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GROTTE

anno 26, n. 82 - sett.-dicembre 1983

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

 

SOMMARIO

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Carlo Finocchiaro

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Notiziario

9

Attività di campagna

11

Filologa

12

Essebue

22

Al Gortani

25

Gallerie del Gavasso (Caudano)

26

Precisazioni sul Bacardi

28

Calcite e aragonite

30

L'Istronaz

 

Redazione:

Marziano Di Maio

(resp.)

 

Giovanni Badino

 

 

Alberto Gabutti

 

 

Laura Ochner

 

 

Elio Pulzoni

 

 

 

 

Stampa: LITOMASTER,

Via Sant'Antonio da Padova, 12

 

Stampa del rilievo allegato dell'abisso della Filologa: COPYRID

 

 

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carlo finocchiaro

     E' morto Carlo Finocchiaro, speleologo triestino.

     Chi scrive è appena apparso sulla scena del mondo degli abissi e dunque trova assurdo scrivere un necrologio simile. Ricorderò che il nome "Finocchiaro" mi attraversò molte volte la strada sin dall'inizio. Che mi stupivo, anni dopo, sentendo i triestini chiamarlo "Il Maestro", adducendo l'improbabile scherzosa scusa che era maestro elementare. Che mi sembrava strano associare questo rispetto ad un vecchio speleologo, abituato com'ero in molti casi analoghi ad associare idee assolutamente opposte: quelle di freno, di burocrate, di ritardo, di noiose critiche.

     Poi l'ho conosciuto, ed ho cominciato ad intravedere: l'ho visto battersi generoso e a volte folle in un sacco di battaglie per la speleologia, non solo triestina. L'ho visto sforzarsi di capire la nuova speleologia, aiutarla assiduamente, battersi contro molte imbecillità ben più forti di lui. Ho visto che anche quando era criticabile, lo era per ragionevoli errori di valutazione o per eccessive preoccupazioni, ma sempre con eccellenti scopi.

     Poi ho anche conosciuto il mondo da cui proveniva, il Carso e la speleologia triestina dei decenni passati. Storie lontane da me, di cui io non posso che immaginare vagamente: trent'anni di regno alla Commissione, col Catasto, le lotte, il Carso e tutte le sue storie, poi il Canin, giovani speleologi che appaiono e scompaiono e il Maestro li, a garantire continuità, importanza alla speleologia triestina. L'ho sinceramente ammirato.

     Ora è scomparso.

     Ne riporto brani di un suo divertente scritto apparso su progressione 7: "Prendendo come esempio l'Impero romano, la CGEB ... ebbe fino alla mia Presidenza un glorioso periodo repubblicano; l'epoca fino alla mia morte può essere paragonata a quella di Cesare; dopo di me non il diluvio ma l'era augustea".

     Questo è anche il miglior augurio che noi, a Torino, possiamo fare agli ottimi amici triestini.

 

Giovanni Badino

 

 

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Notiziario

Assemblea di fine anno 1983 del GSP

     Si è tenuta il 16 dicembre con il solito o.d.g.

     Il presidente ha relazionato in breve sulla notevole attività svolta; tra l'altro le esplorazioni hanno portato a nuovi sviluppi nell'Artesinera, alla giunzione Fighiera-Corchia, a tre nuovi -100 in Apuane, a -350 nella Gola dove si è operata la giunzione con P.B., alla scoperta dell'abisso della Filologa esplorato fino a -405, dell'Armaduk, dell'Essebue che a -410 è stato congiunto con il Gaché, dell'A 7, del Peter Pan, mentre si è andati avanti anche a Rio Martino e alla Mutera. Con altri gruppi si è operato anche sul Canin, al Gortani, al Cappa, e si è fatto un giro all'Hölloch.

     Per il magazzino Guala e Sconfienza lamentano la solita dispersione di materiale e la mancata restituzione di molti moschettoni. Fanno presente la necessità di nuove corde e di fabbricare placchette da lasciare in loco.

     Per il bollettino Di Maio sottolinea la buona situazione che si è raggiunta sia in fatto di redazione e sia di collaborazione prestata da membri del Gruppo nelle fasi di lavorazione tipografica e di spedizione. Si è cambiata la copertina, è ancora aumentata la tiratura (oltre 100 copie in più), si è stampato un numero di pagine maggiore del solito (tra l'altro un numero con ben 64 pagine). In assemblea viene suggerito, per alleviare le ingenti spese, di ricercare più introiti pubblicitari.

     Villa, per la biblioteca, fa presente che il problema maggiore è dato dalla carenza di spazio, problema che assilla anche l'archivio, come aggiunge Garelli che comunica l'arrivo di parecchi lucidi e richiede l'acquisto di carte topografiche, anche francesi.

     Per l'OPS (Villa) si è fatto un po' di lavoro a inizio anno e si riprenderà quanto prima. Quanto al Catasto, sono state schedate grotte già catastate e il lavoro relativo è quasi completato; è iniziato l'aggiornamento, registrando i dati del le nuove cavità esplorate dal 1970 circa in poi. Sono emersi problemi per le cavità che hanno lo stesso nome. Mancano dati su circa 200 grotte esplorate dagli Imperiesi e qualcuna dai Cuneesi. Sarebbe infine necessario reperire una sede per il Catasto.

     La segreteria (Barisani) necessiterebbe di nuovi schedari. Ci si è accordati in merito alle risposte delle lettere, che verranno fatte da più persone a conoscenza delle varie richieste che pervengono.

     Per la speleobiologia Casale ha svolto anche quest'anno campagne di ricerca in Italia e all'estero, i cui risultati verranno pubblicati come al solito.

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     La tesoreria, passata in novembre sotto la responsabilità di Loredana Valente, presenta una situazione non troppo florida ma relativamente passabile.

     Per la Capanna Saracco-Volante Guala relaziona brevemente sui lavori fatti e su quelli da fare.

     Sull'AGSP Eusebio ricorda le continue discussioni sul catasto e sui problemi finanziari.

     Vigna, subentrato in settembre come responsabile degli strumenti da rilievo, denuncia la situazione critica per il fatto della troppo limitata durata degli strumenti, per carenza di cura e di manutenzione; ha trovato comunque un buon sistema per pulirli. I giochi funzionanti sono tre: sarebbe necessario nuovo materiale, che però è molto costoso.

     Le quote associative per il 1984, comprensive di una quota per l'uso della Capanna, sono fissate in 25.000 lire per i membri effettivi e 20.000 per gli aderenti.

     Sono stati poi nominati 38 membri aderenti ed eletti 23 membri effettivi per il 1984.

     I membri effettivi sono:

Giovanni Badino, v. Scatti 7/5, Savona, 019-28452 - v. Airasca 4, Torino, 37.39.20

Piergiorgio Baldracco, v. Boccardi 28, Pino T.se, 84.15.15

Achille Casale, c. Raffaello 12, 650.88.84

Roberto Ghiabodo (Arlo), c.so Emilia 32, 23.56.04

PierCarlo Curti, c.so Orbassano 255/F, 35.77.61

Marziano Di Maio, v. Cibrario 55, 75.12.53

Piergiorgio Doppioni, v. Barbaroux 18, 54.98.95

Attilio Eusebio (Poppi), v. Arquata 13/13, 50.35.98

Alberto Gabutti (Lucido), v. Graglia 23, 35.56.72

Uccio Garelli, v. Caraglio 7, 37.44.90

Giulio Gecchele, str. San Felice 130, pino T.se, 84.04.21

Giuseppe Giovine, str. Druento 366, 10040 Savonera (TO), 42.40.130 neg. 42.40.356

Andrea Gobetti, str. Reaglie, 89.04.21

Giorgio Guala-Molino, v. Parenzo 55/c, 73.41.06

Roberto Guiffrey (Armando Pozzi), v. S. Croce 14, 41.503.41

Ube Lovera, v. G. Bosco 18, Moncalieri, 605.27.65

Gianni Nobili, v. Bardonecchia 123, 72.78.10

Stefano Sconfienza, v. Castelgomberto 38, 36.24.97

Walter Segir (Papà), v. Brandizzo 65, Volpiano, 98.84.529

Patrizia Squassino, Garessio, 0174-81518

Meo Vigna, v. Airasca 4, 37.38.20 - v. S. Bernolfo 61, Mondovì, 0174-42258

Giuliano Villa, regione Gèrbole 66, Volvera, 98.56.133

Walter Zinzala, p.za Scipione l'Africano 2, 89.02.47

 

     Membri aderenti:

Paolo Arietti, v. Cavour 3, Brusasco, 91.51.220

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Barbara Barisani, v. Baltimora 54, 39.80.46

Saverio Bessone, c.so Sommeiller 4, 65.12.73

Mario Bianchetti, v. Zanetti 4, Trieste, 040-76.72.65

Alessandro Bianco, v. Alessandria 3, Settimo T.se, 800.42.11

Gianfranco Buscatti, v. Ghigo 4, Polonghera (CN)

Patrizia Cannonito, v. Sagra S. Michele 136, 70.23.01

Gabriella Cevenini, v. Matteotti 134, Serravalle Sesia (VC)

Ivano Di Ciolo, c/o Giannecchini, v. Verdina 18, Camaiore (LU)

Riccardo Francone, p.za Hermada 10, 83.72.52

Adriano Gaydou, v. Baltimora 15, 36.51.60

Michele Gecchele, v. Giulio

Paolo Gecchele, v. Giulio

Alma Giraudo, v. Colautti 17, 25.53.67

Maria Consolata Lusso, v. Camerana 4, 51.77.37 - Asti 0141-21.62.21

Franca Maina Villa, v. Villa

Susanna Martinuzzi, v. Puccini 34, Trieste, 040-81.05.30

Franca Mazzer, v. Domodossola 23, 77.72.42

Nino Masciandaro, v. Nizza 223, 67.65.55

Beppe Minciotti, v. Sgulmero 33, Verona, 045-97.25.45

Carla Minetti, v. Feletto 40, 23.68.41

Laura Ochner, v. Baltimora 160/b, 30.72.42

Mario Oddoni (Cagnotto), v. Urbino 15, 48.84.35

Claudio Oddoni, c.so Monte Cucco 146, 704.722

Alessandro Parodi (Theina), v. Gramsci 14, Torre Pellice, 0121-91.221

Margherita Pastorini, v. Gaidano 18, 30.90.541

Marco Perello, v. Feletto 35, 27.09.82

Anna Maria Pilotto (Aquilotto), p.za Rebaudengo 9, 20.39.27

Elio Pulzoni, v. Vicarelli 10, 30.94.904

Valerio Pusceddu. v. Breglio 68

Rosalinda Rambaldi, v. Buscatti

Rocco Rizzo, v. Mascagni 21/b, 26.59.26

Claudia Rossi, v. Magenta 50, 55.64.96

Sergio Serra, c. Raffaello 11, 68.32.31

Roberto Serra, c. Raffaello 11, 68.32.31

Gianluca Tesio, str. Revigliasco 216, Moncalieri, 863.14.17

John Toninelli, c.so Regina Margherita 205, 47.11.70

Loredana Valente, v. Guala 5/5, 61.22.05

     E' stato riconfermato presidente Attilio Eusebio, che nell'Esecutivo sarà coadiuvato da Giovanni Badino, PierCarlo Curti, Ube Lovera, Meo Vigna e Giuliano Villa.

 

     Un po' di tutto

     Giuliano Villa con la foto del pozzo del Gazzano ha vinto il primo premio per le stampe a colori al Concorso fotografico sulla foto di montagna nei suoi molteplici aspetti, organizzato dalla Sezione di Torino del CAI e dal Centro Esperanto di Torino.

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     Adesso possiamo dirvelo: il Gaché ha due ingressi.

     Hölloch 83. Invitati dagli imperiesi Ramella e Buccelli ben 8 (otto) membri del GSP sono andati a dare un'occhiata al gigante svizzero, infrangendo decennali e solide tradizioni antituristiche. Con la guida di un simpatico svizzero (Jurg) siamo entrati dall'accesso alto uscendo dopo numerose avventure e poche ore dall'accesso principale. E' uno dei giri più interessanti che abbiamo mai fatto: vagare (pochi chilometri) in una immensa cavità che però ha un accesso praticamente unico e di importanza irragionevolmente più piccola di ciò a cui porta. Questo fa molto, molto pensare. Un po' può essere dovuto alle secolari (sic) impostazioni esplorative là dentro, ma molto, crediamo, è legato ad una effettiva struttura dell'abisso. Gigante senza accessi. Sorprendente la quantità di fango

nelle parti alte (e strette). Sorprendente l'orrore che suscitano molti armi di pozzi. Sorprendente la scivolosità delle parti basse. Sorprendente l'abilità inumana degli svizzeri a non scivolare. Sorprendente che, dopo Giovanni Francesco Pittato, siamo riusciti a trovare un altro svizzero simpatico: se si arriva a cinque forse non si dovrà distruggere la Confederazione.

 

     Tullio Bernabei (v. L. Pancaldo, Roma) ha iniziato a produrre un sintetico ed utile notiziario di avvenimenti speleologici ed alpinistici. E' grato a chi gli invia notizie.

 

     La speleologia piemontese ha generosamente concesso due suoi membri (G. Badino e M. Ghiglia) alla Commissione Centrale per la speleologia del CAI. Alla prima riunione ('84) sono risultati eletti presidente Casoli, vice Samorè, segretario Sosi.

     Nella struttura generale della speleologia, crediamo, questa nuova Commissione ha acquistato un pizzico di rappresentatività.

 

     I veronesi sono maiali: navigano nel Recioto e non ce ne danno neppure una goccia. Puzzole.

 

     La struttura Scuole di Speleologia del CAI ha un nuovo direttore nella persona di Zerial (Zoppetta). In realtà la direzione della scuola è sempre stata decente: sono sempre stati gli istruttori ad esserlo poco. Potremmo dire molte cose, ma ce ne asteniamo perché non vogliamo essere coinvolti: ci limiteremo a dire che Zoppetta vuol fare cose furbe, ci crede, può effettivamente rendere credibile questa struttura.

     Dubitiamo però che l'autocoscienza dei molti istruttori che dovrebbero abbandonare, arrivi a far dar loro le dimissioni. Meglio la patacca che la salute di una organizzazione.

 

     Dedicato ad Ubaldo: il Soccorso si serve anche facendo la guardia ad una radio.

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     Con la scusa del Trentennale l'intero GSP si è trovato ad una megacena. Di tutti quelli che in un momento o l'altro ne sono stati membri ne saranno mancati dieci, o meno. I dubbi sulla riuscita della serata sono svaniti in modo che ci ha sorpreso: soprattutto grazie alla proiezione delle diapositive "storiche" è riuscita una serata quasi entusiasmante. Dopo, i commenti della gente che usciva vertevano sul fatto che bisognava ripeterla ogni anno. Vedremo. Certo bisognerà trovare qualche modulo che non annoi anche se ripetuto cosi di frequente.

 

     I festeggiamenti sono proseguiti poi ad Envie: sono intervenuti vecchi solidissimi amici del gruppo da Trieste, Verona, Bologna, Nizza, Firenze, Val Tanaro. Giochi cretini e mangiate. Ringraziamo moltissimo tutti.

 

     Complimenti al socio Carlo Curti che è stato stangato per la quarta volta allo stesso esame di veterinaria. E' strano perché era un esame sulle bestie, e lui, in GSP dovrebbe intendersene.

 

     Soccorsi: due morti all'Elefante Bianco, nel vicentino, risorgenza valchiusana già tristemente nota. Notevolissima è stata la tendenza delle autorità locali e centrali a tener fuori i tecnici del CNSASS, che poi alla fine di una settimana di inutili tentativi ufficiali, hanno collaborato in modo determinante al recupero. Se non contrastiamo questa tendenza rischieremo, un domani, di essere tenuti fuori da una grotta con dentro uno speleologo ferito e di subire gli inutili, patetici, volenterosi tentativi di VVFF ed analoghi non di recuperarlo, ma anche solo di raggiungerlo. E semmai poi di recuperare il cadavere. E di non poterlo neppure dire alla stampa, che ha paura ad attaccare le autorità locali. Vegliate.

 

     Grotta del Vento (Fornovolasco, Lucca). Dove ospiti del gentilissimo Verole Bozzello abbiamo avuto l'opportunità di concludere la risalita di un pozzo iniziata anni fa da Doppioni; dopo 35 metri di dislivello si raggiunge la base di un altro pozzo ascendente (5-6 m, ancora risalito) ed una breve galleria; al momento attuale sono poche le speranze di prosecuzioni imponenti. Sempre alla Grotta del Vento abbiamo risalito dei camini in prossimità di sifoni sopra al pozzo dell'Infinito con alcune possibilità di prosecuzione. Abbiamo inoltre potuto constatare con piacere che la strettoia superata da Baldracco e Doppioni anni fa, ha permesso, in tempi recenti, a speleologi locali e di Neuchâtel di percorrere 500 m di nuove splendide gallerie.

 

     La prima uscita del corso GSP si è infranta contro il cancello, chiuso, della Grotta del Caudano. La furia prontamente insorta non è degenerata, per motivi di bieca opportunità politica, nell'annientamento di detto cancello.

Chi ha le chiavi?

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     I triestini han trovato nuove gallerie in Gortani: sono rami che avanzano verso ovest, al Davanzo e poi chissà a che.

     I bolognesi sono cattolicissimi! Anche loro infatti sono corsi dal Don Ciccillo, coi polacchi. Ve lo immaginate Lelo che si confessa in un meandro?

 

     Ciunf! E' stato varato il Megalavoro di studi sul Monte Corchia. Ideato a Bologna alla riunione di speleologia fisica, fabbricato in parte ad una riunione a Fornovolasco, completato ad una riunione a Torino è stato lanciato in mare, e galleggia bene. Dove ci porterà, e soprattutto CHI porterà non si sa ancora. Ne sono propulsori alcuni fra i massimi esploratori e alcuni fra i massimi "cattedratici" della speleologia italiana.

     L'impostazione è su Paolo Forti, dell'I.I.S. che smorzerà le liti e le ripicche che, naturalmente, sono nate nascono e nasceranno fra i collaboratori.

     Confidiamo che l'abisso del Monte Corchia ci superi tutti quanti, come ha sempre fatto in passato, e sia capace di smorzare i litigi fra questo e quell'altro.

     Confidiamo di far tutti quanti uno sforzo sulla base del comune interesse alla cavità. Il lavoro è aperto a TUTTI gli esploratori che lo comunichino: avvisate Giovanni BADINO, Via Airasca 4, 10141 TORINO, e verrete tenuti informati.

     Fottetevene dei gruppi, pensate al Corchia. Sforzatevi. Se riusciamo nell'intento potremo varare altre barche e forse andremo lontano, almeno sul pianeta Terra. Fallire invece vorrà dire ritentare fra molti anni.

 

(Giovanni Badino)

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Attività di campagna

     4 settembre, Filologa: Badino, Baldracco, Gobetti, Nobili, Jean François, Squassino, Vigna; esplorato fino al sifone.

     P.B.: Emilio Franco, Gabutti, Guala, Maina, Sgambelluri, Villa; continuata esplorazione e rilievo di Boderecasgavailtampax. Finiti nei Piedi Umidi.

     11 settembre, Filologa: Badino, Gabutti, Gecchele Giulio e Paolo, Guala, Lovera, Sconfienza; esplorazione e topografia di rami a monte, trovate possibili giunzioni con Solai e zona Paris côte d'Azur.

     Alta Valle Stura di Demonte: Chiabodo, Ochner; trovato buco in cima al Bric dell'Omo.

     18 settembre, Bacardi: Chiabodo, Nobili con amici del GSAM

     Armaduk: Buscatti, Maina, Rambaldi, villa; foto e disarmo. Visto meandro laterale all'ultimo pozzo con aria.

     Zona Mondolé: Bessone, Eusebio, Gabutti, Giraudo, Nicastro, Oddoni M., Pastorini, Valente, Vigna; battuta.

     25 settembre, Gola del Visconte: Cannonito, Pastorini; discesa turistica fino al P. 90.

     Gola del Visconte-P.B.: Badino, Curti, Lovera, Segir; rilievo della Gola dall'ingresso fino al P. 90; risalito Amonte dei Piedi Umidi nella Gola.

     P.B.-Gola del Visconte: Gabutti, Guala, Sconfienza, Tesio, Vigna, Villa; compiuta esplorazione di rami laterali alle Garyemingh, e disarmata la Gola in uscita.

     Gola del Visconte: Bianco, Giovine; aiuto, ben gradito, alla squadra di disarmo per l'ultimo pezzo.

     Abisso 18: Chiabodo, Guiffrey, Nobili; scesi fino alla giunzione con il Cappa.

     2 ottobre, Essebue: Badino, Lovera, Martinuzzi, Squassino; continuata l'esplorazione (-140).

     Zona B: Gabutti, Pastorini, Vigna; battuta.

     F 15: Guiffrey, Nobili, Riccardo; vana ricerca di prosecuzioni.

     Zona Vene: Giraudo, Minetti, Valente; continuata disostruzione di un buco vicino alla grotta delle Vene.

     9 ottobre, Filologa: Chiabodo, Gabutti, Nobili, Riccardo; rilievo della galleria fino al sifone.

     Essebue: Badino, Carrieri, Guala, Lovera, Joe più donna; esplorazione e giunzione con il Gaché.

     Rio Martino: Bessone, Blanco, Guiffrey, Oddoni M. e C.; giro turistico.

     16 ottobre, Rio Martino: Buscatti, Rambaldi, Villa; esplorazione nella zona della Sala Rossa.

     23 ottobre, Piaggia Bella: Badino, Eusebio, Gabutti, Sconfienza, Vigna; Piedi Umidi, continuata la risalita del Lady

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Fortuna ed effettuato il rilievo di una galleria laterale alle Garyhemming.

     Bus del Tacoi: Franco F., Gili e Novaresi; giro turistico.

     28-29-30 ottobre, Hölloch: Badino, Buccelli (GSI), Gabutti, Guala, Martinuzzi, Ramella (GSI), Serra R., Squassino, Vigna, amico di Asti; giro turistico.

     30 ottobre, Rio Martino: Bessone, Buscatti, Giovine, Giraudo, Minetti, Rambaldi, Perello, Zinzala; esplorazione zona Sala Rossa.

     29-30-1 ottobre/novembre, Marrons Glacés e voragine di Sorivo (CO): Guiffrey, Nobili più speleo di Como; ricerca di prosecuzioni.

     Eusebio, Baldracco, Chiabodo, Valente, Lovera; battuta su Monte Macina, Monte Pelato, Monte Corchia.

     6 novembre, Alta Val Pesio: Cannonito, Curti, Eusebio, Valente, Gabutti, Guala, Lovera, Lusso, Maina, Pastorini, Sconfienza, Vigna, Villa; ricerca vana dello Strolengo.

  12-13 novembre, Grotta Zelbio-Tacchi (CO): Nobili, Pavia più speleo di Como; arrivati ai 5° sifone a monte e trovati rami laterali.

     13 novembre, Risorgenza Gazzano, Buscatti, Pilotto, Rambaldi, Vigna; fotografie.

     20 novembre, Caudano: Bessone, Bianco; Eusebio, Gabutti, Giovine, Susi, Oddoni, Pastorini, Vigna, Valente, Zinzala, Nadia; accompagnati imperiesi con uscita di corso, disarmo e finito rilievo delle risalite fatte l'anno scorso.

     Viozene: Arietti, Guala, Maina, Villa; battuta sopra le Vene (Pian Rosso).

     Essebue: Badino, Francone, Lovera, Nobili, Sconfienza, Squassino; inizio disarmo ed esplorazione sul fondo.

     27 novembre, Essebue: Chiabodo, Eusebio, Gabutti, Guala, Lovera, Rossi, Segir; finito disarmo.

     4 dicembre, Perabruna: Buscatti, Masciandaro, Villa: foto.

     8 dicembre, Herpes: Eusebio, Gabutti, Giovine, Guala, Lovera, Lusso, Nobili, Pastorini, Riccardo, Valente, Vigna; inizio disostruzione ingresso.

     11 dicembre, Herpes: Baldracco, Eusebio, Gabutti, Steinberg; finita disostruzione ingresso.

     18 dicembre, Grotta del Lupo: Bessone, Bianco, Cagnotto, Zinzala; giro turistico.

     Fata Alcina: Bessone, Bianco, Cagnotto, Zinzala; disostruzione.

     26 dicembre, Herpes: Curti, Chiabodo, Eusebio, Gabutti, Nobili, Lovera, Pavia, Vigna; esplorazione fino a -50 dove chiude in fessura.

     29 dicembre, Spelerpes; Lovera, Pastorini, Vigna; esplorazione.

 

 

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filologa

     Articolo in cui si narra una discesa in quest'abisso. Discesa di rilievo e di esplorazione delle parti alte, cui partecipano tanti tra cui spicca la presenza di Giulio Gecchele col figlio. Scarna la cronaca. Ai -150 c'è la prima grande biforcazione, in corrispondenza della confluenza di tre ruscelli.

     Ube ne risale uno mentre io raggiungo un condotto dal quale arrivava il grosso dell'acqua: è una strana galleria in salita lunga qualche decina di metri che si immerge in un meandro terribile. Lo affronta Ube che, all'epoca, non era poi così grasso e lo supera: al di là, mi dice c'è un pozzo ascendente mentre il meandro prosegue.

     Poi esploriamo l'attivo: a quota 165 infatti un pozzo drena tutta l'acqua della zona e per evitarlo, noi ne avevamo sceso un altro, fossile. Ad un paio di pozzetti ed un meandro segue uno splendido pozzo da sessanta che si congiunge al ramo fossile proprio nel punto di ingresso nelle gallerie.

     La grotta soffia e aspira, soffia e aspira, in modo fortissimo, con periodo di circa un minuto: inversioni veramente impressionanti. E' giornata di forte vento, all'esterno ma inversioni così lente e potenti sono proprio strane. Arrivati alle regioni orizzontali iniziamo i rilievi lungo le gallerie in salita. Lucido risale il ramo di destra, duecentosettanta metri fino ad una zona al di sotto di una frana. Sopra di noi devono esserci vasti ambienti a giudicare dalla complessità dei passaggi là sotto, ma non c'è speranza di scavare, da sotto, questa terribile, soffiantissima frana.

     C'è invece speranza di arrivarci sopra da P.B. Vedremo. Ci buttiamo poi sul ramo di sinistra verso il Solai: c'è una serie di passaggi non evidenti e poi indovino quello buono mentre gli altri due che sono con me si infilano in frana, bagnata, soffiante e poi chiusa. Riesco a tenermi alto ed esploro una discreta franosissima galleria fino ad un passaggio stretto. Un'oretta dopo sono di nuovo lì, rilevando, con Ube. Vediamo che la galleria fa una grande curva a sinistra (punta al Solai) e perde la corrente d'aria nel punto di massima curvatura, dove svetta un camino. Ube è ancora, all'epoca, discretamente magro e riesce a superare la fessura che mi aveva fermato: di là ce n'è un'altra, allargabile: dopo sembra prosegua ampio. Dovrebbe entrare nel Solai, siamo vicini ormai.

     La risalita è di poche avventure: Giulio, che sta riprendendo in mano il linguaggio delle grotte, ha le uniche, in strettoia, ma tutta roba di poco conto: dei ripassi, direi.

 

Giovanni Badino

Tavola fuori testo

Abisso della Filologa - rilievo

 

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essebue

 

     Giugno. Sulle foto aeree della zona Meo e Giovanni vedono che la zona di fratture Gola-Gaché si prolunga oltre quest'ultimo, al di là del Ballaur. Giovanni due domeniche dopo va con Alma e Teina a guardare cosa c'è. Un buco nella neve segnala presenza di corrente d' aria: Giovanni e Marco Marantonio aprono un pozzetto fra i sassi. Per ora non si entra.

     Prima di tutto c'è da dire che l'ho trovato io. Non altri. Io. Mi dicono sempre che al sole sono un povero minorato, che la sola battuta che ho fatto è stata a Pian Ambrogi con un deltaplano. Mentono. L'Essebue l'ho trovato io.

     Era mezzogiorno e c'era il sole anche se un po' velato, per fortuna; la sera prima dovevo andare in Gola con Marcantonio, ma non ne avevamo voglia: allora mi è venuto in mente che poche settimane prima Meo mi aveva mostrato le foto aeree del Marguareis ed avevamo visto gli sfasciumi lungo la frattura Gola-Gaché, al di là del Ballaur, intravedendo il sicuro abisso che c'era sotto. Avevamo misurato con orrore la breve distanza di quella zona dai campi degli imperiesi e ci eravamo detti: "Bisogna andare: pensa che disastro per noi se lo trovasse un Ligure!".

     Allora ho sfidato i fiumi di luce che scendevano dal cielo e mi sono infilato, a bussola, nell'ombroso canalino lungo la direttrice giusta. C'era un gran buco nella neve e ci sono entrato, per riposare un po' gli occhi. Gollum, Gollum.

C'era un sacco d'aria.

     Poco dopo arriva Marcantonio ed insieme apriamo un buchetto fra i sassi, sottraendo così l'abisso alle grinfie dei Liguri. Non sono stato io invece, a battezzarlo. Il nome gli è stato attribuito da un tizio del quale dirò il nome solo a chi mi paghi con dell'olio buono, di prima spremitura.

 

Giovanni Badino

 

 

     L'ingresso viene aperto la settimana successiva dal Guala e Meo. Entrano, scendono la prima frana ed il primo pozzetto e si fermano in un grande Canyon che punta al Gaché. Tettonico. La quota è 2525.

     Essebue o abisso del Finocchio. O solo Essebue. Strano nome. Già. Assatanati censori attendono ferocemente la spiegazione per lanciare su di essa malefici strali. Invece niente. Comunque sia ha a che fare con quei liguri di estremo occidente; qui taccio.     Lo trovò Giovanni in un posto ridicolo: una frana sotto a un nevaio. Luglio: Guala e Meo ne fecero una grotta disostruen-

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do l'ingresso, una strettoia e scendendo il primo pozzo. Poppi e il sottoscritto lo chiusero più in basso dopo un paio di pozzi su un paio di strettoie.

     Diventa sempre più difficile: bisogna evitare il badinese e se qualcuno pensa che un articolo sia la semplice relazione di una punta sbaglia. Il poveretto, oltre a lottare contro l'incombente analfabetismo di ritorno deve: 1) evitare le badinate (esagerazioni, ambiguità ed eufemismi), 2) evitare i badinismi (luoghi comuni, stereotipi e sillogismi di Sua creazione di cui il Principe è Maestro), 3) essere brillante, fantasioso, corretto, discreto (lo sono), 4) evitare di scrivere la parola "imperiesi", 5) essere andato in grotta.

 

Ube Lovera

 

 

     Proseguono il Presidente ed Ube. Alla base del pozzo, da venti, c'è una lunga china, uniformemente flagellata dall'acqua che penetra negli sfasciumi esterni che coprono questo grande canyon. Al fondo della china franosa la grotta chiude contro una fessurina. I due escono allucinati, grondanti d'acqua. Le operazioni vengono sospese, un po' perché si attende che sparisca il nevaio esterno, un po' perché ci sono esplorazioni più importanti.

     Non ho mai creduto che quella grotta chiudesse. Doveva andare giù. In fondo al Gaché ci sono grandi gallerie risalgono verso le Saline e si concludono sotto grandi camini. Deve esserci un abisso che ci arriva. Solo che in effetti non sembrava poi così interessante trovare l'amonte del Gaché.

     Più bello era trovare l'avalle, cioè P.B., ancor più bello l'avalle di P.B. ... Invece no, era piuttosto interessante anche l'amonte del Gaché. Per questo, dopo "Avallegaché" cioè Gola ai primi d'agosto e dopo Avallepibi cioè Filologa a settembre è venuto il turno di Amontegaché cioè Essebue. Ad ottobre.

 

G.B.

 

 

     Ube, Patrizia Squassino, Susi Martinuzzi e Giovanni salgono al Ballaur ai primi di ottobre con tre sacchi di corde: il loro incarico è controllare il fondo di Essebue e, se chiude, uscire ed entrare nel Gaché per risetacciare i primi centocinquanta metri di profondità. Ma Essebue prosegue. In tre superano la fessura, scendono il P 32 seguente riprende; do il canyon iniziale fino a che a -120 quella che, in sostanza è la frana esterna sparisce per dare inizio a meandri e pozzi. Si fermano a -150 su pozzo.

     Ube è proprio papero: pensate che voleva lasciare fuori un sacco con delle corde perché, a sentir lui, non saremmo andati

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avanti e cinquanta metri di corda sarebbero bastati.

     Allora mi sono impuntato dicendo che, nell'83, centocinquanta metri di corda mi sembravano appena sufficienti per una piccola grotta chiusa. E lui, pensate, mi ha preso in giro. Allora ho scommesso con lui una cena sul fatto che ci saremmo fermati per mancanza di corde. E lui rideva. Poi però quando risalivamo, finiti i materiali, si è detto disposto a pagarmi tutti i giorni cene casi feconde.

 

G.B.

 

     L'Essebue sembra nato da due sfide: con la prima il Sublime tra gli esploratori ha stracciato tutti i più famosi cercatori di buchi, smentendo la sua leggendaria fotofobia; con la seconda il Principe degli strettoisti ... si è sentito grasso!

     L'Essebue è una grotta che comincia un po' stretta e franosa, poi saltella giù ampia e va a sbattere in una fessura. Poteva finire tutto li. Invece nel 1983 sono poche le grotte che possono permettersi di "finire lì". Così Badino, Ube ed io più Susi (sotto mentite spoglie) decidiamo di accanirci per passare. I primi tentativi sono infruttuosi, poi Giovanni, che è grasso, e quindi ha l'occhio esercitato, individua un punto in cui, con due martellate, si può allargare.

     Purtroppo non è ancora abbastanza ampio per il bacino del noto anche se viscido diplomatico. Mi infilo io, incitata da una voce femminile (in grotta non capita spesso e l'effetto è stimolante). Quello che c'è dall'altra parte gli altri lo dedurranno dalle mie urla: "Pozzo, continua ...!"

     Dopo aver vinto la tentazione di buttarmi giù, torno per martellare anch'io. Quando Pube sguscia dall'altra parte andiamo ad armare il pozzo, mentre il Principe degli incastrati prosegue la disostruzione. Il pozzo è armato, Ube scende e... Giovanni non si vede. Torno ad aiutarlo (AD AIUTARLO). Fa impressione vederlo imprigionato fuori. Alla fine la fessura è distrutta e scendiamo fino a dove finiscono le corde: ma la grotta continua. Torneremo.

 

Patrizia Squassino

 

     Capitolo secondo: in cui si narra di come il Principe scroccando turpemente una cena trovò il modo di sfruttare l'abilità dei suoi agili compagni ricavandone un abisso.

     DUE ottobre. In questo giorno il principe dei ristoranti con uno stupido scherzo a base di corde vinse una ancora latente cena al sottoscritto. Con noi una compagine italo-giapponese: Squassino ormai orientalizzata e Martinuzzi in via di celticizzazione.

     Di conseguenza la strettoia, tettonica, alacremente lavorata per 4 ore consecutive lasciò passare ad intervalli di un'ora, Patrizia, il relatore Vostro, e il Badino ultimo con penoso ritardo. Ciò perché, dopo un paio di strettoie iniziali e qualche saltino, la grotta si presenta come un'enorme spaccatu-

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ra rettilinea che scende alternando pozzi e gallerie in frana, inclinata a.40°, fino a gettarsi in un meandro a -120. A metà strada la fessura tettonica surmominata.

 

U.L.

 

 

     Il 9.10 rientra una squadra. La compongono Meo, Ube, il Guala, il Carrieri, Jojo Lamboglia e signora, Giovanni. E' una punta spavalda: si entra con mezzo chilometro di corde per arrivare fin giù giù, in Gaché.

     Cinquecento metri di corde sembrano il minimo ragionevole per una punta di quel tipo: abbiamo raggiunto zona a pozzi, sul tettonico, siamo quasi a perpendicolo sulle estreme gallerie del Gaché e dunque portiamo TUTTO il necessario per arrivare fin là. Fermarsi per mancanza di corde è stupido: con tutte le cose che ci son da fare... Così ragionavamo, mentre l'abisso affilava le sue armi.

 

G.B.

 

     Eccomi di nuovo in divisa da idiota davanti al buco: gli stranieri Jo Lamboglia e fanciulla più Carrieri, gli indigeni Guala, vigna, Lovera, il meticcio Badino.

     Davanti i 3/2 di ligure scendendo velocemente costrinsero Meo ad un rilievo frenetico alternato a urla di meraviglia. Mi dissero che più avanti Jo riecheggiasse delle medesime grida e a scatenare l'entusiasmo dei due era la galleria inclinata a 30° che correva rettilinea sopra uno strato di selci che trovammo alla fine del meandro. Correvano dritti incontro al Gaché. Dopo 150 m di galleria uno stop: in basso si stringe fino a diventare impraticabile; in alto l'inferno. Fino ad allora avevamo in pratica percorso la stessa frattura, approfonditasi in meandro e ancora più in basso allargatasi in galleria causa lo strato selcifero. Di fronte al fondo impraticabile Giovanni trovò la via nel meandro sovrastante.

     La "via" è un percorso lungo una cinquantina di metri, preso inizialmente a 10 m di altezza che diventano 20 sul finire del meandro. Le pareti, viscide, sono abbastanza vicine da ostacolare il passaggio, abbastanza lontane da impedire opposizioni potabili, gli appoggi sono ricordi d'infanzia, la lunghezza è tale da macerare gomiti e ginocchia. Dopo la tortura pozzo da 20 m e nuovi guaiti: meandro simile al primo, un po' meno incazzato. Due grandi pozzi ascendenti, finalmente si cammina, altro meandro, agevole, affluente da sinistra.

 

U .L .

 

     Eravamo sì, a perpendicolo del Gaché, ma Essebue preferisce entrarci ai -400, non ai -500. Per farlo si sposta di molto, in pianta. Per spostarsi dopo una splendida galleria usa un meandro del quale si dovrebbe vergognare.

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     Giampiero è il primo a raggiungerlo: è una struttura altissima, viscida, praticabile solo a metà altezza ad una quindicina di metri dal fondo. Sotto si stringe pian piano.

     Mi infilo. Mi trovo ad avanzare sul viscido e verticale, stretto a tratti al limite della respirazione. Le svolte sono a 3-4 metri l'una dall'altra, striscio a mezz'aria contrastando la tendenza a scivolare. Ogni tanto anche senz'aria nei polmoni ma riesco ad avanzare ed allora mi lascio scivolare di uno, due metri in altri piani. Svolta a destra, sinistra, destra sinistra, ogni volta continua uguale. I castighi nel Khayyam sono duri, ma non pericolosi: questo è mortale. Mai visto nulla di simile, un incubo. Le svolte uguali, infinite, le scivolate, lo sforzo, il torace sempre vuoto riescono a spezzarmi la respirazione e la calma.

     Mi fermo ad uno slargo tremando, incredulo per quello che ho alle spalle. Riacquisto me stesso e avanzo ancora dieci o quindici metri, più tranquilli: finalmente sprofonda a pozzo. Guardo bene quel pozzo. Penso che sono il primo a vederlo e sarò l'ultimo, che ho osato troppo per arrivare sin li. Che non si dovrà tornare. Mi reimmergo nel meandro per ritornare in pratica riesplorandolo al contrario perché la via che ho percorso sino qui non permette il ritorno, e io lo so.

     Miracolo! C'è una altezza alla quale il meandro è antipatico, e null'altro: continuo a tenerla segnando frecce ad acetilene (ora ho speranza di tornare al pozzo) finché non sbuco in galleria una decina di metri sopra il mio livello di andata. Segno un "Buon divertimento" ad indicare l'altezza giusta: poi tutti insieme ci rientriamo.

 

G.B.

 

 

     Dopo galleria e meandri si spalancano due pozzi da fiaba, tipo Gaché, poi una galleria inclinata nel calcare del Trias sposta ancora la squadra. Arrivano due affluenti dall'alto. Il primo a sinistra nella punta successiva mostrerà in alto delle condotte forzate, il secondo, a destra, non risalito, ha fluitato una camera d'aria proveniente di certo dal Ramo Vecchio del Gaché. Il rilievo che esegue Meo mostrerà poi che qui si è a pochi metri dalla zona del Campo Base, in Gaché, zona di gallerie poco esplorate. Dopo, questa galleria inclinata entra in un grande ambiente, a pozzo, pieno di arrivi. Alla Base si è nel punto dove l'Artiglio destro del Gaché è entrato nel Ramo Vecchio.

     Ora il Gaché ha due ingressi.

     La perla: due pozzi gemelli, 50 e 40 m in vuoto da scende re ululando. Qui Jo ci lascia: la sua compagna ha cercato di spappolare il meandro con una ginocchiata ed insieme risalgono.

     Noi no. Galleria franata, saltini, sotto di noi scorre un

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rio e sul rio Giampiero trova una camera d'aria. Enorme, portata dall'acqua, residuo di antiche spedizioni geccheliane. Cerchiamo rovistando in giro la via da cui è arrivata. C'è molto casino.

     Continuiamo ascendere: pozzetto, poi un 20. Scende Giovanni, anch'io. Mi dice "Quello spit l'ho messo io". Siamo in Gaché, Artiglio Destro a -400 e rotti. Poi il timbro, dopo Chiabrera e Khayyam tocca all'Aretino, flash. Due ore a dormire ameno di due gradi poi la risalita.

 

U.L.

 

 

     In queste regioni si conclude la via dell'Abisso Essebue dedicata a Pietro Aretino, poeta toscano.

     Nell'ultimo tratto di esplorazione Ube mi dice che gli sembra un tipo di discesa che lui aveva immaginato: andare avanti infinitamente, sempre nel nuovo, sempre più lontani. Molte, molte ore sono passate da quando abbiamo iniziato ascendere nell'ignoto.

     Poco dopo entriamo in Gaché, e notiamo una cosa: ci siamo entrati lungo una antica via suborizzontale. Ora sotto di noi c'è il doppio pozzo finale del Gaché, un P 25+60: se lo scendessimo ci troveremmo in una galleria che va avanti sempre nella stessa direzione fino a stringersi troppo. Ma il doppio pozzo, sotto di noi, ora, mostra la sua vera faccia: è un recente ringiovanimento. Al di là di esso perciò dovremmo ritrovare la prosecuzione della galleria da cui proveniamo, il piano superiore di quella, toppa, del fondo.

     Per oggi, però basta così. Risaliamo lasciando armato.

 

G.B.

 

 

     Un mesetto dopo ritorna dentro una squadra di esploratori: il programma è cercare di forzare il fondo del Gaché, o almeno studiarselo in tanti, risalire un po' di arrivi e disarmare. Gli arrivi vengono risaliti, ma solo in parte. Trovare la prosecuzione della galleria triassica è troppo più importante: ci si riesce. Nel Ramo Vecchio del Gaché una breve risalita porta su prosecuzioni a con dotto franato con sprofondamenti. Si dà solo un'occhiata perché il tempo non è molto: ma ora Piaggia Bella è ad un paio di centinaia di metri nella direzione della galleria.

     Per quella che dovrebbe essere l'ultima punta ci sono di nuovo anch'io, Giovanni, Ube, Stefano, Munnezza e Riccardo. vie ne accolta la mia preghiera e si sale venerdì sera con la luna piena.

     Sabato ho premura di entrare in grotta e rompo le palle. Mi accusano di essermi fatta traviare dai triestini: non è ve-

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ro, ero cosi già prima. Il fatto è che Ube e Giovanni si coccolano Consolata e Claudia mentre io peso che la cura migliore per la malinconia sia farmi coccolare da un meandro di quelli che avvinghiano stretta stretta. o forse era un presentimento.

     La discesa è divertente, il meandro carino, preso nel posto giusto (ho nelle orecchie Paponcio che dice "non star a sbassarte tropo"), i pozzi molto belli e le gallerie... continuano.

     Ancora una volta passo davanti al naso di qualcuno (Stefano) e mi insinuo in fessura per vedere cosa c'è dopo, con la sicurezza che deriva dalla mia... taglia. Mi becco del maschiaccio! Avviso: chiunque oserà ancora sostenere questa tesi si beccherà un pugno sul naso. Scrivo GSP 83 sul bordo di un pozzetto e torno indietro.

 

P.S.

 

 

     Poi il recupero. Molto il materiale, non molti gli esperti, molte le avventure: a fianco di quelle ovvie, ridicole, prodotte dai sacchi una sfiora paurosamente la tragedia. Uno della squadra perde il "livello frecce" nel Meandro e si trova, stremato, ad avanzare in posti da incubo che arrivano quasi a mangiarselo. I due compagni esauriscono le forze per sottrarlo alla grotta, ed abbandonano i loro tre sacchi a monte del Meandro.

     Deve iniziare il recupero. Siamo a circa -450 e Riccardo e Munnezza hanno problemi di luce (e forse di allenamento). Questo recupero comincia a farsi tragico.

     Sui pozzi prendo il sacco a Riccardo e lo raggiungo in meandro. Al ritorno è un po' più lungo con un peso che mi tira in basso. La difficoltà maggiore è quella di voltare continuamente la testa all'indietro per far luce a chi mi segue. Alla fine del meandro ci rendiamo conto che "serà longhi" e che forse bisognerà recuperare i... recuperandi. Ube va avanti col suo sacco per avvertire chi aspetta all'uscita, io lo seguo col mio illuminando la strada per Riccardo e maledicendo il suo Gibbs che mi costringe ad aspettarlo sui frazionamenti, senza sapere che mi lascio alle spalle una quasi tragedia di incastramenti.

     Anche noi comunque abbiamo problemi sull'ultima fessura: per me è ormai troppo larga e scivolo miseramente in basso mentre il sacco resta in alto, Riccardo subisce alcuni stiramenti per i piedi che forse l'hanno allungato di qualche centimetro.

 

P.S.

 

     A me il livello frecce non fa ne caldo ne freddo (forse solo un po' di freddo): è un livello tecnico ma abbastanza facile. Per questo col mio sacco sorridevo condiscendente quando questo si incastrava nel meandro e dovevo tornare indietro a disincastrarlo senza girare la faccia, perché non gira;

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è un meandro, e i meandri fanno cosi il loro mestiere. Sorridevo sentendo bestemmiare e guardando il tempo scorrere, inutile. Eh, ragazzi, immaginavo di dire, tendete a fare troppi sforzi: pensate invece a controllare il respiro. Sorridevo quando sono arrivato dall'altra parte, indenne, col mio sacco.

     Poi il meandro sputa fuori gli altri e ne rimangono solo due: Sgunfia e Munnezza. Sorrido un po' meno quando sento il Meandro che ride. Mi si dirà: è normale che un meandro rida. Quando voi risalite stanchissimi, siete quasi all'uscita e tentate di superare di slancio un passaggio stretto e vi si incastra l'acetilene, lo scastrate, di nuovo strappo, sacco incastrato, lo scastrate, strappo, acetilene incastrato, allora, se voi tendete l'orecchio potete sentire il meandro che ridacchia. Se siete spiritosi ridete anche voi e andate via: se invece non siete speleologi abbastanza bravi bestemmiate, scastrate l'acetilene con una manata, saltate avanti e vi trovate appesi al sacco incastrato. A quel punto, in genere, ridono anche i sassi e i pozzi. Fateci caso.

     Dicevo che ho sentito il meandro ridere, ma in modo cattivo: e mentre lo guardo con sospetto da là dentro arrivano calme invocazioni. Siamo al buio, fuori via. Uno qua e uno là.

     Ohibò, mi dico, e rientro. Percorro il livello frecce e mi accorgo, ad un certo punto, di aver superato uno dei due compagni: deve essere sotto di me, dunque, ma non lo vedo. Ohi, ohi. Qui il Meandro si mostra leale: perché il test non sia eccessivo lascia andare via, da dove era, lo Sgunfia che mi raggiunge molto provato. Poi comincia ad osservarci tutti e tre, ridacchiando. Gianni è in profondità sotto di noi, oltre fessure innominabili e viscide; parliamo, è calmo, ma io non sorrido più: deve essere sotto il livello del primo passaggio, in posti incredibili.

     Dopo poco anche il meandro smette di ridere: il rumore del casco che cade lentamente in fessure lontane sotto di noi ci dice che Gianni ha anche perso, definitivamente, il casco e luce. E' calmo però. Mi lascio scivolare giù fin da lui, scivolata orrenda: al buio come era si è infilato in un posto incredibile, lui che è sottile, sospeso, coricato, in curva, incastrato nel sacco, a sua volta incastrato. Ora il meandro non ride proprio e questo mi fa paura. Prima aiutato dallo stesso Gianni mi batto per liberarlo: fa molto, molto freddo e c'è un momento in cui dispero di riuscire. Poi riusciamo: lui è libero ma siamo stremati. Tentiamo di andare via all'indietro ma è troppo stretto per essere superato così stanchi, strisciando orizzontalmente a mezza altezza, senz'aria nei polmoni.

     Lui riesce, su di me, ad alzarsi un po' e poi a raggiungere il livello frecce mentre io ormai senza forze nelle braccia mi batto un'oretta per risalire pochi metri micidiali. A più di tre ore dall'inizio siamo al livello frecce, coi sacchi: poco dopo abbiamo guadagnato l'uscita del meandro. Ora però non c'è più possibilità di completare il recupero: lasciamo i sacchi e

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risaliamo lenti, con Munnezza senza ne casco ne luce, finchè nella notte siamo fuori.

 

G.B.

 

     Come tutti sanno, io sono un magazziniere-spaccabelino-permaloso-e-taccagno (del tipo che di fronte al rischio di lasciarci una corda per scendere un pozzetto inesplorato preferisce dar chiusa la grotta). Ed è solo per questo - e non per l'Essebue in sé, ne per i miraggi di giunzione - che riuscii dopo lunghe insistenze a convincere alcuni (tra cui Lui, il principe-degli-sparpagliatori-di-materiale-di-gruppo) alla epica spedizione di disarmo.

     Sssì, finalmente recuperare il mio tesssoro: 600 gocce del mio sangue (leggi "metri di corde") e tante belle placchettine argentate.

     Poi, la tragedia.

     Forse furono le ventisei ore là sotto, forse lo sfinimento per il laborioso attraversamento del meandro "Buon divertimento" (alias "Prudencio Aguilar o della maledizione") con il rischio di lasciarci un collega in coma (che non è una femmina di Como, vero Gianni?). Sia quel che sia, appena divincolate le mie membra dal soffocante abbraccio del meandro, venendo meno proprio a quei principi che credevo di anteporre allo stesso istinto di conservazione, abbandonai i materiali fin li amorevolmente recuperati e me la diedi a gambe (si fa per dire) con il solo meschino obiettivo di portare fuori la pellaccia.

     Il che - come avrete capito - mi è riuscito perfettamente.

 

Stefano Sconfienza

 

 

     Il disarmo è completato da una diversa squadra del GSP che la domenica dopo, 26.11, rientra in grotta. Sono Poppi, Ube, Claudia, Walter Segir, Lucido, Arlo e Giorgio Guala.

     Qualche avventura.

     Penso che se Einstein si fosse interessato di speleologia, certamente avrebbe definito la strettoia un'entità "relativa". Infatti essa è tale in quanto relativa al fisico dello speleologo, alla sua preparazione tecnica, alla sua capacità di soffrire e ad altri fattori che i seguaci dell'illustre Alberto (sic) ben presenti nel nostro gruppo potranno un giorno enucleare.

     In ogni caso per il sottoscritto, dotato di un fisico relativamente robusto, la strettoia dell'Essebue, quella che si incontra dopo i primi due pozzi, è già di quelle da lui definite abbastanza impestate. Passiamo all'Essebue. Entrano subito il sottoscritto, Poppi, Ube a Claudia. La discesa si svolge senza problemi fino all'inizio del famoso "meandro", dopo di che, non essendo Ube in vena di fare il tiramolla per recuperare attrezzi speleo, decidiamo di uscire con i sacchi pieni lasciati dai

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predecessori disarmando un pezzo di grotta.

     Salgo lentamente gustandomi un po' la grotta (fin che posso); il sottotuta Tecnoalp e la tuta Ilcom stanno andando benissimo (nota per il responsabile tecnico). Anche perché un po' bagnato, Poppi mi incita ad uscire in fretta; non gli dò molta retta perché sento che la famosa strettoia, passata abbastanza agevolmente in discesa, mi farà penare al ritorno. Giunto nella saletta che precede la strettoia, mi fermo ad aspettare gli altri sperando di cogliere qualche ispirazione. Per primo passa l'acciuga Ube dopo di che sono costretto a lasciar passare il presidente con la scusa di porgergli i sacchi (Ube è troppo leggero, dice Poppi). Mi infilo di testa non molto convinto; difatti mi trovo incastrato col bacino. A questo punto Poppi mi esorta, Poi mi incita per poi passare alle minacce nonché alle vie di fatto cercando di dividermi in due provando il carico di rottura del mio corpo. Nel mezzo dell'operazione si sente un tonfo; è Claudia, mia speranza, che è caduta nella saletta. Attimo di suspense: forse abbiamo un ferito in una grotta senza uscita.

     Già si delinea nella mente di Poppi l'idea di sperimentare il martello da disostruzione sulla carne umana del sottoscritto, se non che la buona condotta (vero Zinza?) viene premiata; Claudia si riprende e dopo un po' riesce a salire e a sollevarmi una gamba di quel tanto che basta per farmi uscire con grande giubilo generale ma soprattutto del sottoscritto che cominciava ad avere qualche crampo di troppo. (Tempo dell'operazione 1 h).

     Ube e Poppi, quali avvoltoi, non mi lasciano allontanare se non dietro solenne promessa di una lauta cena (sarà fatto). Usciamo accolti da un vento tremendo il che mi rimanda col pensiero alla mia prima uscita al Fighiera dove avevo trovato le stesse difficoltà moltiplicate per due o tre, ma anche qui come allora il pensiero di aver fatto una grotta che paga compensa abbondantemente le difficoltà incontrate.-

 

Walter Segir

 

     Altre due punte di esplorazione e disarmo sono dunque seguite: drammi di vita quotidiana e chi ne ha parlato ha detto quasi tutta la verità.

     Da qualche parte poi qualcuno festeggerà l'81.esimo articolo del decennio con uno scritto autoelogiativo scaricando contemporaneamente dalla Propria persona le responsabilità riguardo al nome dell'abisso.

     E' vero: io, io, io, gliel'ho dato io. Ma voi non saprete mai perché Essebue.

 

U.L.

 

 

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al gortani

     L'anno scorso, durante le vacanze natalizie, mi avventuravo per la prima volta in Canin e facevo la conoscenza con l'abisso Michele Gortani.

     Ne conservo un ricordo bianco di neve e di calcare e gelido di ghiaccio e vento: vento e neve in bivacco, ghiaccio e vento in fessura e in galleria. E' anche un ricordo comodo: zaino non troppo pesante, nemmeno un sacchettino scendendo in grotta, una corda attaccata alle piume della coda in risalita, sugli ultimi pozzi.

     Quest'anno dicembre mi ha rivista in Gortani, ma con me ho trascinato, per pozzi e meandri, DUE sacchi. Non so se sono diventata più brava o più scema. L'incentivo comunque c'era: preparare il campo che ci avrebbe ospitato in due riprese, dandoci il tempo e la forza di girar per bigoli (!...n.d.r.) cercando giunzioni da siglare '83.

     I volenterosi per il primo giro sono 7 triestini: Guido (Dogui), Stefano (il Cane), Andrea (Kekez), Roberto (Mandriol), Mario (Paponcio), Ferruccio (Fettuccio), Ravalli (Ravalli) e una piemontese: Patrizia (io, la Pacia). I suddetti scendono in Gortani con 19 (diciannove) sacchi fino a -450 e montano il campo nella galleria dell'Aragonite, vicino al Salone Cesca (io però l'Aragonite non l'ho vista, solo tante cacche). Ravalli e Fettuccio, un po' provati, si riposano e risalgono. Per gi intrepidi che rimangono il premio è stato la giunzione con il "Meandro del Plucia", già effettuata ma da verificare e da siglare. Ora, ai piedi dell'ultimo pozzo del Plucia giace la scritta: "In questo cagador comincia il Michele".

     E per restare in tema, una tremenda dissenteria ha falciato tutti i membri della 1ª spedizione e ha impedito a Kekez e Pap di trovare la voglia di "tociarsi" nella nera brodaglia che occupa il fondo del meandro iniziale dei "Bigoli con marmitte".

     La risalita collettiva, che doveva permetterci di raggiungere una (o due) pizze a Chiusaforte, è vivacizzata da un po' di suspense: uno degli ultimi pozzi è senza corda, Ferruccio se l'è trascinata dietro, avvinghiata ad un sacco: adesso c'è un'ansa che fa bella mostra di sé a 15 metri d'altezza. Mario ha un "dejà-vu", gli altri hanno freddo. Solo dopo tre ore e mezzo di tentativi la corda viene agganciata e tirata in basso. Possiamo uscire: niente soccorsi! A Trieste cerchiamo il Plucia sul rilievo: in sezione c'è ma in pianta no. Inizia una ciclopica opera di revisione che impegnerà il duo Bianchetti-Padovan fino a gennaio. Ben presto avremo un Gortani tutto nuovo (e assai più lungo).

     Il secondo campo, quello natalizio, è meno affollato ma più fruttuoso. Questa volta siamo in quattro: Pap, Zagolo, Zolla e una Patrizia furiosa per via di certe matite.

     Voi sapete vero che per stendere un rilievo ci vogliono

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delle matite? Ebbene, i potenti mezzi di questa spedizione forniscono ogni genere di strumento per l'ancoraggio delle corde alla parete (chiodi, nuts, spit, ecc.) matite no. Se vuoi fare un rilievo devi arrangiarti a rivoltare le pietre della galleria dell'Aragonite sperando di trovare un mozzicone sperduto!

     Ed è inutile prendersela con l'orso Paponcio, al massimo ti guarderà con l'espressione amarissima facendoti pensare che hai delle pretese assurde. Comunque dopo aver ripercorso la strada accidentata e melmosa dei bigoli, siamo arrivati in una condotta bassa e pulita che ad un certo punto sprofonda in un pozzo e che, ancora più importante, dall'altra parte continua in una bianchissima galleria fossile con la volta ad arco e meravigliose marmitte sul fondo. Io e Pap lasciamo i due Z ad armare il pozzo e ci buttiamo per gallerie che continuano e si biforcano e, WOW, tirano aria. Peccato che non so dove vadano. Alla fine lasciamo perdere le varie diramazioni e seguendo quello che sembra il ramo principale, arriviamo su uno sprofondamento: al di là la galleria continua, ma senza corda non si può traversare, sotto c'è il vuoto e rumore d'acqua. Il Davanzo? Lo speriamo ma non lo sappiamo ancora, è li e aspetta.

     Torniamo indietro perché ci sentiamo un po' in colpa verso i due compagni che intanto hanno sceso il primo pozzo. Andiamo giù anche noi finché terminano le corde.

     Il ritorno al campo è allegro e appiccicaticcio (fango dei bigoli maledetto) e il purè Knorr con "luganighe di Vienna" mitico! Altrettanto mitico il caffelatte del mattino dopo (12.30). Svegliarsi al buio non è troppo bello, uscire dall'amaca neanche, infilarsi tuta e imbraghi fangosi ancora meno! Solo la prospettiva dell'esplorazione ci spinge a ripercorrere i bigoli fangosi. La galleria, ampia e fossile, attenderà ancora. Ci buttiamo giù per i pozzi: Pap e Zagolo davanti ad inventare nuove tecniche di armo e progressione in discesa, io e Zolla dietro a stendere il rilievo nella speranza di capire dove stanno andando. Pozzi e pozzetti finiscono dopo 120 metri di dislivello macinati all'inseguimento dell'orso da punta: Zagolo è il secondo ed è notoriamente molto lungo (1,90 e più) e funge come base per piramidi umane al buon Zolla, io sono una papera e quindi, si sa, "svolo".

     Dopo i pozzetti il Meandro con la M maiuscola, lungo, largo, diritto, come se ne vedono pochi in Canin. Sembra di essere al Boegan. C'è anche acqua, poca, vista la stagione, ma già abbastanza per far pensare che questo è un ramo importante, un piccolo collettore (e proibitivo con il disgelo). siamo tutti infervorati anche se un po' preoccupati, non va nella direzione giusta (la risorgenza di Goriuda per intenderci), ma torna indietro, verso sud-est. Ed infatti alla fine la delusione: il ramo del Rendez-vous e il sifone a -675. Almeno crediamo. Ci sono tracce, un coperchietto di plastica, un altro meandro che arriva. Un po' infelici e dubbiosi (Zolla scriverà un grosso BOH? sul fondo) risaliamo. Meno male che il posto è bello.

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     In cima un'occhiata alla galleria che continua: mi piange il cuore a lasciarla lì senza nemmeno una poligonale piccola piccola, ma Paponcio incalza, non c'è tempo, dobbiamo uscire per il 30, è già il 29 sera, arriverà Vasco ecc. ecc.

     Vasco ed il Curto erano entrati con noi e poi avevano proseguito verso il fondo per un campo più spartano. Dovevano fare arrampicate e cercare finestre illuminando le tenebre con una enorme torcia da sub. L'intesa (un appuntamento marca Paponcio) era di ritrovarsi per uscire insieme dato che, particolare non trascurabile, eravamo in macchina con Vasco.

     Vasco non arriva nella notte, non arriva il 30 mattina, arriva il 30 pomeriggio e ci trova lì, in galleria dell'Aragonite ad aspettarlo. lo sono un attimo depressa, di star lì a far niente non ne ho più voglia, ho sempre i piedi gelati, ho finito il caffelatte e poi non so dove va quella galleria, insomma sono idrofoba, la prospettiva di un'uscita notturna, magari in mezzo alla bufera, diventa sempre più allettante. così decidiamo di andarcene nella notte, usciremo scaglionati per non aspettarci sotto i tiri lunghi del 118 e del 60. Ciò non impedisce che salendo io abbia sempre il fiato di Paponcio sulla coda (Mi? vado pia-ni.si-mo!!) tant'è che raggiungiamo Vasco e il Curto, partiti un'ora prima, sotto gli ultimi pozzi.

     L'attesa è breve ed il giro d'aria sulla fessura iniziale sopportabile. Fuori infatti è una bellissima notte stellata, quasi calda, l'ultimo regalo del Canin quest'anno.

 

Patrizia Squassino

 

 

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gallerie del gavasso (caudano)

     Dopo due anni abbiamo finalmente finito il rilievo e l'esplorazione (forse) dei nuovi rami chiamati benevolmente Gallerie del Gavasso. Il pretesto era accompagnare gli Imperioti che non c'erano mai stati e così finire i lavori cominciati anni fa: la risalita di un camino, già iniziata da Jarre

(GSAM) e Giessepiini (25 m e chiude) e il rilievo che ora pubblichiamo. Lo sviluppo delle gallerie è di circa 250 m.

 

Grotta del Caudano - Gallerie del Gavasso - rilievo

 

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Precisazioni sul bacardi

     Cuneo e Torino sono tra le maggiori città del Piemonte. I loro abitanti da sempre sono abitanti e da sempre si capiscono poco: chiedete a qualche barzellettaio per avere maggiori chiarimenti.

     Dei loro speleologi si può dire esattamente lo stesso, infiniti i casi di scarsa sintonia: ecco a voi l'ennesimo. Ma ora siamo ottimisti: questa volta le incomprensioni sono nate perché si è fatta speleologia insieme. Ci auguriamo che ce ne siano ancora molte di questo tipo perché così, pian piano, si smorzeranno tutte.

 

     Vi preghiamo voler pubblicare il sottoesposto articolo a parziale risposta di "Momenti di speleologia". comparso sull'ultimo numero del vostro bollettino "Grotte".

 

ABISSO BACARDI: RUM DI MARCA O DI FANTASIA

     ...E finalmente vennero loro due, i famosi prosecutori di grotte Guiffrey e Nobili (sono facilmente riconoscibili: girano con una bibbia di calcare su cui vi fanno giurare che li richiamerete) e, con intuito veramente formidabile, ci riscoprirono la prosecuzione da noi disostruita la punta precedente.

     In questa occasione venimmo a sapere che da loro a disarmare è il terzultimo per ospitalità verso gli ultimi due. poi, su loro suggerimento, venne chiamato un altro esploratore, noto esaminatore e consigliere di svariati gruppi speleo, tale Chiabodo che ci fece notare come tutto fosse sbagliato: gli armi dei pozzi e i nomi dati ai saloni; non contento di ciò spostò il salone Titti dopo quello del XXVale, diceva che faceva più abisso.

     Non saranno mai dimenticati per il loro modo di far speleologia: sinceri amici, privi di ogni desiderio di primeggiare, non soggetti a campanilismi di gruppo.

     Ed è cosi che il GSAM, profondamente commosso, ringrazia e comunica che qualora volessero tornare a guidare i nostri passi verso nuove profondità, saranno accolti come si conviene a personaggi del loro stampo.

     Fin qui abbiamo bevuto rum di fantasia (non ci piace), preferiamo il Bacardi e chi se ne intende può unirsi.

 

G.S.A.M. CAI Cuneo

 

28.12.83

     La mia intende essere una precisazione alla risposta scritta sopra. Devo dare atto ai colleghi cuneesi che negli ultimi

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anni hanno sviluppato un simpatico e personalissimo senso dell'umorismo e lo si può notare dalle loro righe di risposta (parziale) al mio articolo; spiace che quest'ultimo non sia stato preso per quel che è in realtà.

     Il mio rammarico principale è che se una chiarificazione doveva essere, la si poteva benissimo fare personalmente senza inalberazioni di massa a difesa di un qualcosa (?) che non fanno altro che alimentare polemiche prive di senso. prendersela perché uno, scherzando sia a voce (al Bacardi! con Pierre e Robi) che su un bollettino, scrive che la sala del XXVale ha un nome ridicolo, mi pare un po' eccessivo; che poi la posizione di questa rispetto al pozzo Titti sia spostata perché "faceva più abisso" chiedo scusa, ma come si possono sbagliare gli armi si possono benissimo sbagliare le frasi scritte magari due settimane dopo su un articolo ...ed è meno pericoloso.

     Chiedo ancora scusa ma grotte se ne fanno tante, può darsi che mi sia confuso con i pozzi e le sale della Gola o della Filologa. Ancora una cosa riguardo il "famigerato" armo del Titti: trovo che ognuno abbia il diritto di esprimere un proprio parere e torno a dire che per me l'armo era sbagliato perché il rimando era su di un masso che si muoveva, la partenza non era stata sufficientemente pulita e la corda toccava. E' un'opinione; se per caso avessi provato a rifare l'armo cosa sarebbe successo? di cosa sarei stato accusato?

     Ultima cosa per quanto concerne il campanilismo e desiderio di primeggiare: il nostro gruppo è sempre stato aperto a tutti, sia per esplorare o per fare cazzate insieme, e lo potete chiedere per esempio agli amici di Imperia e di Savona e agli altri che meno frequentemente per motivi di lontananza, sono stati limitati nel farlo. Le critiche se e quando ci sono state sono sempre state accettate o discusse senza tanti casini; vediamo di uscire dal proprio guscio di autodifesa contro i cattivi che ci vogliono rubare meriti, dignità o chissà cos'altro, vediamo di confrontarci in maniera più diretta senza mimetizzarci dietro le sigle di un gruppo. Può darsi che venga fuori un qual cosa di ben più utile di queste sterili polemiche che stancano la voglia di fare speleologia.

_____....._____

     Resta inteso che la mia risposta è individuale e che quindi coinvolge solo quanto ho detto e scritto io.

     Ben lieto di poter discutere con voi personalmente di queste cose senza pregiudizi per partito preso

 

Roberto Chiabodo

 

 

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calcite e aragonite

     Percorrendo le sinuose vie di una grotta calcarea, sovente ci viene istintivo pensare, osservando le varie concrezioni, che ci circondano, se esse siano composte da calcite o da aragonite.

     Amletico dubbio, valido anche per gli esperti di mineralogia! Se si trattasse di minerali cristallizzati, il dubbio sarebbe dissipato sul nascere; difatti qual è il mineralogista che non sarebbe in grado di riconoscere l'abito scalenoedrico delle calciti, ad es. del Passo del Furlo o del Michigan o le forme romboedriche delle calciti toscane (miniera di Gavarrano o altre località vicine), dalle forme classiche dei trigeminati pseudoesagonali delle aragoniti spagnole o marocchine?

     Ma il più delle volte capita di imbattersi, specie in grotta, in masse granulari, stalattitiche, coralloidi, pisolitiche. ecc. ed allora l'aspetto esterno non è più attendibile. E chi di noi è sinceramente in grado di valutare, senza errori, la differenza di durezza di appena 0,5 sulla scala di Mohs, oppure di determinare la densità di un campione, con un errore minore di sole 0,2 unità? Per non parlare poi di tutta una serie di dati diagnostici, pressoché identici per entrambe le specie.

     Potremmo anche tentare un'analisi chimica qualitativa, di tipo casalingo, e determinare l'anione ed il catione della molecola, con alcune reazioni caratteristiche; ma anche così la risposta sarà comunque la stessa: sviluppo di CO2 (dato rilevatore dello ione carbonato CO3-) e precipitato giallo e fiamma rosso mattone (dati indicativi dello ione Ca++). E non potrebbe essere che così; anzi ci sarebbe da meravigliarsi se due minerali chimicamente identici, come lo sono appunto la calcite e l'aragonite entrambi costituiti da Carbonato di Calcio (CaCO3) presentassero costanti chimiche, sostanzialmente differenti.

     Ma allora che cosa è che distingue questi due minerali, in apparenza così simili? Semplicemente l'appartenenza a due sistemi cristallografici differenti. Così la calcite cristallizza nel sistema trigonale, a cui spettano le forme semplici dello scalenoedro e del romboedro, mentre l'aragonite appartiene al sistema rombico.

     Naturalmente, a questo punto entriamo in crisi e pensiamo di dover ricorrere alle analisi cristallografiche specialistiche, ovviamente non accessibili ai più. Esiste però un semplice saggio chimico che ci permette di ottenere una risposta con un'alta percentuale di sicurezza unita ad una semplicità esecutiva, con il minimo di attrezzatura e costi assolutamente contenuti. Questo saggio chimico, detto Saggio di Meigen, consiste nel verificare la diversa reattività che il carbonato di calcio presenta, nei confronti di una soluzione diluitissima di Nitrato di Cobalto, quando appartiene alla fase trigonale (calcite) o alla modificazione eteromorfa rombica (aragonite).

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     Procuriamoci quindi del Nitrato di Cobalto esaidrato, CO(NO3)2 . 6H2O, un sale molto solubile in acqua, di color rosa carico. Sciogliamone una piccola quantità in poca acqua distillata e quindi diluiamo la soluzione con altra acqua, fino ad ottenere un colore rosa-violetto molto pallido, e polverizziamo, a parte, una piccola porzione di minerale da analizzare, fino ad ottenere una polvere finissina.

     Dato che questo saggio è estremamente sensibile, di solito viene condotto su quantità minime di sostanza, in modo da risparmiare lavoro e reagente per non essere costretti a lavorare con litri di soluzione. Preparata dunque una quantità ragionevole di reagente (10-20 cc. circa) la si unisca al minerale polverizzato e si porti la sospensione casi ottenuta all'ebollizione, per qualche minuto, con un becco Bunsen, in una provetta di vetro Pirex. Una volta tolta la provetta dalla fiamma, si osservi la polvere al fondo: se è rimasta pressoché inalterata, cioè bianco-violetto, si tratta di calcite, ma se si è colorata decisamente in viola è aragonite.

     E' tuttavia consigliabile astenersi da conclusioni decisamente affrettate e quindi filtrare la sospensione su di un disco di carta da filtro, lasciando asciugare perfettamente la polvere, prima di decidere il suo colore. Poiché il saggio si basa su di un confronto cromatico, può accadere che definizioni come azzurrognolo o violetto abbiano valore stretto, dal punto di vista personale; è allora consigliabile realizzare una serie di "prove in bianco" con minerali che siano sicuramente definiti come calcite ed aragonite. Le due polveri, cosi ottenute, saranno etichettate e conservate in provetta da utilizzare come termine di paragone, nelle successive analisi su materiali prelevati in grotta.

 

Adriano Gaydou

 

 

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l'istronaz

     Questo nuovo essere del regno animale appartiene alla famiglia degli Speleotipi (Istr. Naz. Speleus): forse resterà l'unica scoperta della mia esistenza animale, e se, come essi sperano, si diffonderà tale specie fino ad essere prevalente nel mondo ipogeo, temo che possa essere tra le peggiori che io possa avere mai fatto. Premesso questo parliamo un po' di lui, l'Istronaz.

L'Istronaz, ama vivere soprattutto all'esterno, lo si può incontrare nei pressi di paludi burocratiche dove deposita le uova, generando cosi i Burosauri, che niente hanno più a che fare con la speleologia, ma piuttosto con le scartoffie che spesso essa genera burocraticamente.

     Se lo si incontra in una cavità lo si riconosce subito, perché si differenzia dagli altri per il suo aspetto estremamente lindo e variopinto, il passo serio e convinto guidato dal sapere. Pur avendo gli occhi sviluppati come tutti i comuni animali, egli si sposta nel buio come gli altri, ma senza illuminazione artificiale, illuminato com'è dalla luce del sapere e della saggezza. Per lo più lo si trova in cavità sub-orizzontali, o anche frequentemente turistiche, con dislivelli non superiori a mm 1000, salvo rare eccezioni che destano una certa meraviglia perché vanno a ben altre profondità, cioè come tutti i comunissimi animalucci al fondo di grotte e abissi comuni.

     Questa nuova specie tenta disperatamente di inquinare le menti degli altri, promettendo loro riconoscimenti di alto rango (vedi patacche, patacchine, piastre varie, tesserucce) da attaccare sulla propria pelle, dove resteranno indelebili per l'eternità. Solo che il resto degli animalucci preferisce non dargli ascolto e continua per le sue grotte o abissi che siano, dove va perdendo gli organi visivi, e già infatti ha doppia luce artificiale perché con una sola potrebbe non ritrovare la retta via; interpretando l'andare in grotta, come un modo per fare amicizia riconoscendosi negli altri animaletti in generale, nei modi di vivere, pensare (che paroloni compromettenti), divertirsi insieme, senza né politica né burocrazia di alcun tipo.

     Ed è ciò che probabilmente rende anomalo questo tipo di sport dagli altri e per questo forse un po' più bello.

     Questo articolo avrebbe dovuto restare con autore anonimo. Ma non crediate che fosse per paura di pubblicare il mio nome e cognome: non ci sarebbero problemi, anche perché io sono uno di quelli che non devono difendere ne primati ne imprese di alcun tipo, sono cioè un animaluccio comunissimo, che va sotto per divertirsi semplicemente e vedere cose belle, e non per realizzarsi. Lo avrei preferito cosi perché credo che, anche in base a ciò che ho sentito in giro, dagli altri, da nord a sud,

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ad essere del mio parere sono in molti, tanto che non basterebbero alcune pagine per i loro nomi.

     Per me, gli Istronaz dovrebbero ripensarci un po' su, e dopo aver abbandonato patacche, patacchine, ecc., cercare di tornare con gli altri esseri comuni senz'altro più ignoranti e carenti in tante materie, ma senz'altro più validi sotto l'unico punto vitale, l'ATTIVITÀ SPELEOLOGICA, che è aperta a tutti i tipi di studi e ricerche, ma che si concretizza con l'attività speleologica, senza fronzoli ne paroloni.

 

Anno di grazia 1983

Marco Fontanelli