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GROTTE

anno 28, n. 89 - settembre-dicembre 1985

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

 

sommario

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La parola al presidente

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Notiziario

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Attività di campagna

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P.B.: oltre il fondo

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L'artiglio sinistro dell'abisso Volante (F3)

23

Al Buco di Valenza

24

P.B.: le gallerie Mistral

26

F5

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Sardegna '85

32

Ricerche biospeleologiche 1985

35

Una palestra a Pinerolo

36

Note tecniche: la Ferrino Geo 3

 

 

Redazione:

Marziano Di Maio

(resp.)

 

Giovanni Badino

 

 

Alberto Gabutti

 

 

Laura Ochner

 

 

 

 

Foto di Copertina (Gallerie del Paradiso, Bossea): Meo Vigna

Bozzetti di Simonetta Carlevaro

 

Stampa: LITOMASTER,

Via Sant'Antonio da Padova 12

 

 

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La parola al Presidente

A. Eusebio


     Vari motivi hanno fatto sì che a lungo tacessi, le cause erano molteplici: alcuni, a torto o a ragione, avevano criticato i contenuti di questa pagina ed io stesso non credevo più nella utilità di queste righe.

     Ora mi sono ricreduto, almeno in parte, ed ho deciso di non dare peso ai criticoni; approfitterò dunque dello spazio messomi a disposizione per fare delle considerazioni.

     Su tutto mi preme ricordare ancora i due amici, Jean François e Lothar, che così tragicamente ci hanno lasciati. Questa dura realtà, di colpo, fa apparire sciocchi e ridicoli i nostri giochi da adulti, le polemiche, la stupidità che spesso guida le nostre azioni e che ci conduce a pretenziose posizioni. Che questo ci sia di monito dunque.

     Note più allegre sono le considerazioni sul gruppo, sulla sua attività di quest'anno: F5, F3, Austria, P.B., più qualche buchetto sparso, speleologia di valore direi, anche se limitata ad alcune punte veloci, ci è mancato solo l'abisso grande; e mentre ristagna in parte l'attività di campagna prende nuovo vigore la messa a punto dei dati raccolti e la loro diffusione: Atlante, Bollettino nuovo, Catasto, Rifugio ed altro ancora.

     Un buon anno direi.

 

NOTIZIARIO

 

Assemblea di fine anno 1985 del GSP

     Si è tenuta il 13 dicembre con il consueto o.d.g.

     Il presidente e l'esecutivo hanno relazionato per sommi capi sull'attività 1985. Dal Corso

di speleologia sono emersi buoni elementi e molti sono entrati a far parte del Gruppo. Le esplorazioni alle Turbiglie hanno permesso nei primi mesi dell'anno di scoprire 500 m di gallerie nuove. All'Artesinera si sono conclusi i lavori iniziati l'anno precedente. Al Fighiera è stato scoperto il ramo dei Palombari. In Piaggia Bella si sono esplorate le nuove gallerie Mistral, di cui sono stati sinora rilevati 700 m, e si è poi pervenuti in un'interessantissima zona oltre il sifone: le Porte di Ferro. Nell'ultima parte dell'anno si sono viste gallerie nuove per 1,5 km nell'F5 (abisso Saracco), mentre si è scoperto e si sta esplorando il Nevado Ruiz. I campi estivi hanno riguardato non solo zone di casa (campo alla Colla dei Signori per l'F3 ed altro), ma anche dell'estero con un campo nell'Hagengebirge e la scoperta dell'abisso Alverman (esplorazione da continuare), e in Turchia; si è tornati anche in Lucania (Coccovello). Tra le altre ricerche e battute, vanno ricordate quelle al ritrovato abisso delle Frane e al Mongioie. Rispetto all'anno precedente, il consuntivo 1985 dà un minor numero di grotte vecchie o nuove in cui si è operato, ma l'attività esplorativa è stata ben più intensa e ben più qualificata per difficoltà e livello tecnico.

     Per il magazzino Masciandaro e Scambelluri hanno esposto la situazione dei materiali, afflitta da una certa dispersione in varie grotte e presso membri del Gruppo (che a quanto si è deciso dovranno subito riportare tutto in magazzino), ed hanno elencato quanto andrebbe acquistato.

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     Per il bollettino Di Maio ha sottolineato i progressi raggiunti nella veste tipografica (ora a stampa e con foto nel testo), mentre si è mantenuto su un livello sostenuto il numero delle pagine e si è avuto un ulteriore potenziamento dei contenuti. Ciò è stato possibile per l'apporto dato da una redazione insolitamente agguerrita, fondata anche sul contributo fattivo di vari speleologi che potrebbero essere annoverati a pieno titolo tra i redattori. Lato negativo e ovvio è quello del forte aumento delle spese.

     Per la biblioteca, Villa ha ricordato in breve il lavoro di riordino (necessario in media ogni sei mesi), mentre purtroppo non è ancora risolto il problema dello spazio.

     Lo stesso Villa ha relazionato sul catasto, rendendo noto che si sta procedendo per la stampa dell'aggiornamento catastale; quando sarà stampato, i dati contenuti verranno computerizzati.

     La situazione degli strumenti da rilievo è stata riassunta da Vigna: sono stati acquisiti 2 giochi nuovi e altrettante musette. I giochi verranno affidati a chi li usa maggiormente, meno uno che rimarrà a disposizione in sede. Bisognerebbe acquistare un altimetro.

     Anche sull'OPS ha relazionato Vigna. È positivo che in occasione delle nuove esplorazioni si siano di regola sempre fatti i rilievi. E opportuno (specie per piccole cavità) rilevare subito, estendere presto i rilievi in bella copia, nonché trasmettere quanto prima i dati a Villa affinché possa tenere aggiornato il catasto.

     Per la Capanna Saracco Volante, Chiabodo ha rievocato come sia stato portato avanti il progetto di ampliamento, Con preparazione del basamento che dovrà accogliere il prefabbricato, non potuto piazzare per il sopravvenire della brutta stagione (il montaggio avverrà a primavera). Sono stati effettuati vari lavori di manutenzione.

     Sull'archivio Lovera ha comunicato che il grosso del lavoro di riordino è stato fatto: ora rilievi e lucidi si possono consultare più facilmente.

     La segreteria ha segnalato un'ordinaria amministrazione; Barbara come al solito ha ricordato i problemi (per ora irrisolvibili) di carenza di spazio.

     La biospeleologia ha visto come di consueto un'intensa attività, praticata sempre dal solo Casale, che per tali scopi ha visitato grotte non solo del Piemonte e di altre regioni alpine, ma anche di varie aree mediterranee, dalla Sardegna al Sud d'Italia, dalla Grecia alla Turchia.

     Per la tesoreria, Loredana si è rallegrata di una situazione che per ora è abbastanza positiva.

     L'AGSP , a quanto ha comunicato il rappresentante del GSP Eusebio, sta procedendo nella stampa dell'Atlante che sarà pubblicato a cura della Regione (le prime bozze usciranno in gennaio 1986).

     Si è proceduto poi all'affidamento degli incarichi per il nuovo anno, con riconferma dei responsabili del magazzino (Masciandaro, Pilotti e Scambelluri), bollettino (Di Maio con Badino, Gabutti e Ochner), biblioteca (Villa), Catasto (Villa), strumenti da rilievo (Vigna), OPS (Vigna, che peraltro si propone di preparare un altro elemento giovane che possa succedergli), Capanna (Chiabodo, Curti e G. Buscatti), archivio (Garelli, cui potrebbe essere affiancato un giovane), segreteria (Barisani), tesoreria (Valente), biospeleologia (Casale). Per rappresentare il GSP in seno all'AGSP (cui andrebbe conferita una maggior vivacità) sono stati designati Eusebio e Vigna.

     Si sono eletti i membri effettivi e aderenti del Gruppo, sulla base delle indicazioni suggerite dall'Esecutivo, che a proposito degli effettivi ha ritenuto opportuno proporre criteri più restrittivi, Con metro di giudizio basato su un certo livello individuale di attività e di capacità, nonché sul raggiungimento per il gruppo di un'amalgama con qualche fascia non pienamente inserita. Si è deciso di votare per alzata di mano e alla fine sono risultati eletti 14 membri effettivi e 60 aderenti.

     È stato riconfermato presidente Attilio Eusebio.

     Per l'Esecutivo, accogliendo le proposte del vecchio esecutivo che auspicava un certo ricambio (Badino, Curti e Sconfienza all'uopo hanno rinunciato a riproporre la propria

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disponibilità), e considerando l'opportunità di coinvolgere e responsabilizzare altri componenti del Gruppo, si è allargata la rosa a 7 persone (presidente compreso). Insieme ai riconfermati Eusebio, Lovera, Vigna e Villa, sono stati eletti Chiabodo, Tesi (Pinerolo) e Zinzala.

     Anticipando argomenti dell'assemblea di inizio d'anno, si propone una traccia di programmi esplorativi per i11986. Tra essi, lavori sul fondo di Piaggia Bella (viene proposto un campo interno alle Porte di Ferro), al Nevado Ruiz, F5, Filologa, O3, Pi greco, Fighiera, un campo estivo di una settimana in Austria per l'Alverman, un campo a metà settembre al Gachè, una settimana in Val Maira d'estate (Gruppo di Pinerolo), ricerche sul Mongioie.

     Si propone di non considerare membri del Gruppo coloro che non pagano la quota (se ne riparlerà all'assemblea di inizio d'anno).

     Indirizzi dei membri effettivi:

Giovanni Badino, v. Scatti 7/5, Savona, 019/28452

     v. S. Francesco da Paola 17, 83.97.605

Roberto Chiabodo (Arlo), c. Emilia 32, 23.56.04

PierCarlo Curti, c. Orbassano 255/F, 35.77.61

Marziano Di Maio, v. Cibrario 55, 75.12.53 (lav. 83.97.333)

Attilio Eusebio (Poppi), c. Correnti 35, 32.01.22

Alberto Gabutti (Lucido), v. Galliari 32, 65.02.655

Uberto Lovera (Ube), v. G. Bosco 18, Moncalieri, 605.27.65

Nino Masciandaro, v. 1° Maggio 2, Moncalieri, 606.97.09

Riccardo Pavia, v. San Paolo 84, 38.30.10

Stefano Sconfienza, v. Castelgomberto 38, 36.24.97

Walter Segir (Papà), v. Brandizzo 65, Volpiano, 98.84.529

Meo Vigna, v. Bianzè 6, 76.68.46

Giuliano Villa, regione Gerbole 66, Volvera, 98.56.133

Walter Zinzala, piazza Scipione l'Africano 2, 89.02.47

     Membri aderenti:

Paolo Arietti, v. Cavour 3, Brusasco, 91.51.220

Piergiorgio Baldracco, v. Boccardi 28, Pino Tor ., 84.15.15

Luigi Barcellari (Birci), v. Torino 155, Pinerolo, 70.294

Barbara Barisani, v. Baltimora 54, 39.80.46

Valentina Bertorelli, p. Carducci 130, 63.73.57

Saverio Bessone, c. Sommeiller 4, 65.12.73

Mario Bianchetti, v. S. Giacomo in Monte 20, Trieste, 040172.36.80

Alessandro Bianco (Trota), v. Alessandria 3, Settimo T., 800.42.11

Giuseppe Borgo (Gechi), v. Roma 4, Piea (AT)

Gianfranco Buscatti, v. Ghigo 4, Polonghera (CN), 97.44.88

Patrizia Cannonito, v. Sagra S. Michele 136, 70.23.01

Simonetta Carlevaro, str. Commenda 2/5, Druento, 98.44.048

Giampiero Carrieri

Achille Casale, c. Raffaello 12, 650.88.84

Maria Dematteis, str. Tetti Gramaglia 19, 67.39.29

Dario De Quino (Trattorino), v. del Rio 9/B, Dubbione di Pinasca, 84.08.90

Ivano Di Ciolo, c/o Giannecchini, v. Verdina 18, Camaiore (LU)

Gerardo Di Fonzo (Gerry), v. Pellico 53, Pinerolo, 0121/22.795

Piergiorgio Doppioni, v. Barbaroux 18, 54.98.95

Silvia Faure, v.le P. d'Armi 55, Pinerolo, 0121/72.324

Carlo Garelli (Uccio), v. Caraglio 7, 37.44.90

Adriano Gaydou, v. Baltimora 15, 36.51.60

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Giulio Gecchele, str. S. Felice 130, Pino Tor., 84.04.21

Beppe Giovine, str. Druento 366, 10040 Savonera di Torino, 42.40.130 (neg. 42.40.356)

Alma Giraudo, v. Colautti 17, 25.53.67

Andrea Gobetti, str. Reaglie, 89.04.21

Giorgio Guala Molino, v. Parenzo 55/C, 73.41.06

Roberto Guiffrey (Armando Pozzi), v. Santa Croce 14, 41.503.41

Jo Lamboglia, Tour 21, route de Turin, NICE; (93) 84.46.78

Consolata Lusso, v. Camerana 4, 51.77.37 (Asti 0141/21.62.21)

Franca Maina, vedi Villa

Susanna Martinuzzi, v. Puccini 34, Trieste, 040/81.05.30

Franco Mellano, v. Bergera 10/A, 79.16.86

Beppe Minciotti, v. Sgulmero 33, Verona, 045/97.25.45

Gianni Nobili (Munnezza), v. Bardonecchia 123, 72.78.10

Laura Ochner, v. Baltimora 160/B, 30.72.42

Claudio Oddoni, c. Montecucco 146, 70.47.22

Mario Oddoni (Cagnotto), v. Urbino 15, 48.84.35

Alex Parodi (Theina), v. Gramsci 14, Torre Pellice, 0121/91.221

Margherita Pastorini, vedi Vigna

Marco Perello, v. Feletto 35, 27.09.82

Elio Pesci, v. Frejus 48/11,44.72.154

Luisella Pilotti, v. S. Gillio 47, Pianezza, 96.75.796

Rosalinda Rambaldi, vedi Buscatti

Walter Ruggeri, (Scatoletta), v. Tripoli 123, 35.04.54

Davide Sacchetti, v. Salvemini 44/4, Venaria, 42.41.344

Marco Scambelluri, v. Graglia 34, 36.47.45

Roberto Serra, c. Raffaello 11, 68.32.31

Annamaria Sguayzer, v. Scursatone 59/B, Castiglione T., 960.67.22

Patrizia Squassino, Garessio (CN), 0174/81.5.18

Franco Talarico, V. Ivrea 10, Montalto Dora

Pierangelo Terranova, v. Rovereto 12, Pino Tor. , 84.06.21

Flavio Tesi, v. Roncalia 13, Roletto, 54.21.95 ( neg. Pinerolo 22.294)

John Toninelli, c. Regina Margherita 205, 47.11.70

Franco Traversa, v. Ivrea 106, Montalto Dora, 0125/55.12.72

Otello Tocco, v. Paoli 86, 32.90.387

Pier Luigi Trova (Pigi), v.le p. d'Armi 55, Pinerolo, 0121/72.324

Loredana Valente, c. Correnti 35, 32.01.22

Silvio Vernero, v. Saluzzo 95, 68.93.97

Lorenzo Vignolo (Suens), v. Nazionale 140, Porte di Pinerolo, 20.18.63

 

Notizie

     È confermato, Giovanni Badino è partito. È in Brasile (Universitade de Campinas, IFGW - Dep.to Raios Cosmicos, CAMPINAS (S.P.), Brasile) e pontifica via telex.

È in dirittura d'arrivo la grande pubblicazione (un centinaio di pagine) sulle conoscenze carsiche del Piemonte. Ai redattori dell'opera va il riconoscimento di aver saputo coordinare il lavoro di ben 5 gruppi speleo (GSP, GSAM, GSBi, GGN e SCT) per ottenere uno scritto omogeneo e di grande valore. La pubblicazione sarà in distribuzione a chiunque ne farà richiesta inviando il nominativo all'Associazione Gruppi Speleologici Piemontesi (c/o CAI-UGET, Galleria Subalpina 30, 10123 Torino), oppure telefonando a Eusebio (011/320122 o 503598) oppure a Vigna (011/766846 o 5567647).

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     Se l'Atlante è in fase di stampa, il 3° Aggiornamento catastale delle grotte del Piemonte è già stampato, si tratta di un volumetto di oltre settanta pagine curata dal prode G. Villa. Chiunque lo volesse deve farne domanda inviando il nominativo all'AGSP oppure telefonando a Villa (011/9356133).

     Vi comunichiamo il nuovo indirizzo dei soci Attilio Eusebio e Loredana Valente: corso Correnti 35, 10136 Torino, tel. 011/32.01.22. Stupiti? Anche noi. Vi daremo notizie più fresche a settembre.

     L'improvviso sopraggiungere del maltempo ha fatto sfumare il nostro progetto di montare entro il 1985 il fabbricato di ampliamento della Capanna. Il rifugio smontato e il paravalanghe verranno piazzati nella tarda primavera quando le condizioni della montagna lo permetteranno. Per ora è tutto depositato dai Villa.

     Se la vostra amata è lontana potete scriverle. Potete andare ad abitarle vicino. Potete attenderla in lacrime. Oppure potete aprire una Agenzia di Viaggi nel paese dove abita: questo è un approccio milanese, direte voi. No no cari signori, è Romano! Sì, uno speleologo romano.

     Aria di rifondazione presso il GS Savonese. Riuscirà la città che in Italia ha dati i natali ai più illustri mercenari della speleologia a rimontare un GS? Lo speriamo: sennò come faranno i germogli che covano sotto la Torretta ad accorgersi che esiste la speleologia.

     Meo Vigna ha vinto il 2° premio della categoria tema libero al Concorso fotografico nazionale organizzato in dicembre dal Gruppo Fotografico di Gassino Torinese, con una foto in controluce di un ramo della grotta di Bossea. Ringraziamo il suddetto Gruppo e ci scusiamo se per una concomitanza di altri impegni nessuno del GSP ha potuto essere presente alla serata di premiazione.

     Gli Imperiesi hanno colpito ancora: dopo l'abisso delle Frane, ci hanno rubato un'altra grotta, che forse un giorno, se avessimo avuto voglia e lo avessimo ritenuto necessario, ci saremmo degnati di cercare. Si tratta di Labassa, cavità già nota, ma nella quale i liguri di ponente hanno raggiunto la profondità di -152, per uno sviluppo di 1050 m.

     Movimenti strategici all'interno del Soccorso. Dopo le dimissioni di Badino, caposquadra è diventato Meo Vigna, Carlo Curti vice. Ube Lovera lascia il magazzino dopo tre anni di inattività e due anni di dimissioni sostituito da Riccardo Pavia. Inutili invece i tentativi di Walter Segir di cedere la carica di capogruppo.

     Abbiamo il piacere di comunicare aj lettori tutti che anche uno di noi fa finalmente parte del nucleo di consiglieri della SSI. E naturalmente il noto G. Badino che così accumula a sé la decimillesima carica. Scherzi a parte, siamo felici che egli si affianchi ora agli altri attivissimi speleologi componenti il Consiglio.

     La terna Lovera-Masciandaro-Scambelluri dirigerà il 29° Corso di speleologia del GSP, dal 7 febbraio al 16 maggio.

     Finalmente, dopo due anni, una valorosa squadra ha deciso di chiudere la Filologa, grande abisso marguareisiano nel quale sono imprigionati 600 m di corda. Ora una bella piastra di cemento delimita l'area, e una lamiera ne tappa l'ingresso. Riusciremo ad entrarci il prossimo anno?

     Ci giunge notizia che il Ns. socio G. Badino, lo speleologo dei due mondi, reduce da

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brillanti successi sciistici sul confine italo-francese, al ritorno a Torino, complice una lastra di ghiaccio, abbia rudemente abbandonato la parte più inferiore della schiena, già duramente provata da precedenti esperienze, sul selciato. Il pronto intervento di una gentile vecchina che l'ha rapidamente soccorso ha scongiurato più gravi conseguenze.

     La punta a PB è stata anche generosa di informazioni: ci ha suggerito sull'esistenza di un ghiotto connubio italo-canadese in terra nepalese alle spalle di un noto esploratore bolognese. Che sia vero o no, è già stato deriso.

     Alcuni membri del GSP hanno partecipato alla "Festa di Sport", organizzata da "CSA in Piemonte", con una esibizione di tecniche di risalita e di soccorso dalla volta di palazzo a Vela. Contemporaneamente proiezioni di dia e inviti a provare. Ne abbiamo ricavato pubblicità e vile pecunia.

     Poppi va in Algeria: non sarà per sfuggire a Loredana, così subito dopo il trasloco?

     Lo spirito vitale dell' AGSP ristagna, come del resto ristagnano le altre attività, in genere, di quella organizzazione. Gli unici settori funzionanti sono le pubblicazioni: come si è detto, l'Atlante e il 3° Aggiornamento catastale.

     Abbiamo saputo che durante la nostra spedizione sull'Hagengebirge, in patria correvano voci che ci volevano a -1600. Lo consideriamo un buon auspicio.

     Gobetti alla ribalta e con lui alcuni tra i soliti compari e nostre conoscenze quali Icaro De Monte e Gianni Monnezza. Questo almeno sostenevano le prime pagine di tutta Italia. I fatti: una gita scolastica con dodici diciottenni più professore sono accompagnati da Nottoli più altri alla "Tana che urla", risorgenza di 400 m di sviluppo in odore di sifonamento. Un sopralluogo la definisce sicura e abile per la gita. A questo punto si accodano i nostri che riescono ad entrare giusto in tempo per vedersi la grotta chiudersi alle spalle. All'esterno, il caos che solo 22 imprigionati in una grotta vicino alla strada può indurre. Recupero a cura del Soccorso Speleo con arrivi da Trieste, Verona e Torino. Utili le idrovore dei Vigili del Fuoco per svuotare il sifone, inutili tutti gli altri.

 

 

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ATTIVITÀ DI CAMPAGNA

 

     Qualcosa non funziona nel semplice meccanismo che consentiva di segnare le uscite sull'apposito quaderno, per cui si va facendo laboriosa la ricostruzione esatta dell'attività, ed è facile omettere partecipanti o addirittura intere uscite. Ne è una riprova l'ultimo bollettino, su cui manca molta attività che è la seguente.

     1 maggio, Rocca Bianca (Oncino, CN). Pastorini, Vigna. Battuta e reperimento di 3 nuove cavità con sviluppo sui 10 m.

     5 maggio, zona di Piancavallo (Cosio d' Arroscia, IM). Pastorini, Pavia, Vigna. Battuto tutto il versante sopra il Garb di Piancavallo. Trovati una decina di buchi (chiusi dopo pochi metri) e una condotta con un po' d'aria.

     16-17 maggio, Iglesiente (CA). Vigna ha visitato la Grotta di S. Barbara e altre cavità dell'Iglesiente.

     25-26 maggio, Le Colme. Nobili, Pastorini, Pavia, Vigna. Battuta l'area tra il Passo delle Saline e le Colme. Trovati alcuni buchi con forte aria, da aprire.

     9 giugno, zona Zottassi. Buscatti, Rambaldi, Scatoletta, Pastorini, Vigna. Battuta tutta la zona dello Zottasso Sottano, scoperti 3 pozzetti con poca aria. Da vedere ancora un buco sopra il rio della Mastra.

     15 giugno, zona Artesinera-Rio Sbornina. Pastorini, Vigna. Esplorazione di un nuovo buco (chiuso però dopo 10 m) sulle pareti del rio Sbornina. Scoperta di un altro buco con aria forte, chiuso da detrito: iniziata la disostruzione.

     16 giugno, Le Colme. Giraudo, Bortolani, Arquarone (SCT), Mureddu (GSI), Pastorini, Vigna. Battuta alla ricerca del mitico Abisso delle Frane, ostacolati dalla nebbia.

     23 giugno, zona Jurin (Limone P.). Buscatti, Rambaldi, Maina, Villa, Pastorini, Vigna. Battuto tutto il vallone sopra la Barmassa. Scoperte 4 nuove cavità con sviluppo dai 20 ai 30 m. Visto Z4 chiuso da frana dopo un p.20. Tentativo di disostruzione fino a una strettoia non fattibile. Vista la Grotta Cannabis chiusa ancora da neve.

     29-30 giugno, zona Chiusetta. Giraudo, Masciandaro, Pavia, Pastorini, Vigna. Battute dal colletto del rifugio al Corno di Mezzavia con gli Imperiesi, che installano il 1° campo estivo. Visto il Buco del Caos, precedentemente disceso da Gobetti e Jean-François; aria discreta (comportamento da ingresso alto).

 

     Ed ecco le uscite del quadrimestre di riferimento del bollettino (settembre-dicembre 1985).

     1 settembre, Piaggia Bella. Carlevaro, Gabutti, Pilotti, Scambelluri, nelle gallerie Belladonna.

     7-8 settembre, lavori alla Capanna. Buscatti, Cannonito, Carlevaro, Borgo e socio, Chiabodo, Curti, Gabutti, Gaydou, Giraudo, Lovera, Ochner, Oddoni C. e M., Pastorini, Rambaldi, Valente, Vigna, Villa. Trasporto di sabbia e cemento con l'elicottero da Prato Nevoso.

     Abisso delle Frane: Badino, Eusebio, Zinzala.

     14-15 settembre, Capanna Saracco-Volante. Chiabodo, Eusebio, Gabutti, Lovera, Sconfienza. Lavori di preparazione del basamento. Chiusura dell'ingresso della Filologa.

     F3: Badino, Masciandaro, Segir, Lorenzo, Pierluigi. Riarmo fino all'ultimo pozzo.

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     21-22 settembre, Sella Brignola. Buscatti, Carlevaro, Gabutti, Masciandaro, Rambaldi, Zinzala e speleologi pinerolesi.

     Alta Valle Stura di Demonte, Eusebio, Chiabodo, Ochner, Valente. Disostruzione di un buco in cima al Brich dell'Omo, denominato Y1 (pozzo-frattura di 8 m che chiude in frana, con aria molto forte).

     F5, Carrieri, Dematteis, Lovera, Pavia, Sacchetti, Sconfienza. Superato il fondo; gallerie verso F3.

     29 settembre, F5. Eusebio, Lovera, Dematteis, Pavia, Pesci, Sconfienza e Lamboglia.

     F3: Masciandaro, Terranova, Traversa, Vernero, Vigna. Esplorato il nuovo ramo fino al salone vecchio (v. articolo più avanti) e disarmo completo.

     6 ottobre, F5. Gabutti, Segir, Bertorelli, Pesci. Disarmo.

     Capanna: lavori.

     13 ottobre, Navonera. Chiabodo, Eusebio, Maina, Terranova, Valente, Villa. Ricognizione.

     Grotta Valdemino (Finale L.): Bortolami, Giraudo, Masciandaro, Pastorini, Vigna. Fotografie.

     20 ottobre, riunione intergruppo del CNSA-SS a Vicenza: Badino, Baldracco, Eusebio, Lovera, Segir, Vigna, Zinzala.

     27 ottobre, Altopiano delle Manie (Finale L.). Carlevaro, Gabutti, Masciandaro, Pastorini, Vigna. Uscita fotografica e visita di alcune grotte.

     Borna de giasa (Emarèse, AO). Chiabodo, Eusebio, Mellano, Pilotti, Sacchetti, Scambelluri, Talarico, Valente, Villa.

     1-2.-3 novembre, Piaggia Bella. Badino, Dematteis, Jo Lamboglia e Cati, Lovera, Pavia, Pesci, Valentina. Trovate le Porte di Ferro.

     Val Pesio. Carlevaro, Eusebio, Gabutti, Masciandaro, Pastorini, Vigna. Battuta.

     10 novembre, Mastrelle. Chiabodo, Eusebio, Pastorini, Pilotti, Scambelluri, Segir, Terranova, Valente, Vigna. Battute, discesa del buco di Scatoletta, apertura di alcuni buchi presso le Mastrelle e scoperta del Nevado Ruiz.

     17 novembre, Fighiera. Chiabodo, Sconfienza e Gerard Sailette. Rilievo del Finis africae.

     Nevado Ruiz: Badino, Carlevaro, Eusebio, Gabutti, Giraudo, Lovera, Pastorini, Pavia, Valente, Vigna. Esplorazione sino a -100.

     23-24 novembre, Nevado Ruiz. Badino, Bertorelli e Pavia; Curti, Eusebio, Lovera e Vigna. Raggiunto il fondo -155. Chiusura dell'ingresso.

     1 dicembre, Piaggia Bella. Badino, Gobetti, Guiffrey, Lovera, Nobili, Pavia, Pesci, Sconfienza, Vianelli. Alle Porte di Ferro, raggiunto il secondo sifone; 30 ore.

     Nevado: Carlevaro, Gabutti, Masciandaro, Serra. Alla finestra sul p.50.

     Zona Balma: Pastorini, Vigna. Battuta in sci (2 buchi soffianti).

     8 dicembre, Nevado Ruiz. Curti, Eusebio, Masciandaro, Pavia, Terranova, Traversa, Vigna. Esplorato il ramo parallelo sino al fondo.

     15 dicembre, Arma del Lupo. Gabutti, Serra, Zinzala, Flavio, Lorenzo ed altri.

     Mastrelle: Vigna, Pastorini, Pavia. Battuta nei canaloni di destra.

     Nevado: Giovine, Masciandaro, Segir.

     Viozene. Soccorso.

     23 dicembre, Borghetto. Pastorini, Vigna. Battuta e scoperto un buchetto soffiante.

     25 dicembre, Grotta della Dronera. Pastorini, Vigna. Scavo nel sifone finale: trovato senza acqua.

     20-31 dicembre, Sardegna. V. articolo.

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     26 dicembre, Arma dei Grai. Pastorini, M. Vigna, A. Vigna. Foto nel salone finale.

     29 dicembre, Grotta delle Vene. Pastorini, M. Vigna, A. Vigna. Giro al sifonetto per localizzare zona da strumentare.

 

     Attività di componenti del G.G. Pinerolo aderenti al GSP.

     Settembre: 8-9 traverso in F3 (Pigi e Lorenzo), 15 Grotta della Sella Brignola (Flavio, Pigi, Silvia), 29 Giornata ecologica con il CAI Pinerolo e pulizia a Rio Martino (Birci e altri, v. boll. precedente).

     Ottobre: 6 Grotta della Sella Brignola (Flavio, Birci, Pigi, Silvia, con Gian e Linda, per filmato), 13 abisso Dolly (gli stessi), 20 Arma dei Grai (Lorenzo, Pigi, Silvia), 27 Rio Martino (Pigi, Lorenzo, Trattorino).

      Novembre: 3 Caudano (Flavio, Gerry con Zinzala), 1-2-3 Omber (Pigi, Silvia, Trattorino), 10 Muttera (Flavio, Pigi, Silvia, con Zinzala) e Buco di Valenza (Lorenzo, Mauro), 16 rami nuovi Rio Martino (Flavio e Zinzala), 17 Palestra di Porte e piantare spit per vie nuove (Flavio, Gerry).

     Dicembre. 1 Buco del Martello in Vai Maira (Flavio, Birci, Gerry, Trattorino), 15 Arma del Lupo (Flavio, Gerry, Lorenzo, Pigi, Trattorino), 22 Rio Martino (Pigi, Lorenzo).

 

 

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P.B.: OLTRE IL FONDO

 


     Risalire con poche speranze, stava scritto sul precedente Grotte, parlando dell'Olonese Volante. Proprio poche: un torreggiante, terribile pozzo che sembra voler uscire: risalire sul fango a otto ore dall'uscita. Ma era l'ultima chance: dalla Paris Côte d'Azur a lì, P.B. sembra non avere grosse prosecuzioni ed il flusso d'aria è continuo. Scende dalla frana della Paris Côte d' Azur, passa alto al Fin (dove esattamente ancora non è chiaro) fluisce fino alla Vallini e prosegue diritto, alto mentre il fiume scende pozzo dopo pozzo per una ottantina di metri. Alto alto. Alle Capello si alza ancora, indovina la via dell'Olonese Volante, la segue e quando questa balza verso l'alto col pozzo Li Po, anche lui sale e si perde. Era questo che l'estate scorsa (sei mesi fa), l'altra estate dico, non questa, avevam trovato con il povero Ube boreale. E avevamo anche scoperto che il Canyon Torino chiude completamente.

     Risalire dunque.

     L'F5 e la pigrizia ci fan attendere fino ad ottobre quando una nutritissima schiera scende al fondo. Tutti poi risaliranno: Ube, Riccardo ed io verso il Li Po, gli altri verso l'uscita e quasi la trovavano. Noi tre saliamo su per il Canyon Torino lungo la corda lasciata dal 79. Cinquanta metri di jumar sulla coricata e fangosa parete del Canyon, poi si arriva su una cresta dove il Torino, che è un po' coricato, interseca il parallelo ma verticale canyon dell'Ultima Spiaggia.

     E si prosegue salendo su questa sinistra ed aerea cresta sotterranea. Poi il soffitto sfonda verso l'alto in un enorme camino attivo e la cresta diventa una sala strana attraversata da due pozzoni.

     Ancora a salire: un pozzetto e poi un fastidioso meandro fino ad una sala, base di un gran pozzo. Il Li Po appunto.

     Risalendo sulla corda il Li Po rivivo le angosce di quando lo avevo risalito su roccia.

     Fango e vertigine. Per due volte mi fermo a mettere uno spit per distruggere le zone di pericolo. A suo tempo avevo smesso di risalire per la paura: se ti accumuli dietro troppe difficoltà e passaggi paurosi alla fine ti troverai sconfitto da un passaggio innocuo.

     Finalmente sono alla scritta "Dedicato a Li Po". Sei anni sono passati con un mucchio di storie. Ora eccomi qui, decisissimo. E ora, a differenza di allora sono diventato astuto e attrezzato nel risalire. Più lento forse, ma più abile e motivato. Arriva Riccardo ed io parto su nella diaclasi. E facile per ora, una spaccatura larga 40-50 cm senza fango. Mi alzo di trenta metri emetto una sosta. Sale Ube e mi assicura sugli ultimi quindici che diventano molto difficili, il pozzo da un lato si spalanca, dall'altro è troppo stretto per mettere chiodi di protezione. Sbuco affannato in una sala: è la fine del Li Po, un tota-le di una novantina di metri di varie angosce. Due spit e mi raggiungono Riccardo e Ube. Mentre mi faccio (anzi no lo faccio per tutti) il the, Ube va su a vedere lungo il meandro. Io non ne ho proprio voglia.

G. Badino

     Due spit. Ora posso salire; ciottoli, scuri, grassi come tacchini ci hanno accompagnato per tutte le risalite e sono anche lì, malamente incastrati. Giovanni è in cima ansimante, lo raggiungo mentre sotto di noi parte Riccardo. L'Idiota brontola iniziando a costruire l'ennesimo the, non ha fiato ma brontola contro gli sfruttatori privi di vivande. Sta mentendo, è il mio the, e suo è solo il fuoco che sta sotto, e brontola. Per non sentirlo risalgo un po' di meandro, soliti ciottoli, una svolta e una sala. Un bel posto. Da fermo, da dove sono riesco a vedere cinque o sei punti in cui proseguire; uno di questi è un grosso meandro asciutto, che sale a saltini. Poco dopo siamo nuovamente lì, tutti, poi in un'altra sala

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sotto un altissimo pozzo ascendente, incredibile che non esca. Ci dividiamo, risalgo una galleria in frana fino ad un grosso arrivo, con stillicidio, sembra di essere nelle parti iniziali di P.B. Mi sorprendo a spegnere spesso l'acetilene per scorgere eventuali lame di luce. Siamo pochissimo sotto la superficie e l'ipotesi di evitarsi il ritorno non fa del tutto schifo. Poi mi chiamano da un'altra zona, arrivando trovo gli altri davanti a una condotta. Logico no? Siamo quasi all'esterno e cosa c'è? Marmotte? No, condotte. Siamo appagati, ma proseguiamo visto che camminare in una galleria non è tanto faticoso. Intuiamo alcuni passaggi mentre si intravedono alternative al nostro percorso. Evitiamo un primo pozzo seguendo la condotta in alto, un secondo tondo, arrampicando, finché la galleria non sprofonda in una larga forra: avanziamo in opposizione fino a trovare del latte di monte, qui diventa eccessivo.

     Le scritte:GSP-GSI 85. Anche GSI perché Giovanni non ha ancora ricevuto rifiuti ufficiali alla sua candidatura, e poi a correggere si fa sempre in tempo.

U. Lovera

     Gli indizi per supporre l'esistenza di gallerie alte c'erano. Oltre alla corrente d'aria c'era l'indizio del fatto che a quota 1800-1850 in PB c'è pieno di condotte freatiche: dappertutto. Perché non sul fondo? Per questo avevo deciso di andare lì: il fondo è a 1640. Le risalite nel 79 ci avevan fatto salire a 1770: bisognava dunque salire ancora un po'. Se si passava quota 1850 ancora su pozzi ascendenti era il caso di lasciar perdere. Senno di poi? No di prima.

     Ora gongoliamo. Eppure le grandi condotte non le abbiamo ancora trovate.

     Porte di Ferro. In un qualche libro a diecimila chilometri da questo giardino (dal Brasile dove l'autore sta scrivendo: ndr) avevo letto che erano uno dei punti decisivi della via della Seta. Più o meno nel Pamir, erano la chiusura di una gola su uno dei passi più alti e più critici.

     Poi si scendeva verso i deserti che avrebbero portato al Catai. Forse Porte di Ferro è il nome di questi rami nuovi di PB, sospesi duecento metri sopra il fondo.

     Non mi si dica che l'altimetro in grotta non funziona; erano i vecchi rilievi che non funzionavano, l'altimetro ha sempre funzionato benissimo. Ne ho portato uno quando siamo andati a risalire per esser sicuro della quota 1800-1820. E quando lui ha segnato quella quota eravamo in zone in piano. Non è bellissimo? Non vi si scioglie la neve addosso per l'emozione? No eh, fa troppo freddo.

G.B.

     Si trattava di provare o smentire l'esistenza di un sistema di gallerie distribuito sopra l'Olonese. Obiettivo: scavalcare il sifone terminale di P.B. E volando, mica con le bombole! Siamo in tre che saliamo su per pozzi fangosi, a quasi 200 metri sopra il fondo. Giovanni, Ube ed io. Giovanni arrampica, macinando metro dopo metro il pozzo che sale verso l'ignoto. Ube ed io sistemiamo un traverso e gli facciamo sicura. In conclusione ci troviamo in cima al pozzo che risulta essere di 35 metri. E riguardo all'arrampicata: tanto di cappello.

     Si discute febbrilmente se continuare l'esplorazione o cominciare il lungo ritorno. Andiamo avanti, la curiosità stravince. Meandro, arrampicatina, meandro che si allarga, sala con pozzo ascendente. Da una parte il meandro porta in una sala più grande sferzata da abbondanti stillicidi. Sulla stessa frattura ma dal verso opposto, dopo un'arrampicatina, parte una bella condotta a sezione allungata percorsa da una notevole corrente d'aria. Avanziamo fino a quando una diaclasi profonda e con le pareti lisce diventa insuperabile all'altezza in cui l'affrontiamo. Ci toccherà scenderla la prossima volta.

     Prima di tornare sui nostri passi facciamo una sosta. Lasciamo delle scritte. Tre sguardi ricchi di emozioni si incrociano. Piaggia Bella ha spalancato le porte verso nuovi anni

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di esplorazione o ci ha dato solamente la possibilità di sognarli nella realtà? In quei momenti forse non ha importanza. La soddisfazione che ci portiamo addosso appaga largamente. Si faranno punte di 40 ore e forse campi interni. Luoghi così lontani cambieranno necessariamente il nostro modo di esplorare e comunque forniranno, in un certo senso, nuove basi per l'evoluzione della speleologia.

Riccardo Pavia

     Un ritorno irreale, una lunga discesa, sporca e fangosa fino al Torino, poi la solita tediosa salita in cui centellinare il penultimo the e l'ultima cioccolata. Programmiamo un gran cenone alla Confluenza in cui annientare gli ultimi viveri. Voci, urla, luci, increduli avanziamo fino ai visi che quindici ore fa avevamo lasciato sul fondo. Dopo aver sistematicamente esplorato tutta P.B. dal Torino alla Confluenza ora discutevano incerti se dedicarsi ai Piedi Umidi o al Solai.

U.L.

     Più dura della discesa che ci ha portato alle Porte di Ferro è stata la botta dei festeggiamenti. Siamo stati ubriachi, con momenti di lucidità per parecchio tempo, dopo.

     Piaggia Bella che continua? Incredibile. Quando lo dicevi saltavano tutti per aria: e sì che il problema non era tanto proseguire, quanto arrivare alle zone oltre le quali proseguire. Tanto difficile che, dato l'obbiettivo di arrivare alla Sala delle Acque che Cantano, delle cinque linee possibili

     1) esterno Ferà

     2) Filologa

     3) zona F profonda

     4) zona D ed O

     5) fondo PB

l'ultima era la più insensata.

     E ora lo è solo un po' meno.

     Si fa sera. Son le venti e trenta e il sole tramonta. "Era già l'ora che volge il disio" eccetera, mi si intenerisce il core: ma mi irrita il fatto che gli amici boreali se decidono di andare a PB a piedi da casa, in tre o quattro giorni ce la fanno. A me tocca invece camminare per seimilaseicento chilometri, nuotarne più di tremila e camminare per altri cinquemila, con bagnetto in mezzo. Lunga se hai lo zaino: ma a fine novembre è stata quasi altrettanto lunga. E già, la seconda punta: eravamo un mucchio, ma di neve ce n'era di più.

     Stava maturando il colpo gobbo del Nevado ma era a maturazione troppo lenta: era opportuno chiarirsi le idee sulle Porte di Ferro prima dell'inverno e dei viaggi tropicali.

     Invitiamo Andrea, appartenente alla storia di PB da molto molto tempo, e qualche altro. C'è il solito moltiplicarsi degli inviti; nonostante illustri defezioni nell'ambito torinese, dettate dalla folla che sembra ci sarà, verremmo ad essere ben oltre venti. La cortesia ed il buon senso fanno scendere a nove il numero dei partecipanti.

     Siamo tutti contenti. L'anno scorso per il Lady Fortuna, eravamo circa lo stesso numero ma quasi ognuno diceva che eravamo troppi, era incazzato, ma si preparava ad entrare. Eran gli altri ad essere troppi: lui non era troppo.

     Qui dipaniamo bene l'entrata di questa torma e ci inabissiamo. L'esplorazione di un buco nella Sala Paris Côte d'Azur trovato da Riccardo ci illude per poco; ricade sul noto e non, come speriamo, verso la Filologa. Lasciamo anche un po' di tempo per riarmare il ramo fossile dopo la Sala Vallini ed infine con sincronia encomiabile siamo tutti quanti in fondo a PB.

     Il fondo vecchio, quello solito.

     Con Andrea, Mario, Ube e Riccardo vaghiamo un po' attorno all'asse principale delle

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Piaggia Bella: breve sosta dopo la Confluenza (foto: Meo Vigna)

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Porte di Ferro. Il salone che le inizia continua molto bene a monte con aria forte, ma l'acqua che piove su un passaggino da fare in roccia ci spinge a rinunciare: il richiamo dell'oltre sifone è fortissimo.

     Andiamo avanti. Alla seconda sala risaliamo su per zone a dominante tettonica. C'è dell'altro ma lo guarderanno poi gli altri, Sir Biss e C. al ritorno: è una via alternativa alla principale e congiunge le due sale. Riprendiamo ascendere.

     Il problema di questa esplorazione (e delle prossime) è superare la zona ipogea sotto la Chiusetta. In queste gallerie siamo a 1800 circa. La Chiusetta è poco più. Dobbiamo ragionevolmente scendere ancora un poco, per indovinare una zona che non sia franata per la presenza del versante della montagna troppo vicino. Quindi l'obiettivo di questa discesa è portarsi su quota 1750 e andare avanti cercando di tenerla. Viva l'altimetro.

     Due gli scherzi cretini, uno previsto l'altro no. Quello previsto è che PB non va avanti da lì: ce lo aveva già insinuato la flebilità delle correnti d'aria e il fatto che ancora non avevamo trovato il gran faglione contro il quale deve essersi infranta PB, laggiù sotto, al sifone.

     L'altro ve 10 racconterà qualcun altro, con goffa penna, così si scalda le dita intirizzite. Se non gli si è gelato l'inchiostro o il suo spirito, annacquato com'è.

G.B.

     Finalmente ci siamo. Spit, scendo; mentre Giovanni modifica l'armo atterro, un accenno di galleria, di nuovo la forra, mi lascio scivolare; piombo su una frana, meandro, bello, grande, largo due metri, alto con aria. Avanzo per un po' fino a sbucare in una galleria; qui mi fermo per tornare a dare notizie. Sul ritorno scopro una sala, circolare, un pozzo ascendente: scrivo GSP 76, dico settantasei, evado ad aspettare i miei polli. Giunge l'Assoluto dei Paperi, percorriamo il meandro e la galleria, frana, chiude. - Non è possibile, ci è sfuggita qualche cosa, guardiamo meglio. - e mentre frugo in una fessura giunge un urlo: il brasileiro ha trovato. Lo raggiungo, è seduto in terra e farfuglia cose insensate. Placidamente correggo, mi scuso per l'errore, poi veleggio via leggiadro.

     Ora il gruppo è nuovamente riunito nel meandro ed anche la galleria viene sistematicamente perquisita da alcuni senza risultati, la frana non dà spazio ed anche l'aria sembra perdersi verso l'alto. Giovanni infila l'unico ringiovanimento, senza aria, che permetta il passaggio, ed inizia a spittarne il primo pozzo. Poco dopo infreddolito lo raggiungo in tempo per sostituirlo nella discesa e i conseguenti frazionamenti. Una bella corda ci porta giù, è mia, l'ho comprata a caro prezzo, però non pesa molto e mi segue dappertutto senza dare fastidio. Era uno spettacolo vederla scendere, dritta, snella, agilissima giù per il pozzo. Alcuni, razzisti, adducendo scuse riguardo la snellezza a loro dire eccessiva rifiutarono il passaggio che questa offriva loro rinunciando nel contempo al seguito della grotta. Mah.

     Due pozzi in fila si bevono una 50 e la successiva 60, ma ne avanza. Scendo con Giovanni, poi mentre mi aspetto di vedere Riccardo o Elio o Andrea, piomba Stefano: non lo vedo da ore. È scattato dalle retrovie per attaccarsi alla corda giusta. Non c'è aria, per forza: che ci fa l'aria tra due sifoni. C'è però un meandro, non largo, non stretto, dei saltini ed un pozzo con rumore d'acqua, acqua che scorre sotto di noi. Dopo qualche minuto appare una scritta, GSP 1822, strano non averla vista prima. Ipotesi per trovarne l'autore, forse Dematteis; Giovanni si adombra. Giunge Stefano con le corde e le attrezzature malamente abbandonate all'inizio del meandro, non si lamenta e vince con questo la discesa sul fondo.

U.L.

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Complesso di Piaggia Bella - Porte di Ferro - rilievo 3d

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     Gran pozzi, bellissimi, ma nessuna corrente d'aria. Se stiamo andando al Canyon oltre il vecchio fondo, quello visto dal solo Fred, è toppo come una pentola.

     Base pozzi. Meandrino, abbastanza stretto. Al solito abbandono bloccanti e macchina foto ma poi un angelo me li riporterà al di là del meandro. Macchina foto. Ho ancora dieci colpi in canna: sono riservati per l'oltre sifone.

     L'oltre sifone. Il vero fondo.

     Che quiete, spitto accanto ad Ube e Sgunfia, davanti e sotto di noi il gran sfondamento del Canyon. No, non è il Torino, quello lo conosciamo a memoria. Ogni tanto guardo giù; venticinque metri sotto, sulle pietre bianche si vede scorrere un largo torrente. Non è il Torino. E non è neanche la Sala delle Acque che Cantano perché non sentiremmo gorgoglio di torrente ma soffio di vento. Spit fissati. Corda, lancio, schaf, sul torrente. Mi tiro indietro perché Stefano ci ha inseguiti rilevando sin dal Torino e ora è sacrosanto che ci sorpassi. Son le nove del mattino, sedici ore dall'ingresso.

G.B.

     Una scritta GSP 1822.

     Sono appeso a una corda. - Aspetta un attimo - dice Giovanni. Flash. Altra foto a me e alla mia frenesia. Fretta di scendere lì, dove scorre l'acqua, una fretta terribile. Torno calmo appena toccato il suolo. Trovo Stefano, non dice niente; sarà silenzioso per tutta la permanenza sul fondo, il fondo di P.B. No non quello che conoscete tutti: l'altro. In una frazione di secondo cade giù anche Giovanni. Nessuna velleità esplorativa, sappiamo già cosa c'è, camminiamo piano guardandoci attorno per qualche minuto. Aspettiamo di trovarcelo davanti da un momento all'altro; eccolo è immenso, il sifone, la sagola che si immerge poco innanzi a noi. Ho voglia di ridere, lo faccio piano, ci muoviamo ovattati. Torniamo a monte, verso l'altro sifone, è un pellegrinaggio il nostro, lo troviamo improvvisamente. Un'altra sagola, di questa però avevamo già visto l'altro capo. Molto simile a quello della Gola, una condotta si immerge e ti trovi a dover risalire 250 m per scendere dall'altra parte. E ci abbiamo messo 27 anni per farlo.

     Nessuna fretta di tornare, tutto è tranquillo, solo la compagnia è quella che è. E non ho neppure la speranza che migliori la prossima volta. Autoscatto come nei momenti importanti. Poi una risalita eterna e veloce e salendo rivediamo la discesa.

     Porte di Ferro, svanisce la speranza di incontrare Nino e il Lucido che sono al Nevado, ci tocca sciropparci tutta la solita strada. Al Torino ci sono Andrea, Riccardo, Armando, Monnezza, Mario ed Elio e sono loro i primi ad udire la novella.

U.L.

     A me pare che io non c'entrassi granche.

     Io che prima di quella notte non avevo mai neppure visto il fondo di Piaggia Bella (quello vecchio) di lì a poco sarei stato uno dei pochi - quattro! - che ne hanno veduto quello vero.

     Ma come ebbi a notare con uno degli Schiumatori dei Piedi Umidi, P.B. è stata sempre benevola e generosa con me.

     Eppure questa volta ero proprio un intruso, rimasto in disparte a rilevare, finché non so neanche bene come mi sono trovato appeso alla corda giusta.

     Niente aria, per forza. Dove può cadere un ramo senz'aria? Tra i sifoni, è ovvio. La sensazione curiosa è della formalità da espletare, del controllo doveroso. Nessuna emozione particolare. Che scemo!

     Eccoci sul pozzo finale. Sotto, acqua. Tanta acqua. E qui faccio l'unico gesto meritevole della vicenda, risalendo il meandro a prendere le attrezzature di tutti e tagliare ciò che avanza delta corda del pozzo. Torno carico come un mulo, ma neanche mi sogno di lamentarmi. Invece qualcuno mi pianta gli spit, mi allaccia l'imbrago, mi monta il di-

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scensore e mi dice che devo scendere io.

     Io? chiedo un pò stupito. Mentre scendo mi rendo conto di cosa sto facendo e le emozioni mi travolgono. La sensazione è forse più intensa che se fossi caduto oltre i sifoni: qui l'esplorazione, l'azione perde significato, ogni movimento è inutile.

     L'impressione è quella dell'ingresso in un tempio, della pura contemplazione.

     Non feci altro che arrivare davanti al Fondo, spegnere la luce e piangere fino all'arrivo degli altri.

     Qualcun altro - penso - vi descriverà lo spazio compreso tra le due sagole. Io quel che ho visto e provato lo terrò per me.

      Per sempre.

Stefano Sconfienza

 

     Una curiosità. Mi avevano raccontato che, atterrando dall'Olonese Volante sul ramo del fondo, si ha la sensazione di essere prossimi all'uscita. La mia impressione è stata quella di essere tornati, dopo una punta seria, dentro Piaggia Bella. Ebbene, se le Porte di Ferro non sono tecnicamente o fisicamente al limite di un essere umano una cosa è certa: laggiù è meglio non sprecare troppo fiato.

R. Pavia

     Ora al fondo di PB non c'è più niente da fare. Basta, chiuso. La neve è pericolosa ed il giorno troppo breve. Neanche la primavera è adatta, marzo è pazzerello, in aprile è dolce il dormire, maggio Piaggiabella non t'assaggio. Giugno o ancor meglio luglio, ecco sì luglio.

     A luglio PB continua.

G.B.

     Il cantastorie finì il suo racconto, fece tre inchini, sorrise alla gente che lo aveva ascoltato, sedette.

     La folla piano piano si disperse, lasciando cadere monete nel suo cappello.

     Così poco dopo, siccome nella piazza rimasi io sola, il cantastorie si rivolse a me dicendo: "forse ti ho già vista". "Eh già", risposi io, "sono un personaggio della storia che ha appena finito di cantare". "Forse è così", mi rispose, "infatti io canto sempre storie vere". Poi mentre stavo ancora lì a guardarlo e non sapevo cosa dire, il cantastorie iniziò a smontare i suoi cartelloni, li tolse dal cavalletto e li appoggiò per terra, si mise il cavalletto sotto un braccio, nella stessa mano prese la bacchetta, nell'altra il cappello, disse "beh! arrivederci, mi saluti i suoi amici", e se ne andò. Io pensai allora, visto che i cartelloni erano rimasti, di guardarli da vicino, chè durante il racconto la folla me lo aveva impedito. Di me in verità non si parlava molto, ma in fondo la mia parte nella storia non era stata granché; erano invece disegnati con precisione molti altri personaggi, erano illustrati lo scorrere dei luoghi ed il passar del tempo...

Maria Dematteis

 

 

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L'ARTIGLIO SINISTRO DELL'ABISSO VOLANTE (F3)

N. Masciandaro e B. Vigna


Le esplorazioni

     Anche un'esercitazione di soccorso può essere una buona occasione per osservare gli ambienti sotterranei con occhio esplorativo. Capita quindi che tra un paranco e l'altro si presti attenzione alle correnti d'aria, si piantino spit in posizioni strategiche, non solo per facilitare il recupero delle barelle ma anche per poter individuare qualche finestra verso vie inesplorate.

     Ci si ripropone, dopo un'esercitazione di soccorso in luglio, di ritornare in F3 proprio per verificare le possibilità esplorative intraviste durante tale occasione.

     Il primo tentativo, compiuto da Beppe insieme agli Imperiesi alla fine di luglio, si esaurisce in una traversata, alla sommità del primo p.40, che immette in un meandrino chiuso. Più fortunati sono Zinzala e Carrieri prima, e poi ancora Zinzala con Badino nell'arrampicare in un meandro, percorso da violenta corrente d'aria, localizzato all'inizio della serie dei grandi pozzi, che raggiunge la base di un salto risalito per 35 m fino quasi alla superficie esterna. Sempre durante il campo estivo, convinti di essere vicino alla via buona, si insiste ancora nella zona del P.40 (Lorenzo, Flavio, Trattorino, Meo) riuscendo finalmente a individuare una finestra dieci metri al di sotto della partenza del pozzo, sulla

Nell'abisso Volante F3 (foto N. Masciandaro).

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Abisso C. Volante (F3) - rilievo

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parete opposta. La traversata sembra fattibile, occorrono diversi spit e un lungo lavoro. Non dello stesso parere è Jo Lamboglia, che sceso insieme a Poppi, Meo, Walter Z., si esibisce in numeri di alta acrobazia senza rete concludendo il traverso in pochi minuti raggiungendo dalla parte opposta un ampio terrazzo. Attrezzata la nuova via con un lungo pendolo, che attraversa il 40, si esplora un meandro concrezionato fino sull'orlo di un grande pozzo a occhiali valutato di 80-100 m. Nella mente di molti balena l'idea di essere sulla via buona verso le grandi gallerie dell'F5.

     Nelle due punte successive, a cui partecipano Walter Z., Papà, Stefano e Jo e in un secondo momento anche Maria, si lavora molto di spit: scesi per una settantina di metri e giunti a una biforcazione che da un lato riconduce attraverso un P.50 sulla vecchia via, si volge l'interesse a un'altra successione di pozzi in direzione quasi ortogonale rispetto all'andamento principale della grotta. I salti e meandri successivi conducono dapprima su un piccolo sifoncino localizzato a quota -250 che, aggirato con una via più alta, porta ad una stretta forra e un ulteriore pozzo, non sceso, molto ampio. Fermi a -265 si esce disarmando, in quanto l'imminente spedizione in Austria costringe a rinviare ulteriori punte.

     Nel mese di settembre riprendono le esplorazioni. Entrano Nino, Meo, Papà e due Pinerolesi che riarmando la cavità raggiungono il pozzo non sceso in agosto. Nella speranza di essere vicini a qualcosa di importante e di poter condividere quel momento insieme a Jo, protagonista nella scoperta della nuova via, Nino, Meo e Papà frenano la propria voglia di scendere pur avendo armato il pozzo e ritornano all'esterno completando il rilievo.

     La settimana successiva Jo da solo, ignaro delle nostre cortesie, scende quell'ultimo pozzo raggiungendo purtroppo il salone terminale della vecchia via. Non arrendendosi ricomincia ad arrampicare risalendo un arrivo sopra il P .15 e attraversando con pendoli la zona dei grandi pozzi.

Delusi dalle notizie di Jo ritornano per un'ultima punta Nino, Meo, Pierangelo, Franco e Silvio con l'intento di disarmare dopo aver portato a termine le arrampicate iniziate dal francese. Sul pozzo da 15 Nino, assicurato da Meo, dopo alcune considerazioni sulla follia di Jo, conclude tra scariche di fango e di adrenalina la scivolosa arrampicata, raggiungendo un ampio pozzo ascendente alla cui base si apre un condotto che rientra nell'ambiente di partenza. Si esce disarmando e man mano che i sacchi aumentano diventa sempre più salda la convinzione che "È meglio essere in 10 speleo con 2 sacchi che non in 2 speleo con 10 sacchi". L'amara realtà è quella che costringe due babbei sempre più carichi a rincorrere di pozzo in pozzo gli altri, sempre più imprendibili. Dopo essere riusciti a passare in parte il materiale sopra il 40, anche gli ultimi guadagnano l'uscita, rilevando le zone di ingresso, ancora prive di topografia.

Descrizione

     L'abisso F3 si apre a quota 2197 nei calcari del Giurese ed è caratterizzato fino a quota -100 da una successione di brevi meandri e pozzetti di approfondimento, molto belli e di facile percorribilità. Raggiunta questa quota, dove si trova una saletta, in parte occupata da una instabile frana, la cavità assume un andamento prettamente verticale: una successione rapidissima di pozzi porta sino al grande salone finale dove l'abisso termina tra caotici blocchi di frana a -345.

     La nuova via inizia una decina di metri sotto la partenza del primo P .40. Per raggiungerla occorre spostarsi dalla parte opposta del pozzo che in questo tratto presenta una sezione longitudinale di circa 10 m, quindi percorrere una cengia sulla destra fino a pervenire, attraverso una serie di delicatissimi e acrobatici passaggi, in un largo meandro concrezionato (passaggio Jo). La traversata è stata quindi armata con un lungo pendolo che attraversa il pozzo interamente in vuoto. Un breve meandro, antico relitto della via primaria della cavità, immette in una zona caratterizzata da una serie di pozzi. Il primo salto, fermatosi dalla coalescenza di due fusoidi paralleli, raggiunge 30 metri più in basso un grosso terrazzo: da una parte sprofonda ancora per 70 m tornando sulla via vec-

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chia, dall'altra attraverso un breve ed aereo meandro raggiunge un P.40. Alla base di questo ancora una serie di partenze: sulla destra un P.10 e poi un P.50 ritornano sul penultimo pozzo della via esplorata nel 1964; sulla sinistra una grossa frattura permette l'accesso a una finestra sul P.70 oppure a un nuovo salto profondo 30 m. Segue un meandrino, e una strettoia che immette su un P.15. A metà di questo una difficile risalita raggiunge un grosso arrivo. Alla base occorre abbandonare il ramo che sembra essere il principale ma che presto chiude su un sifoncino. Si raggiunge così in alto un traverso e una serie di brevi pozzetti scivolosi che permettono di aggirare l'ostacolo. Dopo pochi metri un terrazzo si affaccia su un grosso ambiente; 50 metri più in basso ci si posa su una enorme frana: quella del vecchio fondo.

 

 


AL BUCO DI VALENZA

Flavio tesi (GGP)


     Una delle ultime domeniche di agosto, confortati dal fatto che uno di noi vi era già stato, attrezzati di materiale pesantissimo in eccedenza, ci ritroviamo in tre, io Gerry e Mauro, per andare a cercare il Buco di Valenza. Dopo aver girato tutto il giorno sotto un diluvio senza trovare l'ingresso, alle 21.30 rinunciamo.

     Il giorno dopo ritentiamo e ci arriviamo, imbottiti di aspirine e pastiglie, accompagnati per mano da uno speleo di Sanfront incontrato per caso (suonato come una campana, che dopo essersi fatto una solitaria a Rio Martino, alle 7 di sera ci ha portati fino all'ingresso, sorbendosi ben 2 ore di marcia). Lorenzo, Gerry ed io decidiamo di entrare, sono le 20. Vista la grotta buco per buco, è l'ora tarda che ci spinge a risalire, ed è proprio qui che mentre aspetto Lorenzo che risale il Pozzo da 10 prima del salone terminale, faccio una arrampicata di pochi metri, attraverso una strettoia e finisco in un ramo nuovo; nuovo perché nessuna relazione ne parla. Il ramo nuovo, a differenza di tutta la grotta che è di un calcare marrone, è di calcare bianchissimo, con un rigagnolo d'acqua che in basso va a finire in una strettoia (troppo stretta per la mia pancia), e in alto in un laminatoio dove c'è da rompere alcune lame per riuscire a passare, però sembra da quel poco che si riesce a vedere, che dopo la strettoia vi sia un pozzo ascensionale con tante pietre rotonde di fiume non calcaree che fan pensare ad un secondo ingresso.

     Siamo poi tornati alcune settimane dopo per forzare quel laminatoio con martello e scalpello, ma non siamo ancora riusciti a passare, ci sarà bisogno di ritornare a martellare ancora e forse uno magro riuscirà a passare. Appena possibile porteremo a conoscenza dei nuovi risultati ed aggiungeremo sul rilievo il ramo mancante.

     P.S. Tutta la vicenda ci ha portato come utile uno speleo del G.S.S. (Gruppo Speleo Solitario) di Sanfront, che da allora (purtroppo) non ci ha più abbandonati nelle nostre uscite. Si sta parlando di Maurilio, che si iscriverà al 29° corso di speleologia, e che coglie l'occasione per invitare ufficialmente tutti gli istruttori ed aiuto istruttori del G.S.P. alla grande abbuffata di fine corso, a base di costine e carne alla brace, che si terrà a sue spese nella baita di Sanfront.

 

 

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P.B.: le gallerie Mistral

A. Eusebio


     La storia del nostro vagare qui sotto è lunga, già tempo fa (alcuni anni) eravamo scesi in tre ai Reseaux per aumentare la conoscenza di zone ignote, con il rilievo in mano, ci eravamo persi in grandi gallerie di crollo percorse da un vento forte e freddo che sapeva di buono.

     Poi nell'83 un'altra discesa ma questa volta troviamo tra noi e la Tirolese le Camelot. Nello stesso tempo altri targati GSP hanno vagato in zona ed i nostri ricordi sono analoghi, l'unico dato certo è la confusione.

     Così a fine giugno, in tantissimi, ci inabissiamo (Lori, Ube, Carlo, Arlo, Simonetta, Alberto Serra, Pesci ed il sottoscritto), arrivati in zona vaghiamo per un tot, poi, per vie diverse, mi trovo con Carlo in una sala ventosa con la scritta C.M. 1953. Di fronte, un masso sembra nascondere qualcosa, lo aggiriamo ed entriamo in una forra alta e franosa ma soprattutto nuova. Ne abbiamo la certezza quando giungiamo dopo poco in una sala e risaliamo un salto di una decina di metri, poi strettoie spegniacetilene e ancora sale. Va avanti bene, decidiamo di tornare dagli altri.

     Una breve arrampicata ci immette ora in antiche condotte ormai crollate e scivolosissime, le risaliamo per oltre 300 m, poi si complica, un intrico di condottini ci costringe a fare delle schifezze, Ube e Arlo arrampicano e ritrovano un condotto, infine si fermano su un pozzo da 20, che verrà disceso solo per metà ad esaurimento corde.

     Al ritorno troviamo l'altro ramo, la roccia fa schifo, crolla tutto, disostruiamo una strettoia a calci facendo crollare le pareti ed il soffitto, poi passiamo, anche qui va avanti, dopo un centinaio di metri incontriamo un pozzo, Carlo lo traversa, di là continua il meandro, per ora basta ed usciamo soddisfatti.

     Il rilievo ci dirà che siamo risaliti paralleli ai Reseaux A e B di oltre 90 m dalla Tirolese e siamo fermi su pozzi!

     La punta successiva si fa attendere fino ad agosto quando in sei rientriamo, tre in un ramo, tre nell'altro. Segir, Carlo ed io al meandro della Lama, Roberto, Stefano e Maria all'altro, siamo come sempre fessi, e naturalmente portiamo poche corde, questo influirà sulle serie possibilità esplorative di questa punta.

     La nostra squadra decide così di tralasciare il pozzo, brutto e apparentemente sfigato e di infognarsi, con varie orrende risalite, nel meandro stracciatute, senz'aria ma con massi mangiagambe fino all'estremo e forse anche di più. Infine torniamo indietro e ci buttiamo nel misero P.15 che prima avevamo trascurato. La partenza di poco più larga di 50 cm non promette nulla di buono, ma poi si spalanca e alla base è largo 4/5 m, a questo segue una forra larghissima che è subito interrotta da un pozzo sui dieci metri. Ma noi non abbiamo più corde.

     Anche l'altra squadra va male, scendono fino ad esaurimento corde, poche forse, fermandosi su un salto di pochi metri.

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Gallerie Mistral (Compl. P.B.) - rilievo

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F5

A. Eusebio, U Lovera, S. Sconfienza


     Rieccoci finalmente all'F5, molto, molto più tardi di quanto avevamo sperato. È settembre avanzato, smaltite le fatiche dell'Austria.

     La neve, puah! Per me che non so sciare è più dannosa che inutile e le rivolsi un ultimo sguardo di disgusto quando mi costrinse ad armare una strettoia laterale per evitare il fondo del pozzo ancora pieno di neve. Puah!

     È proprio bello scendere in una grotta armata, sapete, specie se ricordi ogni centimetro di quelle corde e l'unico tempo che perdi è per salutare posti da cui manchi da un anno. Non per colpa tua, del resto.

     Ai distratti che rimando per maggiori notizie ai numeri di "Grotte" dal n°1 al n° 88, ricordo che si era rimasti laddove "...la Via fuggita avanti, si doveva rincorrerla con piedi alati": un salone sopra il sifone terminale e una galleria a metà parete. L'unico dubbio, che il tempo avesse ingigantito il ricordo di qualche condottino sfigato.

     Invece no.

     E con i soliti c'era anche qualcuno coi piedi alati - Giampiero da Savona - così tranquillo da accontentarsi di una fatiscente sicura a spalla di un sottoscritto addormentato.

     Ed è subito galleria, su svariati livelli, tutti sbucanti sul pozzo precedente.

(S.S.)

     Riassunto delle puntate precedenti; ricorderete come esattamente un anno fa ne vennero raccontate su queste pagine le alterne vicende attraverso un tendenzioso e noioso articolo lunghetto. Allora il racconto terminava su una galleria facilmente raggiungibile che occhieggiava in una sala posta una ventina di m sulla verticale del sifone di 480. Un buon finale, pieno di suspence, eccessivo invece l'intervallo tra un episodio e l'altro. Arriviamo a settembre appunto quando una folta squadra composta da Stefano, Maria, Giampiero, Elio, Riccardo e Ube si accinse a ritornare, trovando ovviamente la grotta quasi totalmente armata, simpatico.

     Discesa quieta fino alla sala, poi Giampiero arrampica quei pochi metri che gli permettono di raggiungere la galleria. Invece no: Giampiero sale, ma la galleria non c'è, è più alta, forse. Inizia la caccia al passaggio. Siamo su un terrazzo in una spaccatura, di lì parte un condottino, molto ripido, che ci porta ad un livello superiore, anche qui niente, ma uno stretto camino ci fa salire ancora di qualche metro. Galleria finalmente, tonda, si biforca, molto fango, poca aria anzi niente, altre diramazioni che una dopo l'altra si chiudono.

     Torniamo al primo bivio, è una sala con frana, la risaliamo, poi tutto nero, sbuchiamo in galleria. Giampiero è vicino, gli altri più indietro, non li aspettiamo e partiamo di corsa: dopo pochi metri una spaccatura, quando le passiamo accanto ci soffia in faccia aria fredda, la ignoriamo e avanziamo diritto. L'aria è meno sensibile, ma siamo su sezioni molto grosse. Sempre avanti per un centinaio di metri. Nel frattempo giungono gli altri. Davanti a noi la galleria si restringe, il pavimento sprofonda e ha inizio una forra larga due metri che almeno sul momento complica terribilmente le possibilità di avanzata.

(U.L.)

     Ricorda alcuni luoghi del Corchia o di Piaggia Bella: la seguiamo, si approfondisce, anche noi. Ma improvvisamente un lampo ci folgora: TRACCE! E una scritta CMS 79. Dove siamo? E da dove sono arrivati? Dejà vu! Senonché questa volta le domande restano - tuttora - senza risposta. Pare in ogni caso che i precedenti abitanti del luogo, provenienti da un pozzo-spaccatura sopra di noi, abbiano guardato un saltino simil-pentola e se ne siano andati. Incredibile. Nessuna traccia altrove. Boh.

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F5: al P. 10 prima del pozzo da 150 (foto Meo Vigna)

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     Superiamo un po' confusi la scritta e avanziamo in un meandro stretti no fino davanti a una strettoia in sabbia, facilmente scavabile, con aria da spettinare Yul Brinner.

     Tenetela a mente, signori, questa strettoia, perché è uno dei punti interrogativi meglio diretti di tutto F5. E magari farà ancora parlare di sé.

     Tra una dormita e l'altra, alternativamente tra le braccia di Morfeo e di Maria Dematteis, ricordo che la solita coppia Carrieri-Lovera trova sotto all'ennesimo pozzo una via assai promettente, di cui, per me allora e per voi adesso che leggete, se ne riparla alla seconda punta.

(S.S.)

     È ora. di tornare, sono le 8 di mattina quando ripassiamo davanti alla spaccatura soffiante. E tardi e il programma prevede di mangiare qualcosa e uscire. Però c'è aria, si può dare solo un'occhiata. Solo un'occhiata; Mentre salgo assicurato da Riccardo, Carrieri spitta in sicura su Stefano. Le corde si intrecciano. Giampiero scende e poi urla. Lo raggiungo in un secondo. Davanti una condotta, tonda, sinuosa, aria forte in faccia. Strano, dovrebbe aspirare, ma la zona è piena di anomalie. Qualche metro e la condotta si allunga, diventa una forra scivolosissima, pericolosa, mortale senza sicura, poi riprende il condotto, in discesa, tortuoso, in cui corriamo fino ad un pozzo sentendo provenire da sotto rumore d'acqua. Torrente, reseau, fiume che sia, quella che sentiamo è acqua che scorre e siamo in una zona di sifoni e c'è tempo per tornare domenica prossima.

(U.L.)

     Seconda discesa dunque, nella quale si narra quanto si vagò nei labirinti finali dell'F5. La precedente punta, composta di laide vacche, non si è degnata di rilevare (i maligni dicono perché non ne sono capaci) e le grandi gallerie continuavano a rimanere sospese nella mente degli esploratori senza una direzione precisa.

     Del resto gli speleologi componenti la squadra precedente sono poco più che bestie, già poco sanno di corde e spit, figurarsi di bussole e rondelle, e allora costringono me, povero vecchio e stanco, a riimmergermi nel buio.

     I sette malvagi fanno le squadre: nella prima, della quale faccio parte anch'io, ve ne sono tre, uno sa parlare, uno leggere e l'ultimo contare (così possono aiutarmi a rilevare), nella seconda tutti gli altri che sanno solo scrivere fregnacce (ma non leggerle): tra loro fa spicco l'assoluto dei pontificatori che però molto saggiamente preferirà restare fuori.

     Mi fanno entrare subito, minacciando di raccontare la mia vita segreta, con altri figuri di dubbia moralità, un tal Ubaldo di Lusso da Moncalieri, Riccardo Pavia da Torino, Jo Lamboglia da Nizza, emettendomi in mano gli strumenti mi dicono di smettere di usarli solo quando non ci sarà più nulla da rilevare.

     Così tra 10 spaurito ed il terrorizzato comincio un lavoro senza fine rilevando tutto l'esplorato dell'84 e della punta precedente, evado avanti cambiando più volte il compagno per oltre 15 ore.

     Arriviamo così sull'orlo del pozzo non disceso la volta precedente e si ripete una scena classica: per un pozzo valutato 20-30 metri c'è solo una piccola corda inferiore ai 10 m. Poi come nei films americani arrivano i nostri, si tratta del prode Sgunfia Labbro pendulo da Cavoretto che con un sacco ben pieno di corde solleva morale e situazione.

     Il resto fa parte della solita speleologia d'esplorazione, traverso su pozzo, meandro, galleria, altro pozzo da venti, che stavolta sbarra la strada, con gorgoglio d'acqua sul fondo, dove siamo? Sicuramente non sul conosciuto, alla base del salto, un torrente ... inesplorato... diretto Nord-Sud... con gallerie grandi, come solo grandi abissi sanno darti.

     Cominciamo a correre su e giù, poi ci ritroviamo frastornati alla base del pozzo, e a qualcuno viene in mente una bella frase che ora riporto per comunicarvi parte dell'entusiasmo: "Di qui usciamo solo a rilievo ed esplorazione finita!". E così facciamo, duecento metri a valle in meandri fangosi finche un sifone ci sbarra la strada, poi l'amonte per altri duecento metri di grandi gallerie e sale finché alla base di un pozzetto ascendente

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ci fermiamo, per risalire ancora bisogna bagnarsi e sono 18 ore che siamo dentro, è il 29 settembre e probabilmente sarà l'ultima punta in profondità della stagione. C'è chi dorme in piedi, chi da seduto, chi rilevando, attimi di ripensamento poi decidiamo di uscire, per oggi può bastare, il disarmo farà il resto.

     Saliamo tutti, primo Jo con un sacco, poi Riccardo e Stefano con un altro, poi Ube con una musette armo, infine il sottoscritto disarmando. Se siete stati attenti, vi siete resi conto che mancava qualcosa all'appello..., banale direte voi, la musette da rilievo..., rimasta alla base del pozzo, in vista ma al sicuro e all'asciutto. Un po' di tempo dopo ce ne accorgiamo anche noi, attimi di costernazione, e poi i due fanalini di coda invertono la marcia e tornano a recuperare uno stupido quadernetto con su i dati di oltre un chilometro di nuove gallerie topografate.

     Questa volta badiamo bene a non dimenticare nulla, ci ritroviamo con gli altri poco sotto a Gran Burrone, mangiamo qualcosa, poi Jo e Riccardo con un sacco a testa ci lasciano, noi tre risaliamo con una montagna di sacchi, disarmando fino alla base del 155. Infine qualcosa ci dice che il nostro "dovere" per stavolta l'abbiamo fatto. Molliamo

tutto e di corsa usciamo, dopo 22 ore.

(A.E.)

     Ancora qui dentro, accade spesso di recente, ma è imperativo evitare che le corde restino qui anche quest'anno. In questo modo una eterogenea compagnia si accinse al disarmo. Con me Papà, Valentina, Elio Pesci, il ricordo dei 5 sacchi lasciati sotto; il 155 e il presentimento di catastrofe incombente. Falso; in breve giungiamo in loco dove cinque sacchi diventano quattro per merito di un'atroce opera di compressione. Parte Elio con un sacco gigantesco: riavremo sue notizie alle macchine. Gli altri 10 seguono, il resto della salita sarà costellato di irripetibili scene in cui i personaggi sopra citati si strappano di mano i sacchi da portare fuori. Cose da non credere.

(U.L.)

 

 

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SARDEGNA '85

U. Lovera

      "Quando ci si pensa il solo fatto di essere in una barca è spaventoso. È già brutto fidarsi di un simile mezzo di trasporto su acque poco profonde, ma quando l'acqua è di una profondità incalcolabile, forse 1000 braccia, imbarcarsi su un trespolo carico di merci e bagagli di tutti i generi, con solo lo spessore di un dito o due di legname tra noi e l'acqua!... Posso capire che delle persone peraltro normali si rifiutino assolutamente di andare in barca. È vero che è anche molto pericoloso viaggiare per terra, ma almeno qualunque cosa accada è sempre un conforto sentirsi la terra ferma sotto i piedi".

Shei Shonagon (966-990)

Nelle gallerie Lilliput di Su Palu (foto G. Villa).

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     Ciò nonostante partimmo. Sul traghetto solo rapidi controlli alle attrezzature, scialuppe, salvagenti ecc. e poi via una rapida cavalcata alla fine della quale avevamo completamente domato il galeone. Terra, e per quanto turbati dall'inquietante notizia che la Sardegna è un'isola e minacciose acque la circondano, pensate, da ogni lato, riuscimmo a vagare ed apprezzare tutto quanto stava attorno. Inoltre nella dozzina di giorni della nostra permanenza natalizia non ha nevicato neppure una volta ed anzi le nostre giornate sono state rallegrate dalla presenza quasi costante di un discreto sole. Capite, non lo squallido solleone che in questo momento starà probabilmente martoriando senza pietà le schiene ustionate e piagate di altri speleologi raminghi e senza casa, che appestano certe città dormitorio quali sono notoriamente parecchi centri meso-americani o che so io, brasiliani. No, un sole delicato e gradevole che da parte nostra abbiamo curato di festeggiare il più possibile evitando luoghi insalubri e umidi e bui quali le grotte.

     Una sola passeggiata ospiti degli amici di Oliena che ci hanno fatto anche da ciceroni e accompagnatori a Su Palu, uno dei templi dell'esplorazione sarda. Ed ecco che per quanto mitici e celebrati qui al nord siano gli antri sardi, non sarei mai riuscito a comprendere cosa si provi in una grotta scontrandosi con i suoi 16 gradi di temperatura. Ed anche descriverlo è arduo. Sappiate comunque che non si soffoca. Su Palu quindi, luogo incantevole se si esclude un sifonetto nella parte iniziale in cui il rapporto tra zone immerse ed emerse è tale da causare la quasi totale immersione. Questa circostanza che altrove avrebbe compromesso ulteriori possibilità di esplorazione non ha invece conseguenze viste le caratteristiche della cavità, gallerie larghe, calde ecc.

     Così Peppino e Fabrizio guidandoci attraverso le meraviglie della grotta ci hanno srotolato innanzi chilometri di percorsi fiabeschi che sarà inevitabile evocare (ed è già successo) negli abituali luoghi ipogei.

     Eccellente anche l'ospitalità che ci ha permesso di occupare per tre giorni la sede dello SCO e di gustare nel contempo il vino locale.

     Ora non è che io possa dirvi molto al riguardo dato che conservo nozioni precise solo relativamente ai primi bicchieri. Ho confusi ricordi in cui un sapore gradevole al palato si mescola con odori e gusti più acri e volti e facce e un maiale ancora vivo sul fuoco che urla il suo dolore e nessuno lo sente e tutti lo mordono incuranti delle grida. Ebbene sì, è successo di nuovo, ho esagerato.

     Poi blande cose come mettere il naso alla sommità del Golgo (i superstiti) o tornare nei luoghi dei nostri avi con una riesplorazione parziale di Su Anzi II. Il resto del tempo, al sole signori, guidati per bellezze archeologiche, nuragiche e paleontologiche, da Giuly e Franca attraverso tutta l'isola.

     Hanno partecipato: Giuliano Villa, Franca Maina, Tiziana e Giancarlo Arduino, Alberto Gabutti, Simonetta Carlevaro, Arlo Chiabodo, Loredana Valente, Poppi Eusebio, Ube Lovera.

 

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Ricerche biospeleologiche 1985

A. Casale


     L'anno che si è concluso ha visto un'attività biospeleologica non particolarmente intensa sul terreno, ma ricca di risultati di grande interesse, ed in via di pubblicazione. Le ricerche sono state condotte dallo scrivente, solo o con P.M. Giachino, anche nell'ambito dei programmi del Museo Regionale di Scienze Naturali; parte del materiale in studio è stato infine raccolto da amici, fra cui segnalo P.F. Cavazzuti e Meo Vigna.

Alpi occidentali

     Sono proseguite, come di consueto, le visite "di routine" in grotte e sotterranei artificiali delle zone di Vernante, di Garessio e di Frabosa.

     Fra i risultati più interessanti, segnalo invece il reperto (maggio 1985) di un esemplare di Laemostenus (Actenipus) ginellae Morisi nella grotta dei Partigiani (Rossana, CN). Questo interessante Sfodrino, descritto solo negli anni '70, è un elemento endemico delle Alpi Cozie (dalla Val Pellice alla Val Grana), generalmente epigeo, silvicolo, raccolto in ambiente ipogeo solo alla grotta Ghieisa d'la Tana (Angrogna). È singolare il fatto che la specie non è mai stata notata nella ben nota, e tante volte visitata, grotta delle Fornaci, appartenente allo stesso sistema della grotta dei Partigiani, dove è comune Sphodropsis ghilianii. Ricerche successive non hanno dato esito. Sempre in Val Varaita, un'altra eccezionale scoperta: con esche interrate (formaggio) ho appurato la presenza, nella faggeta di Valmala (1300 m circa) di una rigogliosa popolazione di Doderotrechus casalei Vigna, associato a Parabathyscia dematteisi Ronch. e Pav., e a Sphodropsis ghilianii (Schaum): la stessa fauna delle grotte sottostanti, che a più alta quota, in scisti non calcarei, trova condizioni microclimatiche di esistenza (nell'"ambiente sotterraneo superficiale") ancora più favorevoli che non in grotta. È un fenomeno ormai ben conosciuto, che se da un lato toglie un po' di fascino al concetto, sempre più labile, di "fauna cavernicola", ci rassicura dall'altro sulla protezione naturale di cui godono queste faune (si ricorderanno le iniziative intraprese, anni addietro, per tentare di salvare le specie ritenute endemiche della grotta delle Fornaci, oggi ormai inaccessibile per l'attività delle cave limitrofe).

     Un altro dato interessante, nelle Alpi occidentali, è stato il reperto da parte di Meo Vigna di un Duvalius cf. carantii durante uno scavo nella zona dell'Artesinera; la presenza di questa specie in alta quota (2000 m), sul Mondolé, è già stata segnalata nelle precedenti relazioni biospeleologiche: ne avevo esaminati fino ad ora solo due esemplari, da me raccolti alla base di un pozzo (-10) non lontano dall'Artesinera.

Alpi orientali

     Poche uscite nelle Alpi orientali durante il 1985: da ricordare unicamente due visite (per l'ennesima volta) nelle grandi cave non più attive della Valpolicella (Verona) alla ricerca di Lessinodytes caoduroi Vigna, eccezionale Trechino descritto su un unico esemplare. Tutti i tentativi sono risultati vani.

Grecia, Turchia

     In luglio ho ripreso, tanto per non smentirmi, la via del Vicino Oriente, con la famiglia al completo. Un maledetto guasto meccanico al Camper, poco a sud di Ancona, mi ha costretto a rinviare l'imbarco da Brindisi di circa una settimana, facendomi perdere tempo prezioso, e facendo fallire l'appuntamento con P.F. Cavazzuti in terra anatolica.

     Programma ridotto dunque, ma con qualche buon risultato: nella Macedonia greca ho visitato il piccolo pozzo sul M. Vermio (Viria, Seli) ritrovando le interessantissime specie da me scoperte nella campagna del 1983 (v. relazione sul boll. Grotte n.83): il Trechino Duvalius vermionensis Cas. ed il Batiscino (di un genere nuovo, ultraspecializzato), Elladoherpon inopinatum Cas., oltre a Pseudoscorpioni, Chilopodi, ecc. Sul M. Pangaeo,

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piccolo massiccio calcareo isolato di circa 2000 m presso la costa, ho visitato la grotta "Nagasà", ritrovando il Batiscino Pangaeoniola casalei Etonti e lo Pseudoscorpione Neobisium pangaeum Gardini. È fallita invece un'estenuante ricerca, sotto il sole implacabile per tutta una giornata, della grotta "Askitotripa", di dove è stata segnalata recentemente una interessante fauna (Duvalius schoenmanni Fischhuber). In compenso, buoni i risultati in ambiente endogeo: nessuna traccia di Duvalius milenae Cas., ma una nuova specie di Paraduvalius, ed uno Stafilinide microftalmo probabilmente inedito. La fauna sotterranea di questo massiccio, che ho iniziato ad esplorare nel 1982, si sta rivelando eccezionale.

     Ancora in Grecia, nei massicci centrali a sud del Pindo, una bella grotta-inghiottitoio a 1650 m, sul M. Iti (= M. Oeta, dei vecchi autori), conosciuta come "Katavotri" ( = inghiottitoio) ha permesso la scoperta di un nuovo Duvalius, in fase di descrizione.

     Nessun risultato di rilievo in Turchia, dove la ricerca di grotte nelle Alpi Pontiche occidentali (fra Amasra ed Eskipazar) è stata infruttuosa, anche per il poco tempo disponibile.

L'ingresso della grotta-inghiottitoio Katavotri sul M. Iti (foto A. Casale).

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Sardegna

     In novembre, missione del Museo Regionale di Scienze Naturali in Sardegna (Casale, Giachino e Boffa). Pur trattandosi di una ricerca non strettamente finalizzata alla Biospeleologia, sono state visitate alcune grotte molto interessanti, in situazioni meteorologiche pessime (abbiamo preso la pioggia, la neve ed il freddo che non si vedevano nell'isola da nove mesi, per non parlare della traversata in mare...).

     Dopo un simpatico incontro con gli speleologi del Gruppo Speleologico Sassarese (dove l'amico Giuseppe Grafitti lavora egregiamente ed entusiasticamente in ricerche faunistiche sulle grotte sarde), ed una visita alle collezioni dell'Istituto di Entomologia dell'Università, abbiamo fatto campo-base per alcuni giorni in una locanda di Dorgali.

     Con una certa emozione, ho rivisitato grotte viste 15 anni prima (con Gobetti e Longhetto), quali l'Urennorre o "grotta Pisanu" (bella cavità introvabile senza l'aiuto di un pastore), con reperti di Speomolops sardous, Ovobathysciola majori, Pseudoscorpioni ecc.; la vasta grotta "di scavi Taramelli", non lontane da San Giovanni Su Anzu (Ovobathysciola majori, ecc.) e nella Valle di Lanaittu la parte iniziale di Su Bentu (Ovobathysciola majori, ecc.), e la sottostante grotta S'Istampu'e sas Ballas, che funge (con Sa Oche) da troppo pieno del sistema Su Bentu-Su Cologone. In quest'ultima grotta è presente una popolazione di Speomolops sardous, isolata da quelle del Dorgalese ma apparentemente indifferenziata; purtroppo ho dovuto concludere l'esplorazione (solitaria, dato che solo io sono riuscito a passare nel foro d'ingresso, parzialmente ostruito da un masso caduto) dopo pochi metri, davanti a un sifone che è quasi sempre innescato.

     L'unica giornata di tempo decente (molto freddo, ma senza pioggia) ha visto arrancare Giachino e il sottoscritto sul ghiaione ("su renagliu") che porta verso la vetta del Turuddò (M. Albo, Lula), bellissimo massiccio calcareo isolato ricco di fauna endemica (fra cui Duvalius sardous, l'unica specie di questo genere presente nell'isola). Grazie alle indicazioni precise degli amici sassaresi abbiamo trovato la grotta Conca 'e Crapa a 1040 m, cavità di discreto sviluppo con ingresso superiore, a pozzetto, e ingresso inferiore, con ampio salone, in una radura fra gli alberi. Pochissimi i reperti, data la stagione non propizia (Bathysciola fortesculpta, Catopidae, ecc.) nessun Duvalius se non i resti di due esemplari in una trappola dimenticata da almeno 20 anni!

     Ancora sulla costa orientale, appuntamento con Grafitti e altri del GSS per una puntata a Su Palu, non potuta trovare perché nessuno del gruppo aveva mai visto l'ingresso, inutilmente cercato per un'intera giornata nella fitta macchia fradicia di pioggia.

     Ed infine, visita a Sa Edera, sul Supramonte di Urzulei, con il piacere di vedere (di rivedere, per il sottoscritto, dopo tanti anni) lo splendido Sardaphaenops supramontanus vagante sulle pareti e sui massi, a caccia di prede fluitate dall'acqua. Un individuo, favorito dal freddo e dall'umidità esterna, era giunto fino ai primi metri appena oltre l'ingresso, e stava morendo, disidratato, su una parete: per una volta, l'abbiamo "flaconizzato" senza rimorsi!

Pubblicazioni e ricerche

     Sono comparsi, su riviste italiane e straniere, alcuni lavori del sottoscritto (solo o in collaborazione) di carattere biospeleologico. Fra gli altri, lo studio zoogeografico dei Carabidi delle Alpi Liguri (Atti Congresso Naz. Soc. Ital. Biogeografia, tenutosi a Sanremo nel 1982: v. Grotte n.79), di Casale e Vigna Taglianti, con ampio risalto alle specie ipogee, e la descrizione di due nuovi generi di Bathysciinae, di Casale e Giachino, sul Boll. del Museo Reg. di Scienze Naturali (1985, vol. 3): Maroniella, con specie-tipo beroni n. sp., di una grotta della Grecia nord-orientale, e Cavazzutiella, con specie-tipo taurica n. sp., di una grotta del Tauro sud-occidentale (Anatolia).

     Infine, è in stampa, dopo dieci anni di lavoro, una revisione dei Carabidi Sphodrini mondiali (tipici abitatori della Penisola Iberica e dal Marocco all'Asia centrale) ad opera dello scrivente (per la serie "Monografie" del Museo Reg. di Scienze Naturali). Stampato, dovrebbe aggirarsi sulle 800 pagine, con centinaia di figure.

 

 

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UNA PALESTRA A PINEROLO

L. Barcellari e F. Tesi (GGP)


     Sta diventando famosa la palestra di speleologia, allestita presso Porte di Pinerolo dal G.G.P. E la seconda volta infatti nel giro di due mesi che prende fuoco la zona circostante, con gran spiegamento di VV.FF., CC. e curiosi locali. All'ultimo spettacolo si è sentito dire da qualche spettatore: "E lì dove si appendono quei matti con le corde"; se non altro adesso esiste un punto di riferimento. Per chi comunque vuole arrivare da solo, la strada è quella per il Sestriere: oltrepassando Pinerolo e Abbadia Alpina si arriva all'abitato di S. Martino (subito prima di Porte di Pinerolo). Qui si svolta a sinistra, subito doo una birreria localmente rinomata, superando il ponte sul Chisone che porta alla strada provinciale degli Inversi. Dopo il ponte si svolta subito a destra, in direzione di S. Germano Chisone, e ad 1 Km circa, sulla sinistra della strada, c'è la Palestra.

     Sì, è proprio questa, cosa sono quegli sguardi incerti? D'accordo, non è la "Sbarua", o la Parete dei Militi a Bardonecchia, anzi a dire il vero, è effettivamente bruttina, ma ha i suoi pregi. Primo fra tutti è quello di essere a pochi minuti da Pinerolo, che non è lontana da Torino. Si arriva in auto proprio sotto, ed è un posto tranquillo, senza un grande viavai intorno.

     Il pregio migliore, forse, consiste nel fatto che per la maggior parte le pareti sono strapiombanti, e che presenta un'infinità di varianti, dalle più spericolate, con cambi e traversi in condizioni impossibili, alle pareti in pendenza, dove chi ha da imparare non trova alcuna difficoltà ad adoperare gli attrezzi, essendo in condizioni favorevoli.

     È composta da varie zone, con difficoltà sempre maggiori, essendoci strapiombi sempre più alti. La roccia è solida e compatta, e pur non essendo calcarea non da alcun problema nel piantare spit. Noi abbiamo iniziato ad a.ttrezzare a spit la zona pi~ f.acil.e e comoda, dopo aver chiesto il permesso al comune di S. Germano. Passando al difetti, bisogna dire innanzitutto che si trova in un posizione all'inverso, e quindi è un posto molto freddo in inverno, ma molto fresco i estate quando il caldo si fa sentire. Essa può comunque tornare utile per qualche pomeriggio vuoto, o per provare le capacità di qualcuno che si intende far scendere in grotta, e in altre occasioni ancora. Per valorizzarla è comunque necessario andare e lavorarci, crearla insomma.

     Alle poche vie già pronte, sarà possibile aggiungerne di nuove, a seconda delle difficoltà che via via si incontreranno. Stiamo intanto preparando delle placchette, le solite autocostruite, verniciate in maniera visibile, da lasciare fisse sul posto per chiunque fosse interessato. Il nostro invito è aperto a tutti quelli che abbiano voglia di venire a piantare spit e aprire vie nuove.

 

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NOTE TECNICHE: la Ferrino Geo 3

A. Gabutti


     Tenda speciale serie R. Messner per il trekking: indubbiamente ottima nelle notti di vento e pioggia se accuratamente montata nel salotto di casa. E ci fai anche una bella figura con gli amici, il tessuto di nylon a spalmatura alluminata termoisolante con la firma di Rinaldo è davvero estetico. L'unico punto di forza della tenda è proprio questo benedetto telo: peccato che la mancanza di absidi, lo spiovere delle pareti e il loro materiale rendano vani e patetici gli sforzi della spalmatura alluminata, peraltro pomposamente utilizzata nel sacchetto porta picchetti e in quello esterno. Credo che sia di cattivo gusto associare un buon tetto ad una tenda costruita con un tessuto paragonabile a quello dei K. Way, tenendo conto che la mancanza di coperture laterali (absidi) trasforma la Geo 3 in un ottimo catalizzatore per tutte quelle gocce di pioggia che non cadono perfettamente verticali. La paleria, in vetroresina solidarizzata con elastico, è infine il giusto trait-d'union tra il tetto ed il corpo tenda; la dicitura fa pensare a chissà quale avanguardia tecnologica, la realtà invece parla chiaro: i bastoncini dello shanghai sono forse più resistenti. Messner, o chi per lui, non deve aver pensato, tra le altre cose, che un igloo di tela alto 1,35 m può essere una facile preda del vento meno agguerrito. La paleria di conseguenza non è stata concepita per poter sostenere delle sollecitazioni elastiche di una certa intensità tendendo a rompersi nel punto di maggior curvatura. Gli elastici, quindi, risultano fondamentali, peccato che debbano essere utilizzati per arginare le crepe dei paletti.

     Niente da ridire, invece, sui picchetti: forti e robusti, belli e armoniosi nella loro inconfondibile linea a punto interrogativo che viene quasi spontaneo domandarsi: ma saranno della Ferrino?