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GROTTE
anno 30, n. 94 - maggio-agosto 1987
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
sommario
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Notiziario |
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Attività di campagna |
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Il campo al Mongioie 1987 |
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Dai Gruppetti all'A29 |
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I Gruppetti e il sistema Gruppetti-A7-A29 |
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Apocalypse down |
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Ciao! Come ti chiami? |
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Straldi e Cappa |
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Resoconto di una microspedizione in Turchia |
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Cric & Croc negli Alburni |
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Tutto sui sifoni di Piaggia Bella |
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Note tecniche sparse |
Supplemento a CAI-UGET Notizie n. 11 del mese di dicembre 1987
Spedizione in abbonamento postale Gruppo III
Direttore responsabile: Andrea Mellano
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Redazione: |
Giovanni Badino, Roberto Chiabodo |
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Marziano Di Maio (resp.), Alberto Gabutti |
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Laura Ochner, Loredana Valente |
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Foto di copertina (il pozzo da 150 m nell'abisso Saracco) di Giuliano Villa Bozzetti di Simonetta Carlevaro |
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Stampa: LITOMASTER, Via Sant'Antonio da Padova 12 |
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Stampato con il contributo della Regione Piemonte (Legge regionale 69/81)
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Notiziario |

Poche note da Trieste, dove dal 27 agosto al 5 settembre si è svolto il 7° Congresso Internazionale di soccorso speleologico.
L'averlo sentito annoverare tra i più riusciti ha spento negli intervenuti ogni curiosità rispetto ai precedenti. Il cospicuo impegno organizzativo da parte di Gherbaz e compagni è comunque riuscito ad assicurare: a) da mangiare per tutti, b) da dormire, c) una maestosa traduzione simultanea in 5 lingue per chiunque avesse qualcosa da dire, d) una splendida sala per le riunioni e le relazioni in stile romanico con influssi gotici ampiamente affrescata.
Le relazioni: praticamente non c'erano, barelle a parte. Di queste ultime si è capito solo che un compromesso ragionevole tra chi le usa, chi le costruisce e chi le porta è ancora assai lontano.
Dimostrazioni: abbiamo presentato uno pseudo-recupero con argano, fix, perforatore e barella rigida; il tutto è passato totalmente inosservato: i soccorritori naturalmente non erano lì. Spettacolare invece il recupero in contrappeso direttamente dal torrente.
Speleologi: la folta presenza estera ha più o meno mascherato l'assenza totale degli esploratori italiani, che guarda caso però sono anche i soccorritori.
A chi tocca il prossimo?
Intense esplorazioni quest'anno nella conca delle Carsene. Il GSAM ha proseguito le discese nel C6 raggiungendo i -420 e arrestandosi per ora su strettoia.
I francesi dell' ACN hanno scoperto un nuovo abisso sulla cresta di Punta Straldi nei pressi del Bric dell'Omo. Dopo una serie di violente disostruzioni sono scesi a -140 trovando gallerie.
Ultime dall'F5. La crescita della regione Collettore Nord quest'anno è ripresa anzitempo, grazie ai lavori con cui Jo Lamboglia ha reso accessibile l'abisso già prima dell'estate. Si è scoperta una nuova via fossile che dalle Gallerie CMS porta al collettore, e si è esplorato un altro mezzo chilometro fra meandri, gallerie e pozzi risaliti in cima al ramo attivo (fondo -400). Dettagli e (speriamo) altre novità sul bollettino autunnale.
Gli speleo parigini quest'anno hanno fatto il campo a Pian Ambrogi. Dopo una serie di disotruzioni hanno trovato un abisso nei dintorni della conca di Navela, fermandosi a -250 in un meandro stretto con aria.
Armando Pozzi e le lucchesi hanno scoperto sul versante sud del Marguareis (all'Armüss) un nuovo abisso profondo 100 m. È parente del vicino Choucas à l'ail (gracchi all'aglio) e naturalmente si chiama Aigle aux onions (aquila alle cipolle).
Buone nuove dall'Alpe degli Stanti. Dopo anni di lavori gli amici dell'SCT sono passati all'Omega 11; una risalita a -70 li ha condotti su un nuovo ramo a -250 fermi su pozzo, vicinissimi alla Mutera.
Un nuovo abisso sul Monte Sagro: è giunto a -500 e non l'abbiamo trovato noi.
Nuova grotta anche sul Corchia. Anche questa è a -500 e naturalmente (come farà?) non interessa il Complesso.
Nella settimana dal 6 al 14 luglio la Capanna è stata allietata dalle garrule e gioiose grida di una moltitudine di simpatici pargoli accompagnati da Lucia ed Arlo.
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Michele Sivelli e Roberto Antonini sono quest'anno gli speleologi inviati al Rifugio Monzino per l'annuale corso di tecniche di soccorso su roccia del CNSA.
Abbiamo finalmente individuato, in occasione di un paio di puntate alla Preta, il santo competente per le cose speleologiche Non più imprecazioni generiche lanciate ciecamente a divinità non specializzate più o meno antropomorfe ma finalmente bestemmie ben indirizzate e finalizzate. Chi fosse interessato deve rivolgersi a S. Benedetto da Norcia.
La famiglia Vigna da alcuni anni si prodiga per fornirci radi ma succosi pettegolezzi: ricorderete sicuramente che non troppo tempo fa aveva conquistato la popolarità delle cronache (e la Volpe d'Argento) con quel riuscitissimo matrimonio segreto; bene, ora si annuncia l'arrivo di un piccolo Margheritino.
Finalmente in ristampa le dispense per i corsi di speleologia a cura dell'AGSP. Ampiamente rivedute e corrette rispetto all'edizione precedente, sono disponibili per chi ne facesse richiesta mediante baratto con vile denaro in quantità ancora da definire.
Alcuni di noi hanno partecipato alla festa organizzata dai veronesi all'inizio di giugno. Presenti tracce di milanesi e vicentini siamo stati ubriachi per molto tempo trascorso tra la partenza e l'arrivo a Torino.
Anche l'ultima delle previsioni riguardanti Nino Masciandaro si è avverata. Si è sposato a settembre: inutile rimarcare l'efficienza dei servizi segreti che già all'inizio di giugno erano riusciti a intercettare la notizia.
Anche i coniugi Curti hanno deciso di legalizzare la loro immorale situazione: convoleranno presto a giuste nozze.
Esercitazione di soccorso a fine maggio. 35 soccorritori e apprendisti tali si sono esibiti nel recupero della barella, con esiti diversi, attraverso meandri, gallerie e pozzi delle Porte di Ferro, via Mastrelle ovviamente. 18 gli aspiranti soccorritori, quasi equamente divisi tra torinesi, biellesi e liguri. Speriamo bene.
Una accorta manovra orchestrata da Adriano, ex allievo, ci ha portati ad essere titolari di uno splendido locale che dovrebbe essere in grado di risolvere sia i problemi dei magazzini GSP-CNSA e sia quello delle riunioni affollate: e non occorrono neppure 200 milioni per renderlo efficiente. È in piazza Rebaudengo 2.
Anche Mureddu si è sposato. L'avvenimento è stato festeggiato a Montescio (IM) il 15 giugno. Erano presenti molti torinesi con il fermo proposito di non litigare con gli imperiesi, almeno per un giorno.
Prosecuzione alla Preta. l'ha trovata lo GSAV con un traverso sul primo pozzo, il 131. Qui sotto gli occhi delle centinaia di frequentatori, abituali o no, parte una galleria che conduce a una serie di pozzi Le esplorazioni sono ancora in corso.
L'8 giugno al Circolo Canottieri Armida sono stati proiettati per conto della Sucai i due servizi di Meo Vigna "Labirinti oscuri" e "Immagini di ordinaria follia, e i fotodocumentari di Giuliano Villa "Una giornata ai Biecai" e "Donna Selvaggia".
I nuovi lettori di Grotte e anche i vecchi, se proprio lo desiderano, possono inviare presso questa redazione commenti, giudizi e simili, di cui probabilmente non terremo alcun conto, ma che forse un giorno se saranno spiritosi, forbiti, condiscendenti, positivi, sagaci ecc., potremmo anche decidere di pubblicare.
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Attività di campagna |

1-2-3 maggio 1987, battute sopra Carnino (dorsale Ferà), in Valdinferno e oltre Tanaro. Badino, Bertorelli, Bianco, Cannonito, Carlevaro, Chiabodo, Chiri, Curti, Dematteis, Eusebio, Gabutti, Lovera, Manzelli, Nobili, Ochner, Pavia, Pastorini, S. Serra, P. e M Terranova, Valente, Vigna. Trovate 2 cavità con belle condotte sotto pressione.
2 maggio, Grotta Matajur. (Limone P.) Bellisai, Gaydou, M. Oddoni, C. Oddoni, Rattalino. Disostruzione e trovata prosecuzione.
3 maggio, Valdinferno. Badino, Bertorelli, Manzelli, Pastorini, Vigna. Battute vicino alla Donna Selvaggia e nella zona del Bec Ronzino. Viste alcune cavità chiuse senza aria.
10 maggio, Piaggia Bella. Uscita del Corso, con Chiabodo, Dematteis, Eusebio, Gabutti, Lovera, Sconfienza, Serra, Valente.
17 maggio, Garb della Donna Selvaggia. Cerovetti, Gabutti, Nobili, Pavia, Pusceddu, S. Serra, Tesi, Tosi, Vigna. Continuata l'esplorazione e fatto il rilievo.
Chiusetta; Badino, Dematteis, Lovera. Battuta e disostruzione di alcuni buchi.
21 maggio, Grotta delle Turbiglie. Balbiano, Pavia, Vigna; colorazione nei pressi del sifone.
24 maggio, Grotta delle Vene. Balbiano, Bellisai, Calvi, Perucca. Rilievo dal ramo di John al Twining.
Grotta della Mutera: Badino, Bertorelli, Cuccu, Lovera, Melotti, Terranova, + SCT. Giro generale.
Zona F del Marguareis: battuta di Chiabodo, Eusebio, M. Oddoni, Rosso, Valente. Scesi alcuni buchi, segnati altri con aria.
31 maggio, Garb della Donna Selvaggia: Mazza, C. Oddoni, Rattalino, Tosi. Disostruita una strettoia su sala finale.
Porte di Ferro; Badino, Eusebio, Gabutti, Pavia, Scagliarini, Sconfienza, Vigna, Villa, Zinzala, Dematteis, Pesci. Esercitazione di soccorso.
Grotta della Gaibola (Bologna). Chiabodo e Pesci con gli amici del GSE Modena.
Grotta dell'Orso (Ponte di Nava). Gaydou, Nicodemo, La Rosa.
5 giugno, grotta g(M. Mongioie). Balbiano, Pavia, Vigna. Colorazione.
6-7 giugno, Zona D e Cresta della Gallina. Vigna, Pastorini e altri; trovati diversi buchi con aria forte.
13-14 giugno, Grotta delle Vene. Badino, Chiabodo, R. Serra, Zitarosa. Prove con il martellatore Bosch.
Zona Chiusetta: Pastorini, Pavia, Vigna. Disostruzione di una piccola cavità.
20-21 giugno, battute e disostruzioni sul Balaur: Apostolo, Bertorelli, Chiabodo, Gabutti, Scagliarini, Tosi.
Colla dei Signori: in battuta Eusebio, Lovera, Valente, Beoletto, Jo Lamboglia e Cathy.
Zona D: Mazza, Oddoni, Pastorini, Sconfienza, Vigna, Scagliarini, Faure, Garnero, Trova. Battute. Disceso l'A1 fino a -30. Apertura di un buco nella zona della Chiusetta.
27-28 giugno, abisso dei Gruppetti. Nobili, M. Oddoni, Pavia, Vigna, Villa e due ex allievi. Visita ed esplorazione di rami laterali.
Piaggia Bella (Piedi Umidi). Carlevaro, Chiabodo, Gabutti, Pesci, con G. Troncon e altri sei speleologi del GSE Modena.
4-5 luglio, Zona delle Colme. Badino, Cannonito, Curti, Eusebio, Valente, Vigna, Lovera, Nobili, Bianco, S. Serra. Trovati Baygon e Mom.
Balm 'Chanto: Gaydou.
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5-11 luglio, Piaggia Bella. Chiabodo e Vallardi con 11 ragazzi e 3 professori di scuola media, facendo base alla Capanna Saracco-Volante; visite di zone carsiche di particolare interesse, discesa alla Sala Bianca di PB, disostruzione di un buco (U2) sul Ballaur.
12 luglio, Porte di Ferro. Badino, Carrieri, Pavia, Sconfienza, Vigna: disostruzione di una strettoia al fondo delle Re Mida. Tesi e Trova disceso il P. 140 che finisce sul sifone di P.B.
F5: Eusebio, Lovera, Lamboglia, Fofi. Al ramo CMS '79, collettore orizzontale e rilievo.
Buco del Pastore: C. Oddoni, Rattalino, M. Oddoni. Disarmo.
19 luglio, Piaggia Bella. Chiabodo e Gabutti: arrampicata nelle gallerie fossili, alla ricerca di un nuovo passaggio verso il Solai. Badino, Cerovetti, Bertorelli, Lovera e Segir alle Porte di Ferro.
26 luglio, Porte di Ferro. Bertorelli, Cerovetti, Dematteis, Lovera, Nobili, Oddoni, Pavia, Scagliarini, Sconfienza, Monica e Carlo di Lucca. Punta della giunzione mancata.
Grotta delle Vene: Balbiano, Bellisai, Magnetti. Proseguito il rilievo. Vigna controllo strumentazioni.
Cannabis (Limone P.). Esplorazione, Gaydou e La Rosa.
28 luglio, F5. Dematteis e Sconfienza alle gallerie CMS.
Agosto: campi al Mongioie (1-26), in Turchia (1-15), agli Alburni. V. articoli su questo numero.
3 agosto: F5. Guiffrey, Sconfienza, Lamboglia, Monica e Carlo di Lucca. Rilievo del collettore Nord e risalito un pozzo al fondo.
5 agosto, Porte di ferro. Sconfienza, Lamboglia, Cathy. Rilievo tra i sifoni.
6 agosto, Filologa. Dematteis, Lovera, Enrico e Stefania (Verona) e 5 anconetani. Disarmo.
22 agosto, F5. Cerovetti, Sconfienza, Tesi. Risalito pozzo al fondo.
29 agosto-5 settembre, Convegno internazionale del Soccorso Speleologico a Cividale del Friuli e Trieste. Badino, Baldracco, Cerovetti, Chiabodo, Dematteis, Giovine, Lovera, Segir, Tesi, Vigna, Zinzala. Il 30, con Agostino Cirillo dell'USP (PD), risalita di un buco in parete nella zona di Claut.
30 agosto, A29. Eusebio, Curti, Gabutti al traverso di Trota (chiude).
A3: Manzelli e Nobili, disarmo parziale.

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Il campo al Mongioie |
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Dopo alcune uscite preliminari, si è deciso di piazzare il campo nelle vicinanze dei vecchi campi del GSP degli anni 1970 e 1971. Una nuova strada, che collega Pian Marchis (Alta Val Ellero) con la nuova malga del Pian Bellino, percorribile con il permesso della Forestale, ci ha consentito di trasportare viveri e materiali con automezzi fino a pochi minuti dalle tende.
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Diario del campo |
M. Pastorini, B. Vigna |
Sabato 1 agosto viene montato il campo con relativo tendone da circo, viene ripristinato un piccolo acquedotto, e grazie ai fuoristrada di Flavio-Silvia e di Gaydou è trasportata l'intera attrezzatura personale più il materiale di gruppo.
Domenica 2 si va in battuta in zona G: Ube, Vale, Gaydou, Meo.
Meo scende nel G1 e passa il vecchio fondo fermandosi dopo alcune decine di metri su un P.8. Gianni, Trota, Gabutti, Valerio e Cagnotto disostruiscono in zona F alcuni buchi con aria nella zona a nord della dolina detta Ngorongoro.
Il giorno seguente Gianni, Trota, Valerio, Cagnotto e Manzelli disostruiscono buchi soffianti nella dolina dello Ngorino (Zona F). Ube, Vale, Maria, Andrea e Meo battono nelle zone D-E: disostruiscono alcuni buchi a pochi metri da D11 ; in D2 si esplora una galleria-meandro chiusa dopo 50 m (da rivedere e rilevare); in E16 (aria aspirante abbastanza forte) si scende fino al limite esplorato dai Biellesi; E9 viene rivisitato (aria forte soffiante). Tutta la zona ha aria. Adriano vede alcuni buchi in zona Tumpi.
Martedì 4, Segir, Adriano, Flavio, Nevio trovano ai Gruppetti il sifone finale disinnescato, lo superano e percorrono circa 150 m di gallerie esplorate dai Biellesi, e scoprono una nuova via che esplorano per diverse centinaia di metri. Andrea e Mauro al D2 scavano nel tratto terminale. Meo, Gaydou, il Puffo, Valerione scavano nel Tumpi, dove non riescono a passare (cunicoli di 20-30 cm in roccia, con aria abbastanza forte). Gli stessi battono poi il versante Est delle Saline: trovano un P10 nella parte bassa e numerosi pozzi intasati nella zona alta. Giovanni, Ube, Agostino, Vale battono in zona E: E9 chiude in frana, E11 chiude; visti vari pozzetti: l'aria è localizzata sulla frattura di E9. Salgono al campo avanzato (Ngorino) Gianni, Trota, Valerio, Cagnotto. In serata "capitan Paff" durissimo (grappa e tequila) con Adriano protagonista, molti ciucchi.
Mercoledì 5 Walter e Beppe rilevano ai Gruppetti i rami principali. Vanno alle Colme Giovanni, Meo, Agostino, Carlo B.: sceso fino a -50 il futuro abisso Baygon (E78), fermi su una strettoia che dà in un salone (aria forte aspirante); disostruito A76 e sceso per circa 15 m in frana instabile (da scavare ancora per passare lungo uno scivolo), aria aspirante abbastanza forte. Battono in zona A Claudio, Lucia, Pigi, Valerione, Gaydou, Silvia e Riccardo, dove scendono alcuni buchi. Ube e Maria partono con 5 veronesi per disarmare la Filologa. Continua con battute il campo in zona alta del Mongioie.
Giovedì 6 Andrea, Valerione, Riccardo, Valentina, Mauro, Maurilio trovano il B19 (pozzo dell'Avvoltoio) ancora chiuso da neve a -20. Meo, Flavio, Agostino, Adriano, Nevio percorrono nei Gruppetti 50 m di grotta nuova, sul fondo, fino ad un salone in frana, quindi rilevano il ramo sifonante. Pigi, Silvia, Claudio, Lucia e un ex-allievo vanno in visita ai Gruppetti; Pigi fa poi da guardia per richiamare la squadra oltre il sifone in caso di pioggia. In serata scendono a valle i componenti del campo avanzato, dove hanno visto altri buchi, ma ancora niente di buono.
7 agosto: Giovanni, Andrea, Valentina, Mauro rilevano ai Gruppetti la galleria scoperta il giorno precedente e ripristinano la linea telefonica fino oltre il sifone temporaneo. Carlo, Walter, Meo, Mauro, Valerione effettuano la poligonale esterna dei Gruppetti (zona delle risalite), e battono quindi tutta la zona circostante. Meo e Beppe nel pomeriggio battono in zona G, dove vedono diversi pozzi non segnati ma chiusi senz'aria. Si cerca il G1 senza successo. Tornano Ube e Maria dalla Filologa. Flavio nei suoi innumerevoli trasbordi rompe il cambio del
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Suzuki, ma dopo una breve escursione a Pinerolo può riprendere i viaggi tra Pian Marchis e i Gruppetti.
Sabato 8 vanno ai Gruppetti Carrieri, Ube, Maria, Papà e Beppe. Carrieri e Ube risalgono un camino terminale per 20 m, trovano condotte ma chiuse, che rilevano. Vengono esplorate le diramazioni secondarie della via principale, anch'esse chiuse. Meo e Maurilio continuano l'esplorazione dell' A23, fino a -90: la grotta continua. Un gruppo va in battuta sul versante Est delle Saline, vede e disostruisce diversi buchi, alcuni siglati GSI. Salgono per un secondo campo avanzato in alta quota Gianni, Valerio, Valerione, Cagnotto, Sergio, Trota, Mauro: aprono H3 (-10) che continua con scivolo (poca aria); vedono condotte orizzontali nei paraggi (15 m, chiuse su frana); disostruiscono E69 (pozzo non passabile); vicino all'E67 Gianni scende fino a -6 un buco da allargare ancora (continua con aria forte).
Domenica 9 vanno ai Gruppetti Giovanni, Laura e Valentina. Giovanni continua le difficili risalite lungo il pozzo sulla via nuova. Il campo avanzato prosegue i lavori in zona Colme trovando diversi buchi, tra cui E76 non praticabile. Esercitazione di soccorso sulle paretine per chi è rimasto al campo.
10 agosto: Gaidou e Maurilio scendono nell'A23. Mauro e Giuliana al D2 scavano nel sifone di fango finale ma non passano; rilevano il ramo nuovo; vicino all'ingresso trovano una nuova diramazione da aprire, con aria. Andrea, Stefano, Lucia, vanno al G1, scendono il pozzo visto da Meo, disostruiscono un cunicolo, scendono un P6 e si arrestano su una strettoia con acqua. Al campo avanzato delle Colme vengono aperti due buchi con aria forte: in serata il campo viene smontato e i nostri tornano alla base, non senza aver visto E21, enorme ingresso con aria forte soffiante chiuso da frana sul fondo. Ancora sulle Colme (versante Sud) Gianni, Riccardo, Valentina, Sergio, Trota disostruiscono alcune doline con aria e scendono in un pozzo chiuso a -15. Beppe e Massimo nella bassa zona Saline discendono in un pozzo visto nei giorni precedenti, che chiude a -10. Ube, Giampiero, Franco, Adriano, Meo conti-
Prima colazione al campo (foto a. Vigna).
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nuarono ai Gruppetti le risalite sul P30 (Giampiero e Ube), in cima al quale si arriva in condotte in salita con brevi salti, altri rilevano. Le risalite portano a un pozzetto ascendente in parte colmato da blocchi, che si rivelerà essere il secondo ingresso del sistema (A29): la squadra esce dopo un'atletica disostruzione dal basso.
Martedì 11 agosto, Meo, Beppe, Adriano, Franco M. con un amico alpinista disarmano l'A29 dal P30 fino al sifone di sabbia. Adriano risale la condotta fino ad uno stretto cunicolo lungo circa 30 m. Viene completato il rilievo, Gaydou e Maurilio disostruiscono l'A26 e compiono rilevamenti esterni in zona A. Mauro, Andrea e Giampiero aprono impegnative vie di arrampicata sulle paretine nei pressi del campo.
Mercoledì 12, Stefano, Franco e Meo vanno al Pis d'Ellero: i primi due superano in arrampicata i laghi, l'aria è molto forte ma proviene da massi impraticabili sul soffitto. Gianni e Mauro scendono in A3 (frigo del campo) e si fermano sul limite GSP '71; in serata rientrano nella grotta con Valerione, scendono un P5, un P4, e percorrono la condotta fino ad un sifone di fango; l'aria soffia da piccole condotte sul soffitto. Ube e Mauro al D2 superano una prima strettoia fermandosi dopo una saletta su una nuova strettoia con aria forte. Gli stessi iniziano a disostruire E63. Laura trova una condotta non segnata in zona D, altri battono nella zona.
Giovedì 13, Mauro e Adriano nell'A2 proseguono su una nuova galleria trovata da Mauro inseguendo la pala caduta nel pozzo di ingresso. Dopo 40 m di condotta disostruiscono un sifone di sabbia, che chiude dopo poco. Gli stessi passano le strettoie sul ramo principale fermandosi su una spaccatura impraticabile. All'E63 Franco, Pierangelo, Laura e Valentina lavorano per l'intera giornata a disostruire il pozzo finale (aria molto forte), ma non riescono a passare. Andrea, Meo, Giuliana e Marghe girano in zona e aiutano nelle disostruzioni. Gianni, Sergio, Trota, Cagnotto battono la zona E alta, dove vengono scesi vari buchi soffianti. Mauro e Riccardo in zona B (sotto B 44) trovano un buco con aria molto forte, non praticabile.
Venerdì 14 viene smantellato il tendone e parte del campo, Stefano, Riccardo e Lucia all'A29 scavano il sifone di sabbia a -60 per circa 2 metri: passano e trovano una galleria che poco dopo giunge su un P15. Nella strettoia di ingresso i tre si divertono spingendosi a vicenda a facendo a gara per uscire per primo... Andrea, Franco, Meo, Flavio e Adriano battono le zone A e B trovando alcuni buchi in prossimità della grossa faglia con aria molto forte (da aprire).
Ferragosto: Meo, Adriano, Mauro e Manzelli allargano l'ingresso dell'A29 rendendolo un po' più confortevole. In esso Flavio e Adriano discendono il P15, che chiude. Andrea e Riccardo rilevano la grotta oltre il sifone di sabbia. Pesci, Francesco e Marilia vanno in visita ai Gruppetti. Nel pomeriggio Mauro e Claudia disarmano completamente la via principale, fino al sifone. Vale e Mauro battono sulle Colme.
Domenica 16, partenze generali. Si disarmano persino le pareti ne di arrampicata. Restano i fedelissimi al Mongioie. Gianni, Manzelli, Sergio, Vale, Elena, Jo e Paolo al Baygon superano la strettoia che aveva bloccato Giovanni, e scendono fino a -110 fermandosi su un pozzetto. Andrea, Riccardo e Giuliana disostruiscono una nuova cavità ad un centinaio di metri a Sud del Baygon, lo Speedball fermandosi a -20 su un pozzetto con aria forte.
Il 18 Mauro va in battuta sul versante sinistro del vallone delle Saline, trovando e marcando con ometti vari buchi con aria non segnati.
Mercoledì 19 ha luogo la punta storica al Baygon, per gli esploratori Saigon. Gianni, Andrea, Vale e Mauro scendono fino a -250, fermandosi su un pozzo da 40 per mancanza di corde. Rilievo fino a -200. Manzelli e Trota scendono all'A3 per scavare il sifone di fango finale, senza ottenere risultati di rilievo. La punta al Baygon esce all'alba del giorno seguente, dedicato al riposo e alla stesura del rilievo.
Il 21, Cagnotto e Manzelli ridiscendono al Baygon, armano il P40 ma si fermano poi al fondo su uno stretto meandro (circa -300). Il 22, Gianni e Valentina trasportano attrezzature fino all'ingresso del Baygon, e l'indomani scendono al fondo: visti due arrivi con aria, da risalire.
Lunedì 24 la pioggia, mai caduta in 3 settimane di campo, arriva tutta in una volta, costringendo gli ultimi affezionati ad un avventuroso rientro a valle.
(dai diari di Meo Vigna e Mauro Scagliarini)
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Hanno partecipato al campo ben 62 persone identificate, e molti, molti altri (tra cui un ex-allievo barbuto) che sarebbe troppo lungo enumerare: Maria Dematteis, Andrea Manzelli, Sergio Serra, Gianni Nobili, Pierluigi Trova, Silvia Faure, Flavio Tesi, Silvia, Stefano Sconfienza, Alessandro Bianco, Riccardo Pavia, Adriano Cerovetti, Maurilio Pavese, Ube Lovera, Walter Segir con famiglia, Giovanni Badino, Mauro Scagliarini, Meo Vigna e Margherita Pastorini, Valentina Bertorelli, Valerio Pusceddu, Valerio Tosi, Adriano Gaydou, Mario Oddoni, Claudio Oddoni, Lucia Rattalino, la famiglia Terranova, Lucia Vallardi, Claudia Apostolo, Andrea Gobetti e Giuliana, Giampiero Carrieri, Rossella Cabula, Elio Pesci e famiglia, Francesco Pilato, Cristina Rolle, Nevio Beoletto e famiglia, Laura Ochner, Carlo Balbiano, Beppe Giovine e famiglia, Agostino Cirillo, Elena, cinque veronesi, Massimo Maina, Donatella, Franco Mazza.
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Un flash sul campo |
Marilia Campaiola |
Finalmente, dopo 3 anni e mezzo di inattività, il "Boom" speleologico tanto atteso è arrivato. Venerdì 14 verso le 4 di pomeriggio la qui presente si avvia verso l'ABISSO: è l'A29. Mi dicono che c'è una strettoia... ed è proprio stretta! Non tanto, ma senza appoggi per i piedi, trovo un po' lungo ma passo. All'uscita, penso comunque di non essere molto allenata ed invece il giorno dopo scopro che tutti smadonnano passando, anche quelli "acciughini" la metà di me. E ciò mi rincuora...
L'indomani un nuovo abisso mi aspetta: scendo con Elio e Francesco per un giro ai Gruppetti; sono circa le 3 e la nostra durissima esplorazione si protrae per ben due ore! Comunque mi sono divertita tantissimo, mi piace sempre "inabissarmi" e questo è l'importante.
All'uscita l'istinto materno, che ad onor del vero non mi manca mai, si è scatenato (soprattutto) alla vista del mio pargoletto che giocava giù alle tende con il suo papà (cattiveria: il quale, avendo dato tutto quel che poteva, si è poi riposato per un intero week-end). Non mi è rimasto che correre giù dimenticando pozzi e pezzi dell'attrezzatura che mi sono stati poi gentilmente riconsegnati.
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Dai Gruppetti all'A29 |
Ube Lovera |
Punte di Boschimani ai Gruppetti. Seguono di poco un paio di altre che hanno potuto considerare come, esaurite le prosecuzioni in orizzontale e assenti quelle in discesa, sia possibile cercarne ormai solo verso l'alto.
Iniziamo dalla prima punta, in cui col compito di risalire nel punto estremo delle nuove gallerie (che al momento in cui scrivo non hanno ancora un nome) entriamo provvisti di un Carrieri, una Dematteis, un Cirillo, un Giovine, un Segir, un Lovera ed un Bosch. Tra tutti il più utile si rivelerà sicuramente quest'ultimo: non è invece considerato necessario determinare il più inutile. Risalita meno ostica del previsto effettuata in breve senza ausilio di corde o attrezzi di altro genere. Una ventina di metri più in alto porterà dopo un traverso, a un pozzetto di pochi metri chiuso ferocemente da detrito; l'aria ovviamente filtra da fessure. Bene, tocca al prossimo punto che è un arrivo poco oltre il sifone, in quelle che per ora si chiamano "Gallerie Pizzoglio". Rapida azione del Carrieri ed enorme frattura in cui per una settantina di metri risaliamo frane instabili fino ad un pozzo ascendente. Potenza del Bosch. Uno dei pregi è che ora arrivare alla base o alla sommità di un pozzo è praticamente la stessa cosa: una squadra di gente adatta può risalire 20-25 metri in un'ora.
Una galleria occhieggia una decina di metri sopra di noi; in altra occasione il consumato "bisognerà tornare a risalire" avrebbe concluso la vicenda, ora è tutto risolvibile in una mezzora con una bella fila di fix. Tutto semplice vero? Invece no, soprattutto se dimenticate 17 fix 17 in luoghi lontani evi tocca fare tutto con i cinque che riuscirete a racimolare tra le varie tasche. Opera l'imperiese di Savona con ardue manovre e in capo a mezz'ora siamo sopra, dove un'ampia condotta non trova niente di meglio da fare che rigettarsi nel pozzo.
La continuazione spetta a Giovanni che autoassicurandosi risalirà il giorno successivo per una quindicina di metri.
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Nelle condotte forzate dei Gruppetti (foto G. Badino)
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Nel turno seguente mi trovo nuovamente ad accompagnare il martellatore assieme al Carrieri, al Vigna, al Mazza e al Cerovetti. Divisione dei compiti: Meo e Franco al rilievo e disarmo (sì, ci disarmavamo dietro), Giampiero e chi scrive in risalita, Adriano a fare la spola tra i due gruppi. Parte subito bene: i fix, sempre gli stessi maledetti 17, vengono nuovamente dimenticati al solito posto, è tassativo il recupero questa volta, quindi si dà inizio alla salita: procediamo veloci rallentati solo dal fatto che curiosamente la squadra da rilievo ha SEMPRE i materiali da risalita mentre quelli davanti si trovano costantemente tra le mani parte della trousse da rilievo. Completiamo l'ascensione del pozzo con un traverso non difficile, quindi una condotta di due metri di diametro con un salto ci porta a confluire in un'altra più grossa e a schiacciarci in un sifone di sabbia; dalla parte opposta sempre verso l'alto pochi saltini vengono scavalcati rapidamente. Giungono intanto Meo e Franco; avevo visto in Gaché una squadra da rilievo superare quella esplorativa, ora quella che arrampica procede con lo stesso passo dei rilevatori.
Ad una condotta semi-intasata segue una frana superata attraverso una strana fessura, una galleria in salita si infrange contro un'altra frana, Giampiero risale lungo una frattura verticale, poi con calma mi invita a vedere il tramonto. La disostruzione dal basso del pozzetto d'uscita richiede tre ore più qualche scarica d'adrenalina. Quindi uscimmo a riveder le stelle.
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Il sistema Gruppetti - A7 - A29 |
Meo Vigna |
Inquadramento
La dorsale calcarea localizzata tra le valli Vermenagna e Tanaro e che costituisce l'ossatura delle Alpi Liguri è caratterizzata da diversi massicci con grandi aree di assorbimento localizzate al di sopra dei 2000 metri, separati gli uni dagli altri da importanti allineamenti tettonici orientati grosso modo Nord-Sud. In prossimità delle dorsali Fascia, Marguareis, Saline, dove sono localizzati i grandi sistemi carsici della Conca delle Carsene, Zona F, Chiusetta, Piaggia Bella, si trova un'altra area carsica, quella del massiccio del M. Mongioie, altrettanto importante ma ancora poco conosciuta e poco esplorata dal punto di vista speleologico.
Il Mongioie comprende diversi settori localizzati tra le cime della Brignola e delle Colme con una superficie di oltre 12 Kmq, drenati da due importanti sorgenti, localizzate ai piedi del massiccio carsico. Il potenziale di carsificazione supera i 1000 metri, dalla cima del Mongioie 2630 m, fino alle sorgenti delle Vene e delle Fuse localizzate rispettivamente a 1525 e 1475 m s.l.m. Numerose esperienze con traccianti artificiali hanno permesso di delimitare con precisione l'area di assorbimento del settore e hanno indicato, soprattutto durante i periodi di piena, deflussi assai rapidi (oltre 140 m/h) dimostrando una estensione modesta della zona satura localizzata in prossimità delle emergenze Dal punto di vista geologico la serie stratigrafica è abbastanza simile a quella del Marguareis, con un basamento impermeabile (Permo-Trias inf.) costituito da porfiroidi e quarziti a cui si sovrappone la serie carsificabile formata dai calcari, calcari dolomitici e dolomie del Trias, calcari puri giuresi, e calcari scistosi arenacei cretacei. Lembi alloctoni formati da argilloscisti ricoprono in più zone la serie carbonatica.
Il carsismo superficiale è caratterizzato da ampie zone di carso nudo con un'eccezionale varietà di microforme di corrosione In particolare la zona dei Gruppetti costituisce un tipico esempio di morfologia carsico-glaciale con una neotettonica molto evidente con fittissima fratturazione (successiva anche alle forme carsiche più recenti) sovraimposte alle superfici di esarazione glaciale.
Le cavità esplorate sono oltre 350, in parte di origine recente, caratterizzate da pozzetti di lapiaz, pozzi a neve, cavità tettoniche ecc. Assai interessante è la presenza, in quasi tutto il settore, di cavità molto più vecchie, sicuramente prewürmiane, formatesi in condizioni del
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CARTA IDROGEOLOGICA DEL BACINO DI ASSORBIMENTO DELLE SORGENTI DELLE VENE E FUSE
Il limite della struttura è rappresentato con i pallini più grossi.
I collegamenti accertati con i traccianti sono indicati dai pallini più piccoli.
Le crocette indicano le rocce del basamento, il tratteggio fine i terreni della copertura flyschoide, il puntinato la copertura quaternaria, in bianco le rocce carbonatiche.
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1 Sorgenti delle Vene |
4 Abisso delle Frane |
7 Abisso dei Caprosci |
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2 Sorgenti delle Fuse |
5 Abisso Baygon |
8 Inghiott. Tumpi |
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3 Grotta delle Vene |
6 Sistema dei Gruppetti |
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tutto diverse dalla situazione attuale, caratterizzate da una serie di condotte a pressione in parte sventrate dall'esarazione glaciale ed in parte ancora percorribili e raggiungibili in profondità attraverso crolli recenti o cavità di neoformazione. L 'evoluzione carsica di tutto il set-tore è infatti caratterizzata da una fase sicuramente prewürmiana, con una zona satura assai sviluppata di notevole spessore formatasi per le particolari condizioni geo-strutturali qui presenti (posizione della copertura flyschoide impermeabile ecc.), e testimoniata da diverse cavità pseudo-orizzontali quali il sistema dei Gruppetti, il D1, D2, G1, A3 Una fase recente, post-glaciale, dovuta a un rapido abbassamento di tutto il livello di base, è caratterizzata invece da cavità verticali con una circolazione delle acque impostata solo in parte sui vecchi sistemi.
In pratica questa evoluzione è del tutto simile a quella riscontrata nel vicino Marguareis; la differenza di quest'area è dovuta al fatto che si trovano condotte anche di notevoli dimensioni a pochi metri dalla superficie del suolo, mentre nella Conca delle Carsene e a Piaggia Bella queste sono localizzate generalmente assai più in profondità.
Breve storia delle esplorazioni
Nel settore delle risorgenze il GSP tra gli anni '50 e '70 completa le esplorazioni nella grotta delle Vene iniziate dal Capello, mentre il GSI a cavallo degli anni '70-80 tenta la disostruzione di una piccola cavità localizzata pochi metri sopra l'altra risorgenza, quella delle Fuse.
Nell'area di assorbimento le prime esplorazioni negli anni '50 sono opera del GSP che scende nella Carsena delle Colme (-54), e del GG Debeljak di Trieste che scopre l'abisso delle Frane (-132). Negli anni 1970 e 1971 il GSP organizza due campi estivi in zona Gruppetti esplorando e rilevando numerose cavità; in particolare nell'abisso dei Gruppetti sono raggiunti due sifoni a -183 m. Negli anni 1975 e 1976 i Biellesi e i Saluzzesi continuano il lavoro di prospezione nel settore, rilevando altre cavità e completando solo in parte le esplorazioni all'abisso dei Gruppetti, che raggiunge la profondità di -221 con la scoperta di un nuovo ingresso più alto (A7, quota 1975). Sul fondo essi esplorano una serie di gallerie fossili oltre un sifone pensile trovato chiuso nelle precedenti esplorazioni, gallerie che verranno rilevate nel 1978 dallo stesso GSBi.
Negli anni 1976-77 gli Imperiesi rivolgono una particolare attenzione al margine settentrionale, quello di Cima Brignola, esplorando altre cavità tra cui l'abisso dei Caprosci (-305). Sempre lo stesso Gruppo nel 1984 ritrova l'abisso delle Frane, per 27 anni ricercato inutilmente, e vi scende fino a -300.
Infine nell'estate 1987 il GSP riprende i lavori in zona esplorando una nuova cavità, il Baygon (-300), e scoprendo al fondo dei Gruppetti una serie di nuove gallerie collegate ad un nuovo abisso, l'A29.
SEZIONE SCHEMATICA DEL BACINO DI ASSORBIMENTO DELLE SORGENTI DELLE VENE E FUSE
Freccia grossa: inghiottitoio attivo - Frecce piene: infiltrazione diffusa - Frecce piccole: travasi da altri acquiferi
1 Grotta delle Vene - 2 Abisso Baygon - 3 Sistema dei Gruppetti - 4 Abisso dei Caprosci
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Sistema Gruppetti - A7 - A29 - rilievo (sezione)
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Sistema Gruppetti - A7 - A29 - rilievo (planimetria)
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Il sistema Gruppetti -A7 -A29
Il sistema per ora esplorato dovrebbe costituire soltanto una piccola parte di un importante complesso carsico formato da una serie di gallerie freatiche in parte ormai fossilizzate, appartenenti al settore di risorgenze delle Vene e delle Fuse.
Gli ingressi per ora conosciuti sono localizzati nella stupenda conca glacio-carsica che dal settore della Cima delle Colme scende fino ad un vasto pianoro alluvionale in prossimità dei gias "Gruppetti", ad una quota compresa tra i 1956 m dell'abisso Gruppetti e i 1984 m dell'abisso A29.
Tutti e tre gli ingressi sono caratterizzati da brevi pozzi tettonici, di formazione assai recente, che hanno intercettato una serie di grosse condotte sottostanti. Il sistema presenta una morfologia assai singolare, in quanto un'intera rete freatica è localizzata soltanto alcuni metri al di sotto della superficie topografica.
L'intero complesso è caratterizzato in genere da morfologie a pieno carico con condotte che raggiungono tratti verticali di diverse decine di metri. Le fasi di approfondimento successivo hanno modificato solo in parte le forme precedenti; in alcuni tratti verticali si trovano dei pozzi dove arrivi secondari di acque ruscellanti a pelo libero hanno parzialmente cancellato le primitive morfologie. In più parti le gallerie presentano solo piccole forre larghe dai 20-30 cm e altrettanto profonde, in altre zone queste vengono tagliate perpendicolarmente da stretti passaggi che testimoniano una circolazione delle acque assai modesta tranne in occasione di intense precipitazioni e scioglimento delle nevi. L'eccezionale sviluppo delle microforme superficiali consente infatti un rapido drenaggio delle acque in profondità ma non garantisce un apporto più regolare e continuo tipico delle zone con un epicarso più sviluppato.
Il sifone finale dell'abisso dei Gruppetti non dovrebbe rappresentare il livello della zona satura, che invece sarebbe localizzato alcune centinaia di metri più in basso. Probabilmente si tratta di un sifone sospeso: il suo drenaggio è rallentato da forti perdite di carico (riempi-
L'area carsica della zona Gruppetti sottostante la Cima della Colme (foto B. Vigna).
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menti fini); quest'anno è stato misurato un abbassamento di una trentina di metri nel periodo estivo (la quota del sifone è infatti compresa tra i 1752 e i 1780 m circa). Le gallerie si riempirebbero in occasione di grossi apporti, svuotandosi poi molto lentamente. Nel passaggio che conduce verso le gallerie dell'A29 è stata osservata più o meno la stessa cosa. Generalmente il tratto più basso delle condotte è completamente sifonante; occorre un periodo piuttosto lungo prima che piccole fratture nelle parti più base drenino le gallerie disinnescando così il sifone.
Breve descrizione
Entrando nell'abisso dei Gruppetti, superato un pozzetto di alcuni metri, si raggiunge una bella condotta che inclinata a 45° conduce ad un bivio: da una parte questa prosegue in salita per una ottantina di metri fino ad essere intercettata da un altro ingresso, quello dell'A7. Dall'altra parte assume un andamento piuttosto verticale fino ad una profondità di circa 120 m. I pozzi risultano essere soltanto parzialmente modificati dallo scorrimento a pelo libero.
Da questa quota in avanti la cavità presenta una serie di belle condotte, con piccole forme di approfondimento, che gradualmente scendono fino ad intercettare una grossa galleria. Questa è percorribile verso monte per una quarantina di metri fino ad una serie di arrampicate non facili, per ora superate soltanto per una ventina di metri. Dalla parte opposta la prosecuzione ideale della galleria è sbarrata da un potente deposito di ciottoli e sabbia. Proseguendo verso valle, una piccola forra conduce ad un altro bivio: sulla destra si scende per oltre 30 metri lungo condotte ricoperte da uno spesso deposito argilloso fino ad un sifone dal livello assai variabile, che rappresenta il punto più basso dell'intera cavità (-230 dall'ingresso dell'A29). Sulla sinistra una serie di basse gallerie debolmente inclinate conducono su un sifone temporaneo, limite delle esplorazioni GSP 1971. Da qui si riprende a salire lungo una serie di condotte (passaggio Pizzoglio) via via più grosse, esplorate per la prima volta dai giovani biellesi nel 1975 e rilevate poi nel 1978. In prossimità di una grossa frana sospesa terminarono le esplorazioni del GSBi.
Superfici di corrosione in zona A (foto. B. Vigna).
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L'ingresso dell'A3 (foto a. Vigna).
I passaggi verso le nuove gallerie esplorate quest'anno sono localizzati una cinquantina di metri prima; da una parte si accede ad un ramo di circa 300 m di sviluppo (esplorazioni non ancora concluse), e dall'altra parte si è raggiunto, attraverso una serie di risalite e condotte, un nuovo ingresso, quello dell'A29. Le gallerie più basse sono collegate attraverso uno stretto pozzo di 10 m ad una serie di pozzi freatici, verso valle chiusi da un sifone di sabbia (ancora da scavare), mentre verso monte proseguono in salita per oltre 200 metri fino ad un camino con forte aria discendente. A venti metri di altezza è stata raggiunta una serie di condottine rilevate per una cinquantina di metri.
La via verso I' A29 inizia con una serie di facili risalite lungo freatici che aggirano una grossa frana sospesa, fino ad un grosso ambiente, in parte crollato. Grazie al perforatore Bosch e ad alcuni spericolati arrampicatori è stata raggiunta 30 metri più in alto una serie di condotte in parte approfondite dall'erosione regressiva. La via principale prosegue fino ad un bivio: da una parte un sifone di sabbia è stato aperto fino a raggiungere dopo alcune decine di metri un salto di 15 m chiuso al fondo da un laghetto. Una successiva traversata sopra il pozzo ha consentito di esplorare una breve diramazione con aria, presto però impraticabile. Il percorso principale prosegue sulla destra lungo una condotta in salita caratterizzata da una serie di approfondimenti con tre pozzetti risaliti per una trentina di metri. Abbandonando le risalite, che conducono in stretti cunicoli, si percorre una galleria orizzontale a tratti parzialmente chiusa da riempimenti, fino a raggiungere una saletta con diversi camini. Uno di questi ha permesso di arrivare dopo altri 12 metri di arrampicate ad uno stretto pozzetto parzialmente riempito da detrito grossolano. Una avventurosa disostruzione dal basso ha consentito quindi l'uscita da una piccola cavità esplorata nel lontano 1975 e siglata A29.
La profondità del sistema Gruppetti - A7 - A29 è di 230 m, la lunghezza di 1750 m. Il dislivello tra il sifone dei Gruppetti e la risorgenza delle Vene è dell'ordine di 200 metri circa.
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Apocalipse down |
Mauro Scagliarini |
Chi dice Baygon dice Saigon (o viceversa)
(recente proverbio monregalese)
Dalle ceneri, o dalle immondizie, di un fine-campo (peraltro gustoso e soddisfacente) è saltato fuori anche un bell'abisso, il... (tralasciamone per ora il nome per non fomentare polemiche).
Sulle Colme, tra Val Ellero e Val Tanaro, alla quota di circa 2400 m, si apre in una piccola dolina un ingresso alto, fortemente aspirante, trovato in luglio dai soliti rabdomanti del GSP (A. Eusebio, C. Curti, U. Lovera). Le esplorazioni permettono di raggiungere dapprima i -50 (G. Badino, B. Vigna), e successivamente i -110 (V. Bertorelli, G. Nobili, A. Manzelli, S. Serra, E. Testa, John, Paolo) in ambienti molto franosi e stretti. Proprio poco oltre una strettoia e sull'orlo di un saltino ci si fermò prima del grande balzo del 19 agosto a -250, per mancanza di corde su di un pozzo da 40 m.
Valentina Bertorelli, Andrea Gobetti, Gianni Nobili e Mauro Scagliarini sono i partecipanti a questa esaltante punta, che attraverso strettoie e salette assai franose, e stupende arrampicate, superata la quota -110, vede l'abisso allargarsi notevolmente, con magnifici pozzi in vuoto in un calcare bello e pulito (P17, P26, P30, P40).
Poche, a prima vista, le eventuali diramazioni, sempre forte l'aria, e sempre fredda, con qualche fenomeno di inversione su di un paio di pozzi. Calcare nero, quasi totale assenza di fango o di concrezioni, non troppe torture per i pancioni, sono caratteristiche che ne fanno una perla di abisso, anche se indubbiamente l'accesso, il freddo, le frane della prima parte, e gli atleticismi vari non ne fanno una grotta propriamente banale.
Il pozzo per ora finale da 40 m è stato sceso il 21 agosto da Andrea Manzelli e da Mario Oddoni, che hanno anche scoperto che esso chiude al fondo in strettoia impraticabile, come hanno confermato in una ulteriore punta V. Bertorelli e G. Nobili. Gli eventuali sviluppi restano legati ad alcune traversate e risalite. La parola prossimamente ai boschimani. Magari mentre state leggendo questa cronachella, la prosecuzione sarà già saltata fuori (non manca l'ottimismo).
Il rilievo svolto fino a -250 e da lì in giù le osservazioni bussola alla mano, indicano che l'abisso punta (guarda caso) praticamente in direzione della risorgenza delle Vene (non manca l'illusione).
Un ultimo dettaglio: il nome. Baygon per gli scopritori e primi esploratori, Saigon per tutti gli altri. Se non ci fossero beghe, non esisterebbe il GSP. Io lo chiamo Saigon. Mi ricorda quest'estate con le roulette russe alcoliche, i rientri dei reduci dalle Colme, le immondizie tra le tende, i sopravvissuti a tante scimmiate, la guerra, la pace, la pancera di lana rubatami da un pastore sicuramente muso giallo, o perché molto più semplicemente mi piace pensare a come impreca Martin Sheen in "Apocalypse Now", risvegliandosi dopo un incubo: "Saigon... Merda!". O forse a John Prine quando soavemente intona: Saigon, honey, honey, honey...".
In fondo la logica degli insetticidi è la stessa della guerra. Meglio i videoclip.
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Scheda d'armo |
Andrea Gobetti |
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primo pozzo |
20 m |
3 spit, franoso |
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scivolo |
4 + 8 |
arrampicabile, franoso |
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pozzo |
10 |
naturale + spit |
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pozzo |
12 |
naturale + spit |
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pozzo Scafholder's |
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naturale + spit |
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Abisso Baygon (E78) - rilievo
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Ciao! Come ti chiami? |
Mauro Scagliarini |
Vi siete mai chiesti quali sottili geometrie si nascondono dietro i nomi di certe grotte? Di che cosa il nostro inconscio si nutra nel diritto di identità che riconosciamo ad ogni vuoto che siamo riusciti a riempire? Quanti giochi di parole abbiamo creato facendo rimbalzare mille volte i nomi dei nostri abissi nella nostra scatolina pensante? Quante poesie e poemi immaginari abbiamo recitato nelle nostre notti insonni?
"Né vado, Ruiz, né vengo". Chi è Ruiz? Chi lo ha evocato? E chi è davvero la Filologa? Di chi sono parenti le Mastrelle? E Labassa è forse la sorella bruttina di Piaggia Bella? Perché l'Indiano non parla più? Come sta la Gola del Visconte? E se la Donna Selvaggia decidesse di sposarsi e di avere bambini, cosa cambierebbe nella nostra vita? Quanti di noi scapperebbero nella Legione Straniera?
Una recente diatriba battesimale mi ha illuminato sulla possibile vacuità di tutte queste importanti problematiche inerenti la speleologia scientifica. In fondo sono quesiti vecchi come il mondo (sic!). Già Darwin si chiedeva se fosse nato prima l'uomo o la gallina. Spesso noi semplici abitanti di Steve Island (Stivalandia), il continente sommerso, ci interroghiamo per sapere se nasca prima l'abisso o il suo nome. Passiamo la domenica a cercare "Susan, disperatamente" o l'ingresso alto del Buco della Madonna?
E Baygon o Saigon? Forse nessuno dei due. Forse dentro di noi ci sforziamo di far capire che è "Bye! Gone" (Addio! È andata), ma chi? Oppure "Say: gone" (Dì pure che è andata), ma dove? O ancora "My gone" (Ciò che di mio se ne è andato), la gioventù? O "My gun" (il mio fucile) che somiglia troppo a "My God!" (Dio mio!) e perché non "Pie gun" (Fucile-torta) o l'italianissimo "Fai gol!".
In questo caso quindi sicuramente ci troviamo di fronte ad un caso etimologico composto da due elementi: A e B, da mettere in relazione tra loro tenendo conto della cultura sociale dei nostri esploratori. Attribuendo all'elemento A una dozzina di valenze (Bye, By, Die, C.A.I., Say, My, Pie, Gay, Fai, Bay, May, Try, Ahi!) ed altrettante all'elemento B (gone, gong, gun, God, gum, bone, golf, gol, gold, ghost, gorge, Gon - affettuosamente il goniometro) riusciamo a generare ben 144 possibilità significanti. Ora, ipotizzando che il G.S.P., compresi gli zombies che sporadicamente appaiono in sede al venerdì sera, abbia 72 soci e che come è logico ognuno di essi abbia avuto esperienze diverse e che quindi la pensi in maniera differente da chi gli sta seduto vicino, possiamo tranquillamente attribuire due significati ad ogni speleologo torinese.
La diagnosi è quindi schizofrenia generalizzata nel valore del 100%!
Tutto questo non può che farci riflettere sul vecchio detto "Tante teste tante idee" ma anche sul fatto che se siete arrivati a leggere fino a questa riga, in fondo da un bollettino speleologico non vi aspettate solo schede d'armo e rilievi.
Smile please!
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Straldi & Cappa |
Riccardo Pavia |
Il Gruppo Speleologico Marchigiano e Marco Marantonio, quest'estate hanno compiuto una serie di esplorazioni all'abisso Straldi. Forzando una strettoia in fondo ad una galleria data chiusa dai francesi, hanno trovato un sistema di gallerie (oltre 400 metri topografati) che conducono all'abisso Cappa.
Avete mai fatto quei sogni che quando dormite vi sembrano brutti ma quando ve li ricordate sono belli? Quando avete paura dell'irrealtà perché ciò che avete attorno è troppo reale? Siamo sul primo pozzo da 90 dello Straldi. Marco è sulla cengia ed è pronto per scendere. Gli cade un moschettone e fa uno slancio per prenderlo. Pensavo che fosse scivolato e rimango interdetto. Scendiamo. Dopo un altro pozzo da 21 siamo alla fessura del Vento. Una di quelle strettoie che inghiottono volentieri, ma che ti fanno sputare sangue ad uscire. Quindi arriviamo al pozzo da ottanta. Grande e maestoso. Un cilindro con una parete che si squarcia nel buio a causa di una faglia. È armato su corda da otto e lo scendo pensando che mi sono scelto un gran bel posto per il trapasso. Percorriamo una frana ciclopica per una quarantina di metri fino all'orlo del successivo P 26. Qui mi attende un'altra sorpresa che sa di onirico. Astigo (Giuseppe Antonini), mi spiega che bisogna aspettarsi sul bordo del pozzo perché la frana è instabile e volentieri cadono pietroni che pesano 50 chili. Tutto scricchiola! ma per fortuna non cade nulla. Continuiamo giù per la frana. Arriviamo ad una strettoia che dà su un salto di tre metri. Mi infilo di piedi, poi mi manca l'appiglio che pensavo di trovare sotto, e cado di schiena. Non mi faccio niente e penso sia stato il Visconte a garantire per la mia incolumità. Arriviamo sull'arrampicata dei francesi. Si sale su per un pozzo di quasi 20 metri armato con una corda vecchia e marcia, di quindici anni fa e rigida come un palo della luce. Dopo un paio di pozzi filtriamo in mezzo a dei blocchi di frana per 100 metri di dislivello.
Qui inizia la seconda parte del divertimento. Siamo arrivati ai pozzi arrosés (bagnati) e fuori ha appena smesso di piovere dopo tre giorni di maltempo. A me quindi viene dato l'onore di lavarmi per primo, essendo l'unico possessore di una tuta impermeabile. Riesco a marcirmi su un pozzo da 30 tribolando nel vuoto su un bel nodo di giunzione. Ancora un paio di pozzi ed atterro in un altro mondo: splendide gallerie fossili e ventose. Il luogo è veramente affascinante e viaggiamo veloci, verso il cuore delle Carsene. Superati tre bivi arriviamo al limite delle esplorazioni dei francesi. Qui Marco e i terribili fratelli Antonini forzarono due strettoie, la prima bagnata e la seconda col soffitto in frana molto instabile. La volta precedente, per passare, bastò smuovere un pietrone per rendersi conto che quei massi pendono come una spada di Damocle. Si continua per un meandro fino ad uno sfondamento che si scavalca agilmente con una spaccata. È un buchetto del diametro di un metro che slarga subito a campana ed acquista dimensioni veramente imponenti. Roberto e Patrizia che sono dietro di noi hanno il compito di scenderlo.
Di qua corriamo per un'enorme galleria devastata dalla tettonica. Una volta era una condotta sottopressione, in certi tratti si riconosce la morfologia originale della volta. Dopo un paio di svolte dovute a due faglie ortogonali rispetto alla frattura principale, ritorniamo sulla direttrice giusta, verso il Cappa. Giungiamo sul bordo di un pozzo sondato una trentina di metri, oltre il quale occhieggia la silouette della galleria. Tocca naturalmente a Marco compiere l'attraversata mentre Astigo ed io sistemiamo l'armo di partenza e facciamo sicura. Sulle pareti si nota l'inconfondibile calcare brecciato del Trias. Oltre, la galleria continua stupenda tra blocchi di frana per più di 50 metri fino ad un ulteriore approfondimento, costituito da una forra. Diamo un'occhiata ad un condotto sottopressione laterale per cercare di bypassarla ma inutilmente. Marco traversa in alto usando l'ultimo spezzone di corda che ci rimane. Marco, Astigo ed io ci ritroviamo dall'altra parte ed ad un tratto... qualcuno chiede a chi appartiene il moccichino di carta verde. Sarà di qualche omino delle grotte. Poi Marco urla: topofilo! Topofilo! Allora siamo nel Cappa. I francesi sono arrivati fin qua dalla galleria che parte a -400
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Complesso Cappa -Straldi - sezione
Straldi-Cappa - ramo della giunzione (sezione)
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Straldi-Cappa - ramo delle giunzione (pianta)
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nel Cappa. Hanno fatto il rilievo e tra una puntata e l'altra si sono soffiati il naso. Attimi di euforia e soddisfazione poi cominciamo a rilevare. Intanto arrivano Patrizia Squassino e Roberto Antonini (Beccuccio). Ci raccontano del pozzone sceso per più di cento metri che continua ancora per una quarantina ma la corda non bastava. Noi invece raccontiamo che ci siamo fermati di fronte ad uno specchio di faglia. Poi vanno a vedere, notano le scritte che abbiamo lasciato e si rendono conto della menzogna.
Il disarmo se lo giocano Astigo e Marco. Alla fine lo faccio io, mentre Astigo che ha perso mi attende sopra i pozzi bagnati per aiutarmi coi sacchi. Il ricupero è lungo e faticoso ed io sono abbastanza sconvolto anche perché è la prima volta che vengo qua dentro. All'uscita fa molto freddo e il cielo è stellato. Astigo e io c'incamminiamo verso il rifugio dei francesi, parlando di molte cose, tranne che di grotte.
La nuova profondità del complesso è di 759 m.

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Recoconto di una microspedizione in Turchia |
A. Eusebio e R. Chiabodo |
Spinti da quell'alone di mistero che circonda le zone carsiche a noi sconosciute e alla ricerca di nuovi stimoli abbiamo cercato di organizzare nuovamente una superspedizione in Turchia.
La meta prevista era il massiccio dell'Akdag (3015 m), gruppo montuoso posto a circa 100 Km a Ovest di Antalya che ci era stato segnalato sede di grotte ancora da esplorare.
Tra mille incertezze e difficoltà riusciamo, in cinque, a partire il 28 luglio verso l'agognata meta che sarà raggiunta dopo un avventuroso viaggio di cinque giorni.
Giunti alle falde dell'Akdag scopriamo che se vogliamo grotte dovremo andare a cercarle da un'altra parte, di calcare infatti pare che qui non ve ne sia; così facciamo e qui comincia un periglioso girovagare alla ricerca di cavità e di nuove aree carsiche, esperienze che ora vi descriveremo:
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Ubicazione delle aree visitate; la numerazione segue quella riportata nell'articolo
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Il maestoso ingresso della Karagöl Düden (foto A. Eusebio).
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Schizzo esplorativo del Karagöl düdeni.
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gione, la ritenevano conosciutissima, ma pare che non sia così. In particolare, le poche grotte conosciute nella zona di assorbimento distano tra loro ore di marcia e di macchina nelle quali si attraversano zone a doline che nessuno ha mai visto, con boschi di conifere, relitti di condotte sottopressione, concrezioni esterne e grandi polje (tipo Vercors). Gli stessi pastori, gente in genere cordiale e con ottima ospitalità, conoscono decine di grotte che nessuno ha mai visto. Da parte nostra abbiamo cercato di fare qualcosa di nuovo e accampati nel villaggio di Avasow, siamo stati condotti a esplorare le "note" cavità del polje della zona (tre buchi profondi 5-6 m e larghi 15 cm); poi di nostra iniziativa ci siamo spinti alla ricerca dell'Erkibet-düdeni, cavità già vista dai francesi e nella quale si erano arrestati in pozzo, sceso per 30 m. La ricerca della grotta è durata 3 giorni, finché un pastore non ci ha accompagnati, indicandoci il piccolo ingresso, a cui segue un P12 che, traversato a -5, conduce in un meandro e successivamente al pozzo citato, da noi esplorato per 53 metri di dislivello, fino al termine della grotta. Altra cavità nella quale siamo scesi è la Tepekli ma Ultima cavità visitata del settore è una grottina nei conglomerati, prossima alla grotta di Tilkiler, complesso di 3-5 Km, di cui stavamo cercando l'ingresso, composta da una |
Erkibet düdeni (rilievo)
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Galleria della Karain ma
arasi (foto A. Eusebio)
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Riguardo al clima, per noi è stato molto pesante fare qualunque movimento, si parlava di 40-45°C con umidità elevate; riguardo alla speleologia fondamentale è tornare ad El-mali per il Karagöl Düdeni, poi c'è il discorso dei Tauri, ampia catena di 150.000 Kmq di calcari...
Naturalmente per fare attività laggiù bisogna possedere una conoscenza bibliografica di base ottenibile da una serie di bollettini soprattutto francesi ma anche olandesi, inglesi, spagnoli ed italiani, inoltre sono indispensabili due pubblicazioni:

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Cric & Croc negli Alburni |
Ube Lovera |
Altre chiacchiere sugli Alburni in cui sono tornato in compagnia di Maria, Giampiero e Rossella. I programmi, non trascendentali, prevedono di vedere un paio di grotte, di contattare gli speleo campani e di camminare piacevolmente sotto gli alberi e sopra il calcare, ora che la neve finalmente si è sciolta. Realizziamo pienamente il primo e il terzo punto mancando seccamente il secondo perché solo degli idioti possono pensare di trovare qualcuno a casa la sera di ferragosto.
Un paio di grotte si diceva, ed è quanto abbiamo fatto: in più per ultimo abbiamo anche trovato una bella prosecuzione in fondo ad un pozzo da 30 m, comodo, vicino alla strada, già spittato. Qui, nel posto più ovvio, sul fondo, parte un meandro che dopo tre metri sprofonda in un P.20 e rotti e successivamente dopo un piccolo salto in un pozzo sui 35 m. Alla
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sua base si intercetta un altro meandro che dopo qualche svolta cade in un primo saltino e in un secondo che ci limitiamo a guardare perché ovviamente sono finite le corde. Il meandro in questione ha anche un "a monte" che fingiamo di non vedere ma che entrerà a far parte della storia. A questo punto il neo abisso rischia di chiamarsi Grava Gustavo Lapassera, nome che da svariati anni galleggia in attesa di una grotta che dimostri di meritarselo.
Torniamo con 150 m di corda. ne utilizziamo tre sul saltino, gli altri 147 avanzano perché, come sempre succede, il salto che non eravamo riusciti ascendere era ovviamente l'ultimo. Tocca quindi all'"a monte del meandro"; i primi cento metri li passiamo a scrutare ansiosamente al di là di ogni curva la successiva posta invariabilmente a 2 metri dalla precedente, poi ci limitiamo ad avanzare per un totale di 200-250 m in una struttura medio difficile, discretamente faticosa fino ad una sala in cui un accenno di prosecuzione si intravede a pochi metri da terra.
Delle altre due grotte viste si possono dire alcune cose. Nella grava di Fra Gentile, una rivisita ci ha permesso di considerare come: 1) il fondo sia percorso da una discreta corrente d'aria in aspirazione; 2) l'ingresso invece, si comporti prevalentemente da ingresso basso; 3) una finestra grossa, che guarda dal meandro prima del P. 70 potrebbe dare cose interessanti; è raggiungibile con un'ora di arrampicata non estrema o con tre minuti di perforatore.
L'inghiottitoio del Parchitello inizia invece con un colossale P.60 seguito da una serie di salti vari in un meandro di grosse dimensioni. Abitualmente asciutta, la grotta è però disposta ad attivarsi al primo temporale deciso; naturalmente è stata nostra cura affrontarla in corrispondenza di una leggera pioggerella che ha contribuito ad incrementare la partecipazione emotiva alla discesa. Grossi tronchi che ingombrano in meandro e fascine incastrate alcuni metri sopra la testa di chi passa, danno in qualche modo un'idea di cosa si debba trovare di fronte chi scegliesse il momento sbagliato per fare una gita. Qualche arrampicata ha portato a piccole e non significative prosecuzioni.
Questioni generali
A conclusione di una piacevolissima settimana penso si possano dare alcune idee generali:
1) Gli Alburni sono enormi. Occupano quasi interamente 4 cartine a 25000 sbordando ampiamente verso est. La superficie è circa 4 volte quella dell'intero Marguareis,
2) Le quote delle cime più alte battono tra i 1600 e i 1700 m, la risorgenza dell'Auso, sotto Ottati, che in magra spara un m c al secondo circa, è attorno ai 400 m s.l.m., le risorgenze di Castelcivita sono più basse, la falda è a 70 m: fate un po' voi i conti.
3) Di tutte le grotte trovate finora, nessuna, a quanto mi risulta, è un ingresso alto.
4) L'intero massiccio è percorso in ogni direzione da strade variamente mantenute ma comunque transitabili che permettono di avere qualunque punto a meno di un'ora di cammino.
5) Buona parte degli Alburni sono coperti da fitte faggete in cui la temperatura estiva è attorno ai 25 gradi. Sul versante di Petina i faggi vengono sostituiti dai castagni senza che dal punto di vista climatico la cosa cambi un gran che.
6) Provate ad immaginare cosa deve succedere in merito ai funghi in cui si ha la sfortuna di incappare in una giornata di pioggia in un simile ambiente.
7) La montagna praticamente pullula di fontane e sorgenti che, se non sono confrontabili con quelle valdostane in primavera, sono comunque in grado di captare qualunque goccia di acqua che abbia intenzione di uscire in superficie e di soddisfare quindi le esigenze di un gruppo di speleo che per caso si trovasse a trascorrere ivi un po' di tempo.
8) Tonino ha promesso di inviarci in breve tempo il posizionamento dei buchi esistenti in modo da avere un'ottima base per eventuali lavori futuri.
9) Colossale è l'aggettivo più adatto a descrivere la maggior parte delle grotte: questo non significa che non esistano luoghi di stampo diverso, e questo abbiamo già avuto il modo di constatarlo.
10) La situazione attuale è tale per cui di alcuni tra i buchi più profondi, oltre a non sapersi come chiudono, non si sa neppure se chiudono. Uno dei primi lavori da fare sarà quello di verificare questo fatto non del tutto privo di importanza.
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Tutto quello che avreste voluto sapere sui sifoni di Piaggia Bella e che non avete mai osato chiedere |
S. Sconfienza |
Quando, qualche tempo fa l'esplorazione di P.B. era un ribollire di giunzioni, alcune realizzate, altre mancate, le più annunciate o solamente ipotizzate, era consuetudine in GSP iniziare il racconto di una punta - fortunata o sfortunata che fosse - con un rituale quesito posto ai trepidanti interlocutori: "Indovinate quanti ingressi ha Piaggia Bella?".
Da qui l'idea un po' nostalgica di iniziare questo articolo chiedendovi, gentili lettori: "Quanti SIFONI ha P.B.?".
Mentre pensate alla risposta e prima di fornirvela io, potrei riassumere i dati del problema e le condizioni al contorno.
Anzitutto sia chiaro che sto parlando "solo" dei sifoni terminali di P.B., dal Canyon Torino in giù per intenderci, e che rimando i curiosi dell'idrologia del Complesso a ben più preparate relazioni.
Ben sanno i lettori più attenti di Grotte che il Canyon Torino, parte conclusiva di Piaggia Bella, affonda rapidamente da un'altezza dì un'ottantina di metri in un bel laghetto di 2x2 m, per molti anni termine del complesso.
Questo finche nel 1980 (vedi Grotte n. 72) lo speleosub Fred Vergier lo superò dopo un'immersione lunga 130 m e profonda 15; percorso dall'altra parte un centinaio di metri in un'ampia forra attiva, si immerse in un nuovo lago, assai grande (3x15 m), senza però trovarne uno sbocco, pur essendo avanzato per 90 m fino a una profondità di -40.
La storia successiva di queste regioni è datata dicembre 1985, nome in codice: Operazione Porte di Ferro (Grotte n. 89). Furono concluse le risalite dell'Olonese Volante, sulla sommità del Canyon Torino, fino ad intercettare nuovi rami orizzontali duecento metri più in alto dei sifoni. Laddove allora se ne arrestò l'esplorazione, un approfondimento della galleria condusse Badino, Lovera e chi scrive nella Terra-Tra-I-Due-Laghì che solo Vergier aveva attraversato.
L'emozione, mescolata alla stanchezza, fece vedere la grotta con occhi molto particolari, non da esploratori, ma da commossi ospiti; la sensazione - scrissi - fu "quella dell'ingresso in un tempio, della pura contemplazione".
Il rilievo era improponibile e peraltro non sembrava essenziale, ci si guardò appena intorno. D'altra parte l'intero ramo non aveva un filo d'aria...
Da allora nessuno era più tornato laggiù. E pensare che decine di persone sono passate in questi mesi per le Porte di Ferro, diretti però verso le ben più attraenti Gallerie Re Mida, miracolosamente protese verso valle.
Della necessità di rilevare tra i due sifoni se ne parlava dall'85. Poi le recenti esplorazioni lo hanno riportato di attualità, dato che le nuove scoperte si estendono oltre i fondi paralleli di Piaggia Bella e Filologa, ma beffardamente a metà strada tra i due, come se fossero indecise su quale scendere. Infine la situazione è precipitata quando, disceso un pozzo da 130 m appena al di là delle strettoie di fango Peu de Feu, ci si è arrestati su un "pavimento" d'acqua! Urgeva a questo punto capire a quale dei due fiumi appartenesse il nuovo sifone e non restava che sciogliere il dubbio che ancora gravava sulla reale direzione assunta da Piaggia Bella oltre il primo tratto sommerso: la Terra-Tra-I-Due-Laghi continua sulla stessa linea del Canyon Torino (210° N), come sin qui si era considerato in mancanza di altre informazioni, oppure curva verso destra avvicinandosi alla Filologa?
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Terra-tra-i-Due-Laghi (rilievo)
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Proprio questo è il dubbio a cui volevamo dare risposta tornando là sotto questa estate, con ospiti di assoluto riguardo: Jo Lamboglia e Cathy.
In realtà la dimensione tecnica è passata ben presto in secondo piano, sommersa dal piacere estetico-turistico che ho provato nel rivedere dei luoghi incantevoli, per di più carichi per me di un'energia molto intensa.
La discesa verso la Terra-Tra-I-Due-Laghi è stata un crescendo di sorpresa, un'autentica riscoperta di ambienti che la memoria aveva idealizzato, dimenticandone però in buona parte la bellezza.
Il meandro che interrompe la serie dei pozzi lo ricordavo per averlo percorso su e giù due volte stracarico di attrezzatura; ne ricordavo i passaggi stretti e le arrampicatine scivolose, invece eccolo trasformato in un meandro sinuoso, elegante nel suo calcare nero ben levigato.
L'ultimo pozzo (P.25) mi era rimasto impresso per l'insistente stillicidio che due anni fa aveva completato il mio bagno; ora mi appare un luogo calmissimo, come placido e calmo giunge da sotto il gorgoglio del fiume di Piaggia Bella.
Seduto davanti all'ultimo lago, dove nell'85 riuscii a piangere dalla commozione, mi rendo conto stupito di quanto profondamente il ricordo di un luogo sia influenzato dal proprio stato d'animo e dalle proprie condizioni fisiche.
Già i topografi si apprestano ai loro strumenti quando ecco l'ultima sorpresa, la più inattesa: a ridosso del Lago-a-monte notiamo un piccolo affluente che sgorga da un angusto meandrino laterale. La memoria lo ricorda indicato sul disegno esplorativo del sifonista, ma probabilmente non fu mai risalito con grande convinzione.
Lo facciamo stavolta e, superate alcune strettoie, la sensazione di essere sull'inesplorato diventa fortissima. La galleria si fa ampia, le pareti fioriscono di concrezioni eccentriche, sul fondo l'acqua scorre in marmitte gigantesche e - incredibilmente - si avverte una sensibile corrente d'aria. Esaltato risalgo come un forsennato, riuscendo a seminare perfino Jo. Il tutto si conclude sotto un pozzetto troppo largo da risalire in libera, con il meandro ben visibile alla sua sommità. Il rilievo dirà che abbiamo percorso centoventi metri dal sifone, alzandoci di una sessantina, il che vuoi dire che altri venti metri in quella direzione e si sbucherà sulla volta del Canyon Torino! Sembra impossibile.
Infine il rilievo.
Ce ne facciamo in tutto per mezzo chilometro. Le lunghezze lette in francese mi creano inedite difficoltà, perché regolarmente quando arrivo a scriverle sul taccuino le ho dimenticate: come si fa a ricordare "Neuf metres quatre-vingt-dix?
La distanza tra i due laghi è risultata di centocinquanta metri, esattamente quanto misurato dal suo primo esploratore, ma la direzione - in media 250° N - si discosta notevolmente da quella del Canyon Torino.
La prima considerazione è che Piaggia Bella sembra avere improvvisamente deciso di unire le proprie acque a quelle della Filologa e, vista la direzione che ha preso, direi che non le manca molto.
La seconda - e più gustosa - riguarda invece il pozzo-sifone delle Re Mida: la Terra-Tra-I-Due-Laghi vi punta contro con una precisione millimetrica, per cui gli attribuirei senza tema di smentita la palma di Terzo Sifone di Piaggia Bella.
Tutto sembrerebbe risolto, ma non è così: secondo la topografia il Lago-a-valle dista dal P.130 non più di venti metri, mentre chi ha esplorato il Secondo Sifone lo ha percorso per una novantina, continuando a scendere.
L'ipotesi di un errore nel rilievo non va secondo me considerata, in quanto si tratterebbe di uno scarto in pianta di oltre 60 metri su un poligonale di non più di mezzo chilometro. L'unica incertezza può ancora sussistere per un eventuale spostamento in pianta del P.130 dalla sommità alla base, ma anche qui è assai improbabile che un'inclinazione di questa entità sia sfuggita a chi lo ha disceso.
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Ma se il posizionamento è corretto, come mai Vergier non è sbucato alla base del pozzo? Uno speleosub che si immerge in un sifone segue il fondo della galleria o si mantiene a contatto del soffitto? Da incompetente, che cercherebbe di riemergere appena possibile, propenderei per la seconda soluzione, ma se in certe condizioni fosse vera la prima, si spiegherebbe come Vergier, seguendo la galleria che si inabissa, non si sia reso conto dell'arrivo del pozzo. Una conferma può forse darla lo schizzo che lo speleosub ha tracciato del Secondo Sifone (Grotte n. 72, pag. 20). in esso la parete superiore della galleria sommersa è stata indicata con tratto interrotto, come se chi l'ha percorsa non ne avesse visto il soffitto.
Divertente, vero?
Soluzione dell'indovinello: "Quanti sifoni ha P.B. ?".
Piaggia Bella ha 3 sifoni, di cui il P. 130 delle Re Mida è il Terzo, ma pare non essere il punto più distante esplorato lungo il fiume di P.B.: questo rimane il fondo dell'immersione di Vergier, il quale, passando sotto al P.130, ha continuato a scendere lungo la galleria del Secondo Sifone per altri 50-60 metri.

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Note tecniche sparse |
G. Badino |
Sul numero precedente avevamo osservato che il grosso del tempo che si impiega in una risalita col martellatore è quello necessario a passare da un chiodo all'altro. Questo tempo è estremamente dipendente da come ci si è organizzata la ferraglia PRIMA di iniziare a salire, problema più complicato di quello che sembra.
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Placchetta P. Allain con fettuccia
Placchetta montata su fix
Dopo il montaggio del discensore ad "S", dopo quello a "C" per corde lente, quello ad "I" (poco propagandato) per corde atroci, ecco il montaggio a "SC" per corde a tutta birra, tipo le Edelrid nuove, asciutte e da otto.
Montate il discensore ad "S", poi ripassate la corda in modo che faccia una "C" verso l'alto. La discesa diviene davvero pregevole. La tecnica mi è stata insegnata da Leo di Firenze, sul Gornergletscher, e credo sia originale.
Macchine foto da grotta. A suo tempo su "Speleologia" recensii la Fujica HD2 che mi era morta tra le mani dopo essere entrata in coma profondo più volte nel periodo (tre anni) in cui l'avevo portata a spasso in grotta con gli straordinari risultati che i lettori di Time-Life e di National Geographic ben conoscono.
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Discensore a "S" + "C"
Era, sostanzialmente, una macchinina di caratteristiche inferiori a quanto era dichiarato (si riempiva di fango ed acqua appena la maltrattavo un po') ma pur sempre ragionevolmente robusta e di prezzo accessibile. Ora quest'ultimo è aumentato assai e, in parallelo, è uscita una nuova macchina, la Nikon L35 AW, che ha parità di prezzo e ben altre caratteristiche. Le foto, per motivi a me ignoti, vengono assai meglio. Il cambio pellicola che è uno dei momenti più critici della foto ipogea, perché la macchina vien caricata di polvere che righerà la pellicola, è assai più facile e le foto meno rigate.
La macchina va sott'acqua, e vi fa pure foto. Ha l'autofocus (disinseribile) che è una gran pacchia per chi, come me, è assai distratto.
Infine usa batterie stilo normali e non quelle AAA della Fujica care e difficili da trovare.
Ha un paio di difetti gravi. Uno è che non si può pilotare un flash esterno: lo si può solo con una fotocellula e facendo scattare il flash incorporato, il che è tragico in ambienti con vapore sospeso in aria. Molto grave è il difetto che lei decide totalmente sia l'esposizione che la sensibilità della pellicola, e questo provoca un guaio. Normalmente in controluce bisogna sovraesporre per far uscire dalle ombre il soggetto. Con la Fujica questo era possibile ingannando la macchina "dichiarandole" una sensibilità della pellicola inferiore al reale. Con questa è impossibile.
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La sua utilità rimane dunque limitata a certe fotografie e in certe condizioni che però, guarda caso, sono all'incirca proprio quelle ipogee. Essa peraltro è un'ottima macchina da reportage ipogei.
Il problema dell'illuminazione delle scale degli strumenti da rilievo, in particolare di quella dell'eclimetro, assilla da anni tutti i rilevatori. Con un misto di nuove tecnologie e di genio uno speleologo che la modestia mi impedisce di nominare l'ha quasi risolto.
Fibre ottiche per lettura eclimetro
Si fissano circa 10 cm di fibra ottica al fotoforo in modo che una delle estremità sia fortemente illuminata dalla fiamma dell'acetilene. L'altra estremità diventa così una discreta sorgente di luce che se ben orientata è sufficiente ad illuminare a giorno la scala dell'eclimetro.
Occorrono fibre plastiche di grande diametro (0,5-1 mm) difficilissime da reperire sul mercato, mentre quelle da telecomunicazioni sono troppo sottili e non ricevono abbastanza energia. La difficoltà di reperimento, per voi, è bell'e risolta dal fatto che ne ho un mucchio e se mi inviate una busta affrancata e indirizzata ve ne invio un po', segnandovi semplicemente sull'elenco dei miei debitori morali.
Come fissarla? Con guaina termorestringente (o scotch robusto) a monte e a valle del buco. Brucia? No, in sostanza. Può fondere un po' se andate controvento in strettoie ma allora basta raschiarne con un coltellino la parte bruciata e torna come nuova.