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GROTTE

anno 31, n. 97 - maggio-agosto 1988

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

 

sommario

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La parola al Presidente

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Notiziario

6

Attività di campagna

9

Marguareis 1988

11

Dialogo delle Cascate Capello

12

L'abisso O-Freddo

20

Valmar

20

Ancora all'Omo

22

Il rilievo delle Vene

26

Alburni '88

28

Relazione del campo

33

La Grava del Fumo

36

Dal Sud-America

38

Sao Vicente

45

Windy City Grotto

46

Soccorso allo Scarason

50

Lo stage di speleosoccorso in Arnetola

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Recensioni

 

Supplemento a CAI-UGET Notizie n. 1 del mese di gennaio 1989

Spedizione in abbonamento postale Gruppo III

Direttore responsabile: Leo Ussello

Redazione:

Giovanni Badino, Roberto Chiabodo

 

Marziano Di Maio, Laura Ochner

 

Riccardo Pavia, Mauro Scagliarini,

Loredana Valente

 

 

 

Foto di copertina di B. Vigna

Bozzetti di Simonetta Carlevaro

 

Stampa: LITOMASTER,

Via Sant'Antonio da Padova 12

 

 

Stampato con il contributo della Regione Piemonte (Legge regionale 69/81)

Spedito ai soci SSI con il contributo di questa Società

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La parola al Presidente

A. Eusebio


Le fasi alterne positive e negative a cui è sottoposto attualmente il Gruppo, fanno riflettere; in generale mi pare di percepire una notevole stanchezza in chi rappresenta l'elemento di riferimento per le sezioni. Scazzi, problemi di ricambio generazionale, sono un costante problema all'interno dei gruppi speleologici, tanto che qualcuno poco tempo fa sosteneva che lo speleologo è una specie in via di estinzione.

Ora senza drammatizzare penso che sia tuttavia necessario superare certe situazioni di stress, chiarendo ruoli e funzioni e sforzandosi per quanto possibile di inserire nuovi elementi che alleggeriscano il lavoro dei "pochi vecchi" rimasti con la possibilità e la voglia di lavorare.

Note molto tristi, che prima dell'estate potevano essere le uniche di un periodo non fecondissimo per il GSP, poi l'estate ha cambiato qualcosa, soprattutto O-Freddo ha consentito di superare un attimo di crisi, almeno questa è la mia impressione.

Un'altra impressione, più vivida e personale, è quella che questo nuovo buco rappresenta per il sottoscritto; a parte la soddisfazione di averlo trovato, c'è la felicità interiore derivata dalla convinzione che questo abisso abbia aperto l'accesso a regioni totalmente inesplorate, a posti dove per decenni abbiamo pensato che non ci fosse nulla, eppoi c'è la gioia intensa che l'abisso lo abbiano esplorato in molti, senza scazzi, senza distinzioni tra speleo torinesi e di altre regioni, senza affermazioni ridicole di proprietà di grotte, che sono più vecchie di noi, più grandi e che soprattutto dureranno più a lungo.

Benvengano quindi nuovi O-Freddo.

 


Notiziario

 

Dal Marguareis e dintorni

Sempre attivissimo il nostro (si fa per dire) Jo Lamboglia, che ha lavorato all'abisso Valmar, nella conca delle Carsene: passando il vecchio fondo è giunto, dopo un P70, intorno ai -350. Pare comunque che la grotta prosegua (si veda in proposito l'art. di R. Pavia su questo bollettino).

Buone nuove anche dall'E103, abisso di marca genovese che da anni scende, lentamente ma scende. Adesso pare che sia -450, con aria, su strettoia finale.

Anche nella zona di Navela (settore francese del Marguareis) pare che gli abissi scendano. Il famoso abisso dei parigini è stato approfondito: sembra abbia superato infatti i -400, con un'altra strettoia da superare.

Pure nel vecchio Pentothal si è trovata una prosecuzione. I nizzardi hanno traversato sul pozzo della Papessa, poco sotto la partenza, e si sono fermati per ora a -450 circa su un sifone in un piccolo collettore.

Novità anche nella zona delle risorgenze. Speleosub parigini hanno passato il sifone del Garbo della Foce, esplorando al di là 700 metri di gallerie (pare abbiano visto alcune grosse trote). Il sifone, che aveva fermato tutte le precedenti esplorazioni, è risultato essere poco più che una pozza.

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Tra le varie cose nuove del Marguareis le nostre spie ci ricordano che non va dimenticato il nuovo buco trovato da speleo liguri ed attualmente in fase di esplorazione da parte degli imperiesi. Questo nuovo abisso, situato tra il Colle dei Torinesi e quello delle Capre, si apre a quota 2525 e per ora è fermo, ma continua, a -250 su una frana, con aria forte.

 

Dall'Italia e dall'estero

Grande notizia dal Matese. Tullio Bernabei, Dino Bonucci, Matteo Diana e Marco Topani hanno raggiunto in esplorazione il fondo del Pozzo della Neve, a -1050.

Grande notizia, sì: ma grandissima è il COME.

I quattro si sono infischiati del fatto che la grotta fosse chiusa a -150 da un sifone: lo hanno superato con le bombole e si sono prodotti in una punta di 62 ore superando un dislivello di quasi un chilometro dietro una zona sommersa. Alla strettoia che aveva fermato le esplorazioni gli anni scorsi, a -880, seguivano vari pozzi (P25, 20, 30, 10) inframmezzati da quattro strettoie estremamente selettive, e finalmente un ultimo P50 che ha concluso la discesa in una sala con frana che sembra insuperabile.

La "carica" per questa punta è stata donata ai quattro dalla polemica col CSR dal quale pochi giorni prima si erano dimessi.

Questo scontro, naturalmente, non possiamo giudicarlo, ci mancano dati: certo però che sembra ci sia una diffusa recrudescenza della tendenza alle espulsioni, brutta malattia che induce in chi ne è affetto penose perdite del senso del ridicolo.

Ci sentiamo invece già in grado di giudicare la punta: strepitosa, una azione straordinaria e siamo estremamente felici che, oltre tutto, abbia anche raggiunto un risultato eclatante.

Le grotte sono scuse che permettono agli speleologi di intessere storie: pochissime altre reggono il confronto con questa. Bravi, bravi, bravi amici romani.

Buone nuove anche dalla Codula di Luna. I veronesi del GS CAI e il GS Fiorentino hanno effettuato la congiunzione tra Su Palu e Su Spiria, attraverso un breve passaggio sopra la frana terminale di Su Spiria: si è sbucati nel Ramo dei Francesi di Su Palu. Ora il complesso è sui 23 km di lunghezza (quarto d'Italia per sviluppo, ma con tale passaggio si può ora accedere a un ramo dove Penez e Chouquet erano arrivati nel 1981 superando un sifone, e dove si aprono potenzialità esplorative valutate in decine e decine di chilometri: l'amonte di Su Palu e l'avalle di Su Spiria.

In Emilia la giunzione dell'Inghiottitoio dell'Acqua Fredda con la grotta della Spipola ha dato un complesso che supera già gli 8 km (i rilievi non sono ancora terminati: vi lavorano i Gruppi di Bologna). Si sta ora cercando di congiungere al sistema anche il Buco dei Buoi, situato fra le altre due cavità.

Gruppo Grotte Milano e Associazione Speleologica Comasca hanno esplorato un nuovo ramo di Viva le Donne, in Grigna, partendo dal salone a -364. L'abisso, che fino all'anno scorso quotava -446, ha raggiunto i -620 con un pozzo finale stimato sui 110 metri; sotto continua in laminatoio.

Gli stessi ASC e GGM hanno colorato l'abisso del Cippei. L'acqua è uscita nella grotta presso la capanna Stoppani.

Nuovo fondo al Trentinaglia (Grigna Settentrionale). L'ASC ha raggiunto I -298.

Ci era giunta notizia che i pratesi avevano scoperto un nuovo abisso sulle Apuane, che finivano su un tratto del collettore del Frigido. La grotta è vera, ma non la confluenza nel Frigido, anzi non c'è nemmeno un fiume.

Nuove scoperte in Canin. I nostri amici P. Antonini e M. Marantonio hanno disceso dei pozzi sull'altopiano del Canin del versante jugoslavo. Le possibilità esplorative sono grosse, considerando che la zona è speleologicamente vergine. Il potenziale calcareo per arrivare alle risorgenze è superiore ai 1500 m

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Sempre i veronesi, attivissimi, hanno colpito ancora al Corchia. Una risalita di media difficoltà li ha condotti, sopra il Lago Paola, in alcune centinaia di gallerie freatiche che pare proseguano.

A buon sperare.

Ancora in Apuane, le ultime esplorazioni al Monte Pelato hanno portato lo sviluppo di questo abisso a 2600 m, mentre sul M. Sumbra il GS Lucchese ha trovato una cavità che per ora, su 3 fondi, ne ha uno promettente.

Stanno dando risultati le ricerche di grotte sommerse sulla costiera salentina, compiute dai sub del GS Neretino di Nardò. Si sta ora esplorando una cavità che si apre 20 m sott'acqua nella baia di Torre del Serpe (poco a sud di Otranto), di sezione alquanto larga e alta, e concrezionata (il livello del mare è infatti soggetto alle millenarie note variazioni).

La gran verticale esterna del Pozo Verde (Messico), che i belgi del GSAB avevano dato di 380 m, pare sia da ridimensionare. Dopo tre anni i texani l'hanno rimisurato, trovando che il pozzo è di 303 m e neanche in verticale unica: dopo 221 m c'è un terrazzo che non si può evitare e che dà su un salto di altri 82 m. I belgi non ci fanno una bella figura, tanto più che avevano dato l'abisso per chiuso, mentre i texani hanno trovato una via semplice di continuazione che, con altri grandi pozzi, ha portato la profondità finale a -1060.

 

Da Imperia

Pare da fonti bene informate che il nostro socio Giampiero Carrieri sia stato espulso dal GSI. Le motivazioni, basate su informazioni ineccepibili, sono di attività sovversiva, spionaggio e tradimento.

Ad un tale decisione, di così profondo significato, non possiamo che associarci, e condividendo i punti di vista dei nostri amici di Imperia, e mettere a nostra volta un bando di espulsione a carico di G. Carrieri, ben sapendo che chi ha tradito una volta può tradire una seconda.

Dalla stessa città cattive notizie: il nostro socio Luigi Ramella ci ha dato comunicazione che a causa di un regolamento interno GSI non potrà più far parte del nostro gruppo. Peccato.

 

Ecologia alla Preta

Si cercano 75 volontari per fare un passamano con l'immondizia della Preta. Accusati di sabotaggio non commentiamo.

 

Una rettifica

A Cesare quel che è di Cesare, invoca giustamente Enrico Foggiato, Presidente del GG "Solve" CAI Belluno. Si riferisce alla notizia riportata su Grotte 95, dove si era scritto come il settimanale Intrepido avesse messo in evidenza il record di profondità femminile portato da Patrizia Squassino a -1325 (e fin qui va bene); ma l'intrepido giornaletto aggiungeva che "il precedente primato era di -900 e le apparteneva già": e qui è sbagliato. Infatti, ci fa notare Foggiato, è già nel lontano agosto 1971 che la bellunese Delia De Menech, partecipando alla spedizione italo-belga al Berger di Salvatori-Lemaire, aveva colto "un invidiabile primato mondiale", toccando il fondo di quell'abisso, fatto che era stato riportato su un Intrepido di dieci anni fa (ci aveva già il vizio) nelle "Cronache del Mistero". Ci precisa ancora Foggiato (anche lui giunto al fondo del Berger nella stessa occasione, e nel frattempo divenuto felicemente marito dell'invidiabile Delia) che tra andata e ritorno si sono impiegate 27 ore, disarmo compreso, e che l'armo era con scalette: va da se perciò che il record era tanto più meritorio.

Ecco fatta la rettifica che ci viene proposta, anche se in realtà avrebbe dovuto essere l'Intrepido a rettificare. Di queste cose siamo poco pratici. ce ne occupiamo per lo più nelle note di speleocomicologia, come appunto era avvenuto sul n. 95 di Grotte.

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Uno scavo in Valle Stretta

In agosto si è svolta in Valle Stretta la seconda e ultima campagna di scavo alla grotta del Mian o Gleizëttë 'd Bardoulin (2350 m), condotta da Maurizio Rossi e Anna Gattiglia di "Antropologia Alpina" di Torino, con l'autorizzazione della Direction des Antiquites di Aix-en-Provence (la Valle Stretta dal 1947 è in territorio francese). Essa era stata preceduta dal rilevamento di tutte le incisioni sparse sulle pareti (4-7 agosto 1983) e dalla prima campagna di scavo (30 luglio-10 agosto 1987): non se ne era data notizia nel timore che i soliti abusivi venissero a sconvolgere il substrato. Quest'anno la campagna è stata più lunga (dal 30 luglio al 25 agosto), anche se con l'aiuto di un minor numero di volontari, e si è conclusa con il raggiungimento del fondo roccioso della cavità. Di Maio ha dato una mano per 14 giorni complessivi, occupandosi di trasporti e di operazioni accessorie allo scavo vero e proprio. Nel 1987 anche Vigna aveva contribuito con un'uscita di sopralluogo geologico. I risultati che verranno pubblicati l'anno prossimo, non sono stati molto fertili se riferiti all'intento di raccogliere chiarimenti sugli autori e sull'epoca delle incisioni. Lo scavo però è stato effettuato con i moderni criteri di indagare anche sulla natura fisico-chimica del terreno e cioè sulla sedimentologia del riempimento, che dipendendo molto da fattori climatici può dare preziose indicazioni sulla climatologia della zona nei tempi passati.

 

Speleomania

Dal Belgio annunciano l'organizzazione, nel quadro di "Sportaventure" al Palazzo dei Congressi di Liegi, di un raduno internazionale di speleologia denominato Speleomania, che si terrà nei giorni 24-25-26 marzo 1989. Gli organizzatori sono molti gruppi con la collaborazione e il patronato dell'Union Belge de Spéléologie. La manifestazione si articola su proiezioni di film, mostre ed esposizioni sia didattiche che dimostrative, riunioni, presentazioni di materiali ecc., sui temi scientifici, pratici, di soccorso, di tutela, di corsi, di immersioni, di riviste speleo ecc. ecc. C'è anche una gara di velocità su corda semplice, mentre alle 11 di sera o mezzanotte chi è ancora sveglio sarà rallegrato da serate musicali e da cabaret jazz. Chi è interessato può consultare il programma dettagliato. Si può anche partecipare a un Concorso internazionale della foto di sport d'avventura (tra questi sport c'è anche la speleologia, con alpinismo, sassismo, canoa, discesa di cañons, paracadutismo, sub, sci, mongolfiera, deltaplano, vela, motocross...).

 

Toponomastica del Marguareis e "Profonde gole"

È uscito un libro sulla toponomastica del massiccio Marguareis-Mongioie, a cura di M. Di Maio con l'aiuto di vari montanari locali. Il titolo è Vaii, gias e vastere (166 pag., 11 riprod. di cartine, 21 immagini b.n.). È il risultato d'una ricerca in cui sono stati raccolti più di un migliaio di toponimi nelle parlate di quelle valli (alte valli del Negrone, del Rio Freddo, del Pesio e dell'Ellero), oltre ad altri recenti; ogni toponimo è stato localizzato sul terreno ed è stato analizzato per cercare di determinarne l'origine e il significato, consultando anche vecchie carte e altro materiale storico. L'argomento è un po' specializzato, ma si è cercato di esporlo in modo abbastanza comprensibile. Il libro è stato edito da Valados Usitanos, il Centro Studi e Iniziative che pubblica tra l'altro l'omonima rivista quadrimestrale di cultura, politica ed economia occitane, e che ha inserito nel volume anche molte riproduzioni di vecchie cartoline di quei luoghi. Dato che per Valados Usitanos i fini di lucro passano in secondo ordine rispetto ad altri e la cultura va favorita, e dato che nessun compenso finanziario va all'autore, il prezzo di copertina è stato contenuto in 18.000 lire. Per il GSP l'editore ha concesso il prezzo di 15.000 lire (rivolgersi a Di Maio). Chi però volesse leggerlo o prenderne visione senza doverlo acquistare, può trovarlo nella biblioteca del Gruppo.

È stata edita Profonde gole, una guida al torrentismo in Italia redatta da M. Sivelli e M. Vianelli, ediz. Melograno. Gli speleologi possono averla a 12.000 lire, richiedendola a Sivelli.

 

 

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Attivitą di campagna

a cura di M. Scagliarini


7 maggio, Borgo S. Dalmazzo (CN). Esercitazione alla locale palestra di roccia dei volontari del CNSA-SS. Hanno partecipato i volontari del GSP: G. Badino, v. Bertorelli, G.P. Carrieri, A. Cerovetti, R. Chiabodo, M. Dematteis, A. Eusebio, G. Giovine, A. Manzelli, E. Pesci, M. Scagliarini, S. Sconfienza, W. Segir, B. Vigna, W. Zinzala.

8 maggio, Garb della Donna Selvaggia (Val d'Inferno). Guardate negli occhi alcune strettoie dei nuovi rami '87. D. Grossato, M. Maina, A. Manzelli, C. Martino, E. Martiello, C. e M. Oddoni, P.G. Trova (GGP).

8 maggio, Abisso della Ciuaiera (Garessio). Effettuata sul fondo una risalita artificiale di una ventina di metri in direzione di una presunta condotta. Da continuare. G.P. Carrieri, M. Dematteis, A. Eusebio, N. Naretto, E. Pesci, M. Scagliarini.

14 maggio, Garb della Donna Selvaggia (Val d'Inferno). Superata una strettoia promettente ma proseguiti per soli 50 m in grossi ambienti senza speranze N. Beoletto, A. Cerovetti, S. Faure, F. Tesi e P.G. Trova (GGP).

15 maggio, Garb dell'Omo Inf. (Val d'Inferno). Continuata la disostruzione al sifone di sabbia. Stesa la linea telefonica e quella elettrica per un intervento più determinato. Vedi articolo. A. Cerovetti, D. Enrici-Baion, D. Grossato, E. Martiello, M. Oddoni, P. Terranova, F. Tesi (GGP).

21-22 maggio, Garb dell'Omo Inf. (Val d'Inferno). Continuata con il perforatore la disostruzione del sifone di sabbia. L'aria notevole continua a far sperare in un buon esito. G. Badino, G.P. Carrieri, A. Cerovetti, R. Chiabodo, D. Enrici-Baion, A. Eusebio, M. Oddoni, M. Scagliarini, S. Sconfienza, R. Serra.

21-22 maggio, Antro del Corchia (Alpi Apuane). Continuazione del rilievo nel ramo Pineröl. Iniziate arrampicate a monte. V. anche articolo sul n. 96 di Grotte. Dimenticato, e non per scherzo, E. Pesci per oltre mezz'ora ad un auto-grill toscano dai propri compagni di viaggio! M. Bellisai, V. Bertorelli, D. Grossato, U. Lovera, E. Martiello, E. Pesci e F. Tesi (GGP).

22 maggio, Caudano (Frabosa Sott. CN). Giro turistico per accompagnare una ventina di scouts. C. Balbiano, R. Chiabodo, A. Cerovetti, C. Oddoni, L. Rattalino, A. Richeri, C. Rolle.

29 maggio, Garb dell'Omo Inf. (Val d'Inferno). Tolti altri 60 tubolari di sabbia dal sifone. Intravisto un grosso ambiente dall'altra parte ma quel giorno mancava uno strettoista. D. Grossato, U. Lovera, E. Martiello e altri.

2-3 giugno, Abisso Trentinaglia (Grigna sett., CO). Giro turistico con esplorazione di un piccolo arrivo prima del nuovo fondo. Restano da vedere meglio alcune finestre sui pozzi lunghi e la frana sul fondo. P. Terranova con Miragoli e Basola (GG/Milano).

3 giugno, Val Corsaglia. Disostruzione di un buco visto da Meo. Solita storia: chi va con Meo... A. Cerovetti, R. Chiabodo, M. Dematteis, U. Lovera, M. Vigna.

4 giugno, Grotta dell'Orso di Pamparato. Uscita di soli allievi. Perduta la strada dopo il secondo pozzo. Dopo vani tentativi tutti fuori a dormire. M. Grossato, E. Enrici-Baion, E. Martiello, A. Masino, M. Naretto, P. Torta.

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4 giugno, Garb dell'Omo Inf. (Val d'Inferno). Passata dall'esile allieva Elena Caccia la strettoia che Ube aveva lasciato perdere. Allargata successivamente con il perforatore, passavano anche gli altri pancioni. Grandi ambienti che risalgono. Trovato un attivo con molta acqua. E. Caccia, F. Cuccu, A. Gaydou, M. Oddoni, M. Pavese.

4-5 giugno, Abisso Bacardi (Val Corsaglia). Esercitazione della squadra piemontese del 1° Gruppo del CNSA-SS, ovvero il "minuto" W. Segir in barella, a spasso per il meandro delle Azzorre. Hanno partecipatto i volontari del GSP: G. Badino, V. Bertorelli, A. Cerovetti, R. Chiabodo, C. Curti, M. Dematteis, G. Giovine, U. Lovera, A. Manzelli, R. Pavia, E. Pesci, M. Scagliarini, S. Sconfienza, W. Segir, P. Terranova, F. Tesi, B. Vigna.

5 giugno, Grotta della Mutera (Val Corsaglia). Giro solitario. A. Gaydou.

11-12 giugno, Garb dell'Omo Inf. (Val d'Inferno). Cominciate le risalite nei nuovi ambienti. Notevoli numeri in arrampicata libera da parte di U. Lovera e G.P. Carrieri. Saliti di circa 70 m, sono poi finite corde e batterie. G.P. Carrieri, F. Cuccu, M. Dematteis, D. Enrici-Baion, A. Eusebio, D. Grossato, U. Lovera, E. Martiello, M. Scofet, P. Torta.

17 giugno, Garb dell'Omo Inf. (Val d'Inferno). Risalita nei nuovi rami. Seguito l'infernale attivo dello .'Stige" per una decina di metri, fino ad un pozzo con una cascata nebulizzata. R. Chiabodo e M. Scagliarini.

19 giugno, M. Fantino (Val Corsaglia). Visti alcuni inghiottitoi sul pianoro basale. Disostruito un buco in una dolìna, senza risultati. Da rivedere buchi in parete che danno sulla Val Corsaglia. M. Bellisai, A. Gaydou e un amico.

25 giugno, Zona del Mondolè (Frabosa Sopr.). Battuta senza risultati di rilievo. R. Chiabodo, A. Manzelli, G. Nobili, A. Richeri.

26 giugno, Garb dell'Omo Inf. (Val d'Inferno). Giro a vuoto all'interno e battuta all'esterno. C. Curti, A. Eusebio, B. Vigna.

1-2 luglio, Rio Martino (Valle Po). Controllati alcuni punti di rilievo della via dei Saluzzesi. W. Zinzala.

2 luglio, Zona della Ciuaiera (Garessio). Aperto un buco nuovo sulla cresta della Ciuaiera: il Malaria. Ci sono molte zanzare all'ingresso, ma non per questo continuerà. G. Badino, F. Cuccu, R. Ferrein, U. Lovera, A. Manzelli, M. Scofet.

2 luglio, Buco delle Mastrelle (Briga Alta). Esplorazione di nuove gallerie trovate attraversando il P.80. Effettuate risalite che riportano verso l'esterno. J. Lamboglia, R. Pavia, S. Sconfienza.

3 luglio, Val Clarea (Moncenisio). Battuta nel settore alto della valle. Visti alcuni cavernoni senza speranze. A. Eusebio.

3 luglio, Piaggia Bella. Gìro turistico fino alle Camelot. G.P. Carrieri, A. Cerovetti, D. Enrici-Baion, D. Grossato, E. Martiello, F. Prette, A. Richeri, P. Terranova, P. Torta.

3 luglio, Garb dell'Omo Inf. (Val d'Inferno). Risalita fino alle nuove gallerie alte. L'attivo detto "Stige", risalito ancora un po', si infogna in un meandri no. G. Badino, F. Cuccu, R. Ferrein, U. Lovera, A. Manzelli, M. Scofet.

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9-10 luglio, Grotta della Mutera (Val Corsaglia). Esercitazione liguro-piemontese dei volontari del CNSA-SS, improntata sull'impiego delle teleferiche. Per il GSP hanno partecipato i volontari: G.P. Carrieri, A. Cerovetti, C. Curti, A. Eusebio, U. Lovera, A. Manzelli, R. Pavia, E. Pesci, M. Scagliarini, S. Sconfienza, W. Segir, P. Terranova, B. Vigna.

15 luglio-15 settembre, Brasile. Il solito G. Badino emigrante in azione nella terra delle Meravigliao. Ve lo dà lui il Brasile! Preparatevi purtroppo ai suoi resoconti! Vedi articoli.

16-17 luglio, Abisso Solai (Briga Alta). Dopo tanto tempo, una bella revisione generale e una perquisizione della frana finale. R. Chiabodo, R. Ferrein, D. Grossato, U. Lovera, E. Martiello, S. Sconfienza.

17 luglio, Abisso Perdus (Zona Carsene). Giro esplorativo fino a -320. R. Pavia con M. Marantonio, R. e A. Antonini, P. Squassino e altri anconetani.

23 luglio, O-Freddo (Marguareis). Disostruzione dell'ingresso dimenticato. L'inizio di una grande saga. D. Grossato, U. Lovera, E. Martiello. Sull'attività in O-Freddo vedi ampio articolo.

24 luglio, Abisso Perdus (Zona Carsene). Raggiunto il fondo e trovato un centinaio di metri di condotte strette con aria discreta. R. Pavia con R. Antonini, M. Marantonio, M. Pescaglini, P. Squassino (GSAncona) e F. Luisetti (GSBiella).

30-31 luglio, Antro del Corchia (Alpi Apuane). Finite senza successo le risalite e disarmo del ramo Pineröl. A. Cerovetti, D. Enrici-Baion, U. Lovera, A. Masino, E. Pesci, S. Sconfienza.

30 luglio 6 agosto, Zona d'Arnetola (Alpi Apuane). Campo nazionale del CNSA-SS sulle tecniche del soccorso speleologico. Vedi articolo. Hanno partecipato per il GSP i volontari. P.G. Baldracco, A. Cerovetti, G. Giovine, U. Lovera, E. Pesci, R. Pavia, S. Sconfienza, W. Segir. C'erano anche A. Masino e D. Enrici-Baion.

Nella prima metà di agosto si è svolto il campo estivo del GSP sui Monti Alburni. Vedi articoli.

Fra la fine di luglio e i primi di settembre, grande attività marguareisiana. Vedi articolo di resoconto.

10 agosto, Desen du Platè (Alta Savoia - F). Giro alla base delle pareti. A Eusebio, L. Valente.

17 agosto, Abisso Manine (Conca delle Carsene). Rivisto integralmente. Chiude dopo una strettoia. Possibile una prosecuzione risalendo un camino. R. Pavia con R. Antonini e P. Squassino (Ancona).

18 agosto, Abisso Scarason (Conca delle Carsene). Soccorso ad uno speleologo francese. Vedi articolo.

19 agosto, Zona Cappa (Carsene). Disostruito un buco vicino al 18 con buona corrente d'aria. Fermi su di una strettoia. R. Pavia con R. Antonini (Ancona).

20 agosto, Abisso Valmar (Carsene). Vedi articolo. J. Lamboglia, R. Pavia con M. Marantonio, R. Antonini e speleo parigini.

23 agosto, Vaucluse (Provenza). Giro per l'altopiano. A. Eusebio, L. Valente.

24 agosto, Zona della Chiusetta (Briga Alta). Disostruzione di una condotta sopra le baite di Giuanin Magnana. E risultata essere anche attiva ma è stretta e risale verso l'alto del M. Ferà. Acc.! R. Pavia con R. Antonini (Ancona).

 

 

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Marguareis

A. Gobetti


Sull'ultimo numero il mai compianto Badinao Meravigliao ebbe modo prima di lasciare il nostro continente d'esporre i suoi dubbi strategici e tattici sull'attività di campagna. Parlava di prima e seconda linea, di gas, di speleologi ed altre fregnacce, elencava meriti e colpe e concludeva proponendo di conteggiare e pubblicare le ore passate in grotta da ognuno e i metri di rilevato. Lassù a Piaggia Bella abbiamo perso più volte il pallone nell'abisso Bebertu e non sappiamo se le conseguenti discese debbano essere considerate speleologia o, al pari delle discese in orridi, semplice divertimento. Altrettanto dubbiosi sul retroterra culturale del nostro compilatore ci domandiamo se abbia mai fatto il militare o lavorato in Fiat, visto che tali geniali proclami li fa in genere chi produzione e disciplina non li ha mai vissuti sulla pelle sua.

Questo dell'88 non è stato un campo ufficiale del GSP anche se le sette generazioni di speleologi piemontesi v'erano rappresentate. C'erano liguri e toscani, veneti, romani e marchigiani; dicono che fra quattro anni si abbia da fare l'Europa, chissà se l'Abate Faria e i suoi colleghi saranno riusciti ad evadere nel frattempo dalla Bassa?

Cronologia

Dal 291uglio al 1° agosto Beppe Dematteis e Renzo Gozzi ripercorrono, trent'anni dal "grande giorno", Piaggia Bella sino al Sifone del Cañon Torino, li accompagnano Pier Luigi Carena e Andrea. (Quante ore? Quante ore ci sono in un secolo di speleologia?). Quando Beppe entrò la prima volta nella conca di PB, subito vide un triestino che l'apostrofò: "Quanti ani de grota ti ga?". Se vi interessassero particolari ulteriori sul grande giorno... (7-8/8/88).

"Alle 7,30 partono Dematteis e Fusina dal campo esterno per la prima punta al Pas, alle 9,20 sono al campo interno, i quattro (Saracco, Volante, Gozzi e Messina) non sono ancora pronti e Dematteis "ciocca". Alle 10 si parte con 20 metri di scale. Di galoppo al Sifone (il Fin) dove alle 12 si mangia, dopo una visita sommaria alla frana. In tutti c'è la sensazione che non si tornerà senza prima essere passati oltre il sifone. Alle 14,30 ci si divide in tre squadre per battere meglio la frana. Saracco e Volante si inoltrano senza esitare per un camino, poi orizzontale, in direzione buona e di una certa larghezza, giungono ad un cunicolo, strettissimo e tortuoso entro la parte alta della frana. Sembra che prosegua, ma il tutto ha l'aria molto instabile e Saracco e Volante, a cui si è aggiunto Gozzi avanzano bisbigliando per paura di provocare delle frane. Dematteis e Fusina, in attesa dei risultati che sembrano vicini, iniziano il rilievo del sifone al cunicolo, ma non lavorano per molto: dopo 50 minuti che Saracco e Volante si sono infilati nel cunicolo, alle ore 14,50 escono in un salone. Riunitisi i tre proseguono finche un rumor d'acqua li fa cadere l'uno nelle braccia dell'altro: hanno passato il sifone! Senza tante precauzioni giungono anche Dematteis, Fusina, Messina attraverso il cunicolo ora stabilissimo, si prosegue finche non si giunge ad un grande salone a pozzi... Alle 18 si inizia il ritorno contando il dislivello guadagnato (circa 48 metri). Si è al sifone alle 21,15. la parola FIN scritta sui muro pare un po' ridicola..." (dal Bollettino GSP n. 4-ottobre '58).

Così trent'anni dopo l'illustre geografo Dematteis ed illuminare delle psiche scoppiate Gozzi, ritrovano la via nell'antico budello, la firma di Toni del Gobbo del Debeljak che era quasi passato quando pare che Jure Nicon lo richiamò: "Torna Toni xè finie le vacanze!". Lì, il 30.7.83 in compagnia dei loro incanutiti adepti si scolarono un litro di bianco incorraggiandosi per le cascate finali da divorare con denti di jumar Poi le grotte apparvero, spugne sospese nei monti, essenza di monti spugnosi, frattali tra il piano e il volume, labirinti tra il volume ed il tempo. Avevano preso una scorciatoia tra le sottili pareti della spugna. "Oggi, è già domani" dicemmo uscendo al sole mattutino, come quei due che persi nella nebbia, guardano la cartina e si dicono puntando il dito ben teso davanti, un poco a destra. "Bene, dovremmo essere là!"

Dopo il preludio il campo si srotola lungo i primi d'agosto con varie battute (Laura Ochner e Vittorio, Giuliana, Gianni Nobili e Luciano). Disostruiamo sopra la spalla delle Mastrelle (alto Nevado "Amen Solai", cioè versante WSW del Balaù), quasi sulla verticale del Ramo di Baal del Carciofo, due buchi dalla forte corrente d'aria (Volpicina e Volpona) (Volpicina è il

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primo buco nuovo trovato da Vittorio) già visti lo scorso anno in cui però non si passa (strettoie impraticabili).

Il campo s'ingrossa col ritorno degli Scaffholders abbindolati a Barcellona (Roberto Serra, Flavio, Sir Biss, Arlo) e dell'irriducibile marguareisiano Stefano Sconfienza. Così il 10 agosto lui, Monnezza, Sir Biss ed io ci troviamo all'ingresso di O-Freddo ringraziando Ube e Poppi che lo trovarono e scavarono. Nessuno conosce la grotta e ci perdiamo esplorando il ramo del Canaro (un simpatico tipo della Magliana, Roma). Di nuovo sulla via giusta seguiamo tracce e poi più niente sino a un P 20 verso i -200. L'abisso è impressionante, è il complesso sotterraneo dell'Alto Marguareis, è l'Obiwuakkenobi vagheggiato da Giorgio quando scoprì la zona O. Lì il tempo non esiste ed il fiume gelato canterebbe in cascatelle questa verità, se mai ci fosse una primavera all'O-Freddo. Si esce il giorno prima (effetti del mese legale), arrivano Agostino e Mara, Mario Cagnotto, Maurizio Monteleone con Anna.

"In punta!" s'urla da ogni lato. La rituale partita a pallone pre-punta mette fuori uso la caviglia di Stefano, topografo accreditato. Il dì di Ferragosto si buttan sotto Arlo, Sir Biss, Agostino, Flavio, Mara e Cagnotto. Grande prosecuzione freatica alla base del P 20 (Gallerie Black China) che raccolgono l'eredità acquifera del mitico O3, larga via nuova per arrivare al P20 (gallerietta franosa chiamata "meandro dei grassi" e dulcis in fundo enorme cagata a spruzzo d'ippopotamo di Cagnotto a metà di questo. Come questi escono siam di turno Maurizio, Stefano ed io. Rilievo sino al Pozzo Mallarmè sotto il bivio delle Black China, esplorazione dell'enorme galleria "Chi va con lo zoppo" sino a "Salto nel Buio" (-320) valutato sui cinquanta metri.

Ritorno in Capanna con tantissima gente fresca d'Arnetola festante nel pomeriggio del 17. Mattino 18, Capanna deserta. Oibò! Tutti in punta senza svegliarmi! No. Un francese s'è rotto la faccia al ghiacciaio dello Scarason, e conoscendo le pietose condizioni cui s'è ridotto il soccorso oltr'alpe, Giorgio è andato a "regler l'affaire" coi suoi bravacci. Bin giugà! Ferito è salvato.

Credo che a questo punto al campo arrivino: Giorgio e Vittorio, Patrizia, Beccuccio, Marco Marantonio, Daniela e Sabina Frati, Daniele Sigismondi, Paola Lucchesi, Mario Lazzarini, Paola Torta, Ube, Mauro Scagliarini, Andrea Manzelli, Stefano Gambari con Daniela e sorella, Spassulin e Daniele. Il 20 gli ultimi due si fanno un giro all'O-Freddo finché a Spassulin non cade la lente d'un occhiale. Punta vera il 21 con discesa di Salto nel Buio (Stefano Sconfienza e Gambari, Ube, Torta, Sir Biss, Monnezza e Manzelli). Stop sul fondo (-378). Molto vicini ai laghetti del Marguareis. Contemporaneamente due giorni di battute sulle pareti del Canale dei Torinesi, del canale parallelo (o meglio a y) che finisce sotto O3 e del Canale dei Savonesi (Giorgio, Giuliana, Andrea, Paoletta, Arlo, Cristina, Luciano). Trovati buchi interessanti anche se molti belli in parete si rivelano delle fregature. Notevole uno pieno di ghiaccio in punta a quello laterale ai Torinesi, ed un altro (Buco della Tempesta) sulla cengia di roccia gialla a sinistra salendo i Savonesi. Arrivano in questo periodo Leo Piccini e Gianni Guidotti da Firenze. Punte varie ad O-Freddo (Gianni di Firenze ne fa tre in cinque giorni). Viene esplorato un sistema superiore alle Black China (Leo, Daniela, Sabina, Daniele, Patrizia, Beccuccio, Marco, Stefano, Riccardo Pavia, Meo!), un a monte verso O3 che gli arriva vicinissimo. Avanzata nelle Black China che diventano tortuose e tremende. Discesa di vari ringiovanimenti tutti stoppi e raggiungimento finale d'un P50 in capo al mondo (sotto la cresta di confine per intenderci). Rilievi mostruosi. (Per una cronologia dettagliata si vedano su questo bollettino gli articoli su O-Freddo).

All'esterno una battuta di Mauro, Mario Lazzarini, Vittorio e Paoletta in zona Alfa dà due nuovi pozzi da scendere, al C11 Daniele Sigsmondi, Sabina, Andrea e Fabio (Palmero) trovano una nuova saletta laterale, cimitero di pipistrelli. Il 24 con Laura e Vittorio, Giorgio mi porta all'A 11. Come in un libro di Gobetti da giovane, la strettoia è liberata dalla frana. Rimane però un bloccone. Il 25 giù anche Daniele nonché Adriano Cerovetti appena arrivato (con Daniele) che riesce a passare la strettoia disostruita. Lo seguono due tipacci. Stop su fessurina. Sotto c'è un pozzo immenso, grandi echi, almeno 30 m di salto. Siamo passati nella valle "Zona D", zona di merda appunto che ci ha umiliato per trent'anni e ha pagato solo in E 104 la banda di Bolzaneto.

Alla Capanna festa e Blues con Rank Xerox e Pron e amici genovesi, Gegêne e Sandro de Martino (nulla di paragonabile, comunque, alla notte di "Monteleon Live at PB", onorata dai litri del reimpatriato Uccio Garelli).

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Arriva settembre, in Capanna siamo rimasti Marco Marantonio, Paola Lucchesi, Mauro, Giuliana ed io. Finte di punte varie, arrivò di Bibò dallo Speleo Club di Roma con Paola che al primo colpo trova un buco nuovo sopra il gias che sta tra Lago Rataira e il sentiero per Porta Sestrera; esplorato risulta profondo 30 m e lungo 50, si sviluppa sul contatto con la roccia impermeabile, ha concamerazioni con camini pieni di neve, forti correnti d'aria e vitelli settimini a marcire. Il suo nome è Funès.

Il 2 settembre tutti in battuta nel Canalone dei Genovesi e Cengia di Garibaldi, raggiunti vari buchi con ardimentose cordate a destra, salendo, dai Genovesi. Meandri di disostruire con molto ghiaccio.

Sabato 3 e domenica 4, grande punta al fondo O-Freddo. Armando una serie di pozzi Marco, Mauro, Fabio e Riccardo arrivano a quota -400 e rilevano. Trovate gallerie, stop su fessure con acqua e aria (sarà mica l'amonte del collettore nord del Saracco?). Contemporaneamente Giorgio, Paolo Oliaro, Daniele, Adriano e Andrea assistiti da Flavio ci ridanno all'A11. Si passa la fessurina, si scende il pozzo enorme ed altri due ancora. Quello dopo no, sarà sui cento metri...

Il seguito dell'attività estiva sarà materia del prossimo bollettino.

 


Dialogo delle cascate Capello

Giuseppe Dematteis


Cascata Superiore: - Che mi possa seccare se quello lì con la barca non l'ho già visto, ma sì: è il primo uomo! e ce n'è pure un altro.

Cascata Inferiore: - Vuoi dire, Adamo, sorellina?

C.S.: - Non fare dello spirito da sifone: sono i primi uomini che noi abbiamo visto: gli uomini-salmone.

C.I.: - Ma si, che bello! sono tornati! ora scenderanno di nuovo con quelle loro scalette d'argento che fanno din din e noi potremo accarezzarli sulla faccia, sulla schiena, sul...

C.S.: - Basta così. Se la tua liquida gobba non t'impedisse di guardare in su, ti saresti già accorta che non sono più quelli di una volta.

C.I.: - E chi sono?

C.S.: - Hanno la tuta Lochner rossa e tutto il resto.

C.I.: - E allora?

C.S.: - Allora i due se la filano giù per le corde ben lontani delle tue carezze proprio come gli altri due che li accompagnano: dimmi con chi vai...

C.I.: - Perché, non sono soli?

C.I.: - No sorella, con loro c'è uno che non ho mai visto; dev'essere di quelli che acchiappano ogni anno nella Galleria Subalpina esibendo le nostre foto. L'altro lo conosciamo bene, il rinnegato! Guarda con che ostentata maestria piazza quelle schifosissime corde! Ma te lo ricordi quando era alto così e ce lo acchiappavamo sotto con la sua scaletta?

C.I.: - Adesso li vedo anch'io, i primi uomini: però come cambiano queste creature. Il tempo che noi arretriamo di due millimetri e loro son già alla terza età. Chissà alla prossima glaciazione in che stato saranno.

C.S.: - Credevi che continuassero a crescere come le stalagmiti? Io invece li trovo ancora carini, mi fanno persino tenerezza. Con quelle corde proprio non ci sanno fare. Mi sembrano due pesci fuor d'acqua.

C.I.: Appunto. Ma guarda un po' quello lì. Ehi! Stacca un po' sta longe se no rimani impiccato! Ecco, te l'avevo detto... Ma chi sarà mai sto Cristo che sta chiamando?

C.S.: - Mah? Qualcuno finito appeso come lui.

C.I.: - Io però un bacio-spruzzo glielo mando. Ricordi com'erano lunghe e monotone le ore prima che comparissero loro?

SPIEGAZIONE: Renzo Gozzi e Beppe Dematteis, sostenuti (psicologicamente) da Andrea Gobetti e Pierre Carena, il 31 luglio scorso ripetevano la discesa di Piaggia Bella che trent'anni prima li aveva portati a passare il "FIN 1953" dei francesi. Allora c'erano anche Paolo Chiesa, Piero Fusina, Checco Messina, Eraldo Saracco, Ciccio Volante, Paolo Vallini e Sergio Ponzetto (vedi Grotte n. 4, ottobre 1958). Alcuni sono ancora vivi e altri sono morti. È incredibile come dopo trent'anni si gusta una grotta, le cascate Capello e tutto il resto.

 

 

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L'abisso O-Freddo

 


La zona O è situata sulle pareti settentrionali del Marguareis e forma una balza di 0,1 kmq a ripiani, sulla sinistra del Canalone dei Torinesi. Le prime esplorazioni sono datate 1979. In quell'anno si ritrovano le varie cavità che verranno esplorate negli anni successivi senza tuttavia giungere a complessi carsici di notevole sviluppo. Questa era la situazione fino al 1986 ed una sintesi dei dati conosciuti allora è comparsa sul n. 93 di Grotte. In quell'anno si scoperse anche l'ingresso di O-Freddo che per anni rimase nell'oblio.

 

La punta della scoperta, settembre 1986

A. Eusebio

Siamo in due, Ube Lovera ed il sottoscritto, con poca voglia di entrare a O3 a rilevare cose esplorate da altri, così cerchiamo di prendere tempo e di farci male arrampicando nei vari canalini, finché in quello dei Genovesi ci spingiamo verso il basso fino ad intravedere sulla sinistra una specie di nicchia, alla base della quale c'è un buchetto con aria forte ma strettissimo.

Togliendo pietre si passa, ad uno scivolo di neve segue un meandrino ridicolo, largo quattro dita, pare l'ennesimo buco senza speranza, riusciamo comunque a staccare un pezzo di pavimento e con quello a martellare, dopo un'oretta a tremare per il freddo il Lovera riesce a forzare una strettoia orrenda, al di là trova una saletta ed un pozzetto valutato sui 10 m, non entusiasmante ma continua, ed uscendo pensiamo che bisognerà tornare, ma chissà quando..., quanti buchi così abbiamo visto una volta e poi mai più...

Su Grotte n° 93 faccio anche il furbo dicendo che speranze si nutrono in buchi dove ci siamo fermati su pozzi, e stavolta ci va bene: O-Freddo era uno di questi.

 

La prima punta

E. Pesci

Un sabato di luglio la gente arriva in Capanna alla spicciolata durante tutto l'arco della giornata. Non c'è per intanto un obiettivo preciso e si trascorrre il tempo fra discussioni accademiche sul fatto che "non esistono più i pirati di una volta...", ed altrettanto accademiche speranze di entrare sotto la zona D.

Verso mezzanotte ritornano Ube, Daniele e "Spassulin" che sono stati a smartellare un buco in zona O, scoperto due anni fa da Ube e Poppi: la disostruzione li ha portati su un pozzetto. Caratteristiche non trascurabili della grotta sono tanta aria, tanto ghiaccio e tanto... freddo.

Domenica 24 luglio vi andiamo in quattro: Ube Lovera, Maria Dematteis, Mauro Scagliarini, ed io. Nei pressi del Canalone dei Torinesi (e di chi sennò?) troviamo la grotta, da cui esce una forte aria fredda. Ube entra per primo con il martellane, seguito da Mauro. Passiamo tutti, dopo uno scivolo di ghiaccio, la prima strettoia e ci ritroviamo in una saletta piccola, seguita da una nuova strettoia e da un pozzetto in cui si getta il fiume di ghiaccio. Arriviamo all'attacco del pozzo mentre le stalattiti di ghiaccio scricchiolano con rumori sinistri. Ube è già sceso, mentre Mauro non riuscendo a passare la strettoia decide di uscire, seguito da Maria che ha già preso abbastanza freddo. Uscendo Mauro rimarrà per ben due ore nella prima strettoia, producendosi peraltro in un buon lavoro di allargamento.

Scendo. Le pareti del pozzo (35 m) sono completamente ricoperte da un spesso strato di ghiaccio. Alla base parte una galleria tortuosa che si approfondisce avari livelli. Seguendo l'aria si giunge ad un pozzetto sul cui lato è possibile superare l'ennesima strettoia e raggiungere il pozzo di circa 20 m su cui ci arrestiamo. Torniamo al ringiovanimento e lo percorriamo per un po'; il meandro continua ma decidiamo di uscire: abbiamo già visto abbastanza. Sarà una lunga storia

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Seconda punta: -190

G. Carrieri e A. Eusebio

La punta precedente, dopo due anni di oblio, aveva riscoperto O-Freddo fermandosi su un grande salto in una grande forra. Ora siamo in sei: Giampiero Carrieri, Carlo Curti, Attilio Eusebio, Riccardo Pavia, Mauro Scagliarini, Marco Scofet (ex allievo, detto il Valdostano). E il 30-31 luglio. Scendiamo perdendo una infinità di tempo a pulire pozzi e aprire strettoie finche non arriviamo sul salto inesplorato, vasto ma terrazzato, un P20 che ci porta in una grande forra; sulla sinistra un pozzetto non ancora disceso, sulla destra rapida risalita e la forra continua, salto di pochi metri, leggero approfondimento stretto e chiuso da frana, ma la via buona è in alto e poco dopo stiamo percorrendo un fantastico meandro in odore di Trias che ci fa sognare; ormai è chiaro, la grotta è grande, oltre il meandro diventa attivo. Sala, pozzo da 10 m, alla base pochi metri di forra ci conducono alla sommità di un P25, gli ambienti ora si fanno ampi, un altro salto di circa 20 m ci fa atterrare su un laghetto, poi di nuovo meandro, ma abbiamo finito le corde, moschettoni e placchette. Carrieri e Pavia vanno avanti e si fermano su pozzi su due rami differenti, profondità raggiunta -190.

L'uscita è una corsa verso l'esterno, poi una corsa verso il Colle dei Signori, poi verso casa dove arriviamo alle tre del mattino.

Inizio delle punte d'agosto

G. Nobili

Quel giorno le abbiamo provate tutte per non entrare come al solito. Però l'abisso tira, e così riesco ad inabissarmi con A. Gobetti, A. Guiffrey e S. Sconfienza.

Nessuno di noi conosce la grotta, ci sono molte diramazioni per cui cominciamo a girare, esplorando un ramo chiamato del Canaro, promettente ma che essendo un ramo secondario aspetterà un po' di tempo. Andando avanti è tutto un meravigliarsi di quanto è bella questa

L 'ingresso di O-Freddo (foto M. Scagliarini)

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grotta, fin tanto che non arriviamo alle dolci strisciate di quello che diventerà il Meandro dei Grassi.

Da queste parti dovrebbe esserci il pozzo dove si è fermato Riccardo nella punta precedente, troviamo un po' lungo e dopo travagliate ricerche Armando con una felice intuizione trova la strada giusta. Ma ormai abbiamo per così dire già dato e così decidiamo di uscire.

Dimenticavo, in questa punta si doveva anche rilevare, ma pare che alla cartoleria del Pas abbiano esaurito le matite.

L'importante è divertirsi

R. Chiabodo

Sono da un paio di giorni al campo di Piaggia Bella quando la voglia di andare in grotta, cosa che ultimamente viene sempre più di rado, mi prende. Punta ad O-Freddo.

La compagnia è ottima, ci sono R. Guiffrey e Flavio Tesi con i quali ho trascorso bei giorni in Spagna la prima metà d'agosto, ci sono Agostino Cirillo da Pordenone e Mara da Vittorio Veneto e Mario Cagnotto che stava per ritornare a Torino. È Ferragosto.

Partiamo e nel canalino delle Capre ci prendiamo una grandinata stile Marguareis che neppure per un attimo ci fa pensare ad un ritorno frettoloso alla calda Capanna; entriamo in O-Freddo, veloci sino al passaggio della Dea Kalì ove i Grassi (Flavio e Mario) incontrano qualche difficoltà nel passare. Mentre loro martellano noi altri guardiamo un ramo in risalita che dà poche chances esplorative; i grassi riescono a trascinare la loro trippa fuori dalle braccia della Dea e possiamo proseguire fino ad un risalita dove ci divideremo: io e Armando ad armare il pozzo dove si era fermata l'ultima punta, gli altri a esplorare la zona sopra la risalita che si presenta interessante e complessa. Noi due accompagnati da tre sacchi arriviamo dal pozzo e mentre comincio a spittare Armando va a vedere il meandro che naturalmente continua; si decide di dargli un'occhiata la prossima volta, ora si scende il P.25. Sotto ritroviamo l'acqua, un sifoncino, probabilmente l'acqua di O3 che si infila a valle in uno stretto laminatoio e una bella galleria; intanto stanno scendendo gli altri, gli obesi, i quali per rendersi meno penosa l'uscita hanno trovato un meandro denominato ovviamente "dei grassi" che permette di evitare la Dea Kalì e la strettoia successiva. Mentre parlano della loro scoperta schizzo nella galleria, è un bellissimo freatico che percorro per una cinquantina di metri prima di venir raggiunto da Agostino. Esploriamo in tutto circa 300 metri di gallerie rotonde come nei migliori films fino a giungere in una zona più complessa dove sulla sinistra i freatici si intersecano e sulla destra la galleria si approfondisce in un laminatoio; davanti tende a risalire e a stringere, disostruisco per passare ma l'aria non è più "come quella di una volta", quindi torno indietro da Agostino che si è infilato nel laminatoio e ti trovo anche l'Armando che, lasciati gli altri a dormicchiare nella comoda sabbia ha deciso che da soli non potevamo farcela.

Dopo un po' di strisciate e quando le speranze di passare cominciano ad affievolirsi troviamo il passaggio: pozzetto da 8 armato con l'unica corda da 40 nuova, sotto si allarga e ci ritroviamo in una forra che dopo una ventina di metri sprofonda in un altro salto sui dieci metri. Le poche altre corde sono state lasciate troppo indietro (un classico) e tagliare la 40 non ancora sporca di fango dispiace, quindi decidiamo di uscire, siamo soddisfatti della bella esplorazione. Ritorneremo, ci diciamo uscendo.

Di tutta la compagnia il solo Armando è ritornato ad O-Freddo, a me l'esplorazione delle gallerie Black China è bastata a soddisfare la mia voglia di grotta e, incidente a parte, non ho più fatto nulla ma l'importante è divertirsi non entrare in classifica.

Uno zoppo, un pazzo e un drogato

A. Gobetti

Il cuore, dai desideri ora limpidi come il sole alla fine di O-Freddo, ora indecifrabili come i gradi oscillanti nel mirino del vecchio eclimetro sociale, il cuore, dicevamo, in grotta è liberato dalla necessità di starci dentro (fuori normalmente c'è troppa luce per lui) e ci saltella attorno. Ora è sulle longes intrepido, ora lo massaggiamo corrucciato nel profondo della tiepida bombola e carburo, ora sbuccia impaziente pistacchi, ora è distratto nel ritornello d'una vecchia canzone. Poi si eccita, si esalta, gli piacciono le grotte, le grotte che continuano, che

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assomigliano alle vene e alle arterie più di tante stramberie, cui lo vogliamo appassionare. Allora ci balza fuori di petto, salta a cavalcare la pietra che sto gettando sul salto nel buio e quando rimbomba laggiù, ascolta la voce del pazzo che le grida "Vai!", ascolta e le risponde "Vieni!".

Quando arrivammo a "Salto nel Buio" le corde erano finite da un pezzo, e non avevamo trovato la forra dove erano avanzati Sir Biss, Arlo, Agostino e compari e, da quello che si chiamerà il "bivio delle Black China", avevamo sceso un P20 a nuts e spit. Poi una galleria inclinata ci aveva attirato, ma la fame d'acqua manifestata dai carburoni ci aveva riportato sotto quel pozzo a scegliere un'altra via, verticale, sotto cui stornellava Accadue O'. P5 scarso e P20 abbondante. Ci contarono le corde come il vecchio bastardo del monte di pietà e ci dissero "Ragazzi, non bastano". Allora capitò che a P5 bastava allargare le gambe come l'ali dell'aquila e su P20 il bollettino dei naviganti annunciava "pozzo a quattro nodi da ovest, visibilità raccapricciante...". Sotto, dell'acqua solo il rumore. lei scendeva ancora, in un salto di merda tra pietroni instabili.

Sotto era la fine del mondo; galleria enorme, grandi pozzi dall'alto, aria che scendeva da lì e ti spingeva alle spalle, ti spingeva ad avanzare sul fondo dove roccia stringeva le chiappe e noi tre, come gli eroi della pellicola "Sperma schifoso", ci lasciavamo trascinare nella merda. Poi venne un rigagnolo, si riaccesero le luci in sala ed anche una canna. La logica aristotelica (quella che voleva le acque sotterranee frutto della spinta del vento sul mare contro le coste) riapparve in kimono blu a beccucci rossi. "Se non abbiamo più corde, virgola, a che pro transballarci dietro tutta sta rumenta?".

Lì caddero ferraglie e finimenti. Cordella Metrica giaceva poco sopra, in compagnia di bussola e necli, roventi per l'uso. Restava solo l'uomo, la creatura odiata dai nazisti costretti a fuggire in altri continenti, quando del "nuovo ordine", della "razza eletta", degli sciiti e dei sunniti, l'umanità europea ne ebbe pieni i coglioni.

Restavano tre uomini, uno zoppo, un pazzo e un drogato; come in un disco dei Dark Floyd, sulla via per salto nel buio. Cantavano: "Noi siamo un grande cast, la Bassa non ci bast".

Tre volte sarebbe stata veramente ora di smettere, ma il vizio vince la paura e perlomeno sai perché muori. Così cari nipoti, un giorno di tanti anni fa giungemmo a Salto nel Buio e provammo persino a scenderlo in arrampicata, ma il cuore, sul sasso gettato diceva che era sotto a un "cinquanta". Eravamo Stefano, Maurizio e Andrea. Ci sedemmo, scrivemmo sulla roccia la data e firmammo "Noi".

Partecipanti: A. Gobetti, S. Sconfienza, M. Monteleone (C.S. Romano). 16-17 agosto.

 

Non poteva fermarsi lì

R. Guiffrey

"Salto nel Buio" davano quella sera ad O-Freddo.

Quelli dell'ultima punta ne avevano parlato in termini entusiastici, e la grotta non poteva e non doveva fermarsi lì, come invece avvenne. Dopo il Black China lungo la forra Stefano Sconfienza e Gianni Nobili rilevano. Con Ube Lovera, Andrea Manzelli e Stefano Gambari (C.S. Romano) sistemiamo gli armi sui saltini arrampicati la punta precedente. La Torta segue. È il 21-22 agosto.

Armando i pozzi si scende mi dicevano qualche anno fa. Giunti nell'immane salone del salto Gianni pianta uno spit, sistemo la corda, cambio, e di lì in vuoto fino al tappo. Di frana s'intende, con aria, ma pur sempre tappo. Gambari arrampica un po' sopra il fondo ma senza esiti. Si esce, ma resterà ancora una possibilità: traversare sopra il pozzo verso una finestra.

Sulla via del ritorno importante ritrovamento bio: l'Animalone Blu, che ad un più attento esame risulta essere la simbiosi di due speleo in carenza affettiva. (N.d.R.: U.L. e P.T.).

Difatti continua

U. Lovera

Quella del 23-24 agosto è una punta cosmopolita in cui al torinesemente vostro si accompagnano un inedito Gianni Guidotti fiorentino, un Roberto "Beccuccio" Antonini anconetano e una Patrizia "Pacia" Squassino torinese-triestin-anconetana. Nostro compito è controllare

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quella secca deviazione che il rilievo ci ha indicato in corrispondenza del termine delle Black China, caratterizzata peraltro anche da un netto cambiamento di morfologia. Lavoro schifoso il nostro, ore a strisciare in stretti laminatoi, risalire meandri sfigati, disostruire passaggi in frana...

Tocca a Gianni annunciare con la consueta flemma che sarebbe il caso di andare a vedere cosa ha trovato. Definire illogico il percorso è nettamente blando, ma confido che i prodi rilevatori siano successivamente riusciti a trovare aggettivi adeguati. Quando dopo saliscendi vari ed altre schifezze riprendiamo una direzione definita, la bussola ci dice nuovamente nord-est, perfettamente in linea con le Black China. Di lì un'ampia ma breve condotta conduce ad un diaclasi, stretta ed umidiccia, che col conforto di una costante fresca brezza sulla faccia porta dopo un paio di centinaia di metri ad un P20.

Si esplora in più punti

Meo Vigna

Per fortuna le persone non parlavano in dialetto! Un fiorentino (Gianni Guidotti), un fiesolano (Leo Piccini), un savonese (Marco Marantonio), un anconetano (R. Antonini "Beccucco"), tre lucchesi (Fabio Malfatti, Daniela e Sabina Frati), un torinese (Riccardo Pavia) e un monregalese (Meo Vigna), 25-26 agosto.

Si entra a squadre separate con ritrovo generale al fondo delle "Black China", per decidere insieme sul da farsi. Leo e Gianni hanno già recuperato materiale dall'ultimo pozzo che porta sul fondo dei -380 ("Salto nel Buio"). Il gruppo composto dai toscani andrà ad esplorare una serie di condotte che si sviluppano con andamento parallelo al ramo principale ed a scendere un salto di circa 30 m localizzato in prossimità del bivio principale della cavità, Meo e Riccardo a rilevare le gallerie di Sud-Ovest, Marco e Beccuccio al fondo di queste per tentare un traverso sopra il pozzo finale. La storia dei due piemontesi è fatta di numeri e direzioni, gli altri invece riescono nel loro programma e scoprono dopo un breve ma ampio meandro un grosso pozzo valutato oltre 50 m, non sceso per mancanza di materiale. Nel frattempo si è unito a questa squadra Gianni che insieme a Marco e Beccuccio scende ancora un ringiovanimento attivo, che si sviluppa nelle zone terminali di questo ramo, formato da un P20 e da un altro salto di circa 30 m, chiuso al fondo da una strettoia impraticabile.

Torinesi e fiorentini

S. Sconfienza

Ho smesso da tempo di preoccuparmi per le punte che si preannunciano numerose. Questa volta, dopo le allarmanti previsioni del venerdì sera, che davano folla sul Marguareis nord-orientale, finisco per trovare l'unico compagno tra i villeggianti della Capanna: Daniele Sigismondi (Caiunno) da La Spezia.

Ne viene fuori un'esplorazione tesissima, in cui abbandono volontariamente fuori l'orologio, consapevole che il tempo di un giro completo della terra là dentro non ce lo leva nessuno. E il 27 agosto.

Attendono da noi lumi i due approfondimenti attivi, intersecati durante l'ultima punta dalle estreme propaggini delle Black China.

Il primo, e più vicino, è il "30+20", cosiddetto per la lunghezza dei due grossi pozzi che lo abbassano a -270; li armiamo nel più nero dei calcari, quello che ogni esploratore marguareisiano conosce come foriero di verticali ampie e meandri stretti. Difatti lo stretto non si fa attendere e, in compagnia dell'acqua che lo percorre, vi striscio per una quindicina di metri, fino a quasi al mio limite di non-ritorno. Ne riemergo stravolto e solo un the e la risalita dei pozzi mi fanno riprendere il colorito. Rilievo.

Tornati in galleria decidiamo di proseguire fino alla serie di pozzi finale, decisione di cui subito ci pentiamo, esasperati dalle strettoie del Ramo del Diabetico. È tardi però per cambiare idea, ma al di là dello stretto stanchezza e sonno ci abbrutiscono. Quand'ecco arrivare, come comparso dal nulla, un aiuto insperato: un fiorentino (sì, avete letto bene: un fiorentino in grotta con i torinesi!), simpaticissimo (no, neanche questo è un errore: è proprio simpatico) di nome Gianni Guidotti. È lui a svegliarci e a scendere il Pozzo Insulina (P.55), dove si era

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arrestata l'esplorazione precedente. Alla base la grotta si ingigantisce, affacciandosi su un pozzo-salone, senonché, dando prova di scarsa tempestività, finiscono gli spit nella mia sacchetta da armo. Si sa che dove finiscono i materiali, iniziano i numeri da acrobati: così, legato l'ultimo spezzone alla corda del pozzo precedente, mi calo senza troppi cerimoniali, pendolando su una provvidenziale fettuccia. Venti metri più in basso atterro su una conoide di frana e la discendo fino all'imbocco di un pozzo enorme, profondo una trentina di metri ma apparentemente senza pareti.

"Voglio un'esplorazione sempre più irraggiungibile".

(CCCP, , 'Maniglia paranoica").

Durante la risalita, scambiandoci convenevoli su chi debba salire per primo il pozzo di ghiaccio, rivelo a Gianni che adoro uscire per ultimo, perché mi piace la sensazione di chiudere la grotta dietro di me. Gianni si illumina, mi confessa la stessa debolezza e da ospite beneducato si avvia di buon grado verso la corda. Incredulo per aver trovato un compagno di grotta così affine, decido che si merita proprio il regalo di chiudere questo abisso. Così lo lascio un po' stupito con in mano le chiavi di O-Freddo, mentre io risalendo mi domando chi sia riuscito a tenere lontani tanti anni fiorentini e torinesi a guardarsi in cagnesco.

Alla strettoia del Canaro

Daniele Grossato

L'idea di non andare sul fondo di O-Freddo era data dal fatto che c'erano già altre punte per questo, quindi andare al Canaro sembrava a tutti un'ottima alternativa. Sotto sotto però forse c'era anche un pizzico di pigrizia, infatti il Canaro è un ramo laterale la cui deviazione si apre in mezzo alla spaccatura orizzontale che si percorre dopo alcuni metri dalla base del

In una delle tante strettoie di O-Freddo (foto M. Scagliarini).

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P50 d'ingresso. Qualche passaggio stretto, alcuni attraversamenti in spaccata di pozzettini e due pozzi (P10 e P15 circa); alla base dell'ultimo pozzo ecco una strettoia lenticolare con presenza di aria aspirante. Per arrivare sin lì occorre un'ora dall'ingresso circa (per quello parlavo di pigrizia). Sta di fatto comunque che per quasi tutta la notte tra il 3 e il 14 settembre E. Martiello (Spassulin), Gianni Nobili, Sergio Serra, A. Bianco (Trota) ed io ci siamo alternati a martellare tra un the e l'altro senza però ottenerne lo sfondamento. La strettoia in questione è cortissima (30 cm), le sue parti sono composte di roccia assai dura e al di là di essa si può vedere distintamente un ambiente ampio.

Sono sicuro che riserverà gradevoli sorprese a chi la passerà.

Acqua che canta e peliti verdi

R. Pavia

Marco Marantonio tenta con ogni mezzo di convincermi ad andare in O-Freddo. Non ne ho voglia, soprattutto perché l'ultima volta che ci sono andato, mi sono macinato le ginocchia come neanche un tritacarne saprebbe fare. In fondo però penso di essere troppo giovane per la scena del vecchio decrepito e cedo alle tentazioni.

La squadra si completa con la partecipazione di Fabio "Palmero" Malfatti (GS Lucca), di Mauro Scagliarini e del suo bimbo elettronico, ovvero l'Altimetro Digitale. In quattro più il bimbo, incellophanato perché non abbia freddo, scendiamo in O-Freddo. 3-4 settembre.

Andiamo a spaccare il culo ai passi rotti allorquando il passo si rompe, la nera bocca di un pozzo si spalanca voluttuosamente alla bramosia dei suoi esploratori. C'è un P.25 da armare. Marco si occupa di questo lavoro mentre io cerco di deviare il tiro della corda che arriva dall'alto perché raschia. Dopo una gelida attesa ci ritroviamo tutti sotto, sul bordo di un altro pozzo. Scendo i primi tre metri per frazionare, ma trovo roccia marcia dappertutto. Solo dopo i soliti riti di ricerca della roccia solida, riesco a fare un armo bello. Il pozzo è stupendo. È un fusoide di forma ellittica, con le pareti disegnate da una sequenza di pieghe nella dolomia bianca su di uno sfondo di calcare nero. Una cascatella viene giù dall'altra parte del pozzo. Al fondo parte subito un altro salto di 12 metri dove scende Mauro, ed una galleria di m 3x2. Ci siamo. Penso. Dopo un paio di saltini da scendere in arrampicata, un altro pozzo. Contro parete, lungo quasi 20 metri, lo scendiamo con gli ultimi due spezzoni che ci rimangono. Percorriamo ancora per pochi metri una galleria in direzione di una faglia. Sul fondo l'acqua canta e scorre in mezzo a blocchi di frana e fessure impraticabili. Ci sono le peliti verdi e quindi questo potrebbe essere segno che siamo vicini al basamento cristallino sul quale, a contatto con i calcari, si formano in genere grandi gallerie di drenaggio. Purtroppo un incidente tettonico ha devastato la galleria che è franata. L'aria soffia egregiamente e suggerisce comunque un tentativo di disostruzione. a patto che qualcuno abbia voglia di andare fino là

L'alimetro dà -402

M. Scagliarini

L'altimetro elettronico che con incredibile cura proteggo nei corpo a corpo con il calcare ci dice che non siamo poi così tanto in basso. O non ci ricordiamo bene il rilievo, o l'ingegnere che l'ha steso è fulminato. Forse tutte e due le cose. Comunque per più di un'ora ci rinfranchiamo con bevande calde ed ogni piacevolezza per il palato.

Mossa obbligata e vincente questa delle due semitappe. Abbiamo ancora un'oretta di strettoiume, di lotta con i sacchi ma poi dovremmo scendere pozzi-ozzi-zzi-zi-i-i-i.

È la quarta volta che mi aggiro dentro questo Signore marguareisiano e anche i miei compagni sanno che non può che continuare questa storia (Perdio!). Striscia, ragazzo striscia! Quando esco mi compro una quintalata di ginocchiere! (e mi metto al sole).

Eccoci! AUGURI e una data: il tempo passa anche qua.

Si riarma il P.55. Al fondo comincia a piovere. Marco, fai in fretta sul 25! Lo so che è marcio ma anch'io comincio ad esserlo.

Riccardooooo! Di nuovo il buio sotto di noi. Stefano, appeso chissà che, l'aveva visto. Discussione neanche tanto accademica per armare bene, benissimo. Tonfi da macigni enormi (Eco). Dormo il tempo di uno spit. La corda è bastata. Marco e Riccardo mi chiamano di lontano. Scendo. Ricordo a "Palmero" che sta dormendo su un pozzone. Risponde che lo sa.

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Un 34 in vuoto. Pochi pozzi così belli. Altro pozzo. Tocca a me. Un probabile 15. Conosco i miei spit. Qui ne basta uno. Aria! Acqua! Una frana a malapena nasconde la galleria. Un collettore. In secca, forse, ma pur sempre un collettore. Si cammina sul largo. Finalmente. Luce giallo-arancio. Saltini. Salto da 15. Ancora il discensore. Meno di 50 metri poi il largo diventa una faglia stretta. L'acqua in basso e sopra l'aria nello stretto delle pareti. Un po' increduli ma ebbri per esser scesi così tanto, ci firmiamo GSX. Corde non ne abbiamo più e quelle che abbiamo usato erano giuste al metro. Destino. Il Visconte ci sussurra che per oggi può bastare.

Ormai lontanissimi dal Canalone dei Torinesi rileviamo uscendo. Ancora un momento: l'altimetro. "-402".

Considerazioni a margine dell'esplorazione

B. Vigna

Esistono mille speleologi ed altrettanti modi di concepire la speleologia, esistono poi i Gruppi speleologici formati da tante persone che la pensano sempre in modi diversi e che soltanto perché vivono nella stessa città formano un "Gruppo", esistono infine le grotte, anzi sono sempre esistite e finche ci sarà calcare esisteranno, tante, lunghe ed inesplorate.

Il motivo primo che spinge l'uomo in grotta è l'esplorazione e di conseguenza il far conoscere agli altri quello che ha trovato o pensa di aver trovato.

Purtroppo, spesso le grotte diventano invece un grande palcoscenico dove i gruppi speleologici recitano la loro farsa, vogliono far conoscere agli altri quanto sono bravi, forti, non accettano aiuti dal di fuori perché la grotta è considerata un bene strettamente personale, una propria creazione. Sovente è un processo quasi naturale, dopo ore di punta, di sforzi, l'affezionarsi morbosamente alla propria grotta, la si ama e si diventa anche gelosi.

Ma come si può fare nel 1988 per diventare un gruppo un po' più aperto, con una visione un po' diversa della speleologia?

Abbiamo provato con O-Freddo, portando avanti l'esplorazione con una serie di punte alle quali hanno partecipato anche moltissime persone esterne al GSP. Il risultato è stato ottimo, con un buon lavoro svolto, raccolto in termini di metraggio da "Labbrolungo" Sconfienza, ma soprattutto ci si è divertiti.

Fiorentini, anconetani, lucchesi, savonesi, garessini e torinesi hanno così esplorato insieme uno degli abissi più importanti per la comprensione del carsismo dell'intera area del Marguareis.

 

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Valmar

R. Pavia


Valmar pensavo fosse un nome mistico indiano. Invece quando chiedo a Jo Lamboglia cosa significa, mi spiega che è la fusione di due nomi di gruppi speleo: Vallauris e Martel. Entriamo nella tarda mattinata, piove con vento forte. L'ingresso è un inghiottitoio stretto, e guardando dove passa la corda mi viene da pensare che sia finita lì quasi per caso. Invece si filtra dapprima in mezzo a dei blocchi di frana e poi si continua con una serie di pozzetti a buca da lettere. Poi un macignodromo, un pozzo da 25 ed uno stretto meandrino che per lunghi anni (dal '78), rimase il fondo dell'abisso.

È un "amonte", dicevano quelli del Club Martel. Solo quest'anno Jo, spinto soprattutto dalla notevole corrente d'aria che aspira e che quindi va verso ingressi bassi, decise di fare saltare tutto. Ovviamente il gioco non terminò qui perché un'altra serie di strettoie lo costrinsero ad usare il "gomito" più volte.

Siamo ameno 150 praticamente a cavalcioni su un lamone di roccia franosissimo che fa da spartiacque tra un pozzo da 30 ed uno da 40. Quest'ultimo non è stato ancora sceso e Jo cerca di attrezzarlo al di fuori del tiro delle pietre. Sul fondo parte un altro pozzo di 15 metri che mi occupo di armare col sorriso sulle labbra. Solo 5 metri dopo la partenza dallo spit mi accorgo che quel posto è una fogna maledetta da dio. Una parete nel pozzo è costituita praticamente da una serie di blocchi che granulometricamente parlando vanno da dimensioni metriche (al top), fino a centimetriche (al bottom), tenuti allegramente insieme da un bagnaticcio pastone di argilla o se preferite dalla puzzolente mano della morte. Detto luogo verrà pertanto chiamato in seguito pozzo del vomito. Mentre armo l'ultimo saltino con la paura che mi scende fin quasi nelle mutande, M. Marantonio e Jo si cacciano nel meandro sotto di me che continua. Bisogna solo rompere un po', tanto per cambiare. Si scende un altro pozzetto, quindi R. Antonini si infila nel meandro seguente, oltrepassa una strettoia e si affaccia su un imponente pozzo stimato 40-50 metri.

Decidiamo che per ora basta così, abbiamo fatto il pieno di emozioni e, c'è da dire, di ogni genere. Bella grotta in alcuni tratti, mortale sotto la frana e fastidiosa in uscita per gli innumerevoli passaggi stretti nei pozzi e nei meandri. La posizione dell'ingresso è buona (settore nord orientale della conca delle Carsene) e inoltre dalla direzione globale dell'abisso si intuisce che potrebbe congiungersi con l'amonte della galleria della giunzione Straldi-Cappa. Sono supposizioni ovviamente.

Giorni dopo ho rivisto Jo Lamboglia che mi ha fatto vedere il rilievo del Valmar: continua con un pozzo da 40, uno da 72, enorme, ed un altro di una quindicina di metri che chiude su frana ameno 350. Resta da vedere, cento metri sopra, una grossa condotta sottopressione, con "beaucoup d'air".

 


Ancora all'Omo

U. Lovera


Periodicamente il GSP si scontra con il Garb dell'Omo inf, cavità molto articolata situata nella Valdinferno (Garessio) e che si sviluppa per circa 1,5 km, raggiungendo la profondità massima di 144 m. L'idea generalizzata di insistere su questo abisso è che i tratti conosciuti rappresentano solo una minima parte di quello che ci potrebbe essere Spinti da questa convinzione, negli ultimi anni si è applicato uno sforzo esplorativo notevole, senza tuttavia giungere fino ad ora a risultati che appagassero i sacrifici fatti Ultimamente l'impegno è davvero stato notevole, soprattutto per un gruppo come il nostro che stenta spesso a organizzarsi, si sono stesi centinaia di metri di filo elettrico e di cavo telefonico, e si sono passate centinaia di ore-uomo a scavare e a disostruire, poi si è passati al di là e si sono iniziate le risalite, poi l'estate ha fatto sospendere le attività, che riprenderanno in autunno.

E per la centesima volta vi narrerò dell'Omo inf., allo scopo di aggiornarvi sulle punte più recenti e nel contempo comporre ancora una volta, come dice una affezionata lettrice, l'articolo più stupido del bollettino.

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Eravamo rimasti al punto in cui ad aleatori tentativi risalitori si contrapponevano ben più concrete squadre di scavo: era primavera e mentre le risalite Ribaldone chiudevano con una graziosa galleria concrezionata, il sifonetto di sabbia sull'"a monte" del reseau continuava a svuotarsi. "Da questo punto dovrebbero venire le prossime note liete...", scrissi; già la settimana successiva una équipe di energici disostruttori dotata di cavo, generatore, Makita ecc., dava una svolta decisiva ai lavori. La settimana successiva coloro che con alcuni rapidi ritocchi avrebbero dovuto avere l'onore di avanzare nella galleria, causa il solito guasto al generatore si dovettero accontentare di guardarla da una finestra. Successivamente una squadra inedita superò la fessura tornando con descrizioni fiabesche: condotta concrezionata seguita da una grande forra con fiume.

Ancora dentro Carrieri in risalita, Poppi al rilievo; la grotta decide di salire e a noi non resta che seguirla; ad un primo pozzone segue un secondo; alla sua sommità uno stretto meandro porta tutta l'acqua; scegliamo una via verticale nella speranza di riprendere l'attivo più in alto. 25 metri dopo c'è una sala in frana ma niente acqua. Si procede ancora in alto seguendo l'aria, cambiano risalitore e tecniche: fix dopo fix per 18 m fino ad esaurimento delle batterie.

La punta successiva vede altri 20 metri di risalita ad opera di Adriano sino a fine corda e più in basso, a fianco del meandro attivo, un'ennesima risalita fino ad un'altra grande forra, anche questa da arrampicare.

Ancora una domenica, quella decisiva. Sull'attivo Giovanni dotato di muta tenta in stile salmonato di risalire il meandro: dopo un salto sotto cascata c'è una strettoia: continua ma non è serio. Poco più in alto Manzelli e Fof correggono gli armi delle risalite; ancora più in sù, alla sommità di quello che sta per divenire un P50, Riccardi, l'allievo Ferrain e un ottimo ex speleologo torinese sbarcano in galleria per poi traversare subito un ringiovanimento e risalire ancora pochi saltini per una cinquantina di metri in totale su ambienti concrezionati, grandi, e con una più che discreta corrente d'aria, diretta su in alto verso ingressi bassi. Alla prossima.

Le gallerie al fondo, prima dei nuovi rami (foto A. Eusebio).

 

 

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Il rilievo della grotta delle Vene

C. Balbiano


Presentiamo qui una riduzione molto spinta del rilievo (pianta) della grotta delle Vene. A corredo di esso vengono esposte brevi considerazioni e osservazioni: non uno studio, ma semplicemente note frammentarie su questa cavità, ben nota da tempo, ma sulla quale si è scritto finora pochissimo.

Posizione: Carta IGM 91 Il NO (Viozene)

 

4° 42' 07"

44° 09' 05"; Q. 1550 m.

Dati metrici (riferirsi al rilievo allegato)

1 .Distanze

Parte classica, più "by pass" del 1° sifone

m

900

Gallerie superiori

"

225

Rami di John

"

790

da S1 a S2

"

275

da S2 a S3

"

610

da S3 a S4

"

575

lunghezza di S2

"

20

Sviluppo totale

m

3395

2. Dislivelli

Da ingresso a S1

m

+ 2

Da ingresso al punto più alto (gallerie superiori)

"

+36

da ingresso a sifone di John

"

-23

da ingresso a S2

"

+12

da ingresso a S3

"

+28

da ingresso a S3

non noto

3. Altri dati metrici

Distanza in linea d'aria da ingresso a S4: m. 960 con direzione N 4° est.

Distanza da sifone di John a risorgenza delle Vene: circa m. 40 e dislivello di m. 7.

Rilievo

Benché terminato e disegnato nel 1987, esso è stato fatto un po' alla volta lungo una trentina d'anni da persone diverse.

Per le gallerie a valle di S2 vi hanno collaborato: G. Dematteis e P. Chiesa (1955) per il tratto da S1 a S2; C. Clerici, M. Di Maio, G. Follis, M. Olivetti, M. Sonnino (1967) (questi rilievi erano andati dispersi prima di essere trasferiti in bella copia e si sono potuti utilizzare solo in parte, attingendo alle note originali); A. Eusebio (1981); C. Balbiano, M. Bellisai, L. Magnetti e ex-allievi del corso 1987 (1987); probabilmente altre persone che non sono in grado di ricordare.

Per il tratto oltre al sifone S2, il rilievo ci è stato gentilmente trasmesso dagli speleologi del CSARI (Belgio) che l'hanno fatto nel 1986: rilievo completo fra S2 e S3; solo poligonale della pianta fra S3 e S4.

Un rilievo fatto da più mani e in tempi diversi ha necessariamente delle notevoli imperfezioni. Nel mettere assieme i vari pezzi ho trovato delle discrepanze dovute a normali errori di misura ma anche certamente alla variazione della declinazione magnetica nel tempo. Fortunatamente la poligonale si chiude tante volte e ho potuto ripartire gli errori un po' qua e un po' là.

L'insieme è tutt'altro che perfetto ma credo sia sufficiente per orientarsi nel percorrere la grotta e come aiuto per capirne speleogenesi e morfologia.


Tavola fuori testo

Grotta delle Vene - rilievo

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Nel ramo principale della grotta delle Vene (foto B. Vigna)

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La grotta a monte di S2 è tutta diversa da quella a valle: galleria unica e molto larga, anziché tante gallerie strette e intercomunicanti. Purtroppo nessuno degli attuali membri del GSP ha confidenza coi sifoni, per cui dobbiamo accettare il rilievo così come ce l'hanno dato e dire solo grazie; è verosimile però che i belgi abbiano esplorato il ramo principale trascurando di vedere eventuali diramazioni

Per rendere il disegno più chiaro possibile, i toponimi sono stati ridotti al minimo, sostituendoli in gran parte con numeri, cui si farà riferimento nella descrizione che segue.

Quanto ai sifoni, sono stati segnati coi numeri 1-2-3-4 quelli che si incontrano lungo il percorso principale; nei la grotta ne esistono altri dl cui si parlerà nei capitoli successivi.

Note di idrologia

Attualmente la grotta è dotata di uno strumento automatico per la misurazione delle portate; lo segue Meo Vigna e a tempo opportuno pubblicherà i dati che da molti mesi sta accumulando.

Qui mi limiterò a poche osservazioni abbastanza banali.

Tutti sanno che l'acqua interna delle Vene proviene dai rilievi immediatamente a nord, cioè il Mongioie con le vicine montagne della Brignola, le Colme, ecc.

S'era sempre pensato che le due risorgenze presso l'ingresso (le Vene e le Fuse) fossero entrambe collegate col torrente interno della grotta, e si ipotizzava pertanto una diffluenza sotterranea. Ora, specialmente all'esame del rilievo, sono portato a pensare che solo le Vene costituiscano la risorgenza del torrente interno alla grotta, per i seguenti motivi:

1) Mediante esplorazione, si segue il torrente verso valle fino al sifone dì John, che è una quarantina di metri dall'esterno (punto 55).

2) Nel tratto conosciuto della grotta non si osserva alcuna diffluenza che giustifichi le sue risorgenze separate (anche se è vero che il torrente non è percorribile sempre con continuità).

3) Nessuna galleria, ne attiva ne inattiva, sembra dirigersi verso le Fuse

4) Le caratteristiche chimiche delle due risorgenze, secondo le analisi fatte da Meo, sono molto diverse e farebbero pensare a due sistemi indipendenti.

Probabile quindi che la famosa diffluenza, se esiste, sia a monte della grotta conosciuta. Più facile però immaginare due sistemi carsici indipendenti fin dalla loro origine nei quali, in condizioni di carico idrico, parte dell'acqua di uno si riversa nell'altro.

La struttura della grotta è favorevole alla formazione di diffluenze, e infatti, già nel tratti esplorati, se ne osservano due (senza contare tutte quelle da tempo inattive):

A) Fra S1 e S2 esiste un sifone (senza nome, fra i punti 77 e 76) che in condizione di carico non può smaltire tutta l'acqua, la quale si riversa quindi nella galleria semiattiva 79-78-73.

B) Analogamente sembra che nelle parti più basse del ramo di John possa esistere, in condizioni di carico, una diffluenza al punto 54; l'acqua diffluita si smaltirebbe attraverso uno stretto sifone localizzato presso il punto 58; questo, in condizioni normali, sembra già smaltire le modeste portate provenienti dal ramo di John ovest. L'acqua di questo sifone raggiunge probabilmente la risorgenza delle Vene per vie sconosciute. Comunque questa ipotesi è da verificare; occorre una visita quando c'è tanta acqua.

Qualche osservazione morfologica

Le presenti osservazioni sono relative alla grotta che sta a valle di S2, non conoscendo niente di ciò che sta a monte.

Le gallerie appartengono per lo più a due sistemi, l'uno E-O, l'altro NNE-SSO; generalmente sono impostate in diaclasi subverticali e giunti di strato. La presenza di tante gallerie vicine e idrologicamente attive nello stesso tempo, dovrebbe essere indizio di azioni distensive della roccia, dovute a ragioni tettoniche.

Non credo che l'effetto "versante", in questo caso, abbia influenza sulla formazione delle gallerie; si osservano, è vero, recenti fratture dovute a detto effetto, specie nelle parti più vicine all'esterno, ma il sistema di gallerie parallele al versante, cioè E-O, è antico e senz'altro dovuto a diaclasi d'origine tettonica.

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Un altro fattore che predispone in questo senso è la grande variabilità delle portate. Alle Vene la portata in magra è di 30 l/s, ma nelle piene si arriva a qualche mc/sec. Gallerie larghe pochi decimetri sono perfettamente compatibili con le portate in magra, ma non con le piene; queste provocano un rigurgito a monte e un aumento del livello piezometrico; l'eccedenza d'acqua si sfoga perciò su qualsiasi altra fessura soggetta a facile allargamento.

Correnti d'aria

La grotta delle Vene, quanto all'aria, funziona da ingresso basso. Non è però che l'ingresso alto corrispondente vada cercato sul Mongioie, non fosse altro perché i sifoni sbarrano la corsa dell'aria. È probabile che l'ingresso, anzi gli ingressi alti, siano fori più o meno grandi presenti sulle pareti che sovrastano direttamente la grotta, dove certo le battute sono difficili, ma dove non è escluso che esistano possibilità di accesso a ipotetiche gallerie a quota più alta, della cui probabile esistenza accennavo al paragrafo precedente.

Prospettive per l'esplorazione

L'istinto naturale porta lo speleologo a cercare i proseguimenti in due settori:

a. Nuove gallerie inattive sopra la parte nota. Ho detto in precedenza che queste gallerie probabilmente esistono. Però, almeno dall'interno, le ricerche fatte finora sono state, credo, abbastanza meticolose e non è facile trovare novità. Meno difficile forse reperirle dall'esterno, anche se si tratta di fare le battute in parete. Forse tali gallerie esistono anche in partenza dal ramo principale oltre S2; infatti non credo che i belgi del CSARI abbiano fatto ricerche meticolose, preoccupati piuttosto di andare avanti nel ramo attivo. Passare al di là del sifone non è certo impresa per tutti, senz'altro non è per me; ma sembra comunque che, pur trattandosi di un sifone, sia particolarmente facile.

b. Collegamento fra grotta delle Vene e zona di assorbimento. Se si affronta il problema dal basso, si tratta odi superare l'S4 di cui non sappiamo nulla, oppure di capitarvi al di là tramite le gallerie fossili cui accennavo prima. In questo caso ci vuole veramente molta fortuna. Tutto però lascia ritenere che dopo l'S4 esistano S5, S6, ecc., per motivi cui non accenno in questa sede. Forse è più proficuo affrontare il problema dall'alto e questa è una scelta che già ha fatto il GSP nella campagna '87 al Mongioie. Per ora i risultati sono modesti ma incoraggianti; auguriamoci di avere in futuro anche un po' di fortuna.

 

 

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Alburni '88

F. Bellucci, I. Giulivo, L. Pelella, A. Santo

(GS CAI Napoli, A.I.R.E.S.)


Premessa

La storia speleologica dell'altopiano dei M. Alburni risale all'inizio degli anni 60 quando la S.A.G. (C.A.I. Trieste) scopriva l'esistenza di un ricco patrimonio carsico, esplorato e studiato per più di dieci anni consecutivi. Alla fine degli anni '70 invece l'attività subisce un calo anche perché i vari gruppi operanti sull'Alburno lavorano in modo disorganico e poco produttivo.

Solo recentemente, grazie alla fusione dei tre gruppi più attivi (C.A.I. Napoli, G.S.M., G.S.D) nell'A.I.R.E.S. (Associazione Intergruppi Ricerche ed Esplorazioni Speleologiche), è stato possibile riorganizzare e riprendere con nuovo vigore il lavoro precedentemente svolto. I primi risultati sono rappresentati dall'individuazione di nuove aree carsiche, dall'approfondimento di precedenti esplorazioni e dalla definizione di un primo grossolano schema di circolazione idrica sottoterra.

La vastità del fenomeno, la gran mole di lavoro esplorativo, da svolgere preferenzialmente in periodi di magra, ma soprattutto, la voglia di un incontro tra "Savoia" e "Borboni" hanno portato all'incontro speleologico tenutosi in agosto.

Cenni di carsismo

Il massiccio dell'Alburno con la sua estensione areale di circa 400 kmq presenta vistose forme carsiche superficiali e circa 220 cavità catastate, che nell'insieme si sviluppano per più di 10 km di dislivello e per oltre 30 km di sviluppo.

La maggior parte di queste grotte si apre sull'altopiano e costituisce degli inghiottitoi attivi la cui genesi è fortemente condizionata dalla presenza di estese coperture flyschoidi impermeabili; queste ultime infatti concentrano grossi quantitativi di acqua verso pareti di faglia calcaree, dove l'acqua si inabissa facilmente formando, talvolta, spettacolari ingressi. Una delle aree più importanti dal punto di vista speleogenetico è quella che comprende le località "Sicchitiello" ed i "Piani di S. Maria" dove si aprono alcuni dei più profondi inghiottitoi del massiccio e dove è stato concentrato il lavoro di questo campo speleologico.

Mediante la trasposizione delle piante delle grotte sulla poligonale esterna dei principali ingressi (vedi figura) si è configurata la possibile esistenza di comunicazioni tra alcuni importanti condotti carsici: p. es. Grava del Fumo-Inghiottitoio III dei Piani di S. Maria; Inghiottitoio I-Inghiottitoio III dei P. di S. Maria che confluiscono tutti verso il collettore basale del sistema Sicchitiello-S. Maria.

Le prove di colorazione eseguite hanno di fatto accertato queste confluenze e sopratutto hanno definitivamente dimostrato che il collettore basale ha come recapito naturale la risorgenza dell'Auso presso S. Angelo.

Attività al campo

Veniamo ora alla parte esplorativa: alla fine di luglio ci ritroviamo al casone di S. Angelo noi del C.A.I. Napoli, il G.S.M., il G.S.D. e Meo, avanguardia della colonna torinese, con moglie e figlia; molti ci raggiungeranno nella seconda settimana di agosto reduci dal campo del soccorso in Arnetola. La prima settimana passa cercando di finire parte del lavoro precedentemente cominciato: rilievo della parte finale e disarmo della Grava di Maria; rilievo della galleria della Grotta del Falco, revisione di altre grave poco conosciute e discesa ai Vitelli per far foto tentando di by-passare in alto la strettoia terminale.

È proprio in quest'occasione che Italo, "spinto" da Lucio, Meo e Michele, riesce a forzare la seconda fatidica strettoia che per ben sei mesi aveva bloccato le esplorazioni; bisogna però tornarci anche perché al di là è indispensabile l'uso della muta. Le punte successive (Italo, Lucio e Meo) ci porteranno in un sistema di condotti freatici (con portata stimata di circa 10 l/sec.) esplorati per circa un chilometro e rilevati per oltre 500 metri. Intanto i "Vitelli" non

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finiscono di stupire: Tonino, Massimo ed Umberto infatti risalgono un ramo alto esplorando e rilevandolo per circa 500 metri.

Nel frattempo sono giunti al campo gli altri torinesi, i milanesi ed i forlivesi e si può finalmente dare il via al programma: i milanesi vanno in avanscoperta alla Grava del Fumo dove posizionano i fluorocaptori per verificare eventuali comunicazioni con la Grava dei Vitelli, in cui era stata contemporaneamente disciolta la fluorescina; una squadra mista scende all'inghiottitoio III dei p .di S. Maria per mettere altri fluorocaptori e per provare la risalita a monte del collettore, ma le difficoltà incontrate da Lucio e Pierangelo (superamento di un primo laghetto con partenza dal canotto sotto cascata) renderanno necessaria un'altra punta "professionale" non solo perché eseguita dai dottori Ugo e Beppe, ma perché attrezzata con canotto, mute, trapano e staffe. Nel contempo, Ube, Lucio e Meo sciolgono 5 kg di fluorescina alla Grava del Fumo dove la portata è stimata di circa 10 l/sec. In contemporanea un'altra squadra (Francesca, Maria, Italo e Maurizio) va avanti al "Fumo" fino a che i tre canotti reggono e fino a quando un lago lungo, profondo e non superabile in alto li ferma; si torna indietro camminando alti nella bellissima galleria e si riescono a superare tutti i laghetti ma proprio alla base del P.120 bisogna andare a bagno; la seconda punta (Francesca, Maria, Chiocchino ed Elio) supera il lago lungo (50 m), un P.9 con cascata e si ferma senza il materiale da armo sul maestoso P.80 perfettamente rotondo e levigato.

Il mistero della comunicazione "via speleologo" tra il "Fumo" e "S. Maria" non è stato quindi umanamente accertato.

I torinesi intanto, spinti dal desiderio di esplorare e soprattutto spinti dall'"aria che soffia", decidono di armare le Grave I e Il del Confine per verificarne il fondo, e si lanciano in battute che non danno risultati se non un pozzone chiuso a -50.

Infine i giovani corsisti del C.A.I. Napoli cominciano le esplorazioni ed i rilievi della Grotta Milano e dell'Inghiottitoio di Mastropeppe.

In definitiva il campo estivo sugli Alburni ha avuto un buon esito: sono state accertate comunicazioni tra vari condotti e contemporaneamente sono state aperte nuove prospettive esplorative. Da non dimenticare poi la proiezione di diapositive organizzata da Pino nel campo sportivo di S. Angelo che ha suscitato molta curiosità e che ha permesso di portare avanti un discorso di sensibilizzazione con gli amministratori locali.

Schemino riassuntivo della genesi degli inghiottitoi (fossili e attivi) sul massiccio dei M. Alburni (da A. Santo, 1988).

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Conclusioni

L'approfondimento della ricerca e dell'esplorazione sui M. Alburni non fa altro che confermare l'importanza ed il ruolo di questo complesso carsico a livello nazionale.

Il ritrovamento di nuove cavità (Grava di Maria -220, Pozzo Mo Tà Tà -100, Grava dei Cinghiali -130) l'approfondimento di altre già conosciute ed esplorate dai triestini negli anni 60 (Grava Stretta -120, Grava dei Vitelli -300, Grotta del Falco -150), e l'esistenza di un potenziale -900 come dimostrano le prove di colorazione eseguite (Complesso Fumo -S. Maria - Auso), sono solo una parte di quello che ancora si nasconde nell'Alburno. La possibilità di assemblare la ricerca e l'esplorazione in un unico contesto operativo esiste, la stiamo portando avanti e la possiamo accelerare con iniziative efficaci, quali quella del campo intergruppi di quest'anno. Certo non si può pretendere di scoprire "speleologicamente" l'Alburno al primo approccio, ma conoscendolo bene la sorpresa è sempre dietro l'angolo.

Qui al Sud anche le montagne sono "calde"!

E allora, cosa aspettate? Ci rivediamo tutti la prossima estate?

 


Relazione del campo

Meo Vigna


Il GSP è sempre stato per tradizione un gruppo un po' provinciale in fatto di campi estivi, che in gran parte si sono svolti sul Marguareis o zone limitrofe; soltanto poche volte si è osato spingersi al di fuori dei confini del Monregalese. Nel 1985 finalmente si sono riaperte le frontiere per la spedizione in Austria insieme agli Imperiesi, a cercar gloria sui piovosi altopiani dell'Hagengebirge.

Proprio lassù, in mezzo alla nebbia e alla neve, si è iniziato a sognare un campo estivo un po' diverso, dove la temperatura delle grotte fosse un po' meno rigida e le notti un po' meno umide. Negli anni successivi una serie di puntate verso i paesi del Sud da parte di Ube, Maria, Giampiero e compagni concretizzarono la cosa. Le notizie giunte a Torino parlavano dell'esistenza di un massiccio, quello dei Monti Alburni, con luoghi da favola, con grotte meravigliose e molto lavoro ancora da svolgere.

Viene così deciso un campo in Meridione, anche se qualcuno, non cedendo alle tentazioni, preferisce ancora una volta rifugiarsi sul grande Marguareis. Anch'io, accanito sostenitore della speleologia monregalese, mi lascio convincere (complice anche la figlioletta di pochi mesi) e decido di andare a vedere se è vero che esistono posti più belli della Val Corsaglia; carico la capiente Opel di corde e pannolini e parto.

Quest'anno gli Alburni sono di moda: nella prima settimana di agosto giungeranno sul massiccio più di 60 speleologi provenienti, oltre che da Torino e Napoli, anche da Milano, Verona, Bari, Avellino, Taranto, Martina Franca, ecc.

Il campo del GSP viene montato ad alcune centinaia di metri dal Casone dell'Ausineto, dove soggiornano i diversi gruppi dell'AIRES, in una serie di radure, in prossimità della Grava dell'Auletta. Le battute e le esplorazioni saranno svolte da squadre miste senza nessuna distinzione tra i diversi gruppi.

I primi giorni sono utilizzati per conoscere la zona. Tonino, Italo, Nino, Lucio ci accompagnano in giro mostrandoci i principali ingressi e fornendoci un quadro abbastanza dettagliato sul carsismo dell'intero massiccio e sul lavoro finora svolto.

Domenica 1 agosto, Nino, Tonino, Meo ed altri vanno in battuta nella zona Le Brecce, dove vengono scesi e rilevati una serie di brevi pozzi. Nel pomeriggio si scava al fondo di un grosso inghiottitoio localizzato in prossimità del Casone. Una strettoia con forte corrente d'aria fa sognare una dozzina di persone, ma le illusioni si infrangono su una successiva frana. Risalendo Meo e Andrea scoprono sotto il pozzo di ingresso una bella galleria di circa 30 m chiusa al fondo da concrezioni.

Lunedì 2, si fanno battute nella zona dell'Auletta senza trovare nulla di buono.

Il 3, entrano nella Grava dei Vitelli due squadre la prima inizia una serie di risalite sul vecchio fondo (-150); la seconda composta da Italo, Michele, Lucio e Meo raggiunge l'ultimo pozzo (-260) ed inizia una serie di traversate per cercare ulteriori prosecuzioni Prima viene scoperta una bellissima saletta chiusa da concrezioni, poi nella parte finale Italo riesce, strisciando per circa 30 metri in strettoie allagate, a raggiungere una bella condotta interrotta da un P15

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L'ingresso della Grava del Confine I (foto B. Vigna)

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L'indomani è giornata di riposo sia per i grottaioli e sia per gli ultimi arrivati da Torino e Pinerolo.

Giovedì 4, vanno in battuta Pino, Carla, Patrizia, Pigi, Meo, Mauro, Sandra ed altri, nella zona di Serra Carpineto senza scoprire nulla di buono. Italo, Michele e Lucio esplorano ai Vitelli circa 1 km di nuove gallerie, rilevandone oltre 500 metri, e si fermano su. Condotte. Le punte saranno quindi sospese e rimandate all'autunno per aspettare tutti gli altri esploratori di questa stupenda cavità.

Venerdì 5, Manzo, Carla, Cristina e Marco disostruiscono un pozzetto nella zona dell'Auletta, scendono un P7 fino ad una bella sala chiusa al fondo da concrezioni. Pigi, Mauro, Carlo e Sandra battono il versante meridionale della Conca dell'Aresta scoprendo una serie di brevi pozzi. Nel pomeriggio si apre una cavità con forte corrente d'aria, chiusa dopo una decina di metri, localizzata in vicinanza della Grava del Confine Il, che Carlo, Meo, Pigi, Mauro e Nino iniziano ad armare fino ad una profondità di circa -120 Serata di gran gala al Casone, dove è stato organizzato dai gruppi dell'AIRES (Nino e ragazze) un mega party.

Sabato 6, Carlo, Meo e Patrizia vanno in battuta nel vallone settentrionale dell'Aresta, mentre Manzo e compagni scendono al fondo della Grava dell'Auletta senza trovare nulla di buono.

La domenica arrivano i partecipanti del campo del soccorso in Arnetola e altri piemontesi. Solito pellegrinaggio agli ingressi del Fumo e di Fra Gentile.

Lunedì 8 hanno inizio le grandi manovre. All'Inghiottitoio III della Piana S Maria una squadra composta da Ube, Meo, Carlo, Pierangelo e Lucio raggiunge il collettore finale (-400) e tenta la risalita verso monte. Il Napoletano di Torino e il suo degno compagno compiono acrobazie sul canotto per superare una cascata di 2 metri posta tra due profondi laghi: senza chiodi e staffe sono costretti a rinunciare. Alla Grava del Fumo, Maurizio, Maria, Francesca e Italo scendono con due canotti lungo il collettore ma fanno naufragio in prossimità del P80. Ritorno rocambolesco con bagni e traversi su scivolosissime cengie. All'Inghiottitoio I del Piano S Maria, Andrea, Elio, Marco, Carla, Cristina e Alessandra iniziano l'armo fino alla rottura dell'unico pianta-spit. Alla Grava del Confine II continuano l'armo Adriano, Fof, Enrico e Stefano; i due più magri raggiungono il fondo, che viene superato dal Veronese attraverso una strettoia allagata, che però dopo 50 m chiude definitivamente su sifone. All'uscita notturna i due orientali si perdono e bivaccano in foresta.

Martedì 9, verso le prime luci dell'alba tutte le squadre sono rientrate al campo, o quasi. Nel pomeriggio tutti al fiume a lavare panni e discensori.

Mercoledì all'Inghiottitoio I PS Maria ritorna la squadra dei giorni precedenti rinforzata da Marilia e Patrizia Viene raggiunto il fondo (-250) ed esplorata una serie di pozzi che ricadono sulla via vecchia. Si segue la frattura finale verso l'Inghiottitoio III arrestandosi su strettoia Alla Grava del Confine II, Ube entra solo ed esce accompagnato da tre bei sacchi da punta ricolmi di materiale. Alla Grava del Confine I, Pigi, Mauro, Daniele, Sandra e Felice continuano l'armo fino sull'ultimo pozzo All'"Ingoio Triste", pozzo scoperto dai Veronesi nei giorni precedenti (persi nelle faggete dell'Auro Fuso), scendono Enrico, Stefano, Fof e Spassulin, per oltre 50 metri, poi una strettoia preclude ogni prosecuzione Sul versante settentrionale dei Piani di S Maria, Meo, Carlo, Walter e Tonino scoprono uno stretto inghiottito io fossile che percorrono per oltre 50 m fino ad una fessura allargabile, mentre Beppe, Ugo, Francesca e Chiocchino scendono un P50, chiuso, e trovano una serie di altri grossi pozzi, localizzati nella zona a monte della Grava del Serrone

Giovedì 11 scendono nella Grava del Confine I Walter, Carlo e Meo, che al fondo scoprono una serie di condotte percorse da una violenta corrente d'aria, ma che troppo presto (circa 30 m) diventano intransitabili (strettoia al fondo lunga 5 m, forse passabile da una persona molto magra) Vengono risaliti ancora alcuni camini, senza trovare nulla di buono.

Proiezioni in pianta delle cavità interessate alle prove di colorazione e di cui è stata accertata la comunicazione.

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Schema idrogeologico del massiccio dei M. Alburni. A) acquiferi carsici, B) rocce impermeabili o semi-permeabili, C) sorgenti principali, D) collegamenti accertati con traccianti, E) linee di deflusso. Sorgenti: 1. dell'Auso; 2. di Castelcivita; 3. del basso Tanagro 4. di Pertosa.

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All'Inghiottitoio III P.S. Maria raggiungono di nuovo il collettore Ube, Adriano Ugo, Beppe e Paola (che si ferma sul P70); vengono immessi 5 kg di fluorescina, mentre Ugo riesce ad arrivare sul sifone a monte e a risalire per circa 8 m lungo una fangosa spaccatura in direzione della Grava del Fumo, non oltrepassando però il limite dei Triestini Beppe rischia il congelamento a bagno tra due laghi mentre attende il Padovano All'Inghiottitoio I P.S. Maria scendono invece Pierangelo e Maurizio che al fondo compiono una lunga risalita (70-80 m) chiusa poi da concrezione. La cavità viene poi disarmata. Ritornano al Pozzo delle Scoile per il rilievo e foto Pigi, Mauro, Sandra, Silvia e Daniele, mentre Fof, Spassulin, Stefano ed Enrico battono nella zona Valle della Tacca.

Venerdì 12 è giornata di svacco e lavaggio al fiume.

Sabato 13, al "Nardini" Pierangelo e due Napoletani riescono a forzare il fondo con una disostruzione molto persuasiva; la grotta prosegue sempre stretta Beppe, Walter e Meo vanno in battuta nella zona del Sicchitello senza trovare nulla di buono.

Domenica 14, è l'ultimo giorno di attività Alla Grava del Confine I vanno Carlo, Ube, Fof, Paola e Meo; i primi due iniziano una risalita su un largo meandro a -150, dove la cavità cambia completamente morfologia, fino a quando le batterie del perforatore non si esauriscono dopo aver piantato ben 6 fix; gli altri scendono facendo foto. Alla Grava del Fumo Maria, Francesca, Elio, Beppe e Chiocchino armano una serie di traversi fino al P80 che ora si può raggiungere con relativa facilità senza bisogno di canotti All'abisso Mandini scendono per il disarmo Marilia e Daniela, ma esso per motivi tecnici verrà completato il giorno seguente sempre dalle stesse persone.

Tra le giornate di lunedì e martedì il campo viene smontato, e si torna a casa o al Marguareis.

Hanno partecipato al campo, in ordine di arrivo: Meo Vigna con Margherita e Brunella, Pier Luigi Trova (Pigi), Silvia Faure, Mauro Galliano, Sandra Garnero, Andrea Manzelli (Manzo) e Carla, Cristina Rolle, Marco Naretto, Carlo Curti, Patrizia Cannonito, Pierangelo Terranova, Marilia Campaiola e Pruel, Maria Dematteis, Franco Cuccu (Fof), Paola Torta, Ube Lovera, Enzo Martiello (Spassulin), Daniele Grossato, Elio Pesci, Alessandra Masino, Adriano Cerovetti, Daniela Enrici Baion, Walter Segir e famiglia, Beppe Giovine e famiglia, Enzo Castrovilli del GSP; Maurizio, Mariacarla, Morghen, Dario e famiglia del GG Milano; Ugo Vacca e Patrizia di Chioggia; Enrico Chionento e Stefano "Tetari" del CAI Verona, più tutti gli speleo dei gruppi dell'AIRES.

Scendendo nella Grava del Confine I, il 2° pozzo (B. Vigna).

 

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La Grava del Fumo

M. Dematteis


Introduzione: La parte nota

Intorno alla grotta è pieno di mucche.

L'ingresso della grotta è nella merda.

E mentre il primo tratto del ripido meandro che porta a meno cento è fornito di un elegante armo fuori dall'acqua, nel tratto successivo l'armo torna nella merda (passaggi di 7 + per evitare laghetti nei quali si potrebbe tranquillamente camminare, se fossero pieni d'acqua, di chinotto o, magari, vuoti).

La merda finisce tre o quattro pozzetti dopo, mentre il ripido meandro continua, a salti, fino all'ingresso del P112 (Maurizio ridacchia. è fiero della sua creatura, un cambio a -1, pestilenziale per chi scende e degno dei più sentiti sacramenti da parte di chi sale).

Il pozzone è grandiosamente scavato lungo una frattura, e si triparte negli ultimi quaranta metri: una via arriva sul collettore. a monte, tra due sifoni; una via in mezzo ad un lago e un'altra, a valle, sul greto del torrente.

La via armata è quella che arriva sul greto del torrente (che siamo scemi lo dimostreremo dopo). Siamo a -212 metri dall'ingresso, a 835 metri s.l.m. e 635 m sopra la risorgenza.

Tema: La parte notata

Sul collettore gonfiamo subito i canotti e, dopo pochi metri, incontriamo il primo lago, poi il secondo e così via. Portiamo i canotti sottobraccio sulle pietre scivolose tra un lago e l'altro. Quattro o cinque volte il torrente scompare in saltini umidi e bui, armati sul bordo di cascatelle.

Superiamo il limite raggiunto dalla punta precedente, troviamo laghi a noi sconosciuti, colate di concrezioni bianche e sale sospese, altre pietre scivolose. Continuiamo a salire e scendere dai nostri canotti fino a quando, in un laghetto da fotografia, abbandoniamo un canotto bucato. Su di una cengia bianca, e man mano più alta, qualcuno pianta uno spit. Si sta appollaiati, l'umido intorpidisce e fa sembrare pericoloso ogni movimento, la parete di fronte è lavorata a piccoli scallops bianchi con contorni neri: si disperdono a destra, a sinistra e in alto, come una tappezzeria finto-marmo.

Il freddo e queste contemplazioni ci suggeriscono di lasciare anche il secondo canotto, pensiamo che convenga risparmiarlo per il ritorno. Lasciamo la cengia ad uno ad uno, scendendo finiamo a lambire la solita cascatella, sembra un dispetto. E non è l'ultimo: pochi scivolosi metri dopo incontriamo ancora un lago.

Ci prepariamo un the, appollaiati su quattro cengie, avarie altezze, la grotta è molto buia, le pareti sono nere, sotto scorre l'immancabile torrente e poi c'è il lago, apparentemente senza fine: lungo e curvo. Ci abbiamo messo otto ore ad arrivare lì, e siamo sempre più preoccupati per il ritorno con un solo canotto. Siamo in un punto assolutamente inconcludente, non è la fine né l'inizio di niente, solo del nostro andare. Sulla via del ritorno, al di là del primo lago, Maurizio buca anche l'altro canotto, io e Italo ci guardiamo, sulla sponda sbagliata: per arrivare nei regni dell'aldilà occorre attraversare un fiume, ma è difficilissimo tornare indietro.

Iniziamo ad arrampicare, e siamo anche veloci, ansiosi di scoprire davanti a quale lago si infrangeranno le nostre speranze. Alla fine delle arrampicate c'è un autoscatto: Francesca, Maurizio, Italo e io, i primi speleologi che hanno percorso il collettore senza canotti, sorridiamo, siamo sicuri di essere salvi. Con un paio di passaggi artistici superiamo gli ultimi due laghi, ci bagniamo fino all'imbrago, ma è un prezzo stracciato. In un'ora siamo fuori, ci abbiamo messo 4 ore in tutto.

La punta successiva siamo più furbi: ci portiamo un canotto robusto, che contiamo di usare poco, e svariati metri di corda, coi quali armeremo le vie di arrampicata "aperte" la volta precedente. Superiamo con il canotto i primi due laghi e poi ci dividiamo: una squadra nautica davanti, per andare ad armare il P80, una squadra appiedata dietro che armerà le arrampicate e, laghi permettendo, raggiungerà la prima. Il lago che ci ha fermati la volta scorsa è l'ulti-

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Il P20 della Grava del Confine I (foto B. Vigna).

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mo prima del P80. E lungo 50 metri e fa una curva, restringendosi nel mezzo. Per arrivare al di là, occorre attraversarlo, ma è difficilissimo ritornare. Il canotto si incastra a metà lago, così occorre un traghettatore che lo riconduca indietro. Il lago finisce in una cascata ed è dai bordi taglienti di una profonda marmitta che si inizia l'armo per scendere. La corrente è lentissima, c'è un pezzetto di carta che galleggia, gira e gira in cerchi sempre più ampi e poi sempre più stretti e gira e la cascata non lo acchiappa mai.

Finito l'armo beviamo un the, appollaiati sulle solite cengie, chi in alto, chi in basso. Francesca è finita sotto la cascata mentre armava, Elio è caduto nel lago mentre recuperava il canotto, io ho gli scarponi e quindi sono bagnata fino alle ginocchia, Beppe Giovine ha i piedi a bagno, Chiocchino è un laiano, ma asciutto.

In conclusione siamo Francesca e io, le Squassino dei poveri, a decidere di proseguire e a trovare il P80.

C'è un enorme terrazzo scivoloso, poi il pozzo, circolare enorme e buio.

Stiamo un po' lì a guardare giù.

Epilogo: e laggiù, cosa ci sarà?

Lo vorremmo davvero vedere, cosa c'è laggiù, ma siamo Squassino povere e per questa volta possiamo solo ritornare. Laggiù c'è un pozzo da ottanta, tre o quattrocento metri, di pietre scivolose e laghi e poi un fondo; una frana, un sifone lo sa! Questo dice la relazione dei triestini, ma vederlo non è come sentirlo raccontare.

Note tecniche, materiali, bibliografia

La Grava del Fumo è un inghiottitoio attivo, si apre a quota 1047 sull'altopiano dell'Alburno, a poca distanza dal "casone dell'Aresta".

La parte "notata" della grotta si compone di circa 750 metri di collettore inframmezzati da alcuni saltini, un P80, altri 300 metri di collettore; dovrebbe finire in un sifone, a -380 dall'ingresso. Sul collettore si incontra il torrente, con una portata che varia dai 10 l/s in magra fino a superare i 200 l/s in piena. L 'acqua esce dalle risorgenze dell'Auso, nel fiume Calore presso S. Angelo a Fasanella.

Durante l'estate sono state fatte nella grotta 3 punte: una di armo del tratto verticale e di parte del collettore e in seguito le due sopra descritte. Queste tre punte sono state, per quanto riguarda la parte del collettore, le prime dopo le esplorazioni triestine del 1966.

Per la bibliografia vedere: Atti e Memorie della Commissione Grotte Eugenio Boegan, vol. II-1962; voi. V-1965; vol. VI-1966.

 

 

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Dal Sud-America

G. Badino


Sono tornato in Brasile per due mesi, dalla metà di luglio a quella di settembre. Non molte le grotte che ho fatto a causa della mancanza di tempo, ma molta la speleologia che ho conosciuto laggiù. Elenco varie cose, riservando il grosso all'articolo su Sao Vicente.

Congresso della Speleologia dell'America Latina e del Caribe

Non sono un frequentatore di congressi e così non posso raffrontarlo alla norma; in più ne ho visto solo lo sbaraccare essendo arrivato negli ultimi due giorni: ma mi è sembrato noioso come tutti quelli che ho visto, tesi a far subire ad un uditorio in genere poco interessato relazioni in genere specialistiche.

Ben altra cosa sono quelli più audiovisivi e d'incontro (Phantaspeleo, per intenderci): è un'esperienza di più che conferma la necessità di una tendenza.

Dibattutissimi i problemi di salvaguardia delle caverne ed in genere dei parchi naturali, argomenti estremamente di moda in quel paese. Ampie poi le discussioni sulle organizzazioni catastali ed in genere dei problemi organizzativi: problemi molto sensati per la situazione di prima crescita che sta vivendo la speleologia latino-americana, ma di cui a me non importava nulla.

Da parte mia ho fatto subire ad un uditorio simile a quello che due anni fa mi aveva sopportato per otto ore al congresso della Sociedade Brasileira de Espeleologia, l'ennesima proiezione di diapositive di speleologia glaciale: le prime volte fanno un effettone.

Al congresso ho pure contrabbandato una enorme quantità di materiali speleologici (una barella, moschettoni, bloccanti e beccucci) perché laggiù la necessità di materiali è molto grande.

Ottimo è stato conoscere alcune persone che, da sole, pagavano il viaggio. Prima di tutto C. Chabert, ma pure A. Eraso e l'incredibile fondatore della speleologia cubana, A. N. Jimenez, autore di una perla di libro dal titolo "Geografia y espeleologia en revolution" dedicato all'importanza, notevole, che hanno avuto speleologi e grotte nella rivoluzione cubana.

La rappresentanza italiana non era limitata a me: c'era purtroppo anche Paolo Forti e purtroppo non sono riuscito a bloccarlo definitivamente in qualche sperduta regione dell'Amazzonia. Perdonate.

In Argentina

Al Congresso di Belo Horizonte ho conosciuto uno dei rari speleologi di quel paese, Edgardo Avaca di Cordoba che mi ha invitato ad andarli a trovare.

Un mese dopo mi metto in viaggio, sostando dopo dieci ore di pullman a Curitiba, nel Sud del Brasile, per un paio di giorni a motivo di Public Relation. Proietto le diapositive appena fatte della spedizione a Sao Vicente e quelle di speleologia glaciale al locale gruppo grotte: le prime volte colpiscono molto, sapete.

Poi proseguo: è un attimo, in sole trenta ore di pullman incessante arrivo a Buenos Aires e alle dieci di uno stravolto mattino telefono a tal Lipps, che non conosco ma del quale Edgardo mi ha dato nome enumero di telefono. Dopo le prime diffidenze ci sgeliamo e comincio a sperimentare l'ospitalità argentina, veramente enorme. Passiamo il pomeriggio a chiacchierare di grotte e di ghiaccio: il mio obiettivo, sino a quel momento era infatti raggiungere il Hielo Continental, una massa di ghiaccio patagonica di diciassettemila chilometri quadri.

Lui mi dimostra carte alla mano l'assurdità del mio tentativo: ho una settimana e ne occorrerebbero due solo per arrivarci vicino e in più ora c'è neve. Ripiego sulla acquisizione di documentazione che Lipps mi fornisce in gran quantità condita con ancor più vino... La sera gli proietto le diapositive di speleologia glaciale, le prime volte fanno molto effetto. Poi nella notte, carico di doni, via di nuovo in pullman verso Cordoba, dieci ore di viaggio.

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Mi accolgono Edgardo ed un suo amico incredibile, Luiz De Figueredo che fa continuamente foto e registrazioni delle conversazioni più banali. Mi pagano l'hotel, pranzi, cene, giri fra le catene montuose attorno a questa bellissima regione. Mi sfruttano per Public Relation nei confronti delle autorità locali; alla Tv di Cordoba mi fanno pure rilasciare una intervista parlando lo spagnolo che ho imparato in pullman. Speleologo Italiano In Visita A Cordoba: in diretta il presentatore premuroso si preoccupa e chiede se e dove mi hanno portato in giro a vedere i dintorni, mentre sullo schermo gira un film di interni di ghiacciaio del Karakorum; l'ho fatto io, io, ma ora è lì e così mi sembra surreale.

La sera proietto agli speleologi le diapositive della speleologia glaciale, sono entusiasti perché le prime volte tutti le trovano belle.

Poi via di nuovo, dopo aver dato un po' di lezioni di tecnica su corde. Un aereo mi fa saltare venticinque ore di pullman e con sole altre venti torno a casa.

Incontro di tecniche verticali e di soccorso

Dal 3 al 5 settembre ho pilotato un incontro sulle tecniche del soccorso in grotta. Lo scopo non era tanto quello di formare squadre di soccorso laggiù, quanto quello di vedere il livello tecnico dei migliori, istruirli sulle tecniche di progressione su corde e, soprattutto, riuscire a coagulare i più attivi fra gli speleo brasiliani.

La situazione globale è infatti quella di una speleologia concentrata nelle zone ricche, essenzialmente la città di San Paolo e città minori che le orbitano attorno. Le zone carsiche sono a quattro-sei ore dalle case dei principali gruppi grotte, eccetto le zone carsiche totalmente inesplorate dell'interno che sono a più giorni di distanza, al di là della portata della speleologia brasiliana com'è impostata ora.

La maggioranza degli speleologi ha una dimensione ecologico-escursionistica, molto frammentata, poco attrezzata e poco esperta. Il settore "vecchi" è un settore quieto, abbastanza serio ma troppo "morbido" ed inesperto per poter fondare una reale scuola di esploratori. Alcuni dei più giovani, invece, hanno testa e tendenza per fare di più: già hanno cominciato a moltiplicare il numero dei gruppi grotte lamentando che quelli tradizionali sono troppo burocratici, poco esplorativi etc, etc, etc. Invece di fargliene fare un altro li ho attratti al Ranchao della SBE vicino alla grotta di Santana. Una notte di viaggio e poi mattinata di tecniche verticali (sugli alberi), pomeriggio di fondamentali di tecniche di soccorso e di emergenza. L'indomani siamo andati in una grotta di una settantina di metri di profondità, a pozzetti e gallerie e meandri intersecantisi, dove abbiamo fatto otto ore di esercizi. E li abbiamo pure fatti sorprendentemente bene, i venticinque presenti davano del loro meglio, io impedivo che facessero casino e davo dritte. Un piacere.

L'indomani, sopravissuti ad una notte, diciamo così, festosa ancora discussioni e prove. La sera andiamo alcune ore in Santana, ove due di loro estremamente bravi (uno, Armando, è avviato ad essere il futuro coordinatore della vicenda soccorso) stanno facendo grandi risalite. Alcuni si fermano a fare la notte dentro mentre quelli che andranno via l'indomani escono. Il giorno dopo, infatti, me ne vado a fare un paio di giorni di turismo sulla costa mentre il nucleo degli entusiasti dell'incontro appena terminato va in una grossa grotta verticale a provare le tecniche: entrano per stare dieci ore e ce ne stanno trenta, perché scendendo armano male e una corda si taglia a mezzo e uno esce a cercarne un'altra, ma non ne trova etc, etc, etc. Insomma, riescono a sopravvivere alla prima volta che una grotta segnala loro che bisogna armare bene, e di ciò, gli ho detto poi, possono essere soddisfatti.

 

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Sao Vicente

G. Badino


È nel congresso di Belo Horizonte che mi metto a cercare qualcuno che faccia più di semplici gite in grotta, ed incontro Claude Chabert con compagna e Bruno Chaumeton, speleologi parigini. Da ormai quattro anni vengono in Brasile a proseguire le esplorazioni in quella che potrebbe diventare la maggior grotta del Brasile, Sao Vicente.

È sita in quella che è la maggior zona carsica esplorata in Brasile, i calcari primari di Sao Domingo, nel Goyas, nel centro-est del Brasile. Si tratta di plateau calcarei di debole potenza, 100-200 m, vasti, attraversati da torrenti che scorrono sul basamento impermeabile.

In zona ci sono già Sao Mateus ed Angelica, caverne di sviluppo sui 15 km. Sao Vicente è un po' diversa; il fiume che la percorre è enorme, otto metri cubi al secondo in estrema secca (misurato sul serio e in più punti) e pone problemi esplorativi gravissimi. Tant'è che le prime ricognizioni sono dei primi anni '70 ma sinora si è fatto (relativamente) poco.

Il fiume entra in uno spettacolare doppio portale, è seguibile per tre chilometri sino ad una cascata di una quindicina di metri che era il limite esplorativo sino a che i parigini coi brasiliani non son riusciti a superarla l'anno scorso. Prosegue in gran gallerie inondate, con gravi difficoltà per la rapida corrente che trascina verso l'ignoto gli esploratori.

Il fiume riappare a cinque chilometri in linea d'aria in una immensa dolina che si apre nell'arido e boschinoso altopiano: uno sprofondamento lungo un chilometro e largo metà, profondo un centinaio di metri, in fondo al quale, possente, scorre il fiume. Dopo poche centinaia di metri esso rientra dalla parte opposta della dolina in quella che è detta grotta di Sao Vicente 2, lunga circa tre chilometri. Dopo di che il fiume sparisce in sifoni e riemerge poco più in là ormai dalla parte opposta dell'altopiano.

La grotta dalla quale il fiume esce nella dolina è impenetrabile, una enorme frana percorsa da forte corrente d'aria, mentre quella nella quale rientra è comodissima con ampie gallerie nelle quali abbiamo posto un comodo campo. Le gallerie sono fossili d'inverno (Luglio) quando per mesi non piove. Quelli del posto segnalano che la dolina quando ci sono le piene viene completamente inondata, probabilmente per decine di metri d'altezza.

Proprio l'anno scorso Claude, Bruno ed i brasiliani coi quali collaborano abitualmente e cioè quelli del Club Alpino Paulista di San Paolo hanno trovato una nuova grotta (Gruta da Ponte da Craibinha) che arriva al fiume poco prima del suo emergere nella grande dolina, a monte della grande frana. Questo ha aperto un nuovo capitolo nelle esplorazioni perché così si può risalire rapidamente attraverso l'altopiano, controcorrente: il che, fra l'altro, è più salutare.

Di tutto questo io ancora non sapevo nulla quando ho chiesto ad un diffidente Claude se potevo andare con loro al campo che avrebbero fatto dopo la fine del congresso FEALC. Ne ottengo un dubbioso consenso, ed un appuntamento a Brasilia alla stazione dei pullman la sera dopo.

Ora narro le vicissitudini, concluderò con un po' di sintesi.

18.7 Parto in autobus la sera prima per la capitale federale, una decina di ore di viaggio notturno, per poi vagarvi l'intero giorno ad ammirare le architetture davvero incredibili. La sera reincontro i francesi ed insieme ci sorbiamo ancora otto ore di autobus sino all'abitato di Sao Domingos.

19.7 Mattinata di attesa degli altri partecipanti che arrivano via via: totalizziamo una quindicina di persone.

Fra essi arriva quel Michel Le Bret che può essere considerato il padre della speleologia brasiliana. Grotte 10 (DIECI) lo cita fra gli scopritori del Gaché, nel '54. È vero. Dopo di allora andò a vivere in Brasile per una quindicina d'anni, e vi fondò la SBE e collaborò con un vecchio socio del GSP anche lui trapiantato in Brasile, Sergio Audino, che lo cita e ne dà dettagli sul Grotte 23. Si tratta di un sessantenne formidabile, per tutto il campo sempre attivissimo in caccia di buchi, entusiasta.

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Carta delle regioni speleologiche brasiliane

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Al pomeriggio raggiungiamo la zona calcarea, quaranta chilometri più in là, in cerca di un inghiottitoio segnalato che non troviamo.

20.7 Giornata di viaggio per raggiungere Sao Vicente 2.

La mattina però andiamo alla Sao Vicente 1, alcuni fanno misure di portata, con gli altri giochiamo nelle prime parti dell'imponente ingresso. Poi ancora per strade sterrate sull'altopiano sino a dove lasciamo le auto; la boschina è molto cambiata dall'anno scorso e le guide hanno dubbi. Alcuni vanno a cercare la strada mentre con altri io vaghicchio nei pressi. Poco lontano troviamo alcuni notevoli ingressi ad inghiottitoio, fossili e pieni di vegetazione. Poi finalmente arrivano le guide indigene che ci portano alla dolina, ad un paio d'ore di viaggio: la si deve poi scendere e, al fondo, guadare due volte il rio per arrivare al campo. Il fiume è grosso davvero, specie se lo si traversa con lo zaino e l'acqua alle palle. Poniamo il campo nella galleria d'ingresso.

19.7 Ancora un giro sino alle auto per recuperare i materiali mancanti; scendiamo molte della cavità scoperte ieri ma sono tutte chiuse dopo poche decine di metri da riempimenti di sfasciumi e vegetali. La sera sulla via del ritorno con Claude e Bruno facciamo i furbi ed andiamo a cercare la Ponte da Craibinha, ad una oretta dal campo; la troviamo. È una dolina laterale alla dolina principale, piccolina, non più di cento metri di diametro eventi o trenta di profondità: sul fondo, fra grandi blocchi c'è un varco che immette nella grotta. Abbiamo una sete terribile, l'acqua è finita da tempo e fa caldo, ma per scendere a bere occorrono scalette o corde e non abbiamo nulla. Usciamo dalla dolina, fieri per averla trovata e, com'è ovvio, ci perdiamo. La ricerca del sentiero, ad un centinaio di metri di distanza dura una bella oretta, quasi sonnambuli per la sete. Ci dissetiamo al Guado.

La sera prima minifesta nella grotta. Gli speleologi brasiliani sono un po' mosci: ci sono tre dei "vecchi", poco inclini al casino e quattro neofiti studenti di biologia venuti a cercare boie. Solo i francesi e l'italiano si coprono di onore festaiolo...

20.7 Giorno di discesa e rilievi in Craibinha. Due le squadre, una che risale il fiume (lo farà per cinquecento metri) e l'altra (Claude, Bruno, Mauricio ed io) a scenderlo.

Entrata del Sao Vicente 1 (foto G. Badino).

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La grotta va giù a piccoli saltini arrampicabili sino ad un pozzetto di sei metri, attrezzato con scaletta. Subito sotto l'aria diviene soffocante, umida e calda, e ci si trova di fronte al fiume. Come da programma lo scendiamo.

Non mi piace gran che: è un ambiente tetro e scuro, rametti dappertutto sul soffitto testimoniano la violenza delle piene, l'acqua è verdastra di vegetazione.

Dopo un centinaio di metri il fiume si allarga in bacini e prosegue in gallerie con la volta bassissima e la corrente forte e profonda: per proseguire serve corda, e non ne abbiamo. A destra c'è un arrivo: una lunga galleria dal soffitto piatto e larghissimo, alta mezzo metro, a tratti meno, col fondo di sabbia. I francesi mi dicono che l'anno scorso non c'era, le piene devono averla messa allo scoperto.

Debole corrente d'aria, forse duecento metri carponi con Mauricio mentre dietro i francesi rilevano. Il mio compagno supera anche un sifoncino disinnescato, nel fango, orribile; di là la galleria continua brevemente ed infognata.

Continua a non piacermi. Passo anche da picio poco dopo con Bruno: risalgo da un lato ove si perde l'aria lungo ambienti poco convincenti. Dò chiuso, ma non lo è: se ne avvede a lato Bruno che mi tira anche, giustamente, degli accidenti. Dio dio che figura, ma è una grotta 'sta qui, penso fra me; gallerie tettoniche in sfasciumi, in salita dove mettersi finalmente in piedi e poi concrezioni, e frane con un po' d'aria diffusa. Mah!

Usciamo ed andiamo a fare una festa più seria del giorno prima, la Pinga ancora non è finita.

21.7 Giorno di riposo e stesura rilievi e piccoli giri intorno.

22.7 Seconda punta, a monte questa volta. Siamo in molti, ma al rilievo sono i soliti Claude e Bruno mentre io mi occupo di passeggiare nelle zone alte della galleria, trovando aggiramenti a zone di rapida e rami fossili.

Ogni tanto la galleria, che qui è divenuta una vera, bellissima forra, sfonda verso l'alto, alato per quaranta-sessanta metri fino ad incontrare grandi frane viscide ed antiche.

In un paio di occasioni occorre guadare, e non è semplice. Ad un chilometro dall'ingresso primo serio blocco; il fiume diviene piano, con corrente rapidissima e profonda. Con gran piacere (finalmente mi sto convincendo di essere in una vera grotta) passo avanti indovinando passaggi in roccia sull'acqua, sino ad un restringi mento del canyon. Occorrerebbe traversare nuotando ma la corrente è troppo rapida: ma riesco a legare una corda a monte del punto critico e, buttandomi in acqua attaccato ad essa, la corrente mi porta dall'altra parte. Bellissimo passaggio; vado avanti da solo, è tardi e bisogna uscire, a me preme solo controllare che davanti a noi non ci siano sifoni. Non ci sono: la galleria continua sempre più forrosa e grande per un paio di centinaia di metri. Poi si spalanca un salone sulla destra, pieno di pipistrelli e di corrente d'aria: la galleria a monte prosegue imponente.

Ritorno dai due compagni, finalmente entusiasta. Domani, domani torniamo dico.

23.7 Macché, iniziano una serie di rinvii. Oggi non si va perché nessuno ne ha voglia e a Claude non va di fare discese senza coinvolgere i compagni brasiliani. I progetti di star qui quindici giorni vengono ridimensionati dai brasiliani, e la discesa in Craibinha subisce un nuovo rinvio. Bighellono tutto il giorno intorno e nella dolina facendo foto.

24.7 Neppure oggi si va in Craibihna e, a questo punto, non si andrà più. Con Bruno allora scendiamo a recuperare le scalette che la armano e poi a scendere una grotta da lui trovata il giorno prima, che in base alle deduzioni e ricerche di Claude si chiama Gruta do Baixao do Cerne. Claude è straordinariamente attento a cercare i nomi locali delle zone e delle grot-te: è lui che intervista i locali in un portoghese francesizzato. Vedendolo così preoccupato decido di regalargli il libro di Marziano sulla toponomastica del Marguareis, se lo merita.

La grotta del Baixao è un gran pozzo di una trentina di metri dall'imbocco piccolo, un salone concrezionatissimo appena coperto di roccia. Temiamo di incontrare sacche di gas ma non ci sono, ne ci sono prosecuzioni nelle varie anse e frane del salone.

Nel medio pomeriggio andiamo a fare foto in Sao Vicente 2, al di là del campo. Cogliamo solo parzialmente l'attimo fuggitivo in cui un raggio di luce, penetrato dal secondo ingresso, centra esattamente il salone col lago, a -80. Fantastico, ma passa troppo rapidamente per documentarlo a modo.

Poi proseguo da solo a far foto del torrente e riesco a rischiare davvero di ammazzarmi. Faccio foto di una possente rapida in una piccola galleria, mettendo la macchina sul cavalletto, con posa B ed autoscatto: corro avanti in acqua e faccio partire il flash: salvo che ritornan-

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do indietro con l'acqua alla vita, nell'oscurità, inciampo e l'acqua per un istante mi prende via. Non so come ma riesco a tirarmi fuori, di misura, senza essere iniettato chissà dove.

25.7 Giorno di rientro alle auto con l'aiuto di numerosi muli che i locali ci offrono in cambio di coperte e oggetti vari d'uso casalingo che i brasiliani hanno portato all'uopo. Poi via, un'oretta di auto e siamo all'ingresso di Sao Vicente 1, per sostare tre giorni. Sono infatti arrivati altri biospeleologi per fare ricerche sui pesci ciechi (grandi) che ci sono nel fiume, alle varie distanze dall'ingresso e i nostri compagni brasiliani li devono appoggiare.

26.7 Mentre quasi tutti vanno in grotta a pescare, Claude, Bruno ed io andiamo in una nuova grotta.

O Muse, o alto ingegno, or m'aiutate

o mente che scrivesti ciò ch'io vidi

qui si parrà la tua nobilitade

Difficile parlare della Gruta de Grota da Ponte, perché è la peggior grotta ch'io abbia mai visto e valeva la pena d'andarci solo per questo. Solo per questo.

Si tratta di camminare per pianori per un paio d'ore, perdendosi, ovvio, ma sin qui tutto normale. Poi la si trova ed è di bell'ingresso, un inghiottitoio nel letto di quello che in estate è un gran torrente che vi si precipita dentro.

È molto interessante perché essa sembra essere dritta sopra le parti mediane del percorso ipogeo del Sao Vicente, e sarebbe un colpo gobbissimo arrivarci.

Primo pozzo, arrampicabile, cinque o sei metri. Scendo, mi segue Claude, Bruno si attarda e poi decide (furbescamente) di non entrare.

Alla base dello scivolo, in strettoia eccoti il primo dei numerosi abitanti, un rospone. Lo evitiamo e scendiamo rilevando il pozzetto seguente altri cinque o sei metri: poi anche il successivo, che ho invano tentato di arrampicare, di una quindicina. No, in alto c'è uno schifo di

Carta:

1) Rio Sao Vicente; 2) Gruta de Sao Vicente 1; 3) Gruta de Grota da Ponte 4) Gruta da Ponte da Craibinha;
5) Risorgenza da frana; 6) Grande dolina; 7) Gruta de Sao Vicente 2; 8) Risorgenza

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galleria alta quaranta centimetri, col fondo di ramoscelli, tranquille dolicopode, e pochi ragni rossi, grossi e tozzi che fanno capolino fra le foglie evi rientrano subito, facendo intravedere un'ampia colonia di bestie di quattro o cinque centimetri di diametro dalle quali NON bisogna farsi "mordere". Ovviamente io ho le braccia nude e sono senza guanti: provo a passare strisciando appoggiato alle mani, ma quelle affondano nel fogliame e, presumo, fra i ragni. Va meglio appoggiando gli avambracci nudi, terrorizzante, ma sono solo due metri e sono di là. Salone, chiamo Claude.

Arriva, non c'è gran che aria, ma c'è la via dell'acqua là in basso: la percorro, un condottino piccolo pieno di fango e di laghetti melmosi, senz'aria. Ma va rilevato dio lo maledica, eppoi così anche il Claude si fa questa merda. Andiamo avanti rilevando, aspettando ansiosi che chiuda. Macché, stringe stringe, raspa la pelle ma non chiude: ultima strettoia che supero per puro scrupolo e di là, dio lo maledica c'è un pozzo. Cristo. Già abbiamo la respirazione affannata perché, secondo Claude, ben più esperto di me nel campo, quaggiù c'è anidride carbonica. E ora sono su un pozzo. Ne va dell'onore, lo scendo; arrampicata, quindici metri, facili, chiude davvero finalmente, ma lo risalgo di misura con un affanno bestiale, c'è davvero gas.

Rospi, ragni, fango, strettoie, gas. Che altro? Torniamo su ben contenti, passiamo sopra i ragnacci, ed andiamo dalla parte opposta della sala a vedere un buco in parete irraggiungibile: ovviamente raccatto una pietra per sondarlo. Ma non è ovvio attendersi che dietro la pietra ci sia un altro ragnone, eppure c'è, grosso: cambio pietra, mi sto innervosendo.

Giovanni Giovanni, chiama Claude e mi indica a terra il Mancante: un serpente.

Lento però, stordito, piccolo, sembra una vipera, testa triangolare, occhi staccati dalla bocca. Solo una spanna, non si capisce, potrebbe essere anche una Jararaca, uno dei due serpenti velenosi (l'altro è il Cascavel cioè il serpente a sonagli) che popolano questa zona. Che stress; risaliamo.

Fuori scarburo nel letto secco del torrente, e così mi becco anche l'ultima bestia cioè il Claude, che mi dice che vergogna, devi portare la calce al campo; dio fa, io qui manderei

Entrata del Baixao do Cerne (foto G. Badino).

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giù anche della diossina. Che stress. Ah, le lontane, spopolate grotte del Marguareis!

Alla sera indecorosa ubriacatura generale e l'indomani inizia il viaggio di ritorno sul camion che in sole ventiquattr'ore mi porta a Campinas.

La linea fra l'inghiottitoio Sao Vicente 1 e la dolina ha fruttato sinora circa cinque chilometri di gallerie, ma di fatto la loro tortuosità ha fatto guadagnare ben poco. Ragionevolmente il percorso sotterraneo del Sao Vicente sarà 10 o 15 km, che I' enorme corrente riesce a far percorrere anche a tronchi di discrete dimensioni.

L'esplorazione è molto facile ma a tratti pericolosa: le rapide sono possenti e trascinano via molto facilmente: di massima questo vuol dire liberarsi poche decine di metri a valle, ma può anche voler dire, ad esempio, essere iniettati in un sifone.

Le regioni alte sono instabili ed intensamente tettonizzate; la copertura rocciosa sopra è piccola e genera zone di fratture tutte percorribili ma che non vanno da nessuna parte. In genere sono concrezionate in modo formidabile, al contrario delle zone prossime al fiume.

Rare invece le gallerie fossili vere e proprie, inesistenti i freatici, pochi gli affluenti: essi generano gallerie discrete ma il loro apporto d'acqua sul fiume deve essere solo una frazione trascurabile del totale. L'unico affluente notevole deve essere l'altro fiume che entra nell'altopiano, poco lontano da Sao Vicente 1, e si unisce ad esso in qualche punto del percorso ignoto verso la dolina.

È del resto probabile l'esistenza di cavità intermedie che raggiungono il corso ipogeo, salvo che l'altopiano è battibile solo con grandi difficoltà e rischio, tutto uguale, ondulato e boschinoso com'è.

Si tratta insomma di un problema speleologico affascinante che ha già generato una diecina di chilometri di rilievo negli ultimi quindici anni, ma che ne genererà molte volte di più in futuro. Ed è probabilmente solo un esempio di come sono scavate le immense regioni calcaree brasiliane.

Nella Craibinha (foto G. Badino).

 

 

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Windy City Grotto

Alberto Gabutti


Quanti speleo ci sono in Chicago? Quasi un centinaio. Quante grotte ci sono da queste parti? Dipende, dipende da che cosa vuoi dire vicino. Se per voi vicino sono 4-6 ore di auto, allora ne possiamo trovare forse una decina, se poi volete andare più lontano, 10-16 ore, si trova qualche cosa di verticale e la Mammouth Cave. Questa purtroppo non è fantascienza ma è la realtà speleologica del luogo. L'Illinois, l'avevo pensato dal primo giorno, è una pentola no montagne no colline e (ora so) neanche grotte.

Per fortuna da queste parti, dove tutto deve essere fatto comunque e sempre alla grande, per non tradire i sani ideali delle stelle e striscie, le distanze non sono un problema. Ci si muove dentro a stanze motorizzate, imbottite di birra gelata, soda e food, musica che esce da quattro o più casse e tante altre piccole americanate, e 6 ore di auto diventano sopportabili. Non con la mia trappola, ma questo non vi interessa.

Allora ricapitoliamo, prima grande differenza con la speleologia alpina, le montagne che non ci sono; immediata conseguenza, le grotte fanno quello che possono, orizzontali, calde e piccole.

Rimedio: prendere l'aereo e muoversi verso altri lidi, il Messico è parecchio quotato, il Colorado, il South Dakota, il Texas o sciropparsi le brave 16 ore per la Mammouth Cave. Purtroppo queste sono cose che hanno il gusto dell'una-tantum; improponibili per il weekend! E così ci si accontenta, alle grotte si alternano la canoa, i laghi e fiumi non mancano, o quello che loro chiamano arrampicare, un bieco sassismo, e le speleo conventions, grandi feste con tutti gli annessi e connessi, organizzate in un posto qualunque, tanto le grotte per queste cose non sono una richiesta.

La gente: la birra cimisce, fa schifo ma costa poco, la bevi a galloni e la pancia si gonfia; il 50% degli speleo che ho conosciuto sono affetti da quello che si potrebbe chiamare il morbo della lattina, coca, soda o Michelob che dir si voglia; la stazza è notevole, a volte a scapito della cassa cranica; ma il bere fa parte degli sport nazionali e quindi perché astenersi? pensano i più. La media si mantiene comunque su un buon livello di simpatia, per molti aspetti rispecchiano i canoni di oltre oceano, battute cazzute, stile di vita non proprio da Lord inglese, anche se in questo caso l'idioma li potrebbe aiutare, e tutto sommato una sana voglia di fare puttanate.

L'attrezzatura speleo: secondo trauma. Non so perché ma immaginavo questa gente come delle specie di bestie ipertecnologizzate, che ne so con Jumar a motore, raggi laser per disostruire le strettoie, spit automatici e altre stranezze. Invece no, girano con la loro squallida luce elettrica, che impone pesanti batterie in vita, o i più moderni con la "carbide" incollata sul casco in perfetto stile inglese, autonomia di luce 3-4 ore. I pochi che vanno in grotte verticali usano, ovviamente, i Gibbs, strumento ormai entrato nella preistoria in tutti gli altri continenti, e non ne usano soltanto uno, ma bensì tre. Una vera idiozia, ho provato questo sistema (ovviamente all'aperto!) ed è praticamente impossibile fare qualunque manovra del tipo superare un nodo, passare dalla salita alla discesa restando in posizioni conformi alla natura umana.

Le jumar sono fantascienza, e quando ho fatto vedere quello che loro chiamano lo stile europeo, mi sembrava di essere a Palazzo a Vela alla prima lezione del corso, come si apre, come funziona, che bello...! Non parliamo di come mi hanno descritto l'armo di un pozzo; la loro filosofia è minimizzare il numero dei chiodi, quindi niente cambi. E se la corda gratta? Per ora non ho risposta visto che la prima grotta verticale sarà forse alla prossima cometa.

Visto quello che offre il convento, mi sono infognato solo una volta in una caverna locale dal trionfante nome Illinois Cavern, un misto delle peggiori cose dei Dossi (fango), del Caudano (acqua), e del viaggio verso il Corchia, 6 ore di auto senza la focaccia a Recco ma con un ottimo hamburger e della Root Beer ghiacciata.

Già, un'altra cosa che ti lascia perplesso, il cibo. Durante questo giro in grotta ho potuto constatare il livello di barbarie raggiungibile dentro e fuori. Il cibo da punta: tramezzini, coca

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e pop-corn (si pop-corn, cosa c'è di più sano e nutriente di questi pezzettini di plastica abbrustoliti!), e se penso ai restanti pasti non resta che da piangere. Minestrone a colazione, io la mattina già capisco poco, se poi ingurgito del minestrone in lattina potrei rimanere cieco, quindi mi oppongo categoricamente e questi mi dicono ma come, sei italiano e non ti piace il "minestrone progresso" (questo è l'assurdo nome della lattina), ed io che mi rifugio nelle "sane" uova fritte e becon.

Ulteriore stranezza; vendono nei negozi specializzati un kit per la sopravvivenza (sullo stile Jonathan o puttanate del genere) ma la cosa davvero importante è che insieme ai vari coltelli alla Rambo, specchietti, bussole e ammennicoli c'è anche il posto per... la carta di credito! Eh sì, perché si vi perdete nella giungla (o forse nel centro di New York?) vi potrebbe capitare di dover affittare una liana o dover comperare qualche souvenir! A quando il Bancomat sulle Mastrelle?

Come avrete capito, fino ad ora non ho ancora fatto niente di entusiasmante da un punto di vista speleologico e sto aspettando con "trepidazione" il prossimo trip alla Mammouth e alla Cold Wather Cave, un posto assurdo dove si va con la muta e ci si bagna fino al naso; e intanto mentre aspetto, per non tradire l'andazzo locale, farò un salto a fine mese alla ennesima speleo convention del NSS in South Dakota, per conoscere un po' di gente e per vedere se quando sono ubriachi sono più animali di noi!

 

 


Soccorso allo Scarason

R. Chiabodo e R. Pavia


Un incidente accaduto ad un francese nell'abisso Scarasson, nella conca delle Carsene, il 17 agosto di quest'anno, poteva trasformare una tranquilla serata marguareisiana in una tragedia. Ecco qua una parte della storia vissuta da noi.

Mercoledì 17, ore 19,30.

Roberto Antonini ed io siamo usciti dall'abisso Martine e ci apprestiamo ad arrivare alle tende a Pian Ambrogi. Da cresta Straldi vediamo un elicottero rosso che volteggia. Arriviamo a passo Scarason e troviamo dei tali del soccorso francese che ci spiegano che un uomo si è fatto male sul ghiacciaio dell'abisso Scarason, -135. È caduto per 30 metri su una lingua di ghiaccio mentre stava facendo delle foto. Fanno presente che le sue condizioni non destano preoccupazioni: ha battuto la faccia, perso del sangue e forse ha una gamba rotta.

Li accompagniamo all'ingresso con corde, barella e materiali vari. Incontriamo Kati che ci avverte che Jo Lamboglia è dentro insieme ad altri due compagni, sta iniziando il recupero.

Offriamo il nostro appoggio alla squadra francese che sta per entrare con il medico, ma ci dicono che per il momento non c'è bisogno. Se vogliamo però, possiamo andare al rifugio Club Martel dove c'è la loro base operativa, ed attendere per entrare con un'eventuale seconda squadra di ricambio.

Torniamo a Pian Ambrogi e diciamo a Patrizia Squassino di andare a chiamare Giorgetto Baldracco alla capanna Saracco Volante. E poi scendiamo al Club Martel che troviamo a luci spente. Entriamo, e un tipo del CAS (uno della sicurezza francese) che stava sonnecchiando tra una radio ed una signorina bionda ci punta una torcia elettrica in faccia e ci dice: "bien, c'est tout organisé", la grotta è già stata armata in una precedente esercitazione e non ci sono problemi. Andate a dormire anche voi, alle 24.00 arrivano altri uomini da Nizza e se c'è bisogno di voi vi veniamo a chiamare. - Naturalmente noi spieghiamo che siccome il soccorso è in territorio italiano è anche di nostra competenza ma lui sembra non dare troppo peso a questo fatto.

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Di dormire ovviamente non se ne parla, siamo troppo sulle spine e la lentezza del soccorso francese ci lascia un po' perplessi. Alle 23 arrivano i vigili del fuoco francesi, uno ci dimostra come sa l'italiano ed intona un paio di bestemmie. Il capo dei vigili del fuoco comincia a parlare col caposquadra francese che ha la faccia tediata e gioca con le mani per fare passare il tempo. Volano storie di incidenti, salvataggi e ritrovamenti come è classico fare in queste occasioni. Dopo mezzanotte arriva Baldracco e quasi contemporaneamente la squadra di Nizza. Vengono finalmente presi accordi chiari e così Roberto, Arlo ed io entreremo con sei di loro.

R.P.

Quella sera in Capanna eravamo in tanti. A parte Andrea, Stefano e Maurizio che dormono dopo la punta in O-Freddo, l'atmosfera è come al solito allegra; sono circa le 23 quando arrivano Patrizia e Federico con la "notizia": un francese si è infortunato nello Scarason a -135 nel tardo pomeriggio verso le 17.30. Lo Scarason si trova nelle Conca delle Carsene ed è noto per essere l'abisso dove M. Siffre nel 1962 effettuò il primo dei suoi campi sotterranei a scopo scientifico. Velocemente prepariamo gli zaini e partiamo: siamo Armando, Stefano (nonostante le 24 ore di grotta nelle ossa), Giorgetto, Gambari di Roma ed io accompagnati da Patrizia e Federico. Intorno alle 24 siamo al rifugio del Club Martel; l'atmosfera è un po' atipica, non che ci debba essere agitazione, ma un po' di fermento non guasta: qui è tutto tranquillo. Troppo.

Troviamo lì Riccardo e Beccuccio e si incominciano ad avere le prime notizie. Il francese, tale Philippe Vermenent di Metz, era con compagni allo Scarason per fare fotografie al ghiacciaio fossile e nonostante i ramponi scivolava sul P30 inclinato e riportava lesioni ad una gamba e al volto.

Altre notizie; subito dopo l'allarme dato dai compagni entrava una squadra di speleo composta da Jojo Lamboglia, Patrick Besançon e altri giovani del Martel, e una squadra di soccorso composta da uomini delle gendarmeria e dei vigili del fuoco era pronta ad entrare (!). Nonostante la grotta si trovi in territorio italiano non veniva presa in considerazione l'idea di avvertire il Soccorso Speleo italiano, anzi gli speleo italiani in loco (molti dei quali volontari del soccorso stesso) venivano praticamente ignorati e il solo Cesare di Bergamo riusciva ad entrare.

Visto il clima si decideva di avvertire Giorgetto in Capanna.

Da Pian Ambrogi tramite il servizio permanente CNSA a Savigliano si riusciva a contattare Flavio a Pinerolo, che veniva incaricato di mettere in pre-allarme una squadra e far attivare da W. Zinzala la centrale operativa di Pino Torinese.

Giorgio faceva entrare con i soccorritori francesi Beccuccio, il sottoscritto e Riccardo, quest'ultimo con il compito, una volta arrivati sul ferito, di annusare l'aria e schizzare fuori a riferire.

R.C.

Io ho il compito di valutare la situazione ed uscire rapidamente per informare il responsabile Baldracco se bisogna chiamare rinforzi; Roberto Antonini e Roberto Chiabodo di rimanere insieme all'altra squadra, per il recupero del ferito.

Cominciamo a scendere. Ci sono parecchi uomini sparpagliati per i pozzi ed i meandri. Nonostante la grotta sia già prearmata per soccorso, solo da metà in giù è attrezzata con le corde di recupero. Sul pozzo finale P40, rimango allibito. L'armo del recupero è mortale in quanto la fettuccia che regge la carrucola di rinvio è attaccata ad una placchetta che lavora ad estrazione. Se questa si stacca, anche se la corda non si rompe il ferito prende una botta fortissima.

Arrivato alla base del pozzo, incontro i primi soccorritori. Vedo il dottore teso e preoccupato (è la prima volta che va in una grotta, e l'hanno calato dentro come un sacco di patate). Vedo il ferito che ha dovuto aspettare 8 ore in mezzo al ghiaccio prima che arrivasse la barella. Sta andando in ipotermia e, a parte la sua faccia completamente sfigurata, mi dà l'impres-

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sione che non ne abbia per molto. Lo portiamo vicino ad una parete rocciosa e il medico dice che se non lo muovono subito sono guai. Poi Jo Lamboglia viene via con me e mi manifesta anche lui questa preoccupazione. Poi lo saluto, perché lui resterà ancora in grotta per far saltare una strettoia. Uscito fuori comunico per radio a Baldracco la situazione e lui mi rassicura.

R.P.

All'1 del 18 agosto arriviamo all'ingresso della grotta; purtroppo, a parte un po' Riccardo, sia io che Beccuccio non parliamo francese ma il sentire nei loro discorsi più volte la parola "les italiens" ci dà l'impressione di non essere particolarmente graditi.

Dopo un bel po' di questi discorsi e dopo aver mangiato qualcosa (loro!) si riesce finalmente ad entrare tutti quanti; i pozzi sono armati per il contrappeso, troviamo Cesare sul P40 che ci dice con aria sconsolata che il ferito non si è quasi mosso e che la barella è ferma da un bel po'. Alla base dell'ultimo pozzo incrociamo Jojo che sta per risalire a disostruire la strettoia d'uscita del P40, gli chiediamo cosa succede e lui ci risponde di chiamare il Soccorso italiano. Riccardo schizza fuori.

Io e Beccuccio arriviamo sulla barella con i francesi della gendarmeria e pompieri, e subito veniamo spediti in fondo al pozzo dove è avvenuto l'incidente a recuperare le corde. Lo facciamo. Sotto troviamo oltre alle corde, materassini, teli termici, un sacco a pelo che naturalmente non è salito su con il ferito, tanto poi lì sopra lui è rimasto fermo solo un paio d'ore... Si comincia il recupero, usano il contrappeso, noi non possiamo far nulla, è tutto a posto ci dicono.

Contrappeso per P40: corda da 80 metri, barella legata ad un capo della corda, corda che sale fino ad una carrucola (passa dentro, ritorna giù la corda), tutti a tirare. Semplice, come suonare una campana. A morto.

(Foto M. Scagliarini).

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Serie di pozzetti sui 4-5 m, si è già in pochi e i francesi si ostinano ad accompagnare e trasportare la barella con 2-3 sacchi a testa appesi sotto il culo; riusciamo, sganciandoglieli di dosso, a fargli capire che non è pratico, inoltre è lento e che poi la grotta è piena di corde che sembra di essere nel magazzino della Edelrid.

Strettoia: si sbarella, per fortuna il ferito è cosciente ed ha proprio voglia di uscire, quindi si impegna e collabora e non si incazza neanche tanto quando lo fanno strusciare contro la roccia su quel po' di faccia che gli è rimasta.

R.C.

 

Al mattino alle 6.30 arriva l'elicottero che porta i volontari di Torino. Sono arrivati anche gli imperiesi con due medici, dal campo della Chiusetta. Nel giro di mezz'ora, l'elicottero francese e quello italiano permettono alla terza squadra di entrare in grotta.

R.P.

 

Ultimo pozzo con i francesi. Intanto arrivano i nostri: Poppi, Carlo, Buccelli, Mureddu, Denegri, Dematteis, Scagliarini, Lovera..., chi in elicottero da Chiusa Pesio, chi a piedi dalla Chiusetta, chi in macchina dal lavoro.

Solito contrappeso, la barella tirata a braccia dal basso non sale, ci mette una pezza Ube inventando una nuova diabolica tecnica: si appende dall'altra parrte della corda e... funziona! Diavolo d'un uomo.

Sugli ultimi due pozzi la barella sale veloce senza fermarsi, io e Beccuccio lasciamo indietro i pompieri, i poliziotti e il medico e finalmente vediamo facce conosciute e voci capibili. Poi la barella esce e l'elicottero in venti minuti sarà all'ospedale di Nizza, dove verranno diagnosticate a Philippe la frattura della gamba sinistra e lesioni multiple al volto (frattura della mandibola, del naso, rottura dei denti e un occhio lesionato ma pare che riusciranno a salvarglielo). Per fortuna lui non s'è perso d'animo e ha stretto i "denti".

Un paio di domande: ma il soccorso francese, quello vero, quello speleo dov'era? E perché questi tizi che con la speleologia non hanno nulla a che fare si sono trovati lì? E pensare che in Italia vogliono fare la Squadra Soccorso Speleologico dei Vigili del Fuoco...

R.C.

 

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Lo stage di speleosoccorso in Arnetola

U. Lovera


Dopo molto tempo si parla di Soccorso. È accaduto che molti tra i volontari del 1° Gruppo abbiano partecipato allo stage di tecniche e cose varie organizzato in Arnetola (4° incontro nazionale di perfezionamento delle tecniche di soccorso speleo è il titolo ufficiale). E hanno fatto bene perché di occasioni per confrontare tecniche, novità e invenzioni c'è molto bisogno, perché il posto era splendido e perché l'organizzazione è stata in grado di garantire in un luogo assai impervio, oltre ad un ottimo vitto e alloggio, anche un ragionevole programma.

Iniziamo dalle cose mediche: sono stati compiuti commoventi tentativi di far comprendere ai pecoroni (noi) alcuni rudimenti che ci impediscano, una volta raggiunto il ferito, di completare con gesti assassini il lavoro che pietre, cadute ecc., hanno iniziato. Interesse del gregge ma è necessario molto lavoro per alzare il livello.

È stato presentato inoltre il Ked, di derivazione automobilistica e provenienza ahimè americana. È una corazza portatile e leggera in grado di immobilizzare completamente a scelta testa e schiena oppure schiena e bacino. Abbinato a una qualunque barella annulla gli inconvenienti di flessibilità della medesima risolvendo nel contempo, grazie ad un certo numero di maniglie, un dubbio che a lungo ci ha angosciato: "e se fosse necessario sbarellare".

È nata inoltre la versione definitiva della celeberrima trousse medica, preparata dall'angosciante accoppiata Giovine Vacca. Completa di tutto salvo un cuore artificiale e un'infermiera, presenta ora interessanti quesiti: una trousse ogni medico o una ogni gruppo? e ancora, sarà conservata dal medico o in magazzino? La soluzione ideale (una trousse ogni ferito, da trasportare in loco prima dell'incidente a cura del medesimo) non sembra essere praticabile.

Barelle: provate (si fa per dire) la Steinberg (con ennesime modifiche), la Alp Design (tavola), la Marbach, e un ibrido tavola/Steinberg. I risultati sono stati i previsti. Steinberg: solito imbrago complicato ma ottimo, buono il resto. Alp Design: buona leggerezza e rigidità, cattive imbragatura e maniglie. Marbach: scivola bene, per il resto è un martirio per ferito e soccorritori. Ibrido tavola Alp Design + imbragatura Steinberg: unisce i pregi delle due, ma commenteremo al termine delle polemiche che stanno per scoppiare.

Il luogo: incantevole. È l'unico posto dell'intera Toscana da cui non si vedono cave.

La gente: presenti quasi tutti i gruppi con formazioni composite; discreti, bravini, bravissimi e mostri sacri mescolati per imparare, perfezionarsi e confrontare le tecniche. Pochi gli assenti di rilievo.

Le esercitazioni: scelta la via didattica a discapito della linea dura. Ne sono seguiti recuperi senza l'angoscia della barella che deve uscire a tutti i costi. Ovviamente è vario il livello dei singoli, ma questi incontri servono anche ad uniformarlo. Guaglio, Simi, Eunice e Gnomo hanno ospitato le manovre senza peraltro lamentarsi.

Le tecniche: disostruzioni, teleferiche, argani, trapani, fix, e novità relative.

Dalla Toscana riguardo alle disostruzioni arrivano i punciotti: sono cunei che sfruttando fori precedentemente praticati, con l'aiuto di un cospicuo martello, permettono la separazione di notevoli fette di roccia. Necessitano della complicità di un aggeggio per fare i buchi: quello proposto, un perforatore a motore usato dai cavatori (un metro e rotti di altezza per qualche decina di chili di peso), non è sembrato particolarmente pratico. Ben diverso sarebbe se si potesse miniaturizzare il tutto usando punciotti più piccoli e un perforatore a batteria.

Sempre toscano l'uso di particolari spit con conetto interno da espandere con un punzone. Il foro è fatto col solito Bosch, e come con gli altri spit normali ogni batteria permette di piazzarne una decina.

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Fix: avrebbero sbaragliato il campo se fossero stati in gara: 15-20 fori per batteria, necessaria una sola mano, maggiore velocità. Unico neo, il non essere ancora stati approvati dalla commissione tecnica: quindi fix fuorilegge almeno ufficialmente, ma molto molto interesse ufficioso da parte di tutti; utilizzo clandestino e gran discussioni su quanto il loro uso comporta; riduzione della squadra, aumento della velocità di manovra, diverso movimento e posizionamento dei volontari.

Argani: altra novità vecchia di 5 anni. Dopo questo tempo 1° e 9° Gruppo li usano costantemente, il 3° vorrebbe iniziare, il 2° si rifiuta e così via. Qualche dimostrazione ne ha evidenziato l'efficacia, ora vedremo i risultati.

Da Trieste un sistema di recupero in teleferica: un tiro robusto più tanti mezzi barcaioli sulle curve del meandro: in pratica una tecnica da pozzo ruotata di 90°. Esteticamente molto bello, registra qualche perplessità riguardo ai carichi che gravano sugli attacchi.

Organizzazione: notevole, lascia intravedere un buon lavoro Bianucci-Biagi ma anche un grosso impegno da parte degli addetti al logistico più greve. Tre pasti al giorno per cento persone e mezz'ora di fuoristrada dal paese non è poco.

In generale era una cosa da fare e soprattutto una cosa che andrebbe rifatta presto. Sarebbe buona una cadenza fissa di due o tre anni, sarebbe ottimale che qualcuno si impegnasse subito ad organizzare il prossimo incontro. A distanza di pochi mesi ci sono già novità tali (fix in acciaio) da far prevedere sviluppi interessanti per il prossimo futuro.

(Foto E. Pesci).

 

 

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Recensioni

G. Badino


M. Di Maio, Vaìì, gias e vaí tére. Toponomastica del massiccio Marguareis-Mongioie. Ed. Valados Usitanos, 1988.

Sepolte nelle parole che utilizziamo riposano le innumerevoli storie che le hanno generate. Sotto gran parte di questa recensione cova la lingua locale di una popolazione del centro Italia che venticinque secoli orsono scoprì alcuni intelligenti sistemi per espandersi. E con lei si espanse la sua lingua che respinse in regioni marginali, remote, le lingue originali.

Ma anche nel più ovvio degli articoli di Grotte, c'è molto di più: sotto "taccuino" stanno nascosti i suoi strati antichi arabi, e le invasioni e i commerci, il "cioccolato" invece contrappesa male con la sua invasione quella europea dell'impero Azteco, e la Storia Nigra, "imbrago" evoca quella antica lingua della Gallia che il latino fece sparire. Ed il moschettone discende dal nome medioevale della ronzante freccia delle balestre (moschetta) che passò a definire un'arma leggera che la sostituiva (moschetto) il cui gancio a molla per assicurarlo alla bandoliera si chiamava, appunto, moschettone: del resto lo stesso oggetto della carabina (arma analoga), ha generato il "carabiner", ancora il moschettone, ma in inglese. E così via.

I toponimi, sono ancora più precisi e specifici delle parole generiche: sono meno plasmabili ed influenzabili, più delle parole si protendono nel tempo, in essi sopravvivono le lingue antiche. Il Brasile è pieno di località dal nome iniziante con Ital- ("pietra", nel Tupi-Guarani, lingua degli Indios originari) e danno anche suggerimenti: ad esempio la località ove è la centrale nucleare di Angra dos Reis affetta, fra l'altro, da problemi di stabilità, si chiama "Pietra Marcia" un nome che suggeriva di non costruirci la centrale. Così in Piemonte le desinenze in -asc (Grugliasco, Venasca, Isasca, Airasca, ma anche l'Osasco città di un milione di abitanti satellite di San Paolo, che ha preso nome dal villaggio piemontese) ricordano la lingua dei Liguri prima che il nostro solito latino la riducesse a denominare luoghi.

Ma sui preziosi depositi archeologici dei toponimi locali stanno in questo secolo passando le ruspe: le cartografie fatte alla leggera, le trascrizioni approssimative, le italianizzazioni febbrili e l'abbandono delle montagne accompagnato dagli assalti domenicali ad esse, stanno giorno dopo giorno distruggendo questo sterminato deposito archeologico. Per salvarlo occorre sia perpetuare i nomi, sia studiarli, zona per zona.

Il problema è che lo studio dei toponimi è eccezionalmente laborioso, complesso, ogni zona richiama lingue e storie diverse e dunque è pure molto "locale". Sperare dunque che un lavoro porti allo scoperto strati antichi delle zone che tu sei solito frequentare è molto difficile: incredibilmente è questo che è capitato per la zona del Marguareis e limitrofe. Di Maio ormai da anni esplorava le evocazioni dei suoni che nominano le località di quelle montagne ed ora ne ha generato un libro.

Il fatto è culturalmente quasi irreale, un lavoro di classe internazionale, serissimo, generato in ambito speleologico per l'esterno.

La genesi e lo scopo li spiega Marziano nell'introduzione.

"Per curiosità e soddisfazione personale mi sono dato un po' per volta a raccogliere i toponimi nelle parlate locali e a cercare di capirne l'origine ed il significato. Più di recente, avevo poi pensato di diffondere qualche conoscenza nella cerchia degli speleologi che frequentano questo massiccio, per sensibilizzarli ad una certa attenzione, dal momento che con la trascrizione e l'uso di nomi scorretti non si fa altro che legittimare una volta di più toponimi che talvolta hanno poco a che fare con quelli veri; e dare nomi nuovi va bene purché non vi sia già un nome locale che se poi non è riportato da nessuna parte rischia di scomparire per sempre. L'idea di scrivere un articolo per "Grotte" (...) è stato l'embrione che sviluppandosi ha portato a questo lavoro".

In esso apprendiamo la storia dei nomi del Marguareis, del palo del Colle del Pa, e cosa sono le Mastrelle, per limitarsi solo alle zone più frequentate dagli speleologi; essi possono rivendicare pure la creazione di toponimi ormai entrati in uso come Valle dei Greci, Corno di Mezza Via e tanti altri.

Credo di poter ben dire, a nome di tutti, che siamo fierissimi di essere stati, noi e "Grotte", gli obiettivi originari di questo lavoro e che siamo grati a Marziano per averlo pubblicato.