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GROTTE
anno 26, n. 83 - numero speciale per il trentennio di fondazione del GSP
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
SOMMARIO
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Redazione: |
Marziano Di Maio |
(resp.) |
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Giovanni Badino |
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Alberto Gabutti |
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Laura Ochner |
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Elio Pulzoni |
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Stampa: LITOMASTER, Via Sant'Antonio da Padova, 12 |
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la parola al presidente
La potentissima redazione di questo bollettino ha richiesto al sottoscritto, in veste di Presidente, una lettera dignitosa in occasione del Trentennale del Gruppo.
Al primo tentativo ho fallito, hanno respinto i miei scritti con ingiurie e mi hanno rimandato, hanno anche detto che deve essere una lettera bella, chiara e non paternalistica. Eccovi quindi il secondo tentativo. Ma passiamo ai vari argomenti.
1953-1983 Trent'anni di G.S.P. Il presente bollettino commenta meglio di me 30 anni di vita e di intrighi di un gruppo speleologico. Più importante invece è commentare degnamente questo eccezionale anno. Risultati non ne sono mancati, abbiamo cominciato a gennaio-febbraio con l'Artesinera (-355); poi la perla tra le perle, la giunzione Fighiera-Corchia, il meno mille ma soprattutto un colosso.
Poi ancora Toscana, spinti dal Khayyam, Orto di Donna ci ha accolti dignitosamente e ci ha offerto i suoi frutti. A metà anno si incomincia a lavorare sul Marguareis, prima la Gola in P.B., poi P.B. in Gola, poi l'Essebue (-415), poi ancora la Filologa (-405), nel frattempo per rilassarci l'Armaduk, l'A 7 e ancora altri. Poi l'anno è finito ma se 1'84 continua cosi i nostri nipoti avranno difficoltà a trovare qualcosa da esplorare.
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Attilio Eusebio |
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1973-83: luci e ombre di un decennio
Non sono poi tanti dieci anni, ma in così poco tempo c'è stata in Gruppo un'evoluzione da lasciare meravigliati. Vi hanno concorso in misura varia e quasi sempre positiva vari fattori, tra i quali un deciso salto di qualità nelle tecniche, un cambiamento della mentalità (con modi più maturi di concepire le cose speleologiche), un aumento dell'attività e del numero degli speleologi, una maggiore qualificazione generale.
Un po' di storia
Andare a rivedere la storia può servire, oltre che a trarne qualche insegnamento, a capire meglio in quale situazione ci troviamo oggi. Vediamola per grandi linee.
Il decennio è cominciato in un periodo di crisi per il Gruppo, per trovare le cui radici è necessario tornare pochi anni indietro. La crisi è iniziata direi nel '68, esplosa nel '70 e si è andata esaurendo nei primissimi anni del decennio ultimo. Dapprima erano sorti contrasti sul modo di intendere la speleologia. E' stato nel '68 che qualcuno (Genio Gatto) aveva denunciato che il GSP sembrava avviato verso il grottismo e la speleofilia, e che l'interesse per la speleologia scientifica sta va declinando in modo preoccupante. Nel '69 i contrasti si sono accentuati ma il fuoco covava sotto la cenere senza venir fuori. La fiammata è divampata poi nel '70, "anno burrascoso (come aveva relazionato a fine anno il presidente Follis) per profonde divergenze di metodo e di fine". In quell'estate quelli che si definivano "allievi lovercraftiani", "schifati da interminabili, futili disquisizioni su regolamenti e balle di questo genere", insofferenti per il "depauperamento e burocratizzazione della speleologia", sono entrati sul sentiero di guerra. Genio e i suoi, divenuto l'ambiente irrespirabile per loro, ed emarginati a fine anno con la solita arma del voto, nel '71 si sono ritirati in buon ordine (se ne è avvantaggiata la Accademia del flauto dolce, organismo di gente molto più compassata, che ha trovato un buon organizzatore ancorché burocrate, tuttora attivo).
Ma i contrasti non erano finiti, perché intanto alcuni avevano dato vita al ben noto Mucchio Selvaggio, i cui princìpi non potevano essere accettati da tutti in modo indolore, soprattutto quando venivano imposti più con l'irruenza esuberante e intransigente dei diciott'anni, che con intelligente persuasione e sereno dialogo. Qualcuno che era dell'idea è stato anche buttato fuori dal Gruppo, poi sono insorti attriti per riaccettarlo o meno. Rancori, rivalità, competizione per accaparrarsi la leadership o per evitare che la prendessero i rivali, si sono trascinati anche nel '72, e siamo arrivati
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nel '73 quando nell'ambito del Gruppo si è formata la squadra Delta di 5 elementi. Va sottolineato che, non a caso, il periodo dopo il '68 è stato di vacche magre per le grotte e sembrava addirittura che fossero in esaurimento le possibilità di trovarne di nuove (ovviamente scarseggiavano le idee, le grotte c'erano!).
Negli ultimi 3 anni del decennio precedente (dal '71 al '73) non era stato eletto un presidente: le mansioni relative erano svolte a turno dai componenti dell'esecutivo, che si riuniva sovente (la frequenza era anche settimanale). Nel nuovo decennio si è voltata pagina e si è tornati al presidente
(Doppioni, che terrà l'incarico per 8 anni). Per inciso, proprio allora è entrato in esecutivo Badino, giunto nel GSP a fine '72 (a bagarre ancora in corso) e passato effettivo a fine '73. Le elezioni di fine anno '73 hanno avuto il carattere di purga vera e propria, tanto che il decennio in questione è iniziato con soli 10 effettivi (erano 16) e 17 aderenti. Il Mucchio Selvaggio è sparito. Si è rafforzato l'apporto di elementi che nel decennio daranno un'impronta tangibile: il già detto Badino, Coral, Perello, Garelli, Villa. Si è consolidata la collaborazione con i giovani nizzardi del Martel (poi CMS) iniziata nel '72 e così fertile di amicizia e risultati. A fine anno '74 si è ripetuto nelle elezioni il giro di vite, e sono stati eletti solo 7 effettivi e 11 aderenti!
E' dal 1975 che è iniziato un periodo più felice, sono arrivate forze nuove (molti saranno meteore, ma daranno ugualmente un buon contributo alla rinascita), sono aumentate l'attività e le prospettive di nuove scoperte, si è fatta P.B. '75. Nel '76 è avvenuto il fatto che assicurerà tanto lavoro futuro (e quando si va molto in grotta, tutto gira meglio): in marzo vengono scoperte le enormi possibilità del Fighiera. Le elezioni di quel fine anno testimoniano che c'era più gente operosa e che c'era meno bisogno di essere severi: da 11 effettivi e 18 aderenti si è passati a 17 effettivi e 25 aderenti (è entrato in Gruppo, a parte quelli del corso, anche Meo Vigna). Il '77 ha visto 6000 ore di esplorazione solo nel Fighiera, e una collaborazione apertissima con altri speleologi di varia provenienza. Negli anni seguenti si è rassodata una buona situazione generale. I membri del Gruppo sono aumentati ancora, con un massimo nel 1980 di 29 effettivi e 43 aderenti, in totale 72. Oggi, senza poter dire che tutto è roseo, siamo comunque in un buon momento.
Le esplorazioni
La ricerca e l'esplorazione di grotte si sono incrementate fortemente, e non solo per aver trovato un Fighiera. L'abilità e il fiuto nella ricerca sono così smaliziati che si riesce a trovare buchi e prosecuzioni come quasi quasi non avveniva neanche ai tempi in cui tutto era da esplorare. Anche le capacità tecniche si sono accresciute (attrezzature moderne a par-
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te), e interessano un numero maggiore di persone; sovente si va nell'alpinismo puro. Manca ancora, forse, un allargamento di responsabilità fino a coinvolgere più gente nel condurre in prima persona l'attività; è capitato infatti che ogni tanto vi siano stati periodi di flessione. quando i pochi che tenevano le fila mollavano temporaneamente per un motivo o per l'altro.
Attività scientifica
In 10 anni c'è stato un bel salto positivo nella preparazione individuale, forse perché durante le esplorazioni c'è più tempo per osservare, e perché molti di quelli che conducono le esplorazioni sono abbastanza ferrati nelle conoscenze scientifiche e con l'esempio fanno scuola. Anche il fatto che non vi sia esaltazione del fatto sportivo porta il singolo ad estendere i suoi interessi.
Questa qualificazione non viene però esternata, come potrebbe e dovrebbe, se non in parte su carta stampata, a beneficio del progresso speleologico. L'archivio si arricchisce di rilievi topografici, questo sì, perché ci si è imposti un'autodisciplina quasi esemplare a questo riguardo. Ma qualche pubblicazione in più esprimerebbe meglio il livello potenziale cui si è giunti. Soltanto sulle tecniche (attraverso il bollettino) e sulla biospeleologia vengono divulgate a sufficienza le proprie esperienze.
Organizzazione generale
Qualcuno ha sostenuto che il Gruppo sia poco organizzato. Attenuerei un po' questo giudizio, perché mi sembra che le sezioni nevralgiche girino abbastanza. Ci sono, questo è vero, periodi di sbandamento, quando qualche responsabile molla per un qualunque motivo e non c'è subito chi colmi il vuoto. Ma si può ovviare facilmente.
Omogeneità del Gruppo
Anche qui, qualcuno diceva che non c'è molta omogeneità, che ci sono le fazioni. Teniamo intanto presente che il numero dei membri del Gruppo è almeno raddoppiato nell'ultimo decennio, e questo fatto crea già di per se problemi di amalgama, spesso in proporzione più geometrica che aritmetica.
Una volta, entrando in Gruppo, si prendeva confidenza un po' per volta con le grotte e con gli speleologi, e l'amalgama essendo più lento era però più saldo e uniforme. Ora l'evoluzione è molto più rapida, non si perde molto tempo per passare dalla grotta facile alla grande esplorazione, e analogamente ci si conosce più in fretta e ci si integra prima, ma succede come nel fare la maglia, che facendo in fretta è facile che qualche punto non riesca bene, e che come al solito può andare a posto senza che quasi si veda oppure diventare una smagliatu-
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ra. Ma è normale.
Gli speleologi non sono gente facile. Sono portati a comportamenti un po' anarchici, esigono molta libertà e non sempre si preoccupano di fare i liberi senza ledere la libertà degli altri ... Problemi ce ne saranno sempre, e solo con l'autodisciplina si potranno risolvere.
Una maggiore omogeneità si potrà ottenere anche (il discorso è sempre il solito) con una maggiore comprensione verso i difetti altrui e sacrificando un tot in più di personale a pro di tutti. Ma mi pare che comunque per questo aspetto il GSP sia sopra il livello di guardia. L'importante è innanzitutto fare alquanta attività (si sta facendo) coinvolgendo molti.
Tra gli svantaggi della speleologia moderna l'amico Melegari di Reggio Emilia cita il fatto che i singoli non sono più cementati tra loro dallo spirito di gruppo, abituati a far grotte per conto loro (le tecniche si sono evolute rapidamente, dice, ora deve evolversi l'uomo). Per fortuna questo non è il caso del GSP, dove esempi del genere sono l'eccezione, se pure c'è.
Il modo di fare speleologia
Su questo si è discusso molto, tante teste e tante idee, e certe tensioni venute fuori in passato sono anche da attribuire allo scontro di opposte concezioni al riguardo. È poi venuta maturando la tendenza alla speleologia come gioco: una visione molto serena e distesa, e produttiva anche per lo spirito oltre che per tutto il resto.
E qui viene spontaneo il parallelo (sovente tirato in ballo dai profani quando si parla di speleologia) con l'alpinismo, con il quale certi punti di contatto comunque ci sono. Nell'alpinismo di oggi i giovani bruciano le tappe verso i gradi estremi, così come in speleologia oggi i nuovi arrivati riescono in breve tempo, se vogliono, a fare le grandi esplorazioni. però questo avanzamento, nell'alpinismo viene operato con competitività, con forte desiderio di emergere, con l'ansia di tenere il passo con le vie "di moda" ecc., mentre nella nostra speleologia questi stimoli perversi non ci sono: nessuno vuole essere il primo della classe, e non c'è desiderio di affermazione neppure verso altri gruppi. C'è più entusiasmo, più creatività, più soddisfazione materiale e spirituale direi. Se c'è talvolta lo stimolo a misurarsi in solitarie o in exploit a tempi più ridotti, anche questo è più per gioco che per altro.
Non si corre neppure dietro al record: nessuna grancassa per esempio è stata suonata dopo la giunzione Fighiera-Corchia con il conseguente -1200 ottenuto dopo tanti sacrifici. Non ci sono simboli (superuomini) da imitare, e di conseguenza non c'è neanche la delusione (frequente nell'alpinismo) di accorgerti un giorno che non ce la fai a diventare qualcuno. Nella nostra speleologia c'è posto per tutti e, più che obiettivi individuali, ci sono da raggiungere obiettivi comuni per i quali ognuno può dare contributi proporzionati alle proprie capacità, senza forzature di sorta. Resta il punto di riferimento di imitare chi va bene in grotta e ha cervello nell'interpretare
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i fenomeni sotterranei (tanto meglio poi se costui ti aiuta a migliorare e a capire di più di speleologia).
In questo gioco il senso dell'avventura c'è ancora come pochi, aperto a più persone rispetto ad un tempo (una volta c'erano più gregari che in punta non potevano andare). C'è ancora la possibilità di "rimanere ragazzi" nonostante gli anni passino.
C'è più maturità, adesso. Drogati dall'esplorazione e gente che non vede altro che le grotte, non ce ne sono più. Si è capaci insomma di gustare una domenica anche facendo altro che non siano buchi, odi partire per cacciarsi sotto terra e poi invece godersi fuori una bella giornata di sole. Non ci si lascia condizionare dai luoghi comuni, dal modo di pensare del mondo speleologico; si ragiona con la propria testa e si opera di conseguenza. Ripeto, si è capaci di fare una giunzione Fighiera-Corchia senza dare importanza più di tanto al record in seé
Nel parallelo con l'alpinismo viene spontaneo parlare anche della donna. (Non ne ho mai fatto un problema, perché nella speleologia non vedo differenze: ognuno dà in relazione alle proprie capacità). Nell'alpinismo è rimasto tra maschi e femmine quel rapporto in cui i casi sono quasi sempre due: o in cordata lui si fida di lei perché lei è in gamba, oppure fa tutto lui e se la porta a rimorchio. Nella speleologia (parlo del GSP, altri gruppi non so) il progresso tecnico, attenuando l'importanza della forza bruta, ha propiziato un maggior equilibrio tra i sessi e la donna ormai fa la sua parte egregiamente e con autonomia. Resta solo il fatto che c'è più disponibilità e più cameratismo verso il "gentil sesso" che non verso l'elemento maschile, ma un po' di sana galanteria non dovrebbe dispiacere neppure alle femministe più arrabbiate.
I mezzi finanziari
Dolenti note. In un decennio le accresciute necessità sono state colmate più con le disponibilità finanziarie dei singoli, che non con quelle pervenute con i contributi degli enti pubblici. La tanto attesa legge regionale è poi stata promulgata tre anni fa ma soldi ne sono giunti pochini. C'è da fare anche un errata corrige al bollettino scorso, dove sotto il Sommario c'è scritto "Stampato con i contributi della Regione Piemonte previsti dalla Legge regionale n. 69/1980": l'ingenuo redattore non sapeva che non era più arrivata una lira e che l'annotazione era superflua. Sono cose che succedono in un paese che destina alle spese militari più di 8000 miliardi di lire, e dove le disparità regionali sono ancora tali per cui in certe regioni la speleologia viene sostenuta adeguatamente, e in altre non si trovano quelle briciole volte a sollevarla da condizioni di povertà che non hanno senso.
Si consolino comunque le regioni più sottosviluppate della Penisola; tra le regioni che non trovano soldi per la speleologia c'è anche il Piemonte.
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Marziano Di Maio |
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tutto scorre
"Speleologia". Questa parola, dieci anni fa significava un insieme di cose: ora ne significa altre. Dieci anni fa la più alta delle immagini che richiamava era quella di squadre che si inabissavano nel freddo, maree di sacchi, di campi interni. Ora l'immagine più alta è quella dell'individuo che traversa su un pozzo, o lo risale, assicurato da un altro: loro due soli, con poco materiale.
Lo sviluppo da una all'altra di queste immagini è stato lungo, lento e continuo. Alcune delle tappe fondamentali in Italia sono state l'apparizione di tecniche più potenti, da commandos (Spluga della Preta '63, Gortani '67), dell'atletismo (Spluga della Preta '71), di tecniche di progressione più potenti (jumar, '73/'74), dell'esplorazione globale e sistematica (Monte Cucco '68/'74, Piaggia Bella '68/'72).
Vorrei ora andare più a fondo nel discorso. Anticipo che la mia non è una visione storica: in questi sviluppi sono in prima linea da parecchio tempo e dunque inevitabilmente vedo una realtà parzialmente deformata. Inoltre corro il rischio di confondere i vari livelli della speleologia che conosco e cioè: la "Speleologia" come suppongo che sia, la speleologia italiana che conosco, la speleologia dell'area GSP, la mia speleologia.
Tecniche. Il peso dell'armo della Spluga della Preta era, negli anni '60, circa centocinquanta chili. Per spostarli occorrevano molti uomini per parecchio tempo che dunque dovevano mangiare e dormire e farsi luce: il peso perciò aumentava ancora.
Notate bene le conseguenze: la prima era che riuscire a fare il fondo era "grande impresa" e andava venduta come tale (record ecc.), distingueva il mondo in chi ci riusciva e chi no. La seconda era che là in fondo ci si andava di rado perché troppo stressante, anche mentalmente: ogni discesa era come sottoporsi ad un grave esame. La terza era che chi ci riusciva era per forza ben affiatato coi compagni.
Con sole corde l'armo si è ridotto ad una quarantina di chili: volendo, con rappelli e corde da otto, anche molto meno. Si può fare tutto da soli impegnandosi molto meno di quanto fece ciascuno degli esploratori nel '63. Molto meno.
Notate le conseguenze: grandi imprese, diciamocelo, è ben difficile farne. In fondo a qualsiasi grotta ci va chiunque purché dotato di "sana e robusta costituzione" e che conosca qualche tecnica. La frontiera dei fondi, amici, è vinta. Ancora: in fondo alla Preta ci si può andare tutte le domeniche anche perché le corde costano poco e a star là sotto non si deteriorano. Si può lasciare tutto armato: è importante.
Inoltre non ci si può affiatare in un gruppo di parecchie
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persone: lo si fa fra due o tre. È perciò più difficile costruire miti collettivi; essere poi accomunati nel superamento delle stesse difficoltà è quasi impossibile se si ripetono semplicemente le grotte note o se ne scendono in modo stupido di nuove: son tutte facili. L'evoluzione tecnica ha avuto infine una fondamentale conseguenza: ora è possibile muoversi quasi con continuità anche in grotta. Prima era assai difficile perché i tipi di impegni erano a scatti: disarma il pozzo (attesa), fai su scale (freddo), riparti (di scatto, per scaldarti), ti fermi, riparti, ti fermi. Da incubo. Ora meno: se si vuole ci si può muovere con fluidità.
Gruppi Grotte. Per quanto detto i gruppi, globalmente, boccheggiano: è difficile riuscire ad imbrigliare gente se gli unici problemi collettivi da affrontare sono quelli di un corso o di lavare corde. Qui si potrebbe affrontare una lunga analisi sul problema del mito e dell'animismo come fatti unificanti delle tribù "gruppi speleologici". L'analisi si può spin ere avanti a guardare i territori di caccia di ogni tribù, associare ad ogni tribù le difficoltà tipiche del suo territorio, guardarne con esempi (Corchia ...) le reazioni alle invasioni, le singole mitologie, i singoli sciamani. Le singole droghe perfino.
Godono ottima salute le tribù che hanno qualcosa di interessante, specifico e collettivo da fare. La Conca di P.B. col suo edificio di culto ed i suoi sciamani causa direttamente il fatto che l'area GSP gode eccellente salute. "Area GSP" ho scritto. Un fatto interessante che si è sviluppato in questo decennio è stata la formazione di "aree" , "scuole" di speleologia. Molto di questo lo dobbiamo alla SIP, altro alle auto, altro alle università che richiamano speleologi isolati nelle grandi città: fatto sta che i confini dei gruppi grotte sono divenuti molto più nebulosi. Non esistono più trattati di collaborazione fra gruppi: esistono accordi telefonici fra speleologi. Questo, a mio avviso, è cosa straordinariamente buona: spingendo in questa direzione dovremmo riuscire ad andare lontano.
Dirò di più: occorre cercare di scardinare i gruppi che praticano chiusure ed immobilismi, mirare ad obbligarli ad evolversi alimentando, al loro interno, il più possibile queste reti di collaborazione fra speleologi. Spero di essere stato chiaro.
Esplorazione. Pasini una volta, in Fighiera, mi ha detto che non c'era paragone fra come esploravamo noi e come esploravano loro quindici anni prima: noi eravamo molto molto superiori. Questo è collegato al cambiamento dei problemi: i record di profondità perdono vistosamente colpi perché non significano record di forza in chi li ha ottenuti. Stanno diventando quello che sono, un dato geografico; i record di forza si sono spostati: notate, infatti, che ora ci si vanta delle esplora-
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zioni in una grotta illustrandone non la profondità bensì la difficoltà: è molto diverso.
Pasini aveva ragione. Ora gli speleologi tendono a vedere le tre dimensioni attorno a loro e non solo quella che porta al fondo. Di conseguenza le grotte sono esplorativamente esplose; si confrontino le piante di P.B. e del Corchia fra adesso e dieci anni fa: mostrano di quanto è cambiata la speleologia, molto più di quel che può fare una jumar.
Inoltre gli speleologi si stan facendo furbi: il lavoro dell'esploratore dipende in modo fortissimo dall'attenzione alle correnti d'aria, e alla struttura delle gallerie. Chi è attento esplora molto, chi non lo è lo fa molto meno: l'ampiezza dei territori a disposizione dipende fortemente dall'intelligenza degli esploratori.
Infine si è introdotto in modo sistematico l'uso delle disostruzioni degli ingressi, facendo perciò dipendere meno le nostre vite esplorative da quattro sassi che ostruiscono un passaggio.
Ancora due parole sui record. Con l'esplorazione sistematica di complessi giganteschi anche in Italia è venuto fuori il problema, prima inesistente, su chi ha un certo record. Ne parlo perché mi diverte. Prima la speleologia "pozzo dopo pozzo fino in fondo" poteva attribuire un valore a chi era sceso alla massima profondità. Ma ora che le grotte sono fatte come "collage" di tanti indipendenti lavori ?
Chi riesce ad oltrepassare di 1000 m il fondo di una grotta profonda 300 m dirà di avere un record. E chi lo fa di 100 in una di 1200? Anche lui. E chi avanza di 1 su un 1299? Pure? Chi scende al fondo del Corchia con una pala e scava 10 cm di ghiaia, ha lui il record? E chi alza di 100 m una grotta di 1200? Pure? Il record ce l'ha la grotta mi si dirà. Record. La grotta. Sai che se ne fotte, lei. Non la si può neanche avvertire del fatto che ce l'ha. A suo tempo avevo scritto che chi giuntava Fighiera e Corchia aveva il record come uno che corre i diecimila percorrendone il novanta per cento in bici: e ne sono ancora convinto.
Eppure c'è gente che si batte per non credere a questa realtà: in occasione del Corchia a 950 apparvero articoli di trionfo che letti adesso, a sei anni di distanza, appaiono incredibili, archeologici. Mah!
Competizioni. La speleologia come sport competitivo, per quanto detto, ha perso molti colpi. Ne ha ancora, è vero, perché ora agli speleologi si richiede anche un certo allenamento di base che se non viene finalizzato ad accrescere le esplorazioni diventa scempiaggine..
"Quello lì ha impiegato venti minuti a risalire il pozzo". "Quanto avete impiegato a...". "Accidenti ma sai che non mi sento bene?". "Ho dormito poco stanotte". "Quelli hanno impiegato venti ore e noi solo dodici ..." e così via.
Molte volte gli allenamenti e soprattutto i discorsi sulle tecniche (jumar, gibbs, pedale, carrucole, nodi) sono solo esorcismi: si cerca, con riti collettivi, di spegnere la pau-
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ra della discesa.
Quando poi si è dentro si fa tutto in fretta perché si vuole scappare, si ha paura. Scavate sotto lo speleologo che vi dice "Ho impiegato dieci ore ...", e probabilmente troverete un coniglio squilibrato: potrà avere le braccia grosse ma rimarrà, di fondo, un coniglio. Su questa linea, pian piano, va affiorando l'idea della speleologia come equilibrio con l'ambiente ipogeo: consegnarsi all'abisso. Credo che questa sia la linea di sviluppo per i prossimi dieci anni.
Individui. Molto emerge da quanto detto. Dirò che i gruppi grotte sono dei selezionatori di individui: che chi si ferma a fare attività nel gruppo di Torino forse non lo farebbe in quello di un'altra città. Questo fa s1 che i gruppi importanti abbiano una vera e propria fisionomia personale. Per parlare di individui dovremmo perciò distinguerli per aree di appartenenza.
Alla grossa dirò che mi sembra che in questi dieci anni si sia perso spirito di sacrificio, spirito di gruppo, competitività, chiarezza e si sia guadagnato in preparazione tecnica e atletica: con vaste eccezioni.
Documentazione. Il livello di documentazione speleologica si è alzato in modo impressionante: ed è bene si alzi ancora.
I rilievi cominciano (cominciano) ad essere presi un po' più sul serio anche perché ci si sta accorgendo che, nelle esplorazioni, sono più utili delle corde. Saper individuare i livelli freatici, i ringiovanimenti, le fratture si traduce direttamente nella possibilità di esplorare decine di chilometri di virginee gallerie. Usare invece rilievi mal fatti si traduce in perdita di tempo. Si sta puntando a rilievi più ricchi di informazioni. Gi si rende conto dei rilievi come misura fisica affetta da errori; anche questo uccide le classifiche: nessuno può dire quale sia la più profonda fra due grotte l'una di -735 e l'altra di -720.
Stanno apparendo serie documentazioni filmate mentre quelle fotografiche si sono molto sviluppate. Nel prossimo decennio, penso, dovremo puntare a strutturare bene ed espandere la dimensione della speleologia come fatto culturale, la geografia (non solo la topografia) del mondo sotterraneo.
Soldi. Ancora Pasini una volta mi ha detto che gli speleologi devono avere una quantità giusta di soldi, né troppi né troppo pochi. I troppo pochi, qui a Torino, li conosciamo bene. Esempi di troppi, in giro, ce ne sono. Di norma sono nelle mani di ex speleologi che li manovrano con criteri anni '60 o precedenti; persone che avendo fra le mani il rubinetto controllano, di fatto, la speleologia locale.
Gli speleologi "attivi" quando mugugnano vengono tacitati con dei contentini e rispediti in grotta con un ganascino, pronti anche ad essere usati per far delle idiozie cui si assoggetteranno pur di essere "buoni", pur di non dover decidere di prendere in mano la gestione del la loro speleologia.
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Giovanni Badino |
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giochi di statistica
Nella ricorrenza del trentennale della nascita del G.S.P., abbiamo pensato di fare un articolo, se così lo vogliamo chiamare, di statistica sulla vita e attività del Gruppo, un articolo diverso che può apparire "un conto della spesa" ma che dice molto su quello che è stato fatto negli ultimi dieci anni.
Ciò che abbiamo cercato di rendere evidente è un andamento generale degli aspetti da noi considerati, credendo che una ricerca troppo pignola potesse essere tedio sa e poco utile ai fini pratici.
La fonte primaria dei dati da noi riportati è stata "l'attività di campagna" apparsa sui bollettini degli ultimi dieci anni; in questo arco di tempo molte uscite non sono state riportate, qualcuna addirittura due volte per errore. Altre difficoltà sono state scindere l'attività di battuta svolta durante l'anno da quella durante i campi estivi e quella di considerare i campi interni fatti a piaggia Bella nel 1975 e in zona Fighiera nel 1977. Nel primo caso ci siamo affidati alle pagine dedicate esclusivamente ai campi estivi, mentre nel secondo abbiamo considerato i giorni di permanenza in grotta come singole uscite.
Per quanto possibile si è cercato di ovviare a queste piccole mancanze, per il resto chiediamo venia.
Sarà interessante constatare che negli ultimi dieci anni i vari membri del gruppo hanno lavorato in 159 grotte diverse e che di queste il complesso Fighiera-Corchia e quello di Piaggia Bella si sono contesi fino all'ultimo la palma di abisso più frequentato. Questi due exploit hanno portato a risultati esplorativi notevoli: la giunzione Fighiera-Corchia, -1210 di profondità con sviluppo di oltre 40 Km, e una sempre maggiore conoscenza del complesso di Piaggia Bella, -755 di profondità, 8 ingressi, sviluppo di oltre 25 Km e altri 3 ingressi prossimi a congiungersi (Gaché-Essebue porterebbero la profondità a oltre 900 mela Filologa a pochi metri dal Solai senza contare che si ritornerebbe a parlare e a sognare di una via verso il Lupo!).
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Grafici delle esplorazioni dell'ultino decennio
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Altre grotte particolarmente frequentate per esplorazioni, corsi, foto, giri vari sono state Rio Martino (61 uscite), Caudano (37), Artesinera (36), Pentothal (22), Arma dei Grai (21) Garb dell'Omo (14), F 33 (11 ), Perdus e Dolly (10).
Un apporto notevole all'attività esplorativa è stato dato dalle battute nelle varie zone carsiche piemontesi e non, infatti in questi anni si è avuto un numero complessivo di battute stimato in 153 uscite ripartite a grandi linee nelle seguenti zone: Marguareis (intendendo l'intero massiccio da Carnino a Limone P.te), Val Tanaro, Mondolé, Val Ellero, Val Corsaglia e altre minori del Monregalese, Val Gesso, Val Maira, Val Grana, Val Varaita, Moncenisio, Apuane e Sardegna.
Come si può notare dal grafico, l'andamento negli anni considerati delle uscite di ricerca è pressoché esponenziale; sono dati che fanno rilevare come progressivamente ci sia stata una maggior tendenza non solo ad esplorare o girare per i vari buchi ma anche a cercarne di nuovi (vero Giovanni?).
Grafico andamento battute
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Un altro aspetto interessante sull'attività di battuta è quello svolto durante i campi estivi, quasi tutti sul Marguareis eccezion fatta per la spedizione in Turchia "Anatolia 80" e per il campo in zona Fighiera nel 1977.
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1974 |
Conca delle Carsene. Esplorazioni ai Perdus. Trovato il Rangipur. |
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1975 |
Piaggia Bella. (Operazione P.B. '75) Esplorazioni in P.B. Battuta in zona A. |
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1976 |
Piaggia Bella. Con i Belgi esplorazioni in P.B. Esplorazioni in P.B. ed F 33 con il CMS. Colla dei Signori. Battuta zona A e F. |
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1977 |
Fighiera. Esplorazioni varie (campo interno). Piaggia Bella. Trovato il Buco delle Radio e l'abisso Velchan o dell'Indiano. Battuta in zona A. |
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1978 |
Piaggia Bella. Battute in zona Omega e vallone delle Masche. Conca delle Carsene. Campo G.N.S.A. Esplorazioni ai Perdus. |
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1979 |
Marguareis zona D. Zona O: trovato O 3, O 5. Zona Omega. |
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1980 |
Anatolia 80. Spedizione in Turchia. Piaggia Bella. Battute varie. Conca delle carsene. campo C.N.S.A. |
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1981 |
Pian Ambrogi. Trovato il Pentothal. Esplorazioni nell'F 33. Battuta zona F. Conca delle Carsene. Trovato il PiGreco. |
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1982 |
Piaggia Bella. Esplorazioni alla Gola del Visconte. Pian Ambrogi. Battute varie. Battute zona Navela e pareti Nord Marguareis con il CMS. Conca delle Carsene. Trovato l'abisso 18 (congiunzione con il Cappa) e battute varie. |
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1983 |
Piaggia Bella. Esplorazioni alla Gola del visconte e P.B. (congiunzione). Battute sul M.te Ferà: trovato l'abisso Armaduk. Battute nella piana del Solai: trovato l'abisso della Filologa. Battute sul Pian Ballaur: trovato l'abisso Essebue. |
Passiamo ora a statistiche più tradizionali considerando l'andamento globale degli iscritti al G.S.P. in questi 10 anni.
Si può notare dal grafico seguente che il numero totale dei membri iscritti è passato da 27 (1974) agli attuali 67 (1983) con punta massima nel 1980 con 72 iscritti. Va tenuto conto che nel 1974 è stato usato un metro severo nell'ammettere membri in Gruppo, ma si può comunque ritenere raddoppiato il numero stesso.
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Grafico andamento iscritti al G.S.P.
Concludiamo con la tabella dei membri dell'esecutivo che si sono avvicendati anno per anno:
Presidente Esecutivo
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Presidente |
Esecutivo |
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1974 |
Doppioni |
Baldracco, De Laurentiis, Toninelli, Badino |
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1975 |
Doppioni |
Badino, Longhetto |
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1976 |
Doppioni |
Perello, Gobetti, Garelli |
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1977 |
Doppioni |
Gobetti, Badino, Perello, Villa |
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1978 |
Doppioni |
Badino, Villa, Coral, Perello |
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1979 |
Doppioni |
Badino, Villa, Coral, Perello |
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1980 |
Doppioni |
non eletto |
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1981 |
Doppioni |
Badino, Villa, Eusebio, Zinzala |
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1982 |
Eusebio |
Badino, Villa, Doppioni, Zinzala, Vigna |
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1983 |
Eusebio |
Badino, Villa, Vigna, Curti, Doppioni |
Viene eletto Principe dell'esecutivo Giovanni Badino con 8 presenze su 10. Viene nominato Re dei... Piergiorgio Doppioni con 8 presenze su 10.
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Roberto Chiabodo e Alberto Gabutti |
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10 anni di giri
Molteplici le attività del gruppo torinese in giro per il mondo: molteplici ma un po' speciali. Val la pena di analizzarle un po' in dettaglio, e di commentarle. Ne uscirà un articolo né commemorativo né trionfale: spero però che torni utile.
La versione che leggerete e la terza: la prima è stata rifiutata da me stesso perché inadeguata, la seconda dalla redazione un po' perché imprecisa e un po' perché lesiva dei festeggiamenti del Trentennale, o forse dell'immagine del GSP.
Devo però prima arcisintetizzare un po' di storia di dieci anni, in modo molto più asciutto di quanto fa Marziano in altra parte. Ai primi anni '70 cambiano tecniche e prospettive di lavoro: una grossa parte del GSP ne viene distrutta. Rimangono alcuni individui a vegliare la Minas Tirith torinese cioè Capanna, Marguareis e Bollettino. Alti e bassi. Una serie di circostanze e di volontà ci fa trovare il Fighiera ma il gruppo è totalmente inadeguato al problema. Sforzo supremo e distruzione di altri settori del GSP. In parallelo comincia a germogliare qualcosa di nuovo. Problemi su che cosa orientare lo sforzo: contribuire ai germogli o proseguire le immense esplorazioni disponibili? Vengono battute, con estrema difficoltà, polemiche e lentezza entrambe le strade.
Nell'80 i germogli son già fioriti, nell'83 le due strade sono quasi riuscite a confluire: i germogli sono in grado di proseguire le esplorazioni: il risultato è un anno di sfrenate ricerche e risultati, l'area GSP ha esplorato parecchio di più di tutto il resto della speleologia italiana. Secondo me la vera confluenza è stata su un problema preciso: l'Essebue. Ecco il motivo per cui l'articolo su questa esplorazione è diverso dal solito. In un'altra ottica 1'83 è l'anno in cui si impostano le future esplorazioni: è l'anno in cui si incomincia ad impostare SUL SERIO l'assedio alla città sotterranea che è al di là del fondo di P.B.
L'attività "estera" è permeata di questa storia. Distingueremo perciò l'attività sul Corchia e quella nel resto dei territori non Marguaresiani .
SUL CORCHIA
Fuori del Piemonte, in realtà, abbiamo fatto pochissime grotte. Praticamente una soltanto.
E' venuta bene, però.
Grossissima.
L'attività in zona ha un inizio preciso. Ai primi del '73 la squadra dei giovanissimi del GSP (Marco, Danilo, Roberto, ed io, nuovo acquisto) va al fondo del Corchia. Marziano deve aver subodorato come andranno le cose in futuro perché ci appoggia risolutamente, fra l'altro portandoci fin là con la sua
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"500". La discesa è una dormita continua (bivacchiamo al Vidal e alle Stalattiti) ma andiamo al fondo e, anzi, io vado anche a spasso per le gallerie lì attorno a cercare dove andava l'aria: mi sembrava incredibile che tutti si fottessero del fatto che l'Eolo era ingresso inferiore. Concludo la ricerca in zona Fangaia, eh eh. Non racconto balle, chiedetene conferma al Vanin che incontrai poco dopo e a cui lo dissi. Ne lo dico per rivendicare nulla: anzi in seguito mi venne detto che tutti lo sapevano. Bene, in tal caso TUTTI sono almeno poco furbi eccetto quei due o tre che si sono occupati poi delle esplorazioni.
Si fa una cosa e poi ci si sente dire: "l'avevo già pensata io" per dire "l'ho fatta io, in realtà".
Che fessi, fatela.
Là, mi limito a sentire quello degli ingressi alti un problema vivo, attuale, che mi riguarda. E basta.
Passa il tempo, mentre il GSP vola, complessivamente, basso. Nei primi giorni del '76 Avdo, Danilo ed Emy coalizzati mi convincono ad andare al Neil Moss, per visita. C'ero già stato col GSS, ma da fesso, solo per scendere al fondo. Scendendolo ci accorgiamo che è strano che non continui. Traversiamo alti sul pozzo e ci troviamo prima in galleria e poi su pozzo. Nuovo. Gli speleologi apuani, mi dico, sono proprio matti, cadono da un pozzo all'altro come i sassi. Stesso impegno mentale.
Ora sono passati quasi nove anni, eppure gli speleologi continuano a scendere come i sassi, ed il Neil Moss continua ad andare avanti, da qualche parte. E' impossibile che non continui. Ma allora non c'era fretta per esplorare quel nuovo ramo: ci torniamo tre mesi dopo ma fa freddo, è notte, c'è neve... Andiamo piuttosto sul Corchia, dove Avdo segnala un buco da allargare nelle cave sopra Eolo. Andiamo ... Il buco è ingresso inferiore... Andiamo in punta al monte...
Zot!
Il lettore che ignora ciò che capitò è invitato a leggersi gli ultimi anni di Grotte: io non ho voglia di riscriverlo. In altra zona del bollettino le statistiche descrivono l'impegno profuso là sotto, in un buco a quasi cinque ore d'auto da casa, sicuramente la più terribile campagna esplorativa mai fatta, almeno in Italia. In Fighiera abbiamo esplorato circa una dozzina di chilometri di gallerie, di cui circa un terzo verticali.
Bravi, eh?
Sì, sì, bravi. Bravissimi.
Peccato che per lo sforzo al vecchio GSP sia venuto un infarto e sia morto. Ha fatto smettere più speleologi il Fighiera che il Matrimonio.
Comunque dalle ceneri del GSP ne è venuto fuori uno nuovo fiammante, più simpatico, anzi no, meno antipatico, e molto più efficiente.
Ora Fighiera e Corchia fanno un milleduecento. Vorrei però precisare che il GSP NON ha il record: ne è privo. Il GSP non ce l'ha come non ce l'ho io. O Adiodati. O Marantonio. O i
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fiorentini che per primi discesero l'Elle. O i triestini che per primi raggiunsero il Marika. O Pasini. O, perchè no, mia sorella.
Per maggiori dettagli leggetevi l'articolo sulla crescita della speleologia. Voglio solo ribadire che noi non abbiamo record e non ci teniamo neppure ad averlo. Abbiamo, naturalmente, molto di più, non cedibile neppure quando l'abisso Poropopò passerà i -1800: l'infinito vanto di avere innescato la reazione che ha trasformato quella linea di pozzi che era l'Antro del Corchia nella parte inferiore di un gigante: siamo riusciti a pensarlo. Noi: ma non "noi GSP", "bensì noi esploratori del Fighiera". Molti nel GSP.
Altra attività sul Corchia è stata in battute (disordinate) che però han fatto reperire quel che ora è l'Abisso Baader-Meinhof. Anche questa è strana storia: vicino com'è al gigantesco Fighiera, e copia precisa delle sue parti verticali, gli ha ceduto sempre esploratori e così le ricerche là sotto sono andate a rilento. Andrea se ne è sempre occupato, seppure a singhiozzo.
FUORI DEL GRANDE MARGUAREIS
Grande Marguareis è quella montagna che contiene, oltre alle marguareisiane, le grotte del Monregalese, Rio Martino e Fighiera.
Ripercorriamo i dieci anni di attività.
Settantatré. Il GSP compra al GSS, a vil prezzo il giocatore straniero (io). Lo dico perché vedrete che questo vero affare ha un certo peso. Ai primi dell'anno vado al Fiume Vento con altri liguri: in un ramo in risalita nei pressi del pozzo Ancona, da noi trovato, siglo per la prima volta con la "P", GSP. Fra l'altro, mi piacerebbe sapere poi che fine ha fatto quel ramo: ci eravamo fermati su un pozzo. Quell'anno siglo GSP anche alle Ténèbres, abisso vicino Nizza, ove per la prima volta vedo in azione un matto (Lucien) con delle poignées jumar. Balbiano alle ultime battute della sua collaborazione col gruppo visita Spipola e Grotte di Castelcivita.
L'anno dopo timida esplorazione alle Tre Crocette, in Lombardia. Sonnino trova buchi sul Fenera, vicino Biella, Marziano intravede grande carsismo in Nuova Guinea. Per un po' sognamo di andarci: macché, son fantasticherie. Danilo cerca buchi dove è andato in vacanza, sull'altopiano di Asiago. Io siglo GSP su una esplorazione al Jean Nouveau, vicino Vaucluse. A -500 una risalita ci porta su un grande lago. Bellissimo ma chiuso. Poco dopo sono in fondo alla Preta con due belgi a cercare la madonna abissale: non la troviamo. Nei mesi successivi Marco e Danilo (quest'ultimo l'unico oltre a me veramente deciso a conoscere diversi mondi sotterranei) vanno in Preta più volte con Aldo. A dicembre vado con Balbiano a rilevare il Trou des Romains, vicino Courmayeur.
Settantacinque. Buco del Castello, esercitazione di soccor-
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so: il GSP ha sempre un sacco di uomini in questa organizzazione e questo favorisce i giri. In estate Andrea si aggrega ad una comitiva di esploratori francesi che deve scendere il Grellelle e ne guadagna chiara fama (n.d.r. Anche lui è nostro amico).
Settantasei. E' esploso il Fighiera e noi stiamo bruciando: a fine anno qualcuno va in Sardegna, poi in tre passano una domenica a cercare buchi in Val Maira. Val la pena di aprire un capitolo sull'argomento carsismo piemontese: all'epoca, spinti da un deciso avvio su esplorazioni nelle varie valli piemontesi (ricerche sempre poco fruttuose) tenta di ripartire l'OPS. Il gruppo però non ne viene gran che coinvolto e la cosa, pian piano, di fatto va svanendo. Continueranno sempre periodiche (periodo lungo) puntate qua e là ma senza mai crederci gran che: le operazioni però, che coinvolgono soprattutto Arietti, Gili e Villa, hanno il vantaggio di far occupare a quest'ultimo un settore fondamentale, quello della bibliografia, dell'archivio speleologico piemontese.
Settantasette. Incidente all'Omber e dunque eccoci all'Omber. Durante l'estate andiamo in Nepal, spinti da Oliaro, ma troviamo ben poco. A fine anno al fondo del Berger, sotto la spinta di Danilo. Il Fighiera finisce il suo lavoro, fondendo tutto quel che poteva fondere dentro il gruppo: si apre la forbice fra il proseguire ad oltranza le esplorazioni ed il dimenticare le glorie esplorative per dedicarsi al necessario ricambio di uomini: altri invece si limitano a balbettare di glorie passate fino a sparire dalla speleologia.
L'anno dopo riprendo a vagare con speleologi d'altri gruppi: sono con Avdo ad esplorare prosecuzioni al Ribaldone, poi a scendere parte del Pelato. A dicembre vado con Carrieri al Guaglio: a fine anno incidente al Berger, in una squadra della quale fa parte Andrea. Andiamo.
Settantanove. Concedo ai bolognesi l'insperato onore di invitarmi alle loro esplorazioni al Don Ciccillo. In fondo al P 310 però siglo GSB. Gurti va a Su Bentu. Io, a settembre al Gortani, poi alcuni, sempre roba di soccorso, vanno a Zakopane. qualcun altro al Cucco, su invito dei perugini. Marziano visita cavità in Valle Stretta.
Agli inizi dell'anno seguente sono coi veronesi al Bus de la Genziana, Arietti e C. proseguono la loro attività fiancheggiatrice in buchi piemontesi, in Val Grana. poi finalmente istigato da Casale parte un gruppo di esploratori verso l'Anatolia. I risultati speleologici sono ridotti ma è fondamentale l'andare in giro, l'idea. Tant'è che poco dopo sembra rompersi un incantesimo: i romani mi invitano al Pozzo della Neve e, ohibò, viene anche un torinese, il Curti. Non è ancora tempo, però: ai -500 una pietra lanciata con incredibile precisione da cinquanta metri di altezza lo centra in testa. Incredibilmente sopravvivono sia lui che la sua attività speleologica. A dicembre sono sul Carso, poi al Gortani ove tornerò più volte. Giuliano periodicamente va nella zona di Serle e all'Omber,
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avendo là amici speleologi. Poco dopo io vado all'Eunice, in quel momento sotto l'esplorazione savonese.
Nell'81 l'attività diventa più spessa. Curti e Vigna con veronesi in battuta a Piancavallo, in estate c'è un vero campo speleologico in Sardegna, a settembre vado con vari apuani ai Draghi Volanti a collaborare (poco) con la prima punta al fondo. Gili insiste a lavorare qua e là per il Piemonte. A ottobre sono al fondo del Boegan, coi triestini. A fine anno una battuta anomala, decisa fuori del Grande Marguareis. Baldracco e C. battono il monte Cars e poi la Verzera con risultati promettenti.
Nell'82 il GSP va addensandosi anche all'esterno: alcuni vanno al Pozzo Comune, vicino Roma; un torinese, Guiffrey, decide di andare a confrontarsi qua e là coi vari carsismi e partecipa, incredibile dictu, ad esplorazioni nell'Abisso del Tambura per poi scendere alla Preta. Nell'estate vado anch'io in Preta, poi ci torno ma gli speleologi GSP non sono ancora abbastanza svegli: i veronesi ci invitano tutti quanti e invece andiamo solo in due, Serra ed io. Sono furioso, ma ho torto: sono ancora in anticipo. Marziano prosegue attività speleologiche di sfondo in giro, sia per baboie che per graffiti. Ancora campi di soccorso: in Vercors questa volta. Ad ottobre, incredibile, il GSP va ad un convegno, quello di Costacciaro. A dicembre Patrizia inizia le sue storie giuliane, in Gortani, mentre si allargano un po' le battute in giro per il Piemonte.
Siamo ormai all'83. Io divento rigidamente GSP: se non è Fighiera è P.B.; ma intanto il gruppo ha acquistato un certo spessore. La giunzione Fighiera-Corchia è nata nell'area GSP ma non nel GSP: di Khayyam il gruppo non può rivendicare nulla, neppure la proprietà delle corde, ma ne trae forza e spavalderia. Ora ha anche uomini. Baldracco vara campagne di ricerca sulle Apuane: saltan fuori un tot di grotte sui -100. Poi è il delirio sul Marguareis: Gola, Filologa, Essebue. La città ignota è quasi assediata. A fine anno gli imperiesi ci invitano all'Hölloch, ove andiamo numerosi.
Ho evitato appositamente, notate, di citare l'attività entomologica di Casale, perché non rientra nei miei commenti. Lui ha lavorato e lavora tuttora qua e là dove convenga: lui provinciale non è mai stato.
Ora vorrei concludere. Una delle caratteristiche salienti di quasi tutti i membri del GSP è stato il rifiuto dell'attività speleoturistica e più in generale dei contatti con altri speleologi. A Torino della SSI siamo, credo, in due. Ai congressi non si va. In giro, in genere, neppure. Il GSP è oscenamente provinciale. A volte la sua torre d'avorio era giustificata: un po' come gli inglesi che dicevano "nebbia sulla Manica, il continente è isolato". A volte lo si diceva lo stesso, ci si caricava l'un l'altro di rassicurazioni, ma sembrava detto da un abitante dell'Elba "nebbia sul canale di Piombino, il Mondo è isolato". Allora si evitava, quanto si evitava, di andare in
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giro a distruggere le proprie rassicurazioni per paura di essere selezionati, di dover ricominciare a studiare. E se qualcuno lo faceva, da una parte si vantava la sua attività, dall'altra si puntava a estraniarlo dal gruppo, esorcizzandolo come mostro; se un venusiano scala l'Everest camminando sulle mani non fa paura: è un venusiano... Se invece tuo fratello fa lo stesso, allora ti fa paura, perché domani potresti doverlo fa re anche tu.
Torri d'avorio. Alcune cose hanno impedito al GSP di scendere nel ridicolo quando ce n'era il rischio: le sue sorti son sempre dipese da alcuni uomini, non da uno solo: ha sempre avuto una classe dirigente, buona. Questo se ha causato scontri a non finire (mai però, si noti, fino a proporre scissioni), ha anche garantito del movimento all'interno e soprattutto ha alimentato quell'autonomia culturale che il gruppo torinese ha effettivamente, e che gli ha permesso di essere spavaldo ed unito anche quando lo sterminio di fantasia ed evoluzione al suo interno hanno sfiorato l'osceno.
Il bollettino è potentissimo ed è veicolo di spavalderie e di coagulo interno. La Capanna, poi, è cardinale: per certi versi il GSP è la Capanna. Poi qui intorno, in genere sono mancati concorrenti esplorativi di forza confrontabile: il GSP è piuttosto isolato: è importantissimo perché, in questo modo, il gruppo ha evitato confronti distruttivi quando non avrebbe potuto reggerli. Peraltro questo non favorisce l'evoluzione. Tant'è che quelle rare volte che appare qualcuno serio che fa qualcosa sui territori standard "del" GSP (fatto questo normalissimo e, secondo me, auspicabile) all'interno del gruppo appaiono linee di panico. Ma attenzione, il punto fondamentale è che poi appaiono quelle evolutive.
Quando Claude si mise in cattedra proprio attorno alla Capanna, la parte del GSP che non riuscì a cambiare fu distrutta mentre il residuo apprese la lezione e, anche ora, la porta avanti. E quando l'Abisso Fighiera si mise in cattedra un altro GSP crollò ed il restante apprese molte cose. Ometto qui esempi più recenti e meno grandiosi.
Sprovincializzarsi.
Speleoturismo è una brutta parola e di massima può essere un attività stupida: ma uno speleologo (un essere umano, anzi) è l'insieme delle esperienze che ha avuto e se queste sono limitate o irragionevoli lui è limitato, debole ed irragionevole. Se voi togliete stimoli, problemi, difficoltà ad un bambino, se lo cullate continuamente nella convinzione che lui è intelligente e bello ne farete un vero idiota.
Ovviamente gli stimoli devono essere, almeno un po', finalizzati: percorrere tutte le grotte che appaiono sull'Atlante di Gourbon, pagina dopo pagina per poter dire agli altri "sono a pag. 56!" mi sembra stupido. Ma so perfettamente che ascoltare la voce di altri abissi e di altri speleologi fa ascoltare meglio la voce degli abissi che ognuno esplora.
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Giovanni Badino |
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esplorazioni
Prima di cedere la penna a autorevoli voci che disserteranno sulle zone nelle quali sono state spese le maggiori energie e raccolti i frutti più prelibati occorre fare un quadro di questi dieci anni di attività esplorativa. Le zone descritte infatti rappresentano il fiore all'occhiello della attività svolta ma altre zone e altri abissi hanno visto i Giessepiini all'azione. Vale inoltre la pena di ricordare che le statistiche sono troppo spesso severe, così a volte non vi figurano molti dati, omessi per semplicità, a volte in molte grotte sono state effettuati sforzi notevoli anche senza giungere a risultati eccezionali, il Garb dell'Omo è un esempio per tutte.
Ancora ricordiamo che molti di questi abissi esistono e sono tali perché noi tutti, chi più chi meno, non ci siamo mai limitati a considerare le grotte come una serie di pozzi, dove scendervi più o meno velocemente, ma come tasselli di enormi massicci da ricostruire pezzo dopo pezzo. L'atteggiamento è sempre stato, come qualcuno disse tempo fa, né con la scienza né con lo sport ma con l'esplorazione.
Piemonte: Abisso dei Perdus -539 con GSAM; F 33 o A. dei Passi Perduti -415 con CMS; A. Essebue -410; A. della Filologa -405; Abisso Artesinera -355 (sviluppo di oltre 1 Km); Gola del Visconte -330 (sviluppo di oltre 3,5 Km); Abisso Dolly -275 (sviluppo di 1.4 Km); Complesso O3-O4-O5 -250 circa; Abisso dell'Indiano -250 (6° ingresso di Piaggia Bella); Abisso 18 -200 (dove si congiunge con l'Abisso Cappa); A 28 -190; Rio Martino +190 (oltre 2,5 Km di sviluppo); Abisso Rangipur -145; Abisso Armaduk -130; A 16 -120; A 20 -120; Garb del Mussiglione -105 (oltre 1 Km di sviluppo); Alfa 16 -80 circa; B 16 -80.
Toscana: Complesso Fighiera-Farolfi-Antro del Corchia -1210, insieme ad altri Gruppi (circa 40 Km di sviluppo); Abisso Baader Meinhof -450; Buca dei Lucchesi -130; E Due -100; Abisso della Liberazione -95; Abisso Ribaldone (nuovo ramo); A. Neil Moss (200 metri nuovi).
Francia: Abisso Pentothal -500.
Turchia: Spedizione in Anatolia settentrionale con la scoperta di 13 nuove cavità, la maggiore con uno sviluppo di 400 m.
Altre uscite a carattere esplorativo sono state effettuate in varie grotte, in Italia e non, su inviti dei vari gruppi che vi lavorano, così in Toscana abbiamo esplorato al Corchia, all'Eunice, ecc.; in Veneto, alla Preta, al Bus de la Genziana; in Friuli, al Gortani e al Boegan; in Austria al Grellele; in Francia al J. Nouveau e al Joel; in Piemonte infine al CGappa, alla Mutera, all'S2 e al Bacardi.
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sintesi delle esplorazioni della conca di piaggia bella
La redazione del bollettino ha pensato di affidare al sottoscritto, in occasione del trentennale, l'improbo compito di parlarvi delle esplorazioni della Conca di Piaggia Bella, delle evoluzioni, delle stesse e della mentalità di coloro (non solo G.S.P. quindi) che vi hanno lavorato e vi lavorano.
E di questo da una parte io sono lieto per l'alto onore concessomi e dall'altra ho il timore di chi si accinge a parlare di cose sacre e sa di non esserne all'altezza. Piaggia Bella è sempre stata per noi tutti un punto di partenza, il larario dove si adorano gli dei Lari e Penati ed il timore di sbagliare è concreto.
Dopo questa onesta e dovuta premessa passo al concreto proponendovi una sintesi delle esplorazioni (con disegni) e della evoluzione del pensiero, concludendo con delle prospettive di lavoro che saranno, per forza, un po' vaghe.
Guardiamo allora come negli anni si è evoluta e ampliata la conoscenza del sistema, dagli albori, fine secolo decimonono, fino ad oggi.
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1958. |
È un anno decisivo: i Francesi congiungono Caracas con P.B. e i torinesi del G.S.P. forzano il "FIN 53" giungendo al sifone terminale superato solo da F. Vergier nel 1980 con muta e bombole. Il "dislivello del sistema è fissato a -689 (ora -660) con 5000 m di sviluppo. |
Con la conquista di questo record (allora era la prima profondità d'Italia e la seconda nel mondo) gli entusiasmi si sono calmati, si sapeva che c'erano ancora molte cose da fare, ma pochi, forse nessuno, immaginavano l'enorme sistema che c'è là sotto.
Altre grotte richiamavano gli interessi dei gruppi speleo, cosicché seguirono alcuni anni d'oblio nei quali però ci si interessò ad altre grotte dello stesso complesso. Fu la volta del Gaché, dell'F 5, dell' F 3, ecc., ma non anticipiamo e vediamoli con ordine.
Negli anni 1960-63 inoltre si era ancora esplorato qualcosa all'interno della Carsena, era stato risalito fino al sifone il torrente dei Piedi Umidi, e lo sviluppo era stato fissato a 8000 metri,
Tre lunghi anni di attesa nei quali si esplorano altre grotte, come dicevamo prima (compaiono nell'ordine F 3, Trou Souffleur esplorato dal Club Martel e F 5), e si apre il capitolo della zona della Colla dei Signori le cui acque si mischiano, nella famosa Sala delle Acque che cantano, con quelle di Piaggia Bella, per uscire insieme alla Foce.
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1967-68: |
il Club Martel di Nizza inizia le esplorazioni metodiche del Complesso di Piaggia Bella. Nasce un nuovo modo di pensare, C. Fighiera e compagni (Rousseau, Oddou, Depallens) esplorano le gallerie fossili e zone limitrofe. |
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1969: |
gli stessi esplorano il "reseau '69" tra il Siphon Aval e la confluenza. |
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1970: |
si scoprono RA e RB, finalmente si comincia a rendersi conto delle vere (?) dimensioni di Piaggia Bella. La scoperta dei due reseaux, di poco precedente al ritrovamento di Omega 5 da parte del G.S.P., allarga notevolmente i confini della presunta zona di assorbimento fino ad allora teorizzata. |
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1971: |
il G.S.P. trova Omega 5; il CMS (Centre Mediterranéen de |
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Spéléologie) il Solai. |
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1972: |
Omega 5 (-215) e il Solai (-240) sono esplorati da squadre miste CMS (Depallens, Fighiera, Oddou, Pabst, Rousseau, Soumier) e G.S.P. (Baldracco, Bonelli, De Laurentiis, Doppioni, Gatta, Gobetti, Perello). Inoltre i due gruppi insieme continuano le esplorazioni dei reseaux. |
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1973: |
un altro anno eccezionale. G.S.P. e CMS scoprono ed esplorano i Piedi Secchi (-220), la Gola del Visconte (allora -242), il Deneb (-200) il C 1 (-90) e vengono esplorati in questi anni altri due chilometri di P.B. (Ramo dei Montoneros ed altri). Nello stesso anno si rivede il fondo del Gaché (CMS-GSP) e si scoprono gallerie discendenti verso P.B. Prende piede l'ipotesi di una diffluenza interna con le acque che in alto vanno al Pis dell'Ellero ed in basso a Piaggia Bella, anzi al sifone dei Piedi Umidi, sempre appartenente al sistema P.B.-Foce, viene rivisto l'enigmatico abisso del Ferà (-160~) già esplorato in precedenza (1957-1965-1969) ma che regala sorprese a non finire. |
Dopo questa brevissima introduzione vale la pena di fare il punto della situazione ora che dovrei cominciare a parlare seriamente dei lavori fatti nell'ultimo decennio. Ma come dicevo merita fare alcune considerazioni.
C. Fighiera e compagni avevano introdotto un nuovo modo di pensare e un nuovo modo di esplorare, molti dei lavori fatti in precedenza andavano rivisti con occhi diversi, così il 1973 era stato un anno chiave. Ma che cosa rimaneva da fare ora per ampliare la conoscenza del sistema? Certamente approfondire la cavità verso il basso era esaltante così come poteva esserlo passando in alto, dal Gaché, dal C 1 e dall'Omega 1, poi bisognava capire perché P.B. non ha affluenti da destra (ora lo sappiamo: la Filologa), così Claude ipotizzò l'esistenza di un collettore parallelo al Canyon Torino ma 200 m più a Nord, ipotesi che poi si è verificata puntualmente; egli ipotizzò anche la presenza di un altro Omega 5 ad Est del Balaur, trovato poi dagli Imperiesi (S 2), infine colse l'importanza del triangolo Caracas-Gola-Gaché, zona che ora noi conosciamo essere complessa e non del tutto chiara.
La sua approfondita conoscenza lo aveva portato avanti a noi di parecchio per la comprensione del problema globale. La sua morte avvenuta nel 1974 lasciò un vuoto che però, poco per volta è stato colmato. Ora in realtà siamo molto vicini a possedere la chiave per capire.
Ma vediamo come in 10 anni siamo giunti a questo.
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Piaggia Bella negli anni
Dalle prime esplorazioni (1956-1958) ai lavori metodici (1972-1976) e agli ultimi risultati (1983). Si noti come le esplorazioni non siano omogenee nel tempo.
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Carta interno-esterno del Complesso di Piaggia Bella
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Come già dicevo in precedenza, ora le idee su P.B. sono più chiare, abbiamo risolto il mistero della mancanza di affluenti da destra in piaggia Bella, abbiamo esplorato e cominciato a capire il triangolo Caracas-Gola-Gachè, abbiamo soprattutto in tutti questi anni operato in P.B. per farla crescere e noi insieme a lei, in modo da avere su tre dimensioni il problema chiaro ai nostri occhi, ma che cosa manca ora per il salto finale?
Queste sono in pratica delle prospettive di lavoro e delle logiche conseguenze di quanto esposto dalle prime righe; dalle prime esplorazioni ad oggi gli obiettivi finali continuano ad essere gli stessi: arrivare al Lupo e di lì alla Foce, continueremo perciò a lavorare in modo da passare la zona dei sifoni sul fondo di Piaggia Bella, così come lavoreremo per passare in alto, dal Gachè, ma non solo, mai siamo stati tanto vicini alla giunzione; poi lavoreremo per conoscere meglio P.B. ai Reseaux, alla Vallini, e nei punti che il rilievo della grotta, ormai di 23-24 chilometri, ci indicherà propizi.
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Attilio Eusebio |
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càrsene e pian ambrogi
La Conca delle Carsene e la zona di Pian Ambrogi costituiscono uno degli esempi più belli di bacini carsici che si possano trovare in Italia. La conca presenta vaste distese di rocce nude, solcate da lapiez, pozzi, ed altri estesi fenomeni di modellamento carsico-glaciale; al contrario il carso di Pian Ambrogi risulta più coperto, con innumerevoli doline anche di grosse dimensioni, ed alcuni inghiottitoi attivi.
Le numerose colorazioni effettuate nelle zone hanno dimostrato che le acque sotterranee sono per la massima parte drenate verso Nord e riemergono in superficie attraverso le numerose sorgenti del Pis del Pesio. La potenzialità massima che si riscontra in questo bacino è di 1100 m, compresa tra la Cima dell'Armuse e la risorgenza attiva della grotta del Pis. La serie stratigrafica, attraversata dai maggiori abissi, è sicuramente ripiegata e fagliata più volte, e comprende litotipi databili dal Cretaceo fino al Trias. A grandi linee si riscontra nelle grotte principali un andamento prevalentemente verticale fino ad una serie di piani di gallerie fossili orizzontali, con morfologia freatica, e un successivo approfondimento con pozzi spesso di piccole dimensioni, i gruppi che hanno operato ed operano maggiormente in questo settore sono il G.S.A.M. di Cuneo, il C.M.S. ed il C.M. di Nizza, l'A.S.B.T.P.; lo S.C.V., altri gruppi francesi e più recentemente il G.S.P.
Breve storia delle esplorazioni
La prima grotta di una certa importanza scoperta in zona è il Gouffre Navella dove i francesi dell'E.S.F. del C.A.F. scendono fino a -40 nel lontano 1952 fermandosi su un grosso nevaio. Un anno dopo lo stesso gruppo scopre ed esplora fino a -135 l'Abisso Straldi. La prima esplorazione di rilievo è condotta dai francesi dello S.C.A.F. nell'abisso dei Perdus, che nel 1959 raggiunge la profondità di -285, fermandosi su una frana insuperabile.
Nel 1960 un gruppo di speleologi del Club Martel C.A.F. di Nizza esplora fino a -131 l'abisso Scarasson scoprendo un grosso ghiacciaio sotterraneo, presso il quale soggiornerà, un anno dopo per due mesi M. Siffre. Nella stessa stagione il gruppo francese inizia le esplorazioni nel Gouffre des Trois, localizzato nell'estremità meridionale della regione.
Per alcuni anni la zona non riserva grosse sorprese fino a quando nel 1967 il G.S.AM. incomincia un metodico lavoro nella Conca, dividendola in diverse aree, esplorando e rilevando tutte le cavità aperte. Gli speleologi cuneesi scoprono l'abisso Tranchero, che scendono fino a -90, ed il pozzo 2-2 dove si arrestano su una fessura soffiante a -109. I francesi dello S.C.A.F. trovano intanto lo Straldi 2.
Il 1968 è un anno molto importante per la conca: il grup-
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po dell'A.S.B.T.P. scopre l'abisso Cappa dove scende fino a quota -335, il G.S.A.M. raggiunge nel Tranchero la profondità di -200, mentre il C.M. di Nizza raggiunge nel Navella la profondità di -116 m.
Alcuni anni di oblio, durante i quali più gruppi continuano le battute superficiali, fino al 1971 che vede impegnati nel settore più orientale della conca gli speleologi del G.S.A.M, che esplorano l'8-15, il 9-10, il 9-20 a -98, l'8-5 a -150, mentre i francesi dello S.C. Vallauris e del C.M.S. scendono nell'A. Marcel fino a -270.
Il 1973 è una data decisiva per tutto quello che riguarda l'esplorazione sotterranea della zona: Claude Fighiera ed il C.M.S. inventano parecchie prosecuzioni e soprattutto un modo nuovo di concepire la speleologia: le grotte e le loro prosecuzioni vengono cercate non più quasi a caso ma secondo canoni ben determinati e precisi. I francesi trovano così continuazioni al Cappa, ai Perdus dove raggiungono la profondità di -460, e allo Straldi si fermano a -545 per mancanza di materiali. Nello stesso anno lo S.C.A.F. raggiunge in territorio francese il fondo del Gouffre d'Armuse a -119, il Club Martel scende fino a -190 nel Trou Chou-Fleur mentre il G.S.A.M. esplora il 2-25, profondo 121 m, localizzato ai margini settentrionali della conca.
Il 1974 vede impegnati parecchi gruppi speleologici ed i risultati non si fanno attendere: il G.S.A.M. con il G.S.P. raggiunge a -540 il fondo dei Perdus (l'esplorazione è un regalo di Fighiera agli italiani), il fondo del Rangipur a -145 e del Buco delle Ortiche a -80. L'A.S.B.T.P, esplora il Cappa fino a -440; nello stesso abisso un mese dopo il C.M.S. si arresta a -662 su un sifone. Gli stessi speleologi nizzardi collegano 8-C con lo Scarasson portando la profondità dell'abisso a -230, nel 6-C raggiungono i -130 m. I francesi dello S.C.A.F. toccano il fondo dello Straldi 2 a -110 m, mentre con altri gruppi transalpini, il C.M. e lo S.C.V., scoprono nei valloni Nord delle Carsene il Serge e l'Aven Martine esplorato fino a -150.
Nel 1975 i grandi protagonisti sono ancora i francesi del C.M.S., senza Fighiera, perito in un incidente sulla strada del Marguareis nell'autunno del '74. raggiungono nello Straldi la profondità massima di -614, nel Cappa scoprono un enorme sistema di gallerie orizzontali che esplorano anche nell'autunno successivo, portando il sistema ad uno sviluppo complessivo di oltre 7 Km e ad una profondità di quasi 700 m. Con i fortissimi speleo dell'A.C. Toulon trovano anche la prosecuzione nel Trou Chou-Fleur su due vie profonde rispettivamente -209 e -308, mentre nel Navella si toccano i 207 m di profondità.
Gli anni successivi sono più magri: nel '77 i francesi del Club Martel e S. C. Vallauris raggiungono il fondo del Gouffre des Trois a -329, gli stessi nel '78 terminano i lavori al Serge con due fondi di -356 e -288, e nell'8-5, che diventa l'abisso Fondant, di 260 m. i cuneesi intanto raggiungono nel Tranchero
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la profondità di -292 e -261.
Agli inizi degli anni '80 anche il G.S.P. rivolge una parte della propria attività esplorativa a questa zona. Nell'81 scopre proprio a Pian Ambrogi il Pentothal che scende fino a -500 fermo su sifone. Sempre durante lo stesso anno esplora nel vallone laterale della conca alcuni interessanti pozzi: il Pi-greco scende fino a -150 (continua) ed altri tre pozzi sono chiusi a -80 da spettacolari riempimenti di neve e ghiaccio. I cuneesi trovano un -80 sul confine italo-francese, un terzo ingresso all'abisso 9-10/9-20, mentre nell'8-15, visto anche dai francesi, si raggiungono i 115 m.
L'82 vede ancora alla ribalta il G.S.P. che scopre il secondo ingresso del complesso del Cappa, l'abisso 18, collegatosi dopo 200 m di pozzi e meandri a -300 nella galleria Barraya. Lo stesso gruppo esplora nella conca il Pozzo Marco profondo 80 m. Il G.S.A.M. ancora nel Tranchero tocca in un ramo laterale i -175m.
L'83 infine segna il ritorno dei francesi del C.M.S.: al Cappa trovano un grande collettore sifonante ed 1 Km di nuove gallerie, al Marcel esplorano nuovi pozzi, mentre al Gouffre des Quatre forzando una strettoia accedono ad un importante sistema profondo per ora 300 m.
Le ricerche quindi continuano ancora, sia nelle Carsene sia nella zona di Pian Ambrogi; sicuramente c'è ancora parecchio da esplorare... gli abissi ci attendono.
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Meo Vigna |
Fantaspeleologia o ipotesi sulle Carsene
Le Carsene sono l'unione di due grosse conche disposte a circa 90° l'una dall'altra. La prima ha origine a Colla Piana e si collega nella zona di Gias Ortica con la seconda che nasce da Passo Scarasson.
Si possono ipotizzare alcune teorie fantaspeleologiche su quest'ultima in quanto per motivi morfo-geo-strutturali è stato possibile accedere ad alcuni tratti del complicatissimo sistema sotterraneo che dovrebbe estendersi in profondità. Il fenomeno più esteso per ora conosciuto è l'insieme del Cappa-18 che si sviluppa per circa 9 Km e raggiunge una profondità di quasi 700 m. Siamo convinti che quanto fin ora è stato esplorato è solo una piccola parte delle gallerie che si sviluppano ad una quota compresa tra i -500 ed i 650 del Cappa. Al momento attuale è possibile ipotizzare l'esistenza di una serie di gallerie fossili che congiungono la zona immediatamente sottostante il Passo Scarasson (Abissi Fondant, Marcel, Scarasson) con la prosecuzione dello Straldi, oltre il limite esplorato, del Cappa, con la zona di Pian Ambrogi e con un piano di gallerie, orientate grosso modo Est-Ovest nella zona più settentrionale della conca.
Gli ingressi alti di questo ipotetico sistema sarebbero lo-
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calizzati con i buchi soffianti della zona di Passo Scarasson, Punta Straldi, Bric dell'Omo. Gli ingressi inferiori si troverebbero nella Valle dei Greci ed in altre due o tre zone ben definite nella parte bassa della conca (zona 18, zona C-6). Il problema principale per confermare questa ipotesi è quello di riunire e dipanare la matassa delle numerose gallerie esplorate nei vari abissi localizzati tra quote 1500 e 1800. Questo lavoro richiede un impegno molto pesante: è probabile che ci si trovi di fronte alla fase fossile di un estesissimo sistema a più piani ormai approfondito. In pratica mancando un piano di rocce impermeabili come a P.B., è possibile trovarsi di fronte ad un nuovo Fighiera.
A confrontare l'ipotesi dei vari livelli di gallerie sono i dati delle esplorazioni e le osservazioni superficiali nel Vallone dei Greci, dove si trovano relitti di grossi tratti orizzontali. I collettori attivi al momento attuale non dovrebbero essere percorribili perché localizzati al di sotto della falda freatica.
La conca che si estende da Colla Piana al Gias dell'Ortica pur presentando imponenti fenomeni carsici superficiali non ha finora permesso l'esplorazione di grotte profonde ad eccezione del Rangipur e del 2-2. Stupisce soprattutto, in rapporto all'altra area, la debole circolazione d'aria presente in tutta la zona. Negare l'esistenza di un carsismo profondo pensiamo che non sia possibile, pertanto la causa di carenza di grotte percorribili va ricercata sia nella natura delle rocce presenti (calcari dolomitici), sia forse nella mancanza di caparbietà nella ricerca e nella disostruzione degli ingressi. La scarsa circolazione d'aria, d'altro canto, può essere spiegata con i notevoli spessori di copertura nelle zone settentrionali dove dovrebbero essere localizzati gli ingressi bassi.
Al momento attuale non ci sentiamo assolutamente in grado di affermare che al di sotto di questa conca non si possa esplorare, in un futuro anche molto prossimo, un complesso di diversi chilometri di sviluppo.
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Piergiorgio Baldracco Meo Vigna |
marguareis versante sud
Il versante Sud del Marguareis è la maggiore zona carsica del Piemonte e una delle più importanti in ambito europeo. La zona è delimitata geograficamente a Ovest dal confine di stato compreso tra la Colla dei Signori e la Punta Marguareis; a Nord dal crinale spartiacque Punta Marguareis-Rastelli del Marguareis-Pian Ballaur, a Est dal breve crinale tra Pian Ballaur e la punta innominata all'estremo Sud della cresta stessa; a Sud dal fondovalle del vallone dei Maestri. Questi sono i confini esterni o storici, ma recenti esplorazioni hanno fatto comprendere
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come in effetti il carsismo profondo di questa zona raccolga acque meteoriche anche al di fuori dell'area geografica ora descritta.
Le principali risorgenze sono due: la prima è la Foce (Val Tanaro), che accoglie il 95% delle acque, mentre la seconda è il Pis dell'Ellero che è solo marginalmente interessata all'idrografia della zona.
Il carsismo profondo può essere diviso in tre grossi sistemi. Il principale è quello che gravita attorno al collettore di Piaggia Bella e che è tuttora in corso di esplorazione e di estensione conoscitiva. La seconda area di cui sono noti fenomeni carsici profondi è quella attorno alla Colla dei Signori e più precisamente la zona F, secondo la denominazione adottata dal nostro gruppo nel 1962. La terza è quella compresa tra la zona F e la conca di Piaggia Bella: pur avendo una superficie circa pari a quella della zona di P.B., essa non presenta al momento attuale grotte profonde ne tanto meno un collettore, ad eccezione di un buco esplorato l'anno scorso dal GS Bolzaneto, la cui profondità di circa 200 metri è dovuta più a favorevoli condizioni tettoniche che a vero ruscellamento.
Di P.B. si parla in altri articoli; soffermiamoci pertanto sui "buchi" della zona F o limitrofi. Il sistema dell'abisso Eraldo Saracco - Passi Perduti, conosciuto anche come F5-F33, è indubbiamente al momento attuale il fenomeno più importante della zona, anche in considerazione che il terzo abisso che qui supera i -300 (l'abisso Cesare volante o F3) è praticamente congiunto con F5: infatti da una poligonale interno-esterno fatta nel '68 è risultato che il fondo dell'F3 è praticamente sovrapposto alla sommità di un pozzo dell'F5. Questo complesso termina a -510 su un lago sifone, mai tentato, sifone che ha sbarrato il passo verso le risorgenze del Lupo, anche se le colorazioni fatte hanno dimostrato che la fluoresceina impiega meno di 36 ore a percorrere i circa 5 Km che separano il sifone dalle risorgenze. Questo tempo, se confrontato col tempo impiegato dall'acqua di P.B. per raggiungere il Lupo (7 giorni), fa pensare non essere fantascienza una possibile giunzione zona F-Lupo. Negli ultimi due anni i colleghi del Club Martel di Nizza e speleo Club Vallauris hanno esplorato l'abisso Joël che si trova in territorio francese trenta metri oltre la frontiera; la profondità attuale è di 405 m, ma quello che lascia stupiti è lo sviluppo di gallerie orizzontali che supera attualmente i due Km. Queste gallerie hanno riaperto il discorso della zona F perché dimostrano che anche in questa zona (come a P.B.) si è avuto un periodo di circolazione "sotto pressione", e rafforzano la tesi del mitico passaggio fossile verso il Lupo. In attesa di poter unire su un'unica carta tutti i rilievi di queste grotte, è necessario riprendere i lavori nell'F5 per accertarsi che nel lontano '68 non sia sfuggito qualche passaggio fossile o piano di gallerie.
E' doveroso citare pure il Trou Suffleur (-420) esplora-
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to (e allargato) dal Club Martel e dal CMS di Nizza. Questa grotta costantemente stretta pare essere un fenomeno a sé stante non collegato con gli altri abissi e quindi di importanza secondaria.
Conclusioni: dove è la via del Lupo?
1) La zona F è quella più favorita riguardo a una possibile giunzione. La fluoresceina impiega un tempo record e dimostra che il sifone che ci ha fermato all'F5 è più un "incidente" geologico che una falda sospesa. Intensificare quindi le ricerche interne-esterne in quella zona è a questo punto un obbligo.
2) L'area compresa tra la zona F e PB: penso sia il caso di dire "hic sunt leones". L'estensione, il fenomeno carsico superficiale e i buchi soffianti, uniti alla totale mancanza di corsi d'acqua esterni, fanno supporre che esista un collettore di dimensioni notevoli, ma tutti i nostri ripetuti tentativi di forzarlo sono fino ad ora risultati vani. Il giorno che riusciremo a superare la sottile fascia di calcare fratturato che troviamo in superficie, sono certo che scopriremo una nuova PB e forse la via che attraverso la "Sala delle acque che cantano" ci porterà finalmente al Lupo.
3) Piaggia Bella. Fino a quest'estate io sono sempre stato uno di quelli che derideva chi diceva che un giorno avremo superato il sifone terminale e saremo giunti al Lupo; ora, dopo la scoperta della Filologa, resto muto e penso che la sola cosa da fare sia quella di esplorare tutte le possibilità che questo nuovo sistema ci presenta verso Ovest, e poi forse, chissà, può darsi ...
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Piergiorgio Baldracco |
monregalese
La speleologia del Monregalese è fatta di buchi, tanti, in cui leggere le tracce dei complessi che si nascondono, in cui esaltare le proprie speranze ogni volta che una strettoia è superata, per affogarle 15 metri più avanti di fronte alla successiva frana; tanti problemi diversi, uno per ogni sistema, tanti complessi, con un punto in comune, essere irraggiungibili.
Uno dei luoghi comuni era che risalendo una certa cascata al Garb dell'Orno inferiore si sarebbero dovute trovare le grosse gallerie corrispondenti a quelle fossili prossime all'ingresso. Non è vero. Dopo 70 m di risalita, un grosso condotto che poco dopo si getta in un pozzo con sifone al fondo.
Si è conclusa in questo modo la campagna di risalite condotta nell'82. E' comunque di buon auspicio la presenza di una notevole corrente d'aria avvertibile lungo le risalite su sezioni colossali. Le possibilità esplorative si sviluppano oltre che naturalmente in senso verticale (direzione dell'aria) anche verso due meandrini, raggiungibili in artificiale. Che la grotta facesse parte di un complesso di notevoli dimensioni è confermato dalla presenza di numerose cavità nella zona circostante, il cui sviluppo complessivo raggiunge i 7 Km, tutte fossili, tutte appartenenti al sistema dell'Omo e di cui que-
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st'ultima era la risorgenza.
Novità antiche invece dalla Tana del Forno o Grotta dell'Orso. Il GSAM, in uno dei suoi momenti di lucidità, risalente al '72, trovò la prosecuzione arrivando al collettore che porta l'acqua dalla Conca delle Turbiglie fino alla risorgenza delle Fontanelle o dei Galliani che dir si voglia. Ne è uscito un abisso di oltre 200 m con uno sviluppo di 1300 m in cui il collettore è percorribile a monte e a valle fino a due sifoni.
Tra quello terminale e le Fontanelle ci sono 1 Km in linea d'aria, una sessantina di metri di dislivello e vasti bacini sotterranei, come supposto a suo tempo in seguito alle colorazioni e confermato in parte dai sub belgi in esplorazione alla risorgenza.
E' comunque il Mondolé che ha riservato le novità più gustose, sia qualitativamente che quantitativamente a al tempo stesso le maggiori delusioni. Artesinera, Bacardi, Dolly, Erpes, e il nuovo buco dei cuneesi, si aprono in uno spazio relativamente ristretto creando nel con tempo una serie di complicazioni al momento insuperabili (i rispettivi fondi). Artesinera,-Bacardi, Erpes Zoster: gettano acqua in Val Corsaglia 700 m più in basso e alcuni km più a valle.
Promettono un collettore di dimensioni inaudite ed è questo il motivo per cui GSP e GSAM hanno dedicato alla zona particolari attenzioni.
L'Artesinera è passata dai -12 ai -355 in dieci anni di discese quasi continue che le hannoo dato cinque fondi tra i -130 e i -355. Le possibilità esplorative inseguono al momento 20 m di arrampicata a -200 per seguire la solita corrente d'aria. Il fondo pur non chiudendo decisamente, continua su dimensioni irrisorie. in meandro strettissimo ed è scarsamente promettente.
Le colorazioni, effettuate nell'82 hanno dato risultati positivi alla risorgenza della Stalla Buorg in Val Corsaglia. Discorso analogo per il Bacardi (GSAM '82), che a detta di coloro che hanno partecipato alle esplorazioni è grande, caldo e concrezionato. E' posto sulle pareti che guardano la Val Corsaglia a una ottantina di metri dalla cresta. Scende a -420 ed ha i medesimi difetti dell'Artesinera: chiude.
Ultimissime, Natale '83: GSP e GSAM trovano ognuno un buco e li esplorano fino a -50 dove chiudono, l'uno su strettoia, l'altro su frana. Il nostro è l'Erpes Zoster. Entrambi si riallacciano ai discorsi precedenti in fatto di risorgenze.
La dolina di Prato Nevoso porta le sue acque in Val Maudagna oltre l'abitato, ma anche in Val Corsaglia e a Bossea. C'era anche un buco che però è stato interrato per non ostacolare la pista da sci perché anche l'industria dello sfruttamento della montagna ha i suoi diritti.
Circolazione ristretta invece per il Dolly che raccogliendo le acque di una piccola zona del Mondolé sopra alla Balma, le porta ad uscire ad Artesina nel torrente Maudagna. La grotta esplorata tra il '78 e 1'80 è comunque di dimensioni discrete: -275 con 1400 m di sviluppo.
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Altre novità dalla Val Corsaglia. C'è una grotta che a Torino si chiama Mutera e in Val Tanaro Mottera: questo deve essere il suo nome e infatti è l'SCT a trovare la prosecuzione, dove da dieci anni tutti dovevano andare e nessuno era mai andato. Oltre la cascata gallerie enormi e sale immense e lavoro per cento anni.
La zona d'assorbimento è estremamente incerta perché, mentre è noto che gran parte dell'acqua proviene da una perdita all'Alpe degli Stanti e che il bacino giunge forse alla Colla dei Termini, d'altra parte zone praticamente verticali rispetto al percorso della grotta, portano le loro acque al Rio Borello. Inoltre anche la risorgenza è estremamente complessa a causa delle numerose diffluenze.
In ultimo il Garb del Mussiglione che nell'81 ha ricevuto visite che hanno portato il suo sviluppo prossimo al Km e la profondità a -105. Il livello di base vicino al fondo attuale della grotta e la vicinanza della presunta risorgenza (50 m in linea d'aria) fanno escludere la possibilità di ulteriori prosecuzioni.
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Ube Lovera |
rio martino
Siamo al trentennale del G.S.P. e mi pare sia giusto scrivere anche due righe su Rio Martino.
E' una grotta conosciuta da tutti e di tanto in tanto anche esplorata ulteriormente. Sul primo Elenco Catastale delle grotte del Piemonte e Valle d'Aosta è segnato uno sviluppo di 1650 m con un dislivello di +120 m, DEMATTEIS G., 1957. Questi dati comprendono: ramo inferiore (compreso ramo fossile), Salone, ramo superiore (compresi: Sala Rossa, Trivio, cunicoli dei vento). Sono state poi scoperte altre parti, ma veniamo agli ultimi 10 anni.
Nel 1975 il GSP ritorna all'assalto (coadiuvato anche da alcuni soci dello Speleo Club Tanaro CAI Asti e dal GSAM CAI Cuneo) con l'intenzione di rivedere un po' meglio il ramo inferiore; vengono così esplorati e rilevati 200 m di gallerie sulla via del torrente a monte e 150 m nella zona del Frate e della Monaca.
Dal '77 ad oggi vengono trovati altri rami nella zona sopra il Pissai: il Ramo delle Pietre Verdi con 370 m di sviluppo (100 circa da rilevare) che raggiunge il punto più alto del la grotta (+188 m, quota 1718 s.l.m.), da cui si dipartono il Cunicolo Anomalo, i Lunghi Coltelli e Sirio (vedi Grotte n. 78, 1982), "Uretra di Giovanni" con 110 m di sviluppo da cui parte il ramo dell'Elfo Maledetto (sviluppo sui 90 m) ancora in esplorazione, fermo sotto una risalita con cascata e molta aria.
Concludo questo elenco dando un aggiornamento su dati di sviluppo: dislivello +188 m, sviluppo 2370 m più 200 circa anco ra da rilevare.
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Walter Zinzala |
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10 anni di corsi
Trarre delle conclusioni su 10 anni di corsi è estremamente difficile; soprattutto per chi, come il sottoscritto, nei corsi ci crede; è improbo, ed inoltre credo che esse sarebbero anche plagiate dal mio modo di vedere e vivere sia il gruppo che il corso.
Partiamo quindi dalle statistiche che è più semplice e poi cerchiamo, io che scrivo e voi che leggete, di capire che cosa abbiamo tentato di fare, a quali risultati siamo giunti e al futuro dei corsi.
Arrabbiatissimo anni fa teorizzavo determinante la funzione del corso per la vita del G.S.P.; ora più superbamente credo che gli splendidi risultati raggiunti e la vitalità del gruppo siano anche merito di alcuni corsi ben riusciti. Guardiamoli ora uno per uno.
Austerity (auto proibite di domenica) e corso non vanno d'accordo, così il 1974 rimarrà un anno buio, la speleologia lo ricorderà con amarezza, tra vari problemi infatti, anche di gruppo, il corso non si fa. Vivace è invece il 18° (1975), con Doppioni direttore, che mostra ottime speranze che purtroppo rimangono tali (Baiardi, Brunasso, Fulgione, Morganti, Neirotti, Pia). Ancora Doppioni con Badino dirigeranno il 19° corso (1976). Qui, complice un abisso di fama ormai mondiale, di speleologi ne rimangono pochi (uno è Marzano).
Primo corso di marca Villa, il 20° in ordine, che ripropone il consueto tema che far speleologia è una questione di testa e non di braccia. Poche purtroppo le individualità di spicco (Giagnorio, Coppa, Giannelli). 21° corso, sempre Giuliano in testa con altri che spingono, ed infatti dal corso nasce una buona scuola, molti speleologi che saranno attivissimi negli anni successivi (Benevolo, Curti, Pulzoni, Eusebio, Segir, Tesio, Mazzer). Ancora Giuliano che tira, ma gli altri questa volta non spingono più, così il 22° corso va avanti come può e di speleologi ne rimangono pochi e in genere per poco tempo (Ballesio, Giraudo, Martorana, Giachino).
Largo ai giovani e soprattutto largo alle gestioni collettive, con indubbio guadagno per la salute mentale dei direttori, il 23° corso è così affidato a Curti, Eusebio, Pulzoni e Zinzala. Molte le idee ma pochi i fatti e pochi i nuovi speleologi. Più fortunato è invece il 24° corso diretto da Pulzoni e Eusebio dove l'impegno di tutti supera il sensato. Comunque tanto dai e tanto ricevi, cosicché questo corso regala al G.S.P., almeno per ora, speleologi interessati e determinanti (Barisani, Chiabodo, Gabutti, Guala, Guiffrey, Lovera, Nobili e Serra). Il 25° corso, sotto la guida di Vigna, Perello e Zinzala risente troppo dello stato di transizione nel quale si trova il gruppo e pochi allievi sembrano interessati veramente (Cagnot-
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to, Giovine, Sconfienza, Valente). 26° corso: di nuovo i giovani, Gabutti e Chiabodo, con la supervisione di Vigna, poche purtroppo le individualità di spicco, in un gruppo che sta crescendo a vista d'occhio e che stritola chi si frappone, corso compreso.
Considerazioni sul corso, ora se ne possono fare molte, si possono riempire decine di bollettini, fare polemiche più o meno inutili, e io non voglio sprecare pagine su questa linea, voglio però indicare quali sono state soprattutto negli ultimi corsi, a mio avviso chiaramente, le scelte giuste e dare uno spunto su cui discutere.
Così mi sembra importante far notare che le gestioni collettive sono utili se non indispensabili, come è altrettanto importante la suddivisione in due fasi del corso, una di introduzione, e una di "specializzazione". Utile o meglio indispensabile è la palestra settimanale, e le dispense. Meglio inoltre se a comunicare le idee sono giovani con idee giovani.
Ma su tutto e tutti credo indispensabile, e le statistiche lo dimostrano, che la trasmissione di esperienza sia fatta con umanità e modestia. Per dire qualcosa bisogna avere qualcosa da dire e poi bisogna anche saperlo fare con impegno.
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Attilio Eusebio |
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le "sezioni"
magazzino
Il magazzino è certamente una sezione molto importante per l'attività del nostro gruppo. Anche in questo settore si sono osservate le ripercussioni di quell'evoluzione, sia tecnica che mentale, che c'è stata in questo decennio nella speleologia esplorativa, e quindi si è avuto (parallelamente all'accresciuta attività in grotta) un incremento notevole del nostro parco materiali.
Il nostro magazzino ha ancora sede nel vecchio scantinato in via delle Orfane i cui muri potrebbero certamente descrivere, con maggiore precisione di quanto posso fare io in queste poche righe, l'attività di questa sezione: dagli scavi di John, alla costruzione di scalette, alla verifica delle corde e alla loro misurazione, alla realizzazione di un nuovo pavimento per il locale, alla costruzione dei tendoni, al normale prelievo e restituzione dei materiali. Ed è proprio in questi momenti che emerge la figura del magazziniere, il cui compito viene ostacolato a volte dalla tipica indole del membro GSP che, pur cosciente dell'importanza del fatto che per un buon funzionamento del magazzino occorra riportare il materiale pulito e in tempo, molte volte finisce per dimenticarsene. Nell'ipotesi migliore, in cui riesce ad avvicinarsi verso la sede, può sempre succedere che occasionalmente "il gatto e la volpe" lo convincano a disertare l'appuntamento. Dulcis in fundo, riusciti-a superare tutte queste difficoltà, può accadere che i materiali arrivino, ma che il magazziniere sia costretto ad un attento lavoro archeologico per riportare alla luce le corde nascoste dal fango.
Fortunatamente questi sono casi limite, ma occorre ricordare che non abbiamo ancora imparato a volare (qualcuno non ci credeva e ha voluto provare) e quindi abbiamo bisogno delle corde per scendere e risalire i pozzi.
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Carlo Curti |
catasto
Fino al 1979 gestito da Carlo Clerici, poi da Paolo Arietti fino al 1982, attualmente se ne occupa Giuliano Villa.
Per un lungo periodo il lavoro di riordino e di aggiorna-
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mento è rimasto pressoché fermo e solo negli ultimi anni si è ripreso a schedare le nuove grotte e a riordinare i vecchi dati anche grazie ad alcuni giovani che si sono impegnati in questo ingrato lavoro. Attualmente le cavità catastate sono circa 800 suddivise per province e, dove è alta la densità di grotte, come nella provincia di Cuneo, anche per zone calcaree.
Dall'1 al 100 sono comprese le grotte in provincia di Asti e Alessandria, dal 101 al 1000 le grotte della provincia di Cuneo situate nelle Alpi Liguri e Marittime, dal 1001 al 1500 ancora grotte della provincia di Cuneo ma delle vallate delle Cozie, dal 1501 al 2000 le grotte nella provincia di Torino. Dal 2000 in avanti sono schedate le grotte che si aprono in Val d'Aosta e nelle province di Novara e Vercelli, queste ultime di competenza dal 1974 del Gruppo Speleologico Biellese CAI.
Allo stato attuale il Catasto comprende i primi due elenchi curati rispettivamente da Dematteis e da Dematteis-Ribaldone più un aggiornamento comparso sulla monografia "Il Monregalese" nel 1970. Un nuovo aggiornamento comprendente i dati del le cavità esplorate dal 1970 ad oggi è in fase di avanzata stesura.
Parallelamente è continuato il lavoro di riordino dei dati in possesso del G.S.P. che sono stati raccolti in cartelle, grotta per grotta, a formare voluminosi dossiers. Nelle cartelle sono stati raccolti i dati essenziali all'identificazione delle grotte, il rilievo e le schede d'armo, oltre a tutte le notizie che si sono ritenute importanti per lo studio delle singole cavità (notizie geologiche, biologiche, archeologiche, bibliografiche, ecc.). Per la schedatura e la numerazione ci si è attenuti rigorosamente alle norme dettate dalla S.S.I.
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Giuliano Villa |
archivio scientifico
Era una sera di settembre del 1972 quando, scendendo dalle Mastrelle, Ruggero Gatta mi disse: "Che ne diresti di occuparti dell'archivio topografico?". A quella domanda subdola io, giovane del G.S.P., risposi stupidamente: "Perché no".
Iniziò così questa mia nuova attività che dura tuttora. Molta acqua è passata... nelle grotte ma poco è cambiato dalla impostazione data dal mio predecessore. Disponiamo da sempre di un armadio in cui, con varie acrobazie, dato l'esiguo spazio, vengono riposti tubi e cartelle. La disposizione dei rilievi si articola come segue. Gli originali sono archiviati in due grandi cartelle e in cartelline specifiche diverse per zone
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esplorate (valli, complessi carsici, province, ecc.). I lucidi di grandi dimensioni trovano collocazione in tubi con sigle L1, L2, L3..., i piccoli in cartelle con le sigle LA, LE. LC... Le copie sono archiviate con lo stesso sistema escludendo la lettera L. Tramite una rubrica è possibile ricercare ed avere registrata la situazione del materiale in possesso per ogni cavità (lucido, cartina esterna, sezione, pianta, riduzioni, copie).
L'archivio comprende anche cartine IGM al 25.000 delle zone di interesse speleologico e cartine al 50 e 100.000 anche geologiche. Siamo in possesso di lucidi e/o copie di circa 850 grotte. A partire da quest'anno, in concomitanza con la revisione e aggiornamento del catasto si sta provvedendo al completamento del materiale a disposizione dotando di copie i rilievi delle grotte di cui esiste solo lucido o disegno originale.
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Uccio Garelli |
capanna saracco-volante
Tutti sappiamo dove si trova, come ci si arriva, a cosa serve e come si lascia. Nonostante la nostra fama di persone "selvagge" senza leggi "civili" (questo è comunque ciò che affermano altri) è ancora in piedi e in ottimo stato.
In questi ultimi anni si sono eseguiti diversi lavori: verniciatura esterna, catramatura, rinforzo alla base del tetto, lavori al pavimento, pareti, ristrutturazione mobilio, ecc. Abbiamo finalmente cambiato materassi, coperte, cuscini, serratura e porta (ormai distrutta da persone non ben identificate).
Si sta ora pensando di mettere i vetri doppi alle finestre e dulcis in fundo... si sta prospettando un ampliamento, quanto mai necessario per fronteggiare gli aumentati afflussi di speleologi in tutte le stagioni, e per creare un locale invernale sempre aperto che potrebbe forse evitare gli atti vandalici di estranei che più volte hanno forzato porte e finestre per entrare. Pare che qualche finanziamento si possa avere; si tratterebbe di progettare una costruzione idonea, che non si sa ancora bene se affiancare all'esistente o se dislocarla nei pressi.
Tempo fa si è anche parlato di installare un apparecchio telefonico, ma per problemi tecnici e burocratici siamo ancora in alto mare; comunque la cosa pare sia fattibile.
E' doveroso ricordare che la Commissione Rifugi del CAI ci ha aiutato non poco nelle spese di manutenzione ordinarie e straordinarie, ma ovviamente ciò non basta. Si è decisa quest'anno un'autotassazione dei membri del gruppo (5000 lire annue) per le piccole spese.
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Walter Zinzala |
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biospeleologia:
attività degli ultimi dieci anniQuando Marziano mi ha chiesto una breve relazione sull'attività biospeleologica per il trentennale del GSP non potevo credere che fossero trascorsi 10 anni dal mio ultimo, analogo scritto. Eppure sì: ritrovo, sul Bollettino Grotte n° 52 (1973), il mio articolo, che riassumeva non dieci, ma venti anni di attività del gruppo in questo campo!
Debbo confessare che quell'articolo mi era costato più fatica, avendo richiesto una documentazione e una ricerca bibliografica su ricerche compiute da altri, e solo negli ultimi anni (1967-1973) passate nelle mani del sottoscritto. Invece, questi ultimi dieci anni sono un po', come dire, un'autobiografia; ma sarei un presuntuoso ed un ingrato se dimenticassi tutto l'aiuto e l'appoggio che ho avuto, in questa attività, da amici del gruppo, da colleghi di lavoro, e da mia moglie Germana: a tutti un grazie, e la speranza di poter riuscire a rileggere fra dieci anni, analoghi resoconti.
In dieci anni possono succedere, e in effetti succedono, tante cose. Il 1973 coincide con un brusco calo delle mie attività speleologica "sportiva" ed "esplorativa", e con lo scioglimento del gruppetto biospeleologico che aveva lavorato all'interno del GSP negli anni immediatamente precedenti: "A.A.A. Aphaenops cercasi", ovvero Achille Casale, Adalberto Longhetto e Andrea Gobetti, fanno le loro scelte e prendono ciascuno la sua strada, pur rimanendo sempre legati fra loro ed il gruppo.
Per quanto mi riguarda, la mia crescente attività entomologica in campo non solo biospeleologico, gli impegni di lavoro in un Istituto, le prospettive del servizio militare e della laurea nel 1974, segnano da un lato il tramonto dell'attività di gruppo, e dall'altro l'aumento delle ricerche quasi esclusivamente biologiche e l'approfondimento dello studio "a tavolino" degli organismi sotterranei.
Nel 1973-74 visito grotte in Piemonte, nell'Appennino Ligure e nelle Apuane. Esce uno studio (Vigna Taglianti A. e Casale A. , Fragm. Entomol., 1973) sul "gruppo del Duvalius carantii", con una sintesi di dati su specie in buona parte cavernicole del Piemonte, primo frutto di una collaborazione con un amico sempre legato al suo Piemonte ed alle sue Alpi Marittime e Liguri: collaborazione che dura ancor oggi, sul terreno e in laboratorio, cementata da una sicura amicizia.
Nel 1974, approfittando di alcuni mesi di servizio militare a Verona, torno più volte ai meravigliosi Lessini, meta di indimenticabili escursioni di fine settimana con Andrea, Adal-
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berto, Marziano e molti altri, alla ricerca di quel leggendario Italaphaenops che sempre aveva eluso le nostre ricerche. E qui, in una non vasta grotta facile ed orizzontale, ritrovo questo straordinario coleottero Trechino, sul quale verrà successivamente pubblicato un approfondito studio morfologico e sistematico, con la descrizione del maschio ancora ignoto (Casale A. e Vigna Taglianti A., Boll. Mus. Civ. St. Nat. Verona, 1975).
Nel 1975 faccio un viaggio di nozze di 45 giorni attraverso la Turchia e l'Iran, inaugurando quella che sarà una lunga serie di viaggi entomologici e biospeleologici con mia moglie e con amici vari nel bacino del Mediterraneo: ma, accanto alle grotte della Sicilia, dei Pirenei, della Jugoslavia, della Grecia, della Turchia, dell'Algeria, continuo le ricerche nelle grotte del Piemonte. E mi accorgo dell'enorme lavoro che rimane ancora da fare nella nostra regione. Vasti settori delle Alpi Pennine, Cozie e Marittime attendono pazienti esplorazioni biospeleologiche: nuovi Doderotrechus, nuove Parabathyscia e Dellabeffaella, nuovi Diplopodi, e moltissimi dati ecologici su specie note, talora del tutto inattesi, vengono alla ribalta (cf.. Casale A., Fragm. Entomol. vol. XV, 1980; idem, mem. Biospel. 1980); e specie "cavernicole", ritrovabili in grotta da molti anni, compaiono abbondanti all'esterno, con la tecnica dello scavo e delle esche interrate, in ambiente endogeo e "sotterraneo superficiale", come l'enigmatica Bathysciola adelinae del Biellese, descritta della grotta di Bercovei (Sostegno}; che oggi ci è nota di un'ampia fascia di calcari, micascisti e marmi delle Prealpi Pennine, incluso il Monte Fenera, meta di tanti pellegrinaggi biospeleologici (Casale A. e Rondolini G., Mem. Biospel., 1983). Fra molte ricerche di campagna e brevi note su riviste specializzate, la pubblicazione di un vasto lavoro di sintesi sui Trechinae e Trechodinae mondiali costituisce per me una grande soddisfazione (Casale A. e Laneyrie R., Mem. Biospel., 1982); ma, se l'Istituto di Entomologia prima, e il museo di Scienze Naturali poi, sono ormai il mio punto di appoggio quotidiano per questa attività, il riferimento nei confronti del gruppo non viene mai meno: l'appuntamento annuale con la lezione del corso, i venerdì sera in cui si raccolgono le informazioni e le notizie su grotte appena scoperte ed esplorate, ed in cui val la pena dare un'occhiata biospeleologica; e infine. negli ultimi anni (1980, Boll. 73; 1981, Boll. 76; 1982, Boll. 79) la relazione annuale sull'attività biospeleologica, sono tutti momenti che mi legano, e non solo affettivamente, al GSP.
Poiché mi pare inutile in questo momento riscrivere una relazione sugli anni sopra citati, vorrei presentare il 1983 come un anno ottimale, quasi simbolico, di quella che può essere una buona attività biospeleologica condotta in luoghi dive; si ed in occasioni diverse, senza spiegamento di grandi arsenali ed in momenti liberi da altri impegni. In primavera, oltre
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a brevi escursioni in Friuli e nel Veneto, ricordo con piacere alcuni giorni trascorsi in Cansiglio e località vicine con amici di Torino (P.M. Giachino e G. Boffa), con Augusto Vigna e con biospeleologi di Milano; e una bella escursione (11-VI-83) con Paolo Arietti e Paulin De Laurentiis alla "Balm Chanto" (Roreto C.), unica grotta della Val Chisone, sulla quale erano appena apparse due note descrittive (Boll. n. 79): bella e fruttuosa escursione, che ha permesso il rinvenimento di una nuova specie di Troglohyphantes (Araneae) (in studio a Paolo Brignoli), che colma un vuoto per questo genere di Ragni cavernicoli che andava dalla Valle d'Aosta al Monviso!
Ancora in primavera, due visite ad una piccola cavità del tutto ignota è dal punto di vista biospeleologico: la grotta delle Tassere (VC, Val Sessera), deludente all'interno, ma al cui ingresso raccolgo alcuni esemplari di un piccolo gasteropodo (genere e specie endemici della zona) mai più ritrovato dopo la descrizione originale (ora in studio a Folco Giusti).
Ai primi di luglio, in coincidenza del Congresso Nazionale di Entomologia a Sestriere, una visita ad una piccola grotta ("Balma dei Folletti") presso Novalesa, segnalataci da Gaydou, frutta a Baccetti, direttore dell'Istituto di Zoologia del l'Università di Siena, alcuni esemplari vivi di un'interessantissima popolazione di Dolichopoda (Orthoptera), veramente inattesa alla testata di una vallata alpina (in Piemonte, erano già note le popolazioni del Pugnetto in Val di Lanzo, e delle grotte di S. Valeriano nella bassa Valle di Susa).
A luglio, vacanza in Grecia con moglie e figlia e con Olmi e famiglia (quell'Olmi che all'inizio degli anni '60 teneva la lezione biospeleologica per il corso del GSP). E in Grecia ho ancora una volta la misura di quanto lavoro si possa ancora fare per meglio conoscere la fauna sotterranea, in un paese vicino, bellissimo, facile, ma privo di tradizione in questo campo delle scienze naturali. Sul monte Vermio, in un pozzo a m 1600, un nuovo Duvalius e un genere nuovo di Bathysciinae ultraspecializzati, leptodiroidi (il primo con queste caratteristiche in territorio greco); sul m. Pangaeo, in Tracia, in una grotta nel cuore della foresta dove ci conduce un ex partigiano, ed all'ingresso della quale spicca incastrato nella roccia il teschio di un ufficiale tedesco, secondo genere nuovo di Bathysciinae, anch'esso straordinario e ultraevoluto, che si affianca al nuovo Duvalius trovato sullo stesso monte l'anno precedente (c.f. Boll. Grotte n. 79). Altre fruttuose ricerche si susseguono sul m. Parnaso e sul m. Veluchi, splendidi massicci della Grecia centrale. Infine, in Peloponneso, oltre ad una visita alle grotte dei monti Kyllini e del monte Bostika, dedico una terza visita al massiccio del Taigeto. massimo rilievo della Grecia meridionale. E qui, in una grotta che avevo scoperto e visitato per la prima volta nel 1978, trovandovi un nuovo Duvalius (Duvalius taygetanus Casale), ho la sorpresa di raccogliere una seconda, nuova Muelleriella, primo Batiscino conosciuto del
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Peloponneso (tutte le descrizioni in: Casale A. , Boll. Mus. Reg. Sci. Nat. Torino, 1983).
Ad agosto, brevi raccolte sul Marguareis con Morisi (GSAM) e vigna Taglianti, in Val Pesio con Giachino, e sul Mondolé, con la scoperta di una popolazione cavernicola di Duvalius carantii a oltre 2000 m di quota.
A settembre, infine, dopo un paio di giorni a Vienna, tre giorni nelle fantastiche e gigantesche grotte ghiacciate del Dachstein e dei massicci vicini, in Austria, alla ricerca dei mitici Arctaphaenops, ancora con Vigna e con L.G. Genest (Grenoble).
Potrebbe chiedere di più alla vita un biospeleologo? Sì, poiché un poco di amarezza e di rimpianto rimangono (sarà l'età...?). Ho detto all'inizio che questa brevissima relazione era praticamente autobiografica, e me ne dispiace. Perché ciò dimostra non solo che una serata all'anno di lezione biospeleologica in gruppo non può creare dei biospeleologi (cosa questa scontata), ma anche che, con l'avvento degli anni '70 e delle nuove tecniche esplorative, non sono solo finite le "gru umane che ci recuperavano sui pozzi, le cantate che si facevano arrotolando scale, le attese al fondo dei pozzi mandando su decine di sacchi, e i moccoli che si tiravano quando questi non salivano, le orrende misture alimentari di Gecchele, il pigiama-sottotuta..., il senso di sicurezza che ti davano gli amici, l'affiatamento dell'équipe dovuto al lavoro... ecc. ecc.", come scriveva John sul Bollettino n. 52 del ventennale. Dimostra anche che sono scomparsi, purtroppo, i Marziano, che alla Preta, dopo giorni di permanenza in grotta, avevano la "fortuna di scorgere e catturare un bel carabide, a -510 m (Sala Faenza)", e con lui i Dematteis, i Martinotti e molti altri. Oggi, se si eccettua la buona volontà di qualcuno (e mi piace nominare qui Franca Maina e Paolo Arietti), l'idea di "appesantirsi" con una provetta non passa più neppure per la mente ai nuovi speleologi, e ciò è un vero peccato, poiché il minore dispendio di energie e il tempo ridotto delle esplorazioni permetterebbe a molti di dedicare un po' di tempo ad osservazioni scientifiche che richiedevano a noi, infradiciati, stanchi e affaticati, uno sforzo di volontà quasi masochistico. In Francia questa frattura fra "sportivi" e "scienziati" non si è verificata: posso avere anch'io la speranza di non dover scrivere, per il quarantennale del gruppo, altri dieci anni di autobiografia?
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Achille Casale |
bollettino
La storia dei primi lustri del nostro bollettino, giunto alla fine del suo 26° anno di vita, è già stata ricordata sui numeri 34 (I 10 anni di Grotte), 52 (I venti anni del GSP) e
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65 (I 20 anni di Grotte). vediamo ora cosa si può dire degli ultimi dieci anni, durante i quali mi pare innanzitutto ci sia stato un apprezzabile progresso in varie direzioni.
Intanto è aumentata la massa degli articoli, e questo dipende senz'altro dall'incremento dell'attività esplorativa che si è avuto. Se si fa un confronto in termini di pagine, è facile constatare come in questo decennio sia stato stampato in proporzione un 33% di pagine in più rispetto ai livelli del periodo precedente; nei 31 numeri (è compreso questo numero speciale) le pagine assommano infatti a 1164.
Proseguendo l'analisi statistica, si può constatare che hanno scritto articoli una cinquantina di persone, che non sono poche. Sette di esse scrivono o hanno scritto con una certa frequenza, un'altra decina ogni tanto, e gli altri sono autori occasionali che come detto sono parecchi. Per i collaboratori più assidui si può tranquillamente fare una classifica, senza timore di urtare suscettibilità, perché qui la competizione manca del tutto: infatti si cerca sempre di scaricare su altri la fatica di scrivere. Al primo posto è saldamente insediato il Principe degli articolisti Giovanni Badino, che da solo ha firmato oltre 80 pezzi (più un intero numero speciale, il 71 dedicato al Fighiera), distinguendosi per una produzione poliedrica di articoli di esplorazione, di tecniche, di "schede", di recensioni, ecc. e adesso anche di pezzi di notiziario (che peraltro sono esclusi da questa statistica). Anche "Poppi" Eusebio ha una buona produzione (oltre una trentina di articoli) e qualificata, anche con analisi geologiche e morfologiche e altri articoli scientifici e anche tecnici. Andrea Gobetti (una trentina di pezzi, concentrati peraltro negli anni passati) persegue anche fini letterari, ma non trascura gli aspetti scientifici, vedi le due note sull'idrologia di P.B. Giuliano Villa (sui 25 articoli) si occupa anche di tecnica fotografica e di monografie di zone carsiche, e sul n. 59 ha redatto gli indici del bollettino dei nn. 35-58; cura inoltre la rubrica Pubblicazioni ricevute. Segue gli aspetti scientifici anche Meo Vigna (oltre 15 art.), maggiore curatore altresì delle schede di abissi. Con una quindicina di articoli si distinguono infine Danilo Coral che però da tempo ha chiuso il calamaio, e Ube Lovera che invece è entrato da poco in produzione con la sua vena felice e spontanea. Tra i non occasionali si possono citare Zinzala, Perello, Doppioni, Baldracco, Guiffrey, Casale, Di Maio, Curti, Longhetto che però è da tempo fuori dal giro, Chiabodo, Sconfienza, Gabutti.
Per terminare con le statistiche, vediamo quelle relative alla redazione. Con il responsabile (sempre lo stesso: non credo sia un fenomeno positivo questa fossilizzazione), si è aperta una certa dinamica di co-redattori, 8 in totale.
Il primo numero con cui inizia l'ultimo decennio, il n° 53,
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è proprio quello che segna anche una svolta storica nella redazione: è infatti l'ultima volta in cui compare Balbiano, redattore piuttosto conservatore e amante del quieto vivere, ed è la prima in cui entra Badino, di cui non sto a ricordare le benemerenze in fatto di idee utili. Dal n° 54 al 58 unico co-redattore è Badino, dal 59 al 62 si aggiunge Gobetti, resta solo Badino nel 63, dal 64 al 66 ci sono Badino e Villa, dal 67 al 72 si ricompone il trio con Badino e Gobetti, il 73 vede Badino-Menardo-Pulzoni, il 74 Menardo-Pulzoni, nei numeri 75 e 76 si ricostituisce il quartetto con Badino-Menardo-Pulzoni, cui nei due successivi si aggiunge Gabutti, per arrivare dal n° 79 all'attuale quintetto in cui oltre al responsabile vi sono Badino, Gabutti, Ochner e Pulzoni. Dopo aver vissuto vari anni del decennio sulla falsariga non troppo confortante del passato, la redazione ora gira bene.
E' aumentata la tiratura, passata da 350 a 500 copie. Ma gli abbonati rimangono, pur con qualche incremento, sempre su livelli modesti. Eppure il prezzo è stato mantenuto basso e l'interesse si è alquanto accresciuto anche per chi non sia del GSP. A questo proposito non credo sia immodesto per noi ricordare i giudizi positivi che si orecchiano fuori dal nostro ambiente, relativi ai begli articoli di esplorazione (e con dovizia di rilievi allegati, anche grandi e fuori testo come quelli del Fighiera, di Dolly, Pentothal, Mussiglione, Artesinera, Gola), agli articoli scientifici, a rubriche tecniche sempre aggiornate e obiettivamente critiche, schede di abissi, recensioni di libri. Si è cercato di completare il panorama delle grotte piemontesi anche con articoli scritti da speleologi non del GSP che le avevano esplorate, vedi quello di Calandri sul C1-Regioso, di Calandri-Ramella su dieci anni di esplorazioni imperiesi nel Monregalese e Cuneese. Molti articoli riguardano ormai abissi non piemontesi perché c'è gente del GSP che va dappertutto.
Si può ancora migliorare, a mio avviso, tenendo sempre in buon conto le "schede", e occupandoci anche un po' di politica speleologica (i contributi nel decennio sono ben scarsi) e magari di speleocomicologia, argomenti buoni per farsi dei nemici (dirà qualcuno): sono però dell'idea che (a parte certe miserie che non meritano cenno) talvolta sia il caso di non lasciar passare sotto silenzio situazioni poco edificanti che possono essere di danno all'immagine della speleologia.
Nell'ultimo anno è cambiata la veste del bollettino: la vecchia copertina con l'ingresso della Perabruna di Dario Pecorini è andata in pensione dopo ben 12 anni, durante i quali aveva cercato di vivacizzarsi cambiando colore ogni anno. Con il n° 80 (numero che si distingue anche per il record assoluto di pagine, 64) è comparsa la copertina a colori con una foto di Giuliano Villa dell'abisso di Serpentera.
Importante, direi, è stato l'aumento di collaborazione ai vari livelli di stampa e di spedizione, con il coinvolgimento di parecchia gente.
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Marziano Di Maio |
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attività fotografica
Prima di stilare una relazione di quella che è stata l'attività fotografica nell'ambito del G.S.P. negli ultimi due lustri, sono andato naturalmente a rileggere l'articolo di Thöni comparso sul bollettino del ventennale contenente la relazione sui primi venti anni di attività fotografica. E mi sono cascate letteralmente le braccia a rileggere dell'impressionante mole di lavoro svolta soprattutto per opera di un caposcuola della tecnica fotografica in grotta quale è stato Carlo Tagliafico.
Credo di avere provato la stessa impressione di smarrimento circa dodici anni fa quando, con entusiasmo ed incoscienza, avevo iniziato ad inondare di luce al magnesio gli ambienti sotterranei: sapevo di dover ricominciare tutto da capo, perché pretendere di volere continuare il discorso fotografico iniziato da Carlo sarebbe stata solo utopia.
E così, quella che con il passare degli anni era ridiventata una attività assolutamente marginale, se non addirittura appena tollerata in gruppo, a distanza di poco più di dieci anni ha ripreso vigore, tanto che ora più nessuno disdegna di impiegare parte del proprio tempo e delle proprie energie a fare della documentazione fotografica durante le esplorazioni.
L'inizio è stato veramente pionieristico e anche se molti scogli tecnici non erano più gli stessi di qualche anno prima, grazie alla maggiore scelta delle pellicole, pur tuttavia si è dovuta reinventare la tecnica di ripresa, di trasporto del materiale, si sono dovute studiare attrezzature più maneggevoli e comode da trasportare perché la speleologia stava cambiando e, con le nuove tecniche di progressione, non bastava più fare le foto a Bossea o a Rio Martino, ma per stare al passo con i tempi bisognava essere in grado di andare a scattare immagini dietro una punta, ai Perdus o alla Gola del Visconte. Posti dove una Rolley non aveva mai messo piede, pardon, obiettivo.
Letti e riletti i sempre validissimi lavori pubblicati da Tagliafico e da Prando sulle tecniche della foto speleologica, si è cercato in primo tempo di arrivare a raggiungere le capacità tecniche che trasparivano dalle immagini ormai classiche, che avevano fatto scuola.
Innumerevoli sono state le uscite al Caudano (refugium peccatorum) che ha sempre affascinato il neofita per la bellezza delle concrezioni, con lampade di ogni genere e di ogni tipo, con attrezzature recuperate chissà dove e sovente autocostruite, fotocamere antidiluviane, con cui si misuravano, gelosi delle proprie attrezzature e degli accorgimenti tecnici, Longhetto ed il sottoscritto. Sovente capitava che su dodici foto e migliaia di lire in lampade non ne usciva nemmeno una, altre volte invece saltava fuori, chissà come, la foto bellina e anche quella eccezionale che inseguivamo ormai da mesi senza
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riuscirci mai (la condensa, il fango, il bianco accecante del latte di monte e il nero del calcare ti fregano sempre!).
Il succo di queste prove è stato, nel corso degli anni, una ricerca di quello che si poteva dire di nuovo con la macchina fotografica soprattutto per quel che riguarda il colore senza togliere nulla all'immediatezza dell'immagine; si è cercato di curare ogni particolare e di prevedere il risultato sulla pellicola specialmente per quello che riguarda l'accostamento cromatico. Interessanti, a questo proposito, sono stati gli esperimenti di foto con la luce dell'acetilene soltanto.
Quindi si è studiato fin nei minimi particolari tutta la attrezzatura per un simile lavoro, tale che richiedesse l'impegno di non più di una persona per il trasporto, e di una semplicità estrema in modo da prevenire tutti i possibili guasti legati alle caratteristiche ambientali.
L'attrezzatura ha così subito dei "tagli" per esigenze di trasporto e funzionalità: eliminato l'ingombrante cavalletto che per foto in posa sembrerebbe indispensabile, eliminati gli ingombranti paraboloni delle grosse lampade al magnesio e relativi interruttori e raccordi: la pila in una mano e la lampada nell'altra e il gioco è fatto (e anche la mano per chi non usa i guanti ...); la luce è molto più diffusa ed illumina in modo più morbido l'ambiente. Irrinunciabile invece, almeno per il sottoscritto, è stata l'esigenza di lavorare col grosso formato (6x6) nonostante le notevoli difficoltà nel reperimento del materiale sensibile adatto.
Le numerose foto (più di un migliaio) sono state raccolte in diversi fotodocumentari, nati per lo più dall'esigenza di presentare i corsi di speleologia.
La prima raccolta, con pretese esclusivamente documentaristiche, è stata proiettata nell'ottobre 1975 alla Galleria di Arte Moderna ed era la cronaca del campo interno di dodici giorni a Piaggia Bella. Le foto interne erano di Longhetto e Villa e quelle esterne di Garelli e Solero. I formati erano il 6x6 per le foto di grotta ed il 24x36 per gli esterni.
L'anno successivo vide la nascita del primo vero tentativo di presentare una serie di diapositive senza un filo logico particolare, ma solo con l'esigenza di abbinare immagini e colonna sonora musicale in modo da fare rendere al massimo le foto; un sistema di dissolvenze incrociate manuali serviva a ricreare un'atmosfera particolarmente suggestiva, anche per l'accostamento studiato tra le immagini. Le foto, di Longhetto e del sottoscritto, erano in parte quelle di P.B. '75 ed in parte inedite. Il titolo "Marguareis sotterraneo" fu poi sostituito da "Grotte" solamente più con foto di Villa. Le proiezioni presso gruppi speleo di mezza Italia (fino a Trieste e a Reggio Emilia) si sono susseguite con un ritmo impressionante per ben due anni, quasi sempre introdotte da una presentazione di Paolo Arietti che per l'occasione si improvvisava conferenziere. Nel 1978 vede la luce (si fa per dire) "Universo senza stel-
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le", raccolta di più di cento diapo di Villa, con commento musicale accuratamente scelto da alcuni membri del G.S.P. e registrato in una notte a casa di Arietti.
L'esperienza del primo fotodocumentario era stata utilissima per affinare le tecniche di proiezione in modo da sfruttare al massimo l'effetto delle dissolvenze ricreando, mediante studiatissimi accostamenti tra due foto adiacenti, quasi una terza immagine in dissolvenza.
Anche "Universo senza stelle" ha raggiunto la cinquantina di proiezioni presso vari gruppi, enti vari, dopolavoro, ecc., ed inoltre è stato presentato al Congresso Nazionale di Speleologia di Pordenone del '79 in occasione di un dibattito sulla foto speleologica.
"Speleologia, alla ricerca della luce" è il titolo un po' sofisticato del terzo fotodocumentario, del 1980, curato dal sottoscritto. Presentato in anteprima alla Galleria d'Arte Moderna all'inaugurazione del corso di speleologia e pochi giorni dopo a Milano all'inaugurazione del corso del Gruppo Grotte Milano, vuole essere un passo avanti rispetto alle precedenti raccolte fotografiche; in particolare si è voluto impostare il discorso, sempre con immagini e commento musicale senza parole, sul contrasto tra la "nostra speleologia" e le nostre grotte, fredde e verticali e disadorne di concrezioni, e quello che sono altri tipi di grotte ad altre latitudini, meravigliosamente arabescate di concrezioni fiabesche. Indubbiamente il contrasto è violento e servendosi dell'espediente (già sfruttato peraltro) della scena dello speleologo stanco e infreddolito che sogna le calde grotte sarde, si ha modo di sfumare, dissolvendo, da un tipo di ambiente ad un altro.
Una ricerca di accostamenti cromatici e di forme, in particolare effetti mirabili di controluce, sono le foto di Vigna che recentemente ha raccolto in un servizio dal titolo "Cieli di cristalli".
Le meraviglie della tecnica, poi, sotto le vesti di una Fujica semi-impermeabile, sono venute incontro persino ad un Giovanni Badino, il quale recentemente ha scoperto il fascino di violare il mondo ipogeo carpendo agli abissi montagne di immagini che pur risentendo ancora di incertezze tecniche, dovute anche all'attrezzatura ridotta all'osso, hanno il grosso pregio di essere delle vere immagini di punta.
Una nota particolare meritano i concorsi fotografici, nei quali le nostre foto hanno veramente sbancato. Oltre ai numerosissimi concorsi nazionali sono stati mietuti successi a un concorso in Spagna (1976) con un primo premio e negli USA con un primo e due terzi (1979).
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Giuliano Villa |
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cinematografia
Forse l'inizio di questo articolo potrebbe ricalcare il precedente; sostituirei, ovviamente, al nome Tagliafico quello di Vittorio Valesio, vero pioniere della cinematografia speleo.
Qui il problema si fa più complesso per le difficoltà tecniche che la ripresa in movimento comporta in grotta. Da quattro anni il sottoscritto ha iniziato a provare diversi tipi di illuminazione, dalle lampade a gas ai candelotti al magnesio, dall'acetilene alla luce di potenti batterie. Si è finalmente riusciti a realizzare un'attrezzatura pratica e soprattutto maneggevole per cui si può dire che gran parte dei problemi è stata risolta e che sarebbero possibili agevolmente riprese anche in grotte molto impegnative.
Sono state effettuate riprese nei rami fossili della Mutera (1980), al Biecai (1980), al Lupo (1981). In particolare le riprese fatte al Biecai hanno permesso di montare un filmetto che, sonorizzato, ha cominciato a girare soprattutto nelle scuole.
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Giuliano Villa |
pubblicazioni
Il bollettino interno "Grotte" assorbe pressoché tutta l'attività dei pochi in Gruppo che hanno voglia di scrivere. Ma qualche eccezione c'è. L'elenco delle pubblicazioni è appunto il seguente.
Badino G., 1974, Ai Perdus -530. Liberi cieli, Annuario CAI-UGET Torino, 9, 28-29.
Badino G., 1977, Una solitaria in un grande abisso. Rivista della Montana 29. 117-120.
Badino G., 1980, Abisso Claude Fighiera. Speleologia 3, 2-6.
Badino G., 1983, Fighiera e Corchia. Speleologia 9, 9-12.
Badino G.-Eusebio A.-Vigna B. (in stampa), La Gola del Visconte. Speleologia 10.
Badino G.-Vigna B. (in stampa), Piaggia Bella e gli affluenti di destra. Speleologia 10.
Balbiano C., 1973 A, La grotta di Rio Martino. R.S.I., XXXV, 1-4: 1-16.
Balbiano C., 1973 B, Marguareis "La montagna degli speleologi", Riv. Mens. CAI, 94, 12,625-635.
Balbiano C., 1973 C, Attività del Gruppo Speleologico Piemontese. R.S.I. XXV, 1-4: 207.
Balbiano C.-Bonelli P. , 1975, Il buco di Valenza. Riv. Mens. CAI 7/8, 412-419.
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Balbiano C.-Clerici G.-DeLaurentiis P., 1974, Identificata la zona di alimentazione della sorgente delle Vene in Alta Val Tanaro. Atti XI Congr. Naz. Spel. Genova, 1972. R.S.I. Mem. XI, 115-119.
Balbiano G.-DeLurentiis P.-Longhetto A., 1974, Il Garbo di Piancavallo, descrizione di una delle più estese grotte liguri. Atti XI Congr. Naz. Spel. Genova, 1972. R.S.I. Mem. XI, 101-102.
Casale A., numerose pubblicazioni di argomento di fauna entomologica sotterranea apparse per lo più sul Boll. del Museo di Zoologia dell'Università di Torino e su Fragmenta Entomologica.
Coral D. , 1977, Abisso Fighiera a -830 metri; un record da completare. Liberi cieli, Annuario CAI UGET Torino 12, 36-37.
Coral D., 1977, Ecco il racconto di una bella discesa nel Berger, 52 ore di grotta. Liberi cieli, Annuario GAI UGET Tori no 12, 38-39.
Coral D., 1978, Vivere sotto è bello. Liberi cieli, Annuario CAI UGET Torino 13, 19-22.
Coral D.-Zinzala W. , 1979, Abisso Dolly. Liberi cieli, Annuario CAI UGET Torino 14, 37-38.
Di Maio M.-Pulzoni E. , 1980, Piemonte sotterraneo. Piemonte Vivo, con foto di G. Villa e E. Pulzoni.
Di Maio ha inoltre collaborato per la descrizione delle grotte alla guida di P. Pollino Le valli del Cevetta, Mongia e alta Val Tanaro, e con un glossario di termini speleologici al romanzo avventuroso ambientato in grotta Nella bocca del diavolo di F. Ragazzi, con foto di G. Villa.
Doppioni P.G.- Farolfi R., 1977, Note sull'esplorazione dell'abisso G. Fighiera. Atti IV Congresso F.S.T., Massa.
Eusebio A., 1980, Nelle grotte dell'Anatolia. Liberi cieli, Annuario CAI UGET Torino 15,61-62.
Eusebio A., 1981, Abisso Dolly. Speleologia 5, 7-10.
Eusebio A., 1982, Piaggia Bella. Speleologia 8, 12-14.
Eusebio A., 1983, Le gouffre Pentothal. Spelunca 12, 34-35.
Eusebio A.-Vigna B., 1983, Abisso Artesinera. Speleologia 9, 31-32.
Gobetti A., 1975 A, Alpinismo di profondità. La grotta di Piaggia Bella. Riv. Montagna 6, 40-47.
Gobetti A., 1975 B, Una esperienza speleologica. Vitalità, Ed. Minerva Medica-Torino 150, 32-39.
Gobetti A., 1975 G, Speleologia. Liberi cieli, Annuario CAI UGET Torino 10, 16-18.
Gobetti A., 1976 A, Zanskar '77. Liberi cieli, Annuario CAI UGET Torino 11, 10-12.
Gobetti A., 1976 B, Soccorso all'Abisso Cappa: si salva uno speleologo (e se ne perde un altro?). Liberi cieli, Annuario CAI UGET Torino 11, 20-22.
Gobetti A., 1976 G, Una frontiera da immaginare. Ed. Dall'Oglio.
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Gobetti A., 1979, Su Sterru. Riv. della Montagna 37, 144-145.
Gobetti A., 1982, Stalattiti e Stalagmiti. Riv. della Montagna 49, 67-69.
Gobetti ha pubblicato inoltre articoli sul Bulletin des phénomènes karstiques del CMS.
GSP, Note per i corsi di speleologia, in due edizioni successive, utilizzate anche da altri Gruppi per i loro corsi. Membri del GSP hanno anche redatto le voci di argomento speleologico (con gran parte delle foto) dell'Enciclopedia della Montagna della De Agostini.
Leoncavallo G.-Oivetti M., 1974, L'esplorazione dell'abisso Saracco. Atti XI Congr. Naz. Spel. Genova, 1972. R.S.I. Mem, XI 11, 135-139.
Lovera U., 1983, Abisso 18: una nuova "via" al Cappa (e il gioco continua). Liberi cieli, Annuario CAI UGET Torino 17, 17.
Oliaro P., 1977, Un viaggio in Nepal terra inospitale per gli speleologi!. Liberi cieli, Annuario CAI UGET Torino 12, 40.
Vigna B-Villa G., 1977, Speleologia. Liberi cieli, Annuario CAI UGET Torino 12, 58-59.
Villa G., 1976, Alpinismo in grotta. Operazione Piaggia Bella. Da -400 a -600. Liberi cieli, Annuario CAI UGET Torino 10, 19-22.
Villa G., 1977, La Speleologia. Liberi cieli, Annuario CAI UGET Torino 11, 50.
Villa G., 1981, Speleologia del Piemonte. Bibliografia Analitica 1961-1977. A.G.S.P., Regione Piemonte, Ed. Edigraf. Torino.
Villa G.-Vigna B. hanno collaborato per la parte speleologica alla guida del CAI-TCI Alpi Liguri di Montagna-Montaldo.
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Giuliano Villa |
partecipazione a congressi
La partecipazione, come si può vedere non è stata particolarmente attiva. Ci stiamo muovendo un po' negli ultimi tempi: è la mentalità del gruppo che cambia o sono i congressi a cambiare?
Al IV convegno di Speleologia del Friuli-Venezia Giulia, Pordenone 1979, è stata presentata una relazione sulla fotografia da G. Villa ed è stato proiettato il fotodocumentario "Universo senza stelle".
Al Convegno internazionale sul carso di alta montagna, Imperia 1982, si sono presentate relazioni di Badino sulla storia delle esplorazioni, sdi Eusebio e Vigna sul Garb del Mussiglione, sul Pentothal e sulla zona Artesinera-Balma-Mondolé, di P.G. Baldracco sulle problematiche del soccorso in grotte ad alta quota.
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Giuliano Villa |
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ILCOM |
(inserto pubblicitario) |
Tra pozzi e strettoie, tra meandri e gallerie è sempre più facile incontrare una tuta ILCOM con dentro uno speleologo soddisfatto: per noi questa è la migliore pubblicità.
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Gli articoli ILCOM per speleologia non si trovano presso i rivenditori, potete richiederli direttamente alla fabbrica scrivendo o telefonando a: ILCOM Località Case Sparse Castello d'Annone (AT) tel.0141-60391/2 (A richiesta inviamo depliant illustrativo a colori). Per la consultazione della vs. taglia consultate la seguente tabella: Tuta tg XS circ. torace cm 105 circ. vita cm 86 Lungh. cm 150 Tuta tg S circ. torace cm 110 circ. vita cm 92 Lungh. cm 156 Tuta tg M circ. torace cm 118 circ. vita cm 99 Lungh. cm 160 Tuta tg L circ. torace cm 126 circ. vita cm 107 Lungh. cm 164 Tuta tg XL circ. torace cm 136 circ. vita cm 114 Lungh. cm 170 |
N.B. * Causa aumento del costo delle materie prime, i Ns. articoli subiranno un probabile aumento dei prezzi, valutabile nella misura dell'8% a partire dal 1.4.1984.