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GROTTE
anno 32, n. 99 - gennaio-aprile 1989
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
sommario
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Notiziario |
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Attività di campagna |
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Note sul 32° Corso |
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Da: "Storie di serate oscure" |
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Il corso visto dagli allievi |
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L'abisso Valmar |
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Perduti |
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Porte di Ferro |
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Piccino e Cuore di pietra |
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Ulivi Fer |
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Lo stato dell'arte |
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Speleogenesi da corrente d'aria |
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Cave rescue? |
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La felice speleologia cubana |
Supplemento a CAI-UGET Notizie n. 7 del mese di luglio 1989
Spedizione in abbonamento postale Gruppo III
Pubblicità inferiore al 70%.
Direttore responsabile: Leo Ussello
(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13.10.73)
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Redazione: |
Giovanni Badino, Marziano Di Maio, |
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Laura Ochner, Riccardo Pavia, Loredana Valente |
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Foto di copertina di B. Vigna (Grotta delle Vene) Bozzetti di Simonetta Carlevaro |
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Stampa: LITOMASTER, Via Sant'Antonio da Padova 12 |
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Stampato con il contributo della Regione Piemonte (Legge regionale 69/81)
Spedito ai soci SSI con il contributo di questa Società
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NOTIZIARIO |
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Riunione di inizio anno 1989 del G5P
Si è tenuta il 13 gennaio ed è proseguita il 20 la riunione di inizio d'anno del Gruppo. Sono stati esposti e sottoposti a discussione i programmi di tesoreria, segreteria, bollettino (Terranova e Badino hanno studiato varie forme di pubblicità), Capanna (si raccomanda ancora di portare a valle tutti i rifiuti, tassativamente quelli non biodegradabili), strumenti da rilievo, computer (sono in via di soluzione i problemi di impostazione del programma per gli indirizzi del bollettino), magazzino (steso un programma dei lavori da fare; si è anche deciso di fare il punto ogni 15 giorni sulla situazione dei materiali, e che le richieste di materiali per la domenica vadano espresse al venerdì precedente). In sede di AGSP, si è proposto di redigere per conto della Regione l'aggiornamento delle grotte del Monregalese.
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Si va in Russia? |
T. Bernabei |
Dovrebbe partire in agosto (problemi burocratici permettendo) una spedizione in Russia che ha per obiettivo zone calcaree limitrofe alla catena del Pamir, nell'area di Samarcanda. La spedizione, che opererà assieme agli speleologi di Sverdlovsk, è composta da 11 esploratori italiani ed è patrocinata dalla SSI. I partecipanti sono F. Ardito, G. Badino, M. Topani, L. Piccini, J. Giulivo, C. Giudici, M. Mecchia, E. Centioli, M. Vianelli, M. Bianchetti, T. Bernabei. La storia è nata da un'idea di quest'ultimo che ha seguito la "pista" URSS fino ad ottenere (grazie all'interessamento di Paolo Forti) un invito, contattando poi un gruppo di amici per andare a far grotte laggiù. Non si tratta quindi né di una "spedizione nazionale" né tantomeno di una "selezione" particolare, ma solo di un gruppo di persone con l'interesse comune di farsi un giro esplorativo nella Middle Asia. Se la collaborazione con i sovietici funzionerà, non mancheranno ulteriori possibilità future.
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Risolto il mistero del Kym |
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Nel corso di una splendida punta in Fighiera che ha visto ben otto allievi raggiungere il Finis Africae a -500 e rotti, abbiamo nel contempo risolto il quesito che un paio di anni fa aveva turbato le nostre notti insonni e no. Dopo una buona serie di pozzi inesplorati, provenienti dall'Onishi ci eravamo imbattuti in una grossa sala dove campeggiava fiammante una scritta: kym. La prima ipotesi, che fosse l'abbreviazione di Khayyam, era naufragata nelle successive interviste effettuate agli sparuti frequentatori di tale ramo. Quindi per individuarne l'autore le ricerche si estesero fino all'appello lanciato dalle pagine di Grotte.
Ora seguendo una scarno cunicolo, un paio di pozzetti e una frattura assai concrezionata siamo giunti proprio alla base del P. 70 del Khayyam. La presenza dell'immigrato Terranova ha fatto sì che il ramo fosse naturalmente intitolato a "Diego Armando Maradona, poeta goleador". Ebbene sì, anche noi stentiamo a mantenerci puri.
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L'incontro di Costacciaro |
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Si è svolto a Costacciaro l'1 e 2 aprile quello che ufficialmente è stato nominato "III incontro nazionale di simulazione di incidente speleologico" ma che molto più alla buona tutti chiamano "il giochino". Si tratta di un'esercitazione teorica per i quadri del soccorso che attraverso la simulazione a tavolino di un incidente ipogeo devono individuare il comportamento ottimale per un responsabile delle operazioni.
Lo scopo è quello di permettere ai delegati, vice e capi squadra dei vari gruppi di prendere visione dei problemi e degli ostacoli che possono presentarsi "in esterno" durante una operazione di soccorso.
La realizzazione, a cura del 1° gruppo, è costata a una decina di volontari torinesi circa tre settimane di stressanti e quotidiane riunioni.
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Dall'Oriente |
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Truppe Piemontesi a Claut, dopo l'incursione invernale a Landri Scur sono tornate a rivedere la grotta, questa volta sotto forma di diapositive. Meno affascinante che dal vivo, in compenso era più caldo, meno umido, assai meno faticoso. Molto pubblico e solita riunione di amici di varie provenienze con le usuali conseguenze. Benemerito il tentativo dei pordenonesi di inserire Claut e le sue grotte nei normali circuiti speleologici: non è a due passi ma merita il viaggio.
Sempre a proposito di orientali: è successo che il nostro socio Agostino Cirillo si sia scordato (sicuramente una banale e involontaria dimenticanza) di comunicarci la sua elezione alla presidenza del Gruppo Speleologico Pordenonese.
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Spedizioni in Filippine e in Messico |
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In gennaio e febbraio c'è stata una grossa spedizione di speleologi italiani in Filippine. L'iniziativa era del padovano De Vivo e del veronese Rossi, ma vi hanno partecipato speleologi da Milano, Trieste, Firenze, Roma, Treviso e dalla Sardegna.
L'obiettivo iniziale era l'isola di Samar ma un tifone ha reso impossibile perseguirlo. I nostri si sono rivolti all'isola di Palawan dove vi è una grotta esplorata dagli australiani per 8 km, il fiume sotterraneo di Saint Paul, i primi 5 km della quale sono da esplorare su canoe (!). Sono andati a vedere se trovavano qualcosa: Piccini, che sull'albero di maestra faceva il gabbiere si è trovato una prosecuzione davanti al naso ("galleria, galleria!", gridava dall'alto) e l'hanno esplorata. Purtroppo era piuttosto piccola, solo 7 km di rami fossili rilevati sopra il torrente, gallerie di poche decine di metri di larghezza, ma loro si sono accontentati, poverini, perché ci sono delle belle concrezioni.
L'industria italiana tira, il PNL cresce, la ricchezza media pure e i nostri speleologi si scatenano su tutto il pianeta. In aprile, poco dopo la spedizione in Filippine un'altra (fiorentini e bolognesi) è piovuta ai suoi antipodi, in Messico, Chiapas. Ha cavato fuori una quindicina di grotte nuove fra cui brillano due sotani, uno dei quali di duecento metri di profondità, e una risorgenza attiva esplorata per qualche centinaio di metri.
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Rischi delle grotte tropicali |
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Forse la spedizione nella Gruta da Craibinha, Goyas, Brasile (descritta da Badino sul grotte 97), oltre ad un chilometro e mezzo di grotta ha scoperto anche una nuova malattia tropicale. Due componenti della spedizione, Claude Chabert e un brasiliano, si sono beccati un accidente su una gamba (piaga non rimarginante) che gli specialisti né a Parigi né a San Paolo sanno identificare né curare. Ne stanno lentamente uscendo ora a dieci mesi di distanza: bella roba.
Quell'enorme fiume caldo e verdastro di vegetazione trascinata sottoterra per decine di chilometri, quegli ambienti brulicanti di indesiderata vita, brulicavano ancor più di quel che sembrava.
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Mario Biolino |
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È scomparso in circostanze misteriose Mario Biolino, che anni fa era venuto in Gruppo sulla scia della sorella Piera e dei cugini Daniela e Chicco Calleri.
Si era subito capito che lui non era fatto per la vita di città, e che non era tra i suoi ideali arrivare ad una buona scrivania. Laureatosi e trovato l'impiego, si è poi licenziato e da otto anni girava il mondo, vivendo un vita di grande intensità, libertà e soddisfazione, fermandosi a lavorare di braccia nei paesi ricchi per guadagnare da campare poi in quelli poveri. Ultimamente dall'Australia era passato all'Indonesia, ed era nell'isola di Bali quando una sera di marzo è partito per salire su una montagna a vedere l'alba, e non è più tornato. Inutili sono state le ricerche fatte da Piera, da Sergio Brucoli e da Mario Olivetti, coadiuvati in modo commovente da tutti i ragazzi del "Denpasar Speleologi Club" di Denpasar. Se ci sono elementi sufficienti per portare la ragione a rassegnarsi, il cuore però attende che un giorno o l'altro Mario torni dal suo viaggio.
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Nel sifonetto scavato del Garb dell'Omo (foto G. Badino).
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Prime crociate con i lombardi |
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La terza spedizione internazionale è stata organizzata dal nostro gruppo in febbraio. Dove?
In Lombardia.
Ridete, ridete ma c'è fra noi una tradizione radicatissima che stabilisce di non andare in Lombardia a far speleologia; non chiedetemi il perché, non lo so. Sarà che le automobili al momento di andare in grotta da Torino partono verso Sud e tu te ne accorgi troppo tardi e te ne vai al Marguareis o in Apuane per non sprecare la benzina spesa fin lì. O forse perché coi lombardi in genere non abbiamo avuto se non rapporti piuttosto indifferenti, descrivibili più come rapporti fra colleghi di lavoro di due filiali diverse della stessa ditta che di amicizia: mah! Certo che anche ai tempi del vecchio 1° Gruppo di soccorso non si litigava ma neppure si legava gran che.
Certo è che gli speleologi di quella lontanissima contrada (Mantonico e Buzio) ci hanno invitato a frequentarli. Chi scrive ha passato l'Oceano Ticino ed ha frenato prima di arrivare dagli amici veneti. E si è trovato in una bellissima grotta, detta "Viva Le Donne", profonda e complessa, che prosegue per ogni dove, accesso di cresta di uno sterminato mondo sotterraneo che gli esploratori stanno cominciando ad intravedere nelle profondità della Grigna, sopra Lecco. Abbiamo esplorato un ramo che diffluisce dai -450, e continua piuttosto bene: e qui ringrazio tanto dell'invito quelli che stanno finalmente diventando gli amici speleologi lombardi.
Dopo questa discesa i rapporti sono continuati: insieme in Arnetola, insieme alla Tacchi-Zelbio col nostro corso, insieme a Bacardi e Porte di Ferro, insieme a Costacciaro. Insieme a letto ancora no.
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Un po' di tutto |
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Ancora dal Garbo dell'Omo inf. L'ennesima serie di risalite ha portato a un grosso meandro che dopo un centinaio di metri manifesta evidenti intenzioni di proiettarsi all'esterno.
La frana che ne blocca le velleità sarà eliminata? Articolo sul prossimo "Grotte".
Risorge il Gruppo Speleologico di Giaveno. Sei baldi giovani con già qualche anno di attività alle spalle hanno frequentato i132° corso al GSP. Sono bravi e interessati (e fessi). Speriamo bene.
Udite, udite: sta per uscire il mega super lavoro su Piaggia Bella ad opera dei soavi poeti torinesi, stampato dall'AGSP grazie al contributo della Regione. Era già stato annunciato altre volte? Sì, però questa è quella buona. Forse.
Due esercitazioni leggere per il1 ° Gruppo del CNSA/SS in questo inizio di 1989. Una a Borgio Verezzi, dimostrativa, una all'orrido di Foresto, decisamente più operativa. Avete mai provato a recuperare in una gola? E divertente. Da ora in poi però si fa sul serio: Omega X, A11 e infine Labassa.
Notizie dall'Uget: dalle elezioni del Consiglio Direttivo sono sbocciate alcune novità: Lovera consigliere effettivo, Dematteis consigliere (o consiglrice) delegato. Ora la rappresentanza speleo è così composta: Di Maio, Eusebio, Lovera effettivi e Chiabodo, Dematteis, Terranova delegati.
Giuliana Celentano, al secolo signora Andrea, è incinta; l'erede arriverà ad agosto. Grande è stata la sorpresa di chi pensava che Andrea rappresentasse un ramo secco dell'evoluzione umana. Macché, l'intervento delle speleologhe napoletane continua a rimediare anche alla selezione naturale: Marilia ha recuperato i geni del Terranova, Maria Carla quelli del Maurizio Miragoli presidente del GGM, ora Giuliana ha pensato a quelli di Andrea. Speleologhe napoletane, se pensaste un po' anche a quelli del nostro povero Badino (tel. 011/8397605)?

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Attività di campagna |
a cura di M. Scagliarini |
Sono riportate le uscite dal 1 gennaio al 30 aprile 1989, probabilmente con varie lacune dovute alla ben scarsa collaborazione dei partecipanti all'attività, che omettono sovente di registrarla sull'apposito quaderno. Un maggior impegno in questo senso appare indispensabile.
6 gennaio, Grotta di Bossea. Giro fotografico di B. Vigna.
7 gennaio, rilevamento delle temperature nel Gaché e Fine di Mondo: G. Badino.
6-7 gennaio, La Bassa (Chiusetta-Marguareis). Esplorazione nelle gallerie Pastasciutta. Scesi pozzi che portano all'Iperspazio. Effettuata una traversata su di un pozzo, oltre il quale la galleria prosegue. G. P. Carrieri con R. Mureddu e un altro speleo del GS Imperiese.
7-8 gennaio, Arma delle Mastrelle. G. Badino, A. Bianco, R. Pavia, R. Guiffrey in zona Eliogabalo e iniziato scavi nelle Re Mida.
7-8 gennaio, Landris Scur (Claut, PN). Ospitati dagli amici di Pordenone, giro esplorativo assai interessante. D. Grossato, U. Lovera, S. Sconfienza, P. Torta con A. Cirillo e L. Imperio.
15 gennaio, Zona di Roaschia. Battuta sopra la Dragonera e visita alla Grotta di Tetti Ray. C. Curti, A. Eusebio, U. Lovera, B. Vigna.
20 gennaio, Barmassa (Limone). Percorsa la grotta fino al sifone terminale. Poca acqua. Risalito un condotto con aria. A. Gaydou, F. Mazzilli, M. Oddoni.
20 gennaio, Arma delle Mastrelle, Porte di Ferro (P. Bella). Scavata un'ennesima volta la prima parte del Peu de Feu. Tentativo di risalita andato a monte a causa delle batterie del trapano. G. Badino, V. Bertorelli, A. Bianco, G. Nobili, R. Pavia.
22 gennaio, Grotta dei Dossi Inf. (Villanova Mondovì). Apertura e visita completa: il sifone finale è in realtà un semplice laghetto. M. Scagliarini, P. Terranova, B. Vigna.
27 gennaio, Arma delle Mastrelle. Effettuate alcune traversate sulla forra. Riesplorata la zona sotto i P82. L'aria sembra andare verso i rami di Jo. G. Badino, R. Guiffrey, R. Pavia con D. Frati e M.Marantonio.
28-29 gennaio, riunione a Bologna dei delegati CNSA/SS. G. Carrieri, A. Eusebio, U. Lovera.
29 gennaio, Pis del Pesio. Esplorazione di una serie di cunicoli (60 m) localizzati 30 metri prima del sifone attivo. F. Cuccu, D. Grossato, E. Martiello, M. Naretto, F. Tesi, B. Vigna.
30 gennaio, Grotta Nasi (Garessio/Valdinferno). Sostituzione carta agli strumenti di misurazione. B. Vigna.
5 febbraio, battuta sopra Upega. G. Carrieri, R. Ferrein, U. Lovera, F. Tesi.
12 febbraio, Caudano (Frabosa Sott.). Prima uscita in grotta del 32° Corso di Speleologia. Istruttori: V. Bertorelli, G. P. Carrieri, C. Curti, M. Dematteis, A. Eusebio, U. Lovera, E. Pesci, M. Scagliarini, S. Sconfienza, R. Pavia, P. Terranova, F. Tesi, W. Zinzala con C. Balbiano, J. Berger, R. Cabula, F. Cuccu, D. Enrici-Baion, A. Gaydou, G. Giovine, P. Giaccone, D. Grossato, M. C. Lusso, E. Martiello, A. Masino, F. Mazzilli, M. Naretto.
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12 febbraio, Viva le Donne (Lecco). Esplorazione di rami che partono da -450. G. Badino + 2 Comaschi.
18-19 febbraio, Palestra di roccia di Valdemino (SV). Esercitazione del Soccorso Speleologico. Hanno partecipato i volontari del GSP: G. Badino, V. Bertorelli, G. P. Carrieri, A. Cerovetti, R. Chiabodo, C. Curti, M. Dematteis, A. Eusebio, G. Giovine, U. Lovera, A. Manzelli, R. Pavia, E. Pesci, S. Sconfienza, W. Segir, R. Serra, P. Terranova, F. Tesi, B. Vigna, W. Zinzala.
19 febbraio, Garb dell'Omo inf. (Val d'Inferno). Giro fino alle risalite. P. Giaccone, M. Naretto, M. Oddoni.
26 febbraio, Arma della Pollera (Finale L. SV). Uscita del 32° Corso: Carrieri, R. Chiabodo, U. Lovera, E. Pesci, R. Serra, F. Tesi, B. Vigna. E inoltre: F. Cuccu, G. Giovine, D. Grossato, M. C. Lusso, E. Martiello, F. Mazzilli, M. Naretto, C. Oddoni, M. Oddoni, S. Rosso.
26 febbraio, Grotta delle Vene (Viozene). Uscita del 32° Corso. Istruttori: G. Badino, A. Bianco, C. Curti, M. Dematteis, A. Eusebio, G. Nobili, R. Pavia, M. Scagliarini, S. Sconfienza, S. Serra, P. Terranova, W. Zinzala, A. Cerovetti con C. Balbiano, J. Berger, D. Enrici-Baion, C. Martino.
2 marzo, Grotta delle Vene (Viozene). Sostituita la carta agli strumenti di rilevazione. Visto buco sul soffitto delle gallerie finali. R. Pavia, B. Vigna.
5 marzo, Zona delle Turbiglie. Battute. Trovati buchetti. M. Pastorini, B. Vigna.
5 marzo, Tacchi-Zelbio. Uscita di Corso. Istruttori partecipanti: G. Badino, V. Bertorelli, A. Cerovetti, C. Curti, A. Eusebio, E. Pesci con D. Bregolato, D. Enrici-Baion, P. Giaccone, F. Mazzilli, M. Naretto, M. Oddoni, M. Pavese.
5 marzo, Ulivi Fer (Apuane). Discesa nel nuovo abisso fiorentino a nuovi rami a -550. G. Carrieri, U. Lovera, F. Tesi con 3 fiorentini.
5 marzo, Grotta di Rio Martino (Crissolo, Valle Po). Uscita di Corso. Hanno partecipato gli istruttori: M. Dematteis, G. Nobili, R. Pavia, M. Scagliarini, R. Serra, W. Zinzala con M. Chiri.
12 marzo, Orrido di Foresto (Val di Susa, TO). Esercitazione del Soccorso Speleologico. Per il GSP hanno partecipato i volontari: G. Badino, V. Bertorelli, G. P. Carrieri, A. Cerovetti, R. Chiabodo, C. Curti, M. Dematteis, A. Eusebio, G. Giovine, U. Lovera, A. Manzelli, R. Pavia, E. Pesci, S. Sconfienza, W. Segir, R. Serra, P. Terranova, F. Tesi, B. Vigna, w. Zinzala con M. Galliano e P. G. Trova.
19 marzo, Zona dell'Orso di Pamparato. Battuta. M. Pastorini, B.V igna.
25-26-27 marzo, Valle d'Arnetola (Apuane). Varie battute, discesi diversi pozzi nel settore destra orografica. G. Badino, C. Curti, A. Eusebio, B. Vigna.
26 marzo, A 11 (Marguareis). Traverso sul P70 ed ecco un ramo nuovo con pozzi da scendere in diverse direzioni. P. Giaccone, U. Lovera, M. Naretto, M. Oddoni, M. Pavese, S. Sconfienza con il fiorentino G. Guidotti.
1-2 aprile, Costacciaro (C.N.S.). Simulazione di incidente speleologico. Due giorni di esercitazione a tavolino (il cosiddetto "giochino") che ha visto la partecipazione di responsabili e volontari del C.N.S.A. provenienti da tutta Italia. Quest'anno oltretutto, la preparazione del "giochino" è stata curata dal 1° Gruppo (Piemonte) e in quella sede erano presenti: P. G. Baldracco, G.
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P. Carrieri, A. Cerovetti, A. Eusebio, G. Giovine, U. Lovera, E. Pesci, M. Scagliarini, S. Sconfienza, F. Tesi, W. Zinzala.
2 aprile, Zona di Borello. Battuta nella zona bassa. M. Pastorini, B. Vigna.
2 aprile, Pozzo delle Saline. Disostruzione a -50. G. Badino, R. Ferrein, I. Mazza.
3 aprile, Grotta Nasi. Sostituita la carta agli strumenti di rilevamento. B. Vigna.
9 aprile, Cava di Borgone (Val di Susa). Uscita del 32° Corso nella nota palestra di roccia. Istruttori: G. Badino, A. Bianco, M. Dematteis, A. Eusebio, U. Lovera, A. Manzelli, S. Sconfienza, S. Serra, P. Terranova, F. Tesi, B. Vigna, w. Zinzala con F. Cuccu, D. Enrici-Baion, P. Giaccone.
16 aprile, Grotta dell'Orso di Pamparato. Fangosa uscita del 32° Corso. Istruttori: A. Bianco, M. Dematteis, R. Guiffrey, U. Lovera, R. Pavia, S. Sconfienza, S. Serra, B. Vigna, W. Zinzala con S. Bessone, D. Bregolato, F. Cuccu, D. Grossato, E. Martiello, P. Torta.
16 aprile, Arma dei Grai (Ormea). Un'altra straclassica per il 32° Corso. Istruttori presenti: A. Cerovetti, C. Curti, A. Eusebio, A. Manzelli, M. Scagliarini, F. Tesi con C. Oddoni, C. Balbiano, D. Enrici-Baion.
22-25 aprile, a Claut (PN) 4 intensi giorni. Proiezioni di dia e altro. Visti i "disostruttori" all'opera. D. Bregolato, D. Grossato, U. Lovera, F. Tesi, P. Torta.
23 aprile, Monte Carmo. Battuta nel settore est. A. Cerovetti, C. Curti, A. Eusebio, M. Galliano, D. Enrici-Baion, P. G. Trova, B. Vigna.
24 aprile, Capo Noli (SV). Battute. A. Cerovetti, C. Curti, M. Galliano, D. Enrici-Baion, P. G. Trova, B. Vigna.
25 aprile, Buranco S. Pietro. Visita della cavità (aria forte). A. Cerovetti, D. Enrici-Baion, P. G. Trova, B. Vigna.
30 aprile, Zona di Lisio. Visti alcuni buchetti. M. Pastorini, B. Vigna.
29-30 aprile/1 maggio, Parco della Moulliere (Grasse, Francia). Stage di tre giorni nell'ambito del 32° Corso, in una zona molto bella. Da apprezzare il fatto che nel raggio di 100 m coesistevano auto, tende e i vari ingressi. Sono state viste: Aven Glacier, Aven Ollivier, Aven Vigneron. Stranamente il tempo è stato clemente e ci si è riusciti persino a divertire. Bravissimi! G. P. Carrieri, R. Chiabodo, C. Curti, M. Dematteis, A. Eusebio, U. Lovera, E. Pesci, M. Scagliarini, S. Sconfienza, P. Terranova, F. Tesi con D. Bregolato, A. Cirillo, F. Cuccu, Jo Lamboglia, A. Gaydou, M. Naretto, M. Oddoni, P. G. Trova e diversi altri e altre che sarebbe estenuante elencare. Ciao a tutti!

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Note sul 32° Corso |
Maria Dematteis |
Più che sulle novità del 32° corso rispetto al corso scorso, sarebbe interessante fare un discorso sulle differenze tra il corso in corso e il prossimo corso, se non fosse che il corso in corso non è ancora trascorso, mentre nulla si sa del prossimo corso.
Venendo a questo corso, la filosofia che sta alla base delle scelte fatte è: minimo sforzo, massimo profitto (cosa vi credevate), ma non dipende da profonde meditazioni sulle necessità di un corso di speleologia, bensì dal mio personale carattere.
Le scelte di base le elenco di seguito; tenete conto che si tratta, in massima parte, di cose già viste nei due corsi precedenti. Infatti, se si vuole faticare poco, è indispensabile inventare meno possibile.
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dal 30° corso |
dal 31° corso |
novità del 32° corso |
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1° PARTE |
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· lezioni venerdì sera |
· Promemoria, per gli allievi,dell'attrezzatura necessaria |
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· 1ª uscita: Caudano |
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· 2ª uscita: Vene, Pollera |
· 3ª uscita, facoltativa, in unagrotta "originale" |
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· Prezzo medio |
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· schede per allievo |
· Imbrago Lochner compresonel prezzo di iscrizione |
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· Questionari da compilare |
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per gli allievi |
· Distribuzione di dispensesulle lezioni, rilievi e descrizioni di grotte |
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· Durata: 1 mese |
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2ª PARTE |
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· lezioni venerdì sera |
· Promemoria dell'attrezzaturanecessaria agli allievi per la seconda pere del corso |
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· Palazzo a vela: palestradi roccia mercoledì sera |
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· Uscita in palestra diroccia all'aperto |
· 4ª uscita: in grotte in corsodi esplorazione |
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· 2ª uscita: Orso di Pamparato |
· 3ª uscita: Stages |
· Lezione: grotte in corso diesplorazione |
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· 2ª parte del corso ufficiale |
· Lezione monografica su ungrande complesso carsico |
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· Costo uguale alla prima parte |
· Lezione di tecnica a caricodella direzione |
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· Durata 1 mese e 15 giorni |
· Interruzione di 2 o 3settimane tra la prima e la seconda parte del corso |
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· Numero massimo di iscrittidichiarato sulle locandine |
· Distribuzione materialedidattico e rilievi delle cavità |
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· promemoria, per gli istruttori,per l'unificazione delle Tecniche da insegnare |
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· Richiesta, da parte di ogni allievo, di una relazione sul corso |
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Posso aggiungere che non è vero che ho fatto tutto io: i relatori hanno tenuto delle ottime lezioni e i più hanno anche fornito delle dispense, il responsabile dell'archivio ha preparato i rilievi e le descrizioni delle grotte, la segreteria del CAI-UGET ha gentilmente fotocopiato parte del materiale didattico, gli istruttori si sono sempre presentati in numero sufficiente, il mio codirettore ha fatto tutto quello che non avevo voglia di fare io, i magazzinieri hanno sempre recapitato il materiale necessario per le uscite, eccetera.
Per concludere: fare l'istruttore è certamente più rilassante, ma dirigere un corso è divertente e dà più soddisfazioni; soprattutto se il direttore si trova, come me, ad avere ampia libertà di azione.
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da: Storie di serate oscure capitolo secondo, "Una storia senza fine" |
Maria Dematteis |
C'era una volta una speleologa, era di sera e lei se ne stava, tutta sola in sede a registrare la posta, quando sentì bussare alla porta.
"Avanti", disse, e sulla soglia comparve una vecchina. "Vorrei delle informazioni sul corso di speleologia", disse la vecchina, "vorrei imparare ad andare in grotta".
"Pussa via, brutta vecchia", rispose la speleologa, infastidita dal ritardo dei suoi amici e arrabbiata per aver sbagliato riga sul registro della posta, "non seccare, non lo vedi che sei troppo vecchia e poi io del corso non so niente, dovresti semmai rivolgerti al disgraziato che lo dirigerà quest'anno e non sarò certo io".
La vecchina si offese moltissimo sentendo queste parole e, siccome era un coboldo travestito, le disse: "Impara ad avere più rispetto, chè non è certo colpa mia se i tuoi amici sono in ritardo e intanto, perché così non te lo dimentichi, che tutte le lettere che hai registrato fino ad ora si trasformino in allievi del corso".
E detto questo se ne andò.
A questo punto, dal registro della posta, saltarono fuori almeno 400 allievi, prima che la povera speleologa riuscisse a chiuderlo nell'armadio schiacciandolo con una pila di bollettini arretrati, tre risme di carta intestata e un proiettore.
I 400 allievi si guardarono intorno smarriti, poi si accorsero di lei e, mentre saltellavano infilandosi dappertutto, iniziarono a fare domande: "Direttrice, quando inizia il corso?", "Direttrice, quanti siamo?", "Direttrice, quanto costa?", "Direttrice, quando si parte?", "Direttrice, come sono fatte le grotte?", "Direttrice, io ho già l'imbrago", "Direttrice...
Oddio, pensò la poveretta, credo che dovrò ucciderli tutti.
In quel momento arrivò un altro speleologo, entrò e disse: "Ciao, ci siamo solo noi?"; "Lui", urlò la speleologa, "è un direttore anche lui".
I 400 allievi tacquero, si fermarono per un attimo, lo guardarono, poi ripresero: "Direttori, a che ora si parte?", "Direttori, in che grotta devo andare?", "Direttori, perché proprio in quella?", "Direttori, come si fa una longe?", "Direttori, ho freddo", "Direttori, ho fame", "Direttori, sono stanco", "Direttori...".
Oddio, si dissero i due, dobbiamo pensare come ucciderli tutti. Detto fatto, aprirono la porta che dà sulla balconata e iniziarono a buttarli di sotto. Quando ebbero finito c'erano già state 5 lezioni teoriche e 3 uscite in grotta, così si sedettero, stanchi, e iniziarono a riflettere.
"Peccato", disse uno, "forse avremmo potuto tenerne almeno qualcuno". Ed era molto triste. "Già", disse l'altra, "magari potevamo fare ancora 9 lezioni teoriche e 4 uscite, senza contare Palazzo a Vela". E sospirava.
Sentendo queste parole, sbucarono dagli armadi della biblioteca, dove si erano nascosti dietro alcuni grossi volumi, 36 allievi che cercarono di consolarli dicendo: "Su, non fate così, ci siamo ancora noi".
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I due direttori finalmente sorrisero, si sentirono subito meno stanchi, guardarono i 36 superstiti e risposero: "Che carini, vi teniamo, ma alla prima domanda inopportuna finite come gli altri 364".
Come finirà la storia, ancora non si sa.
(da: Italo Calvino, Fiabe italiane, Einaudi, pag. 388, Cecino e il bue)
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Il corso visto dagli allievi |
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Per me il Corso non è stato una novità dal Iato delle tecniche di progressione in grotta, in quanto avevo confidenza con le medesime da circa due anni. Mi è stato utile dal lato scientifico, sapere come si formano, come e dove trovarle, il loro sviluppo. Ma soprattutto mi è servito dal lato emotivo.
Cioè, inizio ora a capire le grotte e ad apprezzarle per ciò che realmente mi rappresentano: non più sfida con la natura (dove l'uomo si misura con essa, a costo di rischi notevoli), o attività "elitaria" o addirittura masochistica visto l'ambiente niente affatto ospitale.
Inizio a vivere le grotte come un piacere di vedere cose sconosciute e non, dove la bellezza dei luoghi non è semplicemente rappresentata da concrezioni più o meno artistiche, ma anche da meandri, pozzi, frane, strettoie (non molto simpatiche peraltro). Apprezzo di più le grotte per come sto imparando a entrare in armonia con loro (non è facile); dopo un ostacolo quasi sempre si è premiati da spettacoli di rara bellezza. Ad esempio passare attraverso un meandro stretto, tortuoso e fangoso (il massimo) per poi sbucare in gallerie e saloni dove magari c'è anche un fiume: è un'emozione non facile da tradurre a parole.
Mi si sta insegnando ad apprezzare tutto questo, ed io ne sono veramente grato agli istruttori che in qualche maniera sono riusciti a farmi capire queste cose. Adesso sta a me maturare in questo ambiente per viverlo sempre di più con il cuore.
(Gregorio Balestra)
Mille i motivi per iniziare, ma uno solo per continuare: l'amore per la grotta. Perché di amore si tratta, e come tale non può essere semiserio: o c'è o non c'è. Te ne accorgi subito perché lei, la grotta, non concede molto tempo, non dà alternative. Ti abbraccia, ti stritola, ti fagocita. E tu ci devi stare bene, sentirti a tuo agio, permetterle il contatto, un contatto intimo, profondo, totale. Assorbe fisico e psiche. Se non ti va te ne vai senza bisogno di dare spiegazioni, perché in casi come questo le parole mostrano più che mai il loro limite. Se resti, invece, inizi una relazione che durerà per sempre, perché certe sensazioni non sono cancellabili, si imprimono a fuoco sul corpo e sulla mente.
Le dimensioni. Se ti abbandoni, inizi a perdere i segni di confine tra te e la grotta, lo spazio ora è piccolissimo ora immenso, uno spazio di tenebre che fa cercare la luce - dentro di te, fuori nel mondo.
Il rapporto con chi ti è vicino. Isolamento e compagnia s'alternano instancabili ed il colloquio non si ferma alla parola perché ci deve essere un'intesa stretta, tu hai bisogno dell'altro e l'altro di te; vuoi, devi aver fiducia e darne. Se rimani solo senti che non puoi scappare da dove sei, da te stesso - non vuoi scappare.
Il tempo. Là sotto è fermo in un'immobilità sconosciuta in attesa di farsi disegnare dai tuoi movimenti, dai tuoi pensieri, dalla tua ricerca. I minuti e le ore si confondono, si dilatano, svaniscono. Il presente è tutto e quando torni alla luce (non sai bene quanto la desideri quanto invece la temi) non sei più speleologo, la metamorfosi è immediata. Ma ti resta il potere di tornare in grotta, alle stesse sensazioni, in ogni momento: basta chiudere gli occhi e ti ritrovi sul medesimo palcoscenico, ogni volta diverso ogni volta uguale.
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L'altra notte ho spento i passi alle mie spalle e sono rimasta sola in un alone di umidità leggera, in una sfera di luce vibrante in contatto ovattato con la roccia - una nicchia accogliente. Un mondo a parte.
Alcuni mesi fa, per caso, incontrai il corso sulla mia strada: ho conosciuto una dimensione del mondo del tutto nuova, fantastica, inimmaginata ed ho trovato persone del tutto nuove, fantastiche, indimenticabili.
(Isabella Mazza = Beba)
Parole smozzicate su cartoline illustrate sono ormai le uniche cose che scrivo da anni a questa parte. Spero che questa premessa mi faccia perdonare almeno in parte la melodia singhiozzante di ciò che ora mi appresto a scrivere.
Dunque tutto iniziò forse quando conobbi il primo speleologo, una fresca e bella mattina estiva sul Marguareis. Albeggiava e le goccioline di umidità tremolanti sui rami degli arbusti iniziavano a riflettere luce, ricordo il suono dei nostri respiri nel momento che precede l'inizio del giorno, con il primo vibrare della natura nel Semi-Silenzio. Da lontano scorgemmo il bivacco dopo quella tranquilla passeggiata notturna, qualcuno pensava già di spalmare burro su grosse fette di pane e di inzupparle nel caffè, uno di noi vedeva solo un letto in cui sprofondare. E così fu.
All'interno del capanno c'era qualcuno che dormiva, con fare felino entrammo. Ribollire di caffè, il dormiente si svegliò. Facemmo colazione, si parlò della particolarità del posto, grotte, abissi, viaggi. Ero incuriosito ed al tempo stesso affascinato da questo personaggio, ma fu una conoscenza breve, da lì a poco lo lasciammo solo, nel suo oblio letterario. Non lo rividi mai più.
Usciti fuori ci incamminammo in ordine sparso per i dintorni, il sole invitava ad una sana riflessione orizzontale. Mi chiedevo cosa ci fosse veramente sotto di me, in quel momento stelle alpine, a centinaia, mi sdraiai su un tappeto fiorito. Tuffando lo sguardo nel cielo blu decisi che un giorno mi sarei inoculato in quelle profondità; cercai di immaginare la cosa, fantastica, volevo sapere, conoscere, mi addormentai.
Sono passati alcuni anni, oggi del corso non posso parlarne che bene: piacevole, lo trovo ben curato, l'ambiente accogliente, cosa che non si può dire di una strettoia affrontata con un mal di testa da delirio: diventa un'esperienza esoterica. Freddo, tenebre ed acqua, fango, non sono certo le attrattive più entusiasmanti che una grotta riserva all'umano intruso. Certo è che la fatica viene ampiamente ricompensata con la vista di tali spazi, con la sensazione che si avverte al di là, oltre il buio.
Imparare ad ascoltare la grotta è una di quelle sensibilità prime di cui vorrei impadronirmi; l'idea poi di poter esplorare territori vergini addirittura mi infiamma, esuberanza piromaniacale che bado bene di tenere a freno per ora.
Lungo è il cammino.
(Gabriele Demichelis)
Allievi che hanno partecipato alla seconda parte del corso (36 su 46 iscritti):
Gregorio Balestra, v. Castagnevizza 1, 39.46.36
Luca Borghesio, c. Re Umberto 42, 53.29.47
Lorenzo Bozzolan, v. San Rocco 2
Alessandro Bragaglia, v. Casteldelfino 7, 21.27.88
Claudio Brusaschetto, v. Banfo 62, 24.81.804
Sandro Busana, c. Giulio Cesare 48, 85.78.96
Davide Cerruti, v. Al Borgo 38, Pianezza, 96.74.332
Andrea Colombo, c. Brunelleschi 91, 70.711.92
William Colombo, v. Musiné 43, Giaveno, 93.76.183
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Mauro Corso, v. Settimo 40, S. Mauro Torinese, 822.38.81
Roberta De Filippis, str. Moncalvo 55, Moncalieri, 69.68.252
Gabriele Demichelis, v. Castagnevizza 1, 39.92.10-34.71.969
Vincenzo Di Mauro, v. Borgomanero 15, 76.60.20
Adriana Fara, c. Sebastopoli 297/10, 30.63.45
Dario Geuna, v. S. Marco 8, Pinerolo, 0121/21047
Flavio Ghiro, v. Partigiani d'Italia 14, Bibiana, 0121/55.91.13
Claudio Ghittino, v. Lavazza 46, 81.91.335
Paolo Giaccone, v. Bologna 17, Collegno, 78.032.66
Giangavino Ladu, v. S. Paolo 88, 33.56.103
Claudio Maniezzo, v. Don Pigolotto 30, Giaveno, 93.78.741
Gabriele Mazza, v. Montebello 23, 83.13.28
Isabella Mazza, v. Montebello 23, 83.13.28
Michele Miola, v. M. Guglielmino 35, Giaveno, 93.65.165
Marcella Muti, v. Dante 42, Alessandria, 0131/443047
Antonio Ostuni, v. Nitti 26, 30.93.680
Laura Ottonello, v. Virginio 41, Pinerolo, 0121 /72007
Luca Ormentini, v. Tunisi 64, 31.95.411
Mauro Paradisi, v. Aie Lunghe 16, Settimo Tor., 800.25.94
Gerolamo Rossi, c. Unione Sovietica 229, 39.33.89
Pierangela Rossini, v. Ormentini
Carlo Salza, v. Pianezza 33, Collegno, 40.500.41
Alberto Selvaggi, v. Duchessa Jolanda 21, 40.41.368
Cristina Terzolo, v. Acciarini 14, 39.23.87
Roberto Vai, v. Campanello 6, 92.61.92
Alessandro Valori, v. S. Massimo 28, 88.40.50
Luca Vinay, v. Repubblica 11, Torre Pellice, 0121/91251-891085

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L'abisso Valmar |
G. Ferret, A. Franco, J. Lamboglia, M. Paul |
La collaborazione di vari gruppi e di speleologi isolati, nonché l'uso del perforatore a batterie, hanno permesso importanti passi avanti nella conoscenza dell'abisso Valmar (8-17), oltre dieci anni dopo la sua scoperta.
Ubicazione e accesso
L'abisso è ubicato nella parte superiore della Conca delle Carsene (Marguareis, Briga Alta, CN); l'ingresso è a quota 2110 ed ha le coordinate Lambert X= 1025,750, Y=222,525, Z=2110 m. È situato a est dello Straldi, tra il Marcel e l'abisso Scarason, e si apre 50 m sotto l'abisso Fondant (8.5).
Da Pian Ambrogi, vi si accede per il sentiero (segnato in rosso) che sale al Passo Scarason e contorna la parte alta della Conca in direzione est. Cento metri dopo un tornante molto caratteristico, si abbandona il sentiero segnato in rosso e si scende nella Conca e all'abisso.
Storia delle esplorazioni
Scoperto nel maggio 1976 da Jo Lamboglia, esplorato nel 1977 e 1978 dal Club Martel e dallo S.C. Vallauris, al Valmar si era toccata la profondità di -80 senza trovare una prosecuzione. Per dieci anni l'abisso è stato trascurato.
Nell'agosto 1988 si è trovata una continuazione, e la forzatura del meandro che costituiva il vecchio fondo ha aperto la via al resto delle gallerie. Esplorazioni e rilievo si susseguiranno in parallelo fino al novembre dello stesso anno. Vi hanno partecipato vari gruppi e speleologi, di cui vanno sottolineate l'eterogeneità di provenienza e l'ottima intesa tra loro, volti tutti all'obiettivo comune di esplorare l'abisso Valmar: l'Aven Club Valettois, il Groupe Ampusian de Recherche Spéléo, il GSP CAI-UGET, il Groupe Spéléo Plongée du Camping Club de France, lo Spéléo Club d'Alès, lo Spéléo-club du Var e singoli dei Dipartimenti Alpes Maritimes e Var.
Descrizione.
L'abisso ai fini geomorfologici può essere diviso in due parti: dall'ingresso a -134 dove è più stretto e senza grandi pozzi, e da -134 al fondo dove invece le dimensioni si allargano e lo sviluppo guadagna in verticalità.
Dalla dolina d'ingresso, un passaggio stretto sbocca su un P30 dotato di vari restringimenti. Segue un breve tratto in cui si scende in arrampicata e che porta a un P10, la cui base è occupata da un nevaio che proviene da un pozzo parallelo. Da qui si avverte la forte corrente d'aria aspirante (d'estate) che percorre la cavità. Bisogna quindi discendere per materiale di frana poco stabile, sino ad arrivare al P30 successivo. A una breve arrampicata in discesa segue un meandro, interrotto da due salti (8 e 6 m), il cui raggiungi mento è poco evidente (i passaggi chiave si trovano sul soffitto). Dopo una zona stretta (il Zig-zag) il meandro si apre su un bel P18, alla cui base bisogna trascurare il P15 che segue, per risalire invece in opposizione sino a una finestra. Attraverso due salti da 5 m si ritrova il fondo del meandro, che dopo alcune strettoie e altri due salti da 8 m sbocca in una saletta. Si è a -134 e da qui in poi l'abisso assume dimensioni più ragguardevoli e anche un andamento più verticale.
Nella saletta si apre un P7: il proseguimento si trova dopo una corta strettoia che costituisce la sommità del P60 che segue. In questo pozzo, dopo 30 m di discesa, con un pendolo si arriva a una deviazione da cui si continua ascendere fino a un grande terrazzo, ingombro di blocchi, sotto il quale seguono due salti di 11 e 6 m. Dopo, 30 metri di meandro (con un salto di 7 m) conducono al Puits des Dragées di 40 m (= pozzo dei confetti), le cui pareti sono ricoperte da un deposito di sassolini caratteristici.
Dopo questo pozzo, un P9 dà sul P72 che costituisce la maggior verticale dell'abisso; esso è stato scavato su una diaclasi e il fondo è pieno di blocchi. Un passaggio tra essi consente l'accesso a una piccola galleria percorsa da una forte corrente d'aria soffiante (d'estate). Le esplorazioni si sono arrestate alla quota -360.
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Abisso Valmar (rilievo)
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Buco delle Mastrelle - Ramo dei Francesi (rilievo)
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In seguito, partendo dalla base del Puits des Dragées, con una risalita in arrampicata di 10 m si è potuto esplorare un interessante meandro, al cui soffitto si ricongiungono le correnti d'aria aspiranti (da -30 in poi) e quelle soffianti (che provengono da -360). Una condotta sotto pressione delle dimensioni di 3 m x 15 permette di raggiungere poi la sommità dello stesso Puits des Dragées.
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Perduti! |
Riccardo Pavia |
1959. Perdus (Perduti) è il nome che la spedizione del Club Martel di Yves Creac'h aveva dato a questo abisso, quando sperdutasi nella nebbia lo trovò. Esplorarono fino a -285. Allora la Conca delle Carsene era ancora un territorio poco noto agli esploratori sotterranei ed era il tempo dei "conquistadores"; non so se per zelo missionario o per brama di gloria, lo scopo essenziale era quello di scendere giù, al fondo, per scrivere la parola fine. Di più non potevano fare, perché le attrezzature erano limitate, di conseguenza le tecniche limitanti e soprattutto la conoscenza sull'esplorazione del mondo ipogeo era primordiale rispetto ad oggi, e come ultima riflessione credo che il pensiero di portare fuori la "pellaccia" prendesse molto spazio nella loro testa.
1988, trent'anni dopo: l'evoluzione della speleologia non ha portato solo a tecniche innovative di esplorazione e di progressione, ma ha acquisito degli individui che si inventano storie sempre nuove, che si insultano sui pozzi, che sono perfidi e volentieri si coalizzano per ideare qualche nuovo dispetto. Ed è opportuno pensare che queste persone vanno in grotta per sano divertimento e non per conseguire dei risultati che tra l'altro ottengono lo stesso e senza improvvisarsi falsi samurai con dottrine puramente decorative che chiamerei festoni mentali.
L'idea dei Perdus era nota con la giunzione Cappa-Straldi del 1987. Nostra intenzione era di spazzolare l'abisso da cima a fondo, nonostante che alcuni individui (e mi riferisco a quelli che esplorarono nel 1971) manifestassero gelosie e malcontenti. Fighiera, quello che trovò la prosecuzione dell'abisso e poi regalò ai noi e al GSAM l'esplorazione, fu l'unico signore.
Due punte nei Perdus con Beccuccio, Marantonio, Patrizia ed altri anconetani non sono state sufficienti per trovare chilometri di gallerie e fare la giunzione con il Cappa, ma ora sappiamo dove probabilmente prosegue.
Ai -500 dopo l'arrampicata Tric & Branca abbiamo scoperto il ramo Podravka (sottaceti jugoslavi) che si infogna con un passaggio stretto in un budelletto freatico lungo 100 metri e con tanta aria. Ai -320 il famoso camino decantato da Andrea sparisce dopo 15 m per materializzarsi in una spaccatura larga tre dita. Il casino di gallerie freatiche a -320 è sicuramente da rivedere molto molto attentamente, anche se apparentemente sembra chiuso dappertutto.
La prosecuzione vera e propria non ve la dico, perché è così lampante che nessuno l'ha mai vista.
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Porte di Ferro |
Riccardo Pavia |
Felicemente nostro nel dirvi che le Porte di Ferro, anche se bistrattate e dimenticate dalla maggior parte del Gruppo, sono ancora frequentate da me e pochi intimi.
Abbiamo capito finalmente che cazzo fa l'aria sull'80: finisce nei rami di Jo. Con una serie di pendoli sono state viste tutte le finestre che purtroppo, con gallerie e approfondimenti, riportano sempre sul ramo principale. C'è proprio da dire che la tettonica è la regina del male in questa grotta. Abbiamo arrampicato anche nel fondo parallelo alla Galleria Eliogabalo: termina nello stretto in alto e sulla Eliogabalo in basso.
Molto divertente è stato lo scavo al Peu de Feu, trasformato in una trincea tipo quelle del fronte austriaco; il nemico: il fango.
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Piccino e Cuore di pietra |
Paolo Giaccone |
Un dramma in due atti; l'entrata e l'uscita.
Arrivato all'ingresso ho già un'idea di ciò che mi attende, me lo ha descritto il Naretto, parlandomi del Marguareis e di A-11 (tutti luoghi dove non ero mai stato) nell'intento di convincermi a partecipare all'impresa.
Mi riesce difficile immaginare qualcosa di più faticoso del Passo delle Mastrelle, ma so di esserci di fronte.
È quasi ora di pranzo, mangiamo ancora un boccone ed entriamo: siamo Ube, Stefano, Gianni di Firenze (il "piccino" vero, quello originale), Mario (Cagnotto), Marco, Maurilio ed io. Superate le strettoie subito dopo l'ingresso, tutto procede tranquillo, con gli sciiti avanti e noi appresso.
Obiettivo della nostra punta è esplorare la prosecuzione, raggiunta durante il disarmo autunnale, attraverso una finestra sul P.67. Giunto a metà di questo pozzo, mentre mi accingo ad effettuare il traverso, un sacco, stanco di rimanere attaccato all'imbrago di Naretto, decide di precedermi e mi passa a circa mezzo metro, finendo sul fondo del vecchio pozzo. Qualche secondo di paura, poi tutto riprende liscio come l'olio.
Al di là del traverso scendiamo un P .50 e raggiungiamo un salone (Sala dell'Immatricolata Concrezione) a circa -320, dal quale partono tre diramazioni ancora inesplorate. Qui la cosa si fa interessante: la prima di queste diramazioni va in direzione Nord-Ovest (verso la Cresta delle Galline), è un ramo attivo che, dopo un P .25, prosegue lungo saltini dove Mario, Marco e Maurilio sono costretti a fermarsi per mancanza di corde.
Nel frattempo Ube ed io seguiamo il ramo che dalla sommità del salone si dirige verso Nord-Est, risalendo cioè lungo il vallone di zona D. Sceso un salto di circa venti metri, percorriamo un tratto di meandro, sul fondo del quale scorre un ruscello alquanto arzillo, fino a sprofondare in un grande pozzo buio. Profondo quanto? Sembra facile sondare un pozzo: è sufficiente lanciare una pietra e contare i secondi che precedono l'impatto. In genere bastano le dita delle mani per contarli. Ma cosa succede se il tonfo del sasso è coperto dal fragore dell'acqua? Mah?! Ube, non si sa grazie a quali capacità acustiche, valuta una profondità di una quarantina di metri. Impossibile scendere per la troppa acqua.
Tornati al salone, incontriamo Stefano e Gianni che intanto hanno recuperato il sacco caduto nel P.67. Con le corde di quel sacco ci infiliamo tutti nella terza diramazione che punta diritta a Sud. Un'arrampicatina e un traverso ci fanno affacciare su di un bellissimo pozzo di calcare nero, molto grande e profondo una quarantina di metri. Stefano arma sbrigativamente un naturale su di uno spuntone di roccia. La discesa riprende giù per questo pozzo impressionante, alla base del quale troviamo un saltino, quindi un meandro abbastanza tortuoso che diventa basso, stretto e per un terzo immerso nell'acqua (una cosa merdosa, insomma). Io sono sceso per ultimo e sono rimasto un po' indietro, perciò quando raggiungo il meandro gli sciiti stanno già tornando. Mi raccontano ciò che hanno visto: sono sbucati in una saletta, dove un abbondante arrivo d'acqua laterale ingrossa il ruscello; lo hanno seguito in un meandro, fino a vederlo gettarsi in un P.30.
Si comincia a risalire e, arrivati alla Sala dell'Immatricolata Concrezione, mi viene affibbiato un sacco. Riprendo la risalita con gli sciiti che disarmano dietro di me. "Tea-break" alla base del cento, poi nuovamente in marcia su fino alle strettoie, un piccolo aiuto da parte di Gianni per far passare i sacchi e poi finalmente fuori.
È già l'alba, in uno scenario stupendo raccolgo quel che rimane del mio sedere e faccio un rapido bilancio: è stato molto faticoso ma ne è valsa veramente la pena.
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Ulivi Fer |
U. Lovera |
E per il secondo numero consecutivo mi tocca parlare bene di qualcuno: di toscani poi, e fiorentini questa volta; troppo, sarà meglio scrivere di abissi.
Ulivi Fer: non è l'ultima diavoleria delle FFSS in tema di rami secchi, è la nuova grotta trovata dai summenzionati fiorentini sul Grondilice.
Non una grotta qualsiasi, però: è il -1000, il terzo italiano, il più fulmineo, il più strambo...
Da capo; l'ha trovato Filippo, solitario battito re di un recente capodanno, proprio mentre le armate piemontesi, veronesi e pordenonesi erano accampate per festeggiare chissacchè alla Pollera. Con loro l'inusitata presenza del Guidotti insolitamente diviso tra bicchieri di vino ed un'altra "cosa" di cui poco ricordo se non che era alta circa così, aveva lunghi capelli scuri, uno strano accento e che le ho fatto inutili proposte oscene. Ora, col Guidotti così conteso tra Bacco e Venere, Filippo batteva certi canaloni sul Grondilice trovando ovviamente un buco.
Salgo con Giampiero e Flavio verso Vinca, invitati da Gianni, battendo sul tempo tutti gli altri mosconi; presi tra Sagro, Pizzo d'Uccello e Grondilice abbiamo subito le prime sorprese: niente cave. Non ci sono cave perché non c'è marmo, ovvio: "Le grotte sono nel calcare perché nessuno le ha mai cercate altrove" disse un giorno qualcuno, mah.
Comunque sia, siamo nei grezzoni. Ora ci toccano un paio d'ore di salita a piedi; l'ultima parte è allettata da un mezzo metro di neve marcia, l'unica caduta nell'anno, che rapidamente scioglie al gran solleone.
Troviamo per strada altri fiorentini in visita all'abisso: uno di questi si distinguerà, una volta giunti all'ingresso, per una sapiente pedata che permetterà allo zaino di ripercorrere in pochi secondi gli ultimi due o trecento metri di dislivello. Sfiga.
Ulivi Fer inizia con un cunicolo; disostruito da Filippo, bagnato: da sotto forti rumori di intensi stillicidi neanche tanto lontani. Entriamo, rassegnati ad uscire fradici di lì a due ore.
Cunicolo, pozzo tettonico, sala in frana, altro pozzo, poi un passaggio un po' stretto, forse l'unico della grotta. Sorpresa, acqua e speleo seguono vie diverse. Si continua così, sempre tettonico, senza grandi verticali, a volte stillicidio intenso; condotte o meandri zero.
Viene da pensare che l'unica acqua che quella grotta ha mai visto ce la stiamo prendendo in testa noi. Scendiamo incontrando un paio di P.50, sempre in ambienti grandi, mai immensi. Non necessariamente un -1000 deve essere una grotta immane, può anche essere di dimensioni normali e non finire mai.
Discesa quasi mai elementare comunque, lunghe serie di traversi ne attenuano la verticalità; e hanno fatto tutto in cinque punte. Pazzesco. Armi belli e traversi, tanti. E le corde... Maledizione, come se i magazzini della Ederlid non fossero zeppi di nuove corde fiammanti.
Corde polacche da 8 mm alternate a canaponi che a loro volta lasciano il posto a dinamiche da 11 mm gonfie d'acqua. E le giunzioni, terribili, giunzioni di corda dappertutto, giunzioni in vuoto, giunzioni contro parete, giunzioni sui traversi, e da una terrifica dinamica di almeno 16 mm si passa a una scattante polacca da 8 che ti precipita senza un grido.
Verso i -400 tracce di un meandro, subito tranciate dalla solita frattura. Verso i 450 siamo sull'orlo di un pozzo, 150 m di verticale da cui passa la via verso il fondo. C'è ancora qualcosa da vedere e lo facciamo: armando spostati di qualche metro sulla medesima spaccatura atterriamo dopo una trentina di metri; qui varie fessure partono strette e verticali, niente di particolarmente promettente ma sono da vedere. Per qualche ora il nostro lavoro sarà disostruire, martellare, scendere svuotando i polmoni nel cercare una via transitabile per poi fermarci invariabilmente su fessure oscene mentre le pietre che smuoviamo filtrano rimbalzando tra le pareti.
Quindi la risalita: facciamo qualcosa di utile portando su con noi per un paio di centinaia di metri il materiale da utilizzare più in alto.
Fuori c'è il sole e ci sono anche Filippo e il Beccattini, pronti ad entrare per una punta che li porterà in un altro ramo a -600.
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Lo stato dell'arte (ovvero le esplorazioni di casa nostra) |
A. Eusebio |
Alla fine del 1982 chi scrive aveva curato, su un bollettino Grotte (sul n° 79), l'elenco delle più profonde cavità piemontesi e marguareisiane facendone un meraviglioso articolo nel quale si contavano 67 grotte che raggiungevano i 100 m di dislivello. Di queste, 7 superavano i -500, e tra tutte primeggiava Piaggia Bella, allora -755 con circa 20 km di sviluppo.
Ora a distanza di sette anni molte cose sono cambiate ed analizzando le novità emerse in questo periodo non ci si può esimere dal fare un discorso più ampio che coinvolge allo stesso modo le grotte ritrovate e gli obiettivi verso i quali si sono rivolte le energie dei gruppi.
In questo periodo infatti soprattutto sul Marguareis si sono effettuate importanti esplorazioni che hanno dato un notevole contributo, e senza timore di essere smentiti si può tranquillamente affermare che in sette anni è stato fatto quasi quanto era stato esplorato nel periodo precedente.
Ma analizziamo ora dove si sono rivolte le attenzioni degli speleo. Dicevamo del Marguareis, i più attivi sono stati senza dubbio imperiesi e piemontesi seguiti a ruota dai francesi (vari gruppi) e da un folto gruppo cosmopolita dove vanno senza dubbio segnalati i cuneesi (lavori nella Conca delle Carsene con 6C a -445), i biellesi (con i lavori al Cappa ed il nuovo buco nelle Carsene quasi un -200), i genovesi (che da anni lavorano ad E103 ora giunto a -400), i marchigiani, i savonesi, i torinesi e altri con la congiunzione del Cappa-Straldi.
Per quanto riguarda il GSI l'attività principale è stata senza dubbio Labassa (-530 con sviluppo di 9,5 km circa), ma non vanno dimenticate altre grotte (Abisso Libero -280, S18 -106, Abisso delle Frane sul Mongioie -300). Ai francesi infine va riconosciuto il merito di aver rivisto molti buchi vecchi ed averne forzato il fondo (Khazad-dum, Marcel, Valmar) e di aver trovato nuovi buchi sparsi qua e là, tra cui primeggia in Navela un -420 (24CF41).
Ma veniamo ora a quello che abbiamo fatto noi, chiudendo così l'antipatica recensione delle esplorazioni altrui (chissà quante cose ho dimenticato, ma giuro senza malizia).
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Legenda della cartina con le principali cavità del Marguareis |
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14 - Trou Souffleur |
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15 - Abisso Volante |
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a -Pis del Pesio |
16 - Abisso Saracco |
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b - Garbo della Foce |
17 - Abisso F33 |
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A - Conca di Piaggia Bella |
18 - Abisso Essebue |
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B - Colla dei Signori |
19 - Abisso Gaché |
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C - Conca delle Carsene |
20 - Abisso Labassa |
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D - Pian Ambrogi |
21 - Abisso Gola del Visconte |
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1 - Abisso dei Perdus |
22 - Abisso Piedi Secchi |
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2 - Abisso Cappa |
23 - Abisso Caracas |
|
3 - Abisso Serge |
24 - Carsena di Piaggia Bella |
|
4 - Abisso 18 |
25 - Abisso Deneb |
|
5 - Abisso Straldi |
26 - Abisso Solai |
|
6 - Abisso Scarasson |
27 - Abisso Filologa |
|
7 - Abisso Marcel |
28 - Abisso Omega 5 |
|
8 - Inghiottitoio di P. Ambrogi |
29 - Abisso S2 |
|
9 - Abisso Pentothal |
30 - Abisso A 11 |
|
10 - Abisso Navela |
31 - Abisso O-Freddo |
|
11 - Abisso Khazad-dum |
32 - Abisso 6C |
|
12 - Abisso Chou-fleur |
33 - Abisso 24CF41 |
|
13 - Abisso Joel |
34 - Abisso E103 |
21

Carta delle zone e cavità del Marguareis di cui alla legenda precedente
22

Il GSP comincia con un 1983 sfolgorante reduci dai successi toscani (Fighiera-Corchia): subito si passa alla Gola ed è PB (-330), poi la Filologa (-450) ed Essebue (-410) nell'autunno-inverno.
Comincia così un piovoso 1984 senza grandissimi risultati; facciamo un campo in fondo alle Carsene, in un anno sfigatissimo scendendo oltre 200 buchi per trovare il Drake (-175) e forzare il fondo dell'Armaduk (-155). Partecipiamo inoltre come invitati alla punta di chiusura del Marcel e cominciamo ascendere all'F5 perdendoci nelle gallerie di -400.
Il 1985 ci vede impegnati in Austria, non grandi cose sull'antico massiccio dunque, sempre e solo F5 intervallati da un po' di F3 (nuovi rami).
Così comincia un 1986 triste, a renderlo tristissimo ci pensa il Nevado (-150) abisso vicinissimo alle Mastrelle ma che fa di tutto per non entrare in PB. Uno strano campo estivo alla Capanna ci fa tornare a O3-O4-O5 per finire le esplorazioni ma senza speranze. Nell'autunno va benissimo, velocemente si passa al Gaché e PB è li che aspetta (-925 e 32 km di sviluppo). Nella conca del Solai si passa anche al Venantur.
Comincia così 1'87. Il GSP, sentenziano i più, andrà sul Mongioie e lì non gli va male (Baygon -295, Gruppetti A7-A29); al Marguareis si andrà per chiudere, almeno per ora, il discorso F5 (dopo quattro anni si è giunti ad un complesso di circa cinque chilometri a -507) e per Pi-greco, -194 nelle Carsene.
Il 1988 è di nuovo un anno buono anche se strano, si passa infatti in vecchi buchi raggiungendo in O-Freddo i -402 ed ad A 11 -680, aprendo due discorsi che certo non si chiuderanno con banali profondità.
E fuori Marguareis cosa è successo, si chiederà il lettore? La risposta non è immediata. In quella eterogenea parte di Piemonte che alcuni chiamano Monregalese vi sono decine e decine di massicci carsici: nella zona dell'Alpe degli Stanti-Val Corsaglia gli ormeesi e altri (tra cui belgi) hanno raggiunto i + 500 alla Mutera; sull'altopiano sovrastante, sempre i valtanaresi, sono a -350 in un bel buco (Omega 11-Omega X).
Una vista inusuale: il versante Nord del Marguareis (foto A. Eusebio).
23

Sul Mondolé il GSAM raggiunge i -430 al Bacardi.
Per quanto riguarda il GSP non abbiamo brillato ma si sa, la Val Corsaglia non paga, così all'abisso Artesinera siamo arrivati solo a -355, in Val d'Inferno alla Donna Selvaggia a -234.
E con questo chiudo conscio di non aver partecipato a far evolvere in nessun modo la speleologia piemontese, ma contento di aver pontificato un po' e forse chiarito qualcosa.
In allegato vi troverete le nuove tabelle con profondità e sviluppi (dislivelli dai -200 in giù e sviluppi superiori ad 1,5 km) con una cartina accompagnatoria. Naturalmente avrò dimenticato qualcosa e me ne scuso, ma se certamente un po' la colpa è mia, in questi casi la condivido con chi non pubblica mai i dati di quello che ha fatto; va comunque ricordato che ora i -100 piemontesi e marguareisiani dovrebbero essere 86 mentre i -500 sono 9.
Per quanto riguarda la carta allegata e le tabelle vale quanto scritto nel 1983, mentre variano leggermente le fonti dei dati: oltre ai soliti bollettini imperiesi e piemontesi vanno infatti aggiunte Speleologia e la nostra pubblicazione sulla Sintesi delle conoscenze sulle aree carsiche piemontesi.
Molti dati naturalmente derivano da informazioni vere o false di cui sono venuto a conoscenza.
Le più estese cavità piemontesi
|
Complesso di Piaggia Bella |
(Marguareis) |
32 km |
|
Complesso Straldi-Cappa |
(Marguareis) |
12 km |
|
Abisso Labassa |
(Marguareis) |
9,5 km |
|
Grotta della Mutera |
(Val Corsaglia) |
oltre 8 km |
|
Complesso C1-Regioso |
(M. Rotondo-V. Tanaro) |
circa 6 km |
|
Complesso F5-F33 |
(Marguareis) |
circa 5 km |
|
Grotta delle Vene |
V. Tanaro |
3,5 km |
|
Grotta del Caudano |
(Val Maudagna) |
3,2 km |
|
Abisso Bacardi |
(Prato Nevoso) |
3 km |
|
Grotta delle Arenarie |
(M. Fenera) |
3 km |
|
Grotta di Rio Martino |
(Valle Po) |
2,5 km |
|
Arma del Lupo inferiore |
(Val Tanaro) |
2,2 km |
|
Grotta di Bossea |
(V. Corsaglia) |
2 km |
|
Abisso O-Freddo |
(Marguareis) |
1,9 km |
|
Complesso Gruppetti-A7-A29 |
(Mongioie) |
1,75 km |
|
Garb dell'Omo inferiore |
(V. d'Inferno) |
1 ,5 km |
|
Tana del Forno |
(V. Roburentello) |
1 ,5 km |
Le cavità più profonde del Marguareis
|
1. |
Complesso di Piaggia Bella (S2, Caracas, Carsena di P. B., J. Noir, Solai, Indiano, Buco delle Radio, Gola del Visconte, Gaché, Essebue, A. delle Mastrelle |
-925 |
1944-1986 |
|
2. |
Complesso Straldi-Cappa-18 |
-759 |
1953-1987 |
|
3. |
Abisso A11 |
-680 |
1988 |
|
4. |
Abisso dei Perdus |
-539 |
1959-1974 |
|
5. |
Abisso Labassa |
-530 |
-1988 |
|
6. |
Abisso Saracco o F5 (Complesso della Colla dei Signori) |
-507 |
1965-1968 |
|
7. |
Abisso Pentothal |
-500 |
1981 |
|
8. |
Abisso 6C |
-445 |
1987 |
|
9. |
Aven Marcel |
-428 |
1971-1984 |
|
10. |
Abisso 24CF41 |
-420 |
1988 |
|
11. |
Trou Souffleur |
-420 |
1962-1972 |
|
12. |
Abisso F33 |
-415 |
1976 |
|
13. |
Abisso Joel |
-410 |
1987 |
|
14. |
Abisso della Filologa |
-405 |
1983 |
24

|
15. |
Abisso O-Freddo |
-402 |
1988 |
|
16. |
Abisso E103 |
-400 |
1987-1988 |
|
17. |
Gouffre Kazad'dûm |
-393 |
1978-1984 |
|
18. |
Abisso Valmar |
-360 |
1988 |
|
19. |
Gouffre Serge |
-356 |
1974-1978 |
|
20. |
Abisso Volante o F3 |
-342 |
1964 |
|
21. |
Gouffre des Trois |
-329 |
1961-1977 |
|
22. |
Chou-Fleur |
-308 |
1973-1975 |
|
23. |
Abisso Tranchero |
-292 |
1967-1977 |
|
24. |
Abisso Libero |
-280 |
1988 |
|
25. |
8-5 o Fondant |
-235 |
1982 |
|
26. |
Complesso O3-O4-O5 |
-235 |
1982 |
|
27. |
A. Scarasson |
-230 |
1960-1974 |
|
28. |
Piedi Secchi |
-220 |
1973 |
|
29. |
A. Omega 5 |
-215 |
1971-1972 |
|
30. |
Gouffre Navela |
-207 |
1952-1975 |
|
31. |
Pozzo 18 |
-202 |
1982 |
|
32. |
A. Deneb |
-200 |
1973 |
Le cavità piemontesi più profonde fuori Marguareis
|
1. |
Grotta della Mottera (Val Corsaglia) |
+500 |
1961-87 |
GSP-SCT + vari |
|
2. |
Abisso Bacardi (Cima Artesinera) |
-430 |
1982-85 |
GSAM |
|
3. |
Abisso Artesinera (Cima Artesinera) |
-355 |
1955-82 |
GSP |
|
4. |
Omega 11 Omega X (Alpe degli Stanti, Val Corsaglia) |
-342 |
1985-87 |
SCT |
|
5. |
Abisso dei Caprosci (Cima della Brignola) |
-307 |
1976-77 |
GSI |
|
6. |
Complesso C1-Regioso (M. Rotondo) |
-304 |
1970-76 |
GSI |
|
7. |
Abisso delle frane (M. Mongioie) |
-300 |
1958-85 |
GGD-GSI |
|
8. |
Abisso Baygon (M. Mongioie) |
-295 |
1987 |
GSP |
|
9. |
Abisso Dolly (M. Mondolé) |
-275 |
1976-80 |
GSP |
|
10. |
Abisso Biecai (V. Ellero) |
-255 |
1955 |
GSP |
|
11. |
Garbo della Donna Selvaggia (Valdinferno) |
-234 |
1960-87 |
GSP |
|
12. |
Complesso Gruppetti-A29-A7 (M. Mongioie) |
-230 |
1971-87 |
GSP-GSBi |
|
13. |
Grotta di Bossea (V. Corsaglia) |
+217 |
1956 |
GGM-GSAM-GSP |
|
14. |
Abisso della Ciuaiera (M. Antoroto) |
-216 |
1961 |
GSP |
|
15. |
Tana del Forno (V. Roburentello) |
-204 |
1984-1972 |
GSP-GSAM |
GSAM = Gruppo Speleologico Alpi Marittime di Cuneo; GSP = Gruppo Speleologico Piemontese di Torino; SCT = Speleo Club Tanaro; GSI = Gruppo Speleologico Imperiese di Imperia; GGD = Gruppo Grotte "Debeljak" di Trieste; GSBi = Gruppo Speleologico Biellese di Biella; GGM = Gruppo Grotte Milano.

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Speleogenesi da corrente d'aria |
G. Badino |
Speleogenesi da corrente d'aria? Proprio così: scopo di questo articolo è mostrare alcune curiosità assai originali sul ruolo delle correnti d'aria nell'ampliamento dei sistemi carsici; meglio sarebbe dire "speleogenesi da veli d'acqua di condensazione" ma mi piace di più il titolo provocatorio. Sono idee in sviluppo, problematiche ma abbastanza definite da avermi permesso di esporle al recente corso SSI di terzo livello sulla speleogenesi a Costacciaro: qui ne dò un sunto, senza gli ardui ma approssimativissimi conti.
L'osservazione da cui prende origine questa idea (non la chiamerò "teoria" perché credo che questo termine vada riservato a sistemi più quantificati di quanto è, per ora, questo) è la seguente:
in grandi sistemi carsici l'energia entrante proviene essenzialmente dalle correnti d'aria sia per apporto calorico di arie entranti calde d'estate sia soprattutto per l'attrito viscoso delle colonne d'aria che vi circolano. L'acqua invece sottrae energia al sistema. Sottrae? sì, vediamo meglio: l'acqua cadendo acquista energia cinetica che si trasforma in calore (o in energia elettrica se la fate andare a sbattere su una turbina) e si scalda: 2.4°C a Km di caduta. Quel che succede nella realtà dei grandi complessi alpini è che le acque in grotta si scaldano un poco più del dovuto, dai 3 ai 4°C al Km: ometterò i rozzi conti, ma sappia il lettore che se pure una parte è associata probabilmente ad acque più calde entranti a quote intermedie, un'altra è dovuta al fatto che l'aria la scalda. Di fatto dunque ci risiamo: la benzina dei sistemi carsici sembra essere l'aria.
L'osservazione seguente è ovvia: se lo scavo sta ancora procedendo allora chi paga la bolletta è l'aria in movimento. Per questo dall'anno scorso mi sono messo a sostenere che nello scavo in funzione nei grandi sistemi attuali l'aria è il martello e l'acqua lo scalpello, anche se allora ne ignoravo totalmente il modo.
Ora passiamo ad una osservazione ulteriore, fondamentale:
l'aria in grotta non è in equilibrio termico con l'acqua.
L'aria è in genere più calda di 0.5-1 °C: ricordo la stupefazione con la quale appresi questo fatto noto dalla fine dell'800. Tuttora mi sembra incredibile che nessuno vi abbia dato importanza: la capacità termica dell'aria è bassissima, va subito in equilibrio con acqua e roccia, è ben noto che proprio per questo poco oltre gli ingressi la temperatura dell'aria diviene quella tipica della grotta. Il fatto che invece essa mantenga una piccola differenza di temperatura è assolutamente pazzesco, e spiegabile solo con l'ipotesi che fra lei e l'acqua stia funzionando una "pompa" di calore. Ma quale?
Altra osservazione: è ben noto che ci sono delle zone ipogee che vi danno la sensazione di essere "attive" pur con pochissima acqua ed altre, eventualmente con ruscellamenti, che danno una impressione di "fossile". Perché? direi che in genere percepiamo come attive le zone con le pareti bagnate, e fossili le altre.
Ecco, ormai siamo vicini al bersaglio: soffiatevi su una mano bagnata: sentirete freddo. Soffiate su del the caldo, lo raffredderete: lui si fredda, l'aria che ne forza l'evaporazione si satura e si scalda. All'incirca lo stesso fanno le correnti d'aria in grotta: gran masse d'aria corrono sulle infinite superfici libere dell'acqua in grotta, sia quelle dei ruscelli che quelle delle pareti (soprattutto queste) e le tengono più fresche, e loro si tengono un po' più calde: soprattutto però si tengono al 100% di umidità ad una temperatura poco più alta dell'acqua, ed allora dove variano la corsa ridepositano acqua. Insomma, al variare della loro velocità redistribuiscono acqua su tutte le superfici su cui passano, che su quelle ci sia o no già dell'acqua; e se incontrano pareti asciutte le bagnano per un tratto, breve, lungo il quale vanno in equilibrio liberandosi di un po' di vapor d'acqua, dopo di che iniziano le pareti "fossili".
Le correnti d'aria mantengono le pareti bagnate in tutte le zone vicine ad un po' d'acqua: ma le bagnano d'acqua insatura, e soprattutto in equilibrio con la CO2 dell'aria: quei lentissimi veli d'acqua cadono e scavano, tolgono le scritte ad acetilene, allargano i pozzi e i meandri ventilati.
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Ovvio no? E banale: già nel "Traité de spéléologie" il Trombe, nel '52, scriveva che per lui il fenomeno della condensazione dovuta alle differenze di temperatura fra i due fluidi era il "phénomène fondamental" per la corrosione del carso profondo. Ma questa frase non è mai andata di moda, un po' perché raramente gli speleogenetisti han mai visto quanto è grosso e profondo il carso profondo, e un po', credo, perché si è deciso che il grosso del fenomeno carsico si sviluppava in fase freatica e su quella ci si è concentrati. Trombe sbagliava, direi, a preoccuparsi molto della temperatura della roccia (forzata, in sostanza, ad andare in equilibrio termico con l'acqua), e soprattutto attribuiva le differenze di temperatura alle fluttuazioni stagionali: ci sono anche quelle, naturalmente, ma mi sembra non ce ne sia gran bisogno.
Invece c'è bisogno dell'energia delle colonne d'aria in movimento nella grotta e quella c'è, ed è molta, e dell'equilibrio fra evaporazione forzata e ricondensazione: pure quella c'è e si vede.
Il problema dell'equilibrio di questi veli d'acqua, nei dettagli, è molto complesso, appaiono stratificazioni del livello di umidità e della temperatura da un punto all'altro della grotta e della stessa galleria, sovrassaturazioni all'incrocio di correnti d'aria a temperature lievemente diverse (questo già lo citava Eraso nel '69), la deposizione d'acqua varia drammaticamente se l'aria corre in regime laminare o turbolento. Questo mi ha suggerito che la condensa sia un indicatore esplorativo molto ricco, tipo corrente d'aria, ma attente osservazioni in giro continuano a segnalare che il problema è davvero complesso; ma si applica, già, uh se si applica. Un esempio: la pressione di vapore dell'acqua varia col raggio di curvatura della superficie, le gocce piccole sono forzate ad evaporare e a rendere l'aria sovrassatura, e questo con gli aerosol e l'evaporazione forzata delle gocce e l'energia ceduta dalla cascata all'aria agitata spiega forse il fatto che basta un piscio d'acqua in un pozzo per renderlo tutto rilucente di veli d'acqua e GRANDE: le pareti sfuggono nei millenni alle gocce d'acqua che cadono. E la fanghiglia che copre innumerevoli viscide superfici? protegge dall'ulteriore corrosione se la scarsa ventilazione non apporta abbastanza velo d'acqua per asportarla. E le strettoie? gran vento, grandi energie disponibili: ma la termodinamica dell'aria umida in strettoia ventilata è terribile, veramente complicatissima: un po' tutti questi conti, del resto sono ardui ma, mi sembra, fattibili.
Ma l'argomento è affascinante, ed ora qualcosa si è spezzato e ci accorgiamo delle innumerevoli forme di corrosione da veli d'acqua che ci circondano sottoterra. Proprio ad un lucchese "allievo" a Costacciaro devo un'osservazione fondamentale: la corrosione da veli d'acqua di condensazione spiega i meandri con le pareti da cui emergono lame finissi me di inclusioni meno solubili, che sarebbero state asportate se il meandro fosse stato generato da un torrente, non sarebbero scavate al di sotto se fossero state scavate dalle acque di infiltrazione. Sono stato allo Smilodonte, gran grotta fiorentina sul Sagro, scavata nei calcari selciferi e lì questi fenomeni appaiono in modo sensazionale. Leo Piccini, col quale scendevo, diceva che effettivamente le superfici appaiono scavate come da un'immersione in acido: è proprio un acido, è l'acqua di condensa posata dalle correnti d'aria, uno scavo un po' isotropo che forse ci suggerirà ripensamenti su certe forme di gallerie.
È ovvio del resto che questo è un modo di scavo che allarga ulteriormente una grotta già esistente ma non ne crea di nuove: ma forse è il responsabile del fatto che se una grotta riesce a raggiungere la "massa critica" installando in se delle correnti d'aria (che, occhio, localmente possono essere mosse anche da cascate) allora esplode: lo scavo procede con ordine di grandezza dei centimetri di roccia a millennio, a seconda del regime dell'aria. Curiosamente è particolarmente applicabile alle grotte note come "grandi complessi alpini"; ancora più curiosamente rozzissime valutazioni quantitative di questo meccanismo ci fanno azzeccare l'ordine di grandezza dei sali disciolti che escono alle risorgenze della cara vecchia Piaggiabella, del suo scavo attuale, insomma. Curioso, no?
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Cave rescue? |
Alberto Gabutti |
Come al solito una lunga sciroppata di miglia. Come al solito partenza Friday night, arrivo alla fine del secondo quadrante. La meta Mark Twain Cave, il solito parco, il solito baracchino per i pop corn e derivati, la consueta grotta turistica e una sparuta minoranza di barbuti.
Novembre, i più organizzati arrivano con il camper modello "spedizione nella valle della morte", gli sfigati (indovinate chi sono) con la tendina e la ford fairmont, per la cronaca deceduta dopo pochi giorni. Ma cosa siamo venuti a fare? Dimenticavo, domani si inaugura la due giorni di "basic cave orientation course". Compilato il modulo, pagati i dieci verdoni, ricevuta la patacca, elemento essenziale in ogni attività sociale, si inizia la mattina del sabato.
Chi c'è? Praticamente tutti, speleo turisti, infermieri, due militari, uno speleo sub, una minoranza di "istruttori", gente che non è mai stata in grotta ...ma non si sa mai, insomma tutte le classi dei "possibili speleo-bush" sono presenti.
Bene, si inizia.
Il primo giorno è teorico, ci sarà un breve cave-tour per insegnare le tecniche e poi una esercitazione "a sorpresa" domenica. Penso: che organizzazione, altro che Mongioie e Mastrelle!
Teoria
Introduzione sulla casistica degli incidenti: in testa i "giovani" che dopo una notte passata a bere e a sfumacchiare (penso ironico) decidono di andare in grotta. Prendono la pila della cantina e vanno. Generalmente si fermano a poche decine di metri "inside the cave", perdono la pila o si scraniano sulle roccette e aspettano i soccorsi.
Seconda categoria: gli arditi. La partenza è la stessa ma prendono anche un vecchio canapone per scendere le eventuali verticali. La conclusione è la stessa con qualche complicazione in più. Ardimentosi questi Gringos!
Ed infine, con notevole distacco, gli incidenti seri, quelli che fanno male, viene citato ad esempio uno in Messico, con interventi di elicotteri e squadre speciali arrivate dagli states. Li riconosco sono loro, ora.
E così si passa la prima ora. Seguono alcune considerazioni mediche. Hypotermia kills cavers, dice monotono l'istruttore. E quindi cosa fare e cosa non fare quando uno è ipotermico, come è l'occhio, misurare la temperatura, preparare cose da bere...
È incredibile come la parola ipotermia faccia tremare. In grotte calde, dove si va in maglietta e tutina, dove ti puoi fermare per un paio di ore e non sentire il minimo brivido, dove sei generalmente a 5-6 ore dall'ingresso, come fa la tua mente ad essere così perversa e pensare ad una morte bianca! Ed è una malattia generalizzata, un mese dopo mi sono trovato davanti all'ingresso di una "cave" bagnato come un pulcino per via del solito God, e questi che si rifiutano di entrare perché "così bagnati sicuro ci becchiamo la ipotermia". Quasi fosse la "cinese"!. ma sono fatti così, non ci arrabbiamo!
Ah dimenticavo, un consiglio a tutti i possibili ipotermici, mangiare zucchero e bere quando sei in grotta, così ti riempi di energie! Conseguenza: la dieta speleologica è a base di candybar (cioccolato ricoperto di cocco, mars, zucchero colato...) e ovviamente qualche sana lattina, il tutto somministrato a intervalli regolari; sicuro non muori di ipotermia ma il diabete ed il colesterolo ringraziano sentitamente!
Finito il freddo si passa alle barelle e ai metodi per le grotte verticali. On rope si va con i gibbs quindi il soccorso lo si fa con i gibbs. Giusto non sai usare altro e ti adegui. Nei pozzi non si usano gli spit, citati in questo dotto posto come una negromanzia, se vi capita di imbattervi in "on rope" o nel famosissimo "nylon higway... especially for the vertical caver", entrambi a cura della National Speleological Society, troverete una ampia panoramica di sistemi da suicidio che non starò ora a descrivervi visto che stiamo parlando di soccorso, cioè di quello che capita una volta finito il vostro bravo armo!
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Dicevo, quando devi recuperare uno da un pozzo usi tutta una tecnologia preistorica di ancoraggi e sacchi, sì dico sacchi, disposti lungo il pozzo tra la corda e la roccia così quella non si rovina. La corda o la roccia? , non l'ho ancora capito! Mi viene in mente una discussione con Ralph, uno dei dotti del Windy; Carmen che gli chiede cosa si dovesse fare in un pozzo con spunzoni e lame, e lui serafico: usare una vecchia corda così non la rovini!
Sono serio e questo è preoccupante.
Quindi visti i Cavers noto il Rescue.
Alcune diapo mostrano barelle svizzere, e sacchi tubolari. Sussulto, penso: allora siete perversi, conosci e non vuoi capire. L'istruttore conclude il sermone dicendo che sì, gli svizzeri e i francesi loro sanno, ed il Cave Rescue Commision si sta muovendo per apprendere queste nuove tecnologie. Ma questo sarà argomento di un corso più avanzato... il prossimo anno.
Organizzazione
Non esiste una organizzazione di tipo CNSS. Non esiste un coordinatore, non esistono dei volontari, o degli specialisti. Esiste solo un elenco di nomi, con reperibilità varie e attitudini, ed un tale che si prende la briga di tenere il magazzino,... la barella e i due moschettoni.
Quando capita l'incidente, il più esperto che è sul posto, diventa il coordinatore. Decide che cosa fare, parla con le autorità, chiede i materiali, insomma un "capo" a tutti gli effetti.
Peccato che sia nominato random. Chiedo se non è pericolosa una cosa di questo genere. La risposta è ovvia. Se tutti gli speleo partecipassero a questi corsi, no. Perché fatto il corso tu sai cosa devi fare! E questa è di nuovo piena mentalità a stelle e strisce. Le cose le fanno gli esperti, ma chi sono? Quelli che fanno i corsi.
Conclusione, fatto il corso trovato l'esperto. Un logico direbbe troppa fiducia nelle proprietà
Tipici visitatori di una grotta turistica (foto A. Gabutti).
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transitive, uno normale pensa: non farsi male, assolutamente non farsi male!
Quindi ci insegnano cosa fare e cosa dire ai giornali, dire yes sir allo sceriffo che rompe i coglioni, ci insegnano che il medico, sì lui è molto importante. Consigliano di installare una linea telefonica (unica cosa ragionevole) così si può comunicare con l'ospedale e chiedere medicine. Che arriveranno con grande spiegamento di mezzi, penso, già me li vedo i salvatori in elicottero che atterrano nella higway e le macchine della state police che partono. Come nei films mi dico, come nei films.
Alle 6 si finisce. E dopo un paio di ore si va in grotta.
La grotta di Tom Sawer, forse per soccorrerlo penso. Carmen, più colta di me, mi dice che è già uscito da un pezzo. Il solito italiano acculturato, penso vergognandomi.
Grotta interessante, piena di meandrini e galleriotte poste a scacchiera, perdersi è davvero facile!. Si prova la barella (rigida, una vasca da bagno in plastica con cinghie e... stemmini), come si impacchetta il ferito e come si trasporta nelle gallerie.
Con la mia aceti Iene mi sento molto importante in questo mondo di ciechi a batteria, ma mi viene detto con rispetto che l'acetilene ed il soccorso non vanno d'accordo. Chiedo: e questa poi? Meno rispettosamente mi dicono che l'acetilene mangia l'ossigeno e così il ferito muore prima. Ipotermico penso, sicuramente ipotermico, perché senza acetilene chi lo scalda, tua mamma? Non mi arrendo e persevero.
Si esce, dopo due ore. Ci si ingozza di derivati dai diversi colori e si va a dormire. Alle 4 di mattina l'allarme. Sì dico l'allarme. Si simula il soccorso.
Un istruttore si è fatto male in grotta e bisogna andare a salvarlo.
Il primo che arriva al botteghino dei pop corn diventerà capo gruppo, il secondo farà da vice. Io mi attardo. Sono o non sono latino?
Ci si organizza, il corpo istruttori mima i vari aspetti sociali della faccenda. Uno fa la mamma in lacrime che vuole subito il suo figliuolo indietro, un altro fa il proprietario della grotta che dice che deve aprire ai turisti e non vuole complicazioni. Penso, eh già, elemento indispensabile perché sicuramente l'incidente avviene in una grotta turistica!
Uno, credo il più elevato in grado, fa la parte dello sceriffo.
Quali sono le condizioni del ferito? Spina dorsale fratturata e ipotermico ... of course. E non basta, c'è anche il fratello minore con una gamba rotta.
Un cinico direbbe: un dramma da poveri; loro no, ci credono e si mettono di impegno.
Il soccorso, si muove. lo vengo inserito nelle telecomunicazioni, stenderò il filo del telefono (mi sento proprio importante, con la tuta blu da omino Illinois Bell ed il rotolo di filo!). Carmen viene colta da vocazione "crocerossina underground" e salpa con la squadra medica. Il filo si romperà dopo poco, calpestato all'urlo "arrivano i nostri", ma con un gesto da alta tecnologia verrà aggiustato prontamente. Il telefono è modello "ultima pistolettata a Saigon" (forse per dimostrare che il Vietnam è servito a qualche cosa!) ed è gestito dai due marines.
Che vergogna, io in mezzo a questi qua!
Sorprendentemente la manovra non si svolge troppo male (niente pozzi o cose del genere, giusto galleria e qualche saltino da un metro), si supera anche brillantemente una presunta crisi psicologica del paziente più sfigato, e dopo sette ore si esce tutti felici e consci di avere "fatto il proprio dovere" (così concluderà il "capo" nella discussione post operazione!).
Conclusione
Come avrete capito c'è un notevole abisso (termine ai più sconosciuto da queste parti), tra il soccorso vero e questa cosa qua.
Ma, da quello che ho capito (quindi non fateci affidamento!) la situazione speleologica è gestita in un modo tutto particolare. Le grandi grotte, tipo Mammouth Cave o Lechiughilla (non sono sicuro dello spelling!), non sono accessibili come, ad esempio, il Corchia o P.B. Per andarci devi entrare nelle mega spedizioni organizzate ogni due otre mesi, dove si raduna la crema della speleologia U.S. (o quella supposta tale), dove c'è l'appoggio dell'immancabile parco nazionale, dove ogni persona non fa quello che vuole ma quello che il leader della spedizione decide.
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Insomma il gruppo di quattro che parte il venerdì e va a risalire 100 metri di pozzi a -500 in un posto disperato è praticamente impossibile. Se fai una cosa del genere la fai con 20 persone e con una struttura organizzativa alla "giovani marmotte".
Non dimentichiamo che le zone da grotte sono concentrate in certe regioni, e per molti andare a fare l'abisso vuoi dire prendere l'aereo o sciropparsi un giorno di auto!
Queste cose si ripercuotono nel modo di organizzare il "soccorso" e nella casistica di incidenti. L'incidente cattivo, nella grotta con pozzi e posti di merda, ha una notevole probabilità di capitare durante una mega spedizione e non durante un anonimo week end, perché se non hai l'autorizzazione non ti infogni! Quindi anche se il lato logistico è assente hai buone probabilità di rammendare una squadra decente in poco tempo. Per lo sfigato che va ubriaco ai Dossi, la cosa è diversa: generalmente quello che fa è perdersi o aspettare nel buio, so take your time and go.
Non parliamo degli speleo sub perché comunque sono un problema!
Preparazione; mancando una organizzazione mancano esercitazioni, mancando esercitazioni manca gente preparata, ma di nuovo i pochi che sanno giocano nella categoria dei superfighi e quindi vanno nelle "spedizioni" ed il cerchio si chiude, o meglio prova a cicatrizzarsi.
In maggio ci sarà il corso numero due, a 300 dollari per una settimana compresi alloggio e vitto (tre pranzi al giorno! ... per la solita storia dell'ipotermia bisogna mangiare... bisogna mangiare...).
Se qualche derelitto ignorante è interessato ad avere un po' di sana istruzione... me lo faccia sapere che gli spedisco il modulo e la foto di Reagan... che adesso qui le svendono!!
Errata corrige redazionale: l'autore dell'articolo "Una lettera dagli USA" sul numero scorso non è A. Gabetti (come è sfuggito al correttore), ma sempre il nostro A. Gabutti.
(già corretto n.d.r. inf.)
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La felice speleologia cubana |
M. Di Maio |
Sarà difficile che esista al mondo un paese dove la speleologia sia tenuta tanto in considerazione (anche dal governo!) come a Cuba. I motivi alla base di questa eccezionale fortuna non vanno soltanto ricercati nel carsismo abbastanza esteso, nelle grotte frequenti (pur senza nulla di straordinario), negli speleologi numerosi; sono anche altri. Di essi si può avere un'idea leggendo un libro che Giovanni Badino ci ha portato dal Brasile e che contiene discorsi ufficiali, relazioni celebrative, conferenze tenute in occasione di manifestazioni incentrate sulla SEC, Sociedad Espeleológica de Cuba. Il libro, edito a L'Avana nel 1987, è Geografia y espeleologia en revolucion; l'ha scritto Antonio Núñes Jiménez, vecchio speleologo ma più noto da noi come capitano guerrigliero (1).
Le grotte per la libertà
Intanto va premesso che nella storia travagliata di Cuba le grotte hanno avuto un ruolo importante. Erano già state rifugio provvidenziale per quegli indios che tentavano di sottrarsi al tallone mortale della colonizzazione spagnola, e poi per gli schiavi neri (i cimarrones) che fuggivano dalle piantagioni. Durante le guerre d'indipendenza del secolo scorso contro gli spagnoli, sono state preziose alleate dell'Ejército Libertador, che le usava come rifugi, luoghi di riunione, magazzini, depositi di armi, ospedali. La stessa cosa è successa durante la rivoluzione castrista: relazioni e diari sono pieni di citazioni di grotte. Era in una grotta la stamperia clandestina de EI Cubano Libre. In una grotta è stato costituito il nucleo originario delle Milizie Rivoluzionarie, in un'altra Fidel Castro ha fondato le prime cooperative di Cuba. Le foto del libro di Jiménez sono eloquenti e affascinanti al riguardo: il giovane Fidel che entro una cavità dà istruzioni ai suoi, lo stesso mentre raccoglie gocce d'acqua da una stalattite, suo fratello Raul mentre striscia fuori da una strettoia, noti capi guerriglieri sottoterra vestiti da speleologi, ecc. (2)
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Ma c'è ancora dell'altro che ha dato importanza alla speleologia; si devono infatti agli speleologi l'esplorazione geografica del territorio e la ricerca naturalistica, attività conoscitive doppiamente benemerite: per essere motivo di progresso e per aver dato vantaggio alla rivoluzione. I cubani praticamente non conoscevano il loro territorio, salvo il pezzetto in cui ognuno viveva. Coloro che erano sottomessi non potevano alzare la testa dal lavoro, e il tempo libero serviva unicamente a riprendere le forze. Dal canto loro, le classi dominatrici (prima gli spagnoli e poi i collaborazionisti filo americani) erano troppo immerse nella mollezza per andarsi a cacciare sulle montagne e men che meno nelle grotte. Sappiamo che neppure ai tempi della caccia agli schiavi fuggitivi i loro persecutori osavano entrare sottoterra: tutt'al più si limitavano a tentare di stanarli con il fumo dalle cavità più accessibili, se l'aria tirava bene. Montagne e grotte erano il rifugio degli avversari del regime. Egli sfruttatori del popolo, a parte il risaputo tornaconto a lasciare la gente nell'ignoranza, non volevano che i cubani conoscessero il loro paese, perché temevano la natura sapendo di chi sarebbe stata alleata in caso di rivolta.
Speleologia e rivoluzione
Nel 1940 un gruppo di ragazzi di 15-16 anni, guidati da Jiménez, fondò la Sociedad Espel. de Cuba. A differenza di altri paesi sudamericani, dove la speleologia è per lo più di pertinenza delle classi agiate, qui essa è stata sì iniziata blandamente dai "signori", ma quella vera è nata dal popolo. E alla SEC non esploravano solo grotte, ma anche montagne, rii, coste, in una frenesia di conoscenza che andava dal carsismo alla zoologia, botanica, geologia, archeologia, paletnologia. Cavallo di battaglia di questa scoperta naturalistica e scientifica di Cuba divenne la geografia, in una concezione però non fine a se stessa, ma tenendo conto anche dell'uomo. Quei giovani senza mezzi esploravano, rilevavano, annotavano ciò che vedevano "tanto nelle rocce che nella società umana". Nella loro geografia si parlava anche di latifondo, di sfruttamento, della miseria dei contadini, dei problemi sociali. Era una scienza al servizio del popolo, per "far luce nelle tenebre" (questo era il motto a doppio senso della Sociedad). Come tale, la geografia divenne materia e arma della Rivoluzione. Già nel 1871 il "padre della patria" Carlos Manuel de Céspedes aveva insegnato come sfruttare la topografia del terreno nelle lotte per l'indipendenza. Più tardi, Castro riconosceva che "la Natura è un nostro formidabile mezzo di lotta" (3).
Gli articoli speleologici e naturalistici erano talmente fuori dalla logica conservatrice, che erano pubblicati su riviste sindacali o sul giornale del Partito Socialista Popolare. Quando poi Jiménez pubblicò il testo Geografia de Cuba, il libro venne messo all'indice. La Sociedad Espeleológica venne schedata dai servizi segreti (esiste tutta la documentazione, anche delle informazioni raccolte sulla vita e sulle idee di certi speleologi), mentre la dittatura andava chiudendo i varchi libertari, definendo "comunisti" e perseguitando tutte le persone che dessero fastidio. Vari speleologi furono in seguito imprigionati, torturati, assassinati. La Sociedad venne aggregata di brutto a un'istituzione culturale statale, cosa che poteva essere positiva solo in termini di finanziamenti: ma il 92% degli speleologi, in seguito a una consultazione, si rifiutò di aver a che fare e di prender soldi da un regime sporco di sangue. I contestatori costituirono una nuova Sociedad Cientifica de Espeleologia con sede fuori capitale (a Santa Clara), disciolta poi alla Liberazione quando i sopravvissuti con commozione si sono potuti riappropriare della loro vecchia SEC. Il fondatore Jiménez passò alla resistenza portando con sé ben stretto il Catasto con i segreti del mondo sotterraneo. Il contributo della speleologia alla rivoluzione è stato grande. La conoscenza del territorio è stata decisiva, sopra e sottoterra; i contadini sono stati "maestri di speleologia e geografia" per i barbudos. Fidel anni dopo, dentro la Cueva de los Portales, disse a un giornalista: "la Rivoluzione è stata opera di alpinisti e speleologi".
Un principio giusto dal fondo di una grotta...
Queste lunghe premesse fanno già capire il perché dell'importanza della speleologia a Cuba. Se si discutesse con speleologi cubani sui dieci modi di andare in grotta o sul perché si fa speleologia, lì la cosa sarebbe molto semplice...
Il governo è molto sensibile alla cultura scientifica, alla ricerca, e persone molto influenti par-
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lano di grotte... Come Fidel che, presa la speleologia come emblema della ricerca naturalistica (e poi anche umana e rivoluzionaria), nei suoi discorsi si augura che altri giovani si dedichino alla speleologia. I governanti sono convinti che l'uomo consapevole dei valori della natura sarà un buon cittadino, capirà meglio certi problemi (anche sociali) e non si lascerà mai soggiogare. Certamente in talune affermazioni c'è molta enfasi e anche retorica, ma bisogna comprendere l'indole molto latina del cubano e l'onnipresente timore verso il vicino che impersona invece il tecnicismo, la volontà di dominio basata sul potere economico e sull'esibizione di forza bruta.
In questo fervore naturalistico si ha l'impressione che gli speleologi facciano la parte del leone. Sono essi a denunciare (e vengono ascoltati) i casi di inquinamento, gli errori nell'aprire cave dove non si deve; adire la loro parola sugli impatti ambientali, sui dissesti idrogeologici, sui tagli di alberi; a presiedere a gran parte dell'approvvigionamento idropotabile e all'attività di estrazione del guano. Il loro parere è vangelo e, come José Martì una volta ha detto, "un principio giusto dal fondo di una grotta può più che un esercito" (4).
La speleologia in funzione sociale
Recentemente la speleologia è stata coinvolta anche in campo militare, in una concezione niente affatto da era atomica, dove la vittoria sull'invasore punta ancora sulla difesa e il contrattacco tra le pieghe e le cavità del terreno. Infatti esiste ora, nel quadro delle milizie territoriali cubane, una Formación Especial Espeleológica, voluta da Raul Castro. Dal 1984 la scuola naz. di speleologia tiene un corso finalizzato alla difesa nazionale, organizzato dalla SEC, dal partito e dal Governo; al 1° corso erano stati ammessi 90 allievi pre-selezionati, che si sono sorbite 190 ore di lezioni e esercitazioni (compreso il tiro e la guerra in montagna). Durante il corso si sono rilevate 25 cavità per 10.000 metri complessivi: questo fatto ha colpito Raul, intervenuto alla chiusura del corso nella Gran Caverna de Santo Tomás (la maggiore di Cuba: 32,5 km), il quale si è meravigliato che ci sia ancora tanta roba da esplorare e rilevare, dunque non si conosce ancora tutto! Certo, un esercito con truppe speleo è un caso unico al mondo; è peraltro un militarismo unicamente in chiave difensiva. "Le nostre grotte saranno un bastione imbattibile dell'indipendenza", afferma Jiménez.
Al di là di questi obiettivi particolari e contingenti, c'è però tutto un retroterra di stima verso la speleologia (e la geografia e il naturalismo), da cui i nostri governanti (dai livelli alti agli enti pubblici locali) avrebbero tutto da imparare. A Cuba sono ben consapevoli di quanto sia utile alla società investire in valori di conoscenza scientifica, di proficuo impiego del tempo libero, di aggregazione sociale, di educazione del cittadino alla coscienza naturalistica, di orientamento della mentalità della gente verso una maggiore partecipazione alla natura.
NOTE
(1) Fondatore della Sociedad Espeleológica (1940), Jiménez era del Partito Socialista Popolare e tra l'altro combatte con Che Guevara nella battaglia di Santa Clara. Dopo la liberazione fu il primo direttore della Riforma Agraria e poi presidente dell'Accademia delle Scienze di Cuba. Chi si interessi di queste cose può leggere di lui, in italiano, Le radici storiche della rivoluzione cubana nei suoi cento anni di lotta (quaderno speciale di "Ideologie", n. 5-6, 1968).
(2) Anche in Vietnam le cavità sono state decisive per far pendere la bilancia verso chi le utilizzava; in vaste zone dove grotte non ce n'erano, si sono scavate gallerie, da corte a chilometriche. Più in piccolo, anche nella nostra Resistenza si è visto come i partigiani più volte abbiano trovato salvezza nella conoscenza del terreno o nelle grotte. A proposito, quante cavità "segrete" sono state da noi pubblicizzate mettendole a catasto? Sarà stato un male? (Però può darsi che i locali non ce le abbiano indicate tutte...).
(3) La storia dà ragione a questa asserzione. Basti pensare alla famosa offensiva da maggio ad agosto 1958 sulla Sierra, con 10.000 soldati appoggiati da aerei e carri armati in una grossa manovra avvolgente contro poche centinaia di ribelli male armati: essa è miseramente fallita per avere i barbudos sfruttato magistralmente il vantaggio del terreno. In seguito è stata ampiamente sbeffeggiata l'ignoranza degli oppressori e della CIA, di cui sono state messe in risalto varie "perle"
errori di geografia che hanno portato disfatte e scorno.
(4) José Martì è stato uno straordinario organizzatore politico della guerra d'indipendenza del 1895, oltre che scrittore e poeta. È stato lui il primo a intuire che i cubani, dopo essersi liberati dal giogo spagnolo, sarebbero caduti nelle grinfie del colonialismo USA. Fidel Castro lo ha definito "il mandante ideale" dell'ultima rivoluzione.