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GROTTE
anno 24, n. 75 - maggio-agosto 1981
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
SOMMARIO
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Notiziario |
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Attività di campagna |
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Problemi del soccorso in grotta |
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Campo estivo Pian Ambrogi '81 |
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Relazione cronologica |
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L'abisso Pentothal |
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Ubicazione e analisi geologica |
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La scoperta |
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La seconda punta |
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Discesa del pozzo della Papessa |
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Punta dai -220 ai -460 |
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La punta finale |
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Si vede che chiude. E' tutto nero. |
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Il rilievo |
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Scheda d'armo |
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Alla Gola del Visconte |
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Pozzo Ghiacciato n. 2 del Mondolè |
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A proposito di a proposito di conoscenze tecniche |
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Storiacce e storielle |
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D'attaccare il fotoforo al casco, e altre note tecniche |
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Materiali provati |
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Schede: l'abisso della Ciuaiera |
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Redazione: |
Marziano Di Maio |
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Giovanni Badino |
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Roberto Menardo |
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Elio Pulzoni |
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Stampa: LITOMASTER, Via Sant'Antonio da Padova, 12 |
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Stampa del rilievo allegato dell'abisso Pentothal: COPYRID, v. del Carmine, 11 |
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Notiziario
Assemblea di metà anno del G.S.P.
Si è tenuta il 19 giugno per fare il punto sull'attività e per nominare nuovi membri aderenti per la seconda metà del 1981.
Poppi ha dato relazione sull'attività svolta nella prima parte dell'anno. Si sono proposti campi estivi a Piaggia Bella, a Pian Ambrogi e in altre zone del Marguareis. Tra le esplorazioni e ricerche da fare, vanno annoverati il fondo di P.B., la Gola del Visconte, la zona 'D', il Ferà, i Perdus, l'F33, battute sopra il Pis del Duca. Si è discusso sull'organizzazione del lavoro di raccolta dei rilievi e sul catasto: si tenta di impostare un discorso serio; si occuperanno dell'organizzazione del catasto di gruppo Villa, Garelli, Arietti, Menardo. Si è ribadito che in occasione del campo estivo il rifugio di P.B. deve servire solo per casi di emergenza e non potrà ospitare speleologi né tantomeno altri; i responsabili Coral e Perello saranno (come sono già) coadiuvati da Zinzala. Franca Mazzer ha relazionato brevemente sulla situazione di cassa. Sul magazzino Curti e Perello rendono noto quali siano le disponibilità di materiali. Il G.S.P. è interessato attivamente alla creazione del comitato tecnico delle guide speleologiche; per esso sono stati eletti tra i componenti due membri del GSP: Badino e Doppioni (in seno all'AGSP i nostri rappresentanti sono Doppioni ed Eusebio). Si è parlato anche della collaborazione con Villa per realizzare al Lupo il film del 24° Corso di Speleologia; della spedizione entomologica di Casale in Algeria; dell'attività della sezione Archeologica che per le sue ricerche nel sottosuolo di Torino è in attesa delle autorizzazioni.
Si sono poi esaminate le candidature a nuovi membri aderenti del GSP, e 16 di esse sono state accettate a maggioranza: Luca Baralis, Barbara Barisani, Roberto Chiabodo, Alberto Gabutti, Maurizio Gomez, Francesco Gregoretti, Pier Giorgio Guala-Molino, Roberto Guiffrey, Umberto Lovera, Gianni Missana, Silvana Romagnollo, Rosanna Montrucchio, Alberto Morino, Giovanni Nobili, Claudia Rossi, Roberto Serra.
attività di campagna
1-2 maggio, Abisso Fighiera: W. Segir con Alberto e Giorgio nella parte alta di Minosse (Corno sinistro): stoppa e torna sul ramo del fondo.
2 maggio, Abisso Baader-Meinhof: Chiabodo, Curti, Eusebio, Guiffrey, Lovera, Ventavoli.
Grotta della Taramburla: Villa con amici ormeesi per foto.
10 maggio, Alpe degli Stanti: Vigna con Cazzola, De Paoli, e Bonfrino del GSI. Battuta. Visti numerosi buchi soffianti. Disceso pozzo da 15 metri in frana molto instabile.
Garb dell'Omo inf.: Muriani, R. Francone, Janos Toninelli.
Alle Fuse: V. Pusceddu, Alberto, Roberto, Umberto, Walter e Ruga con il GSI.
M. Mussiglione: battuta di Gili e amici.
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16-17 maggio, Abisso Fighiera: Badino con Avanzini, Carrieri, Di Ciolo e un genovese al ramo del Puma. Rilevati 785 metri di galleria.
Zona Mondolè: G., L. e V. Baldracco, Benevolo, Gobetti, Oliaro e Vigna. Visto un buco in zona Trucche e apertura di una cavità sulla punta del Mondolé.
17 maggio, battute vicino al Dolly: Eusebio, Caffaratti, Mazzer, Serra.
23 maggio, Arma dei Grai: Gili e amici
24 maggio, Abisso ghiacciato del Mondolé: G. Baldracco, Benevolo, Oliaro e Vigna. Disceso l'abisso fino a circa -90, ci si arresta in due pozzi da 10 troppo stretti fra neve e roccia. Meo discende pure un altro pozzo, sempre in zona, fino a -30 (prosegue).
Balma ghiacciata: Eusebio, L. e V. Baldracco, Collo, Guala-Molino, Nobili. Tentativo di risalita di un camino.
Abisso dell'Artesinera: Doppioni, A. Giraudo, Mazzer. Sceso il p.50, raggiunta la finestra sulla destra e rilevato. Sotto il p. 50 c'è un p.25 stoppo.
Marguareis: battuta di Gobetti, Oliaro e Tesio.
Grotta di Bossea: Villa, Maina, Arietti e amici.
Balma di Rio Martino: Zinzala, Barisani, Umber e ragazza.
31 maggio, Mondolé: Eusebio, Curti, Nobili, sceso un p. 90 vicino alla grande dolina. Meo in battuta al Pian dei Gorghi.
6-7-8 giugno, a Neuchâtel incontro di speleosoccorso: Baldracco, Eusebio.
7 giugno, Mondolé: Vigna, Menardo, Pastorini, Pier. Disostruzione di un buco vicino alla strada. Battuta a Pian del Lupo sul versante sud del Mondolé e visti numerosi buchi soffianti.
7-8 giugno, Abisso Dolly: superato il vecchio fondo di Sinhue (continua): R. Chiabodo, Perello, Zinzala. Scesi fino alla Tirolese: B. Barisani, Guala, A. Gabutti, G. Nobili e V. Pusceddu.
13 giugno, Abisso dell'Artesinera: Gabutti, Lovera, Nobili, Rossi. Scesi i p. 50 e p.25 fino alla finestra, continuata l'esplorazione e trovato un altro pozzo.
Piaggia Bella: Eusebio, Guala-Molino, Guiffrey, Mazzer e Segir. Risalita Belladonna fino alla cascata da risalire. Rilevati 200 m. Battute sul Ciamballaur.
Valletta dell'Armellina (Limone P.): battuta di Menardo (e visita alla Barmassa).
21 giugno, Complesso C1-Regioso: Ballesio, Barisani, Chiabodo, Zinzala con Enzo e Mureddu del GSI scesi a piazzare fluocaptori.
Artesinera: Bruno, Gabutti, Guiffrey, Lovera e Nobili. Esplorazione della zona vista la volta precedente: scesa sui 10 m una frattura stretta e profonda sui 20 metri.
Ciuaiera: Caffaratti, Curti, De Paoli, Ginger, Gomez, Guala-Molino, Mazzer, Vigna con un ormeese. Curti, Ginger, Vigna e l'ormeese scesi ad armare fino al fondo e a far foto, gli altri a disarmare.
Zona ovest sotto P. Marguareis: Carena, Gobetti, Mantovani, Menardo, Oliaro e Tesio. Battuta dal rif. francese fino a poco sotto la cima; visti alcuni buchi.
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29 giugno-1 luglio, Arma Taramburla (Caprauna): operazioni di soccorso a tre speleologi bloccati da una piena.
5 luglio, Arma delle Panne (alta Val Tanaro): Vigna, Serra, Mazzer, Franco. Tentativo di prosecuzione sul fondo: superata una strettoia ma poi la grotta chiude in concrezione. Battuta nella zona.
10-12 luglio, Abisso Dolly: Chiabodo, Perello, Pusceddu, Zinzala. Esplorato il ramo di Sinhue sotto i -235, scesi circa 15-20 m e fermati davanti a una fessura impraticabile.
F33: Collo, Eusebio, Gabutti, Guiffrey, Lovera, Nobili.
Zona di Bosconero (pendici valsusine del Rocciamelone). Gili e amici ìn battuta, trovati molti buchi soffianti (Grotte del Ghiaccio).
18-19 luglio, Abisso Dolly: Badino, Baldracco, Chiabodo, Curti, Eusebio, Perello, Vigna. Zinzala, Oliaro. Esercitazione di soccorso.
20 luglio, Cavità nella zona di Piancavallo (PN): Curti e Vigna con veronesi, scesi a -80 (fessura).
dal 20 al 27 luglio, battute di Vigna E' Curti nella zona di Campo Silvano (Monti Lessini - VR-). Discesi alcuni pozzi nuovi, esplorazione con Beppe, Mario ed altri del G.S. Verona CAI di un nuovo abisso nella zona di Piancavallo (VI).
25 luglio, battute sopra Caracas e Deneb: Eusebio, Guala-Molino, Chiabodo, Francone.
30 luglio-9 agosto, Grotta Su Coloru (Laerru -SS-): P. e E. Arietti il 30/07. Gli stessi a Sa Oche il 1/08 con Tesio e Monica, il 2/08 alla grotta Elighe e S'artos con Tesio e Monica e speleologi dello S.C. Oliena (foto), e alla grottina del Rifugio, il 4/08 a Su Marmuri (foto), il 5/08 alla grotta Savogi de s'Apa, il 9/08 alla Grotta Verde (foto). Nella via d'acqua del Bue Marino il 7-8 agosto Tesio, Monica, Boby, Carlo, Tullio, Rosanna e amici e gente del luogo.
5 agosto, Pozzo Comune (Carpineto Romano): Collo e amici di Genova.
1-16 agosto, campo estivo a Pian Ambrogi (Marguareis). Vedi relazioni su questo bollettino.
23 agosto, Abisso Pentothal (Pian Ambrogi, Francia): Curti, Guiffrey, Lovera, esplorazione del ramo laterale e disarmo fino a -110. Traverso sul p.90.
Zona Navella: Gobetti e Nobili discesa una cavità.
24 agosto, Abisso Volante: Gobetti, Icaro, Nobili e un amico del Club Martel a esplorare le gallerie fossili. Gli stessi hanno disceso il 26/08 l'abisso O3 in zona O fino a -150 circa.
25-27 agosto, campo al Moncenisio di Gili e amici. Trovata una risorgenza notevole più vari buchetti, tutti da vedere.
27 agosto, Abisso Pentothal: Eusebio, Chiabodo, Gabutti, disarmo e colorazione a -100.
28 agosto, Abisso Rangipur: sceso per metà da Gabutti e Nobili.
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29-30 agosto, Complesso C1-Regioso: Perello e Zinzala con Mureddu e Ramella del GSI fatta traversata, arrampicato nel ramo Niagara Road e viste altre cose.
30 agosto, Zona della Mutera-Verzera: Vigna M. e A. ricercato il buco inf. della Verzera (non trovato perché è stato chiuso dai pastori). Battuta in tutta la zona fino alla Mutera.
Zona Navella: Chiabodo, Gabutti e Nobili trovato un buco e sceso per 30 metri.
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NOTE PER. IL CORSO DI SPELEOLOGIA
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Un disguido tecnico ci ha impedito la pubblicazione di questo articolo nella sua sede naturale, il bollettino n° 9 della Sezione Speleologica del CNSA.
Data l'attualità dei problemi che tratta e dato che il n° 10 non uscirà prima di parecchi mesi, ne abbiamo deciso una uscita anticipata richiedendone la pubblicazione su questo numero di "Grotte".
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Il Responsabile Nazionale Pino Guidi |
soccorso: proposte
La tecnica speleologica negli ultimi dieci anni è stata rivoluzionata, e già anni fa si avvertiva che questo avrebbe avuto delle conseguenze su modalità e frequenze di incidenti e soccorsi.
Facciamo una similitudine, e mi si perdoni se sarò eccessivamente sintetico.
Le tecniche di dieci anni fa erano simili alla avanzata di un esercito: parte essenziale di questa è la costruzione dl retrovie che garantiscono il rifornimento ed il ritorno. L'impegno fisico richiesto da questo tipo di speleologia è prolungassimo ma non richiede vere doti atletiche perché lo sforzo è diluito nel tempo e le soste, ben rifornite, garantiscono un recupero almeno parziale delle forze. L'avanzata e la ritirata sono graduate. Proprio per questo la dote fondamentale è la solidità psicologica necessaria per resistere giorni al freddo. Come pure di importanza capitale è il fatto che l'impatto psicologico con l'ambiente viene diminuito dalla presenza di molte persone tutte determinate allo stesso scopo. Proprio in reazione all'ambiente e alle difficoltà che propone nasce un forte spirito di squadra.
Le avanzate fino a grandi profondità sono rare, in genere limitate al raggiungimento del fondo: incidenti laggiù erano estremamente improbabili e infatti non mi risulta ne siano mai avvenuti. I recuperi dei feriti da medie profondità hanno invece impegnato i soccorritori come se avessero disceso un abisso di maggiori dimensioni. Ma attenzione: la veste psicologica e tecnica richiesta da queste operazioni, era identica a quella usata per andare in grotta, e questo era un vantaggio enorme. Proprio a seguito di incidenti a medie profondità è nato il soccorso speleologico che si è ovviamente strutturato coerentemente con le tecniche e la gente di allora: grosse squadre, formabili facilmente ed ovunque dato che, con quel tipo di incidenti era utilizzabile, almeno nei servizi, qualunque tipo dl speleologo anche se non particolarmente dotato od allenato. Questo fatto è, peraltro, ancora vero.
Le esercitazioni erano finalizzate a snellire ed insegnare le tecniche necessarie: lo spirito di squadra invece, in linea di massima, c'era già, dato che le squadre, per quanto detto, erano fa-
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cilmente formabili in ogni città, o quasi, ed erano per lo più costituite da gente che andava già in grotta. Anzi, c'era la tendenza, e ve ne sono ancora i residui, a formare una squadra in ogni punto di aggregazione degli speleologi, al limite più d'una nella stessa città. Vediamo ora come è mutata questa situazione.
Le discese non sono più da esercito ma da incursori: è noto che anche in guerra per questo tipo di squadre non c'è assistenza. Le grotte non pongono più problemi gravi: per speleologi che si curino dal punto di vista atletico, e non sono pochi, sono decisamente facili. In queste condizioni è ovvio che le doti richieste per la pratica speleologica non sono molte: soprattutto la tenuta sul "fondo", psichica e fisica, non venendo quasi mai praticata, è diventata rarissima. Si è persa l'abitudine a risolvere problemi estremi, dato che questi, salvo casi eccezionali, non compaiono più.
Ciò non toglie però che le possibilità di incidenti a grandi profondità sono aumentate, perché aumentate sono le discese, diminuita l'esperienza media della gente che scende" in profondità, reso più atletico, e quindi più pericoloso, lo sforzo richiesto.
Inoltre per esigenze esplorative è aumentato, relativamente alla durata di una punta, il tempo che si trascorre a grandi profondità. Il discorso qui dovrebbe farsi più complesso e multiforme: taglierò dicendo che esistono molti tipi di speleologi, ora come allora, ma che ora hanno in comune lo scarso spirito di squadra. E se vi può capitare lo speleologo che a forza di essere attivo è diventato espertissimo, nello stesso posto potete trovarne un altro che pratica il più comodo sostituto della stabilità psicologica: l'incoscienza.
Tutti naturalmente possono farsi male. E qui arriviamo al punto fondamentale di tutto il discorso.
Quel che sostengo è che negli ultimi anni è aumentato spaventosamente il divario fra il posto dove uno è capace di andare e il posto da cui è in grado di collaborare attivamente a tirar fuori un ferito. Questo perché l'operazione di soccorso non è molto mutata da dieci anni fa: le tecniche, lo sforzo, le teste richieste sono circa le stesse, solo che ora questo tipo di qualità è diventato molto raro. Non è necessario ipotizzare, stupidamente, che la gente nasca peggiore: nasce uguale ma non è allenata al tipo di impegno richiesto da un soccorso. La faciloneria, poi, fa il resto.
A costo di essere tetro chiederò: quanta gente, scendendo una grotta un po' impegnativa la analizza dal punto di vista di un soccorso? Provate e vedrete, che anche teoricamente il raffronto fra la facilità con cui si scende sani e la difficoltà con cui si sale guasti è stupefacente. Se lo si comprendesse bene forse diminuirebbe la incredibile tendenza a buttarsi in pozzi su un solo spit piantato di sbieco solo perché ci si sente sicuri (tanto tiene) dato che solo un paio d'ore prima si era al sole: e non si capisce in realtà DOVE si è.
I recuperi molto ardui sono nel nostro futuro e fare gli scongiuri o sperare che continui a filare liscia non serve a nulla; se gli incidenti cadranno in una situazione media come quella at-
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tuale la cosa diventerà inutilmente allucinante. Vediamo come si può porre rimedio a questo stato di cose. Partiamo dalla strada fondamentale.
1 - Esercitazioni. Se dieci anni fa, con un ambiente già predisposto, avevano senso, ora sono diventate essenziali perché debbono formare integralmente i soccorritori e non solo perfezionarli, perché, ripeto, la grotta non dà più, in sé, l'habitus necessario per un soccorso. Qui si un altro discorso: non solo farle ma farle bene. Si abbandoni la tendenza a portar fuori la barella costi quel che costi. Meglio curarne il viaggio ripetendo i punti difficili e quelli in cui la manovra appena eseguita è risultata dubbia: bisogna trovarsi dietro la forza di mandare indietro la barella e ripetere. In linea di massima mi sembra che la strategia delle esercitazioni debba essere di partire profondi e recuperare la barella per un tempo fissato e lungo, diciamo 15/20 ore curando di non trovarsi fuori prima del tempo stabilito, a costo di tornare indietro. Ci si ponga cioè un limite di tempo e non di spazio.
Si formino "piccole" squadre in modo che tutti siano obbligati a dare il massimo. Si lapidi sul posto chi dice cose tipo: "Ma insomma dopotutto questa è solo una esercitazione, perché tutta questa fatica?". Il fatto che sia una esercitazione implica solo che si potrà smettere dopo tot ore, non che si può battere la fiacca. Se il prezzo che si pagherà sarà un po' di dimissioni di volontari pazienza: i nuovi che entreranno in quell'ambiente saranno migliori.
2 - Affinamento tecniche. E' un lavoro che abbiamo portato avanti con molta cura ma è lungi dall'essere finito. L'idea è: dato che la gente scende con tecniche da commandos, sviluppiamo qualcosa che faccia sì che anche i recuperi siano simili, e che soprattutto si possano utilizzare gli speleologi così come sono e non come dovrebbero essere.
Il risultato principale è stato il contrappeso che rappresenta uno dei pochi punti di novità rispetto alle tecniche tradizionali ed è, in fondo, una conseguenza dell'aumento del livello tecnico delle discese. E' una tecnica potentissima, molto più di quel che si pensava inventandola, ma è anche pericolosa. Richiede esercizio. Esercizio non è mettersi a fare i cretini su un saltino esterno ma recuperare su pozzi decenti ben sottoterra. E' diverso.
3 - Estendere il concetto di squadra operativa al di sopra delle squadre e dei gruppi del soccorso. Queste entità cominciano ad essere desuete, soprattutto le mini squadre che non danno nulla né in rapidità di intervento né in efficienza, né in allenamento. Hanno il solo vantaggio, grosso, che al loro interno si spengono le critiche: sono degli angolini in cui vivacchiare con la patacca.
Queste entità vanno superate non tanto burocraticamente quanto di fatto: le convocazioni ad esercitazioni interessanti vanno estese al di fuori del gruppo di soccorso; e qualcosa già si sta muovendo in questa direzione. Nessun gruppo, ora come ora, è autonomo per grandi recuperi: vediamo di provvedere con un coordinamento nazionale. Ovviamente ci saranno grane e goffaggini ma con un po' di pazienza si potrà fare qualcosa di furbo: tanto più che oramai è indispensabile farlo.
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Giovanni Badino |
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campo estivo Pian ambrogi '81
relazione cronologica
Sabato 1 Agosto: si monta il campo. Alle 16 si trova il frigo che dopo una disostruzione con argano prosegue, entra Roberto Chiabodo e si ferma su un pozzetto non fattibile in arrampicata. Dopo poco entrano Roberto G., Ube e Alberto e si fermano su un pozzo valutato 30 metri. Alla sera grande festa con Andrea, Giorgetto, Ivano, Aldo, Paolo ed i francesi del Club Martel.
Domenica 2 Agosto: entrano nel nuovo buco Alberto, Carlo, Poppi , Roberto C. ed Ube, si fermano a -105 su un pozzone valutato 80-100 metri. Si esce rilevando. Gli altri battono in zona "F", segnano buchi fino ad F37 e controllano la posizione di alcuni. La sera si decide di chiamare il nuovo buco "Abisso Pentothal".
Lunedì 3 Agosto: battute in zona 24 e varie disostruzioni senza esito. Entrano nel Pentothal Meo, Giuly, Roberto M. e Roberto Guiffrey conosciuto come Armando Pozzi ed armano il pozzone fino a -50; risalendo fanno foto. In serata festa alla Capanna Morgantini con i Cuneesi ed altri. Arriva dalla Capanna la notizia dell'incidente di Carrieri a Piaggia Bella.
Martedì 4 Agosto: Muddu, Marina, Meo, Carlo, Poppi, Ube e Piottino battono in zona 24 e ritrovano un vecchio buco che Ube scende fino a -40. Scendono nel Pentothal Gianni, Beppe, Roberto C. e Armando Pozzi e continuano ad armare il pozzone. Gli altri in zona F continuano a battere.
Mercoledì 5 Agosto: scendono nel Pentothal Poppi e Muddu e continuano l'armo del pozzone. Al vecchio buco trovato ieri scendono Ube, Alberto e Piottino fino a -65 dove chiude. Beppe e Berger battono in zona 24. Gli altri battono in zona F e vengono scesi e rilevati una altra decina di buchi.
Giovedì 6 Agosto: Poppi, Carlo e Roberto M. scendono a Limone. Battute in zona F e disceso F41. La sera arrivo di Giorgetto ed Andrea. Ube e Gianni scendono per altri 30 metri il Pozzo della Papessa nel Pentothal. Meo, Piottino e Muddu vanno in battuta sopra il Pis del Duca e trovano alcuni pozzi da scendere. Serra e Chiabodo vanno alla Capanna.
Venerdì 7 Agosto: entrano nel Pentothal Armando Pozzi e Roberto Serra e scendono fino al fondo il Pozzo della Papessa che risulta essere di 110 metri. Alla ,base parte un meandro che porta su un pozzo valutato erroneamente 50 m. Gli altri battono in zona F e Navella, scesi alcuni buchi. La sera partita di pallone in notturna e festeggiamenti vari. La notte Andrea e Meo vanno a giocare sul Pozzo della Papessa ed esplorano la galleria di fronte al pozzo. Arrivo di Giorgio Guala, Muddu e Ramella.
Sabato 8 Agosto: Giuly, Roberto M. e Giorgio G. a far foto al Pentothal. Nel pomeriggio battute in zona F e zona 24, aperto un buco che poi chiude in frana, lo scende Roberto C. Ci fa visita Alain Oddou. Nella notte Armando, Piottino e Gianni armano la prima parte dell'F 33. Arrivo di Badino e Zinzala.
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Domenica 9 Agosto: Armando, Gianni, Alberto e Piottino scendono a Limone. Temporale. Nel pomeriggio Badino, Carlo e Poppi scendono nel Pentothal e portano l'esplorazione a -470 (serie di pozzi da 90, 15, 60, 19, 15, 12) fermi su un pozzo valutato 25-30 m. Risalendo sul primo pozzo trovano una corda lesionata. Giro turistico di Ube, Gomez, Morino, Meo, Cantelaube, un francese, Muddu, Ramella e Beppe a far foto fino al pozzone. Battute in zona F. Partono Ube e Patrizia.
Lunedì 10 Agosto: Giuly, Zinzala e Chiabodo, battute in zona F con i varesotti. Al pomeriggio Carlo, Poppi, Giorgetto, Menardo e Chiabodo ad aprire un buco in zona F abbastanza promettente. All'F 33 scendono Meo, Muddu e Giorgio armando fino a -270. La sera punta finale al Pentothal di Gianni, Oliaro, Gobetti, Armando e Marantonio che scendono a -500 fino ad un sifone. Temporale.
Martedì 11 Agosto: piove, tutti dormono.
Poppi, Carlo, Menardo e Chiabodo scendono a Limone. Giuly, Zinzala e Alberto a far foto all'F 33. Arrivo di Valerio.
Mercoledì 12 Agosto: aria di smobilitazione, partono Giuly e Franca; Giorgio Guala, Muddu, Andrea, Marantonio, Giorgetto, Laura, Vittorio e Oliaro vanno alla Capanna. Nel pomeriggio partono per il mare Poppi, Meo, Carlo, Menardo, Armando, Alberto Chiabodo e Gianni, scendono ad Imperia e passano la sera con Muddu e Ramella.
Giovedì 13 Agosto: rientrano i marittimi verso sera tardi, nel frattempo Badino e Cristophe scendono al fondo del Pentothal. Badino, Di Ciolo, Avanzini e Carrieri ridiscendono nel Pentothal per disarmare, si trova un ramo che scende sopra il 90 con due p. 15 e fermi su un p. 40 (valutato). Marantonio e Valerio scendono nell'F 33 e lo disarmano in parte per errore.
Venerdì 14 Agosto: sveglia elastica, partono per Torino Beppe e Berger, per la Capanna Marantonio e Carrieri. Meo, Carlo, Poppi e Chiabodo entrano nell'F 33. Arrivo di Ube e Patrizia. Ube e Armando al Pentothal a vedere questi rami secondari e disarmare. Roberto M. in battuta con Baldracco e Icaro a Pic de l'Aigle e l'Armuse.
Sabato 15 Agosto: escono quelli dell'F 33 e del Pentothal alle 7 del mattino, i primi si sono fermati sugli ultimi due pozzi da 40 lasciando armato. Al Pentothal si continua nel ramo trovato da Giovanni, fermi su un p. 20. Incidente di Ube. Menardo, Giorgetto, Icaro in battuta sopra il Pis del Duca. Meo ed altri a scendere un pozzo da 30 a Castello Scevolai. Visita di Dedè.
Domenica 16 Agosto: si smonta e si scende a Torino.
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P.C Curti e A. Eusebio |
Hanno partecipato al campo i seguenti signori: B. Vigna, A. Eusebio (Poppi), P. Curti, U. Lovera, R. Serra, A. Gabutti, R. Chiabodo, R. Menardo, R. Guiffrey, G. Nobili, G.e J. Toninelli, D. Caffaratti, G. Guala-Molino, G. Berger, G. Villa, F. Maina, D. Coral, E. Cattelan, W. Zinzala del G.S.P.; R. Mureddu del G.S.I. e M. Marantonio del G.S.S.
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l'abisso Pentothal
C'è sempre stato qualcuno che diceva che gli abissi profondi sul Marguareis erano tutti in Italia. Fino a pochi mesi fa poteva ancora aver ragione; ma oggi c'è un -500 a Pian Ambrogi.
Il Visconte ha voluto che fosse il GSP a trovarlo; ribadisco che è stata volontà del Visconte; poiché il Pentothal, questo il nome dell'abisso, è stato trovato in un modo a dir poco singolare.
Primo giorno di campo; o meglio, prime ore: piantiamo le tende in Pian Ambrogi, in una bella dolina poco lontana dalla strada e facilmente raggiungibile con le macchine; siamo circa a metà strada tra il rifugio del Club Martel e quello del CMS. Sistemato il campo si parte alla ricerca di un posto dove mettere i viveri: è logico. deve essere vicino, fresco e all'ombra. A pochi metri dalle tende c'è un posto che soddisfa tutti questi requisiti; anzi, c'è pure una promettente corrente d'aria. Poche pietre, una di dimensioni ragguardevoli, ostruiscono l'eventuale ingresso. Meo non vorrebbe iniziare la disostruzione, teme che gli si rovini il "frigorifero" appena trovato; ma l'entusiasmo è grande, e in più Giuly ha l'UAZ con l'argano a portata di mano. Pochi minuti bastano ad aprire l'ingresso; la sera stessa una squadra scende ad esplorare.
Gli articoli che seguono parlano delle punte susseguitesi al Pentothal. Poche le cose ancora da dire: la discesa del pozzo della Papessa ha richiesto più punte, penso 4 o 5, ciò è dovuto al fatto che il pozzo ha la spiacevole prerogativa di scaricare da solo (provare per credere); molto valida e gradita è stata la collaborazione di John e di Danilo con tarocchi e bioritmi (entrava solo chi aveva tarocchi e bioritmi favorevoli); il nome al Salone delle Fate è stato trovato da Poppi, dedicato a coloro che non sono venute sul Marguareis con noi.
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Roberto Menardo |
ubicazione e analisi geologica
La cavità si apre nel settore francese del massiccio del M. Marguareis nella conca di Pian Ambrogi a circa 250 m ad est del rifugio del Club Martel.
Dal punto di vista geologico la grotta si sviluppa nella serie carbonatica caratteristica del Brianzonese ligure dalla sommità, costituita dai calcari nummulitici eocenici, fino alle dolomie meso-triassiche.
Durante le esplorazioni abbiamo cercato di ricostruire, semplificandola, la serie stratigrafica attraversata che risulta così composta:
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da 0 a -40 m. Calcari nummulitici |
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Settore francese del Marguareis - Inquadramento geografico
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da -40 a -110 m. Calcari arenacei del Cretaceo sup. |
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da -110 a -200 m. Calcari giuresi |
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da -200 a -500 m. Dolomie mesotriassiche con intercalazioni pelitiche. |
Chiaramente ogni tipo di calcari dà origine, in generale, a forme carsiche differenti, avremo in tal modo pozzettini e cunicoli nei calcari nummulitici, meandri e pozzi corti nei calcari del Cretaceo, pozzi lunghi e di grandi dimensioni nel Giura e meandri stretti con pozzi più o meno lunghi e grossi nelle dolomie e nei calcari del Trias.
La cavità è impostata su sistemi di fratture con asse variabile da NNE-SSW a E-W e queste sono certamente la causa tettonica della sua formazione.
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A. Eusebio |
la scoperta
Incominciò tutto il primo giorno di campo, quando le tende non erano ancora state montate e Marameo ebbe l'idea di cercare un posto fresco per le provviste. A circa una ventina di metri dal campo trovò una spaccatura con un piccolo buchetto dal quale proveniva un soffio d'aria; subito una dozzina di speleo ululanti avvertirono il Marguareis del loro arrivo e armati di mazze e piedi di porco si precipitarono a disostruire il piccolo buco calpestando impietosamente Marameo che implorava di non rovinare quel che sarebbe stato il nostro frigorifero.
Dopo un lungo e faticoso lavoro e grazie anche all'amico "Enzo" rivelatosi determinante in molteplici occasioni, si riuscì ad aprire il buco di quel tanto che bastasse a far passare una persona. La persona in questione fui io..., l'idea di essere il primo a scendere in quel buco ove l'aria usciva sempre più forte e fredda
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mi eccitava moltissimo; la strettoia non era delle più difficili e finiva a circa quattro metri sotto di me in una saletta piena di detriti. Proseguiva poi in pendenza per sei-sette m e mi trovai su di un pozzetto da me valutato intorno agli otto-dieci. Tornato fuori e discusso sulle cose da me viste, si decise che quel buco non poteva aspettare; fu così formata una squadra composta da Alberto, detto anche "Il Lucido" in ricordo di una notte enologica coazzese, da Uberto Lovera e da me. L'entusiasmo era notevole e fu così che in men che non si dica, da esseri umani ci trasformammo in gialli esseri delle tenebre ed entrammo alla conquista dell'ignoto.
Sceso il pozzetto (un frazionamento) ci trovammo in una sala di frana abbastanza grande che sembrava chiudere, ma da una piccola fessura ritrovammo l'aria e si ricominciò così a scavare, fino a quando riuscimmo a passare per trovarci in un meandro largo oltre un metro molto bello. Scendendo per questo meandro e superato un pozzetto da cinque metri in arrampicata giungemmo su di un pozzo bellissimo da ventisette metri da noi erroneamente valutato oltre i quaranta. Un pozzo bellissimo che non armammo in quando indecisi sul come farlo. Uscimmo cantando a dare la notizia agli altri e quella sera, naturalmente, fu festa.
Il giorno seguente saremmo nuovamente entrati noi tre con Poppi e Carlo.
...il Marguareis sorrideva benevolo.
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Roberto Chiabodo |
la seconda punta
2 agosto: una nutrita squadra formata da Alberto, Chiabodo, Poppi, Ube entra nel Pentothal per proseguire l'esplorazione che il giorno prima si era fermata su un pozzo di 27 m. Dopo aver preparato la carne per lo spezzatino mi cambio velocemente e scendo in grotta per raggiungere gli altri. Li raggiungo alla sommità del p. 27. Nel punto più idoneo per l'armo la roccia non è molto buona e quindi devo armare da un'altra parte dove la roccia fa un po' meno schifo. Questo armo richiede però due cambi che io non ho voglia di fare, perché sono divorato dalla curiosità di vedere come prosegue e quindi incarico coloro che mi seguono di completare l'armo.
Questo si rivelerà un grosso errore, mio senza dubbio, perché il grosso pozzo resterà armato in modo approssimativo fino a che risalendo da una punta successiva non si troverà la corda lesionata seriamente.
Alla base del pozzo parte un meandro molto bello che conclude ad un salto di 7 m, superabile in arrampicata. Dopo il p. 7 il meandro continua ancora per alcuni metri e poi mi si spalanca davanti un pozzo di 17 m. Velocemente ritorno sui miei passi per dare la buona notizia agli altri e procurarmi il materiale da armo.
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Scendo il pozzo alla cui base parte il meandro e dopo una cinquantina di metri mi affaccio sull'orlo di un pozzone dall'aria sinistra che valuto circa 80 m (dal rilievo risulterà 110).
Però durante la caduta il sasso che ho lanciato trascina con sé molti altri sassi che sono in equilibrio precario sulle pareti imbutiformi del pozzo: questo non mi piace per niente anche perché ogni tanto qualche sasso parte da solo e vola giù per il pozzo.
Mentre ci prepariamo a "pulire" il pozzo vediamo la luce di Chiabodo che dopo aver seguito una diramazione del meandro è arrivato dalla parte opposta del pozzone e pare che lì la situazione sia un po' migliore. Seguiamo questa nuova via e dopo aver sceso circa 10 m Poppi atterra su un terrazzo con molti massi in bilico. Dopo aver fatto alcune traversate e "pulito" un po' risaliamo rilevando, lasciando così a qualcun altro l'onere di armare il pozzone.
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Carlo Curti |
discesa del pozzo della Papessa
Quando la notizia che la punta esplorativa era giunta sull'orlo di un pozzone valutato sui 100 m mi raggiunse sul Colle dei Signori, dopo aver battuto tutto il giorno in zona F, mi resi conto che con soli sette mesi di speleologia sulle spalle mi trovavo a dover vivere un momento esplorativo veramente importante e che non era questo il momento di tirarmi indietro. Per cui anche se le notizie riguardanti il pozzo non erano delle più rassicuranti, cercai di far parte della punta del giorno successivo, se non altro per poter vedere un fenomeno naturale così terrificante .
Il pozzo appare infatti costituito da due conoidi di frana che si riversano in due bocche separate del pozzo, congiungendosi più in basso. Il tutto in un enorme salone di crollo dove ogni tentativo di armo appare insicuro per lo stato della roccia.
Entrai nell'abisso a mattinata tarda insieme a Menardo, alcune ore dopo Meo e Giuly, ai quali spettava il compito di scegliere il punto più sicuro per l'armo. Quando li raggiunsi una corda pendeva già nel pozzo dal masso apparentemente più stabile di quell'enorme pietraia, e sotto invito di Meo vi scesi non senza la dovuta paura ed una incolmabile curiosità. Da quell'ultimo spit in poi per me tutto è quasi un sogno utopico, la paura svanisce e le sfocate voci che mi giungono dalla sommità non sono che il debole segnale da Cape Kennedy per gli uomini che sono sulla luna. Dopo aver effettuato una traversata fino ad uno dei tanti arrivi del pozzo, riesco a trovare un grosso masso dove, dopo aver piantato due spit, scendo in vuoto per una trentina di metri fino ad un terrazzino coperto da sassi e cosparso qua e là sulla parete dai segni dei colpi dei sassi che dalla frana precipitano nel pozzo. Qui in pros-
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simità di una piccola nicchia riesco a fare l'armo per il successivo salto che mi porta 20 m più in basso, sopra un ennesimo salto che io auspico sia l'ultimo. Il freddo dovuto all'aumentata umidità, e la mancanza di spit hanno il sopravvento sull'impeto esplorativo e me ne torno così felicemente in superficie dove Sir Biss viene acclamato dai pochi spettatori Armando Pozzi a riconoscimento della temeraria impresa. Sarà vera gloria? Ai posteri l'ardua sentenza.
Ma l'impeto dei conquistadores non è ancora finito, e il pozzone cela ancora sorprese per i suoi affamati esploratori. Proliferano infatti immediatamente dopo una serie di punte non poco gloriose. Sono la punta di Chiodin e di Gianni U. che pianta uno spit sul salto successivo e conclude il suo breve exploit per la perdita della scatola degli spit. Nella stessa giornata c'è anche la sfortunata punta di Roberto C. e me, che viene interrotta sul nascere da una Diane in calcare che mi viene a sibilare accanto urlando vendetta contro il suo primo usurpatore, mentre sto scendendo per proseguire il lavoro iniziato da Gianni.
Sebbene le carte ed i bioritmi preparati da John non siano mai del tutto favorevoli nei nostri confronti, a parte la rassicurante e familiare carta della Papessa che accompagna ormai da tempo ogni previsione in vista di ogni nostra nuova discesa, urge la preparazione di una squadra successiva di gente esperta che trovi un posto riparato per gli spit.
Da qui in poi le cose procedono di nuovo veloci e senza intoppi, questa punta di Poppi e Roberto Muddu riesce infatti a scegliere un posto sicuro per l'armo. Armo che verrà completato nella punta successiva da Ube e da Gianni. Quest'ultimo scenderà fin sopra l'ultimo saltone di 40 m riuscendo fra l'altro ad intravedere il fondo. Spetterà alfine a me completare una tanto ricca raccolta di discese.
Riesco infatti, mentre R. Serra mi aspetta alla sommità, ad armare quest'ultimo salto, ad imboccare la spaccatura che parte dalla base del pozzo e raggiungere un altro salto che ho erroneamente valutato di 50 m (invece di 90), assaporando così il vero gusto dell'esplorazione che mai avevo assaporato prima.
Il tempo impiegato per l'armo del Pozzo della Papessa fu indubbiamente molto: 5 giorni, e lo dimostrano le polemiche sorte successivamente. Penso comunque che la politica più giusta sia stata quella di lasciare il maggior spazio esplorativo agli allievi del corso di speleologia. L'incontestabile buon esito dell'impresa venne infatti festeggiato la sera stessa con l'ottimo barolo di John, in una atmosfera tutt'altro che triste.
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Roberto Guiffrey |
punta dai -220 ai -460
Quando ritorniamo dalla zona F abbiamola sospirata notizia, dopo tante pene, finalmente Armando ha raggiunto il fondo del pozzone e alla base una diaclasi lo ha condotto alla sommità di un pozzo valutato 50 m.
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Si discute tutti insieme sull'opportunità di una punta che riesca a scendere il più possibile, si parla: chi si offre per entrare, chi non ne vuol sapere, alla fine si decide, entreremo Carlo, io ed un francese del Club Martel invitato per l'occasione.
Il giorno dopo piove ed il francese deve scendere a Nizza; Carlo ed io pensiamo che entrare in due non sia il caso e quindi reclutiamo il Badino che "per caso" passava di lì. Verso sera finalmente ci immergiamo con 250 m di corda, tante speranze e un po' di paura.
Arriviamo sul pozzone ed offriamo a Giovanni l'onore di scendere. Parte, dopo un po' un fischio mi avverte che posso scendere, e parto anch'io con infinite precauzioni e con un bel sacco; alla base una diaclasi mi porta sull'orlo di un pozzo, rosso e profondo; pochi metri sotto, su un terrazzo, il ligure sta spittando.
Puliamo con cura scaricando sassi per mezz'ora, caliamo una corda da 120 e Giovanni scende, cambiattacco e di nuovo giù, altri 30 m, di nuovo cambio e salettina. Scendiamo anche noi, il pozzo risulta essere in tutto una novantina di metri e davanti a noi un altro di 15-20 m tra massi. Traversiamo in alto, spit e giù 15 metri. Sala, condotto tra massi e pozzo. Profondo, lo valutiamo 60 o 70 m ed uniamo insieme due corde per scendere.
Gentilmente Giovanni ci offre la discesa e noi altrettanto cortesemente lasciamo lui davanti, portando noi avanti i sacchi.
Sessanta metri di campana perfettamente circolare con un diametro variabile tra gli 8 e i 12 m ci portano in una sala dove la grotta sembra chiudere. Il pavimento è formato da massi e l'unica possibilità sembra costituita da una serie di fessure in parete.
Un po' delusi ci sediamo a mangiare qualcosa; mentre incominciano i primi brividi di freddo notiamo a pochi passi da noi un buchetto delle dimensioni di un pugno che spara fuori una notevole quantità d'aria. Cominciamo a scavare, a togliere sassi e a deviare il ruscello che si butta dentro. Sotto i massi si apre un pozzo sui 20 m ma sembra sfigato. In ogni caso va sceso; mentre Carlo lo arma io assicuro Giovanni che arrampica sulle pareti, ma è tutto chiuso. Scendiamo nel pozzo, alla base parte finalmente un meandro: siamo raggianti. Un po' di meandro con acqua, poi un pozzo di 15 metri, un altro di 12 e di nuovo giù. Abbiamo ancora 10 m. di corda e tanta voglia di scendere. Breve tratto orizzontale tagliato da un altro pozzo sui 20-30 m.
Armiamo la partenza, Giovanni scende di quanto lo permette la corda che abbiamo, risale e stiamo un po' lì a goderci questa esplorazione, un caffè, e poi verso l'uscita. Parte Giovanni a dare la buona notizia, io e Carlo saliamo rilevando con calma e dopo 10 ore dall'ingresso siamo tutti fuori.
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A. Eusebio |
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la punta finale
La squadra iniziale era composta da me, Roberto Guiffrey e Marco Marantonio, successivamente si sono uniti Andrea Gobetti e Paolo Oliaro. Era giunto il momento di dare il colpo finale al Pentothal. La squadra precedente era arrivata alla profondità di 460 m e a me e Roberto non mancava un po' di preoccupazione, essendo la prima volta che scendevamo sotto i 300 m in esplorazione.
Si era deciso di entrare nella tarda mattinata dopo aver fatto un'abbondante colazione, ma come succede sempre in queste occasioni, passammo la giornata a mangiare e discutere, per finire poi col giocarci i due sacchi da portare giù a carte: se li aggiudicarono Paolo e Marco.
Arrivò così il momento di cambiarsi e scendere, ma anche in questo rituale ce la prendemmo con molta calma.
Si calano prima Marco e Paolo, mentre io, Andrea e Roberto ci fumiamo una sigaretta. La discesa è abbastanza tranquilla, si perde un po' di tempo nel fare un altro cambio sul pozzo da 25 per i soliti spit che si rompono. Si arriva così al Pozzo della Papessa (l'armo iniziale si decide di lasciarlo così com'è) e lo si inizia ascendere. Le innumerevoli pietre che sembra debbano cadere da un momento all'altro, forse, tendono un agguato, cerco di tenere lontani questi pensieri e in un tempo incalcolabile mi ritrovo giù, e via verso altri pozzi, 90, 15, 60 e altri ancora fino ad arrivare finalmente dove inizia l'esplorazione.
Andrea e Marco iniziano ad armare il pozzo che si rivelerà poi un 32 m, intanto si ipotizza su quello che potrebbe esserci là sotto. Le previsioni sono pessimistiche, ma si fantastica su grandi gallerie che avremmo festeggiato con una partita a carte, le carte da punta che si era portato dietro l'Armando Pozzi.
Io, Paolo e Roberto siamo sotto la coperta spaziale in una posizione da contorsionisti, fa molto freddo, non so quanto tempo sia passato se poco o tanto ma finalmente ci arriva la notizia che purtroppo sotto c'è un sifone. Così decido di non scendere i 32 metri, perché mi sentivo già abbastanza appagato, e mentre gli altri rilevano io inizio la risalita.
All'inizio fila tutto liscio, poi quasi arrivato alla base del 60, comincio a sentire il peso di essere solo, e mi fermo per aspettare. Dopo non molto arriva Paolo egli dico di passare avanti, io lo seguirò a ruota. E' un'impresa che mi riuscirà fin quasi sopra la Papessa.
Dopo aver assistito da sotto Paolo che saliva il pozzo da 60 a campana (lo spettacolo più bello che ho visto finora in grotta), ci ritroviamo tutti e due a risalire la Papessa, un sassolino rimbalza sul casco, altre pietre le sento fischiare intorno, qualche truschino per superare l'ultimo cambio e poi fuori; il resto della salita non ha storia, a parte quando arrivo sul pozzetto di 3 m e non trovo la corda. E le solite bestemmie nella fessura di uscita. E co-
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me in un sogno tutto finisce, ma non svanisce perché è un sogno che ricorderai sempre, un altro capitolo si è chiuso, e un altro comincia con altre avventure e grotte da esplorare.
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Giovanni Nobili |
Campo Pian Ambrogi; ultima punta al Pentothal.
Nonostante che nell'ultima settimana di sole se ne fosse visto poco, e non per questioni atmosferiche, alcuni anonimi irresponsabili decisero che il ramo individuato dall'orrendo Badino dovesse essere esplorato. Vittime designate furono Armando Pozzi alias Sir Biss, Gianni alias Monnezza e Ube alias Ube; i primi reduci da colpevoli sguazzate balneari, il terzo da tediose giornate lavorative metropolitane. Tale era l'entusiasmo che riuscimmo a rimandare l'entrata fino al pomeriggio inoltrato, quanto basta da permettere a Monnezza un ripensamento sull'uso delle successive ore.
Primi cento metri resi veloci e noiosi dalle punte precedenti; minima sosta e discesa ancora più rapida nel pozzone per ovvi motivi. Altro pozzo: trenta metri interrotti da strettoia tra massi e bestemmie e tratto quasi orizzontale in spaccatura con acqua.
"Ora et esplora". Armo plastico su pozzo a vite di 20 m che termina nel caffè. Viene collaudata la caffettiera da punta (brevetto Pozzi). Un armo per uno non fa male a nessuno. Salto da 17 metri su una saletta con parecchi arrivi impraticabili e un ennesimo pozzetto da 9 m che ci porta alla base di una spaccatura su cui scorre un filo d'acqua. Lo seguiamo per una ventina di metri fino a una lunga strettoia inagibile anche ai viscidi esploratori. Diamo fondo qui alle scorte di viveri approntate per una punta di tutto riposo che a detta degli esperti non avrebbe dovuto superare le sette ore. I due limoni ci danno forza e vigore per la risalita, il disarmo e il rilievo del ramo.
Tutto regolare fino al pozzo da 30 m. Qui per evitare la strettoia si ritiene saggio ricercare un passaggio che la aggiri; arrampicata troppo plastica con cabrata a volo d'angelo e in sequenza: scivolata su roccia viscida, urlo, tonfo, richiamo, gemito.
Di qui la risalita si fa pressante e lasciato il superfluo torniamo in superficie.
Bilancio: ottantacinque metri di dislivello esplorati e rilevati, quindici ore di punta, un ferito e una fame siberiana.
Domenica successiva: sesta punta dei suddetti, secondo bidone di Monnezza (involontario). Carlo ci accompagna; disarmato il tutto fino al Salone delle Fate. Controllati tutti gli arrivi del ramo laterale; niente di praticabile.
Dulcis in fundo, exploit di Carlo che acrobaticamente scende un budello che ci immette nel "90" cinquanta metri più in basso.
Conclusione: per favore, fateci vedere un'altra grotta!!!
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Armando e Ube |
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si vede che chiude. É tutto nero.
Tocca di nuovo a chi scrive scendere giù nel Pentothal, dopo la squadra che ha sceso l'ultimo pozzo sul quale ci eravamo arrestati, ed ha raggiunto il fondo; anzi, mi han detto, si vedeva da dove sei arrivato che chiudeva. La cosa mi stupisce perché ero in cima ad un pozzo da più di venti metri, al quale segue un meandro: ad ogni modo, per non sbagliarsi han lasciato il sacco di corde in più sul fondo, ormai inutile, e sono usciti scarichi a dar la notizia che chiude.
Nel contempo mi son messo d'accordo con Cristophe, del Club Martel, per scendere insieme. I francesi sono mogi, e non poco, e nel nostro campo si respira aria di buffo patriottismo; Marantonio ed io vorremmo intitolare l'abisso a Pietro Micca, ma gli altri preferiscono insistere col siero della verità.
Nel rifugio Martel, quando vi arrivo con Alain, che non è per nulla mogio, vediamo però che almeno Cristophe ed Eric l'hanno presa con spirito: dicono che adesso cominceranno a cercar grotte con salami usati come pendolini. Ed è logico prenderla così: ovunque entra il caso le conseguenze fluttuano.
Dunque un giorno, a mezzogiorno e mezzo eccomi scendere giù con Cristophe. Eccoci alleggerire i nostri discensori sulle corde che scendono al fondo. Trovo che sia una grotta molto bella, aerea.
Al fondo dell'ultimo pozzo ancora un paio di saltini e un po' di meandro. Poi due pozze di acqua profonda ci dicono che lì è chiuso, come si poteva vedere, del resto, dall'ingresso.
Un condottino alto tira una discreta aria: mi ficco su di lì, è assai evidente come by-pass. Cinque o sei metri in un fango scivolosissimo con già tracce di passaggio, un trattino orizzontale strettissimo e poi impraticabile. Fine, almeno senza uno specifico, grosso lavoro.
Cristophe parte, anch'io e con me il sacco. Saliamo controllando le finestre nei pozzi. Poca roba ma per essere ben sicuri occorrerebbe raggiungerle tutte. Sotto il novanta Cristophe sale e mi dà il libera. Salgo anch'io, in cima non c'è Cristophe ma c'è un pozzetto secondario: sembra che ricada nel novanta ma per essere ben sicuri bisogna scendere. Corda ne ho. Ho anche il dubbio che la squadra precedente lo abbia sceso. Lego e scendo i quindici metri che mi separano dalla base: base instabile, fra i massi del fon do un altro pozzo, ambiente distinto dal novanta. Prendo una "galleria" verso l'alto, fra i blocchi, chiude. Insistere con una disostruzione non mi sembra il caso perché se ridà nel novanta il pietrame annienta le corde. Risalgo. Nessuno lo aveva visto. Reinsacco le corde e riparto. Cristophe è sopra il cento, mi aspetta. Gli dico della diramazione, tira aria, speriamo un po'. Ultimi pozzetti.
La discesa è durata pochissimo, un cinque ore, salendo mi vien voglia di andare in grotta. Fuori ci devono essere Carrieri, Aldo e Ivano che entreranno a disarmare. Sono una compagnia ideale
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e non vedo, per me, un posto migliore di quest'abisso, almeno per stasera. Decido di rientrare. Passo la strettoia d'ingresso: Giampiero è lì, Aldo e Ivano di lì a poco arrivano. Mi tolgo solo la tuta per fare asciugare un po' il sottotuta, poi, con loro, la rimetto e rientro. Quel che non ne può veramente più è il discensore. Giampiero è in difficoltà con il suo polso, forse è incrinato dalla caduta in PB e sui cambi attacco in discesa è un casino. Ma dopo un po' l'allegra compagnia è riunita al fondo.
Ivano mi fa vedere che sono un coglione: alla base dell'ultimo pozzo ci sono dei saltini da arrampicata. Lui attende vicino a un bel terrazzo che li sovrasta: mi chiede se siamo andati lì sopra. Io no, dico, ero sotto, c'è andato Cristophe e gli altri precedenti che vi han posato il sacco. Lui spinge appena il terrazzo, spinta da punta delle dita, e quello precipita, un masso di vari quintali appena in equilibrio sul fango, spazza le risalite, annienta il fondo dove cinque ore prima mi facevo il caffè. Incredibile.
Facciamo poi le solite chiacchierate, caffè sigarette cioccolata, chiedo che risalendo controllino che da in cima al pozzo si vede che chiude. A me continua a sembrare una scemenza, pare il quaranta del Fighiera in scala 1:2, ma non si sa mai. Risalendo il salto tutti dicono qualcosa: ma la migliore è di Ivano, frase che sta passando in proverbio: "Si vede che chiude. E' tutto nero". Poi lui stesso traversa un po' il pozzo, il meandro continua in avanti, ma non sembra un gran che. Un arrivo. Saliamo cercando di risparmiare il polso di Giampiero ma ci riusciamo per poco e sotto il novanta tocca anche a lui portare un sacco. In cima a questo salto scendo a guardare la diramazione. Rifaccio, con attacco a spit, il pozzetto. Tento di disostruire il successivo ma i macigni son ben incastrati. Tento la fessura (bagnata in modo lercio). Figurati. Mi guardo attorno e trovo fra i sassi un comodo by-pass. Scendo anche l'altro pozzo di una dozzina di metri, un saltino da tre, meandrone e finalmente un venti. Risalgo dagli altri. Decidiamo che non val la pena di esplorare visto che non abbiamo strumenti da rilievo: e se chiudesse chi ci ritorna poi a rilevare? Lasciamo un minimo di corde lì e ce ne usciamo. E' l'alba.
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Giovanni Badino |
il rilievo
Alcune considerazioni sul rilievo e sugli errori.
Le varie persone che si sono alternate nell'esplorazione hanno anche rilevato, non sono state pertanto necessarie discese dedicate esclusivamente al rilievo. Questo è un bene anche se si è stati aiutati dal fatto che la grotta è semplice e non presenta, da questo punto di vista, problemi.
Come sempre ognuno si prende la responsabilità di ciò che ha fatto, suddiviso in tal modo: da 0 a -100 A. Eusebio; da -100 a -140 B. Vigna; da -140 a -460 A. Eusebio; da -460 a -500 A. Gobetti
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e M. Marantonio; il ramo laterale che parte alla sommità del p. 90 R. Guiffrey e U. Lovera.
La profondità della grotta è di 500 metri con uno scarto di ±5 metri; in tal modo l'errore è valutabile intorno all'1%. Lo sviluppo è di circa 800 metri con percentuale di errore paragonabile alla precedente.
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A. Eusebio |
scheda d'armo
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n° pozzo |
Lungh. |
Armo |
Lungh. corda |
Osservazioni |
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1 |
9 |
2 spit |
11 |
scarica |
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-3 spit |
||||
|
2 |
27 |
spit |
35 |
|
|
-2 spit |
||||
|
-4 spit |
||||
|
-11 spit |
||||
|
-21 spit |
||||
|
3 |
7 |
spit + nat. |
10 |
fattibile in arrampicata |
|
4 |
17 |
spit + nat. |
22 |
|
|
-2 spit |
||||
|
5 |
10 |
nat. |
15 |
scivolo che immette sul p. da 110. |
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6 |
110 |
3 spit |
135 |
scarica |
|
-7 2 spit |
||||
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-25 spit |
||||
|
-45 spit |
||||
|
-70 spit |
||||
|
-75 spit |
||||
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7 |
90 |
nat + spit |
96 |
|
|
-3 spit |
||||
|
-55 spit |
||||
|
-80 spit |
||||
|
8 |
18 |
nat. + spit |
22 |
|
|
9 |
60 |
nat. + spit |
65 |
|
|
-3 spit |
||||
|
10 |
19 |
spit |
20 |
scarica |
|
11 |
15 |
nat. + spit |
18 |
sono fattibili in serie con una corda da 30 m |
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12 |
12 |
spit |
13 |
|
|
13 |
32 |
2 spit |
35 |
|
|
-10 spit |
Tavola fuori testo
Abisso Penthotal - rilievo
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alla gola del Visconte
Ove sono riprese le discese durante il campo. Una squadra tutta femminile ce la arma fino al pozzone. Scendiamo in sei per disostruire al fondo ma proprio sopra il pozzone abbiamo grane e dobbiamo ritornare fuori. La sera dopo dobbiamo entrare ma c'è un incidente a Piaggiabella: tre francesi sono entrati da Caracas, han perso la strada nei Piedi Umidi, hanno abbandonato uno di loro a morire di freddo lì (vestito di cotone, bagnato fino alla vita, senza carburo) e sono usciti a dare l'allarme. Per caso siamo lì a bighellonare aspettando il tramonto del sole per entrare in grotta. Cambiamo programma e corriamo (alla lettera) fino a dove è abbandonato il francese (tre quarti d'ora fino al sifone dei Piedi Umidi). Costui non trema neanche più. Con energicissime cure lo rimettiamo più o meno in piedi e lo facciamo uscire. La Gola del Visconte continua a resistere.
L'indomani entriamo Aldo, Marcantonio e chi scrive. Scopro con incredulità che sei anni fa quando avevamo sceso questo fiabesco pozzo da novantatré eravamo degli incapaci. Ci sono finestre dappertutto, è incredibile che non le vedessimo. Ma il programma è di iniziare la disostruzione nel meandro finale, dove al di là di un sinistro, estremo restringimento si sente l'eco di un ambiente enorme. E così facciamo. Fra un po' torneremo a continuare il lavoro ed a raggiungere le finestre.
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Giovanni Badino |
pozzo ghiacciato n. 2 del mondolé
Poche note su questo pozzo che è stato disceso la scorsa primavera grazie alle favorevoli condizioni di innevamento. Si trova sul Mondolé nella zona della Balma Ghiacciata e quindi non è da escludere una comunicazione con tale grotta. Partiamo in tre: Gianni (Monnezza), Poppi ed io. Grazie alla quasi totale assenza di neve, raggiungiamo agevolmente il pozzo il quale non è altro che un'enorme spaccatura le cui pareti sono ricoperte di ghiaccio. Si decide che scenderò il pozzo da solo per evitare di prendere troppo freddo, visto che si scende praticamente in un tubo di ghiaccio. Armo il minimo indispensabile perché stare fermi 15 minuti per piantare uno spit è veramente duro. Ameno 30 devo traversare sul ghiaccio e sistemare un cambio: quando ho finito sono completamente intirizzito e quindi riprendo in fretta la discesa. A circa -90 il pozzo chiude inesorabilmente nel ghiaccio e quindi mi appresto a risalire. Mentre risalgo la mia attenzione è richiamata da un "meandrino" nel ghiaccio che parte a dieci metri dal fondo e raggiungibile con una pendolata. Dopo cinque metri di meandro arrivo su un pozzetto di 10 m;
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uno spit e scendo ma anche qui non si passa e così mi tocca risalire. A questo punto mi raggiunge Poppi che, non sentendomi più dalla sommità, era sceso a vedere. Si risale velocemente rilevando e disarmando. Scendendo alla Balma incontriamo Walter egli altri con cui facciamo alcune disostruzioni con scarsa fortuna.
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Carlo Curti |
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A proposito di a proposito di conoscenze tecniche
Un paio d'anni fa, sul numero 69, scrissi un articolo beffardo sui discensori autobloccanti concluso con un pressante invito, a chi scrive di tecnica, ad esser più preciso. Lo spunto era il solito paranco che il foglietto che Petzl allega al suo materiale dice ridurre lo sforzo a metà mentre lo riduce ad un teorico terzo. A fianco peraltro, nelle stesse condizioni, l'autoelevatore è proposto ridurlo a metà, cosa vera. Questo del paranco è un granchio con un vasto habitat: stampato però in quel contesto lo trovo ridicolo.
Non così un tizio di Verona. In un suo bellissimo articolo sostiene questa tesi: il foglietto contiene quell'errore perché Petzl vuol bene agli speleologi presuntuosi.
Se non mi credete cercatevi quell'articolo il cui Autore, fra l'altro, ci rassicura sulla sua intelligenza scrivendo che ha dato l'esame di Fisica Uno, che non è da tutti. Ci spiega che in condizioni medie il paranco non riduce ad un terzo perché ci sono questioni legate alla secante di un certo angolo, ed essersene accorti, diciamolo pure, non è così facile. Parla di condizioni reali ma non cita gli attriti (che abbia un buco nella sua preparazione?) ma questo glielo perdoniamo dato che gli siam debitori di non poco.
Gli stessi argomenti fisici dimostranti la bontà di Petzl non vengono applicati invece all'autoelevatore, ipotizzando dunque che il costruttore francese odii chi lo usa. Non escludo che questo sia effettivamente vero: in tal caso, come ci fa notare l'Autore, nel mio articolo avevo scritto delle cazzate. Lo ringrazio per avermelo fatto notare: giuro sulla serietà di queste note che mai più lo farò.
Quel che attendo fremendo però, è il suo prossimo articolo: quali altri errori mi avrà trovato addosso dopo che avrà dato l'esame di Fisica Due? Si sbrighi perché i legami fra gli atomi, quelli che tengono insieme gli imbraghi, dipendono dall'interazione elettromagnetica, proprio quel che l'Autore sta studiando.
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G. Badino |
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storiacce e storielle
(marguareis '81)Cominciò proprio male.
"Piantala! Basta, è morto da un'ora". E già, stragià. Vengono e vanno gli uomini. Entrano ed escono dalle grotte gli speleologi, finché non ci restano. Lo dice sempre anche Giuanìn, "Cosa 't cerche st'ani 'nt le tane? Cerche 'd resteie?" (Cosa cerchi questo anno nelle "tane", cerchi di restarci?).
"Occupiamoci dei vivi", continua Gigi (pragmatico alla Castanedda). Tè, coperta spaziale, son già stati usati, ora un bel massaggione alla Minelli e tutt'e due possono ripartire. Le jumar faranno il resto. Intanto arriva Emilio, tornato dentro con un sacco a pelo.
"Non serve più ..."
Quel che resta di Jojo Denoize resta là, a cento metri di profondità nel Gouffre des Trois allungato su un terrazzino pendente su un pozzo da cinquanta. In un sacco cacciamo il suo casco, i materiali che gli avevano tolto di dosso, il rilievo che aveva fatto finché le cascate gonfiate dalla pioggia di quella domenica, maledetta domenica, non avevano invaso la via solitamente fossile e lo avevano ammazzato di freddo.
Fuori ci sono le stelle, il tempo si è rimesso, non si dorme al rifugio del Martel dove son più le sigarette che le parole fino all'alba, col Land Rover di Paolo che precede i soccorritori e il sole. Ivano ha corso fino a Limone quella notte perché la strada è franata prima dei Tre Amis. Quando torna su con Lucien, il soccorso è già tornato ai fasti di Caprauna e ci addormentiamo insieme nella
solita luogocomunissima erba calda.
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Il Visconte ci aveva mandato 80 chili di carne di vitello. Gigi, Icaro, Emilio e Andrea lo avevano portato a pascolare nell'A16 dopo che una nevicata di luglio aveva interrotto la sua giovane vita e la strada che porta dalle malghe al macellaio. I vegetariani si guardarono nella palla dell'occhio. "E' mica merda...". Lavarono la carne dalle uova di moscone e la misero nel ghiaccio dell'A16.
Quando arrivarono Ivano, Franca e i gemelli si decise che bisognava tagliarla e arrostirla, poiché Sue Graziosità gli Speleologi da soli non sanno né pulirsi il culo né farsi da mangiare. Ci aiutò Betta. Le aquile volarono fino a sera nel cielo e anche i mosconi. A sera Ivano ed io non avevamo più voglia di Piaggia Bella e ci mettemmo agli arrosti con Franca e Betta allo spezzatino. Conobbi girello, noce, stinco, filetto, sottocollo... Zio Renzo sarebbe stato fiero di me, tagliavo, salavo, spezzavo, ungevo sotto gli occhi vigili di Ivano (sì, sa fare anche il macellaio oltre che il cuoco) quando accadde l'incidente: si rovesciò l'arrosto, riuscimmo a salvarlo ma mi bruciai con l'olio sotto il calzettone. Ivano me lo cacciò
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subito sott'acqua e lo medicò al volo (sì, sa fare anche l'infermiere), mentre gli speleologi Icaro, Giampiero Carrieri, Marco Scambelluri, Giovanni, Franco Gotta si ficcano nelle tute destinati a P. B. (6° ingresso) e alla risalita di Camel Filter. Mi viene concesso riposo in branda. L'arrosto è finito bene. Tutto tace nel campo. Quando un urlo rompe la quiete di Piaggia Bella. "Ivano! Ivano!". L'urlo viene dal basso, dalla parte della vecchia Voragine. "Ivano! Ivano!". Mi rigiro nel sacco a pelo, "per fortuna non chiamano te" dice lui. Hallowen, la mia sposa piumata. "Ivano! Ivano!" continua a chiamare l'ossesso, "Soccorso"'. Accendo la pila. Come in una storia di Hemingway la luce cade su "Per chi suona la campana" che Icaro sta leggendo. Pesco stivali, tuta, casco e bombola stranamente in ordine. A metà strada per il rifugio appare Franco sullo stravolto. "E' volato". CHI? "Giampiero". Volato al buco. "Volato tanto?". "Dieci metri". Rossella, Ivano, Leonardo, Betta, Mario... siamo davanti al sesto ingresso. Sotto ci sono Giovanni, Marco è con Icaro nella fessura che dà sul pozzo. Da sotto si sente cantare :
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M'ha fregato uno spit a vite... son caduto giù dalla parete son caduto su una stalattite mi son forato anche l'appendicite... |
Giampiero canta l'ultimo song di successo di Maurizio Monteleone quello che termina:
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Ho una gamba incastrata in un buco il mio amico mi tira anche del muco mi fa tanta tanta bùa LI MORTACCl SUA. (parole e musica di Maurizio Monteleone CSR) |
Checchè ne dica Badino non è lui il più cretino dei Savonesi.
Non si sa bene se convenga tirarlo su dalla fessura ("Alfredì, facce ride", gli gridano da sopra) o farlo risalire per la più comoda e lunga via classica di P.B. Icaro e Marco sono con lui e pare si voglia adottare la seconda soluzione. Leonardo, Ivano ed io accendiamo il casco e in ventisei secondi li raggiungiamo dalla parte di P.B., via Salle Blanche, Passaggio Segreto, Salle du coeur. In quei ventisei secondi pensiamo però che è troppo lunga e franosa per rischiare di farci passare Giampiero (Leonardo sì che di frane se ne intende). Ci troviamo tutti sotto il pozzo e cantiamo tre strofe del Rock dell'Olonese. Emilio ci cala gli imbraghi dal pozzo. Constatiamo che son proprio dieci metri. Giampiero fa altre agghiaccianti constatazioni. "Credevo di essere al sicuro, era il primo spit che piantavo e il mio orologio spacca il secondo". Gridiamo su a Franco che corra a Pian Ambrogi a chiamare Giuliano o qualche altro boia di passaggio. Discutiamo a lungo se attaccarlo per l'imbrago o per il collo. Lui cerca in tutti i modi di farsi impiccare: "La sai quella dell'appuntato che...". "Va su!". "Banfes, denùnces?".
Prima Leonardo, poi io (mi incastro ma Giampiero mi li-
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bera della bombola dell'acetilene), poi lui, il ferito, e Ivano che gli fa gli appoggi da dietro.
Poi gioia e festa, tutti fuori. Arriva Giuliano che se ne frega giustamente del bellimbusto tutto bolli ma niente arrosto (neanche una sana ostiomielite, avremmo potuto chiamare John Toninelli, noto guaritore, a quel punto) e invece ci racconta che vicino al campo, a venti metri dalla strada che porta al Martel, mentre cercavano un buon frigorifero per i salami han trovato un abisso che ora è su un franosissimo, immenso pozzone a cui si deve l'inquietante nome di Pentothal, l'"abisso della verità".
E tutti ci dimenticammo di Marco che era alla seconda grotta della sua vita e strisciava con il sacco dei materiali restanti su per la strettoia verticale e pensava ad alta voce: "ma quello rotto come ce l'ha fatta a venire su di qui?".
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Andrea Gobetti |
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d'attaccare il fotoforo al casco
e altri consigli di Frate Indovino
Da sempre uso sistemi che quando lo desidero, mi permettano di togliere il fotoforo dal casco: si ha il vantaggio di poter usare lo stesso casco fuori, in palestra o su roccia, e dentro. E, più importante, di poter meglio trasportare il tutto: si smonta il fotoforo, lo si infila dentro il casco e il tutto si può più facilmente mettere nello zaino o in un tubolare.
Il sistema che presento, come mi è stato molte volte richiesto, è quello che uso da cinque anni. Un po' di prove lo migliorerebbero nei dettagli, ma anche rozzo come lo uso va bene.
L'idea chiave è che il collegamento fra il fotoforo e la scatola della pila non si fa lungo la base del casco, cosa che richiede elastici potenti, ma alla sommità di esso.
Fig. 1
Fotoforo e scatola sono montati su due staffette di alluminio che mostro in figura (fig. 1). Le sommità delle due staffette sono collegate tramite un cordino che parte da quella della scatolina, passa in un anello su quella del fotoforo, torna indietro e si blocca dove era partito con uno strozzamento fatto da una rondella e galletto. Questo è il modo originale, che però in meandri fetidissimi ogni tanto va via. Allora ho aggiunto un elasticaccio qualsiasi che prende la scatolina e si aggancia all'anello della staffa del fotoforo. E così va benissimo: ma credo che il collegamento migliore fra le due staffe sia un elasticone, non piccolo perché tenga stando poco teso, altrimenti alla lunga si snerva. Altri dettagli perfettibili sono ad esempio i ganci che in ogni staffa si attaccano al casco: quanti e di che forma. Sul casco Galibier, ad esempio, si hanno un po' di problemi: ma sono tutte questioni marginali che sarà però interessante vedere come verranno risolte.
Si ponga attenzione, anche se sembra ridicolo, il non ten-
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dere troppo il sistema perché i caschi non sono ideati per resistere a quegli sforzi e si lesionano.
E si ponga attenzione anche ai fili che vanno dal fotoforo alla pila: il loro posto naturale è ficcati sotto l'elastico dove non danno noia. Ovviamente monta e smonta sono esposti a continui piegamenti e dunque, se non volete rimanere senza elettrico, dovete sceglierli del tipo morbido.
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A tutti dovrebbe esser noto il sistema per tenersi tesa la corda sotto risalendo in vuoto: la si tiene fra i piedi al di là della staffa. A pochi invece è noto come tenerla risalendo contro parete, cioè con un solo piede in staffa: la si fa passare fra lo stinco e la staffa, cioè all'esterno del piede, al di qua della staffa. E' un po' una tecnica da acquisire, perché non è di funzionamento così automatico come quelle per il vuoto: in questa è critica la posizione del piede e quella della staffa sul piede, ma funziona. Me l'ha spiegata l'anno scorso Mauro da Biella e l'ho poi ritrovata sul (bellissimo) libro di Marbach.
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Un, finalmente, eccellente imbrago pettorale. Già l'otto di fettuccia con cinghietto da sci va proprio bene. Un paio d'anni fa l'ho variato con il tipo di cinghietti a gancio. Da una parte (meglio la destra) il cinghietto è fissato alla fettuccia in una fibbia più o meno regolabile, (fig. 2). Il gancio si infila nella jumar e risale ad
Fig. 2
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agganciarsi al suo anello, fissato alla fettuccia. Ovviamente l'aggancio sgancio della jumar diviene rapidissimo. Ma il difetto era la scarsa regolabilità della lunghezza del pezzo che porta il gancio e il fissaggio del gancio alla fettuccina da sci che lo porta. Se non è fatto più che bene si rompe. Mureddu, che ha adottato il sistema, lo ha grandemente migliorato e adesso è toccato a me adottare il suo. Il gancio è fissato non a un pezzo di fettuccia non regolabile, ma ad un normale anello di fettuccia da sci con fibbia (fig. 3). L'aggan-
Fig. 3
cio sgancio vien fatto sul gancio (come dice la parola) e l'anello permette una facile regolazione della lunghezza. Direi che questo è un assetto conclusivo. I ganci migliori, a detta di Roberto, sono quelli Salomon. Io per ora uso i più comuni. Quel che ancora non è ben studiato è l'otto di fettuccia: ha ancora difetti e va pensato meglio.
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Continuiamo i consigli di Frate Indovino.
Volete caricare facilissimamente la corda sul discensore? Limate un po' le due carrucole proprio nella gola ove si carica la corda. Tutt'altro che indispensabile ma, saltuariamente, utile.
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E già che parliamo di Frate Indovino: volete conservare bene il vostro carburo, controllare facilmente che non sia andato a male, scegliervi subito, prima di aprire il recipiente, i pezzi più ap-
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petitosi? Conservatelo sott'olio in barattolo di vetro, come fa Fra Vianelli da Bologna nel convento dei Draghi Volanti. Il vetro è igiene e non dà cattivi odori al carburo: Fra Vianelli mi ha pregato di diffondere questo suo uso, certo che la sua fama ne sarà molto accresciuta.
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Qualcosa insegnatomi dai triestini quest'anno: poi ho scpperto che lo conoscevano anche altri ma, stupidamente, non lo usavano. Portare sempre con sé una perettina di gomma (quella da orecchio, non un clistere) per raccogliere l'acqua ovunque ci siano vaschette. E' estremamente comoda.
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G. Badino |
materiali provati
Ho scritto queste righe nella mia qualità di Coordinatore per la Funzionalità Attrezzature della Commissione Tecnica della Sezione Speleologica del C.N.S.A. A questo titolo pomposo potevo far corrispondere rapporti conseguenti, essenziali e prettamente tecnici. Ma ho preferito scrivere come è uso in questo bollettino riservando i rapporti ufficiali a quando ci sarà un posto specifico per pubblicarli. Oltre tutto scrivere in tono con "Grotte" è più divertente. E forse più utile.
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DISCENSORE STOP
Aspetto bellissimo. Fatto con una certa cura. Figlio diretto del Diablo di cui è una versione di seconda generazione, industriale. Bellissimo il colore che, nero, contrasta piacevolmente con la maniglia di dural che, con notevole senso estetico, non è stata colorata. Bella anche la forma del discensore nella parte opposta all'aggancio, al di là della seconda carrucola: i due pezzi principali del discensore non finiscono ad angolo retto rispetto all'asse principale dell'attrezzo, ma obliquamente, a circa 45°.
Lo scopo è di usarlo come risalitore per brevi tratti.
La cosa è, naturalmente, ridicola ma l'estetica e l'aereodinamica del discensore ne guadagnano. Anche la maniglia è bella e comoda anche se, devo dire, a me piaceva di pii, quella del DAD perché temprava di più gli speleologi. Il ritorno a molla è una miglioria assai utile rispetto al Diablo: si riduce l'ancoramento nei meandri e nelle partenze strette. Per ridurlo ancora occorre segare via la maniglia e bloccare la carrucola mobile, con il che si ottiene un discensore. Dentro di me penso che queste due operazioni van fatte al momento dell'acquisto ma non lo dico per non venire accusato di estremismo. Dei discensori autobloccanti lo Stop è il migliore. Mia il migliore dei cani è un cane.
Qualcuno mi ha fatto notare che oggetti del genere sono utili in un corso. Può darsi, ma mi sembra che la stessa sicurezza (o maggiore) si ottenga con un po' di prudenza e di sicura, e di autosicura, all'inizio. I discensori autobloccanti, forse, permettono di lavorare con un istruttore in meno. Dico "forse" perché mi sembra che sia sempre necessario uno che controlli il montaggio.
Ma per dire qualcosa di sensato bisogna sentire qualcuno che faccia corsi con discensori autobloccanti. Il mio giudizio è più strettamente operativo: in abisso, con tanti tipi di corde, di fango, partenze strane e pendoli, scendere con un discensore autobloccante è una follia.
TUTA MARBACH BLU A CHIUSURA DIAGONALE
E' la risposta alla tuta Spéléus. Il tessuto è dello stesso genere, traspirante e fino ad ora (a mia esperienza, circa un anno) più robusto. Grosso vantaggio la tasca al petto. Il cappuccio rientrante nel colletto è bellino ma non viene voglia di usarlo essendo un po' difficile metterlo via. La chiusura sul davanti diagonale, è una amenità prevista in risalite bagnate per non ficcare dentro l'acqua che corre sulle corde e si infila in corrispondenza dei bloccanti. O forse per strisciare aprendosi meno la tuta. Non mi sembra però che ci sia una gran differenza dalla chiusura dritta salvo che chi, come me, la tiene aperta in alto, si trova negli occhi il pezzo della tuta, che dovrebbe andare a chiuderla in alto a destra sul colletto: ma non è un gran problema perché basta ripie-
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garlo e infilarlo sotto. Un grave difetto, rispetto alla Spéléus, è l'impressione di essere in uno scafandro: la Spéléus era riuscita a far dimenticare questa sensazione.
Ma il difetto più grave che mi fa dire che è una cattiva tuta, sono le cuciture. Saltano, sono fatte malissimo. Ed è inutile usare un tessuto robusto se poi i vari pezzi che compongono la tuta si separano mentre siete in grotta. O le cambiano, o non è una tuta da avere.
La Spéléus a mio parere continua, pur con alcuni difetti, ad essere la migliore.
ACETILENE CIBIÈ
L'ho vista per la prima volta a Costacciaro e, devo dire, mi aveva convinto. Abbastanza leggera, un rapporto fra i due serbatoi ragionevole e fatta con cura in molti particolari. Così ne ho comprata una (il modello piccolo) da Repetto che, peraltro, diventa sempre più esoso. Il prezzo di quell'acetilene è mostruoso, però, si sa, è l'acetilene dell'era spaziale.
Per prima cosa mi accorgo che il fondo del serbatoio è incollato con un po' di colla tipo Bostik. Dunque ci faccio una colata di resine epossidiche. La porto a Rio Martino, al corso di speleologia, e spacco, aprendola, l'astina dell'acqua che si era incastrata nel moschettone che reggeva l'acetilene. Colpa mia. Riparata la ho continuata ad usare finora. Il fondo, anche se reincollato, se ne è andato, per fortuna mentre ero fuori. Peraltro si sta già forando a causa della vite di chiusura che lavora acciaio contro alluminio con risultati ovvi. Ogni volta che si scarbura (ho lasciato perdere i serbatoi di riserva) impiega parecchio a ripartire ma, devo dire, poi funziona abbastanza bene anche se ogni tanto sale l'acqua lungo il tubo. L'autonomia del modello piccolo è troppo ridotta anche per me che uso fiamme basse. Tanto più che c'è da rimbecillire a tirar fuori il carburo che, come è noto, gonfia, si mette in opposizione in quella specie di fessura che è il suo serbatoio e non viene via. Fra l'altro deforma anche le pareti. Ancora: l'innesto fra i due serbatoi è calcolato al millesimo e basta un po' di porcheria che non si riesce a innestarli. Per questo però basta usare un po' di lima.
Tappo dell'acqua. Il sistema per permettere il passaggio dell'aria (tacca su tappo e tacca su serbatoio) provoca casino: non si riesce mai ad aggiustare bene le tacche in coincidenza. Il sistema di chiusura del tappo (tipo thermos) è simpatico, peccato che non funzioni. Del resto pretendere che funzioni un sistema così delicato e (anche ammesso che ci si riesca nonostante fango e guanti) supporre che si riesca anche a far coincidere le due tacche per l'aria, mi sembra veramente un po' ingenuo. In pratica lo si allarga del ragionevole e poi lo si usa come un tappo di sughero.
Ho elencato un po' di difetti: non sono gravissimi (salvo quello di perdere il fondo) ma fan sì che, complessivamente, la Cibiè sia abbastanza una schifezza.
Ovviamente il suo prezzo è assolutamente incredibile. Può
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avere un qualche senso per gite sotterranee che durino poco cd ove il rimanere senza luce non sia una tragedia. Ma a quei punti si può usare qualunque cosa.
L'"ACETILENE DI PLASTICA"
E' finalmente morta (o meglio è in agonia ma non è più affidabile al 100%) dopo tre anni di glorioso servizio. Si tenga presente che per circa un anno ho cercato di sfasciarla per vedere se ci riuscivo. Tutto quel che mi è riuscito di fare è stato: far marcire la molla (inutile) dello spinotto dell'acqua, arrotondarne tutti gli spigoli, spaccare, cadendoci sopra in un meandro, la sede della bocchetta d'uscita dell'acetilene (facilmente riparata con un po' di resina epossidica), far sparire tutte le scritte con la marca, il che mi ha impedito di ordinarne altre dieci.
Con tutto ciò l'acetilene ha continuato a funzionare benissimo fino a che le filettature di collegamento dei due serbatoi non si sono "stancate" e quasi spanate. E così l'acetilene è diventato poco affidabile (più comunque della Cibiè) ed è stata messa in pensione.
Difetti. Da come si presentava quando me l'hanno data c'è da:
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Segare via un paio di bulloni e del materiale di troppo nel quale sono immersi questi (l'ho fatto subito); |
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Cambiare la bocchetta d'uscita del gas. Infatti dritta com'è fa uscire il tubo perpendicolarmente all'asse principale dell'acetilene. Questo è scomodo e può portare a rotture. Bisogna dunque prevedere di fare una bocchetta a gomito (questo non l'ho mai fatto). |
Altro difetto, un po' grave per chi la usa con gente che ha acetileni con serbatoi grandi: questa acetilene vuole carburo piccolo, meglio se granulare. Dunque all'esterno negli ultimi anni, ho sempre passato dieci minuti a spaccare carburo. E così anche dentro. Ma ritengo che anche in questa maniera ne valesse la pena. Naturalmente, se si usa già carburo a pezzi piccoli il problema non si pone. Essendo facile da aprire e da pulire ho usato sistematicamente la tecnica di aprirla spesso e tirarne via la polvere scuotendola.
Direi che la mia alta opinione di questa acetilene deriva molto proprio da questo: se è facile da aprire, se si può ripulire il carburo in 5-10 secondi, voi avrete sempre una acetilene in condizioni ideali di funzionamento. Personalmente aspetto che, finalmente, qualcuno ne faccia arrivare altre.
MANIGLIA BONATTI
Ne ho provate addirittura due, datemi da Gianmaria Pesenti. Finché se ne parlava come di un prototipo, le mie osservazioni erano riservate alla Bonatti. Ma visto che ora le maniglie sono in commercio le pubblico.
Il movimento di bloccaggio è furbo. La corda viene strozzata non da un cuneo che ci si incastra contro come nel Dressler, ma
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da una leva caricata dal peso del corpo, analogamente al Gibbs.
E dunque del Gibbs ha alcune delle caratteristiche buone: non rovina la corda perché è senza denti, blocca in qualunque situazione. Vorrebbe però avere anche le buone caratteristiche della maniglia Dressler, ma per alcuni sbagli di progettazione non solo non le ha ma è, per certi versi, pericolosa.
Prima descrivo dei difetti marginali.
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La barretta che in basso collega il corpo maniglia all'impugnatura, si incastra contro la jumar, in fase di risalita, quando, arrivati alla massima estensione del corpo i due attrezzi sono sovrapposti. Si ovvia con un movimento di torsione del polso, quando i due attrezzi sono vicini, per allontanare la barretta della jumar. Bisogna abituarsi a questo movimento. Subito dopo però succede che la barretta si trova immediatamente sotto la gola della jumar che, quindi, ci si può appoggiare sopra. Capita perciò, ogni tanto, che si cerchi di rimandare su la maniglia ma non si possa perché ad essa c'è appoggiata la jumar: che ne scende con un buon sforzo e un gran sinistro, TOC. |
La prima volta che ho avuto questo effetto ero con Bianchetti a -600 nel Gortani su un pozzo da cento su corda da otto. Ovviamente non l'ho gradito poi tanto, dato che non riuscivo a capire cosa succedeva: ogni tanto faceva TOC ma io rimanevo su. Ma non è un gran difetto: basta limare la barretta in modo che sparisca il gradino.
Alla seconda maniglia datami ho segato via la parte eccedente in modo che la mano appoggi anche sulla leva di bloccaggio. Questo ha fatto sì che la maniglia sia:
- più comoda (nettamente)
- più leggera (poco importante)
- più pronta nel bloccaggio.
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II Difetto, anzi il Disastro. Il gancio che, collegato alla leva di bloccaggio con un perno e una molla, permette di: - aprire la maniglia - tenerla aperta - impedirne l'apertura accidentale è un fallimento completo. |
Per il primo punto: la maniglia è tanto dura e difficile da aprire che ho smesso anche solo di provarla. Quando si han mani infangate e guantate aprirla con una mano è impensabile, con due difficile. Cosa questo comporti in uscite difficili da pozzi con spit avanzati ve lo lascio immaginare: è qui che diventa pericolosa.
Secondo punto. Questo gancio è tanto mal fatto che una volta bloccata aperta è difficile chiuderla sulla corda. A cosa serva il fatto che una maniglia di quel genere rimanga ben bloccata a-
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perta lo ignoro.
Terzo punto. Impedire l'apertura accidentale. La molla di collegamento gancio-leva è fissata al gancio in maniera rigida. In quel punto il filo di cui è composta lavora a stancamento e con un gran uso e molto fango come nel caso della mia maniglia, si rompe. E, orrore, se si rompe il gancio non impedisce più l'apertura accidentale. Nella maniglia Dressler l'assenza del gancio non ha grandi conseguenze, anzi per certi versi è meglio (fino ad una settimana fa ne usavo una che, per l'appunto, non ha il gancio). Nella maniglia Bonatti invece questo comporta l'uscita dalla corda con grande facilità. Ecco di nuovo annidarsi il pericolo.
A me spiace molto che una maniglia potenzialmente così pregevole debba sputtanarsi per difetti così facilmente ovviabili.
Vedremo se la Bonatti deciderà di non lasciare le cose a metà, e compromesse, come sono ora. Sarebbe stato uno spreco di soldi perché, così, quella maniglia non è assolutamente da acquistare.
TUBOLARE PERSONALE PICCOLO - STEINBERG 201
Sacchetto personale indovinatissimo.
E' ideale per metterci roba tipo la perettina, carburo di riserva, coperta spaziale, viverini, un fornellino ed un bicchiere, discensore in salita e staffa in discesa. Indovinate le dimensioni; a volte si desidera sia più grande, a volte più piccolo ma questi opposti desideri sono di uguale frequenza e dunque le dimensioni sono la giusta via di mezzo. Non mi convincono ancora le chiusure: la tanka sulla prolunga è assai giusta ma appena il cordino su cui corre vede un po' di fango non si riesce più a far scorrere nel tessuto che è (forse) appena troppo rigido. Ho ovviato tagliando opportunamente la sommità della prolunga, dove scorre il cordino; l'ho fatto diventare una serie di anellini di stoffa, asportando il più. Va meglio ma è ancora lontano dal buono. Forse una serie di anellini o una stoffa più morbida (resisterà?) ovvierebbero.
Anche la chiusura principale, tipo sacco tubolare non mi convince per nulla: nodi complicati sul cordino sottile fan rincretinire a scioglierli, e i troppo semplici, caricati poco come sono nel sacchetto se, com'è ovvio, lo si appende all'anellino, si sciolgono da sé. Mi sembra che un'altra tanka sia meglio. Altro difetto è che me la son dovuto comprare. Nessuno pensa mai a me.
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Giovanni Badino |
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schede:
la ciuaiera
Alcuni anni fa G. Badino iniziava una serie di articoli sugli abissi più interessanti della regione; lo scopo era quello di mettere a conoscenza di tutti i dati precisi su alcune grotte, note da molto tempo ma delle quali poco si sapeva riguardo alla loro ubicazione ed al loro armamento. Purtroppo l'iniziativa di Giovanni naufragò: esplorare è molto più facile che scrivere, diceva Marsian... Ora dopo alcuni anni si riprova con una nuova serie di schede utilizzando anche la parte grafica per rendere più chiara la descrizione.
Apre la serie l'abisso della Ciuaiera, scoperto ed esplorato nel lontano 1961 dal G.S.P., rivisto dagli ormeesi nel '78 e riarmato per l'uso delle corde solo quest'anno da Meo, Carlo e Depaoli. La grotta è molto bella, abbastanza facile, consigliabile per le ultime uscite di corso o semplicemente per una divertente domenica sottoterra.
ABISSO DI CIMA CIUAIERA, n° 146 Pi (CN)
Itinerario
Attraverso una nuova strada carrozzabile che dall'abitato di Ormea (Val Tanaro) si snoda per i ripidi pendii meridionali dell'Antoroto, si raggiunge la Colla dei Termini. Lasciata la macchina in prossimità della Colla, si segue sulla destra la cresta indicata sulla carta IGM 1:25.000 (tavoletta Valcasotto) con le quote 2065-2087, fino a raggiungere un colletto visibile immediatamente a sinistra di Cima Ciuaiera (20 min.). Qui si trova una grossa depressione (60x 60 m) costellata da numerose doline: in quella più spostata a sinistra si trova il maestoso ingresso dell'abisso.
Itinerario
Descrizione
Si inizia con ampia dolina, (6x15 m) in ripida discesa, contenente in certi anni molta neve. Alla base dello scivolo iniziale si apre un pozzo di venti metri che scende in un ampio salone con tipica morfologia di crollo. Il pozzo che segue è di 40 m, scavato in una grossa frattura in direzione NE. Ancora un saltino di 8 mesi giunge sul soffitto di un salone alto circa 35 m. La discesa è molto bella, quasi al centro del grosso ambiente. Seguono poi una ripida china detritica, due
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Abisso della Ciuaiera - sezione
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brevi salti ed un pozzo franoso di una quindicina di metri. In questa zona. l'unica un po' stretta in tutta la grotta, è avvertibile una discreta corrente d'aria. Un salto di una decina di metri immette nell'ultimo pozzo diviso in tre brevi tratti ed alla base si apre un salone (15x30 m) con un caotico ammasso di grandi e numerosi blocchi di frana e con un riempimento totale di argilla e sassi un po' dovunque nelle parti più basse.
La grotta presenta solo diffusi stillicidi ma nel complesso appare piuttosto secca, è però interessante notare che tutta l'acqua assorbita nella zona Ciuaiera-Zottassi dovrebbe, dopo un percorso sotterraneo di circa 5 km in linea d'aria con un dislivello di 1.000 m, ritornare alla luce in Val Corsaglia, attraverso la risorgenza di Borello. La singolare situazione geologica (sbarramento verso Nord di rocce impermeabili, intensa fratturazione con orientamento NW-SE) e l'analisi delle acque con l'uso degli isotopi sembrano confermare una simile ipotesi.
SCHEDA D'ARMO (sinistra e destra sono idrografiche)
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Meo Vigna |
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(inserzione)

CENTRO NAZIONALE DI SPELEOLOGIA "MONTE CUCCO" - Costacciario (Perugia)
Il Centro è posto nel nucleo storico del paese di Costacciaro, al confine fra l'Umbria e le Marche (statale Flaminia; stazione ferroviaria di Fossato di Vico a 8 Km. con servizio di pullman). E' dotato di 50 posti letto, soggiorno, sala convegni, deposito materiali, docce, acqua calda, uso cucina (per gruppi max. di 20 persone).
E' base ideale per le grotte di Monte Cucco (922 m di profondità e 20.867 m. di sviluppo), delle Tassare (-438), del Chiocchio (-514), del Mezzogiorno/Frasassi, Buco Cattivo, Grotta Grande del Vento/Grotta del Fiume, ecc.
In prossimità sono state attrezzate le palestre speleologiche di Fondarca, Fossa Secca, La Rocchetta, e si trovano le zone alpinistiche della Gola della Rossa, Gola di Frasassi, Corno di Catria, M.te Cucco. Nel periodo invernale il Centro promuove escursioni con sci da fondo e tiene aperta la pista per fondisti di Pian delle Macinare.
Nel 1981 il Centro sarà aperto continuativamente dal 15 aprile al 15 settembre, e in seguito su richiesta di Gruppi speleo e associazioni. Tra le iniziative e manifestazioni dell'estate-autunno figurano il Corso Nazionale di Introduzione alla Speleologia e il Corso Nazionale di Tecnica Speleologica (entrambi a cura della Scuola Nazionale di Speleologia del C.A.I., 21-28 giugno), la traversata della Forra di Rio Freddo (12 luglio), e il 2° Incontro Internazionale sulla cinematografia e fotografia speleologica "Immagini dalle grotte" (13-14-15 novembre).
Per informazioni scrivere o telefonare al Centro Nazionale di Speleologia, Gruppo Speleologico C.A.I. Perugia, Via Cesarei 4; 06100 Perugia, tel. 075/28613 (sede amministrativa); la sede operativa è in C.so Mazzini, 9; 06021 Costacciaro; tel. 075/9170236.