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GROTTE

anno 29, n. 90 - gennaio-aprile 1986

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

 

sommario

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Notiziario

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Attività di campagna

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Il 29° Corso di speleologia

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Finalmente è finita

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Il corso visto da un allievo

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Dal GGP senza furore

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Abisso Nevado Ruiz

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Finis Africae: nuovo fondo al Fighiera

16

Fighiera?

18

Cronache dal tropico del Capricorno

18

Casa de Pedra

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Battute a correnti d'aria

24

Storie di lupi e cacciatori

27

Nuove esplorazioni a Rio Martino

30

E venne il tempo della nuova valle

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Recensioni

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Note tecniche

 

 

Redazione:

Marziano Di Maio

(resp.)

 

Giovanni Badino

 

 

Alberto Gabutti

 

 

Laura Ochner

 

 

 

 

Foto di copertina (Sala 17 della grotta della Mutera): Meo Vigna

Bozzetti di Simonetta Carlevaro

 

Stampa: LITOMASTER,

Via Sant'Antonio da Padova 12

 

 

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NOTIZIARIO

 

(Alì Babà e i 4 milioni). Gli speleologi sono genericamente contrari alla turisticizzazione delle grotte. Quando, assieme alla Soprintendenza ai Beni Archeologici abbiamo chiesto di vedere il progetto per rendere turistico il Caudano, abbiamo saputo che lo stavamo facendo noi. Noi nel senso dell'AGSP. Successive indagini hanno permesso di appurare che 1) era vero, 2) il GSAM stava curando la cosa, 3) era stato detto più volte ma noi eravamo distratti, 4) due anticipi per un totale di 4 milioni sono già andati in rimborsi spese, 5) eravamo tutti contrari alla turisticizzazione. Il progetto comunque non l'abbiamo ancora visto.

Un paio di noi al 1° Congresso di speleologia veronese. Oltre a Minchiotti, Marastoni & C., c'erano il recioto, e i servizi di dia. Interessanti tutti, monumentale quello di Cargnel, quello storico: 400 dia che raccontano le vicende della Preta dagli inizi al '69, con un commento che risente, come lo stesso Cargnel ha confessato, dell'"entusiasmo" del momento.

Nonostante non sia ancora settembre, Poppi e Loredana l'hanno fatto. Cosa? Quello naturalmente. Non potendo più fare altro ci congratuliamo con gli sposi.

Alla Capanna i lavori interrotti per l'inverno riprenderanno e si conta di poter avere l'ampliamento pronto entro l'inizio dell'estate. Nonostante questo, si ricorda che lo spazio disponibile non è ancora tale da permettere all'Italia intera di trascorrere ivi le vacanze. E invece giusto giusto per chi voglia venire a far speleologia.

Domenica 6 aprile la squadra piemontese del CNSA.SS., arricchita (si fa per dire) da qualche ligure, ha compiuto un'esercitazione con il Nucleo Elicotteri dei Carabinieri di Volpiano a Chiusa Pesio. Fa parte di una serie di esercitazioni, curate dal delegato torinese M. Marucco, che il detto Nucleo svolge con le delegazioni del Soccorso Piemontese.

Avviso ai Gruppi che pubblicano bollettini: qualunque di essi desideri comprendere tra i propri autori il pontificatore della speleologia italiana, può avanzare richiesta presso questa redazione. Verrà inviato il catalogo degli articoli che Giovanni continua a inviarci dal Brasile.

Il nostro successo nell'ambiente mondano torinese aumenta di continuo: questa volta stiamo collaborando addirittura alla realizzazione della mostra "Experimenta", manifestazione che l'anno scorso ha richiamato più di 100.000 persone. Quest'anno la ripetono e per migliorarla hanno naturalmente chiesto di noi.

A nome del GSP è stato consegnato alla Soprintendenza Archeologica per il Piemonte, in collaborazione con il Museo Regionale di Scienze naturali e con il Laboratorio di Paleontologia Umana dell'Istituto di Anatomia Umana (Facoltà di Medicina e Chirurgia), un elenco di grotte di interesse paleontologico da salvaguardare, elenco richiesto dalla stessa Soprintendenza in merito alle competenze ad essa attribuite dalla cosiddetta legge Galasso. Le grotte sono 18 e di qualcuna (Tana di Morbello e Grotte del Caudano) è già stato proposto un piano di tutela.

Elezioni all'UGET. per la parte che ci riguarda, Villa è stato confermato Consigliere, ed è entrato in Consiglio anche Attilio Eusebio (con Di Maio sono ora tre), mentre tra i Delegati ai riconfermati Badino e Lovera si è aggiunto Roberto Chiabodo.

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Nel mese di aprile è finalmente partita la mostra itinerante organizzata dal GSP in collaborazione con altre associazioni volontaristiche torinesi nell'ambito del Progetto prevenzione Tossicodipendenze della Città di Torino. Tale mostra girerà nei Quartieri cittadini affiancata a serate di proiezione.

Giuliano Villa ha proiettato "speleologia alla ricerca della luce" e il fotodocumentario sulla Donna Selvaggia a Cavagnolo (24 gennaio) e (con in più il Biecai) alla Biblioteca di Settimo ad un corso di aggiornamento per insegnanti. Nino Masciandaro ha proiettato il suo "Oltre il buio" alle scuole medie di S. Maurizio Canavese e Vivaldi di Moncalieri, alla Rocco Scotellaro delle Vallette e alla sede scout d'una parrocchia di Borgo S Paolo.

Il 4 aprile in sede il prof. Giacomo Giacobini ha tenuto per il 29° Corso di speleologia una lezione di paleontologia e di altre conoscenze specifiche (archeologia, scavo ecc.), lezione molto seguita e apprezzata da allievi e non allievi.

Si stanno sposando circa tutti: entro breve vi daremo un elenco di coloro che nonostante tutto riescono ad essere ancora scapoli (o scapole). Ne seguirà un altro per coloro che lo sono di nuovo: è questo faticheremo a tenerlo aggiornato.

Proverbiale la sagacia dello speleologo sud-americano del quale più avanti leggerete un articolo. Anche nelle diapositive che ci ha mandato bisogna leggere "tra le righe" .

Con una "pubblica" consultazione tenuta il 18 marzo (ma gli speleologi non sono stati invitati) è proseguito l'iter di una proposta di legge regionale, nata per iniziativa del Parco Naturale dell'alta Val Pesio, per ampliare il territorio del Parco stesso. Vi si vorrebbero includere, oltre ad aree a nord dei limiti attuali, anche le Carsene e zone dell'alta Val Ellero: le zone Biecai (con un corridoio di unione al Parco attuale passante dietro la Colla del Pas), Saline e Gruppetti sino al Mongioie. Il parco muterebbe la sua denominazione in P. nat. dell'Alta Valle Pesio e Alta Valle Ellero. Durante la consultazione sono emerse perplessità circa l'opportunità di includere le zone dell'alta Val Ellero (che in pratica costituirebbero quasi un'isola staccata), ma sono state avanzate proposte (Pro Natura Torino) di ampliamenti che tra l'altro comprendono anche la conca di Piaggia Bella sino al Ciamballaur. Cosa dire? Agli speleologi l'idea del parco fa paura, anche se sono in chiara decadenza le vecchie concezioni di parchi unicamente finalizzati a proteggere l'ambiente senza tener conto dell'uomo che lì vive e che viene represso in certe sue attività tradizionali e vitali; essi d'altra parte sono molto interessati alla tutela di ambienti che sono la loro vita, e ne sono a giusto titolo i primi protettori. Ci auguriamo ad ogni modo, se diventeranno parco le Carsene e Piaggia Bella, i Gruppetti e Biecai e Saline, che vengano protetti anche gli interessi degli esemplari di quella fauna che è la più diffusa in quelle selvagge zone carsiche: gli speleologi appunto.

Notizie dall'estero. Oltre a pontificare le solite idiozie, Giovanni Badino dal Brasile scrive lunghe lettere a molte speleologhe (o ex) d'Italia, proponendo cose oscene e lamentandosi della verginea inesperienza sessuale delle donne brasiliane. In ultimo, però, confessa che potrebbe anche sposarsi laggiù ed allungarsi la vita risparmiandosi le nostre belle radiazioni quotidiane. Per noi resta il dilemma: meglio le radiazioni o Badino?

Sul recente numero di grotte si parlava di uno speleologo romano che con approccio milanese univa l'amore per la sua bella con gli affari di un'agenzia di viaggi: il tutto in un paese lontano, lo speleologo in questione conferma pienamente la versione ed anzi la consiglia a tutti, ovviamente non nello stesso paese e soprattutto non con la stessa donna. Non solo. Fa anche presente ai soliti invidiosi che a pochi chilometri dalla sua amata e dalla sua casa, ha appena trovato un enorme sistema sotterraneo che... Ne riparleremo presto.

 

 

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ATTIVITÀ DI CAMPAGNA

 

5 gennaio, grotta di Rossana, Gaydou e Oddoni.

19 gennaio, Rio Martino, Dezman, Gaydou, Oddoni, Bianco.

Abisso Fighiera: Lovera, Sconfienza, Segir. Al Finis Africae (-650).

24-25-26 gennaio, Tana che urla (Fornovolasco, LU). Operazione di soccorso con Baldracco, Lovera e Zinzala, per far uscire da oltre il sifone 21 tra speleologi e ragazzi.

26 gennaio, battuta ad Andonno (Val Gesso). Gaydou, C. e M. Oddoni.

Grotte del Caudano: Pastorini, Vigna, Apertura dell'ingresso chiuso da neve. Foto didattiche.

9 febbraio, Grotta del Bandito. Chiabodo, Eusebio, Pastorini, Vigna: ricerca di prosecuzioni.

16 febbraio, Grotte del Caudano. Uscita del Corso, con Chiabodo, Curti, Eusebio, Lovera, Sconfienza, Vigna, Zinzala, Dematteis, Lusso, Pesci.

2 marzo, Rio Martino. Chiabodo, Lovera, Masciandaro, Scambelluri, Sconfienza, Vigna, Villa, Zinzala, Dematteis, Lusso, Tocco. Pastorini. Uscita del Corso.

9 marzo, M. Antoroto. Pastorini e Vigna. Battute: trovati alcuni buchi soffianti. Abisso Fighiera. Chiabodo, Dematteis, Lovera, Pavese, Pavia, Sconfienza. Al Finis Africae.

16 marzo, Monte Jurin. Battuta di Gaydou e scoperta di 4 buchi.

Pizzo di Ormea-Cima Revelli: battute di Pastorini e Vigna. Visto grosso buco soffiante.

23 marzo, paretine Bianche-Striature nere. Chiabodo, Curti, Dematteis, Eusebio, Gabutti, Giovine, Masciandaro, Lovera, Lusso, Pastorini, Pavia, Scambelluri, Sconfienza, Valente, Vigna, Villa.

28-29-30-31 marzo, battute sul Mongioie, Biecai, Moglie, Serpentera, con base al Rif. Mondovì. Cannonito, Chiabodo, Curti, Dematteis, Eusebio, Pastorini, Pavia, Scagliarini, Truffo, Valente, Vigna; trovati buchi promettenti. A Piaggia Bella: nella zona del Fin 53, Dematteis, Lovera, Sconfienza; all'Oracolo di Delfo-Baby Besson: Pavia e Scagliarini. Battute nelle zone di Pian Ballaur e Biecai: Pavia e Scagliarini.

6 aprile, esercitazione di soccorso in Val Pesio con il Nucleo Elicotteri dei Carabinieri di Volpiano. Baldracco, Chiabodo, Curti, Eusebio, Gabutti, Giovine, Lovera, Masciandaro, Pavia, Sconfienza, Segir, Serra, Terranova, Vigna, Villa, Zinzala.

13 aprile, Orso di Pamparato. Uscita del Corso con Chiabodo, Dematteis, Eusebio, Gabutti, Giovine, Guiffrey, Lovera, Lusso, Minetti, Pavia, Pesci, Perello, Scambelluri, Sconfienza, Tesi, Tocco, Truffo, Valente, Zinzala e Pinerolesi del GGP.

Arma dei Grai. Uscita del Corso con Masciandaro, Mellano, Pastorini, Serra, Vigna e Pinerolesi del GGP .

20 aprile, Garb della Donna Selvaggia. Carlevaro, Gabutti, Pilotti, Scambelluri, Vigna, Villa. Uscita del Corso.

Abisso delle Tre Crocette. Dematteis, Giovine, Lovera, Lusso, Masciandaro, M. e C. Oddoni, Segir, Serra, Tesi. Uscita del Corso.

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25-26-27 aprile, Alpi Apuane. Buca del Tunnel (disostruzione fessura finale), battute sul Monte Macina e sul Monte Fredone: Dematteis, Eusebio, Guiffrey, Manzelli, Lovera, Maurilio, Masoero, Pastorini, Pavia, Sconfienza, Serra, Tesi, Tosi, Truffo, Valente, Vallardi, Vigna. All'Antro del Corchia (Valinor): Dematteis, Guiffrey, Manzelli, Monica, Pavia, Tesi.

 

Attività del GG Pinerolo

4 gennaio, Rio Martino (Sala Rossa): Flavio e Gerry con Trattorino e Zinzala.

19 gennaio, Arma dei Grai: Gerry.

26 gennaio, Scogli Neri: Flavio, Gerry, Pigy, Silvia.

16 febbraio, battuta scialpinistica sopra Crissolo: Flavio.

23 febbraio, in palestra a Porte ad armare: Flavio e Birci.

2 marzo, Rio Martino (esplorazione in Sala Rossa): Flavio, Birci, Maurilio.

15-16 marzo, Rio Martino (esplorazione Sala Rossa): Flavio, Birci, Maurilio.

23 marzo, 1° uscita del corso alle pareti ne in Valsusa: Flavio, Antonella, Maurilio, Piccolo.

6 aprile, Rio Martino (Sala rossa, espl.): Trattorino, Mauro, Maurilio.

13 aprile, 2° uscita del corso.

20 aprile, 3° uscita del corso.

25-26-27 aprile in Apuane (Buco del Tunnel, battuta per l'M55, Corchia fino al Valinor):

Flavio, Maurilio, Antonella.

Per gli abbonati al bollettino

Due o tre tra le centinaia di personaggi che abbiamo sollecitato perché da millenni non versavano la quota d'abbonamento, ci hanno fatto notare che avevamo dimenticato di specificare le cifre. Lo facciamo ora. La quota, che altro non è se non un parziale rimborso spese, e che era ferma dal 1980, è stata portata a 8.000 lire per un anno oppure a 20.000 lire per tre anni. E vale anche per gli altri.

 

 

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Il 29° Corso di speleologia

Ube Lovera


"Scrivo queste righe molto prima della fine del corso perché il sollievo non ne modifichi il giudizio". Era questo l'inizio dell'articolo che avevo previsto essere il commento al 29° corso che mi vedeva nell'inedita e involontaria veste di co-direttore. Poi sono successe delle cose, altre si sono evolute, il corso è finito, il sollievo è giunto ed il primo articolo non mi piaceva neppure più. Arriva dunque la sua revisione nella forma del presente scritto, del precedente si è salvata solo la prima frase perché è efficace.

Dunque allievi, direzione, istruttori, lezioni ecc. Corso anomalo a detta di tutti sotto molti aspetti.

Scarsi gli allievi, nel senso del numero, e inizialmente anche nel rendimento: stentavamo a capirci, ci vedevano fare gli idioti e, pensavano di doverlo fare anche loro; la conseguenza è un livello medio bassissimo. E diffusissimo tentare il suicidio ed alcuni abbiamo stentato a tenerli in vita. Sono seguite un fiume di parole sul dove è ammesso essere stupidi ed il balzo è stato immediato. Incrementate attenzione e frequenza a Palazzo a Vela (almeno alcuni), i risultati si sono visti. Già prima della fine del corso parecchi di loro hanno partecipato alle normali uscite. Vedremo.

Adesso la direzione: difettosa; il confronto con quella dell'anno scorso è perdente: l'altra organizzava, questa si è limitata a parare gli inconvenienti, però l'ha fatto abbastanza bene; in compenso l'altra spaccava le palle e questa no: l'altra decideva, questa ha considerato la voglia e la disponibilità degli istruttori a tutto vantaggio della sanità di fegato dei direttori.

Indispensabili le indicazioni lasciate dal Chiabodo: hanno razionalizzato il lavoro iniziale rendendolo ragionevole. Piuttosto efficiente la segreteria.

Le lezioni, eureka. Per una volta sono state udibili, addirittura piacevoli. La ragione è semplice: i relatori terrorizzati dalla noia che a loro stessi procurava il ripetere sempre le stesse cose si sono impegnati a produrre lezioni interessanti, nuove, scorrevoli e divertenti. Si aggiunga a questo che tutto lo scibile umano sull'Ursus spelaeus ci è stato rivelato da Giacomo Giacobini, responsabile del laboratorio di Paleontologia Umana catturato da Giuliano Villa, nel corso di una eccezionale serata.

Poi le considerazioni generali. L'unico obiettivo preciso che avevamo all'inizio (evitare le uscite a Rio Martino e all'Orso) è stato seccamente mancato, dato che entrambe le grotte hanno nuovamente gustato la nostra presenza. Saranno necessari in futuro provvedimenti per incrementare le iscrizioni, perché se da un Iato 10 scarso numero di allievi ne ha favorito l'inserimento, resta la certezza che Torino possa offrire più di 25 persone all'anno alla speleologia. Comunque sia, il numero degli allievi era direttamente proporzionale alla frequenza di alcuni istruttori. Auguri ai direttori del prossimo anno.

 


Finalmente è finita

Nino Masciandaro


Nonostante un brillante avvio che, grazie ai preziosi consigli della direzione uscente, ci ha consentito di individuare con chiarezza gli obiettivi più immediati, tutto il resto non è andato come avremmo voluto. Mi riferisco in primo luogo allo scarso numero di iscrizioni che, pur col massiccio apporto del Gruppo Grotte Pinerolo, è stato alquanto deludente. Eppure quest'anno i manifesti sono stati affissi con notevole anticipo e in numero tale da tappezzare tutta la città. Chissà, la "Tana che urla" avrà forse urlato troppo forte?! In tal caso potremmo citare per danni gli organizzatori di quell'uscita finita sui giornali. Non ci si può nemmeno consolare al pensiero dei "pochi ma buoni", data la quanto

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Alle Paretine Bianche della palestra di roccia di Foresto (foto N. Masciandaro).

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mai discontinua frequenza delle lezioni e delle uscite, in alcune delle quali il rapporto istruttori-allievi è stato paritario.

Un'ultima nota di originalità è da attribuire alla insolita calma degli istruttori, forse condizionati da una direzione di animo buono e sensibile, in contrasto con alcuni allievi spesso nervosi, critici e stupidamente incazzati, per alcuni dei quali ci siamo calati nella parte di amorevoli balie fino all'ultimo giorno. Giunto finalmente al termine, questo corso rende possibile la suddivisione degli allievi peggiori nelle seguenti categorie: i pazzi ed incoscienti, che pretendono di arrampicare sulle corde a mani libere convinti di essere immortali; i distratti e poco ricettivi, che appendono la propria pelle al discensore assicurato con stringhe da scarpe; gli insicuri che, scivolando contro parete, e dovendo scegliere tra il rallentare la corsa del discensore o il lasciarlo andare per aggrapparsi ad una minuscola concrezione, risolvono la loro incertezza affidandosi a quest'ultima e precipitando irrimediabilmente fino al cambio successivo.

Tirando un lungo respiro di sollievo direi che anche questa volta è andata e, finalmente, è finita.

 

 


Il corso visto da un allievo

Mauro Scagliarini


Anche questa è fatta! La soddisfazione trasuda dalla tuta permeabile del geniale Ube Lovera. Però non stiamo uscendo, ci stiamo entrando nel Fighiera, ultima uscita del 29° Corso del GSP, e già la sensazione di essere "Alla mano dopo" si fa strada nelle nostre Fisma che si comporteranno come non mai. Siamo già oltre il "Corso", il pozzo d'ingresso di quel fantastico abisso chiamato Speleologia. Ora qualcuno tornerà indietro alla rassicurante luce dell'uscita pago di ciò che ha visto e provato, qualcun altro invece continuerà l'esplorazione inserendosi nel Gruppo, cercando un proprio spazio, provando a dir la sua, rompendo magari il mutismo di fondo che distingue un "allievo" da un logorroico "istruttore". Già, perché se un individualista come me qualcosa ha capito dell'andare in grotta da questo Corso, al di là del saper montare il discensore, è che si tratta di un'attività molto più sociale ed "umana" di tante altre: ti trovi solo con te stesso nella strettoia infame ma ti muovi solo assieme agli altri, dalle battute alla stesura e allo studio dei rilievi, dalla preparazione e dal trasporto dei materiali collettivi al brodino diviso fra tutti sul presunto fondo di una grotta.

Probabilmente esprimo solo il mio punto di vista, il parere di uno speleosofo un po' romantico con il gusto dell'avventura, che fin da piccolo leggendo "Viaggio al centro della terra" di Jules Verne, sognava di andare in grotta, ma questo corso mi è piaciuto sin dalle sue prime super classiche uscite; Caudano e Rio Martino ci hanno buttato subito nell'ambiente: brutto, sporco e cattivo. Con le altre uscite (Orso, Donna Selvaggia, Fighiera) si è capito meglio di che si trattava: sporco sicuramente sì, ma bruttezza e cattiveria diventavano sempre più opinabili.

Un "plauso" ai pazienti "istruttori" che sicuramente nell'affollato Palazzo a Vela hanno dato il meglio di se nel non terrorizzare troppo noi salami. Interessanti quasi tutte le lezioni, belli films e diapositive, ottime le focaccine dell'Adua. Le critiche? Un'altra volta, adesso non mi vengono in mente: non deve essere comunque facile organizzarlo un corso del genere, di perfetti non ci sono che gli insetti e neanche tutti sono Carabidi.

A volte mi chiedo che mai sarò venuto a fare su questa Terra così terrestre, terrosa ed erosa? Sarò venuto per assolvere una missione o per fare una commissione? Andare in grotta comincia adesso, forse non è stato solo un corso, ma una VIA.

 

 

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Dal GGP senza furore

Antonella


È sempre dura cominciare a scrivere, non si sa mai cosa dire anche se le cose sono miriadi. Innanzi tutto mi presento (per modo di dire), sono un'allieva del 29° corso di speleologia, appartengo al G.G.P. (non ha bisogno di presentazioni) ma vi spiego come si fa per far parte di Esso.

Per appartenere a questo gruppo, sin dalla prima volta che misi piede al C.A.I. di Pinerolo mi fu inflitta una pena (o meglio due): primo, se vuoi essere un membro del G.G.P. devi iscriverti al corso di Speleologia che si terrà a Torino presso il GSP CAI UGET ecc. ecc.; secondo, devi pagare la modica somma (quota di iscrizione o meglio autotassazione) di L. 50.000 (il tutto imposto dal nostro severissimo presidente).

In un primo momento fui scettica perché non riuscivo a capire cosa potessero nascondere le viscere della terra; per farmi capire (e per avere una quota in più) mi accompagnarono in una grotta, alla Sella della Brignola, lì conobbi alcuni membri del G.S.P., mi piacque e mi divertì l'atmosfera, decisi immediatamente che mi sarei iscritta al Corso di Speleologia.

Torniamo ai tempi nostri, mi sono iscritta al corso, e ho iniziato ad andare in grotta con gli istruttori, aiuto istruttori e direttori di corso (questi ultimi ancora adesso non ho capito bene chi fossero) soffrendo stanchezza fame e soprattutto PAURA. Devo ringraziare Nino altrimenti adesso sarei ancora sul pozzo da 32 della Marelli. Come avrete capito tutti, sono proprio una schiappa, ma dopo le Vostre nozioni con il tempo (ho paura sia tanto) spero di riuscire ad aggregarmi a qualche vostra uscita.

In quanto al corso, qualcuno (non faccio nomi: Ube e Poppi) ci ha sempre detto (o meglio urlato) che era il corso più scadente ed imbranato che avessero mai visto. Ma anche gli allievi hanno qualcosa da rimproverarvi. ragazzi che disorganizzazione!

Spero di non avervi annoiati e concludo invitandovi a nome di Maurilio (vedi bollettino precedente) a Sanfront per il pranzo di fine corso.

 

 

Allievi che hanno ultimato il Corso e loro recapiti.

Carlo Balbiano d'Aramengo, v. Balbo 44, tel. 88.71.11

Barbara Barisani, v. Baltimora 54, 39.80.46

Claudio Casetto, v. Vittorio Amedeo 12, Rivoli, 958.56.07

Maurilio Chiri, v. Trento 22, Sanfront (Cuneo)

Roberto Fubini, v. Vespucci 6, 58.01.45

Mauro Gagliano, v. Sestriere 33, None, 986.44.68

Piero Galetto, v. Rivetti

Claudio Gay, v. Borgata Combalera 6, Pinasca

Alessandra Garnero, v. Raviolo 101a, Pinerolo, 0121.71831

Antonella Giardinieri, v. Cavour 9, Pinerolo, 0121.59286

Fulvio Gros, v. G. Davico 10, Pinerolo, 0121.793870

Cari Malisani, v. G. Bosco 18, Moncalieri, 605.14.75

Andrea Manzelli, v. Bossolasco 11, 335.18.02

Celestino Masoero, v. Camorano 29, Verrua Savoia, 0161.846126

Franco Mazza, v. Col di Nava 11, Settimo Tor. 800.12.34

Vera Perelli, c. De Gasperi 40, 58.38.19

Lucia Rattalino, v. G. Verdi 19, Cavagnolo, 915.16.91

Mauro Scagliarini, v. Vittime di Bologna 9, 273.25.52

Davide Squaiella, v. Bionaz 18, 707.05.95

Valerio Tosi Beleffi, v. Carrera 105, 71.21.35

Lucia Vallardi, c. Racconigi.

 

 

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ABISSO NEVADO RUIZ

A. Eusebio


A spingerci a ricominciare le ricerche nei dintorni delle Mastrelle fu il grande vuoto ritrovato sopra al sifone di Piaggia Bella, e forse più ancora il tempo e la fatica per arrivarci.

Non è che non l'avessimo mai fatto, ma la zona è impervia, piena di detrito e molto fratturata, inoltre non ci aveva mai regalato nulla di decente, molte fessure, aria in faccia, altre aspiravano e si burlavano di noi. Finché, sulla spinta e l'entusiasmo di queste ultime esplorazioni, ci armiamo di demolitore e generatore cercando di convincere in questo modo alcune di queste spaccature a lasciarci passare. Ma inutilmente, per un giorno (il 10 novembre) vaghiamo in zona con questi oggetti sulla schiena senza trovare nulla, alla fine rinunciamo e cominciamo con calma a scendere, verso le macchine, a Carnino... è quasi sera... fa anche freddo... e c'è vento.

Poi accade qualcosa, il Visconte ha pietà di noi, ci fa intuire che siamo sciocchi e che continuiamo a vagare nelle stesse zone senza trovare nulla perché non siamo capaci, decide, evidentemente, che i nostri sacrifici meritano un'altra occasione, ma che dovremo faticare per giungerne alla fine; quindi prende Meo per mano, lo accompagna su un canalino, lo sostiene su un passaggio esposto e lo sospinge su un piccolo saltino, infine lo conduce ad una cengia e lì lo lascia attonito.

Il buon Vigna poco a poco si riprende, chiama anche me che fatico a raggiungerlo, ma lì per lì non vediamo molto, poi affiniamo la nostra capacità, sulla destra c'è un pozzo-spaccatura, una pietra ci dice 10-15 metri, più in là una frattura soffiante ci promette disostruzioni a non finire. Leggermente più in alto un accenno di condotto con forte aria che esce tra le pietre, nulla di più ma nulla di meno, inoltre potrebbe essere solo un gioco del vento... lo scavo potrebbe essere lungo... già se non fosse che ce lo ha indicato il Visconte.

Così una settimana dopo torniamo (17 novembre), siamo naturalmente in moltissimi, le grotte aspirano, molto forte, e la frana nella condotta è bloccata dal ghiaccio, e naturalmente la squadra degli astuti possiede un martello solo in dieci. Badino e Riccardo si buttano nel pozzo, gli altri scavano a turno la frana bestemmiando contro il ghiaccio, Meo saltella da una parte all'altra. Come capita spesso, forse anche troppo, il pozzo stringe e chiude in frana, dall'altra il ghiaccio sembra precludere ogni possibilità, solo da una parte c'è una pietra che si potrebbe togliere, ma è molto grossa, fatichiamo non poco, i turni di lavoro sono molto corti, fa anche freddo, l'aria gela le mani pur lavorando con i guanti, dubito che se la grotta, invece di aspirare, soffiasse questa quantità d'aria si potrebbe scavare.

Dopo notevoli sforzi togliamo questo masso, dietro c'è il nero, comincio a gettare pietre che sembrano centrare un pozzo, siamo raggianti, entra Meo assicurato, scende arrampicando un pozzo da 8 mesi ferma su un salto di 70-80 m. Dopo pochi minuti siamo dentro in quattro (Badino, Riccardo, Vigna e il sottoscritto), tutti quelli con l'attrezzatura, scendiamo un 8, un 23, poi mancano spit e corde, Giovanni e Riccardo scendono ancora un pozzo da 57 fermandosi in una sala con varie vie, su un salto valutato una ventina di metri.

La settimana dopo siamo di nuovo lì (24 novembre), nella notte Giovanni, Valentina e Riccardo avevano costruito una graziosa e funzionale porticina per permettere di chiudere l'ingresso, al mattino entriamo noi (Meo, Carlo, Ube e il sottoscritto), scendiamo con varie peripezie il successivo salto da 28, poi una lunga spaccatura, molto bella, ci conduce in ambienti stretti, senz'aria e sfigati. L'aria giusta l'abbiamo persa molto più in .alto, circa a metà del pozzo da 57.

È questo il motivo per cui, dopo sette giorni, Nino, Lucido, e Simonetta fanno alcune acrobazie traversando sul pozzo e trovando, dopo un bel meandrone, un pozzo da 16 e fermandosi su un valutato P. 30.

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Abisso Nevado Ruiz - Rilievo 1985

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Questo risultato fa sì che la settimana dopo (8 dicembre), in molti si cerchi una nuova via per Piaggia Bella. Entriamo di notte, per avere più tempo, in quattro per avere il massimo dell'efficienza, così riusciamo ascendere un pozzo da trentasei, un salto di pochi metri poi una verticale di una ventina di metri ci sbarra la strada, scendendola ci rendiamo conto di essere tornati sul vecchio fondo, senza speranza dunque. Risaliamo facendo cose strane, per esempio il rilievo, sul cinquantasette troviamo l'altra squadra (Riccardo, Pierangelo, Traversa) che sta facendo una risalita. Il rilievo ci dirà che siamo vicinissimi al Fin in P.B. (circa un centinaio di metri) anche alla stessa quota, ma per ora sempre troppo lontani.

In una punta successiva, il 15 dicembre, alcuni baldi (Nino, Segir, Giovine) concludono le risalite, senza successo purtroppo, disarmando la grotta e il canalino per arrivarci.

La primavera porterà buoni consigli?

Meandro a -40 nell'abisso Nevado (foto A. Eusebio).

 

 

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FINIS AFRICAE:

nuovo fondo al Fighiera

 

 

 R. Chiabodo e S. Sconfienza


7 aprile '85: Badino, Chiabodo, Lovera-Lusso, Gabutti-Carlevaro.

Comincia quel giorno la travagliata esplorazione del Finis Africae. L'intenzione, era di fare la traversata Khayyam-Serpente, ma motivi tecnici ci inducono a rinunciare e quindi ripieghiamo sul ramo dei Palombari (zona Quadrivio) trovato da me e dal Gabutti tempo prima, fermi su un P.12. Lo scendiamo e ci ritroviamo in galleria. Delusione generale.

Mentre Badino e Lovera disarmano, noi altri andiamo a fare un giro a vedere alcune cosette tralasciate la volta prima, senonché sbaglio clamorosamente direzione e ci ritroviamo davanti ad una strettoia con aria forte e nessuna traccia di precedenti passaggi. Martelliamo, meandro, saltino in arrampicata e pozzo valutato sui 15 metri.

Ube e Giovanni ci raggiungono. Il pontificatore sentenzia: È nuovo.

Rimaniamo in tre a spittare mentre gli altri cominciano ad uscire: scendiamo in una sala fortemente inclinata che si butta in un P.10 che Giovanni discende su uno spit orrendo come il pozzo, fatto di massi instabili tenuti insieme da fanghiglia e mani divine. Sotto c'è un P.15. Usciamo disarmando.

R.C.

27 aprile '85: Gabutti, Sconfienza, Sgambelluri, Pilotti, Dematteis, Carlevaro, Pesci.

Si entra in Fighiera, non tutti però. Io resto al bivacco con il mio mal di denti e il solito vento gelido del Corchia.

R.C.

Stavolta sto proprio male, ho influenza e mal di gola e trovo fortunatamente nel Dr. Giovine appoggio alla mia incoscienza, assieme ad alcune medicine, degli inutili sulfamidici e l'assoluto delle pastiglie: Haliborange, rossi estratti di vitamine, potentissime. Giuro.

Sotto l'effetto di questa droga filo come un treno. Eccoci al Finis Africae. Bello, anche se i primi pozzi sono un po' franosi e pericolosi. Lo è anche il nuovo P.15 inclinato in partenza. Tocca a me armare, lo faccio, mi appendo e poi silenzio. E nel silenzio il rumore di un taschino che si apre, una confezione lacerata e tre pastiglie che mi rotolano nell'esofago. Mmmm... mi dà una carica!

Bella forra alla base del pozzo Haliborange, ambienti molto grandi, poi chiude, anzi no: con un po' di fantasia si indovina in una frana la via per sbucare sul pozzo successivo e scenderlo su attacco pinkerton (il Gabutti!!!).

Ciò che descrivo agli altri è un saltino che mi separa da un'altissima forra, assai buia e con piscio d'acqua neanche troppo lontano.

S.S.

25 maggio '85: Chiabodo, Sconfienza, Gabutti, Lovera.

È una follia partire il sabato alle 13 da Torino per andare a Levigliani, ameno che uno non ci abiti. Noi siamo stupidi e 10 facciamo, ciò non toglie che la cosa non incida sugli esiti dell'esplorazione.

Scendiamo il pozzo su cui si era fermato Stefano, dopo troviamo un P. 60, grande e con tanti massi appiccicati con lo sputo alle pareti. Cominciamo a pulire il bordo del pozzo per l'armo, il Gabutti tenta di buttare giù un pietrone, questi si risente e cerca di trascinarselo dietro. Così non va, bisogna attraversare il pozzo e provare dall'altra parte.

Stefano alla sommità cerca acqua per la bombola, si infila in una fessura e la passa, c'è acqua, fin troppa, che si butta in un pozzetto sui 10 m dall'imbocco stretto riempendolo tutto. Fa acqua e lascia perdere.

Intanto si è riusciti a traversare e a mettere un mancorrente; qui la roccia esiste e non si muove, Ube comincia a scendere spittando.

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Finis Africae (Abisso Fighiera) - rilievo

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Alla partenza del pozzo un meandrino con strettoia e un pozzo. Per il momento lo lasceremo stare.

Ube atterra dopo aver piantato un tot di spit, sotto c'è un saltino e un altro pozzo, grande. Usciamo tirando su le corde dai pozzi e levando i moschettoni. Torneremo, dopo l'estate. Via a Levigliani in pizzeria dalla signora Adua che ci sveglierà sulla panchina di fronte.

R.C.

16 novembre '85: Chiabodo, Sconfienza, Sailette.

Finalmente una faccia nuova: è quella di Gerard, che non vedevamo da un po'. Scendiamo per rimettere le corde e rilevare, Ube più Maria Dematteis e Otello Tocco ci dovrebbero raggiungere più tardi con le corde. Dico dovrebbero perché in realtà non li abbiamo visti se non parecchie ore più tardi al bivacco, all'esterno. In rifugio! E dormivano.

Arriviamo alla sommità del sessanta e aspettiamo invano le vacche. Decidiamo di uscire e mentre Gerard parte veloce, noi che siamo vecchi e stanchi e ormai prossimi ad appendere le jumar ad un chiodo, troviamo una diramazione alla base del pozzo Haliborange. Risaliamo un meandro (del Monolito) e sbuchiamo in un salone con grande pozzo ascendente; in un angolo troviamo un pozzo sui 15 metri ma non lo scendiamo perché le vacche dormono.

Siamo fuori, gli altri si giustificano con strane storie di bufere e ghiaccio e rischi di valanghe, slavine e terremoti. Boh! Pensare che sul monte Corchia il sole splende perenne.

R.C.

Gennaio '86: Sconfienza, Segir, Lovera.

Sempre in meno e sempre più neve. Finiamo la discesa e l'armo del 60, poi un saltino ed eccoci su una voragine robustina, 75 m non banali da attrezzare, oltretutto sott'acqua. Dejà vu.

La base del pozzo è molto ampia, la prosecuzione un po' meno: è un pozzetto asciutto che porta sull'orizzontale. L'acqua del P. 75 sbuca da un anfratto per imboccare un laminatoio strettissimo. Un meandrino parzialmente attivo ci permette di avanzare ancora una ventina di metri verso S-E nonostante l'ostacolo dell'aria che sembra spingerci via. E questo è proprio il fondo. Almeno per noi. -614.

S.S.

8 marzo '86: Chiabodo, Lovera, Dematteis, Sconfienza, Pesci, Pavia, Pavese.

Si termina il rilievo e si vede di far forzare il fondo a Riccardo che è il più magro e il più odiato di tutti.

Mentre Pavia, Pavese e Sgunfia si occupano di ciò, i restanti vanno a vedere il famoso pozzo che parte alla sommità dell'armo del P. 60. E in realtà un salto di pochi metri che dà su una grande sala inclinata. Il buffo è che troviamo una scritta e un ometto. C'è scritto KYM, un ometto e una freccia che indica uno stretto passaggio. Dove siamo? La scritta potrebbe essere l'abbreviazione di Khayyam, ma le quote e la direzione non collimano. Seduti attorno all'ometto discutiamo delusi, il nostro obiettivo era ben altro, proprio non ce l'aspettavamo.

Posiamo sacchi e bloccanti e seguiamo la freccia. Dopo un po' di metri di meandro impestato sbuchiamo in una condotta concrezionatissima con forte corrente d'aria, poi ringiovanimento e pozzo-meandro che taglia a 90°. Nessun segno di spit, forse è stato sceso in arrampicata o naturale. La perplessità aumenta. Torniamo al salone, non ci son vie evidenti, solo un alto camino; o son scesi dall'alto o sono sbucati da un passaggio in frana, una cosa sembra essere certa: questo luogo ha visto poca luce.

Potrebbe essere il solito scherzo cretino di qualche ligure spiritoso (d'altro canto se ne sarebbe vantato e quindi si sarebbe saputo) oppure siamo finiti in Corchia.

Ma dove?

Saliamo e ritroviamo gli altri: il fondo è proprio fondo. Raccontiamo delle nostre scoperte, l'unica cosa che rimane da fare è tirare giù il rilievo. La sapete una cosa? Premes-

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so che il rilievo del Fighierà è quello che è per ovvi motivi, siamo sul niente. Aspettiamo notizie in proposito e ritorneremo.

R.C.

Si ringrazia la ditta Eurospital Pharma per il materiale fornito (una confezione Haliborange).

S.S.

 

 


FIGHIERA?

S. Sconfienza


Fighiera è una malattia. A chi tocca tocca. Noi ci stiamo curando. Andandoci.

Fighiera sono 700 noiosissimi chilometri di autostrada, ma anche quintali di focaccia al formaggio a Recco.

D'accordo Fighiera è un'ora di cammino su per la strada di cava, è strisciare sotto il cancello chiuso, è la cresta del Monte Corchia, preferibilmente con neve; eppure Fighiera è anche l'abbraccio dell'Adua e Levigliani e le sue focaccine farcite, è riposarsi nel bivacco più bello ed essenziale dell'universo, è rileggere tutte le volte la targa "A Claude" mentre fili la prima corda nel discensore.

Certo Fighiera vuol dire "purtroppo" sciropparsi le menosissime Ludrie; d'altra parte "per fortuna" c'è - specie in risalita - l'interminabile teoria di pozzetti delle Ludrie, sui quali divertirsi a regolare il proprio passo, il proprio respiro e persino i pensieri. E poi lo Jo-Jo, con la solita scarica di adrenalina mentre lo armi sospeso sul baratro.

Fighiera è sia questo che quello. In fondo è così sottile il filo che separa i suoi terribili difetti dagli inestimabili pregi. Ed è il filo che separa coloro che uscendo giurano che è l'ultima volta da quelli che escono con il sorriso sulle labbra di chi ritrova in ogni risalita l'armonia tra la sua mente e il suo corpo.

Un indovinello facile: secondo voi chi si fa il culo e ne esce pure contento è più masochista o più fortunato di chi lo fa maledicendo Dio, la grotta e - in fondo - sé stesso?

Ma perché Fighiera?

Fighiera è troppo lontano ed enorme perché pochi contagiati dal morbo possano occuparsene in modo serio e non basterebbero i pochi anni della loro speleologia a conoscere tutto ciò che si dovrebbe in quella montagna.

Eppure il grande sistema, la complessità fatta abisso affascina in modo inarrestabile una speleologia che sente l'impulso di capire ancor prima che di esplorare.

La dovuta riverenza e umiltà davanti a un tale dedalo di inesplorato consiglia allora di selezionare una carta dal mazzo, non necessariamente il settebello; scelto il problema, affrontarlo nel modo più totale e sistemico di cui si è capaci.

Qualcuno per noi ha selezionato un interessante aspetto dell'interfaccia Fighiera-Corchia: i rami che dal primo scendono verso il Fiume dei Tamugni e il suo inesplorato a monte.

E benvenuto è stato il Finis Africae, bel ramo verticale che precipita verso il nulla e incredibilmente si ritrova su dell'esplorato a noi ignoto (Corchia?) e va a sfiorare i Tamugni a -620.

E benvenute saranno le novità in Onishi, Gnomo e chissà dove altro la corrente d'aria aspirerà i nostri passi.

Finirà così che attorno a questo ipotetico nucleo dell'a-monte dei Tamugni costruiremo pezzo dopo pezzo la nostra conoscenza del Fighiera, senza nessuna pretesa di arrivare troppo lontano.

Perché in fondo Fighiera non è altro che un passatempo invernale, anzi - meglio - un hobby.

O no?

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Nel ramo delle Donne all'Artesinera (foto G. Villa).

 

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CRONACHE DAL

TROPICO DEL CAPRICORNO

 

 

G. Badino


L'attento lettore di "Grotte" avrà notato sul numero precedente che un esploratore di PB e del Gran Complesso si è spostato nell'altro emisfero. È proprio vero: sono io quello lì.

Venuto per rimanere sei mesi, nei primi due mi son limitato ad ambientarmi e ad imparare il portoghese (facile), poi ho dato una fruttuosa caccia agli speleologi, riuscendo ad iniziare attività con loro.

Gli articoli che seguono vorrebbero comunicarvi una inquadratura generale della situazione qui, così come io la vedo. Sono, spesso, note preliminari perché per ora ho inciso molto superficialmente la realtà speleologica: ma ormai un'idea ce l'ho.

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Nota della Redazione. L'articolo in altre 6 pagine manoscritte prosegue descrivendo l'orografia del Brasile (che è piatto, salvo la zona amazzonica dove la montagna più alta è di 3014 m, e salvo una catena montuosa tra Rio e San Paolo), le possibilità speleologiche (per ora la predetta catena offre le maggiori, anche perché l'Amazzonia è lontana e molto piovosa ed esplorare può essere molto pericoloso), le zone esplorate e le grotte (la più profonda conosciuta è un -250, le più lunghe contano 8, 10 e 20 Km), con molti accenni interessanti (ma purtroppo la disponibilità di spazio del bollettino non è illimitata) di ordine economico-sociale (industria, agricoltura, turismo, aree "forti" e zone sottosviluppate ecc), anche in chiave speleologica perché in Brasile la speleologia è un gioco da "ricchi" del ricchissimo stato di San Paolo Si tratta di speleologi "morbidi", ma potenzialmente qualcuno è dotato (in molti splende su volti e nei movimenti "il fuoco abissale"). Il livello tecnico è zero, l'esplorabile è tantissimo e si dà subito chiuso senza scavare ecc. Nella mentalità e nei comportamenti sono molto simili agli speleologi italiani (e sensibilmente diversi dai francesi). Con essi Giovanni ha fatto un sacco di progetti e dice che un po' li realizzeranno di certo

In un altro articolo ("Valle del Ribeira", 4 pag. più cartine) viene descritta la valle più frequentata dalla speleologia brasileira, con la sua foresta primitiva (unica nell'extra-Amazzonia), su colline che arrivano a 8-900 m e con risorgenze a 4-500 m, di calcari del Precambrico superiore, con reticolo superficiale molto attivo e complesso, valle isolata e povera, abitata da discendenti di schiavi fuggitivi incrociati anche con gli indios, gente detta Caboclos che ha una parlata di stampo africano e che è molto amica degli speleologi. Lì sono già note circa 200 grotte. La zona è divisa in due zone distinte di influenza dei due Gruppi speleologici di San Paolo, che lavorano indipendentemente uno dall'altro (a S. Paolo c'è anche una Società speleologica). L'articolo termina con queste parole "Quante cose eh, si possono fare qui. Peccato che mi mancherà il tempo. Ma per ora basta note preliminare passiamo ai buchi"

E passiamo dunque a "Casa de Pedra" pubblicato integralmente

 

 

 


CASA DE PEDRA

 


È un traforo idrogeologico di circa due chilometri di sviluppo. L'ingresso a monte, a Nord, a detta dei brasiliani è il più grande portale del mondo. Ora che l'ho visto lo dico anch'io: è alto centosettantasei metri per una cinquantina.

E lo è senza trucchi: ha proprio il soffitto piatto, anzi, ha pure un bucazzo nel centro, un ambiente stupefacente. Vi entra un largo torrente che in magra porta qualche decina di litri al secondo ed in piena porta anche tronchi e per quattro giorni ha bloccato degli speleologi. Capita proprio dappertutto.

L'accesso settentrionale è raggiungibile in quattro buone ore di cammino dal rifugio del CAP. L'acqua esce a Sud da una bocca relativamente piccola sovrastata da un portale che giudicherebbe imponente (venti-trenta metri di diametro) chi non avesse mai visto quello di ingresso. Questo secondo accesso è ad una sola oretta da una strada carrozzabile e per questo è l'accesso "turistico" alla grotta.

I due punti in cui si lasciano le auto, uno per arrivare ad un ingresso e l'altro per l'altro, sono però assai lontani: circa ottanta chilometri di strada di cui una ventina non asfaltati.

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Né esiste un sentiero esterno che porti da un ingresso all'altro: per fare il percorso ci vorrebbero giorni, o quasi, e taniche e taniche di Autan.

La regolarità con la quale la gente dice che la grotta in cui regolarmente va ha caratteristiche uniche al mondo è ben nota: ora è la più difficile, ora ha le concrezioni più belle o più strane, ora è la più profonda: ora questo ora quello. E quando i brasiliani mi dicono che Casa de Pedra ha il portale più alto del mondo penso: ci risiamo.

Centosettantasei metri, mi dicono.

...centosettantasei? mica piccolo.

E penso: Rio Martino dieci, Perabruna venti, Fighiera tre, Pollera cinque, Revel cinquanta. No, non ci siamo.

L'ingresso minore di Casa de Pedra (foto G. Badino).

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Sta a vedere che è proprio grosso.

Vi andiamo la mattina del Venerdì di Pasqua dopo aver dormito in qualche modo in macchina perché il rifugio è pieno di pulci e non abbiamo voglia di montare la tenda.

Quattro ore di sentieri più o meno pianeggianti. Di rado ci sono panorami ampi: in genere la foresta copre tutto e si intuiscono valli e dorsali dai saliscendi e dai frequenti ruscelli. Di tanto in tanto una casa di Caboclos.

Sentieri, sentieri e miriadi di insetti per quando ci fermiamo.

Poi iniziamo a scendere e sul monte di fronte si comincia ad intravedere una parete solcata da un portale davvero grande.

Scendiamo per un centinaio di metri fino ad un torrente ampio, in cui cominciamo a camminare verso valle per qualche centinaio di metri. Poi svolta, precipita in due cascate ed entra in grotta.

Noi ci siamo già anche se ancora circondati da sole e foresta: quasi duecento metri sopra di noi c'è un soffitto. Scatto foto.

Poi decido che invece di scendere salirò il ghiaione che lo costeggia sotto la parete di destra ed arriva quasi al soffitto. Chiedo a Fabio se i buchi che si vedon lassù, che sembrano livelli fossili, son noti: sì, dice, chiudono. Vediamo. Schizzo verso l'alto sul ghiaione inclinatissimo fino ad un paio di passaggi in roccia dritti sul torrente, lontanissimo sotto di me. C'è un buco. Un pozzo. Non posso sondarlo con sassi perché ho paura di prender la gente laggiù. Ed in alto, sopra passi in roccia da non fare con la macchina foto a tracolla, si vede una galleria.

Di fronte a me, però, c'è lo spettacolo migliore, l'Ingresso Orizzontale Assoluto, come spero potrete veder dalle foto.

Torno giù da Fabio. Chiuso eh? Sì ci son andati miei amici. Begli amici, bisognerà tornare. Mangiamo tutti quanti ed entriamo: siamo in dieci.

Ho una bella attrezzatura: fotoforo "essenziale" (diciamo così) con beccuccio sfondato, casco di alluminio che ogni volta che tocca sembra di avere in testa una pentola, proprio una pentola. Una maglietta da tuta da ginnastica che poi taglierà per il caldo e sopra tutto una tutina da passeggio, da donna, che ho comprato per un migliaio di lire in un negozio di roba usata. Visto che era l'unica ma che non ci stavo, ne ho squarciato cavallo ed ascelle. Le calzature sono scarpe da tennis di plastica: ho fin nostalgia dei mercanti genovesi e triestini. La missione è uscire dall'altra parte. Si deve nuotare in due inevitabili punti. Nuotare? Sì sì nuotare, lo sappiamo che voi europei avete orrore dell'acqua in grotta!

Sbuffo. Nuotare in grotta, vestiti così, è indecoroso anche se fa caldo.

Solito caos di blocchi, appare un soffitto a pochi metri di altezza e questo mi mostra che ho fatto male a non sondare il pozzo, lassù, perché non arriva sin qui.

Procediamo lenti saltando da un masso all'altro ed ogni tanto entrando nell'acqua (20°C) sino alle ginocchia. Continuo a guardare il soffitto e a chiedere a qualcuno di riaccendermi l'acetilene: son senza accendino, ovviamente, e mi si spegne di continuo.

Fabio ed un altro sono avanti. Assaggio un paio di gallerie alte, ma non sembrano nulla.

Questa grotta l'avete già vista in molti: è tanto simile al tratto di PB sotto la confluenza che a tratti ho un senso di irrealtà: stessi colori, forme, fanghiglia, rade concrezioni, accenni di livelli superiori. Incredibile. Dopo una oretta raggiungiamo i primi due: Fabio sta facendo una risalitina e questo me lo fa cominciare a stimare. Ismael ed io gli andiamo dietro su concrezioni facili sino a dove si è fermato, su un terrazzo. Mi alzo io, ora, e scopro che, come è ovvio, le concrezioni sono diventate marce e fangose. I gestori qui son gli stessi che si occupano del fondo di PB: non si può proprio lavorare in incognito. Dico ai due che per tornare ci vorrà una corda e con vari miracoli salgo una decina di metri in cui occulto con cura il fatto di essere spaventatissimo.

Su c'è una galleriona concrezionata, vergine. Arrivano su anche gli altri due ed una corda (velo pietoso su che corda è). Spazzoliamo un po' lassù ma tutto o chiude in belle concrezioni o ricade sul torrente.

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Poi giù, ed avanti con gli altri sino ad un lago dove bisogna immergersi. Mi alzo su un livello di galleria alto e lo guardo un po', poi scendo dagli altri. Sto soffrendo. Fa caldo e farebbe sin piacere fare il bagno, ma dentro di me il Pilota che mi ha sempre guidato sopra laghi e a lato di cascate è indignatissimo: noi, noi immergerci! dice. Fabio dice che val la pena, anche solo per sapere, di cercare una via alta. Il Pilota lo guarda con piena approvazione: il punteggio di Fabio sta salendo proprio tanto.

Sì, dico, se il lago finisce laggiù io già la conosco la via fossile, son le gallerie dove ero prima: andiamo. Qualche passo in roccia, vasti ambienti concrezionati a destra del torrente e poi giù. A valle del lago.

Il Pilota, dentro, ha un sorriso largo sino alle orecchie. Proseguiamo con gli altri, zuppi, verso il secondo lago, quello che sicuramente non si supera perché ha le pareti lisce verticali, mi dicono.

In testa mi arriva l'idea di fare un autoscatto immerso in acqua, con la sola testa fuori. Comincio, anzi, ad esser affascinato dall'idea. Inoltre mi dico che, checché sostenga il Pilota, bisogna imparare a far speleologia in tutti i modi. Se qui si fa nuotando in T-shirts, bisogna nuotare! Macché, dice il Pilota, noi dobbiamo guardare fin dove arrivano i nostri criteri, non abbandonarci a quelli degli altri prima del tempo. Aggirare il secondo lago e poi semmai fare bagno e foto.

Secondo lago. Pareti verticali. La gente si prepara, ci vuole anche una corda di guida. Il Pilota mi dice che pochi metri indietro ha visto una galleria alta che cercava di nascondersi vedendoci passare: se non è l'aggiramento è comunque da vedere.

Mi alzo su concrezioni e sbuco in una gran galleria con aria, orme, concrezioni e un bell'arrivo in alto. Avanzo un po' verso valle ma poi ricordo (Dio mi maledica) che se mi si spegne la luce non ho modo di riaccenderla. Torno e dico giù che c'è qualcosa. È Fabio quel che rinuncia a nuotare e viene a vedere. Avanti cinquanta metri ed il mito che per percorrere la Casa de Pedra bisogna bagnarsi è distrutto: sbuchiamo a valle del secondo lago. Il Pilota non sorride, ci guarda con sufficienza. Salutiamo beffardamente i nuotatori che ancora stanno operando e avanziamo in ambienti sempre più vasti finché in cima ad una enorme china si apre il portale d'uscita. In basso il torrente esce da uno minore. Usciamo ad aspettare gli altri. Solo qualche minuto però: è l'imbrunire e le zanzare ci ricacciano ad aspettare dentro. Poi ritorniamo indietro. Voglio ancora vedere l'arrivo alto sopra la galleria che aggira il secondo lago. Ci vado, con dieci metri di salita triviale. Ed è ancora galleria. Fango quasi secco. Immacolato. Nessuno si era preso la briga di vederla: e questa è una delle grotte più frequentate in Brasile, a dieci minuti da un ingresso che è a un'ora di cammino dalle auto. Una grotta da corsi!

Sì, cari signori, si possono fare un mucchio di cose in Brasile, altro che Carnevale. Devo lasciar perdere per i soliti problemi di luce, ma non credo ci sia più di quel che ho visto, ricadute su torrente. Scendo.

Poi incontro Fabio, e glielo dico. E lui capisce, e mi guarda grave, e mi dice che ci tornerà. E io penserò che costui è, senza dubbio, uno speleologo. E che lo inviterò in Italia, e che anche qui potrà fare un mucchio di cose. Poi un interminabile "mato" notturno ci porta al rifugio.

Poi altri due giorni di grottine in cui onorerò l'impegno di trovare SEMPRE cose nuove. Impegno che durerà finché non tornerò nel Marguareis e nel Corchia, e anche dopo.

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N.d.R. Mentre il bollettino è già (come si suol dire) in macchina, è giunto dal Brasile un altro articolo di 6 pagine Dovete pazientare sino al prossimo numero.

 

 

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Battute a correnti d'aria

B. Vigna


Le battute invernali sui massicci carsici offrono l'opportunità di scoprire nuovi ingressi, di ampliare anche dall'esterno le conoscenze sullo sviluppo dei sistemi sotterranei già noti.

Gironzolando nelle zone più alte è facile individuare serie di buchi soffianti nella neve: ognuno di questi indica presenza di circolazione d'aria sovente legata ad un sistema sotterraneo. Frequentemente, nella stagione estiva, quando la circolazione d'aria è invertita, è invece difficile individuare gli ingressi, spesso mascherati o nascosti, inoltre la corrente è necessariamente meno percettibile rispetto alla circolazione soffiante. Le correnti d'aria così ricercate dagli speleologi sono spesso legate alla presenza di importanti sistemi sotterranei.

I meccanismi di questa ventilazione sono relativamente semplici in teoria, ma per ogni complesso carsico, caratterizzato in genere da numerose aperture, anche di dimensioni molto ridotte (fessure di pochi centimetri di larghezza), sono presenti numerose complicazioni dovute principalmente alla non conoscenza dell'insieme del sistema.

Il primo fattore importante che innesca la ventilazione consiste nella differenza di densità tra l'aria interna e quella esterna che, a sua volta, dipende da vari parametri. Il più rilevante di questi è la temperatura, secondariamente la pressione atmosferica, l'umidità dell'aria, ecc. L'aria, per esempio, più calda all'interno durante l'inverno, essendo più leggera di quella esterna alla stessa quota, tende a salire uscendo dall'apertura inferiore. Nella stagione estiva si osserva l'inversione del ciclo. Lo schema di questa circolazione è quello tipico e conosciuto del tubo a vento (Gèze 1965). Esistono inoltre altri fattori rilevanti legati alla geometria e alle dimensioni del sistema. Il dislivello e la distanza tra i vari ingressi sono importanti, così come il diametro dei condotti. Il ruolo delle variazioni di pressione tra le cavità e l'esterno, l'influenza del vento sulle entrate può diventare anche non trascurabile.

L'unione di molti fattori favorevoli, quali una uscita inferiore unica e numerose entrate superiori, notevoli dislivelli tra gli ingressi alti e bassi, grosse dimensioni dei condotti carsici, temperature esterne elevate ed interne basse, può produrre correnti d'aria molto violente che all'ingresso inferiore, nei tratti stretti, possono anche superare i 100 Km/h. Bisogna comunque essere diffidenti quando si trovano correnti d'aria violente: un buco con forte ventilazione può corrispondere semplicemente ad una entrata inferiore piccola sormontata 50-100 metri più in alto da vasti ingressi aspiranti.

Ma sui sistemi carsici con numerosi ingressi ed uscite avarie quote, il meccanismo del tubo a vento non riesce a spiegare numerosi interrogativi, quali quote di inversione delle correnti, grotte alla stessa altezza e collegate con il sistema ma con circolazioni opposte, e così via.

Un complesso sotterraneo può essere paragonato ad un qualsiasi circuito chiuso a circolazione naturale. La portata circolante è data dall'uguaglianza tra la D pm (differenza di pressione motrice) e D p resistente detta anche caduta di pressione, dove D pm è proporzionale alla differenza di densità dell'aria tra l'interno della cavità e l'esterno (r 1-r 2) e l'altezza del sistema data dalla differenza di quota tra gli ingressi più bassi e i più alti. [D pm = (r 1-r 2) e h]. La D p resistente è proporzionale ai coefficienti di attrito interno (f), alla lunghezza dei vari tratti di condotte (L) ed al vario loro diametro (D), alla densità dell'aria all'interno della cavità (r ) e alla velocità media dell'aria (W), (D p resist. = f L/Dr w2/2).

Quando D pm = D p resist., il sistema è in equilibrio; avremo così una circolazione d'aria da un certo numero di bocche aspiranti verso le bocche soffianti. Ora in un sistema con numerosi ingressi avremo che, a partire dalla bocca aspirante più bassa e salendo

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Schema delle circolazioni d'aria

verso l'alto, cresce la portata d'aria nel condotto principale: quando si raggiunge l'equilibrio (D pm = D pr) si determina la posizione di una ipotetica linea di inversione del sistema. E questa quota, posta all'interno del massiccio carsico, che regola la circolazione d'aria delle varie cavità: non è quindi la loro posizione alti metrica esterna, ma è il punto di confluenza del condotto con il sistema principale (vedi figura). Per questo motivo è possibile spiegare circolazioni anomale come correnti opposte di due cavità alla stessa quota facenti parte di un unico sistema, o ingressi estivi soffianti (comportamento da ingresso basso) posti a quote molto elevate, quasi in prossimità della sommità del massiccio.

In realtà il meccanismo che regola la circolazione d'aria di un sistema carsico può essere ancora più complicato, numerosissimi sono i parametri in gioco, e nei sistemi molto vasti, con numerosi ingressi, possono sussistere diverse linee di inversione poste a quote differenti con numerosi circuiti che possono funzionare anche indipendentemente gli uni dagli altri.

 

Bibliografia

Cigna A.A., 1967: An analytical study of air circulation in caves. Journal Speleology, 3, pp. 41-54.

Cigna A.A., 1978. Meteorologia ipogea, Manuale di Speleologia, Milano, pp. 341-367.

Gèze B., 1965. La spéléologie scientifique, Coll. Le Rayon de la Science, Seuil, Paris, 190 p.

 

 

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STORIE

DI LUPI E CACCIATORI

 

 

R. Pavia - M. Scagliarini


Il passato è insignificante

dopo il cambiamento.

Ora tutto si muove,

e la voglia di scappare

si tramuta in voglia di giocare,

con nuove esperienze

inedite alla conoscenza.

Quel passato non conta più

sulle orme del percorso,

e immagini sempre nuove

affioreranno,

fino a raggiungere la meta.

Ero risalito sino alla Piana del Biecai, cosa che d'altronde avevo fatto anche la scorsa primavera, alla ricerca, chissà, di qualche smunta primaticcia marmotta che potesse dare una piacevole sensazione della fine dell'inverno al mio magro stomaco ed invece finii per incontrare tre umani, strani, bizzarri.

Il loro odore si era fatto man mano più persistente eli precedeva con prepotenza nel-

Un pozzo della zona Alfa del Biecai (foto M. Scagliarini).

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l'aria tersa del giovane giorno. Finalmente li scorgo, indubbiamente una di loro è una femmina, non ha barba, né baffi ed il suo odore è un po' più gradevole di quello dei suoi compagni che continuano ad osservare la sua coda avanzando nella piana. Quand'ecco che cominciano a gridare, a mugolare, forse mi hanno visto penso, strano, poi cadono in ginocchio, pacche sulle spalle, un grosso buco tondo nella neve davanti a loro è oggetto di grande attenzione. Si affacciano, ridono, gettano pietre sul fondo, forse sono giovani cacciatori - penso - e vogliono stanare la loro preda dalla tana. Rido. Stolti. L'unico animale che abita quelle profondità - e lo so perché mio nonno lo raccontò a mio padre - è la Notte dei Tempi.

Un dubbio: che fossero quelle strane bestie umanoidi che d'estate vedo con le loro tute colorate scomparire un po' per tutto il Marguareis e riemergere infangate Con un sorriso ebete?

* * *

Forse potreste pensare che una gita di scialpinismo non abbia niente in comune con la speleologia. Come andare in grotta sognando di essere fuori, a fare i romantici con una dolce fanciulla di nome Arianna. Ma noi non andiamo a caccia del Minotauro, portiamo a spasso i nostri sci su per le montagne.

La nostra curiosità ci spinge a fare delle interessanti scoperte, sia sulle grotte che sulle persone. Di quest'ultime è superfluo parlare, poiché parlano già loro stesse con variopinti comportamenti. Sulle grotte invece, il discorso è diverso ed è divertente cercare di cogliere il loro significato.

L'ho detto anche a mia madre, da sempre curiosa dei miei guai, usando un'aria grave ed ironicamente compiaciuta: "sono andato alla ricerca di cavità (nascoste ai miei desideri)". Le voglie non erano solo le mie. Sparpagliate fra Carnino ed Artesina, bande di astutissimi trappers dell'abisso hanno vagolato, assi ai piedi, per tutta la settimana di Pasqua. Bello fisso sulle Alpi.

Scialpinismo e grotte quindi. E i mezzi giustificano il fine. La mia incoscienza non è sufficiente a farmi capire che forse pretendo un po' troppo dalle mie gambe, dal momento che non ho mai fatto scialpinismo in vita mia. D'altronde Mauro è da poco che va in grotta, perciò uno scambio culturale non può che giovare ad entrambi.

Chi poteva immaginare sei-giorni-sei di sole pieno, certo non i nostri nasi viola o le pelli di foca marce d'acqua già a mezzogiorno. La spola fatta più volte tra il Rifugio Mondovì e la Capanna ci ha fatto conoscere innumerevoli pieghe nascoste di quell'enorme lenzuolo bianco e provare l'ebrezza, impossibile in estate, di scivolare in mezz'ora dal Colle del Pas al Pis dell'Ellero.

Un lungo pellegrinare tra bianche distese alla caccia dell'abisso. Una ricerca guidata dall'istinto e dal fiuto dello speleologo. E l'odore dell'abisso scaturisce dalle viscere della terra ed inebria la zona circostante. "Stavvi Minos orribilmente e ringhia" e tante volte della coda si cinge quanti sono i pozzi sotto i nostri piedi.

Già la prima notte io e Mauro ci avventuriamo su per un nevaio, in cima al quale un canalone lungo una trentina di metri conduce ad un bel buco in parete. Da come è piazzato potrebbe essere una vecchia risorgenza del Piscio dell'Ellero. Purtroppo, giunti all'attacco del canalone, dobbiamo fermarci a causa della forte pendenza (intorno ai 45°) e della neve che non tiene.

Il mattino dopo partiamo verso il Ballaur pensando di andare in zona D. Passiamo per la piana del Biecai trovando una serie di buchi aspiranti ed un bel pozzo che potrebbe essere l'alfa 16. Sono ingressi intermedi e si comportano da ingressi bassi. E probabile che non ci sia stata ancora inversione e questa ipotesi è rafforzata dal fatto che gli ingressi alti che troveremo soffiano tutti, dal Colle del Pas fino al Ballaur compreso. Ci deve essere un sistema sotto il Biecai in relazione, seppure non diretta, con Piaggia Bella. Dal punto di vista idrologico, tutta questa zona, come quella lungo la serie di doline

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e pozzi della faglia Gaché-Saline, è tributaria del Pis dell'Ellero. L'acqua del Gaché risorge all'Ellero, ma il Gaché sicuramente finisce in Piaggia Bella. Ciò lo dimostrano l'analisi strutturale dei rilievi topografici ed il gioco delle correnti d'aria Gaché-Gola. Dunque se esiste questa diffluenza sotto la faglia sopracitata, i due sistemi sono in relazione. Da provare, comunque, la percorribilità umana dall'uno all'altro sistema.

Giunti sul Colle del Pas, l'invitante discesa ci costringerà ascendere fino alla Capanna, accondiscendendo così ai desideri dei nostri sci.

Il giorno dopo torniamo al Mondovì, dove sciatori, speleologi e clandestini si rubano a vicenda l'aria che respirano. E quindi opportuno fuggire ancora una volta per le bianche distese. Il mattino seguente ritorniamo al Biecai seguendo un itinerario più alto rispetto al precedente. Troviamo altri buchi soffianti un centinaio di metri sotto il Colle del Pas.

Il mio sciocco entusiasmo da principiante mi faceva sussultare per qualsiasi marcio pertugio della neve. Aria o non aria? Fiammiferi controvento, altimetro, cartina, bussola, segni misteriosi sulla roccia, riti arcani a me sconosciuti e voglia di tuffarmi (assicurato) a conoscere l'invisibile vuoto. Retorica? No, solo un gioco divertente.

Ritorniamo alla capanna dove rimarremo in compagnia di una spedizione di Belgi. Scarsamente comunicativi, poco in sintonia con noi, nonostante i nostri tentativi di accoglienza, scopriremo che parlare col vicino di casa è più arricchente. La sera andiamo a P.B. ad esplorare la zona tra la Baby Besson e l'Oracolo di Delfo e troviamo una via alternativa per raggiungere quest'ultimo. Risalgo un camino poco prima della salle Besson, ma purtroppo mi fermo su meandro stretto. Un giro divertente tutto sommato, anche perché Piaggia Bella nella sua prima parte appare con vesti inconsuete, e cioè magicamente addobbata da una miriade di stupende concrezioni di ghiaccio di tutte le forme e dimensioni.

L'indomani ci ritroviamo erranti per il bianco anfiteatro di zona D. L'eco degli stillicidi causati dal disgelo dona all'ambiente una straordinaria sensazione di fluidità, come il basso continuo nella Pastorale di Bach. Peccato che questo microcosmo così potenzialmente interessante, per ciò che cela al suo interno, continui a non dare speranze. Troveremo solamente due doline soffianti che bisognerebbe disostruire duramente.

Ed arriva il momento del ritorno. Però ci rendiamo conto che manca ancora qualcosa alla nostra esperienza: Pian Ballaur. Saliamo veloci e soprattutto scarichi perché lasciamo gli zaini al Colle del Pas. Proprio sotto il punto più alto della cresta c'è un buco con una violenta corrente d'aria. Forse potrebbe essere Fine di Mondo, ma la sua posizione non mi convince. Quaranta metri più sotto, in direzione delle Saline, un altro buco soffia col suo gelido fiato. L'estate ci darà il tempo di risolvere questi misteri.

Ed infine l'inevitabile contatto con la civiltà: il Mondolé che si squaglia ed un canalone slavinoso fanno da confine tra il nostro mondo e quella fiumana colorata di gente che si riversa giù per le sporche piste di Artesina.

 

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NUOVE ESPLORAZIONI

A RIO MARTINO

 

 

F. Tesi e M. Galliano (GGP)


Un bel dì, Birci, Mauro, Maurilio ed io decidemmo di andar a visitare Rio Martino, nella parte non ancora rilevata oltre la sala Rossa, che per parecchi motivi e per molto tempo era rimasta la nostra ultima meta: a qualunque costo avremmo trovato la prosecuzione. Partimmo il sabato sera, pensando che per fare un pò di allenamento era necessario portarsi appresso qualche Kg (20) di paletti di ferro da piantare nelle pareti fangose per arrampicare (risultato completamente inutile).

Dopo essersi adeguatamente bagnati, sino alle costole (Birci fino all'ultimo capello), la cosa migliore da fare per temprare il corpo e lo spirito era quello di accamparsi per terra, e dormire, per poi proseguire al mattino con le idee molto più "fresche" nella testa... L'idea più chiara di tutte, è stata come al solito mia e di Maurilio, che dopo aver attaccato un cordino al martello, l'abbiamo ripetutamente lanciato fin quando non si è riusciti ad ancorarlo in una nicchia marcia di un buco a 7 m di altezza. Visto che "per caso" il prode Maurilio era l'unico che disponeva di autobloccanti, "per caso" venne invitato a proseguire sulla corda.

Risalendo il pozzo da 7 m, abbiamo trovato una sala con tre finestre arrampicabili, a 5-6 m di altezza, e alcune possibilità di discesa verso il basso; ci siamo poi accorti che una di queste vie ci riportava nella stessa saletta di partenza, senza bisogno di armare il pozzo da 7. La prima finestra, una spaccatura che sale per alcuni metri e poi si affaccia su un terrazzino della sala rossa, è comunicante con il secondo buco che si vede dalla sala precedente. La terza possibilità, un meandrino ascendente da arrampicare (naturalmente sotto un rigagnolo d'acqua che ti cade diritto sulla testa), porta ad una serie di risalite, e poi ancora meandro fino in una saletta, dove due condotte molto strette portano avanti, e una sala di pochi metri, e prosegue nella direzione opposta, sbucando su una sala; ancora avanti, altra sala con una condotta in basso sulla sinistra, che porta su un salone grosso, molto franante con un pozzone sui 35-40 m: la Sala Rossa.

Siamo arrivati sopra. Tramite un meandri no stretto (non ancora riportato sul rilievo) sulla destra siamo riusciti a passare il pozzo per poi finire su uno successivo da 15 m; dopo averlo disceso ci siamo accorti di aver fatto un giro morto, perché eravamo finiti nella sala di fianco alla sala Rossa. Era tardi, e dopo aver disarmato abbiamo deciso di ritornare in altra data (l'acqua gelata era sempre lì che ci attendeva al varco).

La volta successiva infatti abbiamo trovato alcune condotte che portavano sopra la sala trovata prima, con altri pozzi, alcuni ancora da scendere, e diverse sale con diverse finestre ancora da vedere. Uscendo, con l'aiuto di Stefano, abbiamo rilevato, mentre Poppi e Carlo continuavano ad arrampicare. La risalita complessiva, partendo dalla sala Rossa, è intorno ai 70-80 m, nei punti più alti delle arrampicate (forse non tutte rilevate). Se i calcoli non sono errati, riportando il rilievo sulla tavoletta IGM, ci dà come riferimento la quota 1740-1750; i nostri calcoli ci portano ad un'altezza massima di 1720-1730, sulla direzione degli impianti da sci nei pressi della seggiovia. Teoricamente non dovrebbe mancare molto ad una eventuale uscita, anche se probabilmente sarà ostruita da detriti di frana, o impraticabile per una persona (a questo punto se non ce la facciamo); si presume che di inghiottitoi ce ne fossero diversi, perché in tutti gli ambienti sopra la sala Rossa si trovano molti ciottoli di serpentine, blu, rotondi e alcuni di dimensioni notevoli. Purtroppo in quelle zone non si può proseguire seguendo un filo logico, perché l'aria si disperde negli ambienti grossi e non si capisce in che direzione vada, benché ve ne sia in tutte le risalite fatte, e gli ambienti sono tutti franati con prosecuzioni da tutte le direzioni e non si riesce a capire quale è giusto seguire. Abbiamo lasciato alcune cose in sospeso, e ci siamo ripromessi di ritornare per rilevare i rami mancanti, e per arrampicare tutto quello che sarà possibile.

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Carta 1:10000 della zona del Rio Martino

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Rio Martino, nuove esplorazioni (Sala Rossa) - rilievo

 

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E venne il tempo

Della nuova valle

 

 

A. Gaydou


Mentre le bistecche si rosolano sulla brace ed il vino ci scalda, prima dell'ennesimo bivacco, sotto le stelle, facciamo il bilancio delle ultime conquiste, in fatto di grotte e di donne.

Ultimamente le cose sono girate abbastanza bene e, per continuare su questa... retta via, decidiamo di dare un'occhiata a certi buchi, visti da Claudio, in Val Gesso.

Dopo una rapida perlustrazione, in zona Dragonera, passiamo nella zona della Grotta del Bandito, ove iniziamo la battuta arrampicando una decina di buchetti, purtroppo toppi. Claudio propone di andare a vedere una piccola risorgenza, da lui esplorata con Cagnotto e chiusa da sifone.

Giunti in loco, troviamo il sifone evaporato ed una buona corrente d'aria. Ululando di gioia, iniziamo a percorrere una bassa galleria a pressione, che ci porta ad un saloncino, oltre al quale parte un cunicolo a pressione, lungo una ventina di metri e con un diametro di circa 40 cm. che sbuca in un bel meandro inclinato (calcare nero e scallops ricordano tanto il Lupo), per poi tornare in un meandro-strettoia, a sinistra, terminante in una bassa saletta, oltre la quale una strettoia infame. Prova Claudio e si incastra: lo stappo e provo io. S'incastrano anche i peli della barba, ma riesco a vedere che scende verso sinistra per 2 m, quindi nuova buca da lettere, verso destra. Claudio ci riprova, ma dopo poco è di color "verde-marron-bleu scur", tendente al cianotico, per cui esce. Tenta anche un'altra fessura, vista nel primo meandro, con il solito numero alla "strapp" al punto di far sopravvivere solo occhiali e naso, ma non passa.

Piuttosto delusi, torniamo al sifone e noto un passaggio a Sud-Est. Ora il divertimento è tutto mio, quindi giù a testa prima in una facile buca da lettere, lunga una ventina di metri, fino ad una saletta, oltre la quale la strettoia continua in discesa, fino ad un sifone di sabbia, che scavo con il casco, riuscendo a passare, non senza aver rotto qualche costola. Ora la strettoia sale fino ad un'altra buca da lettere, per posta fine, ma in qualche modo riesco a passare, giusto quanto basta per vedere la fessura continuare con quattro miserabili dita di spazio e forte vento, che porta via i miei sogni di gloria.

Il resto: prossimamente su meandro 5.

 

 

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RECENSIONI

 


 

G. Villa, Terzo elenco catastale delle grotte del Piemonte. A cura dell'AGSP e della Regione Piemonte, Torino 1985.

Come avevamo annunciato sul Notiziario nel bollettino scorso, è uscito finalmente il 3° elenco catastale delle grotte del Piemonte, a 21 anni dal 2° e a 26 dal 1°. Giuliano Villa vi ha condensato i dati avuti da tutti i gruppi speleologici che hanno operato nella regione, gruppi che sono essenzialmente piemontesi, liguri e francesi. Come è agevole arguire, dato il lungo lasso di tempo trascorso, il numero di cavità in oggetto si è sensibilmente alzato: da 189 grotte del primo elenco e 233 del secondo, si passa a quasi 800 del presente. E interessante notare come oltre la metà delle nuove cavità sia accentrata nel massiccio del Marguareis (oltre 200 solo nel comune di Briga Alta) e in quello del Mongioie (più di 200 anche qui). Per contro, si può rilevare come siano centinaia le nuove grotte catastate al di fuori delle Alpi Liguri, a testimonianza di ricerche che hanno investito tutti gli angoli della regione.

Chi fosse interessato a ricevere la pubblicazione può richiederla all'AGSP, presso CAI-UGET, Galleria Subalpina 30, 10123 Torino, oppure può telefonare a Villa, 011/93.56.133.

 

 

Marco A. Bologna e Augusto Vigna Taglianti, Fauna cavernicola delle Alpi Liguri. Annali del Museo Civ. di St. Nat. "Giacomo Doria" di Genova, Vol. LXXXIV-bis (1984), Genova 1985. Pubblicato per cura di L. Capocaccia e G. Arbocco.

È pervenuto alla biblioteca del GSP l'ultimo numero degli Annali del prestigioso Museo genovese: è piuttosto voluminoso (389 pag.) ed è interamente occupato da una grossa monografia sulla fauna cavernicola delle Alpi Liguri, che compendia i risultati delle ricerche biospeleologiche svolte in questa area da Bologna e Vigna Taglianti negli ultimi vent'anni, integrati da quelli raccolti presso altri studiosi e da un riepilogo di tutta la bibliografia esistente a riguardo.

Va intanto ricordato, per dare una misura della mole dello studio (la stesura del testo ha richiesto sei anni) che le Liguri costituiscono una delle maggiori aree carsiche italiane e mediterranee, contando circa 800 cavità a catasto e almeno 1250 note (circa 550 nell'Imperiese, 200 nel Savonese, 500 nel Monregalese e Cuneese). Per comodità di studio il territorio è stato diviso in 11 zone carsiche. Tra coloro che hanno portato un grosso contributo alle conoscenze è ricordato il nostro Achille Casale, e altri amici del GSP sono menzionati tra coloro che in varia misura hanno collaborato.

Dopo un inquadramento generale geografico e geologico (quest'ultimo redatto in forma molto comprensibile da L. Corda e G. Mariotti, con schemi e rappresentazioni grafiche), viene fatto un riepilogo delle ricerche svolte in precedenza, quindi si passa ad esaminare le cavità del vasto territorio e la loro fauna cavernicola: quest'ultima parte occupa metà della pubblicazione e vi sono interessate oltre 350 grotte, considerate una per una con le specie ritrovate. Le specie sono poi elencate in apposito capitolo (100 pagine): è un catalogo sistematico (con cartine di distribuzione) che comprende 428 specie. Seguono considerazioni zoogeografiche, incentrate sulle 94 specie eucavernicole (di cui una sessantina di troglobi), alcune anche molto specializzate (si contano quasi una quarantina di endemismi), tanto da riconoscere questo settore alpino come "una delle zone più significative per lo studio zoogeografico dell'intera regione italiana e mediterranea", come v'era del resto da aspettarsi dato che le Alpi Liguri fanno da cerniera fra l'area

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alpina e le aree appenninica e provenzale-pirenaica. Interessante è anche l'esame degli aspetti ecologici del popolamento faunistico (sono risultate a elevata densità le fasce tra 2000 e 2200 m, tra 1200 e 1400, tra 200 e 400), con la distribuzione altitudinale delle cavità, la loro morfologia, la classificazione delle specie per associazioni cavernicole e i confronti tra esse, la distribuzione altitudinale degli eucavernicoli, e il confronto tra le varie zone carsiche, da cui è risultato un elevatissimo indice di endemizzazione delle Liguri. Anche il confronto con altre "regioni" (operabile con altri settori delle Alpi occidentali, Appennino Ligure, Corsica e Sardegna) non fa che evidenziare un forte isolamento di tutte queste. Sono infine riportati un indice in ordine alfabetico delle cavità e una ricchissima bibliografia (quasi 500 titoli).

Con queste sommarie righe di recensione e scarni dati si è cercato di dare un'idea dell'importanza di questo lavoro. Ma altri aspetti vanno sottolineati. E stata infatti una gradevole sorpresa notare come nella dedica si sia voluto rendere omaggio (e in parlata brigasca) ai partigiani che in quelle grotte hanno trovato rifugio 0 morte. E come in calce alla prefazione con la data e il luogo oltre a Roma compaia anche Viozene. E come nella stessa prefazione gli autori abbiano ricordato la gente di montagna per le preziose indicazioni e la fraterna ospitalità: è una cosa piuttosto insolita che è qualificante non meno che l'aver prodotto un serio, ponderoso e importante studio scientifico.

M.D.

 


NOTE TECNICHE

 


L'imbrago "rapido" della ditta L. Ochner è entrato in produzione con una piccola modifica. Per ovviare al difetto riscontrato da alcuni speleologi di ostacolare il movimento laterale delle gambe nelle pompate su corda o in spaccata in meandro, è stato aggiunto sulla fascia inferiore del cosciale un anello di fettuccia in cui passa il nastro anteriore di chiusura. Con questa soluzione si riescono a guadagnare alcuni centimetri sufficienti a spostare indietro il peso e di conseguenza a non stringere sui fianchi permettendo una più ampia libertà di movimento.

Questa modifica è stata ideata, provata e poi consigliata dall'amico Mario Vinai di Brescia a cui va il nostro ringraziamento per la preziosa collaborazione.