1


GROTTE
anno 31, n. 98 - settembre-dicembre 1988
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
sommario
Supplemento a CAI-UGET Notizie n. 4 del mese di aprile 1989
Spedizione in abbonamento postale Gruppo III
Pubblicità inferiore al 70%.
Direttore responsabile: Leo Ussello
|
Redazione: |
Giovanni Badino, Roberto Chiabodo |
|
|
|
Marziano Di Maio, Laura Ochner |
|
|
|
Riccardo Pavia, Mauro Scagliarini, Loredana Valente |
|
|
|
|
|
|
Foto di copertina di B. Vigna (Grotta Gazzano) Bozzetti di Simonetta Carlevaro |
||
|
Stampa: LITOMASTER, Via Sant'Antonio da Padova 12 |
|
Stampato con il contributo della Regione Piemonte (Legge regionale 69/81)
Spedito ai soci SSI con il contributo di questa Società
2

|
La parola al Presidente |
A. Eusebio |
"... Naturalmente anche la speleologia dà l'assuefazione: è difficile decidersi a non rivivere mai più il momento in cui si è in tre sul ciglio di un grande pozzo inesplorato e la pietra da noi gettata nel buio sibila nell'ignoto... (omissis)... O il minuto in cui la galleria che stiamo esplorando si inclina bruscamente e viene tagliata perpendicolarmente da un'altra apparsa dopo una svolta, all'improvviso, e sul fondo di quest'ultima scorre un ruscello, dove puoi bere e ricaricare la bombola a carburo come nessuno ha mai fatto prima in questo posto".
(A. Gobetti, 1976)
Dopo Beppe Dematteis (circa 20 anni fa) nessuno si era più azzardato a scrivere sui modi di andare in grotta, suddividendo così gli speleologi in categorie e facendo considerazioni sul tipo di attività e sul modo con cui questi strani individui si muovono.
Ora questo bollettino contiene due articoli in questo senso ed alcuni altri che seppure non specifici vi si avvicinano con ampie divagazioni. Tutto ciò mi lascia perplesso e se da una parte invidio chi ha il tempo di fare queste considerazioni, dall'altra sono infastidito dalla pretesa di suddividere gli altri e le loro attività in categorie nette. Ma, come si fa spesso in questi casi, un po' per gioco ed un po' per riconoscersi si cerca di rientrare negli schemi, ed a questo punto mi sorgono dei dubbi e ritrovo caratteristiche sparse un po' qui ed un po' là e mi chiedo perché faccio speleologia. Così scopro che risposte precise non ne ho, ma allo stesso tempo mi sovviene una frase letta all'inizio della mia attività su un vecchio bollettino e riportata in testa all'articolo dove si esaltava quella che ritengo essere la molla che tra tutte non va dimenticata, e ripetendola voglio porre l'accento sulle emozioni profonde e sui vincoli che si creano tra gli esploratori che si affacciano su un pozzo mai disceso o un torrente inesplorato.
Tutto il resto, patacche, miti e chi più ne ha più ne metta, sta intorno ma poco importa, l'esplorazione e le sue emozioni contano veramente.
Anch'io filosofeggio dunque e sono il quarto o il quinto a farlo, approfittando dello spazio messomi a disposizione e vorrei continuare in questa direzione citando le due bellissime esplorazioni marguareisiane dell'estate-autunno, portandole ad esempio di come lavorando con continuità si arrivi sempre a risultati; a volte in fretta a volte lentamente, come dice il proverbio, "chi cerca trova", coraggio dunque perché tante sono le zone che per anni non hanno dato nulla e tra queste ieri vi erano anche la zona A e la zona O.
Da note allegre e spensierate a ringraziamenti pseudoufficiali; leggendo in anteprima il bollettino infatti ho visto con estremo piacere la recensione sul faticato libro di Casale e l'articolo annuale nel quale, preciso come sempre ci narra dei suoi giri per boie. In queste righe voglio portarlo ad esempio per la puntualità nella consegna degli scritti e ringraziarlo affinché continui imperterrito a trasmettere ad una massa di ignoranti le sue conoscenze in materia.
Due note non allegre purtroppo e poi chiudo per non scendere nel banale e nel retorico, ma mi fa piacere ricordare qui due amici che in misura diversa hanno intrecciato con noi parte della loro esistenza e che ci hanno lasciati: un pensiero quindi a Tonino Vigna e Massimo Maina.
|
Massimo e Tonino |
G. Badino |
Due amici ci hanno lasciati: Massimo Maina, nostro socio e fratello di Franca (la moglie di Giuliano Villa), e Tonino Vigna, padre del nostro Meo.
Massimo è morto all'età di ventisei anni. Aveva iniziato a fare speleologia con noi nel lontano
'79, giovanissimo, portato in gruppo dalla sorella. Partecipò al campo su a PB, poi per vari anni
3

diradò la sua attività, sino ad un paio di anni fa quando, già in lotta con la malattia che lo avrebbe portato via, riapparve in modo sistematico.
Frequentò molto il gruppo partecipando per quanto gli era possibile all'attività; e credo che abbia percepito che noi, per quanto ci era possibile, partecipavamo alla sua gigantesca lotta. Una storia davvero dura fatta di speranze che morivano e si riaccendevano, di lente cure che lui ha affrontato con una grinta davvero inaudita, superando crisi e riuscendo ad essere felice di piccole cose belle che apparivano in mezzo all'incubo: questo, in fondo, è il suo tratto che mi ha più colpito.
Vedete, cerco di ricordarlo e mi vengono parole che già abbiamo usato infinite volte per cose marginali: come dire che lui aveva davvero grinta, quando abbiamo usato questa parola per dirlo di chi sapeva uscire stremato ma dignitoso da una grotta, una storia di poche ore di fatica? Abbiamo bruciato parole come difficile, grinta, forza, coraggio usandole per piccole cose e adesso per parlare di Massimo dovrei accentuarle e diverrebbero retoriche, e non voglio farlo.
"Grinta" è l'ultima parola che gli ho detto in ospedale e lui ha assentito, già se ne stava andando, e fra me ho pensato, "ma a chi stai osando dirlo?"; ma cosa potevo dire sennò.
Non ha mai mollato, voleva vincere, in un certo senso credo ci sia riuscito. Il male negli ultimi giorni lo aveva portato in coma; qualcuno ha detto che solo così, attaccandolo alla testa, poteva sconfiggerlo: credo che, in fondo, questa sia la cosa migliore che, di Massimo e della sua lotta, noi possiamo ricordare.
Tonino ci ha lasciati all'età di sessantadue anni, stroncato da un ictus cerebrale che se lo è portato via in pochi minuti, quasi in vetta al monte meta della gita che stava facendo con amici.
È stato uno dei grandi animatori del CAI di Mondovì, una sezione alla quale siamo legatissimi da mille motivi e persone: una di queste era proprio Tonino. Lui che sdegnava gli impianti di risalita quando andavamo a sciare insieme; che inventava incessantemente le più improbabili gite, per non ripetere due volte la stessa. Che ci segnalava le bocche soffianti che si erano aperte un varco nelle nevi invernali, che conosceva a menadito ogni angolo delle sue montagne. Lui che si lamentava dei suoi coetanei, troppo molli, e girava solo con dei giovani, gli unici che potessero sperare di reggere il confronto con lui in termini di passo e di entusiasmo; era davvero il degno padre di Meo.
Inesauribile, ed appassionato in modo impressionante; persona anziana, gli è stato risparmiato di conoscere la vecchiaia. Se ne è andato in modo fulmineo, al pieno delle forze, nel posto migliore: questo può in qualche modo consolare Meo e noi della perdita.
|
Notiziario |
|
Assemblea di fine anno del GSP
Si è tenuta il 15 dicembre con il consueto ordine del giorno.
Il Presidente ha riassunto per linee principali l'attività svolta, dal Corso alle esplorazioni, tra le quali si segnalano quelle alle gallerie nuove del Corchia nella zona dal fondo (nei rami Pineröl) e nel ramo del Fiume con i veronesi, al Garb dell'Omo inferiore dove sono continuate le disostruzioni e le risalite, al Bacardi con circa 500 m di rami nuovi, all'O-Freddo -402, all'A 11 -680, al Solai, Ciuaiera, Perdus, Valmar. Campi estivi hanno avuto per obiettivo Piaggia Bella, gli stessi O-Freddo e A 11, gli Alburni. Attività individuale ha avuto occasione di svolgersi in Sud-America e nelle grotte nel ghiaccio.
Loredana Valente per la tesoreria ha comunicato le voci principali di entrate ed uscite: quest'anno si è registrata una prevalenza sia pure modesta delle prime sulle seconde.
Maria Dematteis per la segreteria ha rilevato la difficoltà a gestire la posta se questa viene aperta e non tenuta assieme fino al momento della registrazione. Nel suo compito è stata affiancata da Daniela Enrici Baion che si occupa dell'evasione della corrispondenza.
4

Per il bollettino, Di Maio ha esposto un positivo bilancio di numeri usciti e di contenuti. È invece negativo il giudizio sugli aspetti finanziari, poiché non si è ancora trovato il modo di abbassare un po' (pubblicità) un bilancio di spesa che è salatissimo. Stanno però partendo promettenti iniziative ad opera di Pierangelo Terranova.
Cerovetti e Scagliarini per il magazzino hanno enumerato la solita lista dei materiali mancanti (tanti) e di quelli presenti (pochi). Molto materiale (tra cui un migliaio di metri di corde) giace in grotte lasciate armate. Vanno acquistate soprattutto corde. I locali sono stati migliorati nella loro funzionalità, ma rimane ancora abbastanza da fare per renderli ancor meglio utilizzabili. Per l'archivio, Balbiano ha avuto cura di mantenere l'ordine che era riuscito a instaurare, e di aggiungere tutti i rilievi di grotte piemontesi pubblicati sui bollettini di vari Gruppi.
Per catasto e biblioteca (Villa) ordinaria amministrazione.
Sui materiali da rilievo ha relazionato Vigna, richiedendo la restituzione degli eclimetri per poter procedere alla siliconatura (necessaria per prolungare la durata), e proponendo l'acquisto di un eclimetro con bussola incorporata e di quaderni da rilievo. I giochi di strumenti disponibili sono 4 in perfette condizioni, più uno vecchio ma funzionante.
Per la Capanna, Sconfienza ha ricordato i grossi lavori effettuati, soprattutto alle pareti esterne (sverniciatura totale e riverniciatura), al pavimento e al rifugio invernale, che per ora ha dato buona prova.
La relazione sull'attività biospeleologica (Casale) è pubblicata su questo numero del bollettino.
Scagliarini ha relazionato per la sezione che si occupa del calcolatore, nata nell'ultimo anno. Tra l'altro è stata avviata una collaborazione con la SSI per meglio gestire gli elenchi dei destinatari del bollettino.
Per il Corso di speleologia, il 31° della serie, Terranova ha ricordato le innovazioni che si sono introdotte, tra cui i due stages. Degli allievi, un buon numero ha continuato a fare attività: 12 sono divenuti membri aderenti del Gruppo.
Eusebio ha riassunto per grandi linee un'altra annata di proficua attività dell'AGSP.
Si è discusso sul problema della ristrutturazione dell'organizzazione interna del Gruppo. Da un po' di tempo si era infatti manifestato un eccessivo divario tra l'attività di presidenza e l'appoggio dato dall'Esecutivo; non essendo tale appoggio su livelli sufficienti, si creava in tal modo una mancanza di continuità per la carica di Presidente. Si è allora pensato di creare un Esecutivo prettamente tecnico, con quattro membri responsabili di altrettanti aggregati di sezioni e con capacità, carico di lavoro e mansioni organizzative simili a quelle del Presidente. Così, da un lato verrebbe alleggerito il carico di mansioni svolte dalla presidenza, e dall'altro alcune persone prenderebbero dimestichezza con varie incombenze e raggiungerebbero l'esperienza necessaria per poter eventualmente sostenere la guida del Gruppo.
I quattro aggregati di sezioni sono stati individuati come segue:
a) magazzino, Capanna e locali, di cui è proposto responsabile Stefano Sconfienza;
b) biblioteca e archivio, con responsabile Ube Lovera;
c) pubbliche relazioni e rapporti con l'esterno (tra cui pubblicità), cui sovrintenderebbe Giovanni Badino;
d) organizzazione interna (catasto, strumenti da rilievo, calcolatore) di cui sarebbe responsabile Meo Vigna.
Questa struttura viene a occupare una fascia intermedia tra la presidenza e la base attiva. Ogni responsabile avrà facoltà di coinvolgere chi riterrà opportuno e quanti offriranno la propria disponibilità.
Viene approvata la validità di tale tipo di struttura e sono designati i quattri responsabili proposti, che costituiranno il nuovo Esecutivo insieme ad Attilio Eusebio, riconfermato Presidente dai membri effettivi e aderenti in precedenza eletti.
Gli incarichi per le varie sezioni hanno visto riconferme per la Segreteria (Dematteis affiancata da Enrici Baion), la Tesoreria (Valente), il bollettino (Di Maio), l'archivio (Balbiano), la biblioteca e il Catasto (Villa), gli strumenti da rilievo (Vigna), il calcolatore (Scagliarini) e la bio-
5

speleologia (Casale). Per il magazzino è stato designato Cerovetti, che avrà la collaborazione di Cuccu, Grossato, Manzelli, M. Oddoni, Pesci e Tesi; per la Capanna, Sconfienza.
I membri effettivi eletti sono risultati 29 e gli aderenti 52. I primi sono stati proposti dall'Esecutivo dopo una scelta avvenuta con criteri non restrittivi ma neppure larghissimi, privilegiando l'attività esplorativa. I secondi sono stati nominati sia sulla base dell'attività svolta e sia dell'impegno che si spera possano dare.
Dopo discussione sulla quota sociale, è prevalsa l'opinione di mantenerla ancora invariata.
Membri effettivi:
Giovanni Badino, v. S. Francesco da Paola 17, 83.97.605, v. Scatti 7/5, Savona, 019-82.00.52 Valentina Bertorelli, v. Nizza 67, 66.99.244
Alessandro Bianco (Trota), v. Alessandria 3, Settimo Tor., 800.42.11
Giampiero Carrieri, v. Giotto 36, Grugliasco, 77.311.90
Adriano Cerovetti, via Lanzo 125/3, 246.17.63
Roberto Chiabodo (Arlo), c. Emilia 32, 23.56.04
Franco Cuccu (Fof), c. Agnelli 104, 32.52.47
Piercarlo Curti, v. Pignari 6, Saluzzo, 0175/47.165
Maria Dematteis, str. Tetti Gramaglia 19, Cavoretto, 67.39.29
Marziano Di Maio, v. Cibrario 55, 75.12.53 (lav. 88.05.220)
Attilio Eusebio (Poppi), v. Correnti 35, 32.01.22
Alberto Gabutti (Lucido), v. Galliari 32, 65.02.655
Roberto Guiffrey (Armando Pozzi), v. Santa Croce 14, 41.503.41
Uberto Lovera (Ube), v. G. Bosco 18, Moncalieri, 605.27.605
Andrea Manzelli, v. Bossolasco 11, 33.51.802
Gianni Nobili (Monnezza), v. Bardonecchia 123, 72.78.10
Mario Oddoni (Cagnotto), v. Urbino 15, 48.84.35
Riccardo Pavia, v. San Paolo 84, 38.10.10
Elio Pesci, v. Frejus 48/11 , 44.72.154
Mauro Scagliarini, v. Vittime di Bologna 9, 27.32.552
Stefano Sconfienza, v. Castelgomberto 38, 36.24.97
Sergio Serra, c. Raffaello 11, 68.32.31
Pierangelo Terranova, v. Rovereto 12, Pino Torinese, 84.06.21
Flavio Tesi, v. Roncaglia 13, Roletto, 54.21.95 (neg. Pinerolo 22.294)
Bartolomeo Vigna (Meo), v. Bianzé 6, 76.68.46
Walter Zinzala, c. Francia 207, Collegno, 780.22.87
Membri aderenti:
Carlo Balbiano d'Aramengo, v. Balbo 44, 88.71.11
Piergiorgio Baldracco, v. Boccardi 28, Pino Tor., 84.15.15
Luigi Barcellari (Birci), v. Torino 155, Pinerolo, 70.294
Massimo Bellisai (Max), v. Fossati 8, 33.72.63
Donatella Bregolato, v. Molinatto 16, Verolengo, 914.288
Rossella Cabula, v. Carrieri
Maria Elena Caccia, v. Reggio 6 bis, 28.92.07
Gilberto Calandri, via Don Santino Glorio 2, Imperia
Marilia Campaiola, vedi Terranova
Patrizia Cannonito, vedi Curti
Simonetta Carlevaro, str. Commenda 2/5, Druento, 98.44.048
Achille Casale, c. Raffaello 12, 650.88.84
Enzo Castrovilli
Agostino Cirillo, Pordenone, 0434/40552
Daniela Enrici Baion, p. Risorgimento 26, 74.97.543
Silvia Faure, vedi Trova
6

Riccardo Ferrein, v. don Bosco 45, 47.11.97
Mauro Galliano, v. Sestriere 33, None, 98.644.68
Uccio Garelli, v. Caraglio 7, 37.44.90
Alessandra Garnero, v. Raviolo 10/A, Pinerolo, 0121/71831
Adriano Gaydou, v. Baltimora 15, 36.51.60
Beppe Giovine, str. Druento 366, Savonera di Torino, 4240130 (neg. 42.40.356)
Andrea Gobetti, str. Reaglie, 89.04.21
Daniele Grossato, v. Cialdini 41, 44.74.859
Jo Lamboglia e Cathy, Tour 21, route de Turin, Nice, (093) 84.46.78
Franca Maina, vedi Villa
Massimo Maina, fraz. Mezzi 36, Verrua S. (TO), 0161/84.39.28
Vincenzo Martiello (Spàssula), v. Veglia 20, 32.99.046
Carla Martino, v. Asti 12, 87.40.77
Nino Masciandaro, v. Monfalcone 16, Montescaglioso (MT), 0835/20.75.03
Alessandra Masino, v. Casalis 35, 74.71.94
Francesco Mazzilli, v. S. Secondo 88, 59.50.52
Marco Naretto, v. Vicenza 27, 48.21.60
Laura Ochner, v. Baltimora 160/B, 30.72.42
Pierclaudio Oddoni, v. Santhià 2, 230.267
Margherita Pastorini, vedi Vigna
Maurilio Pavese, v. Vigliani 31, 61.37.64
Fulvio Prette, v. Priocca 8, 27.02.33
Lucia Rattalino, v. G. Verdi 19, Cavagnolo, 91.51.691
Alessandro Richeri (Paraffina), v. del Carretto 74/A, 88.37.27
Cristina Rolle, v. San Pio V 32, 65.79.81
Sandro Rosso, v. del Porto 7/A, S. Mauro, 822.28.86
Marco Scofet, Regione Vigne 23. Villarbasse, 95.22.10
Walter Segir (Papà), v. Brandizzo 65, Volpiano, 98.84.529
Roberto Serra, fraz. Boj 61, Aramengo (AT)
Pruel Terranova, vedi Pierangelo
Paola Trota, v. Venasca 7, 44.27.25
Pier Luigi Trova (Pigi), v.le Piazza d'Armi 55, Pinerolo, 0121/72.324
Beppe Truffo, v. A. Diaz 32, San Mauro Tor., 82.22.474
Loredana Valente, vedi Eusebio
Giuliano Villa, regione Gèrbole 66, Volvera, 98.56.133
Il 32° Corso
Anche quest'anno il GSP organizza, sotto l'egida dell'Assessorato allo Sport Gioventù e Tempo Libero, il Corso di speleologia, giunto alla 32° edizione. Esso si dividerà in due parti: una introduttiva e una più specificatamente tecnica. L'inizio è per il 3 febbraio, sotto la direzione di M. Dematteis e R. Chiabodo. Sono previste 5 lezioni e 3 uscite in grotta per la prima parte, e per la seconda altre 7 lezioni, 4 uscite (di cui una in palestra di roccia e una articolata in stage di speleologia come l'anno scorso) e 5 esercitazioni serali infrasettimanali nella palestra di roccia artificiale di Palazzo a Vela.
Rifatto il maquillage alla Capanna
Make-up autunnale più impegnativo del solito per la Capanna Saracco-Volante. I segni del tempo sempre più visibili sul vecchio rifugio e i malanni di gioventù del recente locale invernale hanno richiesto un notevole sforzo da parte del Gruppo.
Per tutto il mese di settembre frotte di speleologi si sono affaccendate a sverniciare, cementare, raschiare, murare, ridipingere, cambiare serrature, sostituire vetri, siliconare fessure, lavare, foderare, perlinare, arredare...
Bel lavoro.
7

L'abisso Libero
Nuovo abisso sul Marguareis, in altissima zona D. Speleologi di Albenga hanno dato retta a tal Libero, di Viozene, che da anni sosteneva di conoscere l'ingresso di un bell'abisso. Lo conosceva davvero. Alle prime serie difficoltà, quelli di Albenga hanno chiamato gli imperiesi, che sono andati avanti. Ora l'abisso è fermo su enorme, soffiante e forse penetrabile frana ad oltre 300 metri di profondità. Giustamente si chiama Abisso Libero.
Novità speleologiche dal nostro inviato francese Jo Lamboglia. Pare infatti che le esplorazioni al Valmar, abisso profondo 360 m nella Conca delle Carsene, proseguano: a -260 m infatti è stata scoperta una grossa galleria freatica molto concrezionata. L'abisso aspira sempre mentre il fondo, che si dirige verso lo Straldi, soffia.
Ultimamente è stato ritrovato un ramo parallelo a -150 m, costituito da una serie di pozzi. La grotta è dunque ben lungi dall'essere terminata.
Novità nel I Gruppo SS/CNSA
Sconvolti i quadri del I Gruppo di soccorso: sconvoltissimi.
Meo e Papà hanno passato la patata bollentissima rispettivamente a Giampiero Carrieri, caposquadra, e Poppi Eusebio capogruppo.
L'eccessivo carico di lavoro che minacciava Poppi (presidente del GSP e capogruppo) è stato, speriamo, sventato da una ristrutturazione dell'Esecutivo GSP (di cui si è già detto in questo Notiziario). Il vice di Carrieri è Paolo De Negri (detto il Milite) e vice di Poppi è l'Ubaldo.
Phantaspeleo '88
Ai primi di novembre si è svolto a Costacciaro il Phantaspeleo '88. Un migliaio i partecipanti, formidabile l'organizzazione perugina che ha fornito, fra l'altro, un enorme tendone che ci conteneva tutti.
Note sparse: la "glasnost" è arrivata anche in speleologia, e a portarla è venuto uno speleo russo con notizie e foto. Molta la simpatia di cui è stato oggetto, poderoso l'aggancio che Forti ha fornito a tutti quanti invitandolo: l'Unione Sovietica non è uno stato, è l'Asia, comprese le sue grotte. Forse siamo saliti su un'astronave in partenza per le stelle.
Dibattito sul caso Corchia, pilotato dal Tullio (per Alp) che ha invitato alcuni dei protagonisti della vicenda, specie cavatori. Interessante, e doloroso, perché doloroso è lo scontro nato tra speleo e cavatori, in molte cose fatto di fraintesi; doloroso il fatto che la cava ci sia, ma più doloroso è il suo scarico: ben più del taglio. E doloroso, soprattutto, che in giro per le Apuane ora, quando le cave aprono uno squarcio su un mondo sotterraneo, lo richiudono con cura, guardandosi bene dall'avvisare speleologi. Forse questo ci sta danneggiando in un modo che mai riusciremo a valutare nella sua vastità.
Due le mostre che mi hanno colpito: quella sulla iconografia del pipistrello, contenente alcune vere perle, e quella di alcuni dei materiali che gli speleo dell'Operazione Corno d'Aquino han tirato fuori dalla Preta.
Molte le immagini, dia e film presentati. Eccezionale soprattutto un film, di non mi ricordo più chi, su (pensate) le grotte nel ghiaccio. Veramente un'idea originale, e fatta con una maestria! ragazzi, che operatore. Ma chi era. Accipicchia, mi piacerebbe vedere le foto: chissà se quei bravissimi speleologi glaciali ne hanno. Chissà.
G.B.
Dalla SSI
Il bilancio della Società continua a battere intorno ai cinquanta milioni all'anno, una metà dei quali assorbiti da "Speleologia". Circa mille i soci rimasti dopo il repulisti che il manageriale supersegretario Marchesi ha operato su quelli che non pagavano. Altri 170 sono i soci-gruppi, e 20 i soci stranieri.
8

L'assemblea dei soci è stata tenuta a Costacciaro, durante Phantaspeleo: è stata una scelta dettata dal desiderio di contribuire a dissolvere poco a poco le diatribe "col CAI". Riusciremo noi speleologi a liberarci dei micro-politici che per "far speleologia" intendono "far prevalere delle etichette", etichette che dividono la nostra unica, misera, piccola speleologia?
Grazie a sforzi congiunti di gente del CAI, della SSI e di entrambe, sembra di sì.
(G.B.)
Varie
La riproduzione degli speleologi piemontesi continua febbrile: sono nati il Daniele Eusebio (principe ereditario), figlio di Loredana Valente e probabilmente di Poppi, e Aron Trova, virgulto di Silvia Faure e sicuramente (mai oseremmo dubitarne) del grossissimo e cattivo Pigi.
Per altri due si avvicina il momento del varo: Patrizia e Marilia sono in dolce attesa. I padri più probabili sono rispettivamente Carlo Curti e Pierangelo Terranova.
Facciamo notare il cambio di indirizzo di Carlo Curti e Patrizia, che sono venuti giù dai monti: ora vivono a Saluzzo (Via Pignari 6, 0175/47165) in una bellissima casa che alla prima occasione cercheremo di smontare.
Il nuovo indirizzo americano di Alberto Gabutti è il seguente: 5800 Oakwood - Drive - IC, LISLE, Illinois (USA).

9

|
Attività di campagna |
a cura di M. Scagliarini |
O Freddo (Marguareis). A settembre ancora esplorazioni e "fondo" a -400. Per i particolari vedi il numero precedente di Grotte (n. 97); sul presente numero, v. articolo geomorfologico e descrittivo.
Capanna Saracco-Volante (Conca di Piaggia Bella). Per ben quattro fine settimana (17-18 e 24-25 sett., 1-2 e 8-9 ott.) sono stati eseguiti i "grandi" lavori alla Capanna. Assai gravosa, in particolare, si è rivelata la completa sverniciatura e successiva verniciatura dell'esterno. Ora il colore è un rosso mattone. Soddisfazione del responsabile Stefano Sconfienza per la "volontaria" partecipazione di quasi tutti.
10 settembre, Vallée de Névache (Briançon, F). Battuta, anche in parete, con risultati scarsi. Viste numerose cavità ma la qualità del calcare non fa sperare molto. M. Scagliarini con J.L. Benoit (SGB).
17-18 settembre, Labassa (Zona della Chiusetta, Marguareis). Cortesemente "accettato" dagli imperiesi un nostro inviato alle risalite del ramo "Latte e Miele". S. Sconfienza con il GSI.
24-25 sett., Labassa (Zona della Chiusetta, Marguareis). Giro esplorativo interessante nelle enormi regioni a valle. Difficile per il momento capirci qualcosa (e farsi invitare). G.P. Carrieri, R. Pavia con A. Avanzini.
A 11 (Marguareis). Per tutte le notizie sulle numerose "punte" in questo "nuovo" abisso marguareisiano (-680), vedi ampio articolo su questo numero.
12 ottobre, Grotte Nasi. Visita tecnica di B. Vigna per sostituire le carte dell'idrometrografo.
16 ottobre, Zona A (Marguareis). Visti alcuni buchi con aria forte. Ci si tornerà, vista anche l'eccezionale siccità. U. Lovera.
16 ottobre, O Freddo (Marguareis). Chiuso l'ingresso per l'inverno onde evitare tappi di ghiaccio nelle già glaciali strettoie iniziali. (Chissà perché c'era venuto in mente che avrebbe potuto nevicare?). "Agghiacciante" tentativo di scendere il P.47 per fare fotografie con rocambolesca uscita su di una corda non più tale. M. Scagliarini e P. Terranova.
19 ottobre, Grotta dell'Orso (Ponte di Nava), dove sono ripiegati per ricerche biologiche A. Casale, M. Di Maio, R. Pavia e B. Vigna, respinti dal maltempo alla Ciuaiera.
23 ottobre, Grotta di Rio Martino (Crissolo, Valle Po). Annuale gita sociale del CAI Pinerolo a cura del GGP. Nuove leve? Forse sì! M. Campaiola, A. Cerovetti, C. Curti, F. Cuccu, D. Enrici-Baion, D. Grossato, C. Marchesin, E. Martiello, M. Pavese, M. Scagliarini, P. Terranova, Pruel Terranova con L. Barcellari, M. Chiri, G. Di Fonzo, A. Faure, F. Tesi, P.G. Trova.
22-23 ottobre, Alta zona D del Marguareis. Battuta, come spesso succede, senza grandi risultati. A. Bianco, G. Nobili, S. Serra.
29-30 ottobre, Labassa (Zona della Chiusetta, Marguareis). Tentativo di campo sotterraneo, fallito per la chiusura della sifonante "pentola Lagostina". G.P. Carrieri con L. Ramella, C. Sasso, lo "Sciacallo" del GSI e A. Avanzini.
10

30 ottobre, Zona Monte Vecchio, Arpiola (Limone). Battuta naufragata causa nebbia. C. Oddoni, M. Oddoni, S. Rosso.
30 ottobre, Vallone dello Jurin (Limone). Visti alcuni buchi in parete e disostruita parzialmente una dolina. C. Balbiano, A. Gaydou, C. Oddoni, L. Rattalino, S. Rosso.
30 ottobre, Grotta Valdemino. B. Vigna con M. Miragoli del GGM, con scopi fotografici.
31 ott. - 1 nov., A 3 dei Gruppetti (Mongioie, Vai Ellero). Cavità inesplorata fino all'attuale metà durante i campi negli anni '70. Esplorazione finale nel campo Mongioie '87. Chiude con un sifone di fango, dopo 100 m di meandro-spaccatura. Fatto il rilievo e disarmato. A. Manzelli, C. Martino, M. Naretto.
1-2 novembre, Zona del Finalese (SV). Effettuate varie battute. Ritrovata una interessante grotta dimenticata nella zona della Pollera. Giro interessante anche se non remunerativo attorno alla Rocca di Corno. M. Campaiola, A. Cerovetti, D. Enrici-Baion, M. Scagliarini, P. Terranova e S. Faure, M. Galliano. S. Garnero, P.G. Trova del GGP.
6 novembre, Garb dell'Omo Inf. (Vai d'Inferno, Garessio). Giro fino alla nuove risalite. F. Mazzilli, M. Naretto, F. Prette.
6 novembre, Buca dell'Orso (Colla dei Termini, Val Casotto). Rivisto dopo qualche anno, ha rivelato essere stato visitato e saccheggiato dai soliti "tombaroli" delle grotte che hanno così compromesso una situazione che meritava di essere studiata per alcune rare particolarità. A. Cerovetti, D. Enrici-Baion e S. Faure, M. Galliano, S. Garnero, P.G. Trova del GGP.
7 novembre, Zona di Monte Vecchio (Limone). Battuta. Trovata una spaccatura interessante. A. Gaydou.
14 novembre, Faglia di Volpigera (Monte Vecchio, Limone). Esplorazione e rilievo della spaccatura trovata la settimana precedente (-25). A. Gaydou, C. Oddoni, M. Oddoni, S. Rosso.
23 novembre, Grotta delle Vene (Viozene). Giro tecnico-scientifico. R. Pavia, M. Vigna.
27 novembre, Arma del Lupo inf. In giro semiesplorativo viene trovata una condotta con sifone di sabbia già descritta a suo tempo da G. Dematteis. Iniziati gli scavi. G.P. Carrieri, A. Cerovetti, D. Enrici-Baion, U. Lovera, E. Pesci, M. Scagliarini, P. Torta.
3 dicembre, Arma del Lupo inf. (Gola delle Fascette, Upega). Ripreso e terminato lo scavo di cui sopra. Dopo una quindicina di metri la condotta ritorna sul conosciuto. Spiegata così la presenza di aria. Piccole risalite ma niente di positivo. Sperimentato anche un bivacco interno usando in 5 una canadese da 3 posti. A voi immaginare. Fotografie. R. Cabula, G.P. Carrieri, A. Cerovetti, A. Eusebio, U. Lovera, M. Naretto, E. Pesci, M. Scagliarini, P. Terranova, P. Torta, M. Vigna, W. Zinzala.
9/10 dicembre, Garb dell'Omo Inf. (Val d'Inferno, Garessio). Continuato per altri 150 m in meandro sopra le risalite. Il tutto sembra andare verso l'esterno. G. Badino, U. Lovera, A. Manzelli, M. Pavese.
10 dicembre, Finalese (SV). Battuta nella zona dell'Arma Strapatente. M. Scagliarini e amici.
17 dicembre, Viozene. Riunione di fine anno per il Soccorso Speleologico. Cariche da rinnovare e programmi. A. Eusebio è il nuovo capogruppo, vice resta U. Lovera. Caposquadra di-
11

venta G.P. Carrieri con P. Denegri vice. Per il GSP hanno partecipato i volontari del CNSA-SS: G. Badino, P.G. Baldracco, V. Bertorelli. G.P. Carrieri, A. Cerovetti, R. Chiabodo, C. Curti, M. Dematteis, A. Eusebio, G. Giovine, U. Lovera, A. Manzelli, R. Pavia, E. Pesci, M. Scagliarini, S. Sconfienza, W. Segir, R. Serra, P. Terranova, F. Tesi, M. Vigna, W. Zinzala.
18 dicembre, Arma del Lupo Sup. (Gola delle Fascette, Upega). Giro fotografico con piccole velleità esplorative scemate quasi subito. A. Cerovetti, U. Lovera, M. Scagliarini, P. Torta, M. Vigna, W. Zinzala.
18 dicembre, battuta sopra Upega. G. Badino, P.C. Curti. A. Eusebio.
19 dicembre, Zona della grotta di Rio Martino (Crissolo, V. Po). Effettuata una battuta sopra Rocca Grane. Trovati due buchi poco soffianti. Disostruzione. Appaiono molto stretti. W Zinzala.
26 dicembre, Grotta delle Vene (Viozene). Ricerca di prosecuzioni e foto. A. Cerovetti, D. Enrici-Baion, D. Grossato, E. Martiello, A. Richieri, B. Vigna.

|
L'abisso O-Freddo: inquadramento e descrizione |
B. Vigna e A. Eusebio |
Inquadramento
La cavità appartiene probabilmente al grande sistema carsico drenato dalla sorgente della Foce, alla quale defluiscono le acque dei complessi di Piaggia Bella, Labassa, Colla dei Signori. Più precisamente, l'abisso è localizzato nel settore Nord del massiccio del Marguareis, che comprende un'area denominata "zona O" dove sono presenti numerose cavità assorbenti, la più importante delle quali è il complesso O3-O4-O5, profondo 275 metri.
L'ingresso O-Freddo, ad una quota di 2350 m, si apre nella zona alta di un grosso canalone detritico (Canalone dei Torinesi, per i locali Gorgia d'e Scaie), sulla sua sinistra orografica, su una cengia inclinata alla base di una paretina rocciosa.
La cavità si sviluppa interamente nella serie calcareo-dolomitica del Trias ed è impostata sia lungo un sistema di fratture orientale grosso modo NE-SW, sia lungo una serie di giunti di stratificazione che presentano all'incirca la stessa direzione con immersione verso NW.
L'abisso è costituito da una serie di pozzi e meandri che rappresentano le vie di deflusso attuali delle acque, e da una serie di condotte a pieno carico, in alcuni tratti con morfologia ancora ben conservata, relitti di una complessa rete di carso sommerso presente in tutta l'area del Marguareis.
12

Carta della zona O
Tavola fuori testo
Abisso O-Freddo - rilievo
13

Descrizione
La prima parte, compresa tra l'ingresso e il P49 (Cascata del Mackenzie), è caratterizzata da stretti passaggi alternati ad ambienti in frana, con le pareti ricoperte quasi interamente di ghiaccio. Il P49, di grosse dimensioni, è anch'esso rivestito da arabesche concrezioni e spessi depositi di ghiaccio. Alla base la morfologia cambia radicalmente e, dopo una zona complessa con diverse gallerie impostate lungo larghe fratture tettoniche, solo parzialmente esplorate, si incontra una serie di piccole condotte sotto pressione. Queste sono a tratti tagliate da ringiovanimenti e conducono, attraverso uno stretto passaggio sospeso su un pozzetto, ad una grossa forra, orientata grosso modo NE-SW, che scende con una serie di salti, fino a diventare attiva ad una quota di -110.
Segue quindi una serie di stupendi pozzi cascata (P10, P24, P17), fino a-180 dove il ramo attivo percorre una serie di stretti meandri parzialmente esplorati, mentre la via principale, raggiunta con facile arrampicata, prosegue lungo una stretta condotta, sventrata dalla neo-tettonica (meandro dei Grassi). Dopo circa 130 metri di scomodi passaggi si raggiunge, attraverso un P20, una serie di belle gallerie percorse da una violenta corrente d'aria. La regione denominata Black China, è caratterizzata da due livelli di condotte sovrapposte (solo quello basso è stato rilevato) con numerose diramazioni. La zona, assai complessa, con andamento prevalentemente orizzontale, è localizzata ad una quota di 2150 m s.l.m. e presenta numerosi approfondimenti che conducono ai diversi fondi. Sulla destra, attraverso due vie, si raggiunge la galleria dell'Arco (esplorata parzialmente) e il ramo battezzato "Chi va con lo zoppo...". Questo è caratterizzato da una grossa forra, verticale nel primo tratto (-300) e poi con andamento suborizzontale, con numerosi ambienti di crollo, fino ad un grande pozzo (Salto nel buio), alla base del quale, -368, una frana preclude ogni prosecuzione. Queste gallerie, percorse da forte corrente d'aria, seguono una serie di fratture, orientate all'incirca N-S, e si dirigono verso l'esterno rappresentato dalle pareti settentrionali del Marguareis.
L'altro ramo, impostato nel primo tratto prevalentemente lungo giunti di stratificazione, continua con una serie di basse condotte ad andamento sub-orizzontale. Numerosi sono gli arrivi e i ringiovanimenti, esplorati solo parzialmente, che intersecano la via principale. Un camino di pochi metri ed un successivo pozzo (P9) immettono in un ambiente più ampio, attraversato da un arrivo attivo e da un approfondimento con due bellissimi pozzi (P25 e P15) chiusi al fondo da una fessura allagata. La cavità prosegue ancora orizzontalmente lungo una esigua frattura, poco carsificata (ramo del Diabetico), con una serie di fastidiose strettoie che dopo un centinaio di metri conducono ad un pozzo profondo 23 metri. Sia attraversandolo in alto (passaggio molto delicato), sia al fondo di questo, si perviene attraverso meandri ad un nuovo tratto verticale, attivo, che con una serie di ampi pozzi (P50, P22, P34, P12, P22) raggiunge il fondo attuale della cavità (-402). L'ultimo tratto è caratterizzato da una bella forra con acqua al fondo che scorre sugli argilloscisti del Trias basale, forra che diventa sempre più stretta fino ad arrestarsi su una frana da cui soffia una forte corrente d'aria.
La cavità quindi, ad eccezione del ramo "Chi va con lo zoppo..." che retroverte dirigendosi verso l'esterno, si sviluppa prevalentemente verso SW, in direzione della zona francese di Navela. Il fondo attuale è localizzato proprio sulla verticale del confine italo-francese, lungo la "cresta della Gallina", stretta dorsale che separa orograficamente la Valle del Negrone (Tanaro) e il Vallone di Rio Freddo.

14

|
Gorner |
G. Badino |
Anche sul bollettino di quest'anno potrete deliziarvi con un articolo sulle grotte nel ghiaccio, che è questo che state leggendo.
Anche quest'anno i protagonisti sono più o meno gli stessi anche se se ne sono aggiunti un po', anche torinesi. Il luogo è dei soliti, il ghiacciaio del Gorner, piccolo ma vicino; l'obiettivo è scendere il più in profondità possibile nel ghiaccio e determinare finalmente maggiori dettagli su quali siano le tecniche più adatte per farlo.
Tutto questo avviene verso il venti d'ottobre durante una settimana che, iniziata malissimo, è finita nel modo ideale. I primi giorni il maltempo affligge la squadra (bolognesi, anconetani e toscani) che già è salita. Tentiamo di raggiungerla in tre da Torino (Bertorelli, Tesi ed io) e tre dalla Versilia ma ci infrangiamo contro il maltempo, ne le squallide birrerie di fondovalle ci sono di aiuto: Tesi ed io rientriamo a Torino mentre gli altri attendono, gli uni e Zermatt gli altri sul ghiacciaio, la schiarita. Arriva due giorno dopo, con me che ritorno, da solo.
Il campo quest'anno è sulle falde del monte sopra il ghiacciaio, scelta oculata che già avevamo fatto sul Biafo. I compagni già han localizzato quelli che si dimostreranno i buchi migliori, uno nel centro del ghiacciaio e uno sul suo bordo sinistro, vicino al campo. Al solito ne vedremo vari altri con minore decisione e tempo, e dunque con minori risultati.
Nei giorni successivi li esploriamo, rileviamo, fotografiamo e filmiamo, di tutto insomma, in una compagnia ben più vasta degli anni scorsi ma come allora estremamente affiata e, forse a causa della scivolosità del ghiaccio, senza attriti.
Le due grotte principali sono pazzamente diverse da quelle fatte sinora. La prima è un gran meandro che succede ad un P45, e scende a saltini sino a circa cento metri di profondità. Scarsa precisione? no, è che i primi si son fermati su una pozza immota agli 80, il secondo giorno altri ne hanno guadagnato ancora una decina perché il livello dell'acqua era sceso scoprendo una ulteriore zona di meandro in discesa; il terzo, infine, noi siamo arrivati al fondo alle corde del giorno prima fermandoci su un nuovo pozzo, lasciato dall'acqua che, evidentemente, continuava a calare.
Da notare che le zone abbandonate dall'acqua non mostravano differenze strutturali dalle zone precedenti, né c'erano gallerie, almeno sino a quella quota: solo un grande, splendido lungo e tenebroso meandro.
La seconda grotta è più importante. Ho già detto che si tratta di un gran buco sul bordo destro del ghiacciaio, quasi a contatto con la roccia. L'entrata immette in un gran meandro approfondito, fotocopia del Canyon del Corchia; dopo qualche decina di metri si approfondisce in pozzi e taglia una gran galleria freatica che arriva da sinistra. La sua struttura è commovente, lunga una cinquantina di metri corre pochi metri sotto la superficie esterna, sicché, di giorno, dal soffitto scende una vaga luce azzurra. Splendide condotte trascinate forse sin lì da zone più alte del ghiacciaio (ma da dove, se già lì siamo sopra la metà?), emerse da maggiori profondità forse trascinate da una zona di bordo dove il ghiaccio va verso l'alto. O forse si sono formate vicine alla superficie, poco a monte, dove un tratto ripido del ghiacciaio ne incontra la massa principale, quasi orizzontale. Queste condotte, al solito, sono state tagliate da meandri che le hanno usate, più in giù, come linea favorevole di scavo e le hanno approfondite.
Noi dopo la doverosa visita documentaristica alle condotte scendiamo lungo l'approfondimento sempre in gran meandro a salti, suborizzontale e bianchissimo, coperto di scallops (scallops, capisci) sino a fermarci su di un pozzetto sotto il quale gorgoglia un ruscello.
Lo raggiungeranno altri l'indomani, e più in giù, una cinquantina di metri sotto l'entrata, troveranno il basamento del ghiacciaio e gallerie piatte e larghe dal cielo di ghiaccio e pavimento di massi che in breve si appiattiscono troppo per lasciar avanzare altro che non sia il torrente. Al terzo giorno la compagnia si scioglie: gli uni vanno a vedere l'altro gran ghiacciaio, l'Alesch, gli altri a casa.
Ricapitoliamo: le tanto sospirate condotte ci sono, eccome. Non abbiamo capito dove si formano, ma basta questo a farci pensare che la circolazione dell'acqua entro i ghiacciai non sia
15

Freatico nel Gorner (foto G. Badino)
16

descrivibile come un infiltrazione verticale sino alla roccia seguita da uno scorrimento su di essa, nella morena.
È invece probabile che i ghiacciai nascondano gran livelli freatici, molto probabilmente ad un livello definito da una pressione critica, sotto la quale le gallerie collassano, ma prima della quale l'acqua scava quasi verticale. Per ciò che abbiamo visto sinora, la pressione critica sarebbe a profondità maggiori di 100-150 m in zone in piano, ma non lontana da lì perché sennò sarebbe davvero difficile spiegare l'emersione delle condotte abbandonate. La presenza di sistemi freatici saltuariamente abbandonati dall'acqua spiega pure le circolazioni d'aria che si trovano nelle grotte maggiori, e i vistosi fenomeni di condensazione sulle loro pareti: indirettamente, dunque, anche le modalità con le quali i gran pozzi da un anno all'altro si chiudono (vedi Grotte 96).
Egli scallops, eh, gli scallops? li ha fatti tua sorella? chissà come si son formati quei gran scallops: e, in fondo, chissà come si formano pure le condotte, l'acqua laggiù arriva bella fredda, come fa a scavare?
Mah! ci sono davvero tante cose da fare prima di riuscire a capirci veramente qualcosa. Il problema più grosso è che in quelle grotte ci si può andare solo in periodi brevi, troppo brevi.
A -80 nella grotta più profonda (foto G. Badino)
17

|
A11 - CUORE DI PIETRA |
|
Il ritorno a un vecchio buco dimenticato, A11 nella zona D del Marguareis, e la forzatura riuscita di quello che era sembrato essere il fondo, hanno dato un nuovo rilevante abisso, Cuore di pietra -680.
|
Cos'è A 11 |
G. Carrieri |
L'intero abisso è scavato entro i calcari dolomitici del Trias, geologicamente appartenenti al dominio Brianzonese-Ligure.
L'ingresso, posto poco oltre l'estremità inferiore di un pianoro di chiara origine glaciocarsica, si presenta come una piccola dolina-inghiottitoio, profonda una decina di metri, al fondo della quale è presente un nevaio perenne.
Il primo pozzo (P33), impostato su una frattura piuttosto stretta, parzialmente ingombra di neve, preannuncia l'andamento generale della cavità: sviluppo prevalentemente verticale in frattura.
Nella prima parte di questo abisso sono notevoli le morfologie graviclastiche con accumuli di grandi blocchi (dimensioni superiori a 2-3 mc) localizzati alla base del P30, del P15 seguente e del P110.
Superato un brevissimo tratto con accenno di meandro, posto alla base del P33, si entra nella grande frattura che fa da motivo morfologico conduttore fino a quota -300 circa.
L'azione modellatrice dell'acqua in tutta questa parte di cavità è alquanto scarsa: si notano fenomeni di arretramento dei pozzi, causati dall'azione erosiva dell'acqua di ruscellamento solo alla sommità del P30 e del P110. Il P110 e il P67 ad esso seguente sono le maggiori verticali di tutto l'abisso; in realtà, morfologicamente, si tratta di un unico grande pozzo, gradonato nella prima parte, interrotto da un enorme terrazzo, ingombro di massi franati dalla sommità e dalle pareti della frattura che lo caratterizza.
Oltre il P67 si ha una netta variazione morfologica; seguono infatti una serie di brevi meandri, intervallati da pozzi, percorsi da un piccolo rivolo d'acqua, alimentato da stillicidi e strettamente connesso alle condizioni meteorologiche esterne. Questa situazione è più o meno mantenuta fino ad una profondità di 500 m circa, dove alla base del P42 ha termine la serie ininterrotta di pozzi.
La grotta, oltre, muta drasticamente proseguendo con un andamento pseudo-orizzontale, prevalentemente in meandro, ancora scavata nei calcari dolomitici del Trias.
La natura dolomitica della roccia gioca un ruolo dominante nella caratterizzazione delle forme sia nella prima parte di cavità, prevalentemente verticale, già descritta, sia per quanto concerne la seconda parte (da -500 a -650 circa). Si è notato, infatti, qui come altrove in Marguareis, che i meandri scavati in questo particolare litotipo, presentano un andamento generalmente poco sinuoso, causato dalla limitata aggredibilità del litotipo stesso da parte dell'acqua. Prevalgono, quindi, meandri-frattura entro i quali, non di rado, si sovrappongono morfologie di crollo che rendono parzialmente percorribile il meandro stesso a diversi livelli. Il lungo tratto pseudo-orizzontale (1 km circa) è parzialmente interrotto da brevi saltini che presentano le classiche morfologie di arretramento dei pozzi-cascata.
Tutta questa parte è percorsa da un limitato corso d'acqua, lo stesso seguito nella parte verticale di grotta. Alla quota -650 circa, si entra nell'ultima parte di grotta: il meandro, che si è fin qui percorso, ha termine e fanno la loro apparizione piccole condotte freatiche che immettono in una nuova regione caratterizzata da una forra, percorribile sia verso monte che verso valle, con pareti completamente ricoperte di fango, perfettamente rettilinea e orizzontale, solcata da una vena d'acqua confluente in un secondo rigagnolo (forse lo stesso che scorre nel resto della grotta) proveniente da un piccolo sifone poco a valle. L'insieme dei due corsi d'acqua ha una portata minima inferiore a 3-4 l/min.
18

Verso monte la forra è stata percorsa per un centinaio di metri circa, arrestando l'esplorazione alla sommità di un pozzetto. A valle invece essa assume dimensioni discrete (larghezza 2-3 m, altezza superiore a 20 m) ed è percorribile per 200 m circa fino al sifone (quota -680) che segna la fine della cavità.
Per quanto riguarda la meteorologia ipogea di A 11, si può dire che l'abisso è percorso da una discreta corrente d'aria in uscita (fine estate-inizio autunno) avvertibile soprattutto fino a quota -300 circa; in particolare alla sommità del P110, su una sezione di 2 mq, è stimabile una velocità dell'aria attorno ad 1 m/sec.
Dal punto di vista geologico-strutturale è importante osservare che l'abisso A 11, sviluppandosi completamente entro i terreni triassici (calcari dolomitici e dolomie), evidenzia l'esistenza di un possibile raddoppio di serie. Dagli studi geologico-stratigrafici è stato infatti desunto che la potenza del Trias sul Marguareis si aggira attorno ai 300-400 metri, per cui uno sviluppo in profondità come quello rilevato in questo abisso (circa 700 m) può essere giustificato soltanto ammettendo forti deformazioni plicative.
|
La riscoperta |
A. Gobetti |
Il 7 agosto 1966, come riporta il Grotte n. 30, Piero Babini e Giorgio Baldracco scendono una serie di pozzi nella "zona A" tra cui il più interessante risulta l'A11, fermo a -40 su riempimento di terriccio. Giorgio è stato rimandato in matematica e il suo campo finisce poco dopo, mentre Piero Babini e gli altri "grandi" scendono in esplorazione il pozzone nell'F5 che diventa il "Saracco", ed io, il piccolissimo, per la prima volta salgo al Marguareis, distinguendomi per esser andato a cercar l'acqua per la cucina dalla Colla dei Signori giù fino quasi a Carnino.
In quello e nei due anni successivi svanisce la speranza d'un abisso pronto da esplorare nelle zone A-C-D-E, cioè nella parte del Vallone del Marguareis che nel parlato comune degli speleologi diventa "zona D".
Tale regione, vasta più dell'area riguardante Piaggia Bella-Ballaur-Saline, presenta infatti una moltitudine di buchi soffianti, ma non concede in alcun punto una qualsivoglia discesa in profondità, se si esclude il Pozzo del Pettine, prossimo all'altissima dolina del C3 (o piccolo Pas) che, dopo un pozzo di 50 metri, si infila in un meandrino bagnato dalle poche speranze. Speranze che l'inopinato sfarzo d'una rievocazione delle gesta di Pietro Micca seppellirono definitivamente nel '73.
Giorgio non dimentica però la tanto ostica quanto bella vallata e la elegge a suo domicilio, con Laura e Vittorio, Giuliano e Franca Villa, Marco Perello, Gianluca, Patrizia, Pier, Bobby ed altri nel 1979, periodo in cui l'A11 insieme agli altri buchi più promettenti, viene ridisceso e spittato. Quell'anno però l'intuizione porta il nostro eroe e i suoi compari a varcare i cancelli del Versante Nord, della Val Pesio cioè, e a scoprire 05-04-03, il complesso dell'Obiwuakkenobi, il Signore della forza, che secondo le previsioni dovrebbe scivolare sotto la Zona D raccogliendone il frutto d'acqua in profondità.
Le cose vanno altrimenti. 05 è chiuso da un gigantesco pozzo franato, O3 si ferma dopo lunga e tormentata esplorazione in una strettoia con acqua impraticabile (1986). L'impressione generale è che i nuovi buchi non si dirigano sotto il vallone bensì proprio verso la vetta del Marguareis. Le ricerche in zona continuano molto sporadicamente se escludiamo le 5 eroiche campagne di altri tra cui quelli di Genova-Bolzaneto con il relativo cane nero che battono e ribattono sugli avari lapiaz, sinché una strettoia infame, che manco soffia, s'apre e conduce gli speleo di Bolzaneto a sprofondare per pozzi stretti nell'E103.
Il 1988 rilancia la regione e l'E103 raggiunge la profondità di 450 metri, senza incontrare (pare) i sognati piani di gallerie. Per due volte nel corso dell'estate Giorgio ha cercato compagni per revisionare l'A11, ma come si conviene a quei vecchi che parlano solo perché hanno la lingua in bocca, nessuno ha dato ascolto. Ben diversa è l'accoglienza speleologica per il nuovo abisso nel canalone dei Torinesi, O-Freddo.
O-Freddo scende sino a raccogliere l'acqua di O3-O5 e prosegue indisturbato la sua corsa
19

verso Ovest, sino ed oltre la cima del Margua. Lascia quindi pensare che si tratti addirittura dell'amonte del collettore nord nell'abisso Saracco, ma non del sospirato collettore di Zona D che, da quando è stata trovata Labassa, rappresenta la possibilità di giungere al di sopra del sifone sorgente del suo fiume gigante.
Così, il 24 agosto 1988 Giorgio, Laura, Vittorio ed io andiamo a vedere finalmente l'A11 (è uno di quei giorni sfuggiti al pendolino del tempo: se raccogli venti annate di figurine "il Marguareis", ne regalano uno).
Il fondo a me non pare granché e mi metto ad arrampicarmi in giro alla base di pozzo parallelo, Giorgio invece scava e scava e mi richiama in cerca d'aiuto. Lo raggiungo perplesso. Riesce ad infilare una pietrina che cade per tre metri. Dà in ismanie, ma non mi ha ancora convinto. Scava come un pazzo finché non diventa chiaro anche a me che non ho altra scelta che imitarlo; non si esce e non si mangia finché quello non diventa un abisso.
Tre ore più tardi, mentre uno trattiene una mezza tonnellata di calcare per la collottola e l'altro cerca di strisciargli sotto, lo richiamo alla sua alta posizione nel soccorso speleologico invitandolo a comportarsi di conseguenza. Così si torna l'indomani con Laura, Daniele Sigismondi (grande esperto di pietrame al ballo) e Adriano Cerovetti, che ho il piacere di seguire giù per la strettoia dopo che due ore di Caienna mettono fuori combattimento il pietrone e la rendono praticabile. Sotto ci son due metri di meandro e la bocca chiusa d'un altro pozzo, non si passa; ci grido dentro d'andare affanculo, e "ulo!" "ulo!" ulula l'eco carezzando le invisibili pareti del gigante nascosto.
Giorgio non sta più nella pelle, tutto vuoi sapere sulla natura della nuova strettoia e di come la si disostruisce. Dimensione, inclinazione degli strati, natura delle fessure, parenti da avvertire. Proviamo a farcene un'idea, ma poi l'idea migliore si rivela quella di trascinare giù il gran capo "Cochise", anche se già avanti negli anni e nella panza. Egli rilutta, rutta d'esser diventato grasso, s'infila per i piedi e li spinge giù sinché non sgambettano nella campana alta due metri che costituisce il "dulcis in fundo" della prima strettoia, la tra qualche tempo già mitica
L'ingresso di A11 (foto B. Vigna).
20

"Numero 1" dell'A11. Ora, sgambettando, dice che non ce la fa a scendere più giù, ma già gli ho afferrato i piedi, e come fa il boia quando ti aiuta ad andare all'inferno, glieli tiro mentre lui urla e viene giù lasciando casco, gomito e speranze a metà altezza.
Il pozzo inesplorato è sui 30 metri, la sua bocca apribile con difficoltà.
Il 3 e 4 settembre, ultimo atto dell'"ouverture". Se già cantiamo d'esser passati in "zona D", adesso dobbiamo sfondare. Ai precedenti si uniscono Paolo Oliare e Flavio Tesi. Si porta generatore e perforatore, e con Giuliana montiamo la tendina nel bellissimo prato vicino all'entrata. Il mezzo meccanico ci tradisce in fretta. Alla sera del sabato, segue una notte senza molte speranze, ma per fortuna ho incontrato Monnezza e son rincuorato dalla fede. L'indomani tutto è rose e fiori. Due martellate e mezza e passo con Adriano la seconda strettoia, l'"Alan Ford" perché fa ridere, armiamo il 30 e lo scendiamo proiettandoci in un fratturone colossale senza né fondo né soffitto. Daniele e Giorgio ci raggiungono. Difficile sapere che anno sia. Siamo in Zona D e questo è l'anno zero. Filiamo le corde una per una, salto dopo salto. Che età ha il mio amico? Chi deve consumare tutto e subito il suo piatto d'abissi sa che faccia ha uno che butta sul tavolo l'Asso di briscola tenuto ventidue anni nella manica? Dove sono quelli che allora giocavano con noi? E quelli che vorrebbero non giocassimo più? Silenzio. Lungo silenzio. L'asso di briscola sta cadendo in un pozzo da cento.
|
Le batterie sono scariche |
A. Cerovetti |
Questa volta le persone sono cambiate, siamo Daniela, Carlo, Meo, Giampiero e io. Dopo aver fatto da guida indigena per qualche metro, ci fermiamo sopra il pozzo che la volta precedente ha fatto saltare di gioia Giorgetto, trovando la prova delle sue teorie. Valutiamo di essere sui -100 circa.
Ed ecco lui, il trapano Bosch che con Giampiero comincia a scendere in compagnia dei fix, e fin qui niente di strano. Ma come in tutte le storie di grotte comincia il comico: dopo qualche buco la prima batteria comincia a dare segni di stanchezza, anche se meno del previsto. A questo punto sono io a fare compagnia al trapano, e chiesta a Meo la batteria di ricambio (mentre Giampiero torna indietro a prendere le placchette ovviamente finite), tento di armare il pozzo di circa 30 m che sta sotto di noi. Ahimè, la nuova batteria è più scarica dell'altra, e con tutte due le batterie riesco a fatica a finire un armo alquanto criticabile.
Scendiamo Meo ed io. Pochi metri in orizzontale su una frana, ed ecco che ricomincia a mancare il pavimento. Nel frattempo Giampiero è ridisceso con le placchette, ed informato che il trapano è inservibile propone di andare avanti con quello strano attrezzo primitivo di nome piantaspit. Ma l'attrezzo non c'era: era stato abbandonato durante una perquisizione di un sacco alcuni pozzi più su, dove avevamo lasciato le placchette. Sconsolati decidiamo di lasciare alcune corde per i futuri esploratori ed usciamo.
|
A -400 |
G. Carrieri |
Eccoci finalmente sul pozzo da trenta; forse, ma non sono proprio sicuro: "la pietra cade in verticale e poi rotola, magari è più corto". Così aveva detto Meo sette giorni fa.
21

È proprio con questo spirito che lo scendo: in effetti per essere un pozzo profondo trenta metri è un po' lungo. Risulterà infatti un P70, non un metro di più, lo giuro.
La prima parte è in vuoto; si scende quasi al centro di una grande frattura; a -30 circa occhieggia una bella finestra, non è difficile raggiungerla, basta un piccolo pendolo, ma questa è un'altra storia...
Più in basso (-55 circa) il pozzo biforca: da una parte si finisce in una pentola, ovvero un fondo toppo all'ennesima potenza, dall'altra si piomba proprio dentro un piacevole stillicidio: passaggio obbligatorio per proseguire in profondità. Scendo seguito da Giovanni che, per il gioco dei sorpassi ai cambio attacchi, mi supera raggiungendo la base toppa del P70. Rapida occhiata e poi, ripresa la giusta via, si prosegue.
Ora è davanti Armando Pozzi seguito dall'odiato marcio e da Giovanni, io chiudo la fila. Si inizia l'esplorazione nella parte meno aizzante della grotta: classico meandrino sfigato intervallato da brevi saltini.
Scendiamo per una ventina di metri in questa tristezza per finire alla sommità dell'ennesimo pozzo: Armando è (come dice il nome) l'attrezzista e con gli ormai consueti moderni e potenti mezzi messi a disposizione dello speleologo (leggi trapano a batteria e fix) arma un P25, molto frazionato, seguito da un paio di strettoie verticali. La seconda non scherza affatto: ovviamente immette su un altro pozzo (P15), dopo qualche martellata sull'infame buca da lettere Pavia, il più odiato dalla compagnia (anzi dall'intero gruppo speleologico), in virtù delle sue ridicole dimensioni si infila nel budello e scende il P15 che lo segue. Ancora qualche martellata, intervallata da brevi e secchi inni a nostro Signore, e poi passiamo tutti.
Pozzi e pozzetti, solita roba; siamo a -400 circa. Chiude! No, aspetta c'è il classicissimo meandrino suborizzontale bagnato e stretto: chi va? Ovviamente Pavia, il più marcio della compagnia.
O.K. Prosegue: "Dieci metri di schifezze e poi nuovo pozzo", dice. Noi nel frattempo sorseggiamo il solito teazzo generale (ma l'acqua per il the l'hai presa a monte od a valle della mia pisciata?).
Per oggi va bene così. Si esce.
Meritato riposo (foto B. Vigna).
22

|
Al livello di gallerie a -460 |
S. Sconfienza |
(Cappello):
Il 22 ottobre Manzelli, Scofet e Sconfienza continuano l'esplorazione e, scesi altri due pozzi (P.25 e P.35), incontrano il sospirato livello di "gallerie" a quota -460.
Nessuno mi toglie dalla testa che il problema più grave che affligge la speleologia è la difficoltà di comunicazione, la mancanza di un passaggio uniforme e corretto dell'informazione. Dovendo recarsi in una grotta in cui non si è mai stati, va da sé che ci si affidi completamente alla descrizione dei suoi scopritori ed esploratori più accaniti. Ma vediamo a quali rischi si va incontro:
"Ci vogliono due ore per uscire dal fondo", dichiarano gli ultimi esploratori di A11.
Manzelli, Scofet e chi scrive, al contrario, trovano lungo quanto basta, uscendo con la lingua che tocca terra. Va be', si dicono un po' avviliti, sarà la mancanza di allenamento; certo che gli "altri" sono davvero delle schegge sui pozzi, ecc.
"Le strettoie iniziali: una bazzecola!", ci assicurano. "Allargarle ulteriormente? A che serve?".
Vediamo invece i tre personaggi incastrarsi malamente in entrambe le buche da lettere. Forse è perché non le conoscevamo, forse le abbiamo sottovalutate..., commentano sempre più umiliati, eppoi non siamo mai stati granché come strettoisti. Certo che gli "altri" sono davvero bravi...
"Grotta tutta verticale, pozzo su pozzo", era la descrizione.
Ed eccoli scendere trulli trulli, carichi di corde, spit, discensori e bloccanti nuovi di trinca, staffe ultimo modello. E i pozzi? Ma queste sono gallerie, e continuano pure, e c'è pure il ruscello. E i pozzi? Meandri, l'attivo si ingrossa, direzione nord: che strano. E i pozzi?
Se ne escono delusi: erano venuti per scendere pozzi, non per fare i maratoneti. Uffa.
|
In sette ad A11 |
R. Pavia e R. Guiffrey |
A11 è l'ultima comparsa di fine estate.
Quatta quatta, ci aspetta come una vacca gravida. Ed è proprio il caso di fare questo paragone visto che la volta precedente questa grotta ci ha partorito 200 metri di pozzi sotto i piedi, senza contare i 30 dell'ultimo salto non sceso per mancanza di corda.
Arriviamo all'ingresso che è già notte. E prima di inabissarci nel mare di pietra fuori sta gelando, l'alba è bella ed il sole ci accompagnerà fin sul primo pozzo.
- "Gnagni la corda non scorre" - "E mettila a C, demente" - L'ansia non si frena con una corda lenta.
- "Bergio, l'acetilene sciangotta e il beccuccio sputazza" - "Avevi solo da studiare da idraulico" -.
La prima parte da -200 a -400 è scritta sotto forma di numeri. Non sappiamo dove stiamo andando ma quanto stiamo scendendo: l'abisso è rigorosamente verticale. Dopo questa parentesi "topografica", ci aspetta l'esplorazione vera e propria. A -450, una risalita di 5 metri su blocchi appiccicati col fango sopra la base del P45. Al di là parte un P20 articolato che va ad intopparsi in un meandrino stretto e bagnato. Si tratta sicuramente dell'amonte del ramo
23

Nelle gallerie a -460 (foto G. Badino)
24

attivo che va verso il fondo. Detto ramo verrà battezzato del Treponema, perché si presentava promettente ed alla fine si è rivelato squallido come una malattia.
Si continua giù verso il fondo, sospesi in un meandro con sotto un ruscello che porta circa 0,8 l/sec. A volte il meandro si allarga trasformandosi in pozzo con cascatella da scendere in arrampicata, o con la corda.
Ce n'è per tutti, bambini! "Brota, vai avanti tu".
Le urla di Trota improvvisamente diventato loquace danno tono all'esplorazione - "Un pozzo" -. Tutti: - "È Lungo?" - "Lo sondo... porc! non trovo una pietra" - attesa di ricerca. - "Non posso aspettare, lo scendo in libera". - "Nooo!" - "Venite, si fa" - Già fatto? E rilassarsi un attimino?
Dopo un altro paio di salti, un P16 con una grande finestra a metà. Alla base, diamo il comando del Nautilus a Daniele e Spazzolino, ma ce lo arenano due metri dopo in una nicchia. Occhio inesperto. Brota segue i contorni della nicchia e trova la prosecuzione. Poi ancora preziosi metri di meandro con acqua, fino al P6 che scende in ampi spazi. Voltiamo la pagina del libro e usciamo. Vedremo un'altra alba al colle, alla faccia degli sfigati che la vedono in città.
"Bergio! Secondo te con oggi il capo ci licenzia?" -. "Ma no! Motivi di famiglia".
|
Cuore di pietra |
S. Sconfienza |
È novembre e le copiose nevicate invernali incombono.
La punta si preannuncia subito anomala, se non altro per il variopinto lotto dei partenti: Caiunno e sorelle Frati, ovvero la crème della speleologia versiliese, Gobetti e Marantonio, alias la Banda Mercenari al gran completo, Monteleone, ossia l'Ala Simpatica (a me) della speleologia romana, Paoletta-la-Dolce di Lucca, un solo giessepino (quello che sta scrivendo) e un torinese occasionale di nome Alberto.
Rileggendo questo elenco sorge il dubbio che stiano cambiando un po' le cose nella geopolitica dell'esplorazione marguareisiana. Forse è davvero così, perlomeno in Piemonte...
In discesa si pone un primo problema da risolvere: capire cosa ha fatto la squadra che ci ha preceduto di ventiquattrore. La carenza di comunicazione, lamentata da chi scrive altrove in questo bollettino, diventa cronica, trattandosi della Narcos: nessuno a informarci in capanna, non un messaggio all'ingresso, è già tanto che non abbiano cancellato le tracce.
Risolviamo per via sperimentale un dubbio su un bivio, dove l'unica segnalazione lasciata ("TREPONEMA") indica la direzione da non prendere: poi ci troviamo tutti insieme sul saltino dove si erano fermati gli altri.
Nell'ultimo tratto A-11 ha alquanto economizzato sulle dimensioni, il meandro - di tanto in tanto sfondato da pozzetti - sta puntando deciso verso ovest (ovvero direzione Colle dei Signori). Che sia dunque davvero impenetrabile questa Zona D?
Mentre si attrezza il P6, Maurizio e Andrea trovano un livello superiore con tracce di freatico. Da rivedere. Ma intanto l'A-valle chiama, la grotta si decide finalmente ad accompagnare i nostri passi verso sud, l'acqua aumenta, lo spazio pure.
Un P30 umidiccio stimola le abilità acrobatiche di Marco, solista all'armo. Poi la grotta si lascia arrampicare e ci fa risparmiare le corde, cronicamente contate. Un P12 interrompe un sinuoso meandro nel calcare nero. Infine si atterra sul livello di base, i depositi fangosi riempiono ogni dove e il clima puzza di fogna imminente. L'acqua ora scorre in fondo ad una spaccatura strettissima, scivolosa al punto da costringerci ad armare un traverso di sicura. Quando le pareti stanno per toccarsi, un condottino sulla volta ci lascia sfuggire in avanti e ci catapulta sul "Collettore": un ingresso laterale ci immette infatti in una galleria attiva, larga tre metri. Curiosiamo a monte per un centinaio di metri, poi giù lungo il tranquillo gorgoglio del ruscello. La galleria diventa canyon, un arrivo dalla sinistra ne accresce la portata. Dopo duecento metri sbuchiamo in un salone con al centro una duna di sabbia e in fondo un lago. Sifone? Pro-
25

babile, visto che la quota raggiunta è pochissimi metri più in alto del sifone a-monte di Labassa e la distanza in linea d'aria è di quasi un chilometro.
Siamo nella Sala Calalbakrab, la mitica Reggia volante di un libro di fantascienza. La profondità è stratosferica: -680.
Prima di lasciarci uscire - molto, molto lentamente - la grotta ci fa un ultimo regalo: su uno scivolo di calcare nero, troviamo appoggiato un ciotole bianco, tutto lavorato dall'acqua, a forma di cuore.
È il Cuore di Pietra. Nel Cuore del Marguareis...
|
La punta... a fondo |
B. Vigna |
Salire a piedi da Camino fino ad A11 in una stupenda giornata autunnale può essere una passeggiata piacevole e divertente, ma scoprire, al momento di entrare in grotta, di aver lasciato in macchina tutti i fix e relative placchette, ti fa sentire di una stupidità veramente abissale. La situazione all'ingresso, nonostante un bellissimo tramonto, non è delle più rosee: Arlo e io ci guardiamo con aria quasi soddisfatta pensando alle calde coperte della Capanna, Ube è assorto nei suoi dolci pensieri, ma i due savonesi (Giovanni e Giampiero) sono purtroppo irriducibili e parlando tra loro uno strano dialetto entrano e incominciano a scendere... disarmando la grotta. Con un vecchio martello, piantaspit e spit, ricompongono una intera trousse d'armo recuperando lungo i pozzi tutte le placchette che secondo loro sono di troppo. I piemontesi seguono.
Viene sostituita la corda sul P100, si recupera altro materiale fino a riempire un unico e voluminoso sacco del quale Giampiero si innamora perdutamente: trascinandolo tra un meandro e l'altro non lo abbandonerà più fino al fondo. Bofirio è il suo nome e il savonese ancora oggi lo ricorda, quasi come un fratello.
Nulla da annoverare nella lunga discesa, se non un tentativo di Meo di battere il record di velocità su corde nel pozzo da 70. Il suo discensore, a causa del fango lungo la corda, si incastra nel freno-moschettone annullando gran parte dell'attrito, e il poveretto si ferma su un terrazzino dopo una scivolata di oltre 30 metri.
Verso le 23 valutiamo con l'aiuto di un altimetro di essere ormai intorno ai -650 in prossimità del grande collettore che Stefano ci aveva decantato al ritorno dalla punta precedente. Stupiti, dobbiamo raggiungere il fondo per essere sicuri di aver raggiunto le gallerie che ci erano state descritte; il collettore è soltanto un rivoletto d'acqua della portata di pochi litri al minuto. Evidentemente due settimane prima la portata era assai maggiore, alimentata dalle piogge cadute nei giorni precedenti.
Arrivati al fondo, l'obiettivo è di attraversare il lago e raggiungere una finestra notata nella punta precedente. Apriamo Bofirio, ed estratto un vecchio canotto soprannominato Nautilus II (il I era miseramente affondato diversi anni fa) iniziano le operazioni di varo. Giampiero gonfiando un enorme preservativo che è l'anima del canotto, dubita delle sue prestazioni, ma lo rassicuro elencandogli le sue innumerevoli qualità. Consapevole di avere a disposizione un mezzo così sicuro ed efficiente, lui mi invita a salire e prendere il largo.
Spostiamo il Nautilus fino sulla sponda del lago, ma una forte esplosione ci lascia attoniti: al posto del canotto rimane un misero mucchio di gomma. Solite battute, poi osservando con molta attenzione la parete opposta ci accorgiamo di aver evitato un inutile bagno, perché la finestra non sembra esistere.
Ci dividiamo quindi in due squadre: Arlo e Meo ad esplorare e rilevare le gallerie a monte, gli altri a cercare risalite verso condotte più alte. I primi due esplorano un centinaio di metri di gallerie prima orizzontali e poi in salita, arrestandosi su un pozzetto non sceso per mancanza di materiali. Gli altri scoprono un camino che arrampicano in libera fino ad un tratto più verticale dove occorre l'uso del perforatore. Senza infamia e senza lode si ritorna poi all'esterno.
26-27

Abisso A 11 (Cuore di Pietra) - rilievo
28

|
La freccia del Sud |
U. Lovera |
Siamo in tre da Carnino alla Capanna, e dalla Capanna ad A11 e viceversa per verificare alcuni tratti del rilievo, disarmare e rovistare qua e là con una certa cura. Non sul fondo naturalmente, timorosi come siamo di essere trascinati via dalla corrente che lo Sconfienza, che ora ci guida, giura essere assai rapida ed impetuosa. Non nuovo ad inconvenienti di carattere idraulico (molti lo ricordano sostenere ardue corrispondenze tra buste d'aranciata liofilizzata e secchi d'acqua), il medesimo insinua che la scarsità del prezioso liquido nel corso dell'ispezione della settimana scorsa fosse dovuta a particolarità della fase lunare, ma che in condizioni normali, roboanti flutti occupano la galleria terminale quasi completamente. Rispettosi e intimoriti ci avviamo quindi ad esaminare la fascia tra i -500 e i -600, dove peraltro una certa corrente d'aria reca sollievo ai nostri polmoni.
Con noi il prode Elio Pesci che non mancherà nel corso della salita alla capanna, nel trasferimento all'ingresso, durante la discesa, ma soprattutto in risalita e sul ritorno, di meritarsi l'appellativo de "La freccia del Sud".
Tra i 500 e i 600 la grotta scende a saltini in un luogo meandro e qui decidiamo di iniziare la perquisizione.
Subito freatico: relitti di condotte intersecano il meandro a vari livelli, lo accompagnano sulla sommità fino a quando la grotta compie un'aspra curva a sinistra in corrispondenza di un P6, e dove in alto la condotta gira invece verso destra puntando a nord; dopo pochi metri c'è una frana che superiamo disostruendo, per trovarci di fronte ad un pozzetto che scampana sotto di noi succhiandosi via tutta l'aria. Siamo ormai fuori della via del fondo e la galleria che si intravede lascia ben sperare per l'anno prossimo.
Poco più tardi alcune arrampicate sull'alta via non danno esito, fino a quando Stefano risalendo un grosso arrivo individua tre metri sopra la sua testa quella che sembra essere una galleria; 4 o 5 fix ci diranno se ha ragione.
Quindi il disarmo: ignoriamo placidamente Bofirio (il clamoroso sacco portato da Carrieri sul fondo in vista di future risalite) che virilmente aggrappato a un naturale sfida tuttora la violenza dei flutti, ma svuotiamo la grotta fino alla base del P30, dove lasciata una parte del materiale ci avviamo all'uscita con molta, molta, molta calma.
|
Non avevamo gli sci |
E. Pesci e M. Naretto |
Che differenza c'è tra disarmare A11 e una salewa? Nessuna perché ci si va sempre in tre!
"4 giorni sul Marguareis non me li toglie proprio nessuno!", disse Stefano, e così partiamo la mattina dell'otto dicembre Elio, Marco e l'ultimo degli sciiti. Dopo una sosta a Mondovì (cibo) arriviamo al bivio per Carnino dove occultiamo l'auto, timbriamo il cartellino e ci avviamo. Gli altri arriveranno più tardi... Fino a Carnino si sale bene, oltre cominciano i guai: che bisognasse portare gli sci?! Verso le 21 in 2 giungono finalmente in Capanna. Ed Elio? Che la "freccia del sud" abbia voluto aspettare gli altri? Macché, si era fermato ad occultare anche le tracce; dell'"animalone blu" neanche il più pallido segno...
I 36 gradi della capanna sono il preludio per 24 ore di svaccamento generale.
Il terzo giorno decidiamo finalmente di schiodarci dall'ozio e di andare in grotta, anche se nessuno ha grandi speranze di raggiungerla. Ma in un fulmine siamo all'ingresso. Stefano scava nella neve del saltino esterno (eh già, non è stato costruito l'ingresso invernale...) ed entriamo, raggiungendo subito la base del 70 nei pressi del quale c'erano i sacchi lasciati la volta precedente. Risalendo Marco scappa verso l'uscita fermandosi solo a metà del 100, Elio sale con i sacchi e Stefano disarma.
29

A una trentina di metri dalla base del 70 Stefano traversa e trova una salettina, scende un pozzetto di 3-4 metri e proseguendo trova un pozzo di una cinquantina di metri.
Data l'ora (le 22) si decide di uscire in nottata, anche perché Marco è 50 metri sopra le nostre teste e fa finta di non sentire. Alla base del 30 ci ritroviamo con materiale per 6 sacchi e così 170 metri di corda rimangono lì, pronti per l'uso. A questo punto (sono le 24) indecisi tra il muoversi subito, uscire col freddo e raggiungere la capanna col buio, oppure prendere 5 ore di freddo e uscire con il sole, propendiamo per la seconda possibilità.
Le due strettoie, i sacchi, l'ultimo pozzo, il telone, luce, è l'alba. Lo spettacolo ci ripaga dal freddo patito, degno finale di questa ricca stagione marguareisiana.

|
Il complesso Omega 11-Omega X degli Stanti |
G. Arduino (S.C. Tanaro) |
Una zona poco conosciuta delle tempestose Alpi Liguri, non priva di bellissime vedute e suggestivi paesaggi, è la dorsale tra la val Tanaro, la val Corsaglia e la val Casotto (M. Antoroto, Cima Ciuaiera e P. Ferrarine).
"... Fra la C. Ciuaiera e la P. Ferrarine si trova l'Alpe degli Stanti, sotto di cui si sviluppa per 10 km circa il complesso della Mottera, con un dislivello di +500 m circa. All'esterno, in una zona pressoché nuova, dopo quattro anni di lavoro e di ricerche, sono state rinvenute una ventina di grotte, tra cui due -70 e un -350; grande difficoltà nella ricerca è costituita dalla copertura del terreno, che ora fa della zona uno dei migliori pascoli alpini (in primavera un giardino al confronto è poca cosa, ma in estate è tutto un banchetto per le balde vacche piemontesi), ma tempi addietro, i valligiani salivano sino quassù a falciare l'erba per il fieno, e si sa, che un buco, o una crepa nel terreno, da fastidio, quindi noi ci sbizzarriamo tra tappi naturali e non".
30

L'Omega 11 trovato nell'estate del 1984, non stuzzicato per due anni, si è dimostrato in seguito una carie calcarea da allargare continuamente e per il 1986 ci fermiamo a -150 con poca speranza di prosecuzione. Successivamente nel 1987, dopo aver scavato a -70 un sifone a sabbia troviamo una nuova via (via del meandrino largo 20), che si fa allargare per ben 55 m; oltre alle dimensioni proibitive, anche l'aria circola nel verso contrario, come in tutta la grotta; un'altra strettoia, difficile: si ha l'impressione di diventare un tutt'uno con la roccia, costole e vertebre pronte per l'appello, e l'anima viene sputata nel passarla (la buca da lettera). La gioia di trovarmi un po' più al largo viene smorzata dalla vista di un pozzo in risalita, ma non mi fermo e inizio ad arrampicare, al largo. Aspetto Andrea che è ancora alle prese con il pozzo inferiore. È bello vedere spuntare il suo naso (è davanti all'elettrico acceso quasi come se odorasse il largo), il volto sporco, gli occhi sgranati, lo sguardo stupido (penso, uguale al mio quando sono giunto qui). Rammaricandoci di non aver portato con noi delle corde, in quanto ci troviamo con un pozzo da 30 m da una parte e uno da 40 dall'altra, torniamo alla nostra malga dai compagni che stentano a crederci. Per quest'anno ci fermiamo a -200, ma ormai con la nostra iniezione di invasatina contiamo di poter scendere ancora, la congiunzione con il complesso della Mottera comincia veramente a farsi strada dentro di noi.
L'anno successivo, dopo una bella risalita, un pozzo ci porta più in alto all'ingresso. Effettuiamo il rilievo e troviamo che solo quattro metri dividono (teoricamente) la grotta dall'esterno; insieme due assaggi di scavo, poi, trovando un buco delle dimensioni di un'unghia, dal quale si percepisce un leggero soffio d'aria, cominciamo a scavare, due giorni e arriviamo su di una frana, in cinque entrano in Omega 11, salgono in cima al pozzo risalito in primavera; in mezzo alla frana sopra alla testa, una mano tende loro una lattina di birra; è fatta, nel giro di tre ore, uno di loro esce dall'ingresso nuovo. Abbiamo fatto veramente una bella scommessa con noi stessi e sui nostri lavori, abbiamo anche avuto una discreta dose di fortuna. Finalmente si va più tranquilli, il meandrino è impraticabile per un ferito in barella o no, ed effettivamente pesava, sia moralmente che fisicamente nelle varie uscite.
Allargando, ma con tutt'altra foga, passiamo anche a -200 e via sino a -350. Pozzi e meandri in un alternarsi quasi ritmico ci portano sino ad un meandro colmo d'acqua, più in giù non si va, il rilievo dice che siamo alla stessa altezza della Mottera.
Sulla destra del sifone, un attivo con direzione SE-NO cioè parallelo alla parte finale del ramo della Esselunga della Mottera, si lascia risalire tranquillamente per circa trecento-cinquecento metri sino ad una frana da dove arriva l'acqua; sarà per un'altra volta.
Il rilievo ci indica anche che siamo vicini alla zona della Plaia, dove il livello dell'acqua è più alto, trovandosi dopo il crollo della sala Zanzibar che ha formato uno sbarramento nella galleria della Mottera. Se si riuscisse a congiungere le due grotte si porterebbe la quota del sistema a -520 m con uno sviluppo di una quindicina di km.
Il complesso dell'Omega, anche se si apre ad una quota di 1870 m circa, non ha la portata d'aria della Mottera, della Verzera inf. o delle altre grotte sulla cresta della Verzera, ma molto inferiore e si direbbe quasi che funga da ingresso basso.
L'ubicazione del complesso è (Ormea, Alpe degli Stanti, 91 I SE Valcasotto):
Omega 11, 4° 35' 56", 44° 11' 34", Q. 1872 circa;
Omega X, 4° 35' 54", 44° 11' 35", 0 1875 circa.
Hanno partecipato alle esplorazioni: S.C.T. CAI Ormea, S.C.T. CAI Asti.
31

Complesso Omega X-11 (rilievo)
32

|
I guai dell'esser analitici |
G. Badino |
"Torno sempre meravigliato che la gente
mostri tanto rispetto per me, che mi prendano
tanto sul serio".
J. L. Borges, in "Conversazioni".
Il mio trafiletto sul Grotte 96, pag. 7, prima e dopo la pubblicazione ha suscitato un discreto vespaio. In esso vi era una succinta analisi della situazione esplorativa di gruppo, e il numero di uscite fatto dai più attivi, concluso con una funesta minaccia che faceva intravedere (ma al condizionale, sarebbe un lavoraccio) future analisi più feroci.
Alcune critiche suscitate hanno toccato punti delicati dei quali spesso parliamo ma che mai commentiamo per iscritto, se non trasversalmente in articoli di attività. Dematteis quasi ven-t'anni fa (Grotte 41) scrisse sui modi d'andare in grotta che si andavano configurando allora, e su un modo equilibrato. Con questo articolo e i suoi rifacimenti e le sue discussioni sono finito per vaneggiare di come ora alcuni di noi vivono invece l'attività speleologica generale.
La parte più sgradita del trafiletto era una tabella del numero di uscite: in sé non è gran novità, tant'è che ai primi anni '70 Marziano curava normalmente la lista del numero di uscite fatte dai soci del gruppo per presentarla all'assemblea di fine anno. Era in fondo un modo sano e oggettivo per decidere effettività ed aderenza dei soci senza farsi trascinare dalle sole simpatie: penso anzi che chi crede che la distinzione importi davvero dovrebbe rimettersi a curare la lista.
Né poi queste liste erano private. in Grotte 40 (pag. 13) si tuonano più tabelle totali che dichiarano di escludere i giorni di trasferimento e riposo, considerano "solo le uscite nelle quali si sia conseguito uno degli scopi che il GSP si propone" (niente di meno!); e così il Grotte 43, molte tabelle. Lo scopo era mostrare in epoca di "mucchio selvaggio" chi faceva e chi no; e dunque chi era credibile quando parlava di attività echi no. Infatti, non per caso, proprio sul Grotte 40 c'era un articolo tonante che "non crederemo in chi scientificizza con la calcolatrice in un bar e in tutto l'anno ha fatto due grotte, Caudano e Bue Marino (ecco perché le tabelle!)... se volete che discutiamo facciamolo pure, non sul bollettino, sui pozzi di F5". Bello no?
Ma mica è finita, ci sono esempi più recenti: sul Grotte 87 la direzione del Corso, furibonda con la scarsa presenza di istruttori pubblica commentato acido l'elenco dei buoni e dei cattivi (chi scrive era nei cattivi).
E ora andiamo alla scorsa primavera, e alle sue serate di lamentele per la mancanza di risultati; la mia impressione era, ed è, che la mancanza fosse dovuta a poche uscite, solo domenicali e con poche idee (guardate del resto lo sconfortante elenco totale delle uscite che su quel bollettino segue le mie righe). E alcuni di quelli che si lamentavano potevano proprio usare il fiato su dei pozzi, o a sfogliare libri per farsi venire idee.
Allora ho pubblicato una linea di analisi, e ancora la condivido, bontà mia: così come, ho scoperto, molti con me. Fra l'altro penso che sia ancora attuale, attualissima purtroppo: e credo sarebbe meglio che non lo fosse.
Ma ahimè, questo non è piaciuto: ad alcuni ha preso fuoco la coda e si son sentiti "misurati", proprio come se, a causa di quell'analisi, fosse imminente il conseguente licenziamento, e non fosse una tabella semplicemente e banalmente ignorabile.
Fra le critiche suscitate merita menzione speciale quella di essere "eccessivamente analitico": che è come accusarmi di essere eccessivamente intelligente.
E ancora, ma questa è molto seria: "ma che cazzo vuoi, io faccio quel che mi sento, lo faccio per divertirmi, no?". Parliamone.
33

Il lavoro
|
Arbeit Macht Frei |
|
(Il lavoro rende liberi) |
|
(All'ingresso dei campi di Auschwitz) |
È più seria, dico, ma è riduttiva. Tutti noi sappiamo che buona parte dell'attività speleologica è spiacevole: freddo, fango, sete, fatica: ma tutti noi sappiamo che vista da un punto di vista complessivo la speleologia è piacevole. Se ci riduciamo alla richiesta di istantaneo divertimento la speleologia non è bella, lo è nell'insieme: e si nota banalmente che fare lavori organizzati rende la cosa più piacevole, più ricca, che coordinarsi (e quindi in qualche modo "fare perché devi") rende, proprio come lo strisciare nel fango, in sé spiacevole ma che porta in posti belli. E allora scavi a Labassa o risali al Corchia o rilievi in Fighiera anche perché ti tocca, e se la voglia non ce l'hai ce la metti.
Quanto poi ci si adegui effettivamente a questo è questione di gusti individuali ed anzi spesso chi scrive non è di quelli che esagerano nel farlo.
Ecco allora che propinare una tabella che sintetizza l'attività ha il senso di far risaltare chi si sbatte di più e, in sostanza, chi crea più cose per lo spasso futuro di tutti quanti. Ed ecco che c'è il rischio (cercato) che qualcuno fuori del Gotha si irriti perché le sue argomentazioni nelle serate malinconiche vengono a perdere forza: sì, ma tu che cazzo fai, dice a sé stesso, e dovrebbe star zitto. La linea di fuga da questo "senso di colpa" è sostenere che è tutto un gioco, e che dunque è poco importante.
Scavi alle Re Mida: il lavoro (foto G. Badino).
34

Il gioco
|
"I bambini non giocano perché sono piccoli, |
|
sono piccoli perché possano giocare". |
|
(D. Morris in "Manwatching") |
Anch'io penso che la speleologia quotidiana collettiva sia un gioco, ma non nel senso di passatempo, nel senso dell'esplorazione: il cucciolo gioca per esplorare, testare il mondo. Quasi tutti gli animali appena appreso il minimo per ripetere il comportamento dei genitori smettono, e sono adulti.
Quasi tutti eccetto l'uomo; o meglio eccetto certi uomini, quelli creativi. Quelli che davvero esplorano l'ambiente spinti da una tendenza che ci ha fatto occupare ogni nicchia del pianeta, un'adattabilità incredibile ma che richiede come fatto irrinunciabile che una sezione della specie incessantemente giochi, testi, provi, mettendo a repentaglio la sua salute e creandosi continui guai personali. La tendenza al gioco infatti si scontra ineluttabilmente con le funzioni "adulte" (riproduzione, allevamento, lavoro ad esempio) producendo infinite grane familiari: non ho bisogno di ricordare frasi come "ma quando metti la testa a posto", "ma quando smetterete di giocare te e i tuoi amici", che tutti, tristemente, abbiamo sentito.
A causa di questa impostazione, presso i giocatori il fatto "adulto" fondamentale, quello di avere un ruolo "definitivo" (papà, sposato, lavoro fisso, etc.) è mal considerato nel senso che la sua evocazione scatena nei compagni frizzi e frasi che, spesso, suonano più esorcismo che valutazione: si teme di dover smetter di giocare.
Da tempo, del resto, è riconosciuto che persino il lavoro dello scienziato ha caratteristiche essenzialmente di gioco: approccio esplorativo, curioso, in genere auto appagante, e gran ritorno per la specie nel complesso. Ripensate sotto questa luce alle storie degli scienziati infantili e giocosi (la foto di Einstein che fa le linguacce) e vi torneranno molti conti. E gli scienziati sono solo una parte degli esploratori, quelli che usano una certa tecnica detta pomposamente "metodo scientifico" mentre gli speleologi ne sono un'altra.
Tutto questo per mostrare che il "gioco" è la cosa più seria di cui dispone la specie, e va curato come tale. NON è, se non marginalmente, un passatempo.
La radice di moltissimi dei problemi fra gli speleologi (anche di alcuni di quelli, personali, evocati dalle mie righe) sta nel fatto che i giochi evolvono, le loro regole mutano. I giocatori che giocavano un tempo si senton tagliati fuori, inutili; diranno che il gioco così non è più bello, che ai loro tempi... Ahimè è voler esser vecchi anzitempo, prima cioè che i settant'anni non ci consiglino davvero di darci una regolata. Lo ridico: la speleologia quotidiana è uno dei molti giochi, per questo è una cosa estremamente seria.
La disciplina
|
"Vieni ti parlerò del Tao supremo: |
|
L'essenza del Tao è profonda e oscura |
|
La vetta del Tao supremo è buia e silenziosa". |
|
(Chuang Tzu, 69) |
Ho ripetuto "speleologia quotidiana", quella dei gruppi coordinati: le esplorazioni, le ricerche, i sogni, i litigi.
Ce n'è un'altra però: è quella di ciò che parla all'intimo di un individuo sotto enorme stress, enormi difficoltà da superare, enormi sforzi: l'individuo che si consegna all'ambiente, si identifica con una delle strutture della grotta, spegne la voglia di uscire. Non lotta, scorre nel monte.
Questo aspetto del gioco sociale speleologico che estrae da dentro uno scimmione adattato a vivere nella savana qualcosa in equilibrio nelle profondità del Ballaur, questo aspetto, dico, lo si potrebbe definire "disciplina"; è questo infatti il termine che è stato inventato per definire altre cose con identiche funzioni. Null'altro però aggiungerò su questo, che pure credo l'aspetto fondamentale della nostra insensata attività.
35

Il passatempo
|
È risaputo che il fidanzato, oggi, le ragazze se |
|
lo trovano da se: comunque dipende molto dai |
|
genitori che esso provenga dall'ambiente |
|
giusto. |
|
(D. Letizia ne "Il saper vivere") |
Questo di tutti i modi di far speleologia è il più diffuso: lo praticano due tipi di persone, gli escursionisti saltuari fuori da gruppi speleologici ed altri che la fanno per inserirli in una tribù. I primi ci interessano poco; quanto ai secondi vorrei rimandare il lettore ad un libro che tutti dovrebbero leggere, "Lo zoo umano" di D. Morris che fra l'altro analizza proprio la formazione di gruppi dagli scopi ufficiali insensati (dall'allevamento dei canarini all'avvistamento di UFO; agli speleologi) per ricreare delle strutture tribali abitabili nella società moderna. La speleologia in questo senso è un esempio clamoroso, perché dona territori di caccia, leader, stregoni, riti di iniziazione e delimita l'universo fisico in cui agire; anzi questa interpretazione spiega facilmente perché siano più attraenti i gruppi già grandi: avete mai visto una tribù di tre individui? eppure le grotte si farebbero benissimo lo stesso. Invece perché un gruppo sia attraente occorre che abbia "massa critica".
Gli individui puramente legati all'ambiente (assolutamente non speleologi) ci sono estremamente salutari: comprendendo poco delle pure tematiche di grotta tendono a dare di esse giudizi più equilibrati di quanto può fare un vecchio maniaco delirante, e ci portano spesso giù sulla terra a dare il giusto peso alle cose. Durano poco, in genere, perché si scontrano con le ali "dure", maniacali della tribù, ma per quel poco sono essenziali. E fra essi molte sono femmine, grazie al cielo; che, diciamocelo, se già così ci sono continue sovrapposizioni, figuratevi cosa accadrebbe se dovessimo contare solo sulle poche Squassino che abbiamo.
Ma che dio non ce li conservi tutti, perché fra essi è annidata la specie peggiore, quelli fra loro che lo fanno per "competere per la leadership del gruppo" dice Morris; e io ne cono-
Filologa '83: speleologia come gioco (foto G. Badino).
36

sco, grazie al cielo (e alla selezione) non a Torino, sono i micropolitici falliti. Attivi marginalmente in grotta lo sono molto per le cariche e le posizioni di controllo perché il loro passatempo è la dimensione politica della speleologia: sfruttano per scusarsene il fatto che vi sono vecchi speleologi che fanno attività simile, ma è cosa ben diversa. Molti vecchi, sacri speleologi manifestano in attività serie ma di sfondo il loro attaccamento all'ambiente e alle grotte: peccato non averne di più, e non saper sfruttare meglio quelli che sono insieme a noi, dico io. Invece i micropolitici hanno quattro caratteristiche che li smascherano: 1) non hanno passato attivo; 2) puntano alle cariche; 3) sono attivi in grotta solo in modo marginale e soprattutto 4) tendono a fomentare la discordia fra il loro particolare gruppo e tutti gli altri. Il motivo è analizzato da Morris, e a lui vi rimando per i dettagli, ma in sintesi è ovvio: la lotta rende più coeso il gruppo, ne giustifica in parte l'esistenza, ed elimina le discussioni sul leader, indipendentemente dalla sensatezza dello scontro. Vivono delle divisioni. Esagero? Rifletteteci evi accorgerete che vi sono (è vero...) scontri fra speleologi, ma che spesso cadiamo a vivere scontri voluti da idioti che non c'entrano. Loro fanno DAVVERO danni, e arrivano a volte a rendere marcio il gioco delle grotte perché la disorganizzazione e la tolleranza dei grottieri è tale che vengono sopportati; ma qui ho voluto almeno dare criteri per identificarli, emotivi per isolarli.
La stanchezza
|
Non ti chiedere com'è che il tempo passato è |
|
meglio di quello d'oggi, perché non è una domanda |
|
intelligente. |
|
(Ecclesiaste, 7: 10) |
Ma torniamo agli speleologi e ai loro problemi. Se l'aspetto giocoso tende a divenire banale e ripetitivo perché mancano le idee e la coordinazione fra i giocatori, e l'aspetto disciplina non trova "mandala" ove immergersi, allora occorre iniettare energia, scuotere. La alimentazione della fornace si può ottenere, credo, con una reazione di speleologia-lavoro che formi nuovi problemi e, alla lunga, varii i giochi: è difficile infatti negare che i risultati sono, sul lungo periodo, proporzionali a quanto ti muovi.
Questo è tanto più vero nei gruppi grandi nei quali si può addirittura contare su risultati regolari che arrivano davvero quasi in proporzione all'attività. Molte persone che fanno molti giorni di speleologia in molti posti (anche per questo non mi piacciono le uscite inutilmente affollate) creano storie in un modo quasi inevitabile.
Ma questo vale anche per il singolo. Credo che uno speleologo sia, coincida con, le discese che ha fatto. Se vi prendeste i Grotte degli ultimi sedici anni sfogliereste dati su chi è ciascuno di noi; io e chiunque altro, come speleologi, siamo la nostra storia speleologica. Logico? a me sembra di sì, ma non è accettato da tutti: alcuni vogliono essere accettati come speleologi senza partecipare al gioco, ma limitandosi a parlarne. Forse stufi di un modo di giocare che non sanno rinnovare, ma attaccati all'ambiente, cercano il riconoscimento di gran giocatori limitando le discese a quelle "succulente" ove accada qualcosa che poi loro raccontino eli faccia stimare. Perdono il processo mentre si sviluppa, si fanno sostituire nella partita tutto il tempo ma poi vestono la maglietta della squadra vincente esaltano in campo alla chiusura per fare il giro dello stadio.
La speleologia come è andata sviluppandosi negli ultimi anni è sempre più un gioco complesso, fatto di decine di uscite e di progetti e di fredde costruzioni: sempre più è difficile il mestiere di questi che benevolmente vengon definiti "mosconi". A stadi molto avanzati la sostituzione non si limita al grosso della partita, ma si propaga al finale: i nostri divengono allora gruppisti accesi con la tesi inconscia che "se l'ha fatto il mio conscio, allora l'ho fatto io" che applicata alle relazioni sessuali darebbe risultati spettacolosi.
Il lettore attento avrà capito che non li tollero gran che, e che sono contro i gruppi quando hanno il senso di "sostituzione" che ho appena detto, e ai mosconi se il loro è un puro atteggiamento del tipo "voglio esserci anch'io nel finale e basta io posso andare dove cazzo voglio"; tanto più se, poi, il tutto è anche finalizzato, quale banalità, al vendere l'attività degli altri per pagare il droghiere.
37

Miti, ed altro
|
"Ad ogni minima provocazione si eccitano |
|
eccessivamente ' , |
|
(L. Lewin in "Phantastica") |
Passiamo ad altro, ora. Uno dei risultati del mio attacco alla letargia è stato il guadagnarmi alcune benevole righe di A. Gobetti sul Grotte 97. Si è sentito coinvolto, ma sbagliava: giuro, lui non c'entrava proprio. E per questo, come può giudicare l'attento lettore, sembra aver sbagliato tema, ed epoca.
Ma gli è premuto coglier al balzo la palla di mugugni in GSP per sfogare tante cose, e soprattutto per parlare. La mia indegna persona, infatti, è stata fra i fomentatori di una speleologia più fredda, distaccata, individuale che, pur criticata parecchio, è stata, sinora, abbastanza efficace. Abbiamo spostato la dimensione mitica lontano, avanti; raggiunto un mito tentiamo di formarne un altro e insistiamo in successivi, strani "mandala"; così facendo abbiamo emarginato certa gente che voleva compagni più cordiali, giochi meno ardui e miti irraggiungibili. e voleva, eventualmente, vivere cantando i tre.
Noi, invece, abbiamo dato l'assalto al cielo che è dentro le montagne. Ricordo proprio questo mio autorevole critico che nell'83 si stupiva che non fossi sazio, per quell'anno, della creazione della giunzione Gola-PB e del Fighiera-Corchia. No, non lo ero, il sentiero da lì a poco si sarebbe immerso nella Filologa e poi in Essebue: perché fermarsi? E se anche Filologa ed Essebue non fossero esistite, perché fermarsi? Sognare, fantasticare miti: e poi raggiungerli, e crearne altri, i miti sono piccole cose che vanno e vengono. Scuse per muoversi in qualche direzione. Proprio Martel definiva la felicità come la realizzazione dei sogni di fanciullo, no? e il sogno era lo scoprire.
I miti si succedono, i giochi mutano un po' e così gli scopi e le strade, e soprattutto mutano i giocatori, anche se le persone possono essere le stesse.
Solitaria al Fighiera-Corchia: la disciplina (foto G Badino).
38

|
Perché si fa speleologia |
C. Balbiano |
Nel lontano 1970 Beppe Dematteis scrisse un articolo che s'intitolava "Sei modi di andare in grotta"; egli analizzava lo spirito con cui 6 diverse categorie di persone praticano la speleologia. L'articolo ebbe grande successo ed ora io vorrei riallacciarmi a quel discorso per analizzare la questione che sta a monte. Cosa spinge certa gente a dedicarsi alla speleologia?
1. Il frustrato
È una categoria molto più comune di quanto possa ritenersi. Ad essa appartengono i falliti del lavoro, gli studenti strabocciati, i cornuti, i figli insofferenti, ecc., tutte le persone che, per rifarsi della frustrazione, cercano la via della difficoltà e dell'eroismo. Per questi la grotta deve rappresentare un ambiente più duro possibile, però bisogna saperlo vincere. Quindi occorrono pozzi profondi, arrampicate durissime, tanto fango e via di seguito.
Il frustrato deve affrontare queste prove e, una volta superate, può permettersi di guardare dall'alto al basso il direttore che lo tratta male, il professore che lo frega, la moglie che lo cornifica o il padre che lo castiga; a tutti costoro egli potrà rispondere trionfante; "Cosa me ne importa di te, io che ho fatto il pozzo X?".
Talvolta la cura ha successo e il frustrato, così purificato, può magari inserirsi nuovamente nella vita come un individuo normale, pertanto si deve concludere che la speleologia può avere una funzione educativa.
2. L 'alpinista invertito.
Non mi si fraintenda. L'alpinista invertito è una figura molto cara a certi giornalisti (secondo cui tutti gli speleologi sarebbero tali). In effetti esistono molti speleologi per cui la grotta è interessante solo in quanto profonda: più è profonda e più vale. Per loro una grotta orizzontale, anche se ricca di bei laghi, saloni, concrezioni, vale poco; se poi è anche facile da percorrere, allora non vale nulla.
Per costoro è facile classificare le grotte per importanza e, per analogia, ritengono che la bravura e l'importanza di uno speleologo sia direttamente proporzionale al dislivello percorso. Naturalmente questi pozzomani guardano con un certo disprezzo chi va in grotta con motivazioni diverse, ritenendoli degli incapaci o, al massimo, degli speleologi di serie B, cioè gente che non pratica la vera speleologia.
Le loro imprese fanno spesso notizia, per cui i giornalisti amano questa categoria che spesso è maltrattata dagli alpinisti, proprio perché procede in senso inverso.
Eppure questi pozzomani sono una razza utile perché scoprono le vie che altri potranno percorrere più agevolmente; e siccome, sotto sotto, tutti li ammirano, sono l'elemento trainante di ogni gruppo speleologico.
3. L 'aspirante scienziato.
La categoria degli aspiranti scienziati è numerosissima e non interessa solo la speleologia: comprende tutti coloro che si sentono portati alla ricerca scientifica ma non hanno potuto inserirsi in modo regolare in un istituto di ricerche e allora fanno gli scienziati dilettanti, Alla categoria appartengono quelli che ogni tanto riescono ad andare alla TV raccontando le loro invenzioni, oppure producono strani prototipi di macchine che si apprestano a coprire di brevetti inutili perché non servono a niente.
Fra questi, quelli che scelgono la speleologia sono apparentemente i più furbi; in effetti hanno capito che il mondo sotterraneo è particolarmente poco studiato (forse perché gli scienziati veri, quelli degli Istituti, non amano il fango e il buio) e il dilettante ha davvero la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo. Di solito però, questi tapini non si rendono conto che le loro scoperte non solo non interessano nessuno, ma addirittura non servono a nulla. Ma essi sono uomini di fede e pensano che prima o poi le loro scoperte serviranno. Del resto quali sono state finora le applicazioni pratiche della teoria della relatività? E a cosa serve oggi una sonda spaziale che esplori la superficie di Saturno?
39

4. Il missionario.
Missionario è colui che lavora a beneficio del prossimo senza nulla chiedere per sé, bastandogli la soddisfazione di aver fatto cose utili agli altri. Si ritiene che oggi questa categoria sia quasi scomparsa ma non è così; ogni gruppo speleologico ha uno o più missionari, diversamente morirebbe. Alludo a coloro che si sobbarcano lavori noiosi tipo curare l'aggiornamento catastale o l'archivio, stampare il bollettino, lavare le corde, ecc., tutte cose che non danno alcuna soddisfazione personale; addirittura si rischia di essere criticati e talvolta derisi dai compagni.
Non si creda che il missionario sia un burocrate. Può esserlo, ma alcuni missionari vanno in grotta e si specializzano magari in topografia perché nessuno ha voglia di fare i rilievi; però bisogna farli lo stesso.
Figure particolarmente commoventi sono i missionari della scienza. Uomini che riconoscono il primato della scienza sullo sport, e vorrebbero praticare la speleologia scientifica; però, a differenza di quelli di cui al punto precedente, questi sono modesti e non si sentono all'altezza. Allora percorrono le grotte misurando temperature, portate, umidità, e tanti altri parametri chimico-fisici, arricchendo l'archivio di dati, in attesa che qualche scienziato vero li possa utilizzare. Poveretti, si illudono: i loro dati continueranno a stare lì, finche non verrà qualcuno a far pulizia.
5. L'esteta.
Costui è un individuo che va in grotta perché la trova bella, per guardarla e magari fotografarla. Di solito ama le grotte facili, ancor meglio se sono attrezzate per la visita turistica. Egli gode davanti alle stalattiti così come davanti ai fiori, alle montagne e ad ogni bell'ambiente naturale.
Abitualmente questi esteti sono persone di buon carattere, tranquilli, e non rompono le palle a nessuno; nei gruppi speleologici hanno posizioni marginali e in fondo non si possono considerare veri speleologi.
6. L 'eroe celebre.
Esiste poi chi se ne frega delle grotte, dalla speleologia, della scienza e dello sport ma visita alcune grotte (di solito poche) col preciso scopo di scrivere articoli strabilianti, ricchi di belle foto, per diventare famoso e trovare qualche "sponsor" che finanzi questa o altre "imprese" (si fa per dire), eventualmente anche in campi diversi dalla speleologia.
Per nostra fortuna il concetto della grotta ha poca presa sul pubblico e così questi individui (pochi per la verità, anche se fanno un certo chiasso) sono destinati a fallire; tutt'al più a cercare la gloria e la fama in altri campi. Col risultato che la speleologia, nonostante tutti i pazzi che ne fanno parte, rimane, tutto sommato, l'attività più onesta, più libera, più disinteressata e quindi più bella ch'io conosca.
|
Due riflessioni |
A. Gobetti |
Anno dopo anno, in un cesto colmo di misteri idrologici e minerali, gli abissi mi ripropongono l'antico mistero contro cui la lampada a carburo è cieca e la sacchetta d'armo impotente.
L'enigma di cosa ci sto a fare qui dentro.
Dicono siano molti gli anni da quando vado in grotta e che sia raro che un uomo possa dormire da tante notti, con un mistero irrisolto, con un'amante che non si svela. La mia amante però si spoglia, lentamente, accetta d'essere riconosciuta, lentamente. Non è la solita faccia di marmo e di cemento di chi studia per diventare una statua, che nulla ti dirà, perché niente ha da dire, è soltanto molto lenta la risposta che attendo, lenta come le stalattiti, i pozzi e le gallerie che non son cambiati, quando io cambiavo i miei muscoli, le mie idee, la mia tecnica per venire a capo di quel mistero.
40

Un giorno mi chiesi a che assomigliate voi grotte, e cercai un alcunché, una qualità comune a tutte le grotte che potesse essere presa per caratteristica. Centinaia d'aggettivi furono passati al setaccio e gettati via, eliminati da luoghi sotterranei che non eran freddi o bagnati, o scomodi. Rimaneva vero che le grotte erano buie, e soprattutto imprevedibili. Quanto d'una grotta potesse essere previsto, come il livello del suo piano di base, o la sua potenziale profondità, la lasciava ampiamente libera d'infinite variazioni sul tema di come ci si scava uno spazio.
Così apparve evidente che le grotte assomigliavano analogicamente alla nostra vita sia nei suoi ambienti caratteristici che nell'imprevedibilità della sequenza con cui essi si succedono.
Non è forse il pozzo una scelta da cui si torna indietro, un "salto nel buio" che spaventa ma può radicalmente mutare la morfologia dell'abisso? Una galleria non ci dà quella comodità di quando possiamo dire di "essere arrivati"? E le strettoie non sono penose mancanze di mezzi, torture, cui dobbiamo sottoporci per tirare avanti, vedere se continua un poco meglio? E gli incontri? Se uno ti tira sotto con la macchina mentre te ne vai per i fatti tuoi è come se una galleria laterale ti facesse frenare la tua bella condotta, l'incontro invece col meandro amichevole o dell'anima gemella raddoppia il tuo mondo a nuove visioni inimmaginate, a giochi sconosciuti. Vorrei essere capace di continuare, ma la mia risposta, ve l'ho detto, è molto lenta nello scivolarmi addosso e ancora non so parlare d'un giovane abisso di belle speranze tra necessità vadose e fantasie freatiche, non so dirvi se i mazzi di stalagmiti siano per la sua bella o ricordino, come cupi crisantemi, il padre baratro brutalmente stroncato da una faglia.

|
Ricerche biospeleologiche 1988 |
A. Casale |
A parte l'attività di campagna e alcuni lavori minori, è stata per me una buona soddisfazione veder pubblicato, finalmente, il lavoro monografico sugli "Sphodrina" mondiali, un gruppo di Coleotteri Carabidi di particolare interesse biospeleologico, che l'amico Marziano ha recensito con la consueta competenza in altra parte di questo bollettino. Dopo oltre dieci anni di lavoro, la mia speranza è che questa sintesi di dati, molti dei quali inediti, possa costituire un utile strumento di lavoro per tutti gli entomologi e i biospeleologi.
Alpi
Ricerche non particolarmente intense ne fruttuose nella catena alpina, quest'anno, salvo poche eccezioni.
In maggio una velocissima escursione negli alti Lessini, con gli amici Genest e Legrand di Grenoble, non ha dato grandi risultati. A fine anno invece un rapidissimo e non programmato passaggio nella zona mi ha permesso di reperire una femmina dello straordinario Trechino troglobio Lessinodytes pivai, appena descritto da Vigna Taglianti e Sciaky su un solo maschio.
Nelle Alpi occidentali sono proseguite, particolarmente in agosto, le raccolte di routine in piccole cavità del massiccio del Marguareis. In aprile ho iniziato il mio cane (allora di 5 mesi) all'ambiente sotterraneo, con un visita alla grotta delle Turbiglie: per gli speleologi eventualmente interessati, posso garantire che i risultati sono stati eccellenti, e che da allora l'animale (piccolo e smilzo, ovviamente) entra con entusiasmo in grotta, e vi si trova perfettamente a suo agio anche per molte ore!
41

Purtroppo è invece fallita un'escursione, laboriosamente preparata, all'Abisso della Ciuaiera (Ormea, Cima Ciuaiera), con Marziano Di Maio, Riccardo Pavia e Meo Vigna. Saliti con un discreto sole (compatibilmente con la stagione molto avanzata: 19 ottobre) alla Colla dei Termini, ci siamo trovati, a 2000 m, nell'impossibilità di scendere dalle macchine, con nebbia fitta e un vento gelido che impediva anche solo lo stare in piedi. Così, pur non essendo particolarmente delicati, ma convinti, dopo alcune ore di attesa e di consultazioni, che "non ce lo aveva ordinato il medico", abbiamo ripiegato su un riposante Orso di Ponte di Nava, a vedere abbondanti Duvalius gentilei e a far foto con Meo.
Isole Canarie
In marzo ho trascorso otto giorni veramente piacevoli fra Tenerife e Gran Canaria, in questo famoso arcipelago atlantico, di isole "felici", come un tempo erano chiamate. Debbo dire che la stagione non turistica (Tedeschi e Austriaci con seconda casa a parte...) permette di gustare ancora nelle Canarie ambienti veramente belli, scampati alla selvaggia speculazione edilizia e all'antropizzazione, che non hanno risparmiato neppure alcuni degli angoli più remoti dell'arcipelago. Scopo della missione (con Olmi, Scaramozzino e Cavazzuti) era per l'appunto una serie di prelievi di microfauna nelle aree relitte a "laurisilva", la peculiare associazione vegetale presente nel Terziario, prima del deterioramento climatico durante le fasi glaciali, anche nell'area mediterranea, e oggi confinata a poche isole della Macaronesia.
Ciò non ha impedito una visita ad una delle numerose grotte laviche di Tenerife, la "Cueva Felipe Reventòn", vicina alla più conosciuta "Cueva del Vento". Queste, come diverse altre grotte delle Canarie, stanno rivelando, grazie ad un attivo gruppo di biospeleologi locali e spagnoli, una straordinaria fauna cavernicola ben adattata all'ambiente sotterraneo, con gruppi animali (per esempio, fra gli Insetti, Dermatteri e Omotteri Auchenorrinchi) che non contano rappresentanti ipogei nella nostra fauna. È facile comprendere come lo studio di questi elementi sia di grande interesse biospeleologico e getti nuova luce sulla storia del popolamento dell'ambiente di grotta, per almeno tre ordini di motivi: 1) per il carattere relitto, in condizioni di totale isolamento insulare, di questa fauna; 2) per il fatto che sia l'origine dei suoli (e quindi la possibilità di colonizzazione vegetale e animale), sia il vulcanismo di alcune isole, sono talora fatti relativamente recenti e spesso ben datati, ciò che permette di valutar tempi e modi di specializzazione ad un regime di vita sotterraneo in organismi probabilmente pre-adattati, legati un tempo al suolo di foreste. Certamente, qui le glaciazioni non possono essere tirate in ballo!
A parte le suddette divagazioni, posso dire che questa prima, e per me unica esperienza in grotte laviche di notevole sviluppo, è stata molto interessante, seppure ostacolata da una grandissima difficoltà per chi cerca piccoli insetti: abituati come siamo alle chiarissime grotte di calcare, facciamo infatti non poca fatica a veder qualcosa - anche solo dove ci troviamo - nelle nere grotte di lava scurissima, dove la luce della lampada ad acetilene pare poco più che un fiammifero!
Sardegna
Il famoso "mal di Sardegna", che mi aveva lasciato immune per 15 anni dopo il 1970, mi ha nuovamente costretto, per la terza volta negli ultimi quattro anni, a ritornare con Mauro Giachino in quest'isola dove non ci si stanca mai di vagare e di fare scoperte interessanti, sopra e sottoterra. Nella prima metà di giugno abbiamo visitato alcune grotte che, seppur già ben note, permettono sempre osservazioni interessanti. Fra esse la risorgenza di Sa Oche, nella Valle del Lanaitto, la grotta Pisanu presso Dorgali e la grotta di "Scavi Taramelli" presso Su Anzu. Più faticosa la salita al Monte Albo (Lula), per una veloce visita alla grotta "Conca 'e Crapa", famosa località tipica dell'unico Duvalius di Sardegna (Duvalius sardous Dod.). Qui abbiamo avuto la soddisfazione di constatare, anche se da un solo individuo vagante, che questa interessantissima specie non è scomparsa, come si era temuto in passato a causa delle solite, assurde trappole abbandonate per anni da sedicenti entomologi (noi stessi, in una visita di due anni prima, ne avevamo ancora reperita una, fortunatamente non piena
42

di Duvalius marciti come era successo di vedere ad altri). Ma forse lo spettacolo più suggestivo è stato l'osservare, vaganti sulle pareti negli angoli più profondi della grotta, diversi esemplari dello Pseudoscorpione Neobisium lulense Gardini, probabilmente la più grande specie del genere, specializzatissima e con chele smisuratamente lunghe e gracili. Questo eccezionale troglobio è stato scoperto e descritto solo in anni recenti (1982), essendo sfuggito (incredibile!) alle ricerche effettuate nella zona, fin dall'inizio di questo secolo, anche da biospeleologi non sprovveduti.
Un altro fenomeno interessante ci è stato offerto da una visita a Sa Rutta e s'Edera, nel Supramonte di Urzulei. La grotta in quel periodo "aspirava" in modo percettibile aria molto calda e secca: così nessun Sardaphaenops supramontanus, e quasi nessun altro elemento tipico della grotta, era presente fino al primo pozzo, in un tratto della grotta cioè dove normalmente, in condizioni differenti, è facile osservare una fauna relativamente abbondante. Questa esperienza dimostra, per l'ennesima volta, come la presente assenza, o frequenza di certi animali cavernicoli specializzati, possa essere appurata solo nel corso di diverse visite nella medesima cavità, e in periodi differenti.
Infine, ci è stato possibile coronare con successo una visita all'ormai (giustamente) celebre grotta di Su Palu, nella Codula di Luna, dopo i tentativi infruttuosi degli anni passati. Grazie agli amici Mauro e Mario Deiana, del Gruppo Grotte Dorgali e all'interessamento di altri (fra cui non ringrazieremo mai abbastanza Giuseppe Grafitti del Gruppo Speleologico Sassarese), siamo riusciti a vedere, e a superare, il famoso sifonetto del "meandro Pisagà", con sensazioni non proprio piacevoli nell'acqua fino al collo, ampiamente compensate tuttavia dalla visione di alcune delle più belle gallerie e concrezioni che sia dato di ammirare in grotta, e da alcuni interessantissimi reperti biospeleologici, già in stampa in un lavoro a parte. Ancora una volta, come in altre occasioni, abbiamo lasciato l'isola sperando di non trovare, in future visite, nuove "valorizzazioni turistiche", epigee o ipogee: ci è parso da numerosi colloqui che molti abitanti di quest'isola straordinaria (e gli speleologi in prima fila!) siano ben intenzionati a dar battaglia in futuro contro le iniziative che una speculazione miope, rapace e distruttiva ha già pronte sulla carta, o sta già mettendo in atto.
Alla Conca 'e Crapa sul M. Albo (foto A. Casale).
43

Grecia e Turchia
Ennesimo viaggio con famiglia (e cane) in luglio attraverso la Grecia settentrionale e un pezzo di Anatolia, allietato da ben tre incontri con Franco e Liliana Cavazzuti, partiti da Saluzzo, con analoghi intenti "bacarozzari". Ho avuto modo di visitare solo tre zone interessanti da un punto di vista speleologico (e biospeleologico).
Nell'Anatolia settentrionale, sul Mar Nero, ho rivisto dopo tanti anni il Monte Yaraligbz a Nord di Devrekani, che avevo, per così dire, casualmente scoperto molti anni fa, e sul quale alcuni del GSP (si vedano le relazioni in merito) e altri del Gruppo Grotte Brescia si sono in seguito cimentati alla ricerca di scarse profondità. Sono sceso in due pozzetti; in uno di essi, a circa -30, ho fatto qualche prelievo interessante. Ma dati più notevoli sono venuti recentemente dalle ricerche in "ambiente sotterraneo superficiale", dove con l'ausilio di esche un amico di Mauro Giachino ha reperito fauna nuova e molto particolare.
In una giornata memorabile per il caldo incredibile, sono poi salito arrancando lungo i campi carreggiati della più alta montagna della Grecia centrale, il Ghiona, dove oltre i 2000 m di quota si aprono numerosissime doline, pozzi e pozzetti, già oggetto nel passato di accurate prospezioni da parte di speleo francesi. Nulla di interessante, per ora, da un punto di vista biospeleologico. Purtroppo è fallito anche un tentativo di esplorare una grotta in piena foresta, con ingresso su un paretone verticale: l'antico pino che qualche montanaro locale aveva accuratamente tagliato e appoggiato alla parete, e la cui cima raggiungeva quasi l'imbocco, aveva raggiunto un grado di marcescenza tale da rendere suicida una salita anche molto guardinga. Essendo solo, alle 8 di sera, in un luogo introvabile, non mi è parso saggio tentare oltre un certo limite l'arrampicata su roccia, e così me ne sono andato, con molto rimpianto poiché l'aria fredda della grotta, avvertibile anche a notevole distanza dell'ingresso, faceva ben sperare. Torneremo! (come diceva quel tale).
Infine una lunga e non agevole salita, con due ragazzetti per guida (allettati da qualche dracma), ci ha portati ad una delle più introvabili grotte che mi sia stato dato di vedere in molti anni di esperienza: 1"'Aereas Spilià", o grotta del vento, nel massiccio del Pindo. Le ricerche degli Imperiesi avevano infatti permesso di scoprire, in questa grotta, un nuovo Duvalius di eccezionale interesse, comunicato all'amico Vigna Taglianti. Il reperto di un maschio (ben meritato, data la faticaccia) ci permette ora di completarne la descrizione. La grotta, in parte attiva con buona portata idrica, era nota ai locali e fu esplorata a suo tempo da Petrò-chilos, padre della speleologia greca. Per un infausto e mal riuscito tentativo di captazione, essa è ora chiusa da un muro di cemento dopo una cinquantina di metri. Occorrerà dunque attendere anni prima che il tempo, o qualche piena eccezionale, abbiano ragione di questo sbarramento (incredibilmente robusto, se si considera come e dove è stato fatto!), permettendo così di esplorare i quattrocento metri di grotta che secondo un anziano locale vi sarebbero al di là. Per ora, l'unica consolazione è appoggiare un occhio al foro rotondo lasciato nel cemento, da cui esce una corrente fortissima di aria gelida.
A parte le grotte, la Grecia mi ha dato nuove soddisfazioni nel solito "ambiente sotterraneo superficiale", dove vivono animali non meno specializzati di quelli più propriamente cavernicoli: in ambienti sia calcarei, sia cristallini, le esche lasciate in precedenza mi hanno procurato nuovi e interessanti Duvalius, nel Pindo come nei Rodopi.

44

|
Una lettera dagli USA |
A. Gabutti |
Ciao, come ve la passate?
Da alcuni giorni sono in contatto telepatico con Giovanni che mi ha tenuto al corrente del solito "giro" after corso!, e delle ultime esplorazioni.
lo sono qui, da un punto di vista speleo sto totalmente marcendo, sono andato qualche volta in grotta con 'sti coglioni del Windy City e tutte le volte è stato un disastro. Grotte che in Italy fanno cagare l'anima, dove ci vai giusto a Natale quando devi portare l'amico sfigato che vuole sperimentare la speleologia, qui vengono considerate di estrema difficoltà e per partecipare alle uscite bisogna compilare moduli, fare telefonate etc etc.
Totalmente assurdo e disgustoso, una cosa come i Dossi, è "l'abisso". Domenica scorsa sono andato in un buco di culo, con tanto di muta e preregistrazione; venivano descritti passaggi difficili "con l'acqua fino al collo", ed una lunga permanenza in grotta (5 ore scarse), insomma il top dei top! In realtà si sguazzava in acqua putrida in mezzo a immondizia di varia natura per percorrere 500 metri di grotta, bagnarsi e tornare a casa dicendo "just great, good time", e stronzate del genere.
Ah ho letto la recensione di Terranova su "on rope", che ovviamente qui è la bibbia!, e devo dire che hai perfettamente centrato il problema. Le poche volte che si usano attrezzi, mai in grotta perché qui sono rigorosamente orizzontali, la verticale più vicina è in Georgia (10-12 ore di auto!), dicevo quando si fanno le cose tipo palazzo a vela, tutti si esibiscono in incrodamenti che in alcuni casi toccano l'ora e quando gli mostro che si possono fare le cose in modo più furbo e meno devastante, rifiutano ogni discussione, mi dicono che queste sono tecniche europee e mi guardano con la superiorità di chi sa quale è la giusta via!
Quando si dice popolo di scemi!
All'inizio mi era venuta voglia di scrivere qualche cosa sulle mie "esperienze speleo" degli ultimi mesi, poi fatto l'esame di coscienza, e visto la scarsezza delle cose da dire ho scritto ste quattro cazzate.
Allegate agli atti processuali ci sono alcune foto scattate nella Mammouth cave, a testimonianza di tale squallore.
Eh la Vai Corsaglia idilliaco posto!
M ah, spero di rivederla presto very soon.
Vi siete mai domandati chi sono gli idioti che usano i gibbs? L'allievo sprovveduto che è stato fregato da qualche bottegaio troppo scaltro, o il vecchio nostalgico? No, no, sono loro i figli di Rambo! Belli, due su tre con la panza, sprovvisti di qualunque cultura speleologica, e non, lo guardano con devozione, ne parlano solo bene, e lo usano di rado. Chi i segaioli! No non fraintendete, si sta parlando dell'ascender, il metallo giallastro ed il cordino rosso, l'unica fede, dopo la bandiera of course.
La situazione speleo a Chicago è un disastro, il peggiore pataccaro qui fa la figura dell'eroe, si va in grotta una volta ogni due mesi, e vista la scarsezza di calcare, dopo 6 o 7 mesi hai fatto il giro di tutte le "caves". Dopo o ripeti il tour, o cambi sport, o diventi uno "speleo da congresso", ti cresce la panza e... acquisti un bel posto al sole nel gruppo!
Io mi sono praticamente rotto le palle ed il culmine di tale disgusto è stata la Mammouth Cave. E questo vi sorbite!
Uno pensa: beh non male, il nome mette rispetto, e chissà quante cose ci sono da fare e da esplorare nelle centinaia di chilometri underground. Verissimo, ma se vai in grotta con il Ranger (si proprio lui quello dell'orso Voghi), poveretto hai bell'e che finito prima di entrare.
45

L'impatto con la grotta è un trauma, si entra nell'ennesimo parco naturale con la casetta finto stile alpino, le strade ingorghe di pullman e turisti, e si guadagna "l'ingresso" situato in un posto assurdo fedele ricostruzione della hall di un aeroporto. Video annunciano gli orari dei prossimi tour e una schiera di Ranger con il cappello indirizzano i turisti ai gates. Inizia la nausea, ma pensi queste merde sono turisti noi no siamo speleo, per noi sarà diverso.
Vieni gentilmente accompagnato in una saletta per cambiarti, potresti essere dal tuo dentista! lo squallore è lo stesso. Vestito di tutto punto, accedi nella hall, dove sti buzzurri ti guardano come un'attrazione compresa nel biglietto.
A questo punto se non fosse per le 10 ore di auto che hai fatto per venire qui, te ne andresti a casa a piangere in silenzio. Ed invece no, vai a pagare il biglietto!! Prezzo ridotto of course, perché sei uno del giro, ma paghi.
Altra curiosità, non puoi usare l'acetilene, perché si sa inquina, quindi ti viene fornito elmetto da cantiere e luce elettrica. Un altro prodotto made in USA!
Come si fa ad andare in grotta da sfigati anche quando potresti non esserlo? Semplice, usi una fioca luce giallognola che dopo due otre ore ti lascia cieco! Quanti hanno provato la dolce esperienza delle tenebre rotte dal fascio dell'elettrico con la pila scarica? Credo tutti, ma quanti lo usano come sistema di "illuminazione" permanente ed unico? Solo loro, belli e contenti!
Le lacrime iniziano ascendere, con dignità certamente, ma scendono. Per fortuna ci viene risparmiato l'ascensore, ma ci sciroppiamo un giro sul pulmino stile scuolabus, fino ad un ingresso secondario. Dimenticavo, sul bus c'è il bigliettaio che timbra il biglietto (of course we are in the states!).
La permanenza in grotta è prevista di lunga durata, 6 ore scarse! Mi insospettisco quando vedo la nostra guida (compresa nel prezzo): è ovviamente un fottutissimo Ranger con un perfetto andi da vaccaro.
Ritornate per un attimo ai cartoons di Yoghi e Bubu, prendete il Ranger, toglietegli il cappello emettetegli un casco giallo, ed è lui la nostra guida.
Si inizia con una scalinata in cemento per arrivare ad un trail in cemento, per passare in uno stretto passaggio, dove ci viene spiegato che qui i turisti non passano, solo gli speleo possono! Segue altro cemento, altro trail ed infine un inconfondibile odore di pop-corn e chili. Cosa sta capitando? Siamo finiti in un Burger King? No tranquilli, è solo il M c Donald all'interno della grotta! Si, dico, all'interno, così il turista stanco ed affranto può rifocillarsi con la sua merda preferita! That is too much, dice Carmen, io la guardo con infinito rispetto! Meno male che l'acetilene inquina, cuocere hamburger, hot dog, patate fritte no! Il Mc Donald è aperto anche agli speleo, senza prezzi di favore questa volta, e tutti i giovani e rampanti rambo in tuta e stivali si precipitano ad ingozzarsi.
Chiedo al Ranger, ma le esplorazioni chi le fa? Lui mi risponde da perfetto carabbiniere che esiste una apposita commissione che sovraintende alle attività esplorative dal sonante nome Caves Research and Survey. Mi inchino profondamente e mi prometto di approfondire. Per fare parte della "commissione" bisogna compilare un modulo, avere più di 18 anni, ed una dimostrabile esperienza speleologica alle spalle! I moduli vengono venduti alla borsa nera all'intero del Windy City Grotto, come se fossero la chiave per accedere al paradiso.
Ora mi sto struggendo nel dubbio: potrò farne parte o no? Se avete delle idee, no no calmi si sta parlando di cose serie, dicevo, fatemelo sapere se pensate che sia adatto al grande passo!
Ciao Alberto.
46

|
RECENSIONI |

|
Una magistrale monografia sugli Sphodrini |
M. Di Maio |
A. Casale, Revisione degli Sphodrina (Coleoptera, Carabidae, Sphodrini), Monografia V, Museo Regionale di Scienze Naturali, Torino 1988. Volume di 1024 pag. con 1401 figure, 90.000 L.
Achille Casale, dal 1980 responsabile della Sezione di Entomologia del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, come tutti sanno predilige quei gruppi di insetti che annoverano molti rappresentanti tra la fauna cavernicola, suo "pallino" da sempre. Di alcuni di tali gruppi è uno specialista apprezzato a livello internazionale, punto di riferimento per studiare esemplari che da ogni parte del mondo gli vengono inviati per la determinazione. Oltre che fare studio a tavolino, egli ha il grosso vantaggio di continuare a svolgere un'attività di ricerca in grotta come pochi riescono a fare, potendo così filtrare le conoscenze note, e avvalorarle o arricchirle sulla base preziosa delle indicazioni tratte dalla sua esperienza personale. Sono uscite sinora una novantina di sue pubblicazioni, in buona parte sui Coleotteri Carabidi, tra cui il primo volume della serie "Fauna d'Italia" (redatto insieme ad altri due illustri studiosi piemontesi: il compianto M. Sturani e A. Vigna Taglianti), e un catalogo ragionato dei Trechini e Trechodini del mondo, compilato con R. Laneyrie per la serie Mémoires de Biospéologie. Ora abbiamo fresco di stampa questo nuovo lavoro, monumentale, che racchiude un impegno di molti anni su una tribù di Carabidi di un gruppo particolarmente difficile e complesso: quello degli Sphodrini. Si tratta di un volume di 1024 pagine, con 1401 figure comprendenti disegni fatti con pazienza certosina (le varie specie sono quasi tutte raffigurate in toto, più i particolari) e cartine con gli areali di popolamento.
Per gli Sphodrini si ponevano ormai notevoli problemi sistematici ed era molto sentita la necessità di una revisione, compito di cui l'Autore appunto si è fatto carico, giungendo a un grado di approfondimento adeguato a mettere finalmente ordine in un campo che si era venuto complicando non poco. Tutto lo scibile esistente sull'argomento è stato vagliato, nuove conoscenze basilari sono state acquisite con un accurato esame diretto di Sphodrini di tutto il mondo (sono stati esaminati ottomila esemplari, soventissimo con le necessarie dissezioni). È stata intrapresa anche l'opera di chiarire la posizione esatta dei gruppi sistematici vicini.
I contenuti del lavoro ovviamente sono argomento per chi è versato in questa materia. Si può riassumere che vengono descritti ampiamente i caratteri immaginali e pre-immaginali, l'ecologia, la fisiologia, l'etologia e la biologia generale, con particolare riguardo alle specie cavernicole. La trattazione sistematica costituisce il perno dell'opera e riguarda 269 specie, delle quali un centinaio legate all'ambiente sotterraneo (endogeo o di grotta). Tabelle di identificazione e descrizioni permettono di giungere alla sottospecie. Il capitolo sulla biogeografia è interessante anche per i profani: così veniamo a sapere tra l'altro che le specie nordamericane sono arrivate in quei luoghi dal vecchio continente attraverso lo stretto di Behring, e che lo Sphodropsis ghilianii delle nostre grotte è affine a una specie cavernicola afghana, a tre specie orofile pakistane e a due himalayane. La bibliografia infine è proporzionale alla mole enorme del lavoro: sono circa 500 citazioni.
Un giudizio di merito lo lasciamo volentieri al grande entomologo francese P. Basilewsky, che nella prefazione parla di opera magistrale, chiara, concisa, completissima, di lavoro degno di ogni elogio, di modello da prendere per esempio e che renderà eminenti servigi agli studiosi di Carabidi e ai Biospeleologi.
47

|
Grotte e abissi della lombardia |
A. Eusebio |
A. Buzio e F. Gandini, Grotte e abissi della Lombardia
È sempre difficile recensire il libro di un amico, tanto più se sai che si è dannato l'anima per farlo, pubblicandolo a sue spese; gran merito dunque al Buzio ed ai suoi "collaboratori" che ben conosciamo come gente di valore.
Ottima l'idea dunque, e notevole, immagino, lo sforzo per fare uscire un volume di oltre 170 pagine, corredato anche di alcune lussuosissime foto a colori.
Per quel che ne capisco io di speleologia lombarda, l'opera mi pare valida, e le descrizioni delle principali grotte sono sufficientemente complete con lo scopo dell'opera. Bella cosa quindi, ed anche gli abbozzi a farne un libro geografico (ad esempio gli interni esterni) sono molto apprezzati; l'unica nota dolente è senza dubbio la scelta tipografica che ha sminuito il valore del libro rendendolo a volte quasi illeggibile, peccato.
|
"Gole e spagnole, che belle figliole" (motto popolare) |
P. Terranova |
J.P. Lucot e R. Quintilla: Canyon, materiels et tecniques, Ed. TVC, Montpellier, 1987 (101 pag., prezzo 20 carte). Da richiedere all'editore, 2 rue Bosquet, 34000 Montpellier (Francia).
Con questa opera prima, voluta dalla "Commissione descente Gorges & Canyons" della FFS, viene allo scoperto il "canyonismo sportivo", con l'intento di dare una sistemata alle nozioni in materia e di rivendicare la propria autonomia dalle attività vicine.
L'obiettivo è in parte raggiunto con l'illustrazione di tecniche ed attrezzature di derivazione speleo-alpinista (discese, manovre di corda), oppure canoistica (progressione in acqua, condizionamento dei materiali), ovvero ancora completamente nuove, come il salto nelle pozze (potente elemento di rapidità). Il canyonismo, specie in Francia, è in rapidissimo sviluppo, anche come numero di incidenti, e questa "dispensa operativa" deve essere ben accolta soprattutto per quella massa di sfigati che si butta nelle gole ogni week-end.
D'altra parte riuscire a condensare in 100 pagine, nello stile del collaudato Dobrilla/Marbach ma senza grossi approfondimenti, tutto il "multiforme ingegno" che un bravo canyonista (o torrentista? o "gorgeur"?) deve possedere per salvare la pelle, è un'impresa quasi disperata.
Occhio, pertanto, pivelli, almeno fin quando il Soccorso Speleo non deciderà di sparare fuori dei ranghi il Vs. artritico e stempiato recensore, evitandogli la noia di farlo venire, con i suoi altrettanto panzuti amici, a tirarvi fuori da un canyon...
Al lettore più esperto, il libro darà qualche consiglio utile (come una precisa terapia d'urgenza anti vipera, senza utilizzo di siero), il numero Minitel per informazioni sui canyons ed una succulenta appendice con la descrizione di alcune magnifiche "gorges" sui Pirenei spagnoli...
In copertina, cazzutissimi canyonisti sprofondano urlando in pozze smeraldine, che sembrano star proprio sottoterra... viene da chiedersi come siano le grotte da quelle parti...
...e come sono fatte ve lo racconta "L'AVEN - Bulletin du S.C. de la Seine", n. 48/1988, con una bella "sportiva alla francese" (calmi: non è la squinzia di Antibes, che avete conosciuto sul traghetto per la Corsica): traversata Tête Sauvage -Sala della Verna, in invernale, alla PSM.
Qualche articolo interessante su questo bollettino di stakanovisti forsennati: una miniera di ferro in Haute-Saône, un manuale sul gas acetilene del primo '900, ed altro ancora. Ma la "ciccia" del numero è rappresentata dal campo estivo '87 sui Picos de Europa; giuntando le soprastanti "Torcas" de Laureola e de Alba alla Sima del Trave, 8 soci del SCS più alcuni Valenciani, hanno portato la profondità del complesso a -1381 m. Interessante la ferrea organizzazione di questi CCCP del profondo, fedeli alla linea, espressa anche da tabelle e dia-
48

grammi vari sulle condizioni meteo, sulle profondità raggiunte e (udite udite!) sulle permanenze orarie in grotta dei vari componenti. Chissà se anche lì sono tutti incazzati o - strani come sono - pure contenti?
Grandi abissi sui Picos e sui Pirenei spagnoli..., viene l'acquolina a pensare quante grottone (e parlo solo di roccia) ci sono in tutta la Spagna... Quante grottone ci sono (e continuo a parlare solo di roccia) più profonde di 300 metri? 150. E più lunghe di 30 km? 108, di cui 7 oltre i 30 km. E potrei avere la scheda tecnica di tutti i nove -1000 li sprofondati? Si. Ed il rilievo di tutti i 150 pozzastri. Si, oui, yes. E come faccio? "Bbasta che ppaghi": basta, infatti, cacciare 50 carte e farsi spacciare per posta: L'atlas 1987 de las grandes cavidades españolas, di C. Puch, suppl. a "Exploracions", bollettino dello S.C. de Gracia, Barcellona (Spagna). Questa grande versione regionale del Courbon è la prima scritta nel triangolo speleologico Italia-Francia-Spagna, realizzata coi soldi di una banca, da un Gruppo privato, sotto l'egida della Federazione Spagnola. Mi sovviene di conseguenza un sommesso dolore per le innumerevoli possibilità promozionali che avrebbe una pubblicazione italiana in materia.
"Volume grande formato, carta lusso ed un ricchissimo corredo di foto b/n e rilievi...", potrebbero recitare la classica pubblicità di questa autentica miniera di informazioni, diretta più alle biblioteche di Gruppo che alle misere tasche del Vs. indegno recensore. Tanti rilievi, nomi bellissimi di pozzi (quello che mi piace di più è in catalano; Avenc del Camì de l'Ara).
Un mattone troppo lungo da leggere, ma mistico da sfogliare con gli amici... Colonna sonora consigliata: Wall of Voodoo "Call of the West". Supporto tecnico: vino, ducados, papel e ggià-sai.
|
L'orso speleo aveva il peso specifico del piombo? |
M. Di Maio |
Che mole aveva l'orso delle caverne? Ce ne parlano recentemente Marco Bani e Tullio Bernabei, il primo su Speleo 19 (SC Firenze) con l'articolo L'orso delle caverne: carta d'identità (si tratta di una "scheda" a un pezzo di R. Ciampoletti sul "cimitero degli orsi" scoperto a Monte Nerone), e il secondo nella sua rubrica speleologica su Alp n. 43.
Bani afferma che la bestia pesava circa una tonnellata, ma era molto tarchiato, con un'altezza di appena un metro e venti e una lunghezza di poco superiore al metro e mezzo. Con queste misure, dire "molto tarchiato" è ancora poco: infatti, data quella lunghezza e quell'altezza, con mille chili di peso ne deriva una larghezza spropositata, che avrebbe impedito a quel povero orso fatto a sogliola di entrare in grotta, e perciò di essere un "orso speleo". A meno che il corpo avesse larghezza ben proporzionata, ma un peso specifico straordinariamente alto; la sua muscolatura doveva essere perciò poderosa, osserva Bani: eh sì, dovevano essere muscoli d'acciaio o di qualche pesante lega speciale.
E veniamo a Bernabei, il quale nel suo pezzo su Alp saccheggia senza pudore intere frasi sia di Ciampoletti e sia soprattutto di Bani. Intuendo che qualcosa non funzionava nel rapporto peso/altezza citato da Bani, ha trovato un compromesso sul peso e ha rischiato il tutto per tutto sull'altezza: l'orso era pesante da 500 a 1000 kg, con un'altezza che poteva raggiungere i tre metri e mezzo. Quasi da fare invidia a una giraffa, con in più una stazza che avrebbe tenuto fuori questo mostro da qualunque grotta che avesse una sezione più piccola di quella d'una galleria ferroviaria.
Rendendo un po' di giustizia al bistrattato plantigrado, va intanto osservato che le sue dimensioni variano molto in relazione alle tribolate vicissitudini della specie, che un po' per volta è andata riducendosi di mole e che quando si è estinta era ormai nana. Nel suo periodo d'oro, l'orso speleo era di circa un terzo più grande dell'orso bruno europeo, che in media è alto 75-95 cm, lungo sul metro e mezzo, largo alla pancia 40-45 cm e pesante meno di 150 kg (gli esemplari oltre i 200 kg sono rari). Come si è detto, dall'epoca della massima espansione nelle nostre grotte (cioè nell'interglaciale Riss-Wurm), la sua taglia si è poi ridotta alquanto.