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GROTTE

anno 28, n. 88 - maggio-agosto 1985

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

 

sommario

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Notiziario

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Attività di campagna

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Campo di luglio

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Dal Cañon Torino

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Diario del campo '85 alla Colla dei Signori

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Hagengebirge '85

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Una travagliata storia, forse a lieto fine

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Appunti sul dove, come, quando e perché di una spedizione

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Geologia e geomorfologia

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I risultati

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Descrizione delle cavità

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Alverman il magico

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Crak 85

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Coccovello atto secondo

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Esplorazioni in Turchia

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Sei mesi dopo il corso, a Pinerolo

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Zona Z: ultime notizie

 

 

Redazione:

Marziano Di Maio

(resp.)

 

Giovanni Badino

 

 

Alberto Gabutti

 

 

Laura Ochner

 

 

 

 

Foto di Copertina (Gallerie del Paradiso, Bossea): Meo Vigna

Bozzetti di Simonetta Carlevaro

 

Stampa: LITOMASTER,

Via Sant'Antonio da Padova 12

 

 

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NOTIZIARIO

 

     Il 7 giugno durante l'assemblea straordinaria di metà anno sono stati nominati nuovi membri aderenti del GSP una ventina di ex-allievi dell'ultimo corso: Barbieri, Barcellari, Bernardi, Bertorelli, Dematteis, De Quino, Di Fonzo, Dorin, Faure, Francia, Lattini, Lo Turco, Pesci, Sacchetti, Terranova, Tesi, Tocco, Trova, Vemero, Vignolo.

     Durante l'estate il forte partito interno al GSP che predica che per andare alla "Sala delle Acque che Cantano" bisogna passare da zona F (l'altro predilige il fondo della Conca di PB) ha prevalso. E stato fatto un notevolissimo lavoro prima a tentare di liberare dalla neve l'ingresso di F5, poi a scendere in F3 ed infine in F5. Discreti i risultati in F3, notevoli in F5: ne daremo cronaca più dettagliata sul prossimo bollettino, insieme ai nuovi rilievi, arricchiti di circa 1,5 km di gallerie.

     L'abisso delle Frane, mitica cavità sopra le Vene perduto per sbaglio di posizionamento degli speleologi triestini, è stato ritrovato. Adesso è un -300 e, forse, continua. Ne parleremo sul prossimo bollettino.

     I veronesi tramano nelle Alpi Apuane. l'abisso "Papà de Gnoco", che non abbiamo il permesso di dire dov'è, sta per scattare verso il profondo.

     È stato trovato dai lucchesi un nuovo abisso in Arnetola. Lo han battezzato Abisso dello Gnomo ed esplorato con Pisani e livornesi. la quota raggiunta è -815. È di struttura un po' diversa dagli altri: nella prima parte ricorda i Draghi Volanti, suborizzontale e senza pozzi, per poi cambiare nella seconda parte e precipitarsi giù come fanno le altre cavità arnetolesche .

     Incidente in una gola a Chieti. Quella che un articolo di Alp definisce la più impegnativa gola italiana, ha fatto la prima vittima. Una ragazza si è spaccata una gamba, e ha così messo in crisi chi doveva recuperarla (e no), cioè Soccorso Alpino, Soccorso Speleo, Vigili del Fuoco, volontari locali, ecc.

     Gli speleo locali, che fessi non sono, han chiesto rinforzi che sono arrivati nelle persone della squadra toscana rinforzata con elementi emiliani e piemontesi. la squadra risultante era quasi la più forte immaginabile in Italia, circa il Crak rinforzato. Ciò nonostante abbiamo penato non poco a recuperare la ferita che, per fortuna, è una persona assai solida dal punto di vista psicologico.

     Comunque è notevole il fatto che abbiamo scoperto un tipo di incidente al confine tra l'intervento alpinistico e l'intervento speleologico: è il soccorso nelle gole. Di chi è la competenza?

 

     Jo Lamboglia ci comunica notizie di nuove esplorazioni all'Aven Joël 24-80 presso la Colla dei Signori; nel ramo superiore (-100) è stato scoperto un nuovo complesso formato da una grandissima galleria fossile molto concrezionata e con un sistema di condotte forzate. Tale galleria sbocca a monte su un pozzo ascendente di grande diametro; in essa nell'estate '85 una perdita è risultata dare accesso a un ramo attivo composto da una successione di vari pozzi, e terminato su un meandro con acqua. Con una risalita è stata successivamente raggiunta una finestra che si apre su un grande pozzo ascen-

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dente percorso da una violenta corrente d'aria. Gli obiettivi sono ora di trovare un secondo ingresso, e di esplorare oltre l'attuale fondo a -410 (ci si è fermati su un p. 8).

 

     Come, non sapete del premio della Volpe d'Argento? Si tratta di un riconoscimento che onora il più stupido dell'anno. Nel 1983 Torino, grazie a G. Badino e al suo volo in deltaplano, l'ha strappato a Trieste, la città che per prima l'ha messo in palio. la Volpe d'Argento è poi passata a S. Sconfienza, che l'ha conservata a lungo. Solo che ora è stata strappata a Stefano e consegnata a Meo Vigna e Margherita Pastorini.

     Gli è, difatti, che Meo e Marghe han deciso di sposarsi. Poco male, direte voi, lo fan quasi tutti, si può rimediare: lo fan quasi tutti. Gli è che Meo e Marghe han deciso di farlo in gran segreto. Solo che non a tutti, diremo noi, capita che ci sia un incidente (Chieti) il giorno in cui gli sposi sono sgattaiolati a maritarsi, e non a tutti dunque capita che si scatenino le ricerche dei più assatanati del CNSASS per ritrovare lo sposo. Gli è che Meo non si trova, ma si trova il fatto che sta diventando sposo; il recupero della ferita, lontano lontano nel Chietino, ha come argomento principe la vendetta per l'affronto che Meo e Marghe han tentato di farci subire: aggirare i nostri servizi segreti, pensate!

     L'affronto, ormai l'han pagato, in mezzo ad un mare di frecciate. Al Marguareis, presenti i rappresentanti di GSP, GSI, Squadre varie CNSASS, consigli direttivi di SSI e CAI, e Servizi Segreti vari, hanno ricevuto l'onore della Volpe d'Argento con il seguente testo: "Intendiamo premiare voi, Bartolomeo Vigna e Margherita Pastorini, per l'eroica, gigantesca e patetica buona volontà da voi dimostrata nel cercare di celare alle suddette organizzazioni il buffo incidente occorsovi di recente. Vi viene perciò consegnato questo riconoscimento che è il testimone dell'ideale staffetta che propaga nel tempo quello che l'ufficialità di questa cerimonia ci obbliga a definire "candore"".

     Durante il Corso di Speleologia abbiamo avuto un gruppo di allievi di Pinerolo, validi speleologicamente e completamente stupidi, giusto come siamo noi.

     Ora han fondato un nuovo gruppo speleologico. In genere la superbia ci fa accogliere con sarcastiche risate ogni concepimento di nuovo gruppo grotte, pronto per l'aborto. Questa volta non abbiamo affatto riso e, anzi, contiamo di appoggiarli il più possibile.

     Nell'ambito del Progetto Prevenzione tossicodipendenze Città di Torino, è stato organizzato nel periodo dal 12 marzo al 28 maggio un Corso di formazione e informazione per operatori delle Associazioni, tenuto dal Gruppo Abele in collaborazione con le équipes tossicodipendenze e operatori delle Associazioni. Per il nostro Gruppo hanno partecipato Gianfranco Buscatti, Patrizia Cannollito, Luisella Pilotti, Linda Rambaldi e Loredana Valente.

     Il 2 maggio il fotodocumentario "Speleologia alla ricerca della luce" e il film "Garbo della Donna Selvaggia" sono stati proiettati da G. Villa nella sede dei Lyons di Busto Arsizio; gli stessi erano stati presentati il 7 marzo a Imperia. Il 17 maggio una proiezione di film è stata effettuata alla Biblioteca comunale di Settimo Torinese, sempre da Villa.

     L'8 agosto Masciandaro ha presentato nell'Abbazia S. Angelo di Montescaglioso (MT) il fotodocumentario da lui realizzato, che è stato applauditissimo. Va ringraziata sentitamente per la collaborazione offerta la Media's Art.

     Alé, la sede.

     Già, la sede. Si tratta di un posto, con un tetto, disponibile per attività di organizzazione speleologica. Ora è grosso. Settecento metri quadri, signori. Settecento. Ci faremo un mucchio di cose, fra cui morirci dentro per metterli a posto.

 

 

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Jean François

G. Badino

     È morto Jean François Pittet. "Giovanni Francesco" lo avevo chiamato su un articolo, tempo fa, il primo svizzero simpatico nella storia dell'umanità. Una errata manovra in partenza nel primo pozzo di un abisso sulle Pale di San Lucano lo ha fatto precipitare giù nei primi due pozzi, una quarantina di metri.

 

(foto G. Badino).

 

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     "Metti uno spit" mi dice. Stiamo arrampicando nel canyon finale della Filologa; siamo ad una quindicina di metri d'altezza, su fango. Ora mi devo alzare in gran spaccata per poi inserirmi in alto, più allo stretto: accenno a farlo slegato ma JF mi ferma. Metti uno spit. Lo metto. JF mi fa sicura. Mi alzo. Scivolo, e mi trovo aggrappato, appeso allo spit.

     Andrea mi mostra rilievi. Andava bene, dice, andava bene. Avevamo trovato molte grotte, un paio di quasi -200, con altre promesse. Continua a mostrarmi rilievi: sono tutti di JF e mi viene una tristezza infinita. Disegni accurati di un tale che aveva appena iniziato, si può dire, ma cercava una via sua. Rilievo dopo rilievo mi si dipanano davanti i suoi ultimi giorni. "Abbiamo perso tantissima forza" dico ad Andrea, ma lui lo sa già, meglio di me.

     JF era un dorrniglione. Un "dormitore" lo ha definito una conoscente comune: al rifugio passava l'estate sonnecchiando sui letti per poi, di colpo passare a camminare instancabilmente in caccia di buchi Trovava tantissimo, più di tutti: avevo studiato come si muoveva per capire perché e lo avevo, almeno in parte, capito. Si muoveva sempre: in genere le battute sono fatte di camminate e di lunghi periodi di sosta. Non con lui: camminava, camminava.

     Per me il massimo è trovare un buco nuovo ed esplorarlo e rilevarlo. Rifare grotte note non mi interessa: questo mi raccontava, stupendomi molto perché questa posizione in genere è tipica di speleologi esperti.

     Era un elitario. Questo lo rendeva sia simpatico che antipaticissimo: molti in gruppo hanno avuto disaccordi con lui, mugugni. Le associazioni lui non le capiva proprio ed "il GSP" nella fattispecie non gli era particolarmente simpatico.

     Lo aveva scoperto Andrea in Guatemala e lo aveva trascinato alle grotte. Poi sul Marguareis mi avevano parlato di "uno svizzero amico di Andrea". Poi lo avevo conosciuto, e mi piaceva. Superbo, ogni tanto a torto, ma in genere con ragione: doveva avere molte storie dietro di sé, e stava utilizzandole per rafforzare questa sua nuova attività, e ci riusciva.

     Mi parla della sua baita nel Jura e di come lui passa i giorni pescando. Mi dice di andarlo a trovare, ma per due volte passo in zolla e riesco solo a sentirlo per telefono. Mai più JF mi insegnerà a pescare con la mosca.

     Guardiano notturno in una qualche banca ginevrina, per sbarcare il lunario e pagarsi i giorni quieti a pescare. Chissà se la pesca ha affinità con la caccia alle grotte: forse sì, direi.

"...L2 un pozzo di sei metri di diametro. Per la mente passa velocissimo il pensiero: ma perché entrare, perché non restare qua al sole, dinanzi a questa distesa di monti? quell'ermellino che prima ho visto forse tornerà... Ma trenta metri di scale sono già pronti per il primo pozzo, il secondo è poco più di venti..." Questo era scritto su un lontano Grotte, il n. 40, evi era anche il rilievo di questa grotta che, complici due nut, ci ha allontanato JF.

     Non credo ci saranno grotte col nome di JF. Forse sono già troppe quelle con nomi di amici svaniti: ce ne sarà una con un nome che gli alluda, che lo ricordi per chi lo conosceva. Chissà quale sarà.

Nessun potere ha l'uomo sopra il vento

Non può fermare il vento

E nessuno può niente

Sul giorno della morte

 

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Lothar

C. Curti

     Domenica 8 settembre, quello stesso week-end che ci ha privati di Jean François, se ne è andato anche Vittorio Vecchi "Lothar", portato via da un deltaplano. Qualcuno ha detto che è stato praticamente lo stesso incidente: JF crede di essersi legato all'ancoraggio, Lothar crede di essersi legato i cosciali, entrambi sbagliano e vengono uccisi. Avevamo tremato quando, un mese prima, era precipitato sempre con quella stupida macchina volante, e non si era fatto nulla; peccato non abbia smesso. era difficile però, e certo non gli sarà sembrato necessario.

     Colonna della speleologia romana e nostro grande amico, gli eravamo affezionati moltissimo. Quando l'ho saputo sono stato travolto da un turbine di sensazioni..., amarezza, delusione, rabbia, senso di ingiustizia, ma soprattutto incredulità e come in un incubo ho rivisto molti dei momenti vissuti con lui...

     Lo conobbi nel 1979 sul Marguareis e con lui esplorammo Kyber Pass, la nostra prima vera esplorazione, al grido di "Ghe Putema", urlo lotharesco coniato durante i trasporti per il campo di zona Omega. Sempre quell'anno ci trovammo ancora, questa volta a Monte Cucco a dividere paure e incertezze lungo il Girmo e il p.X, la via che ci doveva portare a -900, ma ci incasinammo e il fondo non lo vedemmo neppure. Ricordo però con gioia le risate e le paure sulle viscide corde del p. 180 con i suoi 19 cambi, con i bloccanti abloccanti, con i discensori che si aprivano e orologi che cadevano.

     Dopo Monte Cucco fu la volta del Corchia nel 1980 e ancora nello stesso anno andammo al Pozzo della Neve, e quando uscii dalla grotta dopo l'incidente fu proprio Vittorio ad accogliermi con una battuta scherzosa e ad accompagnarmi all'ospedale di Campobasso per le cure del caso.

     Ancora una volta scoprii che si trattava di un vero amico, con la A maiuscola, un amico sincero e spensierato di cui ora purtroppo non ci rimane che il ricordo.

 

 

I lavori di ampliamento della capanna

R. Chiabodo

     Oltre un anno fa in Gruppo era emersa l'esigenza di ampliare la Capanna Saracco-Volante, sia per dare la possibilità a chi non ha le chiavi di usufruire di un locale sempre aperto (come i locali invernali di quasi tutti i rifugi), e sia per cercare di evitare gli ormai ricorrenti scassinamenti con relativi furti di cibarie e attrezzature.

     In seguito alla legge regionale n 31 del 15.4.1985 (art. 7: "Qualora vi sia la possibilità... il rifugio dovrà disporre di un locale di fortuna sempre aperto"), e potendo usufruire dei contributi regionali in base alla legge 67/80, nonché di quelli del CAI e della Sezione, si cominciarono a muovere i primi passi per l'attuazione del progetto. Tanto si fece sulle ali dell'entusiasmo che per alcuni mesi tutto cadde nel dimenticatoio.

     I tempi però stringevano se si voleva usufruire degli aiuti promessi, e quando a primavera diventò urgente procedere al lavoro pratico, tre persone (il sottoscritto, Carlo Curti e Gian Buscatti) si presero l'onere di mandare avanti il lavoro iniziato.

     Cominciò allora un gran daffare fatto di telefonate interurbane, di viaggi per prendere contatti con sindaco, Comunità Montana, uffici tecnici, e poi ancora per chiedere permessi su carte da bollo e fare fotocopie, fotocopie, fotocopie..., tutte cose di cui eravamo profani. Tuttavia quando manca l'esperienza si sopperisce con la volontà e il senso pratico (!). Fatto sta che in pochi mesi abbiamo potuto dare inizio ai lavori, e ora di fianco alla Ca-

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I lavori estivi alla Capanna Saracco-Volante (foto G Villa)

panna c'è un basamento pronto ad accogliere il prefabbricato che verrà piazzato quanto prima.

     Nota dolente è stata nel frattempo il furto di due generatori che avevamo preso a prestito dal CNSA-SS: solito scasso, solita storia.

     Parallelamente alla costruzione dell'ampliamento, sono stati fatti quei lavori di manutenzione della Capanna che si rendevano necessari (riverniciatura, nuova serratura, ecc.).

     Al fine di realizzare questo ampliamento, la quasi totalità dei membri del Gruppo ha speso parecchie domeniche estive.

 

 

Progetto prevenzione tossicodipendenze

(Città di Torino)

 

Loredana Valente

     Nel mese di novembre, dopo un lungo lavoro di preparazione, incontri e un corso di formazione organizzato dagli Assessorati comunali ai Problemi della Gioventù e alla Sanità, partirà il progetto della Città di Torino sulla Prevenzione alla Tossicodipendenza, che

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tra l'altro prevede il coinvolgimento di alcune Associazioni sportivo-culturali, tra le quali il GSP.

     A tale scopo è stato da noi presentato un programma che prevede due momenti essenziali: la preparazione di una mostra itinerante e successivamente l'inserimento nel Gruppo di ragazzi provenienti da centri per tossicodipendenze o da centri sociali.

     Tema della mostra, naturalmente, è la speleologia, con la presentazione di una serie di pannelli fotografici e didascalici che illustrano gli aspetti più interessanti di questa attività, dalla formazione di una cavità, alle difficoltà che bisogna superare per percorrerla, mostrando le straordinarie forme e i paesaggi che in essa si trovano, dando anche un'immagine della speleologia come momento socializzante di vita in comune (i corsi, i campi estivi ecc.). La mostra, che sarà completata da un servizio fotografico, girerà nei quartieri e negli spazi pubblici quali scuole, biblioteche ecc., e sarà un mezzo importante per far conoscere l'attività del GSP, con la speranza di offrire un fulcro di interesse per quei ragazzi che non hanno la possibilità di creare momenti alternativi al "buco" o alla strada.

     Se ciò avverrà, alcuni ragazzi potranno venire inseriti nel gruppo e con la frequenza al nostro Corso annuale potranno prendere parte alla "normale" attività speleologica del GSP. Naturalmente in questa fase ci sarà una stretta collaborazione con le équipes tossicodipendenze e gli operatori socioassistenziali che seguiranno da vicino ogni caso. Trattandosi comunque di un progetto sperimentale, per un primo momento gli inserimenti saranno in numero ristretto.

 

 

 

 

Giornata ecologica col C.A.I.

di Pinerolo

 

Luigi Barcellari

(Gruppo Grotte Pinerolo)

     Il Gruppo Grotte Pinerolo ha partecipato, domenica 29 settembre, alla Giornata Ecologica promossa da varie organizzazioni naturalistiche nazionali e locali, con tema "Il Po pulito dalle sue sorgenti". Circa un centinaio di volontari hanno svolto l'ingrato compito di spazzini dell'inciviltà altrui nella zona di Pian del Re, sopra Crissolo. Ed un Gruppo Grotte? Dove poteva andare, se non a Rio Martino? Così, domenica mattina ore 7, finalmente ora solare, partivano 7 volonterosi che alle 9 circa entravano in Rio (per il resto del gruppo attività di "campagna" all'Oktoberfest).

Procedendo nella grotta si radunavano via via i rifiuti in modo da avere solo più da "impacchettarli" al ritorno. Puntatina fino alla "Zampa d'elefante", quindi dietrofront, caricandoci delle varie "tracce d'uomo" che trovavamo sul cammino. E, così, tra lo Zampone, la Sala Partigiani ed il Pozzo, ci trovavamo con 5 (dico 5) sacchi neri pieni dell'immondizia più svariata (bottiglie, cartacce, vecchie scarpe, guanti in gomma, tante pile, pezzi di scotch, e via dicendo). Detti 5 pesantissimi sacchi venivano calati direttamente nel salone della cascata del Pissai, attaccati a 3 arditi e 40 m di corda, quindi trasportati a valle. Avendo riempito ormai tutti i sacchi a nostra disposizione rimandavamo ad una prossima uscita la pulizia della prima parte della grotta. Resta comunque lo stupore, anche nostro, nel vedere tanta incuria, da parte di chi in definitiva và a cercare posti ancora incontaminati. Eravamo a conoscenza infatti della gran quantità di sporcizia giacente (ed in continuo accrescimento) che potevamo trovare, ma i fatti hanno senza dubbio superato la previsione. E pensare che persino nello sfogliatissimo catalogo di Repetto troviamo scritto: "Nel sacco speleo c'è posto anche per i rifiuti".

 

 

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ATTIVITÀ DI CAMPAGNA

 

     1 maggio 1985, battuta in Val Po sopra Rio Martino. Eusebio, Lovera, Lusso, Valente.

     5 maggio, Antro del Corchia. Chiabodo, Gabutti, Lovera, Ruggeri, Sconfienza, Segir, Squassino, Zinzala. Ultima uscita del corso.

     12 maggio, Valdinferno. Carlevaro, Gabutti, Pastorini, Vigna. Battuta. Visitate l'Arma Bianca

e l'Arma Nera.

     18 maggio, battuta sopra Rio Martino. Curti, Chiabodo, Cannonito, Eusebio, Pilotti, Scambelluri, Valente, Maina e Villa.

     25-26 maggio, Abisso Fighiera. Chiabodo, Gabutti, Lovera e Sconfienza al Finis Africae; sino a -600 su un p. 40.

     25 maggio, battuta sopra le Vene. Eusebio, Pilotti, Scambelluri, Villa.

     26 maggio, battuta sul Mongioie. Bertolani, Bessone, Eusebio, Giraudo, Maina, Pilotti, Ruggeri, Sacchetti, Scambelluri, Serra, Terranova, Valente, Villa.

     1-2 giugno, Garbo della Donna Selvaggia. Badino, Chiabodo, Curti, Eusebio, Gabutti, Giovine, Lovera, Masciandaro, Segir, Serra, Terranova, Vigna, Villa e Zinzala. Esercitazione di soccorso.

     8-9 giugno, zona F. Badino, Bertorelli, Chiabodo, M. Dematteis, Eusebio, Sacchetti, Sconfienza, Serra, Tocco, Valente, Vernero. Battute e lavori di disostruzione dell'ingresso dell'F5.

     15-16 giugno, Capanna Saracco Volante. Carlevaro, Chiabodo, Dematteis, Eusebio, Gabutti, Lovera, Lusso, Ochner, Scambelluri, Valente. Iniziato lo scavo per il basamento, e lavori di riordino.

     23 giugno, Garbo della Donna Selvaggia. Bernardi, Masciandaro e speleologi di Pinerolo.

     29-30 giugno, Piaggia Bella. Carlevaro, Chiabodo, Curti, Eusebio, Gabutti, Lovera, Pesci, Serra, Valente. Esplorazioni nei Reseaux, trovate le Gallerie Mistral e rilevati circa 500 m.

     7 luglio, Piaggia Bella. Carlevaro, Eusebio, Gabutti, Maina, Pesci, Villa. Giro fotografico alle gallerie fossili.

     7-13 luglio, campo zona F - Piaggia Bella. Badino, Bertorelli, Lovera, lusso, Pavia.

     13-14 luglio, Capanna Saracco-Volante. Chiabodo e Borgo. lavori per l'ampliamento.

     14 luglio, esercitazione di soccorso all'abisso Volante.

     20-21 luglio, esercitazione di soccorso a Valle del Fossato (Chieti). Badino, Baldracco, Curti, Lovera, Villa, Zinzala.

     Lavori al rifugio. Cannonito, Carlevaro, Chiabodo, Curti, Dematteis, Eusebio, Gabutti, Ochner, Sconfienza, Valente.

     23 luglio, battuta nelle Murge lucane. Masciandaro e Carmelo.

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     27-28 luglio, alla Capanna. Badino, Borgo, Cannonito, Chiabodo, Curti, Lovera, Lusso, Sconfienza, Segir, Eusebio, Valente, Villa; il 28 Tesi, Vigna, Vignolo, Trova, Zinzala, Faure e due amici di Pinerolo. Trasporto di materiale per armare il basamento.

     28 luglio, cavità AG 21 sulla dorsale Vermenagna-Pesio. Gaydou, M. e C. Oddoni. Esplorazione e rilievo.

     28 luglio-11 agosto, campo alla Colla dei Signori (v. articoli più avanti).

     10 agosto, abisso della Filologa. Carlevaro e Gabutti. lavori all'ingresso per disostruirlo dalla neve.

     12 agosto, Piaggia Bella. Carlevaro e Gabutti. Rilievo del ramo gallerie fossili - Camelot.

     13 agosto, battute presso Marsico Nuovo (Pz). Masciandaro e Carmelo.

     15 agosto, Piaggia Bella. Carlevaro e Gabutti. Visita ai Montoneros.

     15-30 agosto, campo nel massiccio dell'Hagengebirge (v. articoli più avanti).

     19-31 agosto, attività sul M. Coccovello e dintorni (Lucania). V. articolo.

     25 agosto, Piaggia Bella. Carlevaro, Gabutti, Pavia, Pilotti, Scambelluri + amici. Alle cascate di marmo, all'Artiglio Sinistro di Caracas. Esplorazione alle condotte fossili tra Confluenza e Tirolese.

     Grotta Z14 - Grotta del Pastore (Valle Almellina, Limone). M. e C. Oddoni, esplorazione; Alternino, Carena, Gaydou rilievo.

     28 agosto, abisso della Filologa. Pilotti e Scambelluri. lavori di disostruzione da neve all'ingresso.

 

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CAMPO DI LUGLIO

U. Lovera

     Quest'anno solo grotte. È la metà di luglio e una sparuta compagnia composta da Giovanni, Consolata e il sottoscritto e per tempi più brevi Riccardo e Valentina sale verso i luoghi consueti.

Un po' in zona F un po' a P.B., è uguaglio. Saliamo tranquillamente un sabato pomeriggio concedendoci mollemente tutte le distrazioni che il percorso ci offre, trascinandoci dietro una quantità di cibo demenziale. Ognuno è in grado di sfamare gli altri per tutto il periodo di permanenza.

Solo grotte: c'è F5 che continua, F6 che vuole entrare in F5 e poi P.B. in cui la settimana precedente una folta squadra aveva trovato Mistral e il cui fondo attendeva sempre chi volesse controllare certe cose.

Il boccone più gustoso è certamente F5: all'inizio dell'estate alcuni volenterosi cercarono di guadagnarsi il paradiso trascorrendo parecchie ore a togliere paiate di neve dall'immenso ingresso. La nostra speranza era che la grotta commossa dal fioretto e grata dell'aiuto ricevuto decidesse di finire il lavoro da sola e si aprisse. Puro ottimismo: un sopralluogo rivelò che la situazione nell'ultimo mese non era cambiata di un punto. Tocca quindi all'ingresso di servizio, F6, posto pochi metri sopra all'altro, che Meo aveva ipotizzato essere congiunti. Questo spinse Riccardo e l'agilmente vostro ad entrarvi per martellare successivamente le quattro dita di ghiaccio, le due pareti della fessura terminale e la fessura medesima. Il pozzetto seguente, pochi metri, chiuse definitivamente il discorso con un meandrino di pochi centimetri per giunta ostruito da neve e pietrisco da cui esce un'aria forsennata.

     Seguì il trasferimento e c'entra la pioggia, non ricordo se prima durante o dopo la marcia, ma c'entra la pioggia. Alla Capanna trovammo Meo e Zinza reduci da P.B., zona Tirolese. Poi P.B. anche noi. Due squadre: la prima scende tranquillamente fino alla Confluenza per incontrarsi con la seconda, il solo Badino che versata la fiuorescina nel Bebertu si getta in grotta via Cascate di Marmo. Ore di attesa in cui a turno girovaghiamo per scaldarci. Badino, Riccardo e Valentina scendono alla Tirolese per vedere se per caso Bebertù è in vena di scherzi cretini del tipo sbucare nei Reseaux. Con Consolata monto la guardia alla Confluenza. Altra attesa, poi a cinque ore dal lancio l'acqua che sto prelevando per il terzo o quarto the diventa verde, uniforme, appena percettibile. Viene dai Piedi Umidi, ovvio seguirla e velocemente con la faccia a pelo d'acqua, ovvio bagnarsi in maniera ridicola controllando gli arrivi; tutto normale, il fondo invece è verde... Arriva Badino, di corsa, scattato alla Tirolese, va poco oltre, poi il colorante svanisce e con calma torniamo indietro. Poche le alternative: Montoneros, ramo dei Due Pozzoni o sifone.

Il giorno seguente tocca alla Filologa nel senso che hanno inizio le formalità che col tempo ci permetteranno di rivedere forse un giorno i 400 m di corde che ivi dormono da due anni.

Molta neve ne esce, altra la porteranno fuori Gabutti e Scambelluri in agosto, infine a settembre con un'ardita opera di ingegneria alpina l'ingresso verrà chiuso per mano di una squadra di benemeriti. Sarà nei programmi dell'86, forse.

     Infine, rimasti in pochi, siamo ancora scesi a Piaggia Bella, verso il fondo, ma di questo parlerà Giovanni appena avrà terminato di rifare il pavimento. Ormai va in grotta nei ritagli di tempo che i tentativi di restauro della sua casa gli concedono. Capirete, abita in una casa vecchia, barocca; sì l'affitto è basso, però...

     In ultimo, agli sgoccioli della settimana siamo riusciti anche ad infilarci un'esercitazione di soccorso all'F3. Riuscita bene se non fosse che metà dei volontari non era stata avvisata. Comunque sia, scendendo, tra uno spit e un paranco abbiamo avuto tutto il tempo di notare strane inversioni di corrente, e qualche traversino da fare, qualche arrampicatina qua e là, stranezze. Tutte cose che riempiranno il prossimo Grotte.

 

 

 

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DAL CANYON TORINO

G. Badino


     Durante il campo di mezza estate, che altri con goffa penna raccontano altrove, siamo tornati al fondo di PB.

      C'erano delle questioni in sospeso:

1) il pozzo di sinistra dell'Olonese Volante; era, certo, il Canyon Torino: ma era solo il Canyon Torino?

2) alla sala Vallini la corrente d'aria sparisce, e non è poca cosa il dissolversi di 20-30 metri cubi al secondo d'aria;

3) alla sala Vallini spariscono anche le condotte forzate.

     Ed è così che siamo andati giù, l'Ubaldo ed io. Discesa senza storia fin sotto la Vallini: lì ci alziamo nel canyon fino a raggiungere gallerie di frana superiori. Ci sono già tracce di passaggio e mi vengono in mente le storie raccontateci da Andrea ed Ivano che in zona avevano trovato gallerie: quelle, appunto.

     A valle seguiamo il canyon per un po' fino a sentire il rombo di cascate (le Capello) sotto di noi; a monte ricadiamo nella Vallini, in su troviamo livelli successivi, franati e senz'aria, di condotte forzate, piccole.

     Questi giri ci portano via alcune ore in capo alle quali abbiamo sbrogliato il problema del "sotto la Vallini": il Canyon inizia alla Vallini e lo si segue fino alle Capello, 40-80 m sopra il torrente e l'aria passa di lì. E le condotte si ritrovano, in frantumi, qua e là, sospese sul torrente.

     Andiamo sul fondo con obiettivo di percorrere sul soffitto l'ultima parte del Canyon Torino, prendendolo dall'alto. Saliamo dall'Olonese.

     Scendiamo il pozzo di destra, del Canyon Parallelo, nel punto dove scende l'acqua dell'Ultima Spiaggia. Il Canyon, altissimo e verticale (circa settanta metri in vuoto) chiude quasi ermeticamente in direzione SW, senz'aria. Questo indica che la prosecuzione naturale è sopra di noi, e cioè l'Olonese Volante alto.

     Scendiamo il Pozzo di Sinistra, cioè l'ultimo punto in cui il Canyon Torino entra nell'Olonese.

     Sono fessure verticali fangose: scende Ubaldo e arriva in una condotta fangosissima, lo raggiungo e traverso in diagonale il pozzo successivo perché sembra esserci un arrivo dall'alto; macché. Allora lo scendiamo e ci ritroviamo a venti metri di altezza, poco prima del sifone terminale, proprio nell'ultimo tratto in cui uno che cammina sul fondo sente ancora ambienti superiori. Di lì si ammira la condotta in discesa che si tuffa verso il sifone: spettacolo quasi identico a quello della vicina Filologa.

     Di fatto abbiamo percorso il Torino dal sifone fino a dove esso sfonda in alto nell'Olonese, unendosi al Canyon Parallelo, ottanta metri più in alto e un centinaio indietro.

     Dal Canyon Torino non si va da nessuna parte. Risaliamo e, già che ci siamo, andiamo nell'alto Olonese, il pozzo Li Po.

     Tutta l'aria, decine di metri cubi al secondo, va su da lì, da quel pozzo bestiale da me risalito quattro anni fa.

     È il punto chiave di tutta la regione terminale, praticamente dalla Paris Côte d'Azur, dove la grotta ha l'ultima grande e impenetrabile biforcazione verso la Filologa. È di là che in futuro continuerò a salire, con non molta speranza di ricadere sul torrente che ormai sarà duecento metri più sotto.

     Risalendo verso la superficie sistemiamo un po' gli armi del ramo fossile riscoperto, più comodo, e di molto, per raggiungere il fondo di PB. Più comodo ma meno bello.

     Poi usciamo.

 

 

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DIARIO DEL CAMPO '85 ALLA COLLA DEI SIGNORI

 

 M. Pastorini e B. Vigna


Sabato 27.07

     Il campo viene installato nel pomeriggio nelle doline sopra il rifugio Don Barbera. Il classico gias di nylon e fil di ferro viene per la prima volta sostituito da un tendone in cotone, con lo scopo di collaudarne la resistenza al clima marguareisiano. La vicinanza alla strada ci permette di allestire quest'anno un campo "da ricchi", dotato di (quasi) ogni confort. All'F9 tocca l'impegnativo compito di servirci da frigo: molti sono coloro, infatti, che ripongono verdure e tomini con la segreta speranza che il cibo funzioni come una sorta di "disostruttore psicologico" nei confronti del buco (v. scoperta dell'Abisso Pentothal).

     Sono presenti: Zinzala, Gaioni, Giovine, Maffei, Sguaizer, Vigna, Pastorini, Lorenzo e Flavio di Pinerolo. Nel pomeriggio arrivano in visita gli amici di Imperia (Ramella, Marina, Paolo, Guru, Faluschi), con i quali i presenti più volenterosi compiono un primo giro di ricognizione intorno al campo.

Domenica 28.07

     Arrivano altri Pinerolesi. Alcuni del campo, insieme a un folto gruppo giunto la sera precedente, salgono alla Capanna per lavori di manutenzione.

Beppe accompagna gli Imperiesi all'Abisso F3, dove con una attraversata in alto sopra il P40 viene trovato un meandro presto chiuso.

In serata si lavora nei buchi con aria delle doline intorno al campo: la disostruzione si dimostra però faticosa e poco produttiva, data la quantità di detrito presente.

Arrivano Perello e Minetti, mentre partono alcuni del GSP e gli Imperiesi.

Lunedì 29.07

     Battuta oltre il confine nella zona del Joel: vengono visti e scesi diversi buchi già siglati (24-79, 24-80, 24-81 etc.) per lo più stretti, con poca aria, che chiudono dopo pochi metri. Vicino al Joel viene sceso il 24-6 fino a -50, non proseguito data la vicinanza con il conosciuto abisso. La battuta prosegue verso il Passo delle Galline, lungo la omonima cresta viene visitata una condotta sotto pressione concrezionata già siglata (A45), che chiude con strettoia non superabile. Zinzala e alcuni pinerolesi scendono all'F3, dove viene iniziata una risalita sopra il P40. Altri battono la zona A alta, alla ricerca del Pettine, e localizzano alcuni buchi.

In serata partono Giovine, Maffei, Gerri e Genni di Pinerolo, mentre arrivano Buscatti e Rambaldi.

Martedì 30.07

     Arriva Trattorino (Pinerolo). Di lì a poco fa la sua prima comparsa all'orizzonte la Megaperturbazione che ci allieterà nei giorni successivi. Meo e Pinerolesi scendono all'F3 per vedere le finestre del P40, risalgono quindi la galleria dopo il P30 di ingresso per circa 50 m e +30 di dislivello e vedono un'altra via parallela già percorsa negli anni passati. Gli altri fuori, dopo aver approvvigionato acqua e rinforzato il campo (piove con vento) escono in battuta nella zona dell'F33 per scendere alcuni buchi, siglati e non, visti nei giorni precedenti. L'aria è discreta o buona, ma il grande spessore di detrito sconsiglia la disostruzione, dopo alcuni tentativi.

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Pozzo del Pettine - Pozzo A60 - rilievo

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Mercoledì 31.07

     Battuta in zona Punta Marguareis (versante S). Sotto la punta (quota 2500 m circa) viene scoperto un pozzo da 12 m senz'aria, più in alto (doline quota 2600 m circa) viene aperto, tra gli altri, un buco con forte aria aspirante, per ora non transitabile. La battuta prosegue verso il Piccolo Pas, dopo un giro nella zona viene localizzato il Pettine, sceso da Flavio in via preliminare, oltre ad altri buchi, non siglati, franosi e con forte aria uscente, che verranno successivamente esplorati.

     Altri disostruiscono sul fondo l'F101 (aria), senza riuscire a passarlo, scavano poi l'F18 (chiuso da neve a -20) e l'F47 (fondo chiuso da ghiaccio).

     In serata arrivano Carrieri, Rossella, Eusebio, Valente, Sconfienza, M. Dematteis. Sconfienza parte per Piaggia Bella, dove scenderà fino alle gallerie Aureliano Buendia, tornando al campo venerdì 2.08.

Giovedì 1.08

     Un gruppo batte la zona sopra l'Abisso Joel, tentando la disostruzione di un pozzo a -20 (chiude su meandro stretto). Altri numerosi pozzi, chiusi a -20, vengono visitati nella zona sopra il campo, lungo il confine. Tra gli altri, viene aperto un P10 e sceso fino a -30, chiuso da frana, con poca aria (siglato GSP 85).

     Zinzala-Carrieri nell'F3 arrampicano sopra il P40 fino a una risalita con sigla GSP 71.

     In giornata partono i Pinerolesi, mentre arrivano Giovine e Maffei.

Venerdì 2.08

     Battuta in zona A, viene disceso l'A50, chiuso a -15. In zona O (Cengia Garibaldi, versante N del Marguareis) vengono visti numerosi buchi siglati e scesi dal GSP negli anni passati. Beppe e Meo scendono il pozzo del Pettine, profondo circa 60 m, e si fermano nel cunicolo finale, dopo 10 m, a causa di un masso che ostacola il passaggio. I buchi di fronte al Pettine risultano ostruiti da frana.

     Altri battono la parte alta della Cresta delle Galline, vedendo alcune piccole cavità con poca aria.

Sabato 03.08

     Iniziano i turni di lavoro per la disostruzione del frigo (F9), sotto lo sguardo attento dei proprietari dei salamini. Altri effettuano la poligonale esterna F3-F5-F9-Joel.

     In serata arriva un folto gruppo del GSP insieme a Ramella e Marina (GSI). Viene trasportato alla Capanna il generatore, che ahimè prima di poter essere utilizzato per i lavori di ampliamento del rifugio finirà nelle mani dei Bassotti.

Domenica 04.08

     Un gruppo disarma l'Abisso Drake (zona di Cima Fascia). Un secondo a PB continua l'esplorazione delle Gallerie Mistral (700 m nuovi di sviluppo). Altri all'F3 continuano la risalita sopra il P40. Viene pure sceso l'F41 (chiuso). Infine un ultimo gruppo batte i ghiaioni ad W del Passo delle Galline, dove vengono esplorati alcuni buchi ed un meandro con poca aria. Nella sottostante Zona Navela l'aria nelle cavità è forte ma non si riesce a entrare.

     In serata partono le persone arrivate sabato.

Lunedì 05.08

     Il lavoro di disostruzione all'F3 prosegue grazie al decisivo aiuto di Jo Lamboglia e si conclude con l'apertura di una fessura a -15 con aria molto forte ma troppo stretta per passare. Pioggia e temporali limitano l'attività a battute intorno al campo.

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Martedì 06.08

     Jo, Poppi, Walter Z., Meo scendono nell'F3, dove il primo attraversa il P40 (senza rete) trovando dalla parte opposta un grosso meandro. Dopo aver attrezzato passano anche gli altri, che proseguono per 15 m fermandosi per mancanza di corde su un pozzo valutato 80 m.

Mercoledì 07.08

     I due Walter, Jo e Stefano all'F3 scendono i primi due pozzi del ramo nuovo: il primo salto, che risulta profondo circa 100 m (collegato alla via vecchia) è sceso solo parzialmente fino a -30, dove attraverso un breve meandro è possibile raggiungere un successivo P40. AI fondo ci si ferma su due pozzi paralleli.

     Nel pomeriggio partono Poppi, Loredana, Meo, Margherita, Alberto e Simonetta.

Giovedì 08.08

     Gli stessi del giorno precedente con Maria continuano l'esplorazione del nuovo ramo all'F3. Viene sceso da una parte un P50 che si ricollega alla via vecchia, dall'altra un P20 che immette in uno stretto meandro seguito da un P15. Sul fondo brevi passaggi in roccia portano ad un sifoncino. La via buona è scoperta più in alto seguendo un meandro che con brevi pozzetti raggiunge la parte opposta del sifone e prosegue fino ad un grosso salto, non sceso, valutato 40 m di profondità. Si disarma perché le corde dovranno servire per l'imminente spedizione in Austria. Il campo viene smontato sabato 10.08.

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HAGENGEBIRGE '85

 


 

CArta dell'Austria con la posizione dell'Hagengebirge

 


Una travagliata storia,

forse a lieto fine

 

 

Ube Lovera


      È il 12 agosto, il primo scaglione parte alla volta della montagna proibita. No niente Nepal, solo Austria, Hagengebirge, qualche km verso est, poi altri a nord e la questione è risolta. Teoricamente.

     Avevamo molti motivi per andarci, uno dei quali era evitare un ennesimo campo estivo sul Marguareis. Poi le solite cose relativa alla necessità di allargare gli orizzonti, vedere altre zone carsiche, sfogare in altri luoghi una forza esplorativa notevole. C'erano anche motivi per starsene a casa, tra cui la presenza di un grosso savonese quando tutti sanno che la quantità di savonesi tollerabili è mezzo.

     Indietro fino a molti mesi fa: idea imperiese, Ramella promotore; un giro effettuato nelle Alpi Salisburghesi lo scorso anno li aveva portati a mettere il naso sul massiccio. Rapida prospezione, tanto da intravedere ottime possibilità di "buone profondità", poi il rientro e la proposta, allargata all'armata torinese (temevano di non farcela).

Il lavoro organizzativo inizialmente blando porta con facilità relativa gli sponsor e la documentazione necessaria. Le carte ci dicono che ampie zone del massiccio sono prive di abissi e che è ora di rimediare. Una lettera di Bob al gruppo speleo di Salisburgo provoca la catastrofe. Era un mezzo per assicurarsi che non vi fossero formalità da sbrigare: la risposta giunta con cinque mesi di ritardo è agghiacciante. Gentilmente ci comunicano che la nostra richiesta è in ritardo perché la domanda, in funzione del nuovo regolamento in vigore a Salisburgo, deve essere inoltrata l'anno precedente, che de-

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Carta della zona carsica dell'Hagengebirge

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ve precisare se si vogliono scendere grotte conosciute e quali, oppure se cercarne di nuove, e che I'Hagengebirge è parco nazionale e che è difficile che spedizioni straniere ottengano il permesso e che per entrare in Austria serve la parola d'ordine e che se vogliamo possiamo trovarla per tentativi. Comunque ci augurano buone profondità. La reazione è al solito violenta: invadere l'Austria per farne una repubblica socialista modello Albania, radere al suolo Salisburgo, costruire al suo posto un parcheggio gestito da negri in risposta alle tendenze nazi-xenofobe dei nostri colleghi.

Poi a freddo si ipotizzano da un lato ripiegamenti su altri massicci, dall'altro tecniche da guerriglia e microcampi da montare a sera e smontare al mattino.

SI VA COMUNQUE.

Lettere a Monaco; prende forma l'aggiramento. I tedeschi ci scrivono che la porzione di massiccio sul loro territorio è Parco Nazionale, ma non è soggetta a speciali regolamenti speleologici. Più tardi, di persona ci comunicheranno che il famoso regolamento salisburghese non è ancora in vigore e che la parte austriaca non è un parco ma una riserva di caccia. In altre parole, tutta un'invenzione per mettere al riparo dagli invasori stranieri la propria nullità speleologica.

Da parte nostra errori di valutazione, la presenza di molti -1000 ci indusse a credere che le difficoltà fossero legate al peso delle corde da portare in esplorazione. Le altre relazioni dicono il contrario e la storia delle esplorazioni lo dimostra. Polacchi, Inglesi, Belgi, Francesi, e notare "non Austriaci", giunsero a grandi profondità in anni di esplorazioni ed anche le annate infruttuose non furono infrequenti, come nella speleologia di tutto il resto del mondo.

Noi abbiamo fatto il possibile, faticato molto, cercato su prospettive diverse da quelle consuete non il complesso, la sua comprensione, le sue caratteristiche da capire e da

L'A 14: un comodo riparo per bivaccare nei lunghi giorni di pioggia (foto A. Eusebio).

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intuire, ma l'ingresso buono, i suoi pozzi, in funzione della profondità: un'involuzione portata dalla distanza, dall'impossibilità di tornare spesso. Difficoltà portate dal fatto di muoversi su un terreno sconosciuto e con scarsi dati, una sola risorgenza 1500 m più sotto e a 12 km di distanza. Molte avversità dovute alla presenza di detrito, molti giri inutili per scendere decine di pozzetti e trovare frana e poca aria. Sconforto, delusione, frustrati ancora dalle uniche presenze costanti, pioggia e nebbia, e da quelle saltuarie, neve. Poi come nei films americani, il buco, così come doveva essere: pozzi, lunghi, larghi, facili: ma ecco ancora pioggia e neve a renderlo irraggiungibile, mentre si avvicinava la fine dei giorni a nostra disposizione.

Conclusione epica con un'unica punta in quei facili pozzi divenuti cascate, 25 spit per scendere 250 m al limite dell'indecenza.

Questa la storia, storia contorta, forse a lieto fine, piena di appendici future che ci diranno se l'Alverman (o Gustavo Lapassera) sarà un abisso vero. Pirati permettendo.

 


Appunti sul dove, come, quando

e perché di una spedizione

 

 

A. Eusebio


     Il dove è relativamente banale e le carte di inquadramento che vi vengono proposte dovrebbero essere più che soddisfacenti.

     Il come è frutto di anni di esperienze di campi in quota, di speleologia alpina, di sacrifici, di discussioni a non finire sulla quantità di corde, spit, carburo, mangiare, tovaglioli, moschettoni, placchette, brugole e rotoli di carta igienica da portare; confronti di opinioni che ravvivano sempre, e anche di più, un campo speleologico. Lo svolgimento vero del campo con i suoi aneddoti, le storie, le canzoni: problemi soggettivi ed oggettivi, gli attimi di costernazione e quelli di gioia preferiamo raccontarli agli amici nelle serate di festa e lasciare a queste pagine solo le relazioni tecniche purgate naturalmente di ogni polemica per apparire ai vostri occhi casti e puri.

Tra i problemi da citare, per dovere di cronaca, va sicuramente menzionata l'ostinata xenofobia dei nostri "amici e colleghi" di Salisburgo, ma questo è un discorso a sé, li sapremo comunque ringraziare a modo, quando verrà l'occasione, per l'ospitalità dimostrataci .

     Il quando è semplice, basta guardare il calendario, scegliere i giorni più piovosi, meglio se nevosi, e partire per l'Austria, il resto va da sé.

     Il perché esula dagli scopi scherzosi di queste righe, poi ognuno avrà i suoi motivi, chi per l'ideale, chi alla ricerca di records, chi per vedere se il calcare pannonico è migliore di quello ligure-piemontese, chi ancora perché stufo dei campi al Marguareis, i motivi appunto sono vari, l'importante è che ci hanno spinti a trovarci in venti, a mezzogiorno del 15 agosto alla stazione ferroviaria di Berchtesgaden.

Giovedì 15

Siamo in venti appunto, alcuni al mattino avevano vagato per la Germania in cerca di informazioni, comunque a mezzogiorno siamo tutti lì. Discutiamo sul come e sul quando salire, infine stremati passiamo la giornata a fare i sacchi per il mattino dopo, quando forse finalmente riusciremo a salire alla Montagna Proibita.

Venerdì 16

In mattinata si sale finalmente verso l'ormai mitico Hagengebirge, una costosissima seggiovia (16.000 lire) ci fa risparmiare un chilometro di dislivello e ci sbarca a quota 1800

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poco lontani (mezz'ora) dall'accoglientissimo rifugio Carl von Stahlhaus (q. 1728).

Si fanno, dopo varie discussioni, due grandi squadre suddivisibili a loro volta in gruppi minori. Il primo gruppo parte subito per la zona di operazioni (Cannonito, Curti, Eusebio, Chiabodo, Sconfienza, Giraudo, Dematteis, Valente e Lovera), il secondo gruppo (Vigna B. e M., Ramella, Carrieri, Calandri, DNegri, Cabula, Ferro, Lopes, Gismondi e Mellano) decide di passare la notte in rifugio e di attaccare al mattino dopo le zone scelte. Al primo gruppo va malissimo: giunge a vedere il settore da battere (2 h) ma poi la pioggia rende vano ogni tentativo e obbliga ad un precipitoso rientro al rifugio alle 10 di sera.

Sabato 17

Sveglia di buon mattino per il gruppo di Meo e C., che si dirige verso la zona ad Est dello Schneibstein dove già nell'84 gli Imperiesi avevano notato evidenti tracce di carsismo esterno. Vengono scesi pozzi e doline rilevando le tre cavità più importanti: D1 (-16), D2 (-10.5), D3 (-15). Più in alto viene trovata la C1 (-30, svil. 50 m) e discesi C2 e C3. L'altro gruppo parte in tarda mattinata per un nuovo tentativo, si raggiunge in circa 2 ore e mezza la zona da battere posta ad Est del Windschartenkopf in località Pfaffenkopf, dove vengono avvistati parecchi pozzi. Ma ahimè anche oggi piove e si riesce a discendere, tra una goccia e l'altra, solo l'A1 (-40) poi si cerca riparo sotto dei massi sperando che si tratti solo di un temporale.

Dopo alcune ore di diluvio, a notte fatta, Poppi e Arlo tornano al rifugio, sotto una tormenta di neve, fulmini e nebbia, giungendo fradici e stravolti. Gli altri sopravvivono chi bene, chi male, la situazione non è drammatica ma tutti giungono alla conclusione che è meglio abitare in una casa larga, asciutta e ben scaldata con ogni comforts che sotto un sasso al freddo, allo stretto e dove entra acqua da tutte le parti.

Domenica 18

AI mattino dopo una notte da tragedia le due squadre rientrano al rifugio, il tempo continua ad essere brutto, il giorno viene passato ad asciugarsi, a bere, mangiare e dormire.

Lunedì 19

Alcuni audaci partono in un mattino tempestoso per le solite zone (Poppi, Arlo, Carlo, Stefano, Ube e Maria), vengono scesi A2 (-5), A3 (-10), A4 (-37), A6; viene inoltre battuta l'area del Graflschluml senza apprezzabili risultati. Alcuni ritornano al rifugio passando per il Kahlersberg, altri rimangono a pernottare sotto i massi.

L'altro gruppo si suddivide battendo il versante tedesco dell'Hagengebirge tra il Rotspielscheibs e Reinersbers dove vengono rinvenuti il C4 (-14); D4 (-20); C3 (-25) ed il C5 (-20). Ramella in battuta solitaria trova l'H1, H2, H3, H4 e H5 ancora da scendere. Alcuni visitano la Reinersberghöhle, grotta suborizzontale (sviluppo 1.7 km) in esplorazione da parte degli speleo di Monaco. Mellano visita la zona dello Hohes Brett.

Martedì 20

Piove e tira vento, la maggioranza dedica la giornata al riposo. Sconfienza e Ube, rimasti in zona a dormire, discendono l'A 10, A9 e 18, e sistemano il nuovo bivacco. Ramella, Poppi, Carlo, Lori e Patrizia vanno ascendere l'H1. Calandri tenta una sortita all'Hohes Brett ma viene respinto dalla nebbia.

Mercoledì 21

In uno stupendo mattino le due squadre partono prestissimo con l'intenzione di dormire sotto i soliti ripari di fortuna.

Nella zona del Pfaffenkopf vengono discesi l'A7 (-58) e prospettate zone limitrofe con dubbi risultati.

Un'altra squadra esplora la C6 e batte la zona sottostante la Alblhoh, altri scendono D5 (-20) ed esplorano piccole cavità nei dintorni.

Mellano all'Hoher Göll discende rilevando Z1 , Z2, Z3 e Z4.

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Giovedì 22

Siamo increduli, un altro giorno di sole! Ube e Stefano vanno ascendere due buchi trovati ieri (B1 e B2) Arlo e Maria scendono A 11, Carlo, Poppi, Lori, Patrizia e Ramella scendono A5 (-27), A12 e A13.

Mellano e Alma battono il versante dietro al bivacco.

Paolo, Enzo e Gilberto battono la zona più a Sud, verso la Zentrumhöhle, al ritorno Enzo trova D10. Meo con Giampiero e Margherita, più fortunati trovano un pozzo valutato 50 m.

Venerdì 23

Piove naturalmente, giornata di svacco al rifugio dopo le fatiche dei giorni precedenti. Partono per Torino Carlo, Patrizia e Alma. Meo, Ramella e Giampiero battono i precipiti versanti meridionali dell'Hoher Göll trovando solo un pozzetto da disostruire con corrente d'aria. Calandri in battuta solitaria compie un mega-giro sull'Hoher Göll trovando zone interessanti verso la parte settentrionale del massiccio.

Sabato 24

Speranzosi si parte verso la grotta trovata da Meo e Giampiero, due giorni prima. Si scopre che in realtà il pozzo sondato è circa 90 metri, e sotto si spalanca un pozzo di almeno 100 metri (Meo e Giampiero). Gli altri battono in zona trovando poco o niente (Poppi, Ube, Stefano e Maria).

Arlo e Loredana vanno sull'Hohes Bret scendendo l'HO (-20) chiuso da neve. Al mattino Franco, Gilberto e Sebastiano vanno a fare foto alla Reinersberghöhle, nel pomeriggio Paolo, Seba, Enzo e Gilberto partono definitivamente per Imperia.

Domenica 25

Piove, si decide di andare a prendere le corde lunghe lasciate sulle auto, Ramella e Martina vanno dal dentista, al ritorno salgono con una corda da 100 ed un rotolo da 200 m. Ne approfittiamo per riposarci.

Viene dato il nome all'abisso: ALVERMANNSCHACHT.

Lunedì 26

Continua a piovere, anzi nevica e c'è nebbia, il morale va dalle stelle alle stalle.

Martedì 27

Al mattino ci svegliamo con la neve appena sopra al rifugio, pare che in cresta superi il mezzo metro. Durante il giorno piove. Il nervosismo aumenta e si decide per una punta disperata al giorno dopo con qualunque tempo.

Mercoledì 28

Sveglia prestissimo, il tempo ci concede una tregua (non piove). Meo, Ube, Stefano, Giampiero, Bob, Arlo, Maria (Poppi ritorna indietro da metà strada a causa di un piede dolorante) salgono verso la meta.

Alle 13 scendono Giampiero, Ube, Stefano e Meo, che usciranno dopo 15-18 ore in condizioni spaventose, la grotta è in piena ed hanno piantato 31 spit per evitare l'acqua, fermandosi a -250 davanti ad un pozzo.

Gli altri tre si incamminano per andare a D10 che chiude a -30 su frana, e rilevano D9. In serata pernottano di fronte al neonato abisso attendendo gli altri.

Giovedì 29

I punteros ritornano al rifugio stracarichi, stanchi ma felici...

Si decide di sgomberare il campo oggi stesso e alle 15 si parte verso l'ovovia; rimangono al rifugio Meo, Marghe, Bob e Marta che scenderanno l'indomani.

 

 

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Geologia e geomorfologia

A. Eusebio


Quattro righe solo per accennare il problema.

Tutto il settore da noi girovagato è composto dai calcari del Dachstein, formazione eterogenea a forte prevalenza calcarea che contiene però una variabilità interna legata all'ambiente di deposizione.

La facies più comune è caratterizzata da calcari bianchi (Norico-Retico), con una percentuale variabile di dolomia; a questi si alternano livelli a grandi bivalvi (Megalodon sp.), livelli rimaneggiati con brecce intraformazionali a cemento rossastro, orizzonti pelitico-carbonatici rossastri e giallastri legati probabilmente a riempimenti di tasche e filoni sedimentari e/o a momenti di emersione, banchi metrici di coralli coloniali.

La successione presente è debolmente ondulata a formare una blanda monoclinale, con pendenza verso Nord; tale struttura permette e indirizza il drenaggio delle acque verso la valle della Bluntautal nel settore salisburghese; colorazioni effettuate dagli Austriaci hanno confermato tali supposizioni emesso in evidenza i limiti del bacino indicando come risorgenza principale la Schwarzetorren.

     Evidenze di disturbi tettonici fragili sono legate alla presenza di brecce cataclastiche che segnalano un movimento di faglie dirette principalmente NW-SE. Queste dislocano più o meno potentemente i livelli sedimentari accompagnandosi a zone di deformazione semiduttile.

 

Carta geologica dell'Hagengebirge

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Carta topografica e posizione delle cavità zona 1 dell'Hagengebirge

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Altre discontinuità fragili, apparentemente di minore importanza, hanno direzione circa NE-SW e sono forse attribuibili ad eventi post-glaciali, esse infatti provocano evidenti salti di morfologia ma non sembrano disturbare eccessivamente l'assetto strutturale dell'area.

L'area da noi prospettata è formata da un altopiano glacio-carsico a gradoni e vallette, anche profonde, dove i fenomeni carsici sono caratteristici di questi ambienti.

L'assorbimento è di norma disperso, e avviene attraverso una minuta fratturazione con la presenza di una notevole estensione di lapiaz, e pozzi-spaccature che drenano velocemente le acque superficiali. Intorno alla quota 2000 inoltre esiste una rete fossile di condotte; il carso si presenta inoltre sempre scoperto, senza cotica erbosa; i numerosi pozzi presenti sono geneticamente legati a incroci di fratture (A5), a pozzi in lapiaz (A6) o alla decapitazione e successiva venuta a giorno di antichi meandri (A7) o ancora alla presenza di fusi che hanno intercettato la superficie topografica (A4, Abisso Alvermann). Scendendo di quota, verso i 1800 m, variano sensibilmente le caratteristiche del carso, l'assorbimento si fa più concentrato in doline idrovore o in inghiottitoi, solitamente chiusi da detrito, e collegato a fattori strutturali (stratificazione e fratturazione) e litologici (alternanze di livelli più o meno carsificabili). Anche la morfologia esterna varia, si passa infatti a profondi Karren, oltre il metro, Karren da pioggia, evi è presente un potente suolo di degradazione rossastro.

Nei settori settentrionali dei pianori dell'Hagengebirge al confine con la Germania (foto A. Eusebio).

 

 

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I risultati

A. Eusebio


Non poteva certo mancare in questa ponderosa relazione un capitoletto finale, nel quale si riassumono i più importanti risultati della spedizione. Non voglio essere prolisso, e neanche ripetitivo, parte di questi li avete percepiti leggendo le varie note o osservando i rilievi, ma credo sia il caso di mettere in evidenza i due più importanti successi di questa.

Su tutto mi sembra estremamente positivo l'essere riusciti a far lavorare attivamente ed in collaborazione i due gruppi speleo di Torino e di Imperia, così diversi e così simili; per i torinesi è stata una esperienza utile e formativa che sicuramente farà cambiare qualcosa nella speleologia ligure-piemontese.

L'altro risultato, più speleologico, è la scoperta di una profonda e promettente cavità verticale, l'Alvermannschacht, esplorata tra la neve, in chiusura di spedizione, con una punta durissima fermandosi a -250, su niente per la troppa acqua, ci torneremo e vedremo come finirà.

     Ancora un particolare: chi avrà letto attentamente questi appunti e guardato le carte con bramosia per sapere la posizione topografica dell'Alvermann ne resterà profondamente deluso; non vi è infatti riportata, ed è questo il nostro piccolo segreto antipirataggio.

     In chiusura vogliamo ringraziare gli sponsors che ci hanno permesso, o perlomeno agevolato di molto, lo svolgimento e la riuscita della spedizione:

Agnesi S.p.A. (Prodotti Alimentari)

di Imperia

Amoretti e Gazzano (Olii)

di Imperia

Bernina Manifatture (Maglieria)

di Delebio (Sondrio)

Borelli S.p.A. (Oleificio)

di Pontedassio (IM)

Calvi Fratelli (Olii)

di Imperia

Calvi Fratelli S.p.A. (Olii)

di Oneglia

C.I.D.A. Conad (Prodotti Alimentari)

di Imperia

Drago Pierino e figli (Prodotti Alimentari)

di Imperia

Ilford (Gruppo Ciba-Geigy) (Pellicole)

di Saronno

Forte Vincenzo (Caffé)

di Imperia

FOWA S.p.A. (Articoli fotografici)

di Torino

Fumagalli Raffaele (Sacchi da grotta)

di Ponte Lambro (CO)

MaBa (Fornelli Gas)

di Settimo Torinese

Guardone Paolo (Olio)

di Imperia

Photo Center (Pellicole)

di Torino

OSRAM (Materiale fotografico)

di Torino

Ranzini F.lli (Liquori)

di Imperia

Rete Piemonte (Magliette)

di Torino

Roggero (Colori)

di Imperia

Semeria Stefano (Olii)

di Imperia

Spit (Olin-Spit) (spit)

di Torino

Superpila (Torce e pile)

di Firenze

Turin color (Articoli fotografici)

di Torino

Volpe Sport (Articoli sportivi)

di Torino

 

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Carta con la posizione delle cavità zona 2 dell'Hagengebirge


Descrizione delle cavità

A. Eusebio e B. Vigna


A 1, q. 2000

Cavità articolata formata da un pozzo-dolina a cui segue un breve tratto di meandro approfondito da due pozzi (10 e 6 m). Chiusa a -40 su strettoia. Debole corrente d'aria. Calcari del Dachstein. Rilievo A. Eusebio (sviluppo c. 60 m prof. -40; 17.8.85).

A 2, q. 1995

Relitto di antica cavità assorbente ora chiusa da neve e detrito. Assente corrente d'aria. Calcari del Dachstein. Prof. -5; sviluppo 10 m. Descrizione A. Eusebio e U. Lovera, 19.8.85.

A 3, q. 1980

Pozzo-cascata geneticamente legato ad una dislocazione orientata N. 340°. Chiuso da detriti. Debole corrente d'aria. Prof. -10; svilupp. 10. Calcari del Dachstein. Descr. A. Eusebio, 19.8.85.

A 4, q. 1990

Cavità ad andamento verticale composta da un P .37 collegato ad una dolina di crollo laterale. Debole corrente d'aria. La prosecuzione verso il basso è costituita da una strettoia tra massi che immette su uno stimato P10. Calcari del Dachstein. Prof. -37, sviluppo circa 40 m. Descr. U. Lovera.

A 5, q. 1995

Pozzo a neve di 27 m, posto sul fondo di un avvallamento strutturale. Assente corrente d'aria. Prof. -30, svil. circa 30 m. Calcari del Dachstein. Descr. P. Curti, 22.8.85.

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A 6, q. 2000

Pozzo-lapiaz profondo 12 m. Assente corrente d'aria. Prof. -12, sviluppo circa 15 m. Descr. U. Lovera, 19.8.85.

A 7, q. 1985

Cavità articolata composta da una successione di pozzi (10.40.8) e ripidi meandri. Assente corrente d'aria. Prof. -58; sviluppo circa 70 m. Rilievo e descrizione P. Curti e A. Eusebio. Calcari del Dachstein (livelli a brecce rossastre). Il termine è rappresentato da una strettoia di pochi centimetri chiusa da massi.

A 8, q. 1990

Cavità profonda 20 m, ad andamento complesso, corrente d'aria sensibile. Calcari del Dachstein. Descr. Sconfienza, 20.8.85.

A 9, q. 1990

Pozzo-lapiaz di 10 m nei calcari del Dachstein. Corrente d'aria assente. Descr. Sconfienza, 20.8.85.

A 10, q. 1980

Cavità ad andamento verticale profonda 15 m. Assente corrente d'aria. Calcari del Dachstein. Descr. Sconfienza, 20.8.85.

A 11, q. 2000

Meandro-spaccatura profondo 15 m con vari salti, assente corrente d'aria. Calcari del Dachstein. Descr. Chiabodo, 22.8.85.

A 12, q. 1990

Pozzo-cascata di 20 m, chiuso da detrito, impostato su frattura N-S. Assente corrente d'aria. Calcari del Dachstein. Descr. Curti, 22-8-85. Prof. -20, sviluppo 20 m.

A 13, q. 1990

Grande pozzo-dolina profondo 13 m, con neve e ghiaccio. Tra il ghiaccio la cavità prosegue, debole corrente d'aria. Descr. Curti-Chiabodo, 22.8.85. Sviluppo circa 20 m., prof. -15.

A 14, q. 1980

Cavità suborizzontale di interstrato, legata a fenomeni di corrosione preferenziale. Prof. -, sviluppo 20 m. Assente corrente d'aria. Calcari del Dachstein. Descriz. Chiabodo, 22.8.85.

B 1, q. 1930

Spaccatura con forte corrente d'aria, intasata da detriti. Calcari del Dachstein. Ril. Sconfienza, 22.8.85.

B 2, q. 1890

Cavità discendente con forte corrente d'aria chiusa da detriti che ostruiscono un salto di circa 10 m. Calcari del Dachstein. Desc. Lovera, Sconfienza, 22.8.85.

 

Carta con la posizione delle cavità zona 3 dell'Hagengebirge

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A1 - A2 - A3 - A4 - A5 - A6 - A7 dell'Hagengebirge - rilievo

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A8 - A9 - A10 - A11 - A12 - A13 - A14 - B1 - B2 dell'Hagengebirge - rilievo

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C5 - D1 - D2 - D3 - D4 - D5 - H0 - V1 - Z1 - Z2 - Z3 - Z4 dell'Hagengebirge - rilievo

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H 0, q. 2170

Grande spaccatura profonda 20 m, chiusa da neve. Corrente d'aria assente. Calcari del Dachstein. Ril. Chiabodo-Valente.

Z 1, q. 2330

Pozzo di 15 m nei calcari del Dachstein, chiuso da neve. Ril. F. Mellano.

Z 2, q. 2330

Spaccatura di 10 m di profondità. Calcari del Dachstein. Assente corrente d'aria. Ril. Mellano.

Z 3, q. 2300

Cavità di modeste dimensioni profonda 6 m nei calcari del Dachstein. Assente corrente d'aria. Ril. Mellano.

Z 4, q. 2330

Grande pozzo di 15 m di profondità. Assente corrente d'aria. Ril. Mellano.

D 1, q. 2040

Pozzo di corrosione profondo 16 m. Non avvertita presenza di correnti d'aria. Rilievo Ramella. Come anche D2, D3 e D5 che sono state rilevate, si trova nella zona a SW dello Scheibstein dove sono state esplorate oltre una ventina di cavità, in genere pozzi a neve poco profondi o brevi condotti impostati su giunti di strato, chiusi al fondo da neve e ghiaccio. Interessante è la presenza, nell'area più occidentale, di condotti con morfologia a pieno carico, interessati da approfondimento gravitazionale, che mettono in comunicazione tra loro doline limitrofe.

D 2, q. 2030

Bel fusoide con due ingressi profondo 10,5 m, chiuso al fondo su strettoia. Rilievo Vigna.

D 3, q. 2040

Pozzo a gradoni di grandi dimensioni profondo 15 m, chiuso al fondo da neve. Nessuna corrente d'aria. Rilievo Ramella.

D 4, q. 1840

È ubicato nella zona a Nord-Ovest del Botspielschebe (Germania), ampio vallone carsico assai battuto ed esplorato dagli speleologi di Monaco. All'ingresso impostato lungo una evidente frattura, segue un pozzo con partenza stretta che a -20 chiude su strettoia con debole corrente d'aria. Rilievo Vigna.

D 5, q. 2050

Pozzo con circolazione d'aria che ha bucato un piccolo nevaio. Prof. 20 m, al fondo strettoie con neve e ghiaccio. Rilievo Carrieri.

 


Alverman il magico

S. Sconfienza


C'era una volta sulla montagna stregata nell'Impero Austro-Ungarico un Abisso incredibile, che si dice fosse il più bello e profondo del mondo: era così immenso che a volerlo girare tutto bisognava salire e scendere senza mai fermarsi per mille giorni e mille notti e per raggiungerne il fondo non bastavano le corde di cento matasse.

     Lui, là in Austria, c'era sempre stato, ma ahimè nessuno l'aveva trovato. Capita. Neanche tanto di rado, sapete. A volte perché è bravo a nascondersi, ma molto più spesso perché chi lo cerca è idiota o cieco o tutt'e due.

     Si narra però che a molte leghe di distanza abitassero degli uomini sulla cui integrità morale pochi avrebbero scommesso, ma la cui abilità nel cercare grotte era nota ai quattro angoli della terra. Essi vivevano divisi in due tribù, spesso in lite tra loro, ma quando ad alcuni di essi apparvero in sogno i pozzi sontuosi e le sale rilucenti di tesori, capirono che questa impresa era troppo grande per loro e - un po' a malincuore - decisero di unire le loro forze.

     Lo avevano immaginato, sognato, cercato ovunque, con sforzi inenarrabili e superando ostacoli insormontabili, sorretti solo dalla certezza che in qualche luogo esisteva e che loro lo avrebbero trovato.

     La leggenda racconta che anche quei coraggiosi erano ormai allo stremo, sfiduciati

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Abisso Alverman (Hagengebirge) - sezione

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e stanchi, e fu forse l'ultimo passo sulla montagna incantata, o forse l'ultimo sasso tirato senza più convinzione, il cui eco alcuni secondi e molti metri più in basso si ingigantì nei loro cuori fino a farli scoppiare.

     Era Lui, o era un altro scherzo di quella montagna che sembrava burlarsi di loro? Molti avevano già gli zaini pronti e i cavalli sellati, ma si doveva scendere quest'ultimo pozzo, l'ultima possibilità, sennò a casa. Si delegò un rappresentate per tribù: tal Giampiero detto il Tricheco e Meo Pastorini da Mondovì. Il sopralluogo non poté che verificare che il primo centinaio di metri verticali non esauriva affatto la grotta, che anzi aveva tutta l'intenzione di volerli raddoppiare.

     Anche gli ultimi dubbiosi ridisfecero i bagagli, ma la montagna stregata aveva in serbo lo scherzo più crudele: calò la nebbia e le tenebre avvolsero gli arditi, e cominciò a piovere, e piovve per tre giorni e tre notti. Quando smise, tre ore di marcia nella neve fresca separavano i nostri eroi dall'Abisso. Un'ombra di sgomento percorse i loro volti duri, il sogno sfiorato sembrava ritornato irraggiungibile.

     Ma poi qualcuno disse che una pagina del grande libro della Speleologia doveva essere scritta e che loro lo avrebbero fatto.

     Fu lungo arrivare all'Abisso, pochi sopravvissero: tre coraggiosi (Bob, Arlo e Maria) si accinsero ad una lunga notte di attesa in una tendina montata sulla neve e quattro impavidi affrontarono l'ignoto. Di esso, in realtà, almeno qualcosa era noto e tangibile. la cascata nel primo pozzo, il cui frastuono si udiva da fuori, risultato del rapido scioglimento della neve.

     Così, mentre i primi due - Giampiero e Stefano - si buttavano nell'acqua, Meo e Ube cercavano un armo all'asciutto. Era solo l'inizio: il mattino dopo le nostre sacche da armo sarebbero state più leggere di trenta spit e con un piantaspit distrutto a martellate, e le nostre mani arricchite di svariati calli. Ma scendiamo con ordine.

     L'ampio portale in fondo ad una dolina si aprì davanti a noi e ci fece entrare in un largo fusoide; ottantacinque metri più sotto un lago raccoglieva (temporaneamente) una parte dell'acqua, per poi restituirla al di là di un meandrino tortuoso, sulla nuova verticale: cinquanta metri abbondanti in vuoto.

     Nonostante che il vuoto fosse in gran parte riempito da H2O, fin qui le condizioni idriche dei quattro potevano considerarsi accettabili. Senonché il P40 successivo lasciava poche speranze ai non-nuotatori: un getto d'acqua di mezzo metro di diametro imboccava la verticale naturale. In quello stesso istante, qualche metro più in alto, indovinate chi, piantato lo spit, vedeva la corda scomparire nella cascata? Non ve lo dico, però se guardate in fondo all'articolo forse c'è scritto (oppure in cima, è uguale). Dopo dieci metri fu sott'acqua e i restanti trenta in apnea. Un delirio.

     La leggenda racconta che l'urlo salito dal fondo del pozzo abbia convinto i compagni a cercare una via almeno parzialmente gassosa, se volevano rivedere vivo il loro amico. Pare sia stato il prode Ube a tentare l'impresa, riuscendo a ridurre alla decina di metri finale la parte sott'acqua.

     Poi due saltini, con in mezzo finalmente un posto asciutto, ma al di sotto l'inscendibile, un pozzo di circa 25 metri imparentato con lo Zambesi. Profondità stimata -220.

     E rieccolo il P40, Pozzo Enrico Toti (in onore degli "amici" austriaci) alias Pozzo del Salmone. Da risalire, però! Davanti ad alcuni the cerchiamo di farcene venire la voglia, ma l'unica cosa che riusciamo a farci venire è qualche idea per evitare il bagno. Quella di Giampiero è geniale: chissà se quella finestra a metà del quaranta non comunica con il pozzo (asciutto) sopra di noi? Per saperlo, basta un volontario che risalga il tratto in apnea e attrezzi eventualmente il pozzo parallelo, poiché tutti avrebbero voluto fregiarsi di una tale eroica azione, si dovette dirimere la cavalleresca contesa con l'antichissimo metodo dei TOCCHI! Così conetti e sassolini decretarono la scelta e l'onore toccò a Meo. E miracolo: si riuscì ad evitare completamente l'acqua (gli altri tre, naturalmente!).

     Ma, in cima al pozzetto della nostra salvezza, una ulteriore finestra e un successivo meandro ci attirarono nuovamente verso il basso per un'altra via, che - data la situazio-

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ne - può ragionevolmente definirsi "fossile".

     Da qui in poi i ricordi del narratore diventano confusi, la fatica e il freddo cominciarono a mietere vittime e le residue energie condussero Ube e Giampiero fino su un meandro (-250 circa) con al di là forte rumore di - indovinate? - cascata, naturalmente!     Disarmo, quindi; rilievo improponibile così zuppi e stanchi. E fuori infine dopo 20 ore, mentre le prime luci dell'alba ponevano fine anche alla lunga notte dei tre nella tenda.

     Seguirono altre quattro ore di marcia fino al rifugio, poi alla ovovia e giù alle macchine, e dieci ore di viaggio nella notte; e quando alle sei del mattino successivo mi stesi infine su un letto, a Torino, pensavo compiaciuto che finalmente potevo appendere le Jumar a un chiodo, dato che qualcosa da raccontare ai miei nipoti ormai l'avevo...

L'ingresso dell'A7, cavità ad andamento verticale profonda 58 m (foto R. Chiabodo).

 

 

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CRAK 85

G. Badino


     Anche quest'anno abbiamo vagato in caccia di zone carsiche, Leo Piccini e Daniela Frati toscani, Marcantonio savonese, Mario Vianelli e Michele Sivelli bolognesi, Chris americano (tipo sconvoltissimo portato da Leo), Berto Bertorelli torinese echi scrive, per l'intero periodo. Di passaggio Matteo bolognese, Bianchetti e Glavina triestini, Squassino sangue misto.

     Il primo obiettivo è il monte Mutria, nel Matese. Ne veniamo respinti dalle orde di turisti domenicali. I triestini vanno al Pozzo della Neve, che scenderanno fino a -700, noi andiamo sopra Roccamandolfi in zone che, durante l'inverno, han già visto Mario, Leo e Michele.

     Zone da fiaba, che presto ribattezziamo Lothlorien: faggete stupende, radure in fondo ai polje piene di sole, ampi sentieri coperti di foglie, raggi di sole fra gli alberi. Tolkien non specifica se in Lothlorien ci fossero grotte; quel che ora sappiamo è che sotto quegli altopiani ci sono ma non ci si entra.

     Depressioni, doline soffianti, allineamenti, lapiaz ricoperti di foglie: ma di ingressi neanche l'ombra. O quasi. Per un po' ci siamo illusi di andare chissà dove in una dolina trovata da Chris: un buco soffiante con un condottino seguito da un pozzetto. Nel successivo salone 2x2x2 m, una fessura dava su un altro saltino: l'illusione ci ha fatto martellare per due pomeriggi finché Patrizia e Berto sono passati giungendo fino a -20. Chiude.

     Un altro risultato viene ottenuto alla Grotta del Fumo a Campitello: una risalita di Marcantonio porta ad un centinaio di metri di bella grotta nuova. Ed è tutto.

     Alla sera, intorno al falò, prevale la linea seria contro il desiderio di protrarre il campeggio: ci spostiamo a sud, eventualmente per ricongiungerci con Baldracco, Segir, Giovine e Masciandaro che battono sul Coccovello. Ci fermiamo Invece un po' prima, sul Monte Vesole, a sud degli Alburni.

     Il posto non è gran che: in basso castagneti, in alto pietraie. Mettiamo su un campo triste, ci sembra di essere a Gorgoroth dopo essere stati a Lothlorien. Qui doline non ce ne sono, o quasi (è un monte tipo Corchia, ripido e affilato): ci sono in compenso degli ingressi ma son tutti chiusi a pentola. Un pozzo di ottanta metri è l'unico serio dono che ci fa la regione in tre giorni.

     Altro falò, altro spostamento: sugli Alburni, ora. Gli Alburni sono un po' al limite dello statuto del Crak, che pretende si cerchino nuove zone carsiche, non prosecuzioni in grotte già. note. Ma la tentazione è troppo forte.

     È la regione carsica più intensa e delirante che abbiamo mai visto; doline dappertutto, solo che qui ci sono anche le grotte in fondo.

     Tre giorni di delirio e di sogni: e di grotte finalmente. La prima è la Grava del Fumo. Ci scendo con Chris per attrezzarla per una discesa seria dell'indomani (di queste grotte non sappiamo nulla, e dobbiamo "esplorarle"). Riattrezziamo a spit perché i locali, curiosamente, li han messi proprio dove passa l'acqua in caso di piena: buffissimo. Al primo pozzo, a balzelloni, di una quarantina di metri, segue un tratto di galleria con marmitte piene di letame nero. Una è addirittura molto difficile da attraversare. Poi saltini, riarmati anche quelli, fino al "cento" sotto il quale rumoreggia un torrente. Gli spit in posto sono allucinanti e preferisco invece traversare dritto per una diecina dì metri per far cadere in vuoto la prima parte. Lì lascio perdere per fine corde e risalgo. Incontro Chris che mi aveva preceduto, che non riesce a superare la pozza di letame: gliela faccio superare per due birre.

     L'indomani entrano Leo, Marco e Michele che si infrangeranno più sotto su dei laghi. Noi intanto ci guardiamo l'S2 (traverso sul primo pozzo fino ad un ambiente inesplorato ma chiuso) e il Fra Gentile, meandro gigantesco che si inoltra nella montagna fino a spro-

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fondare in un pozzo di circa trenta metri. Percorriamo in alto il canyon iniziale (è curioso, molto strutturato) e ci ritorniamo il giorno dopo. Scendiamo il pozzo, che comunque è traversabile in alto, e poi il successivo, di circa sessanta metri: una condotta con aria forte porta sull'ultimo pozzetto e l'aria si perde in frana. Niente da arrampicare in breve tempo. Fine grotta e fine campo, fine del più tranquillo e bel campo che ho mai fatto. A ben rivederci .

Nella Grava di Fra Gentile, Alburni (foto G. Badino).

 

 

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COCCOVELLO

ATTO SECONDO

 

 

B. Giovine e W. Segir


     Il 17 del mese di Agosto a.d. 1985, quattro famiglie all'apparenza tranquille ma assetate di gloria e di conquiste scendono l'Italia al di sotto del 38° parallelo: destinazione Coccovello. Di conquiste poche ma di sete tanta; temperatura media 50°C all'ombra; in auto 70°C o giù di lì.

Campo base: Maratea, al camping omonimo posto allo sbocco della Valle del Noce; val-

Nella grotta del Dragone, Maratea (foto G. Villa)

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le ampia e misteriosa dai "buchi" inediti ed ingannatori. Contatti locali a mezzo degli ospitalissimi Carmine, Oreste e Fabio (quello delle papere).

I presenti: Giorgetto, con Claudia e Vittorio; Walter, con Sandra e Andrea; un amico di Walter, Gianni con Laura ed Elisa; e la famiglia Puffo al completo. Materiale sufficiente all'esplorazione di 500 m di grotta corredato da potenti mezzi marini (due canotti ed un kajak).

Ma veniamo alle cose fatte; primo, tappa il 19/8/85, alla Grotta del Dragone fino ad allora creduta unica risorgenza di troppo pieno del sistema Coccovello, in realtà sembrerebbe un modesto ramo semiattivo di un complesso carsico le cui vere risorgenze si aprono, con molta probabilità, lungo 1 km circa di litorale; una di queste, la già conosciuta "polla", a mare aperto.

Dal 27 al 31 del mese infatti, nel corso di ripetute battute sotto costa della zona di Acquafredda (chissà perché questo nome!) è stata rilevata la presenza di una risorgenza marina a circa 8-9 m sotto il livello del mare, dell'altezza di circa due metri, larghezza idem; "buco nero" sottomarino dall'aspetto misterioso; corrente d'acqua gelata al suo sbocco, sabbia in turbinio alla base. L'andamento è in salita; le limitazioni imposte da una sola torcia subacquea e da due soli polmoni umani non hanno permesso di rilevare ulteriori particolari.

Il Dragone comunque, è stato "perfezionato" nel suo sviluppo dal ritrovamento di un bellissimo "signor sifone" in una sala di 10x10 m ed alta 8 purtroppo insuperabile, aria nulla, portata di acqua di circa 10 litri al secondo, corrispondente a quella che fuoriesce, circa 7-8 m più in basso del Dragone, quasi sulla spiaggia.

Per quanto riguarda il Coccovello vero e proprio, sono state condotte serie ed approfondite battute per quanto la boscaglia veramente fitta ci abbia consentito.

Inizialmente Oreste ha guidato i nostri passi cercando di sfiancarci o di perderci con percorsi alla "Minosse". Poi tutto il gruppo speleo della Val Noce con il determinante apporto di Nino in veste di Battitore Libero (sic...) ci ha consentito di battere buona parte della montagna.

Sono stati rivisti alcuni buchi trovati quest'inverno da Poppi e C., qualche fessura soffiante tra tonnellate di argilla e niente di più.

La nostra disperazione ha toccato l'apice quando, dopo una salita in mezzo a nuvole di mosche e tafani, abbiamo trovato le doline sommitali ricoperte di alberi d'alto fusto, segno inconfondibile di un bello strato di "humus".

Per il resto sono state esplorate alcune spaccature di probabile origine tettonica presso la stazione di Maratea profonde sui 10÷15 m, ed il buon Nino ha tentato inutilmente di perdersi prima sul versante sud del Coccovello poi su quello nord ed infine tra gli arbusti (leggi spine) della costa.

Un aspetto molto simpatico della spedizione è stata l'ottima accoglienza riservataci da Carmine ed amici, anche perché supportati benissimo da fattori contingenti (leggi pasticceria di un cugino e ristorante di un amico), e solo uno speleo avvezzo alla dura legge del Marguareis (Roccavione e ristorante Mongioie a parte) sa apprezzare completamente questi importantissimi particolari. ..

 

 

 

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ESPLORAZIONI IN TURCHIA:

Ilvarini '85

 

 

G. Villa e F. Maina


     Contagiati cinque anni fa dal sottile "mal di Turchia", era destino che prima o poi tornassimo a guidare notte e giorno per l'interminabile Jugoslavia e per la polverosa Grecia fino ad immergerci in quel mondo tutto particolare, quella strana mistura di Europa e Asia, quella pista da autoscontri che è Istanbul.

     Turchia, appunto.

     Tutto era iniziato in febbraio in seguito all'invito dell'amico Mario Vinai del Gruppo Grotte Brescia a partecipare anche noi alla annuale spedizione in Turchia. Il 9 di agosto ci ritroviamo, Franca ed io, in quel di Brescia pronti ad imbarcarci per l'estenuante viaggio. Come sempre succede in questi casi ci affidiamo a veicoli che avrebbero tutt'al più meritato una certa fiducia per una gita domenicale, diciamo, ai laghi {siamo in Lombardia!). Partiamo alle undici e mezza di sera e a mezzanotte, a Desenzano, siamo già fermi: colpa dell'alternatore dell'"A-112" in dotazione che ci costringe a bivaccare sulle rive del lago di Garda. D'ora in avanti gli inconvenienti meccanici, veramente di ogni genere, saranno un piacevole intermezzo nella stressante monotonia del viaggio. Il clou lo raggiungiamo in Grecia, a Salonicco, dove in un colpo solo riusciamo a rompere ventola e alternatore ed avere noie al cambio di Amilcare, il pluridecorato furgone che da anni veglia sull'incolumità degli amici bresciani per le strade turche; e anche questa volta decide che non è ancora giunta l'ora e, passato il confine ci porta a Izmit dove abbiamo appuntamento con il simpaticissimo Kadir, il ragazzo turco che da cinque anni è guida, interprete e Jolly degli speleo di Brescia.

     Dopo i primi contatti con il colore e la cucina locale volgiamo la prua di "Amilcare" verso il Mar Nero, a Çacraz che sarà la base delle nostre escursioni sul Küre DaÈ lari, dove si apre la grotta Ilvarini.

     Çakraz è un ameno paesino in riva al Mar Nero e siamo alloggiati in una pensioncina eufemisticamente chiamata Hotel Palace. Il programma è di ricercare e di raggiungere la grotta di cui si era avuto notizia gli anni precedenti dalla gente del posto e che dovrebbe aprirsi in un altopiano carsico a 1000 metri di quota in mezzo alla foresta.

     Partiamo cosi all'attacco del Küre DaÈ lari e dopo chilometri e chilometri di pista in sterrato e guadi dove Amilcare fa miracoli {"Somar-Trophy-85"), arriviamo al villaggio di Derebogazi, ultimo avamposto della civiltà. Veniamo immediatamente circondati dalla gente del posto e subito facciamo conoscenza, se mai ce ne fosse bisogno, della eccezionale ospitalità turca. Compaiono però, anche, sbucati chissà da dove, i gendarmi che gli anni passati tante noie avevano procurato agli speleo. Noi, forti del fatto di avere una quantità di visti, timbri e lasciapassare rilasciati da un qualche ministero turco tramite l'ambasciata italiana, pensiamo di risolvere rapidamente le grane burocratiche: non sarà così. In realtà non è così semplice convincere un gendarme di uno sperduto avamposto dell'Anatolia settentrionale dell'importanza di quelle firme e di quei timbri, e così alcuni di noi sono costretti a tornare nella città di Cide dove ha sede la Gendarmeria e dove risiede il Kaimakan {l'autorità militare locale) per mostrare le nostre carte. Gli altri rimangono ospiti, scomodi, del capo del villaggio il quale è chiaramente diviso tra il rispetto dell'autorità militare che gli impone di sorvegliarci e il dovere d'ospitalità. Abbiamo così modo di visitare il paesino e di entrare in molte case. Scopriamo così che nell'era della plastica {usano perfino le scarpe di questo materiale!) c'è chi lavora ancora la selce con tecnica neolitica per ottenere punte e raschiatoi, le prime utilizzate sotto grosse slitte di legno usate per trebbiare il grano e i raschiatoi per pulire le pelli.

     Nel frattempo gli altri sono ritornati: hanno ottenuto di potere salire sulla montagna accompagnati da guide, però la cosa è abbastanza nebulosa. Noleggiamo così quattro somari perché la marcia si preannuncia lunga e faticosa (5 ore per un dislivello di quasi 900 metri). Durante la marcia patiamo la sete nonostante le guide ci avessero assicurato

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che avremmo trovato acqua: in effetti qualcosa di liquido c'è ogni tanto in putride pozzanghere dove pochi hanno il coraggio di bere. Verso sera giungiamo in prossimità della grotta, ci dicono, e dobbiamo scaricare i somari e caricarci noi perché non c'è più sentiero e bisogna farci strada nella foresta coi machete. All'imbrunire in mezzo agli alberi ci appare uno spettacolo incredibile: una parete di calcare bianco che si erge nella foresta e in mezzo un buco enorme e perfettamente rotondo, diametro dai 15 ai 20 metri: è l'Ilvarini! Uno spettacolo che ci lascia attoniti. L'avangrotta è una enorme galleria sfondata a 30 metri dall'ingresso da un camino gigantesco dal quale si affacciano 30 metri più in alto le sagome scure degli altissimi faggi e si intravede una fetta di cielo con le prime stelle. Più in avanti il nero: la grotta prosegue sembra, con le stesse dimensioni dell'ingresso. Notiamo subito i resti di costruzioni all'interno della galleria, fatte con muri e secco, probabili abitazioni di popolazioni armene colà rifugiatesi durante le persecuzioni nei secoli scorsi. E cominciamo ad accorgerci che il suolo in certi punti è cosparso di ossa umane che affiorano dalla sabbia. Piazziamo il campo in questo luogo davvero incredibile e permeato di un'atmosfera tutta particolare; qui stiamo veramente bene, accendiamo il fuoco, l'acqua c'è, poca, di stillicidio raccolta in una antica cisterna in muratura poco più all'interno e il tutto ci dà una rassicurante sensazione di protezione; fuori ci sono gli orsi e i lupi e li sentiremo ululare e girare intorno alle tende alle prime ore del mattino.

Il maestoso ingresso della grotta Ilvarini (foto G. Villa).

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     Il mattino seguente iniziamo l'esplorazione. La galleria d'ingresso prosegue quasi in piano per circa 300 metri sempre gigantesca e concrezionatissima. Lateralmente parte una galleria in forte discesa, molto grande anche questa. Qui la discesa è stata resa agevole da imponenti lavori di terrapieni e muri a secco che formano una specie di stradina che scende non si sa dove. Lo stupore è grande, anche perché la gente del villaggio ci aveva parlato infatti di storie strane, di una scalinata lunga, di tombe e di case ad otto angoli! La conferma ci giunge tosto: siamo alla base della discesa, in un salone con strane costruzioni: una è diroccata, ma la seconda, al centro del salone è un edificio costruito in pietre squadrate piuttosto grande con pianta a croce greca e due absidi: ecco la "casa con 8 angoli"! E in effetti una cappelletta o una chiesa di stile bizantineggiante e le tombe, sei, in fila nelle vicinanze, sono di quel periodo. Dappertutto calpestiamo ossa umane dato che le tombe da tempo sono state profanate e svuotate dai locali nel corso dei secoli alla ricerca di leggendari tesori. Rimane un sarcofago ricavato da un unico tronco, mirabilmente squadrato e lavorato, chiaramente molto antico. Iniziamo un minuzioso lavoro di rilievo di tutte le tombe e delle costruzioni e ci riproponiamo di tornare nei giorni successivi per lavori più approfonditi sui reperti ossei, dato che a prima vista sembrano anche loro di dimensioni eccezionali.

     La grotta continua, sempre grandiosa, sempre spettacolarmente bella. Dopo la sala delle tombe ci sono i pozzi: due da venti, o meglio un unico 40 con un terrazzi no a metà che dà in un ramo laterale che è tra le cose più belle mai viste in grotta: il fondo è un lago asciutto di qualche decina di metri di diametro col pavimento tutto ricoperto di cristalli bianchi. Alla base del pozzo ci ritroviamo in un salone di proporzioni notevoli e tra i massi di frana troviamo ancora qualche cranio gettato evidentemente dall'alto. Più avanti ancora il nero: la galleria è sempre di proporzioni ciclopiche ed inizia a scendere decisamente. Alle pareti scallops col diametro di 1 metro e lungo la discesa una scalinata di vasconi di bellezza incomparabile; mi ricorda molto la "grande galerie" dell'abisso Berger nei suoi tratti più belli. Grosse stalagmiti nere si ergono dalle vasche bianche ricoperte di latte di monte. Siamo sui 200 metri di profondità. La grotta continua a scendere. Ancora una quarantina di metri di dislivello e giungiamo sul fondo di un lago che non esiste più: siamo sul fondo della grotta, non c'è speranza che prosegua. Usciamo fotografando e cercando eventuali prosecuzioni. A sera siamo fuori e dopo una cena frugale (siamo senza cibo) a base di un paio di minestrine in otto, andiamo a consolarci nei sacchi a pelo.

     Di buon mattino siamo svegliati da un confuso vociare, pensiamo (e speriamo) che siano le nostre guide con il cibo e invece sono i gendarmi, arrivati fin lassù in gran numero e armati fino ai denti. Hanno l'ordine di portarci in caserma. Noi teniamo duro e riusciamo a patteggiare un paio di ore per scendere in grotta a recuperare le corde. Inizia così un frenetico lavoro di rilevamento e fotografia per potere completare tutto: la parola d'ordine è di non uscire senza avere completato il rilievo e bruciato l'ultimo flash! Dopo sei ore siamo ancora dentro; i gendarmi frattanto sono riusciti con una pila in sei a scendere oltre la sala delle tombe fino alla sommità del pozzo e urlano parolacce incomprensibili per noi. È certamente un'esperienza strana quella di avere alla sommità di un pozzo da 40 un'orda di giannizzeri urlante in lingua turca, di cui la sola cosa che capiamo con sufficiente chiarezza è che sono veramente arrabbiati, oltretutto sono senza cibo anche loro e per di più non hanno nulla per bivaccare. Non so chi è stato il primo coraggioso che ha risalito il pozzo con le armi puntate addosso, comunque non lo invidiavo in quel momento.

     Usciamo dopo ben otto ore e con lo stomaco quasi vuoto da tre giorni siamo costretti a lasciare di gran furia l'Ilvarini e i suoi fantasmi. Nella foresta per fortuna ritroviamo le nostre guide con i somari e soprattutto il cibo e così riusciamo a non morire di fame. D'ora in avanti la cronaca degli avvenimenti non fa più storia, salvo un quasi arresto alla sera alla gendarmeria di Cide.

     L'unico rimpianto è quello di avere solamente intravisto qualcosa di splendido sull'altopiano del Küre DaÈ lari che meriterebbe esplorazioni molto più approfondite.

     La speranza segreta {come cinque anni fa!) è di ritornarci.

 

 

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SEI MESI DOPO IL "CORSO"

A PINEROLO

 

L. Barcellari

per il G.G. Pinerolo


Interessante. Questo è stato il commento più frequente uscito da noi, allievi del 28° corso. Interessante uguale affascinante, istruttivo, divertente, utile, buono a sapersi. Mai inteso comunque come "O.K., ma che barba".

E con lo stesso spirito si vive oggi l'attività che, tra mille problemi di routine, lavoro o famiglia, si svolge a Pinerolo, presso la locale sede C.A.I. Sì, perché al corso abbiamo partecipato in 7 della stessa città, con l'intento di acquisire esperienze comuni per creare poi a Pinerolo un punto di riferimento per chi sente l'interesse che lega tutti noi.

Ma procediamo con ordine: il Corso.

Molto ben impostato per quanto riguarda il perfezionamento tecnico e sportivo dell'attività. Carente forse sulle questioni di soccorso, autosoccorso e pericoli vari a cui si va incontro durante le attività.

Ottima la puntigliosa insistenza degli istruttori per quel che riguardava i comportamenti e la sicurezza in grotta. Efficace l'allenamento in palestra. Qualche dubbio sulle lezioni teoriche e specialmente sul rispetto degli orari. Belle e ben programmate le uscite, con un "Orso" da rodaggio ed un favoloso "Corchia" finale. Possibilità di osservazioni anche qui su puntualità ed impegno organizzativo degli istruttori.

Altre perplessità sui prezzi delle birrerie di Torino...!

Tutto sommato un'esperienza davvero positiva.

Il G.S.P.

Al primo impatto "il solito ambiente C.A.I. (Chiuso Agli Incompetenti)". Visto oggi, conoscendo meglio le persone, si può invece dire che è "il solito ambiente C.A.I.". Scherzi a parte riteniamo centrato in pieno lo spirito divulgativo e l'obiettivo giovani che ci è parso intravvedere. Riteniamo che, se per ragioni di distanze, dobbiamo svolgere una vita di gruppo autonoma, sia per noi sempre utile ed istruttivo non perdere il contatto con il gruppo torinese.

E comunque la nascita di un nuovo gruppo può essere considerato come un buon risultato ottenuto dalla preparazione di un corso.

Ora chiaramente stà a noi dimostrare il nostro impegno e la serietà con cui possiamo lavorare e divertirci insieme.

A Pinerolo l'ambiente locale, anche esterno al C.A.I., sembra rispondere bene all'iniziativa, e contiamo di radunare molti possibili interessati con una serata di proiezioni in programma per il 10 ottobre, a cui seguiranno sicuramente altre. Fascino delle novità o moda della ricerca di avventura preconfezionata? Si vedrà. Per il momento comunque il lavoro e le responsabilità sono tutti nostri. E le spese pure. Ci autotassiamo per attrezzarci ed essere indipendenti. Abbiamo un nostro statuto con tanto di regole e clausole decise insieme (una di queste dice che entrando a far parte del gruppo ci si impegna a frequentare il primo Corso di Speleologia possibile presso il G.S.P di Torino).

Non abbiamo programmi precisi per l'immediato futuro, avendo di fronte a noi praticamente tutto da fare. Per ora l'importante è fare qualsiasi cosa, ma cercare di fare il più possibile.

Noi l'entusiasmo l'abbiamo.

 

 

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ZONA Z: ULTIME NOTIZIE

A. Gaydou con M. e C. Oddoni


Lo sapevo che l'altr'anno avevamo dimenticato qualcosa; e più precisamente quella piccola conca, alla base della parete ovest dello Jurin.

Già salendo il fondovalle, a monte della seggiovia del Cros, si notano sia una grossa dolina che un picco d'erosione, sia pure di modeste dimensioni, ed oltre la penultima balza del vallone, inghiottitoi e doline di notevoli dimensioni. Quindi abbiamo buoni presupposti per trovare grotte. Infatti, alla base della parete dello Jurin si apre la grotta AG 21, da me scoperta ed esplorata nel mese di luglio.

Avevo notato infatti che al fondo di una piccola caverna filtrava forte aria, tra i massi che ostruivano il passaggio. Dopo una notevole disostruzione, mi sono trovato in un meandro ascendente e terminante in una strettoia, che dava su di un pozzo, ostruito da grossa frana. Quattro spalanchinate furbe e la via è aperta, ma ormai è tardi per scendere. La settimana successiva ritorno, con i due Cagnotti e Massimo; due spit e giù lungo un bel pozzo a campana da 15, con il fondo ostruito da massi enormi. La disostruzione è impossibile con mezzi manuali, per cui arrampichiamo uno strettissimo meandro ascendente, fino a che non... stringe troppo, mentre Claudio e Massimo disostruiscono un piccolo meandro al vertice del pozzo, scaricandoci tutto ciò che tolgono, sulla testa, accompagnati dalle nostre Benedizioni Apostoliche.

Giovedì 29/8 sono scampato da poche ore al Sahara e già suona il telefono. È Claudio: "Vieni subito in zona Z, abbiamo sfondato! C'è l'ABIXIO!".

Il Toyota di G.L. Tesio, stracarico di materiale e speleologi, sale come un signore fino allo skilift del Cros. Due punti luminosi, nella notte, ci dicono che i Grandi Esploratori sono ancora all'opera.

Raggiungiamo il Gias del pastore, giusto in tempo per una buona polentata, innaffiata dal miglior dolcetto e poi via a bivaccare sotto le stelle. Al levar del sole, con Pier L. Carena e Duccio andiamo a rilevare il pozzo che i soliti due Cagnotti hanno scoperto ed esplorato una settimana fa. E pensare che, con Trota, ci siamo passati davanti mille volte senza vederlo. La grotta si apre in mezzo ad una paretina, a circa un centinaio di metri dal gias ed inizia con un pozzo da 11 m, con neve sul fondo e strettoia ad incastro garantito, per arrivare in una saletta che termina con un saltino sul bordo di un pozzacchione, in vuoto da 32 {tre spit). Il pozzo termina con fondo ghiaioso e niente aria.

Salendo 13 m dal fondo raggiungiamo, pendolando notevolmente, una grossa cengia che va a finire in una strettoia, ancora ad incastro sicuro e terminante su di un saltino di un paio di metri, che dà in una saletta, oltre la quale vi è ancora una strettoia impraticabile, lunga circa 4-5 m, oltre la quale vi è un gran nero e molto vento.

L'orientamento principale delle fratture è grossomodo diretto verso la punta Melasso, in direzione dell'ipotetico collettore della Barmassa.

Mentre rileviamo, Claudio Oddoni e Gian L. Tesio battono in alto trovando parecchi buchi da disostruire e con molta aria. Prossimo lavoro assicurato e niente C.I. per speleologi.

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Grotta A.G.21 - Grotta del Pastore Z14 - rilievo