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GROTTE
anno 27, n. 84 - gennaio-aprile 1984
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
SOMMARIO
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La parola al presidente |
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Notiziario |
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Attività di campagna |
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Corso di speleologia |
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Anche il silenzio ha un cuore |
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Battute sul Canin |
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Artesinera '84 |
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Abisso Generatore |
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Una passeggiata in Apuane |
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Suvlaky |
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Ancora da PB: le Camelot |
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Essebue |
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The Fox's Cave |
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A zonzo in Spagna per grotte |
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Repliche: il terrorizzato |
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I depositi di riempimento delle grotte |
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Recensioni |
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Pubblicazioni ricevute |
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Redazione: |
Marziano Di Maio |
(resp.) |
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Giovanni Badino |
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Alberto Gabutti |
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Laura Ochner |
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Elio Pulzoni |
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Foto di Copertina (Abisso O 5, Marguareis) di Giuliano Villa Bozzetti di Simonetta Carlevaro |
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Stampa: LITOMASTER, Via Sant'Antonio da Padova, 12 |
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Stampa del rilievo allegato dell'Abisso Essebue: COPYRID |
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Due righe, solo per fare alcune considerazioni di carattere generale sulla speleologia torinese, GSP quindi. Essa vive in un mondo dorato, tutto suo, e in questo si culla. Negli anni felici esso è costituito da esplorazioni, esplorazioni e ancora esplorazioni, dalla gioia di aver sciolto un problema speleologico importante, dalla euforia di aver scoperto un nuovo complesso carsico, di speleologi felici e dissacranti; negli anni bui sono le polemiche invece a tener testa, mancano le grotte, le idee egli speleologi bravi.
Gli storici ci insegnano, e tutto sommato è credibile, che esistono i cicli nei quali periodicamente si ricade, ma che in ogni caso la tendenza è al miglioramento, i pessimisti dicono che tutto peggiora, ma è una questione di punti di vista, ci si potrebbe azzannare per anni. Per me è in miglioramento.
Questa premessa per dire che ora, nel bene e nel male, in GSP si vive bene, si va in grotta, spesso in grotte nuove ma manca ancora qualcosa. A volte ci hanno rimproverato di non essere organizzati, noi, sdegnati, abbiamo obiettato che per ora andiamo in grotta, poi ci organizzeremo, un po' come le antiche società: prima combattono per esistere, poi legiferano e si "civilizzano" (e poi decadono ma a noi questo non riguarda).
Il salto di qualità richiesto è questo, organizzarsi, non per tendere alla burocratizzazione ma per comprendere meglio i problemi, quante volte ancora si ripetono le grotte credendo le inesplorate e poi si scopre, per caso, il rilievo completo in archivio? Quante volte si cercano pubblicazioni senza trovarle perché qualcuno le ha prese e mai più riportate in gruppo?
Scarsa organizzazione quindi; bello è sapere piantare spit, ma è altrettanto utile capire come funziona una strumentazione da rilievo o ancora le funzioni di un archivio e di una biblioteca e ancora pubblicare quanto è stato fatto perché tra anni sarà il solo modo di sapere se la tal cosa è stata fatta o se è ancora da fare.
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Attilio Eusebio |
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Notiziario |
Assemblea di inizio d'anno del GSP
Si è tenuta il 13 gennaio per impostare per sommi capi l'attività 1984.
Per la biblioteca, Villa richiede collaborazione per stilare l'elenco delle pubblicazioni, per il lavoro di controllo (soprattutto delle raccolte), ecc.; si dichiara disponibile Poppi.
Guala e Sconfienza riaccettano la responsabilità del magazzino (Guala tuttavia è disposto a interessarsene solo sino a fine Corso). Lo stesso Guala ripropone l'acquisto di corde; fa presente che sono andati persi parecchi moschettoni e placchette. Eusebio comunica che è quasi ultimata la costruzione della piattaforma, che verrà provata quanto prima a Sport-uomo.
Bollettino: viene esaminato un preventivo di pubblicazione a stampa e si deciderà in seguito.
OPS: aveva proposto di occuparsene Vigna.
Catasto: Villa chiede la collaborazione di 1-2 persone; il lavoro è ormai impostato.
Archivio: Garelli fa presente che i soliti problemi di spazio si sono ancora aggravati. E' necessario fare almeno una riproduzione di tutti quei rilievi esistenti solo in lucido, e recuperare un lucido dove c'è solo un disegno.
Segreterie.: la posta arretrata è un problema risolto.
Biospeleologia: c'è molta carne al fuoco, in Italia e all'estero.
Tesoreria: Valente dà relazione della disponibilità di cassa, che non è affatto abbondante.
Capanna Saracco-Volante: rimane ancora da sistemare la serratura e il resto è a posto.
La quota sociale è portata a L 25.000 per i membri effettivi e a L 20.000 per gli aderenti.
Programmi di attività esplorativa: Badino riassume quanto c'è da fare. Nell'immediato futuro bisogna continuare la risalita alla Gola verso il Gaché. C'è da risalire il canyon alla Filologa, e da esplorare la zona delle condotte forzate. Poi il Gaché, e l'F 33, da alternare a PB. Per l'estate la Conca e la zona della Valle dei Greci; in Apuane l'abisso Saragato, il Fighiera al di là del Khayyam (nella zona in cui si collega al Corchia), poi Tamugni e Gnomo. Attività di corso e dopo corso potrebbero essere la giunzione con il Baader, un campo di 4-5 giorni al Fighiera, il buco sul M. Pelato, l'M 55, la zona del Colle del Mulo, le zone francesi dietro la Val Maira, la zona alta in Devoluy.
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Attività qua e là
Un notevole risultato nella Gola delle Fascette (sistema di Piaggia Bella) è stato ottenuto dalla speleologia di Imperia. Hanno forzato l'Arma del Lupo Superiore scoprendo quasi un chilometro di gallerie.
Nonostante le previsioni la cavità non entra nell'Arma del Lupo inferiore ma dopo essersi diretta verso questa, sterza a nord e si infogna.
Inferiori allo sperato i risultati della spedizione polacco-bolognese al Don Ciccillo: né bestemmie né preghiere lo han fatto andare sotto la vecchia quota, raggiunta alla base del pozzo su cui si erano fermati a settembre.
In realtà però la conoscenza del sistema sottostante il Tambura se ne accresce molto: 600 metri di rami orizzontali e un grandissimo arrivo a -600 più molte informazioni sulle correnti d'aria. La grotta si dirige nella prima parte verso Gorfigliano (NE), sterza verso il Pisanino (NW) per poi tornare verso il passo della Focolaccia.
Notevoli pure le informazioni che la grotta ha fornito sul livello medio della mentalità speleologica in Italia.
Adiodati non ha avuto bisogno del poeta persiano per inventare un meno mille. Le sue risalite su per l'Odissea hanno passato quota 1430 e dunque anche senza Khayyam il Corchia sarebbe un meno mille. Che stia esplorando la sequenza di pozzi che sta sotto l'enorme, esterno Pozzo dei Gracchi?
Anche altre novità sul Gran Complesso ci sono statu donate da Adiodati e C.; han passato il sifone "temporaneo" a monte dei Tamugni (rischiosissimo per le possibilità di piene) vagando in un gran complesso di gallerie nelle quali le forti correnti d'aria promettono un gran futuro e, c'è da scommettere, una seconda giunzione Fighiera Corchia. Vedremo.
Mario Vianelli si sta occupando delle grotte nel Meridione d'Italia.
E' terminata la risalita romana nel loro ramo che svetta all'incrocio della Galleria del Venerdì con quella degli Inglesi, in Corchia, a quota 850.
Una serie di pozzi in risalita, l'ultimo dei quali un P120 li ha portati in una cinquantina di metri di meandro che si chiude in terra, lucertole e radici a q. 1100, circa la stessa dell'accesso Buca di Eolo. Proprio dalla sommità però scende un ramo assai grande, a pozzi, la cui esplorazione non è conclusa.
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I Fiesolani, in Corchia han trovato con una risalita una via che dal Ramo della Fatica esce nel Manaresi. Raggiungere il fondo di detto ramo è ora diventato semplice.
Michele Sivelli non si interessa più del fenomeno carsico nel Meridione d'Italia.
Conclusa con eccellenti risultati la spedizione messicana dei romani. Hanno raggiunto una grande cavità in cui spariva il fiume, già in precedenza avvistata dall'aereo, e l'hanno percorsa fino a dove sbuca in una valle chiusa, selvaggia, ignota anche ai locali. Ma non erano i primi: prima di loro c'erano già stati i Maya come testimoniato dalle loro antiche tracce. :questo però non ha gran che irritato i nostri amici.
Nella valle il fiume andava sparendo e loro ne han seguito il letto antico fino ad incontrare l'immenso ingresso del ramo fossile. Da lì sono scesi in una grotta enorme ramificata, percorsa per uno sviluppo di sei chilometri ed una profondità massima (per ora) di quattrocento metri.
Non si pensi fosse una galleria inclinata: era a pozzi, uno dei quali un P100 con il fiume (che invidia). La valutazione è che, esplorativamente, ci sia da lavorare per molti anni.
Anche i risultati zoologici sono stati stupefacenti: in un lago a -300 hanno trovato uno squalo bianco, cieco, che Tullio è riuscito a sopraffare: due metri e mezzo di lunghezza per duecentoventi chili di peso. A Roma ne han potuto portare solo alcune vestigia per mostrarle agli increduli.
Ricordiamo che è assai utile inviare a Tullio Bernabei ( Via L. Pancaldo, 88 00147 ROMA) ogni informazione riguardante novità speleologiche della vostra zona.
Un po' di tutto
Il socio Carlo Curti è entrato nell'Arma dei Carabinieri . Chi conosce i nomi delle grotte liguri-piemontesi (Arma delle Manie, Arma dei Grai) penserà ad un week end speleologico: invece no. Starà nella Benemerita per anni uno.
Quando una degna rappresentanza del GSP è passata da Verona quei maiali han ceduto solo pochissime gocce di Recioto. Noi lì con la lingua gonfia e gli occhioni grandi e loro plic, plic, plic, col contagocce. C'è da dire però che è un vino che sale rapidamente alla testa.
A Torino ci sarà il Festival Internazionale della Birra. Lo scriviamo per far scoppiare di invidia chi vive lontano da qui.
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Il Megalavoro su Paggia Bella sta procedendo in modo tumultuoso sotto la sferza della Presidenza.
Il Megalavoro sul Corchia invece, assai più delicato, perché nazionale, sta ancora assumendo una configurazione definitiva d'approccio.
Il Responsabile Nazionale del CNSASS si è schiantato durante una uscita di corso alle Vene, mentre con un volontario Romano cercava di far dispetti al CS Piemontese. È stato recuperato da tre volontari.
Il 9 febbraio Badino ed il nostro presidente hanno effettuato una proiezione di diapo speleologiche a Quinta Rete, rubrica D come donna.
Chi, come noi, legge attentamente il Notiziario degli amici imperiesi si sarà chiesto cosa intendano nel resoconto dell'attività del campo estivo '63 con "cafiri" ("Riceviamo la visita di cafiri piemontesi..."). L'aggettivo in Italiano non esiste, così come nel Ligure, dato che neppure il Lanteri ("Voci orientali nei dialetti di Liguria") lo riporta. Ma proprio da questo testo apprendiamo che "Kafirùn" in Arabo vuol dire "infedele".
"Cafiri piemontesi" vuol dunque dire "Piemontesi non Maomettani". E, chissà, forse neppure furbi.
Ci han detto che il segretario degli INS sostiene che il 3° gruppo del CNSASS è nelle mani di una plutocrazia giudaica, e che tutti sono cattivi con lui perché invidiosi.
Del primo fatto eravamo certi da tempo, mentre apprendiamo solo ora, con orrore, il secondo.
Fortunati voi che state per avere fra le mani il fondamentale libro di due nostri soci sui più grandi complessi ipogei italiani! Uscirà per Zanichelli a fine giugno.
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Attività di campagna |
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8 gennaio, Sorgente sopra le Vene: Baldracco, Eusebio, Gabutti, Guala, Pastorini, Vigna; vista risorgente chiusa con sifone.
Orso di Pamparato: Bianco, Francisco Franco, Gaydou; gita fotografica al ramo dei Cuneesi.
13 gennaio, Rio Martino: Badino, Chiabodo, Doppioni, Eusebio, Gabutti, Giovine, Guala, Lovera, Segir, Villa, Zinzala; esercitazione di soccorso.
Dossi: Buscatti, Rambaldi, Ruggeri.
Rio Martino: Bessone, Masciandaro, S. Serra; fotografie.
22 gennaio, Bossea: Buscatti, Chiabodo, Eusebio, Gabutti, Garelli, Giovine, Guala, Maina, Rambaldi, Valente, Villa; 1ª uscita del 27° corso di speleologia.
28 gennaio, Arma del Lupo: Chiabodo, Eusebio, Guala, Masciandaro, Ochner, M. Oddoni, Segir, Valente, Zinzala.
5 febbraio, Vene: Baldracco, Badino, Chiabodo, Curti, De Martino, Gabutti, Giovine, Guala, Lovera, Maina, Sconfienza, Squassino, Vigna, Villa; seconda uscita del corso.
Vene: Bessone, M. Oddoni, S. Serra, Buscatti, Rambaldi.
Orso di Pamparato: Bianco, Gaydou + amici.
12 febbraio, Antro del Corchia: Badino, Chiabodo, Gabutti, Guala, Ochner, Rossi; a far festa al campo base e giro alle Gallerie della Neve.
Zona di Bossea: Eusebio, Giraudo, Pastorini, Valente, Vigna; battuta.
18 febbraio , Grotta di Bossea: Gabutti, Vigna; esplorata saletta in zona Paradiso.
19 febbraio, Tana della Volpe: Gabutti, Pastorini, Rossi, Vigna; disostruito il cunicolo del vento e trovati circa 100 m di gallerie nuove.
Monte Pelato, Badino, Baldracco, Eusebio, Lovera, Valente; trovato l'abisso del Generatore.
Arma dei Grai: Bessone, Bianco, Francisco F'ranco, Gaydou, Giraudo, Mario e Claudio Oddoni, S. Serra; giro turistico.
26 febbraio, Cava di S. Ambrogio: Badino, Buscatti, Bianchetti, Chiabodo, Eusebio, Gabutti, Guala, Lovera, Ochner, Rambaldi, Sconfienza, Squassino, Vigna, Villa, Zinzala; terza uscita di corso.
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4 marzo, Tana della Volpe: Arduino, Gabutti, Guala, M. Marro, R. Serra, Vigna; continuata l'esplorazione.
In giro turistico: Bessone, M. Oddoni, S. Serra, Zinzala.
3-4 marzo, Abisso del Generatore: Badino, Baldracco, Chiabodo, Eusebio, Lovera, Sconfienza, Valente; tentativo ai disostruzione.
11 marzo, Orso di Pamparato: Bessone, Buscatti, Chiabodo, Eusebio, Gabutti, Giovine, Guala, Lovera, Lusso, Maina, Masciandaro, Nobili, Pastorini, Rambaldi, Squassino, Sconfienza, Segir, Vigna, Villa, Valente, Zinzala; quarta uscita del corso.
Grotta di Borgosozzo: Bianco, Gaydou.
18 marzo, Tana della Volpe: Bessone, Chiabodo, Eusebio, Gabutti, S. Serra, Valente; trovata prosecuzione e fatto rilievo.
Grotta di Bossea: M. Oddoni, Parodi, Pastorini, Vigna, Zinzala; iniziata risalita in zona "Paradiso".
Scoperta una grotticella di 15 m presso l'ingresso di Bossea.
Abisso del Generatore: Baldracco, Lovera, Nobili, Pavia; finita disostruzione ed entrati nell'abisso Bagnulo.
23 marzo, Tana della Volpe: Gabutti, Pavese; continuata l'esplorazione e rilievo.
25 marzo, Artesinera: Badino, Eusebio, Gabutti, Guala, Lovera, Masciandaro, Nobili, C. Oddoni, Pastorini, Segir, Sconfienza, Squassino, Vigna, Villa, Valente; quinta uscita del corso. Trovata prosecuzione sopra il P50 del Ramo delle Donne.
1 aprile, Monte Carchio (Toscana): Badino, Baldracco, Eusebio, Gabutti, Valente; battuta infruttuosa.
Artesinera: Alternino, Bianco, Chiabodo, Guala, Lovera, Nobili, Pavia, Sconfienza; continuata l'esplorazione del ramo sopra il P50 e fatto rilievo.
Zona Artesinera: Vigna B., Vigna P., Vigna A., Pastorini; battuta e scoperta di un nuovo buco sopra l'Artesinera.
8 aprile, Antro del Corchia: Badino, Gabutti, Lovera, Segir, Sconfienza, Squassino; sesta uscita del corso, dal serpente al fondo.
Chiabodo, Eusebio, Guala, Msciandaro, Ochner, Pastorini, Vigna, Valente; sempre con il corso, traversata Buca di Eolo-Serpente.
Bric Rivoera: Maina, Villa; battuta e sopraluogo nella Tana della Rivoera ed iniziata disostruzione fessura soffiante.
Zona Artesinera: Buscatti, Giraudo, C. Oddoni, Rambaldi; battuta.
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14 aprile, Zona di S. Lucia (Mondovì): Chiabodo, Gabutti, Scambelluri, Vigna; battuta nella zona della grotta di S. Lucia.
15 aprile, Tana della Volpe: Bessone, Curti, Eusebio, Gabutti, Nobili, Ruggeri, Scambelluri, S. Serra, Vigna.
21-25 aprile, Monte Pelato-Altissimo: Carlevaro, Chiabodo, Eusebio, Gabutti, Guala, Gespu, Gaydou, Geki e Alba tragica, Lovera, Ochner, Pastorini, Pilotti, Ruggeri, Scambelluri, Sconfienza, Traversa, Talarico e Nadia, Vigna, Valente; battute sul M. Altissimo; trovato, esplorato e rilevato il Suvlaky. Collegato con l'ab. Bagnulo e rilevato l'abisso del Generatore. Alla Buca del Tunnel con i Bolognesi.
22-24 aprile, Giro in Spagna, zona di Ramales de La Victoria (Santander). Visitate da G. Villa e F. Maina e fotografate numerose grotte di interesse preistorico (Cueva de Cullalvera, Cueva del Pinodal e altre cavità minori).
23 aprile, Buco di Trota: Bianco, Alternino, Buscatti, Oddoni, Rambaldi.
24-25 aprile, Battuta in zona Upega: Buscatti, Rambaldi.
25 aprile, Grotta delle Vene: Mellano, Scheni; foto.
28 aprile, Battuta sopra le Mastrelle: Eusebio, Pavese, Sconfienza, Valente.
28-29 aprile, Buco Arma delle Fascette: Buscatti, Rambaldi, Ruggeri.
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corso di speleologia 1984 |
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a. eusebio |
27° Corso ai Speleologia. Tanti iscritti e poche frequenze. Questo è il primo netto ricordo del corso. Corso che per molti aspetti ha deluso, speravamo che da esso ne fuoriuscisse una nuova squadra da punta invece ne siamo lontanissimi; gli istruttori hanno dato. quasi il meglio di sé, la direzione, Gabutti-Guala-Eusebio, ha fatto quello che poteva, ma questa volta, lo ripeto, a deludere sono stati gli allievi.
Il discorso è chiaramente a livello generale, esistono in fatti anche allievi interessati, ma su 30 iscritti ne sono rimasti pochi. Alle lezioni teoriche erano in 5-6, altri arrivavano con un'ora di ritardo, il venerdì sera poi, un mese dalla fine del corso, sono in pochissimi, 4-5 interessati certo ma non basta per dire che un corso sia ben riuscito.
Il perché è difficile da spiegare, si può semplicizzare dicendo che a volte va bene a volte no, a parziale giustificazione si può ammettere la difficoltà di inserirsi in una struttura già omogenea e sufficientemente chiusa come l'attuale GSP, ma in definitiva il dubbio permane e viene da pensare, vista anche la situazione in altre città, che gli speleologi siano una razza in via di estinzione.
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anche il silenzio ha un cuore |
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g. pavese |
Bene, quando quella sera all'ultima riunione ufficiale del corso il Presidente chiese se qualcuno aveva qualcosa da dire, critiche, conclusioni da trarre, tra gli allievi il silenzio fu totale.
Si sbaglierebbe però ad attribuire il silenzio di quella sera a codardia o a indifferenza perché si trattava di articolare parole su ciò che è stato il corso di speleologia o meglio su ciò che questo aveva svelato a occhi nuovi.
E gli occhi nuovi di questa gente nuova avevano lanciato lo sguardo su pozzi lucidi d'acqua, stalattiti tentacolari come meduse ridenti, meandri fangosi e scivolosi; le loro orecchie tese avevano sentito con timore:
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"CLAC! CLAC!" |
(tuffo al cuore, sul maillon si è assestato il discensore) |
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"INCRODATO!" |
(sei senza fiato e sulla corda intrappolato) |
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"LIBERA!" |
(e cominci a volare piano con maniglia alla mano) |
e i loro corpi avevano strisciato sulla pancia, scivolato con la schiena, erano rimasti appesi nel vuoto, avevano poggiato i piedi su brufoloni calcarei (che "speriamo non si rompano sen-
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nò son fatto") sperimentando movimenti diversi, divertenti e faticosi, con la curiosità come amica in questo che forse era un gioco. FORSE.
Forse era un sogno, come quando nel buio sotterraneo le ore sfocavano e il tempo si fermava a guardare il lento procedere dei passi, per poi trovarsi proiettati di nuovo là, fuori dal sogno, sotto il sole e nell'aria profumata.
E nel silenzio erano implicite le emozioni delle quali non è facile parlare in riunioni ma che invece si svelano molto semplicemente nelle prime ore dopo un giro in grotta.
O forse nessuno si è accorto che gli occhi cerchiati appesi sulle nuove facce assonnate e spettinate là a Levigliani, fuori dal Corchia, mandavano lampi?
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Gli allievi che hanno terminato il 27° Corso di Speleologia con profitto ed interesse sono:
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ALTERNINO Claudio |
V. Agnelli 66 |
TEL. 361806 |
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BERETTA Enrico |
v. Parini 3 (Orbassano) |
9002568 |
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BERNARDI Stefano |
C.so Svizzera 29 |
748882 |
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BORTOLANI Leopolda |
V. Guastalla 13 bis |
871634 |
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CARLEVARO Simonetta |
S.da Commenda 2/5 (Druento) |
9844048 |
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MELLANO Franco |
V. Bergera 10/A |
791686 |
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PAVESE Gloriana |
V. Oberdan 125 |
6199000 |
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PILOTTI Luisella |
V. S.Gillio 47 (Pianezza) |
9675796 |
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RUGGERI Walter |
V. Tripoli 123 |
350454 |
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SAILETTE Gerard |
V. Plana 7 |
591354 |
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TALARICO Franco |
V. Ivrea 10 (Montaldo Dora) |
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TRAVERSA Franco |
V. Ivrea 106 (Montaldo Dora) |
551272/0125 |
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KLIDARAS Vasilios |
V. Breglio 111 |
212289 |

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battuta sul canin |
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g. badino |
Sono Giorgetto e Meo i teorizzatori della battuta tardo-invernale: cercar le grotte quando la neve ammanta le montagne che le contengono.
Non credo che a questa teoria sia estranea la loro capacità sciistica, certo notevole per quel che posso comprenderla con gli occhi sbarrati, aggrappato ai bastoncini su quelle cose piatte e lunghe, scivolose.
Sta di fatto che la neve, lungi dal nascondere gli ingressi, li evidenzia. Anzi, ne evidenzia solo quelli alti di grotte grandi, e nasconde gli altri. Mica male no?
Un po' come separare polvere d'oro da un mucchio di segatura, la potete, sì, cercare un granello alla volta ma è meglio buttare tutto in acqua: quel che galleggia è segatura, quel che va a fondo è oro. E se voi avete davanti un altopiano zeppo di buchini ci buttate sopra qualcosa che si sciolga nei punti dove trabocca l'aria abissale e poi vi limitate a guardare quei punti.
Il rivelatore solubile c'è, è la neve, e ci pensano gli inverni a stenderlo sulle montagne. La neve ha la funzione dell'acqua nel problema dell'oro sparso nella segatura.
Detto così sembra semplice: c'è però qualche ostacolo. Intanto bisogna saper sciare ovunque e questo, checché ne dica chi lo sa fare, non è poi così semplice.
Poi d'inverno in montagna fa freddo e spesso c'è brutto tempo (del resto se facesse sempre bello chi lo stenderebbe il rivelatore, voi forse?) e le case, quaggiù sono particolarmente accoglienti. "Uscire per andare a vagare lassù con le valanghe, la neve? Ma le hai viste le previsioni del tempo?".
Poi, speleologicamente, anche in inverno ci sono un sacco di cose da fare, senza andare a sciare. Eppure rende. Essebue e l'ingresso alto del Bagnulo, per citare esempi recenti, sono apparsi in questo modo. Altri in modo più indiretto. L'F33 è stato trovato d'estate, ma sarebbe bastato andare in inverno per vederlo subito. E la Gola e la Filologa? Ahimè, no, sono entrate basse o quasi, e il rivelatore funziona solo con le bocche calde: le bocche fredde bisogna cercarle rabbrividendo quando ci passate sopra, seminudi, d'estate. O forse bisogna cercarle con l'infrarosso, ma è terribilmente difficile e complesso.
Fatto sta che una zona superlativa per applicare queste tecniche è il Canin.
La fascia che a quota 1800-2200 va da Mogenza al Col Sclaf è una magnifica serie di ondulati altopiani carsici zeppi in modo quasi angoscioso di buchi, buchini, fessure, fratture, doline.
La zona in estate non brilla per l'intensità delle circo-
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lazioni d'aria: il motivo principale è quasi certamente il fatto che moltissimi di questi buchini (ed abissi) sono connessi fra loro e questo disperde l'aria in mille rivoli. Secondariamente le fratture allargate sono moltissime ma strette, e questo causa all'aria grosse perdite di carico e, dunque, riduzioni di velocità. Infine non è affatto detto che la fascia su cui si lavora da anni sia quella delle bocche calde.
Fatto sta che per festeggiare la Pasqua siamo andati su Giorgetto ed io mentre dei triestini la sola Susi ha trovato sci e voglia.
Il primo giorno l'abbiamo passato vagando sotto le pareti del Canin e poi scendendo giù verso il Col delle Erbe. Tutto chiuso, tutto chiuso. E' un anno davvero eccezionale ci dicevamo: a nulla valevano i binocoli coi quali ricevevamo notizie dal bianco rivelatore. Niente polvere d'oro, niente.
Ancora zona Comici, ed ancora nulla per poi di colpo trovarci in mezzo a buchi soffianti.
E già, la neve mostra anche gli insiemi di ingressi, cioè mostra i complessi: e lì, verso il Mornig, anche senza scender giù, anche solo coi binocoli, si vede che c'è un grande, unitario sistema ipogeo appoggiato a qualche ingresso basso che non può essere chiuso dalle neve forse perché in parete.
Il complesso del Col delle Erbe invece no: deve avere un accesso basso che non si chiude con moderate nevicate (anche d'inverno in Gortani la Galleria del Vento è ventosa) ma che forse quest'anno si è chiusa, zittendo le bocche calde, che si son chiuse anche loro. Una valanga? diceva Giorgetto, mentre gongolavamo lassù. Chissà.
Il giorno dopo è il giorno del Poviz, e degli altopiani da cui ha origine, fin verso Mogenza. Ripetiamo la scena del giorno prima: passiamo a setaccio fine (è assai facile) l'intera zona senza trovare un solo buco aperto, poi i binocoli ci dicono che sul Col Lopic la neve non è così immacolata.
Ed ecco che passiamo una discontinuità tettonica (SW-NE) che delimita a sud questo colle e troviamo di nuovo la polvere d'oro: di colpo la neve appare sfondata dalle colonne d'aria tiepida che quest'inverno salivano dalla profondità. Sei grandi buchi, alcuni dei quali inizianti con dei grandi pozzi, uno dei quali è sicuramente l'abisso Città di Udine. A giudicare dall'esterno quell'abisso può esser di tutto meno che una stolida sequenza di pozzi.
L'indomani ancora a caccia di buchi vicino alle pareti del Canin: sono molto, molto carsificate ed anche molto friabili, come abbiamo constatato. Chissà cosa c'è là in mezzo.
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artesinera '84 |
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r. chiabodo |
Durante il corso di quest'anno, alcuni membri del gruppo e cioè Badino, Lovera, Squassino e Sconfienza, annoiati dalla consueta lentezza degli allievi, hanno pensato bene di fare qualche numero di acrobazia. Risalgono per quindici metri l'arrivo di destra sopra il P27 del Ramo Vecchio scoprendo oltre una strettoia un grosso camino con corrente d'aria, mentre la sala alla base sprofonda in un P20, toppo alla base ma tributario idrico del P27.
Poi si sono occupati del P50 del Ramo delle Donne; infatti attraversatolo due volte (il pozzo è a occhiali) dopo qualche metro di meandro, strettoia martellata e ancora pochi metri di meandro, si sono fermati su un pozzo valutato sui 20 metri.
L'Artesinera come è consuetudine di questi ultimi anni ci aveva riservato l'ennesima sorpresa.
La domenica successiva faccio parte anch'io dei 7 che ci vanno. Scendiamo il Guala, Ubaldo Lovera, Nobili detto Monnezza, Riccardo Pavia, Bianco al secolo Trota, un allievo di quest'anno, Alternino ed io. Dopo poco siamo al primo traverso, Guala ed Ubaldo lo passano e rifanno l'armo; in effetti il primo è abbastanza banale, il secondo non tanto perché nonostante si sia assicurati al mancorrente, 50 metri sotto il culo al limite della spaccata fanno sempre il loro effetto..., ci vuole qualche minuto prima di decidermi a farlo.
Vado avanti dopo aver fatto passamano con i sacchi e trovo il Guala che martella ulteriormente la strettoia. Ora si passa bene. Ancora avanti il meandro si apre nel pozzo inesplorato che intanto Ubaldo ha cominciato ed armare; il Guala mette lo spit in vuoto e comincia a scendere con una corda sui 20 metri che non arriva! Dopo cambi di corda vari e ben 4 frazionamenti arriva sul fondo del pozzo che il rilievo ci dirà di 57 m. Pozzo non bello che si stringe dopo una ventina di metri, ricoperto di lame fragilissime con atterraggio su fondo terroso (per questo il grosso errore di valutazione: le pietre non si sentivano cadere sul fondo terroso, ma rimbalzavano sulle pareti ristrette). Ancora 3 metri di discesa e si arriva su un terrazzino dove sulla sinistra c'è un bel pozzo sui 15 m e traversando sulla destra un condotto sotto pressione.
Armo naturale doppiato sulla corda del 57 e in fondo... chiude. La base del pozzo, circolare, è completamente intasata di fango rappreso e una fessurina larga tre dita ci ferma. Risalgo mentre Guala e Ubaldo danno un'occhiata alle due finestre viste scendendo. Arrivo al terrazzino traverso e trovo gli altri in questa bella condotta che dopo una quindicina di metri è chiusa da concrezioni. La condotta è sfondata e dopo una rapida disostruzione e con l'unico armo possibile a causa della roccia particolarmente marcia, scendiamo il pozzo sui 10 metri che c'è sotto.
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Da una parte chiude subito, mentre seguendo la direzione della frattura del condotto sembra si possa andare avanti; si risale di qualche metro e arriviamo su un saltino di 3-4 metri con acqua sul fondo... e naturalmente le solite tre dita di fessura ci fermano. A 6-7 metri di altezza sopra il saltino vi è però una finestra con, sembra, un ambiente vasto. Siccome l'arrampicata non è immediata. dopo un breve conciliabolo e con la notizia che Guala e Ubaldo non hanno avuto migliore fortuna decidiamo di uscire; io e Trota con due sacchi e Alternino, Monnezza e Riccardo che rilevano tra una puntata ed un insulto, e infine Guala e Ubaldo disarmando.
All'uscita invece del sole che già assaporavamo ci aspettano 30 cm di neve fresca ed una nebbia fitta che ci danno il benvenuto e che rendono il ritorno alle macchine ancora più mogio.
Abisso Artesinera: ramo del corso - rilievo
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abisso generatore |
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a. eusebio |
Novembre '83. La prima interazione tra abisso e GSP avvenne allora, quando cinque figuri (Baldracco, Chiabodo, Eusebio, Lovera e Valente) calpestarono, alla ricerca ai nuove grotte, le pendici del M. Pelato. I risultati, peraltro scarsi, ci invogliarono comunque a ritornare nella zona convinti che rimanevano ancora abissi per noi e che ai bolognesi qualcosa era sicuramente sfuggito.
18-19 febbraio 1984. Passano i mesi ma il ricordo permane finché in cinque (Badino, Baldracco, Eusebio, Lovera e Valente) decidono di tornare sul Pelato. L'altra volta avevamo battuto la parte settentrionale, la zona del Passo del Vestito e parte del M. Macina senza risultati apprezzabili, questa volta vogliamo dedicare le nostre attenzioni al versante meridionale; alla grande conca tra M. Pelato e M. Altissimo: il canale Giuncona. Saliamo al mattino senza trovare nulla finché scendendo a valle Ubaldo e il sottoscritto piombano su due Buchi soffianti; quello in alto, una stretta fessura attende ancora, l'altro, un pozzo, viene sceso subito e ci si arresta sul fondo, su frana, con fortissima corrente d'aria.
Siamo esultanti e convinti di avere trovato un abisso, ancora si trovano altri numerosi buchi soffianti e si rinviene l'abisso G. Bagnulo esplorato da GSB e USB negli anni passati. La poligonale effettuata ci dice che il nuovo abisso è più alto di 20 metri e spostato di 80 in direzione SSW rispetto al Bagnulo. Il giorno dopo la frana viene passata ma una stretta fessura, disostruibile solo con mezzi artificiali, impedisce la progressione; sotto, un pozzo da 20-30 alimenta le nostre speranze.
3-4 marzo. Il tempo è orrendo, nevica dappertutto, anche e soprattutto sul M. Pelato. Siamo in sette decisissimi, Badino, Baldracco, Chiabodo, Eusebio, Lovera, Sconfienza e Valente con un generatore da 30 kg, martello demolitore, filo, ecc.
Lasciate le auto poco dopo Pian della Fioba, con la neve alla pancia, carichi come muli, ci incamminiamo. Dopo tre ore di epica marcia siamo al buco, il pozzo non è intasato dalla neve e dall'ingresso esce un vortice d'aria, ... ma il generatore non funziona e mesti più che mai si ritorna a casa.
17-18 marzo. Quindici giorni dopo una squadra è di nuovo giù (Baldracco, Lovera, Nobili e Pavia). Si disostruisce senza grossi problemi la strettoia e si scende un pozzo da 27 metri fantastico. Alla base un meandro con acqua, tanta, che prosegue con saltini e arriva a una biforcazione. In basso un pozzo dove si infila l'acqua, traversando si arriva in condotti fossili, di lì arrampicata e corti pozzetti (15-20 m) conducono a -110 circa in ambienti già percorsi da uomini e le scarburate ne sono la testimonianza; dall'abisso Generatore si è entrati nell'abisso Bagnulo aumentandone di 20 metri
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la profondità (-676). Non è un grande risultato, speravamo di più, ma come dice il saggio, di necessità si fa virtù e poi resta sempre l'attivo.
31 marzo-1 aprile. Di nuovo in cinque (Badino, Baldracco, Eusebio, Gabutti e Valente), ma per l'attivo l'acqua è troppa e la voglia poca, così andiamo in battuta su un monte lì vicino, il M. Carchio con la speranza di trovare l'abisso Fighierò, invece non troviamo quasi nulla.
23 aprile. Durante il campo pasquale in Apuane organizzato dal GSP una squadra scende all'abisso Generatore a vedere l'attivo. Siamo in cinque, Gabutti e Gespu rilevano, Chiabodo Geki ed il sottoscritto esplorano. Alla diramazione i rilevatori vanno verso il Bagnulo, noi verso l'acqua. Traversiamo tutto il pozzo, molto facile, e lo armiamo dalla parte opposta, senz'acqua ma con una buca da lettere per ingresso. Quindici metri poi cambio, altri cinque metri e poi acqua, tanta, troppa, tre metri di meandro e un pozzo sui quindici con una cascata al centro: sarà per un'altra volta, pensiamo uscendo.
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Passeggiata in apuane |
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s. sconfienza |
Non ricordo chi fu a suggerire di andare a bere un bicchiere in un "posticino" che conosceva lui. Solo sei ore più tardi e 350 chilometri più a sud ci accorgemmo che il "localino" (un po' fuori mano) era un noto hotel apuano - di cui non faccio il nome per evidenti ragioni pubblicitarie - dove fummo accolti calorosamente.
E si sa, vuoi per le bevande di importazione, vuoi per i famosi vini "locali", la serata finì in gloria: un flauto attorno al fuoco che intonava "Rum, Rum, se fué pa'l norte"; i saggi, più a loro agio, a rotolarsi felici nella loro Fantasia e gli altri (gli emarginati) a cercare di convincerli che non stavano affatto bene!
Verune ore dopo, al loro faticoso risveglio, gli "emarginati" della sera precedente si resero conto di dove ridendo e scherzando erano andati a coricare le loro carogne: ai piedi dell'Altissimo (nel senso del Monte) e del Pelato (Guala brontolò soddisfatto). Lo sconcerto susseguente fu prontamente dissoluto da una informazione fuoriuscita da un sacco a pelo, dentro al quale l'etilicamente vostro ricordò di avere casualmente in macchina alcuni sacchi di corde: 400 m; poche - borbottò subito qualcuno; stolti - pensammo io e il mio labbro - non sapete che le leggende sugli abissi apuani sono false?
L'entusiasmo di Meo riuscì a trascinare su per i pendii in nevati dell'Altissimo (versanti sud, no grazie) anche i più "saggi", con la sola esclusione di alcune paperotte, nuovi acquisti GSP, le quali preferirono farsi una "passeggiata" nei dintorni.
Bilancio: alcuni pozzi già siglati sul versante NE e vari
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buchi aperti nella neve sul NO, di cui uno (Suvlaky: vedi articolo) più aperto degli altri per l'esplosione pirotecnica del nostro Bartolomeo.
D'altro va ricordata la performance di un prode esploratore - di cui taccio il nome per evidenti ragioni umanitarie - "infortunatosi" dopo i primi dieci metri di risalita, coinvolgendo nel disastro una ben più utile corda da 30 m.
Pasquetta: Suvlaky chiude rovinosamente, mentre una squadra di rilievo torna all'abisso Generatore scendendo in parte un torrenziale ramo attivo inesplorato.
Un incontro: alcuni amici bolognesi (Sivelli) con i quali si va a visitare la Buca del Tunnel, verso il Pian della Fioba, molto bella e con ragionevoli possibilità di proseguire.
Le delusioni esplorative vengono annegate nell'alcool (inizio e fine di ogni cosa), incolpando degli insuccessi e dello scarso impegno per evitarli il tempo delizioso che ci ha accolti. Infatti, come ebbe a dire in passato un noto filosofo, in un raro momento di lucidità: "il sole fa crescere i fiori, ma non le grotte, le quali poverette restano nascoste"!
D'altra parte non eravamo andati là per bere un goccetto?
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Suvlaky |
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s. sconfienza |
Nelle notti di luna piena marguareisiane, anziani saggi sono soliti narrare ai giovani speleologi leggende di grotte apuane larghe, calde, che scendono pozzo su pozzo, quelle grotte in cui trovato l'ingresso sai già quanti metri di corda portarti dietro.
Di fronte ai mugugni degli ascoltatori, che hanno in mente le strettoie gelide e i meandri infernali che li attendono il giorno dopo, i saggi replicano allora che difficoltà e cimenti non possono che temprarli e renderli speleologi dieci volte più bravi degli altri.
Mentre su quest'ultima valutazione non mi esprimo per ovvie ragioni geopolitiche, posso senz'altro smentire le leggende di cui sopra. Dopo Buca dei Lucchesi, E Due, ecc., anche questo Suvlaky (termine di cui ignoro il significato, ma che sicuramente la grotta non si è meritato) è venuto a tradire la nostra fiducia.
Ma andiamo con ordine. Guala e Meo lo trovarono, invitante pozzetto aperto nella neve dell'Altissimo, saletta e strettoietta facilmente disostruita. Chi scrive arrivò all'ingresso con la corda richiesta giusto in tempo per sentire gli ululati del Bartolomeo che, sceso un altro saltino, si trovò davanti un tubo verticale nel marmo valutato sui 40 m. Il pozzo iniziale sceso su bretelle e lacci da scarpe e i centimetri di corda risparmiati con strani attacchi dicono tutto sullo stato d'animo del nostro, le cui prime parole intellegibili furono: "E' nato! E' nato"'.
L'euforia della sera e le discussioni su quanta corda da-
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re alla prima squadra (Meo, Giorgio, uno stormo di allievi e io) furono purtroppo spente dalla grotta: alla base del pozzo, bello e ampio, anche se un po' tormentato e di non agevole armo, la cavità esplode in una incredibile serie di pozzi e pozzetti paralleli, tutti più o meno inequivocabilmente toppi o con acqua che si infila in strettoie di pochi centimetri.
Chissà quale incidente geologico ha interrotto così proditoriamente una grotta che partiva così bene?!
Ultima annotazione sull'acqua: tanta, con pozzi scesi in apnea e risaliti insieme ai salmoni. Ah, il disgelo, che passione!
Abisso Suvlaky - rilievo
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ancora da Pb : le camelot |
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a. eusebio |
Racconti estivi che non trovano spazio in altri bollettini, ma che narrano di nuove esplorazioni nella vecchia Carsena.
Appena rinato dopo una colica gigantesca convinco Carlo a scendere in P.B., la scusa era cercare gallerie vicino alla Tirolese, ma l'intenzione, almeno mia, era di curiosare qui e là in zone che non conoscevo. Scendiamo chiacchierando sui massimi sistemi fin poco prima della confluenza, poi sbagliamo un passaggio ..., sulla sinistra noto un arrivo d'acqua ridicolo, ma in questa zona il rilievo dice che non esiste ancora nulla. Seguo il condotto per 5-6 metri, poi stringe, in alto c'è una strettoia tra massi e una fortissima corrente d'aria. Mi svesto e passo a stento; continua, chiamo Carlo e proseguiamo insieme. Dopo pochi metri siamo in un sala di grosse dimensioni, in basso un meandro che parte, in alto uno che arriva.
Scendiamo in un favoloso meandro con cristalli di gesso sulle pareti, vergine, dopo 50 metri un salto, traversiamo, forziamo ancora una strettoia tra massi ed entriamo in una zona di condotte sotto pressione, grosse, tipo quelle del Lupo, che salgono e scendono. Le seguiamo, da una parte piombano sui Piedi Umidi, dall'altra risaliamo per 75 m di dislivello, fino ad una frana che le chiude, almeno per ora.
Scendiamo rilevando e dopo qualche ora siamo di nuovo alla sala di partenza, risaliamo l'altro meandro per 50-60 m finché una ennesima strettoia nell'acqua ci impedisce di proseguire. Rileviamo in tutto 260 m, poi ancora fino alla confluenza per posizionare bene le gallerie rispetto al rilievo di Claude.
Infine usciamo pensando a quante volte siamo passati davanti alla Confluenza guardando solo i nostri stivali.

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essebue |
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m. vigna |
Sul massiccio del M. Ballaur, che sovrasta la conca di Piaggia Bella, solo un grande abisso era conosciuto: il Gaché; una sequenza di lunghi e magnifici pozzi su due vie parallele scendono quasi ininterrotti fino ad una quota di circa -400. Poi qualcosa cambia, un P60 stretto e bagnato, certo un accidente tettonico molto recente, poi più in basso di nuovo ambienti grandi, larghi meandri, condotte sotto pressione che puntavano verso le Saline.
La scoperta dell'Essebue sembrava aver risolto il problema e si teorizzava la scoperta dell'amonte del Gaché. Ma come al solito le esplorazioni ancora una volta hanno ribaltato le teorie. L'affluente principale del grande complesso aspetta ancora, mentre invece la via fossile che parte verso Piaggia Bella sembra più vicina. La scoperta di gallerie sotto pressione sul fondo dell'Essebue ci hanno fatto capire che zone più promettenti erano proprio sopra il 60 del Gaché, dove dovrebbe trovarsi il reticolo fossile che collegherebbe questo unico grande sistema sotterraneo.
Tavola fuori testo
Abisso Essebue - rilievo
Descrizione dell'Essebue
L'abisso è localizzato sul versante orientale del Ballaur, a quota 2525 in una valletta che dalla cresta omonima scende verso il Vallone delle Masche, in Val Ellero.
L'ingresso, situato a pochi metri dal contatto tra i calcari arenacei del Cretaceo e quelli puri del Giurese, è nascosto da grossi massi che in parte hanno ostruito l'accesso alla grotta. Superate la serie di fessure iniziali si accede ad un pozzetto di pochi metri facilmente superabile in arrampicata. Una saletta conduce su un breve salto che termina su una instabile frana sospesa sul successivo pozzo profondo 20 m.
Inizia da questa zona un grosso canyon, in forte pendenza con una morfologia molto tipica che caratterizza gran parte dell'abisso: la larghezza rimane costante tra 1 e 2 m, le pareti sono perfettamente verticali ed alte decine di metri. La genesi delle gallerie è da ricollegare ad un importante sistema di fratture orientate circa 30° Nord, allargate per tutta la loro lunghezza dalla corrosione dei veli d'acqua sui calcari puri del Giurese.
La forra è interrotta ad una profondità di circa -90 da una grossa frana con massi di probabile origine esterna, tra questi alcuni grossi blocchi di calcare cretaceo. Per proseguire occorre superare una serie di fessure verticali parallele alla galleria che, con tortuosi passaggi, conducono alla sommità di un pozzo di 32 m. Sul fondo di questo si incontra il canyon principale che, sempre in forte pendenza, prosegue con brevi saltini fino a restringersi su un pozzo-meandro profondo circa 20 m. Traversando in alto si raggiungono ambienti
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aerei ancora inesplorati mentre in basso l'abisso prosegue con una galleria inclinata caratterizzata da un pavimento formato da livelli di selci potenti 20-30 m che a tratti risultano sottoescavate ed in precaria stabilità. La morfologia rimane costante per oltre un centinaio di metri fino a quando la grotta si restringe rapidamente trasformandosi in uno stretto meandro con il fondo non transitabile.
Occorre risalire alcuni metri per trovare il passaggio meno scomodo e proseguire a metà altezza, per una lunghezza di circa 80 m, seguendo piccole e fangose cengette. E' questo il meandro del "Buon divertimento", così battezzato da chi ha avuto il modo ed il tempo di esplorarlo attentamente anche nelle parti più remote. Al fondo si ritorna nel tridimensionale superando un pozzo di arretramento profondo 20 m. Ancora contorsioni in un ennesimo meandro che più avanti si allarga ricevendo un affluente sulla destra. Finalmente l'abisso ritrova le sue caratteristiche migliori con un magnifico pozzo a campana di 50 m seguito immediatamente da un salto di 40 m.
Seguono ancora stretti passaggi fino a sbucare in una condotta sotto pressione, di discrete dimensioni, sfondate da una forra poco profonda. La galleria procede rettilinea, inclinata tra i 30° ed i 40°, interrotta da brevi salti. Sulla destra si incontra un grosso arrivo inesplorato proveniente dall'ormai vicino Gaché, che si rivela con la presenza di una vecchia camera d'aria (contenitore carburo) trasportata dall'acqua e ritrovata alla confluenza dei due condotti. Ancora una breve galleria che sbuca su un P15, lo stesso pozzo già disceso dalla parte opposta nel '78, esplorando l'artiglio destro del Gaché, finisce sull'Ultimo 60 dell'abisso più alto del Marguareis.

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the fox's cave |
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a. gabutti |
"Domenica di abbrutimento, che fare ... alla Tana della Volpe si può andare" disse Meo fiutando il "monregalese".
E fu così che questa grotticella facile, anche bella a vedersi, meta ogni tanto di qualche pellegrinaggio fotografico, diventò per circa due mesi il pezzo forte delle esplorazioni.
Strano a credersi, ma vero, il famoso cunicolo del vento, già noto e inutilmente attaccato da altri, questa volta cede, i suoi sette metri di stretto vengono penetrati per la prima volta da Claudia, seguita dall'eccitatissimo Vigna, dalla sua consorte e dal sottoscritto. Al di là saletta, passaggetto non subito evidente e poi tre piani di gallerie fossili comunicanti tra di loro, una bella sala (sala nera) e alcuni cadaveri di orsi un po' scomposti forse dalla noia della lunga attesa.
Si ritorna la seconda domenica dopo il 19 febbraio; abbuffata appena entrati per festeggiare il ritrovato R. Serra, lunghi the nella sala nera aspettando Ruga e Mezzamano, e poi finalmente la grande esplorazione ha inizio. O almeno così si spera. Speranze frustrate quasi subito; ci si butta in un meandro trovato dal Guala, saletta e poi fessura; Meo gira come un matto e noi con lui per le gallerie trovate la volta prima, scoprendo ampi collegamenti tra queste ed una frana che le interrompe su tutti i tre piani. Nella zona degli orsi una via riporta al cunicolo del vento, un'altra a delle strettoie.
L'entusiasmu di Meo non supera la dura prova, infatti il "nostro" la domenica dopo diserta, mentre il Presidente con moglie, Arlo, Bessone, S. Serra e me medesimo ci ripresentiamo puntuali.
Mentre alcuni solleticano gli orsi, Poppi trova la prosecuzione nella zona della sala nera, lo raggiungo, e dopo qual che passaggio in frana ed una strettoia ci fermiamo su un pozzo stimato sui dieci metri.
Settimana animalesca; ritorno il venerdì nel ventre della volpe con Gloriana per continuare il rilievo che avevo iniziato la volta precedente e per scendere il pozzo, e come ormai mi risulta abituale, verifico che lì la grotta si chiude.
L'ultimo appuntamento con la Volpe, a metà aprile, ha qualcosa tra il macabro ed il grottesco; infatti in pieno disgelo può essere sconsigliabile infilarsi in una risorgenza, mentre è sicuramente demenziale percorrere un cunicolo lungo 7 metri e largo 50 cm con fondo in acqua corrente.
E questo fu fatto, con l'immediato risultato di far atrofizzare gli strumenti da rilievo e di diminuire drasticamente le velleità esplorative dei presenti, i quali dopo breve uscirono senza trovare qualcosa di magico o di grande.
La Volpe ora dorme, poiché la donna è stata svegliata; il grosso, compatibilmente al rango della grotta, è stato forse fatto, restano ancora da intuire le intenzioni del sifone terminale, provato dai Belgi negli anni '70 ma non passato (-40) e quelle della rete di gallerie fossili (circa 150 metri rilevati); caso isolato o preavviso di grandi vuoti?
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Tana della Volpe - rilievo
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a zonzo in spagna per grotte |
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villa & maina |
L'idea era quella di andare alla ricerca di alcune grotte nel nord della penisola iberica interessanti dal punto di vi sta dell'arte preistorica, tralasciando volutamente quelle visitate dai turisti.
Abbiamo scelto la zona attorno alla città di Santander che è tra le più importanti in assoluto per il gran numero di grotte con reperti dell'arte dell'età glaciale, e in particolare ci siamo orientati sulla cittadina di Ramales de la Victoria nei cui dintorni i fenomeni carsici ed i reperti preistorici sono particolarmente importanti.
Siamo partiti avendo sottomano una scarsissima documentazione sulla zona che ci interessava, in quanto le più recenti notizie reperite nella biblioteca del Gruppo risalivano a venticinque anni fa. In particolare eravamo riusciti a trovare una monografia sulla Cueva della Cullalvera, risorgenza con uno sviluppo di sette chilometri che si apre nei pressi di Ramales. Le indicazioni per trovarla, nonostante tutto, erano quanto mai vaghe e così abbiamo impiegato quasi due giorni per identificarla, battendo tutti gli anfratti del monte Pindo, bianca piramide di calcare che domina Ramales .
Indubbiamente, dato il numero di grotte e cavernoni visitati e fotografati, alcuni con tracce dell'uomo preistorico, non è stato tempo perso, anche se, girare carichi come muli con la tuta, un canotto e i giubbotti salvagente, con una temperatura di trenta gradi all'ombra, può dare fastidio... Comunque tant'è: la monografia sulla Cueva con tanto di rilievo parlava chiaramente di due laghi da superare e quindi, ci eravamo premuniti.
L'ambiente è impressionante: due piramidi di calcare dominano Ramales; una parete a strapiombo di un centinaio di metri si erge dal fondovalle, che mostra evidenti segni di piene del rio Calera che lo percorre, ed è traforata da enormi cavernoni in uno dei quali incontriamo un gruppo di simpatici speleo di Santander appartenenti alla "Seccion espeleologica Sautuola" coi quali riusciamo a scambiare quattro chiacchiere in un ibrido di Francese, Spagnolo e Piemontese. Ci danno informazioni su alcune grotte nei dintorni, interessanti per i reperti del neolitico e del bronzo che andremo a vedere il giorno seguente. Sono queste delle caverne che si aprono alla base del monte Pindo sul fondovalle e mostrano tracce di utilizzazione da parte di pastori; vi abbiamo trovato numerose ossa di erbivori, alcune fossili. In uno splendido cavernone a tre ingressi con maestosi archi ai calcare Franca trova alcuni frammenti di selce lavorata. In una bella grotta ad un centinaio di metri sopra il livello del fondovalle troviamo tracce di scavi e si notano chiaramente diversi livelli di focolari con una gran quantità di frammenti di ossa calcinate, avanzi
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del cibo degli antichi frequentatori della cavità.
Nella zona si apre la Cueva di Covalanas , famosa per le pitture del periodo Maddaleoniano, ma ovviamente, era chiusa da una porta blindata e quindi abbiamo dovuto rinunciare. Nelle vicinanze di questa si apre la Cueva de la Haza con qualche pittura molto rovinata e pressoché incomprensibile all'occhio del profano. Dato che nonostante le battute in zona non riusciamo a rintracciare il maestoso ingresso della Cueva del la Cullalvera, pensiamo di aver sbagliato valle e scendiamo a Ramales per chiedere informazioni; infatti è da tutt'altra parte e alla fine della giornata riusciamo a farci accompagnare da un indigeno. Quello che vediamo è impressionante: un portale enorme (20x30 ) che prosegue con una galleria delle stesse dimensioni illuminata dalla luce del giorno per ben duecento metri, è l'inizio di un complesso di ben sette chilometri di sviluppo. Ci prepariamo ad una visita sommaria, dato che ormai è già tardi e i padroni del terreno dove si apre la grotta non sembrano vedere di buon occhio gli speleologi. Decidiamo di arrivare fino al primo lago e di fermarci a fare foto; la galleria è assolutamente piana e di dimensioni assolutamente eccezionali: si potrebbe tranquillamente entrare in automobile.
A circa quattrocento metri dall'ingresso incontriamo la "gran barrera", uno sbarramento di massi ciclopici al di là del quale dovrebbe esserci il lago. Il lago però non c'è, o meglio è asciutto, anzi si è trasformato in un enorme pantano. E' un peccato non proseguire a questo punto e quindi mando avanti Franca a tastare il terreno, dato che lei ha gli stivali e io no. Si passa anche se c'è il rischio di perderli e così, abbandonate le scarpe e tirati su i jeans, avanziamo. E' divertente farsi un chilometro di grotta a piedi scalzi nel fango, sembra di essere sugli sci da fondo e, non so come, riesco anche a stare in piedi e ad andare avanti un po' pattinando e un po' a spazzaneve. L'ambiente è meraviglioso: facciamo parecchie foto. Bene o male arriviamo alla fine del lago e ci infiliamo nel "meandro", un tratto di galleria stretto (3 metri!) che ci porta sulle rive del secondo lago lungo trecento metri. Anche questo si è trasformato in una distesa di fango spesso dai trenta ai cinquanta centimetri.
Passato il lago la galleria cambia direzione e compaiono le prime vaschette con pisoliti di tutte le forme che fanno impazzire Franca. Siamo a più di un chilometro dall'ingresso e al fango comincia a sostituirsi la roccia (e a me cominciano a fare male i piedi!). Poco più avanti dovrebbe iniziare il "Grande Caos" seguito dal "Piccolo caos", una serie di saloni di proporzioni gigantesche con blocchi di frana; ci sono altri sei chilometri di grotta e decidiamo di tornare indietro dato l'abbigliamento sommario e l'ora tarda. Usciamo che è ancora chiaro (miracoli dei fusi orari!) e bivacchiamo nella piazza di Ramales.
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Il giorno seguente ci dirigiamo alla volta di Llanes dove si apre la Cueva del Findal che vorremmo vedere. Tappa obbligata ad Altamira le cui grotte sono però chiuse ormai da qualche anno, ma dove possiamo fare una visita veloce al museo e dove acquistiamo delle pubblicazioni. Nel pomeriggio, dopo numerose difficoltà riusciamo a trovare la Cueva del Findal; è chiusa e perciò andiamo alla ricerca di una guida. pur troppo non è assolutamente permesso fare foto e piangendo lascio fuori la fedele Zeiss. La grotta si apre quasi in riva all'oceano, in una insenatura, in uno scenario stupendo. E' lunga trecento metri circa e consta di tre saloni molto concrezionati che conservano numerose pitture. Vi sono raffigurati un elefante (o mammouth?) risalente al periodo Aurignaziano, un pesce inciso più recente (Magdaleniano) e diversi altri segni propiziatori in ocra rossa.
L'ambiente nei pressi della grotta è uno dei più impressionanti: un altopiano costellato di doline e di uvala sospese direttamente sull'oceano è traforato da enormi voragini in comunicazione direttamente con l'acqua sottostante, che, in occasione delle frequenti burrasche riesce a risalire fin sull'altipiano, a giudicare dalle conchiglie e dalle pozze di acqua salmastra.
Purtroppo il tempo è poco e siamo costretti a riprendere il viaggio: prossima tappa di 500 chilometri alla volta di capo Finisterre e poi altri 1300 chilometri fino a Barcellona.

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repliche |
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Ecco la replica all'articolo "Istronaz" apparso sul numero scorso.
Abbiamo un po' discusso se era corretto pubblicarla: l'articolo di Fontanelli, criticabile o no, aveva obiettivi nazionali e secondo questa redazione, rispondere era di competenza della struttura investita dalle critiche, cioè toccava alla direzione della Scuola Nazionale di Speleologia. Zerial però non ha ritenuto utile consegnarci nulla da pubblicare.
Dunque si è posto il problema se pubblicare una replica fatta da qualcuno perché incaricato da un Gruppo Grotte interessato perché fra i suoi membri ci sono degli Istruttori Nazionali, tanto più se questa replica sposta la polemica da un livello nazionale ad un livello di lite fra comuni adiacenti, usando come "sponda" Torino. Tanto che buona parte di quanto cui qui si allude non lo abbiamo capito: ad esempio chi sia l'Istruttore fiorentino attaccato, né cosa c'entri il Grotte n. 26 (o è un refuso?) né altre storie cui si allude.
Essendo però l'unica replica pervenuta, essendo inoltre un articolo curioso, essendo facile alimentare polemiche su un eventuale rifiuto ed essendo, dopotutto, il primo scritto fiorentino che appare su Grotte eccovene il testo: e che sia di buon auspicio.
Firenze 13.IV.84
Egregi Colleghi,
avendo letto su Grotte l'articolo intitolato l'Istronaz pubblicato probabilmente per fare due risate Vi saremmo grati se Voleste pubblicare anche la risposta, così le risate sarebbero quattro, e si smusserebbero anche certi angolini diventati troppo acuti.
Fidando nella Vostra correttezza Vi salutiamo con stima.
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Il Consiglio del Gruppo Speleologico Fiorentino |
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il terrorizzato |
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t. magini "bibo" |
Ho letto per caso su Grotte n. 82, bollettino interno del Gruppo Speleologico Piemontese, un articolo intitolato l'Istronaz che comincia così: "Questo nuovo essere del regno animale ecc. ecc." e va avanti terrorizzato da questo nuovo essere che afferma aver scoperto.
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Essendo a tutti nota la mia passione per insetti e animali in genere me lo sono letto tutto d'un fiato, 56 righe più la firma con sopra medioevale anno di grazia 1983.
Abituato a cercare in grotta Duvalius e similari da oltre vent'anni non sono mai stato terrorizzato se non una volta, che procedendo pancia a terra in uno stretto cunicolo mi trovai sotto il naso un Geotritone schiacciato, che ancora si muoveva, e sopra di lui e attorno nel fango grosse impronte di Canide.
Ma torniamo al nostro terrorizzato che se come entomologo mi sembra un po' fuori posto, come biospeleologo pare uscito dal manicomio.
Prosegue nel suo delirio con queste parole: "L'Istronaz ama vivere all'esterno" (mentre prima lo classifica come appartenente alla famiglia degli speleotipi). Poi che lo possiamo trovare nei pressi di paludi dove deposita uova mentre la parola esatta è ova; poi che sta in cavità orizzontali e che si sposta al buio, senza luce: a questo punto si possono già fare delle supposizioni: o gli si sono appannati gli occhiali, oppure era anche lui a bordo del deltaplano quando un noto socio del G.S.P. puntò dritto sul terreno, e da quel momento vaneggi; non può essere che così, altrimenti il collega Casale, noto biospeleologo del G.S.P. avrebbe censurato l'articolo, ma ai bambini e agli usciti di senno come si fa a dire di no?
Poi l'articolo in questione diventa ancora più enigmatico con queste parole: "Questo articolo avrebbe dovuto restare con autore anonimo". E la redazione di Grotte l'avrebbe pubblicato lo stesso?
Ma una parola mi girava e rigirava nella testa: Istronaz?! Mi sono allora rivolto ad un collega redattore dell'Enigmistica Tascabile noto per i suoi complicati rebus, il quale mi ha subito illuminato: sostituendo la lettera o con la lettera u si poteva leggere Istrunaz che scissa e ricostruita andava per Istruttore Nazionale.
Dovete sapere che quando leggo una rivista tengo sempre il pollice sulla firma, questo mi aiuta a riconoscere lo scrivente e se lo scritto non mi piace giudico lo scritto bischero e non l'autore, che può sempre migliorare; equi faccio un esempio: sempre su Grotte n. 26, tenendo il pollice sulla firma, ho letto altri due articoli; lo scrivente io lo vedevo sempre sul vertice di una piramide, con la spada nella destra (sempre che non sia mancino) e la sinistra infilata nella tuta.
Ma questa volta dovevo vedere la firma per più di una ragione: 1° perché si stava attaccando un socio del G.S.F. in maniera subdola e sibillina; 2° perché non avendo il coraggio di rivolgersi alla nostra Redazione, che è sempre lieta di ospitare diatribe, si rivolgeva ad una rivista molto lontana da noi, e che circola in molti ambienti speleologici italiani; per di più in un momento di attrito fra due gruppi, che sia
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chiaro non ci dovrebbe essere (anche se il sottoscritto ha collaborato a scavare i trenta metri ostruiti del Cacciatore lasciando l'ultimo diaframma per la buona stagione e facilitando il G.S.P. nella scoperta del Fighiera); 3° perché la persona che si attacca è uno che bene o male lavora per la speleologia, perciò si attacchi il male e si dica del bene, al lavoro che svolge lo abbiamo designato noi Gruppo, non si è certo messo da sé, e per questo adesso faremo quadrato; sposto il pollice e qui viene la sorpresa che ci lascia allibiti: la firma è, indovinate un po', non di uno del G.S.P., ma di un aderente al gruppuscolo del G.S.P.F., Marco Fontanelli chiamato bonariamente "IL SOCCORSO DI SE' STESSO".-
Quello che non siamo riusciti a capire è perché sia così terrorizzato da un I.N., siamo allora ricorsi all'aiuto di un clinico psichiatra che ci ha dato una risposta esauriente; trattasi di un soggetto con carattere puerile e contorto, avendo lavorato prima con macchine che girano e ora che bucano, maneggiando per l'intera giornata sacchi pieni d'aria, avendo per giunta una ridotta visuale, è ritornato allo stato infantile e come tutti gli adolescenti è terrorizzato da eventuali esami che teme, nel suo farneticare, dover sostenere, e perciò si difende o meglio, crede di difendersi, attaccando (del resto lui stesso parla della sua esistenza animale).
Noi gli possiamo dare un consiglio: attacchi una corda a un buon chiodo e si alleni per parecchie ore al giorno e ogni tanto si faccia esaminare dagli allievi del G.S.F. 1984, istruiti sia da istruttori che da istruttori nazionali, e se non si trova bene col discensore adoperi l'ascensore.
E non neghi, soprattutto non neghi.
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i depositi di riempimento delle grotte |
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m. di maio |
Con questo titolo è comparso su "Speleologia Isontina" n.1 1983 (il nuovo notiziario dei Gruppi grotte isontini) un articolo di G. Cancian del CCR Seppenhofer di Gorizia. In esso l'autore si duole che gli speleologi non s1 soffermino a studiare e a descrivere i riempimenti delle grotte, e conclude dicendo che l'importante è "non stare passivi ad aspettare , ma contribuire a queste ricerche con proprie osservazioni".
Mi pare doveroso precisare i termini del problema. Intanto non è cosa di tutti essere in grado d1 fare ricerche del genere, a meno che non si tratti di osservazioni del tutto superficiali: se si tratta di queste, facciamole pure, ma se si tratta di ricerche più approfondite, se non si è del mestiere è meglio lasciarle perdere, perché ai rischia di causare danni irreparabili.
L'importanza dei riempimenti
Su cosa siano i depositi di riempimento non è il caso di dilungarsi. l tipi principali sono costituiti dai depositi calcarei di sedimentazione chimica (concrezioni, crostoni, latte di monte, gours) e di sedimentazione detritica (detriti, sfasciumi, franamenti, alluvionamenti), da argille residue, da sabbie e altro materiale non calcareo (dolomia, gesso, ecc. da materiale organico e inorganico portato dall'acqua, dal vento, nonché dall'occupazione animale (anche umana) e vegetale.
Fattore molto importante per la loro formazione è il clima, che dà luogo a fenomeni di vario tipo a seconda che l'ambiente sia di periodo freddo o di periodo caldo, e questi a loro volta siano secchi o umidi. Com'è noto, specialmente nel Quaternario si sono avute continue alternanze di tali periodi;
anche nell'ambito delle singole glaciazioni principali vi sono interstadi e fasi di recrudescenza del freddo o di ritorno di caldo. In periodo freddo i fenomeni più comuni sono rappresentati dai processi disgregatori dovuti all'alternanza di gelo e disgelo, dai soliflussi, dalla dissoluzione delle rocce-calcaree (com'è noto, più attiva a temperature basse), dai cedimenti per frana e dalle successive asportazioni se piove molto, dagli apporti eolici (particolarmente vistosi dei periodi periglaciali). In periodo caldo o temperato i fenomeni più comuni sono invece l'alterazione chimica, la formazione di pavimenti stalagmitici o di suoli a crostone calcareo superficiale, nonché la dissoluzione dei calcari.
Ovviamente un riempimento dipende anche dalla natura della roccia della grotta, dalla portata e dallo sviluppo del reticolo carsico situato a monte o negli strati sovrastanti, dai sedimenti mobili presenti in tale reticolo o in tali strati. Da un certo punto in poi è venuto assumendo importanza, nella fenomenologia dei depositi, anche la frequentazione umana, con
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apporti di materiale estraneo e con turbamenti delle condizioni climatiche della grotta, ad esempio procurando col fuoco riscaldamento e perdita di umidità. Molto meno conta a questo proposito la frequentazione animale.
Con tutti questi fattori condizionanti e concorrenti, ecco dunque che l'interpretazione di un riempimento diventa una cosa alquanto complessa, specie se esso è antico. A saperlo leggere, è come un libro che ci può dire tutto quello che è successo in un arco di tempo anche di decine o talvolta di centinaia di millenni: com'era il clima, qual è stata la storia della grotta e la sua età, l'evoluzione del carsismo della zona, che flora e che fauna c'erano, quali vicende geologiche sono intercorse (frane, bradisismi, sollevamenti o regressioni del livello marino, ...). Ma questo libro bisogna saperlo interpretare pagina dopo pagina con competenza, con attenzione, con molta pazienza, con un lavoro abbastanza simile a quello dell'archeologo, cogliendo ogni indizio come potrebbe fare la polizia scientifica e molte volte aiutandosi con un fiuto da detective. Un piccolo incrostamento, un sedimento lisciviato, un granulo invisibile di polline, un pezzetto di ossicino, ecc., possono essere preziose testimonianze che non devono sfuggire. E attenzione: ogni pagina sfogliata di questo libro viene distrutta, non si può leggere la pagina seguente senza aver distrutto quella precedente.
Lo studio sedimentologico dei riempimenti delle grotte è entrato in una fase veramente scientifica solo negli ultimi lustri, con i francesi all'avanguardia in questa disciplina.
Un esempio pratico: le grotte del Sud-Est francese
Chi volesse farsi un'idea compiuta di queste ricerche, potrebbe leggere quell'opera molto interessante che è Le quaternaire du Midi méditerranéen di J.C. Miskovsky (Université de Provence, 1974). In esso sono condensati i risultati dello studio sedimentologico dei riempimenti delle grotte del Sud-Est francese, studi operati in modo veramente sistematico solo a partire da metà degli anni Sessanta. Le ricerche riguardano anche aree dell'Ariège, della piana di Roussillon, del basso Rodano e Languedoc, della Provenza sia calcarea che cristallina, ma sono centrate in particolare su una striscia costiera da Nizza alla Liguria, dove s1 trovano depositi quaternari di grande interesse, che si presentano completi a diversi strati secondo le varie linee di riva (com'è noto, il livello marino si è alzato e abbassato più volte), con associati abbastanza costantemente i sedimenti marini litoranei, e le formazioni continentali (detriti, sfasciumi, sabbie di dune costiere, depositi di loess), nonché con resti di presenza preistorica dell'uomo.
Attraverso questi studi si è potuto appunto ricostruire un quadro cronologico del Quaternario sia per quanto riguarda il clima dei vari periodi (e di conseguenza il grado e il tipo di
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copertura forestale che c'era , con le specie animali presenti), e sia per quanto si riferisce alle varie regressioni e innalzamenti del livello marino. Inoltre, attraverso i ritrovamenti di resti umani e di manufatti nei depositi, si sono potute aggiungere preziose informazioni sul popolamento umano preistorico, in particolare con le scoperte nella grotta del Vallonnet e a Terra Amata. Al Vallonnet, una grotta in calcari giuresi superiori situata a monte di Roquebrune (tra Mentone e Montecarlo), in uno dei più antichi riempimenti conosciuti (può essere datato del Villafranchiano sup. e cioè del Günz, la quart'ultima grande glaciazione), si sono trovate le più vecchie tracce umane d'Europa, risalenti a 900-950.000 anni fa. Nel deposito di Terra Amata presso Nizza si sono invece messi in luce, in 10 metri di sedimenti. 21 livelli successivi di abitazione da parte di cacciatori stagionali che 400.000 anni fa conoscevano già il fuoco e costruivano capanne; tra le altre cose (reperti litici, ossa di animali, lische di pesce, conchiglie, coproliti umani) si è trovata un'orma umana nella sabbia che è la più antica conosciuta al mondo.
Conclusioni
Le osservazioni che si possono ricavare da un riempimento sono tali e tante, che è richiesta non solo una grande competenza individuale, ma anche l'intervento di più studiosi di varie discipline. Gli speleologi come noi, a meno che non intendano specializzarsi in queste ricerche, possono dunque fare una sola cosa: cercare di toccare il meno possibile tali depositi, fare se mai osservazioni di superficie e annotare l'ubicazione di siti promettenti, per segnalarli un giorno a persone esperte. Come si è detto, per interpretare i segreti di un deposito esso va distrutto completamente. Se viene studiato male, è perduto per sempre.
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RECENSIONI |
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A. Goede e R. S. Harmon, Radiometric dating of Tasmanian speleothems - evidence of cave evolution and climatic change. Journal Geological Society of Australia 1983, 30, 89-100
Paese che vai strutture che trovi; mentre qui il divario tra strutture universitarie e mondo speleologico è ancora immenso, altrove la speleologia vive meglio, esempio è questo articolo, apparso su una rivista internazionale altamente qualificata, che tratta le relazioni tra speleotemi e datazioni radiometriche.
I due autori hanno raccolto una notevole mole di dati in grotte della Tasmania ed hanno cercato di ricostruire attraverso lo studio radiometrico soprattutto con Th/U ma anche O18/ O16; C13/ C12 e D/H, le variazioni climatiche e le evoluzioni delle cavità carsiche durante il Quaternario, dall'Olocene al Pleistocene.
Le conclusioni, basate sia sullo studio dei sedimenti sciolti sia sulle concrezioni, non sono così sorprendenti e confermano quanto, molte volte per intuito, gli speleologi nostrani pensano dei cicli delle nostre grotte: sono infatti i periodi interglaciali quelli più favorevoli per la deposizione degli speleotemi.
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Attilio Eusebio |

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Pubblicazioni ricevute |
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