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GROTTE

anno 26, n. 80 - gennaio-aprile 1983

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

 

SOMMARIO

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La parola al presidente

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Notiziario

6

Attività di campagna

9

26° Corso di speleologia

10

Le impressioni di un'allieva

12

Osservazioni morfologiche

14

Artesinera -355

18

Una giunzione

19

     Un articolo lungo

37

Le grotte della zona A

47

Abisso della Liberazione

48

Bellezze al bagno

52

Grotta degli spettri

53

Controrecensione

54

Controcontrorecensione

60

Pubblicazioni ricevute

 

Redazione:

Marziano Di Maio

(resp.)

 

Giovanni Badino

 

 

Alberto Gabutti

 

 

Laura Ochner

 

 

Elio Pulzoni

 

 

 

 

Stampa: LITOMASTER,

Via Sant'Antonio da Padova, 12

 

 

Stampato con i contributi della Regione Piemonte previsti dalla Legge Regionale n. 69/1980.

 

 

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la parola al presidente

     E' fatta. Dopo anni si è riusciti a congiungere il mostro. Fighiera e Corchia hanno finalmente il loro passaggio a misura d'uomo che ci permette, senza problemi, di considerarli un unico grande sistema di oltre 1200 metri di profondità e di 40 chilometri di sviluppo.

Su questo bollettino affermo che il merito, se si può fare un discorso di questo tipo, va a tutti coloro che hanno esplorato in quella montagna per decenni con questa speranza, siano essi venuti da Torino o da Firenze, da Faenza, da Bologna, da Nizza e Tolone, da Pietrasanta, da Savona e così via.

Credo che da questo risultato vadano superate le scherzose baruffe tra gruppi, e che la giunzione è un risultato comune, di tutti quelli che, bene o male, per tanto o per poco, ci hanno creduto e lavorato.

La sorte poi ha fatto il resto.

Che ognuno faccia per sé, di questa giunzione, quello che meglio crede, ma penso comunque che questa debba essere una festa per tutta la speleologia.

 

 

Attilio Eusebio

 

 

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Notiziario

Assemblea di inizio d'anno del G.S.P.

Si è tenuta il 14 gennaio, per discutere sui programmi di attività del Gruppo e delle varie sezioni.

     Per la biblioteca, Villa ha preventivato una spesa sulle 100.000 lire per acquistare alcuni libri.

     Sul magazzino, oltre a fare preventivi di spesa, viene ribadito che il materiale di gruppo va riportato pulito e in ordine il venerdì successivo al giorno in cui è stato usato. netto materiale può essere prelevato solo previa autorizzazione dell'assemblea e con telefonata di preavviso ai magazzinieri (Guala e Sconfienza) con almeno un giorno di anticipo.

     La redazione del bollettino sarà così composta: Di Maio, Badino, Gabutti, Ochner e Pulzoni. Si farà una campagna di incremento degli abbonamenti. Si discuterà più avanti in gruppo circa un numero speciale per il trentennio di fondazione del G.S.P.

     Operazione Piemonte sotterraneo: è necessaria un'opera di sensibilizzazione al lavoro di catasto, e di insegnamento del le norme relative. Bisogna affiancare ad Arietti altre 2-3 persone.

     Catasto: aiuteranno Villa nel lavoro Tea Tricarico, Margherita Pastorini e R. Cortese.

     Archivio: Garelli elenca le poche spese da fare.

     Segreteria: poche anche per questo settore le necessità, di spesa elencate da Barbara Barisani.

     Biospeleologia: sul bollettino n. 79 è stata pubblicata l'attività 1982.

     Archeologia: Toninelli è pronto a iniziare il lavoro nel sottosuolo torinese.

     Tesoreria: vengono discusse le voci maggiori di spesa, tra cui quelle per i materiali ed il bollettino.

     Capanna Saracco-Volante: sarebbe bene affiancare a Patrizia Squassino un secondo responsabile il cui incarico è vacante. Viene proposto Giorgio Guala.

     Si discute infine a lungo sull'attività esplorativa. Tra i temi centrali le capacità (e incapacità) del gruppo, gli opportuni interventi da attuare per riqualificare persone e gruppo, la necessità di coinvolgere maggiormente i singoli; poi i programmi di battute da svolgere nei mesi pre-estivi, e quelli di esplorazione tra cui Fighierà e Baader, Piaggia Bella e Gola del Visconte, Artesinera. Per Piaggia Bella si parla anche del lavoro monografico da pubblicare.

 

Proiezioni

     Il 5 marzo presso la scuola elementare Sinigaglia di Tori-

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no, Villa e Toninelli hanno proiettato il film "Biecai" e diapo di Piaggia Bella.

     Il 12 marzo nella sala del Centro Valdese di Torre Pellice, G. Villa, F. Maina e P. Arietti hanno presentato il film "Biecai" e il fotodocumentario "Speleologia, alla ricerca della luce". Analoga proiezione è stata effettuata dagli stessi il 15 marzo al dopolavoro CRAL della Sip a Torino.

     Nella biblioteca comunale di Settimo Torinese sono state infine tenute due serate: una il 23 marzo proiettando il film "Biecai" e foto di Piaggia Bella, con commento di A. Casale e G. Villa, e la seconda il 25 marzo con lezione di biospeleologia e relativa proiezione a cura di A. Casale.

 

Premi fotografici

     Al concorso fotografico CAI di Borgo San Dalmazzo ha partecipato G. Villa conseguendo il primo e terzo premio per foto a colori, con le foto "Pozzo del Gazzano" e "Controluce".

 

 

CORREZIONI E AGGIORNAMENTI SUGLI ABISSI DEL MARGUAREIS

     Lo sapevo che appena pubblicavamo l'articolo sulle grotte del Marguareis (v. bollettino n. 79) subito sarebbe saltato fuori qualcosa di nuovo o peggio di sbagliato, infatti cosi è.

     Mi cospargo il capo di cenere e passo a correggere i miei errori:

1)

Esiste ancora un altro buco (E 103) nel vallone del Marguareis scoperto ed esplorato (-200 circa) dal G.S. CAI Bol zaneto.

2)

L'S2 è profondo -470 e non -370

3)

Il Velasquez è -122 e non -130

4)

La Muttera è +200 e non +250

5)

L'Artesinera è -355 e non -320.

 

Attilio Eusebio

 

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LE CAVITA' ITALIANE PIU' PROFONDE DI 500 METRI

Vi propino per le nostre notti insonni (quando pensiamo agli abissi inesplorati) un'altra tabella su cui meditare.

Questa comprende tutti (almeno spero) gli abissi italiani più profondi di 500 metri e la regione dove essi si aprono.

Complesso Fighiera-Farolfi-Antro del Corchia (Toscana)

-1210

 

Spluga della Preta (Veneto)

-985

(-995)

Grotta di MonteCucco (Umbria)

-922

 

Abisso Michele Gortani (Friuli)

-920

(-925)

Abisso dei Draghi Volanti (Toscana)

-870

 

Pozzo della Neve (Molise)

-850

 

Abisso Emilio Comici (Friuli)

-774

 

Abisso presso la quota 1972 (Friuli)

-760

 

Abisso dei Fulmini o Giovanni Leoncavallo (Toscana)

-760

 

Complesso di Piaggia Bella (Piemonte)

-755

 

Abisso Paolo Roversi (Toscana)

-755

 

Abisso Enrico Davanzo (Friuli)

-750

 

Abisso Oriano Coltelli (Toscana)

-730

 

Abisso Pipote (Friuli)

-720

 

Abisso Gerard Cappa (Piemonte)

-692

 

Abisso Francesco Simi (Toscana)

-690

 

Abisso di Bifurto (Calabria)

-683

 

Abisso Sandro Mandini (Toscana)

-678

 

Abisso Gerardo Bagnulo (Toscana)

-655

 

Abisso Cesare Prez (Friuli)

-654

 

Abisso Eunice (Toscana)

-650

 

Abisso Attilio Guaglio (Toscana)

-650

 

Abisso Eugenio Boegan (Friuli)

-624

 

Abisso Giovanni Mornig (Friuli)

-618

 

Abisso Straldi (Piemonte)

-614

 

Abisso presso l'S 20

oltre -600

 

Voragine di Monte Bül (Lombardia)

circa -600

 

Abisso Marino Vianello (Friuli)

-585

 

Bus de la Genziana (Friuli)

-582

 

Abisso Raymond Gaché (Piemonte)

-558

 

Abisso Bologna (Toscana)

-540

 

Abisso dei Perdus (Piemonte)

-540

 

Abisso 1° sul Col Lopic (Friuli)

-525

 

Abisso Gianni Ribaldone (Toscana)

-520

 

Grotta del Chiocchio (Umbria)

-514

 

Abisso G.B. De Gasperi (Friuli)

-512

 

Abisso Eraldo Saracco (Piemonte)

-507

 

 

 

Attilio Eusebio

 

 

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Attività di campagna

     26-27 dicembre 1982, Abisso Fighiera: Badino, Carrieri, Avanzini, Di Ciolo, Marantonio. Trovato il Khayyam.

     2 gennaio 1983, Abisso Benesì: Oddoni, Zinzala, Tricarico; ricerca della cavità e battuta.

     Battuta a Monte Fantino: Baldracco, Giovine, Pastorini, Vigna.

     Fighiera: Avanzini, Badino, Carrieri, Di Ciolo, Marantonio. Superati i Castighi di Dio.

     9 gennaio, grotta della Barmassa: Baldracco, Guala, Maina, Mazzer, Pastorini, Vigna, Villa. Ispezione completa della cavità.

     Abisso dell'Artesinera: Chiabodo, Mazzer, Squassino, Visti arrivi dopo la "lambda".

     15-16 gennaio, Piaggia Bella: Gabutti, Lovera, Eusebio. Giro di ricognizione a R.A., R.B.

     Grotta Noè ed Abisso Fernetti (Trieste) : Squassino e triestini.

     Abisso Artesinera: Giovine, Oddoni, Valente, Vigna, Pastorini, Zinzala. Parziale rilievo fino a -320, e trovata prosecuzione.

     23 gennaio, Grotta del Caudano: prima uscita del corso, istruttori ed aiuto: Baldracco, Curti, Chiabodo, Eusebio, Gabutti, Lovera, Mazzer, Segir, Vigna, Villa, Zinzala, Cannonito, Francone, Giovine, Giraudo, Ochner, Oddoni, Pappalardo, Rizzo, Pastorini, Parodi, Maina, Valente.

     Abisso dell'Artesinera: Cevenini, Guala, Sconfienza. Esplorazione nel nuovo ramo.

     29-30 gennaio, Scogli Neri: esercitazione di soccorso CNSA SS. Partecipano del G.S.P. Badino, Doppioni, Eusebio, Lovera, Vigna, Guala, Tesio, Segir, Zinzala, Perello, Villa.

     30 gennaio, Abisso dell'Artesinera: Gabutti, Nobili, Francone. Congiunzione del nuovo ramo con la via per il fondo a -320.

     6 febbraio, Grotta delle Vene: seconda uscita di corso, istr. ed aiuto: Guala, Chiabodo, Eusebio, Gabutti, Lovera, Mazzer, Segir, Vigna. Cannonito, Francone, Giovine, Giraudo, Ochner, Pappalardo, Rizzo, Pastorini, Parodi, Sconfienza, Valente.

     Capanna Saracco-Volante: Gobetti, Icaro, Sgambelluri, Squassino, Nobili: trasporto della nuova porta.

     13 febbraio, Grotta del Lupo: Eusebio, Gabutti, Guala, Nobili, Lovera, Valente. Giro turistico.

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     27 febbraio, Abisso dell'Artesinera: Chiabodo, Curti, Eusebio, Gabutti, Lovera. Passato il fondo a -320.

     Grotta Cacciatori (Carso triestino): Squassino con il corso della Boegan.

     6 marzo, Orso di Pamparato: terza uscita di corso, istruttori ed aiuto: Chiabodo, Curti, Eusebio, Gabutti, Guala, Lovera, Cannonito, Ochner, Sconfienza, Valente.

     Arma dei Grai: terza uscita di corso, istruttori ed aiuto: Segir, Vigna, Villa, Zinzala, Francone, Giovine, Oddoni, Maizzer, Vigna, Barisani, Garelli, Rossi.

     12-13 marzo, Fighiera: Badino, Lovera, Marantonio, Segir, Di Ciolo, Carrieri: viva gli strettoisti.

     13 marzo, Battute intorno Rifugio Mondovì: Gecchele, Valente, Baldracco, Gobetti, Eusebio, Mazzer, Vigna, Pastorini.

     Abisso di Gabrovizza (Carso triestino): Squassino con il corso della Boegan.

     19-20 marzo, Balma di Rio Martino: Villa, Zinzala. Esplorazione rami nuovi, rilievo e foto.

     Abisso Fighiera: Badino, Di Ciolo, Avanzini, Lovera, Pasini, Marantonio. Sceso il 70.

     20 marzo, Orrido di Chianocco: quarta uscita di corso, istruttori ed aiuto: Curti, Eusebio, Gabutti, Guala, Perello, Villa, Zinzala, Cannonito, Oddoni, Parodi, Valente, Barisani, Blanco.

     Abisso dell'Artesinera: Giovine, Nobili, Squassino, Vigna. Continuata esplorazione sul fondo portato a -350. Francone, Pastorini, Rossi, giro turistico.

     26-27-28 marzo, Fighiera-Corchia. Congiunti i due abissi: ore 32. Badino, Eusebio, Marantonio del G.S. Savonese.

     27 marzo, Balma di Rio Martino: quinta uscita di corso, istruttori ed aiuto: Guala, Zinzala, Oddoni, Parodi, Giovine.

     Grotta dei Dossi: quinta uscita di corso, istruttori ed aiuto: Gabutti, Vigna, Pastorini, Valente, Sconfienza.

     Grotta del Caudano: Arietti, Villa. Accompagnati dipendenti Sip.

     Grotta dei Dossi: Arietti, Villa. Accompagnati dipendenti Sip.

     2-3-4 aprile, battuta sul monte Sagro (MS): Cannonito, Curti, Eusebio, Gabutti, Francone, Lovera, Pastorini, Nobili, Sconfienza, Valente, Vigna.

     4 aprile, Sistema Cueto-Coventosa: Squassino più i triestini Fox, Lazzaro, Paponcio, Glavina. V. articolo più avanti.

     9-10 aprile, Abisso dell'Artesinera: Guala, Nobili, Sconfienza. Disarmato sotto la "lambda".

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     10 aprile, Abisso dell'Artesinera: sesta uscita di corso, istruttori ed aiuto: Gabutti, Lovera, Segir, Vigna, Villa, Zinzala, Cevenini, Pastorini, Maina.

     Arma Pollera: Francisco Franco, Giovanni Gili più amici.

     16-17 aprile, Battuta sul monte Sagro (MS) : Baldracco, Gabutti, Guala, Lovera, Nobili, Pilotto, Sconfienza, Vigna. Scesi alcuni buchi già segnati, senza trovare nulla di buono.

     17 aprile, Sgarbo du ventu (Pieve di Teco IM): Giovine, Rossi, Rambaldi, Buscatti, Gaydou. Esplorato e battuto in zona.

     23-24-25 aprile, Battuta nella zona di Orto di Donna (LU): Baldracco, Eusebio, Gabutti, Giulio Gecchele, Paolo e Michele Gecchele, Giovine, Guala, Lovera, Franca Maina, Nobili, Lusso, Parodi, Rossi, Sconfienza, Valente, Villa.

     23-24-25 aprile: Badino, Squassino a Udine per Congresso Speleo.

     24 aprile, Battuta in zona "Cà di Taxi" (casa dei tassi). Ceriana IM: Buscatti, Rambaldi. Trovato buchi non esplorati.

     30 aprile-1 maggio, Orto di Donna: Lovera, Lusso, Baldracco, Eusebio, Valente, Sconfienza, Guala, P. Gecchele, Vigna, Pastorini, Nobili, Guiffrey. Scesi alcuni buchi promettenti.

     Garb dell'Omo: Gabutti, Parodi, Giovine, Rossi, Pilotto, Bianco, Bordini. Rilevate le risalite ed in parte cordellettate.

______________

 

     Quest'anno, nel 30° anniversario di fondazione del GSP, il bollettino si veste di una nuova copertina a colori (da una diacolor di Giuliano Villa) e il primo numero dell'anno esce con ben 64 pagine, il maggiore che si sia mai avuto in 26 anni di pubblicazione.

     Speriamo che anche ciò, oltre ai contenuti, induca i lettori a rinnovare l'abbonamento, che rimane invariato a 4000 lire (le sole spese di spedizione assorbono un terzo di questa somma). Questo è l'ultimo numero che viene spedito a chi non è ancora in regola o non effettua scambio di pubblicazioni. Il versamento può essere come al solito effettuato sul ccp 21691100 intestato al GSP CAI-UGET, Galleria Subalpina 30, 10123 Torino.

 

 

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26° corso di speleologia

     Il G.S.P. decise per quest'anno di affidare le incombenze organizzative del 26° corso di speleologia a Meo Vigna aiutato da Alberto Gabutti e Roberto Chiabodo, in qualità di aiuto direttori, e Margherita Pastorini come segretaria.

     Fare un corso diverso, fare un corso uguale, qualche novità.

     Quest'anno ci si è preoccupati di pubblicizzare in modo abbastanza capillare il corso, infatti alla solita serata inaugurale alla Galleria d'Arte Moderna, è stata preferita la divulgazione, in negozi di articoli sportivi, Nelle Università ed in altri luoghi, di locandine che pubblicizzavano in modo schematico e graficamente attraente il 26° corso.

     Il risultato, inteso come afflusso di persone al corso, è stato decisamente positivo: ben 41 iscritti alla prima parte, d'altronde in un periodo storico nel quale di speleologia se ne parla sempre più diffusamente sui "giornali", questo era un risultato prevedibile.

     Altra novità, questa rispetto all'anno scorso, è stata la divisione in due parti del corso: i motivi di questa scelta sono abbastanza immediati: permette, principalmente, alle persone iscritte di capire qual è l'ambiente ipogeo, ma soprattutto speleologico e di scegliere se continuare o no.

     Per questo nella prima parte sono state fatte le tradizionali uscite in grotte orizzontali, Caudano e Vene, proiettati filmati e fotodocumentari speleologici ed il "nostro presidente" ha tenuto una lezione sulle molteplici attività del G.S.P.

     I risultati? Direi buoni: 26 persone hanno continuato il corso.

     Ed eccoci giunti alla seconda parte, con i soli ti mercoledì sera a Palazzo a Vela, le lezioni di carsismo e non, e le uscite in grotte verticali.

     A questo punto è doverosa una menzione agli "istruttori latitanti", in verità abbastanza pochi ma cronici, i quali probabilmente non avvisati tempestivamente dell'inizio del 26° corso staranno ancora trepidando nell'attesa del fatidico giorno: cari signori il corso è finito!

     Per quanto riguarda gli "allievi", abbastanza assottigliatisi verso la fine del corso, una domanda incombe: la premiata fabbrica G.S.P. sarà riuscita anche quest'anno a costruire degli Androidi Ipogei?

     Non lo so, e non si sa, staremo a vedere.

 

A. Gabutti

 

 

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le impressioni di un'allieva

     Dal punto di vista di chi il corso l'ha appena terminato, ritengo di non potermi sbilanciare in considerazioni - sicuramente inappropriate - troppo dettagliate sullo stesso.

     Forse un giorno alcuni di noi allievi, trovandosi nelle vesti di istruttori, saranno in grado di entrare nella giusta ottica delle esigenze che vengono dalla incombenza di portare a termine un corso intero.

     Tuttavia come allieva novella e pertanto ben memore della esperienza appena trascorsa, ho materiale sufficiente per una analisi superficiale. Particolarmente centrate le lezioni teoriche, dalle quali si è potuto ottenere una visione chiara ed abbastanza ampia di cosa ci si debba aspettare di incontrare nel mondo sotterraneo. Parallelamente e contemporaneamente, la parte pratica durante la quale si sono svolte uscite in grotta ed attività preparatorie in palestra. Non posso lamentarmi a riguardo poiché credo esse siano state un esempio delle principali difficoltà in cui ci si imbatte durante la normale attività speleologica e pertanto questo è positivo.

     Forse la nota dolente - e d'altra parte non potrebbe non essercene una - l'ho riscontrata maggiormente negli istruttori i quali, ben preparati, tendono troppo sovente ad essere piccole isole con la propria autonomia. Nulla di più stressante vi è per una allieva se non l'imbattersi in diverse e troppe opinioni e modi di affrontare le grotte personali.

     E' più che naturale che ognuno conii un proprio sistema che naturalmente è sempre frutto di esperienza notevole, ma la buona riuscita di un corso dipende soprattutto dall'omogeneità di chi lo tiene, dalla forza costruita insieme e si dovrebbe quindi stabilire insieme un piano, unico ed invariato, di lavoro.

     Questo, in ogni caso, non ha influenzato negativamente il corso anche se l'entusiasmo di chi l'ha affrontato poteva essere superiore. Sono comunque soddisfatta del lavoro svolto da chi per me e da me e sinceramente non mi pento dell'attività intrapresa.

     Un grazie a tutti coloro che hanno faticato per permettere a noi allievi di giungere sino in fondo.

 

Anna Maria Pilotto

 

 

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INDIRIZZI DI ALLIEVI DEL 26° CORSO DI SPELEOLOGIA.

Franco Andreoni, v. Asilera 3, Druento, tel. 9846796

Saverio Bessone, Cso. Sommeiller 4, 651273

Alessandro Bianco (trota), v. Alessandria 3, Settimo Tor., 8004211

Grazia Bordini, v. Gioberti 51, 588165

Sergio Brucoli, v. Monte Rosa 3, Sangano (TO)

Gianfranco Buscatti, v. Ghigo 4, Polonghera

Paolo Covallero, v. Tollegno 22, 2398245

Marco Cunio, v. Carco 31, 377754

Michele e Paolo Gecchele, v. s. Felice 130, Pino Torinese, 840421

Maria Consolata Lusso, v. Camerana 4, 517737 (Asti 216221)

Nino Masciandaro, v. Nizza 223, 676555

Giusy Orlando, v. Frejus 115, 376350

Stefano Paccagnella, v. Cuneo 7, Settimo Torinese, 8004346

Giovanni Pidello, C.so Svizzera 24, 7493135

Anna Maria Pilotto (aquilotto), Pza. Rebaudengo 9, 203927

Rosalinda Rambaldi, v. Ghigo 4, Polonghera

Sergio Serra, C.so Raffaello 11, 683231

 

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per le osservazioni morfologiche

     I rilevatori capaci sono pochi, i rilevatori morfologi validi sono pochissimi. ... Questo è sicuramente un assioma ...

     Da quando ho cominciato ad andare sottoterra ho visto nascere parecchi esploratori, pochi rilevatori e nessun rilevatore morfologo. E' un lavoro difficile ma se riesci puoi veramente ritenerti soddisfatto. Uno dei motivi fondamentali che mi spinge a tentare di eseguire un rilievo di questo tipo nasce dall'esigenza di comprendere sempre meglio l'evoluzione delle varie cavità, di cercare di entrare a far parte, con la mente, di quel sistema carsico.

     Cosicché ho pensato di fare una piccola traccia dedicata ai rilevatori tradizionali, quelli che già hanno imparato a leggere gli strumenti e a disegnare la poligonale. La prossima volta ne farò una dedicata ai rilevatori incapaci, quelli che non hanno ancora capito la differenza tra bussola e rondella.

     Lo spunto nasce da un articolo di Beppe Dematteis pubblicato 21 anni fa su un bollettino, l'ho ripreso e ve lo ripropongo modificato per i nostri scopi.

     Per necessità i vari argomenti sono appena accennati, sta alla capacità del singolo svilupparli adeguatamente. Elencherò quindi i dati che bisogna avere delle grotte, grandi e piccole, in modo che il rilievo sia il più completo possibile.

     Occorreranno quindi, oltre ai soliti dati necessari per la poligonale:

- Data del rilievo, ora, nome degli operatori.

- Dati catastali -

nome della grotta e sinonimi, numero di catasto, provincia, frazione, località; posizione dell'ingresso su carte IGM in coordinate UTM;

quota d'ingresso.

- Dati metrici -

sviluppo e dislivello.

- Note tecniche -

scheda d'armo.

- Descrizione

esterna -

zona circostante la grotta, sua morfologia dominante;

posizione della cavità rispetto al sistema carsico a cui appartiene (risorgenze, cavità assorbente, ecc.).

- Descrizione

interna -

tipo di roccia;

descrizione ingresso, circolazione d'aria. Generalmente si dovranno annotare: forme morfologiche predominanti (pozzi, gallerie, meandri, sale, condotti); se la grotta è fossile, semiattiva, attiva;

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acque interne - tipo e distribuzione (stillicidi sparsi, torrenti, laghi);

distribuzione delle concrezioni (tipi, se rierose);

riempimenti antichi o recenti (cementati, a sportati, ecc.);

forma delle pareti e della volta (condotti di erosione, forme di corrosione, superfici di distacco, forme miste);

- più specificatamente per ciò che riguarda Gallerie, meandri e condotti - dimensioni;

 

genesi (su giunto di strato o su frattura); direzione principale;

forme principali (vedi dispense);

pavimento (roccia, sabbia, concrezioni, fango, acqua, massi o terriccio);

soffitto (fessura, concrezioni, camini, resti di condotti, massi, marmitte inverse, non visibile); pareti (liscie, a gradini e spigolo, scallops, concrezioni, bagnate o asciutte);

- per i Pozzi -

dimensioni;

fratture generatrici (disegno in sezione trasversale);

forma (a campana, buca da lettere, arretramento, tra massi, inclinati, condotte sottopressione inclinate);

pavimento (roccia, sabbia, acqua, terriccio, concrezione, fango, massi).

- Fauna ipogea

     Ho la seria impressione che quanto scritto non serva a nessuno, se non a creare dei contrasti tra il sottoscritto e quelli che già sapevano fare questo tipo di rilievo.

     Immagino già la faccia di costoro sdegnati da queste righe. Che essi mi scusino ma ho dovuto sintetizzare anni di studio, migliaia di pubblicazioni in venti righe, ammetto che posso averlo fatto male. Comunque la speranza non crolla mai e l'illusione, che ha raccolto i miei pensieri trasportandoli sulle sue ingannevoli ali, mi ha anche convinto a fare un tentativo.

 

"I segreti dell'eternità né tu né io conosciamo

Quella parola misteriosa né tu né io sappiam proferire

Di dietro un velo si svolge il mio ed il tuo parlare:

Quando cade il velame, né tu né io ci siam più".

(Omar Khayyam)

 

 

Attilio Eusebio

 

 

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Artesinera -355

sindrome d'artesinera

Il nostro gruppo è stato colpito veruni mesi fa da un terribile male, "Sindrome d'Artesinera", male che non colpisce, ... fulmina.

     E già, state attenti, la Sindrome d'Artesinera si insinua il giovedì, si manifesta il venerdì provocando una ridda di telefonate organizzative, si scatena il sabato notte e si attenua la domenica pomeriggio per riapparire puntualmente il giovedì dopo.

     Ma vediamo meglio come si rivela e come è stato momentaneamente debellato questo terribile male.

     I primi sintomi si verificarono ben un anno fa, quando all'uscita di corso, Ube e Badino trovarono una prosecuzione nel "fondo 3", una strettoia (la lambda) e un pozzo, e le volte successive un altro pozzo ed un salone detto con sarcasmo "terminale". Poi per sei mesi più niente, solo parole, niente crisi d'astinenza, tutto normale insomma.

     Arriviamo quindi a Natale, cosa fare ... andiamo all'Artesinera! "E' finita" direbbe qualcuno, è appena cominciata dirà la storia. La Sindrome covata per sei mesi nei nostri cervelli si rivela, scendiamo Alberti, Guala, Meo, Stefano ed io, arriviamo al salone "terminale" e Meo si accorge che la parola terminale non è del tutto azzeccata, saletta, pozzo, pozzo, meandro e strettoie, il Gabutti pensa "ci sto proprio stretto", Alberti e Guala no, scivolano via. Si fermano su un pozzo per mancanza di materiali.

     Quattro giorni dopo, Guala, Stefano, Poppi, Alberti e Gabutti ridiscendono, le strettoie vengono martellate ..."finalmente si passa" dice il Gabutti, altri pozzi e poi a -320 la vedetta Alberti si arresta: è stretto disse.

     E' gennaio, e dove si va ... all'Artesinera. Meo, Walter, Beppe, Cagnotto, Loredana, Margherita, scendono il 16-1. Rilevano quasi fino al fondo a -320 e risalendo disarmando Meo trova "la prosecuzione", sempre alla base del solito salone terminale. Gesti pirotecnici di Zinzala e Cagnotto nel pozzo, non è la loro giornata, tornano su ed il pozzo continua ad andare giù, come, d'altronde, Cagnotto nella lambda. Una messa vale ben Parigi disse Enrico, un casco vale ben la vita, disse Cagnotto.

     La settimana dopo i malati sono Guala, Stefano e Cevenini, che dopo aver sceso l'inscendibile, scendono ancora e si fermano, ahimè, su un pozzo.

     Dico ahimè, perché la domenica dopo tocca a me, Munnezza e Francone. Già timbrato all'Omo come sciacallo, mi confermo tale, il pozzo finisce sulla vecchia via (vecchia di qualche settimana!). Sembrerebbe finita, e invece no! Il 27 febbraio Pop-

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pi, Ube, Carlo, io ed Arlo ritorniamo al vecchio fondo a -320. Me misero tapino, direbbe Paperone, me misero grassoccio dice il Gabutti) è proprio stretta, e già togliti tutto ed infilati. Davanti a tutti il Lovera e davanti a lui sempre più stretto, poi finalmente si allarga e arriviamo su un pozzo. Carlo arrampica in alto, Ube scende in basso, si infila nello stretto e sentenzia "non so, forse continua"; usciamo.

     Il 20 marzo è l'ora di un nuovo sacrificio. Beppe e Patrizia tentano di superare le strettoie lasciate da Ube, Munnezza e Meo esplorano 70 metri di meandro strettissimo sopra il pozzo, e come volete che chiuda ... in sifone naturalmente. I nostri risalgono rilevando e disarmando in parte, e mentre il dottor Beppe ingurgita strani intrugli dietetici, qualche centinaio di metri sopra le loro teste, Margherita, Francone, e la Rossi, poggiate le chiappe al suolo, girano i tacchi e se ne escono.

     10 aprile, Sconfienza dopo un lungo periodo di astinenza (ricordatevi, la Sindrome d'Artesinera si manifesta con un rigonfiamcnto anomalo del labbro inferiore, ora che lo sapete fateci attenzione e diffidate), dicevo Sconfienza, Guala e Munnezza ridiscendono nell'abisso per dare il colpo finale. Questo sarà per l'Artesinera un giorno fatidico, mai tanto brulicare di attività umana fu vista; sotto la lambda i nostri tre baldi prodi, utilizzando la famosa legge della fisica (da dove arriva l'aria non è detto che arrivi uno speleologo) disarmano il disarmabile, sopra la lambda ben 15 allievi, con relativi istruttori personali, provano le prime ebrezze della discesa su corda. Lasciati secondo i piani, i sacchi sotto la lambda la squadra da disarmo esce evitando astutamente di disarmare la restante parte della grotta permettendo, così, la lenta e spasmodica uscita degli allievi. E come secondo i piani, Ube e Lucido, coadiuvati da Zinzala e Cevenini raccattano i cinque sacchi dalla lambda, e dopo esserseli equamente distribuiti, portano fuori il culo ed i sacchi appesi sotto. Signori miei è davvero finita?

     Sul fatto che l'Artesinera serbi qualcosa di grosso non ci sono dubbi: Bacardi docet.

     Sul fatto che non ci torneremo più non ne sarei così convinto.

     A quando la prossima ricaduta?

 

Il Gabutti

 

al fondo

     Le varie punte primaverili dell'82 si erano fermate in un salone con una frana da passare, poi a dicembre qualcuno ritorna, trova la via giusta e scende un pozzo da 11 metri,

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meandro, un pozzo da 12, un 20 e si ferma su un pozzetto.

     Nelle vacanze di Natale scendiamo noi divisi per non prendere freddo e rendere di più, Guala e Piero Alberti avanti ad armare, Gabutti a trascinare sacchi, Sconfienza ed io al rilievo. Scendiamo un pozzo da 10 tortuoso e con acqua, uno da 6, poi meandrone, meandro, meandrino, strettoia, passa uno e martella, avanti ancora, fermi su un pozzo grosso da 14 con la cascata che si butta in mezzo. Pozzo largo e bello a campana, alla base un altro da 6. Siamo a -300, ma la grotta tira ad infognarsi, strettoia fetida, sospesa su un pozzo da 6, la martelliamo e va avanti Piero, continua, passiamo ed il Gabutti ci aspetta lì, la strettoia è impressionante, bisogna passare a panciamolla su un crostone stalagmitico sospeso sul pozzo, retrocedere di alcuni metri cercando un appoggio con i piedi, chinarsi, retrocedere ancora, alzarsi in piedi, girarsi, e poi scendere il pozzetto in arrampicata ... non male ..., questo buco non ci regala nulla. Dopo c'è uno dei meandri più belli che ho visto sottoterra, concrezionato in modo incredibile, verdastro, con acqua, tanta, troppa.

     Scende una ventina di metri e quando cominciamo a credere che sia quello giusto ecco che lui si infogna in modo orrendo, fessura con acqua, transitabile a stento, va avanti Piero per un po', poi torna dicendo che è stretta e bagnata, io la guardo, guardo la mia speleus stracciata e decido che non fa per me almeno per quel giorno, dopo usciamo tutti con calma.

     Un paio di mesi dopo sono di nuovo sotto, convintissimo che la grotta continua, che il fondo non è fondo e che dopo il Joel non mi fiderò più di cm allievo. Così scendiamo Ube, Carlo, R. Chiabodo, il grassottello Gabutti ed il sottoscritto. Riarmiamo i pozzi fin alla strettoia e poi dico ad Ube che è il più bello della compagnia, che di tutti è il più intelligente ed il più capace e che ha la tuta impermeabile, così lui vanitoso, si gasa e passa la strettoia; va avanti di 20 metri e si ferma su un pozzo di una decina di metri.

     Andiamo avanti tutti, la strettoia non era tale ed arriviamo in un bel meandro percorso da un paio di litri d'acqua al minuto, il pozzo è chiuso da pietre e sopra parte un meandro fossile molto stretto ma carino.

     Abbiamo anche finito le corde, discutiamo, poi decidiamo di fare una schifezza immane, così Carlo e Roberto tornano indietro, recuperano la corda che attrezzava l'ultimo pozzo di 6 metri e l'attrezzatura di uno solo per permettere di scendere il pozzo trovato. Ritornano, nel frattempo noi avevamo aperto il pozzo e spedito Ube a vedere il meandro sopra che naturalmente continua, stretto, ma continua. Si scende il pozzetto, Ube naturalmente, perché parte stretto e, come tutti sapete Ube è magrissimo, continua e si ferma su una strettoia che tira ad infognare, poi usciamo tutti, ...stanchi ...

 

Attilio Eusebio

 

 

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meandro è bello, ma ...

     L'Artesinera non finisce ma vien voglia di lasciarla finire. Dopo aver martellato una infame buca da lettere, la sacrificanda di turno ha avuto l'onore di avanzare "en première" lungo il meandro finale (va avanti ti, che a mi me scapa da rider).

     "Lui" prosegue e io anche: due marmitte alla base del saltino, una svolta e riprende stretto. Tolgo il toglibile e passo bassa nell'acqua, in alto si allarga, due belle condotte con il pavimento sfondato da una stretta forra, un piccolo arrivo e di nuovo meandro dritto e stretto, vivacizzato da ponti di roccia e concrezioni a cavolfiore.

     L'aria passa ma io no, ci vorrebbero una mazzetta e un compagno di sventura per l'incoraggiamento. Do un'ultima occhiata a quel buio che continua e ritorno verso Beppe e Meo che mi attendono, umidi e infreddoliti nella corrente d'aria.

     Meandro è bello, ma ...

 

Patrizia Squassino

 

     Il rilievo (sezione) dell'abisso dell'Artesinera è inserito fuori testo tra le pagine di questo bollettino.

 

Tavola fuori testo

Abisso Artesinera - rilievo

 

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una giunzione

     Tutto è cominciato per una spruzzata di neve primaverile sulle Apuane. Meta prevista una finestra nel pozzo del Neil Mos, meta raggiunta il Vallechiara e da lì, il giorno dopo, una microscopica fessura in una cava del Corchia sopra l'allora ingresso alto. La fessura era microscopica ma la cava era alta, molto alta, più alta dei ravaneti che ricoprono l'ingresso del Corchia, e aspirava. Due rapidi calcoli e dopo 15 giorni, armati di tutti i mezzi più sofisticati, siamo a Levigliani fermamente intenzionati a trovare "l'ingresso alto del Corchia". Tutto era stato previsto, dalla corda alle radio e ai mezzi più efficaci di disostruzione; una sola cosa non era stata pianificata: la nebbia.

     Mogi come si può essere mogi in una giornata di nebbia mentre si arranca nella neve fradicia, ci avviamo su una strada di cava verso una montagna che speriamo essere il Corchia. Breve sosta sulla cima e conciliabolo; impossibile e stupido continuare a battere senza sapere dove si è, Giovanni ritorna a Levigliani e va a fare la finestra nel Neil Mos, Andrea ed io proseguiamo sul crinale e se ci perderemo telefoneremo al Vallechiara per farci recuperare.

     Fatti pochi metri ci fermiamo per scambiarci le solite considerazioni filosofiche sul "Visconte", scaldandoci con una sigaretta. La nebbia si squarcia un attimo e da una depressione sale una colonna di vapore. E' Lui. Sono le ore 15 del 19 marzo 1976.

     Tutto il resto è cronaca, migliaia di chilometri di autostrada, anni di tentativi, di polemiche, di gioie e di delusioni ed infine la barriera del -1000 in Italia è abbattuta, anzi travolta, travolta da una "Cosa" che difficilmente potrà essere compresa ed esplorata nella sua intierezza.

     A Claude, per quello che ci hai dato.

 

Giorgio Baldracco

 

 

     Io non c'entro, lo giuro. Fui arruolato una sera: Giovanni mi invitò con lo stesso ghigno con cui mi avrebbe sodomizzato. Perché sono agile e snello.

     Giunzione: sotto, il Corchia c'è davvero. Ne esce la più grande traversata dell'universo. La faranno in pochi perché chi vince decide le regole. Io comunque non c'entro, sono stato paracadutato dentro; sbagliando pure il primo lancio.

     Khayyam è uno strano posto dove gonfiano le Marbach e dove

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anche chi non crede in dio crede nei suoi castighi.

     Khayyam, figlio di un deltaplano e di due mesi di ospedale; figlio di un Land che per due anni lo cercò scendendo e di due pazzi fiorentini che quasi ci arrivarono salendo. E soprattutto figlio di chi scese in Fighiera senza cercarlo.

     Dopo ore a discutere se la giunzione è oppure no conseguenza dell'ingresso per lottizzare "l'orchia che figa" in frazioni di merito.

     Dopo tutta una settimana a svegliarsi con lo stesso sorriso idiota della sera prima stampato sulla faccia.

     Dopo, la Via dei Ciccioni perché Ivano, Aldo, Papà e Carrieri se la meritano.

     Dopo gli esploratori torneranno al Corchia e i recordomani al totocalcio.

 

Ube Lovera

 

 

un articolo lungo

SUL FIGHIERA

     Eccomi qui a scrivere l'articolo sulla giunzione. La giunzione. Incredibile.

     Fra il '76 ed il '78 l'ho sognata, poi sdegnata, poi mi ero rassegnato all'idea che avrei scritto un articolo di commento quando qualcun altro l'avesse fatta: e invece no.

     Questo è l'articolo sulla giunzione, io c'ero e c'erano altri, tutti adatti. Molto bene.

     Ora si tratta di cominciarlo sul serio: ma in che modo? Di iniziare parlando di record non se ne parla: anzi li cito per dire che, pochi minuti dopo il nostro ingresso in Corchia mi sono accorto, sorpreso, che non sapevo quanto fosse divenuto profondo il sistema. Voci mi avevano segnalato più di milledue, io ero certo che fosse più di millecento e più di quaranta chilometri di sviluppo, ma non ne conoscevo le esatte misure: neanche ora le conosco con certezza. Mi han detto milleduecentodieci, sarà forse vero, ne sono lieto per la grotta: ciò di cui sono però sicuro, ciò che so, è che questo complesso è il Massimo, ma non come profondità di una certa regione del mondo, eventualmente di tutto quanto. E' il Massimo della nostra speleologia e verrà superato solo quando questa crescerà a sufficienza, non prima.     Il Monte Corchia contiene il culmine della speleologia che siam capaci di fare: comunque anche questo, alla fine, non ha molta importanza.

     Potrei iniziare l'articolo in tono dimesso: descrivere l'insieme delle ultime discese e ad un certo punto, en passant, in una riga, dire che è la giunzione.

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     Era questa in effetti una mia vecchia idea: la giunzione è una delle infinite azioni esplorative che si possono fare in quel monte, un momento delle esplorazioni e sono queste, quelle passate e quelle future, che contano. Ma ora questa impostazione trascurata non mi garba più, per due ottimi motivi. Il primo è che la giunzione è stata il culmine di una campagna esplorativa di cinque discese, tutte estremamente difficili, e belle, da vivere.

     Dal dolore della prima, quando ci siam sentiti cacciati, ai tremendi colpi che abbian dato per reagire nelle successive, sino all'ultima, terribile ed ansiosa e tutta altissima.

     Difficilmente rifaremo una campagna così bella che inoltre porti dopo tali difficoltà, un risultato così eclatante: la campagna Khayyam è stata però assai più della giunzione e dunque va descritta con un po' di cura; qualcosa della sua impostazione è perfetto anche se non so esattamente che cosa.

     Passiamo al secondo motivo che mi fa escludere l'articolo dimesso: il risultato.

     In sé, in effetti, non è molto più di "eclatante", un lampo ben visibile. Khayyam è uno degli innumerevoli condotti esplorati nella montagna; la grotta è strutturata così com'è: siamo noi che decidiamo che il tal meandro è la giunzione o la massima profondità lavorando sul nostro piano mentale, sulla replica cerebrale della grotta: così facendo esageriamo la importanza di certe cose.

     Scopo delle esplorazioni è far sì che replica mentale e grotta reale siano il più possibile somiglianti e, da questo punto di vista, la singola giunzione ha scarso significato. Le grotte non sono congiunte, sono la stessa grotta, così come sono il Gaché e P.B. o Cappa e Straldi: sono le nostre repliche mentali che prima eran sconnesse ed ora, con un'esperienza psichica deliziosa, si sono congiunte.

     Né era solo Khayyam capace di farlo: giunzioni ce ne sono decine, non una: basta sforzarsi.

     Khayyam però chiude un capitolo: quello, se volete, dell'infanzia del complesso; lo rende di profondità sostanzialmente massima e lo sottrae ai record. D'ora in poi le esplorazioni lì dentro cambiano un po' la loro filosofia di fondo: più che "importante" Khayyam è "significativo" e spunto per moltissime considerazioni.

     Qualcuna l'ho fatta, altre le farò, altre ancora col tempo, verranno.

     Niente inizio tronfio dunque, né inizio dimesso. Inizio con calma, scriverò parecchio, voglio raccontare un sacco di cose ed ometterne altre, buffamente, spiegandone il motivo.

     Queste righe, e questi motivi sono ulteriormente estesi dalla controcontrorecensione a Vianelli, altrove su questo bollettino.

     Del resto scrivere parecchio su questo argomento è per me una necessità: sono mesi e mesi che taccio sul tema esplora-

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zione tanto ero preso in un altro abisso, non speleologico, assai più profondo di quelli che conoscevo.

     Da agosto in grotta ci son stato assai poco e, di fatto, solo nel Fighiera-Corchia: quindi devo scriver molto su questo, ora che ho un argomento esplorativo, sennò divento uno stolido accademico.

     Ma ora è tempo di iniziare l'articolo: ecco, lo faccio iniziare da Omar Khayyam.

 

UN PO' DI STORIE

 

Coloro che il suolo tutto consumarono a corsa con avidi piedi

E pieni di brama i due mondi spaziarono a gara

Non so, davvero, se ne hanno ritratto sapienza

Più grande, di quello che è il Mondo nella sua essenza più vera*

     Quest'articolo riguarda alcune esplorazioni da noi condotte sul Monte Corchia, Alpi Apuane, dal 26.12.82 al 28.3.83.

     Ma eccoci già fermi: la campagna Khayyam è un momento di sette anni di esplorazioni e dunque voglio fare una sintesi della storia che la precede in modo che sia chiaro l'ambiente mentale in cui si è sviluppata. Anzi per meglio leggere questo articolo metterò i rimandi ai passati numeri di "Grotte" in cui sono apparsi articoli sul Fighiera.

     Eviterò cosi di ripetermi troppo: il riferimento fondamentale è comunque il n° 71 specie a pg. 17.

In gran segreto sette anni or sono abbiam trovato il Fighiera, proprio nella maniera che avevam a suo tempo descritto (vedi controcontrorecensione) ancorché ci sian state accuse diverse coprenti motivi sepolti da sette anni sette (59,10).

     Trovatolo come ingresso superiore del Corchia, in Corchia eravamo già, praticamente. Dicevamo. C'era chi (io) diceva di capirsene di grotte apuane, che andavano giù a pozzi; un altro diceva che, se lo avessimo fatto arrabbiare avrebbe fatto la giunzione scendendo in doppia (sic). Era il record italiano, o anche di più.

     Arrivano i piemontesi.

     La grotta ce la beviamo in tre colpi.

     La ridicolaggine di questi discorsi, confrontata con la grotta, non fa neanche ridere. I tre colpi ci furono, secchi e pesanti: in testa a noi, dal Fighiera. Poi ce ne furono molti altri sempre fortissimi e devastanti, man mano che ci inoltravamo nel sistema. Colpi che buttavano fuori, uno ad uno i compagni di esplorazione: sforzi grandissimi da parte di tutti, e colpi in testa.

     Mazzate. continue.

______________

*q. 236 da Quartine ed. Einaudi. L'ho trovata per caso dopo aver scritto l'articolo: si adatta in maniera stupefacente. Che Khayyam sapesse?

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     Il Fighiera si inoltrava sempre più nella montagna deridendo i nostri sforzi d'andare in Corchia: ed io ci urtavo contro e, come G.S.P., ero sempre più solo. Scendi cento, duecento pozzi: quello chiude e quello no, quegli altri non son né chiusi né aperti, son lì lì.

     Il Corchia era ad un chilometro, faglie e frane ce lo tenevano lontano.

     La collaborazione si affievolisce, i buoni propositi sciamano, i rilevatori disertano, i propositi collettivi diventano frasi patetiche. L'abisso è troppo grande, e non mostra la minima intenzione di dare record. (dal 60 al 64).

     Appaiono nuovi esploratori, e svaniscono.

     Teorizzavo, quando iniziavo a scendere nelle grotte, di non ritornar mai due volte nella stessa, povero imbecille. Al Fighiera, la più grande e completa palestra di esplorazioni mai vista, all'inizio scendevo volentieri, poi ho iniziato a soffrire per mandarmi giù, ma dovevo, dovevo scendere e fare la giunzione. Ero incredulo a guardar tanti altri rifiutare quel tesoro; secondo certi ero un maniaco, un invasato, un cretino.

     Pian piano mi rendevo conto che il prezzo che pagavamo per la giunzione era troppo alto, che la grotta era superiore ad essa, e a noi.

     Poi mi resi conto che anch'io ero superiore ad essa, decisi che non sarei più tornato nelle zone verso il Corchia, lasciai perdere mille possibilità, certe facili, altre durissime e mi dedicai ad esplorare il sistema.

     Fighiera e Corchia stan bene come sono, disgiunti.

     Nel frattempo erano apparsi altri esploratori che avevano trovato il Ramo dei Disperati e le gallerie dei 540: poi era no usciti di scena lasciandosi però dietro un abissale, Ivano.

     Anche un altro, Aldo, era stato finora abbastanza continuo: facemmo ancora dei tentativi disperati, non più di congiungere ma di trovare un ingresso più comodo (66).

     Risalite in Via Fani e al Becco, ancora con i resti del G.S.P.. Il gruppo si accomiatò dalla grotta con un ultimo bel colpo quando tentammo di uscire all'esterno da questi due rami, usando la tecnica delle radio che ci aveva procurato il quinto ingresso a P.B.. Scoprimmo invece che le radio funzionavano bene dappertutto, che dalla Galleria si parlava con la Versilia.

     "Uscire non uscite, ma sappiate che la montagna ha gallerie in ogni direzione, inesplorate". Questo ci disse la grotta, liquidandoci ( 69,33).

     "Fighiera" rimane attività di gruppo nei propositi annuali, ma vanamente. E' troppo grosso. Ormai a tirare eravam rimasti in tre, Ivano, Aldo ed io più rari passeggeri occasionali, pochissimi un po' continui ed interessati.

     Cambiammo programma. Maledicemmo la giunzione, benedicemmo le difficoltà ad arrivare in Galleria perché ci tenevano fuori i rompicoglioni e ci apprestammo ad esplorare (70, 72, 73).

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     La grotta divenne bella ed un piacere scendere: scoprimmo i fornelletti e i the e le solite battute (vuoi un caffè? No grazie poi non dormo), non ci sembrava d'essere in grotta ma a casa. Pensammo un sacco di cose e soprattutto che il fine più alto della speleologia è l'equilibrio con l'ambiente ostile: finalmente imparammo davvero ad andare decentemente in grotta e ad esplorare.

     Lontano "i fiorentini" risalivano, risalivano. Noi acidi e superbi, li sdegnavamo, continuando a parlare con l'abisso, e tra noi.

     Su suggerimento di Ivano decidemmo di dedicarci all'esplorazione di quel complesso di gallerie che ora è il Farolfi. Come fare? Con calma. Metteremo un bel bivacco (facemmo anche ricerche sulle schiume poliuretaniche) ai cinquecento e poi entreremo al venerdì sera ed usciremo alla domenica sera. Un bivacco bello curato, con musica e bicchieri di cristallo e vino buono e liquori e il caffè e la pace e l'esplorabile, tutto l'esplorabile del mondo.

     Aldo e Ivano scesero molte volte, con un po' d'aiuto da parte mia in molte volte venne apprestato e rifornito; esplorammo solo quel minimo che ci mostrò che l'esplorabile era virtualmente infinito, e quieto e silenzioso.

     Poi altri trovarono, polemizzandoci sopra, un comodo buco sul fianco del monte e di lì, in breve furono al bivacco: il Farolfi era nato e i nostri sogni morti.

     Questo di tutti i colpi fu il peggiore, amarissimo, i nostri luoghi fantastici eran stati invasi, eran visitabili. Ci ritirammo, staccando il collegamento fra le due regioni Fighiera e Farolfi, per delimitare le nostre zone di pace. (74, 10).

     Cercar la giunzione col Corchia sarebbe stato mettersi in corsa con gli altri e continuammo a non sognarcelo neppure. Saltarono fuori altri tesori di esplorazione, ma ci stavamo ritirando.

     "I fiorentini" risalivano e risalivano. Corchia era ormai vicino: una notte dissi a Sivelli che, se decidevamo una campagna, insieme, potevamo fare la giunzione in tre (sic) discese, dal Fighiera. Bastava volerlo: credo lui pensasse ad una mia "boutade" ma era vero. Premei anche perché si rinunciasse alla giunzione, anche dal Corchia. Lasciamo i due complessi separati. Ma niente, eravamo soli e senza la forza di gettarci in una gara.

     A quell'epoca, un paio d'anni fa, andai con Michele a guardare cosa stavano facendo "i fiorentini": era grandioso, scopersi, formidabile. Inoltre erano abissali anche loro, anche loro col campo e la radiolina e l'infinito da esplorare, tutto difficile. Anche loro, all'inizio eran stati spinti da

un record, anche loro, credo, adesso erano in una storia che, i record, non li vedeva nemmeno. "I fiorentini" divennero Adiodati e Ciurli e con loro non potevamo fare gare (74,13).

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     Ci limitammo, a conclusione della ritirata, a sgrassare le zone del Fighiera in cui essi potevano sbucare, fare in modo di non dimenticare un pozzo od altre cose troppo evidenti.

     La giunzione era vicina, lontanissima per noi. La grotta si era ripopolata di gente che scendeva a cercare il milleduecento, Minosse, Dio c'è ma non si vede.

     Periodicamente ricevevamo la notizia che la giunzione era stata fatta: ero rassegnato, pensavo che era stato inevitabile, che noi avevamo fatto il possibile. Poi si scopriva che non era vero, ma tanto ormai...

     L'anno scorso scendemmo i soliti tre più Poppi a guardare pozzi dimenticati. Chiudevano. Salendo togliemmo le nostre corde, lasciavamo solo un sacco con materiali vari in Galleria: cambiavamo casa. Ivano diceva che dovevamo trovare una altra grotta: era vero (77, 12).

     Ancora una discesa col corso G.S.P., per andare a vedere l'Estrema Via Fani; invece ci ricordammo di un meandrino dimenticato vicino al Campo Base: continuava a pozzi, l'abbiamo battezzato Malvinas.

     Al fondo arriviamo in una galleria che, incredibilmente, non conosco ma che ha tracce di passaggio: crediamo, stupefatti d'esser entrati in Corchia, proprio quando non lo cercavamo; invece no, era una galleria vista da Lucien, sempre in Fighiera. Pazienza (78,30).

     Poi è venuta l'estate e la Gola del Visconte: forse ci sono dei Fighiera anche altrove anche se il nostro sta svanendo e presto ci sarà la giunzione Buca del Cacciatore-Antro del Corchia.

     Poi una deviazione di percorso mi ha scaraventato in ospedale a pensare. Pensa e ripensa e mi torna in mente ancora qualche punto da guardare meglio, poi comincio a friggere, giorno dopo giorno, voglio andarci. Ma ho altro da fare e da vedere: non racconto cosa sennò diventerei deamicisiano.

     I ringiovanimenti: col Corchia ad un chilometro affrontare meandri terribili per raggiungerlo era assurdo ma col Corchia a cento metri non lo è più.

     E loro possono filtrare altre faglie e frane.

     Il libro sulle Apuane mi diede ancora un paio di colpi. Diceva che: 1) avevamo piratato per trovare la grotta, falsando anche, certo involontariamente, le date per rendere plausibile questa tesi; e 2) narrava come fosse possibile andare da Fighiera a Farolfi. Lo sentii come il tentativo di far diventare la grotta una copia di certe zone del Corchia, tipo pozzacchione, ove esplorare è certo bello ma non fiabesco quando passano gli scout. Maledetta l'élite. Ci davano un peccato originale e ci mandavano gente in casa: bel commiato. Molto molto amaro.

     Poi son riuscito a tornare in grotta e dove andare se non nel Fighiera, a guardare quei posti nei quali, con la fantasia, c'ero stato tutti i giorni, in ospedale? C'erano anche

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Marantonio e Carrieri, oltre Ivano: loro avevano già partecipato, saltuariamente ad esplorazioni lì dentro ma soprattutto con loro avevamo esplorato in altre grotte. Stessa nostra scuola.

     La penultima mazzata è stata la peggiore: il cavo.

     Un cavo da 14 mm, nero, porta 2.5 Kw, credo: ben messo, dall'ingresso va giù, supera meandri e pozzi, ti accompagna fino in galleria. Ogni tanto, infissa nella parete, c'è una presa, blu, di quelle da officina. Trifase, credo.

     Già i polacchi, maiali, avevano disseminato la grotta di filo telefonico, sottile, che poi noi avevamo tolto e portato fuori maledicendoli.

     E che dire, ora? Cavo telefonico? Chi usa telefoni che bevono due chilowatt? E' per demolizione. Scaveranno giù al Minosse fino ad entrare in Corchia e poi scriveranno:

     Record Italiano. Traversata Cacciatore-Corchia. Seguire il cavo nero fino alla strettoia, superatala si è in Corchia. Seguire quindi la galleria fino ad incontrare un altro cavo: seguirlo ed uscire dal Serpente. Record di traversata.

     Se Ivano provava quello che provavo io aveva voglia di piangere.

     Seguiamo il cavo fino al Campo Base: lì finisce. Non lo hanno ancora messo tutto, diciamo. Andiamo a cercare il sacco che avevamo nascosto sotto le pietre, lì vicino con dentro una corda e placchette e moschettoni.

     Dov'era, ora passa il cavo, corda ce n'è ancora un po', vecchia, ma manca il resto rubato.

     Non è poi un gran colpo, ma è un colpo di troppo. Io mi siedo, ricordo, un po' in disparte, ammutolito.

     Poi qualcuno dice che ora la Giunzione la faremo noi.

 

KHAYYAM

     Qui inizia la campagna Khayyam, e qui sospendo la narrazione perché dove sia la partenza del Khayyam, per un po' non si saprà.

     C'è, tanto basti.

     La sua funzione è quella di demotivare i cacciatori di record, render leggendario l'abisso senza disturbarlo. Lo si esplori, piuttosto: con cura, calma, pazienza. La gara è finita, il filo di lana è stato spezzato e bruciato, gli spettatori se ne vadano.

     Guardiamoci attorno speleologi, smettiamo di guardare solo la nostra corsia. Scendiamo cento volte in Fighiera, in Preta, in Corchia, in Davanzo e in tutti gli altri, grandi e picoli: Khayyam è proprietà di chi fa così. C'è tutto il mondo da esplorare.

 

O Khayyam, se sei ebbro di vino, stà lieto

Se te la spassi con belle dal volto di luna, stà lieto

Poi ch'ogni cosa al mondo nel nulla finisce

Pensa che tu sei nulla e, già che sei, stà lieto.

(q. 116)

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     Ecco qui che ho finito di narrare quel che pensavo necessario per inquadrare le nostre operazioni. Poi ho anche un po' pontificato, per dare argomenti al Vianelli (vedi controrecensione) a sostegno della sua tesi, sennò ci avrebbe fatto la figura del fesso e mi sarebbe dispiaciuto. Ora narrerò le cinque discese.

 

Ricorrenza: Natale

     La prima, come inizia, l'ho detto. Tre ne eran gli obiettivi, uno è chiuso, il secondo no ma va avanti maluccio; Marco si ferma dove c'è da disostruire sopra un meandro.

     Prima di farlo partiamo a vedere il terzo. Che sia questo il Khayyam, ormai lo avete capito tutti: poteva anche non esserlo, però. Lo sarebbe stato il quarto o il quinto, o il diciottesimo. C'era, e lo avremmo esplorato noi.

     Era il terzo.

     Va giù a pozzi fino ad un meandro, brutto.

     Marco inizia ad andare avanti: si abituerà a farlo, ora sta solo iniziando. Filtra in alto, nello strettissimo, poi la sua luce ci lascia per qualche minuto: torna e richiede corda per un saltino. Altro tempo.

     Quando torna porta una buona notizia: una brutta strettoia getta in una saletta con cascata su un pozzo. Molto molto bene: pensiamo che il Corchia sia già vicinissimo. Usciamo, è l'alba, proprio l'istante giusto; ci fermiamo davanti alla capanna a guardarla. Marco cita il verso di Khayyam:

     "Il sole sui tetti la rete dell'alba ha lanciato". Eccellente. Ora sappiamo anche il nome del ramo: Omar Khayyam, il grande poeta persiano. Poi mi verrà in mente che aveva un soprannome, ma avrò bisogno di cercarlo per saperlo: è "Prova della Verità", auspicio buono e terribile.

     E' fine dicembre, innevato. Già abbiam dovuto lasciar le macchine giù al Passo ma, certo, la settimana prossima entreremo in Corchia. Bene, bene. Per ora stiamocene ben zitti.

     Il Capodanno è per me agitato, fremo dalla voglia di tornare giù ma la mia salute peggiora rapidamente. Dai, finisci questa storia e vattene in ospedale, più tranquillo, mi dico.

 

Ricorrenza: Primo dell'Anno

     Seconda discesa. Il passaggio.

     Stessi compagni dell'altra volta, più Aldo. Stessa camminata nella neve, stesse tranquille soste a bere the.

     Poi di nuovo giù per il Khayyam. Dovevamo allargare la fessura iniziale del meandro (Primo Castigo di Dio) ma non ce n'è bisogno, Ivano scopre una variante bassa e facile da allargare.

     Avanti continua estremo, poi qualche metro di tranquillità, cioè di avanzata meno micidiale, poi un salto di sette metri. Strettoia, bagnata. Si esce in una salettina che si getta in un pozzo, l'aria è attraversata da una cascata che

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bisogna attraversare per scendere. Ancora Marco, si immerge, scende, traversa e mette un chiodo mentre lo raggiungo. Ancora pozzo poi terrazzo, fraziono su spuntone mentre arrivano i tre elefanti Giampiero, Ivano e Aldo.

     Base pozzo. Va male, sembra chiudere.

     Il meandro si è approfondito e snellito, cerchiamo di passare ma invano. Martello su un livello e Marco tenta su un altro: va avanti. Lo aspettiamo, fradici d'acqua in quel posto infame martellato dagli spruzzi e da correnti d'aria forti; quando torna dice che continua ma è poco convinto: mi dice che devo andare a vedere. Gli altri però son tagliati fuori dalle dimensioni.

     Mi infilo nel meandro (Secondo Castigo di Dio). E' veramente brutto. Stretto, alto due spanne coperto di fango bagnato e con un bel venticello. Sedici metri così poi un passo in roccia porta su uno slargo: sotto c'è una buca da lettere, quasi estrema, poi un meandro in lieve salita approfondendosi, diagonale, scivoloso, si stringe fino ad essere il mio limite fisico. Riesco a passare, ma non me ne avanza proprio nulla; di là, c'è un pozzetto. Abbiamo un imbrago ed un pezzo di corda in due: lo armiamo e scendiamo.

     Ricomincia il meandro, in inizio brutto ma non troppo (Terzo Castigo di Dio) per quindici metri poi svolta e diventa tettonico. Ahi ahi: in effetti è una faglia, mi dirà Psini.

     In alto è stretto e stringe fino a liquidarci, ma tira a ria. Sotto fa un po' di pozzo, troppo stretto. Martello una strettoia sospesa, la supero e sbuco sul pozzetto sotto. E' arrampicabile e la scendiamo. Ormai abbiamo solo più dieci metri di corda da otto. A lato c'è una cascatella, avanti la spaccatura tettonica si approfondisce, stretta e bagnata. Ancora giù per una decina di metri. Poi chiude.

     Sì chiude. Anzi no, proprio dove passa l'acqua è appena appena più larga poi sembra continuare uguale per cinque o sei metri.

     Se non ci fosse il Corchia davanti e Marco lì sarebbe chiusa, onorevolmente chiusa.

     Invece lo smilzo si infila, sembra pian piano fondersi con la roccia e pian piano va avanti. Poi dice che si allarga e la sua lucina si inoltra nella spaccatura.

     Va male, penso, male: siamo sul tettonico, troverà frana sospesa da cui filtra aria e torneremo indietro. Peccato, i tre su ci aspettano, meglio sarebbe stato fossero andati a cercare altre vie.

     C'è frana, mi urla dalla strettoia, un blocco, bisogna passare sotto. Sento che tentenna, ed io ho paura ad incoraggiarlo perché là è assolutamente irraggiungibile. Invece passa e dopo un po' torna con la notizia che diventa grande e c'è un pozzo. Anche il Terzo Castigo è passato.

     Torniamo indietro, il meandro è veramente il peggiore che abbia mai fatto. I tre ci offrono un po' di the: peccato che

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siano tagliati fuori da quel ramo. Usciamo.

     Qui la storia per me diventa più difficile. Il Khayyam non è finito e neppure la serie di ospedali. Un paio di tentativi abortiscono prima della partenza dalle città, uno per il tempo avverso, uno perché devo proprio ridar lavoro ad un chirurgo.

     La voce della nostra caccia si diffonde, pian piano, e questo è male perché andiamo a scontrarci con opposizioni, gare, richieste di partecipazioni non gradite.

     Chi ha rinunciato ad esplorare il Fighiera, per noi, ha anche rinunciato al Khayyam perché adesso è tardi per cambiare idea.

     Passano due mesi, giorno dopo giorno, difficili.

 

Guarda questo solo ho trovato

Dio ha fatto gli uomini senza storture

Ma gli uomini hanno inventato

Infinite complicazioni.*

 

Ricorrenza: Sette anni dalla Scoperta del Fighiera

     Terza discesa. Questa volta la compagnia è cambiata un po'. Marco ed io, ovviamente ma ora Ube, lo strettoista ufficiale del GSP e Segir uno dei pungolatori in questi anni delle esplorazioni al Fighiera. Lui ed io però siam troppo grossi per l'ultima fessura e rimaniamo in un'altra zona, a guardare quella seconda possibilità che avevamo lasciato in sospeso alla prima punta: una frana dà su un meandro tramite una strettoia facile da allargare. La passiamo noi due mentre Marco ed Ube scendono nel Khayyam: abbiamo con noi molto materiale perché è stata dichiarata ufficialmente una gara con i due smilzi per chi entrerà per primo in Corchia.

     Noi due, in breve, veniamo sconfitti. Frana meandro, frana, frana, mobile cattiva e bagnata. Poi anche chiusissima, nonostante il vento che essa lascia passare.

     Lasciamo perdere ed andiamo nella zona dell'imbocco del Khayyam, ad attendere, ore ed ore.

     I due tornano su, ma senza aver fatto nulla oltre ad infracidarsi orribilmente. Non han ritrovato l'altezza giusta per entrare nel Meandro Secondo Castigo, sono stati doverosamente picchiati dalla grotta e poi buttati fuori a calci dal Khayyam. Quando raccontano questo fallimento, sembra irreale, penso che dietro l'idea di "incantesimo" ci sia qualcosa di vero.

     Poi via, fuori, dopo una ventina di ore di punta: salendo scrivo ad acetilene lungo le Ludrie ogni sorta di frizzi verso gli strettoisti, per sfogarmi. Questa punta è stata il 12.3.

     Provate ad indovinare quando siamo rientrati, tenendo conto che il 17 mi han rifatto schifezze ospedaliere.

______________

* Qohelet 7, 29

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     Il 18, ovviamente: sì, sì, ci tenevo proprio a finirlo e Marco ugualmente.

Ricorrenza: Equinozio di Primavera

     Quarta punta.

     Trattandosi di spezzare incantesimi evochiamo G.C. Pasini: saputo, a telefono, che ha ripreso ad andare in grotta, gli narro del Khayyam e lui arriva quasi alle lacrime per l'emozione. E' dunque della partita: con lui Ube ed ovviamente Marco ed io. In più Ivano e Giampiero che andranno a cercare altre vie verso il Corchia: non è detto che Khayyam ci riesca, è ancora un po' sopra il fondo del Minosse e potrebbe cascarci dentro. O chiudere.

     Loro ci esploreranno sopra, nel Minosse alto, trovando anche un pozzo, purtroppo chiuso. Noi ci sprofondiamo nel Primo, Secondo, Terzo Castigo: Marco apre una variante che rende un po' più umano il Secondo.

     Scopriamo intanto che i sacchi normali non passano, bisogna filare le corde nel meandro. Andiamo avanti lentamente, ma tempo ne abbiamo.

     Tentiamo alternative che bypassino la Fessura, ma è inutile. Paso ed io aspetteremo, Marco ed Ube vanno ascendere il pozzo; dopo poco ci dicono che è lungo e difficile e con cascata, ci vorrà tempo.

     Per ingannare l'attesa rialeso un po' la Fessura: ore ed ore, di martello, un freddo cane.

     Fuori ormai è di dominio pubblico che noi siamo in caccia della Giunzione, e questo ha suscitato le più diverse reazioni. Non sono molti quelli contenti: abbiam scontentato tutti, chi per un motivo chi per l'altro e questo è spiacevole, ma non c'è scelta.

     Scallops a scallops la fessura si allarghicchia, le gobbe si appianano, pian piano.

     Rieccoli. Han sceso il pozzo, l'ultimo tratto è dentro la cascata, escon dalla fessura tanto bagnati che gli mancano solo i pesci e le alghe nel colletto della tuta.

     Alla base Khayyam decolla: ci sono tre vie su un piano di gallerie concrezionate, han lasciato perdere per problemi di tempo. Marco va via subito per cercare di contattare Giampiero ed Ivano prima che escano, noi tre rimontiamo, lentamente e bene. Paso ha grane per l'attrezzatura inadatta che ha addosso, roba da far ridere anche meandri più pietosi dei Castighi. Poi ha grane perché sale col nostro ritmo ma pensa di salire troppo lentamente, e gli sfugge che noi, fretta di uscire di casa, non ne abbiamo.

     Fuori, dopo ventotto ore. Il 19, quasi 20, di marzo.

     Provate un po' ad indovinare quando siamo ritornati giù, dai provate. Difficile eh? Ve lo dico io, il 26.

 

Ricorrenza: Zero anni dalla Giunzione

     Ventisei di marzo. La pressione di molti a partecipare al-

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le discese si è fatta altissima: facciamo anzi faccio dei torti, forse, applicando un po' di cinismo e un po' dovendo ammettere che molti amici non devono venire perché non han partecipato prima. Questo è l'unico criterio possibile, altrimenti si sarebbe in circa una ventina di persone che stan a guardare se si entra o no in Corchia. Abbiate pazienza, il Fighiera è ancora lì, inesplorato ora, mentre leggete queste righe.

     Invece scelgo di invitare Poppi. Già, ha partecipato alle esplorazioni in tempi recenti e dunque è invitabile. Ube, sfigato, lavora e non può venire. Segir viene ma starà con Ivano sopra le nostre teste, a cercare giunzioni più ampie di Khayyam. L'assenza di Ivano in quel ramo però pesa molto.

     Questa volta, fuori abbiamo la sorpresa di non dover camminare dal Passo alle Cave: la strada è sgombra e i materiali salgono con la macchina.

     Poi siamo dentro. Bella discesa, non seguita da risalita! Ma non lo sappiamo ancora.

     Ci separiamo e in tre, con quasi trecento metri di corda, in sacchetti piccoli, carburo per quaranta-cinquanta ore e viveri per (ahimè) quindici ore, entriamo nel Khayyam.

     Marco va via da solo, avanti a proseguire l'allargamento della fessura. Poppi ed io seguiamo coi tre sacchi. Lenti, ma ben riforniti (dei viveri non ce ne siamo ancora accorti).

     Con Paso avevo rilevato fin dopo il Primo Castigo, ora proseguiamo il rilievo degli altri due. Provo a superare anche il Secondo con due sacchi e ne esco quasi pazzo e a malapena. Nel Terzo incontriamo Marco. C'è un grosso problema, dice, grosso, grosso: la Fessura, che ora è grossa grossa. Difatti ci infiliamo: è da fare senza carabattole, senz'aria nei polmoni e senza casco ma, è vero, si passa decentemente.

     E finalmente la supero e mi trovo in un grande ambiente, sopra un pozzo: avevo atteso e sognato parecchio quell'istante. Via via arrivano i materiali: bene bene. Saran passate sei, sette ore dall'ingresso ed ora siamo pronti.

     Marco caccia giù nel pozzo Poppi ad armare gli ultimi quindici metri fuori dell'acqua, noi due andiamo a vedere una risalita: dà in una comoda saletta con acqua corrente ed aria finalmente ferma.

     Siamo parecchio bagnati e l'assenza di vento ci fa piacere, come i due the (o caffe? non ricordo) che ci beviamo.

     Lontano Poppi ulula un pronti: scendiamo. Il pozzo è grande ed articolato e con cascata. Molti cambi, tutti belli a differenza di tutto il resto del Khayyam, armato in maniera vergognosa. Gli ultimi cinquanta metri sono su una delle mie corde da otto. Base, diaclasone.

     Estraggo la bussola: la direzione buona è SE, la diaclasi prosegue a NO e SE. Marco e Poppi sono a NO sopra una risalitina: la galleria in cui sono è splendida, concrezionatissima, ma va in direzione opposta al giusto e tira poca aria.

     A SE invece biforca subito: l'acqua va in basso in un poz-

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zetto ma la via naturale è alta, fossile, ventosa, concrezionata.

     Mi ferman dopo cinquanta metri gli ululati dei due, arretrati e coi sacchi. Va be', va be', mi fermo. Guardo il rilievo che sto facendo "in tempo reale". Non sappiamo dove entreremo, se entreremo, nell'Antro e in previsione della possibilità di finire in fondo ai Tamugni, agli ottocento o giù di lì, abbiamo tutto il materiale necessario per arrivarci. Ora siamo su un piano di gallerie intorno ai cinquequaranta, quello che sembra Il Piano Di Gallerie, occupante Farolfi, i rami dei fiorentini e ora lì, il Khayyam.

     Ancora qualche metro di avanzata e i due rilievi saranno sovrapposti, anche se sono ipotizzabili errori dell'ordine di qualche decina di metri nella "taratura" fra i due. Sovrapposti e alla stessa quota.

     Quelle due vacche, ancora irose, mi raggiungono trascinando stancamente i piedi. Le gallerie biforcano, indoviniamo la via per l'aria, splendide gallerie, via, via. Continua dappertutto anche se l'aria tende a mostrare via unica.

     Un meandro approfondisce una di queste condotte: l'aria arriva da lì. Pozzetto, in roccia, pozzo, due spuntoni ove lasciamo uno spezzoncino di corda da dieci mm. Salto giù.

     Sotto di me ampia spaccatura che scende coricata, a pozzo, ma avanti la galleria prosegue: con aria. Via, via.

     Galleria grande, in discesa, blocchi di frana, concrezioni, blocchi, stop! Si infogna.

     Ci tuffiamo nella fessura in due: arriva aria ma la fessura è diventata profonda e larga due dita. Ahi ahi.

     Poppi e Marco insistono fra i massi, io torno indietro al pozzetto e scendo la diaclasona. Va giù a pozzo coricato per quindici-venti metri arrampicabili poi diviene più rischiosa.

     Torno dai due, non passano, acchiappo un sacco con una cento da otto, torno indietro, la aggancio alla corda superiore e scendo giù per la diaclasona. Tutta arrampicabile, venticinque metri, a cinque e ottanta o giù di li.

     Base chiusa.

     No, fra i massi che chiudono uno dei due lati c'è un varco che mostra tenebre, va avanti. Mi metto in spaccata in alto e provo a far crollare l'ostruzione: crolla.

     Mi tuffo nel varco lasciato dal macigno, è stretto, c'è aria ma poca, diaclasi stretta, scende, meandro, stretto, sala, e pozzo.

     Torno ad ululare dalla strettoia, su mi sentono e scendono.

     Arrivano i materiali. E Marco e Poppi. Corda su masso per saltare giù nel pozzo successivo da dieci, ad attrezzare l'altro salto che già si intravede. Vado giù, mentre Marco attrezza, su spit, sopra. Non c'è bisogno di armare, scopro, una gallerietta aggira il salto sottostante riducendolo ad un traverso in roccia.

     Base. Meandro largo e splendido di concrezioni, poi pozzo da sei o sette.

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     Arriva Marco ed insieme scopriamo che abbiam lasciato il sacco con un resto di corda da otto (ottanta metri!) su alla base della diaclasona. Poppi è il fortunato prescelto ad andare a recuperarlo.

     Siamo in tensione, la grotta continua ad aprirsi e chiudersi, aprirsi e chiudersi, anche adesso che scrivo e rievoco il ricordo mi emoziona.

     Armiamo in qualche modo il salto successivo, in modo che Marco vada a superare il meandro che si vede, che gli fa seguito. Meandro altissimo, stretto. Concrezionato. Scende.

     Ormai conosco i suoi commenti quando si trova ad inoltrarsi in meandri che minacciano di chiudersi.

     Comincia a fare quei commenti.

     Meandro altissimo, idiota, altissimo, guarda davanti a te, mi dice la grotta.

     Avanti. In alto.

     Con altruismo ed eleganza disarmo il pozzo in cui è appena sceso Marco, mi assicuro in qualche modo alla corda e traverso.

     Non banale, ma continua. In alto è largo. Proseguo e intanto Marco da sotto risale lungo il meandro e sbuca dove sono io, andiamo avanti, rumore di cascata. Cascata. Acqua. Siamo sul fossile da ore, ma ora siamo vicini ad una cascata, e c'è vento. Il meandro si allarga e sbuca in un pozzone di venti metri, molto ampio. Davanti a noi, a una decina di metri di tenebre una cascata si getta nel salto. Corchia?

     Torniamo su, c'è anche Poppi ora; attrezziamo decentemente il traverso, poi andiamo sul pozzone.

     Attacco molto indietro, traverso, trovo un buon punto da spit mentre Marco ne cerca un altro in fondo al meandro, senza risultato.

     Spit. Ce lo giochiamo chi scende, dice lui. E' giusto gli dico. L'odore di Corchia è ora fortissimo; continuo a chiodare. Bello spit. Bello.

     Marco mi dice di scendere, ma di non dire se sono in Corchia, di aspettarli.

     Nodo, la corda è da otto, blu, nuova. Bel nodo. Discensore.

     Scendo lentamente, guardandomi attorno. Pozzo grande, da venti, base con cascata diffusa, nessuna sigla, stacco, libera, vado dalla parte opposta della diaclasi, un po' avanti c'è un altro pozzo, da pochi metri.

     E' costeggiatile a destra e lo costeggio. Gran frattura attiva.

     Cerco un armo, meglio se è già fatto da altri: sono diventato stranamente calmo.

     Guarda là. In fondo alla diaclasi, dove il soffitto si abbassa ad un metro da terra c'è qualcosa.

     Mi infilo accucciato. C'è qualcosa. Una sacchetta da spit, rossa, bruttina. Posata lì.

     Certo dimenticata.

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     Avvicino la faccia senza toccarla poi chiudo gli occhi e appoggio con il frontalino la testa a terra quasi indifferente. Sono vuoto.

     Mi riscuoto e prendo la sacchetta. Tre moschettoni e placchette e una chiave brugola.

     Sulle placchette, G.S.F.

     Torno verso il pozzo da venti e Poppi sta staccandosi. Nella destra ho la sacchetta, a fianco ho la mia sacchetta spit. Che pace.

     Corre sotto il getto d'acqua, attraversandolo e mi raggiunge. Cosa c'è? Un pozzo, sento che dico io. Ce lo accompagno, sempre con la sacchetta in mano.

     Lui è in un'altra dimensione e non posso parlargli. Cerca scritte sulle pareti. Indica uno spuntoncino che non è una traccia, ma lo sembra, allora la mia mano destra si alza e gli mostra la sacchetta. Rossa.

     Rimane esterrefatto. E' fatta? Chiede. Sì è fatta, sento che dico.

     Anche Marco sta atterrando in Corchia. Attraverso gli spruzzi e lo raggiungo. Marco è l'altro pilota dell'astronave che ci ha portati sin qui. Gli mostro la sacchetta, ancora fatico a parlare e ad uscire da questo senso di indifferenza che mi pervade. Siamo in Corchia. Ci sorridiamo e stringiamo la mano, d'istinto. Poi mi risveglio, pian piano. Dove siamo?

     Qui la narrazione si interrompe di nuovo. Anche dove arriva il Khayyam è cosa da tenere riservata, almeno per un po', certo finché dentro ci saranno i nostri materiali.

     Quel che succede da quel momento lo narrerò, se gli altri mi lascieranno, sul prossimo bollettino. E' una bellissima storia, anche questa difficile. Degna. Perfetta perché sia bello raccontarla. In quel momento eran le 9.30 del 27.3, a undici ore dal nostro ingresso.

     La narrazione riprende alcune ore dopo. Siamo ormai nel Labirinto, rami dei Fiorentini.

     Zona stupenda, adesso la conosciamo bene. Unico, non piccolo problema è sapere dove siamo rispetto alla via che esce dal Serpente. Trattasi cioè di trovare il Campo Base fiorentino. Boh.

     Andiamo fino in fondo al Labirinto, in fondo rispetto al Fighiera. Scritte. Ramo dell'Unione. A, B. Numeri. Una risalita ripida. Non è di qui, che fessi non aver imparato a memoria la Guida delle Apuane.

     Unione, Labirinto, Valanga, Tamugni: tutti nomi che mi dicono qualcosa ma non la loro posizione relativa.

     L'Unione è disarmato e dunque non è di qui. Torniamo indietro, ad una corda che svettava verso l'alto, ora siamo sicuri che il CB è là sopra. Salgo per cinquanta o sessanta metri ed arrivo ad un paio di spit in parete. Sono in cima ad una risalita, e non facile: altro che Campo Base.

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     Giù di nuovo.

     Poco lontano c'è la nostra scritta. "In queste regioni si conclude la via dell'Abisso Fighiera dedicata ad Omar Khayyam poeta persiano", data ed iniziali di quelli che han partecipato.

     Andiamo fin di là del traverso sul valanga, setacciando. Torniamo di nuovo al Labirinto, setacciando: molte gallerie sono inesplorate, come ci dice il fango che incidiamo per la prima volta. Vanno avanti, ma senza promettere Campi Base; continuiamo a cercare, cercare, per ore e ore.

     Torniamo su in fondo al Labirinto, Marco ed io, a far la risalita lasciata perdere. Saliamo ma ci sembra strano che sia di qui, con poche tracce, meno che nel Labirinto. Sarà il Ramo dei Polacchi.

     Avessimo quel libro! Alla grotta quel libro piace tutto molto, evidentemente, e me lo sta spiegando.

     Il meandro continua a risalire. Ci fermiamo, scoraggiati, seduti. Marco mi dice quel che anch'io sto pensando: dobbiamo tornar su dal Khayyam. E' vero, che sfiga. Sono ormai ventiquattr'ore che tiriamo e uscir di là non sarà breve e i viveri li abbiamo finiti da tempo.

     Dormiamo: intanto fuori sta iniziando la notte fra Domenica e Lunedì.

     Dormendo sogno. Chiarissimo. Devi continuare a salire, idiota, sali!

     Ora scrivendo, ho ancora negli occhi l'immagine di quando mi scopro sveglio e già sto superando in piedi i quattro passi che mi separano dalla risalita successiva.

     Pochi metri, c'è una corda, strano, ancora salire, odore di campo, Campo! Mi giro ed urlo a Marco che c'è il Campo Base. Ora esulto, banalmente. Niente di sublime come per la sacchetta, solo bieca esultazione perché torniamo fuori, dal Serpente. Ancora un po' di grane, però: non capisco l'orientamento del Campo che è su una sorta di sella sotterranea.

     Penso che la via verso il Serpente sia dietro di me, in alto. Poco lontano infatti Marco scopre una corda e vado a salirla mentre lui torna da Poppi, rimasto in zona Valanga. Salgo. Deja vu. Lame. Mah. Certo che è lungo, come pozzetto. Boh. Cambio. Deja vu. Altro spit. Ho un tuffo al cuore, e guardo di colpo verso l'alto, contro le mie abitudini. Già che l'hai deja vu, incapace, quel posto l'hai risalito tu! Già, io e Michele, il pozzo del quale avevamo concluso la risalita iniziata dai due esploratori fiorentini. Ora so. Scendo al campo Base, mi oriento e bevo del the. Non oso invece mangiare i vi veri dei fiorentini, sarebbe poco elegante, se ho fame è perché sono stupido.

     Dormo. The. Arrivano gli altri.

     Saran ormai venticinque ventisei ore che stiamo sotto, e adesso, di nuovo, stiamo bene: Poppi perciò, dà a Marco e a me delle noccioline avvelenate perché ci ricordiamo di avere lo stomaco. Poi giù.

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     Perdiamo la strada quarantasei volte, ma sempre la ritroviamo, dopo un po'.

     Che grotta incredibile, incredibile. Si può fare delle speleologia a livelli sublimi venendo soltanto qui dentro. Pozzi, pozzi.

     Nei miei due compagni cresce l'ammirazione per il lavoro Adiodato Ciurlesco, senza il quale, in verità, Khayyam era chiuso una decina di volte prima d'arrivare lì.

     La Giunzione andava fatta, è vero.

     Mi faceva orrore perché era il menomille, perché era la gara, la riduzione del Mondo ad una traversata: tutto vero, ma la Giunzione andava fatta.

     Fangaia, ultimo pozzo dei rami fiorentini. Marco ed io stiamo male di stomaco, Poppi dorme in piedi.

     Base, gallerie, le gallerie del Venerdì. Dal Fighiera!

     In questo punto, nel '73 avevo scoperto da dove arrivava l'aria soffiata dalla Buca di Eolo. Avevamo fatto un campo, il solito campo ritornati dal fondo, ma non avevo voglia di dormire e mi ero aggirato da solo, in mutandoni, per quelle gallerie, in cerca dell'aria. Era lì. Avevo poco più tardi incontrato Vanin e compagnia e glielo avevo detto. Me lo ha ricordato l'anno scorso: avevi ragione mi ha detto, ma aver ragione senza fare, teorie senza pratica, è nulla. Avevo insistito tanti anni fa, a Torino per andare in quei rami ma per fortuna nessuno era venuto. Avremmo (forse) risalito il Fangaia e poi basta, era mille volte più grande di noi, quel che c'era più su.

     Ancora cerchiamo la strada: le gallerie del Venerdì le conosciamo pochissimo. Al punto che ad un certo momento estraggo la bussola di tasca, rimastami da venti ore prima, per decidere la via. Dal Fangaia alla risalita romana c'è poco, credo: noi ci impieghiamo un sacco, sempre camminando. Ma poi ci arriviamo e, da lì, conosco bene.

     Grotta da corsi: le gallerie del Venerdì son l'unghia del gigante, forse meno. Un pelucco.

     Quanta gente deve averle percorse.

     Empoli. Targa. Niente corda, è ovvio: ma c'è un rocciatore ufficiale, Marco. Si scuote dall'acido gastrico (oh, aver del bicarbonato) e sale tirandosi dietro una corda.

     L'aria entra ed è freddissima. Marco e Poppi cominciano ad uscire, stacco la corda e li raggiungo mentre escono.

     Fuori c'è l'aurora.

     A destra il monte sale, sale fino al Bivacco poi al Fighiera.

     La campagna Khayyam è conclusa, amici. Non narro la tranquilla camminata verso Levigliani alle sei e mezza del mattino (trentadue ore dall'ingresso), bisognava esserci.

     Vallechiara. Così il Vallechiara mi piace, era estraneo prima.

     Ci trattano bene, impiegano un po' a capire perché siamo lì, fradici, grottosi e senza un soldo. Glielo spieghiamo. Man-

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giamo con calma. La campagna Khayyam; poi ci accendono un fuoco per asciugarci.

     Marco un'altra volta mi ha detto che Florio, in Preta, si porta sempre un gettone telefonico, nel caso riuscisse ad uscire in basso. Fa bene.

     Telefono ad Ivano e a Giorgetto, tento ad Adiodati, ma non c'è. Andiamo su a dormire.

     Tre o quattro ore di sonno, poi Ivano ci sveglia: nevica e la mia macchina è su alla cava e i materiali al bivacco. Bisogna andare. Andiamo, fino al passo, in auto, poi a piedi fino alle cave. Nevischia. Che lungo il percorso Fighiera-Serpente.

     Ivano va a raccattare, misericordiosamente da solo, i materiali al bivacco poi andiamo giù a Camaiore. E' lunedì sera ormai, mangiare, benedetta Franca, poi via a Savona a scaricare Marco, poi sotto la neve nella notte, a Torino; poi basta.

     Scrivendo ho rivissuto e mi sento stanco e tranquillo: gran cosa la speleologia. E gran cosa il Monte Corchia.

     Mi è tornato in mente che, di quel sistema, ne ho percorso una buona parte e ne sono felice. E' dentro di me. Il lago Paola lungo e tranquillo, la Grande Cascata, il Novantasette, il Puma, il Meinz e il Canyon, il Fangaia, l'Empoli, gli Scivoli, Minosse, Via Fani, T'ao Chien, l'Elle, lo Gnomo, l'Om, il primo Venti, il Labirinto, la Galleria delle Stalattiti, il Corno Sinistro, il Malvinas, Khayyam, i sifoni del Vidal, il Nove, il Becco, e la Lovercraft. Tutti questi nomi, stupidi se volete, mi evocano immagini e sono felice che siano tutte nella stessa grotta.

     Ben più di un milledue.

 

Giovanni Badino

 

 

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le grotte della zona A

     Proseguendo nella revisione metodica dei dati conservati in archivio e nel loro riscontro sul terreno per quel che riguarda le zone in cui è suddiviso il Marguareis, quest'estate è stata presa in esame la zona A del Marguareis (*).

     Essa è delimitata ad Ovest dal confine di Stato, a Sud dai lapiaz della zona F (vedi Grotte n. 76 e 77) e dalla zona E, ad Est confina con le zone D e C.

     Le grotte segnalate fino a quest'anno, e di cui si è trovata traccia in archivio, erano 28 più altri quattro buchi trovati ed esplorati dal Gruppo Speleologico Bolzaneto e siglati dal 100 al 103.

     E' stata ricontrollata la posizione di quasi tutte le grotte, per lo meno di quelle che nel corso delle battute di quest'estate e con l'aiuto di un'approssimativa cartina reperita in archivio, siamo riusciti a trovare. Di alcuni, dall'A-24 all'A-29, non è stata trovata traccia alcuna, né sul terreno né in archivio: probabilmente non esistono neppure, idem per i buchi dal 33 al 40 e dal 42 al 44.

     I punti utilizzati per le coordinate sono: la quote 2520 I.G.M., la cima La Palù, quota 2162 (Corno di Mezza Via), passo delle Galline (punto di confine di Stato n. 239) e un ometto eretto al limite meridionale della cresta delle Galline (coordinate 9500 9085).

     Le grotte già a catasto sono sei (A 0, A 16, A 20, A 22, A 22 bis, A 23); altre sono state catastate nel corso della revisione: A 11, A 1, A4, A 6, A 7, A 8, A 12, A 14, A 45, A 100. L'A 17 e A 18, rispettivamente Aven de la Glissade e gouffre du Cristal, scoperti ed esplorati dai francesi e di cui abbiamo il rilievo ma non la posizione, non sono stati messi a catasto, nonostante le loro discrete dimensioni, in attesa di notizie sicure sulla loro ubicazione.

     Segue l'elenco delle cavità, con numero di catasto (se c'è), nome o sigla, coordinate, lunghezza e profondità.

559 Pi/CN

Pozzo dell'Arco, A 0 ( A Zero)

91 IV SE 9519 9205

12

-35

639 Pi/CN

A1: pozzo

91 III NE 9505 9111

14

-9

 

A2: dolina

91 III NE 9494 9108

5

-4

 

A2 bis: dolina

91 III NE 9494 9108

?

?

 

A3: dolina

91 III NE 9492 9107

?

?

640 Pi/CN

A4 : pozzo

91 III NE 9493 9109

7

-7

 

A5 : dolina

91 III NE 9491 9100

?

?

641 Pi/CN

A6: pozzo

91 III NE 9491 9108

12

-8

642 Pi/CN

A7: pozzo

91 III NE 9489 9111

6

-10

643 Pi/CN

A8: pozzo

91 III NE 9490 9112

11

-10

 

A10 : fessura

91 III NE 9480 9112

?

?

_______________

     (*) Hanno partecipato alle battute e alle esplorazioni nei giorni 10-11-12 agosto 1982 P. Alberti, N. Gaioni, M. Ganone, F. Maina, M. Oddoni, R. Serra, G. Toninelli, M. Tricarico, G. Villa, W. Zinzala.

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638 Pi/CN

A11: pozzo

91 III NE 9490 9115

22

-44

644 Pi/CN

A12: fessura pozzo

91 III NE 9492 9115

10

-18

 

A13: pozzo

91 III NE 9492 9115

5

-12

645 Pi/CN

A14: fessura pozzo

91 III NE 9493 9120

7

-8

 

A15: pozzo

9513 9145

23

-5

560 Pi/CN

A16: fessura

91 III NE 9513 9150

6

-5

 

A17, Aven Glissade: pozzo

?     ?

?

?

 

A18, Gouffre Cristal: pozzo

?     ?

?

?

 

A19: ?

 

 

 

561 Pi/CN

A20: pozzo

91 III NE 9508 9152

?

-20

 

A21: pozzo

91 III NE 9511 9170

?

-9

562 Pi/CN

A22: pozzo

91 III NE 9500 9141

5

-7

563 Pi/CN

A22 Bis: pozzo

91 III NE 9500 9141

22

-10

564 Pi/CN

A23: pozzo

91 III NE 9504 9163

2

-8

 

A31: pozzo

91 III NE 9514 9142

?

-8

 

A32: pozzo

91 IV SE 9480 9192

?

?

646 Pi/CN

A45: grotta

91 III NE 9470 9120

28

-20

 

A46: dolina

91 III NE 9478 9138

?

?

 

A47: dolina soffiante

91 III NE 9490 9118

?

?

 

A48: fessura soffiante

91 III NE 9496 9113

?

-4?

 

A49: fessura

91 III NE 9500 9132

?

-6?

 

A50: buco soffiante

91 IV SE 9525 9205

?

?

647 Pi/CN

A100: pozzo

91 III NE 9495 9103

3?

-30?

 

A101: pozzo

?     ?

?

?

 

A102: fessura

91 III NE 9483 9110

2

-6

 

A103: fessura

91 III NE 9496 9117

8

-7

 

 

GIULIANO VILLA

 

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A1 - A2 - A2 bis - A4 - A6 - A7 - A8 - rilievo

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A0 Pozzo dell'Arco - rilievo

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A29 - A41 - A100 - rilievo

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A18 Gouffe Cristal - A102 - A103 - rilievo

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A9 - A11 - rilievo

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A14 - A16 - A45 - rilievo

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A12 - A17 Aven de la Glissade - A21 - rilievo

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Carta della zona A

 

 

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Liberazione

     25 Aprile: Abisso della Liberazione. Comunque sia niente di commemorativo. E' solo il primo abisso di marca G.S.P. di questa folata toscaneggiante che segue le nuove vicende del Fighiera. Ne verranno altri. Ci indusse Omar.

     Lo trovammo in una sera di frenetica battuta in direzione del Pizzo d'Uccello, un'aspirante papera che chiamo Consolata in attesa che qualcuno le affibi un nome pronunciabile, con una papera di provata esperienza a nome Loredana e il fetidamente vostro.

     Per disostruire l'ingresso dalle foglie ci sporcammo tutte le mani. Aspirava a pieni polmoni.

     La mattina successiva entrano Alex e Beppe in ricognizione: parte bene, strettoia, saletta, strettoia: è giusto.

     Pozzo da 18 seguito da un pozzone che si apre in una graziosa spaccatura lavorata dall'acqua. Notte: dentro il Lucido con Beppe. Il Cicciottello arma la partenza e il Puffo mette uno spit a -10, poi giù; non arriva la corda. Però si intravede il fondo. Sifone, non strettoia, non fessura, magari con aria, sciacalli; ma questo l'ho già scritto. In risalita Beppe nota un arrivo da controllare. Questo il motivo della presenza mia e di Poppi là dentro. Mentre ci vestiamo mi chiede quale scusa troverà per farmi lavorare.

     Pozzone, terrazzino a -10, trovata la scusa: lui con quello stillicidio non può scendere senza Marbach. Vado, tre secondi dopo rumore: un bulldozer cerca di entrare in grotta dalla cava adiacente. Rinuncio al proposito di armare bene e mi butto giù. La corda da 80 basta appena.

     Chiuso, sifone. In salita penso a come sarebbe comodo recuperare la salma, colpita da una pala meccanica, attraverso il buco che stanno aprendo i cavatori. Queste ed altre piacevolezze tra i massi che cadono attorno. Scarica da bestia. Liberazione è uscire di lì dentro. Lo facciamo assieme ad un aborto di rilievo. Fuori le Muse attendono.

     Avviso a chi volesse scendere nel buco: è fatica sprecata, primo perché è una pentola, secondo perché fa paura, terzo perché quando leggerete questo articolo sarà già stato mangiato dalla cava assieme a metà del boschetto circostante.

 

Ube Lovera

 

 

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Abisso della Liberazione - rilievo

 

 

bellezze al bagno

     L'organizzazione traversate speleologiche Paponcio S.p.a. aveva deciso che sarebbe stata una Pasqua spagnola e Spagna fu. Macinando Km notturni e costeggiando velocissimi i Pire-

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nei in condizioni decisamente "Himalaiane", arriviamo mercoledì alla frontiera spagnola. Uno zelante finanziere ci fa vuotare la macchina, orribilmente stracolma, e mi dà modo di constatare che, se non voglio nutrirmi di Ergovis (circa 300 buste) ed Ederlid, bisognerà acquistare qualche cosa in una laida bottega iberica.

     Giovedì siamo ad Azon, c'è uno sprazzo di sole, abbiamo già individuato la risorgenza della Coventosa, e nella locale bettola il vino e la birra sono buoni e costano poco. Tutto sembra andare per il meglio. I due "volontari a caso" Lazzaro e Fox, vengono incaricati di andare a controllare ed eventualmente armare i saltini da risalire in uscita, mentre il trio M.P.M. andrà in ricognizione per individuare l'ingresso del Cueto.

     Il nostro spirito di sacrificio viene premiato: invece di sobbarcarci una lunga scarpinata sotto un incipiente temporale, troviamo un gentile pastore disposto ad accompagnarci (dietro lauto compenso). Accettiamo di incrementare l'economia locale, diamo appuntamento per il giorno dopo e rientriamo alla base. La capanna che ci ospita è ragionevolmente confortevole e, dopo un'orrida pastasciutta spagnola e altre cose, ci addormentiamo carichi di speranze.

     Nella notte nevica. E non è l'unica sorpresa che ci riserva quel venerdì di passione. La Guardia Civil viene gentilmente ad informarci che dobbiamo procurarci uno speleopermesso presso la sede di un qualche Ministero ad Arredondo.

     Ci dividiamo i compiti: Maurizio e Pap (che sono i più grossi) andranno a lottare con la burocrazia spagnola ed i tre rimanenti lotteranno con il materiale da preparare (molto) per convincerlo ad entrare nei sacchi (si spera pochi). La sera ci trova molto mogi: il materiale è pronto ma i Ministeri sono tutti chiusi fino a martedì dopo Pasqua. Così sabato mattina tentiamo l'ultima carta: l'Orso Paponcio si rivela abile corruttore e, parlando un fluente portoghese, ottiene il benestare del Maresciallo. Possiamo inabissarci.

     Il gentile e caro (2.500 pesetas) pastore ci guida verso l'ingresso alto sotto una abbondante nevicata primaverile e nel tardo pomeriggio siamo di fronte a un buco che spara fuori una colonna di aria tiepida: il Cueto. Quindici metri di discesa un po' fangosa e siamo sul pozzo da 300 m. Mario lo arma in modo che i primi 200 m siano in libera (n.d.r. vuoto) e scende, cantando.

     Il suo "libera" arriva rimbombante ed amplificato e mi costringe ad attaccarmi alla corda e a buttarmi giù. 200 m su di una corda da 9 nuova sono molto veloci, ma ti lasciano il tempo di riflettere sulla bontà delle cuciture del tuo imbrago.

     Il pozzo è comunque perfetto e splendido. Non così i pozzi egli armi successivi. La grotta continua infatti lungo una profonda frattura interrotta da terrazzi e blocchi di frana, in un calcare grigiastro estremamente fossilifero e dall'aspetto sinistramente friabile. I numerosi spit piantati solo a me-

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tà a cui sono assicurate "placchette" dalle fogge incredibili, fatte sicuramente di alluminio per coperchi vista la loro malleabilità, non contribuiscono a rendere la cosa più interessante. Lasciamo i 300 m di corda sul primo pozzo mentre sugli altri (utilizziamo Ederlid da 8 mm) l'ultimo scende in doppia. Dopo più di 600 m di discesa arriviamo sulla galleria. E' enorme, asciutta e silenziosa, con festoni di stalattiti ovunque, e dà l'impressione di essere arrivati in un salone da ballo calandosi per il camino. L'incanto dura poco, col sacco in spalla e la bussola in mano comincia il peregrinare tra i blocchi di frana e i mucchi di sfasciumi, sotto ad un soffitto perfettamente a volta che si perde nel buio. La galleria è lunga e il dubbio di aver smarrito la strada ci assale spesso ma alla fine arriviamo sul pozzo Noël, grosso sprofondamento che ci permette di raggiungere il piano inferiore di gallerie. Gli ambienti si stringono e si arricchiscono di concrezioni. Attraversiamo gallerie tappezzate di fiori di gesso dalle barbe lunghissime e ci arrampichiamo su e giù quel tanto che basta per farci di nuovo essere sicuri di esserci persi.

     La grotta è sempre molto asciutta (eh, eh, poveri ignari) e dobbiamo approfittare di ogni stillicidio per riempire le bombole. La sicurezza di essere sulla strada giusta ci viene sinistramente offerta da una stringa da scarponi lunga una decina di metri che arma uno dei saltini in discesa. Molto dubbiosi sulla ragionevolezza di certe forme di risparmio affidiamo le nostre vite a quel cordino e proseguiamo. Ancora gallerie e poi la sala Bianca che, tenendo fede al suo nome, risplende di cristalli di calcite. Anche le successive gallerie del Trou Souffleur tengono fede al loro nome. Sono infatti dei budelli scomodi e labirintici attraverso cui si incanala tutta l'aria del sistema. Meno male che la grotta non è fredda. Un pozzo a fessura di 15 metri ci porta finalmente al piano più basso di gallerie dove comincia a vedersi un po' d'acqua. Ormai ci sentiamo vicino alla fine e sguazziamo allegramente nelle vaschette, sparando flash qua e là. Il primo lago, non previsto, ci fa indossare le pontonieres e non crea problemi grazie ad una corda fissa che ci aiuta a stare a galla. La galleria prosegue con il fondo di sabbia e blocchi, ci incasiniamo un po' e sbagliamo strada. Sono ormai 26 ore che sono dentro e se non bevo un caffelatte magari mi viene sonno. Con il passo leggermente appannato torniamo indietro e troviamo una corda con cui ci caliamo, finalmente sul torrente. Gioiosi ci avviamo verso l'acqua e qui ci aspetta la triste sorpresa: le pareti dei laghi si perdono nel buio liscie e strapiombanti e nemmeno la mia pontoniere, munita di ingannevole salvagente, è in grado di assicurare un galleggiamento sufficiente.

     E' il momento delle tragiche decisioni: 300 e più metri di bagno gelato non sono molto invitanti e, dopo aver scoperto che come papera ho un quoziente di galleggiamento pessimo, sono molto mogia. Fox ha i pantaloni della muta e Lazzaro è

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"stufo di stare lì dentro", ed essendo i più leggeri decidono di uscire a nuoto per procurarsi un canotto. I due più pesanti restano lì a far la guardia a me e al materiale. Salutato il varo dei due coraggiosi anfibi triestini ci accingiamo a rendere un po' confortevole il riparo di teli termici e ci addormentiamo.

     E' un sonno scomodo, intervallato da sortite per sgranchirsi le gambe e scrutare nel buio, e da parchi spuntini a base di torno, patè e chewin-gum (bleah!). Le congetture su quello che stanno facendo i due compari all'esterno (se non sono miseramente annegati) rasentano la fantascienza ma non arrivano comunque a superare l'incredibile realtà. Ce ne rendiamo conto quando finalmente la sera del martedì arrivano i "soccorsi": Fox più due speleo spagnoli in due canottini! La traversata dei laghi è lunga e bella ma turbata dal sospetto di quello che ci attende all'esterno: un putiferio di gente che ci fa venir voglia di ritornare in grotta. E' la fame che ci spinge verso la capanna e che ci obbliga, il giorno dopo, ad affrontare giornalisti iberici e consoli italiani. Ed è difficile spiegare diplomaticamente che "l'incidente" è stato un po' gonfiato. L'unica cosa che continua, giustamente, a crescere è la fame, ma anche per questo vengono approntati i soccorsi del caso: una enorme polenta saracena con sugo di panna e porri che raggiungiamo il più rapidamente possibile a Garessio. La Spagna, in primavera, è umida ma mette appetito.

 

Patrizia Squassino

 

 

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grotta degli spettri

     Su segnalazione di un mio amico, ho visitato una piccola grotta nella zona di Novalesa, conosciuta dagli abitanti come Grotta degli Spettri, poco esplorata e mai rilevata.

     La grotta si apre a circa 150 m Nord-Nord-Est dalla cappella di S. Antonio, poco fuori dall'abitato di Novalesa, alla base di una parete di roccia, tra due cascate.

     La grotta è costituita da un piccolo antro, al fondo del quale si apre un piccolissimo condotto in discesa, che sbuca in un saloncino ove la grotta praticamente finisce; alcuni camini verticali di pochi metri completano il tutto.

     Nonostante la chiarissima origine tettonica di questa grotta, fin dai primi metri essa è riccamente concrezionata, con colate parietali di notevole spessore e piccoli "cavolfiori" di calcite.

     Le rocce costituenti la parete entro la quale si apre la grotta, sono calcescisti e filladi con pigmento carbonioso.

     Inoltre in questa grotta vi sono parecchi insetti che possono interessare i nostri bio-speleo.

 

 

Gaydou Adriano

 

 

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risposta a una recensione

     Detesto le polemiche - quasi sempre lunghe, e sterili e all'insegna dell'incomprensione - e queste righe sono solo una risposta a quelle che Giovanni, con la consueta benevolenza, ha dedicato al libro che abbiamo scritto Michele ed io; chiamandoci in causa in prima persona esige una risposta.

     Ho letto la recensione con molto ritardo e anch'io - come lui - non credevo ai miei occhi: o Giovanni non ha letto il libro o non ha capito niente di quello che c'è dentro, delle nostre intenzioni, dei motivi e delle cause per cui lo abbiamo pubblicato e perché è uscito. Abbiamo scritto un'introduzione per spiegare queste cose, ma evidentemente non è stata capita.

     Vediamo un po' cosa ha irritato tanto la suscettibilità del pontificatore della speleologia italiana: innanzitutto la mancanza di un taglio esplorativo, a cui noi avremmo contrapposto una descrizione "turistico-rocciosa" (mah!); indi la mancanza di alcune piante e di certe finezze grafiche come la proiezione in pianta di interni-esterni di montagne. Per finire mandiamo i "turisti bastardi (...) a camminare nelle fiabesche condotte forzate col pavimento delicatamente concrezionato" della sua riserva di caccia privata; e ci accusa di aver fatto tutto questo per vendere qualche libro in più: povero Baden!!!

     Le piante che mancano non esistono, e senza di loro non si fanno gli interni-esterni; sfido chiunque a trovare una pianta che noi non abbiamo pubblicato. Cosa voleva Giovanni, che perdessimo un anno del prezioso tempo della nostra vita a rilevare abissi già esplorati da altri? E a cosa servono le piante di abissi come il Don Ciccillo o il Ribaldone o il Bologna, con spostamenti orizzontali insignificanti? E perché lo stesso Baden non ci ha fornito, nonostante i numerosi solleciti, la pianta di vaste zone del Fighiera? E' più facile accusare dopo che aiutare prima.

     E veniamo all'obiezione di stampo etico: il taglio del libro. Il sottotitolo dice: "Guida speleologica". Non avendo in Italia precedenti di simili pubblicazioni abbiamo a lungo discusso sul tipo di testo che volevamo fare. L'opinione che è prevalsa è stata di dare un'esposizione più imparziale e asettica possibile dalla mole di dati in nostro possesso, dopo averli verificati e vagliati a fondo. Le poche informazioni esistenti e da noi non riportate sono state omesse perché giudicate non sufficientemente attendibili. Anche a me sarebbe piaciuto scrivere un testo più descrittivo e leggibile, ma il tempo e lo spazio a nostra disposizione, oltre a precise scelte iniziali ce l'hanno impedito.

     Come avrebbe dovuto essere il famoso taglio esplorativo? A me sembra che una descrizione delle cavità sia già un aiuto

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a chi voglia esplorarle: quello che non è noto e riportato è inesplorato. E poi in appendice ad ogni abisso e ad ogni capitolo indichiamo le più promettenti possibilità esplorative; in modo talvolta vago, è vero, ma sufficiente (credo) a stimolare uno che di esplorare ha già voglia. O dovevamo prendere per mano il povero speleologo inetto e dirgli "guarda che in fondo al meandro, in alto a destra c'è una finestra molto promettente". Mi sarebbe sembrato abbastanza idiota. E se poi quella finestra non avesse promesso nulla?

     Giovanni, confessalo: anche a te avrebbe dato fastidio se, oltre a quelli degli altri, avessimo reso pubblici anche i tuoi segreti. Un malinteso senso di proprietà morale delle grotte guida ancora i passi di quasi tutta la speleologia italiana, come ci dimostri tu stesso adombrandoti non poco contro il nostro imperdonabile reato: abbiamo mandato "i turisti bastardi a traversare Fighiera-Farolfi lungo il Puma". E perché non avremmo dovuto? Dovevamo fare un'esposizione di tutto quello che c'è di speleologicamente importante nelle Apuane, oppure censurare le informazioni che avevamo raccolto? In base a quali criteri? E perché? Forse per un'anacronistica mentalità da "Signori degli Abissi", secondo cui solo alcuni (i meritevoli) possono, e gli altri no? Anch'io detesto i turisti, ma proprio non ce li vedo, in compagnia magari di boy-scout, in quelle gallerie e in quei pozzi: non ce li vedremo mai; troveremo sempre e solo speleologi, magari non fortissimi e invasati, ma speleologi. L'abbiamo scritto tre volte di stare attenti, la traversata è lunga, molto difficile l'orientamento, non andateci senza qualcuno che ci sia già stato: se, dopo aver letto questo, uno si incasina, non sono fatti miei preservarlo dalla sua stessa idiozia.

     Fra l'altro non mi sembra affatto che descrivere le traversate sia "limitare i complessi sotterranei alle traiettorie percorse dagli speleologi", oppure che "le traversate sono una morte esplorativa". Abbiamo fornito pure e semplici informazioni: ognuno ne faccia l'uso che vuole; non è mia abitudine imporre le mie idee agli altri.

     Finisco. Ci sono nel nostro libro delle mancanze, delle lacune, delle imperfezioni: lo so meglio di chiunque altro perché ho contribuito a scriverlo. Le foto sono proprio brutte, le note fisiche scarse, l'impostazione grafica vecchia e via dicendo; l'inesperienza e la fretta ci hanno condotto a errori. Che però non sono quelli che ci rimproveri, Giovanni.

 

Mario Vianelli

 

 

controcontrorecensione

     Ero stato molto incerto se scrivere o no la recensione alla Guida delle Apuane, di Mario e Michele.

     Il libro mi piace e sono felice che qualcuno abbia trova-

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to la forza di farlo, tanto più che quelli che lo han fatto sono esploratori da profondità, cioè appartenenti ad una schiera di individui normalmente restii a fare i geografi: proprio come me.

     Il libro l'ho comprato, regalato, ricomprato, riregalato e infine ma lo han regalato. Ed è effettivamente un libro da avere assolutamente e rimarrà per un pezzo il punto di riferimento fondamentale per le ricerche in Apuane.

     Ma nel recensirlo c'erano degli attacchi da fare ed avevo paura che gli autori se ne avessero un po' a male ed altri fraintendessero. Il secondo rischio era, in verità, meno grave del primo perché ai due autori voglio molto bene: ma son capitate un po' di tutte e due le cose. Certuni han frainteso e loro non han capito che, globalmente, ne ammiravo molto il lavoro che non sarei disposto e capace di fare, ma che è essenziale: e si son dispiaciuti delle critiche ritenendole (vedi piante) ingiuste.

     Inoltre a Bologna ho avuto modo di misurare, con lunghe discussioni, le dimensioni del loro sforzo e del loro impegno ed il dispiacere per le mie critiche. Ciò mi ha per certi versi fatto sentire imbecille non per i contenuti delle critiche ma per i modi. Il risultato è che mi sono pentito d'averla scritta e non recitata a voce ai due.

     A questo punto però devo andare avanti e spiegare le mie ragioni e i miei torti.

     Una premessa. Credo che, globalmente, chi scrive non faccia solo un lavoro di trasmissione dati ma che soprattutto operi delle scelte orientate ad influenzare chi lo legge sulle sue concezioni: volente o nolente c'è un fine "didattico" in all'incirca qualunque scritto.

     In particolare questo è vero per la speleologia. Dire "tout court" che non sta a chi scrive scegliere la speleologia "giusta" è una balla. Quando si dà una certa descrizione di una cavità si propone automaticamente una certa speleologia. Se di una cavità si premette che è la più profonda, o grande, di una certa zona si dice che speleologia è cercare cavità con il massimo dislivello, o grandi; se si danno solo schede d'armo si influenzerà il lettore su una speleologia di ripetizione, se si dice che ci son questioni oscure su correnti d'aria e d'acqua la speleologia si mostrerà più tesa a risolvere questioni in sospeso.

     Se mancan le piante e non si dice che chi non le ha fatte è un imbecille; se non si dice che dal rilievo del Fighiera non si capisce come è fatta la grotta, additando come almeno goffi chi lo ha fatto*; se ci si rassegna a mostrar sezioni

______________

* Mi è stato ricordato, da irati estranei alla discussione che il mio rilievo dell'Estrema Via Fani esce dalla montagna: non ho controllato ma ci credo perché la freccia del Nord è stata mal orientata dal sommo pontefice, geografo inetto. Quando i Maremmani hanno avuto bisogno del Nord vero gliel'ho dato. Credo che tutto tornasse a posto; entro il fatto che, lassù, la pianta non è garantita a meno di cinquanta metri d'errore, o giù di lì. E ancora: Il 2% d'errore non è "valutato" ma calcolato su chiusure di poligonali lunghe.

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longitudinali di abissi senza far sentire l'esigenza di qualcosa di più, di una visione globale del monte, si ipotizza un certo tipo di speleologia, rassegnato a guardare i propri passi.

     Non sto dicendo naturalmente che Mario e Michele "dovevano" fare il lavoro complessivo sulle Apuane, ma far intravedere meglio come il problema sia vasto ed aperto, le cavità esplorate lo siano poco e male e manchino montagne di dati perché la gente è disorganizzata ed ignorante. Credo dovessero cioè essere più critici nel lavoro di biblioteca, con correzioni non di un milione ma di poche pagine, qua e là.

     Grosso modo però ho torto. Loro di questo lavoro ipotizzato ne han fatto il novanta per cento, io zero ma mi lamento per il dieci mancante che loro erano comunque in diritto omettere. Dunque ho spiegato che cosa ho sentito mancare: ora spiego perché mi spiace che lo abbiano omesso: così pontifico un po'.

     Una certa speleologia, quella che mi piace, non è un fatto di "massa", ma di una élite, ristretta. E' costituita da speleologi di varie capacità fisiche e tecniche ma tutti fortemente finalizzati a conoscere il mondo sotterraneo, replicar nella loro mente l'interno dei monti: non tocco ulteriormente le caratteristiche di costoro perché scriverei un bollettino, e susciterei le ire della redazione.

     La speleologia è una disciplina mentale: l'élite che la pratica in questo senso è cangiante, entra gente e ne "esce" altra (anche se uscire davvero è difficile): ma al di là delle comuni caratteristiche mentali c'è il fatto globale che costoro sono carenti da troppi punti di vista. Per citarne uno che conosco bene, io sono carente nella raccolta informazioni, sonnolento nella comunicazione, goffo come battitore, tardo nell'arrampicata, vuoto come geologo, inetto come geografo. I miei rilievi sono poligonali precise e niente di più, cosa che gli abissi son ben lontani dall'essere.

     Due sono dunque i lavori assolutamente indispensabili nella situazione attuale: il primo è agire, ed autoagire, sui membri di questa élite, farli comunicare con esterni sapienti e crescere. E' assai difficile perché la tendenza è che gli unici coi quali comunichiamo sono altri membri dell'élite: vedi ad esempio la straordinaria rappresentatività dei consigli SSI, CAI, Scuole e congressi. Siamo superbi e sprezzanti, tanto che veniamo confusi, dagli esterni, coi pozzomani e questo sarebbe irritante se non sdegnassimo gli uni e gli altri.

     Un libro partorito entro questa élite è dunque automaticamente ben piazzato per incidere e far crescere: se non lo fa è un'occasione perduta.

     Ecco perché mi spiacciono le omissioni nella Guida.

     Il secondo lavoro da fare è quello di trovare nuovi iniziati. Già, i corsi. Chiarissimo: io non sono stimolato quasi per nulla a portare in grotta mia sorella, ottima persona ma che

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mai sarà speleologa. Sono invece interessato e felice di lavorare sui potenziali speleologi e soprattutto sui pre-iniziati per spiegare ciò che so. E anche queste righe sono in questo senso. Per dire che una cosa è andare in fondo alla Preta o al Gortani, o traversare Caracas-PB o Fighiera-Corchia, ed altra cosa, altra disciplina è esplorare la Preta, scoprire collegamenti, risalire l'Odissea, capire PB. Gran vergogna è che entrambe le attività han la stessa etichetta, speleologia. Ma l'una stanca, l'altra esalta, l'una è buffamente facile, acquisito il modo di muoversi e due palle sulle tecniche, l'altra è un problema continuo.

     Nella prima, soprattutto, gli speleologi temono la grotta, han paura ascendere, saltan giù e le sfuggono prima che li mangi, veloci. Nella seconda no: per afferrare il tesoro bisogna consegnarsi completamente all'abisso, equilibrarsi con esso, esser di casa là sotto, spegnere la voglia di uscire. Per questo in altro bollettino, a proposito di giunzioni Corchia-Fighiera, avevo scritto che, se non toccava a noi, mi auguravo toccasse ad altri abissali. Proprio così: abissali; e questa è stata la spiegazione di quel termine.

     Ovviamente non dico che sia facile, ne che io sia capace: è una direzione. Hokusai, il massimo artista giapponese, diceva che a centodieci anni avrebbe finalmente imparato a disegnare: io nel mio piccolo penso che per quell'età potrò finalmente far speleologia bene. Forse.

     La ricerca di iniziati è finalizzata ad avere interlocutori con cui comunicare, gente con lo stesso linguaggio e che con quello spieghi cose nuove e belle.

     Torniamo alla guida. L'accuso un po' di mancare verso la comunicazione entro l'élite: ma anche verso i pre-iniziati, secondo me, ci son mancanze perché senza filtrare, han lasciato passare un sacco di pattume. Tendono ad identificare grotte e traiettorie di speleologi. Oppure a trovarne di utili e "comode" per i turisti. Ad accettare passivamente certe mancanze imbecilli nei dati. O a continuare a dire che il ritrovamento del Fighiera fu una piratata*.

______________

* La nostra storia è nota: battuta nella nebbia, senza esser sicuri d'essere sul Corchia, e senza informazioni precedenti. E' strana, eppure è vera. Ed io che so che è andata così perché c'ero, da una parte son dispiaciuto per non essere creduto, dall'altra sono divertito all'idea sostenuta dagli increduli: che per trovare una spaccatura, soffiante parecchio, che taglia la sottilissima cresta della più celebre montagna apuana, sul sentiero, siano necessarie delle "soffiate". L'idea, -perdonami Mario è da "speleologo apuano medio". La soffiata in effetti ci fu: la fece l'Abisso in faccia a Giorgetto ed Andrea: d'altro non c'era bisogno.

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     Ed eccoci arrivati alla questione proprietà delle grotte. Come si sa il Fighiera non è di nessuno, in particolare non è di chi lo ha esplorato. Ma costoro ne hanno una copia in testa, copia che si estende e ramifica man mano che ti ci inoltri dentro: lavori su quello che hai in testa, con la fantasia, e poi cerchi, confronti con la copia reale, modifichi, crei. Arrivi al punto di trovar prosecuzioni nella tua replica mentale, semplicemente studiandola: incredibilmente poi vai là, nel monte e la prosecuzione c'è, è Khayyam, ad esempio. Arrivi poi a confondere la replica mentale con la grotta che diventa parte di te e, se sei proprio malato, è una parte essenziale.

     Quando dunque altri scoprono cose nuove e loro ti sono simpatici o gli vuoi bene o sono come te, sei contento perché ti hanno esteso.

     Se invece sono estranei che lo riducono ad un porcaio, alla palestra delle loro miserie, alla prova che sono bravi, ti spiace. Se lo riducono ai suoi milleduecento ti spiace. Se vogliono estromettertene ti spiace. Se non cercan di capirlo ti spiace. Se ti rubano il materiale ti spiace.

     Noi stavamo sbaraccando dal Fighiera, buttati fuori da una concezione estranea della speleologia, non da Adiodati o Ciurli ma dai fanatici del meno mille. Ho sentito certe parti della Guida muoversi a favorire queste tendenze che ci erano ostili. Quando l'ho ricevuta ero in ospedale e sarà forse stata la lontananza dalle grotte o forse la piacevolezza della situazione, ma dopo l'esultanza iniziale ho masticato parecchio amaro.

     Non son stato un buon Zen, è vero e ho avuto torto nel cercare di fare una pubblica critica riguardo a certe parti che difficilmente sarebbe stata capita. Ma era scritto così: e voi ci avete dato, con l'amarezza anche la forza di decidere la reazione, il Khayyam.

     Ed io, spero, ho dato modo di discutere certi punti che sono, credo, fondamentali: in particolare quello della carenza conoscitiva degli abissali. Non avevo mai osato scrivere su questo argomento, vilmente, per evitare la derisione degli imbecilli ma forse sarà utile a qualcuno; anche se a me procurerà incomprensioni cui, del resto, sono abituato ed abbastanza superbo per fottermene.

     Mario cita poi i Signori degli Abissi. Beh, se sono quelli che io chiamo abissali non lo trovo un concetto anacronistico, anzi. Ma nel "Signore" c'è un senso di padronato che è fuori luogo: se proprio non si vuole star zitti si potrebbe dire servi, od adoratori. Se invece li intendi come padroni delle tal grotta, dell'essere gli unici a "scoparla", non solo è concezione stantia, ma stupida, e da combattere.

     Sto finendo: ovviamente dell'impostazione grafica del libro non mi importa nulla, né delle foto né del fatto che Sivelli rimi con Vianelli.

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     E concludo: quando con Marco e Poppi siamo sbucati nelle zone del Labirinto, nei rami dei Fiorentini, abbiam cercato per molte ore il Campo Base. Ed io seduto ad occhi chiusi, ho più volte cercato di rievocare l'immagine dei rilievi di quelle zone da voi pubblicate: per riuscire ad uscire dal Serpente. Inutilmente perché avevo studiato troppo poco la vostra Guida: e lì l'abisso mi ha mostrato con questo esempio che, se avevo delle ragioni, avevo anche dei torti.

     Poi quando l'ho capito siamo usciti. Dal Serpente.

     E con questo del resto vi abbiamo invecchiato il libro. Ben vi sta.

 

 

Giovanni Badino

 

 

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Pubblicazioni ricevute

(a cura di Giuliano Villa)

 

     P. Errein, Rinvenimenti di Ceramica medioevale o rinascimentale nella grotta presso Sagrado (n. 4112 V.G.) - Carso Goriziano. Estr. Atti V Conv. Res. Sp. Friuli-Ven. Giulia, 1981.

     Q. 4000,1981, Sez. CAI di Erba.

     G. Adiodati, R. Ciurli, L'Antro del Corchia. Note sulla prima integrale (-950). Estr. Boll. GS Fiorentino n. 3, 1981

     Grottes et scialets du Vercors. Torraz - Vercors Nord.

     W.M. Davis, L'origine des cavernes calcaires.

     P. Verico, L'abisso del Paradiso (870 V Vi) nell'altopiano di Tonezzo.

     E. Gleria, Aspetti generali del glacialismo nelle cavità carsiche dell'altopiano di Asiago.

     P. Mietto, Origini e struttura del Catasto delle grotte del Veneto.

     D. Zampieri, Morfologia di condotte freatiche relative a particolari condizioni litostratigrafiche del Vicentino.

     D. Zampieri, F. Lanaro, G. Massi, L.Busellato, Aggiornamento allo sviluppo del "Buso della Rana" (40 V Vi) (Lessini orientali).

     G.C. Cortemiglia, Manifestazioni sismiche recenti nel Tortonese, 1982.

     Société de Biospéologie, Les entrées d'énergie dans le karst. Moulis 1981.

     C. Copot, G.C. Cortemiglia, Programma di calcolo per la determinazione volumetrica intercorsa tra due rilievi batimetrici successivi. Quaderni Ist. Geol. Univ. Genova, 1981, n. 7.

     P. Guidi, Grotte del Friuli (dalla 1601 alla 1750).

 

PERIODICI

Spelunca n. 7 e 8 1982, e Table des matières 1971-80

Speleologia n. 7, 1982

L'Appennino, XXX 1982, lu-ag. 82

Naë e Jame, Sp. Ass. Slovenia, 23-24

Der Schlaz, n. 38 1982

Natura Alpina n. 26 e 28/1981, n. 31/1982

Alpinismo Goriziano, lu-ag. e nov.-dic. 1982

Pro Natura Notiziario, n. 9-10-12/82, 2/83

Speleologia Siciliana (G.S. Palermo), 1978-80

Speleo Nederland, 3/82

Travaux de l'Institute de spéologie "E. Racovitza", XX, 1981

Spéologie "Emile Racovitza", XXI, 1982

Notiziario GG Busto Arsizio, n. 1, 1981-82

La Cianca, voce del Circolo Spel. Esperiano (FR), 3 e 4/82

NSS News giu. lu. ag. ott. 82

Speleologia Sarda n. 42/82

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Bulletin du Musée d'Anthropologie Préhistorique de Monaco

Voconcie, Not. Speleo Club Voconce, Briançon, n. 10-12-13

Geoide, Not. Gruppo Miner. e Paleont. CAI -UGET, n. 1

Spes 1, Grupo de Espeleologos Granadinos, 1981. Spes 2, 1982

Die Höhle 2-4/81, 1-2/82

Il Grottesco, Not. GG Milano CAI-SEM, n. 44

Speleo Nederland, 2 e 4/82

Lega Ambiente dell'ARCI, Notizie n. 11 febb. 82 (Speciale Speleologia)

NSS Bulletin, vol. 44, n. 2, n.3 (Burnsville Cave Symposium)

GS CAI Verona, Attività 1979, Attività 1980-81

Boll. GS Sassarese n.6 1980-81

Sottoterra GS Bolognese n. 61/1982. Numero speciale in occasione del 50° anniversario della fondazione del Gruppo. Id. n. 60/1981: indici

De Profundis, Not. GS Valseriana, 1980-81

Cave and Caving, 18 1982. Bull. British Cave Res. Ass.

Ricerche e scoperte speleologiche (Not. GG C. Debeljak Trieste) 1979-80-81

Sotaterra, Gr. d'Expl. Subterr. del Club M. Barcelones n. 3/82

Speleological Abstracts, Bull. Bibliographique Sp. 1980

Stalactite, Soc. Suisse de Spel., n. 1-2/80

Grottes et Gouffres n. 84 e 85, 1982

Spéléologie, Club Martel, n. 115,117,118/82

L'echo des stalactites, Abîme Club Niçois, n. 9

Speleo 8, SC Firenze, n. 8 1982

Notiziario Centro Romano di Spel., n. 4 1982

Progressione 9, Comm. Grotte E. Boegan

Mondo Sotterraneo, riv. Circ. Spel. Idr. Friulano, 1-2/82

Grottan, Sveriges Speleolog Förbund, 2-3/82

Labirinti, boll. GG GAI Novara, 1981

Descent, n. 51

Le Alpi Apuane, not. sez. Lucca, n. 4/82