). Battuta. Individuato un buco in parete. G. Demichelis, A. Gaydou, P. Giaccone, M. Naretto, M. e C. Oddoni.
4-5 giugno, Abisso W le Donne (Grigna Settentr., CO). Scesi sino a -530, armando alcuni pozzi nuovi. Giunti al Meandro del Vento, che continua. G. Carrieri, R. Pavia con S. Mantonico del GS Como.
11-12 giugno, Piaggia Bella. Giro esplorativo sino al pozzo alla fine delle Gallerie Mistral: scesi, si è arrivati sul Reseau B. A. Eusebio, D. Grossato, U. Lovera, S. Sconfienza.
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Zona Bacardi: battuta nel tentativo di trovare un ingresso basso del Bacardi. Disostruzioni inconcludenti. Esplorazione di una condotta chiusa dopo 20 m, G. Balestra, S. Bessone, A. Bianco, L. Bozzolan, M. Dematteis, A. Manzelli, G. Nobili, S. Serra, P. Terranova, F. Tesi, B. Vigna.
Arma delle Mastrelle: al fondo delle Porte di Ferro e riviste le mai più agognate Gallerie Cheschifo. L'aria c'è ma fa giri strani. Il fango c'è e ti rimane addosso. Labassa è vicina ma resta lontana. G. Carrieri, R. Pavia, M. Scagliarini con R. Antonini (Boegan), Tronico e Conan (GS Como).
Zona Artesinera. Scavo e mega-disostruzione di una grotta sopra Pian dei Gorghi: aria ma non si passa. Fure, M. Campaiola, P. Terranova, F. Tesi, P. Trova, B. Vigna.
16-17 giugno, Abisso W le Donne. Esplorazione di un ramo secondario da -530 a -700; continua con un pendolo a metà dell'ultimo pozzo a -700 (sarà lunga!). G. Balestra, G. Carrieri, U. Lovera con S. Mantonico (Tronico) e D. Bassani (Conan) del GS Como.
Zona delle Saline. Disceso il famoso Pozzo delle Saline; allargato un po' il fondo, ma bisogna ancora insistere. Battuta in zona D. Scavo in Abiss'Abeba e Abisso del Sole negli Occhi (D 25). G. Badino, L. Bozzolan, F. Cuccu, G. Demichelis, M. Dematteis, R. Ferrein, P. Giaccone, G. e I. Mazza, F. Prette, S. Sconfienza.
18 giugno, Zona della Chiusetta. Visti diversi buchi con aria disostruiti dagli imperiesi. M. Pastorini e B. Vigna.
23-24 giugno, Abisso W le Donne. Continuata l'esplorazione del ramo "secondario" fino a -800. G. Carrieri, P. Giaccone, I. Mazza, S. Sconfienza con D. Bassani del GS Como e il milanese Marco Zambelli.
Arma delle Mastrelle. Risaliti alcuni camini con aria al fondo delle Gallerie Cheschifo. Disostruita una strettoia: trovata una condotta lunga 40 m che termina su un pozzo valutato di 20 m. G. Balestra, L. Bozzolan, A. Colombo, M. Dematteis, C. Maniezzo, R. Pavia, M. Scofet, B. Vigna con R. Antonini della Boegan.
25 giugno, zona di Cima Bauzano. Battuta con ritrovamento di buchi soffianti. D. Bregolato, F. Cuccu, A. Eusebio, U. Lovera, M. Pavese.
2-3 luglio, Abisso A 11 (Marguareis). Riarmo, ed esplorazione da -400 a -490 (sceso cioè un nuovo P90). Notate finestre con pozzi (paralleli?). G. Badino, G. Carrieri, I. Mazza con S. Mantonico del GS Como.
3 luglio, Valle Po. Visto il Buco della Giarossiera nella zona delle Rocce Losere a 2.095 m. Forse sul fondo c'è un pozzo. C. Balbiano, T. Martorana.
8-9 luglio, Abisso A 11 o Cuore di Pietra. Le giovani forze del GSP divise in due squadre: una scende in un nuovo P80 + P20, ricadendo a -580 sull'unico ramo conosciuto, ma trovando un più agevole percorso sino a quella profondità; l'altra prosegue nel meandro nella zona dell'Immatricolata Concrezione continuando a seguire aria forte e incontrando vari pozzetti. Bravissimi! (G. Balestra, L. Bozzolan, A. Colombo, P. Giaccone, D. Grossato)
Abisso Omega X (Alpe degli Stanti, Val Corsaglia). Scesi a -200 in preparazione della prossima esercitazione CNSA/SS. G. Carrieri, A. Cerovetti, A. Eusebio, D. Enrici-Baion, M. Galliano, P. Trova.
Grotta delle Vene (Viozene). B. Barisani, D. Bregolato, U. Lovera, S. Sconfienza, P. Torta.
Valle Po: trovata una nuova cavità (ancora da vedere) nella zona della Sea Bianca. A. Gaydou, T. Martorana.
M. Saccarello. Inconcludente fine settimana di tre giovani del nostro tempo alla ricerca di implosioni idrogeologiche. A. Bianco, R. Pavia, S. Serra.
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15-16 luglio, Abisso Omega X: esercitazione di soccorso del 1 o Gruppo CNSA/SS. Hanno preso parte (quelli che hanno "partecipato" erano un po' meno), nonostante cadute di pietre, assenza di corrente d'aria (nebbia), strettoie e acqua che colava dappertutto, i volontari del GSP G. Badino, V. Bertorelli, G. Carrieri, A. Cerovetti, C. Curti, M. Dematteis, A. Eusebio, D. Grossato, U. Lovera, A. Manzelli, R. Pavia, S. Sconfienza, P. Terranova, B. Vigna, W. Zinzala. All'esterno una bella squadra logistica addetta anche alle telecomunicazioni: G. Baldracco, F. Cuccu, M. Galliano, L. Ochner, P. Trova (Pink Floyd a Venezia a 2.000 m).
16 luglio, Abisso O-Freddo (Marguareis). Disostruita una strettoia nel ramo del Canaro e trovato un P10, ma in mancanza di corde mesta uscita. P. Giaccone, G. Nobili, M. Oddoni.
Ramà di Chiomonte (Valle di Susa). Integrale senza campo interno del Traforo di Colombano Romean, allagato. E. Castrovilli, F. Cuccu, S. Melotti.
20 luglio, battuta per cenge e canalini nella zona del Canalone dei Savonesi al Marguareis. G. Balestra, U. Lovera, S. Sconfienza.
22-23 luglio, Abisso W le Donne. Esplorazione questa volta del ramo "principale", arrivando con bei pozzoni a -815 (chiude su frana). G. Badino, R. Pavia, G. Carrieri, U. Lovera con S. Mantonico e D. Bassani del GS Como.
Abisso A 11 (Marguareis). Rilevato e disarmato il nuovo ramo che porta a -680. Proseguito nel meandro, disceso un P40, incontrate altre finestre, Ottimismo e dubbi, cocktail estivo. G. Balestra, L. Borghesio, L. Bozzolan, A. Colombo, M. Scagliarini, S. Sconfienza con G. Guidotti (GSF) e S. Pimazzoni di Verona.
Zona D del Marguareis. Battuta nella mitica zona D (D come deserto): segnati diversi buchi che l'attività del campo estivo approfondirà. F. Cuccu, A. Eusebio, F. Tesi.
29-30 luglio, Abisso Olivifer (M. Grondilice, Garfagnana). Alcuni di noi sul fondo dell'attuale massima profondità italiana (-1.210). In una punta di 31 ore, superato in alto il sifone terminale, e trovate grandi gallerie. V. Bertorelli, S. Sconfienza con G. Guidotti e F. Dobrilla (GSF) e E. Chiomento del GS CAI Verona.
30 luglio-20 agosto: campo estivo al Marguareis, con base alla Colla dei Signori. Resoconti dell'attività nelle pagine seguenti.
2-7 agosto, Canin versante jugoslavo. Battute con discesa di parecchi buchi. Disceso sino a -80 il Velico Sbrego (Grande Squarcio), primo -1.000 jugoslavo. Tempo orribile e bombe inesplose. R. Pavia con R. Antonini e P. Squassino della Boegan.
27 agosto, Abisso della Scovola (versante francese del Marguareis). Verificate numerose finestre, e verso il fondo esplorato il Meandro della Solitudine (v. articolo). S. Carlevaro, R. Chiabodo, S. Sconfienza.
Zona dello stesso abisso: battuta e trovati altri buchi. R. Cabula, G. Carrieri, A. Eusebio, U. Lovera, F. Tesi, P. Torta, L. Valente.
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Riflessioni su un bollettino "centenario" |
M. Di Maio |
100 non è poco
Numero cento. Si potrebbe blaterare un po' sull'importanza delle cifre tonde: sarebbe un buon argomento per un articolo "filosofico"...
Comunque, per una pubblicazione e frequenza quadrimestrale, cento è un numero di tutto rispetto, che tanto più assume rilievo nel mare non sempre liscio della carta stampata, dove molte riviste speleologiche vengono alla ribalta e poi scompaiono dopo una vita effimera; o certe volte sembra abbiano messo radici, quando poi da un giorno all'altro viene a mancare la linfa, vuoi per motivi economici (sappiamo quanto costa stampare un bollettino), vuoi per le difficoltà nel tenere in efficienza un meccanismo basato sul volontariato, che non sempre riesce a essere oliato bene in tutti gli ingranaggi, e che rischia di fermarsi ogni volta che un perno comincia a cigolare.
Se ci guardiamo attorno, anche se esistono varie associazioni speleologiche più vecchie della nostra, va constatato che di serie così lunghe e ininterrotte di riviste del ramo non sembra ve ne siano altre nel nostro paese, e neppure tante fuori d'Italia. Senza false modestie, il bollettino "Grotte" è già tra le eccezioni a una regola spietata nel campo della stampa speleologica periodica.
Lo specchio del GSP
Pochi probabilmente si rendono conto (al di fuori dei redattori, che le misurano e le pesano) di quante cose ci siano nel nostro bollettino, quali funzioni esso abbia, quanto esso serva per il passato, il presente, il futuro. Sfogliando una copia è difficile avere un'idea esatta, ma esaminando la raccolta di cento numeri si deve per forza constatare che essa riflette qualcosa di grosso, di importante sotto l'aspetto scientifico e tecnico ma anche come fenomeno sociale e se si vuole sportivo.
"Grotte" è una rivista specializzata, non solo con articoli di esplorazioni e "scientifici", notizie di attualità, note tecniche, rilievi, recensioni, ma con tutto ciò che riguarda anche i problemi del Gruppo e della speleologia, i modi di intendere la nostra passionaccia, le conoscenze perseguite e venute fuori ecc. L'intera raccolta è anche un insieme di documenti storici, in cui i vecchi del GSP ritrovano incancellabili ricordi e dove i giovani possono cercare le radici su cui poggia l'edificio attuale.
Attraverso questi cento numeri rivivono infatti 32 anni di esistenza del Gruppo (che di anni ne compie quasi 36, ma i primi 4 non hanno avuto bollettino), per non dire di una parte della speleologia italiana. Il bollettino è lo specchio più tangibile della vita del GSP, con gli alti e bassi di una linea in crescita, con le fasi esaltanti ma anche i problemi che ci sono stati; ne riflette abbastanza fedelmente le tendenze, le filosofie, le aspirazioni, le soddisfazioni, gli obiettivi testardamente perseguiti e raggiunti (o quelli falliti), gli umori, le ribellioni, le arie che cambiano, i contrasti d'opinione, le decisioni sofferte, le bizzarrie di carattere che sono proprie degli speleologi.
Le funzioni del bollettino
Quali sono le funzioni d'un periodico di Gruppo e fino a che punto il nostro le svolge? Secondo l'amico Jean-Paul Zuanon (redattore, di origini venete, di un simpatico bollettino interno d'una sezione del CAF qui dietro le Alpi) le funzioni sarebbero di informare, educare-istruire, distrarre.
La funzione informativa è quella che ha fatto nascere Grotte. Oggi ormai, più che di informare i membri del GSP (che sono già informati ben prima che, con ritardo, esca il sospirato numero), la funzione è se mai quella di far sapere agli altri ciò che si fa, odi informare i posteri del Gruppo di ciò che si è fatto: cosa quest'ultima molto importante, anche in carenza di altri stru.
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menti interni che possano custodire molte informazioni a futura memoria, vedi il registro delle uscite che viene regolarmente boicottato.
Sul fatto di educare, ci limitiamo solo a un minimo di protezionismo intelligente. Ogni buon speleologo sa come comportarsi, e meglio si conoscono le grotte, più le si rispetta. Se educazione significa anche indurre a praticare la speleologia con certe finalità, oggi è accettato molto più d'una volta il presupposto che andare in grotta non può essere soltanto un semplice fatto sportivo: non c'è bisogno dunque di educare in questo senso.
Istruire: questa è una funzione ben più importante, e il comunicare agli altri (all'interno del Gruppo e fuori) le nuove conoscenze acquisite, l'uso dei materiali ecc., questo è pane di tutti i giorni e ci teniamo su un buon livello, perché sono molti nel GSP coloro che svolgono una speleologia scientifica e tecnica.
Sul capitolo "distrarre" non c'è forse molto di specifico sul nostro bollettino, a parte quel po' di sale che gli articoli possono avere per sostenere di più l'interesse del lettore. Ci sono le vignette di Simonetta, o l'angolo delle comari sul Notiziario dove però c'è il problema di non tediare i lettori esterni con riferimenti a vita di gruppo che agli estranei dicono poco o risultano addirittura incomprensibili. Bisognerebbe rivalutare un po' di quella Speleocomicologia illustrata dal pennarello di Carlo Tagliafico sui bollettini dei primi anni.
Altre funzioni del bollettino sono ovviamente quelle di farci conoscere in giro, non solo da speleologi ma da enti pubblici e magari (qui il pessimismo è d'obbligo) da finanziatori; di confrontare esperienze; di ottenere in cambio altri bollettini e pubblicazioni con cui si è fatta ricca la biblioteca.
Si è discusso in redazione se sia opportuno che si pubblichino anche notizie di attività di altri Gruppi, visto che stentano a comparire nella logica sede degli organi ufficiali nazionali. Ma non è il caso che un bollettino di Gruppo si arroghi questo servizio, sia pure in latitanza di chi dovrebbe svolgerlo (latitanza peraltro favorita dalla mancanza di collaborazione di chi deve fornire le notizie).
Il bollettino talvolta è servito da palestra a chi scrive articoli "filosofici" o "letterari": certo è un genere che non sembra incontrare molti cultori né attivi (scrittori) e né passivi (lettori entusiasti). Ultimamente è stato deciso un giro di vite sull'accettazione di pezzi di questo genere.
Uno sguardo al passato (da un gravoso presente)
L'amico Zuanon prima citato afferma che gli anniversari (o nel nostro caso il numero tondo) oltre che occasioni per festeggiare sono anche momenti privilegiati in cui ci si volta indietro per vedere la strada che si è fatta, prima di guardare avanti con il solito trionfalismo di chi è sicuro di proseguire.
È superfluo rifare la storia del bollettino, apparsa ancora recentemente in occasione dei 30 anni di vita del medesimo (v. boll. 96). Per informazioni dettagliate si vedano i boll. 34 (bilancio di dieci anni), 52 (i venti anni del GSP), 65 (i venti anni di Grotte), 83 (il trentennio del Gruppo) e appunto 96. Basti per ora ricordare che il GSP aveva poco più di quattro anni quando, nella riunione del 30 marzo 1958, veniva deciso di pubblicare un bollettino interno, a ciclostile, in 30 copie da distribuire ai membri effettivi e aderenti. Per 4 numeri la frequenza è stata mensile (le pagine erano poche), per altri 2 bimestrale, per i successivi 8 trimestrale, e infine con il n. 15 si è passati al quadrimestrale che dura tuttora.
In conclusione, da 30 copie ciclostilate amano siamo passati adesso a oltre 1.600 copie a stampa. Impieghiamo ora meno manodopera volontaria che in passato, quando il bollettino lo confezionavamo noi, ma è ben più gravoso l'impegno complessivo. La redazione non si può permettere distrazioni, è sempre sul chi va là e i tempi di lavorazione si sono allungati, sicché non abbiamo ancora spedito il numero precedente che già lavoriamo a quello nuovo. L'attività di contorno si è dilatata e complicata. I vari passaggi per avere il prodotto finito comportano tempi e ritardi che preoccupano; la spedizione passa attraverso le forche caudine di indirizzi sul computer, dei quali un migliaio ogni volta si teme (fondatamente) che non siano giusti. Il lavoro non ci ha mai fatto paura, ma sono le preoccupazioni a rendere pesante la gestione del
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bollettino. Come accade in tutti i momenti nostalgici, ci si chiede se non si stesse meglio quando si stava peggio. Si rimpiangono i tempi felici di quando si fascicolava amano (ancora nel 1987), di quando amano si scrivevano gli indirizzi sulle buste. Certe volte si è proprio sconfortati, non si ha neppure il diritto di sciopero, non si sa neanche quale sia l'età pensionabile, il licenziamento in tronco è visto come una manna...
Dal cammino percorso abbiamo tratto esperienza e ci siamo smaliziati, ma ogni volta che si fa un salto di qualità c'è poi di nuovo molta gavetta da fare per arrivare a uno standard soddisfacente, e quando si è appena cominciato a star meglio è già ora d'un nuovo progresso. Dall'ultimo salto (il passaggio da 500 a 1.600 copie per inviare il bollettino a tutti i soci SSI) stiamo ancora brancolando un po', tra articoli e rilievi e foto che arrivano in ritardo, tra operatori tipografici meno solleciti d'una volta, tra problemi di indirizzario che non dipendono neppure da noi. Se ce la faremo anche questa volta a darci un trend passabile, speriamo poi di godere un periodo di crescita zero..., perché questo continuo sviluppo si sta facendo stressante! Del resto, per arrivare al top, ormai mancano solo le foto a colori, la diffusione nei chioschi dei giornalai, lo strillonaggio nei punti strategici delle città... e tante pagine di pubblicità ben pagata.
Il futuro
Del nostro prodotto siamo abbastanza contenti, ma tutt'altro che soddisfatti: si può migliorare ancora. Ci lascia scontenti la distribuzione: è indispensabile su questo punto una fattiva collaborazione della SSI per gestire bene l'indirizzario dei suoi soci.
Siamo confortati da giudizi abbastanza lusinghieri che ci pervengono. È stato motivo di soddisfazione ricevere lettere di nostri ex-abbonati che ora ricevono il bollettino quali soci SSI, i quali non vedendo arrivare Grotte e non sapendo che si trattava solo di ritardo, chiedevano di potersi riabbonare per averlo.
Riceviamo anche critiche e ci è molto gradito che ci pervengano: ne teniamo conto, pur consapevoli dell'impossibilità di fare un bollettino che accontenti tutti. Quasi sempre esse riguardano ermetismi di linguaggio (cerchiamo di emendarci da ciò, anche se il retaggio di bollettino interno è quasi un marchio indelebile, e a molti di noi spiacerebbe che queste radici venissero tagliate), lunghezza di certi resoconti (che però ai partecipanti dicono molto; vanno ovviamente eliminate le banalità), eccessivi spazi per voli pindarici e insomma per considerazioni troppo filosofiche. Si sente qualche mugugno anche verso certe espressioni un po' colorite: certamente vanno evitati il cattivo gusto e la grossolanità, ma non possono essere compressi del tutto la spontaneità e l'entusiasmo, ne pubblichiamo sotto l'egida di un'Accademia letteraria. Se poi il presentarci a un pubblico ben più vasto d'un tempo può comportare il doversi dare un contegno, bisognerebbe però che ciò avvenisse senza farci apparire troppo diversi da ciò che siamo.
Quali sono le speranze maggiori, oltre a quelle già espresse sinora?
Per la redazione, ci vorrebbe una più intensa concentrazione di ognuno verso i propri compiti; bisogna convincersi che ormai mandare avanti il bollettino è una cosa seria. Inoltre va allargata ad altre persone la capacità di gestire i vari passaggi, in funzione non tanto di alleggerire i pesi del responsabile, quanto di essere in grado di sostituirlo in qualunque momento (e, se possibile, definitivamente).
Per gli articoli, sarebbe bello diversificare di più gli autori: il numero di questi ultimi è un po' ristretto, in rapporto alle dimensioni del Gruppo e dell'attività. A tale riguardo, è sbagliato insistere sul fatto di accettare solo articoli messi in bella scrittura o battuti a macchina pronti per il tipografo: è un deterrente per i pigri e per chi accampa la scusa di non saper scrivere (sia nel senso letterario che calligrafico). Non si possono tarpare le ali a chi ha idee e spunti ma non è molto capace di metterli sulla carta e per giunta in bella copia. E gli articoli vanno scritti in tempo (lo diciamo da trent'anni...).
Per la stampa, speriamo di non cadere nella banalità del prodotto "industrializzato", al quale talvolta si pensa nell'illusione di scaricarsi di lavoro. Per mantenere uno standard di qualità accettabile, una certa entità di nostro lavoro e di controllo delle varie fasi è comunque necessaria. È poi sempre nelle speranze il ridurre i tempi di produzione, anche se purtroppo bisognerà rassegnarsi ad avere certi ritardi non eliminabili.
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Continueremo infine a illuderci che raggiungano qualche risultato gli sforzi per ottenere finanziamenti attraverso la pubblicità, per bilanciare con qualche voce di entrata una colonna di uscite che porta ormai un totale con un numero impressionante di zeri.
Qualche statistica
Lo spazio avaro impedisce di riportare qui cifre dettagliate per analizzare più a fondo la portata del bollettino e dei fattori che lo riguardano, ovviamente per gli aspetti quantificabili ed escludendo gli elementi qualitativi. In particolare, se si stilano classifiche per autori, magari per periodi (ad esempio per decennio), si può constatare come una buona percentuale degli articoli sia scritta da poche persone (con in testa il solito Giovanni Badino), mentre il resto è di pertinenza di uno stuolo numeroso i cui singoli componenti si possono classificare tra gli scrittori occasionali.
Citando solo poche cifre essenziali, si può intanto rilevare come i cento numeri in oggetto costituiscano un totale di quasi 3.800 pagine. Di esse, il primo e il secondo decennio se ne attribuiscono circa 1.100 ciascuno (che però corrispondono a 440-760 pag. attuali, a seconda del sistema tipografico del periodo), il terzo decennio 1.348, mentre i numeri del decennio in corso mostrano un trend tendenziale che porterebbe a 1.600 pagine.
Le annate e i bollettini più corposi sono ovviamente degli ultimi tempi. I bollettini con più pagine, 64, sono i numeri 80/1983 e 93/1987. L'annata record è il 1983 con ben 208 pagine, frutto però di un numero speciale più i tre normali; tra le annate normali il primato spetta al 1987 con 168 pagine. Elevata è comunque la media per annata dell'ultimo decennio 1979-88: ben 142. Di conseguenza, lo stesso 1987 ha la media record di pagine per bollettino (56), seguito dal 1988 con 52. Per i primati negativi, bisognerebbe prescindere dai numeri a ciclostile dei primi anni; nell'ultimo decennio troviamo un n. 71/1980 di 20 pag. e l'87/1985 di 28, mentre lo stesso 1980 annovera il minor numero di pagine annuali (100) e la media più bassa con 33,3 pagine per bollettino.
Ma il trend attuale, come si è detto, è su livelli sostenuti.
Speriamo di mantenerlo, insieme alla qualità.

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Di nuovo al Marguareis: campo estivo 1989 |
B. Vigna |
Lo scorso anno una grossa parte del Gruppo era stata attratta dal campo estivo in quell'isola felice del Massiccio degli Alburni, mentre sul Marguareis i pochi fedelissimi rimasti iniziavano le esplorazioni di due grandi abissi: O-Freddo e A 11, situati in aree conosciute ma che non avevano ancora dato i risultati sperati. Ci si accorse così che sia i versanti Sud del Marguareis (in particolare le zone A, C, e D), sia il versante Nord (zona e canaloni vari: dei Torinesi, dei Savonesi) potevano ancora rivelare piacevoli sorprese. La scoperta dell'abisso Libero, posto sulle pareti settentrionali ed esplorato nell'autunno dagli Imperiesi, con un ingresso di 2 m x 1, sottolineava l'importanza e il notevole lavoro ancora da compiere in questa zona. Da diversi anni il Gruppo, e in particolare Giorgetto e compagnia, operavano nell'area, ma ad eccezione del complesso O3-O4-O5 (-235, espl. GSP 1979-82) e dell'abisso Ferragosto (-430, espl. GS CAI Bolzaneto 1982-88), non era più uscito nulla di buono.
Si decide quindi, per il campo estivo, di completare il lavoro esterno di battute e di riesplorazione dei numerosi pozzi non più rivisti da anni. Il campo viene sistemato in prossimità della Colla dei Signori, in un luogo non troppo lontano dalle zone in cui operare (circa un'ora), ma in grado di soddisfare alcune necessità fondamentali per un campo da papi: presenza di acqua, facile approvvigionamento delle solite smodate quantità di viveri e... bevande.
I risultati non sembrano importanti ad eccezione della scoperta ed esplorazione dell'abisso della Scovola (300 m di profondità per uno sviluppo di oltre un chilometro) che si trova però in zona diversa da quella operativa (versante francese della Colla di Signori); in realtà sono stati però chiariti molti punti interrogativi che in un prossimo futuro potranno fornire esiti assai interessanti.
Come già da diversi anni hanno partecipato al campo estivo, oltre ai soliti blasfemi del GSP (circa 35), anche vari elementi altrettanto poco raccomandabili di vari Gruppi: Milanesi, Novaresi, Pordenonesi, Toscani doc e trapiantati, a riprova che tutti insieme ci si riesce a divertire di più e a far più casino.
Diario del campo
Tra il venerdì 28 luglio e la prima settimana di agosto si susseguono gli arrivi dei vari partecipanti, chi carico di corde ed altri materiali speleo (pochi), chi con riserve liquide tali da dissetare un'intera compagnia di Alpini (Spazzola), chi con montagne di pannolini per un asilo nido al completo (Margherita e Loredana), ed infine il solito Ube con la Salewa acchiappapupe, ormai da anni in disuso.
Sabato 29 Greg e l'intero Gruppo giavenese vanno all'A 11. Alcuni inconvenienti fanno ridimensionare i programmi, ma viene comunque vista una finestra chiusa sul P100. Meo e Gabriele vanno in battuta in zona Navela, vicino al confine italiano, e trovano alcuni buchi con aria, da aprire.
Domenica 30 Gianni, Daniele, Donatella, Marcella, Greg, Riccardo e Meo riaprono F101, esplorato anni fa, poi chiuso da frana ma con aria molto forte. Scende Gianni ma si ferma su strettoia.
Lunedì 31, Gianni, Marcella e Daniele scendono nel pozzo del Pettine per forzare il cunicolo finale: il solito masso preclude il passaggio anche alla smilza Marcella. Ube, Greg e Meo vanno in battuta in zona C. Viene ritrovato il C54 che sembra proseguire, dopo uno strettissimo meandro, con un pozzo valutato di circa 20 m. Si scava nel B1 (debole corrente d'aria) e si rivedono alcuni buchetti in bassa zona C con forte corrente d'aria ma difficili da aprire.
Martedì 1 agosto vanno tutti in zona C. Ube tenta di passare al C54, ma dopo 15 m di strettoie si arresta poco prima del P20. Quando esce, sfinito, cerca di eliminare Meo che gli aveva consigliato un simile posto. Greg e Poppi scavano ancora al 81 ma senza riuscire a passare. Gli stessi rilevano un pozzo sceso precedentemente da Fof e chiuso a -35 circa.
Il 2 agosto Giorgetto, Thierry, Sebastien, Meo e Poppi con relative famiglie vanno in battuta sui versanti Sud. Durante il tragitto Sebastien scende in F20, chiuso al fondo da neve. In zona D vengono discesi e rilevati il D24, D16 ed altri pozzi. In zona A si riesplorano l'A4 (con aria) ed altre grotticelle limitrofe. Si disostruisce l'ingresso di A69, ma una frana a -15 preclude il passaggio. Ube, Greg, Daniele ed Elio scen-
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dono invece le pareti Nord, ma scoprono solo un accenno di condotta chiusa da pietre. Gianni e Marcella vanno in serata a O-Freddo per rilevare il ramo del Canaro.
Giovedì 3, Giorgio, Meo e i due francesi vanno ancora in zona A. Si ritorna ad A69 e A20, ma senza riuscire a passare. Si fanno scavi in A21 e altri buchetti. Gli stessi si trasferiscono poi nella dolina del Piccolo Pas, dove iniziano i lavori di disostruzione (aria forte). Ube, Poppi, Elio e Daniele sul versante Nord scavano in C30 e C31 , con aria instabile. Stefano è invitato dai genovesi all'abisso di Ferragosto (E103): scendono al fondo per tentare la prosecuzione, ma la strettoia finale sembra insuperabile se non con una disostruzione molto violenta.
Venerdì 4 vanno tutti a scavare nel C3 (dolina del Piccolo Pas): i lavori procedono bene.
Il giorno successivo, pellegrinaggio in massa al C3, dove la strettoia finale viene eliminata e trasformata in foffovia (dal nome di un accanito disostruttore), ma dopo pochi metri una frana chiude la via. Si apre un nuovo cantiere.
Domenica 6, in mattinata una colonna imperiese transita in prossimità del campo senza degnarci di uno sguardo, diretta all'abisso Libero: non volevamo farvi soffrire troppo, commenteranno in un secondo tempo. Beppe, Marco e Maurilio sono di turno agli scavi in C3, mentre Gianni e Marcella scoprono ed esplorano una condottina localizzata sotto la strada dopo la Colla dei Signori.
Lunedì 7, Greg, Lorenzo, Poppi ed Enrico vanno a vedere come è fatto l'abisso Libero. Sull'ultimo pozzo Enrico trova una prosecuzione tra massi di frana ma sbucato su una galleria decide di non andare oltre. Anche per oggi... non si pirata. Fop, Stefano, Meo, Beppe, Paola, Maria e Ube impegnati a scavare in doline e nel C3 dove si esplora una condotta laterale di circa 30m. Marco e Maurilio ritentano il passaggio finale al pozzo del Pettine, ma senza fortuna.
Martedì 8, la solita sfacchinata verso i settori alti; Beppe, Meo, Greg, Lorenzo, Ube, Poppi, Marco, Maurilio, Stefano si alternano agli scavi in C3 e in una condotta con aria localizzata vicino ad O12, sul versante Nord.
La tendopoli della Colla dei Signori (foto B. Vigna).
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Mercoledì 9 in mattinata svacco generale, nel pomeriggio Marco, Luca ed altri vanno in battuta sotto la strada del Ferà; Meo, Riccardo, Maurilio e Tronico nel settore di Pian della Scovola. Meo scopre un buco con forte aria, che viene esplorato dai quattro con un solo casco per una trentina di metri fino ad un pozzetto. In serata entrano Tronico, Riccardo, Spassulin, Luca, Meo, Paolo e Maurilio che scendono fino a -150, in una punta da delirio.
Giovedì 10 Ube e Paoletta ritentano al C54, ma il meandro li rigurgita. Greg scende nel buco dei Savonesi, lì vicino, chiuso da neve; lo stesso e Beppe riesplorano un pozzetto scoperto da Arlo, sempre nella stessa zona, chiuso da frana. Stefano e Lorenzo continuano lo scavo nella condotta vicino ad O12. Al buco della Scovola, Gianni, Marcella e Alberto scendono due nuovi pozzi fermandosi su un successivo salto con imbocco da allargare.
Venerdì 11 vanno in punta alla Scovola: verso il fondo Ube, Riccardo e Fof; nel "ramo a monte" Marco e Luca; al rilievo Meo, Beppe e Paola; in gironzola sul collettore Paolo e Maurilio. Il ramo principale viene esplorato fino ad un sifone a -230; risalendo Riccardo e Ube scoprono una via fossile che esplorano seguiti da Seppe e Meo, fino ad un P20. In nottata entra una seconda squadra formata da Stefano, Greg, Lorenzo, Tronico e Paoletta, che continuano l'esplorazione ed il rilievo fermandosi a -270 su un P20.
In prima mattinata e nel pomeriggio di sabato 12 escono le squadre dalla Scovola. In serata festa con mezza pecora allo spiedo cotta magistralmente da Fof. Finiscono le riserve liquide...
Domenica 13 agosto vanno in punta alla Scovola Marantonio, Daniela, Giorgio, Mariarosa, Riccardo, Lauretta, Jean Paul: un sifone di fango li ferma a -300. Meo, Thierry, Fox e 5 inglesi entrano nella stessa grotta per un giro turistico. Gianni, Marcella e Spassulin vanno in battuta sul versante francese della Colla e trovano alcuni pozzi da aprire.
Lunedì, Ube e Agostino scavano nella condotta della Cima Pareto, superano la frana ma dopo una decina di metri si fermano su una nuova strettoia. Al C3 Paolo U. e Cagnotto scavano nella frana. Ad A 11 Lorenzo, Greg, Marco, Piccino, Jacopo, Jean Paul e inglesi scendono il pozzo a monte del Pozzo Valentina ma ricadono sul medesimo fondo.
Ferragosto: Ube, Paola, Papà, Agostino, Jacopo, Stefano e Marantonio continuano con lavoro forzato le disostruzioni sia alla condotta e sia al C3. All'abisso della Scovola Paolo U., Gianni, Marcella e Spassulin esplorano una breve condotta sopra l'attivo. Mercoledì 16, megapartita a pallone con numerose vittime. Si disostruisce energicamente il pozzo-frigo di Marantonio, ma dopo pochi metri una seconda strettoia impedisce la prosecuzione.
Giovedì 17 vanno in punta ad A11 Stefano, Paolo U., Agostino, Paoletta e Papà; scendono il pozzo con traverso ed un P90 che si ricollega con il salone del Treponema; rilevano il tutto. Nel D25 Fof e Lorenzo si arrestano ancora per troppa neve. Ad O-Freddo Marco e Vincent esplorano la zona tettonica dopo il P50.
Venerdì 18 e sabato 19 sono giorni di smobilitazione generale. Piccino, Lorenzo, Greg e Cagnotto scavano vicino a F33 un buco con aria molto forte, ma non si passa.
Domenica 19 vanno in PB alle Porte di Ferro Marco, Agostino, Riccardo, Daniela e il belga Vincent; esplorano e rilevano la condotta nelle parti terminali della galleria "Che schifo", disostruita ad inizio estate. Il ramo chiude dopo 50 m. Rimane da rivedere ancora un meandro.
I partecipanti
Hanno partecipato al campo, in ordine di arrivo: Meo Vigna, Margherita Pastorini, Brunella Vigna, Gregorio Balestra (Greg), Gabriele Demichelis, Gianni Nobili, Marcella Muti, Daniele Grossato, Donatella Bregolato, Ube Lovera, Vincenzo Martiello (Spassulin), Attilio Eusebio (Poppi), Loredana Valente, Daniele Eusebio, Giorgetto Baldracco, Marco Naretto, Elio Pesci, Stefano Sconfienza, Franco Cuccu (Fof), Maria Dematteis, Vittorio Baldracco, Laura Ochner, Claudio Oddoni (Cagnotto), Beppe Giovine, Susy Maffei, Giorgia Giovine, Maurilio Pavese, Lorenzo Bozzolan, Paola Torta, Paolo Giaccone, Riccardo Pavia, Luca Borghesio, Walter Segir (Papà), Sandra Segir, Andrea e Luca Segir, tutti del GSP. Enrico Chiomento, Fox Fozzato e Daniele del CAI Verona; Sebastien Fighiera e Thierry Fighiera del CMS; Alberto Busio del GGM; Sergio Montonico e Bea Riva dell'AS Comasca; Maria Rosa Cerina e Giorgio del GG Novara; Marco Marantonio, Daniela Frati, Paoletta Lucchesi del GSA Versiliese; Agostino Cirillo del GS Pordenone; Paolo Velo e Jacopo del GS Sacile.
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L'abisso della Scovola |
B. Vigna |
L'abisso è localizzato sul fianco destro di una grossa depressione strutturale denominata Pian della Scovola o Pian Scevolai, in territorio francese, ad un centinaio di metri di dislivello sotto la Colla dei Signori, sul massiccio del Marguareis.
La cavità, che attualmente drena le acque di questo settore, è costituita da una prima parte semi-attiva, con andamento prevalentemente verticale, fino ad una profondità di circa 150 m; da un secondo tratto attivo con un piccolo collettore che a -230 termina su una fessura sifonante; infine da una terza parte, fossile, formata da una serie di strette gallerie e da tratti con approfondimenti, che rappresentano i relitti dell'antica rete sommersa ormai totalmente disattivata. La profondità totale è di 300 m, mentre la lunghezza raggiunge i 1.000 metri.
La descrizione della cavità e il rilievo saranno pubblicati sul prossimo "Grotte", mentre su questo numero viene presentato il resoconto delle diverse punte.
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La scoperta |
B. Vigna |
Dopo una decina di giorni di campo, passati a salire e scendere dalla Colla dei Signori alle zone alte del Marguareis, lavorando come forzati a disostruire anche la più piccola fessura soffiante, senza alcun risultato appagante, sembrava naturale ad un piccolo gruppo di persone dedicare un pomeriggio a battute più rilassanti in un settore quasi sconosciuto al GSP, sul versante francese ma, cosa più importante, a solo una ventina di minuti dal campo.
Così Riccardo, Tronico, Maurilio e Meo si incamminano verso questa zona che risulta subito poco battuta. Infatti Meo sopra una paretina rocciosa trova addirittura due buchi vicini, soffianti, parzialmente chiusi da piccoli massi. Dopo pochi minuti sono tutti e quattro dentro uno stretto meandro, con un solo casco, in maglietta e pantaloncini corti. Che cosa sia capitato, nei minuti a seguire, conoscendo il sottoscritto, è facile da intuire: urla, esclamazioni, un orgasmo di fronte a una condotta sotto pressione con forte aria, e... temporaneo arresto cardiaco sul primo pozzetto. I quattro escono accompagnando Meo che, tremante, è ormai sull'orlo di un collasso.
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La prima punta |
B. Vigna |
La notizia della scoperta del nuovo buco e la conseguente decisione di effettuare subito una discesa, lascia nello scompiglio una parte del campo. Quasi tutti hanno infatti le attrezzature personali nelle zone alte operative, ma soltanto Maurilio e Paolo hanno la voglia, alle 8 di sera, di salire fin lassù per recuperarsele. Gli altri iniziano invece a grufolare nelle tende altrui, a fare strani baratti, a costruire rudimentali imbraghi per attrezzarsi alla punta.
Alle 10 di sera sono goffamente vestiti di fronte all'ingresso: Riccardo, Tronico, Spassula, Luca, Paolo, Maurilio, Marco e Meo. Sui primi pozzi alcuni sono costretti a rinunciare alla discesa: il loro abbigliamento va appena bene per una grotta orizzontale di clima caldo. Gli altri scendono ululanti, in gruppo e, ad eccezione dei pozzi, avanzano serrati, come un grosso millepiedi. Ogni tot metri si effettua un cambio per chi deve guidare l'esplorazione. Sui vari salti l'organizzazione è perfetta: chi pianta lo spit avanzato, chi quello arretrato, chi assicura e così via fino alla discesa del fortunato di turno che si cala accompagnato da un coro di "prosegue?", "come è?", ecc.
In questo modo si scende fino a -150 dove, su un pozzo di circa 20 m, finiscono per fortuna le corde. L'esaltazione di Meo ha infatti preso un po' tutti, le emozioni sono state violente ed hanno inciso profondamente sulla psiche dei più. Un barlume di ragione li accompagna sino fuori.
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La seconda punta |
R. Pavia |
L'abisso è un piccolo gioiello marguareisiano. Nessun pozzo profondo e neanche strettoie tremende, ma un bel meandro attivo, spezzato da una serie di pozzi sui venti e trenta metri, che scende fino a -200.
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Così l'avevamo lasciato, fermandoci su un pozzo sui 30 metri chiamato Stricnina. Una squadra successiva, composta da Gianni Nobili, A. Buzio e Marcella scende Stricnina ed un altro pozzetto e si ferma su una fessura oltre la quale la pietra passa ma l'uomo no. Il pozzo è sui venti, dice Gianni, quindi partiamo decisi con martello e scalpello.
Entro con Fof e Ube. Un traverso su un bel laghetto ci porta alla strettoia. Ube tenta di passare in alto nella spaccatura, ma con scarsi risultati. Iniziamo con duro lavoro di demolizione e la fessura diventa una foffovia, poiché usiamo come termine di misura la circonferenza di Fof. Intanto arrivano Meo, Giovine e Torta che rilevano. Scende Ube, poi io. Il fondo si infogna in un laminatoio sifonante con acqua e fango. A metà pozzo c'è una condotta, probabilmente un arrivo, ma la scarsa corrente d'aria ci spinge a cercare la prosecuzione altrove. Mi metto a pendolare su Stricnina, due metri sotto il frazionamento. Sarà facile, penso. Invece una volta atterrato sul terrazzi no che ho di fronte, mi tocca arrampicare su una diaclasi con pareti fangose, ingombra di massi instabili. E quando finalmente sto per uscire, l'ultimo macigno cade rotolandomi sui piedi. È una fortuna che si pianta subito nel fango perché Ube è ancora sotto il pozzo.
Dopo un'altra arrampicata, più sicura questa volta, giungo sotto un camino che stringe inesorabilmente 15 m sopra la mia testa. Mi infilo in un condottino fangoso ma dopo una quarantina di metri chiude. Sfiduciato raggiungo gli altri che mi aspettano alla sommità di Stricnina. Qui c'è un sacco d'aria, diversamente dalla parte opposta non si avverte. È probabile che scelga una via alta, però cercare di seguirla arrampicando non è semplice. Torniamo indietro riguardando il meandro molto bene. E in prossimità di un saltino franoso, intravediamo una finestra tra blocchi. Tocca a Ube ora, un pietrone per uno non fa male a nessuno. E poi: "Ci siamo! Continua! È la vita alta!". Prima percorriamo un meandro franoso e dopo entriamo in una condotta freatica abbellita da colate e concrezioni varicolori.
Torniamo a ripescare Meo e Giovine che sono già sulla via del ritorno. Meo scatta foto, un po' alla condotta e un po' alle nostre facce esaltate.
La grotta continua. Scendiamo un altro pozzo sui venti e ci fermiamo su due rami; da una parte su un salto di 5-6 m e dall'altra su un altro da 20 o 25. Vado ancora sul bordo del pozzo per cercare di sbirciare il fondo. Questa volta non lo scenderemo, sono finite le corde.
Abisso della Scovala: nel ramo attivo (foto B. Vigna).
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La terza punta |
Lorenzo Bozzolan |
Eccomi qua, davanti all'ingresso della Scovola con Stefano, Gregorio, Tronico e Paoletta, pronti per continuare l'esplorazione dell'abisso.
Entriamo e ci inoltriamo nel meandro iniziale che appare molto bello e con aria; sapevamo che avremmo incontrato la squadra precedente ma non ci aspettavamo di trovare, verso la fine del meandro, il Naretto, che stava alle prese con un'improbabile disostruzione: davanti a noi la strettoia era resa ancora più stretta da uno strettoista per la verità non troppo stretto. Con la supervisione di Stefano montiamo un paranco e liberiamo l'incastrato. A "soccorso" ultimato si riparte e verso la confluenza troviamo gli altri che risalivano. Dopo i vari saluti e convenevoli si riparte e giungiamo in zona da esplorare. La grotta diventa complessa, con molti cunicoli per lo più infangati; proprio strisciando in un cunicolo ha appreso dal Tronico la tecnica di avanzamento con rilevamento preventivo dei pozzi. Essa consiste nell'emettere suoni come ho! Ho!, Oppure bhu! Bhu! E in base all'eco si può stabilire se avanzare o rallentare perché in presenza di un ambiente più grande. Giunti di fronte all'ennesimo pozzo Stefano arma poi si gira verso di me dicendo: "Z, questo sarà il tuo primo pozzo da primo". Come da primo?! Ma quanto è profondo? E la corda basta?!
E così eccomi appeso in tiro sul discensore. Lo spit di partenza dritto davanti al naso, Stefano che si domanda se ha fatto il nodo in fondo alla corda, e sotto di me l'ignoto. E allora sblocco il discensore e scendo ritrovandomi solo con lei, la Grotta, che ora mi appare diversa, come se fosse parte di me e trovano risposta tutti i perché; perché sono lì a sudare e faticare, perché tanto tempo ed energia consumata in questi spazi freddi e bui e perché mi sento di ringraziare la montagna che permette a me, piccolo uomo luminoso, di percepire il "suo essere" centro dell'universo.
Lavori di disostruzione nella dolina del Piccolo Pas (foto B. Vigna).
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Il meandro della solitudine |
Stefano Sconfienza |
Due cose ricordo in particolare di questa punta: l'insolita compagnia e il Meandro Fetido.
La compagnia. Devo ancora capire se eravamo in due o in tre; direi in tre (Arlo, Simonetta e chi scrive), ma di tanto in tanto era come se fossimo in due: io e "loro". Ah, l'amour! A noi vecchietti fa sempre tenerezza vedere dei giovani così "affiatati". Però, ragazzi miei, non potete lamentarvi delle strettoie, se cercate di passarle abbracciati!!
Il meandro fetido. L'intenzione era quella di rivedere la grotta alla luce del rilievo finalmente partorito dai topografi.
Nel primo tratto lasciamo irrisolto solo un aereo traverso sul P.17, il secondo pozzo sulla diramazione per il fondo di -300.
Constatiamo poi come una precedente squadra di arrampicatori abbia scambiato la risalita da fare sul fondo con un innocuo e ignaro meandrino ascendente a -200, tappezzandolo di fix. Pertanto ci dirigiamo verso il fondo per vedere la risalita che ancora aspetta visitatori sopra al sifone di fango terminale.
Ma una trappola ci attende sul cammino. Alla base del penultimo pozzo parte un meandro alto e fangoso; durante l'esplorazione di queste regioni, ci si era infilato Tronico, ma ne aveva sconsigliato la prosecuzione.
L'eterna curiosità e la corrente d'aria - stavolta molto forte - mi fagocitano là dentro. "Vado a vedere dove chiude", dico incautamente agli altri. Dopo alcuni metri, il fango vergine mi fa capire di avere già superato il precedente limite; in continuo bilico tra il desiderio di andare avanti e la preoccupazione per la mia sempre più precaria situazione, mi lascio scivolare lungo pareti viscide, mi fondo col fango in insidiose strettoie sospese, aprendomi la via a sassate tra le concrezioni.
Forse la natura è uno stato mentale, ho letto da qualche parte. E forse una grotta continua finche la nostra determinazione non vacilla. Alla fine, difatti, molto, molto al di là del buon senso, mi arrendo davanti a una ennesima fessura in concrezioni.
Riemergo dal meandro coperto di fango all'inverosimile, dopo un tempo che a me e agli altri (due?) è parso eterno.
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Il disarmo |
A. Eusebio |
Le informazioni egli obiettivi erano chiari; nella punta precedente Stefano si era fermato su una strettoia in un lurido meandro fangoso, ora si cercava di passarla e in uscita era previsto di riportare a casa le preziose corde contenute nella grotta.
Ci infiliamo in cinque (Carlo, Meo, Marco, Daniele echi scrive) con attrezzature, corde, sacchi, e musette da rilievo in una struttura orribile, freddissima, che dopo un centinaio di metri è occlusa da una colata di concrezioni quasi completamente.
Ne usciamo scornati e nella saletta iniziale ci rendiamo conto di aver perso là dentro un sacco, così Meo e Daniele rientrano a cercarlo, Carlo ed il sottoscritto vanno a disarmare l'altro ramo, mentre Naretto attende fiducioso.
Dopo un'ora ci ritroviamo, i due del meandro lo hanno ripercorso quasi tutto ma del sacco nessuna nuova, così Carlo e Marco si tappano il naso, si ributtano nella melma e ne fanno uscire dopo un po' una palla di fango assimilabile per il contenuto ad un sacco.
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Sacco preziosissimo del resto, che in coppia con un altro, ci consentirà di trascinare fuori qualche centinaio di metri di corda in un contenitore decente.
Le altre corde le trasciniamo agrumi su per qualche pozzo, poi ci stufiamo, è anche diventato tardi, le molliamo più o meno a metà strada e la domenica seguente qualche anima buona le porterà fuori.
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A Piaggia Bella nelle gallerie Mistral |
A. Eusebio |
Un grosso punto interrogativo all'interno di PB sono le Mistral; gallerie subparallele ai Reseaux che dalla Tirolese risalgono verso monte e fino a poco tempo fa si fermavano sullo sconosciuto. Le abbiamo trovate nel 1984, poi si è fatta una punta nell'85 (Carlo, Segir, Sconfienza, Chiabodo e chi scrive) fermandosi su un pozzo e poi più nulla.
Questa volta i compagni son diversi, al sottoscritto e a Sgunfia si uniscono infatti Daniele e l'onnipresente Ube e l'intento è di darci una botta; sebbene siamo in pieno disgelo i passaggi sono ragionevoli, la parte più divertente arriva però nelle Mistral che da fossili sono divenute mediamente attive.
Forti stillicidi ci fanno sembrare ben presto degli umidi pesciolini. Sul pozzo da scendere cade, dall'alto, una cascata che ne occupa metà: su un terrazzo a -15 m, si schianta con un frastuono assordante. Certo non si può non scendervi e, con grottesco senso del ridicolo, fradici, mettendo spit in punti assurdi atterriamo dopo trenta metri su un grosso corso d'acqua.
Al frastuono si interpone ora la calma di un torrente che scorre tranquillo in un meandro, bello e grande. Unico peccato che è già conosciuto, si tratta infatti di RB, ci vaghiamo dentro trovando qualcosa di nuovo finché un grosso meandro ci riporta sul conosciuto e di qui sul vecchio fondo: un grande salone in frana, dove, almeno pare ai nostri umili occhi, non tutto è stato fatto e dove c'è qualcosa che non quadra. E per stavolta usciamo.

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W le Donne: il quarto -1000 italiano |
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Inquadramento generale |
G. Carrieri e R. Pavia |
La grotta si apre nel Massiccio della Grigna Settentrionale a 2.170 m s.l.m. al limite dell'ampio anfiteatro denominato Circo di Moncodeno, che ha come limiti a SE la cima del Grignone (2410m) ed il Pizzo della Pieve (2256 m), a SW la Cresta di Piancaformia, a NE la Cresta del Pizzo della Pieve ed il monte Palone (2.087 m) e a NW l'Alpe di Moncodeno che scende a gradoni verso la valle dei Molini.
La principale via di accesso parte dal passo del Cainallo (1.300 m circa) esegue il sentiero che porta prima al rifugio Bogani (1.750 m) poi al rifugio Brioschi situato a pochi metri dalla vetta del Grignone.
L'ingresso si trova sulla Cresta di Piancaformia circa mezz'ora prima di giungere al rifugio Brioschi.
La grotta si sviluppa entro i calcari Triassici della Formazione di Esino (Ladinico) rappresentante la principale Unità Litostratigrafica dell'area: si tratta di calcari e dolomie generalmente stratificati in grossi banchi ricchi di fossili (gasteropodi, lamellibranchi ed ammoniti).
L'assetto generale della zona è caratterizzato da tre blocchi principali: Grignone, Grignetta e monte Coltignone sovrascorsi l'uno sull'altro presumibilmente durante il Cretaceo.
Dal punto di vista morfologico tutto il Circo di Moncodeno presenta notevoli fenomeni carsici, favoriti dall'intensa fratturazione, che, nella parte alta, assumono le tipiche forme di carso denudato (doline, pozzi, campi solcati, ecc.).
Attualmente non si hanno a disposizione dati attendibili sull'idrogeologia della zona. Le più probabili risorgenti del massiccio sono situate sia sul versante del lago di Como ad W (Fonte Uga ed il suo esutore di eccedenza: la grotta di Fiumelatte, a 220 me a 325 m s.l.m.), sia sul versante della Valsassina ad E (sorgenti di Prato S. Pietro, circa a 650 m s.l.m., sorgenti dell'Acquabona, del Grenzone e sorgenti del Pioverna).
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Storia dell'esplorazione |
S. Mantonico |
L'abisso è stato scoperto ed esplorato fino a -70 m nel 1983 dal GGM (Gruppo Grotte Milano).
Nel 1986 i milanesi forzano la strettoia del fondo incontrandone una seconda dopo appena 5 m. Qualcuno di loro non desiste e trova uno strettissimo meandro che conduce su un pozzo.
Il 1987 è l'anno buono. Sempre i milanesi, questa volta accompagnati dai comaschi, percorrono il meandro, scendono il pozzo e sbucano in una sa letta sul bordo di un nuovo salto valutato oltre 100 m di profondità.
I due gruppi lombardi nello stesso anno continuano le esplorazioni fino a quota -370, scendendo le grandi verticali che caratterizzano la prima parte dell'abisso (P30, P80, P100, P16, P85) e giungendo, attraverso il P85, nella grande sala (60 x 40 m) denominata Utopia. Da qui si dipartono tre vie: subito viene scesa la più evidente (Adrena-Line) che attraverso meandri e saltini porta ad una saletta finale con blocchi di frana a quota -446 m.
Le esplorazioni riprendono nella primavera del 1988 lungo la seconda delle tre vie che partono da Utopia: il Meandro di Unga Balunga. Con una serie di rapide punte viene raggiunta una sala ingombra di blocchi a -490 m da cui parte un pozzo profondo oltre 100 m.
La punta successiva vede gli speleo comaschi impegnati nella discesa del pozzo (P110) e di un successivo saltino (P10) che porta ad una strettoia superata dopo 8 ore di disostruzione. Viene così superato il record lombardo di profondità (-631 m) arrestandosi sull'ennesimo restringimento posto sul fondo di un torrentello. Successivamente speleologi bergamaschi e milanesi oltrepassano la strettoia fermandosi su un nuovo grande pozzo.
Nello stesso anno inizia l'esplorazione della terza via (Meandro del Vento) costituita da un meandro fossile che sale per un dislivello di 20 m sino ad intersecare un pozzo discendente che alla sua base biforca: da una parte su un altro salto e dall'altra su un grosso scivolo.
Da questo punto in poi è storia attuale.
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18-19 febbraio: il prologo |
G. Badino |
Da parecchio si sentiva parlare di Grigna, e del suo pazzesco carsismo esterno, dei suoi tappi di ghiaccio, degli spossanti lavori che da anni gli speleo locali portavano avanti. Da un tempo poco minore si sentiva parlare di W le Donne, dei suoi pozzi, delle sue promesse. L'anno scorso, a Phantaspeleo incontro il Buzio egli chiedo se si può partecipare a qualche discesa: detto e fatto, passa poco tempo e Sergio Mantonico, che ancora non conoscevo, mi telefona offrendomi un posto in una delle prossime discese.
L'occasione capita il 18 febbraio quando con lui ed Umberto Micolich di Trieste faccio per la prima volta il sentiero verso il Bogani; esterrefatto per la bellezza di un posto che, pur vicinissimo a Torino, ne era lontanissimo per tradizione e pigrizia.
La grotta è bellissima, i pozzi grandi, lunghi ed aerei, sicuramente armati; pure la compagnia è ottima, quieta. Arriviamo all'enorme Utopia, mentre Sergio mi narra le storie di queste esplorazioni: soprattutto, e mi preme molto, voglio capire la situazione "politica" delle esplorazioni là sotto.
Dal salone, a -370, un insensato meandrino in salita che i crolli hanno risparmiato per caso (quanti ce ne saranno seppelliti dalle frane?) risale, intercetta un pozzo e ci permette di arrivare su livelli di gallerie più profonde. Ci fermiamo in un posto a caso.
Ho la fortissima impressione che sia una delle innumerevoli vie del monte, né principale né secondaria: siamo tanto alti sopra le sorgenti che parlare di collettori è pazzamente presto.
Ne esco esaltato ripromettendomi di tornare assiduamente in questo sistema di grotte intersecantisi che penso darà da esplorare per anni: e dopo sei mesi che lo sto facendo in modo abbastanza regolare credo ce ne sia, piuttosto, per decenni.
È un nuovo Corchia, un nuovo Col delle Erbe, un nuovo Marguareis Sud: e come quei giganti difficilmente potrà essere descritto dai suoi mille (e molto più) metri di profondità.
Occorrerà intessere storie, molte storie: per ora siamo solo all'inizio.
La zona della vetta del Grignone (foto R. Pavia).
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3-4 giugno: si apre il sipario |
R. Pavia |
È la prima volta che vedo la Grigna. Non conosco nulla di questo massiccio e per me andare a W le Donne è un giro esplorativo sotto tutti gli aspetti, sia quello esterno che quello interno.
È un'avventura che mi coinvolgerà non poco, al punto di mettere il tanto "amato" Marguareis in una posizione di secondo piano.
Siamo in tre, Sergio Mantonico (Tronico), Giampiero Carrieri ed io. Il tempo è orrendo. Aspettiamo al parcheggio del Cainallo in macchina, sperando che smetta di piovere. Poi approfittiamo di un attimo di calma, per muoverci. Percorriamo la via della cresta di Piancaforma. Ad un tratto mi appare sotto gli occhi il circo di Moncodeno, ancora innevato. c'è bufera, grandina e tuona. In lontananza, sopra la Valsassina, vediamo anche una "simpatica" tromba d'aria. Dato che le condizioni meteorologiche sono severamente proibitive è un invito ad entrare in grotta, anche se l'ingresso semioccultato dalla neve non è molto invitante. Ci cambiamo sotto il primo pozzo. Scendendo, mi rendo subito conto che razza di gigante di pietra si estende sotto la montagna. Quando le tenebre di Utopia mi si spalancano sotto i piedi, la coscienza mi bisbiglia malignamente che è l'inizio di una grande storia.
Andiamo ad esplorare nel ramo del meandro del vento, fermo alla base di un P6 a -410. Non troviamo subito la prosecuzione. Poi Tronico insiste in un meandro stretto che un momento prima avevamo tenuto in scarsa considerazione. Passa e si ferma sul bordo di un pozzo. Mi cede l'onore di armarlo. Mentre adempio ai miei doveri, butto giù una pietra per sondarlo. Se tanto mi dà tanto è un 40, dico agli altri. Il pozzo verrà chiamato della Baboia, per rispettare chissà quale tradizione piemontese. La grotta continua con due pozzi da 17 e 16 metri. Facciamo un resoconto sulla profondità raggiunta. Tronico: "se tanto di dà tanto siamo a -520". Ma quel "tanto" le prossime punte ci darà di più.
Nel frattempo fuori è appena nevicato. Quel manto di neve fresca, data la stagione, alimenterà in noi il terrore di finire sotto una slavina, oltre che allungarci di un bel po' la strada del ritorno.
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17-18 giugno: iniziano le danze |
S. Mantonico |
Ramo secondario, poca aria, per fortuna anche poca acqua, ma non certo poca voglia.
I nomi: chi scrive, Ube Lovera, Daniele Bassani in arte Conan, Giampiero Carrieri e Gregorio Balestra detto Greg, appena sfornato dal corso di speleologia torinese.
Nella prima parte tutto fila liscio, unica nota le due pupille sbarrate di Greg, un po' per la soddisfazione di essere in questo posto e un po' per il terrore che lo stesso provoca.
Il fido martellatore a batteria ci accompagna nella discesa e trasforma ogni nuovo pozzo da scendere in una banale "normale pratica da sbrigare senza nemmeno troppo impegno o fatica", forse da questo punto di vista sarebbe stato meglio non averlo. Comunque, superato un breve condottino tra cristalli di calcite, iniziamo la discesa nell'inesplorato: P23, P13, P8, e P16 in rapida sequenza; le corde sembrano tagliate a misura dei pozzi tant'è che Greg, dopo un po' di pozzi, chiede se stiamo esplorando o se stiamo ripetendo cose già viste.
Dopo il P16 ci imbattiamo in un pozzo tutt'altro che abituale: la pietra cade fischiando in un perfetto vuoto di un centinaio di metri: tre fix piantati quasi a soffitto fungono da ancoraggio. Si srotola una splendida Ederlid da 8 mm che dovrebbe essere lunga 100 metri e, forse, bastare per tutto il pozzo.
Greg, vedendola e tastandone la consistenza comincia a perdere colorito: scende Conan, dopo qualche minuto ci urla che la corda non arriva al fondo e deve giuntarne una seconda in vuoto, a questo punto Greg è proprio pallido e ci dice: "Ragazzi io non scendo, è meglio che vi aspetti quassù".
Ma i suoi timori non hanno seguito perché dal fondo Conan ci dà una triste notizia: "è toppo". La risalita di quello che risulterà essere un P94 è piuttosto rapida (le corde da 8 mm, si sa, non fanno molto attrito sui bloccanti); giunto circa a metà pozzo Conan si guarda intorno e grida che c'è una finestra da raggiungere con un pendolo.
O.K. La storia è soltanto rimandata. Usciamo.
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Abisso W le Donne - 1936 Lo Co (rilievo)
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Il suono dell'orchestra riempie il teatro |
G. Carrieri |
Questa volta (24-25 giugno) il gruppo è decisamente numeroso: chi scrive, Stefano Sconfienza, Isabella Mazza detta Beba, partiti da Torino con altri sabato prima dell'alba e giunti al parcheggio del Cainallo dopo le tre del pomeriggio superando mille peripezie che ci hanno visti all'opera nel censimento di tutti i distributori Tamoil di Lecco..., Conan ed il "neomaturo" Marco Zambelli di Milano, ormai disperanti del nostro arrivo ed infine un folto gruppo che, chi per un motivo chi per l'altro, sono stati costretti ad uscire prima di raggiungere le zone esplorative della grotta o addirittura, come in un caso, a non entrare (leggi dimenticanze di attrezzi speleologici decisamente di secondaria importanza quali: maniglia Jumar, Croll, Discensore o simili): stenderò un velo pietoso sul nome di quest'ultimo che, peraltro, è più che ben noto nell'ambiente...
Tant'è che alla sommità del P94 sceso la volta scorsa il gruppo è quello sopra descritto. Il protagonista del primo giochino è ancora Conan che si esibisce nel classicissimo "lancio della corda" nel tentativo di raggiungere l'enorme finestra posizionata circa a metà pozzo.
Dopo un numero spropositato di tentativi finalmente la manovra riesce. Poco dopo ci ritroviamo tutti sul diaframma di roccia che costituisce la finestra: occhieggia il solito pozzo parallelo (una costante in questa grotta) che rapidamente scendiamo (P25). Sorpresina: è toppo. Fine della storia? No di sicuro, Stefano si infila in un piccolo budello a 5 m da terra e mi chiama: un luogo orrendo, fango e frana (sembra il titolo di un film di successo) comunque a martellate e calcioni allarghiamo il buco che dal budello si affaccia su un bel P39 che vede (sic!) le prime corde da 8 mm insediarsi stabilmente in W le Donne.
Immediatamente dopo segue un P14 che porta in ambienti più piccoli: qui inizia un meandro non grande ma nemmeno troppo atroce. Armiamo un paio di saltini e ci fermiamo in una saletta ingombra di blocchi circa a quota -750.
La via prosegue e qualcuno comincia ad ironizzare sul fatto che questo ramo non è esattamente "secondario".
W le Donne: l'ingresso (foto G. Badino).
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Pausa tra il primo e il secondo atto |
U. Lovera |
(Questo è un articolo del genere "siamo stati lì, abbiamo visto questo, fatto quest'altro, che bravi siamo stati", e si differenzia dall'altra categoria che dice "la grotta si apre nei calcari tali ed è caratterizzata da fenomeni belinoclastici". Ora, gli articoli di speleologia sono così e se non vi piace andatevi a leggere Panorama. Quindi vi beccate la solita tirata sul fatto che siamo bravissimi ecc., anche perché è vero).
Punta del 22-23 luglio sull'"altro ramo", quello che è sempre stato considerato il "ramo principale". Ciò ci permette altresì lo snobbismo di chiamare "ramo secondario" un parte di grotta che attualmente ha un paio di fondi verso i -1.000 (continua), 2 collettori, e un mezzo chilometro di grosse gallerie freatiche a -900.
Comunque la discesa vede impegnati, oltre al sottoscritto, l'immancabile Carrieri, il latin lover Pavia e i soliti Conan e Tronico. Breve la cronaca: un pozzo aveva a suo tempo fermato l'avanzata di Conan, e un pozzo ci troviamo di fronte; un P112 scendi bile fino a quando il percorso del piscio che corre a fianco non intercetta quello della corda. Ovvio quindi traversare per trovarsi dalla parte opposta sotto il getto di un altro arrivo, sfiga. Non resta che scegliere una via di mezzo e scendere quello che manca al fondo (una settantina di metri). Alla base un amplissimo terrazzo e un P20 che porta l'intera verticale dalle parti dei 120 metri. L'atterraggio, a -800, è su una grossa sala in frana e qui abbiamo trascorso un po' del nostro prezioso tempo a cercare di filtrare inutilmente tra i massi, nonostante la forte corrente d'aria che invece filtra benissimo.
E il lieto fine - vi chiederete - la prosecuzione dov'è? È più in alto, poco sotto la partenza del pozzone, dove un lungo, lungo traverso permetterà di raggiungere il solito, tradizionale, grosso pozzo parallelo.
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La punta a -815 |
S. Mantonico |
Dopo un anno, voci risuonano al fondo di Ungabalunga; sei esaltati vogliono andare molto giù, il fondo deve (!) essere per forza più fondo di quello che essi osano sperare. Nulla manca ai sei esploratori: tanto materiale e soprattutto tanta voglia di andare giù, sempre più giù. A nulla serve la gigantesca frana di Roc 'Azzon, il bagnato e profondo pozzo a -500; continuano fino alla strettoia allagata dove Brampiero cerca di asciugare il torrente incastrandosi in mezzo alla cascatella. Neanche Titano, grandioso e buio pozzo ci ferma, lui più di tutti i pozzi di W le Donne impressiona: le pareti sono troppo distanti per essere viste e i torrenti che inghiotte fanno sperare in grandi meandri. Invece la sua mole provoca un'indigestione di frana alla sua base. Sei pazzi pieni di speranze possono solo girare a vuoto nella sala finale, bestemmiare a Dio e alla loro sfiga, fare il disegnino, recuperare gli spaghi chiamati corde e andare a giocare da un'altra parte.
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Gli attori tornano sul palcoscenico |
P. Giaccone |
È il 25-26 agosto e Conan ha un'irrefrenabile voglia di continuare le esplorazioni, ma è momentaneamente assente proprio l'amico con il quale ha portato avanti l'impresa...; impazzisce all'idea di dover attendere il ritorno di Giampiero per fare il "meno mille", e allora per alleviargli le sofferenze decidiamo di fare un giro nell'abisso con lui.
Siamo dunque Daniele Bassani (Conan) del GS Como, Agostino Cirillo del GS Pordenone, Jacopo del GS Sacile, Lorenzo Bozzolan (detto Z) ed io. Prendiamo la cosa con la massima libertà e ci godiamo letteralmente il pozzo Utopia. Da lì in poi le corde prendono a scorrere praticamente da sole: si ha quasi l'impressione che siano staccate dal discensore e a volte queste impressioni riescono ad essere molto reali.
Troviamo anche il tempo di rilevare un po' e arriviamo a circa -800. Da qui prendiamo a risalire rispettando tutte le pause per il the.
Giunti intorno a metà risalita (salone di Utopia) cominciamo a sentirci sempre più vicini a casa e dopo un doveroso break riprendiamo la via per l'uscita.
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2-3 settembre: il gran finale |
D. Bassani |
La precedente uscita non era andata molto bene, ma non importa. Oggi la compagnia è quella delle grandi occasioni: siamo M. Marantonio, U. Lovera, R. Pavia, G. Badino, G. Carrieri, S. Mantonico ed il sottoscritto.
Il presunto P30 dove mi ero fermato la volta precedente è risultato un P48. Poco male, sotto la grotta si divide in un ramo attivo ed uno fossile. Nel fossile, dopo un P32, ci si ferma: tocca ad Ube, Giampiero e Riccardo l'arduo compito di trovare la prosecuzione.
Con Sergio entro nell'attivo. Dopo un P10, un P4, P6 ed un P5, finiamo le corde. Scendo in libera un P5 (giuro non lo faccio più), proseguo e scendo un P4 (è vero sono recidivo e racconto bugie alla mamma). Scendo ancora un altro pozzetto (sono già recidivo, se continuo sono pure deficiente), quindi esco disarmando.
Alla base del P48 troviamo la squadra che rileva (Giovanni e Marco).
Ci dicono che ci sono novità da sotto il P32, forse continua. Scendo: oltre la disostruzione un P20, poi uno scivolo. Finalmente incontro Ube, Giampiero e Riccardo che se la ghignano: mi dicono di andare a vedere oltre. Dopo pochi metri di discesa già intravedo...
Mi sembra di sognare, finalmente dopo anni, ecco le condotte forzate, le gallerie della Grigna. In estasi sdraiato sul fango compatto ed asciutto del pavimento, sono risvegliato dal resto del gruppo.
La banda del rilievo annuncia la quota di oltre -900. Il consiglio di guerra decide di proseguire all'unanimità.
Ci infiliamo in un meandro attivo ed iniziamo ascendere un pozzo dopo l'altro. Purtroppo il fango compatto ed asciutto della galleria, a contatto della sempre maggiore quantità di acqua si sta trasformando in una cosa orrenda (anche noi). Scendiamo un totale di 7-8 salti e ci fermiamo per aver finito il materiale, ad una profondità valutata oltre 1.020 m, in quello che verrà chiamato "Belfangor". Un ramo anonimo, senza storia, con una "palta" allucinante. Unica caratteristica positiva è quella di scendere oltre quota -1.000.
Esco solo e di corsa, per evitare lo spiacevole intervento del Soccorso. È sera e sta nevicando, devo muovermi. Oggi la Grigna ci è stata vicina, forse perché iniziamo a capirci... È l'inizio di una grande avventura.
W le Donne: a -700 (foto G. Badino).
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Come fare una giunzione durante un'uscita di corso |
S. Sconfienza |
Ingredienti indispensabili:
(1) Alcuni istruttori bravissimi. (2) Un certo numero di allievi (più bravi dei loro istruttori) (ed allieve, n.d.r.). (3) Un dedalo ancora tutto da esplorare come il Complesso Fighiera-Corchia. (4) Un ramo di recente esplorazione, come il Finis Africae. (5) Una fantomatica e misteriosa scritta.
Procedimento:
a) Mescolare bene, fino ad amalgamare (1) con (2). b) Far lievitare lentamente il composto così ottenuto e, al momento giusto... c) ... metterlo per una ventina di ore in (3), lasciandolo cuocere a fuoco lento. d) Armare (4) e portare il tutto davanti a (5)...
Vedete bene che gli ingredienti richiesti non sono tanto facili da reperire, pertanto seguiranno alcune preziose indicazioni su come e dove sia possibile procurarseli.
Il meno arduo dei compiti è senz'altro scovare degli speleologi formidabili: a Torino, per esempio, in Galleria Subalpina 30, esiste un gruppo speleologico (piemontese) in cui questa specie abbonda oltre ogni misura. Nella vicenda in esame è stata scelta la crème: Direttrice-Dematteis, Lovera, Sconfienza e Terranova, oltre a Foff, Maestro-di-Galateo.
Ben più complicato è trovare degli allievi all'altezza della situazione; nel nostro caso solo un'accurata selezione in un 32° Corso già di buon livello ne fornì otto adatti: Lorenzo, Greg, Andrea, Gabriele, Beba, Carlo, Paolo e Gerry.
Sul come procurarsi Fighiera il discorso si complica e le teorie divergono. Non mi ci addentrerò, anche perché neppure sulla Storia vi è identità di vedute tra gli speleografi piemontesi e toscani; persino la toponomastica è ancora confusa a distanza di anni e, in nome della pluralità, fanno ora bella mostra all'ingresso due targhe che ripetono in eterno L'annosa questione: Buca del Cacciatore o Abisso Fighiera?
Molto più facile viceversa è stato trovare il Finis Africae. È successo nell'85, in una grotta ormai svuotata di cacciatori di record e curiosi. L'obiettivo, volendone per forza cercare uno, era tutt'altro che una giunzione Fighiera Corchia, semmai si voleva raggiungere l'a-monte dei Tamugni. Solo un microscopico meandro a -620 ce ne tenne lontani.
Senonché prima delle ultime due verticali, a quota -460, una strettoia martellata ci condusse in una sala. Qui una indicazione nero fumo ("KYM Þ ") lasciava pochi dubbi circa la sua verginità. Sì d'accordo, è esplorato. Ma da chi? (Da Granato! Risponderebbe un noto adagio popolare...). E soprattutto in quale grotta? Fighiera o Corchia?
Solo dopo aver consultato tutti gli esploratori viventi del Complesso (ad esclusione dei Polacchi, ancora non raggiunti dalla Glasnost) ed averne ricevute altrettante risposte negative, ci rendemmo conto di quanto la ragione rifiuti l'idea di trovare in esplorazione una scritta che nessuno ha fatto. Tant'è che da allora non siamo più tornati in Fighiera...
Ma veniamo ai giorni nostri: tutti gli ingredienti necessari sono stati faticosamente racimolati, l'uscita di corso è un pretesto per qualcuno di noi per togliersi finalmente un tarlo dal cervello.
Eccoci al salone KYM. Seguire le frecce è sicuramente un comodo modo di "esplorare", anche se non si sa dove ti porteranno. Il ramo è stretto, poi diventa tettonico, mettiamo qualche corda in più, giusto per non dimenticare che qualcuno di noi è ancora allievo. Infine corriamo in una galleria con le concrezioni "direzionali" (n.d.A. piegate dal vento!). Poi una sala e una corda che pende dal buio sopra le nostre teste: è appesa al P70 del Khayyam, il pozzo al di là dei Castighi. Siamo circa a -530. Con il Corso!
Viene ideata una scritta commemorativa, ma rimarrà nel tubo dell'acetilene: "Qui si conclude la Via... bla bla... dedicata a Diego Armando Maradona, poeta goleador".
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P.S. Una telefonata a Pietrasanta ha rivelato una grave epidemia che si sta diffondendo tra gli speleologi: L'arteriosclerosi. Si è infatti appurato che Marco Marantonio, eroico esploratore del Khayyam, famoso speleologo ormai al limite del pensionamento, presenta preoccupanti sintomi di amnesia. Ebbene sì, il tosco-ligure ha confessato di essere arrivato nella Sala KYM, arrampicando dal basso, ma non ricorda di avere fatto la scritta fatidica: che ci volete fare, è la vecchiaia. ..
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da Cazzimboricauizzengaua a Cul di Bove |
Andrea Manzelli |
Partiamo (Valentina e il sottoscritto) ad agosto inoltrato per la Sardegna, per quello che avrebbe dovuto essere un campo organizzato in forze con i veronesi del GS CAI; obiettivo era l'a-valle di Su Spiria, sorella minore di Su Palu, nella Codula di Luna (Urzulei, NU). La moto sotterrata di bagagli ci porta non esattamente sani ma almeno salvi alla Codula, dove ci contiamo con i veronesi reduci già da una prima punta: sono Stefania, Enrico ed Enrichetto.
Costretti dal poco tempo a disposizione, faremo una sola punta di un paio di giorni con campi intermedi e subito prepariamo 5 sacchi con materiali e viveri in abbondanza. Mentre propongo un maglione, mi assicurano sorridendo che la grotta è calda all'inverosimile. Insieme alla temperatura, là tutto l'ambiente sembra "tropicale" rispetto al Marguareis, però in calzoncini corti e maglietta sotto la tuta ho trovato a volte gelidi i 15 gradi di Su Spiria!
Dopo il portone d'ingresso sul fondo della Codula all'ombra dei fichi selvatici, c'è il primo meandro rettilineo che scende dritto sull'a-monte del collettore. Noi lo abbandoniamo dopo poco per le gallerie fossili, che appaiono con esplosioni di colori e di morfologie; dopo il ramo dei Veci scendiamo al livello intermedio di Cazzimboricauizzengaua, un maestoso salone di crollo che è lì a mostrarti la montagna dal di dentro. Sotto troviamo infine il collettore, che abbiamo sorvolato fino quasi al sifone del fondo: ora scorre con portate dell'ordine dei 100 l/sec, su un letto cosparso di ciottoloni arrotondati fino a 50 cm di diametro, fra dolci spiaggette.
Passiamo al setaccio tutte le condottine che si ramificano ai Iati del sifone principale, nei cui paraggi inoltre i veronesi risalgono tutto l'arrampicabile, ma senza alcun risultato. Risaliti in Cazzimbori, alcuni si fermano al sifone di sabbia che chiude le Gallerie del Quarzo Ridotto, mentre altri arrampicano in una zona a monte.
Ci scoraggiamo presto a scavare con un pentolino in una galleria di due metri di larghezza e, mancato il giusto rapporto strumento-lavoro, rientriamo al campo nel salone. L'obiettivo in fondo era raggiunto, ma nulla sapevamo in più dei 6 km per i quali la grotta ora si sviluppa, correndo parallela al fondo della Codula e drenandone l'acqua attraverso rami tra loro paralleli, come quello d'ingresso, per convogliarla poi al mare. Il sistema Su Palu-Su Spiria, già imponente per caratteristiche e dimensioni, tiene per ora ben stretti i suoi segreti.
Nei giorni successivi alla punta salgo in cerca di idee sull'altopiano sovrastante la Codula, vedendo zone interessanti quanto poco accessibili che meriterebbero maggiore attenzione. Chissà, un'altra volta...
Parto per casa con l'idea di mettere la jumar in naftalina, ma all'altezza di Lucca inverto la rotta e i miei progetti, arruolato da Andrea Gobetti per una punta internazionalista a Cul di Bove, giovane perla del Matese. Arriviamo da Torino, da Lucca, da Gorizia a dar manforte al CSR.
Scendiamo sino al limite precedente in 11 (V .Bertorelli, A. Gobetti, A. Manzelli, Igor e Eddy di Gorizia, S. Gambari, M. Monteleone, P. Lucchesi, Anna, Pippo, Giorgio), e poi ancora giù per l'inesorabile meandro che, per buone parti allagato, ci costringe ad acrobatici traghetta-
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Su Spiria (sa grutta 'e montes longos) - rilievo
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menti. La grotta continua a donarsi, generosa anche verso gli insaziabili, e ci fermiamo quando abbiamo dato fondo ai sacchi di materiale. Abbiamo visto allungarsi la grotta per 700 nuovi metri soltanto nella direzione principale, che si accresce in dimensioni e portata incrociando finestroni e rami laterali. Invece della semplice congiunzione con il poco distante Pozzo della Neve, c'è una nuova grotta con un suo formidabile sviluppo in profondità.
In un'atmosfera delle grandi occasioni, godiamo il trionfo del giorno dopo a zonzo per la zona.
Se volete una cartolina delle mie vacanze, tornando a casa ve ne mando una della costa della Versilia al tramonto, ancora infuriata dopo un nubifragio e tutti i colori che avevamo evocato lungo il viaggio appaiono su terra mare cielo a stupirvi con toni che non avete mai visto.
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Abisso dello Smilodonte |
G. Badino |
Questo nome di belva antica è stato utilizzato dagli amici Fiorentini per battezzare un nuovo, grande abisso apuano scoperto da poco, sul Sagro.
L'invito a partecipare all'esplorazione mi raggiunge quando la grotta arriva intorno ai -550, ferma su un fiume che, a detta degli esploratori, è il più grande incontrato in Apuane.
Da Torino, per non abusare dell'ospitalità, arrivo solo io e mi ritrovo con Gianni, Giovanni, Filippo e Leonardo. Dopo un paio d'ore siamo all'ingresso, uno splendido, aereo ingresso in parete che domina una delle più intatte valli apuane. Vi si arriva con una ventina di metri di corda che prosegue poi direttamente nel pozzo d'accesso, un P140 frazionatissimo e scarichevole. Seguono una lunga serie di pozzi brevi in ambienti non grandi, eccetto un P80 a -200.
Mi entusiasmo soprattutto per la corrosione delle pareti: la roccia è piena di esili intrusioni di, credo, selce che emergono dalla roccia, intatte. È l'insieme dei più begli esempi di corrosione da veli d'acqua di condensa che ho sinora visto: e sì che ormai li cerco attentamente.
Ai 350 una condottina strana immette sulla parete di un salone grande davvero: se ne raggiunge la base con un P45 cui seguono molti pozzettini sino al limite noto, un ambiente di galleria dove c'era il fiume. C'era, ora non c'è più, è stato sostituito da un rigagnolo.
Giriamo un po': a valle l'ostruzione è una gran frana che in alto si dimostra estremamente pericolosa ed invalicabile. In basso genera una pletora di passaggini nei quali ci ficchiamo, martellandoli variamente. Filippo ne indovina uno, lo seguiamo Leo ed io, mentre gli altri vanno a risalire l'amonte.
La frana, dentro, fa schifo (lo fa l'interno di tutte le frane, del resto): apro un passaggino di merda in un punto delirante, ma ho poche speranze e nessuna voglia di infilarmi nel breve, stretto varco che le fa seguito. Passa Filippo, con Leo rimaniamo lì a chiacchierare, aspettandone il ritorno.
Macché, non torna. "Guarda" dice Leo, "che se la grotta continua quello va giù e non torna a dircelo". Ma và, dico.
Beh, continua a non tornare e allora ci infiliamo giù per varchi fra i sassoni sino a che, in modo inatteso, ci troviamo di là della frana, in una gran galleria. Di Filippo, in effetti, ci sono solo tracce di passaggio.
La galleria è debolmente inclinata, ampia, franosa. La scendiamo per un centinaio di metri di dislivello sino ad un salone dove il pavimento risale, sparisce la violenta corrente d'aria e il ruscello si perde fra i massi. Filippo è lì che gira in cerca di una prosecuzione che, scopriamo in fretta, non sembra esserci.
La quota è -655, per ora non c'è più nulla da fare, e in effetti il fondo di quel ramo mi sembra un fondo che durerà. Ma speriamo di no: l'abisso si apre a q 1.365 e a priori c'è ancora parecchio da scendere. Fra l'altro questa è l'unica montagna apuana che dia gallerie freatiche confrontabili con quelle del Corchia, il che non è poco; gli anni futuri riserveranno ancora parecchie sorprese a chi vi lavorerà.
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Cronache dell'Asia Centrale |
G. Badino |
Mai avrei scommesso qualcosa di importante sul successo della spedizione in Uzbekistan, perché mi sembrava incredibile riuscire a penetrare in zone dell'URSS con alto interesse militare e gravi problemi di ordine pubblico iniziando per di più tutto l'iter burocratico molto tardi, verso febbraio. Più di ogni altra cosa temevo di arenarmi a passare l'agosto a Mosca ove, ero certo, mi sarei suicidato. Temevo e temevamo tutti, ma la posta in gioco era altissima, praticamente la prima spedizione internazionale laggiù, e valeva il rischio che correvamo.
Di fatto è andata bene, sin troppo dato che difficilmente riusciremo a ripetere dei risultati del genere nelle prossime spedizioni. Abbiamo esplorato e rilevato le parti profonde di quello che credo sia il più lungo meandro esplorato del pianeta, e forse la grotta più difficile. Abbiamo conosciuto una zona fantastica e che nei prossimi anni darà molto, quella del Baisun-tau, con l'immensa parete carsificata di Hadja-Gur-Gur-Atà. Soprattutto però abbiam preso contatti ed il know-how per girare laggiù: e questa acquisizione, di tutto, è stata la parte più difficile del viaggio.
La zona
Le zone nelle quali siamo andati sono al confine fra Uzbekistan e Tadzikistan, cento chilometri in linea d'aria a Nord del confine con il pacificato Afghanistan.
Le popolazioni locali sono gli Uzbeki, di ceppo turco e i Tadziki, di ceppo persiano. Per gli interessati aggiungerò che il Tadziko è un dialetto del Persiano, nel senso che gli uni e gli altri si capiscono parlando nelle rispettive lingue. L'Uzbeko invece non ne è neanche parente e per lunghi periodi le due stirpi hanno avuto rapporti terrificanti, aiutati anche dalle diverse religioni, sunniti gli uni e sciiti gli altri. Ora sembrano andare abbastanza d'accordo, anche se i matrimoni misti sono inesistenti anche nelle zone di mescolamento come quella dove abbiamo operato. Lì eravamo in Uzbekistan, ed uzbeke sono le popolazioni delle città, mentre prevalgono i Tadgikhi nei villaggi montani. Ci sono comunque i villaggi degli uni e quelli degli altri, accanto ma separati.
Carte della zona in Uzbekistan
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La popolazione che comunque lì sembra più fuori posto è quella slava: i russi. Coesistono senza amarsi: gli asiatici temono i russi, i russi sembrano guardare agli asiatici con sufficienza; la sensazione che ho avuto è stata soprattutto che gli uni si sentano perfettamente estranei agli altri. Del resto lo sono. Notevole ed importante per le future spedizioni è che noi invece non lo siamo: Samarcanda commerciava con Venezia quando ancora Mosca non esisteva, e questo si vede e si sente: la piazza principale di questa città piantata in mezzo ai deserti dell'Asia Centrale ha un che della marina Piazza San Marco e un motivo ci sarà pure..
I monti
Noi siamo andati sui massicci montuosi del Pamiro Allaj, che sono una serie di catene montuose ("hriebiet" in russo) a Sud Ovest del Pamir vero e proprio che calcari sembra che non abbia.
Queste propaggini si allungano verso SO lungo grosso modo tre catene: quella più a Nord è il Hriebiet Ciakciar, e non entra nella nostra storia, quello centrale è il Hriebiet Baisun Tau e ci entra parecchio. Infine la più meridionale è il Hriebiet Surkhan Tau con il suo massiccio detto Ciulbaìr, che contiene la grotta che ci permette ora di fare i furbi e di vantare un risultatone eclatante: Bay Bulok, dico, anche se non credo sarà così foriera di risultati futuri come il Baisun Tau.
Guardate ora la carta allegata in grande scala.
A Sud di Samarcanda c'è il Hriebiet Zieravshankj, in pratica la parte Ovest del grande Pamir, con la Kievskaja che coi suoi -990 era la più profonda cavità sovietica ed asiatica fuori del Caucaso prima di Boy Bulok.
Più ad Est ci sono le massime vette sovietiche, spesso visitate da spedizioni internazionali. I deserti meridionali sono invece separati dalla linea NE-SO dei nostri massicci calcarei.
Ancora più a Sud Ovest c'è il parco naturale dell'Uzbekistan, con un massiccio (Kugitang) che contiene grotte che sembrano essere molto belle: al di sotto dei calcari della regione ci sono strati solforosi; sono anzi addirittura calde (21 °C) per L'ossidazione dei solfuri.
Lo cito perché credo sia interessante per la speleogenesi di là: nelle zone ove abbiamo operato, e soprattutto Festivalnaja, i calcari appaiono scavati in condotte forzate pazzamente lavorate a grandi scallops difficilmente spiegabili solo con acqua e acido carbonico, fatto questo confermato dalla presenza di gesso.
Poi ci sono le tre già citate catene, con altre secondarie. Si tratta in sostanza di una immensa distesa calcarea della potenza di circa 200-400 metri. La tettonica li ha spezzati ed inclinati in una serie di tavolati paralleli (monoclinali) che scendono con immersione verso NO: la sezione tipica è adente di sega (tipica struttura a cuestas, ndr), da una parte la parete calcarea ripida e carsificata seguita da più lenti ma ripidi pendii impermeabili, dall'altra una distesa di calcari corrosi che scendono in lieve discesa sino a valle ma nei quali sembrano rari gli ingressi. Le quote dei fondi valle e delle risorgenze sono sistematicamente 1300-1500 mslm, quella delle creste calcaree intorno ai 3500, con punte a 3900.
Ora passiamo a qualche dettaglio sulle catene: di Ciakciar, che nella sua zona più a NE avrebbe altopiani con molte grotte, non so praticamente nulla, ne ci siamo andati.
Surkhan Tau è quella di Boy Bulok. E la catena minore delle tre: il plateau inclinato nord occidentale è solcato da un paio di canyon. L'incisione più a SO inizia a q 3500 e finisce a q 2100, profonda in genere poche decine di metri, o meno, e senz'acqua. In essa a q 2700 si apre Boy Bulok. Il canyon più a NE è più importante, più grande (sale sino a 3800) ed è percorso da un torrente che qualcosa mi dice essere quello che si incontra a -800 in Boy Bulok. Non l'abbiamo seguito a valle per mancanza di tempo, ed è stato un errore grave anche se non credo che il suo assorbimento sia praticabile per motivi che dirò più avanti.
Al di là delle creste, 800-1000 mal di sopra degli ingressi di Boy Bulok saltano giù le pareti. Gli Uzbeki ci hanno segnalato ingressi, anche se l'impressione di carsismo è inferiore, mi è sembrato, a quella data da Hadja-Gur-Gur-Atà.
L'unica risorgenza importante nota è intorno q 1450 nella gola fra Kurgancha e Duibolo, i due villaggi di fondo valle. La portata è sufficiente, una ventina di litri al secondo, ma è arduo sostenere che quella è la sorgente di Boy Bulok che si ferma intorno a q 1550 in tutt'altra direzione a chilometri di distanza. Mah!
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Ora passiamo al massiccio più grande e più importante, quello centrale, il Baisun Tau. In grande vale la descrizione che ho già data, anche se esso è spezzato in vari altopiani coricati e separati. In uno dei più meridionali c'è Uralskaja, un -600 recente fermo su sifone.
La sua risorgenza è nota: 2000 metri più in basso sgorgano tre metri cubi d'acqua al secondo da una risorgenza che proprio i nostri amici Russi stanno esplorando in immersione.
Il nucleo del massiccio è Hadja-Gur-Gur-Atà (significa: vecchio vecchio padre Agià), una parete calcarea lunga oltre 20 Km, innalzantesi per 100-200 metri intorno a q 3200-3900. Da essa sbucano all'esterno chilometri di gallerie di quello che è sicuramente uno dei maggiori complessi carsici del mondo: 2400 m di dislivello idrico, una ventina di chilometri di gallerie nella sola zona esplorata della parete cioè circa il primo chilometro. La grotta maggiore, Festivalnaja, è un complesso di 12 km di sviluppo con vari fondi, uno a -580 fermo su un fiume che sifona, un paio su frana e uno nuovo di quest'anno che prosegue a -600 con un pozzo di circa venti metri, non disceso...
L'altopiano al di sopra della parete è invece inesplorato, anche se le poche ore di prospezione dei nostri non hanno mostrato gran carsificazione.
La risorgenza è ignota.
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Le grotte
Di esse non posso dire praticamente nulla di sintesi. Le due che ho visto, Boy Bulok e Festivalnaja sembrano completamente diverse. Una è un meandro senza gran corrente d'aria, stretto basso e bagnato, segue l'andamento degli strati, non ha praticamente biforcazioni e, in sostanza, neppure ingressi reali, ed è una grotta di altopiano. Oso dire che, epidermico com'è, pur con la sua enorme profondità è una struttura "esterna".
L'altra, Festivalnaja e le sue adiacenti, è una grotta fredda, di parete, flagellatissima da disordinate correnti d'aria, complicatissima, freatica di un freatico forse solforoso, occupa il nucleo dei calcari, ha innumerevoli ingressi messi a giorno dalla erosione esterna.
Forse la prima è un esempio dello scavo epidermico dei calcari, la seconda di quello profondo, in vicinanza del contatto.
Se è così, se davvero quelle centinaia e centinaia di chilometri quadri di calcare sono scavati in questo modo e su quelle smisurate profondità, allora laggiù c'è lavoro per tutti gli speleologi del mondo, all'infinito.
Il fatto è che per ora si sa troppo poco. L'impostazione russa a me sembra poco efficace per arrivare a descrivere la situazione carsica: ne parlerò più avanti, ma mi sembra che loro continuino a pensare alla "grotta nella montagna", invece credo dovrebbero pensare alla "montagna con dentro la grotta": ma questo si può dire anche di quasi tutti gli speleologi. Questo fa sì che la descrizione sia troppo parziale ed impedisca sintesi: per ora possiamo solo azzardare ipotesi e fantasticare.
Gli speleologi
Speleologi russi. Dal lato umano nessuna nuova: ci sono i simpatici e gli antipatici, gli intelligenti e i fessi, gli estroversi e gli introversi, quelli con cui fare amicizia e quelli coi quali esser colleghi di lavoro è già molto. Tutto come qui.
Sono impostati speleologicamente in modo "vecchio". Prima di tutto in modo tendenzialmente competitivo, più o meno simpaticamente a seconda degli individui: la competizione in speleologia esplorativa, è noto, è un motore che fa fare le cose più rapidamente, più angosciosamente e molto peggio. Fa concentrare molto sulla "grotta" e rende molto difficile riflettere sul "monte" con il che non si possono trovare i segreti "profondi" della grotta, una sola, che esso contiene.
I nostri amici russi si avvantaggiano, ovviamente, dell'infinità del territorio carsico che è a loro disposizione, ma la visione in termini di -1000, record etc. mi sembra comunque troppo più piccola di quel territorio stesso.
Hanno una struttura gerarchica a tutti i livelli, sia di organizzazioni nazionali che di spedizione. Gli speleologi sono patentati così come le grotte che sono classificate a seconda delle loro difficoltà: nella tal grotta ci possono andare solo quelli col patenti no tale. Gli effetti cretini di una suddivisione degli speleologi a colpi di patacche qui nel Bel Paese la conosciamo abbastanza, e ne ridiamo spesso. Da loro l'inquadramento sembra assai più pesante: ha ovviamente un po' di lati buoni, come da noi, ma sembra avere un mucchio di lati cattivi. Ad esempio un potere eccessivo dei capi che giudicano, il che ingenera resistenza alle novità ed una speleologia meno elastica, eccessive pretese di uniformare le tecniche, scissioni fra le parti ufficiali e quelle attive della speleologia. Insomma, problemi che noi non abbiamo assolutamente. Che fortuna, eh?
Loro fanno più sul serio che noi, però mi è sembrato che i loro regolamenti facciano, da loro, la stessa fine che fan da noi: molti di loro se ne strafottono e vanno nelle grotte che gli pare con le tecniche che più gradiscono. Li chiamano "i selvaggi", e qualcosa mi dice che siano la sezione più viva della speleologia russa anche se per poter ritornare laggiù giuro che ritirerò questa mia affermazione.
Gerarchizzata anche la singola spedizione. Questo mi sembra più ragionevole ed effettivamente ciò comporta una efficacia molto maggiore dell'azione collettiva. Noi lo pratichiamo solo quando questo è assolutamente necessario, cioè nelle operazioni di soccorso: ma occorre riconoscere che l'impostazione permette l'utilizzo efficiente di persone di poca esperienza; e per-
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mette ad esempio di far fare a venti persone un campo interno di quindici giorni in una grotta a zero gradi distante due giorni (due giorni) di cammino dalle auto: In questo noi abbiamo tutto da imparare da loro.
Anche noi avevamo il capospedizione (Tullio) che ovviamente ha inteso il ruolo nel senso di coordinatore e di garante delle decisioni che prendevamo collettivamente: e qui gli faccio i miei complimenti sinceri perché l'ha fatto molto bene; ma era stato divertente una volta lo stupore dei russi che gli erano andati a chiedere le nostre decisioni e lui aveva detto che non le sapeva, perché ancora non ci eravamo riuniti a prenderle.
Notevole poi, fra noi e loro, la differenza di impostazione sulla singola discesa. Di massima la loro è una speleologia fatta di una gran spedizione estiva per la quale si sono preparati tutto l'inverno a casa, tremila chilometri più a Nord, e per la quale spendono una quantità di soldi pro capite estremamente rilevante, circa un salario medio. Va da sé che sono estremamente "carichi" psicologicamente al confronto con noi che discese di analogo impegno facciamo tutto l'anno.
Tecniche di progressione
Tendono a lunghe permanenze in grotta, con campi interni posti anche a distanze irrilevanti dall'ingresso: due, tre ore di movimento. Questo permette loro anche l'utilizzo di speleologi poco preparati, vantaggio non da poco. Del resto tende a rendere le discese estremamente pesanti, anche psicologicamente, ed a non obbligare a grosse evoluzioni tecniche: se il tempo là sotto lo misurate a settimane tutte le tecniche di progressione vanno bene.
Anche nel loro modo di fare i campi abbiamo alcune cose da imparare, ma si tratta di dettagli e non li discuto.
Le tecniche in pozzo sono standardizzate e fissate da un regolamento statale che considera la speleologia alla stregua di sport come il lancio del peso o i cento piani. Fra l'altro stabilisce che non si possa scendere un pozzo con men di due corde o di una corda e un cavo di acciaio: sfidare la regola significa che in caso di incidente il capospedizione va in galera.
La tecnica di progressione su cavo è la vecchia gibbs, con attrezzi autocostruiti: ma si tratta, attenzione, non di un puro sottile cavo quanto in pratica di una progressione su scalette in cui queste sono sostituite da un (grosso e pesante) cavo e da una complessa imbragatura.
Non ci è piaciuta nulla; se in palestra può anche permettere velocità di ascensione notevoli in condizioni reali è molto pesante, sostanzialmente lenta e pure pericolosa non fosse altro che per un effetto perverso che induce. Si tratta di questo: armare i pozzi è lento (usano boccole simpatiche ma non autoperforanti), imbragarsi e salirli lo è ancora di più. Di fatto cercano di evitare di armarli il più possibile, arrampicando anche dove non lo farebbe uno speleologo intenzionato ad una lunga vita di grotta; tant'è che, ovviamente, spesso cadono. Se inevitabile, poi, tendono ad armarli il più possibile infognati, con la corda che passa fra massi e pareti in modo che sia possibile tirarsi su sulla sola corda.
Gli armi che così vengono generati sono brutti, a volte allucinanti, anche se altre volte ne ho visti di astutissimi, divertenti da studiare per la loro intelligente lontananza dalle nostre impostazioni. Ma, in genere, mi sembrano indurre rischi intollerabili.
Materiali
Di massima hanno materiali autocostruiti, spesso in modo orrido. Gli impianti luce che si portano sul casco funzionano pochissimo: andando insieme in meandro sapevi che se si avvicinava una luce era uno di noi, se si avvicinava un rumore nell'oscurità era uno di loro. Li abbiamo presi in giro non poco mentre loro si lamentavano non poco che noi gli divoravamo tutto il carburo. Usano tute in due pezzi di nylon, aggiungendo altri strati se necessario, e stivali.
Splendide le mute impermeabili (gli "idrocostumi") da mettere sopra il sottotuta, molto belle
le acetileni di titanio, brutti i sacchi, brutte le corde che sono quelle delle baleniere.
Buffi ma, sembra, funzionali i sacchi a pelo sociali: tengono quattro persone infilate dentro strette. Grande il guadagno termico, allucinante la privacy: Gaetano, che li ha provati, descri-
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veva il voltarsi collettivo sull'altro fianco (si sta, è ovvio, tutti incastrati), nel sonno. E poi pensate di infilarvi in un solo sacco a pelo, stretti stretti con alcuni dei grandi puzzolenti della speleologia dopo quindici giorni di grotta. Oppure infilartici tu, un altro ed una coppietta (situazione che c'era a Festivalnaja), e pensa se costoro si arrapano. Dio santo!
La spedizione
La spinta è nata dal Paolo Forti, pieno di contatti con la speleologia russa, il che ci ha permesso di essere i primi occidentali in esplorazione laggiù.
Le parti burocratiche sono state dipanate essenzialmente da Tullio Bernabei, che ne era ufficialmente il capo e al quale è spettato l'ingrato compito di stabilire i componenti.
Costoro erano: i romani F. Ardito, T. Bernabei, E. Centioli, M. Mecchia e G. Boldrini, il triestinissimo M. Bianchetti, il partenopeo I. Giulivo, il fiorentino L. Piccini, il bolognese M. Vianelli, il padovano Tono De Vivo ed infine chi scrive. Claudio Giudici, invece, si è rotto una gamba il giorno prima di partire (incidente domestico!) e ha dovuto rinunciare.
La compagnia è stata eccellente, degna del miglior Crak molti membri del quale, del resto, erano lì.
Il costo della spedizione, interamente autofinanziata, si è aggirato sui venti milioni tra tutte e due le fasi, quella in URSS e la successiva in Italia. A lenire il dolore con forniture di ottimi materiali sono stati, per nostra scelta, solo la KONG-BONAITI e la ALP DESIGN e qui ringraziamo sia Marco Bonaiti che Stefano Masserini per il loro cuore tenero.
Si potevano forse ottenere soldi da grossi sponsor (l'immagine Russia è di moda), ma abbiamo preferito pagare di nostro quello che in fondo voleva essere solo un primo esperimento. Infine occorre citare la FINNAIR, che ha sopportato noi e soprattutto i nostri bagagli con grande cortesia.
Avvicinamento a Kairac (foto G. Badino).
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La scommessa di Samarcanda |
Tullio Bernabei |
Sul fatto che fosse una scommessa siamo tutti d'accordo. La prima lettera, giuntami dalla lontana Sverdlovsk il 15 gennaio 1989, ipotizzava in ruvido inglese la possibilità di una spedizione sulla catena di Baisun-tau, nel pamiro Allaj, condita da scarne notizie su grotte già conosciute. A colpirmi in realtà furono un paio di frasi. Nella prima era scritto che le grotte si trovavano in una regione di difficile accesso nella Middle Asia (Asia Centrale), con entrate posizionate tra i 2700 e i 3700 m di quota. L'altra diceva testualmente; "We suggest you taking part in pioneering work". Queste poche parole me le portai appresso, nella mente e nello zaino, sull'aereo che il giorno seguente volava a Manila per un'altra storia di grotte (un anno intenso, per me, il 1989). E per tutti i 40 giorni di sole, uragani, guerriglia e fiumi sotterranei che ho vissuto nell'arcipelago delle Filippine, le ho conservate.
Tornato a casa, le idi di marzo mi han visto iniziare un fitto carteggio Roma-Sverdlovsk-Roma condito da telegrammi incomprensibili.
Ulteriori notizie sulla zona e sulle grotte non arrivavano: tutti gli sforzi erano concentrati sulle formalità burocratiche da superare in tempi terribilmente brevi. L'altro grande problema era la scelta dei partecipanti alla futura Samarcanda 89. Già se ne era parlato, ma solo per linee generali, in sede di Consiglio SSI, e proprio io e Giovanni eravamo stati incaricati di pensare ad una specie di metodologia che consentisse scelte valide e imparziali in caso di future spedizioni nazionali. Sentimmo amici inglesi e francesi, ma al di là delle squallide selezioni basate su prove tecnico-atletiche gli altri tipi di scelta erano sempre riconducibili a criteri personali, basati spesso su precedenti esperienze comuni.
Così mi convinsi che l'unica soluzione rapida e ragionevole era chiamare persone che conoscessi bene, con cui ero stato in grotta e mi ero divertito. E inoltre: che fossero capaci, affidabili e non proprio antipatiche. Certo qualcuno dirà che alcune caratteristiche non corrispondono esattamente a personaggi come Bianchetti o Badino: ma vi posso assicurare che soli soletti, lassù in Asia Centrale, si son comportati proprio bene. Sono scesi a -1300 senza fiatare, non hanno rotto con i soliti "so tutto io" (ma con le barzellette demenziali si), sono stati buoni soprattutto con i bambini uzbeki. Naturalmente ho dovuto compensare l'ala dura e abissale (Giovanni, Mario, Leo) con quella allegra e scanzonata (Gaetano, Emilio, Fabrizio e Italo, insomma il blocco del centro-sud), ed è stata forse questa la mossa migliore. Nel mezzo, infine, i più equilibrati (apparentemente): Marco, Tono e Mario Vianelli.
Una delle conseguenze inevitabili di queste scelte del tutto personali, di cui naturalmente mi assumo la responsabilità, è stata sicuramente quella di provocare risentimenti tra gli esclusi. Non sono pochi, sono in pratica l'intera speleologia italiana: ma non sono finito nei guai, perché la maggior parte dei grottofili nostrani si è dimostrata intelligente e, invece di serbarmi rancore, è curiosa di sapere cosa abbiamo fatto.
Fatto sta che a maggio ci incontriamo a Firenze per la prima volta, senza sapere ancora se e quando partiremo. Riusciamo comunque a formare una piccola cassa comune che passerà alla storia come un elogio alla speranza. Gira intanto la voce che non ce la faremo mai, che non c'è tempo e poi in Uzbekistan si sparano, e poi l'Afghanistan e poi e poi, finche il 25 maggio non prendo l'aereo e vado a Mosca per due giorni a parlare di persona. Lì capisco che la cosa è grossa e si farà, ma sarà più pesante del previsto. Non per le condizioni climatiche, la distanza o la difficoltà delle grotte, ma perché "Samarcanda 89" sarà uno scambio. Un mese noi là, un mese loro qua. Totale due mesi, almeno per me che dovrò coordinare il tutto. Ma la macchina è ormai partita e, perestrojka permettendo, non credo si fermerà più.
Il futuro
La scommessa SAMARCANDA l'abbiamo vinta, e ci siamo divertiti in luoghi fuori dalla realtà, ma di questo credo vi parlerà Giovanni.
La fase italiana, con 12 sovietici a spasso in ottobre per grotte, città d'arte e negozi di elettro-
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nica, è stata un po' più dura. Ma era giusto e bello che questo scambio li vedesse tornare felici e contenti.
Esiste nelle nostre teste un progetto "Samarcanda", protratto negli anni e tutto da inventare, ma certamente non firmerò altri scambi: troppi soldi e soprattutto troppo tempo. Meglio pagare i costi in Russia e chiuderla lì una volta tornati a casa. Solo che in Russia e particolarmente in Asia Centrale non basta pagare, ci vuole il "Know how", il sapere come e dove. E quello sì, lo abbiamo in tasca. La prossima volta si andrà autonomi, nel posto giusto, utilizzando un elicottero per non perdere settimane in spostamenti e operare nei luoghi più impervi. E magari si farà anche un film, per rientrare delle spese. Quando e con chi? lo non so se ci sarà, ma mi han detto che c'è già un foglio con una quindicina di nomi. Sopra una pietra, al buio, in fondo a Boy Bulok.
Il campo a Festivalnaja (Baisun- Tau)
22 ore dopo la partenza da Fiumicino siamo già, seppure in condizioni penose, a Kairak, villaggio da cui dovremo proseguire a piedi. È il 31 luglio 1989, il posto non è male, il caldo non eccessivo, il vitto senz'altro meglio delle sardine con acqua calda salata servite sul volo Mosca-Dusambe. Non dimenticherò facilmente l'angustia dei sedili modello "ginocchia al petto", la tappezzeria tardo-barocco e soprattutto la orrenda hostess da 110 Kg attenta a non cadere nei buchi (si, proprio buchi) sparsi qua e là lungo il corridoio centrale dell'aereo.
Mentre tre di noi vanno a Boy Bulok, gli altri otto passano i tre giorni successivi a fare su e giù tra Kairak (1500 m), campo intermedio e campo base (3350), trasportando centinaia di chili di cose utili e inutili su ghiaioni stratosferici. Un totale di almeno 4 Km di dislivello a testa, calcolando che si devono attraversare gigantesche vallate. Infine siamo tutti sul colle a 3350, ai piedi di un pilastro formato dal lungo muro calcareo che costituisce Baisun-tau.
L'ingresso di Festivalnaja occhieggia triangolare quasi di fronte alle nostre tende, a 3600 m di altezza, ma per arrivarci dobbiamo piazzare qualche corda fissa su scivoli, rampe e cenge franose. Così la prima entrata è del 4 agosto, giusto per vedere che aria tira. Di aria ce n'è dappertutto, ma le notizie sono bruttine: grotta molto complessa, armata malissimo e fredda. Mentre i Russi si preparano lentamente a 3 differenti campi interni di 15 giorni di durata (loro sono in 40, la metà qui e il resto a Boy Bulok), noi decidiamo di star sotto massimo 6 giorni alternando due squadre per guardarci intorno, fare foto e ritopografare il ramo principale (su richiesta dei Russi). Così facciamo, con l'imprevista complicazione della scarsità di carburo (loro ne usano meno perché fanno funzionare meno le lampade) unita alla necessità di riattrezzare tutti i salti e i traversi, anche a livello di chiodi.
Alla fine ci rendiamo conto che la grotta è bene esplorata, che con il poco tempo a disposizione è per noi impossibile studiarla e percorrerla (12 Km) abbastanza da individuare nuove vie esplorative. Così mentre due campi russi scavano in altrettante frane demenziali a -580 e un terzo esplora un ramo ascendente molto attivo (che si rivelerà in extremis la via giusta), noi completiamo foto e rilievo e torniamo fuori a girare sul grande muro, cosa decisamente più utile e divertente.
Visitiamo e ben fotografiamo 5 grandi grotte prevalentemente orizzontali (molte di difficile accesso), e in una (Berloga) troviamo una mummia d'orso ben conservata dalla bassa temperatura. Poi arrampichiamo fino alla sommità del muro lungo l'itinerario meno repulsivo (4 ore dal campo base) e attrezziamo una via di discesa fissa che dal bordo superiore scende per 100 metri fino all'imbocco di Festivalnaja.
A questo punto, e siamo al 14 agosto, c'è uno scambio parziale di squadre con Italo, Mario B. e Giovanni che tornano da Boy Bulok (ne hanno avuto abbastanza). Nel terribile meandro, distante tre giorni dal campo base di Festivalnaja, si vanno adesso a ficcare Tono, Marco, Emilio e il sottoscritto, con obiettivi topografia della parte finale e tentativo di forzare il sifone sul fondo (dopo altri 20 m in semi-apnea, questo risulterà impraticabile).
Nella grotta di Festivalnaja si torna un'ultima volta per recuperare tutto, ma il progetto di estendere le ricerche sul muro calandosi dal bordo verso nuovi giganteschi imbocchi fallisce per vari motivi: il cibo, mal calcolato dai Russi, è praticamente finito; i tre di Boy Bulok sono già ampiamente appagati; Gaetano ha il ginocchio in cattive condizioni. Così il 19 agosto, con un giorno
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di anticipo sul programma, i sette del campo base a Festivalnaja scendono lentamente e carichi all'inverosimile (per non fare due viaggi) lungo una vallata nuova e sconosciuta, ipotizzando un tragitto più corto. In realtà il percorso si rivela molto duro, ma dopo un numero indefinito di ore (forse 10) li accoglie come in un sogno una gentile uzbeka, rifocillandoli. Da quel momento, per due lunghi giorni, costoro mendicheranno cibo e thè di casa in casa, scendendo sempre più a valle fino all'appuntamento finale: 21 agosto, giardino della casa del capo di Dubalò.
Lì una cena a base di the, pane caldo e brodo di pecora segnerà la fine della speleologia e l'inizio della dissenteria.
La fine della spedizione
La fine della spedizione è contrassegnata dal momento in cui, dopo le privazioni turistiche di Buchara, Samarcanda e Mosca, i nostri eroi tentano di violentare una hostess delle linee aeree finlandesi e saccheggiano la dispensa e i vini di bordo.
La parete di Hadja-Gur-Gur-Atà (foto G. Badino).
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Caro diario... |
G. Badino |
In breve il diario della parte della spedizione che ho visto io. Altre note di cronaca sono già incluse nell'articolo di Tullio.
29.7 Ritrovo a Roma, a casa di Tullio. La quantità di materiali è sconfortante: decidiamo di lasciarne lì ma ne rimangono quarantacinque chili a testa.
30.7 Imbarco per Helsinki e poi Mosca. Ci accolgono due Russi che ci caricano su un pullmino in direzione dell'altro aeroporto, lontano una cinquantina di chilometri. In parte li facciamo viaggiando contromano su un'autostrada: è solo la prima delle emozioni violente di questo viaggio. Durante la notte saliamo su un aereo marcio in modo incredibile verso Dusambe.
31.7 Arrivo a Dusambe, aeroporto con interesse militare. Ci accolgono alcuni dei nostri futuri compagni di esplorazione, io riprendo la scena e vengo arrestato immediatamente come spia. Riusciamo a convincere il poliziotto a rilasciarmi. Poi sette ore di camion sino a Bai Sun. Discussioni sulla organizzazione dei campi, complesse: poi tutti alla base di Kairac, da dove si sale a Festivalnaija.
1.8 Al mattino ci si riposa per le fatiche del viaggio, al pomeriggio portiamo su materiali ad Argià (quattro ore) località dove vi è il campo intermedio per salire a Festivalnaija. Qui ci separiamo dagli altri che rimangono. Noi tre di Boy Bulok (Mario, Italo ed io) torniamo a Kairac.
2.8 Carico del camion e poi via per quattro ore sino a Kurgoncha, alle falde del Surkhan Tau. Visita alla probabile risorgenza di Boy Bulok. Bivacchiamo sulla strada verso Aliachapan.
3.8 Giorno di svacco in un prato in attesa di un trattore che arriva solo la sera. Ci porta su su un rimorchio trainandolo avventurosamente su pendii inauditi sino a mezz'ora dalla grotta. Col buio arriviamo a Boy Bulok.
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4.8 Fine trasporto dei materiali sull'ultimo tragitto, posa campo e salita lungo le pendici del monte al di sopra della grotta. L'ingresso è a 2700, ma la montagna continua in su con lievi pendii carsificati e un paio di canyon sino a 3800. Reperire nuove grotte non è ovvio, eccetto quella che a 2850 a forza di mine diverrà l'ingresso alto di Boy Bulok prima della fine del campo. La sera entrano in grotta dodici russi a portare i sacchi sino a -400.
5.8 Scrivo la sintesi della discesa perché sul prossimo numero vi sarà un articolo apposito. Entriamo noi alle ore 11: arriviamo a porre il campo profondo, a -800, intorno alle 6 del mattino dopo.
6.8 Riposo e messa a punto del campo.
7.8 Punta di esplorazione sino a -1200 e di rilievo ai -1100, intanto che un'altra squadra inizia la risalita artificiale del pozzo dal quale arriva il torrente.
8.8 Punta di rilievo sino a -1200, di esplorazione sino al fondo, -1310, raggiunto alle ore 15:20. Prosegue la risalita dell'amonte.
9.8 Risalita in superficie, che ha inizio alle ore 11 e finisce alle 23. Cena dignitosa.
10.8 Spinti da un Sacha scalpitante scendiamo nel primo pomeriggio. Per Mario e Italo, che hanno i piedi in uno stato deplorevole, è rovinoso e ne danneggia l'attività nei giorni seguenti. Dormiamo a Bai Sun, che raggiungiamo nella notte.
11.8 Ancora a Bai Sun, a mangiare, poi ci spostiamo a Kairac la sera.
12.8 Andrei a Sacha salgono a Festivalnaija mentre noi tre rimaniamo a Kairac per fare il rilievo e salire la sera. Macché, arriva giù gente con la notizia che il carburo lassù è finito: salire è inutile, occorre trovarne. Andiamo a Bai Sun.
13.8 È domenica e non si può trovare il carburo: in compenso troviamo vino, che per certi versi è anche meglio...
14.8 Troviamo il carburo ed andiamo a Kairac dove troviamo Sacha ed Andrei, ma soprattutto Tullio, Tono, Emilio e Marco che stanno andando a Boy Bulok. Finalmente si riaprono gli scambi di informazioni, rapidissimi, su tutto. Loro andranno, scenderanno tutti sul fondo, rilevando, descrivendo geologicamente e topografando. Di nuovo ci separiamo e saliamo ad Argià, ove dormiamo.
15.8 Da Argià sino a Festivalnaija. Festa al campo con gli altri. Il campo è in un posto bellissimo ma oramai non è facile sopravvivere lì. La sera andiamo a Berloga a fare foto e riprese dell'orso mummificato.
16.8 Nel pomeriggio discesa sino a -300 in Festivalnaija a trovare i "dannati della terra" Russi che vi stanno permanendo da dieci giorni, e a fare film.
17.8 Sfioriamo la tragedia. salgo con Fabrizio in cima al muro per togliere la corda che lo arma: Fabrizio scende sulla corda non più frazionata, per cento metri, e quella quasi si trancia a -50. Passo il pomeriggio a scendere in doppia la parete, con pochi chiodi, meno placchette e la corda spezzata. Non faceva ridere quasi per nulla.
18.8 Allucinante giorno di cammino lungo la valle che punta direttissima a Kurgoncha, sotto Boy Bulok, che vorremmo raggiungere. La prima parte è di ghiaioni ripidi, la seconda una ventina di chilometri nel letto del torrente. Cibo: una scatoletta di carne in otto. Carico: spaventoso, tutto il campo. Arriviamo quasi al paese dopo dieci ore e riusciamo a commuovere un'indigena che ci rifocilla, una vera fata.
19.8 Tutti si commuovono vedendoci, e ci rifocillano. Anche a Kurgoncha, aspettando smarriti, becchiamo un invito da un tizio che ci ospiterà gentilissimamente nei giorni successivi. Noi, in realtà, siamo in discesa fisica, e paghiamo il debito di cibo e fatica dei giorni scorsi con una continua spossatezza e pigrizia che fa sì che non riusciremo più a combinare nulla di speleologico.
20.8 Giorno di attesa e svacco.
21.8 Intercettiamo i guidatori del camion che ci dicono che i nostri di Boy Bulok scenderanno direttamente a Duibolla, un paese vicino, per la festa di fine spedizione. Li raggiungiamo: sera di modesta festa.
22.8 Giorno di spostamento a Bai Sun. La sera festa vera e propria, ubriachi marci.
23.8 Smobilitazione. Alcuni Russi vanno alla risorgenza di Uralskaija, dove faranno immersioni nei giorni seguenti. Noi andiamo a Bochara.
24/31.8 Giorni di turismo a Bochara e Samarcanda. Bellissime. Poi rientro a Mosca, un po' di shopping e infine rientro a Roma, la sera del 31. Nella notte in treno sino a Torino.
E l'indomani?
L'indomani, ovviamente a W le Donne; a partecipare alla punta che arriverà a -1020. ma, diciamocelo, mi sentivo effettivamente un po' provato e demotivato.
Sul prossimo numero: le esplorazioni a Boy Bulok.
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In redazione si è discusso se l'articolo che segue andasse o no pubblicato. Certamente (sulla linea della massima libertà) il contenuto degli scritti impegna solo gli autori, ma tutto sommato vi può essere coinvolgimento del Gruppo (nella sua eterogeneità) in affermazioni di carattere generale.
Ha prevalso la tesi di pubblicarlo, ma non si può omettere di far rilevare come l'articolo sia un po' paradossale su questo numero del bollettino, dove si narra di due "profonde" esplorazioni in "terra straniera" nelle quali gente di noi ha contribuito in modo determinante. Si tratta soltanto di episodi isolati? Non certamente. Anche senza tener conto del passato (quando si esplorava in tutta Italia, dalla Sardegna a Campolato, dal Bifurto alla Preta), non viene trattato nella giusta misura nemmeno il presente, dimenticando in tempi recenti tutta una serie di "trasferte" di cui le mete maggiori sono le Apuane, il Canin, le Grigne ecc., per non parlare della Russia. Insomma, sebbene ci siamo sempre diretti più sul Marguareis che altrove (anche a volte esagerando in snobbismo), sono ben numerose le volte in cui non ci siamo limitati al basso Monregalese per svolgere quella speleologia di esplorazione che anche fuori dei nostri confini non si può dire sia stata avara di risultati.
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Esplorando... |
S. Sconfienza |
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Una cosa di cui non si fa mai parola a proposito dei pionieri è che sono invariabilmente dei casinisti. Avanzano implacabili con gli occhi fissi sul loro nobile scopo lontano e non vedono mai il caos e i rottami che si lasciano dietro. Tocca poi agli altri pulire, e non è molto piacevole. |
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("Lo Zen e l'arte della Manutenzione |
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della motocicletta") |
È inutile negarlo: gli speleologi di Torino non amano granché le spedizioni in giro per la penisola o - peggio - all'estero.
Si tratta sicuramente di una dimostrazione di provincialismo e, come tale, deprecabile. Ma è anche una conseguenza del modo di andare in grotta che a Torino si insegna e si cerca di praticare: la speleologia di esplorazione.
Scoprire ed esplorare una cavità in Austria, Marocco o Nuova Guinea, piuttosto che sulle montagne del Cuneese, è di sicuro altrettanto bello, anzi forse più stimolante per via della novità e dell'esperienza che si fa in tal modo.
Ma c'è anche un altro aspetto da considerare.
La conoscenza che si potrà raggiungere di una grotta nell'emisfero australe sarà per forza di cose limitata, le spedizioni che in essa si potranno effettuare necessariamente poche. Si finirà, nella migliore delle ipotesi, per ricavare della nuova scoperta una visione unidimensionale, come di una linea, confusamente avvolta dentro la montagna. Le grotte viste così superficialmente si riducono a delle traiettorie e - fateci caso - sono tutte uguali.
L'esplorazione può differire per la dimensione della grotta o per le difficoltà tecniche che essa presenta, ma quando l'unica emozione è quella - effimera - derivante dal percorrere ambienti vergini, essa si rivela abbastanza fine a sé stessa e si svuota di gran parte del suo significato.
È questo un atteggiamento fortemente consumista, che brucia tutto ciò che tocca, ogni obiettivo perde interesse nell'istante stesso in cui lo si raggiunge. È - di fatto - la logica dell'Avere, contrapposta a quella dell'Essere.
Per contro, disponendo presso casa di un grosso sistema sotterraneo da esplorare il livello della propria speleologia si alza automaticamente.
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L'esplorazione non si conclude nel mero atto dello scoprire e del percorrere, bensì ha inizio con esso: dietro a questo segue la parte mentale, L'intellettualizzazione di ciò che si è visto o fatto, e che deve essere capito a pieno. Il rilievo topografico è il primo strumento di passaggio al livello superiore. Molte volte, davanti a problemi esplorativi importanti, l'emozione della scoperta vera e propria è inferiore a quella che si prova nel vedere la grotta prendere forma e direzione sulla carta millimetrata.
Anche un metalmeccanico ottuso come me finisce per appassionarsi alla fantaidrologia della montagna, che gli speleologi sondano ovunque le grotte lo permettano, cercando risposte alle ipotesi fatte a tavolino.
Prevedere sulla carta una prosecuzione (Gaché), scoprire verso quale risorgenza si diriga una grotta, in delicato equilibrio su uno spartiacque (O-Freddo), ipotizzare e poi constatare l'esistenza di un collettore ipogeo, solo analizzando il bilancio idrico di una regione (Filologa): sono solo alcuni esempi di cosa possa dare un gigante sotterraneo come il Marguareis a chi abbia la costanza di tornarci decine di volte l'anno e dedicarvi le proprie energie, non solo fisiche.
Sarà una fissazione. Sarà anche provincialismo.
Ma non è poi un cattivo affare.

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Aiuto! Arrivano gli sponsor |
S. Sconfienza |
Ho l'impressione che la speleologia italiana sia in bilico tra due tendenze opposte: una panspeleologia sovraterritoriale e il più gretto dei campanilismi.
La prima è in apparenza la speleologia del futuro, la linea vincente. È la scelta che porta sempre più di frequente a esplorare insieme a speleologi di ogni parte d'Italia, a cercare "gruppi di amici" sovraregionali, che scorrazzano per le cavità nazionali, in barba a odii generazionali tra i loro gruppi: tra tutti penso all'amicizia tra torinesi e fiorentini, che ha dovuto liberarsi di un decennio di pregiudizi e vecchie antipatie.
La seconda tendenza è la speleologia medioevale, quella de "la grotta è mia e me la gestisco io!", delle esplorazioni proibite ai non indigeni, delle informazioni tenute segrete: è la brutta speleologia cui - tanto per non far nomi - stiamo dando vita noi del GSP con i nostri "cugini" imperiesi.
Penso a questo punto a Costacciaro e Phantaspeleo: essi stanno diventando per la speleologia italiana un vero punto di aggregazione e, istintivamente, non ho dubbi su quale delle due tendenze essi rappresentino.
Ma poi vengo a sapere che proprio Phantaspeleo e la SSI hanno indetto un premio, con tanto di immancabile sponsor: il premio "PIASTRINA D'ARGENTO", che verrà assegnato - cito testualmente dal depliant di Phantaspeleo - "all'Associazione che avrà condotto la migliore esplorazione italiana".
Mi chiedo se sia solo io a preoccuparmi di quali conseguenze possa avere una tale iniziativa. Possibile che solo a me spaventi l'idea che l'esplorazione di una grotta si trasformi nuovamente in una gara, del Gruppo X contro il Gruppo V, ciascuno dei quali si guarderà bene dal condividere il merito della propria scoperta con il rivale?
Qualcuno sorriderà di queste paure. Penserà che nessuno si farà influenzare nel proprio comportamento e nelle proprie amicizie dal solo scopo di vincere un premio, un soprammobile che potresti vincere raccogliendo i tagliandi del Mulino Bianco.
Eppure non trascurerei così la portata di un premio pubblico, assegnato per di più nella più conclamata adunata nazionale di speleologi. Credete forse che gli sponsor (Kong, Petzl?), a quanto pare desiderosi di addentrarsi in un terreno vergine come il nostro ambiente, non gradirebbero pubblicità come: "Vito La Brugola, Vincitore della Piastrina d'Argento 1989, usa solo moschettoni XXX"?
D'altra parte sarebbe idiota ricevere questi riconoscimenti e non cercare di sfruttarli per ricavarne materiali.
Quindi il Premio diventerebbe assai ambito, gravido di interessi e invidie. E non vorrei a quel punto trovarmi nei panni della giuria, a dover scegliere tra un'esplorazione profondissima, una difficile tecnicamente, una esteticamente bella, una ben documentata, una importante per la conoscenza di un grosso complesso sotterraneo.
Siamo ancora sicuri che questo incoraggi la Panspeleologia, che sia di stimolo a fare di più e non viceversa a fare di più da soli?