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GROTTE
anno 25, n. 78 - maggio-agosto 1982
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
SOMMARIO
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Lo sfogo del presidente |
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Notiziario |
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L'incidente al Joel |
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Attività di campagna |
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Esplorazioni |
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A Rio Martino: rami di John |
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Artesinera '82 |
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Del rilievo di Piaggia Bella |
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Alla Tirolese |
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I lavori di giugno-luglio a PB e dintorni |
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Traversata S2-PB |
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Campi estivi |
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Alla Capanna, la Gola ed altro |
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A Pian Ambrogi |
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Il campo alle Carsene |
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Diario del campo |
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Il Diciotto |
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Schede: il Diciotto |
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Fighiera: il campo Malvinas |
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L'alta via della Mutera |
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Spluga della Preta: un nuovo fondo |
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Nota sulle bombole in plastica |
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Redazione: |
Marziano Di Maio |
(resp.) |
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Giovanni Badino |
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Alberto Gabutti |
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Roberto Menardo |
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Elio Pulzoni |
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Stampa: LITOMASTER, Via Sant'Antonio da Padova, 12 |
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Stampa del rilievo allegato del Diciotto: COPYRID, v. del Carmine 11 |
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Stampato con i contributi della Regione Piemonte previsti dalla Legge Regionale n. 69/1980. |
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lo sfogo del presidente
Mi fa piacere constatare che, pur nella sua abituale confusione mentale, il GSP gode di ottima salute; sta bene e se crescesse un minimo starebbe anche meglio. Mi spiego, così indirettamente rispondo anche alle critiche che alcuni ci rivolgono.
Siamo accusati da molti di fare troppa speleologia "sportiva", altri ci rimproverano di essere troppo poco organizzati, altri ancora ricordano con nostalgia i tempi belli quando il GSP era l'unico gruppo a svolgere un certo tipo di attività. La mia risposta a costoro e ad altre infantili argomentazioni che stonerebbero su questo bollettino ma che ben figurerebbero in una raccolta di casi da psicanalizzare è: andate al diavolo!
L'attività che svolgiamo, e qui non parlo come gruppo, ma come speleologo che lavora con altri, è attualmente tra le più qualificate e le più qualificanti che si fanno in Italia. non voglio con questo esaltare noi e dare dei fessi agli altri, semplicemente affermo, senza paura, si venire smentito, che l'esperienza globale che i vecchi del gruppo sono stati capaci di costruire e soprattutto di trasmetterci è la base sulla quale operiamo oggigiorno.
Sopporto malamente quindi quelli che rimproverano al gruppo poca omogeneizzazione e scarso cameratismo e ricordo agli stessi come un gruppo speleologico non sia l'equivalente di un circolo ricreativo, e in conseguenza è e deve essere fatto da speleologi
Dopo questa premessa entro più specificatamente in merito alle critiche ed ai dissapori che ogni tanto nascono tra i membri del gruppo e invito tutti costoro a parlare e criticare di meno, lavorare di più e meglio, a svolgere insomma una serena autocritica e soprattutto ad imparare l'arte della pazienza e della tolleranza.
Dopo, forse, tutti riusciremo ad operare con più armonia e con risultati ancora migliori.
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ATTILIO EUSEBIO |
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Notiziario
Assemblea straordinaria di metà anno del GSP
Si è tenuta il 18 giugno per fare il punto sull'attività svolta, per programmare quella futura e per nominare nuovi membri aderenti.
Badino ha sintetizzato l'attività esplorativa svolta da gennaio e che vede tra l'altro due uscite al Fighiera, rilievi per 1,6 km in Piaggia Bella, un'Artesinera che continua e varie uscite per forgiare gli ex-allievi. Vigna riferisce sullo svolgimento del Corso con oltre 40 allievi, Villa sulla biblioteca, Mazzer sulla situazione di cassa, Villa sul Catasto (con Chiabodo preparerà per fine anno per l'AGSP un Catasto di rapida e facile consultazione), Perello sul rifugio di PB (molto lavoro da fare), Guala sul magazzino (si è regolamentato l'uso dei materiali), Uccio sull'archivio.
Si è discusso sulla futura attività esplorativa E in particolare sui campi estivi da svolgere in varie zone del Marguareis.
Sono stati nominati aderenti 26 ex-allievi che già hanno iniziato a svolgere attività con il GSP: Antonio Baglivo, Alessandro Bertaglia, Mauro Binrllo, Massimo Blanco, Patrizia Cannonito, Marco Caselli, Gabriella Cevenini, Marilena Garione (Nena), Giuseppe Giovine, Carmelo Lo Bello, Gualtiero Luise, Carla Minetti, Massimo Nicastro, Giulio Nicolis (Meola), Mario Oddoni (Cagnotto), Mauro Pappalardo, Alessandro Parodi, Margherita Pastorini, Carlo Pizzotti, Luca Ricci, Rocco Rizzo, Marco Scambelluri, Stefano Sconfienzi, Alberto Tonietti, Mattea Tricarico, Loredana Valente.
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l'incidente al joel
Il fatto
Sabato 2 ottobre verso le ore 18 Joe Lamboglia, francese, mentre esplorava dei nuovi condotti a quota circa -220 nell'abisso Joel, situato a circa 800 metri dalla Colla dei Signori verso la cima del Marguareis in territorio francese, sfiorando una parete provocava accidentalmente la caduta di un grosso blocco calcareo.
Fortunatamente i danni subiti dallo speleologo erano una frattura a tibia e perone a livello della caviglia sinistra.
L'allarme
L'allarme veniva dato contemporaneamente in Francia e in Italia. Tramite alcuni vigili del fuoco che casualmente si trovavano alla Colla, giungeva ai centri operativi dei Pompieri di Cuneo e Torino.
Il primo ad essere rintracciato per questa via è stato Mario Ghibaudo, il quale si è trovato in notevole difficoltà a diramare l'allarme. Nel frattempo la notizia giungeva a Baldracco, che si trovava alla Capanna Saracco Volante, e venivano allertati alcuni dei nostri che dormivano al Pian delle Gorre in alta val Pesio.
Verso l'una di notte Baldracco, raggiunta la stazione dei Carabinieri di Limone, riusciva a rintracciarmi a Torino, consentendo così, mezz'ora dopo, l'attivazione del nostro centro operativo a Pino, collegando via radio la Colla dei Signori con Torino.
Badino, che si trovava in convalescenza a Savona, avviava verso il Marguareis Ivano Di Ciolo, Carrieri e Mureddu, continuando a costituire un centro telefonico di appoggio. Sul posto si stavano recando anche i Cuneesi.
Nel contempo dalla segreteria telefonica di Pino apprendevamo che era in corso in Canin una operazione di recupero di un ferito (gamba fratturata) da -500 nel Davanzo.
Le operazioni
Sul posto si registrava un massiccio intervento dia parte della Protezione Civile francese e del Soccorso Speleologico francese, con allestimento di tendoni, presenza di oltre quindici mezzi dei pompieri francesi, di cinque tra i migliori Commissari Tecnici {grosso modo corrispondenti a capi Gruppo) e speleologi provenienti da tre di dipartimenti di Francia.
Prendeva il comando delle operazioni Richard Zinc.
Veniva nel contempo da parte francese dato inizio ai fuochi artificiali con l'uso di perforatori e Sigmagela, appositamente pervenuto a mezzo di un elicottero.
Malauguratamente a questo imponente dispiego di forze all'esterno non corrispondeva una analoga efficienza in grotta, anzi sembrava che l'uno andasse a detrimento dell'altra. La direzione delle operazioni, che aveva confermato la richiesta del nostro intervento, ci impediva però in pratica di operare, negandoci intanto che provvedessimo a portare il telefono fino al luogo dell'incidente.
Giuliano Villa giungeva sul posto con un certo ritardo perché si tro-
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vava in Val d'Ayas e per rintracciarlo abbiamo dovuto mobilitare un nipote di Paolo Arietti che in piena notte è partito in auto per informarlo. Veniva comunque fatto scendere, anche perché il medico che i francesi avevano inviato, fatte le prime cure al ferito è stato "accompagnato" fuori in quanto non ulteriormente utilizzabile.
Con Villa nel buco, è sceso anche il silenzio di notizie dalla grotta.
Passavano le ore e nessuno faceva niente, né nulla si veniva a sapere, all'infuori del lavoro degli artificieri francesi che cercavano di creare nuove gallerie per arrivare più vicini al ferito.
E' bene a questo punto ricordare che la grotta è composta di alcuni pozzi (70 m il più lungo) e di meandri alquanto lunghi e stretti, la maggior parte assolutamente impercorribili da un ferito imbarellato.
Ad un certo punto finalmente si otteneva che una nostra squadra scendesse. Raggiunto il ferito, constatato che tra la sua tempra e le endovena alla camomilla corretta di Giuliano il ferito stava bene, decidevamo di avviarne il recupero, senza dare retta ai francesi presenti che aspettavano la barella. Il recupero procedeva con lentezza, ma costante e sicuro verso l'esterno. Il ferito, che fortunatamente conosceva la grotta come le sue tasche, consigliava ai soccorritori i passaggi più indicati. Ad un certo momento nel bailamme esterno qualcuno si è accorto che se non si decidevano a fare qualcosa, la squadra italiana avrebbe provveduto all'intero recupero sino all'esterno. Dapprima si intimava ai nostri di lasciare il ferito e la grotta, senza che nessuno si fosse presentato a continuare il trasporto, finalmente poi scendeva in grotta una squadra francese, completa di così detto medico. Quest'ultimo, con un atto di intelligenza e competenza da bifolco, sostituiva, alla medicazione leggera fatta dal primo medico, e solo rinforzata da Giuliano, un vero e proprio gesso di parecchi chili. Il recupero sul 70 è diventato cosi una tragedia perché l'aumento sconsiderato dell'arto leso provocava dolori indicibili al ferito, oltre a compromettere la circolazione del sangue nell'arto stesso,.
Fortunatamente, estratto dal pozzo il ferito si riprendeva e veniva rilevato dalla squadra francese che lo trasportava da -35 fino all'esterno, dove veniva accolto da tutti noi, da operatori di TV varie, dai francesi e da una pioggia persistente che il Visconte gli mandava, come per dire: se aspettavi ancora un po' ad uscire erano cazzi tuoi.
Infatti la mattina dopo sul Marguareis nevicava.
Conclusioni
Tutto è bene quello che finisce bene, dice un proverbio. ma un altro suona così: a buon intenditor poche parole. Abbiamo visto lassù crollare un mito, cerchiamo di essere all'altezza di sostituirlo con dei fatti.
Pier Giorgio Doppioni
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Attività di campagna
1-2 maggio 1982, Abisso dell'Artesinera. Curti, Lovera, Nicolis, Sgambelluri in esplorazione: dopo la fessura, passata da Ube, Carlo e Marco, seguono un P.20, fenditura, altro P.20 con arrivo sy salone di crollo. Cercato il proseguimento tra i massi .
8 maggio, Abisso dell'Artesinera. Badino, Cannonito, Curti, Lovera, Minetti, Parodi, Perello, Ricci, Rossi, Sconfienza. Tentato di forzare il nuovo fondo ed esplorato parzialmente il meandro a monte. Rilevato il ramo Lambda.
Val Corsaglia. Chiabodo, Eusebio, Gabutti, Pastorini, Vigna. Battuta. Gli stessi in battuta il giorno successivo a S. Anna di Collarea e Bric della Rivoera.
Rossana: Arietti ritrova, rileva e posiziona la Grotta delle Locuste. Vista zona molto interessante in Val Maira.
15-16 maggio, Pian Ambrogi. Battute da parte di Chiabodo, Gabutti, Guala, Guiffrey, Sconfienza, Serra, Vigna e ex-allievi .Eusebio e Pappalardo disostruiscono buchi soffianti.
Rio Martino: Giovine, Parodi, Zinzala rilevano il ramo già esplorato (+120 m sopra la sala del Pissai, svil. 270 m), che termina in una serie di cunicoli e strettoie con frana a circa 85 m dalla superficie esterna.
22-23 maggio: Garb dell'Omo inf. - Cevenini, Gabutti, Lovera, Francone, Ricci, Sconfienza, tentate arrampicate sopra il p. 70.
Abissi di Perabruna e Ciuaiera: esercitazione di soccorso CNSA, presenti del GSP Baldracco, Chiabodo, Curti, Badino, Eusebio, Guala, Guiffrey, Perello, Segir, Serra, Tesio, Vigna, Villa, Zinzala.
Rio Martino: Giovine, F. Maina, Massimo, Pappalardo e Zinzala ad accompagnare gli studenti del 4° Liceo scient. Maiorana;
Grotta delle Vene: Squassino con il Corso SCT.
29-30 maggio, battute a Pian Ambrogi. Baldracco, Bertaglia, Chiabodo, Eusebio, Gabutti, A. Giraudo, Lovera, Mazzer, Rizzo, Vigna. Battute.
Piaggia Bella: Badino, Blanco, Doppioni, Giovine, Oddoni, Parodi, Perello, Zinzala. Rilevati 150 m di gallerie tra Tirolese e Paris-Côte d'Azur, la galleria che scavalca la Tirolese, la galleria di 135 m che parte a sin. appena entrati in PB e arriva al 1° passaggio con fittone.
30 maggio, Grotta del Caudano. Giovine, Rocco e Zinzala con visitatori e rilievo di alcuni rami.
Grotta del Cinghiale (Bagnasco): Squassino col Corso SCT.
5-6 giugno, Abisso dell'Artesinera. Binello, Oddoni, Pappalardo, Pastorini, Tea, Valente, Vigna, Colorazione.
Piaggia Bella: Cevenini, Eusebio, Gabutti. Rilievo nella zona della Rivière du Nord. Alla Capanna Perello fatto elenco delle cose da fare.
Caprauna e Aquila d'Arroscia: battuta di G. e L. Baldracco, Cannonito, Chiabodo, Curti, F. e G. Villa.
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12-13 giugno, Abisso Fighiera, Avanzini, Badino, Giovine, Sconfienza, Segir, Pappalardo: esplorato il ramo delle Malvinas (v. articolo) .
Val Maira: Chiabodo, Eusebio, Gabutti e Lovera in battuta.
19-20 giugno, Caracas. Curti e Gabutti: arrampicata sul P.22 nell'Artiglio Sinistro. Cevenini, Eusebio e Oddoni a rilevare rami secondari .
Piaggia Bella: Guala, Lovera e Vigna in esplorazione nel Salone, risalita alla Sala Bianca, rilevati 340 m.
Spluga della Preta: Badino con Florio, Beppe di Verona e altri, a esplorare la parte nuova (v. articolo) .
26-27 giugno, esercitazione CNSA alla Grotta della Melosa. Del GSP: Badino, Baldracco, Chiabodo, Doppioni, Eusebio, Perello, Segir, Serra, Villa e Zinzala.
Grotta della Mutera ( il 26) : Squassino con SCT a esplorare i nuovi rami .
3 luglio, riunione a Bossea della Commissione Idrogeologica dell'AGSP: Eusebio e Vigna.
3-4 luglio, lavori alla Capanna: Cannonito, Chiabodo, Curti, Gabutti, Giovine, Lovera, Parodi, Perello, Pusceddu, Minetti, Sconfienza, Vigna, Villa, Zinzala.
11 luglio, Piaggia Bella. Chiabodo, Gabutti, Guala e Sconfienza fatta la congiunzione del Salone con la Rivière du Nord.
16-17-18 luglio, Piaggia Bella. Eusebio, Gabutti, Lovera, Sconfienza: rilievo ed esplorazione dei rami di Galadriel, giunzione Salone - Jean Noir, trovato il Meandro del Paradiso.
P. Ambrogi: P.G. e L. Baldracco, Chiabodo, Gabutti, Guala, Pastorini, Vigna, Lovera, Zinzala. Battuta e sopralluogo al campo alle Carsene il 18, battute nella zona sopra il Grabben il 19, e discesi vari buchi segnati in precedenza.
20-21 luglio, zona di P.B.: Gabutti, Lovera e Sconfienza sceso un buco in zona B, stoppo su frana a -20. Piaggia Bella (il 21): Gabutti e Lovera forzate 3 strettoie nel fondo del ramo alla sin. del salone, scesi 40 m e fermi su stretto condotto a gomito.
24-25 luglio, Vallone di P.B. Eusebio, Gabutti, A. Giraudo, Lovera, Sconfienza, F. e G. Villa, Carlo. Battute sul Pian Ballaur. Trovato un buco aspirante presso A 97, sceso per 40 m e fermi su strettoia. La sera del 24 Gabutti, Chiabodo, Armando, Lovera e Sconfienza a Caracas nell'artiglio Sinistro, fermati per mancanza di corda e disarmato. Battuta e visti buchi molto interessanti nella zona alta di Marguareis, discesi 2 pozzi sul versante di Pian Ambrogi (fratture tettoniche di 15-20 m
chiuse da frana con aria).
Carsene: Guala e Vigna battuta la zona all'inizio del Vallone dei Greci vicino agli strapiombi.
26-30 luglio, Pian Ballaur. Gabutti, Lovera e Sconfienza il 26/7 visto un buco sopra il Gaché: p. 25 e poi condotto molto stretto con aria forte. Altro buco sotto Omega 1: molto stretto, senza corrente d'aria, scende
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20 m e chiude in frana disostruibile. Tentate disostruzioni nelle zone A e C. Il 28/7 trovato e sceso il buco della Puerpera: 10 m orizzontali con aria forte che poi si perde, scivolo di 10 m che chiude in sala di frana. Il 30/7 ultime battute.
31 luglio, Grotta di Franzei (Rocca Pietore, BL). Di Maio per ricerche faunistiche. Nonostante un lungo periodo di caldo, una barriera di ghiaccio impediva l'accesso alla sala prima del pozzo.
Agosto: campi estivi sul Marguareis (v. articoli). All'attività nel campo di P.B. va aggiunta un'esplorazione di Corti, Pulzoni e Carrieri, che hanno risalito due arrivi a destra di Kyber Pass. trovando una fessura con molta aria, di cui si è iniziata la disostruzione (che altri hanno successivamente portato a termine, sbucando su Fila e fondi di Kyber Pass) .
Da segnalare anche una traversata S2-PB di Segir con 4 cagliaritani, un bolognese e una romana.
8 agosto, Glëisëtte d'Hardoulin o Grotta del Mià (Valle Stretta, Nevache). Di Maio con gli specialisti Anna Gattiglia e Maurizio Rossi: iniziato il lavoro di rilievo e di studio delle incisioni là presenti. Di Maio ritornato ancora il 14 agosto.
16 agosto, Pozzo Diciotto. Eusebio. Guala e Vigna con Dedeé e con Jarre del GSAM: congiunzione tra il Diciotto e l'abisso Cappa.
21 agosto, Val Corsaglia. Eusebio, Gabutti e Vigna in battuta. ridisceso il Trou de Peirà. Il 22 agosto Eusebio e Gabutti in battuta sopra la Sella Brignola; trovato un inghiottitoio che scende a -20 m.
28 agosto, zona del M. Seirasso. Bravin, Eusebio, Gabutti, A. Giraudo, Guala, Lovera, battute.
Piaggia Bella: F. e G. Villa con A. Gobetti e amici, girato film nelle gallerie di Belladonna.
Precisazione
Sul bollettino scorso un errore di battitura ha falsato il senso di una frase dell'art. di Badino Al fondo di PB (pag. 10, rigo 25). Anziché "l'altra volta Ghiglia ne ha tagliato", bisogna leggere "l'altra volta con Ghiglia ne ho tagliato".
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esplorazioni
rio martino: ramo di john
Finalmente il rilievo del ramo trovato da John a Rio Martino è stato fatto. Purtroppo non è ancora completo; mancano infatti i Lunghi Coltelli, ramo esplorato da Perello-Squassino-Zinzala, il ramo di Sirio esplorato da Mazzer-Pusceddu-Zinzala. La conclusione del rilievo verrà fatta il prossimo inverno.
Il ramo principale (Pietre Verdi) è esclusivamente d'arrampicata relativamente difficile, ad eccezione del punto 30 e del Pozzo dei Comanceros (+15m). Il punto 30 è una paretina di 4 m di fango proprio sopra al Pissai; il Pozzo dei Comanceros è un misto di fango e pietre instabili per 15 m. In entrambi i passaggi il capocordata non ha punti intermedi di assicurazione. Oltre il p. 15 il ramo si fa più facile, la roccia è ottima (belle concrezioni a cavolfiore) .
Arrivati alla saletta del bivio, a destra parte il Cunicolo Anomalo, lungo circa 36 m; da questo si dipartono poi i Lunghi Coltelli e Sirio, che riportano sul Pozzo dei Comanceros. A sinistra parte invece la prosecuzione più logica. Si tratta di un cunicolo molto stretto e scomodo che porta al punto più alto della grotta, lungo circa 96 m, interrotto da tre pozzetti (5, 5, 6 m) molto instabili. Sia Pietre Verdi che Cunicolo Anomalo chiudono in frana composta da pietre verdi arrotondate (si trovano lungo tutto questo ramo) come si trovano nella zona del Viso e del M. Granero. La direzione dei rami è invece verso nord (Punta Sea Bianca, dove si nota un altro affioramento di calcare del Trias come quello di Rio Martino).
Lo sviluppo totale dei rami rilevati è di circa 257 metri, con dislivello massimo di +118 m dal punto 30 e di circa +188 m dall'ingresso della grotta. In definitiva è un ramo che merita di essere visto e anche fotografato.
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Walter ZINZALA |
Artesinera '82
Un tale, qualche mese fa, scrisse che durante un'uscita di corso, due speleologi, uno arguto e uno magrissimo, nel tentativo di sopravvivere al freddo e all'attesa si ritrovarono infilati nella fessura terminale del Fondo 3 dell'Artesinera. Scrisse anche che nelle successive punte si raggiunsero i -200. E che le punte sarebbero state relazionate sul bollettino seguente. Così vittima dell'infame promessa mi trovo a raccontare fatti avvenuti parecchio tempo e parecchie grotte fa senza nemmeno l'illusione di dire cose nuove. Quindi recupero nella memoria sprazzi di avvenimenti in un clima post-
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Rio Martino - Ramo di John - rilievo pianta
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Rio Martino - Ramo di John - rilievo sezione
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corso, festaiolo, che mal si concilia con il metro e sessanta dell'ultima molle neve che ci permise di affondare fino alle orecchie nelle marce di avvicinamento. E nella prima punta, fiera di cose perse e ritrovate, con Carlo, Meola e Sgambelluri a contare le cose smarrite: due allievi (all'ingresso); pianta-spit (io, mai più visto); coperchio dell'elettrico (Marco, ritrovato dopo una settimana); sacco da punta (Marco, recuperato in due ore); meandro e successivo pozzo da 30 (tutti).
Qui affermo che globalmente gli speleo del GSP sono mongoloidi e coinvolgo sia gli ignoti che la settimana precedente avevano segnato con la più bella delle frecce la direzione sbagliata, sia quei due (Carlo ed io) che passarono due ore a rovistare le strettoie più ridicole.
Poi finalmente il meandro giusto, naturalmente dove non lo cercavamo. Quindi Lambda; qui perdiamo Meola che non passa. Dall'altra Carlo a mettere uno spit bellissimo in vuoto su un lamone, dopo un mio spit, orrendo. Siamo naturalmente sul pozzo che avevo visto con Giovanni. Cerchiamo anche senza esito i brandelli della sua mano. Il pozzo, grosso, sui 20 metri, dà su un terrazzino dopo un saltino di 3 m. Da destra arriva un meandro che dalla parte opposta si spalanca in un grande pozzo anche lui sui 20 m. Nell'armo possiamo scegliere tra il filo d'acqua che cade dalla partenza e lo stillicidio formato diluvio che occupa il resto del pozzo.
Alla base salone di frana con l'acqua che si infila tra i massi. Inizia qui un piacevole gioco fatto di "non muovere quel masso", "dove sei?", "sotto di te", "attento che stai scaricando" che si ripeterà la settimana successiva.
Settimana successiva, non c'è più lo Sgambelluri, però c'è l'altro Marco, quello bello, il Perello insomma. Ed anche esteticamente ci guadagnamo. Con lui Carla hiii Minetti, Patrizia, Ricci, Giovanni, Claudia e Stefano che in risalita vestirà le corde di vomito. Giovanni con Claudia (Rossi naturalmente) rileva tutto il nuovo. Sapremo così che Lambda è lunga 12 m. Poi tutti a giocare. Giovanni risale da quel groviglio di massi che è la sala dopo Lambda. Trova anche l'aria ma poi torna giù; è da rivedere. Io passata una strettoia vado a cercare rogne nei passaggi fossili sopra il primo P. 20. Carlo risale il meandro sopra all'ultimo pozzo. C'è acqua e qualche strettoia, si ferma su un camino. Bisogna tornare.
Poi tutti nel salone a cercare un passaggio per scendere, inutilmente. In autunno di nuovo dentro.
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UBE LOVERA |
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nuove ricerche a piaggia bella
del rilievo di p.b.
Di fronte alla complessità di P.B. pochi hanno avuto il coraggio di intraprendere una campagna di rilievi, l'ultimo in ordine di tempo è stato Claude Fighiera, poi il suo rilievo parziale e altri pezzi furono smarriti in casa di qualcuno, nell'archivio polveroso ecc. Strane coincidenze, volute da un misterioso essere, fecero in modo che mesi fa avessi l'occasione di racimolare qui e là varie parti, poi non pago mi diedi da fare e in breve tempo raccolsi molto materiale ma di difficile comprensione.
Lo sviluppo era allora sui 14 chilometri ma molti rami esplorati non erano mai stati rilevati, di altri il rilievo era stato perso, così parlai con alcuni sull'opportunità di mettersi a lavorare sul serio in P.B. e, contrariamente alle mie pessimistiche previsioni, ottenni subito una unità di intenti che poche volte ho visto nel GSP. Mi assunsi il gravoso compito di riunire i vari rilievi., di coordinare, nei limiti del possibile, le esplorazioni là sotto in modo da avere in breve tempo un rilievo il più completo possibile. Nacque subito il problema base: non si può lavorare al rilievo di P.B. e soprattutto in Piaggia Bella con la mentalità del solito buco quotidiano più o meno profondo, bisogna comprendere il sistema ed avere una visione globale di un complesso di decine di chilometri, altrimenti si rischia di impazzire ed il lavoro fatto è breve e limitato. Credo che sia stato questo salto di qualità richiesto dal tipo di grotta che ha fermato molti buoni propositi in tempi passati. Per unire i vari pezzi abbiamo dovuto rifare molte poligonali sia interne che esterne, ci siamo buttati in zone dove il GSP non aveva mai osato entrare. Così in due mesi furono rilevati più di 1500 metri e strano ma vero fu un lavoro collettivo.
Dopo ci spingemmo più in là, considerando il rilievo che avevamo come base, di lì partimmo alla ricerca di cose nuove e, incredibile a dirlo, ne trovammo fin quasi a saziarci. Furono trovate perfino gallerie a pochi metri dall'ingresso, in Sala Bianca, alla Sala degli Affluenti. Credo che una tale intensità di "vuoto" esista un po' dappertutto là sotto, basta cercare, per ora abbiamo cercato con metodo solo a deboli profondità, ora questo metodo di lavoro va applicato più in giù e anche in altri abissi e vedremo i risultati.
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A. EUSEBIO |
Pb: alla tirolese
La sera di sabato era il momento giusto per entrare in Piaggia Bella. Ma nessuno ne aveva voglia. Allora avevo deciso di non andare in grotta. Eran domeniche su domeniche che andavo sottoterra. Una domenica di passeggiate sul Marguareis. La mattina dopo scopro che se voglio passeggiare lo farò sotto la pioggia, nella nebbia. Singhiozzando, con Blanco e Oddoni che sta per guadagnare il soprannome di Cagnotto, scende in P.B. Obietti-
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vo è allenare questi due tangheri, fargli vedere un po' di mondo, guardare le gallerie fossili che sono sopra la Tirolese che si dice vadano in Paris-Côte d'Azur. E soprattutto iniziare a rifare il rilievo Tirolese-Fin 54. Quando P.B. era stata riquotata da 689 a 640 era stato giusto: proprio questo tratto di rilievo era antico e sicuramente sbagliato. Il rilievo era stato rifatto da Alain Oddu che, pur essendo anche ora che non va più in grotta uno dei migliori speleologi esistenti, l'aveva fatto con una strumentazione che non oso descrivere. Se ha azzeccato i 640 li ha azzeccati per caso. Vedremo.
Scendiamo, dunque. Verso il cammello, Cagnotto si tuffa. Niente di spettacolare. Sono deluso. Lo accuso di slealtà perché ha saltato quando ero voltato da un'altra parte. Tirolese. Gallerie rilevando. Al posto di scendere alla cascata si prosegue dritti come per andare ai Reseau. Si insiste sopra, svolta a destra, galleria più stretta, arrampicata in discesa su blocchi di frana (medio brutta) e ci si trova nella galleria fossile che precede la risalita in Paris-Côte d'Azur. Circuito che evita la cascata ma che in linea di massima non conviene. Continuiamo ad andare avanti rilevando fino all'estremità di Paris-Côte d'Azur. Chiudo questo tratto di rilievo sullo spit principale del pozzo. Torniamo, ovviamente dalla cascata. E' in piena sul serio: un tubo d'acqua di mezzo metro di diametro, arrabbiatissimo. Faccio l'arrampicata che lo costeggia e son su: tocca a Cagnotto. Provate ad indovinare cosa succederà. Quasi in uscita molla di braccia. Non di gambe. Ne risulta una partenza da cento dorso. Intercetta in volo la cascata (mica fesso - dico ora - l'acqua è più morbida della roccia. Lo giuro), ne viene fagocitato e cacciato sotto. Sparisce per due secondi nei quali mi appresto a seguirlo. Poi per mia enorme fortuna schizza fuori. Ci ha rimesso gli occhiali. Lui. A tuffarsi. Gli occhiali, dico. Ma insomma non è serio. Tuffarsi e rimetterci solo gli occhiali. Naturalmente usciamo. E' sempre così che si finiscono gli articoli. Gli occhiali. Vacca.
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GIOVANNI BADINO |
i lavori di giugno-luglio a pb e dintorni
Caracas finalmente! Sabato mattina in nove per la capanna. Il decimo, Arlo, si era eliminato facendo la roulette russa con un martello il giorno prima; la sera, in gruppo era nero. Dell'ala ortopedica è il più disastrato. Carlo, benché semiparalizzato è decisissimo a raggiungere una galleria sopra il "22" dell'Artiglio sinistro, io riesco anche a muovermi dopo il tentato decollo di due settimane fa. Notte, capanna, dopo mezz'ora di discussione non si riesce a organizzare una squadra. Per la galleria di Carlo, armare, passare il meandro basso e rilevare siamo troppo malandati. Cambia tutto: Carlo a fare la scimmia all'Artiglio Sinistro con il Lucido; Sua Eminenza Poppi (vedi Grotte n. 77) con Cagnotto e Cevenini a vedere una via alta a Caracas. Meo e Guala a Piaggia Bella per continuare la risalita di Armando e Arlo e controllare se la sala da loro vista è la Besson: io con loro a sfatare la maledizione che non mi vuole a P.B.; Patrizia alla capanna a rinforzare il reparto sanitario.
Ultimi ostacoli; Meo cerca di fermarmi con una molotov che minaccia
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di bruciare la mia barba e la sua tuta, poi dentro. Quindici minuti, la Sala Bianca, la risalita, Ramo collettivo questo: trovato da Meo e Poppi, iniziato da Arlo e Armando, proseguito da noi; in seguito si vedrà. Parte Meo, arrampicata non impossibile (sarà lunga sedici metri, compresa la parte armata dai due Roberti); gli faccio sicura e salgo pulendo il pozzo cercando di far piombare Meo che sta aspettando sulla mia verticale, fermo sui massi incastrati che costituiscono la sommità del pozzo. Aria bestiale. Guala l'elfo, sotto al freddo il schivare i massi che gli tiro e a tramare vendette purtroppo prossime. Tutti su. Cunicolo tra malocchi in bilico; uno si appoggia su Meo che non gradisce. Una corta galleria e l'Immenso. Mentre scendiamo sempre più veloci con la certezza che è nuovo, per aria frasi smozzicate: "Ube guarda...", "E' grandissimo", e giù di corsa tra i massi rischiando caviglie e arti. Acqua che scende da un paio di grossi pozzi che arrivano sulla sommità del salone, Un grosso buco sulla destra, altri laterali, poi sul fondo dei passaggi fra i massi. Tralasciamo tutto per spostarci a sinistra. Dai massi passiamo alle lastre semistaccate con pendenze proibitive. Ci vietiamo di guardarci attorno e continuiamo a scendere. Si fa più stretto, ma passabilissimo. Sempre franoso incontro all'aria fino a una fessura che dà direttamente su un pozzo che pare venire da parecchio in alto. Un inconsueto rimbombo ci svela la presenza di un grosso ambiente sopra le nostre teste. Tralasciamo ancora e scendiamo quella decina di metri che mancano alla base del pozzo. Un piccolo sifone ci regala un filo d'acqua. Acqua che scende, aria che sale, ma sono insieme e noi con loro. Ancora giù qualche decina di metri, poi una strettoia che Meo abbatte a martellate: una saletta, pare chiudere tutto. Guala va a trovare un deposito di latte di monte che lo aspetta dentro un fetidissimo cunicolo; Meo passa qualche minuto con Morfeo ed io presuntuoso quasi come cm ligure mi trovo a infilarmi dietro ad aria e acqua con imbrago e bloccanti in una micidiale strettoia. Mi concio così bene da essere costretto ad aspettare l'arrivo del troll Guala. Questo gentilissimo mi sfila le lastre da sotto la schiena per disincastrarmi, si vendica delle vessazioni subite e contemporaneamente mi purifica della mia presunzione col fuoco. I capelli ci stanno da dio. Riusciamo comunque a domare le fiamme.
Poi indietro rilevando con Giorgio che salta di buchino in buchino per trovare la strada del ritorno. Usciamo alle 8, dieci ore dopo l'entrata.
Altre punte si sono succedute a P.B. In una Arlo, Lucido, Guala e Stefano bypassando un pozzo franoso sulla destra del salone giungono alla Rivière du Nord. Nella successiva Poppi, Lucido, Stefano ed io attraversando un bel meandro sul fondo arriviamo a Jean Noir alla sommità dell'ultimo P.20. Di qui andiamo all'arrivo dell'Indiano, Rivière du Nord, Galadriel, Troviamo quindi il "Meandro del Paradiso", uno stupendo meandro fossile, concrezionato.
Nell'ultima punta il Lucido ed io ci dedichiamo al ramo si sinistra esplorato con Guala e Meo. La strettoia che mi aveva fermato viene abbattuta a martellate e così le due successive. Riprende così la discesa su frana fino a uno stretto condotto a S da cui esce l'aria. Qui ci fermiamo ripromettendoci di tornare.
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UBE |
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1+1+1 = |
Ube, Stefano, Lucido. |
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3x15 = |
Un'estate di battute al Pian Ballaue, pecore schiacciate, vacche sgozzate, pastorelle smarrite, punte a P.B. e a Caracas "uscite", furti di Pastis e giornate di pioggia. |
Ecco cosa ci ha regalato il Marguareis in questo fine luglio.
Ma non c'è da lamentarsi, avevamo anche i divertimenti, battaglia navale, Monopoli, le carte e poi Marta e Francesca personaggi da noi inventati per trascorrere le lunghe notti marguareisiane. Non sono mancate le "probabilità": quattro boiscautesse approdate alla capanna in una notte di nebbia, ma non fatevi illusioni, sono rimaste incolumi! o gli "imprevisti": la vacca da squartare per procacciare il cibo a vermi e corvi per tutto agosto, la pecora morta schiacciata sotto il Dolmen, il dissacrante furto di Pastis ad opera dei soliti... "ignoti" e le lunghe giornate di pioggia.
E sì, come in ogni buona teoria avevamo una costante: la pioggia, a volte celata in nebbia o in grandine, ma si sa la pioggia fa crescere i funghi... ma non le grotte, le quali, poverette, restano lì nascoste.
D'altronde se ci fosse stato il sole sarebbero cresciuti i fiori, ma ovviamente non le grotte, le quali, poverette restano lì nascoste. Allora non è una questione di clima, le grotte vanno cercate! Ed è quello che abbiamo fatto sul Ballaur, battendo dalla alta zona A, fino alla zona vicino al C-1 e alla alta zona Omega.
I risultati non sono stati esaltanti, abbiamo disostruito e sceso una decina di buchi, tutti segnati con GSP 82 e tutti inequivocabilmente stoppi doro pochi metri, eccezion fatta per la "puerpera" profondo una trentina di metri con forte aria, per il buco sopra il Gaché, già visto da Doppioni, o per quello sotto Omega 1, molto stretto e chiuso dopo 20 metri.
Oltre alla normale attività di battuta siamo scesi un paio di volte a P.B. per continuare l'esplorazione del salone trovato a Pasqua, che ci ha portati nella Rivière du Nord, prima, e nel pozzo finale di Jean Noir, poi.
Due righe vanno sprecate, ma proprio sprecate, per citare la nostra seconda uscita nell'Artiglio sinistro di Caracas, "impresa" già tentata in aprile ed ora riprovata da noi tre più Arlo e Armando. Come in primavera anche questa volta una corda mancante, ma anche la nostra poca determinazione, ci hanno sconfitti.
Tutto sommato, comunque, sono stati quindici giorni pieni e densi di avvenimenti: decisamente un buon allenamento per il campo alle Carsene.
Lucido
traversata s2-pb
Quelle laide puzzole imperiesi a forza di avvicinarsi al Marguareis si son trovate i PB. Le possenti armate del gesp controllavano che non apparissero come gli indiani dei film, sul Pian Ballaur. Sarebbe stato troppo. Sarebbe stata la guerra. Non che li si temesse. Circa liguri, anche se mescolati ai loro vicini francesi spagnoli marocchini, non sanno andare in grotta. Come ogni ligure. Li si aspettava dunque per schiacciar-
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li sotto il tallone dei colonizzatori d'Italia. E mentre l'armata attendeva, ecco che quei serpenti drogati cornuti escono da PB prendendoci alle spalle. E' capitato che quelle fetecchie puzzolenti sono inciampate in un buco in una zona di proprietà del gesp. Proprio dove stavamo lavorando con battute nel '72, un campo nel '79 e il progetto di ritornarci non appena l'orogenesi alpina portasse un po' in giù il Ballaur. Questi cani dunque han disceso il buco. Continuava. Al posto di dirci di esplorarlo e tornarsene da dove erano venuti (forse gli avremmo concesso di prenderci le loro corde), queste scrofe farisee l'han sceso e sono entrati in PB.
Un sabato sera li incontro per caso e mi chiedono nel loro idioma quasi incomprensibile se posso andare a guardare questo S2 a spiegar loro cosa devono fare. Poveretti, sono incerti, spauriti, tristi, vogliono forse lasciare tutto non sentendosi all'altezza. Mi fanno pena. Allora accetto purché non sian più di due a scendere. Gli concedo di portare un taccuino. Io porto due tardi allievi, in modo che quelle due giggie non si sentano troppo surclassate. Le due giggie sono Mudolfo e Gandullo (o Gareddu, non ricordo).
Scendiamo in notturna. Da adesso dò i dettagli tecnici in modo da collaborare a far diventare l'S2 una palestra di traversate. L'ingresso è un buco nella roccia. E' facile da riconoscere perché dentro c'è penombra. E' nella metà del mondo a oriente di Greenwich. Dopo un po' si incontra un pozzo, poi un altro, poi un altro da cinquantasei. Portando settecentocinquanta metri di corda si fanno di sicuro. Poi non ci sono pozzi. Poi di nuovo qualcuno. Portare spit è inutile perché, specie in basso, è già tutto armato. C'è anche della galleria ma la via è evidentissima. I due allievi del gesp spiegano a Gandolfu e Mureddo i principali passaggi. Poi io spiego a quest'ultimo l'importanza di un rilievo. Poi lo alleno a farlo. Sul rilievo finale vedrò che mi citeranno come uno dei rilevatori. Riconosco però che il mio apporto e stato ben piccolo seppur decisivo. Poi si fa un pozzo da quarantasette, una risalita di venti metri (si deve salire dal pietrone marrone), un po' di strettoie portano al pozzo da settanta, in vuoto. Si pendola e dietro una quinta di roccia nera una fessura non evidente porta a una galleria in salita. Arrivati ad un masso di forma triangolare molto irregolare si svolta a destra, nel condottino nero. C'è un'anastomosi di condotti, la via è in sequenza: terza a sinistra, prima a sinistra, quarta destra, prima a sinistra, quinta a sinistra, nona a sinistra, seconda a destra, sesta a destra, quinta a sinistra, terza a sinistra, quinta a sinistra, ottava a destra. C'è ancora qualcosa poi. Questa anastomosi mi ha ricordato qualcosa. E a voi? Poi ci sono ancora due pozzi, il secondo dei quali piove esattamente trenta metri a valle della Confluenza in PB dalla quale in una ventina di minuti si è fuori. Fa impressione uscire, passare dalla zona ove si apre l'S2 a PB tutto sottoterra. Quel che mi sembra è che non si deve fare la traversata a fini turistici finché quei miseri hanno in corso esplorazioni. Loro forse non osano dirlo. Io sì. Non lo dico per chi l'ha fatta quest'estate. Non lo sapeva. Lo dico per i prossimi. Statevene a casa. Quando i visitatori saranno graditi verrà segnalato. Non sollecitate inviti, né a Imperia né a Torino. Se volete fare una traversata scendete in Caracas. E' anche più divertente. Oppure scendete in Preta e uscite in Val d'Adige. Anche quella è più divertente soprattutto se fatta in doppia.
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GIOVANNI BADINO |
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campi estivi
campo alla capanna, la gola ed altro
Per la prima volta dal '75 sono disposto a fare un po' di campo. Alla capanna dovrebbero esserci Ivano e Carrieri ed arrivando su con Beppe, ci son tutti i presupposti per star bene. E far speleologia. Facciamo una fugace visita a Pian Ambrogi: hanno armato il Pentothal fino al centoventi e lo salgono e lo scendono. Ricordo loro la necessità di rilevare la galleria che si apre a quella quota. Lo ricordo anche adesso con queste righe. Poi proseguiamo per la Capanna. Ivano sventuratamente non c'è più. Carrieri e signora sì. Anzi, quando li incontriamo hanno appena trovato un nuovo buco nel canalone sulla strada che va al campo di quei maiali di Oneglia e Porto Maurizio. Avevo in mente di scendere subito nella gola ma a questo punto decidiamo di fare prima quel buco.
Il mattino dopo siamo là, due savonesi più Patrizia e Segir. Il buco è da disostruire e lo disostruiamo. Grossi massi da spostare. Poi un pozzo arrampicabile di cinque o sei metri, diaclasi e chiude. Una fessura fra i massi porta su una fessura verticale profonda un quattro metri, strettissima al fondo. Martelliamo atrocemente. Non passo, non passa Beppe, non passa un bolognese che andando dagli imperiesi si è fermato un istante lì. Scende Patrizia e ci passa come un sassolino; la copriamo di insulti mentre lei da sotto riesce ad allargare un po'. Passo anch'io: prosegue con un pozzo fessura di un sei metri. La base è chiusa ma arrampicando dal lato opposto prosegue. Salgo molto in una diaclasi franosa e con una circolazione d'aria troppo diffusa per essere buona. Carrieri e Minciotti intanto su han trovato un altro condotto che arriva da me: ma in mezzo c'è da demolire una strettoia brutta: ci lavoriamo un po' ma è inutile, anche Beppe scende la fessura verticale. Io continuo a girare nella diaclasi finché non mi convinco che non si passa proprio. E con gran pena, risaliamo. Fuori proseguiamo le battute in questo bel canalone. Giampiero trova tre buchi nuovi, da aprire: uno è facile e lo scendiamo subito. E' il più anomalo, un meandro in cima ad una crestina. Ma chiude in pochi metri.
La sera rinviamo di nuovo la Gola. Domani faremo i buchi nuovi.
E difatti andiamo su di primo mattino. Anche il secondo buco, un pozzo da sette metri, abbastanza grande non dà niente. Lo sigliamo GSK (Kuwait). E andiamo al terzo. Grosso lavoro dello GS Hawaiano e finalmente entriamo. Gran diaclasi, qualche discesa in roccia per una quindicina di metri totali. Fessura. Martelliamo per un bel po' poi passiamo anche di lì. Continua ad esserci aria. Sotto una salettina domina un pozzetto di circa dieci metri. Vestito come sono da esterno, devo continuamente muovermi: e scendo in roccia mentre su cerca di arrivare una corda. La base è ampia, ci sono più ambienti. Dove vien naturale che continui chiude: e mentre cerco inutilmente nel freddo mi raggiunge Carrieri. C'è un pozzo di una ventina di metri ma è inaccessibile per la frana che lo ricopre: è sotto una camera lunga tre metri, alta e larga un po' più di uno, fatta di gran blocchi mobili. Inutile dire che l'indomani siamo di nuovo lì. In quattro. Ci lavoriamo per ore. Cambiamo la geometria della camera più e più volte,
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facciamo muovere tutto il pavimento, movimentiamo blocchi per qualche tonnellata. Ma neppure sfidando la morte riusciamo a passare: anzi ad un certo punto la mezza tonnellata di parete sinistra della camera si corica in dentro e tutta la frana inizia a scricchiolare. Vuole che usciamo: quando dieci minuti dopo salgo, in coda, le continua a cigolare e a far cadere pietrine nel pozzo. Uscendo esploriamo una diramazione vicino all'ingresso: sale più alto di questo ma non porta nella. Torneremo alla breve, penso. Stassera tocca al Visconte.
La Gola, secondo me, dal '73 è l'abisso più importante del Marguareis. E' piazzata nella zona Nord-Est della Conca di PB esattamente sopra la regione sotterranea più ipotizzata e meno nota. Il fondo del Gaché ci punta contro e poi chiude in un tot di meandri che andrebbero rivisti con un po' di decisione e di occhio più esperto. Anche i Piedi Umidi ci puntano contro ma la via è chiusa dal sifone. Dall'altra parte Patrick ha visto gallerie, ma io ho sempre avuto una opinione precisa su come raggiungerlo senza bombole e muta. Eccoci al punto chiave; anche la Gola ci punta: e smette quando incontra una strettoia nel meandro. Di là si sente una sala ampia. La corrente d'aria è certo collegata al Gaché (sulla stessa faglia) ed è inversa rispetto ai vicini e isoipsi Piedi Secchi e Deneb. L'acqua della Gola invece va nel sifone dei Piedi Umidi cioè in PB (e forse alla Soma). Se applicate la proprietà transitiva dell'"essere collegate" vedrete che ne risulta una cosa interessantissima. L'anno scorso scesi con Marcantonio ed altri a lavorare sulla strettoia finale: ma scendendo mi accorsi che il pozzo da novanta finale è costellato di finestre, gallerie, meandri traversi. Tutta roba che nessuno aveva mai visto: quest'anno, piuttosto che proseguire i lavori in un meandro terrificante, voglio spendolare sul novanta. Son sicuro di passare: e pronto a fare i numeri più spaventosi sul pozzo, questa esplorazione non ha prezzo. La grotta ci viene armata fin quasi al pozzo da Riccardo e Alma che portan giù anche una duecento: quando me lo dicono penso che sia eccessiva. Che fesso che sono.
E finalmente una notte eccoci in tre sul pozzo da 90: siamo Beppe, Giampiero ed io. Salgo sopra il masso che lo domina a vedere se riesco a spingermi avanti: poca roba. Ritento allora dalla diaclasina che ributta nel pozzo quattro o cinque metri avanti l'armo ufficiale. Mi sporgo e vedo un ponte bianco quindici metri sotto di me, che si sposta ancora avanti. Altri tre metri, penso: con quello riuscirò ad andare quasi dieci metri avanti l'armo e mi rimarranno solo piccoli pendoli. Divento ottimista: ma non quanto dovrei. Spit impeccabile e atterro sul Passo delle Perle. Già, mi dico, è un passo non un ponte: e quest'altro pozzo cos'è? Adesso, mentre scrivo sulla Costa Azzurra, penso e spero si tratti del Catai: di qui il nome. La pietra che lancio mi dice trattarsi di un trenta o poco più. Non dunque del novanta. Scendo al fondo aggiungendo uno spit. Alla base un piccolo pertugio è pieno di nero, dalla parte opposta il meandro va avanti, stringe e allarga, stringe e sprofonda per trentacinque metri. Larghi.
Ululo a Giampiero di scendere. Beppe invece poco prima è uscito perché il Ministero della difesa aveva bisogno di lui quel giorno.
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Due spit: partenza stretta e atterro sul fondo del salto: è grande, pieno di finestre e soprattutto non è il novanta: alla base un meandro grande porta subito ad un pozzetto di pochi metri.
Mentre su Bombolo litiga con la partenza, io salgo a vedere una finestra a sei metri dal fondo: tira un'aria maledetta e di là c'è un altro grande ambiente ed una quieta cascatella poco lontano. Ed un pozzetto sotto di me. Atterra anche l'obeso ed insieme decidiamo di optare per il meandro: promette meno ma è più asciutto. Pozzetto. Altro pozzetto e spit, altro pozzetto nella diaclasi ma da sotto mi accorgo che c'è una via migliore. Abbiamo stabilito di armare bene, sdegnando il panico da esplorazione da cui sono affetti anche buoni speleologi: evitiamo cioè quegli armi letali da esplorazione che poi diventano perenne testimonianza della dabbenaggine di chi li ha fatti. Dunque risalgo e ripetiamo più avanti: spit, spit pozzo sui quaranta. Siam decisamente fuori del novanta: la Gola continua decisa. Scendo fino ad un terrazzo pochi metri dal fondo e vengo raggiunto da Giampiero che mi consiglia salendo di guardare l'Eccentrica. Io avevo occhi solo per la corda. Spitto, lego l'ultimo resto della duecento e Giampiero mi dice che lo scende lui questo, perché è l'ultimo e dopo ci sono le gallerie. E' proprio vero. Da là sotto parte un meandrone in discesa con poca acqua e molta aria. Antico. Siamo alle gallerie e dunque lasciamo lì i materiali: fra tutti e due abbiamo vent'anni di esperienza di grotte, d'impegno, ma siamo rimasti stupidi come all'inizio. Dopo un po' (abbastanza) che scendiamo troviamo un pozzetto. Lui sfida la sorte e lo scende. Ne trova un altro: ci arrendiamo e torno a recuperare TUTTO quel che abbiamo lasciato. Un paio di saltini e la grotta comincia ad esplodere. Si va via da molte parti, cominciamo a scegliere a casaccio. Torrentello, salta in un pozzetto. A lato parton due o tre meandri da fiaba: ne percorriamo uno per qualche metro poi sprofonda, ne incontra un altro da destra con altro torrentello, che viene portato via da un altro ancora: anche in alto si va chissà dove. Prendiamo a caso. Continua. Aria dappertutto. Volevamo arrivarci alle gallerie, al labirinto? Eccoci qua. Attorno a noi.
Lontano si sente rumore di cascata. Decidiamo, per far qualcosa, di raggiungerla, scendendo il pozzetto bagnato. Alla base c'è un meandro a monte e uno a valle, e altre possibilità in alto, percorso da un discreto ruscello: lo scendiamo per un po' di metri poi arriviamo ad un gran sifone formato da due specchi d'acqua. Allora andiamo verso l'a monte: meandro più stretto, bello fino a una cascatella rumorosissima, e continua. Ma ne abbiamo abbastanza: torniamo in superficie esultanti: io non ricordo un'esplorazione così affascinante. Volevo tornare entro breve tempo: avevo discusso violentemente con Giampiero perché lui non avrebbe potuto esserci e che dovevo continuare senza di lui. Ed io ero d'avviso contrario. Poi qualcosa ha appoggiato duramente la mia tesi e il labirinto è là che attende. Ma ora sappiamo da dove vi si accede.
Nei giorni seguenti abbiamo ancora cercato buchi. Un giorno, in particolare, mentre Giampiero e Oreste insistevano su quel canalone, io mi sono tuffato nella rete di canalini sinistri che domina, a destra, la media salita delle Mastrelle. Zona assai ampia e meno ripida di quel che sem-
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bra. Da vedere con più cura di quel che ho potuto avere io, seminudo e solo. E poi ho visto la piana del Solai. Chissà!
GIOVANNI BADINO
campo a pian ambrogi
Diario di campo, 31 luglio - 13 agosto
Sabato 31 luglio nel pomeriggio si arriva al campo, si smontano i tendoni e si riempiono i frigoriferi. Sono presenti Arietti, famiglia Baldracco, Caselli, Chiabodo, Patrizia C., Curti, Francone, Gabutti (Lucido), Gallardo, Giovine, Giraudo, Guala, Lovera, Loredana, Luca, Mazzer, Oddoni, Parodi, Sconfienza, Sergio Serra, Roberto Serra, Vigna, F. e G. Villa. Alla sera ciucca di inizio campo.
Domenica 1 agosto Meo, Parodi, Lucido, Guala, Giovine e i Baldracco portano materiali e viveri per il campo delle Carsene. Giraudo, Mazzer, Francone e Caselli vanno in visita al Pentothal (fino alla Papessa), escono nel pomeriggio lasciando armato. Sconfienza e Chiabodo vanno a scendere un buco in zona Navella, chiuso con neve. Al pomeriggio arrivano al campo M. Pastorini, Nadia G., e W. Zinzala; tornano a Torino i Baldracco e Chiabodo. Nella serata operazione di soccorso: si rintraccia e si accompagna al campo un escursionista.
Al mattino del 2, Zinzala, Parodi, Mazzer, Giovine, Cagnotto e Sconfienza vanno in battuta a Castel Scevolai; disostruiscono e scendono un pozzo di 8 m segnalato da Poppi: chiude in frana. Visto un altro buco chiuso per ghiaccio. Arriva E. Pulzoni. Al pomeriggio Meo, Lucido, Ube, Loredana, Margherita e Guala partono per il campo delle Carsene coadiuvati da Sergio e Bovero per trasportare gli ultimi materiali. Arietti e Gallardo vanno in battuta al Colle Straldi e segnalano un buco. Curti e Patrizia C. vanno a Piaggia Bella. Arrivano al campo Alberti, Pizzotti, Patrizia S., Perello, Minetti e Valerio P.
Martedì 3 mattina, Sconfienza, Squassino, Parodi, Sergio e Mazzer portano a PB bombola gas, viveri e materiali (Sconfienza, Curti, Parodi e un romano fanno un'arrampicata al Fin: chiuso. Squassino, Carrieri e Gobetti trovano una nuova diffluenza a Kyber-Pass). Al pomeriggio Zinzala, Perello, Minetti, Bavero, Giovine e Valerio scendono il buco segnalato il giorno prima da Arietti: è un pozzo di 20 metri chiuso da neve (già segnato dal Martel). Caselli, Alberti e Pizzotti visitano il Pentothal fino alla Papessa.
Mercoledì 4 mattina, Zinzala e Caselli vanno in battuta tra il campo e il rifugio Martel, mentre Alberti, Cagnotto, Pizzotti, Valerio e Serra portano materiale alle Carsene. Al pomeriggio arrivano al campo Segir, Muddu, Ramella, Marina, Archimede e un milanese. A PB Curti, Sconfienza e Cannonito scendono un buco sopra il Gaché, già visto, da scavare.
Il 5 agosto al mattino Zinzala, Segir e Parodi trasversata sul pozzo della Papessa. Perello e Minetti in battuta al Pic d'Aigle. Caselli, Cagnotto e Bovero in battuta in zona Navella (sceso un p. 17 chiuso in stret-
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toia). Alberti, Serra, Pizzotti, Valerio e Sconfienza alle Carsene. Al pomeriggio Segir, Zinzala, Parodi, Bovero, Caselli e Cagnotto disostruiscono un buco che chiude dopo pochi metri. Sempre in zona Navella, Zinzala trova un altro buco e ne inizia la disostruzione.
Venerdì 6 mattina: Sconfienza va a farsi sodomizzare da quelli delle Carsene, Segir e Caselli (in battuta nella zona alta Navella) trovano un buco (già spittato). Nel pomeriggio Segir, Zinzala, Serra, Perello, Valerio, Alberti, Pizzotti, Caselli e altri finiscono la disostruzione del buco trovato da Walter il giorno prima: scende Zinzala ed è un p. 15 che chiude in strettoia con aria. E' chiuso anche il pozzo trovato da Segir e Caselli. Arriva Didi, ritorna Giovine. Alla sera assalto alla Morgantini.
Al mattino di sabato 7, partono per PB Segir e Valerio. Tornano a Torino Luca, Caselli, Sergio, Alberti. Al pomeriggio, sotto una pioggia torrenziale, arrivano al campo quelli delle Carsene per rifocillarsi e prendere viveri, e ripartono in serata. Da Torino arrivano i Baldracco, i Villa, Icaro, Chiabodo. Nella notte il temporale distrugge cucina e sala da pranzo. Si raccatta quello che si può. Si torna poi a dormire tra pioggia, nebbia e vento.
Riparazioni e pioggia bloccano il campo per tutta la domenica. Arrivano Avanzini, Paolini, Badino, Alma, Beppe di Verona e Gobetti. Partono per Torino Giovine e i Villa.
Lunedì 9 agosto al mattino Parodi emigra a PB, seguito da Badino, Beppe, Elio P. Torna Valerio da PB. Al pomeriggio arrivano Tea e Nena. Zinzala, Perello, Minetti, Valerio, Cagnotto e Tea vanno al Pentothal (Zinzala, Perello e Valerio tentano di raggiungere un arrivo sopra al pozzo della Papessa, ma la roccia è troppo friabile). I Baldracco e Chiabodo spostano le tende al CMS.
Martedì 10: Zinzala, Perello, Minetti e Valerio alle Carsene per discutere sulla questione del cibo che scarseggia. Al pomeriggio Minetti e Perello trovano un buco tra il campo Carsene e vallone dei Greci. I Villa, P.G. Baldracco, Icaro e Dedè vanno a scendere le pareti Nord del Marguareis. Arrivano i Dezman, John Toninelli e ragazza.
L'11 agosto partono Cagnotto e Dezman per acquistare viveri e riparare gomme d'auto. Zinzala e Valerio vanno alle Carsene ad esplorare, con Lucido, Ube, Sconfienza e Loredana, un buco trovato prima del campo da Zinzala. Si scende a -150 circa: la grotta tira molta aria, ci sono alcune probabili prosecuzioni da vedere, e si lascia armato. Perello e Minetti in battuta tra Carsene e valle dei Greci (segnati alcuni buchi e trovati funghi). I Villa e Serra in battuta in zona A (bassa). In serata Zinzala e Valerio tornano dalla punta e si festeggia con fuochi d'artificio, lanci di torce al magnesio, musica e balli.
Il 12 Zinzala, Nadia, Perello e Mintti fanno Battute in zona F.
Il 13 visita al campo del signor Garelli, di Uccio e figlio. Perello e Minetti scendono nel buco che hanno trovato verso il vallone dei Greci. Zinzala, Nadia e i Villa vanno in battuta in zona A (alta). Zinzala scende l'A100 (non completamente per mancanza di corda più lunga). Si trova l'A 31 di cui non si conosceva l'esistenza, si segnano altri buchi nuovi (prendendo le coordinate) e si arriva fino al pozzo dell'Arco (A zero). Tornano da PB Alma e Tea.
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Sabato 14 al mattino partono quasi tutti, compresi quelli delle Carsene. Rimangono solo Zinzala, Nadia, Minetti, Perello. Questi ultimi due tornano al loro buco con altro materiale e ritornano in serata dicendo che continua. Nella notte visita da parte di Poppi e di altri geologi.
A Ferragosto anche gli ultimi 4 partono.
WALTER ZINZALA
campo alle carsene
ovvero "9 persone e un bidé"
DIARIO DEL CAMPO
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Dom. 1/8 |
Inizio allestimento campo Carsene. Disceso l'8-32. |
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Lun. 2/8 |
Partenza per le Carsene di Ube, Lucido, Pala, Loredana, Meo, Margherita. Installazione del campo e prime esplorazioni sotto la pioggia. |
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Mar. 3/8 |
Battuta la parte bassa della zona 8 (scesi: 8-14a, 8-14b, N.O). Battuta in zona 7 (N. 1, 2, 3, 4, 5, 6) e nella zona della cresta dei Greci verso la parte bassa (NW) della conca. |
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Mer. 4/8 |
Battuta in zona 9 (N. 7, N. 8 dejà vû dal Martel) e vallone dello Straldi 2 fino al contatto col Cretaceo. Sceso 9-1. |
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Gio. 5/8 |
Arrivo al campo di Stefano. Scesi N. 9 e 12 ed il N. 10, dove si è fermi a -10 sulla sommità di un p60 su frana, la cui disostruzione viene proseguita nei giorni seguenti. |
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Ven. 6/8 |
Continua battuta in zona 9. Scesi 9-2 e molti pozzi-fessura. Disostruzione di Rattalino del GSAM che aveva ostruito insieme ad alcune pietre l'ingresso di un p1. |
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Sab. 7/8 |
"Calata" a Pian Ambrogi per approvvigionamento viveri. Risalita in serata. |
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Dom. 8/8 |
Piove. Grossa fungata e lavori di disostruzione nei pressi del campo. |
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Lun. 9/8 |
Battuta sotto la Becca del Cappa e nella parte bassa del vallone dello Straldi 2. Arrivo in serata di Carlo e Patrizia. |
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Mar. 10/8 |
Scesi in zona 9 N. 11, e 13. Prima punta al N. 18 (scoperto prima del campo), fermi a -40 e visto un meandro laterale. |
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Mer. 11/8 |
m
Ospiti al campo; con Giorgetto, Dedé, Icaro e Arlo viene disostruito e sceso il n. 10. Prosegue l'esplorazione del N. 18 fino al primo fondo a -120. Risalito il vallone dello Straldi 2. |
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Gio. 12/8 |
Discesa nel N. 18: tentata la strettoia sul fondo, visti arrivi sul p50 e un meandro alla sua sommità. Iniziato rilievo. |
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Ven. 13/8 |
Nel N. 18 viene proseguito il meandro sopra il p50. Battuta in |
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N.B. Molti buchi non citati in quanto non segnati con numerazione progressiva sono stati scesi. Si è comunque provveduto a marcarli in vernice gialla con la seguente simbologia:
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- (tratto orizzontale) toppo |
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+ (croce) chiuso con qualche possibilità di disostruzione. |
CAMPO DI SOPRAVVENZA EDEN '82, CIOÈ NO, CARSENE '82
Comunque, se l'Eden non è lì, è sicuramente lì vicino. Anzi sospetto fortemente il Vallone dei Greci.
Cominciamo dalle Carsene: il posto è ottimo, il clima discreto. L'acqua ci viene offerta da un ampio cavernone che pur essendo completamente inadatto ad ospitare uomini (come qualcuno aveva azzardato) era invece più che propizio per contenere viveri. L'ampia dolina in cui eravamo attendati offriva il meglio nel suo genere: lo spazio per contenere tre e poi quattro tende in piano; tre pietroni piantati al suolo su cui abilmente sistemo la tenda in posizione tale da poter dormire egregiamente per due settimane e tale da consentire al Lucido per le corrispondenti mattine di imprecare sui disastri causati alla schiena dai medesimi; un boschetto di pini mughi che ci fornirà luce e calore; una cospicua coltivazione di funghi essenziale per colmare abissali carenze alimentari; infine sette o otto fessure mostruosamente soffianti pronte a ricordarci ad ogni colazione che i nostri sederi erano graziosamente appoggiati sulla verticale del Cappa. Insomma, quanto di meglio esistente per calmare quasi tutte le nevrosi .
La gente: c'è Meo ed è tutto detto, Margherita, Guala l'elfo. Loredana vedova Monnezza, il Lucido dei momenti più fetidì, il sottoscritto, e poi i ritardatari, Stefano Palla al Piede ed i coniugi Curti.
L'ambientazione. subito si provvede alla costruzione di un camino che si rivelerà una delle azioni più sagge. Contemporaneamente sistemiamo le attrezzature. Alcuni ritengono che i vasini da notte, le salviette profumate, i succhi di frutta per fare la cacca debbano considerarsi basilari dal punto di vista esplorativo. Non tutti paiono convinti, comunque...
Fin dal principio è evidente che i preventivati quattro giorni si dilateranno notevolmente.
Ed è subito battuta.
Ci dedichiamo inizialmente alle alture che ci separano dal Vallone dei Greci. La zona è vista da cani. Alcuni pozzi si aprono senza sigla e vanno scesi. Nel tempo in cui Loredana e Margherita piantano il loro primo spit i restanti quattro della squadra iniziale battono al centinetro una vasta zona, raccolgono funghi, bivaccano a mirtilli, scendono alcune decine dì pozzetti. Tutti si fermano a quota irrisoria tra i 10 e i 25 metri ... De-
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limitiamo anche una zona al di fuori della quale pare non esserci aria.
Basilare comunque è la decisione di spostare la zona delle operazioni sul versante opposto della conca. Qui tra i ghiaioni e placche inizia la allucinante serie di battute che ci porterà nel corso di 10 giorni a scendere per decine di volte lungo la stessa frattura a pochi metri di distanza una volta dall'altra. Dieci giorni di speranze ad alternare discese a -20 con altre a -25. A volte gli sforzi paiono essere premiati da buchi più consistenti come il pozzo trovato da Meo (-60 dopo una disostruzione furiosa) o quel -100 già spittato di cui non avevamo notizie (sapremo in seguito essere il P. 40 esplorato dal Club Martel.
La squadra femminile si incarica in questa occasione del disarmo. Disarmo sonoro: 200 db.
I ritorni al campo erano comunque allietati dalla festosa accoglienza delle 88 fessure che ironicamente ci soffiavano in faccia ventate di alienazione. La sora Meo spiegava alla truppa il perché lì sotto dovesse esserci per forza qualcosa e cosa quel qualcosa facesse lì sotto. Quello che mancava, e ci mancava veramente, era il modo di arrivarci. E ripetitivamente il giorno dopo partivamo per i medesimi luoghi, per le medesime fratture e buchi diversi.
Così, rallegrati per altro dalle tonnellate di funghi e dall'abbondanza di rami secchi che quotidianamente i pini ci regalavano per il nostro unico pasto serale, trascorrevano i giorni, tra una dose di tra una dose di minestrone e un'endovena di yogurt (alcuni, sempre per la caccia), tra un'incursione di sherpa addetti al rifornimento del pane (carentissimo) e i collegamenti radiofonici serali.
Martedì 10 data importantissima: raggiunti il giorno prima da Carlo e Patrizia (Stefano li aveva anticipati di qualche tempo) diamo fondo alle ultime speranze; tre a vedere l'8-32, buco segnato GSAM e forzato da Meo in precedenza, con aria in frana; gli altri a vedere due buchi vicino al campo. Uno di questi era stato visto da Arlo e Zinzala e rimaneva da controllare una finestra su un pozzo da 15 m, chiusa da neve. Entrano Meo, Carlo e Guala. La sera la notizia: fermi a -40 su un pozzo da 30 m. La novella data via radio richiama al campo una torma di persone. Il giorno dopo alla prevista squadra del Lucido, Stefano, Loredana e il sottoscritto si aggiungono Valerio e Walter giunti da Pian Ambrogi. Armo un 30, poi il Lucido un 10, Walter ed io un 50. Chiude a -150 in una strettoia con aria forte. Mi infilo e poi penso a Carlo. Per continuare là dentro voglio uno in grado di infilarsi e magari capace di tirarmi fuori. Usciamo vedendo alcuni arrivi sul pozzo. Il giorno dopo dentro Meo, Guala. Sopra il 50 Meo nota un meandro, stretto, sinuoso in cui si infila per qualche metro. Gli arrivi del pozzo sono irrisori. Il giorno dopo tocca all'altra squadra: il nostro compito è controllare il meandro sopra il 50 ed eventualmente tentare decisamente la strettoia di fondo. Meandro: quello che sarà "mimoso la biscia" mi avvolge. Dopo 10 m un pozzo. Il Lucido scende nel 50; tiro giù una pietra: sono ambienti diversi. Armo allucinante e mentre io faccio indigestione di paura Stefano e Lucido li fanno di freddo. Pozzo da 15, sotto ne scorgo uno da 20. Usciamo; bisogna dare la notizia; a Meo.
Meo è in giro. Ci accolgono però microfoni, videotapes, 6000 persone. Borbotto le notizie, poi mi attacco a una bottiglia di genepy marca
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Gobetti che Icaro mi porge. E non sarà quello l'unico dono di Andrea, quella notte.
UBE LOVERA
il diciotto
La sera del 13 agosto si era fatta una grande festa con i molti che erano arrivati a trovarci e a portarci dei viveri: sì era mangiato e cantato attorno al fuoco ed era bellissimo lasciarsi cullare dal tepore del falò.
Ma ad un certo momento la voglia di andare in grotta prendeva il sopravvento: il Diciotto continuava e bisognava scenderlo per inseguire quella corrente d'aria che "non poteva non essere niente.
E' deciso, si scende.
Prima squadra: Dedè, Renaud e il sottoscritto. Seconda squadra: Andrea, Icaro, Monteleone, Chiabodo e Laura. Scendiamo rapidamente fino alla sommità del P.50, lo attraversiamo e ci infiliamo nello stretto meandro Mimoso la biscia che dopo pochi passi si spalanca in un pozzo di circa 15 m, al quale ne segue un altro alla cui sommità sì era fermato Ube nella precedente esplorazione.
Lascio a Dedè il piacere della discesa in "première" del pozzo inesplorato, cui segue un saltino di 5 m. La squadra si riunisce alla base di questo pozzetto; proseguiamo quindi in un meandro un po' più agevole del precedente, lungo circa una quindicina di metri, che ci conduce in una saletta dalla quale dopo una facile risalita si arriva alla sommità di un altro pozzo. Qui l'esplorazione si arresta perché dobbiamo attendere la seconda squadra che porterà altro materiale per continuare. La temperatura è molto bassa e dopo pochi minuti cominciamo a escogitare tutti i sistemi per scaldarci: Renaud ed io ci accucciamo sotto un telo termico, mentre Dedè preferisce risalire e scendere alcune volte l'ultimo pozzo. Finalmente arrivano le corde e possiamo quindi scendere il pozzo e continuare l'esplorazione.
Alla base di questo salto l'ambiente si fa di dimensioni ragguardevoli: siamo infatti in una grande sala che risale sulla nostra destra con uno scivolo detritico. Mentre tutti risalgono per se tacciare la parte alta della sala, il sottoscritto da buon bastian côntrari rincorre la corrente d'aria e si infila in un meandro interrotto dopo alcuni metri da un pozzo stimato sui 10 m. Non avendo materiali con me, ritorno sui miei passi e raggiungo gli altri che nel frattempo hanno trovato un salto di circa 20 m.
Atterriamo in un salone molto più grande del precedente, con molti arrivi franosissimi che però non danno alcun risultato. Ritorniamo quindi nel meandro che avevo visto prima, mentre Andrea, Icaro e Laura cominciano a risalire rilevando. Mentre Monteleone arrampica in alto nel meandro, Chiabodo attraversa il P.10 e si ritrova in un meandro molto alto e concrezionato in alcuni punti, che dopo circa 200 metri si trasforma in una galleria la quale sprofonda in un grosso pozzo di cui non sì vedono le pareti.
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Purtroppo abbiamo finito il materiale e quindi dobbiamo fermarci; ripercorriamo contenti quello che Dedè ha definito "le plus beau meandre du Margua", notando ancora alcune possibilità di prosecuzione. Ancora una sosta per ricarburare e quindi via verso l'uscita per dare la buona notizia.
CARLO CURTI
DAI -180 al Cappa
Frutto del campo alle Carsene organizzato da Meo e compagni è questo buco che scende a fatica, ma con una corrente d'aria da far paura.
Dopo alcune punte altrui la parte speleologica di me mi impone di entrare. Così con Meo, Giorgio Guala, Dedè del CMS e Roby Jarre del GSAM ci inabissiamo nel pomeriggio del 16 agosto. La punta precedente si era fermata su un pozzo di circa 20 metri con un salone sotto. Scendiamo con cal ma riarmando alcuni pozzi e dopo alcune ore siamo in esplorazione. Con una bella traversata sulla sinistra, piazzato lo spit buono scendiamo in una sala con gallerie davanti, dietro, a destra e a sinistra. Entriamo in un meandro, Dedè davanti io dietro e alcuni metri dopo notiamo segni di vernice rossa; colti da crisi di astuzia non ci è subito chiaro cosa ci stia a fare lì, così come pazzi ci gettiamo a risalire il meandro per capire dove siamo arrivati, gli altri più indietro non capiscono ancora. Dopo 50-60 metri e alcuni numeri di speleofollia ci fermiamo e ragioniamo, siamo convinti di essere entrati nel Cappa e mentre ritorniamo troviamo la indiretta conferma: in una pozza d'acqua c'è un sacchetto di nailon con la topografia e la scheda d'armo del suddetto abisso.
Mentre gli altri fanno il punto della situazione e ci aspettano riparto con Dedè nel meandro per avere la definitiva certezza raggiungendo la serie di pozzi che porta ai -550.
Ritornati cominciamo a riflettere, passata l'euforia iniziale è rimasta la soddisfazione per avere congiunto due abissi, però pensiamo anche che il nostro bel buco è stato in parte sfigato, poteva scendere per i fatti suoi senza incontrare il Cappa: così perde un po' di significato.
Decidiamo di risalire e di esplorare le varie diramazioni che ancora ci sono in alto. In una di queste gallerie riesco anche a sfasciare l'acetilene ed in tal modo ad evitare il rilievo ed il freddo che ne deriva, guadagnando però le maledizioni di Meo e l'uscita dopo 14 ore.
A. EUSEBIO
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schede: il diciotto |
a cura di Meo Vigna |
Itinerario
Da Pian Ambrogi si sale al Passo Scarason, quindi si segue la traccia di sentiero, segnata da ometti, che scende nelle Carsene. Dopo circa 40 minuti si raggiunge una grossa dolina erbosa (30 m x 40 m) localizzata nel centro della conca. Da qui in pochi minuti, procedendo verso SW, con un dislivello di 20 m, si raggiunge una grossa frattura. l'ingresso dell'abisso è localizzato 3 m sopra una dolinetta di crollo alla base della
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spaccatura.
Descrizione
L'ingresso, costituito da uno stretto passaggio, immette direttamente su un pozzetto di 8 m impostato sulla frattura esterna sopra menzionata; segue uno scivolo in forte pendenza, con il fondo occupato da neve e ghiaccio, che immette direttamente su un pozzo di circa 20 m interrotto a metà da un terrazzino nevoso. Alla base l'ambiente, di 6 m x 10 m, è interamente occupato da ghiaccio che raggiunge lo spessore di circa 4 m. Per proseguire occorre pendolare a circa 7 m di altezza e raggiungere un grosso meandro fossile di una quindicina di metri di sviluppo e con concrezioni in avanzato stato senile. Con facili arrampicate si raggiunge un grosso pozzo di 15 m. La grotta, fin qui impostata sul sistema di fratture visibile anche all'esterno (orientazione 30° N), prosegue ora con un tortuoso meandro che conserva ancora il condotto primario freatico e che termina in un grosso pozzo di circa 27 m. Sei metri prima di questo salto, attraverso uno stretto passaggio, è possibile arrivare in un altro meandro. Da questo, proseguendo verso l'alto, è possibile raggiungere dopo circa 30 m un camino, mentre verso il basso, dopo un pozzetto di 10 m si arriva in un meandro, impostato lungo un giunto di strato, sbarrato da una grossa frana. Ritornando sul percorso principale alla base del P.27 si incontra uno scivolo interrotto da brevi salti con numerosi blocchi instabili. Occorre quindi, per sicurezza, spostarsi in alto e dopo un'aerea traversata di circa 8 m, scendere per circa 17 m pervenendo così all'imbocco di un pozzo profondo 50 m. Sul fondo parte uno strettissimo cunicolo lungo 6-7 m non ancora superato. Attraversando invece sopra il P.50 si incontra uno stretto meandro (il Mimoso la biscia), dopo circa 10 m si ritorna a respirare scendendo una serie di salti profondi 12, 10, 11 e 5 m. Ancora una strettoia e finalmente si perviene, dopo un salto di 20 m, in un grosso ambiente con il pavimento occupato da una ciclopica frana.
In questo salone incontriamo: sulla destra un salto di 10 m che conduce in pozzetti franosi, di fronte un p.20 e sulla sinistra un grosso meandro che scende, per i primi 10 m, quasi verticale. Dopo aver attraversato un pozzetto di 6 m (utile una corda), si prosegue in orizzontale lungo questo meandro, bellissimo, quasi rettilineo, alto 10 m e con il condotto primario a pressione perfettamente conservato. Sulla volta, a tratti, appaiono grossi ciuffi di concrezioni eccentriche, assai rare negli abissi del Marguareis. Il meandro, interrotto dopo un'ottantina di metri da un p.7 che conduce in due salette attigue, oltre queste riprende la sua caratteristica morfologia fino ad una saletta con un salto di 5 m. Sulla sinistra invece si apre una serie di condotti approfonditi da ringiovanimenti, in varie direzioni: è un ramo strettissimo ma molto concrezionato (belle eccentriche e ciuffi di aragonite neri) , che per ora ha 200 m di sviluppo ma che è ancora da esplorare a fondo.
La grotta prosegue ora in una condotta freatica orizzontale a sezione sub-circolare del diametro di circa 1,5 m, con il fondo occupato da pietrisco e fango. Dopo circa 70 m la galleria sbuca sul soffitto di un salone: occorre attraversare sulla sin. per circa 4 m evitando pericolosi terrazzini sospesi per scendere i 17 m che ci separano dal fondo; ancora una
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facile arrampicata in un pozzetto di 7 me ci si ritrova nell'abisso Cappa, nelle gallerie denominate Baraja ad una profondità di -350 nello stesso e a -200 del nostro Diciotto.
Scheda d'armo
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pozzo |
m corda |
armo |
osservazioni |
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p. |
8 |
20 |
2 spit ingresso |
pozzo ghiacciato con susseguente |
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spit -1 |
scivolo di neve |
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p. |
20 |
20 |
spit; -4 spit; |
occorre pendolare; all'inizio |
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-11 spit |
del meandro sulla sin. spit |
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per attacco corda pendolo |
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p. |
15 |
18 |
naturale; spit; |
il naturale e arretrato |
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-3 spit; -4 spit |
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p. |
27 |
30 |
2 spit; -10 spit |
pozzo bello |
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p. |
17 |
22 |
+1 spit; +1 spit; |
i primi spit sono della traversata |
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spit |
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p. |
50 |
55 |
2 spit; -20 spit; |
pozzo chiuso sul fondo |
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-35 spit; -40 spit |
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|
p. |
11 |
16 |
spit, -1 spit |
ingresso molto stretto ancora |
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nel meandro |
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p. |
10 |
12 |
2 spit |
pendolare in fondo per raggiungere |
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|
lo spit del pozzo successivo |
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p. |
12 |
14 |
2 spit |
partenza aerea |
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p. |
5 |
7 |
naturale |
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p. |
20 |
22 |
2 spit; -5 spit |
pozzo bello |
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|
p. |
5 |
10 |
2 spit partenza |
traversata sopra il p. 6 |
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1 spit arrivo |
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p. |
7 |
8 |
naturale; spit |
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p. |
17 |
23 |
3 spit; -2 spit |
i primi sono della traversata |
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terrazzino franoso sospeso. |
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Tavola fuori testo
Abisso 18 - rilievo
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fighiera: ramo malvinas
Che bella la Costa Azzurra. Non so in che punto la redazione metterà questo articolo, se prima o dopo gli altri che farò, ma questo è il primo che mi appresto a scrivere. E' mattina inoltrata ma sono ancora a letto. Belle le vacanze. Mi ero rotto di stare su al Marguareis e così sono venuto giù al mare. In elicottero per fare in fretta. Comunque l'organizzazione turistica non è gran che. Si fan solo viaggetti accompagnati nei quali non si vede niente e le hostess sono troppo assidue. Vita notturna zero. E non parliamo di sesso. Allora eccomi qui a scrivere. Scrivo di Fighiera. Sì, di quando subito dopo il corso siamo scesi Avanzini, Segir, Giovine, Pappalardo (Carabiniere), Sconfienza, Tonietti (Marocchino) ed io con lo scopo di allenare un po' di allievi. Volevamo andare a proseguire le esplorazioni nell'estrema Via Fani, dove due anni fa ci eravamo arrestati su galleria. La zona è remota e pericolosa e poco promettente in maniera seccante. Ma è strana. Scendiamo in galleria e visto che Aldo non è subito dietro, nell'attesa decidiamo di scendere Walter ed io giù in un pozzetto mai esplorato. Si tratta del saltino meandroso che rimane a destra salendo l'arrampicata Doppioni che immette in galleria al Campo Base. Nessuno ci fa mai caso. E se ci fa caso lo disdegna, ha l'aria da poco. Anche tu che leggi questo "leggi", quasi certamente sei passato da lì e non l'hai visto perché avevi occhi solo per dove mettevi i piedi. Vergognati. Anch'io l'avevo sempre sdegnato salvo un assaggio che mi aveva consigliato di mettere una corda. Non l'avevo. Ora l'abbiamo. Salto giù, pozzo da quindici (cito tutto a occhio a memoria, perché il rilievo è lontano, nelle nebbie del Nord: io, che sono furbo, sono qui al mare). Stretto ed arrampicabile. Meandro. Gran slargo e pozzo grande. Anche Walter salta giù con rifornimenti di armo. Spit, pochi metri diagonali, spit, quindici in vuoto. Base meandrone e si butta in un favoloso pozzone in vuotissimo sui quaranta. Ciao Via Fani. Walter risale a recuperare tutto, io ficco un paio di spit. Arrivan tutti. Giù corda e atterro giù. Il pozzo è veramente formidabile. La grotta mi stupirebbe non mi stupisse. Ma così è proprio stupefacente. Meandro franoso. Sfonda in un pozzetto da quindici (avete notato che nel ricordo son tutti dei quindici?). Spit. Allievi che arrivano. Corda. La base è chiusa. In avanti risale. Salgo quasi quanto il pozzo in ambienti insospettati, tra frana. Chiude, salvo un meandrino fetido. Sbarrato da un masso. Ci striscio contro e lo riesco a girare. Slargo e strettoia orrenda, con aria e sotto un pozzo da venticinque. Dove stiamo andando a finire? Mi metto a martellare: dura almeno un paio d'ore. Dietro arriva anche Aldo. Infine passo. Spitto e salto giù. Salone e gallerioni. Sì, ma dove? Non li conosco. Esser caduti in Corchia senza volerlo sarebbe proprio il colmo: chi ci crederebbe? La galleria principale ha traccia di un passaggio di uomo solo. Chi? Comincio a friggere furiosamente mentre su cercan di allargare ulteriormente per le taglie più forti della mia. Le gallerie del Fighiera di queste zone le ho fatte TUTTE, mi dico. Arrivano. La galleria chiude: all'opposto si finisce in un salone dall'aria vagamente familiare. Di colpo lo riconosco. Faccio una risalita, gallerie e mi trovo al Quadrivio, roba di maggio '76. Siamo piombati sulla sala del primo corto circuito. È quella galleria
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in cui si era inoltrato il solo Lucien. E che ogni tanto volevo andare a vedere. Beh, ci son riuscito. Centocinquanta metri di nuovi pozzi sotto il campo base. Il loro nome sia Malvinas. Ormai è tempo di uscire. Ci accoglie un tempo terrificante, poi arcobaleni e visione della Corsica. E poi siamo a Torino, due del mattino di lunedì.
GIOVANNI BADINO
l'alta via della mutera
L'antefatto: in una calda giornata di fine giugno tre baldi speleologi dell'SCT si calavano con grande sprezzo del pericolo lungo i canalini che fiancheggiano l'ingresso della grotta della Mutera in Val Corsaglia, con il nobile scopo di occhieggiare e farsi notare da alcune turiste in bikini sparpagliate più sotto lungo il torrente. Siccome le buone intenzioni vengono sempre premiate, sono capitati davanti a un bell'ingresso fossile che spara fuori un tubo d'aria gelida da far ghiacciare il sangue. E così, finalmente, per arrivare al fondo della Mutera non bisogna più prepararsi per lo sbarco in Normandia. Le nuove gallerie infatti si mantengono generalmente al di sopra della vecchia via d'acqua, che viene toccata solo più in alcuni punti.
Il primo tratto esplorato ha permesso di arrivare sino alla Sala dei Sette (con una breve discesa nella sala del Ghiaccio). Da qui, seguendo la via d'acqua, sempre però in arrampicata, è stato raggiunto il vecchio fondo, trasportando materiale per risalire la cascata e (si sperava) andare oltre. Il primo obiettivo era infatti costituito da questa risalita, ma già durante le esplorazioni iniziali ci si è resi conto della gran quantità di diramazioni che attendevano qualche curioso con l'attitudine a perdersi.
Oltre le cascate la Mutera esplode: le gallerie diventano enormi, le finestre si sprecano e inoltre una bella via fossile permette di tornare indietro fino alla Sala del Contatto senza più toccare il torrente. Il tutto in un ambiente che ha strappato più di un grido di ammirazione anche a Giuly Villa per i suoi evidenti pregi estetici. Si prevedono quindi nutrite spedizioni fotografiche. Anche la corrente d'aria si mantiene notevole in tutta la grotta, al punto da suggerire la possibilità di una parziale esplorazione in deltaplano. La comprovata incompatibilità tra lo speleologo medio e questo mezzo, e le ultime disposizioni ministeriali in materia sconsigliano per ora questa soluzione.
In pratica la possibilità di percorrere la Mutera "vestiti da speleologi" ha dato il via ad una quantità di lavoro davvero notevole che richiederà molto impegno da parte dell'SCT. La Mutera infatti è la risorgenza di una zona d'assorbimento davvero vasta e pertanto promette molto. Per ora ha già fagocitato le non pingui risorse di corda del gruppo: che sia il loro Fighiera?
PATRIZIA SQUASSINO
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Preta: un nuovo fondo
La mattina è tutta trascorsa e io sono ancora a letto. C'è un bel sole sul letto del mio vicino. E' da quasi un mese che in questo hotel mi portan da mangiare a letto, senza che io mi debba alzare. Che culo! Adesso tocca alla Spluga della Preta.
Quando ancora mi capitava di scendere in grotta, a luglio, Beppe mi chiede se voglio andare a partecipare alle esplorazioni in corso sotto il Bologna. Si indovini cosa rispondo. Sicché un sabato mattina alle quattro attraverso Torino notturna in bicicletta, carico di materiali. Lo dico perché è patetico: voglio stringervi il cuore. Lego la bici davanti alla stazione (la guardo bene perché è forse l'ultima volta che la vedo, la zona è piena di ladroni). E prendo il treno per Verona. Mi accoglie Beppe con uno grossissimo che si china a guardare nei finestrini del treno cercandomi. Andiamo su.
Si apprestano ad entrare Franco Florio e un altro: mi perdoni se non ne ricordo il nome, potrei descrivervi come va in grotta ma non il suo nome. E questo vale anche per altri più avanti. Scendono mentre noi ci prepariamo. E' arrivato ancora uno che scende col grossissimo. Dietro Beppe e chi scrive con un po' di materiali. La discesa è quasi senza storia. Non senza paura. C'è troppa tolleranza negli armi. I due davanti a noi rinunciano nei meandri sotto il centootto. Alla base del Bologna a -720 parte la risalita di Florio. Signore iddio, uno dei posti più schifosi del mondo. Si arrampica su una parete ricoperta da una spanna di fango colloso tenace pesante. Quindici o venti metri di pena che mi fanno diventare un ammiratore di Franco. In cima un salone. Da una parte è l'estremità del Bologna opposta a quella di discesa. La sua base è un laghetto. La via buona è prima, a destra. Una gran diaclasi. Partiamo rilevando. Discesa. Risalita. Poi un pozzo al di là di un traverso. Non vado in spiegazioni sull'armo perché ero un invitato e son già stato rimproverato troppe volte. Scendere scendiamo. Il pozzo è (mi sembra) una trentina di metri. La base era il limite delle esplorazioni. La via naturale è in alto. Prosegue la galleria sopra il pozzo. Ma anche in basso è da vedere. Ci spingiamo rilevando lì. Strettoie in frana. Lì la grotta diventa quel che c'è di peggio da esplorare. Tutti i momenti vien voglia di dar chiuso, ma l'onestà ti spinge ancora un po' avanti maledicendo chi l'ha progettata. E ancora sembra chiusa ma forse di lì... Sì, è quasi chiuso. Quasi. Poi si allarga. Salone. Ci sono Franco e l'altro. Sembra che chiuda. Poi l'altro insiste e passa in fondo ad un gallerione in discesa che segue la sala. Altro gallerione. Continuiamo a topografare. Gli ambienti sono senili e fatiscenti come non ne ho mai visti. La roccia è tanto putrida che le volte delle gallerie anche non grandi hanno forme d'equilibrio a tutto tondo. Il fondo è una sorta di terriccio da roccia sfaldata. Forse è il tipo di roccia che fa questa impressione, ma non ho mai visto posti che sembrino così antichi e dimenticati dall'acqua. Ovvio che ogni tanto i crolli si avvicinino al soffitto e si disperi di proseguire. La grotta continua dunque come avevo detto. Conio un termine: esitante. Superiamo una svolta a destra in cui due buchi fra i massi del terreno chiedono di essere esplorati. Poi c'è una strettoia a lambda, cattiva.
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Voci. Sono i vicentini Beppe Nassi, una donna e un altro. Passavano di lì per caso. Di là della strettoia qualche diecina di metri di galleria chiude la prima parte della storia. Partono su tutti eccetto Franco ed io che rimarremo arretrati a spulciare le gallerie appena viste.
Ai buchi fra i massi citati prima troviamo una saletta. Sul fondo una strettoia impraticabile. Guardo bene. Di là si allarga. Dicendo a Franco che è inutile, non si passa, forzo con le mani su uno spuntone. Si stacca. Prendo una pietra e batto allargando un po'. Già, non abbiamo martello. Del resto se fossimo furbi non saremmo lì. Mi infilo. Allo slargo segue una strettola fra i massi. Non si passa, dico. Non è vero mi dice una vocina all'orecchio. Mi infilo. Altra saletta fra i massi. Altro varco troppo piccolo. Ma di là allarga sul serio! Non è troppo piccolo. Mi trovo in una gallerietta. Pozzetto. Al fondo una strettoia verticale fra roccia e frana e sotto nero. Un salto d i due o tre metri. Ora tira un po' d'aria. Comincio a smuovere la frana, poco convinto. Franco ancor di meno. Incredibilmente uno dopo l'altro i massi saltano nel buchetto e lo allargano. Infine la frana mi si sfonda sotto e il pozzetto si apre. Base. Chiuso. Ma in alto c'è una fessura, piena di guano di pipistrello. Slargo, discesa in roccia. E pozzo. Da venti. Wow! Siamo a circa -840, e continua. Saliamo a dar la notizia. I vicentini stanno partendo su dal Bologna. Noi, felici beviamo cioccolate e gli diamo spazio. Poi partiamo su anche noi, scaglionati: usciamo tutti nella domenica mattina. Beviamo un po' a Verona. Poi rientro a Torino. La bici c'è ancora.
Quindici giorni dopo siamo di nuovo lì. Da Torino viene anche Roberto il Serra. Venerdì sera questa volta. L'appuntamento è alla stazione. Ci sono quattro triestini e Aldo e Beppe. Andiamo a dormire su alla malga: alcuni dormono, altri bevono e chiacchierano. La mattina Beppe e io ci vestiamo ed entriamo; la sera precedente sono già scesi Guido, Franco e altri due. Alla base del primo pozzo scopro che la nuova acetilene di plastica non funziona. Con orrore scopro che è spanata. Altrove metto una nota in proposito. Fortunatamente lì c'è Glauco che risale dal fondo e mi dà la sua.
Beppe non ha voglia di scendere. Al Chiodo vuol salutarmi e risalire: ma se siamo quasi arrivati, dico io. Scende ancora. Al Torino mi dà una pacca sulla spalla, mi dice che sin lì mi ha accompagnato, mi chiede se voglio delle cibarie, mi dice di salutargli gli altri, dice che non ha voglia di andare in grotta per oggi, mi saluta e risale. Porco.
Salto giù dagli altri. Il loro campo, vuoto, è agli ottocento, grosso modo, nel primo salone sotto il pozzo da trenta. Scendo e incontro due mentecatti che fanno il rilievo. Che fessi. Scendo ancora. Il pozzo su mi ci eravam fermati è armato e alla base un traverso dà in un salone troppo grosso. Inutilmente giriamo martelliamo inseguiamo correnti d'aria. Unica possibilità è una strettoia subito a destra (dando le spalle al pozzo) sul piano del salone. C'è un pozzetto e un'altra strettoia. Un paio d'ore di martello non ne hanno avuto ragione. Ha un po' d'aria. Promette poco ma tutta la zona promette poco, e invece è grande. Difficile dire se valga la pena di scendere apposta. Se non s'ha d'altro da fare o si capita lì per caso, ci si capiti con una punta ed un martello. Alla peggio ci si sarà goduto quel salone anomalo per la Spluga. Risaliamo.
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Ancora Franco ed io ci infiliamo in un'altra derivazione delle gallerie superiori ove Guido ha trovato un pozzo. Parte in strettoia ma diventa subito grande: troppo, penso, per non essere il salone di prima. Terrazzo ai quindici. La corda lì tocca ed essendo una otto non lo tollero. Faccio un sistema a moschettone e due asole, tipo quello per isolare una lezione in modo che freghi il moschettone. O l'asola. Concludo la discesa: il pozzo è venticinque. E quello è il salone di prima. Anche Franco scende sino al terrazzo a godersi il pozzo. Poi risaliamo al campo base. Lasciamo da vedere il gallerione sopra il fondo del trenta. Al campo facciamo il dovuto casino, poi mi riempiono un sacco più che possono e mi mandano fuori. Loro si mettono a dormire. Salgo benissimo continuo ed equilibrato. Mi fermo solo per un cioccolato prima delle fessure e a parlare con Aldo e Roberto, che stan scendendo, alla sala Paradiso. Altrimenti son sempre in movimento. Sono felice. La Preta fatta così è facile e rapida. Sono superbamente allenato. Macchina da grotte. Bene, bene, potrò finalmente far speleologia. Chissà cosa farò ad Agosto. Il campo. La Gola. Poi c'è l'incontro in Francia. Ma in Settembre farò cose grandi e belle. Sì, sì, settembre. Un sacco di roba. E ottobre? Anche, anche ottobre. Bene bene. Sembra che la Preta me la sfilino di dosso, tanto scorre bene. Bene bene. Settembre, ottobre chissà cosa farò. Chissà.
Ma non parliamo di cose tristi. La Preta mi è piaciuta molto. Ma molto, molto di più mi son piaciuti i veronesi. Non crediate che li voglia leccare. E' chiaro a tutti che sono dei deficienti ed alcuni di loro sono noti omosessuali. Ma sono speleologi. E sono in numero ragionevolmente elevato, ragionevolmente uniti, ragionevolmente preparati. Io ero preparato, probabilmente, dieci volte più di loro. Questo non ci ha impedito di fare tutti le stesse cose impiegando soprattutto lo stesso tempo. un week end. E siamo usciti tutti più o meno nello stesso stato. Certo, io prima di loro; ed ho bighellonato attorno all'ingresso ammazzando tempo vanamente. Direi che la situazione ridicola in cui versava la speleologia veronese sia quasi superata. Perché si son disintegrati i gruppuscoli e se ne è formato "de facto" uno vero. O si sta formando. Se riescono a coordinare la gente che hanno e i tre-quattro animatori lavorano bene, alla breve avremo in Italia una nuova squadra di speleologi. Molte città dovrebbero mandare osservatori, a Verona: chissà se ai genovesi fischiano le orecchie. Adesso spero che i veronesi mi mandino il Recioto. Tanto. Buono.
Un'altra cosa che mi è piaciuta in Preta è stata una nuova rivoluzionarissima trovata geniale di uno che ne ha già inventata una più del demonio. Indovinare chi è. Una cosa sugli imbraghi. Fantastica. Non vi dico cos'è. Dico che son quasi certo che tu che leggi qui la adotterai. La scrivo per il prossimo bollettino. Mi sa che non avrò tanta attività da narrare. Ma forse chissà, speriamo bene.
GIOVANNI BADINO
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nota sulle bombole in plastica
Son ricominciati a circolare alcuni esemplari della splendida acetilene in plastica, della Carbide etc. Ne ho immediatamente acquistata una prendendomi un bidone pazzesco. Già perché non funzionava per nulla: e alla lunga accurata ricerca del motivo mi ha fatto scoprire che il serbatoio d'acqua non s'avvitava a quello inferiore del carburo, sembrava spanata. Orrore. Ho confrontato le misure con quella vecchia che avevo ed ho scoperto che mentre i serbatoi inferiori sono identici, quello superiore di questa nuova è sensibilmente (2 o 3 mm) più piccolo. Il risultato è che la filettatura fra i due aggancia quel tanto che basta a tenerli insieme, per farli vendere, ma non abbastanza per farli chiudere bene.
La interpretazione più immediata è che la Carbide abbia cambiato stampi rimpicciolendoli, ma si sia trovata con tanti serbatoi inferiori di tipo vecchio di cui non sapeva cosa fare. Abbia guardato sul mappamondo da dove arrivava l'ordinazione più lontana. E poi indovinate cosa ha fatto. "Se u ciuvesse belin, ferievan tutti in t'u cü a mi", dice un proverbio savonese. Verificare in dettaglio l'accaduto richiede un test su più di due acetilene: dunque mi limito a formulare un'ipotesi e ad avvertirvi di stare ben attenti a quel che comprate, perché quel difetto è irreparabile.
Se l'ipotesi si dimostrerà vera mi auguro che i miei soldi non bastino a quelli della Carbide per pagarsi le medicine.
GIOVANNI BADINO