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GROTTE
anno 30, n. 95 - settembre-dicembre 1987
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
sommario
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Lettere del Presidente |
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Notiziario |
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Attività di campagna |
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L'abisso Pi Greco e il Vallone dei Greci |
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Pi Greco: le esplorazioni autunnali |
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Selvaggia Donna |
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Assalti boschimani |
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Abisso Saracco |
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Perché continui ad andare in F5? |
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Botofi al Biafo |
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Note su alcune grotte minori |
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Le piene |
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Ricerche biospeleologiche 1987 |
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Materiali superflui |
Supplemento a CAI-UGET Notizie n. 3 del mese di marzo 1988
Spedizione in abbonamento postale Gruppo III
Direttore responsabile: Andrea Mellano
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Redazione: |
Giovanni Badino, Roberto Chiabodo |
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Marziano Di Maio, Alberto Gabutti |
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Laura Ochner, Riccardo Pavia, Mauro Scagliarini, Loredana Valente |
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Foto di copertina (il pozzo da 150 m nell'abisso Saracco) di Giuliano Villa Bozzetti di Simonetta Carlevaro |
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Stampa: LITOMASTER, Via Sant'Antonio da Padova 12 |
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Stampato con il contributo della Regione Piemonte (Legge regionale 69/81)
Spedito ai soci SSI con il contributo di questa Società
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Lettere del presidente |
Attilio Eusebio |
Approfitto di questo spazio per toccare alcuni argomenti che mi sono cari e ricordare quattro persone che in qualche modo, chi più chi meno, hanno interagito con noi e che in questo sfortunato periodo ci hanno purtroppo e per sempre lasciati.
Un vivissimo pensiero quindi alla madre di Alessandro Bianco, ad Orsetti compagno di esplorazione al Fighiera, a Toni gestore del Rif. Gilberti in Canin ed infine a Natalin dell'Albergo Mongioie di Viozene.
Note più liete vengono dall'attività di quest'anno, intensa, anche se strana, che non ha purtroppo condotto a risultati eccezionali. Molti sforzi si sono concentrati su ottimi obiettivi che però alla fine non si sono rivelati all'altezza delle aspettative.
Ma per questo non c'è che da continuare, magari organizzandosi meglio, ed alla fine i risultati sperati arriveranno.
Più preoccupante invece è la situazione dei nostri ricambi, la "gente" sta invecchiando, più o meno rapidamente, e i "nuovi" seppur esistono stentano ad uscire ed assumere iniziative proprie. Il risultato è che spesso manca l'entusiasmo dell'inizio, anche se esiste ormai una elevata professionalità.
La situazione non è ancora grave ma dà comunque adito a riflessioni, molto abbiamo discusso e qualche provvedimento è già stato preso scegliendo diverse linee di azione.
Vedremo i risultati. Ad una prossima chiacchierata!
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NOTIZIARIO |

Assemblea di fine anno 1987 del GSP
Si è tenuta il 19 dicembre 1987, con le consuete relazioni di attività.
Ube Lovera ha riassunto per sommi capi l'attività esplorativa, che è stata abbastanza intensa e che, per rimanere ai fatti salienti, ha riguardato il Garbo della Donna Selvaggia, le Porte di Ferro di PB, il Mongioie, l'F5, il Baigon, altri tentativi alle Porte di Ferro, la Turchia, gli Alburni, il Canin, Pi Greco, il Corchia. Un grande numero di membri del gruppo vi è stato coinvolto.
Per la tesoreria, Loredana Valente ha letto le voci principali di spesa e di entrata, da cui risulta anche quest'anno un discreto passivo di gestione. Se finora una buona situazione patrimoniale aveva consentito questi disavanzi, ora le riserve si sono assottigliate a tal punto da dover procedere con molta cautela anche nelle spese necessarie, come sono ad esempio quelle per i materiali.
L'impegno finanziario di gran lunga più elevato è quello per il bollettino, come ha relazionato Di Maio. Si è ritenuto di accettare, anche se largamente inadeguata, la cifra messa a disposizione dalla SSI per inviare il nostro "Grotte" a tutti i soci di quella Società: ciò ha portato a un'impennata della tiratura (1700 copie), dell'impegno di lavoro ma soprattutto della spesa. Ci si sta muovendo ora per cercare di tappare una parte del "buco" con proventi pubblicitari. La veste e il livello degli articoli continuano a riscuotere positivi consensi. La collaborazione dei vari redattori si è allargata e intensificata; per il prossimo anno è previsto un ulteriore potenziamento e una ripartizione di compiti specifici. Non si è riusciti invece a ottenere una maggiore sollecitudine nella consegna degli articoli da parte degli autori.
Scagliarini ha illustrato la situazione del magazzino. Si è trovato un nuovo locale in piazza Rebaudengo, dove però sono necessari ancora lavori per consentire una buona agibilità e
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funzionalità. Il problema dei materiali rimane quello della dispersione presso i vari membri del gruppo (situazione che si ripete dopo ogni campo estivo), senza contare la dislocazione in qualche grotta ancora armata. Poi è grave il fatto che l'inventario di certi materiali sia molto striminzito in confronto alle quantità acquistate, e solo una parte si sa dov'è: vengono dibattuti a lungo questi problemi, per tentare di non dover di nuovo fare ingenti spese per dotazioni che dovrebbero durare alcuni anni e che invece si esauriscono in breve tempo. L'organico dei magazzinieri è stato potenziato con la presenza, oltre che dello stesso Scagliarini, di Cerovetti e S. Serra.
Per la biblioteca Villa non ha avuto nulla di particolare da segnalare. Se nei nuovi locali del magazzino potrà trovare posto una parte del materiale di uso non corrente, si potrà avere un po' più di spazio negli armadi ora intasatissimi della sede.
Per il Catasto lo stesso Villa ha comunicato il lavoro fatto; si sta impostando la computerizzazione dei dati.
Vigna ha esposto la situazione degli strumenti da rilievo, attualmente un po' precaria: è necessario procurarne di nuovi.
Balbiano si è occupato dell'Archivio, molto in ordine. I problemi sono di spazio, e di scarsità di nuove acquisizioni: fatto quest'ultimo su cui merita provvedere, dal momento che l'attività di rilievo è ingente, di pari passo con quella esplorativa.
Per la biospeleologia, la consueta relazione di attività di Casale è riportata su questo bollettino.
Alla Capanna Saracco-Volante (resp. Chiabodo) sono stati fatti vari lavori ordinari di manutenzione e di rifiniture. È stata ripresa la pratica per l'installazione del telefono.
Ordinaria amministrazione per la Segreteria (Barisani), assunta a fine anno da Maria Dematteis.
Eusebio riassume in breve l'annata dell'AGSP, evidenziando l'importante opera di coordinamento che l'Associazione svolge per la speleologia regionale.
Sono stati confermati gli incarichi precedenti per quanto riguarda la tesoreria, il magazzino (come si è detto, a Scagliarini si affiancano Cerovetti e S. Serra), la Capanna (Chiabodo sarà coadiuvato da Sconfienza), il bollettino (entrano nella redazione anche Pavia e Scagliarini), la biblioteca, il catasto, gli strumenti da rilievo, la biospeleologia, l'archivio (di cui aveva già preso incarico Balbiano). Per la segreteria sarà responsabile Maria Dematteis. Nell'AGSP , insieme a Eusebio, entra Lovera in luogo di Vigna che aveva espresso il desiderio di essere sostituito per opportunità di rotazione. E stato istituito un nuovo incarico relativo al funzionamento del calcolatore: se ne occuperanno Scagliarini e Terranova.
Si è quindi passati a nominare i membri aderenti per il 1988 (che salgono a 54) e ad eleggere i membri effettivi, che sono poi risultati 24. I criteri di elezione di questi ultimi com'è noto non sono costanti negli anni, poiché talvolta è importante per politica di gruppo mantenere il potere decisionale entro l'ambito di speleologi che abbiano svolto un certo volume di attività; quest'anno si sono applicati criteri meno rigorosi.
È stato riconfermato presidente Attilio Eusebio.
Nell'Esecutivo si è avuta la riconferma per Chiabodo, Lovera, Tesi e Vigna, mentre in luogo di Villa e Zinzala (che avevano espresso la volontà di essere sostituiti) si è ritenuto che fosse sufficiente, affinché fossero rappresentate le varie tendenze del Gruppo, eleggere un solo nome che è stato quello di Gianni Nobili.
Membri effettivi:
Giovanni Badino, v. Scatti 7/5, Savona, 019-28452; v. S. Francesco da Paola 17, 8397605
Valentina Bertorelli, v. Nizza 67, 6699244
Alessandro Bianco (Trota), v. Alessandria 3, Settimo T.se, 8004211
Roberto Chiabodo (Arlo), c. Emilia 32, 235604
Maria Dematteis, str. Tetti Gramaglia 19, Cavoretto, 673929
Marziano Di Maio, v. Cibrario 55, 751253 (lav. 8805220)
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Attilio Eusebio (Poppi), v. Correnti 35, 320122
Alberto Gabutti (Lucido), v. Galliari 32, 6502655
Roberto Guiffrey (Armando Pozzi), v. Santa Croce 14, 4150341
Ube Lovera, v. G. Bosco 18, Moncalieri, 60527605
Andrea Manzelli, v. Bossolasco 11, 3351802
Gianni Nobili (Munnezza), v. Bardonecchia 123, 727810
Riccardo Pavia, v. San Paolo 84, 383010
Elio Pesci, v. Frejus 48/11, 4472154
Mauro Scagliarini, v. Vittime di Bologna 9, 2732552
Stefano Sconfienza, v. Castelgomberto 38, 362497
Walter Segir (Papà), v. Brandizzo 65, Volpiano, 9884529
Roberto Serra, fraz. Boj 61, Aramengo (AT)
Sergio Serra, c. Raffaello 11, 683231
Pierangelo Terranova, v. Rovereto 12, Pino Torinese, 840621
Flavio Tesi, v. Roncaglia 13, Roletto, 542195 (neg. Pinerolo 22294)
Bartolomeo Vigna (Meo), v. Bianzè 6, 766846
Giuliano Villa, regione Gèrbole 66, Volvera, 9856133
Walter Zinzala, c. Francia 207, Collegno, 7802287
Membri aderenti:
Riccardo Aimone, c. Vittorio Emanuele 24, 8122215
Claudia Apostolo, v. Silvio Pellico 27, 6690630
Carlo Balbiano d'Aramengo, v. Balbo 44, 887111
Piergiorgio Baldracco, v. Boccardi 28, Pino T.se, 841515
Luigi Barcellari (Birci), v. Torino 155, Pinerolo, 70294
Barbara Barisani, v. Fratelli Carle
Massimo Bellisai (Max), v. Fossati 8, 337263
Nevio Beoletto, v. Volvera 24, 382763
Mario Bertolino, v. Vittorio Veneto 4, Caluso, 9833750
Paolo Bertolino, v. Mario
Marilia Campaiola, vedi Terranova
Simonetta Carlevaro, str. Commenda 2/5, Druento, 9844048
Giovanni Carrieri, v. Lanfranco 318, Albissola Sup. (SV), 019.45935
Achille Casale, c. Raffaello 12, 6508884
Adriano Cerovetti, via Tetti Benna 15, S. Mauro T.se, 8224941
Maurilio Chiri, v. Trento 22, Sanfront (CN)
Agostino Cirillo, Pordenone, 0434/40552
Emanuele Costa, v. Moretta 64, 4470121
Franco Cuccu, c. Agnelli 104, 325247
Piercarlo Curti, v. della Vittoria, Sanfront (CN), 0175/948625
Silvia Faure, viale Piazza d' Armi 55, Pinerolo, 0121/72324
Riccardo Ferrain, v. Don Bosco 45, 471197
Mauro Galliano, v. Sestriere 33, None, 9864468
Uccio Garelli, v. Caraglio 7, 374490
Alessandra Garnero, v. Raviolo 10/a, Pinerolo, 0121/71831
Adriano Gaydou, v. Baltimora 15, 365160
Beppe Giovine, str. Druento 366, Savonera di Torino, 4240130 (neg. 4240356)
Andrea Gobetti, str. Reaglie, 890421
Katty
Jo Lamboglia, Tour 21, route de Turin, Nice; (93)844678
Luca Magnetti, v. S. Maiole 96, Moncalieri, 6470605
Franca Maina, vedi Villa
Massimo Maina, fraz. Mezzi 36, Verrua S. (TO), 0161/843928
Nino Masciandaro, v. Monfalcone 16, Montescaglioso (MT), 0835/207503
Celestino Masoero, fraz. Camorano 29, Verrua Savoia, 0161/846126
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Franco Mazza, v. Col di Nava 11, Settimo T.se, 8001234
Francesco Mazzilli, via S. Secondo 88, 595052
Laura Ochner, v. Baltimora 160/B, 307242
Claudio Oddoni, c. Montecucco 146, 704722
Mario Oddoni (Cagnotto) v. Urbino 15, 488435
Margherita Pastorini, vedi Vigna
Andrea Passuello, v. Vuillerminaz 9, Aosta, 0165/43441
Maurilio Pavese, v. Vigliani 31, 613764
Valerio Pusceddu, v. Breglio 68
Luigi Ramella, v. Diano Calderina, Imperia
Lucia Rattalino, v. G. Verdi 19, Cavagnolo, 9151691
Cristina Rolle, v. S. Pio V 32, 657981
Pruel Terranova, vedi Pierangelo
Valerio Tosi Beleffi, v. Carrera 105, 712135
Pier Luigi Trova (Pigi), v.le Piazza d'Armi 55, Pinerolo, 0121/72324 Beppe Truffo, v. A. Diaz 32, San Mauro T.se, 8222474
Loredana Valente, vedi Eusebio
Lucia Vallardi, c. Mediterraneo 76, 500049
Nicola Zitarosa, v. Venasca 17, 4474580
Un po' di tutto
Nuove esplorazioni nel complesso Straldi-Cappa-18. Gli stessi componenti della giunzione (v. Grotte precedente) sono entrati questa volta dal 18 ed hanno esplorato, dopo un traverso, una galleria di un centinaio di metri nel Cappa e traversato un pozzo nelle nuove Gallerie dello Straldi, fermandosi su un altro pozzo da traversare. Chissà se a forza di traversi arriveranno al Pis del Pesio?
Labassa sta tirando in lungo le esplorazioni. Prima la frana iniziale è caduta in testa ad alcuni, poi si sono chiuse le "vasche", sifoni di fango. Liberate, si sono rinchiuse di nuovo. Prossime novità, probabilmente, nell'estate.
Nuovo Phantaspeleo ai primi di novembre, con una partecipazione (800 persone) assolutamente imponente ed eccessiva rispetto alla ricettività possibile: la sala di proiezioni più che un luogo di spettacoli sembrava un enorme trappolone che chiudeva chi vi si infiltrava. Ciò nonostante non ci è sembrato che ci siano stati grossi guai organizzativi. Imperia e Torino hanno gestito alcune ore (!) di dia e di chiacchiere sul Complesso di PB-Labassa; la cosa, compressa senza intervalli per problemi di tempo e fatta ad un pubblico intrappolato, è stata durissima. Si sono salvati quelli più vicini alle porte, che potevano uscire a prender fiato, e quelli abituati dagli studi a subire incessanti ore di lezione. Sarà rimasto qualcosa del seminato?
È bruciato il Garelli, rifugio sito sul versante Nord del Marguareis, una base di appoggio che negli anni '50 e '60 era stata utile anche per le esplorazioni speleologiche quali quelle del Gaché. L'incendio, scatenato probabilmente dall'impianto di riscaldamento, ha completamente distrutto l'ospitale costruzione, ampliata un ventennio addietro e di proprietà del CAI di Mondovì; nell'attesa che venga presto ricostruita, è stato approntato un rifugio di fortuna nel vicino Gias Soprano di Sestrera. Patetica la ricerca dei nostri speleologi che, andati al Pi Greco, avevano lasciato le auto al solito posteggio al fondovalle del Garelli, e si temeva fossero bruciati dentro. Macché.
Giovanni Orsetti, uno dei più validi ed attivi speleologi versiliesi degli ultimi dieci anni, è morto in un incidente stradale a Camaiore, a fine dicembre. Lo ricordiamo in attività comuni ai tempi del Ramo dei Disperati, quando Ivano appariva nelle esplorazioni del Fighiera; poi innumerevoli incontri in Toscana, era una delle più spiccate individualità della speleologia apuana. Gran perdita.
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In un banale incidente nel rifugio Gilberti è morto Toni, il gestore, con il quale avevamo eccellenti rapporti. Uno degli stimoli per le nostre puntate sul Canin è stato l'appoggio e l'amicizia che ci dava lassù. Siamo veramente dispiaciuti di questa morte.
Altre note dolorose. È morto Natalino, il padre di Gianni gestore del Mongioie, il nostro appoggio di elezione nella Val Tanaro. Con la moglie aveva gestito per lunghi anni il rifugio Mondovì nell'alta Val Ellero, e poi aveva messo in piedi questo bell'albergo di Viozene.
Sul precedente bollettino abbiamo parlato di un nuovo buco, trovato dagli speleo di Parigi nella conca di Navela. Ora pubblichiamo il rilievo, inviatoci da Jo Lamboglia. La grotta prosegue per ora in uno stretto meandro: a presto buone nuove.
Una torma di etilisti si è recentemente riunita alla grotta della Pollera con la scusa del Capodanno, nel tentativo di risollevare le sorti della viticoltura italiana dopo le vicende legate al metanolo. L'obiettivo è stato raggiunto grazie all'intervento di speleologi provenienti da Pinerolo, Torino, Verona, Nizza, Pordenone e ahimè Sacile.
Continuiamo ad esportare speleologi. Trieste penserete voi, oppure Ancona. No, India o Nepal o Pakistan, non sappiamo: Armando e Valentina sono partiti a dicembre senza lasciare recapito né indicazioni sul ritorno.
Meo per questo bollettino ha fatto un articolo sulle piene, ma non ha citato sua moglie, che sta covando Giampesio, futuro socio del GSP. Si scinderanno ai primi di febbraio.
Non è finita qui, pure Franca Maina sta fabbricando nuove leve, favorita all'inizio da G. Villa. L'erede arriverà a fine marzo.
Il socio Terranova, grazie al sapiente e dosato sex-appeal della moglie, sta rapidamente scalando la montagna del potere del GSP. E divenuto direttore del piemontesissimo corso di speleologia e, non pago, ha concesso interviste alla radio per il Gruppo Speleologico PIEMONTESE. L'ha fatto parlando in dialetto napoletano.
Menischi. Il tempo, non lo percepiamo solo noi che scriviamo queste note, passa per tutti. Le mamme imbiancano e i menischi invecchiano. Menischi, sì statisticamente c'è stata un'impennata, che ha tagliato le gambe al nostro Gruppo. Nell'arco di una decina di giorni ben quattro di noi infatti hanno subito un alleggerimento articolare a cui invero pochi anelano. Walter Zinzala, Lucia Rattalino, Pier Luigi Trova e Franco Cuccu si sono del tutto involontariamente affiancati a campioni di football e di rugby. A loro i nostri auguri di pronto ristabilimento.
Carlo Curti è riuscito finalmente a sposarsi. Grazie ad una organizzazione per cuori solitari è riuscito a convolare con tale Patrizia Cannonito, che però sembra non sia male.
Poppi, dopo essere stato eletto presidente del GSP un mucchio di anni fa, e dell'AGSP poi, ora concede pure interviste a Rai-Due. Ma come fa ad essere diventato così famoso?
Volpe d'Argento (dal nostro inviato). Assolutamente meritata l'assegnazione quest'anno della Volpe d'Argento, mitico trofeo concrezionato di dabbenaggine, ingenuità e fierezza d'ingegno. Parliamo di Andrea Manzelli, rampante esploratore dei nostri tempi (Fogar docet). In un tentativo notturno di raggiungere nientemeno che l'inespugnabile Capanna Saracco-Volante, riusciva aiutato da luna e stelle a raggiungere in 8 ore di nuovo la piana del Solai da dove era partito, situata a 20 minuti dalla Capanna (dopo essere arrivato a un centinaio di metri da essa). Memorabile il suo riarrivo al punto di partenza (dunque la terra è rotonda!). Scaricando soddisfatto lo zaino dopo l'impresa, riusciva a shakerarvi dentro un bottiglione di vino che fedelmente lo aveva seguito tutta la notte: ingrato! A quando la Carnino-Dakar?
Gli è mancato un pelo, al Roberto Serra, per diventare conte.
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24 CF 41 - rilievo
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Papà te piasi i sigari Avana? (Scrivo queste note col core gonfio di avvilita mestizia per narrarvi di un oscuro evento. Abbandonati gli antichi fasti giunta è l'ora di rassegnarci all'inevitabile: sì, quei Servizi che così degnamente erano stati in grado di distinguersi in un non lontano passato per tempismo e precisione hanno fallito. Ed è così che ora, con estrema riluttanza e vergogna, vi porgo queste umili note, confidando che il deplorevole ritardo ci sia in qualche modo perdonato).
Trattasi di uno scritto apparso sul settimanale "Intrepido" del (ahimè) 22/9/87 n. 38 rinvenuto casualmente in un remoto angolo della Val Tanaro, che solo la solerzia di alcuni amanti delle Lettere ha potuto salvare. Direttamente dalle loro mani è giunto alle nostre e noi, semplici cronisti, provvediamo a selezionare alcuni passi tra i più significativi affinché non vadano perduti. Il titolo è Ci sono fiori d'arancio nelle viscere della Terra. I protagonisti sono Mario Bianchetti ("considerato il numero 1 degli speleologhi delle Alpi Giulie; ha iniziato ad andare per grotte quando aveva soltanto 14 anni e da allora ha raccolto attorno a sè un gruppo di giovani che è andato sempre infoltendosi: oggi sono 35, divisi in due società") e Patrizia Squassino ("primatista femminile di profondità"). Hanno frequentato "lezioni di pronto soccorso indette dal CAI: occorre preparazione specifica ma anche doti fisiche non indifferenti quando si tratta di prestare aiuto in grotta, magari a profondità di 100, 200 o anche più metri." Alla fine dell'articolo ecco la notizia promessa nel titolo: "E così scopriamo che un giorno, a 900 metri negli abissi della Terra, in una località dell'Alta Savoia, due cuori hanno preso a battere un po' più forte del solito, però all'unisono: quello di Mario e quello di Patrizia Squassino, avvenente "tota" di Grugliasco anche lei appassionata da sempre di speleologia.
Laureata in scienze naturali con 110 e lode, si è dedicata alla speleologia dall'età di 15 anni. Faceva parte anche lei della spedizione triestina nei Pirenei: la discesa a quota 1325 metri l'ha portata a migliorare il record di profondità per una donna: il precedente primato era di -900 metri e le apparteneva già. Ora, ha detto agli amici, si propone di scendere fino ai 4500 metri. Sotto la guida di Mario, ora che hanno deciso di condividere non soltanto il piacere delle loro imprese, ma anche quello d'amore, avrà modo e tempo di riuscire nel suo proposito.
Intanto anche in questi giorni si sta preparando, per esplorare l'abisso Kapa, nelle Alpi Marittime. Ed è una impresa che affronterà con uno spirito particolare perché al suo ritorno troverà pronto il nido che Mario sta allestendo per loro due, a Trieste. E così, un giorno, dagli abissi della Terra, sbocceranno i fiori d'arancio".
Prosegue sempre a rilento l'attività dell'AGSP. Pur con un'ottima intesa tra i gruppi speleo, si stenta ancora però a tirare delle conclusioni. Continuano sempre intensi i contatti con la Regione Piemonte, alla quale abbiamo fornito il catasto regionale curato dagli amici di Biella, e che durante l'ultima riunione della Commissione Regionale per la Speleologia ha stanziato un nuovo contributo.
Giuliano Villa e Franca Maina hanno partecipato attivamente all'organizzazione (svolta dal Laboratorio di Paleontologia Umana dell'Università di Torino) del 2° Congresso Internazionale di Paleontologia Umana, tenuto a Torino dal 28 settembre al 3 ottobre con il patrocinio dell'Unesco, dell'Unione Int. delle Scienze Preistoriche e Protostoriche e dell'Associazione Int. per lo Studio della Paleontologia Umana.
Una foto di Meo Vigna scattata nella grotta di Gazzano Inf. è finita (anche se non ben riprodotta) sulla copertina della Rivista Mensile del CAI, numero di sett.-ott. 1987.
Avrete certamente notato come da alcuni mesi, senza alcun merito da parte vostra, uno svogliato postino depositi nella vostra cassetta da lettere tre volte all'anno questo bellissimo bollettino. Considerato che l'unica condizione che è richiesta, oltre a quella di essere nati, è l'avere frequentato in qualche momento della vostra vita degli abissi, troviamo veramente indecente che non abbiate sentito la necessità di ringraziarci, osannarci, o almeno dirci cosa ne pensate di Grotte. Vi invitiamo a farlo, promettendo di pubblicare i giudizi soprattutto se saranno di nostro gradimento.
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Speleonautica |
G. Badino |
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La storia si ripete sempre due volte |
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la prima come tragedia, la seconda come farsa |
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(K. Marx) |
Credo che proprio a tutti quelli che fanno speleologia sia capitato di sentirsi chiedere dello speleonauta; le risposte penso siano state più numerose degli speleologi. Chi scrive è passato attraverso molte, dal tipo iniziale (non so chi sia, la cosa mi sembra una scemenza, del resto se ha voglia di farlo fa bene a farlo), a tipi di risposta più acidi via via che vedevo che il pompaggio dei Media stava illustrando quella cosa come un fatto speleologico di "punta".
Il sapere poi che dormendo con una certa continuità in grotta si possono incassare dell'ordine dei 100 milioni di lire, un po' mi ha esaltato (chi di noi rifiuterebbe mezzo milione al giorno? Montalbini è stato DAVVERO abile), dall'altra mi ha irritato il pensiero che la nostra microspeleologia fatica a montare su spedizioni che costano un decimo.
Soprattutto però mi ha irritato l'aver la sensazione di abitare in un paese davvero di estrema provincia: abitando quella grotta turistica il Montalbini ha provocato un rigurgito di terzo mondo in cerca di affermazioni. Vediamo un po' in dettaglio.
Speleologicamente. Ancora una volta ha fatto breccia nei Media il Record Di Un Italiano, non importa se ottenuto dormendo. Roba da cronaca locale, ma è andata ben oltre, sino ad essere notata all'estero con il conseguente sputtanamento. Tony Oldham si può così permettere di scrivere: "Mamo mio! Senor Montalbini, back to the cave, you still have another 254 days to go! (Mamma mia, tornatene dentro "Senor" Montalbini, devi continuare per altri 254 giorni)": questo perché record non è, non è neppure metà della permanenza massima, che ha fatto in passato uno speleo jugoslavo scrivendoci sopra pure un libro. Del record o no poco importa, mi pare più significativo che Oldham possa scrivere questa irrisione (manca solo qualche nota su "to play mandolino" o "to eat spaghetti" che io, al posto di Oldham, non avrei dimenticato), lo possa scrivere, dico, ed abbia ragione.
Scientificamente. La scienza, in speleologia, è in genere qualcosa di affine a quella che viene praticata dai gruppi astrofili cioè un tipo di attività praticata da gente che non fa mestieri scientifici, ma alla quale piacerebbe farli: e si sfogano in grotta ove, senza competitori, né pubblicazioni da fare su riviste internazionali si creano una nicchia ecologica in cui sono stimati "scienziati".
Distinguerli, operativamente, è facile: se pubblicano a livello internazionale, e quindi con "referee" etc. sono scientificamente rilevanti, se no sono scienzofili.
Per questo la valutazione scientifica della permanenza là sotto mi è impossibile, dato che non so nulla dell'argomento: se però è stato interessante lo vedremo pubblicato su "Lancet", diamo a chi se ne occupa il tempo di preparare il lavoro.
Volendo tirare ad indovinare, però, scommetto che né su Lancet, né su riviste analoghe, mai, apparirà qualcosa. Sono passati venticinque anni da che si sono fatte analoghe sperimentazioni anche sugli animali, e quindici anni fa l'esperienza di Siffre, estremamente preparata scientificamente e pure "mirata" per applicazioni spaziali era già troppo vecchia.
Qualcuno ("mamma mia", non ricordo chi, mi sembra fosse proprio Siffre) mi disse che i russi avevano portato le sperimentazioni al di là di quanto poteva fare una piccola organizzazione: permanenze monitorate in "assenza di tempo" protratte per due o tre anni: non in grotta, ovviamente, ma nei sotterranei di un qualche istituto di ricerche spaziali. E mi viene il dubbio che quel che viene venduto come ricerca inedita sia di fatto, semplicemente, assenza di ricerche bibliografiche. Se è così, i risultati della speleonautica al Vento non usciranno su "Nature" ma su qualcosa di simile ad "Atti del Convegno Piemontese di Medicine Alternative". Nulla di male, intendiamoci, la maggioranza dei sedicenti scienziati opera così; ma fa meno casino.
Giornalisticamente. Al solito il record della stupidità in questa vicenda l'hanno conquistato i giornalisti delle cronache: quel che ne ho letto (sono privo di televisione) mi deprimeva, sembravano essere utilizzati tutti i più stupidi stereotipi della iconografia speleologica e no: "vi-
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scere della terra", "signore del tempo", "lotta all'eroina", "alpinismo all'ingiù", "sopravvivenza in caso di guerra atomica" e tutto il resto che gridava assenza di professionalità, sostanziale incomprensione di ciò che si va descrivendo e conseguente riconduzione del tutto ad un insieme di luoghi comuni da bollettino di cronaca del quartiere.
Gli stereotipi si sono ancora gonfiati con la ripetizione di una lunga permanenza, di gruppo questa volta. In sé, penso, la cosa deve essere stata interessantissima: nel '75 avevamo fatto la "Operazione PB '75" in cui sei speleologi di vario grado di preparazione eran rimasti in condizioni molto difficili (2°C e 100% di umidità) in Piaggiabella. Anche lì l'anelito alla Scienza era possente, ed erano stati registrati i discorsi che venivano fatti dai sei. Risultati scientifici, naturalmente, zero, nonostante che si fossero mossi Psicologi dell'Università. Ma, ragazzi, di quel che è successo là sotto stiamo ridendo ancora adesso. Chissà a Frasassi: sembra che i tipi non ne vogliano parlare; non temete però, il lettore di Grotte saprà, i nostri servizi sono già attivi.
Montalbini. Mi sento di dare giudizi su come uno permette che altri presentino ciò che fa, ma non sulla persona, che non conosco.
Un esempio, fra tutti, dell'idiozia che ha attivato, è da "La Repubblica", che parlandone dice: "Colui che con un poco (sic! un poco!) di enfasi retorica qualcuno chiama il Signore del Tempo (maiuscolo nell'originale)".
Da indizi e da recensioni di gente che lo conosce non me ne sono fatto una impressione negativa, anzi. Profondamente negativa è invece l'opinione che ho del lasciarci sfuggire di mano una cosa che forse è stata molto bella per chi l'ha fatta, negativo e stereotipo il suo uso, la disinformazione che gli è stata associata, l'assenza (in fondo) di responsabilizzarsi di fronte a queste cose. Il rischio del cavalcar tigri è di esserne sbranati.

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Attività di campagna |

6 settembre-9 ottobre, Pakistan (ghiacciaio del Biafo). Spedizione alla ricerca delle grotte nel ghiaccio. Con il "piemontese" G. Badino anche M. Vianelli e L. Piccini. Vedi articolo.
5-6 settembre, Vallone delle Masche (Saline). Battuta. Trovati e segnati alcuni buchi con la sigla ZOT (1.2.3.4.5.6.7). Il più profondo risulta essere ZOT 2 (-50) fermo per ora su strettoia. Chiabodo, Eusebio, Sconfienza, Valente, Vallardi, Bianco, Manzelli, Vigna, Pastorini, Gabutti del GSP e Trova, Faure, Galliano e Garnero del GGPinerolo.
12-13 settembre, Piana del Solai-Ballaur. Battuta. Trovato ingresso alto sull'estrema propaggine del Ballaur. Molta aria ma grossa frana tettonica (-25). M. Scagliarini con M. Marantonio e D. Frati.
13 settembre, Zona Omega (Saline). Battuta. Sceso un -10. Gabutti, Oddoni M., Gobetti, B. Dematteis.
13 settembre, Vallone Jurin-Cima della Fascia. Battuta. Magnetti, Oddoni C., Rattalino, Zitarosa.
12-13 settembre, FS (C. dei Signori). Dal collettore Nord di nuovo sui rami CMS. Vedi articolo. Bianco, Lovera, Nobili, Sconfienza, S. Serra, Jo Lamboglia e Cathy.
13 settembre, Balmo Chanto (Villaretto Chisone). Giro turistico. Gaydou con amici.
19-20 settembre, F5 (C. dei Signori). Gallerie CMS fino al Collettore. Dentro: Chiabodo, Magnetti, Pesci, Sconfienza. Fuori: M. Dematteis (tuta stretta), J. Lamboglia (otite) e la figlia fotomodella di quest'ultimo.
19-20 settembre, Zona del M. Canin (UD). Visti finalmente i buchi trovati in passato. Pietro Micca: ancora troppo stretto. M. Clotilde di Savoia: scende fino a -20 poi continua in meandro. Camillo Benso Conte di Cavour: due saltini, strettoia passabile poi altra strettoia "penible" in vuoto su pozzone. Amedeo di Savoia: continua. Vedi articolo su questo bollettino. Baldracco, Lovera, Vigna, Cerovetti, Apostolo, Tesi, Eusebio, Valente, Scagliarini, Zinzala più il friulano A. Cirillo.
26-27 settembre, F5 (C. dei Signori). Nuovi allargamenti ma si riesce a ritornare sempre sul già conosciuto. Sconfienza, Lovera, Bianco, Nobili, S. Serra, Jo Lamboglia e Cathy.
3 ottobre, Zona del Lupo Superiore. Battuta. Bertorelli, Guiffrey, Scagliarini.
7 ottobre, Baygon (Colme-Mongioie). Rivisto il fondo e disarmo. G. Nobili e S. Serra.
11 ottobre, Caudano (Frabosa Sottana). Giro turistico. Spettacolare nuotata di Barcellari nel torrente che precede l'ingresso. GGPinerolo quasi al completo.
11 ottobre, Capanna Saracco-Volante. Di Maio, Doppioni, Giraudo, Pesci, Sconfienza, Lovera e Chiabodo trasportano da Carnino materiali per i lavori della settimana seguente. Una forte pioggia non agevola l'operazione.
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17-18 ottobre, Capanna Saracco-Volante. Eseguiti i lavori di manutenzione e riparazione per la stagione invernale. Il bel tempo permette di realizzare tutto quanto ci si era prefissato. A primavera inoltrata si provvederà alla riverniciatura dei due locali e alla sostituzione delle ormai ultrascassinate finestre. Chiabodo, Gabutti, Badino, Balbiano, Pusceddu, Ochner, Truffo, Scagliarini, Segir, Eusebio, Valente, Nobili, Pavia, Manzelli, S. Serra, Bianco.
18 ottobre, F 5 (C. dei Signori). Temporali fuori, molta acqua dentro. Disarmo. Sconfienza, Lovera, Bertorelli, Guiffrey, Jo Lamboglia.
17-18 ottobre, Zona dei Gruppetti (Val Ellero). Scesi e rilevati l'A 10 e l'A 25. Posizionati l'A 17 e l'A 12. Mazzilli, Masino, Rolle, Pesci.
18 ottobre, Zona dei Gruppetti (Val Ellero). Battuta. A. Gaydou .
24-25 ottobre, Piaggia Bella. Risalite con il perforatore nelle gallerie verso il Solai. Possibilità quasi nulle. Data un'occhiata al meandro dei Licaoni (da rivedere e rilevare). Vedi articolo. Chiabodo, Badino, Gabutti, Bianco, Nobili, Manzelli.
24-25 ottobre, Abisso Pi Greco (Conca delle Carsene-V. dei Greci). Avvicinamento molto lungo. Grotta bella e facile. Aria sempre forte. Ci si è fermati su di una strettoia che si affaccia su di un P. 15. Ci si ritornerà. Vedi articolo. Vigna, Lovera, Guiffrey.
1 novembre, Risorgenza delle Vene. Giro di piacere. Gaydou, Carena e amici.
7-8 novembre, Rocche Biecai-Zona Alfa. Battuta. Poco ghiaccio o neve nei pozzi. Visti e segnati molti buchi con aria. In particolare da segnalare Alfa Fiori (di ghiaccio naturalmente) con un profondo pozzo d'ingresso. Tracciata una poligonale di riferimento con buoni "classici" già segnati ed esplorati dal GSP nel '73 e '76. Ci si tornerà. Molte analogie morfologiche con la Zona dei Gruppetti: enorme carsismo superficiale. Apostolo, Bertorelli, Scagliarini.
8 novembre, Caudano (Frabosa Sottana). Speleo-turismo. Truffo e amici.
7-8 novembre, Essebue (Ballaur). Effettuate diverse risalite fino ad esaurire le batterie del trapano. Vedi articolo. G. Badino, M. Bellisai, P. Terranova.
7-8 novembre, Artesinera (Prato Nevoso). Continuate le esplorazioni delle nuove prosecuzioni. Ci sono però strettoie e concrezioni da convincere: negano il passaggio. Alcuni rami ritornano su sé stessi. Pavia, Nobili, Bianco, S. Serra, Manzelli, Guiffrey.
15 novembre, Artesinera (Prato Nevoso). Esercitazione di soccorso del 1° Gruppo. Partecipano W. Segir e P. Curti del GSP .
14 novembre, Vallone del Rio Sbornina (V. Corsaglia). Battuta. Visti alcuni buchi nuovi. A. Gaydou.
14-15 novembre, Abisso Pi Greco (Conca delle Carsene-V. dei Greci). Ridotte a tre le ore di avvicinamento. Le precedenti speranze finiscono su di una fessura di 5 cm. Resta da rivedere un meandro stretto. C'è pessimismo. Viene fatto il rilievo. Con il casco: Chiabodo, R. Serra, Pavia, Lovera, Vigna, Tesi. Senza: Sconfienza.
15 novembre, Gola di Caprie (Val di Susa, TO). Discesa uso speleo quasi integrale della stessa. Rinunciato ascendere un ultimo "pozzo" di 25 metri causa buio e mancanza di impianti di illuminazione (e quindi di cervello). Rocambolesca risalita ed uscita dalla Gola. Armi: solo naturali. Sufficienti due corde da 25 m. Importante il livello dell'acqua (pozze profonde). Divertente in estate. Scagliarini, Apostolo, Guiffrey.
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22 novembre, Capanna Saracco-Volante. Pulizia generale del rifugio. Chiabodo e Dematteis. Battuta verso il Ballaur e fotografia. Gabutti.
22 novembre, Venantur (Piana del Solai). Disarmo. Portati fuori 200 m di corde senza sacchi. Trovati moschettoni e placchette di Ube Lovera piovuti lì chissà come, visto che lui non ce li aveva messi. A. Manzelli, U. Lovera.
22 novembre, A 18 (Zona Mongioie). Sceso il P. 40 e quasi raggiunta una finestra con aria. Gaydou, Magnetti, C. Oddoni.
22 novembre, Grotta di Rio Martino (Crissolo). Risalite. Sala Rossa. Frane. Poche novità. Tesi e altri del GG Pinerolo. Rivisti alcuni rami fossili e risalite sopra il fiume; giro in Sala Rossa con una sicura prossima allieva: D. Bregolato, M. Maina, C. Masoero.
22 novembre, Artesinera (Prato Nevoso). Esercitazione di soccorso del 1° Gruppo. Volontari del GSP che vi hanno partecipato: Vigna, R. Serra, Sconfienza, Giovine, Badino, Pesci.
29 novembre, Prato Nevoso. Rinviata a causa della neve l'ultima esercitazione di soccorso del 1° Gruppo.
5-6-7 dicembre, Antro del Corchia (Apuane). Campo interno. Trovate nuove gallerie da rilevare. Vedi articolo. Badino, Tesi, Lovera.
6 dicembre, Grotta di Bossea. Giro fotografico fino ai sifoni. Meo Vigna, scatenato, collauda in questa occasione una nuova macchina fotografica: esasperante! Divertente uso del canotto. Eusebio, Valente, Scagliarini, Vigna, Terranova, Campaiola, Pruel Terranova, Truffo, Curti, Cannonito, Gabutti.
8 dicembre, Diaclasona di Capo Noli (SV). Curiosando. Badino, Tesi, Lovera.
12-13 dicembre, Viozene-Artesinera (Prato Nevoso). Riunione di fine anno per le squadre del 1° Gruppo del CNSA sez. speleologica con relativa cena presso l'albergo ristorante Mongioie di Viozene. Il giorno seguente ultima esercitazione all'Artesinera. Hanno partecipato i volontari del GSP: Chiabodo, Pavia, Lovera, Eusebio, Terranova, Guiffrey, Sconfienza, R. Serra, Nobili, Pesci, Dematteis, Scagliarini, Bianco, Manzelli, Bertorelli, Cerovetti, Beoletto nella parte del ferito.
23 dicembre, Val Corsaglia. Battuta. Visti alcuni buchi nuovi con aria. Con gli sviluppi i particolari. Vigna.
26-27 dicembre, Antro del Corchia (Apuane). Con speleo veronesi sul ramo del fiume. Badino, Chiabodo, Dematteis, Tesi, Lovera, Sconfienza.
27 dicembre, Pennapiedimonte (Maiella, CH). Battuta. Rilevate alcune cavità (max. 30 m di sviluppo). Visti alcuni ingressi abitati da pastori. E. Pesci ed altri.
29 dicembre, Finalese (SV). Giro fotografico alle Grotte delle Manie: Vigna, Eusebio, Valente, Vallardi, A. Serra, Truffo.
30 dicembre, Castelbianco (IM). Battuta in Val Pennavaira. Visti alcuni buchi in parete e trovata una bella risorgenza (sviluppo 20 m) ancora parzialmente attiva ma irrimediabilmente stretta al fondo. Terranova, Campaiola, Pruel Terranova, Apostolo, Scagliarini, Truffo.
31 dicembre, Arma della Pollera (Finale, SV). Likoff di Capodanno pienamente riuscito. Speleo anche dal Veneto e dal Friuli. Del GSP mancavano davvero in pochi, quindi non menzioneremo nessuno.
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Abisso Amedeo di Savoia (M. Canin) - rilievo
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Uscite in Canin |
A. Eusebio |
Reduci dal Supercongresso del Soccorso a Trieste alcuni di noi (Baldracco, Segir, Lovera, Zinzala) ne approfittano per farsi un nuovo giretto in Canin nei dintorni del Rif. Gilberti trovando alcune promettenti fessure soffianti che sono il motivo del nostro ritorno. Così in una lunga e nebbiosa notte di settembre (18-19-20) ci incamminiamo con le auto di Baldracco e Lovera verso Sella Nevea, al mattino saliamo al rifugio, e poi verso le varie cavità ritrovate. Siamo in undici (Baldracco, Lovera, Cerovetti, Scagliarini, Apostolo, Vigna, Tesi, Valente, Eusebio, Zinzala e l'indigeno Cirillo), carichi come muli, e le varie grotte ritrovate la volta precedente ben presto tradiscono le aspettative, così di fatto ci ritroviamo a cercarne di nuove, fin quando a notte tarda ne appare una che naturalmente scenderemo domani.
Nel mattino prestissimo saliamo in quattro (Vigna, Lovera, Eusebio e Cirillo) in primi due a rivedere una fessura gli ultimi a scendere il più possibile, e così facciamo finche non terminano i martelli a disposizione arrestandoci su un salto di una quindicina di metri con rumore d'acqua sul fondo. Ci ritornerà Agostino con i Pordenonesi in novembre e constaterà almeno per ora l'impercorribilità della grotta alla base del pozzo sondato in precedenza, una stretta fessura toglie infatti ogni speranza.
Ubicazione e descrizione. La grotta è situata a q. 2250 circa sulla dorsale che collega Sella Canin al Monte Canin, su di un ripiano sospeso. La cavità inizia con uno stretto pozzo di circa 40 m che nella parte inferiore si allarga, alla base una diaclasi immette in un ambiente più ampio da cui si diparte un meandro che, dopo una strettoia verticale, diviene ampio; un'ennesima strettoia conduce in una saletta e da qui alla verticale di 15 + 15 malia base delle quali diventa impossibile proseguire. La cavità è interessata da una debole circolazione idrica e da pochissima corrente d'aria. La direzione verso cui si dirige è circa Sud-Est, la profondità raggiunta circa -100 m.
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Recensioni |
A. Eusebio |
Labirinti 7, Bollettino Gruppo Grotte CAI Novara, 1986
Ricevuto il Bollettino dei Novaresi, l'ottima impressione suscitatami mi ha indotto a farne una recensione senza indugio positiva. Va infatti sottolineato come questa pubblicazione sia nel suo complesso molto "bella", segno di una grande vitalità del gruppo, che si è concretizzata in ottimi frutti e la congiunzione Guglielmo-Bul ne è solo il fiore all'occhiello. Gradevole da leggere, mi è apparsa molto equilibrata, piacevoli gli articoli, ben descritte le grotte, l'ubicazione, ecc.; ottima infine l'idea di allegare il rilievo del Complesso Guglielmo-Bul. Solo una osservazione da fare agli amici di Novara: perché attendere così tanto per fare uscire la così intensa attività dell'86?
Ipoantropo, Bollettino GSPGC, Guida alle più note cavità dell'Emilia-Romagna, Collana argomenti 7, anno 1987
Anche questa recensione come la precedente vuole essere un elogio a chi lavorando sodo nel difficile mondo della speleologia è riuscito a far stampare una bella guida. La pubblicazione uscita a cura della Federazione Speleologica Regionale, raggruppa descrivendone i principali aspetti le più importanti cavità dei gessi emiliani e romagnoli. Lo scritto è certamente di grande valore e anche sforzandomi non avrei suggerimenti determinanti da dare agli amici emiliani, unica perplessità sono le tavole fuori testo abbastanza scomode da consultare (ma c'era una alternativa?). L'aspetto che mi ha stupefatto riguarda la sede dove è stata stampata l'opera, senza togliere nulla infatti all'ottimo bollettino di Reggio Emilia, veicolo informativo di un'eccezionale gruppo grotte (GSPGC), credo che pubblicazioni di un così ampio respiro debbano uscire in un contesto differente, magari attraverso la Regione Emilia Romagna, come nel bene e nel male capita da noi in Piemonte, e nel quadro di un rapporto di collaborazione con gli Enti regionali per la conoscenza e la protezione degli ambienti carsici.
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L'abisso Pi greco e il Vallone dei Greci |
B. Vigna |
Localizzazione e accessi
L'abisso è localizzato sul margine nord-orientale della Conca delle Carsene (Massiccio del M. Marguareis) in una depressione secondaria denominata "Vallone dei Greci". La zona è separata dalla conca principale da una dorsale orientata grosso modo NW-SE con una serie di piccoli rilievi quotati intorno ai 2500 m, dorsale che termina in prossimità di Testa Murtel. Verso oriente e settentrione l'area è delimitata dalle strapiombanti pareti del Vallone degli Arpi e di Passo del Duca.
Le esplorazioni di questo settore iniziano già negli anni '60 da parte del GSP che sigla una serie di grotticelle con la lettera M. Nel 1981 Baldracco, Gobetti, De Monte e compagnia durante un campo estivo esplorano 26 cavità, tra cui l'abisso Pi Greco, mentre nell'84 vengono scoperti ancora dal GSP una quarantina di nuovi pozzi (v. Grotte n. 85). Nell'autunno '87 so-no concluse le esplorazioni a Pi Greco e stilato il rilievo.
La zona, anche se di ridotte dimensioni, è una delle più belle e selvagge aree carsiche delle Alpi Liguri ed è caratterizzata da una serie impressionante di pozzi, doline e depressioni strutturali concentrati in appena 0,5 kmq. AI contrario di tutti i carsi di alta quota limitrofi, è presente una fitta vegetazione con pini mughi che generalmente ostacola le battute nascondendo anche numerosi ingressi, ma che fornisce una buona scorta di legname secco per scaldarsi o cucinare. L'accesso è piuttosto scomodo, ad eccezione dei mesi estivi quando si può arrivare dalla Capanna Morgantini in 1.30 ore; nelle altre stagioni è necessario risalire l'alta Valle Pesio lungo il Vallone degli Arpi fino a pervenire in circa 3 ore al Passo del Duca.
La conca delle Carsene, con al centro della foto la zona denominata Vallone dei Greci (foto A. Eusebio).
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Carta schematica della Conca delle Carsene
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1 = A. Perdus 2 = A. Tranchero 3 = A. Serge 4 = A. Cappa 5 = A. 18 |
6 = A. Straldi 7 = A. Scarasson 8 = A. Marcel 9 = A. Pi Greco |
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Considerazioni sul carsismo
L'importanza di questo settore è sottolineata dalla presenza di una notevole serie di ingressi con forte corrente d'aria, tutti funzionanti da ingressi "bassi". Purtroppo durante la stagione invernale le cavità aspirano immagazzinando enormi quantità di neve, ancora presente a fine estate e che impedisce quindi l'accesso in profondità. Nella cartina allegata si può vedere come la zona sia localizzata ad una certa distanza dal sistema principale della conca, rappresentato dal Complesso Cappa-18-Straldi (-759 m, oltre 10 km di sviluppo). Si suppone che al di sotto del Vallone dei Greci esista una serie di gallerie fossili sub-orizzontali come quelle presenti nell'abisso Cappa e che costituiscono una complessa rete di condotte testimonianti un importante livello di falda compreso tra i 1650 e i 1500 m s.l.m.. La recente congiunzione tra lo Straldi e il Cappa ha dimostrato l'esistenza di un reticolo di gallerie che collegano i diversi abissi. Questi seguono un andamento prettamente verticale, alternando pozzi e brevi meandri, fino ad intercettare le gallerie orizzontali. Un rapido approfondimento del livello della falda è testimoniato dalla presenza di una serie di ringiovanimenti che, attraverso pozzi anche di notevoli profondità raggiungono la quota dell'attuale reticolo freatico o si fermano lungo strette fessure in prossimità di esso.
Il livello della zona satura dovrebbe essere localizzato ad una quota di circa 1450 m, grosso modo soltanto una decina di metri al di sopra dei sifoni terminali del Pis del Pesio, principale emergenza (insieme al "Pesio 18") di tutto il settore Conca delle Carsene-Pian Ambrogi.
Nel Vallone dei Greci i "possibili" abissi dovrebbero incontrare le gallerie attive ad una profondità di circa -600, mentre a -450 sarebbero localizzate le supposte condotte orizzontali. Essendo presenti in zona soltanto bocche aspiranti (stagioni fredde), gli ingressi alti del sistema sarebbero localizzati nella parte meridionale della conca, in prossimità della cresta Monti delle Carsene-Passo Scarason, ad una distanza in linea retta di oltre 1,5 km.
L'esplorazione dell'abisso Pi Greco doveva confermare queste ipotesi, ma ad una profondità di -194 una stretta fessura ha impedito per ora ulteriori prosecuzioni.
Le indagini in questo settore non sono ancora terminate; occorrerà discendere i diversi pozzi presenti, nella stagione autunnale quando i depositi nevosi raggiungono le dimensioni più ridotte, o insistere con lavori di disostruzione per aprire i numerosi ingressi ancora impraticabili.
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Pi greco: le esplorazioni autunnali |
Ube Lovera |
Le Carsene sono un bene di rifugio. Torino si ricorda della loro esistenza saltuariamente, quando le vicende complessive dell'anno esigono un riscatto o quando è più sentita l'esigenza di avere alternative ai consueti buchi. Se il GSP è prevalentemente Piaggiabelliano con eventuali influssi fighieraici, il Meo è seriamente, seccamente e costantemente Carsenese. Ed è così che in un autunno giammai sì autunnale risorse Pi Greco, promettente abisso dimenticato da quando agli inizi degli anni 80 Andrea, Giorgio, Icaro, Emilio ecc. lo esplorarono fino ad una fatale strettoia a -150 segnalando aria forte e un pozzo oltre la fessura.
L'idea è di per sé demenziale: Pi Greco è lontanissimo da tutto e tra le vie d'accesso la Val Pesio è la peggiore. L'altra più pacata (Limone-Morgantini-Carsene) cela insidie per le vetture causa la stagione ahimè tarda.
La via è poco conosciuta per arrischiare scorciatoie, siamo quindi costretti a sorbirci la strada militare e i suoi tornanti; la distanza è indefinita, Meo sentenzia tre ore e questo può significare un giorno quanto una settimana, non di meno. Siamo in tre, carichi come dromedari in un'atmosfera da Portatori dell'Anello: ovviamente piove, a tratti nevischia, i momenti peggiori Meo li supera gridando alla tempesta cose come "Visconte tempraci"; ma siamo in Val Pesio, quasi monregalese, al confine delle Carsene, dove agiscono arcaici retaggi e qui il Bartolo è all'apice, inarrestabile.
Arriviamo al Passo del Duca contemporaneamente alle tenebre, il Vigna tenta, questa volta fallendo, di farci pernottare sotto una pietra; ne segue una ritirata fino al gias dell'Ortica per una gratificante dormita dentro gli zaini. Assistiamo increduli e impotenti al susseguirsi delle tragedie, neppure le pupe ordinate nel frattempo al Visconte si fanno vedere.
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Abisso p - rilievo
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Pi Greco è lontano da tutto (anche dal gias, scopriamo il giorno dopo) però è bello e adesso anche ben armato. Il primo pozzo, un 40, è riducibile a soli 20 metri entrando nell'ampio portale, ciò nonostante riesce ugualmente ad essere tra le più imponenti verticali dell'abisso, che scende quieto tra brevi pozzi e comode arrampicate. Qualche incertezza verso i -100 per trovare il percorso, poi nuovamente fino a un ultimo P. 10. E il fondo della grotta, l'ultimo pozzetto di pochi metri chiude in maniera indecente ma sopra, come narravano le leggende, una fessura porta al successivo salto, 10 metri cori aria forte. La strettoia è una formalità, e così il seguente spit, poi ancora un pozzo sui 22 metri. Una fessura verticale ferma la corsa superabile con un po' di disostruzione: un P. tot sorride d'altra parte.
La risalita e il disarmo incontrano un Armando sorridente reduce da un meandro arieggiato trovato nell'attesa. Ritorno.
La seconda punta è più quieta e più bucolica. L'esperienza e il ridotto carico pro capite accorciano la salita asole tre ore. Il fascino di un fuoco di pini mughi dilata un briciolo il momento dell'ingresso ignari del Garelli testé bruciato: giusto giusto quelle sette-otto ore di notte marguareisiana per assecondare alcuni dei nostri migliori vizi.
Entriamo in sei: i grassi, Arlo, Serra e Flavio al meandro; Meo, Riccardo e il prolissamente vostro verso la fessura; restano in due all'ingresso: Annie di professione cane e Stefano di professione fesso, che recidivo, ha lasciato il casco alle macchine.
Breve la cronaca e soprattutto triste: gli smilzi rapidamente demoliscono la strettoia e insieme le speranze di proseguire; dodici metri più in basso una fessura di due dita mette fine all'esplorazione. Non molto meglio va ai trichechi che dopo essersi contorti in un meandrino immorale se ne sono tornati a casa con la consueta zainata di pive.
L'aria, notevole all'ingresso, si è via via democraticamente suddivisa per tutti i pozzi, meandri, arrivi e fessure che si trovano lungo il percorso, tanto da rendere estremamente poco convincenti le due o tre risalite che si propongono nelle parti basse.
Selvaggia Donna Riccardo Pavia
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Selvaggia Donna |
Riccardo Pavia |
Quadro geografico
La Donna Selvaggia si trova in Valdinferno (Garessio), una valle laterale della Val Tanaro, orientata con asse E-W e delimitata a sud dalla dorsale del M. Antoroto-Rocca d'Orse, a nord e ad ovest dalla dorsale M. Antoroto - M. Berlino - Costa di Maggio ed a est dalla Val Tanaro.
Quadro geologico
L'area carsica appartiene al Dominio del Brianzonese Ligure ed è interessata dai calcari dolomitici e dolomie de Trias, dai calcari massicci del Giurese e dai calcari marnoso arenacei del Cretaceo. Intensi fenomeni plicativi interessano la sequenza stratigrafica, partendo dalle quarziti del Trias (come letto), fino ai calcari arenacei del cretaceo (come tetto). L 'intera struttura è costituita da una grande piega coricata con asse circa E-W. La serie carbonatica è delimitata a nord da una faglia orientata E-W che disloca i terreni impermeabili (quarziti e porfiroidi) dalle rocce carsificabili.
Morfologia della cavità
La grotta della Donna Selvaggia è una testimonianza del grande sistema carsico esistente in Valdinferno. La fase di smantellamento dovuta principalmente all'arretramento del versante, ha portato alla luce il suo ingresso, assieme ad un considerevole numero di altre cavità tra le quali il Garb dell'Omo. Si tratta di grotte formate in un carsismo profondo, oramai in fase senile, costituito da reticoli di condotte freatiche fossili più o meno inclinate, interrotte talvolta da piccoli crolli e successivi riempimenti calcitici.
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Grotta della Donna Selvaggia - rilievo
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Storia delle esplorazioni
A parte le prime prospezioni condotte da Capello negli anni 50, è il GSP a compiere interamente le campagne esplorative. Nel 1960, fu raggiunto un fondo a -58. Nella primavera del 1984, traversando a metà di un pozzo di 25 m si trovò la prosecuzione, raggiungendo dopo una serie di condotte e pozzi, un fondo a -183. Lo stesso anno furono compiute delle risalite sul pozzo terminale, permettendo di raggiungere un altro fondo a- 193. A fine primavera dell'87 fu forzato il fondo a -183 raggiungendo 234 metri di profondità.
Le ultime punte
Solita uscita di corso, solita situazione, in cui ci si abbandona ai propri pensieri, aspettando che gli allievi, con il loro lento incedere, ricostituiscano la squadra. E tra un pensiero e l'altro, per non far trionfare l'abulia della mente, causata dalla lunga attesa, decido di andare a guardare come chiude il fondo della grotta. Qualche blocco di frana, un po' di corrente d'aria che filtra attraverso, e quel che non mi aspettavo di trovare. Tra la parete e la frana vi è una strettoia dove posso strisciare e maledire come al solito il momento in cui ho deciso di fare speleologia. Discendo di qualche metro e poi l'ambiente si allarga nuovamente con una grossa galleria inclinata che nient'altro è che l'ideale prosecuzione del salone del piano di sopra. Chiamo gli altri e diamo un'occhiata sommaria alla galleria che purtroppo chiude. Rimangono alcuni pozzi da scendere.
Torniamo in folta schiera alla Donna nella primavera 1987 (v. boll. n. 93). Ci dividiamo. Alcuni rilevano ed esplorano altrove, altri ed il sottoscritto scendono un paio di pozzi fino ad una strettoia che in un paio d'ore viene demolita. Dopo un meandro ed un paio di pozzetti, giungiamo in una sala dove la grotta prosegue in basso con un P 40 dall'ingresso molto stretto. Raggiungo il fondo del pozzo e constato che chiude inesorabilmente con un laghetto. La prosecuzione è una finestra poco sotto l'ingresso del pozzo, ma come al solito ci vuole il martello. Alla prossima occasione - penso - se ci sarà.
Esplorando le nuove gallerie della "Donna Selvaggia" (foto Meo Vigna).
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Assalti boschimani |
G. Badino |
Nell'ultimo anno abbiamo raggiunto due obiettivi "storici" della speleologia del Marguareis, la giunzione Gaché-PB e il forzamento delle Porte di Ferro. Questo è stato assai bello e foriero di simpatiche feste, ma ci ha portato via i due più grandi obiettivi, chiari e ben definiti; ne rimangono altri, naturalmente (F5, PB-Labassa, a monte del fiume del Corchia ed altri ancora) ma nessuno è altrettanto preciso, succulento o ben definito.
Quest'anno, soprattutto nella sua seconda parte, è stato dunque un periodo di sondaggi, approcci, in cerca di punti ove applicare lo sforzo. A renderci queste ricerche un po' più foriere di esplorazioni di quanto era temuto è intervenuto il martellatore: uno degli obiettivi strategici è divenuto difatti il riandare nelle grotte stranote a raggiungere alti buchi in parete. Lo si è fatto in Corchia, in PB ad Essebue e di questi narrerò; ma pure Omo Inferiore, Gruppetti, Rio Martino, Spluga della Preta, Buco di Valenza hanno visto nobili tentativi dell'applicazione di queste splendide tecniche. Solo il Corchia però ha ripagato molto bene lo sforzo.
Da Piaggiabella
Piaggiabella, la più grande grotta del Marguareis, ha molte grosse questioni in sospeso poco sotto il suo ingresso più frequentato, il Pas. Si accede difatti ad una zona di enorme complessità, vastissima, con alternarsi di gallerie di distensione, di condotte e di mille meandrini. La regione a gallerie frenetiche (- 250 dal Pas) è particolarmente interessante e foriera di possibili prosecuzioni. Da essa nel '75 eravamo riusciti ad entrare nel vicino abisso Solai; i sei speleologi che all'epoca avevano fatto un campo interno di dodici giorni avevano scavato un sifone di fango, e superato una serie di galleriette e di strettoie sino ad un meandro (Limbo) che ci aveva portati nella vicina grotta.
Da allora non ce ne siamo più occupati, ma ora Labassa e il Venantur hanno riacceso interesse per il Solai che però è antipaticamente stretto. Quanto meglio sarebbe giungervi comodamente da PB!
Cronaca di una rapida discesa di fine ottobre, che come unico frutto ci ha donato fiducia nei Fix da 6 mm.
La missione punta a risalire il camino che si alza nella galleria che va in Solai. La zona non è più percorsa dal '75 ed il sifone di fango scavato dai sei della PB '75 che ci aveva portato in Solai è ora intransitabile, pieno d'acqua. La galleria che vi arriva ha un po' d'aria, soprattutto però sappiamo che sopra la zona del sifone di fango ci devono essere gallerie: un piccolo camino al di là di questo, infatti, porta su una strettoia ventosa di là della quale occhieggia una galleria, mai percorsa.
Macché, cinque o sei Fix mi portano in cima al saloncino, chiuso da fessure. Ridiscendo in artificiale per non dover abbandonare materiali per fare una doppia così stupida. Scendo tranquillo, sovrappensiero, assicurato da Munnezza che mi sta rivelando dettagli piccanti sulla vita amorosa di un paio di speleologi. Troppo concentrato su questi, al momento in cui finisco di sfilare il dado dal Fix superiore mi sbilancio fatalmente e volo giù per tre o quattro metri; Gianni, per fortuna, non si era distratto, e mi tiene.
Pure il Fix che in quel momento avevo all'altezza dei piedi (la parete è un poco coricata) non è distratto e mi tiene senza neppure piegarsi, nonostante che fossi su corda (naturalmente) statica, con un paio di metri di mollo a monte del chiodo ed una diecina fra il chiodo e l'assicuratore.
Ecco, ora sappiamo che i Fix da 6 tengono più di quel che sembra.
Da Essebue
Essebue è il secondo ingresso del Gaché e divide con esso le incombenze di essere gli accessi più alti del Complesso di PB e di essere piazzati in una zona spartiacque fra PB e l'Interno del Marguareis Settentrionale. Ma l'aria che per corre l'interno della montagna conosce degli ingressi ancora più alti; come è noto infatti sia il Gaché che Essebue funzionano spesso e volentieri da ingressi bassi con circolazione d'aria USCENTE d'estate.
A chi sa dove sono situati la cosa deve apparire ridicola, non sono a neanche ottanta metri dalla cima del Ballaur, milletrecento metri sopra le risorgenze. La cosa è effettivamente ridi-
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cola, e fa ipotizzare l'esistenza di un reticolo di pozzi intercomunicanti che traforano (malcoperti) tutta la cima del Ballaur e dei quali Gaché ed Essebue sono due fra i più bassi.
La cosa è plausibile e succulenta, perché ci darebbe modo di trovare altre vie che vanno verso le risorgenze: soprattutto, verso Nord, verso il Pis dell'Ellero, la mitica sorgente delle acque del Gaché ma alla quale sono associate pochissime grotte.
La zona in Gaché ove vi è l'inversione della corrente d'aria (cioè la zona nella quale arrivano gli ingressi alti) è il P135, a circa -100, zona ampia, verticalissima e scomoda.
In Essebue invece la zona di inversione è il canyon iniziale, dai -30 ai -90, una grande forra in discesa, dal fondo di frana e con un soffitto di ambienti bui intervallati da gran blocchi sospesi, da dieci a quaranta metri al di sopra.
Vi andiamo a novembre (P. Terranova, M. Bellissai ed io). I camini da salire sono a -90, sulla destra scendendo, nei pressi della strettoia, un altro a metà del canyon, si tratta di raggiungere una sala sospesa che si intravede, il terzo è una spaccatura sulla destra a poco sotto il P21; infine occorre fare il traverso alla sommità del pozzo.
Noi, con poco tempo e (scopriremo presto) poca carica nelle batterie del trapano, possiamo solo fare quelli che ci appaiono più succulenti, il secondo (quindici metri) che però ci porta in un ambiente ampio ma chiuso, ed iniziare il terzo per un sei o sette metri.
Dal Corchia
Il Corchia è una grande cavità sita nel monte omonimo, nelle Alpi Apuane; queste ultime prendono il nome dal fatto che sono bianche ma macchiettate dal nero degli ingressi: sono dunque "a pois". Il Complesso del Corchia risulta essere la più vasta cavità della Versilia.
La decisione di cercare di capire bene la regione del fondo risale a prima dell'estate, quando M. Sivelli ed io decidiamo di andare insieme e con un martellatore nelle zone finali in tardo autunno.
Detto e fatto. A fine novembre ci troviamo a Levigliani, tre da Torino (U. Lovera, F. Tesi ed io), Agostino da Pordenone, e un mucchio da Bologna. La spedizione sembra finita prima di nascere, piove da giorni, sarà impossibile salire su per i nuovi rami bolognesi del Lago Sifone.
Entriamo lo stesso in serata, sfidando i corsi d'acqua apparsi nelle gallerie degli Inglesi, e bivacchiamo alle Stalattiti (!), ove approntiamo una festa per consolarci del bidone che sembra imminente.
Al risveglio nel tenebroso mattino Michele decide un sondaggio in profondità coi soli materiali da avanzata, siamo sicuri di essere bloccati all'Elle.
E invece l'acqua diminuisce a vista d'occhio, arriviamo facilmente al Lago Sifone, molto più alto del normale, che aggiriamo attrezzandolo a sinistra mentre i bolognesi se ne van su per il loro ramo.
Ci raggiungono poche ore dopo in zona fondo, lassù è troppo pieno d'acqua, e mentre noi ci dedichiamo a risalire qua e là loro rilevano l'ultima galleria (già nota agli addetti ai lavori) che dal fondo si protende in avanti per un paio di centinaia di metri.
Noi, appunto saliamo qua e là. Una prima salita ci regala un by-pass della Grande Cascata. Tocca invece a Flavio vedere uno sfigatissimo arrivo a consigliare di raggiungere quello che, da lì a poche ore, si chiamerà Ramo Pinerolo, per questo. Ramo Pineröl, spero che Flavio adotti questa dizione.
Lui lo consiglia, Ube scatta trapanando, per quel che glielo permette il fatto che continua a dormire. Nel sonno non si accorge che sta scaricando la batteria con la punta che gira al contrario; sul foro successivo, invece, dato che la batteria è quasi scarica, la butta via (ma non riesce a colpirci) nel Vidal. Lo rimproveriamo aspramente per il suo scarso spirito ecologico, Flavio successivamente gli farà presente che se continua così poi la gente a toccare l'acqua del Vidal prenderà la scossa.
Bene o male raggiunge quello che oramai è vicinissimo a chiamarsi Ramo Pineröl, ma la salita la conclude Flavio, che entra nel Pineröl. Si tratta di un vasto insieme di gallerie freatiche sovrapposte al Vidal, molto concrezionate. Molto.
Vi giriamo un paio d'ore coi bolognesi che nel frattempo ci hanno raggiunto, in un mezzo chilometro di ambienti anche vasti ma che per ora non mostrano intenzione di aiutarci nel nostro obiettivo, superare il fondo.
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Abisso Saracco |
A. Eusebio |
A quattro anni dalle nostre prime sporadiche discese nel Complesso F5-F33 o come più pretenziosamente ci piace chiamarlo "Complesso del Colle dei Signori", mi pare giunto il momento di fare una pausa di riflessione, mettere un punto fermo a tutta questa catena di esplorazioni, raccogliere le idee valutando quando, quanto e come è stato fatto là sotto in oltre vent'anni di discese per trarre naturalmente nuove idee per un prossimo futuro esplorativo.
Le esplorazioni
L'ingresso della cavità fu scoperto nel 1964 e la grotta fu discesa fino a -80, l'anno successivo l'abisso fu riarmato ed esplorato fino alla sommità del pozzo da 155, poi la mancanza di materiali e soprattutto il mortale incidente occorso a Saracco in Sardegna fanno sospendere i lavori che verranno ripresi l'anno successivo e proseguiti nel 1967-1968 con un campo interno. Al termine di questa lunga campagna esplorativa il risultato era rappresentato da un complesso carsico che si sviluppava per 1450 m con quattro fondi di cui il più profondo raggiungeva -507 m.
Dopo questo grande sforzo esplorativo la cavità venne dimenticata, nel 1976 vi si arrivò indirettamente: la scoperta e la discesa dell'F33 - Abisso dei Passi Perduti - condussero infatti dopo 415 m di dislivello ad uno dei fondi dell'F5, per un'altra via naturalmente. Nel 1979 rapida puntata dei francesi del CMS che scoprono alcune gallerie in prossimità del fondo, di nuovo anni di oblìo poi nel 1984 il GSP riarma la grotta, ne percorre i suoi rami principali ed esplora qualcosa, l'anno successivo si raccolgono dei frutti e si rilevano oltre un chilometro di grandi e promettenti gallerie. Nei due anni successivi, soprattutto sotto la spinta di Jo Lamboglia, il semplice abisso si trasforma in un complesso sviluppandosi verso la P.ta Marguareis con un grande collettore per complessivi 5000 m senza variare purtroppo in profondità.
Descrizione
Difficile è fare una descrizione dettagliata: ogni ramo, in genere coalescente con altri dieci, ha una sua particolarità. Più facile è distinguerne tre parti, la prima dall'ingresso alla base del P.155, la seconda da base P.155 a circa -400, la terza da qui fino al fondo.
La prima parte è immediata: una velocissima sequenza di pozzi, a cui si intermezza solo un corto e schifoso meandro che conduce al P.155, qui 10 cambiattacchi consentono di raggiungerne il fondo. La via è senza fuga. Dall'ingresso una pietra giunge fino a -100 e dalla sommità del P.24 fino alla base del P.155.
La seconda parte non è immediata, alla base del P.155 infatti una grande diaclasi consente di approfondirsi in vari punti, i vari rami che a suo tempo parevano indipendenti in realtà sono a più livelli collegati; non è facile dunque comprendere appieno la zona che forse tra tutte è quella che presenta più interrogativi, soprattutto perché appare la meno esplorata.
Se la seconda parte è la più difficile da schematizzare la terza appare ad una prima analisi ancora più caotica, poi in realtà è solo smisuratamente più sviluppata. Essa appare organizzata su due-tre livelli, un attivo e due fossili in genere, e vi si distinguono almeno due collettori principali, il primo che si segue scendendo e che ci conduce al sifone a -478 ed un secondo più articolato, che risale per oltre un chilometro, fino a giungere al di sotto della grande conca che collega la zona Navela con quella che proviene dal Colle dei Signori. È naturalmente il settore nel quale abbiamo lavorato di più, soprattutto perché da queste regioni si sperava di passare il fondo e dirigersi verso il Lupo; invece ne sono usciti "solo" tre chilometri di gallerie, peccato.
Queste le linee essenziali dunque; ogni ramo ha alcune peculiarità tipiche della morfologia della zona, per esempio il primo tratto è costituito essenzialmente da pozzi cascata scavati nei grigi e puri calcari giuresi, la seconda parte appare più interessata dalla tettonica, grandi pozzi impostati su fratture intersecano meandri con pozzi di arretramento, ed in generale il ruolo speleogenetico fondamentale è costituito dalla famiglia di diaclasi N-S, qui interessate
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Interno-esterno della zona della Colla dei Signori. In nero sono riportate le cavità presenti, con le quote degli ingressi e le profondità dei vari rami.
L 'asterisco evidenzia le doline con forte circolazione d'aria.
A) Abisso Joel, B) Trou Souffleur, C) Abisso Volante (F3), D) Pozzo F9, E) Abisso Saracco (F5), F) Abisso F33.
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da un gruppo di fratture circa E-W. L'ultima parte, costituita quasi essenzialmente da un collettore, che scorre ancora su litotipi calcarei, è formato da gallerie in origine freatiche, ormai molto crollate, che si approfondiscono a meandri in più zone ed in più livelli. Anche qui si riconosce un elevato contributo della tettonica, e spesso nelle gallerie si riconoscono crolli caratteristici, attribuibili al rilassamento della massa.
Rilievo
Fare la topografia di tutto questo è stato un lavoraccio, fortunatamente esso è stato eseguito a pezzi, circa 1.5 km erano stati appunto rilevati da GSP e GSF (Leoncavallo, Baldracco, Gecchele, Pianelli, Follis e Calieri) dal 1965 al 1968; altri 500 m sono rappresentati dalla topografia fatta dal CMS (Martinez) dell'F33. I restanti 3 km se li sono sorbiti il sottoscritto ed il prode Sconfienza in parti circa uguali tra gli anni 1985 e 1987. Per quello che riguarda gli errori è nato il sospetto che esistano, quando abbiamo provato a riunire le piante di F33 e F5 che in pratica si congiungono in due o tre punti, ma che dal rilievo paiono appartenere a due complessi carsici differenti. Per ciò che concerne la nostra parte sono state chiuse numerose poligonali e la peggiore, di oltre 600 m di lunghezza, non quadrava di 15 m in pianta e 10 m di dislivello (errori valutabili nell'ordine del 2-3%) e considerando che si tratta di rilievi eseguiti a grande profondità, a sei-sette ore dall'ingresso in zone difficili, non possiamo che esserne soddisfatti.
Conclusioni
Difficile è fare dunque delle asserzioni definitive, in generale si può affermare, e nell'articolo che segue lo si sosterrà con più vigore e sentimento, che si continuerà a lavorare; magari cambiando tipo di approccio al problema soprattutto comunque nelle zone intorno al fondo per cercare di passarlo e in prossimità del termine a Nord del Collettore omonimo magari cercando un altro ingresso da fuori. A presto.
Tavola fuori testo
Abisso Saracco - rilievo
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Perché continui ad andare in F5? |
S. Sconfienza |
Le attuali esplorazioni del Collettore Nord di F5 e la "nostra" speleologia hanno un forte elemento in comune: una incerta e contraddittoria tensione verso l'elitarismo.
La speleologia d'esplorazione che ci vantiamo di praticare indugia continuamente tra il superbo compiacimento di sé e della cerchia ristretta a cui si rivolge e il tentativo - per lo più goffo - di uscire da questo isolamento, cercando di coinvolgere più persone in queste esperienze.
Ma questa speleologia - come l'Abisso Saracco - non paga in proporzione agli sforzi, non è prodiga di risultati concreti e immediati, è fredda, faticosa, non attira il neofita.
Simbolo di questa dicotomia è Jo Lamboglia, sempre più il motore di queste esplorazioni: Jo è sempre più solo in questa impresa, ha perso anche i compagni di Nizza che due anni fa lo aiutavano, ha un atteggiamento quasi sdegnoso verso chi non apprezza i tesori di questa grotta, ma al tempo stesso desidera e ha bisogno di qualcuno con cui condividere il lavoro.
Il 1987 ha visto F5 continuare a crescere, più lento ma continuo; lento, perché le zone da esplorare sono sempre più lontane e faticose e si è sempre in meno a lavorarci: Jo, rimasto solo, e pochi di noi, con qualche saltuario e occasionale.
Intorno al Collettore Nord si è terminato quest'anno di rilevare tutto l'esplorato, la miriade di gallerie al di sopra del ramo attivo, che, vista parzialmente e frettolosamente, rischiava di creare solo confusione, dando l'impressione fallace di grandi prosecuzioni ovunque e ma-
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Complesso del Colle dei Signori (F5-F33) - rilievo
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Scendendo lungo il P. 150 dell'Abisso Saracco o F5 (Foto Meo Vigna)
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scherando i veri punti chiave della grotta.
Le varie diramazioni fossili si sono rivelate quali un esteso ed ininterrotto livello di gallerie che sovrastano il collettore e di cui l'attivo non è altro che un ringiovanimento per lo più scomodo da percorrere.
L'esplorazione del Collettore Nord è alquanto faticosa e non estremamente gratificante, ma sicuramente importantissima conoscitivamente: si tratta dell'unico collettore percorribile nella zona, forse l'unica carta attualmente in nostro possesso per cercare di assemblare un'area tra le più disgregate del Marguareis, in proporzione alla profondità che in essa si è raggiunta.
Eliminati quasi tutti i dubbi significativi lungo l'attivo, non resta adesso che risalirlo ad oltranza, con la speranza di collegare "perlomeno" idrologicamente le cavità note sul versante Sud-Ovest del Marguareis e chissà - forse anche zona O. In questa direzione questa stagione si è guadagnato un centinaio di metri, tra meandri e pozzi risaliti, e ci si è fermati a trenta metri di altezza di un grosso pozzo ascendente, con una galleria visibile sulla parete opposta.
Ma le novità più consistenti dell'87 provengono dalla zona di collegamento tra il fondo -480 e il Collettore Nord: le gallerie CMS, già sommariamente viste da Lucien nel '79, sono letteralmente esplose, fornendo due nuove vie per accedere al Collettore, attraverso ambienti modello "Beaucoup-D'air", spesso spalancati verso l'alto.
Resta ancora da fare un bilancio, riordinando i dati raccolti e i dubbi ancora aperti.
Potrei qui elencare tutti i punti interrogativi rimasti, ma non si tratta - posso certamente essere smentito - di prosecuzioni in grado di risolvere l'esplorazione di questo abisso. Il rischio inoltre sarebbe quello di acuire una coscienza a corto raggio e di non vedere ogni cosa come segmento del tutto.
Durante le tante lunghissime uscite dall'Abisso Saracco, ovvero i momenti in cui penso di più e meglio, quando i movimenti sono meno affrettati, più calmi e tesi a non sprecare inutilmente le energie, una domanda è andata via via emergendo dalla marea informe dei dati: dove va l'aria dentro la grotta?
F5 si comporta da ingresso alto, ovvero aspira aria (d'estate) verso le zone in esplorazione; il Collettore Nord non trascina a valle solo acqua ma anche notevoli quantità di aria, raccolta dagli ingressi lungo le pendici del Marguareis; le tre vie percorribili verso il Collettore non fanno che ributtare aria verso il Saracco e persino il ramo '84 tra F5 e F33 soffia in direzione del sifone a -480.
Tutta quest'aria pare convergere nel grosso salone sopra al sifone, lo stesso salone dove nell'85 l'arrampicata di Carrieri ci ha condotti alle Gallerie CMS e da lì al Collettore Nord. E guarda caso questo salone è enorme, difficilmente valutabile in altezza.
Se ne deduce che, con buona probabilità, arrampicare verso la sommità del salone consentirà di trovare una via per seguire l'aria diretta all'esterno.
Ma diretta verso dove? F33 o Labassa? O entrambe?
Sono abbastanza convinto di trovare un collegamento verso l'Abisso dei Passi Perduti, un collegamento che, by-passando la zona dove la circolazione di questa grotta fa inversione, giustificherebbe la potente e continua corrente d'aria in uscita che percorre la sua parte alta.
Mi pare però improbabile che il bilancio d'aria possa andare in pareggio con il solo contributo negativo di F33. Pertanto l'ipotesi di incontrare lassù anche il modo per riprendere il cammino verso Il Basso (fratellino simpatico di Labassa?) è molto plausibile.
Lo si vedrà - chi ci sarà, perlomeno - nel 1988, magari armando perché no anche F33, se il ghiaccio che talvolta ostruisce i primi pozzi lo permetterà.

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Botofi al Biafo |
G. Badino |
Voglio qui narrare di come in tre abbiamo fatto una spedizione speleologica in Asia con l'unico obiettivo di fare buchi nell'acqua: ci siamo riusciti in pieno e dunque la spedizione è stata un successone.
Bello sforzo, mi si dirà. Sì, bello sforzo, i buchi nell'acqua sono difficili da trovare ed ancor più da scendere; pensate ai Maelstrom, ad esempio, e a come ne parla Poe, e anche alle grotte nel ghiaccio, che non scherzano. E stato per queste ultime che ci siamo mossi fino in Pakistan.
La spedizione "Botofi al Biafo" era costituita dai valorosi M. Vianelli (BO), L. Piccini (FI) e da chi scrive (TO); il suo obiettivo, ideato dal Mario, era il Biafo, gran ghiacciaìo nel Karakorum.
In quella regione contesa fra India, Pakistan e Cina sono situati i quattro maggiori ghiacciai non polari del mondo, ammassati in un'area di un centinaio di chilometri di raggio: il Siachen, il Biafo, il Baltoro e l'Hispar.
Il primo è il maggiore, una lingua di ghiaccio sul cui bordi sono stanziati grossi contingenti militari indiani e pakistani che se lo contendono. E probabilmente il ghiacciaio più esplorato nelle sue parti interne se è vero che (come ci han detto i pakistani) l'attività principale dei contendenti è arrivare vicino agli avversari scavando tunnel nel ghiacciaio per sbucarne d'improvviso fuori all'assalto. Nei giorni in cui noi eravamo in zona (il Biafo è ad ottanta chilometri) un "incidente" di questo tipo ha causato alcune centinaia di morti. Va da sé che le grotte di quel ghiacciaio non ci attirano per nulla, e che anche se ci attirassero né indiani né pakistani ci lascerebbero andare.
Il Baltoro, poco più piccolo del Biafo, è il ghiacciaio più famoso circondato com'è da K2, Broad Peak, Gasherbrum ed altri imponenti scogli. Ma sembra (sembra...) meno adatto alla speleologia perché ha una gran copertura morenica; inoltre per andarvi occorrono permessi ed ufficiali di collegamento.
Anche I'Hispar è poco minore del Biafo, ma "nasce" come questo da un'unica zona, lo Snow Lake. L'insieme dei due forma, in sostanza, una unica lingua glaciale di quasi duecento chilometri di sviluppo.
Il Biafo è il nostro. Cinquecentocinquanta chilometri quadri di superficie, un paio di centinaia di chilometri cubici di ghiaccio. Per scioglierlo tutto occorrerebbe scaldarlo per duemila anni con tutta l'energia prodotta da una grossa centrale tipo Chernobil, o con quella di mezzo milione di bombe atomiche tipo Hiroshima: si riesce a capire perché, anche ai tropici, le glaciazioni si siano lasciate dietro residui come questo! Riuscendo a scioglierlo sarebbe capace di coprire di più di mezzo metro d'acqua una superficie come quella dell'Italia. Insomma, là volume per scavare grotte ce n'è.
Perche al Biafo
Chi segue gli sviluppi della speleologia glaciale avrà notato come essa sia gravida di problemi, soprattutto il trovar grotte e riuscire a scenderle. Con il Gorner abbiamo trovato le grotte, ora il nostro problema essenziale è quello di imparare ascenderle, perché sono estremamente difficili. C'è stata dunque incertezza fra il ripetere un campo di profondità sul Gorner o aprire nuovi capitoli; ha prevalso la seconda ipotesi con la speranza di trovare grotte MOLTO più grandi su un ghiacciaio MOLTO più grande. Molto più grandi, di massima, vuoi dire molto più belle e molto più facili. I ghiacciai polari li abbiamo esclusi perché difficili e costosissimi da raggiungere: inoltre c'è l'incertezza se lo scioglimento sia sufficiente a scavare grandi cavità: è altamente probabile, visto che risulta che in Groenlandia ci siano immense risorgenze glaciali, ma intanto abbiamo trovato più simpatico e promettente andare ai Tropici.
La nostra è partita come pura ricognizione: in tre eravamo davvero troppo pochi per sperare di combinare qualcosa di più che non passeggiar sul ghiacciaio guardando se c'erano buchi. Troppi rischi e quantità proibitive di materiale. Già così, alleggerendo al massimo (niente acetilene, pochi ricambi, poche corde e da otto, etc.) avevamo più di cento chili in partenza
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Carta della zona del Biafo
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dall'Italia, saliti poi a centotrenta coi viveri per la permanenza sul Biafo. Soprattutto però non avevamo margini per sopportare piccoli incidenti; dunque l'obiettivo è stato: andiamo giù e cerchiamo di capire come funziona il tutto, dai permessi ai portatori alle grotte.
Date queste premesse abbiamo pure deciso di non cercare ne sponsor ne soldi; meglio sputare due milioni a testa e non dover render conto a nessuno.
Unici a cui abbiamo chiesto (ed ottenuto) appoggio sono stati Bruno Steinberg che ci ha regalato del vestiario di sopravvivenza e la Seleco che ci ha fatto omaggio di un Camcorder per fare le riprese, ed una ditta di Torino la TER che ci ha fatto gli alimentatori a celle solari per la camera e gli illuminatori.
A Bruno, ovviamente, non dovevamo render conto di nulla anche se non c'erano grotte in Biafo, alla Seleco un po' sì, e siamo stati molto fortunati. Oltre ai rilievi di alcuni chilometri di ghiacciaio, a alcune centinaia di foto e ad una ventina di grotte scese abbiamo portato indietro tre ore di riprese perché quel Camcorder si è comportato benissimo, e così il Biafo.
L'idea complessiva che ci siamo fatti nei primi giorni di permanenza lassù è stata che un grande ghiacciaio non desse grotte grandi, quanto piuttosto tante delle solite dimensioni: molto logico del resto. Parlo naturalmente di "grotta" come della prima parte di esse, quelle che riusciamo a percorrere: parlare di "sistemi sotterranei" è ancora di là da venire. Questo aveva come conseguenza che era meglio insistere in profondità nel Gorner piuttosto che perdersi nelle diecine, centinaia di ingressi biafici. Salvo che, sulla via del ritorno, Leo ha individuato due enormi ingressi, due fiumi che si inforrano e poi spariscono in forre tenebrose che, evidentemente, non abbiamo avuto modo di scendere. Si vedrà.
La larga valle glaciale del Biafo da sopra il campo (foto G. Badino).
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La speleologia glaciale è tutta da scoprire
Comunque il Biafo, al di là delle doverose prese in giro di cui siamo stati oggetto (ma sembra una caratteristica propria di qualsiasi struttura che contenga mondi sotterranei: pensate al Corchia ed al Marguareis...) si è comportato molto bene: abbiamo ottenuto molto più di quel che ci aspettavamo date le premesse sulla base delle quali abbiamo fatto la scommessa di andare sin là.
Rimangono però aperte molte questioni urgenti per la speleologia glaciale che laggiù non abbiamo potuto chiarire. Le correnti d'aria soprattutto: con operazioni diurne ci siamo sistematicamente trovati ad operare con grandi cascate che producevano vento fortissimo (in un caso quasi insopportabile) ma che mascheravano eventuali correnti d'aria da complesso sotterraneo. Quindi nulla di fatto.
Per le temperature ci è andata un po' meglio. Ci chiedevamo se i torrenti nel momento in cui si gettavano sotto erano termicamente aggressivi, cioè appena un po' sopra zero. Questo avrebbe spiegato certi gran pozzi iniziali seguiti da strettoie. Ma le misure fatte lungo i torrenti anche più impetuosi e grandi (e quindi con minore superficie di contatto col ghiaccio e minor tempo di scioglierlo) han dato sistematicamente zero con precisioni del quinto di grado. Così come a zero è il ghiaccio esterno, e pure quello interno (entrambe le misure in fori di una profondità di una ventina di centimetri). Lo scavo delle grotte glaciali, a differenza di quello delle grotte in calcare, sembra essere un processo isotermo. Ma fra un tot di tempo ne sapremo di più, c'è da scommetterci.
Sul ghiacciaio del Biafo (foto G. Badino).
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Si scende in un pozzo di ghiaccio (foto G. Badino).
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La cronaca della spedizione
6.9. Partenza per Rawalpindi via Mosca.
8.9. Ricerca di aerei per andare sino a Gilgit o a Skardu. Assicurazioni futuri portatori etc. etc.
10.9. Il volo prenotato è annullato; Leo giace moribondo in albergo mentre il resto della spedizione trova in Rawalpindi un termometro di precisione anche se graduato in Fahrenheit.
11.9. Arriviamo a Skardu; l'aria di montagna fa un po' riprendere Leo che passa la malattia a Mario. Vi rimaniamo due giorni a respirare dopo la calura e l'immobilità burocratica di Pindi. Ci si offre una guida di nome Alì, che da adesso sarà il nostro collegamento ufficiale con gli indigeni. Dappertutto ritratti dell'Ayatollah Khomeini perché queste sono valli sciite. Unico sopravvissuto della spedizione faccio le spese e qualche giro. La valle è ampia, percorsa dall'Indo: noi dovremo risalirla per un giorno di fuoristrada.
12.9. Leo e Mario tornano fra i vivi; insieme ad Alì e a suo cognato che ci farà da portatore (Yussuf, simpaticissimo) viaggiamo in auto per cinque ore di regioni semidesertiche, prima lungo l'Indo poi lungo un suo affluente. Ancora su incontriamo il Braldo, il fiume impetuosissimo che è formato dallo scioglimento di Biafo e Baltoro. Abbiamo gravi difficoltà a far capire ai due portatori cosa andiamo a fare sul Biafo. Sosta a Dassu, ove inizia il cammino, ed arruolamento di altri tre portatori.
16.9. Arriviamo ad Askole, che significa "ultimo villaggio" e lo è, l'ultimo posto civilizzato prima dei deserti del Biafo e del Baltoro coi suoi gran monti. Abbiamo risalito per tre facili giorni di cammino una valle erosissima con grandi, rade terrazze popolate da gente che sembra essere davvero abbandonata a sé stessa. Queste regioni per il Pakistan sembrano esistere poco, sono zone che nelle statistiche degli atlanti appaiono sempre bianche (no data available) e delle quali non esiste cartografia se non come schizzi in scala enorme.
Lì dobbiamo decidere, alla cieca, dove metteremo il campo sul Biafo che è risalibile per cinque giorni: i portatori devono sapere quanto cibo portarsi. Decidiamo che le grotte sono di sicuro attorno al secondo campo. "Due" infatti è un bel numero, Uno è poco, Tre è troppo; ogni tanto ci chiediamo se non siamo pazzi, Alì e Yussuf lo pensano di sicuro. L'aria è fresca, ogni tanto appaiono rapide perturbazioni.
17.9. A tre ore da Askole entriamo finalmente sul ghiacciaio che qui appare come una gran distesa di pietrame: dune, ghiaccio, ruscelletti tutto in movimento incessante, difficilissimo da attraversare, estremamente instabile.
Ci vaghiamo sopra verso il primo campo, forse cinque chilometri a monte. L'impressione generale è che in fondo a tutta questa lingua di ghiaccio emergano i rottami del carsismo che c'è in profondità più a monte. In fondo ad una dolina trovo una bellissima, ampia condotta freatica.
Il campo, comodissimo per la presenza di legna da ardere nonostante la quota che qui sfiora i quattromila, si chiama Nam Lam, significa Primo Mattino. Il ghiacciaio qui è largo un chilometro o poco più. Noi stiamo finalmente diventando ottimisti sui risultati della spedizione.
18.9 Altra giornata di cammino e di battuta sul ghiacciaio. Abbiamo cominciato a trovare i primi pozzi ma qui ci facciamo sfuggire i due grandi ingressi che troverà Leo fra una settimana, al ritorno, ma la lingua glaciale è davvero troppo larga per batterla tutta. Il ghiacciaio appare fatto a strisciate parallele di ghiaccio bianco (le "autostrade" le chiameremo) e di morene, ciascuna di larghezze dell'ordine delle centinaia di metri. Le zone laterali, interfaccia fra il nucleo mobile del ghiacciaio e la montagna sono a sfasciumi morenici, penosissimi da attraversare. Il secondo campo, Mango, è in una zona pianeggiante delle pendici della montagna. Per arrivare in zona grotte dunque ci toccherà ogni volta attraversare la zona di sfasciumi, quasi un'ora di pena ogni volta. Poco a monte di Mango il ghiacciaio diviene più ripido e crepacciato (e quindi senza grotte) per poi divenire un vasto altopiano ondulato dai moltissimi pozzi, a un paio d'ore da Mango.
19.9. Prime visite sull'altopiano. Scendiamo un paio di pozzi e ne localizziamo una diecina importanti.
20.9. Mario risale una valle laterale in caccia fotografica, Leo ed io con Alì e Yussuf (gli altri portatori se ne sono andati) andiamo ascendere tre pozzi, tutte le volte respinti dall'acqua terrificante che vi entra. Riusciamo però ad accumulare un bel po' di foto e film. Per ora il nostro obiettivo è quello di capire se una di queste grotte merita un grande sforzo notturno, fattibile solo con lo spostamento del campo sul ghiaccio.
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21.9. Alì e Yussuf scendono ad Askole a procurare viveri e a dormire più comodi. Noi localizziamo due grandi ingressi fossili sulla A3, l'autostrada sulla sinistra idrografica del ghiacciaio. Comincia a nevicare.
22.9 Nevica e fa freddo, non riesco a ricaricare le batterie del camcorder e dell'illuminatore. Nel pomeriggio torniamo sull'altopiano a scendere uno degli pozzi fossili, un P45 che chiude.
23.9. Giornata di punta. Un primo pozzo respinge Leo, a -40 il torrentello si diffonde sino a far diventare proibitivo il proseguire, anche se continua. Mentre siamo tutti e tre nel pozzo su varie quote, dalla profondità sale un sommesso ma possente boato che va e viene per qualche secondo. Chissà cosa l'ha prodotto; la roccia qui è davvero viva. Poi andiamo in un altro pozzo semifossile che ci regala parecchie foto e riprese.
24.9. Ancora di punta, con Alì e Yussuf che sono tornati. Leo e Mario annegano nel tentativo del Biafo 11, pozzo attivo anche lui sui quaranta. Poi scendiamo il Biafo 12, già in parte sceso nei giorni passati. Ad un P25 a due ingressi segue un P6, meandro P8 con arrivo sul lago. Lo scende Leo che gradina e si mette ad avanzare in spaccata e poi in artificiale in un ambiente tenebroso ma con le bianche pareti coperte di cristalli. Salvo che il lago ha l'impagabile idea di mettersi a salire, lento. Se ne accorge Mario, che ha pure lui sceso il pozzo; io intravedo lo scoop e filmo, dall'alto. In una diecina di minuti il lago sale di un bel mezzo metro coprendo la gradinatura di Leo, che però mi brucia il superscoop riuscendo a ritornare indietro, anche se con qualche problema idrico. Poi fuga.
Il lago si è messo a salire per il debole apporto d'acqua del quale noi abbiamo chiuso il deflusso con frantumi di ghiaccio o per i movimenti globali del ghiacciaio che ha mosso una faldina sospesa della quale fa parte quel lago? Chissà.
25.9. Saliamo cinquecento metri sopra il campo per vedere il ghiacciaio dall'alto. Alla sera andiamo sull'altopiano a scendere in notturna il grande inghiottitoio del colle: diventa impraticabilmente stretto a -60, sfiga.
26.9. Smontaggio del campo e ritorno a Nam Lam. Leo tiene la A3 e segue assiduo i suoi due torrenti. Questi al posto di tuffarsi dentro, come al solito, dopo poche centinaia di metri, rimangono in superficie per un paio di chilometri sino ad inforrarsi profondamente; poi la sommità delle forre si chiude e noi rimaniamo lì come imbecilli a scrutare le grandi tenebre per trovar le quali siam venuti sin quaggiù. Ovviamente i materiali ce li hanno i portatori, lontanissimi. Non possiamo fare assolutamente nulla se non guardare, filmare e fotografare i controesempi alle teorie elaborate nei giorni scorsi a proposito di come dovevano essere le grotte del Biafo.
Da lì il ritorno è senza grosse storie. Finalmente a Skardu mangeremo a volontà, facendo indigestione e riprendendo così il digiuno. Lo romperemo a Rawalpindi, finalmente, ma faccio di nuovo indigestione, e riprendo un digiuno in treno sino a Karachi e poi in aereo sino a casa, dove mi ubriaco immediatamente. Eh sì, dal punto di vista del cibo è stato un giro che ha lasciato davvero molto a desiderare.

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Note su alcune zone minori |
A. Eusebio |
Nel nostro pellegrinare alla ricerca di nuove zone carsiche e di profondi abissi ci siamo spinti
in aree minori che seppur povere di profonde grotte ci hanno regalato qualche piccola cavità.
Così per completezza e per dare spazio a dati che altrimenti finirebbero inesorabilmente persi in qualche angolo di archivio, pubblichiamo le note relative a tre uscite compiute nell'inverno-primavera a Prato Nevoso (Vigna, Pastorini, Chiabodo, Valente, Eusebio), a Boves (Chiabodo, Valente, Eusebio) e a Palanfré (Badino, Bertorelli, Bianco, Eusebio, Valente, Pavia, Nobili, Serra S. più Bellone del GSAM).
Le cavità ritrovate non sono un granché, va sottolineato però che si tratta, escludendo la zona di Boves, ove si ha un grande pozzo di sprofondamento, di relitti di "vecchie" condotte sottopressione che evidenziano gli antichi livelli di base.
Cavità 964 e 965 - Prato Nevoso (CN) - rilievo
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Prato Nevoso. L'area è situata sulla destra orografica del vallone del Rio Roccia Bianca sulla Costa di Roccia Bianca ed ha una morfologia caratterizzata da un versante a balze boscate e ripidi pendii a falesie alla cui base si aprono allineate alla stessa quota le grotte trovate. Si tratta nel complesso di relitti di condottini sottopressione ormai fossili ed in genere riempiti di fango e foglie, privi di correnti d'aria e con dimensioni inferiori al metro. L'acqua drenata nel settore dovrebbe fuoriuscire alla Grotta di Bossea. Tra le varie grottine ne abbiamo catastate quattro:
Buco grande 965 Pi/Cn, 32TMPO5720000, q. 1450 circa. Condotta sottopressione subparallela al versante che si arresta in frana. Sviluppo 12 m. Ril. Chiabodo.
Buco A 966 Pi/Cn, 32TMP05720000, q. 1450 circa. Reticolo di modesti condotti chiusi in fango e foglie. Sviluppo 8 m. Ril. Eusebio.
Buco B 967 Pi/Cn, 32TMP05589982, q. 1500 circa. Condotta a pieno carico riempita parzialmente da fango e foglie. Sviluppo 10 m. Ril. Vigna-Eusebio.
Buco Quadro 968 Pil/Cn, 32TMP05609994, q. 1450 circa. Grande buco in parete di forma quadrata, visibile da lontano, con due ingressi. Sviluppo 10 m. Ril. Pastorini-Valente.
Boves-Roccavione Sulla dorsale di Bric Berciassa, a N della fraz. di Tetti Bercia Soprano, è presente un limitato affioramento di rocce carbonatiche ricoperto da bosco ceduo. Nei pressi della cima, a quota 962 si trova un pozzo di crollo di grandi dimensioni, ben noto ai locali, profondo circa 8 m e chiamato in dialetto Garb' d la Regina Gioâna (Garbo della Regina Gio-vanna), 964 Pi/Cn, 32TLQ81440836, q. 950, che pare non avere possibilità di prosecuzione.
Grotte A, B, C, D di Tetti Bedon - rilievo
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Cavità 966-967-968 - Prato Nevoso (CN) - rilievo
Palanfrè. Tra le molteplici possibilità offerte dalla zona di Palanfrè abbiamo concentrato le nostre attenzioni ai settori di versante (Zona Tetti Foet -Tetti Bedon) posti in sinistra orografica, a quota di poco inferiore al nucleo abitato di Palanfrè.
Tali aree infatti, indicateci dall'amico Bellone, non erano mai state esplorate e rappresentavano quindi delle incognite. Il sopralluogo da noi compiuto, seppur preliminare e relativo ad una piccola parte della zona, ci ha dato la possibilità di ritrovare quattro piccole cavità, relitti di antiche condotte sottopressione, da noi rilevate (a cura di R. Pavia) e catastate:
Grotta A di Tetti Bedon, 1077 Pi/Cn, 32TLP 80409560; q 1300 circa.
Piccola cavità suborizzontale di 8 m di sviluppo.
Grotta B di Tetti Bedon, 1078 Pi/Cn, 32TLP 80409565; q 1300 circa.
Relitto di condotta sottopressione, diametro circa 2 m, che chiude in concrezione senz'aria. Sviluppo 15 m.
Grotte C-D di Tetti Bedon, 1079-1080 Pi/Cn, 32TLP 80409568; q 1300 circa.
Cavità complessa posta su due livelli. Sviluppo 50 m.
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Le piene |
Meo Vigna |
Sarebbe vantaggioso per gli speleologi conoscere bene i meccanismi con cui si genera una piena ed i pericoli che ne conseguono.
Un sistema carsico è alimentato dalle precipitazioni solide o liquide che cadono nell'area di assorbimento e/o da acque ruscellanti in superficie provenienti da bacini contigui.
Possiamo quindi distinguere:
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Un'infiltrazione primaria, immediata, ossia legata alle precipitazioni piovose o ritardata quando legata allo scioglimento delle nevi. Si tratta di un fenomeno che si esplica rapidamente nelle zone dove affiorano superfici carsiche nude, mentre appare più o meno rallentato laddove il carso è sottoposto ai diversi tipi di copertura. |
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Un'infiltrazione secondaria dovuta ad acque di ruscellamento superficiale proveniente anche da rocce non carsiche comprese nell'area di alimentazione. Generalmente il ruscellamento superficiale è organizzato in un reticolo di drenaggio che termina in inghiottitoi attivi o semi-attivi con apporti anche molto rilevanti in occasione di intense precipitazioni. |
Bisogna inoltre sottolineare che a parità di alimentazione i sistemi carsici presentano sostanziose differenze dal punto di vista idrodinamico, legate principalmente alle caratteristiche del Karst (indice di carsismo più o meno elevato, organizzazione del drenaggio sotterraneo, presenza di zone sature più o meno estese ecc.).
Nei diversi sottosistemi e parti funzionali in cui si suddivide un sistema carsico le piene presentano caratteristiche assai differenti.
Il torrente delle Vene e Fuse in magra ed in piena (foto Meo Vigna).
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Nelle zone di trasferimento verticale, semiattive, il deflusso avviene lungo pozzi e meandri, in mancanza di apporti la poca acqua presente si sposta lentamente anche per veli continui lungo le pareti.
In seguito a precipitazioni queste vie diventano particolarmente attive, e sono attraversate da corsi d'acqua anche con portate rilevanti. In particolare nei carsi d'alta quota, con ampie superfici scoperte, il drenaggio in profondità è rapidissimo e può generare delle vere onde di piena. In caso di temporali violenti il tempo di risposta può essere quasi istantaneo nelle zone più prossime alla superficie o con ritardi di pochissime ore (1-2 al massimo) anche a profondità rilevanti. Un pozzo quasi asciutto o con qualche stillicidio, in alcuni minuti può essere attraversato da una violenta cascata, con trasporto anche di ciottoli di discrete dimensioni.
Fig. 1: cicli di scioglimento della neve alla sorgente della Grotta delle Vene.
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Fig. 2: cicli di scioglimento della neve alla sorgente della Grotta di Bossea.
Fig. 4: idrogramma relativo alla piena del 19 giugno 1983 della sorgente di Bossea
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Il pericolo per gli speleologi è evidente, soprattutto se sorpresi durante la risalita di una lunga verticale. Per fortuna queste piene altrettanto rapidamente decrescono, per cui generalmente dopo alcune ore, trascorse ad aspettare in un luogo riparato, è possibile riprendere la salita.
Nelle parti più profonde di un sistema carsico, dove sono generalmente localizzati i collettori principali (zone di ruscellamento) che scorrono in gallerie sub-orizzontali, la piena è caratterizzata da un aumento del livello d'acqua che, a seconda della complessità del circuito, può essere più o meno rapida. I pericoli sono localizzati nei tratti più stretti o in quelle zone che possono sifonare. Nelle condotte prossime al livello di falda sono state osservate delle Q(I/s) (mm/h)P
Fig. 3: idrogramma relativo alla piena del 24 agosto 1987 della sorgente delle Vene.
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risalite di oltre 100 metri con allagamento di diverse centinaia di metri di gallerie, anche per alcuni mesi. Un tipico esempio si osserva nelle parti basse del sistema dell'Hölloch.
Tipi di piene
Nelle regioni temperate si originano piene differenti e con risposte da un sistema all'altro molto diversificate: piene di scioglimento nivale, piene nivo-pluviali e piene pluviali.
Le piene di scioglimento nivale sono primaverili, di durata generalmente lunga, compresa tra marzo e giugno a seconda dell'altitudine. Generalmente non sono improvvise ed appaiono caratterizzate da una salita abbastanza progressiva. Possono verificarsi anche nel periodo invernale a causa di cambiamenti climatici: generalmente per l'arrivo di venti caldi (föhn, scirocco) o per inversione termica. Nel sistema delle Vene che drena l'area del Mongioie (sistema di alta quota con elevato indice di carsificazione), la portata invernale è di soli 25÷30 l/s (stazione di misura installata dal Politecnico di Torino e dal GSI di Imperia nelle parti terminali della grotta delle Vene). Durante la primavera si osserva una serie di pulsazioni giornaliere (fig. 1) dove le portate sono direttamente correlate con i cicli diurni di scioglimento della neve. I picchi raggiungono un valore massimo intorno alle ore 19, con un ritardo rispetto al periodo più caldo di poche ore soltanto (5-6). L'escursione giornaliera è dell'ordine dei 2000 l/s. Il 30 aprile 1987 in seguito ad una giornata molto calda la portata è passata in 7 ore da 1000 a 4000 l/s. Nel sistema di Bossea, carso mediamente coperto con zona satura sviluppata, la risposta allo scioglimento delle nevi è assai diversa (stazione di misura installata dal GSAM di Cuneo): si osservano oscillazioni giornaliere contenute, che possono essere a gradini continui (fig. 2) o presentare piccoli picchi con escursione limitata (max 100 l/s).
Le piene nivo-pluviali, di solito di fine primavera e inizio estate, sono generalmente le più voluminose e possono durare anche diverse settimane. Gli apporti sono forniti dalle precipitazioni piovose che dilavano il manto nevoso fornendo al sistema ingenti quantità d'acqua. Sono piuttosto complesse, non improvvise, anche se con punte molto forti, e ostacolano l'esplorazione dei grandi abissi (in alcune regioni sono possibili solo punte invernali).
Infine vi sono le piene pluviali, estive nei carsi di alta montagna, autunnali e primaverili nei carsi mediterranei di media e bassa quota. Possono durare anche per lunghi periodi, in seguito a serie di importanti perturbazioni, e presentare allora le stesse caratteristiche delle piene pluvio-nivali. Spesso invece sono di breve durata, anche se molto violente e improvvise. Nel sistema delle Vene, in occasione di una intensa precipitazione verificatasi nell'ultima decade dell'agosto 1987 (33 mm in 2 ore) la portata ha iniziato a crescere dopo due ore dall'inizio del temporale (dislivello medio dall'area di assorbimento alla sorgente: circa 800 m) e nell'arco di una sola ora è passata da 24 a 3000 l/s, per decrescere poi abbastanza rapidamente (6 ore) sino a 230 l/s. Una successiva pioggia ha originato una piena più contenuta (fig. 3). Nel sistema carsico di Bossea invece i temporali violenti non sono neppure registrati dall'idrogramma: è stata necessaria una intensa e prolungata precipitazione per far salire gradualmente la portata, che nell'arco di una quarantina di ore è passata da 180 a 1000 l/s (fig. 4).
Questi esempi sottolineano le enormi differenze che le piene possono presentare da un sistema all'altro, e dovrebbero farci riflettere, mettendoci in guardia in casi dove il rischio apparentemente è scarso (ma la piena in realtà si può prolungare per giorni e giorni), e rassicurandoci invece in casi dove la piena può essere sì cospicua, ma di breve durata e non presentare quindi, per chi ha trovato rifugio in luogo sicuro, pericoli di attesa troppo lunga per uscire. Purtroppo la casistica di questo tipo di incidenti è tra le più frequenti (l'ultimo tragico caso è stato quello del Gortani), e sovente coinvolge persone che hanno avuto scarsa previdenza al riguardo: vedi i casi di non molto tempo fa alla Taramburla e alla Tana che Urla.
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Ricerche biospeleologiche 1987 |
A. Casale |
Motivi di famiglia da un lato, e impegni vari di lavoro dall'altro, hanno forzatamente limitato la mia attività sul terreno nel corso dell'anno che si è concluso, rispetto ad anni particolarmente intensi, quasi frenetici, quale è stato ad esempio il 1986 (v. Grotte n. 92, pag. 52).
In compenso, posso dire di essermi "sgravato" di un fardello che mi portavo dietro da ormai quasi dieci anni: alludo ad un lavoro monografico sui Carabidi Sphodrinae mondiali, lavoro che mi ha impegnato durante giorni e notti, spesso domeniche e vacanze, nell'esame di migliaia di esemplari provenienti dalle grotte di mezzo mondo, esemplari che biospeleologi, Musei e Istituti hanno voluto affidarmi con grande disponibilità, frutto di raccolte vecchie e recenti effettuate talora in zone di accesso difficile e pericoloso. Nell'anno in corso, per l'appunto, ho terminato di correggere le oltre mille pagine dedicate a questi interessantissimi abitatori di foreste, grotte e montagne: la mia speranza, al termine della faticaccia, è che per un altro gruppo di organismi così tipici degli ecosistemi di grotta, particolarmente nel bacino del Mediterraneo, i Biospeleologi possano disporre di un lavoro di base completo e aggiornato, a sua volta punto di partenza e di stimolo per ricerche di ecologia e di fisiologia che stanno già rivelandosi, grazie a ricercatori di scuola tedesca, particolarmente promettenti.
Alpi Occidentali
Sono proseguite le ispezioni di routine in piccole cavità d'alta quota sulle Carsene, in compagnia di Angelo Morisi, e qualche visita in sotterranei artificiali delle Alpi Liguri. In particolare, degna di nota si è rivelata la costante presenza, nei sotterranei militari di Vernante, di un Coleottero Stafilinide generalmente molto raro (Blepharrhymenus mirandus), che si aggiunge all'ormai lunga lista di specie ipogee presenti nel suddetto ambiente (Duvalius, Sphodropsis, Dolichopoda, Nesticus, ecc.), e di cui si è detto in precedenti relazioni.
L'escursione più interessante, e pure divertente, è stata però fatta in compagnia di Meo Vigna e di Riccardo Pavia all'abisso della Ciuaiera (Ormea, Cima Ciuaiera), dove abbiamo riesumato gloriose scalette e raccolto i primi elementi cavernicoli che si conoscano in questa zona carsica d'alta quota (Diplopodi, Pseudoscorpioni, Araneidi, ecc.). Il materiale richiederà ora uno studio da parte di diversi specialisti; è un fatto comunque certo che i dati che ne scaturiscono saranno preziosi per colmare un vuoto di conoscenze che ancora permaneva all'interno di un'area circondata da settori ormai ben conosciuti ed esplorati biospeleologicamente (Marguareis, Mongioie, zona bassa di Garessio, Nava e, dall'altro lato del massiccio, la Val Casotto).
Sono inoltre intensamente proseguite, grazie anche a Mauro Giachino, le ricerche con esche interrate in "ambiente sotterraneo superficiale" in tutte le Alpi Occidentali, anche sul versante francese, e con ottimi risultati: nuove specie di Bathysciinae, evidentemente specializzate a questo tipo di "microgrotte", anche in zone in cui raccoglitori e biospeleologi esperti hanno lavorato e lavorano da decenni.
Alpi Orientali
Una breve escursione nell'area della Valpolicella e del Vicentino, in piccole grotte e sotterranei artificiali, non ha permesso reperti di particolare interesse.
Vorrei invece segnalare un recente dato relativo ad un mitico troglobio legato, in qualche modo, alla storia del GSP: alludo al Carabide Trechino Italaphaenops dimaioi, scoperto da Marziano alla Preta a -510 m, nel 1963, segnalato successivamente di un altro pozzo nei Lessini (dove lo cercammo invano, con Gobetti, Longhetto, Marziano e tanti altri alla fine degli anni '60 e all'inizio dei '70), e ritrovato poi da chi scrive in una grotta non verticale, ma pur sempre fredda, umida e tenebrosa degli alti Lessini nel 1974. Ora, un biospeleologo fiorentino segnala il reperto di un esemplare vivo e vitale, di questo specializzatissimo e apparentemente "profondissimo" ipogeo, in un breve buchetto secco, parzialmente illuminato e probabilmente di origine artificiale alle pendici del Corno d'Aquilio, lungo una strada asfaltata e di normale transito. Quali e quanti miti dovranno ancora cadere, e quante cose dovremo ancora vedere e sentire, prima di conoscere veramente qualcosa sulle reali esigenze biologiche della fauna cavernicola?
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Turchia
Forse perché spinto dal rimorso d'averla... tradita con il Marocco l'anno scorso, ho sentito il dovere di recarmi due volte quest'anno in Turchia: una prima volta tra la fine di aprile e l'inizio di maggio, nel corso di una missione ufficiale del Museo di Scienze Naturali di Torino e del Dipartimento di Biologia Animale dell'Università di Roma, con Cavazzuti, Giachino, Augusto Vigna Taglianti, Pietro Omodeo e Marzio Zapparoli, e una seconda volta nella prima metà di luglio, con Massimo Olmi e relative famiglie.
La maggior parte delle ricerche sono state effettuate all'esterno, in ambienti forestali e montani. Ma risultati interessantissimi sono stati pure ottenuti sulle ricerche di fauna cavernicola e endogea, particolarmente nelle Alpi Pontiche Centrali, sul versante del Mar Nero, fra Samsun e Trabzon. In quest'area, poverissima di calcari (soprattutto se confrontata con la grande catena calcarea dei Tauri, lungo la costa meridionale della penisola anatolica), abbiamo visitato accuratamente una piccola ma interessante cavità messa in luce dallo sbancamento di una strada e scoperta da Cavazzuti nel luglio 1985: "Buco di Kulak" (Ordù), così l'abbiamo chiamata dal nome del villaggio più vicino, senza secondi fini... In essa il fortunatissimo Franco aveva raccolto un unico esemplare di un Trechino cieco, appartenente ad un genere nuovo per la scienza. Durante la visita di quest'anno non l'abbiamo ritrovato, ma ci siamo consolati (oltre che con una vipera dal corno all'ingresso) con la scoperta di un Batiscino pure appartenente ad un genere inedito. Quest'ultima specie è poi ricomparsa nelle esche interrate in foresta, rilevate durante l'estate.
Una grande delusione l'ho invece provata ritornando nella bellissima valle che corre fra Kemer e Koskuteli, a Ovest di Antalya, per ricercare un pozzetto che si apriva lungo la strada sterrata che percorreva la valle, e dove una breve visita compiuta nel 1982 aveva rivelato
Grotta presso Kulak, a sud di Ordu (Alpi Pontiche, Turchia), dove sono stati scoperti due nuovi generi
di Coleotteri (Carabidi Trechinae e Catopidi Bathysciinae). Foto A. Casale.
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un'interessante fauna ipogea, fra cui una nuova, peculiare specie di Duvalius. Bene, a distanza di soli cinque anni, non ho trovato più nulla del paesaggio di allora; al posto della stradina fiancheggiata da platani secolari (ci voleva una giornata per percorrerla), corre ora, lungo l'altro lato della valle, una superstrada asfaltata. Inutile dire che i materiali di risulta degli sbancamenti sono serviti per colmare mezza valle e, naturalmente, anche la grotta in questione.
A proposito di questo episodio (che si è ripetuto anche in altre località), vorrei aggiungere qualche parola che forse potrà essere di un certo interesse per chi si reca osi è recato, negli ultimi anni, in questo meraviglioso paese, così ricco di natura e di storia, e abitato da un popolo straordinario, fiero e ospitale.
Ho visto per la prima volta la Turchia nel 1973: mi sono trovato di fronte, allora, ad un paese sconosciuto al turismo (se si escludono le solite mete di Istanbul e della Cappadocia), un paese in cui ogni strada era un calvario di polvere, buche e fango, in cui il ponte sul Bosforo era un sogno, e dove percorrere una cinquantina di chilometri sulle Alpi Pontiche o sui Tauri voleva dire impiegare una giornata intiera, facendo a pezzi auto anche robuste.
Ho visto poi la Turchia della fine degli anni '70: un paese senza benzina durante la crisi petrolifera del '78, dove occorreva supplicare sindaci e gendarmi di ogni paese per poter avere qualche litro di carburante per andare avanti o tornare indietro, dove la gente esasperata si scannava per le strade, dove di notte si dormiva nelle caserme ascoltando le schioppettate fuori dalla porta, e dove si era giunti a 4000 morti all'anno per atti terroristici, sparatorie e delizie di tal genere.
Oggi chi si reca in Turchia (e molti speleologi, anche del GSP, ne sanno qualcosa!) trova un paese apparentemente in pieno "sviluppo", in cui si sta terminando un secondo ponte sul Bosforo (in Italia discutiamo ancora se fare o no quello sullo Stretto di Messina), e dove si costruiscono superstrade, dighe, acquedotti, case e alberghi ad un ritmo impressionante (con un indebitamento estero e un'inflazione ormai prossimi a quelli latino-americani!). In tutto questo vi è qualcosa di positivo, senza dubbio: è troppo facile rimpiangere il "buon tempo antico" quando si ha la pancia piena, ben sapendo quante cimici, fame, malattie e ogni sorta di miserie fossero di casa, là come nel nostro paese, in quel tempo che spesso ci troviamo a rimpiangere. Ma un'occhiata più approfondita, un contatto con le popolazioni sempre poverissime, e molti altri indizi, vi riveleranno quale trauma stia vivendo la Turchia, gettata a guisa di ponte tra l'Europa e l'Asia: la storia ci ha insegnato (o, meglio, non ci ha insegnato) quanto assurdo sia tentare di imporre o di esportare un presunto progresso economico, nell'arco di un decennio, in paesi radicati a ritmi di vita, costumi e, in ultima analisi, ad una civiltà vecchia di secoli e di millenni.
Pertanto non ci si stupisca, come fanno alcuni corrispondenti di giornali europei, nel veder sorgere le nuove moschee ad un ritmo pari a quello delle dighe e delle autostrade, e contemporaneamente sparire le effigi di Ataturk, il vero padre della Turchia moderna, mentre il movimento integralista islamico prende nuovo vigore. L'Iran è dunque così lontano da non farci riflettere?
Per queste ragioni vorrei invitare chi si recherà nei prossimi anni in Turchia (speleologi inclusi), non solo, e non tanto, a visitare (per quel poco che dureranno) le più belle coste del Mediterraneo, le foreste e le montagne dove ancora abbondano lupi, orsi e pure leopardi, gli altopiani dove si spostano gli ospitalissimi pastori nomadi con il loro bestiame, ma a tentare di capire questa fase di transizione che il paese sta vivendo, verso un futuro - molto prossimo - su cui si addensano molte e pericolose incognite.

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Materiali superflui |
P. Terranova |
... G. Badino - sommo esperto di materiali "seri" - ha teorizzato più volte l'interferenza tra oggetti e corpo, come uno dei contesti obbligati per lo sviluppo di equipaggiamenti e tecniche che garantiscano una progressione efficace e sicura: pochi, piccoli e semplici.
Questo va bene agli Speleologi e basta...
Che succede però quando ad interagire con la pratica speleologica sono degli status sociali o delle nuove dimensioni esistenziali?
Cosa succede quando l'"operativo puro", un po' selvaggio e burino, diventa più raffinato, più vecchio o, meglio ancora, PADRE?
MS - Materiali Superflui: the new wave in caving gear
Didiverà questa breve guida alla coscienza dei propri errori in tre capitoli, corrispondenti ad altrettanti gradini verso la progressiva perdita di efficienza e competitività (il Dharma, forse...).
1. Lo speleo-waver
L'edonismo reaganiano vi prende: "o' cardiff", cioè qualche soldo in tasca lo avete. Vi sentite "solari" (1), vi attrae il free-climbing e soprattutto l'ambiente di squinzie che lo circonda... Niente di meglio che sfogliare un patinato catalogo USA e provare a sfoggiare nuove, sorprendenti cazzate. Niente paura, siete ancora Voi, l'Uomo dalle Mille Avventure, ma con un occhio di riguardo ai dettagli fascinosi.
Forrest - Wall Womb. Classica amaca da vuoto assoluto, utile solo alla Salathè, ma fa tanto West Coast. Di un bel colore blu notte, vi costringe sottoterra ad estenuanti acrobazie per poterla appendere al tetto del salone di 40 metri dove vi trovate. È d'altra parte l'unica adatta a funzionare da alcova, anche grazie al telo piramidale che può, pagando forte, integrarne la discrezione...
È opinione degli esperti che possa vantaggiosamente sostituire nel campo la leggendaria Sierra Salewa.
Leeper - "Z" Shape Nut. Piccolo dadino in ottimo acciaio, talvolta utile come portachiavi. In rapporto all'effettivo utilizzo il costo è spaventoso...
CMI - Serie 5000. Ovvero, il bloccante di Rambo. Ampie pubblicità su magazines come "Soldiers of Fortune" (il giornale dei mercenari) o "Survive" ne fanno ormai un oggetto di culto.
Lavorazione senza badare a spese ma neanche al comfort: CdR dichiarato 1 t. niente blocco in posizione aperta, finitura nera opaca (magari vi servirà, in qualche palude del Borneo...).
Disponibile anche un modello accorciato "Shorti", simile al Croll.
Altre inutili attrezzature reperibili nei cataloghi USA vanno dalla rondella metrica in piedi (piedica?), al vastissimo assortimento di guanti in pelle, alle carrucole del leggendario Russ Anderson (chi-cazz-è) con costosissimi cuscinetti ad aghi.
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FORREST Mountaineering Ltd.1517 Piatte Street 80202 DENVER Colorado
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S.M.C. Seattle Manufacturing Corporation12880 Northrup Way 98005 BELLEVUE Washington
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2. Lo speleo-yuppie
Diciamo la verità: sciiti a parte, state diventando un po' vecchi. Siete finalmente riusciti a bloccare la squinzia cui tendevate trappole alla puntata precedente. Magari lavorate pure. In voi, piano piano, si fa strada la convinzione che non necessariamente per essere speleologi si deve andare in grotta: l'importante, e Voi lo sapete, è lo STILE con cui si fanno le cose. Bene, bene...
materiali diventano più curati, meno direttamente coinvolti con la pratica speleo. Persol e Swatch a parte, c'è ancora parecchio da acquistare e questa volta ci toccano Francia e Italia:
FRENDO - ramponi Audoubert. Stampati in Akulene ad alta tenacità, peso 220 gr., il rampone adatto per essere sempre tenuto nello zaino ed ivi dimenticato. Un tocco di high-tech nella nostra dimensione.
L'indubbia familiarità che l'uomo del 2000 rivela verso Nostra Signora la Plastica, si dissolve alla vista delle Mastrelle d'inverno.
GYR - rasoio da barba giroscopico. Testina rotante, alimentazione manuale tipo realismo socialista: LA VERA SCOPERTA DEL SECOLO. Non esiste nulla di così maledettamente inutile, ma così splendidamente effimero del vero, unico attrezzo che vi rade dovunque, comunque, sempre. È un "must" per lo speleo di classe! Un goccio di "Reporter" di Oleg Cassini o di Krizia Uomo ed i vostri boxer con i disegnini cachemire faranno il resto.
Accendino solare. Interessante gadget post-atomico, particolarmente utile per le gite alternative al mare o la siesta su riposanti placche calcaree, mentre vi dedicate alla ricerca di nuove cavità, non necessariamente minerali...
Per i più in malafede, costretti a simulare la perenne avaria dell'acetilene onde evitare le punte esplorative, una chance di successo in più ("eppoi, non ho neanche l'accendino...").
"Douceurs". Per i momenti di intimismo ma anche per le più pagane feste dei sensi cui abbiate mai partecipato, sono tubetti in plastica ricaricabili tipo dentifricio, adatti a contenere ogni sorta di crema: dalla Nutella alla vaselina...
Sfogliare il catalogo/menù di questi sapienti "pushers" dell'effimero sportivo è un'esperienza entusiasmante: vi perderete in un mare di pantaloni fluo, parapendio, micro-tavolini, pomate per il mal di piedi ecc.
Attenzione però: questi sono professionisti seri, nulla a che vedere con quelle feste dell'idiozia tipo Camel Shop dove la barba è sempre fatta con un affilatissimo Bowie Knife pronto a tranciarvi la carotide.
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Au Vieux Campeur48 rue des Ecoles 75005 PARIS
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NAO15 bis av. pasteur 60800 CREPY-EN-VALOIS
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Alpino Ets.129-133 Chee de Lenze 9600 RENAIX Belgique
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Holiday Postvia Mendola 2 - 39100 BOLZANO
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Vaude Italiavia Castellano 119 39042 BRESSANONE (BZ)
3. Lo speleo-padre
Qui il discorso si complica: se vogliamo, questi materiali sono il massimo dell'indispensabile. D'altra parte la speleologia c'entra poco... Un semplice calcolo aritmetico mostra infatti che, nella nuova avventura a tre (dopo l'avventura a due della scorsa puntata) rimane esattamente fuori ogni materiale personale, non parliamo poi di corde o di un altro bambino...
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LEI |
n. 1 bambino |
12 Kg |
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LUI |
n. 3 sacchi-piuma |
9 Kg |
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n. 1 tende |
4 Kg |
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vestiti |
4 Kg |
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Accessori (Lines) |
2 Kg |
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cucina |
4 Kg |
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varie q.b. a |
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18 Kg |
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20 Kg |
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Tuttavia, per chi volesse comunque mantenersi in allenamento come "speleo-supporter", ecco una scelta ragionata di materiali assai poco superflui. Un'ultima minaccia: la tua ben nota intelligenza, o lettore, ti impedirà di ridere su tutto questo. Un giorno, chissà, potresti ridurti a consultarlo con frenetica attenzione...
KARRIMOR- "Papoose IV". Parte essenziale dell'attrezzatura, lo zaino porta-baby presenta molte analogie con il pezzo "principe" di ben altri equipaggiamenti: l'imbragatura. Infatti il porta-baby perfetto non esiste: tutti hanno qualcosa di buono e cattivo. Anche il criterio di selezione da seguire sarà uguale: deve essere il più semplice possibile, soprattutto per cose serie (scialpinismo, sentieri ferrati, grottine...).
Il tessuto ottimale dovrebbe essere composto di nylon all'esterno e cotone intero, per evitare di far irritare la pelle del bambino: così non lo fa nessuno, quindi meglio tutto nylon, che asciuga prima.
Sconsiglio in generale anche accessori come le astine per poggiare il baby per terra: è infatti difficile trovare il terreno sicuramente pianeggiante ed è pericoloso in caso di ribaltamento.
Spallacci, cintura ventrale e telaio in lega dovrebbero essere curati come quelli di un buon sasso, ma è raro che sia così. Ottimi da questo punto di vista oltre ai Karrimor, anche Lafuma e Millet.
Utili invece accessori quali il poggiatesta o tasche supplementari; completare il tutto, quando occorre, con un parasole (rubato al passeggino).
Il futuro di questo sacco è nella nuova concezione "a struttura portante". Interessanti le proposte di Vaude, Berghaus e Karrimor: zaini leggerissimi, comodi e più solidali con la schiena per evitare ribaltamenti.
MARKILL - Stormy. Popote davvero utile, per i numerosi pasti del vostro squaletto. Sistema paravento eccezionale, buona capacità e facilità di trasporto e sistemazione (si può appendere).
Costa una pazzia, ma a questo punto della storia avrete pure un paio di suoceri, no?
FRANGITAL - Pantaloni impermeabili. Non hanno alcuna particolarità, ma sono gli unici pantaloni "anti-vento" ad avere in catalogo la taglia sotto i tre anni.
Altra ficata è il sacco-piuma che prima o poi dovrete procurare al giovane escursionista: mai pensato ad un bel "piede d'elefante"?
L'idea è di Giorgetto-leader di tutti noi speleo-padri - e va accolta completamente. Gli altri tipi di piumino artigianale e casalingo sono freddi o poco pratici. Provate intanto a dormirci voi...
SPENCO - Seconda pelle. Per la sacchetta dei medicinali, un'ultima americanata: speciale pellicola sintetica da stendere sopra vesciche ed abrasioni costrette a sfregamenti ulteriori.
Ottimo per le bolle ai piedi, soprattutto quando l'erede comincerà a camminare, ma anche per gli inguini, arrossati dalla permanenza nello zaino.
E questo è tutto: almeno per ora, o lettore, perché la Pseudo Tecnologia è una scienza sperimentale, in continuo divenire. Essa è non razionale, agnostica, obliqua; non ha confini, preconcetti, vincoli. Quando il presupposto principale è l'estrema inutilità, niente vi può fermare. Solo individui disposti a reggere il peso, soprattutto psico-economico, di questa avventura riusciranno a sopportare storicamente tutte le "bufale" che Moschettone Selvaggio potrà rifilare. Siete convinti? e allora per dirla con il vecchio Arne Saknussem (uno che di attrezzature pesanti se ne intendeva) "... viaggiatore coraggioso... fai come ho fatto io".