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GROTTE
anno 30, n. 93 - gennaio-aprile 1987
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
sommario
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La parola al presidente |
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Incidente al Corchia |
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Notiziario |
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L'abisso principi di Piemonte |
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Attività di campagna |
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Rilevando gli Alburni |
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Icecrak |
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La grotta sopra la Doce |
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A Labassa |
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Abisso Venantur |
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Porte di Ferro |
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Geologia di Piaggia Bella |
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La zona O |
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Largo ai Boschimani |
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Carsismo profondo del settore meridionale del Marguareis |
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Il 30° Corso di Speleologia |
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L'ultima punta |
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Fisica e speleologia |
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Stampa: LITOMASTER, Via Sant'Antonio da Padova 12 |
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La parola al presidente |
Attilio Eusebio |
Soltanto due parole per commentare l'avvenimento che il mese passato ha segnato un tragico passo della nostra evoluzione. Mi riferisco naturalmente all'incidente nel quale Antonio Serra il 26 aprile ha perduto la vita all'Antro del Corchia.
Tutti noi, e soprattutto chi era con lui al momento dell'incidente, ne siamo rimasti sbigottiti; increduli per giorni ci siamo interrogati sui "se" e sui "ma" della vicenda e molti di noi, dentro di sé, continuano a farlo ancora.
Nessuno, anche se Antonio è arrivato in Gruppo e scomparso come un lampo, lo potrà dimenticare e su tutto non riusciamo a dimenticare l'incredibilità di questa triste storia.
Una nota nettamente più lieta mi viene dalla nuova edizione del bollettino, distribuita in collaborazione con la SSI a tutti i soci della Società. Speriamo con questo di contribuire anche noi, con i nostri scritti e le nostre opinioni, ad aumentare la diffusione di informazioni e di idee contribuendo più o meno indirettamente alla evoluzione della Speleologia.
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Incidente al Corchia |
Attilio Eusebio |
Bisogna raccontarlo tutto questo incidente, fino in fondo. E tocca a me farlo. L'oscuro desiderio di espiare un'ignota colpa è ancora vivo in me e non sarà nemmeno la sofferenza di queste righe ad estinguerlo.
La sera del 25 aprile siamo in 14 a entrare in Corchia, tra noi dieci allievi, tutti bravissimi. Abbiamo scelto un percorso classico della speleologia italiana: dall'ingresso del Serpente al fondo. È bello vedere gli allievi muoversi così bene, a loro agio, affascinati dalle proporzioni di questa grotta; chissà, forse qualcuno comincia già ad assaporare il frutto prezioso dell'equilibrio con il mondo sotterraneo. Li conosco uno ad uno, di alcuni sono già amico. Mi piacciono troppo questi compagni. Se dessi retta ad ogni tentazione parlerei di continuo. Quante cose vorrei comunicare loro.
Serra è uno dei più attenti, ha preso un sacco da portare, sembra in ottima forma e non perde una parola delle storie o delle descrizioni che di tanto in tanto facciamo.
Siamo al colmo della gioia: riesco anche a dimenticare la tensione che sempre mi attraversa quando accompagno in grotta qualcuno poco esperto, sono molto rilassato. E anche di questo sono riuscito, a posteriori, a sentirmi colpevole.
Scendiamo la Gronda: che bel pozzo, fa impressione anche a me; poi alcuni saltini che si arrampicano bene, scendo rapidamente con un paio di allievi per attrezzare i pozzi successivi. Intanto il resto della squadra procede lentamente.
Tutto si compie improvviso, nel modo più banale: una scivolata su un passaggio non certo dei più difficili; eppure lì "doveva" accadere, non altrove; lì Antonio "doveva" distrarsi un istante, lasciare una sicura posizione di opposizione e cadere davanti agli occhi dei compagni per sei, sette metri. Non un grido, non una reazione istintiva, che avrebbe, forse, potuto impedire l'atterraggio di schiena su uno spuntone.
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Dopo poco siamo tutti attorno a lui, increduli. Ricordo pochissimo di quei momenti, siamo come in trance: Walter che esce a chiamare aiuto, Antonio quasi incosciente, forse con la schiena rotta, per di più fradicio perché è caduto in acqua. E noi che non possiamo fare nulla. Tranne aspettare. Aspettare.
Cominciano le ore eterne, senza speranza, ma aggrappati con disperazione a quell'alito di vita, che sembra volersene andare da un momento all'altro. Ore passate a parlargli, ad accarezzargli il volto, a scaldargli le mani, a rassicurarlo, a preparargli qualcosa di caldo. Ore e ore. No, non addormentarti... No, ascolta... Cos'è successo? Non ricordi? e raccontargli per l'ennesima volta che è scivolato e si è fatto un "po'" male, ma che tra poco arriva il medico e lo portiamo fuori... Mi riconosce e sembra che la mia presenza lo tranquillizzi un po'; e Roberto che non smette di parlargli, con la voce più calma e suadente che abbia mai sentito; Nevio che gli si sdraia vicino per scaldarlo. Non ha la schiena rotta... Muove le gambe... dai, proviamo a spostarlo in un posto più comodo.
Dai, Stefano. Tu non devi cedere. Tu ora sei il centro dell'Universo: tira fuori tutta l'energia che possiedi, avvolgilo nella tua sfera, proteggilo. No, non distrarti. Mi sembra che la sua vita sia legata al mio ki, che io possa salvarlo se solo non perdo la concentrazione.
Ore lunghissime, eppure, man mano che passano la speranza torna a pulsare nelle nostre vene, droga potentissima, moltiplica le forze, il sonno svanisce. Quante ore bisognerà aspettare? Non oso pensarci. Sette, otto. Minimo. Ma ecco delle voci, luci che scendono velocissime: non possono essere già qua. Invece sì, Ivano, Marco, poi Andrea, Marantonio, Daniele, altri di cui non ricordo i nomi; e poi Susanna, giovane medico, bravissima.
Cominciano le cure. L'energia sale. Sembra che le pareti si debbano squarciare sotto la nostra spinta. Flavio esce con tutti gli allievi rimasti; li scongiuro di metterci venti ore, ma di essere prudentissimi: il pericolo di una sindrome da incidente mi spaventa più dell'impresa di portare fuori Antonio.
Mi apparto, c'è Marco con la testa di Antonio in grembo e non si toglierà da lì fino alla fine. Io devo raccogliere l'energia, so che ne servirà molta. Parlo un po' con Andrea, scuoto il capo senza parole a tutti quelli che mi vengono a consigliare di uscire. No, il mio posto è qui, uscirò dal Corchia con Antonio. Questo è tutto.
L'energia sale. Che armonia, che bello sentire questa gente così vicina: non siamo tanti, siamo uno, pronto a mettere in gioco la propria vita, se necessario.
Ecco Mureddu, catturato a Imperia nella notte e giunto come un fulmine. L'ultima volta che ci siamo visti, a Viozene, non ci siamo rivolti la parola, per via di stupide beghe tra i nostri gruppi. Ora ci abbracciamo, senza parole. Il luogo è angusto, sull'orlo di un laghetto. Non è comodo lavorare, specie per i medici: Mureddu fa i salti mortali, lo osservo ammirato mentre, ormai zuppo, saltella nell'acqua da una fiala all'altra.
Presto le condizioni di Antonio migliorano sensibilmente, lo stato di coscienza soprattutto; al resto provvede l'energia che si respira in quella saletta e riusciamo a trasmettergli l'ottimismo che ormai ci esalta. È di buon umore pure lui, sorride nonostante percepisca ora molto più distintamente il dolore al fianco. Sa cosa dovrà sopportare durante il trasporto, ma è lui stesso a incitarci: voglio uscire... dai, se devo soffrire, è meglio subito.
Il medico da l'OK e quasi nessuno di noi si accorge o vuole accorgersi delle paure che lo agitano. Imbarellare Antonio è difficilissimo perché la ferita non consente una normale imbragatura.
Infine verso mezzogiorno ci si muove. Ci attendono in ogni caso molte ore di fatica, eppure nessuno se ne preoccupa. La squadra sembra un orologio, non un freddo, asettico orologio moderno, ma un'imponente pendola, ogni rintocco della quale, grave e profondo, fa correre un brivido per la schiena.
I primi saltini sono forse il punto più difficile della grotta, stretti e inclinati; eppure Antonio sale liscio, perfettamente orizzontale; mi sembra un miracolo. Vorrei baciare tutti, uno per uno, ma non c'è tempo. Siamo alle stelle: dai, portiamolo fuori di qua.
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Ma proprio nel momento di massimo entusiasmo, a metà di un'arrampicatina, sopraggiunge la crisi e la morte quasi istantanea. In un attimo si passa dall'azione gioiosa all'inutilità immobile, gli ultimi isterici tentativi di cacciare la morte da Antonio, dalla nostra sfera, dal "nostro" mondo sotterraneo, echeggiano in un silenzio che diventa irreale, come il mio urlo, un kiai spettrale inumano.
È morto. Siamo impotenti.
È il crollo. Schiacciati contro la parete, ci aggrappiamo l'uno all'altro per non cadere; Mureddu viene afferrato di peso mentre sta scivolando, come folgorato, con il vuoto sotto di noi.
No, non può essere successo. È un incubo. Un peso infinito mi annienta, il fiato nei polmoni basta appena a tenermi in vita.
Dopo un'eternità riusciamo con rabbia a portare almeno la barella in un luogo piano. Dio. Non scorderò mai quei terribili metri, i singhiozzi, gli occhi accecati dal pianto e dalla rabbia.
Poi cade il silenzio, come dentro una camera blindata, l'esterno - così vicino e palpitante fino a un attimo prima - non esiste più, il mondo non è mai esistito, precipitiamo in uno spazio dove il tempo non scorre; l'ultimo contatto con la realtà, il gracchiare del telefono che chiede notizie, viene strappato con violenza. No, non lo sapranno da un telefono.
È finito. Tutto è finito. Il freddo mi riempie. No: non è finito "tutto".
L'unione non si è spezzata: ha vacillato, ma ora è più intensa di prima. Mi si avvicinano tutti per farmelo capire, sentono che sto per crollare. Non farlo, Stefano, sembrano dirmi abbracciandomi, noi siamo con te. Andrea. Grazie, Andrea, per quell'abbraccio, non lo dimenticherò mai. Mureddu, dove hai trovato la forza in quel momento di pensare a me. Vieni, io devo uscire per dare la notizia, usciamo insieme. Grazie, Muddu. Ma io resto qui, io esco con Antonio... Sì, sto bene. Stai tranquillo.
È come se d'un tratto il ferito sia diventato io e tutti si fanno in quattro per non farmi sentire solo: chi mi aspetta a ogni passaggio, fingendo di non notare che mi tremano le gambe, chi mi prende il sacco, chi si offre di accompagnarmi fuori, chi semplicemente mi prende la mano perché io possa buttare fuori in lacrime il veleno.
Si cammina piano, ora, senza guardarsi negli occhi. Non c'è fretta. Ogni passo è un rintocco di una campana funebre. L'eco di ogni suono è smorzato, irreale.
Altri volontari del Soccorso ci raggiungono in galleria, ma siamo lontani mille anni luce, non possono sentirci, né parlarci.
Io non faccio altro che trascinarmi stancamente dietro la barella, ma mi ostino a non voler uscire. Devo berlo fino in fondo questo calice, non posso andarmene adesso.
Poi, quando il collegamento radio viene riattivato, l'ordine che io esca subito per essere interrogato dai carabinieri mi riporta alla realtà. Già. Come potevi pensare che uscito di qua tutto fosse finito, ti aspetta ancora il peggio: le domande impietose dell'ufficiale, i genitori di Antonio, gli incubi la notte, i funerali, le allusioni cattive e il più crudele dei giudici: la mia coscienza.
Non devi sentirti responsabile, continua a ripetermi Marcantonio. Ma anche lui sa che è inevitabile. Come mi toglierò questo peso dalle spalle? Dove troverò la forza per portare ancora qualcuno in grotta? No. Mai più corsi, mai più allievi. Non me la sento più...
La risposta - lapidaria - me l'ha data Giovanni qualche giorno dopo: "Qualcuno ha portato in grotta te, giusto?". Con che diritto, con quale egoismo potrei interrompere il filo che attraverso le mie inutili energie lega i miei maestri con i miei allievi, chi mi ha consegnato un giorno questo dono prezioso non perché lo rinchiudessi in una cassetta di sicurezza, con chi adesso mi viene a chiedere di essere altrettanto generoso con lui?
Quando osservi il volto della morte così da vicino, non ritorni più lo stesso, la vita non è più la stessa: i colori sembrano più sbiaditi o forse solo più uguali, meno essenziali, gli angoli più smussati, le verità meno vere.
È come se una parte di te si sia congelata o seccata. Di tanto in tanto torna quel silenzio, quel volto, i timpani pulsano, ti senti soffocare, finché non sgorgano le lacrime. Liberatrici.
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Notiziario |

Sul numero precedente c'era un errore di stampa. Parlando di Agostino, Ube aveva scritto (pag. 43): Sempre silenzioso, se gli chiederete se preferisce tornare indietro o proseguire, vi risponderà "tornare indietro" incamminandosi verso la grotta. Invece lo stampatore ha scritto "tornate indietro", trasformando il quieto Agostino in un Rambo. Visto che guai combiniamo senza di te, Agostino? Cosa aspetti a tornare?
Grazie ai recenti accordi che prevedono l'invio del bollettino a tutti i soci della SSI, la tiratura di Grotte ha ulteriormente avvicinato quella del Times.
Penultime da Piaggia Bella: l'ampliamento del rifugio, benevolmente soprannominato "il tumore", gode di ottima salute, nonostante le funeree previsioni. La Capanna ha invece patito l'inverno e avrà bisogno di cure nel corso dell'anno. Si consiglia di informarsi dai responsabili sulle date dei lavori, onde potersi adeguatamente assentare.
Prosecuzione alla Donna Selvaggia (sì, dove c'è scritto Porco censura!): è bastata qualche martellata. Notizie più fresche e dettagliate sul prossimo numero.
Capanna e ampliamento hanno ben contenuto l'afflusso di una sessantina di persone convenute a PB per l'ultima uscita del Corso.
Anche alle Porte di Ferro abbiamo tentato con il jolly: Agostino appositamente giunto da Pordenone non è però servito a darci nuovi km di grotta.
Sempre a proposito di Capanna: finalmente si è deciso di affiancare qualcuno a Roberto Chiabodo nella gestione. Si tratta di Stefano Sconfienza, nuovo co-responsabile.
Sostenete che è una balla che sia sufficiente accompagnare gli allievi del corso per catturare pupe? Chiedetelo al neo-istruttore Elio Pesci.
Il professor Giacomo Giacobini, responsabile del Laboratorio di Paleontologia Umana della Facoltà di Medicina dell'Università di Torino, ha tenuto una lezione al nostro Corso sulle metodologie di scavo di siti preistorici. Ha evidenziato la quantità di informazioni che le moderne tecniche permettono di estrarre da uno scavo, mostrando indirettamente i danni che un lavoro condotto in modo scellerato può produrre.
Alla fine di ottobre si terrà a Torino il Congresso Internazionale di Paleontologia Umana. Lo citiamo perché alcuni nostri soci collaborano alla sua organizzazione, come già avevamo fatto per la mostra sugli Antenati.
Intervento di soccorso nella notte del 2 aprile. È accaduto che alcuni coraggiosi individui amanti del rischio e dell'avventura abbiano deciso di dedicarsi all'esplorazione del mondo sotterraneo iniziando da una sconosciutissima grotta posta sotto il castello di Vernante. La sventura ha però voluto che le loro capacità tecniche fossero nettamente inferiori all'ardimento, tanto che per uscire dallo scivolo iniziale, poco più di una scalinata, hanno dovuto attendere l'intervento di soccorsi esterni. La medesima sventura ha voluto altresì che sette disgraziati individui si siano trovati coinvolti dalla vicenda alle tre della notte e siano giunti sul luogo giusto in tempo per vedere l'ultimo dei mongoloidi uscire incitato da carabinieri e vigili del fuoco. Il conseguente disgusto ha impedito ai sette meschini di chiedere i nomi e altre notizie ai protagonisti dell'avventura.
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Il 1° Gruppo della Sez. Speleologica del CNSA ha di nuovo una sola squadra: sono in corso discussioni per decidere se si è trattato di una fusione delle due squadre o se quella ligure è confluita in quella piemontese.
È stata effettuata una serie di mini esercitazioni serali alla palestra di roccia Guido Rossa a Palazzo a vela allo scopo di mostrare ai futuri soccorritori, torinesi e biellesi, i rudimenti delle tecniche di recupero.
Una nota a proposito della foto pubblicata a pag. 62 del n° 16 di "Speleologia".
1) Concordiamo col non esagerare con le scritte, riconoscendo che alcuni di noi, in passato, si sono lasciati prender la mano, e fra essi l'estensore della presente nota. Non concordiamo affatto nel non mettere scritte commemorative al fondo di "prime", come è quella fotografata, che commemora sinteticamente la delusione del suo Autore allo scoprire che la grotta lì chiudeva.
2) I selvaggi citati da Dall'Aglio sono quelli che hanno "inventato" quei posti dove Egli è andato a far la sua gita domenicale.
3) Una cosa almeno accomuna l'Autore e Dall'Aglio: non si sono accorti che, sotto la foto, la grotta proseguiva (esplorazioni maggio '87).
4) Siamo disponibili comunque a vendere a vil prezzo il nome dell' Autore a qualsiasi gruppo religioso integralista che dia sufficienti garanzie di perseguitarlo implacabilmente: contiamo sul fatto che siano numerosi perché "dio" è un termine generico che indica Apolli, Shivi, Geovi e molti altri.
5) Regaliamo intanto il nome del redattore della rivista che fra il censurare un maiale ed un dio, ha scelto di censurare il dio: si tratta di Renato Banti, via Tertulliano 41, Milano.
Altre note usciranno su Speleologia.
G.B.
Il nostro socio Alberto Gabutti è stato eletto consigliere delegato nel consiglio dell'UGET.
Un altro neonato in Gruppo! Dopo Pruel Terranova ecco Giorgia Giovine, una femmina che certo rafforzerà nel 2000 il Gruppo Speleologico.
Eccezionale un nuovo -100 vicino a Serravalle Scrivia. Lo ha esplorato il Gruppo Speleologico "Beppe Spagnolo" del CAI di Acqui Terme. La cavità, chiamata Pozzo del Negrin, è una delle poche di una certa profondità (107 m) che si sviluppa nei conglomerati della formazione di Savignone.
L'amico e socio Jo Lamboglia questa primavera ha provveduto con diverse punte di scavo a liberare l'ingresso dell'F5 dalla neve. Purtroppo quando era deciso ad entrare si è accorto che una lastra di ghiaccio aveva chiuso per il momento l'abisso. Se ne riparlerà ad agosto.
Dall'estero (da Spelunca n. 24)
Bruttissima notizia dal Brasile: il 22 dicembre in un incidente stradale è morto Pierre Martin, attuale vicepresidente della SBE. La perdita è davvero grave perché era uno di quei vecchi speleologi che emigrati dall'Europa negli anni '50 (lui era francese), avevano inventato la speleologia in Brasile, cercando grotte qua e là in tutto il paese.
Ora era una delle locomotive della SBE, promotore di una infinità di iniziative, garante di continuità per la speleologia di laggiù. In un articolo avevo scritto che la SBE poteva vantare fra l'altro "dei vecchi invecchiati bene", e mi riferivo soprattutto a lui.
Lo ricordo quando avevamo pranzato insieme durante il congresso di Jundiai, lui era contentissimo di ciò che andavo dicendo ai "suoi" speleologi, per incoraggiarli e faceva commenti acuti e attuali. Gran perdita.
G.B.
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André Ros, speleologo dell'Aven Club de Grasse, è rimasto vittima di un incidente in sifone nella Grotta de la Mescia nelle Alpes Maritimes. Questa grotta presenta, dopo un tratto fossile di 150 m e un primo sifone di 30 m, un secondo sifone di 800 m in cui sono state piazzate tre "soste" con bombole di ricambio. Per un'eccessiva presenza di azoto nel sangue dovuta ad affaticamento, lo speleosub è rimasto preda di ebrezza da profondità, dimenticando il cambio della bombola nella penultima "sosta". Rimasto senz'aria, è morto per asfissia a 200 metri dalla fine del sifone.
Nella parte orientale del Massiccio di Bzybsky (Khipsta, URSS), a 2350 m di quota, gli speleo dell'Università di Mosca lavorano in due grotte appartenenti al sistema della Snieznaja. Le due cavità sono in relazione con la risorgenza valchiusana situata 350 m più in basso dell'attuale fondo del complesso. Un'eventuale giunzione delle due grotte porterebbe il sistema a un dislivello di 1750 metri.
Un'importante spedizione bulgara ha approfondito il Système Saint-George nei Pyrénées Atlantiques francesi. Un'immersione nel quarto sifone del BU-56 ha fatto guadagnare 15 m di profondità al complesso, che quota ora -1353 m.
Un nuovo abisso dà buone prospettive in Vaucluse. è il Trou Souffleur. Noto dal 1935 ma chiuso su strettoia soffiante a -12, nell'agosto 1986 è stato disostruito in the week-end di lavoro e ha permesso agli speleologi di giungere a -610 su un notevole corso d'acqua.
Invitiamo quelli che sanno scrivere, fra chi riceve questo bollettino, a inviarci consigli, commenti e pettegolezzi: ci interessano soprattutto questi ultimi.
L'abisso Principi di Piemonte
Durante la spedizione in Canin dell'estate 1986 i nostri prodi del CRAK scoprirono questo piccolo ma importante abisso che aiuta forse a chiarire alcune situazioni del massiccio. Per problemi di tempo non era stato possibile allora effettuare il rilievo, che ora gli amici di Trieste gentilmente ci inviano e che quindi pubblichiamo.
Abisso Principi di Piemonte - rilievo
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Attività di campagna |

Sul bollettino scorso non figurano quattro uscite di dicembre all'Artesinera. Tre hanno riguardato una risalita a -250, con Nobili, Guiffrey e Pavia (partecipanti a tutte le uscite), S. Serra (2 volte) e Agostino (1 uscita). Per la quarta si è trattato dell'esplorazione d'un ramo nuovo, con Guiffrey, Manzelli, Nobili, Pavia e S. Serra.
1 gennaio, Pis del Pesio. Agostino, Pastorini, Vigna. Battuta nella zona.
4 gennaio, Alta Val Ellero. Pastorini e Vigna in battuta nella zona del rifugio Mondovì e sulle pendici del Cars.
Apuane: disostruzione di un buco soffiante vicino al Guaglio (Arnetola). Guiffrey, Pavia e tre signorine lucchesi.
5 gennaio, Grotta delle Vene. Pastorini, Vigna e Giorgio di Roma. Sopralluogo per posizionamento della stazione idrologica.
Buco di Valenza: C. e M. Cagnotto, Gandi, Giardinieri, Tesi, Faure, Trova.
7-8 gennaio, Colla dei Signori. Cerovetti, Ciquera, Coppa, Eusebio, Mazzer, Pastorini, Truffo, Valente, Vigna. Battuta in sci e trovati alcuni buchi soffianti nelle zone D e F.
10-11 gennaio, Grotta vicino alla Doce. Il 10 prima esplorazione di Pastorini e Vigna, il giorno seguente altre esplorazioni e rilievo con Badino, Pastorini, Tesi, Vigna, Villa.
25 gennaio, Arma delle Mastrelle. Bertorelli, Chiabodo, Pastorini, Scagliarini, Sconfienza, Truffo, Vigna. Apertura del buco ostruito da neve.
Grotte del Caudano: C. e M. Cagnotto, Celestino, Giardinieri, Maina, Villa, Tesi, V. Tosi. Accompagnato un gruppo di scouts.
1 febbraio, Arma delle Mastrelle. Badino, Bertorelli, Dematteis, Pavia, Scagliarini, Sconfienza. Disarmato l'Olonese Volante e il Li-Po. Rilievo dall'entrata alle Porte di Ferro. Fatta risalita ed esplorata per 100 metri una condotta.
Rio Martino: Chiri, Curti, Eusebio, Galliano, Garnero, Giardinieri, Lovera, Maina, C. Oddoni, Lucia R., Tesi, Valente, Villa, Zinzala. Accompagnati scouts e risalite alcune condotte sul ramo d'acqua.
Grotta delle Vene: Balbiano, Pastorini, Toninelli, Vigna e speleologi del GSI. Costruzione dello stramazzo.
8 febbraio, Rio Martino. Adinolfi, Chiri, Giardinieri, Tesi. Risalite sul ramo attivo prima della Sala Pissai.
15 febbraio. Prima uscita del Corso alla Pollera e al Caudano. Pollera: Badino, Chiabodo, Doppioni, Eusebio, Maina, Pavia, Scagliarini, Serra R., Tesi, Tosi, Truffo, Valente, Villa. Caudano: Dematteis, Lovera, Sconfienza, Terranova, Nobili, Mazza, S. Serra, Bianco, Celestino.
Grotta delle Vene: completato lo stramazzo. Pastorini e Vigna con il GSI.
22 febbraio, Arma Pollera. Con allievi, Faure, Tesi, Trova.
1 marzo, seconda uscita del Corso alla Pollera, al Caudano e alle Vene. Pollera: Badino, Cannonito, Curti, Carlevaro, Eusebio, Valente, Vigna. Caudano Chiabodo, Nobili, Oddoni,
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Manzelli, Rattalino, Tesi, Barcellari, Pigi, Silvia. Vene: Pastorini, Sconfienza, Terranova, Vigna (terminato anche il lavoro di montaggio della stazione idrologica con gli Imperiesi).
8 marzo, Arma delle Mastrelle. Bianco, Chiabodo, Chiri, Dematteis, Lovera, Manzelli, Nobili, Pesci, Sconfienza, S. Serra. Alle Porte di Ferro. Risalita del ramo verso la Filologa, che ricade nel Cañon Torino, e inizio dello scavo del sifone di sabbia Peu de Feu.
15 marzo, giro nel Finalese di Eusebio, Giardinieri, Maina, Valente, Vigna.
21 marzo, Arma delle Mastrelle e Porte di Ferro, Badino, Bertorelli, Mazza. Continuato lo scavo del sifone di sabbia.
22 marzo, prima uscita della seconda parte del Corso, alla palestra di roccia di Borgo S. Dalmazzo. Badino, Bertorelli, Chiabodo, Eusebio, Dematteis, Gabutti, Mazza, Pesci, Tesi, Terranova, Tosi, Truffo, Troncon, Valente, Vigna, Villa, Zinzala.
29 marzo, Arma delle Mastrelle e Porte di Ferro. Bertorelli, Chiri, Curti, Lovera, Manzelli, Mazza, Nobili, Sconfienza, Tesi, Vigna. Ultimata la disostruzione del sifone di sabbia ed esplorate le gallerie Re Mida.
Marguareis Zona D: Apostolo, Eusebio, Gabutti, Pastorini, Scagliarini, Tosi. Battuta e discesa di un buco (-40) trovato in un'uscita precedente.
Andonno: esplorati 4 buchetti da Gaydou.
3 aprile, Arma delle Mastrelle e Porte di Ferro. Nobili, Pavia, Scagliarini, S. Serra. Rilievo delle gallerie Re Mida e disostruita una strettoia sul fondo.
4-5 aprile, seconda uscita della seconda parte del corso, alla Grotta dell'Orso di Pamparato e all'Artesinera. Orso: Chiabodo, Eusebio, Gabutti, Pesci, Scagliarini, Terranova, Tesi, Tosi, Valente, Vigna. Artesinera: Badino, Bertorelli, Bianco, Dematteis, Lovera, Nobili, Pavia, Sconfienza, S. Serra, Villa; rilevati i rami nuovi.
11-12 aprile, Arma delle Mastrelle e Porte di Ferro. Adinolfi (GGP), Badino, Barcellari (GGP), Bertorelli, Bianco, Cerovetti, Chiabodo, Dematteis, Eusebio, Ferrein, Galliano (GGP), Guif-frey, Lovera, Manzelli, Nobili, Pavia, Scagliarini, Sconfienza, R. Serra, S. Serra, Tesi, Vigna. Esplorazioni e rilievo nelle gallerie Re Mida. Trovati il ramo Aragoniti e la galleria Eliogabalo, e sceso il pozzo Lysergic Emanation.
Andonno: Gaydou e Oddoni, trovata una nuova cavità.
17 aprile, battuta con gli sci al M. Oronaye (Valle Stura): Bianco, Nobili, Pavia, S. Serra.
18-19 aprile, giri di battuta in sci verso l'Aiguille de Chambeyron: Badino, Bertorelli, Bianco, Cannonito, Curti, Eusebio, Nobili, Pavia, S. Serra, Valente.
Marguareis: battuta di Chiabodo e Tosi.
19-20 aprile, Arma delle Mastrelle e Porte di Ferro. Cerovetti, Cirillo (USP), Dematteis, Lovera, Squassino. Esplorazioni nelle gallerie Re Mida.
20 aprile, Capanna Saracco-Volante. Chiabodo, Lovera, Sconfienza, Tosi. Lavori al rifugio.
Palanfrè: Badino, Bertorelli, Bianco, Eusebio, Nobili, Pavia, S. Serra, Valente. Trovate alcune condotte chiuse da riempimento.
25-26 aprile, terza uscita della seconda parte del Corso, alle Tre Crocette, alla Donna Selvaggia e all'Antro del Corchia. Tre Crocette: Badino, Chiabodo, Dematteis, Eusebio, Lovera, Terranova, Valente, Zinzala. Donna Selvaggia: Bianco, Cannonito, Chiri, Curti, Gabutti, Manzelli, Mazza, Nobili, Pavia, S. Serra, Tosi, Vigna; trovata prosecuzione nel salone finale. Corchia: Pesci, Sconfienza, Segir, Tesi.
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Rilevando gli Alburni |
Ube Lovera |
Maledetto il Crak, è pieno di cornuti e quasi sicuramente prende soldi dalla Pro Loco di S. Angelo a Fasanella. Attratti dalle fiabesche descrizioni ci avviammo per l'Alburno con la garanzia di trovare immensi ingressi in boschi secolari che danno riparo dall'implacabile solleone. Adesso alcuni mi dicono essere rilevante il fatto che mentre il Crak si muove in agosto noi siamo andati tra dicembre e gennaio; ma non voglio farne una questione di mero calendario. Assodato è che gli infami descrissero un clima mite e giochi di luce fra le fronde e canti di augelli a rallegrare le mattinate e, tra le righe, avvenenti e lascive odalische; di odalische non se ne parla neppure, chè lascive o no, se le vuoi, te le devi portare da casa.
I fatti: a S. Angelo fa un freddo polare, ci dicono "In montagna forse c'è neve". "In montagna" è un luogo che inizia a un quarto d'ora dal paese e infatti poco dopo ci troviamo a spingere, sconfitti, il camper su un innominabile pendio. Segue una rapida esplorazione del circondario: le grotte sono come da descrizione, immani ingressi, colossali meandri che si immergono nella roccia, gli alberi anche; nessuna traccia invece degli augelli promessi e neppure peraltro degli alci che dato il clima, in un primo momento, pensavamo di incontrare.
Incontriamo invece Francesca, Lucio e Tonino: ne esce un giro notturno alle Grotte di Castelcivita, cavità apprezzabile con qualche punto da controllare, accuratamente priva di corrente d'aria. Successivamente la parte sabauda, credendosi furba, ritiene di poter facilmente raggiungere una condotta posta una quarantina di metri sulla verticale di un nero, orrido sifone che costituisce una delle risorgenze del massiccio. I sabaudi non sono furbi e la condotta non c'è.
Quindi cose più carine intervallate da ampie digressioni a carattere turistico. La Grava di Fra Gentile e la Grava del Fumo sono i nostri obiettivi, scelti accuratamente tra i vicinissimi alla strada e secondariamente perché i loro antichi rilievi avevano e hanno tuttora un sacco di anomalie. Fra Gentile è un incredibile altissimo meandro che affonda sinuoso fino ad un primo salto di 40 m e uno successivo di 70. Poche le speranze di proseguire sul fondo, molte invece sul 70 dal quale spiano ampi finestroni; uno è raggiunto da Francesca e Maria dopo un traverso sotto cascata e chiude qua e là in vari modi; sull'altro ho qualche merito a riguardo del pendolo che ci ha portato dalla parte opposta del pozzo, ma nessuno sulla successiva risalita, effettuata da Lucio con 50 m sotto la coda. Di lì un'ampia frattura porta ad uno splendido meandro concrezionato, privo d'aria, che dopo un tot ovviamente chiude. Una seconda punta, in cui si infila anche Nino, ci permette di vedere alcune altre cose, di rischiare di infilare più volte il 70, di rilevare il tutto e disarmare. Il rilievo mi chiedete? Ma è ancora da stendere, è ovvio, sono passati solo cinque mesi. Sarà fatto non appena gli insulti degli amici borbonici a cui l'ho promesso, saranno giunti alle mie orecchie unitamente a quelli della redazione. Alla Grava del Fumo invece non siamo neanche entrati dato che nell'ampio ingresso parevano riversarsi le acque di tutta la Campania, buona parte del Lazio e alcune zone d'Abruzzo. Diffidate del Crak.
Hanno partecipato alla vicenda in vari momenti e per periodi diversi Beppe Dematteis, Maria Dematteis, Valentina Bertorelli, Nino Masciandaro, Pierangelo, Marilia, Pruel Terranova, i signori papà e mamma di Marilia, Francesca Bellucci, Lucio, Tonino, Ube Lovera.
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Icecrak |
G. Badino |
Quando si parla di grotte nel ghiaccio il pensiero corre subito ai crepacci; più raramente vengono alla mente le cavità che si formano sul contatto fra la morena ed il ghiaccio, sul fronte del ghiacciaio, in sostanza le cavità formate dal torrente che ne sgorga.
L'una e l'altra sono speleologicamente poco studiate ma non sembrano promettere gran che, eccetto in casi singolari quali quelli islandesi di vulcanismo sotto ghiaccio.
Crepacci. Sono generati dal fatto che il ghiaccio a bassa pressione è rigido e si spezza: la lingua di ghiaccio così si frantuma in ogni zona di brusca variazione del pendio formando quelle reti di crepacci ben e sinistramente note a chi fa alpinismo.
Meno noto se non a chi, volente o nolente, si è preso il piacere di scenderli, è che i crepacci van restringendosi in poche decine di metri. Chi ha fatto il corso per tecnici CNSA al Monzino avrà visto che là sotto, dopo relativamente poco, le diaclasi van stringendosi fino a che i terrazzini di neve li chiudono. Posti bellissimi, è vero, ma (sino a prova contraria) speleologicamente poco interessanti, tanto più che formandosi in zone in cui il ghiacciaio scorre "rapido" i crepacci si muovono e si deformano con profondi rumori sinistrissimi.
Pure le grotte alla bocca del ghiacciaio tendono a chiudere quando l'effetto della pressione del ghiaccio sovrastante viene a prevalere sullo scavo meccanico; ci sono però eccezioni e indizi (meandri sul fronte del ghiacciaio sopra le risorgenze, come alla Brenva, o correnti d'aria nel corpo del ghiacciaio) che fan pensare che le cose non siano poi troppo semplici.
Esistono però grotte che non sono né le prime né le seconde, generate dall'inghiottimento dei ruscelli che scorrono sulla superficie del ghiacciaio.
Perché dunque possano esistere occorre che 1) ci sia acqua, dunque che la temperatura sia superiore allo zero per una sensibile parte dell'anno e 2) che il ghiacciaio non si muova troppo in fretta, cioè sia in piano.
La guida spirituale di questa linea di ricerca è senza dubbio Mario Vianelli, che negli ultimi anni ha visitato molti ghiacciai, cercandone di adatti e poi, trovatili, ha cercato di trascinare i più idioti dei suoi amici ad esplorarli: e gli sono assai grato per avermi incluso in questa categoria.
L'anno scorso l'Icecrak, me assente, ha colpito una prima volta sul Gornergletscher scendendo il Mostro Tonante, un pozzo di ottanta metri.
Quest'anno c'è stato un secondo colpo, presenti Vianelli, Piccini, Carrieri, Colitto echi scrive.
Il ghiacciaio è vastissimo e di una profondità probabilmente superiore al mezzo chilometro. Circondato com'è da Rosa, Breithorn e Cervino è in un ambiente che giudicherebbe poco imponente solo chi abitasse sul colle fra Lhotse e Qomolangma.
La superficie è in piano, con poca morena, tutta a vasche, laghetti canali e crestine sulle quali camminare. Anche nel dettaglio la superficie è a lapiaz con solchi che ogni tanto si approfondiscono sino a formare meandri e poi, invariabilmente, pozzo.
Le cavità esplorabili sono moltissime, tutte con grosse cascate; scegliere in quale scendere è solo questione di gusto: abbiamo scelto le più profonde più vicine al campo.
La discesa diurna è quasi impossibile per l'acqua di disgelo che salta nei pozzi: bisogna attendere la notte ed il gelo dell'una o le due del mattino, che in quelle zone e in quella stagione è davvero profondo.
Oltre alle atroci difficoltà poste da quegli orari c'è un problema, più generale, maggiore: quello di spostarsi. Nei pozzi ovviamente ci si sposta su corde, e tutti (eccetto Leo e Mario) siamo capaci. In orizzontale, se il pavimento è ghiaccio, ci si sposta coi ramponi, e pure quello sappiamo farlo: ma se il pavimento è costituito di laghetti? Si va in piolet traction sulle pareti, naturalmente, salvo che là sotto il ghiaccio è cristallino e gli attrezzi lavorano malissimo; e lo è probabilmente per i cicli di gelo e disgelo che passa di continuo: ma, fra poco, su questo tornerò.
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Nel cuore del ghiacciaio (foto G. Badino)
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Altro problema tecnico gravissimo è quello dell'attrezzatura, che è la somma di quella da cascate e di quella da grotte: nascono così dolorosi problemi di interferenza fra tutti questi ammennicoli che arrivano ad essere una quantità davvero buffa.
E ancora: il vestiario. Passeggiate di notte su un ghiacciaio a temperature tipiche di dieci o venti sottozero, entrate e vi bagnate, poi uscite, sempre alle solite temperature. Bello vero? Le tute impermeabili ghiacciano e divengono scafandri, e così pure ghiacciano i tubi acetilene degli sfortunati che non li hanno di gomma siliconica.
E infine l'ultimo problema: uscite bagnati nel freddo siderale e vi trovate di notte su un ambiente pianeggiante, forse col tempo brutto: provate a trovare il campo. Chi pensa sia facile sbaglia, è difficile e parecchio urgente.
Già così, avendo inciso solo il primo centinaio di metri del ghiacciaio ne risulta il tipo di speleologia più "tosto" che conosca, e penso che man mano si andrà giù peggiorerà parecchio. Ma è molto bello davvero, bravo Mario.
Nei tre giorni di permanenza (Mario e Alfredo son rimasti di più ma a causa del tempo avverso non sono riusciti a fare gran che) oltre a battute e foto abbiamo sceso un -55 che poi prosegue con un meandro orizzontale a vasche. La punta che doveva tentare di superarlo è stata deviata sull'altra grossa cavità, l'Agassiz.
Si tratta di un pozzone che scendiamo un pomeriggio, prima Leo sino ai settanta, poi io sino ai novanta, ma c'è troppa acqua.
Nella notte nevica, poi arriva il gelo, bestiale, ma la neve appena caduta isola accuratamente la superficie del ghiacciaio. E così, quando torniamo Leo, Giampiero ed io la cascata è ancora impossibile.
Mario e Alfredo, poche ore dopo, riescono a raggiungere i -135.
Si tratta di un pozzo impostato su diaclasi, ampio sino ad un terrazzo ai -70 ove si stringe sino ad un metrazzo di larghezza.
Lì, inequivocabilmente, la grotta soffia.
Al di sotto di quella quota il pozzo prosegue per poco per diventare presto un meandro a saltini: continua.
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Bello no? Rimangono in sospeso un po' di questioni:
1) Durata di strutture come questa. Nella primissima parte, è ovvio, sono soggette a drastiche variazioni, ma più in profondità? Mostro Tonante, il P90 sceso nell'85 sembra sparito, ma non se ne è poi così certi.
2) Provenienza della corrente d'aria. È un punto fondamentale perché essa tramite processi di condensazione può fornire l'energia necessaria a scavare sulle pareti queste grotte. C'è pure un indizio di questo nel fatto che le pareti sono bagnate ed il ghiaccio superficiale è cristallino. Inoltre la temperatura interna è "confortevole", genere grotte in Marguareis.
Già nelle grotte in calcare l'equilibrio termodinamico è tutto men che ben noto, qui per ora è peggio: salvo che forse i più semplici processi nelle grotte in ghiaccio potrebbero illuminare quelli nei calcari.
3) L 'anno scorso sul ghiacciaio c'era un gran lago che ora è sparito, inghiottito da un pozzo (non disceso). Ai lati di questo la diaclasi su cui è impostato è allargata con forme che ricordano, proprio tanto, le forme freatiche. Inoltre è piena di "frana", blocchi di ghiaccio arrotondati. E che ci fa qui una frana se non mostrare che l'ha formata l'acqua scavando in regime sommerso una zona di ghiaccio fratturato?
C'è il vadoso, poi scopri che ci sono correnti d'aria, poi che forse c'è pure il freatico. Non è incredibilmente interessante?
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L'arte in resa |
Riccardo Pavia e Gianni Nobili |
L'abisso dell'Artesinera (Alta Val Maudagna, Monregalese) è stato esplorato dal GSP tra gli anni 1973 e 1983, fino ad una quota di -135. Vicino si apre un altro importante abisso, il Bacardi, dove gli speleologi del GSAM di Cuneo hanno raggiunto i -430 ne1 1983. Una possibile congiunzione dei due abissi porterebbe la quota del sistema ad una profondità di -510, con uno sviluppo di circa 4 km.
Dedicato a tutti quelli a cui piace soffrire. Dedicato a chi si è dimenticato che le grotte si armano e si disarmano; a chi si scanna per una giunzione; a chi pontifica, a chi la strettoia della Lambda se l'è sognata di notte, come me, e soprattutto a chi superata la grande bagarre di qualche anno fa, ha avuto ancora la voglia di insistere.
L'Artesinera forse ci regalerà una piccola giunzione, ma di grande valore per quei pochi intimi che parteciperanno: intimi perché non ci saranno né mosconi, né primedonne in prima fila, perché l'Artesinera per fortuna non è una star, è fuori dalla bolgia e speriamo che rimanga tale.
Quando ci ritorneremo non dovremo sfidare nessuna terribile bufera ma sarà una calda domenica d'estate e con la solita calma che ci contraddistingue andremo ad affrontare quei venti metri di fetido meandro, sperando che non sia il solito "pacco" formato Artesinera. Dopo queste quattro righe mi congedo lasciando ad altri il racconto dei particolari, e come disse Kars Mars "speleologi di tutto il mondo unitevi".
Se l'Artesinera non ci fosse stata, noi non ci saremmo mai andati. È una grotta nel Monregalese e Palermo è troppo distante.
In tale modo trovammo la prosecuzione, pensando alle carie di papà calcare, agli snob dell'Artesinera e alla loro puzza sotto il naso.
Così un giorno cominciammo a buttare manciate di farfalle nel vento e imparammo a seguire le correnti d'aria.
L'anno scorso il vento bazzicava intorno ad un pozzo che noi attraversammo in artificiale, ma fummo fermati da una galleria franata.
Quest'anno invece, il pozzo successivo fa parte del nostro nuovo testamento e quindi con una prorompente arrampicata cerchiamo in alto ciò che abbiamo perduto in basso: 30 metri di verticale pericoloso-marcia coadiuvata da strettoia finale, tanto per sputare ciò che dell'anima ci è rimasto.
Ora la via è più nuova delle nostre idee, perché abbiamo trovato il canale che ci separa da Corinto. Un meandro ventoso che ci racconta storie vissute tempo fa: nel 1983.
Siamo vicini ad un rendez-vous che non speravamo più: il Bacardi. Una giunzione con esplorazioni del passato. Siamo fermi in un fottutissimo meandro stretto e fatto male, soffia molto (in inverno) e mancano 20 metri per entrare. Può anche essere una pesante soglia da varcare, ma questo è solo un aspetto del nostro gioco; credo che una buona flebo di invasatina aiuti molto.
L'Artesinera è una grotta maldestra che dà delle fregature terribili, ma con l'insistenza ha sempre ceduto. Se cediamo noi, vuoi dire che ci freghiamo da soli. Sarà quindi di buon auspicio sbucare dall'altra parte di quel mondo sotterraneo affinché ci si prospetti un futuro carico di ...gloria.
Hanno partecipato alle esplorazioni Alessandro Bianco, Sergio Serra, Roberto Guiffrey, Riccardo Pavia, Gianni Nobili.
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La grotta sopra la Doce Montaldo Mondovì |
M. Pastorini |
Di grotte ce ne sono per tutti i gusti e le dimensioni. Così anch'io ho trovato qualcosa della mia taglia, io che non sono molto più grossa di un Mezzo-Uomo, e i meandri di un metro mi paiono canyons sterminati. Anche nel nostro mondo, sconosciuto alla Gente Alta, la speleofilia significa qualcosa, ma i nostri valori sono diversi da quelli comuni: nelle grotte piccole ci sentiamo a nostro agio, a profondità non eccessive ci sembra di essere a casa nostra ma, irrimediabilmente pigri e timorosi, non ci avventuriamo di buon grado oltre limiti che gli Altri giudicano risibili. Può capitare anche a noi, tuttavia, di lavorare insieme alla Gente Alta, con la scusa, da parte loro, di prestarci assistenza tecnica e consiglio, in realtà, io penso, spinti dall'interesse verso il nostro cibo.
Fu così che una domenica di gennaio, complice il mal tempo, Gente Alta e una Donna Bassa si recarono alla Grotta sopra la Doce, per scavare un sifone di sabbia sul quale il giorno prima si erano fermati Meo e Margherita. La cavità si trova nei pressi di una delle risorgenze carsiche del Monregalese, che alimenta un acquedotto della zona di Mondovì. Parzialmente esplorata e non topografata nel '68 dal G.S. Mondovì, negli ultimi due anni essa era stata oggetto di ripetute visite da parte dell'ala estremista monregalese del G.S.P., ma invano, poiché anche in pieno inverno l'ingresso invariabilmente sifonava. Poi, il 10 gennaio di quest'anno una fitta nevicata spinge me e Meo ad una passeggiata verso la Doce... il cunicolo iniziale è asciutto e, sfoderate le wonder, ci inoltriamo nello stretto meandro.
Per circa 20 m si procede strisciando in uno stretto cunicolo orizzontale che uno speleologo medio tappa quasi completamente al suo passaggio, non senza lamenti per la roccia pungente e lo sforzo di avanzare trascinandosi dietro numerosi chili di ciottoli presenti sul fondo. L'aria è forte. A tratti la grotta si allarga, mantenendo una morfologia di vecchio freatico poco concrezionato sviluppatosi in questo primo tratto in direzione NW-SE.
In una saletta, dove arriva una condotta posta a 45° (stretta galleria con debole aria, chiusa dopo pochi m), Meo si trova faccia a faccia con una piccola volpe rossa. dell'espressione dei due non posso dire, anche se immagino che la curiosità non sia mancata negli occhi di entrambi, certo è che mentre la volpe si girava tranquilla per inoltrarsi verso l'interno, Meo mi informava rumorosamente dell'incontro, provocando in me, rimasta indietro a tappare la via di uscita di tutti e tre, una certa perplessità.
Dopo la saletta la grotta cambia morfologia: decisamente più largo e alto, il meandro si imposta sulla frattura principale, orientata NE-SW, interrotta da diaclasi a 45° che la riportano dopo poco sulla direzione principale. La galleria è adesso in salita, con vecchie concrezioni, l'aria è decisa. Procediamo per circa 40 m, fino ad arrestarci su un sifone di sabbia da disostruire.
Il giorno dopo Flavio, Giovanni, Giuliano, Meo ed io rientriamo, chi per topografare, chi per proseguire. Oltre il sifone di sabbia il cunicolo diventa decisamente più stretto e alto, fino ad arrivare ad una sala con una serie di pozzi ascendenti, risalibili con arrampicata di media difficoltà. Circa 15 m più in alto il pozzo interseca un piano di condotte sottopressione in parte approfondite da erosione gravitazionale, con massi fluitati sul fondo.
La galleria principale termina dopo una trentina di metri con un pozzetto ascendente che tende a stringersi, l'aria si perde in fessure.
Il potenziale carsificabile della zona è di circa 200 m di spessore e 1 km di sviluppo.
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Grotta sopra la Doce - rilievo
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A La bassa |
G. Badino |
La nostra scelta strategica verso Labassa è stata: lascia lavorare.
Alcuni torinesi sono andati a collaborare alle esplorazioni ma nel complesso l'opinione era che gli imperiesi avessero bisogno di punte torinesi come di un buco in testa e del resto noi non potevamo lamentare l'assenza di altri obiettivi. Ma un po' c'era il rischio che il "m'occupo d'altro" divenisse o venisse letto come "snobbo quel che fai", così come un po' era accaduto con la Mottera, anche se nel caso specifico il fatto che si snobbasse il collettore del Marguareis Sud era duro da credere dato che molti di noi lo cercavano da anni: soprattutto io avevo una gran curiosità di vedere questa grotta.
L'occasione è un invito del concittadino Carrieri che mi invita ad una punta alla quale poi lui non va.
Da Torino siamo in quattro ma gli altri tre (Ube, Maria e Agostino) vanno al Gaché a fare delle cose che ha raccontato il numero precedente di Grotte. In Labassa vado con Mureddu e Pastor.
Le prime parti sono un monumento alla follia disostruttiva, saliscendi in una grotta che sostanzialmente è piccola e poco promettente, anche se piazzata favolosamente bene. Ho la sensazione che siano proprio molte le grotte che diventerebbero assai grandi applicando in esse uno sforzo simile, cinquecento ore di disostruzione.
Il saliscendi si conclude in una saletta con sifone, ma ora non ci si bagna perché Ferro con un lungo e solitario (!) lavoro ha perforato la parete sopra di esso.
Nelle parti iniziali di Labassa (foto G. Badino)
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Meandri e rigagnoli, ancora saliscendi ma già la grotta gonfia, risolve fortunosamente un paio di passaggi (ma sennò sarebbero risolti lo stesso e le ore di scavo sarebbero seicento) ed infine si lancia in avanti con condotte, lungo la dorsale del Ferà ma in direzione Colle dei Signori. A metà un approfondimento porta sullo Scafoide, il collettore, che arriva da gallerie allagate che presto chiudono in sifone e che a valle va verso le risorgenze con pozzi ancora in esplorazione.
Nelle parti alte in cui siamo, invece la grotta opta per puntare a cima Marguareis e lo fa sino ad infrangersi alta in un canyon attivo (Mugugni), quasi certamente l'acqua di PB e Filologa.
A valle il torrente prosegue sino ad un sifone, noto però dall'altra parte: infatti, mi narra Roberto, lo Scafoide prima del sifone che lo chiude a monte riceve un affluente che, dice il rilievo, è proprio i Mugugni.
Seguiamo il canyon a monte per qualche centinaio di metri di saliscendi in posti indistinguibili dalle zone attorno al Fin, in PB, sino al sifone che lo chiude. Accanto a compiti logistici relativi a tubi e canotti abbiamo l'incarico di rilevare la zona e di tentare l'aggiramento; lo facciamo ed aggiungiamo un po' di assaggi in risalita sulla via del ritorno a raggiungere ambienti sopra di noi, ma con pochi risultati.
Sono le zone più vicine alle gallerie di PB, in particolare ora alle Re Mida, ma la loro esplorazione sembra ben complessa sia per la loro notevole distanza dall'ingresso (sei-otto ore di movimento) sia per le grandi dimensioni, sia perché le circolazioni d'aria sono davvero ridotte. Dove mai andrà a finire l'aria che percorre i canyon finali di PB e Filologa?
Labassa è proprio strana: sembra che chi l'ha progettata abbia fatto un collage di più grotte, mettendo una galleria in fila all'altra e dimenticando così la possibilità di formare diramazioni: per ora è un lunghissimo tubo che contorna il pianoro della Chiusetta.
Strano, poi, che con la lontananza dall'esterno si siano dissolte le beghe: è stata una punta serena, efficace e bellissima. Che le beghe siano esterne, come le tifoserie?
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Abisso Venantur |
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La cavità è stata scoperta nel tardo autunno del 1984 da Alma Giraudo e Walter Ruggeri. Situata nella piana del Solai, la grotta inizialmente chiudeva su strettoia con forte corrente d'aria soffiante. La strettoia nell'ottobre '86 veniva disostruita e forzata portando il limite dell'esplorazione attuale a quota -120 m.
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Morfologia e descrizione |
A. Eusebio e B. Vigna |
La grotta si apre sul Marguareis sul fianco orientale della dorsale montuosa che separa la conca del Solai dal grande vallone che discende da Cima Marguareis verso il passo della Chiusetta (zona D).
L'ingresso della cavità è rappresentato da uno sprofondamento in un prato al quale segue un ripido meandro, largo circa 1,5 m scavato nei calcari scistosi-cretacei (calcschistes planctoniques).
La morfologia del meandro, condizionata dall'andamento della scistosità (anch'essa a forte immersione), denuncia la presenza di forme collegabili a fenomeni di erosione, ben visibili del resto nei successivi pozzi-cascata presenti nella cavità.
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Al meandro iniziale segue un pozzo di arretramento di 10 m che conduce in una sala nella quale è presente un ulteriore arrivo e dove sono preponderanti i fenomeni clastici così frequenti in tali litologie. L'elemento morfogenetico principale, al quale collegare la genesi del grande meandro successivo e parzialmente della sala, è rappresentato da una discontinuità strutturale suborizzontale che forma il soffitto liscio e piatto del tratto di meandro che conduce alla strettoia (-30).
La fessura che aveva ostacolato le prime esplorazioni è ora transitabile senza problemi ed è dovuta ad una frattura ad andamento W-E che ha intersecato il meandro provocando il drastico ridursi delle dimensioni. A questo stretto passaggio segue un salto di 6 m, anch'esso legato a fenomeni di arretramento alla base del quale, sempre negli scisti cretacei, qui in facies più politica, segue un bel meandro largo fino a 2,5 m che riprende come elemento speleogenetico fondamentale il motivo strutturale precedente.
Una serie di piccoli saltini conduce ora ad una sequenza di passaggi in strettoia, formati dall'abbondante concrezionamento, che immettono direttamente sulla verticale successiva di oltre 50 metri.
In corrispondenza del pozzo, come accade in quasi tutte le cavità marguareisiane di questo tipo (Pentothal, Gola del Visconte, Gachè, Piedi Secchi, Cappa ecc.) avviene la variazione litologica dai calcari scistosi del Cretaceo ai bianchi e puri calcari del Malm (Giurese superiore).
Il pozzo, abbastanza ampio, si presenta con sezione a fuso, con diametro di 3-4 metri nella parte superiore, allargandosi a sezione più ellittica nella parte inferiore fino a raggiungere dimensioni di 8x4 metri, presentando inoltre dalla quota di -20 dalla sommità varie finestre che danno adito ad alcuni rami e pozzi laterali ancora in via di esplorazione.
La via più immediata conduce, dalla base del pozzo, relativamente stretta (2×2 m), ad un pozzo-fessura di 7-8 m. In corrispondenza di tale ambiente è situato il contatto tra i calcari giuresi del Malm ed i calcari grigi, qui molto compatti, del Dogger.
Alla base del pozzo-fessura un ulteriore salto di pochi metri immette in una saletta da cui si dipartono stretti meandri spesso franosi, nei quali è presente una attività idrica limitata e che chiudono in strettoie impenetrabili.
Gli altri rami presenti nella cavità riprendono i motivi morfologici esistenti in quest'ultimo tratto della grotta (limitati pozzi e meandri stretti) terminando per ora su strettoie insuperabili.
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Storie delle esplorazioni |
A. Gabutti |
Vorrei parlarvi non di un grande abisso e sfortunatamente neanche di una giunzione, ma soltanto di una grotta poco profonda (-120) e neppure tanto estesa (160 m), situata però in una zona abbastanza importante per la conoscenza delle regioni terminali del sistema di Piaggia Bella.
La storia esplorativa di questa grotta è cosa recente e molto probabilmente lo sarà futura, ma la sua scoperta è un poco più datata.
Pensate al 1984 e alla piana del Solai, le Porte di Ferro sono ancora una intuizione, il Buco delle Mastrelle non è noto nella sua forma migliore e Labassa è ancora un buchetto. Adesso guardate la zona in fondo alla piana nelle vicinanze delle Mastrelle, probabilmente vi verrà automatico pensare al collettore del fondo di Piaggia Bella e alla possibilità di avvicinarsi, e magari bypassare i sifoni, entrando dall'alto e perché no, proprio da lì. Bene, questo è stato ed è tuttora, anche se le condizioni al contorno sono mutate, uno dei problemi più affascinanti del complesso di PB; tanto affascinante da spingere più di una intera generazione di speleologi, con diverse fortune e con diverse bandiere, a concentrare parte della propria attività in questi luoghi.
Ed è proprio in una delle tante battute esterne in zona che viene scoperto e poi disostruito l'ingresso dell'abisso Venantur, nella fascia vicina alle Mastrelle ma nella direzione opposta alla Filologa. All'inizio non è un gran che; condotta, pozzetto e nella sala sottostante strettoia impraticabile con forte aria. Aria parecchia, spazio per passare davvero minimo. I migliori strettoisti del tempo si cimentano, ci provano anche altri ma la strettoia resiste; d'altronde le nuo-
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Abisso Venantur - rilievo
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ve tecnologie, vedi martello demolitore & C., non sono ancora alla portata dei più ed il tempo passa. Trascorre il tempo ma non certo infruttuoso, gli orizzonti si allargano; il Nevado Ruiz catalizza le attenzioni rivelandosi a torto il migliore candidato per accedere dall'alto alle Porte di Ferro, che nel frattempo si sono materializzate scavalcando il primo sifone di P.B., e Labassa assume consistenza.
Ma questa ed altre storie, molto più recenti, hanno poco a che fare con quello di cui vi voglio parlare, sono però utili per comprendere le potenzialità di questa grotta, in un contesto esplorativo sempre più proteso verso le zone finali del sistema.
Ma parliamo ora della storia recente: nell'ottobre 1986 una folta squadra, munita di tutto punto, ritorna al Venantur per una disostruzione che si preannuncia lunga e difficile. Il 26 ottobre gli arnesi meccanici finalmente vincono e la strettoia resta lì a bocca aperta, incredula: sono passati, dice, e continua a sbuffare. Si scende: due pozzetti e poi un cinquanta, ma in fondo a questo l'aria un po' si perde e un po' si divide, quasi ad indicare che la via non è poi così netta ed evidente.
Durante la risalita Agostino, speleologo pordenonese di fama marguareisiana, rimasto tra gli ultimi ha ancora il tempo per pendolare in fondo al 50 ed infilarsi in una finestra con pozzetto annesso.
Passa la settimana e la domenica dopo eccoci nuovamente in loco.
Il tempo è bello e si entra: Poppi, Meo, Margherita, Valerio, Franco e il sottoscritto. La strettoia soffia e così fanno, anche se molto più debolmente, quelle che troveremo dopo aver sceso il pozzetto non esplorato la settimana precedente. Non si può dire che chiuda, questo no, che vada avanti bella e facile è però falso.
Mentre gli altri aprono l'ennesimo fronte di scavo, con Meo che alterna a collassi esplorativi momenti di profondo sconforto, Franco ed io pendoliamo a metà del 50 finendo in un pozzo parallelo. Il panorama venti metri più in basso non è molto diverso da quello che abbiamo appena lasciato: meandrino con aria e strettoia che richiede il solito trattamento. Bisogna tornare con attrezzi più efficaci e probabilmente fuori è già buio: bisogna uscire, pensano i più. Quello che nessuno pensa è di trovare il "bianco Natale" in anticipo di due mesi e rotti giorni, ma Lui è buono e ha detto: "perché no, facciamo festa e facciamola bene".
15 centimetri di neve in piena notte con bufera di vento, è quello che graziosamente ci viene regalato. È così bello, sussurra Franco, che viene immediatamente punito con l'incapacità di ritrovare scarponi, borraccia, sacco da punta, salamino ed altri ammenicoli sparsi vicino alla grotta e prematuramente scomparsi sotto la neve.
Nessun problema, viene detto, basta arrivare al masso a forma di formaggino e poi tirare giù per le Mastrelle. Fortunatamente il rilievo è l'anima dell'esplorazione e la bussola funziona anche con la neve, altrimenti difficilmente ci saremmo dissuasi dal cercare il "formaggino" in mezzo alla piana del Solai e le Mastrelle sotto la porta della Capanna.
C'è chi è costretto a scavare lunghi tunnel nella neve e c'è chi rischia di farlo per uscire. Quello che invece si farà di sicuro, disgelo concluso e divinità permettendo, sarà di accanirsi su quelle strettoie per scendere, ovviamente, sempre più verso il "basso".
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Conclusioni |
A. Eusebio e B. Vigna |
La cavità alla massima profondità raggiunge i calcari del Dogger a quota -120, litologie nelle quali, in genere, negli altri abissi della zona, si trovano ampie strutture ipogee che permettono il passaggio agevole agli speleologi. Tale situazione in questa grotta pare, allo stato attuale della nostra conoscenza, non essere riscontrabile, esistendo al contrario un frazionamento dei deflussi non collegabili chiaramente alle condizioni litologiche e strutturali presenti.
Una delle possibili cause può essere forse legata ad una dolomitizzazione locale e alla forte fratturazione della parte centrale della formazione dei Calcari di Rio di Nava (Dogger).
Un altro aspetto importante di questa grotta è la strana circolazione d'aria. L'abisso infatti, pur aprendosi alla stessa quota della vicina P.B. e della maggior parte degli abissi intermedi del Complesso che lo circondano (J. Noir, Indiano, ecc.) si comporta contrariamente a questi da ingresso superiore, soffiando in inverno ed aspirando fortemente in estate.
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Sezione geologica schematica:
C-E = calcari scistosi cretaceo-eocenici
M = calcari bianchi del Malm
D = calcari scuri del Dogger
Tale situazione, fortemente anomala, è difficilmente spiegabile nella strutturazione attualmente conosciuta del sistema, ed esistono a nostro avviso due possibili alternative. Secondo la prima ipotesi potrebbe esistere infatti un collegamento tra alcuni rami delle gallerie di Re Mida (fondo di P.B.), rami che tendono a risalire verso ingressi alti, oppure la seconda soluzione, più allettante, ammetterebbe che tale cavità fosse afferente ai rami più settentrionali di Labassa. Le due ipotesi sono ugualmente possibili e le prossime esplorazioni ci daranno la soluzione del problema.

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Porte di ferro |
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Porte di ferro è il nome che Giovanni aveva scelto per le nuove gallerie scoperte nel 1985, localizzate 200 metri sopra il fondo di Piaggia Bella. Nel lontano Pamir erano la chiusura di una gola su uno dei passi più alti e più critici, uno dei punti decisivi della Via della Seta, verso il favoloso Catai. Al fondo di PB rappresentavano per noi la stessa cosa, un valico sospeso verso Sud-Ovest, verso la mitica sala delle "Acque che cantano", in direzione dei grandi collettori che si ipotizza scendano dalla zona F e dalla zona D in direzione dei sifoni del Lupo. Poi è nata Labassa che nell'86 è esplosa ad opera del GSI fino a raggiungere il cuore del profondo Marguareis.
Le Porte di Ferro, adesso, non hanno perso alcun significato, sono uno dei tanti imbocchi verso le complesse vie della conoscenza del grande complesso marguareisiano, sicuramente non sono un punto di partenza per una sterile congiunzione, per un -1000 e più; Labassa per tutti noi non è un obiettivo da raggiungere subito, è piuttosto un punto di riferimento che sta a dimostrare quanto rimane ancora da esplorare di questo grande sistema sotterraneo.
Un breve inquadramento.
Il collettore di Piaggia Bella drena tutte le acque provenienti dalla conca omonima e in parte dal settore di zona Omega e Arpetti, dirigendosi poi nell'ultimo tratto verso Sud-Ovest in direzione del passo della Chiusetta, sistema di Labassa. Anche l'abisso della Filologa, che raccoglie parte delle acque assorbite nella piana del Solai, si sviluppa parallelo alle parti finali di PB, seguendone la stessa direzione. Poi i sifoni sbarrano le vie principali, un tratto di circa 800 m di sviluppo dovrebbe costituire una zona di carso sommerso (da dimostrare ancora mediante colorazione) che collegherebbe via acqua Piaggia Bella e Filologa con il "Gran Fiume dei Mugugni", collettore dell'estremo settore nordorientale di Labassa. Ma la circolazione attuale, caratterizzata in questa zona da vistosi approfondimenti vadosi, è molto variata rispetto alla situazione che si doveva incontrare in epoca per lo meno pre-würmiana, quando esisteva una rete in buona parte freatica localizzata a più quote comprese tra i 1600 e i 1800 m. In Piaggia Bella e in tutto il settore Marguareis Sud, ne sono testimonianze grandi e piccole gallerie a pieno carico, in parte sventrate dalla neotettonica, in parte parzialmente cancellate dagli approfondimenti successivi, localizzate anche alcune centinaia di metri al di sopra degli attuali livelli attivi. È proprio lungo queste condotte che è stato possibile superare i vecchi fondi conosciuti.
Le esplorazioni degli anni 1979-85
Un centinaio di metri prima del sifone terminale di PB, Giovanni e Ivano iniziarono nel 1979 una serie di risalite lungo il canyon Torino (denominate l'Olonese Volante) fino a raggiungere a 60 metri di altezza un'esile crestina fangosa sospesa su un'altra spaccatura, altrettanto profonda, terminante sull'arrivo dell'Ultima Spiaggia. Superato un meandro abbastanza stretto, della lunghezza di circa 60 metri, raggiunsero la base di un grande pozzo ascendente, il Li Po (v. Grotte n. 79).
Dovettero passare sei anni fino a quando Giovanni, ormai sicuro di quello che andava cercando, riprese le esplorazioni seguendo le correnti d'aria ma soprattutto l'idea che, in alto, molto in alto, esistesse un antico livello di gallerie ad una quota di circa 1800 m. È così che a 8-9 ore dall'ingresso di PB continuò le risalite, questa volta in compagnia di Ube e Riccardo; dopo una settantina di metri di delicata arrampicata, prima lungo una frattura parallela al grande pozzo, poi a lato dello stesso, raggiunsero la sua sommità. Seguirono 30-40 metri di meandro e finalmente sbucarono in un grande ambiente, con gallerie e altissimi arrivi.
Proprio qui, a 200 metri di altezza dal sifone terminale di PB, iniziarono le esplorazioni delle Porte di Ferro (v. Grotte n. 89). Queste sono caratterizzate in genere da condotte, mai di grosse dimensioni, approfondite dall'erosione gravitazionale, a tratti interrotte da arrivi e grossi
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ambienti, anche di crollo, che si sviluppano abbastanza orizzontalmente per 300 metri, con alcuni brevi pozzetti, generalmente superabili in arrampicata, per un dislivello totale di circa 40 m. In più tratti le primitive morfologie sono totalmente cancellate da larghe forre o stretti ringiovanimenti. Seguendo uno di questi ultimi, ad una settantina di metri dal fondo della galleria principale, parzialmente chiusa da riempimenti, è possibile raggiungere dopo poco due pozzi, profondi rispettivamente 40 e 30 metri. Uno stretto e tortuoso meandro con uno sviluppo di circa 60 m si immette su un grosso canyon, a un'altezza di circa 30 metri. Sul fondo scorre lento il collettore di PB: l'altro sifone, quello visto dal solo Fred, il sifonista che nel 1980 aveva passato il sifone terminale di PB ed era sceso a -40 nel secondo.
La forra, con la stessa morfologia del canyon Torino, termina a monte dopo 60 m con un sifone fangoso, mentre a valle si arresta in corrispondenza di un grosso lago sifonante. Terminò in queste zone la campagna di esplorazioni dell'85, ben consapevoli che le prosecuzioni esistevano, anche se molto più in alto, ma che per il momento la neve, altri abissi e soprattutto la scarsa voglia di tornare laggiù, ci tennero lontani per diversi mesi.
Le esplorazioni del 1987
All'inizio del nuovo anno un colpo gobbo da parte del GSI all'Arma delle Mastrelle, localizzata proprio sulla verticale del canyon Torino, dà un nuovo impulso alle esplorazioni delle Porte di Ferro.
Gli imperiesi infatti, risalendo un camino localizzato una ventina di metri dall'ingresso della cavità, scoprono che la grotta prosegue lungo uno stretto laminatoio inclinato, in più punti allargato da una piccola forra. Poi un meandro, in alcuni punti abbastanza stretto, che dopo circa 100 metri dà accesso a un grande pozzo profondo 82 m: al fondo le Porte di Ferro.
Dopo le esplorazioni dell'85 Ube, che aveva osservato il pozzo dal basso, scriveva su Grotte: "incredibile che non esca". Ma la cosa veramente incredibile è che ora laggiù ci si arriva in 30 minuti scarsi.
È chiaro che immediatamente ritorna la voglia di riprendere subito le esplorazioni alle Porte di Ferro: occorre sbrigarsi prima che lo scioglimento delle nevi ostacoli per diversi mesi le punte nelle parti terminali.
La storia delle esplorazioni è narrata in altri articoli, mentre qui riportiamo una breve descrizione delle nuove gallerie recentemente scoperte. La nuova via inizia con una serie di stretti passaggi, a tratti allargati con lunghe ore si scavo, dove si procede sul soffitto di una larga galleria quasi interamente riempita da potenti depositi ghiaioso-sabbiosi. Segue quindi una stretta e alta forra, che dopo una sessantina di metri presenta un ringiovanimento che dà accesso a un pozzo sceso parzialmente per circa 120 m: al fondo, una trentina di metri più in basso ancora, le pietre cadono in un lago. Attraversandolo in alto, si prosegue in piano per alcune decine di metri fino a quando la cavità tende ad approfondirsi con una serie di pozzetti, per un dislivello totale di una sessantina di metri. Calderoni, marmitte, pozzi di arretramento testimoniano una fase di approfondimento prima della disattivazione completa di queste gallerie.
Un bivio conduce, dopo un canyon di 70 m, ad un pozzo di 40 m; al fondo inizia una forra inesplorata. La via principale prosegue ancora con passaggi stretti, una quindicina di metri più in alto grosse condotte sfondate testimoniano la fase primaria a pieno carico. Dopo circa mezzo chilometro dall'inizio della nuova via, 100 m più in basso (rami Re Mida), si giunge in una regione abbastanza complessa, con numerosi arrivi di gallerie sotto pressione, quasi sempre chiuse da abbondanti depositi calcitici. Un camino di circa 15 m, percorso da un piccolo corso d'acqua, è ancora da esplorare.
Attilio Eusebio e Meo Vigna
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Al termine dello scavo nella neve (foto Roberto Chiabodo)
Nella prima quindicina di gennaio gli esploratori imperiesi arrivano alle Porte di Ferro tramite una prosecuzione da essi trovata all'Arma delle Mastrelle.
La grotta, già chiusa dalle nevicate, viene riaperta il 25.1 da una squadra costituita da Bertorelli, Chiabodo, Pastorini, Scagliami, Sconfienza, Truffo e Vigna.
"Frena la corsa, o Astolfo, trattieni l'alato tuo piede, attendi ch'io ti raggiunga e guidami sicuro, ora senza inganni, per queste regioni che la terra all'occhio nasconde".
"Da questa sala, che il ghiaccio tenace ricopre, puoi rimirar la via che gli Imperii hanno tracciato, là dove il nulla prima regnava.
Essa porta un nome che a noi nel ricordo riecheggia, ma rammenta, se l'udrai, che solo chi tenta può fallire, mentre è diverso agir per opra di fortuna, perché essa è cieca e come essere cieco ad alcuni più che ad altri si accompagna".
Maria Dematteis
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Di grotte che negli ultimi decenni hanno riso ce ne sono proprio tante.
F33 è una, tant'è che si chiama anche abisso dei Passi Perduti in onore degli speleologi che le sono passati accanto ignorandola. Il Buco delle Radio, quinta entrata di PB è un'altra: si sganasciava, sicuro, è tuttora l'unico ingresso che si vede dalla finestra della Capanna, aperto, in attesa, ma niente, ha atteso fino al '77 che ci si desse un'occhiata.
E la Mottera? Ohi ohi, quando ha riso la Mottera vedendo generazioni di speleologi che la snobbavano.
Ma quello che ha riso di più, sicuro, è l'Arma delle Mastrelle: ci siamo andati proprio tutti (io solo nel '73, sia chiaro. È ovvio che se ci fossi tornato avrei trovato immediatamente la prosecuzione, ovvio, immediatamente), alcuni anche su per il gran pozzo Kebab, ma non tirava aria.
Tutti però con il casco si portavano dei preconcetti su come doveva esser fatta la grotta. Stare dentro gruppi grotte che si occupano da anni di una certa zona ha dei vantaggi perché si sa dove le grotte proseguono, ma ha anche degli svantaggi perché si viene a sapere dove si tramanda che chiudano: e allora è destinato a trovare le prosecuzioni solo chi o non ci crede, o ha nuovi mezzi per forzare o ha nuove, decisive conoscenze.
L'Arma delle Mastrelle mi sembra faccia parte del primo tipo: Ramella, perlomeno, non ha mai creduto alla sua chiusura, tant'è che nell'84 erano andati a risalire camini e che quest'estate, al campo, mi consigliava di scatenare una campagna di scavo nella frana. Gli dissi che non mi sembrava gran che come idea (è vero), che si sapeva dove andava a finire, le Porte di Ferro (vero anche questo) e che quindi era inutile: questo, invece, era falso. Proprio lui ce lo ha mostrato tornando al buco e risalendone, sul serio questa volta, il pozzo Kebab dal quale in un quarto d'ora si arriva ad un P.80 che cade nelle Porte di Ferro (vedi Grotte n° 89), la regione sospesa a duecento metri sopra i sifoni finali di PB, l'obiettivo principe della squadra sciita torinese.
Fortuna, vero? Non mi sembra. Fortunata è stata la scelta di passare di lì per caso, la prosecuzione è frutto di assenza di preconcetti accoppiata a volposità esplorativa.
La domenica successiva a quando ci han detto della giunzione abbiamo unanimemente deciso di sbloccare l'Arma delle Mastrelle, nel frattempo ostruita dall'inizio delle nevicate invernali e di iniziare una imprevedibile campagna invernale alle Porte di Ferro.
Il dono imperiese è stato grosso davvero. Intanto perché abbiamo potuto esplorare laggiù ora: erano esplorazioni programmate per ottobre '86 ma eran saltate per F5, spostate a novembre ma saltate per il Gaché, a dicembre ma saltate per le feste Gaché e per la neve.
Dono grande perché, le esplorazioni laggiù, da fatto di una élite estrema (son posti DAVVERO lontani) sono diventate un fatto di gruppo (e mi duole dirlo) e questo ne ha migliorato (ohimè) parecchio l'esplorazione. Entrando da PB avremmo fatto le risalite dei pozzi terminali, certo, ma mai, io credo, lo scavo alle Re Mida saltando tutti quei rami avanzati. Infine il dono ha portato con sé una qualifìcatissima attività invernale che ha addestrato in sci e in grotta un mucchio di gente.
Sorprende vedere come gli speleologi delle due città che non riescono a collaborare esplicitamente, forse perché nessuno dei due sente bisogno dell'altro, lo facciano lo stesso implicitamente, volenti o nolenti. Dall'82 PB è cresciuta davvero parecchio.
Ma a me spiace molto che l'ambiente sia peggiorato, almeno dal mio punto di vista (so che anche qui a Torino ci sono illustri esponenti della tesi opposta), perché sembrano esser divenute dominanti delle tematiche di gruppo che sembravano aver ceduto il passo a quelle individuali. Queste ultime, quelle belle storie in cui un paio di amici si imbarcano in una esplorazione assurda che non importa a nessuno, boccheggiano. Eh, il riflusso!
Persino i frammenti di Crak che abitano in queste regioni si sono schierati, chi non lo fa è appena tollerato, già si formano tifoserie.
Forse sono mie allucinazioni, ma le racconto perché spero si autoesorcizzino: certo che non ho proprio idea di quale sia una alternativa alle linee strategiche che si van formando, ne di chi abbia voglia di cercarla, a Torino o a Oneglia.
Giovanni Badino
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La prima volta che ho sentito parlare delle Porte di Ferro è stato durante una punta a Piaggia Bella, tra i numerosi partecipanti c'erano Jo Lamboglia e Cathy, con cui ho avuto modo di esercitare il mio francese per superare la noia, la paura, il freddo e l'attesa di circa 10 ore, sulla "Pierre que glisse", così soprannominata da noi, per la fatica nel sali-scendi con Maria e Elio; sperando che i tre esploratori (Badino Lovera e Pavia) trovassero sì, ma non troppo. Sperando, insomma, che non uscissero a Carnino ma che ripassassero di lì, dai Piedi Umidi, dove noi eravamo arenati non riconoscendo l'uscita in quanto tale. Che ridere!
Ho risentito parlare delle Porte di Ferro dopo oltre un anno, il 10-1-87, quando gli amici Imperiesi hanno dato ufficiale notizia al GSP che l'Arma delle Mastrelle raggiungeva il campo base, col nome del titolo, in 3 quarti d'ora circa di marcia dall'ingresso.
La notizia, che durante la settimana vacillava tra essere scherzo infame e realtà felice, suscitava immediato slancio negli speleologi piemontesi, i quali si sono precipitati a spalare neve all'ingresso (ho le foto) per constatare l'esistenza del p.80 che per pavimento ha un telo di nylon: il campo base P.d.F. Qui alcune diramazioni sono inesplorate e una si affaccia sul Li Po, risalito e armato da Giovanni quella notte dell'anno precedente. L'assenteismo in queste regioni, tanto difficili da raggiungere e da pensare, è svanito: ogni domenica non impegnata dal corso è dedicata ad esplorare, a scavare e arrampicare là sotto.
Valentina Bertorelli
I giorni 31.1 e 1.2 scendono Badino, Bertorelli, Dematteis, Pavia, Sconfienza e Scagliarini a ristrutturare tutto l'armo delle Porte di Ferro dato che le corde che attrezzano le risalite dell'Olonese sono divenute inutili. Vengono anche raggiunte un paio di condotte nel pozzone, ristudiata la corrente d'aria della zona ed esplorata la zona a monte delle Porte di Ferro, sulla quale si conta moltissimo: vanamente, perché la galleria, grande ma priva di corrente d'aria, chiude ben presto.
Con Giovanni arrampico sull'amonte del ramo trovato nell'85. Dopo una risalita di circa 6 metri, troviamo una grossa condotta lunga un centinaio di metri ed intasata al fondo da un'immane mole di fango.
Questa rappresenta la zona più orientale di questa parte del complesso. Dalla partenza della condotta, una serie di passaggi in arrampicata ci conduce alla base di alcuni pozzi ascendenti molto alti e perfettamente circolari. Questi ringiovanimenti sono sicuramente causati dalla neotettonica e recano il segno degli sconvolgimenti che ha subito la vecchia rete freatica di quella quota; la corrente d'aria è appena percettibile e non si capisce in che direzione vada, decidiamo quindi che le possibilità esplorative di questi luoghi non sono evidenti.
Riprendiamo allora a seguire la corrente d'aria lungo il meandro principale in direzione del fondo, e presto ci rendiamo conto che ad un tratto vi è un'inversione in prossimità di un salone dove questa si perde verso l'alto.
Ciò potrebbe significare che l'aria fila via verso sistemi superiori, ad esempio la lontana zona D.
Riccardo Pavia
Popolo di navigatori! Solo abili uomini di mare potevano dimostrare al mondo che la rotta più breve per raggiungere le Porte di Ferro non passava per la Confluenza ma per le Mastrelle, autentiche Colonne d'Ercole in direzione di Atlantide. Già diversi pensatori locali avevano elaborato tale teoria, senza però mai riuscire a dimostrarla.
Ora sono qui che risalgo con Stefano le improbabili corde dell'Olonese. Disarmiamo, per
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assurdo che possa sembrare. Siamo i primi ad arrivare al Canyon Torino dall'alto - emozioni d'allunaggio - probabilmente gli ultimi a risalire Olonese e Li Po. Buffa storia, Piaggia Bella si è allungata ancora, ma a noi sembra corta e giovane. Crescerà.
Mauro Scagliarini
C'è poi una sosta di un mese per cattivo tempo e corso; si riprende il 7 e 8 marzo (Chiabodo, Bianco, Chiri, Dematteis, Lovera, Manzelli, Nobili, Pesci, Serra S.) con l'esplorazione degli approfondimenti della zona, uno dei quali ricade nel Li Po. Viene pure notato che il fondo della galleria principale, infognato in frana e fango, soffia. Si inizia un orrido scavo.
Più di un anno fa, Andrea uscendo da un buchetto borbottò cose del tipo "E se andasse verso la Filologa?". Stavamo aspettando che gli innumerevoli compari risalissero il Li Po ingannando il tempo con le poche attrattive che il luogo, le Porte di Ferro, poteva offrire.
Quel ringiovanimento aveva aria e doveva quindi essere visto, e per questo scendo con Arlo e Gianni senza particolari difficoltà fino ad un pozzo, bagnato, obliquo e quasi arrampicabile; alla sua base un meandro bello, grande e assai familiare: Olonese Volante. Ovvero se Giovanni anziché partire sparato sul Li Po avesse scelto quell'ampio meandro, avrebbe potuto barattare alcuni anni di allucinanti risalite con due ore di gratificante e facile arrampicata. Sfiga.
Ube Lovera
Sabato 21.3 tre stakanovisti (Badino, Bertorelli e Mazza) tornano di corsa per essere l'indomani alla palestra di roccia per il corso.
Mentre il primo tira su ancora per una decina di metri la risalita del camino estremo della galleria principale, gli altri due continuano lo scavo, arrivando vicini a concluderlo.
Passare tocca alla squadra che li segue la settimana dopo (28 e 29 marzo), costituita da Chiri, Curti, Manzelli, Nobili, Lovera, Tesi e Vigna. Viene forzata la zona di fango (Peu de feu) e si entra nelle gallerie di Re Mida, che vengono percorse per un buon tratto. Il limite è oltrepassato poche ore dopo da un'altra squadra (Bertorelli, Mazza e Sconfienza).
Ancora scavo, ancora un metro e poi pare allargarsi. È insolito che da settimane squadre sempre diverse, inedite, si alternino per scendere qui ad arrampicare, traversare e udite, udite, scavare. Sono con Meo, poco lontano il Manzelli, ma qua e là per la grotta altri 7 o 8 individui la stanno setacciando. Tra qualche ora Stefano, Vale e Franco scenderanno per darci il cambio allo scavo, poveretti, invece a loro non resterà che esplorare qualche centinaio di metri di gallerie.
Con ordine: Vale e Franco la settimana scorsa avevano spinto in avanti lo scavo, a noi il compito di allargarlo e continuare successivamente in avanti; l'operazione dura tre ore, al termine della quale abbiamo la soddisfazione di percorrere alcuni metri carponi prima della successiva fessura. Facile la disostruzione, quindi Meo strisciando avanza qualche metro ...un urlo.
Ube Lovera
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La settimana successiva due squadre a staffetta si impegnano nello scavo.
Noi della seconda squadra partiamo di sera, bivacchiamo al grottone e alle otto si entra. Trovare gli zaini degli altri, all'ingresso, dopo tante ore fa pensare che siano passati. L'entusiasmo cresce. Alle nove infatti li incontriamo al campo base, e le loro facce sono stanche ma Gianni tornerebbe giù con noi.
"Vedrai che gallerie, Valentina, vedrai! - mi dice Meo - siamo fermi su un saltino, dopo mezzo chilometro di gallerie, e c'è un pozzo di almeno 100 metri". Tutta la voglia che avevo di scavare si è trasformata in frenesia di vedere.
Ci meraviglia il loro percorso, armiamo il saltino, scendiamo, e dopo questo, tre o quattrocento metri di gallerie di sabbietta finissima asciutta e intoccata; poi pozzetti ma abbiamo poca corda e fretta, e armiamo male. Ci manca l'acqua, la corda è l'ultima, da 30, con cui armare un traverso un po' pericoloso.
"Armiamo questo e torniamo indietro", dice Stefano, io invece (ne sono orgogliosa) dico: "Non armiamolo e andiamo avanti fino all'acqua; io voglio l'acqua".
Sotto il traverso, un'ampia galleria, poi meandro e infine il quadrivio. Rombo d'acqua, sotto di noi. ACQUA. Sembra incredibile cercare l'acqua come nel deserto essendo in uno dei posti più umidi della terra.
Franco a destra, Stefano a sinistra che urla: "Di qua!". Acqua, condotte da vedere, meandro, aria, odore di muffa. RE MIDA. Cerchiamo di ragionare.
Siamo molto curiosi di sapere chi è quell'acqua. Pensiamo anche al Mugugni. Però né tempo né corde, quindi, tornare.
Durante la settimana Riccardo, Mauro e Armando rilevano ed esplorano. Bravi!
S'ha da fare una punta che ne vale dieci.
Non mi sento responsabile, ma pare di dover tagliare il nastro all'inaugurazione dell'Inferno di Cristallo e la popolazione invitata è numerosa. Poi l'acqua sale, e, PEU DE FEU, discende.
Valentina Bertorelli
Al lunedì viene riconosciuto come ultracritico fare il rilievo: ci pensano Nobili, Pavia, Scagliarini e Serra S. con un'uscita infrasettimanale (2 e 3 aprile) che mette a dura prova soprattutto il terzo, che fa il maestro.
Andiamo subito a rilevare il ramo nuovo, le gallerie Re Mida, Gianni, Sergio, Mauro ed io, e scopriamo che ci stiamo dirigendo verso Labassa. Giunti al Pentivio, mi fermo alla base di un camino sferzato da una cascata, dopo aver forzato una strettoia che soffia un vento fortissimo.
È probabile che arrampicando si intercetti la prosecuzione della galleria, abbandonata in precedenza, ma bisognava attendere periodi di magra.
Riccardo Pavia
Ancora una volta sulle Mastrelle, ancora una volta soffio in salita riconoscendo ogni singola pietra. Ma questa volta è diverso. Non si tratterà più di scavare un tunnel nella neve, né nel fango di quell'angusto cunicolo pieno d'aria gelida, né di ripercorrere e disarmare storie di ieri. Sono fuggito da scuola consegnando i miei bambini ad una collega dopo aver inventato un incredibile impegno, con l'idea di andare a rilevare le nuove gallerie Re Mida, di uscire e rientrare direttamente a scuola (forse un po' sporco) come se niente fosse: 22 ore, viaggi e sonnellino in macchina compresi, ma andrà diversamente.
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Gianni, Riccardo, Sergio ed io formiamo un gruppo affiatato, filiamo giù per il P.80 e poi di corsa al cunicolo fangoso, punto di partenza del rilievo. Gianni giura che dopo ci sono centinaia di metri di gallerie fossili ma in quella stretta esse fangosa stiamo uno dietro l'altro a mollo per più di un'ora, impazzendo con la rotella e la bussola, insultandoci spesso e sognando il fossile che improvvisamente ci accoglie e ci inghiotte. Sgraniamo gli occhi, vorremmo correre, partire di lato, ma siamo venuti per fare i geometri sul ramo principale e così facciamo, coscienziosamente. È molto importante riuscire ad avere dei riferimenti precisi, anche rispetto all'esterno, vogliamo andare in Gruppo venerdì con la mappa del tesoro, e sabato partecipare a un'altra punta. Siamo frenetici e ce la facciamo. Lasciamo da rilevare solo un centinaio di metri ovvi e scontati. Ci guardiamo un po' intorno: arrivi un po' ovunque, troviamo un insetto alato che vive all'esterno, poi Riccardo allarga una strettoia e passiamo in un saloncino dove arriva cadendo un bel ruscello, peccato dover uscire, i miei scolari stanno per alzarsi. Di corsa fuori, mi spiace per i miei compagni liberi professionisti, ma era nei patti e poi il rilievo l'abbiamo.
Passano le ore: pozzetti, gallerie, Peu de Feu, P.80. Sul pozzo ci sgraniamo, resto con Sergio, oramai siamo fuori e arrivare alla macchina dovrebbe essere tutta discesa.
All'uscita ci accoglie invece una bufera di neve del tipo Alpi Marittime (you Know?). Le tracce di Riccardo e Gianni usciti da 10 minuti non ci sono già più, la neve in faccia non ti fa vedere niente, per terra c'è già più di mezzo metro di fresca e sul ripido slavina, una manna con gli stivali. Capisco di avere perso la mia scommessa con il tempo. Affondando per ore, vagando fra le nuvole arriviamo ormai gelati a Carnino, liberiamo in quattro l'automobile e miracolosamente riusciamo a muoverci. Macigni appena caduti sulla strada ci obbligano ad ulteriori faticate. Io ormai sono fuori tempo massimo e cerco solo un telefono per avvisare che sono bloccato in montagna, che mi dispiace, che prima o poi arriverò: a loro del rilievo non interessa proprio nulla, per noi quel quadernetto era la mappa del tesoro.
Mauro Scagliarini
Nei rami fossili sopra il fondo delle Re Mida (foto G Badino)
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Complessi di Piaggia Bella - La Bassa - rilievo schematico interno-esterno
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L'11 e il 12 aprile una squadra totale (mancano quasi solo Carrieri e Jojo, che han dato forfait all'ultimo) si tuffa nella pugna infrangendosi in un dedalo di gallerie bagnate ormai sotto la Chiusetta. La grotta sembra (grazie al cielo) non aver ancora voglia di entrare in Labassa, ma neppure voglia di andare a Sud. L'impressione è che continui in alto e all'indietro, ma l'acqua di disgelo è davvero tanta e non si può fare gran ché i furbi. La stessa domenica un distaccamento del GG Pinerolo discende il gran pozzo (P130) che si incontra all'inizio delle Re Mida: si fermano a fine corda.
A questa segue ancora una punta, "turistica" per i due illustri ospiti (Squassino e Cirillo) che Cerovetti, Dematteis e Lovera accompagnano nei nuovi bagnatissimi ipogei marguareisiani.
Siamo in più di venti, da migliaia di anni le Porte di Ferro non avevano visto tanta gente. Esplorazione all'ingrosso.
Qualche prosecuzione salterà pure fuori, i più pensano. Dopo una decina di ore di "toppate", al fondo le facce sono un po' deluse, l'entusiasmo iniziale svanisce. I più escono, anche per evitare code sotto il P.80. Con i soliti Armando, Gianni, Sergio e Riccardo, non ancora paghi, andiamo a vedere un ramo laterale ed una forra risalibile in arrampicata. L'aria è forte in entrambi i rami.
La forra, superato un salto di 7 metri, avanza in orizzontale per un centinaio di metri, poi in un salone d'arrivo si innalza per almeno altrettanto, visto che risaliti in libera per una cinquantina di metri non scorgiamo che buio. Scendiamo e raggiungiamo gli altri in un meandro laterale che sbuca su di un pozzo in vuoto di almeno 40 metri. L'aria è forte e finalmente abbiamo trovato qualcosa che scende. Fa molto freddo, arriva dall'alto molta acqua, il disgelo sta iniziando e rinunceremo alla fine a scendere del tutto proprio per la troppa acqua e il troppo vapore che si forma e che non ti fa vedere la prosecuzione dopo tutto quel vuoto. Torneremo dopo il disgelo.
Resta la "memoria" di quelle ore di freddo incredibile, delle sambe ballate con i compagni per scaldarsi, delle decine di brodini e di thè preparati da Sergio per tutti noi, la gioia di riuscire a piantare degli spit (e quindi di scaldarsi) in posti assurdi e su una roccia durissima, e il rumore incredibile di acqua laggiù in fondo.
Mauro Scagliarini
Siamo in quello che viene pomposamente chiamato "il pentivio"; una delle vie è uno stretto cunicolo da percorrere lentamente controvento fino ad una fessura il cui gli adiposi fianchi del sottoscritto si rifiutano di avanzare ulteriormente. La successiva ricerca di uno smilzo mi fa incappare per primo nel Serra che per ovvie ragioni al momento non serve assolutamente a nulla; il secondo colpo va meglio, incontro Valentina che inietto prontamente oltre la fessura: lei va e sparisce. Le dovute martellate alla fessura mi permettono di seguirla per un centinaio di metri di grosse condotte fino ad una colata di concrezione che unitamente ad una frana abbatte le velleità esplorative. Due ore dopo sono nuovamente lì per il rilievo con Stefano e un martello che applicati con successo sulla strettoia finale ne producono la distruzione. Al di là una nuova colata e una fessura di due dita chiudono definitivamente il discorso.
Ube Lovera
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Complesso di Piaggia Bella - parti terminali - rilievo
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E parliamo ora della Galleria Eliogabalo.
Mentre Stefano, Ube e gli altri tentano la via del fondo, Gianni, Armando ed io risaliamo una bella forra lavorata dall'acqua (Galleria Eliogabalo), fino al bordo di un pozzo che costituisce uno sfondamento causato da un arrivo verticale.
Mentre armano il pozzo, con Mauro e Sergio che nel frattempo sono arrivati, torno indietro verso il fondo e risalgo una spaccatura per una ventina di metri fermandomi in un bel posto concrezionato e molto scivoloso. Mi raggiunge Giovanni che termina l'arrampicata e mette una corda. Percorriamo una bellissima galleria sotto pressione che purtroppo s'infogna in una colata stalagmitica.
Tornando indietro rilevando scopriamo che su una parete dietro una quinta di roccia, ci sono dei bellissimi cristalli di aragonite lunghi anche 20 centimetri. Ritorno di nuovo verso gli altri che stanno armando ancora il pozzo e con Meo rileviamo la forra per una settantina di metri.
Armando scende il pozzo che a causa di un pingue torrentello che ci piove dentro è sotto cascata (da questo tetro ambiente è venuta l'idea di chiamarlo "il pozzo delle Emanazioni Lisergiche"). Giunto al fondo constato che continua in orizzontale lungo la frattura originatrice. Dalla topografia ci rendiamo poi conto che siamo finiti sulla stessa spaccatura del canyon terminale della Filologa, spostati 50 metri verso valle rispetto al sifone e 30 metri in verticale sopra di esso.
Riccardo Pavia
Peu de Feu
C'era tanta gente
e tanta luce
tanta
che pareva
d'essere in un castello...
sotterraneo...
La grotta
l'ho vista
tutta illuminata
trasparente
in tilt.
Non di ...tenebra...
in ...tenebra...
la mia luce portavo.
Ma in ogni luogo...
lasciavo luce,
e luce ritrovavo...
in nuovo luogo...
Valentina Bertorelli
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Cristalli di aragonite prima del fondo delle Re Mida (foto G. Badino)
A questo punto ci sono alcune considerazioni da fare. Un'eventuale congiunzione con Labassa è possibile solo con notevoli sforzi e comunque, se si farà, non sarà assolutamente risolto il problema di zona D. Il fatto di rendere Piaggia Bella profonda più di mille metri è un grande risultato, che può essere una notevole soddisfazione per gli speleologi interessati. Poter accedere all'immane sistema di zona D ci darebbe però la possibilità di esplorare per chissà quanti anni dei mondi sotterranei che assolutamente non conosciamo. Questa strada attualmente è molto difficile da percorrere, ma lavoreremo per giungere a questa via verso occidente. La Filologa, invece, ci sta attendendo trenta metri sotto i nostri piedi.
Riccardo Pavia

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Geologia di Piaggia Bella |
A. Eusebio |
Proposta di una revisione critica
Collegandosi alle nuove esplorazioni di Piaggia Bella ci appare importante, in questa nota, fare il punto della situazione sulle conoscenze stratigrafiche e tettoniche della regione.
Pur lasciando agli specifici studi di carattere geologico le conclusioni del caso vanno comunque messi in risalto alcuni aspetti di carattere generale.
Suddividendo il problema e basandosi sulla bibliografia recente e meno recente, si può affermare che mentre la litostratigrafia (comprendendo con tale termine la normale successione stratigrafica) delle formazioni affioranti sul massiccio è relativamente chiara, non altrettanto si può dire dell'assetto tettonico e deformativo (ovvero dell'andamento nello spazio dei vari strati).
Chi infatti ha coscienziosamente lavorato sopra e sottoterra, pur non essendo geologo, si è reso conto che esistono una serie di situazioni strane che difficilmente possono essere collegate alle normali alternanze stratigrafiche.
Quello che è certo, e chi legge ed ha di recente lavorato sulle Unità Brianzonesi Liguri sa, è che ormai si è riconosciuto che tutto il Brianzonese Esterno è coinvolto in grandi fenomeni plicativi dove si hanno spesso raddoppi di serie e di orizzonti stratigrafici, con spesso una fluizione delle litologie più "plastiche" rispetto a quelle più "rigide", con conseguenti aumenti delle potenze reali delle serie stratigrafiche.
Tale situazione si manifesta naturalmente anche sul massiccio del Marguareis; attenti studi condotti su zone assai limitrofe a quelle del Complesso P.B. - Labassa - Lupo hanno messo in evidenza l'esistenza di queste strutture ed è ormai risaputo che qui esistono tre sistemi sovrapposti di pieghe con le immaginabili conseguenze.
In alcune zone addirittura, e qui si parla della zona del Colle dei Signori, la intensa carsificazione è direttamente collegata ad anomali spessori di calcari giuresi che dai 50 m medi di spessore passano per raddoppi successivi ad oltre 300 m, fenomeni collegati a strutture tettoniche che sono ben visibili anche in esterno come ad esempio a Castel Frippi o a Malaberga.
Ritornando al nostro problema principale e alla situazione geologica del settore orientale del Marguareis, ci pare dunque che sia giunto il momento di fare una serie di considerazioni, soprattutto perché riteniamo sia necessario chiarire alcuni concetti, rimandando ad una nota più specifica ulteriori e più approfondite spiegazioni.
Per analogia e soprattutto perché osservazioni attente ci hanno portato a farlo, crediamo che la situazione geologica di questa porzione del massiccio non sia differente da quella limitrofa riconosciuta sul resto del Marguareis o sul Mongioie.
A tale strutturazione vanno però aggiunti i problemi e le ulteriori complicazioni derivanti dalla presenza del contatto tra il substrato cristallino (costituito da porfiroidi e quarziti) e la copertura carbonatica, litologie con differenti caratteristiche geomeccaniche.
La situazione che ne risulta è quindi assai complessa e osservando alcune ricostruzioni che spesso appaiono su alcuni bollettini interni, si ha la tendenza a sorridere.
In questa sede pur non entrando nello specifico, in quanto articolo di un bollettino interno, si possono comunque smentire una parte delle supposizioni vere o false nate fino ad ora intorno al sistema facendo emergere nuove e più approfondite osservazioni che siano di stimolo per ulteriori studi.
Dopo questa chiacchierata introduttiva passiamo ad analizzare i singoli problemi:
a) Molti, ma non chi c'è stato, credono che il fondo di PB sia su rocce impermeabili: ebbene questo non è vero! Anche se la presenza dei sifoni è in qualche misura collegata a tali litologie, non vi sono all'interno dei riscontri diretti.
b) Il contatto tra substrato cristallino e copertura carbonatica è di natura tettonica; orizzonti di cataclasiti e miloniti (con evidenti orizzonti di rocce "sfatte") dimostrano l'intensa tettoniz-
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Profilo ideale ad asse N-S da Cima Palù fino alla Rocca del Ferà. Con il retino è evidenziato il substrato cristallino; T = calcari e dolomie del Trias; G = calcari giuresi; C-E = calcari scistosi cretaceo-eocenici.
In tratteggio i contatti incerti tra le litologie; le faglie sono evidenziate da un asterisco. La freccia nera indica l'ingresso dell'Arma delle Mastrelle, in grassetto inoltre è stato schizzato l'andamento schematico del ramo principale di Piaggia Bella dall'ingresso della Carsena ai sifoni terminali.
Si noti il particolare tipo di contatto tra substrato cristallino e serie carbonatica e le intense deformazioni (plastiche e rigide) nelle varie formazioni.
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zazione di questa superficie. Inoltre lungo questo contatto si è avuta una elisione (scomparsa) di alcuni termini della serie tanto che, nei pressi dell'ingresso principale della Carsena, i calcari bianchi del Malm poggiano direttamente sui porfiroidi (e non sulle quarziti).
c) Seppure lungo questa superficie si siano avute intense traslazioni, non va dimenticato che nei pressi di Cima La Palù quarziti e calcari si presentano ripiegati insieme.
d) I contatti tra le formazioni calcaree e calcareo-dolomitiche sono ben lontani da quelli ipotizzabili, ma si presentano piegati e ripiegati da deformazioni successive (si vedano a tale proposito gli schemi allegati), ed il risultato è ben visibile sul terreno, alla Chiusetta, alla Colla dei Signori, alle Carsene, ed in grotta: F5, Cappa, Gouffre des Trois.
e) Con tale visione del problema l'esistenza di grandi faglie va rivista criticamente; in particolare, e contrariamente a molti autori, non riteniamo che sia da considerare faglia "orogenetica" (collegata cioè alla messa in posto delle falde che hanno strutturato l'attuale edificio alpino) la linea tettonica della Chiusetta, che seppure esiste ha, secondo questa nuova visione, un rigetto limitato e conduce ad una serie di considerazioni ulteriori.
f) Di conseguenza a tutto questo, la riduzione di spessore di alcuni termini della sequenza o anche l'elisione degli stessi rientra, e alla Colla dei Signori si hanno esempi in questo senso, nel tipo di deformazione subita.
Questi sono i punti che, allo stato attuale, ci paiono più controversi; non pensiamo con questo di averli risolti ma certamente ci avete chiarito alcune problematiche proponendo una nuova e documentata visione del problema.
Stereogramma della struttura della zona meridionale del Marguareis. Sono riportate le superfici assiali (S1-S2 dei principali sistemi di pieghe e l'asse presunto del piegamento B3 . I sensi di asimmetria si leggono guardando da W. Legenda: T= Trias; D= Dogger; M= Malm; C= Cretaceo-Eocene (da Brizio et al., 1983)
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Speriamo inoltre che questa revisione dell'assetto geologico del Marguareis sia di stimolo a chi lavorando allo stesso Complesso carsico si pone gli stessi interrogativi che ci siamo posti noi, trovandovi spesso una differente soluzione.
Profilo geologico ad asse N-S del complesso F5-F33-F3. Si noti la particolare struttura tettonica con varie ripetizioni, ben visibili in grotta, delle varie formazioni.
Bibliografia essenziale
DUCHAUFFAUT A.S. & VILLEY M. (1979) - Compte rendu de la réunion extraordinarie de la Societé Géologique de France dans la Briançonnais ligure. Bull. Soc. Géol. Fr., 21.349-371.
EUSEBIO A. (1983) - Analisi geologico strutturale del settore sudoccidentale del Massiccio del Monte Marguaréis (Brianzonese, Alpi Marittime). Implicazioni per la ricostruzione cinematica dei rapporti tra Brianzonese ligure e Flysch a Helminthoides. Parte A. Univ. of Torino, unpubi, thesis, 183 pp.
FALLOT P. & LANTEAUME M. (1954) - Le col de Tende et le bassin du Rio Freddo. Feuilles de Boréon (partie E), Viève et Tende au 50.000. Bull. Serv. Carte Géol. Fr., 53. 47-75.
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GOSSO G., BRIZIO D., DEREGIBUS C, EUSEBIO A., GALLO M., RATTALINO E., ROSSI F. & TOSETTO S. (1983) - Due cinematiche possibili per la coppia di falde Brianzonese ligure - Flysch a Elmintoidi. Mem. Soc. Geol. It., 25.
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GUILLAUME A. (1969) - Contribution a l'étude géologique des Alpes liguro-piemontaises. Docum. Lab. Géol. Sc. Lyon, 30, 658 pp.
LANTEAUME M. (1968) - Contribution a l'étude géologique des Alpes Maritimes franco-italiennes. Mem. Carte Géol. Fr., 405 pp.
LECANU J.P. & VILLEY M. (1974) - Contribution a l'étude géologique du massif du Monte Mongioie (Briançonnais ligure). Thèse 3° cycle, U. de Caen, 226 pp.
SAGRI M. (1980) - Le Arenarie di Bordighera: una conoide sottomarina nel bacino di sedimentazione del Flysch a Elmintoidi di San Remo (Cretaceo Superiore, Liguria occidentale). Boll. Soc. Geol. It., 99, 205-226.
TOSETTO S. (1983) - Analisi geologico strutturale del settore sudoccidentale del massiccio del Monte Marguaréis (Brianzonese, Alpi Marittime). Implicazioni per la ricostruzione cinematica dei rapporti tra Brianzonese ligure e Flysch a Helminthoides. Parte B. Univ. of Torino, unpubl. thesis, 141 pp.
VANOSSI M. (1972) - Rilevamento geologico ed analisi strutturale delle dorsali del M. Mongioie e del M. Cimone (Brianzonese Ligure). Atti Ist. Geol. Univ. Pavia, 23, 29-71.
Intense deformazioni al Gias di Malaberga, ideale prosecuzione della struttura della Rocca del Ferà (foto A. Eusebio)
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La zona "O" |
Attilio Eusebio |
Tra tutti i settori del Marguareis la zona O rappresenta l'ultima nata, essa infatti, benché segnalata già dal Capello nel 1952 è stata speleologicamente scoperta soltanto nel 1979.
Necessita quindi farne un consuntivo, una seppur breve storia delle vicende umane ad essa collegate, senza dimenticare una descrizione sintetica delle grotte presenti mettendo in luce le prospettive che la zona lascia intravedere e le ovvie speranze collegate.
Un consuntivo dunque che ora vi presentiamo.
Morfologia e geologia
La zona, come si è detto, è situata sul Marguareis, su un'ampia balza rivolta a Nord, delimitata a N, S e W da ripide pareti.
L'unico accesso agevole è da Est dove, dal Canalone dei Torinesi, una traccia conduce nell'estremo orientale del settore considerato.
L'area, relativamente piccola, si estende per circa 0,1 Kmq, caratterizzata da morfologie di carso d'alta quota (quota media 2400-2500 m) con ripiani a balze regolati dalla stratificazione, molto carsificati, disposti a più livelli nei quali si aprono spesso in corrispondenza di evidenti fratture, inghiottitoi e doline a pozzo.
Le rocce affioranti, così come quelle attraversate dagli abissi presenti, sono comprese interamente nella formazione triassica delle Dolomie di San Pietro dei Monti (Brianzonese ligure) qui affiorante con alternanze calcareo-dolomitiche di spessore metrico (probabile età anisica).
Storia delle esplorazioni
L'ampio cengione ove si trova l'area esaminata era già stato segnalato dunque dal Capello, nel lontano 1952, che così ne descrive l'avvicinamento "...Dal Colletto dei Torinesi, contornando il massiccio sul suo lato Nord seguendo una cengia piana, si costeggia un pozzo verticale (n.d.a. probabilmente O8), e poco oltre si nota un ripiano con molte doline-pozzo in roccia costantemente coperte di neve...".
La segnalazione dunque esisteva ma soltanto nel 1979 un campo GSP se ne interessa (Baldracco, Villa, Maina, Perello, Ochner, Squassino, Tesio, rinforzati in seguito da Oliaro, Gobetti, Icaro, Benevolo, Vigna, Curti, Pulzoni, Coppa ed Eusebio).
Durante questo breve periodo vengono scesi quasi tutti i buchi trovati, concentrandosi specialmente su O5 (-200 non topografato) e su molti minori raggiungendo in O11 la profondità di -60.
Viene temporaneamente lasciato O3 affidando ad esso le possibilità di prosecuzione della zona precluse nelle altre cavità. Così questa cavità negli anni successivi, comincerà a pagare, a duro prezzo; una folta schiera di speleo guidati da Gobetti attacca a più riprese l'abisso giungendo a vari fondi con massima profondità -235 e congiungendo la grotta con la limitrofa O5 (a sua volta già giunzionata nel 1979 con O4).
Ulteriori esplorazioni e topografie sono state compiute nell'estate 1986 durante il campo GSP a Piaggia Bella e questo più che un consuntivo rappresenta già delle prospettive.
Conclusioni e prospettive
Le acque drenate da questo settore del Marguareis non hanno finora una risorgenza nota; una colorazione effettuata dal Gobetti non ha dato risultati. Tuttavia la convinzione generale ammetterebbe che queste siano afferenti alla Gola delle Fascette, appartenendo quindi al Complesso Carsico Colle dei Signori-Piaggia Bella-Foce, e rappresentando la terminazione settentrionale del sistema.
Non solo l'acqua ma anche la circolazione dell'aria non è, nella zona considerata, del tutto chiara; gli ingressi noti, pur posti a quote relativamente elevate, si comportano tutti nel periodo estivo da ingressi bassi soffiando una forte corrente d'aria.
I dati certi di questo settore non sono dunque molti e anche le grotte hanno una morfologia caratteristica, un po' differente dalle altre del massiccio; si tratta infatti di lunghi meandri co-
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A = zona di Piaggia Bella-Pian Ballaur
B = zona della Colla dei Signori
C = Grotta del Lupo
D = Foce- Risorgenza del Sistema
E = zona O
Con le frecce più sottili sono evidenziate le possibili linee di deflusso delle acque drenate in superficie; le frecce in grassetto evidenziano le direzioni di scorrimento accertate con colorazioni o meglio con esplorazioni.
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Panoramica della zona O (Foto A. Eusebio)
perti di ghiaccio per lunghi tratti a cui si alternano pozzi di arretramento generalmente di lunghezza limitata.
Pur tra mille incertezze le prospettive offerte dalla zona sono concrete, l'approfondimento del sistema O3-O4-O5 in direzione Sud, verso la Val Tanaro quindi, lascia ben sperare di raggiungere il collettore di Zona D, anche se per ora ci si arresta su frane e fessure, ostacoli che sembrano essere insuperabili.
Speranze maggiori si hanno su buchi minori ancora in fase di disostruzione o in altri nei quali ci si è addirittura fermati su pozzi.
Descrizione cavità esistenti
O1 (929 Pi/Cn) 32TLP95359220, quota 2418. Inghiottitoio di notevoli dimensioni con neve; alla base si diparte un bei meandro in direzione Sud con fortissima corrente d'aria che perviene su un pozzo di 33 metri alla cui base la grotta pare chiudere in frana e fessura. Alcune finestre sul pozzo sono state raggiunge ma non hanno dato risultati apprezzabili. Descr. e schizzo: Gobetti, Icaro, Chiabodo, Scagliarini, 1979-1986.
O2 (930 Pi/Cn) 32TLP95359220, quota 2431. Inghiottitoio di notevoli dimensioni con neve e corrente d'aria sensibile; alla base del primo salto di 15-20 m un meandro conduce alla base di un salto successivo ove la grotta termina. Descr. Gobetti 1979.
O3 (926 Pi/Cn) 32TLP95409233, quota 2379. Il sistema O3-O4-O5 è di gran lunga la grotta più complessa dell'area; la profondità massima raggiunta è di 235 m per uno sviluppo complessivo di circa un chilometro. Ulteriori notizie e rilievo sono apparsi su GROTTE n° 91, maggio-agosto 1986.
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Interno-esterno zona "O"
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O4 (927 Pi/Cn) 32TLP95359233, quota 2370. L'ingresso è costituito da un inghiottitoio di interstrato di dimensioni 3m x 1m che conduce ad uno stretto meandro e ad un pozzo di 13 m che "cade" in O5 a poche decine di metri dall'ingresso di quest'ultimo. Forte corrente d'aria. Descr. e rilievo Eusebio e Pulzoni 1979.
O5 (928 Pi/Cn) 32TLP95359240, quota 2353. La cavità è composta da un grande meandro coperto di ghiaccio, con alcuni passaggi caratteristici, che dopo una sala in frana, si approfondisce in più punti con pozzi anche di grandi dimensioni che chiudono in frana. Forte corrente d'aria. Estate 1979.
O6 (952 Pi/Cn) 32TLP95389240, quota 2357. Pozzo a neve profondo 5 m, circolazione d'aria assente. Descr. F. Mazza 9-8-86.
O7 (953 Pi/Cn) 32TLP95409229, quota 2391. Pozzo fessura di 7 m di profondità, debolissima corrente d'aria. Descr. Eusebio 1979.
O8 (954 Pi/Cn) 32TLP95409220, quota 2412. Pozzo a neve con sensibile corrente d'aria. Alla base del salto di 7 m si diparte un condottino con morfologie a pieno carico che dopo 6-8 m chiude abbassandosi con frana. Descr. e rilievo Chiabodo 9-8-86.
O9 (955 Pi/Cn) 32TLP95359233, quota 2379. Cavità interstrato a cui segue un accenno di meandro che forma un salto di 2 m alla base del quale parte uno stretto meandro con forte corrente d'aria. Oltre è presente un ambiente di dimensioni maggiori con un salto di 3-4 m da disostruire. Descr. e rilievo Chiabodo 1986.
O10 (956 Pi/Cn) 32TLP95359230, quota 2389. Pozzo a neve alla cui base parte uno stretto meandro difficilmente superabile. Corrente d'aria sensibile. Descr. Chiabodo 1986.
O11 (957 Pi/Cn) 32TLP95909204, quota 2490. Abisso verticale profondo circa 60 m costituito da una sequenza di pozzi (35-10-7-10) che conducono ad una saletta finale senza possibili prosecuzioni. Circolazione d'aria assente. Descr. e schizzo espl. Eusebio-Baldracco 1979.
O12 (958 Pi/Cn) 32TLP95909204, quota 2490. Meandro chiuso a circa 6 m di profondità da detrito fine, con debolissima corrente d'aria che si apre poco a monte di O11 in vicinanza a O16. Descr. Eusebio.
O13 (959 Pi/Cn) 32TLP95359233, quota 2400 circa. Cavità discendente con poca corrente d'aria presenza di ghiaccio. Descr. M. Scagliarini 1986.
O14 (960 Pi/Cn) 32TLP95359233, quota 2320 circa. Cavità di interstrato con forte corrente d'aria posta al di sotto di 05. Presenza di ghiaccio che arresta la prosecuzione. Estate 1986.
O15 (961 Pi/Cn) 32TLP95389250, quota 2300 circa. Pozzo di pochi metri che chiude in detrito, sensibile corrente d'aria. Descr. Mazza 1986.
O16 (962 Pi/Cn) 32TLP95909204, quota 2490. Cavità di interstrato sita in vicinanza ad O12 e O11, chiusa da detrito grossolano, circolazione d'aria assente. Descr. Eusebio 1986.
O17 (963 Pi/Cn) 32TLP95509228, quota 2480. Pozzo a neve di grandi dimensioni sulla destra del canalone dei torinesi. Profondo oltre 15 m. Debole circolazione d'aria. Descr. Vigna 1986.
N.B. Le coordinate UTM e le quote altimetriche, sono state controllate ed aggiornate rispetto a quelle pubblicate sul Terzo Aggiornamento Catastale. Inoltre, per le grotte non inserite a catasto in precedenza, tale articolo rappresenta un aggiornamento.

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O1 - O4 - O8 - O9 - O10 - O11 - O12 - O14 - O15 - O16 - O17 - rilievi
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Largo ai Boschimani |
G. Badino e M. Vigna |
Il trapano Bosch GBH 24V è un trapano martellatore a batteria. Il suo peso è di 2 kg (3.3 con batteria), potenza di 270 W. Può fare fori sino ad un diametro di 14 mm con lunghezza di 250 mm. La sua batteria Ni-Cd (capacità di 1.2 Ah) è staccabile e sostituibile con più capaci batterie al Pb, che l'operatore si può tenere appese addosso. La ricarica di una batteria di serie avviene in circa tre ore.
Il prezzo del trapano + batteria + caricatore è di circa 500 K£, quello di una batteria di circa 170 K£.
Dopo lettori CD, frullauova e cacciaviti ecco uscire anche trapani martellatori a batteria. I primi ad usarli in parete sono stati senza dubbio i free-climber ma, nonostante ciò, si tratta di attrezzi davvero utili e su almeno quattro livelli:
1) armo di pozzi
2) armi di soccorso
3) disostruzioni
4) risalite in artificiale
Quelle che seguono sono note sparse, considerazioni sulle prove che abbiamo svolto, non sistematicamente, nell'ultimo anno. Le pubblichiamo per mostrare lo "stato dell'arte" dal nostro punto di vista.
Prima di tutto parliamo di chiodi. Fin dalle risalite estive al camino terminale del Nevado è risultato evidente che usare spit è una scemenza: fate un foro da 12 mm per attaccare un bullone da 8, cioè asportate 2.25 volte più roccia del necessario, tant'è che con una carica di batteria si fanno solo una diecina di fori.
Chi ha fatto un po' di prove potrebbe far presente che il tempo occorrente per fare a martellate un foro da 8 è circa uguale a quello per fare un foro da 12, ed è proprio vero. Ma la foratura a martellate è estremamente poco efficiente, cioè solo una piccola parte dell'energia impiegata viene spesa in lavoro di scavo e questo ha l'effetto pratico che fare un foro in questo modo è tanto più difficile quanto più questo è profondo, non quanto è più voluminoso. Con un attrezzo efficiente come una punta rotobattente in vidia il discorso cambia: una carica di batteria è capace (grosso modo) di polverizzare un tot volume di roccia e così, grosso modo, a parità di profondità quanto più i fori sono sottili, tanto più ne potete fare.
Si trattava dunque di abbandonare i chiodi femmina per passare ai maschi (sfidando il rischio dell'AIDS), ma la ricerca di questi ultimi già l'avevamo fatta molti anni fa, quando avevamo cercato chiodi che entrassero nella roccia molto più degli spit, essenzialmente per esigenze di soccorso che richiedono grandi carichi con gravi vincoli sulla posizione dei chiodi, che così, eventualmente, devono essere piantati in roccia marcia. E, a suo tempo li avevamo anche trovati, gli Spitfix lunghi, solo che fare i fori era ancora più lungo e così avevamo lasciato perdere.
Col martellatore la cosa è tornata interessantissima, e così dopo altre risalite in Filologa ed al Gaché (i rami ascendenti di Doppioni e Zinzala) abbiamo provato gli spitfix 6.10 con straordinari risultati. Fra l'altro costano solo trecento lire l'uno, il che su risalite lunghe conta parecchio.
Commentiamo ora i punti iniziali.
1) per armo. Non abbiamo usato, se non per test, il martellatore in queste situazioni perché non ci siamo trovati in problemi esplorativi che lo richiedessero, cioè rapide sequenze di pozzi da armare.
Sarà utilissimo o per riarmi di grotte note o per esplorazioni di grotte arnetolose in cui sai dove e come andrai a finire, pozzo su pozzo. In punte di tal genere si piantano venti o trenta chiodi, cioè si passano quattro-sei ore uomo a martellare: con due attrezzisti questo corrisponde a tre-cinque ore di attesa sui pozzi. L'uso del martellatore le ridurrà ad una piccola
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frazione, inducendo anche un miglioramento degli armi: quanti spit non sono stati piantati per frenesia esplorativa o per noia!
Quanto detto vale anche per gli armi da soccorso, anche se in questo caso il problema è meno grave dato il gran numero di attrezzisti.
Un pericolo sarà trovarsi dei pozzi disarmati perché l'incaricato dell'attrezzamento stava aspettando un martellatore che non è mai arrivato.
L'impostazione della strategia di soccorso (la barella parte quando sopra di essa gli armi sono pronti) potrà modificarsi parecchio: la barella parte subito preceduta di poco da due attrezzisti molto specializzati con un trapano a testa. Il temibile in questo è che l'OPERAZIONE viene a dipendere dal buon funzionamento di punte, trapani e batterie. Vedremo.
Disostruzioni. I primi risultati sono di estremo interesse, ed è un peccato che non siano pubblicabili.
Il quarto punto, per quel che ne sappiamo ora, è il più importante: le risalite in artificiale.
Il tempo della foratura viene ridotto sostanzialmente a zero, e questo fa sì che il tempo necessario per la risalita sia solo più quello per passare da un chiodo all'altro: e non è poco, lo era prima al confronto del necessario per forare. Per questo stiamo lavorando a ridurlo, sondando cose come placchette a fori multipli per eliminare le noiose sovrapposizioni dei moschettoni. Altro ne diremo quando ne sapremo di più, ma già ora si possono ipotizzare velocità in salita di una ventina di metri all'ora, che non è poco: questo rischia di modificare davvero il nostro concetto di grotta, altro che le tecniche su sola corda!
Notiamo un paio di dettagli. Il fatto che l'azionamento e l'intera operazione di fissaggio si possano fare con UNA SOLA mano implica che i chiodi vengano ad essere più distanziati l'uno dall'altro, e soprattutto che si può uscire e rientrare dall'artificiale molto più facilmente: cioè se vi trovate sotto un discreto tratto arrampicabile potete risalirlo e riprendere l'artificiale
Il perforatore Bosch in azione (foto Meo Vigna)
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spit-fix
anche in posizioni normalmente proibitive, cioè tenendosi ad un appiglio con una mano.
La maggiore distanza interchiodi, se in risalite verticali è poco significativa (si guadagna un 10% della lunghezza) lo è molto in traverso, ove la distanza media cresce del 50% e forse più.
"Last but not least" la sicurezza, pregio che troverà straordinario chi da anni è incaricato d'ufficio di tutte le risalite più puzzolenti.
I rischi decrescono davvero in modo enorme, anche se forse di questo non ci accorgeremo mai: sinora infatti non ci sono stati incidenti, ma questo è quasi certamente dovuto al caso ed al fatto che i risalitori sono pochi ed esperti. Ma conoscendo gli azzardi presi su tante passate risalite si poteva pensare che l'arrivo del primo incidente fosse solo questione di tempo: ora non più.
Qualche nota finale sugli Spitfix.
Per le risalite in artificiale i 6.20 sembrano superiori ai 6.10 dato che permettono, volendo, di essere fissati più a fondo. I carichi che la Spit dichiara ammissibili (pari ad 1/3 del carico di rottura nel 99% dei casi) sono dell'ordine di 200-250 kg per chiodi fissati per 35-40 mm in cementi buoni. Indicativamente ci si può aspettare che un fix da 6 collassi ad oltre mezza tonnellata, il che per artificiale è strasufficiente.
Per armo? certo è meglio orientarsi sugli 8, che promettono rotture alla tonnellata: nulla però sappiamo di quale lunghezza scegliere, forse si farà come coi nut: si portano di varie lunghezze e poi si sceglie quella più adatta a quella roccia particolare.
Ultima nota, quella più critica per l'uso in armo. È noto che i carichi cui si sottopongono i chiodi in discesa e salita su corde statiche sono dell'ordine di cento chili con punte in discesa oltre i duecento.
Il chiodo dunque sente cicli di carico ripetuti al 10-20% del carico di rottura cioè, strettamente, dei cicli di fatica. E ad aggravare le caratteristiche di questi cicli sta il fatto che la componente alternata (gli strattoni) si sovrappone ad un carico statico (il peso dello speleologo) ed il fatto che il tutto avviene in una atmosfera umida, cioè aggressiva. Ognuno dei due fatti comporta una drastica riduzione del numero di cicli che portano a rottura, l'atmosfera aggressiva implica inoltre che non c'è il "limite di fatica", cioè la frattura si propaga anche a carichi bassi.
Perché con gli spit non avviene? Perché stiamo appesi ad una brugola fatta con acciai ad alta resistenza mentre i Fix non lo sono.
Questo tenderebbe a suggerire che, per armo, la sezione minima è 10 mm. Fino a prove contrarie.
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Considerazioni sul carsismo profondo del settore meridionale del Marguareis |
B. Vigna e A. Eusebio |
Alla luce delle attuali esplorazioni delle diverse cavità localizzate in tutto il settore meridionale del M. Marguareis e soprattutto confrontate con i dati emersi dalle nuove scoperte, è possibile fare alcune considerazioni sul carsismo profondo di questa zona.
In diverse cavità (Piaggia Bella, F5, Filologa, Nevado, Labassa) si riconosce un importante sistema di gallerie a pieno carico, ormai disattive, localizzate ad una quota compresa tra i 1800 e i 1700 m, che dovrebbe rappresentare un antico ed importante livello di falda.
Le condotte si ritrovano in tutte le litologie che caratterizzano la sequenza Brianzonese, indipendentemente dalla loro carsificabilità, dai calcari dolomitici del Trias fino ai termini più puri del Giurese, dimostrando quindi l'importanza di questa fase.
Va inoltre osservato che in più zone si possono distinguere per i tratti "fossili" e per quelli attivi due parti, distinte ciascuna per le direzioni privilegiate di carsificazione.
La morfologia delle condotte, quando non è stata mascherata dagli eventi successivi, è caratterizzata da forme a pieno carico con prevalenza delle forme di corrosione su quelle di erosione; sono presenti in alcuni tratti depositi grossolani, sabbie e ghiaie, di natura silicea, a volte cementati, con un elevato indice di maturità. Le pareti sono a tratti ricoperte da concrezioni calcitiche o tappezzate da ciuffi aragonitici o da esili cristalli di gesso.
Attualmente le gallerie si presentano con diverse situazioni:
a) preservano intatte le morfologie primarie (gallerie fossili di P.B. galéries suicides ecc.);
b) sono modificate da limitati approfondimenti vadosi (gallerie in F5, gallerie delle Porte di Ferro);
c) presentano evidenti approfondimenti e forre che mascherano quasi totalmente la morfologia primaria (Canyon della Filologa, Canyon in P.B. ecc);
d) sono sventrate da fenomeni di rilassamento e distensione con approfondimenti molto stretti e poco lavorati dall'acqua (gallerie del Nevado, gallerie in P.B.).
Dopo una importante fase a pieno carico in alcuni tratti dei molti sistemi carsici si assiste ad un graduale approfondimento dei livelli di base locali, caratterizzato da prevalenti morfologie di erosione sovrapposte a quelle precedenti.
Nel caso particolare delle zone terminali del Complesso di Piaggia Bella la situazione è quanto mai evidente. Le gallerie presentano una fase di approfondimento locale, caratterizzata da forre, pozzetti di arretramento con svariate forme di erosione. Una successiva fase di approfondimento è seguita a quella precedente, portando ad una completa disattivazione di queste gallerie ed originando profonde forre (Canyon Torino, Canyon Fighera, Canyon tra i due sifoni).
Tale evento sembra connesso ad un rapido abbassamento di tutto il livello di base, conseguente ad un approfondimento generale con ogni probabilità legato alle fasi di esarazione glaciale e/o a sollevamenti tardivi di tutto il settore. Esternamente, l'evoluzione presente nella Gola delle Fascette (cattura ecc.), nel settore delle emergenze del sistema carsico in questione è testimone dei complessi eventi geologici che hanno interessato tutta la zona.
In conclusione l'evoluzione del carsismo profondo di quest'area è caratterizzata da:
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S.P. = superficie piezo-metrica
In grigio: zona satura
1) Fase primaria della formazione delle gallerie in zona satura.
2) Graduale abbassamento della superficie piezometrica; nelle gallerie superiori circolazione d'acqua a pelo libero con limitati approfondimenti.
3) Forte abbassamento della superficie piezometrica dovuto ad un approfondimento generale molto rapido di tutto il settore. Ingenti apporti d'acqua con trasporto di ciottoli quarzitici legati alla fusione del ghiacciaio würmiano.
4) Totale disattivazione delle gallerie superiori, approfondimento graduale nelle gallerie inferiori dove la circolazione delle acque è in parte ancora in condotte a pieno carico.
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Il 30° corso di speleologia |
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Antonio Serra |
G. Badino |
Il 26 aprile, durante la penultima uscita del nostro corso di speleologia, al Corchia, uno degli allievi è incorso in un incidente mortale. I dettagli sono esposti in altra parte del bollettino.
Antonio Serra, venticinque anni, di Settimo Torinese, lavorava in una delle fabbriche della cintura di Torino. Ne posso dire poco, era uno dei tanti allievi piuttosto capaci che avevano avuto accesso alla seconda parte del corso, poco identificabile perché tendeva a stare un po' in disparte, al corso era arrivato da solo e non, come spesso accade, come membro di un gruppetto di amici.
L'incredulità iniziale ci ha portato a decrittare ogni aspetto di questo incidente, in cerca di nostre responsabilità: un incidente capitato durante il corso indotto meglio fra i quindici che ho visto qui. Perché è successo? Era slegato? Sì, ma era su un saltino irrilevante, sentiero difficile, e comunque la squadra era ferma. Non insegnamo abbastanza ad arrampicare? Vero, ma costui usciva da un corso di roccia. Grotta troppo difficile? No, erano ancora in discesa, prima dell'Elle, cosa vuoi che sia difficile. Pochi istruttori? Macché, quattro esperti contro dieci allievi bravi, con alle spalle cinque uscite in grotta e molte palestre su corda. Squadra sgranata? E cosa vuoi, mettere quattordici persone sul bordo dell'Elle, in attesa che venga armato? Istruttori incuranti? E già, era con Segir che tutti chiamiamo "papà" per la sua tendenza a preoccuparsi dei casi altrui e che l'aveva appena rimproverato perché, poco prima, aveva scelto una via di discesa diversa da quella di tutti gli altri. Stanco? A tre ore dall'ingresso? Ahimè, sì, stanco, abbiamo scoperto poi, perché aveva passato lavorando la notte precedente: tanto che i genitori l'avevano sconsigliato di partire. Assonnato, forse troppo confidente con l'arrampicata, troppo sfortunato nella caduta, pochi metri conclusi male, orizzontale e su spuntone. Una sequenza di piccole cose storte che ne ha fatta una tragica.
Ho visto e commesso innumerevoli errori sottoterra, anche durante i corsi, ma ogni volta la sequenza fatale si interrompeva e tutto si riduceva a uno spavento o a polemiche. Questa volta non è successo niente di particolarmente discutibile, ma Antonio è morto.
Voleva andare al Corchia. Quella stessa domenica c'erano altre due squadre per il corso, una alla Marelli e una alla Donna Selvaggia, ed entrambe partivano nel tardo pomeriggio, davan modo di dormire a chi aveva fatto il turno di notte in fabbrica. Ma lui voleva andare al Corchia e allora ha lavorato sino alle sei, è passato da casa a prendere lo zaino e poi il padre lo ha portato sino all'appuntamento in Torino.
È stata imprudenza, certo, ma di che cosa è fatta la nostra attività se non di un cumulo di piccoli e grandi azzardi per inseguire lo scopo di vagare in quei mondi mai visti?
Glielo direi, potessi, "è stato imprudente", ma non mi sentirei di rimproverarlo perché mi sembra che buona parte della nostra via passi da queste nobili, entusiaste imprudenze, quasi sempre innocue, ma sempre capaci di insegnarci qualcosa.
Lo hanno condannato curiosità ed entusiasmo, le doti migliori, quelle stesse che in genere ci sottraggono alla morte del quotidiano e siamo molto addolorati per aver perso uno che le sentiva.
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Un bel corso, nonostante tutto |
di Stefano Sconfienza e Flavio Tesi |
È giusto dimenticare le fatiche, i risultati, le emozioni vissute assieme, perché un allievo ha trovato la morte in un disgraziato incidente? Faremmo forse bene a lasciare che il trentesimo corso G.S.P. passi alla storia come "disastroso, tragico, da dimenticare"?
Forse a qualcuno sembrerà blasfemo e cinico, ma non lo crediamo giusto e vorremmo scordarci qui della morte e raccontarci solo la gioia e l'energia che questo corso ha raccolto e sprigionato.
Crediamo di doverlo anche ad Antonio, che ne era uno dei più entusiasti partecipanti, spesso il primo ad arrivare alle esercitazioni di Palazzo a Vela e alle lezioni.
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E parliamone allora di tutto il buono che questo corso ci ha riservato.
Tanti, tantissimi iscritti, mai visti tanti allievi nella storia del gruppo: ben settantatré alla prima parte del corso e si è dovuto ricorrere ad una inedita e difficilissima selezione per rientrare per la seconda parte nel numero chiuso di quaranta.
Bella gente, oltre che tanta, e un rapporto via via più intenso tra istruttori e allievi, un'armonia che si è estesa anche al gruppo, non così unito dopo le esplorazioni autunnali.
È stato un corso di esperimenti, in cui tutti abbiamo dato del nostro meglio: a cominciare dalla serata inaugurale, revival di alcuni anni fa, che ha raccolto in un cinema centocinquanta persone a vedere i fotodocumentari di Meo e i film di Giuliano; poi lo sponsor - Gervasutti Sport - che ci ha stampato i depliant, finalmente belli a vedersi, come pure le locandine a colori, dono dell'Assessorato allo Sport; qualcuno è riuscito a far pubblicare articoli su La Stampa, Stampa Sera, Città, Alp; altri hanno passato comunicati alle radio e al TG3, ecc.
Ci siamo a lungo interrogati se tutto questo abbia determinato un afflusso così elevato; forse no, per lo meno solo in parte.
Fatto sta che ci siamo trovati a gestire un corso ai limiti delle nostre capacità fisiche: lo spazio limitato in sede per le lezioni e al Palavela, il numero stesso di persone da accompagnare in grotta ha richiesto di precettare tutti gli istruttori disponibili, che - per fortuna - sono stati più assidui degli allievi.
Altro esperimento interessante è stato il questionario con cui gli allievi hanno potuto dare il loro giudizio sul corso: un canale in più di comunicazione, una breccia attraverso la timidezza iniziale, che ci servirà per migliorarci negli anni a venire. Così tutto è filato liscio, fin troppo perfetto, fino all'incidente in Corchia.
Ora cosa accadrà? Questa morte rovinerà tutto? Oppure dalla paura e dallo sgomento di oggi uscirà un'armonia più profonda? Vedremo.
Chi ce la farà di noi a continuare, lo farà di certo in modo più pieno e cosciente, ed è sin d'ora il benvenuto. Ma un grazie di cuore anche - e soprattutto - a chi non riuscirà a proseguire per questa strada. Anche loro ci hanno aiutato a scrivere un'importante pagina della speleologia piemontese, una pagina bella, nonostante tutto.
Grazie.
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Padre e figlio allievi insieme |
Paolo e Mario Bertolino |
La fiammella che ha suscitato in me l'interesse verso il mondo sotterraneo sicuramente è stata accesa da mio padre. Una sera a cena, con la famiglia al gran completo, ha iniziato a dire che noi conosciamo quasi tutto del mondo che ci circonda, basta affacciarsi ad una finestra per vedere il sole, gli alberi, le montagne (o solo dei grattacieli) ma, a pensarci bene, tutte le meraviglie che stanno sotto di noi non possiamo nemmeno immaginarle... In poche parole aveva deciso di darsi alla speleologia.
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Contrariamente alle mie aspettative l'argomento destò notevole interesse; ma come renderlo esecutivo? L'aiuto mi giunse dal mio primogenito che avendo letto un manifesto del CAI UGET nella bacheca dell'università, m'indicò la soluzione per poter concretizzare questo desiderio di conoscenza. Suo malgrado per motivi di studio non poté prender parte a questa iniziativa. |
Si presentarono subito alcuni problemi: primo fra tutti quello della grande differenza d'età fra me (16 anni), e quella venerabile di mio padre (44 anni); la parte burocratica era facilmente risolvibile con una firma. Ma il dubbio che mi assillava era questo: in che modo avrei potuto vivere questa esperienza nei confronti di mio padre? Da figlio assoggettato al padre oppure come un compagno ed amico?
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biente nuovo e sconosciuto quale reazione poteva avere mio figlio? Da "cocco di mamma" o da ragazzo tenace e sicuro? |
L'entusiasmo di entrambi si dimostrò superiore a tutti i dubbi che, molto segretamente, ognuno si teneva dentro; infatti, con il consenso materno (indispensabile), arrivai anch'io all'iscrizione.
Non mi dilungo a descrivere l'ambiente naturale così imponente e suggestivo che mi si è presentato dinnanzi, poiché descritto abbondantemente da persone più qualificate.
I dubbi che mi assillavano sono scomparsi già dalla prima uscita: mio padre era uno del tanti compagni conosciuti nel corso, verso i quali sentivo di poter contare in caso di reciproco bisogno.
Le grotte hanno contribuito ad accrescere il mio senso di responsabilità, la decisione di continuare a conoscere questo mondo affascinante è stata puramente mia e pur conoscendo lo stato d'animo di mio padre gli sono grato di non aver influito nella mia scelta col diffidarmi dal continuare.
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Come ho visto il corso |
Max Bellisai (*) |
Finalmente è finita! Ora posso andare a dormire presto! Basta con le lunghe attese fuori dalla grotta prima che qualcuno si decida a portarmi a casuccia! Basta con le facce spiritate degli istruttori e allieve/i avvinazzati che dopo ogni riunione o esercitazione mi trasportano in fetidi locali equivoci (io che entro in grotta in giacca, cravatta e camicia misto seta!)! Basta con l'aspettare allieve ritardatarie che non sono nemmeno capaci di svegliarsi da sole; con i sacchi da lavare (anche se ho comprato, per adempiere meglio a questo mio compito, una lavatrice nuova); con istruttori scassapalle se non ti lasciano in pace un attimo e sanno solo far domande, ti interrogano di fisica e ti pedinano fino all'Università con ridicoli catorci arancioni; con i pic-nic su terreni altrui appositamente forniti dall'organizzazione del corso per allietare la trasferta degli allievi; con le partenze al mattino presto (alle 2) per poi entrare in grotta a mezzanotte; con gli istruttori che si accaniscono contro i poveri allievi sfiniti, reduci da 12 ore in caverna, aizzando contro di loro anche bimbi innocenti; con le perle di finezza dei cori del G.S.P. che negano all'allievo il giusto riposo prima di entrare in grotta! E basta con il monopolio degli istruttori sulle allieve. Viva la speleoanarchia!
Suggerimenti per una migliore conduzione del 31° Corso: installare un collegamento tramite cabinovie fra il posto macchina e l'ingresso della grotta (in primis fra Carnino e Spiaggia Bella); rifornire la sopracitata località di carta igienica, adatti servizi igienici, TV ecc.; maggior puntualità da parte del corpo istruttori ai ritrovi in piazza Carducci; maggior puntualità nell'inizio delle lezioni e rendere più confortevole la permanenza nel locale provvedendolo di più comode poltrone e più numerosi portaceneri; una maggior selezione a livello intellettivo degli
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allievi e di alcuni istruttori con test attitudinali; fornire di siero antidolina gli allievi prima di ogni uscita; rimborso spese agli allievi; offrire simpatici omaggi agli allievi che più hanno saputo distinguersi durante il corso.
Suggerimenti per gli allievi: per un migliore, facile e sicuro inserimento nel G.S.P. non fatevi specie di chiedere, domandare (su qualsiasi argomento), saziare la vostra voglia di sapere e di conoscere. Gli istruttori saranno sempre a vostra disposizione, felici di dedicarvi un po' del loro tempo.
(*) N.d.r.: l'articolo l'ha scritto un gruppo di allievi facendo il verso a Max Bellisai.
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Gli allievi che hanno svolto la seconda parte del Corso
Felice Adinolfi, v. Raviolo 101A, Pinerolo
Riccardo Aimone, c. Vittorio Emanuele 24, 81.222.15
Claudia Apostolo, v. della Rocca 29
Massimo Bellisai, v. Fossati 8, 33.72.63
Nevio Beoletto, v. Volvera 24, 38.27.73
Mario Bertolino, v. Vittorio Veneto 4, Caluso, 98.33.750
Paolo Bertolino (vedi Mario)
Silvio Buttiero, Regione Benne 9, Pinerolo, 98.660.58
Francesco Calvi, v. Monginevro 22, 70.38.36
Gian Mario Casarola, v. Parini 16, Candiolo, 96.212.71
Vincenzo Castrovilli, c. Salvemini 25/11 , 30.35.63
Adriano Cerovetti, v. Servais 200/A37, 79.30.39
Davide Cerruti, v. al Borgo 38, Pianezza, 96.74.332
Emanuele Costa, v. Moretta 64, 447.01.21
Franco Cuccu, c. Agnelli 104, 32.52.47
Nadia Elia, v. Gottardo 47, 20.51.227
Gianluca Farinelli, v. La Thuile 21 bis, 70.72.158
Riccardo Ferrain, v. Don Bosco 45,47.11.97
Ezio Giunzioni, v. Arona 28 bis .
Ferruccio Jurdan, v. Inverso Rolandi 37/10, Torre Pellice
Gianni Ladu, v. Germanasca 5, 40.40.246
Salvatore Liistro, v. Piedicavallo 30, 74.91.435
Mirella Lombardo (vedi Buttiero)
Marco Lorusso, v. Paisiello 65, 85.22.09
Luca Magnetti, v. S. Maiole 96, Moncalieri, 64.70.605
Francesco Mazzilli, v. San Secondo 88, 59.50.52
Stefano Melotti, c. Cosenza 39, 35.17.72
Andrea Passuello, v. Vuillerminar 9, Aosta, 0165143441
Maurilio Pavese, v. Vigliani 31, 61.37.64
Claudio Perucca, c. Adriatico 34714, Grugliasco, 41.18.139
Francesco Pilato, v. Carie 15, 59.71.74
Mario Prati, c. Re Umberto 144, 59.33.87
Giancarlo Ricca, v. Inverso Rolandi 316, Torre Pellice
Cristina Rolle, v. San Pio V 32, 65.79.81
Sandro Rosso, v. del Porto 71A, San Mauro Tor., 822.28.86
Roberto Tosco, v. Isolabella 24, Poirino, 94.51.886
Benigna Tuveri (vedi Melotti)
Nicola Zitarosa, v. Venasca 17, 44.74.580
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L'ultima punta |
P. Terranova |
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"Sto camminando giovane e andando forte Ma solo un po' sciupato Dovrei essere contento ma non ho la minima idea di questa vita, in testa" 1977-1987 |
- Ci vediamo! - mi dissi, mentre la Locomotiva da Asfalto, mordendo a folle velocità la Calabrians Twins Highway, veniva assalita dal solito stormo di famelici pipistrelli viola...
- O.K. O.K., Maresciallo: fermati e lascia guidare el Brujo. Lui si pizzicò la proboscide, quella di sopra, buttò dal finestrino tutta la roba da mangiare e gli anelli da armo e finalmente spostò il culo dalla postazione: - Tutta tua -.
Nell'angolino posteriore, miserabilmente ingombro di cordaccia e copie di "Latin Caver", el Brujo contava accuratamente i suoi coltelli da lancio.
La strada bruciata mi guardava, sorniona, e le scatolette metalliche di Plastivacca cantavano tutte insieme il nostro glorioso trascorso di Eroi delle Tenebre; ripartimmo di nuovo in un tramonto giallo-verde.
Colpa degli occhiali da sole.
Ora andava meglio e malgrado i ciao-ciao delle timidissime rocce della fontana ricoverammo le derelitte carcasse nelle stanze della nostra Base Artica.
2.
Mentre rimestava le sue frattaglie di falco - immobile sulla cassaforte della Water National Bank - il Maresciallo fischiettava la tragica storia del più demenziale tra gli esploratori del Braccio Sud della nostra Galassia.
... Dai miei cavin'boots uscivano urlando i mostri della cattiva coscienza, mentre preparavo con scarse prospettive il mio Magic Nut da 300 libbre.
Fuori, el Brujo sedeva sui talloni, liberandosi di Necessarie Materialità, caricando pazientemente il suo percussore spirituale.
Tra poco sarebbe arrivato Blue Sunshine. Sarebbe arrivato, e non c'era niente altro da fare, per quella notte.
3.
Quando il sole fu accettabilmente allegro, i sacchi ci portarono fuori e ci condussero verso il bosco, giù per il ripido letto di un fiume già morto; tutti e tre viaggiavamo con spesse lenti affumicate, la luce ci dava particolarmente fastidio, il Vicks Inalante aiutava il nostro raffreddore.
Il Maresciallo sbirciava vecchie mappe, dono dello Zio Geofisico Inca. Era giorno di festa e la jungla boreale subiva la violenza di innumerevoli esseri umani, felici in mobili ripari metallici. Come un'amante scarsamente tentata, ne evitava le rare carezze; noi invece l'avevamo conosciuta bene.
Il Ciclope con cui condividevo la strada tentava la mia Suprema Disintegrazione Spinale, piantandomi tra le anche il pezzo di ferro per scendere.
Ci vide arrivare, il Duomo di Pietra, l'Underground piazzata tra i faggi, il Nostro Uomo: primo vagone, la corsa del mattino.
Mentre forzavo mentalmente le parti solo in apparenza più molli del mio essere in un azzurro tunnel di nylon, due mine biologiche più lontano il Maresciallo Nose si rinchiudeva nelle bende da vuoto ed infilava nel sito più adatto l'Acido Dispensatore di Luce...
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El Brujo - bello come un Guerriero Mescalinizzato - strillava ai rettili l'immortale interrogativo dei Vertebrati Maschi: Why Does It Hurt When I Pee?
Il sole bruciava crani da poco rasati ed il ghiaccio ci illividiva le orecchie, quando finalmente ci siamo schiodati di lì. Dentro.
4.
Azione! Il Mitico Maresciallo introduce tubetti di acciaio, a volte disgustato dalle qualità subatomiche della materia; in piano americano, lo Stregone ripassa la cordaccia tra le mani; sfocato, sul fondo, io non faccio assolutamente niente. Niente fornello, allora, come si usava tra i Chicanos di frontiera; solo Aguardiente e la sicurezza di chi già sente la sabbia calda tra le dita.
Scomuniche ufficiali ed emblemi rupestri e troppa sabbia calda lasceranno il segno, più tardi: ora è solo tempo di godersela.
L'imperatore valicava di rado le provincie più interne dell'Impero e la Frontiera piano piano diventava più selvaggia ed inospitale: gli Etero Senzienti Notturni ci aprirono un loro locale, ma le mille luci della città ridussero in cenere il fuoco e sulle strade che portano in alto nessuno ha più cavalcato sul serio dai mitici tempi della Low Budget Orchestra.
5.
Di questo e di altro parlammo (o forse solo sintonizzati sulla stessa onda) mentre - sulle scorie vitali della nostra ospite - tentavamo insieme di strangolare l'Uomo dei Panini Dolci:
- Hi, Bachelor, il Cosciotto Gemmato non va più - sibilò triste el Brujo.
- Hi, Brujo, neanche Naso Storto, Sia-Sempre-Benedetto-Dai-Soldi, tu neanche e forse neanche io: questo, infatti, è un sogno.
- Non ora, né qui. - sibilò corto il Maresciallo - ci vediamo al Fiume. -
Cominciai a risorgere senza voglia mentre la mia Plastica Incredibile Luminosità tingeva di rifrazioni l'ambiente e di considerazioni la mente. Traversai volando il Comodo Passaggio Dove Vola Solo Chi È Stupido. Ma avevo un dubbio, volevo sapere, e... gli altri? Cosa ne è stato?
- Brother. Parlami di Cannalizard -
- Poco da dire, non volle chiudere la bocca quella volta, non lo aveva mai fatto: la mia Mauser sparò tre volte. Killing an Arab. - La voce del Maresciallo rimbombava spiritata.
- Fermarsi, o andare avanti, tutto si equivale, non trovi? -
- No, non trovo. IL PUNK NON È MORTO -
El Brujo, vecchio frequentatore di miti, sbattuto in obliquo da dodici tubolari animati, provò infine la sua personale Single Rope Hardcore Ecstasy.
Fuori, dove tutto è verde sotto il sole.
6.
Re, Regine, Jolly e Caporali dei Marines sono rimasti prigionieri di sé stessi, di muri invalicabili perché invalicati, girando in tondo come mulinelli di polvere in un cesso pubblico.
Noi ci siamo ...evoluti?
7.
Blue Sunshine andò via, in silenzio.
Lo stregone, Il Laureato, Il Maresciallo rimasero lagrimanti nella notte, appoggiati alla porta scassata di un casone di montagna.
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"Solo per una volta, ho visto dentro, Il Destino si è aperto, Ho dovuto sfuggirgli". 1987-1977 |
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Fisica e speleologia |
A. Gabutti |
Abbiate pazienza ma questo non è un articolo speleologico in senso stretto, né una relazione di attività, ma sono poche righe nate dopo la lettura di un libro di fisica. Sì di fisica, avete letto bene, e che cosa c'entra con la speleologia? Bene, neanch'io avrei potuto immaginare di trovare scritto su qualche testo un confronto così azzeccato tra il mondo della fisica e quello speleologico; ma visto che ciò è accaduto vorrei rendervelo noto, ricordandovi però che queste righe non vogliono essere nulla, ma solo un mezzo per mettere a conoscenza un modo di vedere le cose che ritengo assai suggestivo.
Dicevo, sfogliando un libro di fisica (B. Ridley, Dalle leggi del pendolo alla particella incantata) può capitare di incontrare frasi come queste:: "Viene il sospetto che sotto le aree ben cartografate della natura ci sia tutto un labirinto di interconnessioni di cui si sa ancora ben poco. (...) Ecco qui una caverna importante, visibile da ogni regione del mondo fisico, la Caverna della Massa, essa è una tentazione per l'intrepido speleologo che spera, esplorandolo, di scoprire i legami sotterranei tra l'immensamente grande e l'infinitamente piccolo. Nei pressi si trova una caverna che pochi si azzarderebbero ad esplorare senza esitazioni; si tratta della Caverna delle Dimensioni che si apre sul Chissà Cosa, ma forse attirerà più l'attenzione la Caverna del Tempo, vicino alla prima. (...) Infine per completare questo manuale dell'ignoto bisogna ancora accennare alla Caverna dell'Unificazione. (...) Senza dubbio esistono ancora molte altre caverne in attesa di essere scoperte dagli esploratori che cercano i quark, ...i buchi neri ed i quasar... Di tutti questi campi si conosce in modo più o meno approfondito la struttura fondamentale, mentre le caverne e i pozzi sono quasi invisibili, perduti fra le colline e le montagne lontane e resta da esplorare la complessità della materia animata e inanimata. (...) Il mistero delle cose, il mistero delle relazioni e delle interrelazioni, richiamano con insistenza la nostra attenzione, indipendentemente dal fatto che ci si accosti ad essi con lo spirito di semplici osservatori del panorama o di intrepidi speleologi".
Qualcuno troverà difficile o inopportuno questo paragone, ma si sbaglia: la molla che fa scattare i due interessi è la stessa. La necessità di riempire dei grandi vuoti, pezzo dopo pezzo, con il timore però di raggiungere una meta ultima, perché questa potrebbe essere la fine del gioco, rende simili queste due attività anche se i nessi sono diversi. Lo speleologo non è scienziato nel senso stretto, come lo scienziato non è un vero esploratore, ma entrambi si muovono allo stesso modo in due mondi diversi; conoscerne uno dei due può dare grosse soddisfazioni.
