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GROTTE
anno 23, n. 73 - sett.-dicembre 1980
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
SOMMARIO
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Notiziario |
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Attività di campagna |
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Pozzo della Neve |
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Pellegrinaggio di là dal Timavo |
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Fighiera: al bivacco |
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Ritorno a Biecai |
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Il Buco del Disperato |
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Abisso Dolly -275 |
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La prima punta del campo |
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Appunti su colorazioni e idrologia |
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Sul rilievo |
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Cronologia essenziale delle esplorazioni |
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L'incontro del Soccorso alle Carsene |
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Sulla lunghezza delle gasse |
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Il mezzo barcaiolo bloccato |
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La sede della placchetta per gli spit |
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Attività biospeleologica 1980 |
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Recensione |
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Pubblicazioni ricevute |
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Redazione: |
Marziano Di Maio |
(resp.) |
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Giovanni Badino |
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Andrea Gobetti |
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Roberto Menardo |
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Elio Pulzoni |
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Stampa: LITOMASTER, v. Sant'Antonio da Padova, 12 |
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Stampa del rilievo del Dolly: COPYRID, v. del Carmine, 11 |
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Notiziario
Assemblea di fine anno 1980 del GSP
Si è tenuta venerdì 12 dicembre, con il consueto o.d.g.
Badino ha dato per sommi capi relazione sull'attività fatta, con particolare riguardo a quella esplorativa; da ricordare innanzitutto la spedizione in Turchia, le esplorazioni al Fighiera (con iniziative più che altro individuali, però), a Piaggia Bella, all'A 28 (-190 e continua), al Dolly (l'80% è anche rilevato), le puntate alla Buca della Neve, alla Genzianella, al Gortani. L'attività estiva ha risentito degli impegni del campo alle Carsene per l'organizzazione e lo svolgimento dell'Incontro dei volontari del Soccorso Speleologico.
Si rileva che è in decadenza l'attività esplorativa di squadra e si discute abbastanza sull'argomento.
Per il magazzino Eusebio e Perello confermano che ora la situazione è abbastanza buona, dopo le condizioni penose in cui era l'anno scorso. Necessitano un canotto e scalette.
Capanna Saracco-Volante: Coral relaziona sui lavori di riordino che sono stati fatti e su quelli da fare (rimettere a posto il pavimento, riverniciare l'interno, acquistare coperte, pantofole o zoccoli, sedie). Bisogna far pagare il pernottamento a quelli che non sono membri del GSP (questi ultimi pagano un forfait compreso nella quota sociale). E va regolamentato con severità l'afflusso di estranei, nel senso che va data ovvia precedenza in certi periodi di affollamento a quelli che vengono per compiere attività speleologica.
Franca Mazzer comunica che la situazione finanziaria è discreta. Villa, per la biblioteca, non ha novità di rilievo da render note. Arietti, per il Catasto, lamenta che il lavoro è sempre molto, ed è sempre molto snobbato. Per l'OPS qualcosa si è riusciti a fare.
Per il bollettino, Di Maio ricorda che sono usciti regolarmente i tre numeri annui, di cui uno interamente dedicato al Fighiera con il rilievo dell'abisso. La collaborazione è egregia nelle fasi di lavorazione tipografica (Eusebio 3 numeri, Pulzoni 2, Ciquera, Curti e Menardo 1) e di scrittura degli indirizzi per spedire il bollettino, ma lascia a desiderare nelle cose più importanti: la puntualità di consegna degli articoli e l'aiuto redazionale. Per il prossimo anno si propone fin d'ora di potenziare la redazione.
Ordinaria amministrazione per l'Archivio (Garelli) che è in attesa di ospitare presto il rilievo del Fighiera, e per la Segreteria (Margherita Coppa).
Per la sez. fotografica, Villa fa sapere che il nuovo fotodocumentario è a buon punto di montaggio, e che sono state girate le prime riprese cinematografiche.
La sez. biospeleologica (Casale) ha compiuto ricerche i cui risultati sono pubblicati sul presente bollettino.
Sono stati poi nominati 32 membri aderenti ed eletti 25 membri effettivi per il 1981.
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I membri effettivi sono:
Paolo Arietti, v.Cavour 3, Brusasco, tel. 91.72.20
Aldo Avanzini,
Giovanni Badino, v. Scatti 7/5, Savona, 019-28452; v. Airasca 4, Torino, 33.25.01
Piergiorgio Baldracco, v. Case Ostino 67, Cavagnolo, 91.51.705
Carlo Ballesio, c. Orbassano 380, tel. 30.29.87
Margherita Coppa, P. Carducci 130, 69.56.46
Danilo Coral, v. Luini 126, 73.68.39
Pier Carlo Curti, c. Orbassano 255/F, 35.77.61
Marziano Di Maio, v. Cibrario 55, 75.12.53
Piergiorgio Doppioni, v. San Donato 27, 47.301.84
Attilio Eusebio (Poppi), v. Arquata 13, 50.35.98
Riccardo Francone, p. Hermada 10, 83.72.52
Uccio Garelli, v. Caraglio 7, 37.44.90
Andrea Gobetti, strada Reaglie, 89.04.21
Franca Maina (v. Villa)
Michele Marro, v. Benevento 18, Priola (CN)
Franca Mazzer, v. Domodossola 23, 77.72.42
Marco Perello, v. Feletto 35, 27.09.82
Elio Pulzoni, v. Vicarelli 10, 30.94.904
Walter Segir, v. Brandizzo 65, Volpiano, 98.84.529
Patrizia Squassino v. S.Anselmo 19, 68.13.95
Gianluca Tesio, str. Revigliasco 216, Moncalieri, 860.93.19
Meo Vigna, v. San Bernolfo 61, Mondovì, 0174-2258
Giuliano Villa, Condominio Aurora, via Circonvallazione, Polonghera (CN), (011) 97.44.36
Walter Zinzala, v. Medici 88.
I 32 membri aderenti sono:
Roberta Alunni, c. Sebastopoli 297/16, 30.63.28
Laura Baldracco Ochner (v. Piergiorgio)
P. Luigi Bertarione, v. Ruffi 5, 216.81.14
Davide Caffaratti (Piottino), v. Bove 12, 58.19.26
Pier Luigi Carena, v. De Gasperi 35, Cambiano, 94.40.520
Achille Casale, c. Raffaello 12, 650.88.84
Elido Casati, v. Manzoni 6, Rivalta T., 90.90.605
Ugo Cisero, c. Maroncelli 47, 60.63.463
Giuseppe Chiodin, v. Torricelli 37
Filippo Ciquera, c. Svizzera 34 bis, 74.90.185
Giovanni Collo, v. Chiffi 45, Carmagnola, 97.02.27
Adriana Fara, v. Filadelfia 112, 32.63.64
Francesco Franco, v. Centallo 26, 24.19.33
P. Mauro Giachino, v. S.Anselmo 19, 68.12.46
Gianna Gianelli, c.Svizzera 10, 77.89.75
Giovanni Gili, v. Manzoni 4, Pianezza, 97.76.888
Piero Giordano, c. Unione Sovietica 397, 61.09.60
Alma Giraudo, c. Giulio Cesare 41, 23.16.87
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Franco Griotto, v. Cimarosa 4, uff. 65.57.45, 78.31.56 casa
Gianni Guidi, Priola (CN)
Adalberto Longhetto, fraz. Coggia 27 A, Moncestino, 0142-94.52.76
Tullio Martorana, v. Torino 244, San Mauro T., 822.13.95
Roberto Menardo, v. Parini 3, Nichelino, 62.04.15
Antonio Moriani, c. Principe Eugenio 4, 48.18.68
Marco Mussano, v. Garessio 37, 67.18.62
Dario Pecorini, c. Ferrucci 94, 44.71.156
Valerio Pusceddu, v. Breglio 68, 21.61.293
John Toninelli, c. Regina Margherita 205, 48.04.91
Janos Toninelli (v. John)
Marco Tonon, c. Agnelli 28, Settimo Tor., 800.04.57
Giordano Bruno Ventavoli, c. Chieri 193, 88.42.70
Marco Zanone, c. Moncalieri
E' stato riconfermato presidente Piergiorgio Doppioni; l'esecutivo è composto, oltre che dal presidente, da Giovanni Badino, Attilio Eusebio, Giuliano Villa e Walter Zinzala.
I responsabili delle sezioni sono i seguenti:
magazzino: Carlo Curti e Marco Perello
segreteria: Margherita Coppa
archivio: Uccio Garelli
biblioteca: Giuliano Villa e Adriana Fara
cassa: Franca Mazzer
bollettino: Marziano Di Maio (con Badino, Menardo e Pulzoni)
OPS e catasto: Paolo Arietti
Capanna Saracco-Volante: Danilo Coral e Michele Marro
biospeleologia: Achille Casale
foto: Giuliano Villa
rilievi e materiale scientifico: Giovanni Badino
sez. archeologica: Danilo Coral
Proiezioni e concorsi fotografici
Il 30 settembre, nell'ambito delle manifestazioni di "Montagna 80", è stata organizzata dal GSP in collaborazione con la direzione di Torino-Esposizioni una serata speleologica (Abissi e meraviglie) con proiezione di film e di diapositive di Giuliano Villa.
Altre proiezioni di Villa hanno avuto luogo in novembre al Lyons visconteo di Milano e, con il fotodocumentario "Anatolia '80", nella sede del CTG K2 del Lingotto e al Circolo "La Güra" di Rialmosso nel Biellese.
Una foto di Villa scattata all'Arma del Lupo l'anno scorso, è stata presentata al concorso fotografico a tema libero indetto dalla Galleria d'Arte "Il Radiante" di Torino per stampe artistiche, ed è stata classificata al secondo posto.
Varie
Lo stand della nostra sezione UGET al Salone della Montagna è stato affidato quest'anno al GSP ed è stato allestito soprattutto con l'uso
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di pannelli luminosi e con grandi foto a colori. Nella settimana dal 27/9 al 5 ottobre migliaia di visitatori si sono soffermati ad ammirare le immagini del mondo sotterraneo, e molti hanno chiesto ragguagli e informazioni agli speleologi del GSP che facevano servizio permanente allo stand.
In occasione di SportUomo si è tenuta una riunione delle guide alpine del CAI per dibattere il problema degli accompagnatori di montagna. Si è parlato anche di grotte ed è stata presentata e accolta con favore la proposta di istituire la categoria delle guide speleologiche, con mansioni ovviamente limitate agli ambienti carsici.
Il prossimo Corso di speleologia, il 24°, si svolgerà dal 30 gennaio al 12 aprile 1981, sotto il patrocinio dell'Assessorato per lo Sport, Gioventù e Turismo della Città di Torino. Sarà diretto da Eusebio e Pulzoni, coadiuvati da 11 istruttori per le lezioni e per le uscite in grotta, più 5 aiuto-istruttori; segreteria e tesoreria sono affidate a Margherita Coppa e Franca Mazzer. Per la prima parte del Corso le lezioni saranno 6 e le uscite in grotta 3, più un'esercitazione serale ogni settimana nella palestra di roccia di Palazzo a Vela. La seconda parte, di perfezionamento per quelli che vorranno continuare, consiste in altre 5 lezioni e altre 3 uscite, di cui 2 in grotta e una in palestra di roccia.
La Regione Piemonte sta realizzando il progetto di un Museo Regionale di Scienze Naturali, che sarà allestito nel palazzo dell'ex S. Giovanni non appena saranno terminati i necessari restauri da tempo intrapresi. E' singolare che su quattro studiosi assunti per le necessità del museo, tutti quattro hanno fatto parte o sono tuttora del nostro Gruppo:
Franca Campanino Sturani e Giorgio Peyronel. aiuto conservatori rispettivamente di Paleontologia e Geologia-Mineralogia, e gli attuali membri del GSP, Achille Casale, responsabile della sezione di Entomologia, e Pier Mauro Giachino, aiuto-conservatore di quest'ultima sezione.
PER UN BUON USO DEL MAGAZZINO
Alcune indicazioni utili per l'uso del magazzino:
- è possibile prelevare e/o riportare materiali di gruppo tutti i venerdì sera tra le 21 e le 21.30, previa telefonata ad uno dei magazzinieri;
- il membro del G.S.P. che richiede i materiali si assume la responsabilità del loro ritorno, che deve avvenire possibilmente il venerdì successivo;
- si prega di avvisare i magazzinieri nel caso che una corda (o altro) sia stata lesionata durante l'uscita in grotta;
- si prega inoltre di riportare il materiale pulito!
Questi in linea di massima i punti a cui ci si dovrebbe attenere perché il magazzino continui a funzionare, si tratta poi di onestà e di buon senso da parte di tutti i membri del Gruppo.
Nel caso sia necessario svolgere dei lavori in magazzino (es. riordino, controllo delle corde, costruzione di scalette ecc.) verrà concor-
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data una sera della settimana, in cui sarà necessario ritrovarsi numerosi.
Materiali disponibili in magazzino:
- corde: circa l Km
- scale: 50 m
- sacchi da punta: 15
Materiale in vendita:
SPIT: L. 450
Bombole acetilene "Arras": L. 18.000
Pompette: L. 3.000
Per chi ancora non lo sapesse:
sede del magazzino, via delle Orfane n. 1
Carlo Curti, c. Orbassano n. 380, tel. 30.29.87
Marco Perello, via Feletto n. 35, tel. 27.09.82.
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I Magazzinieri C.C.& M.P. |
Attività di campagna
5-6-7 settembre, Buca della Neve (Matese). Badino e Curti, con A. Fararo mani e napoletani fino a -560 (incidente a Curti).
7 settembre, Grotta della Mutera: F. Maina, G. Villa e Ugo.
12 settembre. Abisso Fighiera: esplorate nuove diramazioni con gallerie. A 20: Caffaratti e F. Maina. Cavità tra il Pas e il Solai: Valerio e Zinzala.
26 settembre. A 24: Eusebio (inizia con pozzo sui 20 m). Val Grana: battuta di Mussano, Cisero, Caffaratti, Tonon; trovato un buco e sceso un pozzo di 18 m. Rio Martino: Stefano, Roberto, Eraldo, Gianni, E. Pulzoni, Roberta, Curti; Ballesio.
5 ottobre. Abisso di Biecai: Eusebio, A. Gobetti, Menardo, Villa, Zanone. Abisso del Dolly: Coral, Segir, Perello, Squassino, Valerio, Zinzala; continuata l'esplorazione. Val Grana: Mussano, Ventavoli, Tonon; esplorazione della cavità trovata il 26 settembre. Palestra dietro Camaiore: allenamento con le jumar di Badino con Avanzini, Carrieri e Di Ciolo.
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19 ottobre. Abisso Fighiera: Badino con Avanzini e Di Ciolo; portato materiali ai -500 per attrezzare il bivacco. Val Grana: Casati, Eusebio, Gianelli, Janos Toninelli, Tonon.
24 ottobre. Arma dei Grai: F. Mazzer, Ballesio e A. Giraudo. A 28: rilevato da Badino. Orso di Pamparato: Collo, Curti, Eusebio, Menardo. Val Narbona: battuta da parte di Cisero, Mussano e Tonon.
26 ottobre. Badino in visita con il CGEB alla Grotta Noè, Pozzo dei Cristalli e Grotta Gigante.
1 Novembre. Zona della Balma del Mondolè: Eusebio, Mazzer e Vigna in battuta e disostruito un buco vicino alla Balma.
9 novembre. Disostruzione di cavità vicino alla Balma del Mondolè: Eusebio, Mazzer, Vigna.
16 novembre. Gita sociale dell'UGET alla Grotta delle Vene, organizzata dal GSP; 60 partecipanti, accompagnati da Ballesio, Casati, Cisero, Coral, Curti, Doppioni, Eusebio, Gianelli, A. e L. Giraudo, Giordano, Mazzer, Mussano, Maina, Segir, Squassino, Tonon, Villa. Grotta di Bossea: gita sociale della Pro Natura Torino, guidata da Di Maio. Costacciaro: riunione delle scuole di speleologia SSI, partec. Badino.
21-22-23 novembre. Abisso Gortani: Badino sceso con Bianchetti ad armare sino ai -700, 11 ore.
23 novembre. Abisso Dolly: Ballesio, Eusebio, Mazzer, Ventavoli, a colorare con fluorescina e a rilevare. Si è potuto accertare che le acque dell'abisso escono dopo 18 ore presso Artesina (v. articolo più avanti) .
6-7-8 dicembre. Abisso Dolly: Badino, Curti, Eusebio, Francone, Mazzer e Pulzoni, con Ghiglia del G.S. Biellese. Campo interno di 43 ore, durante il quale si è superato il vecchio fondo. Quello attuale del Berserk è -275.
8 dicembre. Ricerca di cavità e osservazioni di morfologia esterna sul versante destro del vallone di Carnino: Perello e Squassino.
12-13 dicembre. Arma del Lupo: F. Maina, Menardo, Tesio e Villa con speleologi imperiesi. Fatte riprese cinematografiche sino al lago freddo.
20 dicembre. Altopiano di Cariadeghe (Serle, BG): P. Arietti, F. Maina, Villa e Zanone in battuta con speleologi bresciani e ormeesi .
21 dicembre. Garbo di Piancavallo: Carena, Menardo, Tesio e altri. Mondolè: Menardo e amici a ricercare cavità (trovato un buco soffiante). Balma di Rio Martino: Perello, Squassino e Zinzala a controllare alcuni punti del rilievo.
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pozzo della neve
E' proprio all'Incontro di soccorso alle Carsene che, fra una barella e l'altra, ci mettiamo d'accordo con Tullio per una gita a questo Pozzo della Neve, nel Matese remotissimo, abisso più volte nominato ma fuori dai circuiti speleologici standard. oltre infatti alla lontananza siderale (osservazione, questa, non valida per tutti) è una grotta percorribile solo nel breve periodo di secca durante il quale il sifone che lo ostruisce a -80 diventa una pozza d'acqua. Profondo più di settecento metri ha fama di ampio, bello e caldo.
Che volete di più?
Ed è così che, ai primi di settembre, un treno trascina Adriana, Carlo e chi scrive verso la lontana capitale d'Italia: carichi di materiali e di speranze per un ottimo week-end con ottima compagnia in ottimo posto. Ci seguono in auto, ad alcune ore di distanza, Aldo ed Ivano: bloccati, quel giorno, dal lavoro. A Roma ci uniamo agli altri: Tullio, Laura, Magilla ed altri di cui non mi viene il nome; del resto vi posso assicurare che lo speleologo romano che merita più ricordare è Laura, già cantata dal Petrarca:
In tante grotte e tanto bella la veggio,
che se l'error durasse, altro non chieggio.
Dopo i normali casini organizzativi partiamo verso il Matese, che è un posto bellissimo e potrebbe anche essere migliore se fosse, come già dicevo, più vicino. Arriviamo che ormai la notte ha occupato la faggeta in cui si apre l'abisso: posto da fiaba, di sera degno di Tolkien.
Prudenza ci consiglia di entrare domattina, fottendocene del programma. E infatti le prime luci dell'alba vedono entrare la prima squadra ad armare tutto: squadra fatta di Tullio, Carlo, Magilla, i Terranova e l'estensore di queste righe. Gli altri seguiranno a qualche ora, a disarmare, quando arriveranno anche Aldo e Ivano.
Scivolo d'ingresso, pozzo, scivolo, pozzo meandrino, pozzetto e siamo ameno ottanta, o giù di lì. Lì la galleria si abbassa fino ad un metro dalla superficie di quello che adesso è una pozza d'acqua e che, in genere, è un sifone. Gonfiamo il canotto e passiamo. Al di là un po' di salita fangosa, poi inizia il meandro di un chilometro. Galleria larga, alta, splendida di concrezioni in cui si viaggia spesso a metà altezza, comodi. Ed è una fortuna che non sia un meandro come lo intendiamo noi, posto dove ti devi metter d'accordo con la roccia per andare avanti, perché siamo molto carichi. Dopo un paio d'ore di gioco in questo splendore, ma ricordo di aver pensato che con una barella sarebbe stato un casino, un po' di saltini ci mandano ancora giù fino all'imbocco del pozzo più lungo dell'abisso, un ottanta. E' armato male, l'armo tende a passare dove passano acqua e pietre, nel canalino che lo congiunge al meandro. Un lamone di fronte richiama l'attenzione su di sé: chiede uno spit. Mentre lo metto Tullio mi fa una foto, è forse la terza volta che mi capita sottoterra. Siamo tranquilli sereni, la grotta è bella e facile, facciamo casino. Scendo: ai trenta un altro spit, difficile perché teso verso sinistra, risolve il pozzo. Molto bene, penso, sono in vena. Alla base gli altri mi raggiungono in fretta. Tutto fila liscio. Foto, foto. Tullio
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vuol bruciare una PF 100, ci fa passeggiare in questo enorme salone a cercare le inquadrature che lo giustifichino. La discesa continua lungo questo pendio; saltini elementari poi un bel pozzo con lago ci immette in una nuova saletta. Ad una estremità il pozzo da cinquantacinque. Siamo poco sotto i cinquecento: sopra un banale cinquantacinque. Parte a scivolo, noto che non scarica, c'è uno spit a -5 che dà via in vuoto. Non è abbastanza in fuori, mi dice una vocina, mettine un altro mezzo metro più in là, costa solo cinquecento lire ed un quarto d'ora. Lo metto. Scendo. Bellissimo. Alla base un ameno laghetto occupa quasi tutto il fondo, due palmi d'acqua che dalla parte opposta traboccano in un pozzo che so essere quattordici. Fra il nuovo pozzo ed il quattordici, c'è un palmo di roccia. Serve uno spit, da piantare in posizione bestiale. Dò il libera, scende Carlo che mi si mette due metri a destra, sul bordo del l'acqua, dopo avermi dato la corda per il pozzetto; dò vita al martello: sede per la placchetta, tap, tap, comincio a forare, tap, tap, arriva Tullio, tap, libera!, tap, tap.
PIETRA!
Geliamo all'urlo, non c'è protezione. Scorrono tre secondi e mezzo che non ricordo mentre il sasso, proprio un pezzo di parete, mi diranno poi, smessa la statica ubbidisce alla dinamica, zeta due punti uguale a gi. Ricordo però il rumore, non l'atteso colpo secco ma un "brunch", mi volto e Carlo si abbatte, faccia avanti, nell'acqua e si adagia sul fondo. Altri secondi, questi li ricordo bene, che sono incredulo a lottare con l'acqua e con Carlo che si dibatte per tirarlo fuori. Ci riesco ma di nuovo va giù, ne colgo una sinistra grondante immagine col casco fracassato. Incredulità. Tullio mi arriva al fianco, in due riusciamo a tenerlo fuori. E' il caso di togliere il casco, mi dice? Penso sia comunque il caso. La pietra lo ha sfondato, è riuscita ancora a ferire la testa sotto il berrettino ma non è cosa grave. Temiamo però per il colpo. Lui riprende a connettere ma è sballato. Scambio due parole con Tullio, via subito, contrappeso, disarmiamo: e qui ricordo che mi rammarico che lui dica di farlo, perchè mi piacerebbe tornare domenica prossima, tanto è un bel posto.
Acchiappo un pezzo di corda per giuntare i due spit per il contrappeso e volo su per il cinquantacinque, monto il sistema e comincio a tirare. Quando esattamente tre anni fa progettai e feci la prima volta questa operazione, non arrivavo ad immaginare quanto sarebbe stata utile.
Pompo fortissimo, al limite delle forze pensando che Carlo è fradicio, fermo e in posizione seduta. Poi è sù e non è passata mezz'ora dalla caduta del sasso. Molto ben fatto perché il ferito così non ha neanche avuto tempo di raccogliere le idee sull'incidente che già la situazione si è modificata. E credo che questo fatto sia in genere quasi decisivo: certo però che in questo modo si corrono rischi. Lo cambiamo coi nostri vestiti, valutiamo la situazione, poi parte Magilla ad avvertire il soccorso di Roma e a dare preallarme a Torino. Inciso. Sì, proprio Torino, perché se appaiono problemi gravi, e con una ferita alla testa sono incombenti, il 1° Gruppo ha tutto il tempo di arrivare ed è la squadra che conosco meglio e quella di cui mi fido di più, e non di poco. Non per
speciali doti delle persone, ma perché le esercitazioni vengono prese molto sul serio. Chi non conosce le frasi del tipo: "La gente non ha tirato perché era solo una esercitazione: se ci fosse stato il ferito vero
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sarebbe stato diverso"? Questo tipo di frasi in questa squadra so che non si sente più: ed è bene perché a pronunciarle sono gli imbecilli che di come funziona un soccorso non hanno capito neanche le linee generali.
La decisione susciterà, poi, polemiche. Fossi Stato più diplomatico avrei consegnato a Magilla una missiva con dosate richieste di aiuto ad ogni Gruppo per evitare che si scoprisse che, in caso di incidenti gravi, valuto utile come un vento di prua una buona fetta della speleologia italiana salvo gente qua e là. Ma giù (sventura!) mancava la pergamena ed il calamaio si era rovesciato: così mi sono rassegnato ad un messaggio verbale semplificato: Roma subito, Torino poi. E mentre il latore parte, i quattro integri, Tullio i Terranova e quello che ha letto per primo queste righe, iniziano la lunga risalita. Recuperiamo Carlo su tutti i saltini e lo aiutiamo a camminare quando si può: è un po' rincoglionito ma reagisce bene. La squadra lavora molto bene, veloce ed affidabile (tutti tecnici del soccorso speleo) ed arriviamo alla base dell'ottanta.
Ogni volta che sostiamo Carlo si stende su uno di noi, sotto una coperta spaziale: e questo, già collaudato al Cappa, è molto ben fatto. Come ben fatto è l'arrivo sopra l'ottanta della seconda squadra con Avdo e Ivanhoe, notizia portataci da un romano che scende fino a noi.
Ben fatto lo scrivere sulla parete ora e data del sasso con sopra un enorme e partenopeo MANNAGGIA A MARONNA. Mal fatto invece che a risalire il pozzo la gente ci impiega una vita. Carlo viene recuperato con un tiro diretto, io lo accompagno in jumar. In cima ci organizziamo: Aldo e Tullio fanno servizio sui saltini, Ivanhoe ed io stiamo su Carlo, gli altri portano i sacchi. Molte le avventuri ne su questo lungo tratto; Carlo si è un po' ripreso ma fatica ancora: ciò non gli impedirà di superare gente stremata da un paio di sacchi. Mal fatto perché allenarsi costa poco, ma andando un po' in giro si scopre che la gente preferisce non spendere neanche quel poco. Preferisce pagare molto dopo. Inciso. Anche su questa storia ci sono polemiche: i coltivatori diretti di zizzania sostengono che Aldo, Ivano ed io stimiamo bestie quelli che erano con noi là sotto. Falso. L'anno prossimo torneremo di nuovo lì, presumo con gli stessi. L'essere poco decisi, l'essere ciucchi dopo venti ore di grotta, come erano QUASI tutti non è eccezione ma NORMA, non solo a Roma ma anche in tutte le altre città, compresa Torino e forse anche Trieste, anche se in quest'ultima le bizzarre, anomale persone che non sono così, sono particolarmente numerose (del resto è ovvio, sono circa Giapponesi).
Il materiale umano è quello che è: tendiamo a migliorarlo, ognuno su di sè e anche attraverso una migliore organizzazione globale, ma occorre tener ben presente la situazione.
Torniamo nel Pozzo della Neve. Poca la storia che rimane: passiamo il laghetto e saliamo i due pozzi d'ingresso, a quindici ore dall'incidente.
Carlo rimarrà intronato per un mesetto, poi peggiorerà molto e riprenderà ad andare in grotta. Del resto era inevitabile: per guarirlo sarebbe stato necessario un sasso molto, molto più veloce.
Ah, uscendo ho visto che a causa del casco e della grotta
erano i capei d'oro a l'aura sparsi
Petrarca doveva già averla vista così.
Giovanni Badino
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pellegrinaggio di là dal Timavo
"...gli dei crearono le grotte per il nostro diletto edificando il Carso in questa ventosa ascella adriatica dove tra infinite vicissitudini e commistioni di gente sublimarono in due millenni le virtù di una stirpe adatta alla vacuità del calcare".
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(Marini, Progression 5) |
Vengo a sapere che i triestini stanno organizzando una esercitazione di soccorso nel Gortani e, dopo questa, anche una serie di discese domenicali. Oh, Gioia!
Inoltro una discreta, rispettosa richiesta di esser tollerato nello stesso luogo. nello stesso tempo. Faccio leva sull'assiduo studio che mi ha portato a saper recitare il sacro testo di Dario Marini dall'inizio alla fine e dalla fine all'inizio. Inoltre:
"...vivendo sul mare e del mare si acquisisce nei rapporti con popoli diversi una mente aperta e ricettiva, negata a chi si arrocca nel retrivo isolamento di impervi cocuzzoli o nebbiose pianure".
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(Marini) |
Sante parole! la mia persona, benché spersa fra le incivili genti dell'alta valle dell'Eridano, sommersa dal rotolare di nebbie, gravide del fetore del letame e delle auto, può vantare che la sua schiatta, sebbene troppo occidentale, è pelagica. Anzi, nella casa ove ha passato i primi tre anni di vita, se saltava dal balcone finiva direttamente in mare.
La benevolenza dei triestini è seconda solo alla loro bellezza, e dunque accettano di avere un intruso fra loro.
Un venerdì di metà ottobre dunque, da Bari, dove mi ha portato un banale, non speleologico congresso, prendo un treno con destinazione Udine. E l'indomani mattina, vestito di ruvido saio, arrivo. Ahimè, sventura, l'abisso Gortani è in tremenda piena, mi dice chi mi accoglie alla stazione (non so chi sia perché non oso mai alzare lo sguardo), ti porteremo però sul Carso, di là del Timavo.
Svengo.
Mi rompe l'alto sonno nella testa un greve tuono: dalle fessure del bagagliaio della veloce auto, ove mi hanno deposto, vedo il distendersi di un fiabesco altipiano tutto pieno di grotte. Il Carso! Vorrei dell'altra cenere per il mio capo, ma l'ho già finita. Svengo.
Al tornar della mente, mi trovo in una casa davanti ad una pastasciutta: una voce dice che andranno alla Noè, ed io con loro! Riconosco la voce, la sentiamo spesso a Torino durante le Funzioni: è Gherbaz e questa la sua casa! E ancora crollo, faccia avanti!
Mi risveglia una pioggerella fine che mi lava il volto dal sugo della pasta. Il cielo si è ristretto, limitato da pareti rocciose tutt'intorno e dalle torreggianti figure degli speleologi triestini. Una voce mi dice di smetterla di svenire e di piangere di gioia. Tremante ubbidisco: incredulo, siamo nella Noè, pozzo di un sessanta metri. La risalita non la ricordo, trascorrerò una notte di lacrime agitata e confusa al pensiero dell'indomani, una mattina piovosa vedrà me stralunato nell'Abisso dei Cristalli, poi nella Grotta Gigante, giù e sù dal salto da
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centodieci, pozzo da fiaba. Ormai delirante verrò caricato su un treno di retto ad occidente.
Passa un mese ed ecco che mi ritrovo di nuovo ad Udine, una sera.
Qui so chi mi raccoglie perché Loro mi permettono di alzare gli occhi: rimango folgorato dalla vista di Vasco e di Bianchetti Trombin Veloce. Ancora nel bagagliaio fino a Sella Nevea, ove dormiamo in un condominio in costruzione e la mattina andiamo verso il Gortani. Bianchetti ed io abbiamo gli sci, Vasco no (ed io non oso rivolgergli la parola per donargli i miei) ma la neve porta. Al bivacco Bianchetti decreta che io scenderò subito con lui e Vasco domani con altri due speleologi che arriveranno. Detto e fatto: afferra un sacco, mi ci infila dentro e via, nel Gortani.
Visione fuggevole, da sopra la sua spalla, di pozzi e meandri, unico rumore i passi tonanti e l'aria che romba attorno. Poi si ferma, mi estrae dal sacco e mi dice che, essendo arrivati a più di mezzo chilometro di profondità posso rivolgergli la parola: e sparisce nelle tenebre di fronte a me. Balbettando, carponi, lo seguo per pozzetti ed una lunga meravigliosa galleria. Il divino già si inabissa nel novantacinque in cui sprofonda la galleria. Pozzo da frazionare, cosa che fa, incomparabilmente bene; e mi urla di scendere: anch'io!
Alla base si spalanca il meandro da un chilometro ma deve iniziare anche il ritorno. Ricordo vagamente la risalita, io tremante e vomitante a riguadagnare quota metro per metro. Poi sono nel bivacco mentre Vasco, generosamente mi offre un po' di sciacquatura dei piatti calda ed io singhiozzo di gratitudine. Poi mentre lui e gli altri due si inabissano, io prendo il mio saio, tutto stracciato dai meandri, i miei sci e me ne vado. Autostop e treno fino a Venezia; lì passo la sera ad attendere il treno giusto passeggiando nei suoi vicoli. Poi nella notte, risalgo verso le Alpi Occidentali.
G. Badino
fighiera: al bivacco
Ancora una discesa nel Fighiera. Con Aldo ed Ivano. Tanto per cambiare.
Andiamo giù alle gallerie ai cinquesessanta a portare materiali per il neocostituito Bivacco. Materiali importanti, prettamente esplorativi. Senza storia la discesa: finché ai quattrocento, nel meandro che porta al pozzo da novantasette, mi trovo di colpo a respirare aria di distilleria: si deve essere rotto uno dei contenitori di materiale esplorativo a 45 gradi (non è il clinometro), eppure era dentro altri contenitori di metallo. Mi precipito giù per il pozzo prima che Aldo ed Ivano sentendo l'odore decidano di uccidermi. Alla base scopro che il materiale si è salvato quasi tutto. Vengo perdonato dai due compagni. Anzi lo assaggia subito: infatti io devo uscire subito perché al lunedì Mattina devo partire da Torino e voglio dormire bene, prima. Festeggiamo la mia partenza. La festeggiamo bene, con cura.
E partiamo, loro verso il basso ad esplorare e io verso l'alto. Ho voglia di correre, se non fossero risalite su corda barcollerei. Salgo ve-
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locissimo; in galleria, duecentocinquanta metri più in alto sono ancora sbronzo. Andare avanti in orizzontale è ben più difficile che in verticale. Viva i pozzi. Una sosta a scarburare e a bere (ho una sete infernale), poi esco, a due ore e mezza da quando ho lasciato gli altri due etilisti. Dormo nel bivacco, poi nell'attesa che escano scrivo una poesiola che mi è venuta in mente in grotta. Chi fosse interessato la trova sul quaderno del Bivacco.
Poi escono e ce ne andiamo a casa.
G. Badino
ritorno al biecai
Quest'anno ha nevicato tardi sul Marguareis; così, la prima domenica di ottobre, Poppi, Elio ed io decidiamo di salire al rifugio di Piaggia Bella. Si uniscono a noi Andrea, Giuly, Franca, Piottino e altri; in tutto una decina di persone.
Arriviamo al rifugio il sabato al tramonto, la sera è bellissima e neanche tanto fredda. Tra un bicchiere di vino e una pannocchia "trovata" durante il viaggio si decide il programma per l'indomani; le idee sono molte, chi dice Piaggia Bella, chi parla di alcuni buchi trovati durante l'estate. Infine si decide di andare all'abisso di Biecai, che anni addietro è stato meta di varie esplorazioni del GSP, ma che dall'ormai lontano 1967 non è più stato disceso e di cui perciò solo i vecchi del Gruppo ricordano l 'ubicazione: uno di questi, appunto, a fine e state ci aveva condotti all'ingresso ancora ingombro di neve. L'abisso si trova oltre il colle del Pas, in Val d'Ellero, sopra il lago delle Moglie e subito sotto il lago Biecai, le cui acque di infiltrazione alimentano un po' il rio interno della grotta. Un nevaio all'ingresso, sciogliendosi, la rende impraticabile in primavera e nei mesi estivi.
Ci addormentiamo presto, e la mattina all'alba siamo pronti alla partenza. Portiamo con noi poco materiale; infatti ci avevano assicurato che la grotta presentava solo un pozzo di circa 30 metri e alcuni salti facilmente superabili. Arrivati davanti all'entrata ci dividiamo in due squadre: Andrea, Poppi e io scendiamo per primi ad armare, quindi scendono Giuly, Franca e Marco Zanone girando alcune riprese.
Quello che doveva essere il pozzo da 30 si dimostra lungo circa 45 metri, piuttosto stretto nel primo tratto, quindi si allarga diventando quasi perfettamente circolare, con un diametro di circa 10 metri. A detta di Andrea è uno dei più bei pozzi che abbia mai visto. La grotta è veramente bella, totalmente priva di fango e scavata in un calcare bianchissimo. Si scende per un meandro molto divertente che non presenta alcuna difficoltà, si incontrano quindi due salti profondi 7-8 metri ciascuno e un pozzo da 20, armati in una maniera che non mi ha convinto del tutto (Andrea e Poppi sono famosi per il loro modo di armare). Siamo ormai a corto di materiali, viene armato il pozzo seguente, sui 15-20 metri, con 3 spezzoni di corda, dei quali uno lungo 2 e un altro 7 metri. Gli amici mi lasciano solo con un nodo da superare in vuoto; nessuno mi aveva detto mai come si fa, ci metto circa 20 minuti per capirlo.
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Alla base dell'ultimo pozzo sono solo, attacco il meandro per riprenderli, ma alla prima diramazione mi fermo; andare in grotta da solo non mi piace e poi non mi entusiasma l'idea di trovare i pozzi già disarmati. Torno quindi nella saletta alla base dell'ultimo pozzo e aspetto per circa una mezz'ora. Mentre sto per risalire tornano Poppi e Andrea: si sono fermati sopra un pozzo nemmeno troppo profondo, ma impossibile da superare senza corda; Andrea ha persino cercato di farsi male, lasciando aperto il maillon dell'imbrago e vedendosi passare improvvisamente davanti agli occhi corda e discensore: per fortuna non si è fatto niente.
Risalendo nulla da segnalare, troviamo Giuly alla base dell'ultimo pozzo e dopo un po' siamo fuori. Al ri torno capisco perché non si viene spesso al Biecai: quasi 2 ore per tornare alla Capanna sono tante, specialmente se non sei troppo riposato e carico.
Per concludere: son pochi mesi che vado in grotta, ma non pensavo ci si potesse divertire tanto: merito forse della compagnia, o della grotta che certo non è proibitiva; sta di fatto che domeniche così non fanno che aumentare la voglia di andare in grotta, se ancora ce ne fosse bisogno.
Roberto Menardo
il buco del disperato
Domenica 28 settembre arriviamo al Colle del Mulo, in Val Grana; inizia la nostra prima battuta. La squadra è composta da Marco Mussano (detto postino), Ugo Cisero, Piottino e il sottoscritto. Cominciamo con il battere la zona a destra del Colle; dopo circa un quarto d'ora, ecco l'urlo demenziale di Marco: "l'abisso, l'abisso!!!".
L'ingresso del nuovo buco è una spaccatura che si inabissa rapidamente nel sottosuolo, ci vestiamo in fretta e scendiamo, siamo euforici, dopo pochi metri ci troviamo sull'orlo di un pozzo, che in realtà è un profondo meandro.
Dopo aver impiegato un'eternità a piantare i nostri primi spit, decidiamo che è meglio scenda uno solo di noi sull'"armo suicida", il triste compito tocca a Marco. Sceso il pozzo, valutato sui 20 metri, ci giunge una voce: "continua! a destra un meandro stretto e a sinistra un saltino sui 4 metri". Per mancanza di tempo dobbiamo uscire, siamo soddisfatti e ci ripromettiamo che torneremo.
A distanza di una settimana, siamo di nuovo lì, questa volta mancano Ugo e Piottino, ma c'è Giordano Bruno. Riarmato il pozzo, scendiamo tutti e tre, ed io riesco a scoprire che le pareti del pozzo sono taglienti, avendomi tranciato il tubo dell'acetilene.
Alla base del pozzo proseguiamo a destra, nel meandro, dove, dopo una decina di metri, il Postino riesce ad incastrarsi in una cosiddetta "buca da lettere". Così, io e Bruno, trascorriamo un'ora in quel gelido meandro a tirar su il malcapitato, che continua a insistere col dire che non ce la fa. Recuperato Marco, io e Bruno continuiamo a sinistra del pozzo: dopo un'arrampicata, il meandro scende rapidamente per una sessantina di
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Buco del Disperato - rilievo
metri e poi chiude in frana. Tornando indietro scopriamo una diramazione che porta ad un pozzetto molto stretto, che non scendiamo perché è tardi. Risaliamo rapidamente e recuperiamo il materiale, in mezz'ora siamo fuori e decidiamo di chiamare la grotta, che ormai ha raggiunto la profondità circa 60 m, "buco del disperato" in onore di Marco, che è momentaneamente distrutto.
Comunque il discorso non finisce qua, e nemmeno la grotta, torneremo presto là sotto e vedremo di continuare.
Marco Tonon
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abisso dolly -275
Sono in molti quelli che alle riunioni, o anche fuori, si lamentano, si incazzano e citano crisi più o meno presunte del Gruppo. Ma quando si tratta di mettersi una tuta ed un imbrago sono questi stessi che trovano migliaia di giustificazioni per non esserci o per fare qualcosa d'altro. Tutti sono molto abili a parole, ma quando si deve agire si rimane in pochi. Così quando, in novembre, decisi di riprendere le esplorazioni al Dolly, i compagni dovetti inventarmeli.
Avevo programmato con Meo un ben deciso programma: si trattava di rilevare sistematicamente, di colorare il torrente principale, di vedere dove usciva la colorazione e dopo di cominciare a cercare le prosecuzioni "giuste". Così dopo aver posato i fluocaptori un po' dappertutto, entriamo per colorare e rilevare. Sono con il Mona, la Franca e Giordano Bruno, le intenzioni sono serie e la voglia anche se non c'è, per una volta la si trova, in fondo in fondo... Per un po' rileviamo, poi gettiamo la fluorescina a -200 in un laghetto e usciamo di corsa. L'acqua uscirà colorata dopo 18 ore ad Artesina. Bene, molto bene ma con questo sappiamo solo che il Dolly di lì non scende più di molto e che quindi è il caso di cercare da un'altra parte. Un'altra parte c'è, il ramo dei Berserk che attende immutabile che due speleologi si dimentichino cosa vuol dire fessure e provino a ritornarci. Questo ramo ha però un grosso pregio: punta verso il cuore della montagna. A questo punto il Dolly presentava troppi problemi per essere risolti in una discesa, ormai la neve era alle porte e bisognava anche disarmare la grotta. Così ebbi una folle idea: un campo interno.
IL CAMPO
Già, ma per fare un campo interno occorrono tre cose fondamentali : la voglia, il tempo egli speleologi. Il tempo si trova, basta avere la voglia, se questa non c'è la si può sempre trovare là, in fondo al Dolly, ma se mancano gli speleologi non si va lontano. Poi, all'improvviso, forse spinti da irrefrenabile vergogna spuntano anche questi, 7 idioti decidono di immergersi in un buco e di uscirne due-tre giorni dopo.
Sabato 6 dicembre ci troviamo tutti nella galleria dei Berserk. Carlo, Elio, Giovanni, Riccardo, Franca Mazzer ed io del GSP e Marco Ghiglia del GSBi. Mentre i più "saggi" decidono di dormire, Giovanni, Elio e Marco vanno a rivedere il fondo a -235, ritornano mentre noi dormiamo ancora e ci spiegano che hanno passato il limite precedente.
Decidiamo che anche per noi è ora di andare, ci prepariamo e ci dividiamo; la Franca e Riccardo forzeranno una fessura nelle gallerie del Fiori di Primavera, io e Carlo scenderemo per la famosa diffluenza e per le altrettanto famose strettoie, ma questa volta fino in fondo.
IL MEANDRO DI MIMICHA
Con Carlo, compagno da sempre, ci troviamo di nuovo di fronte alle odiate fessure. Le passiamo non senza un po' di apprensione, poi avanti fino al punto dove ci eravamo fermati la volta prima. La grotta continua nel solito modo, meandro-fessura altissimo e largo dai 30 ai 40 centime-
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tri. Va avanti così per 50 metri, poi si allarga e raggiungiamo il rivolo d'acqua che prima non vedevamo. E' semplicemente meraviglioso, dopo 100 metri di schifose fessure un meandro largo un metro scavato nel calcare dolomitico nero. Proseguiamo con il nostro amato sacco, ben pesante, pieno di corde e di speranza, dopo un po' la volta si abbassa ma tra acqua e soffitto si passa, ancora avanti. Poi davanti a noi un buco nero che forse si fa in arrampicata, mentre sto per librarmi in un pindarico volo decido che è meglio se lì non mi faccio cazzate: è un pozzo di 10 metri. Alla base un laghetto ed una fessura, non si passa, neanche sbattendo la testa contro la roccia. Proviamo a pendolare, a traversare il pozzo in alto, niente. In questo ramo poi, non c'è la minima corrente di aria. Siamo un po' scocciati ma anche contenti, finalmente qualcosa di concluso e una esplorazione tra le più belle che si possano fare sottoterra. Lo rileviamo risalendo e ci accorgiamo che è anche lungo; in tutto 300 metri di sviluppo che ci portano ad una profondità finale di -275.
RIFLESSIONI
Dopo quattro anni, finalmente, si può dire qualcosa sul Dolly.
Non voglio fare un elogio delle nostre capacità esplorative o al contrario darci dei fessi, perché, in effetti, era un lavoro da fare molto prima. Voglio semplicemente esporre i risultati e i programmi futuri. Abbiamo rilevato 1400 metri di pozzi e meandri, circa altri 300 sono esplorati. La profondità raggiunta è di -275 e questo colloca la cavità al primo posto tra quelle del basso Monregalese.
I programmi futuri sono ben precisi, bisogna continuare le gallerie trovate sul fondo del ramo di Sinhue, altre ve ne sono poco prima. Esiste ancora un grosso torrente che non si riesce a raggiungere, ma che si vede e si sente al di là di una fessura.
Questo per chi crede che il Dolly sia finito, e se qualcuno vuol collaborare con noi ce lo dica.
Attilio Eusebio (Poppi)
LA PRIMA PUNTA DEL CAMPO
Ho appena finito di scrivere l'articolo di goffa e frettolosa presa per i fondelli dei triestini e già ne devo iniziare un altro. Una cronaca: ahi, ahi, per vivacizzare un po' la scrittura del racconto di due incursioni sul Carso e sul Canin, ho dovuto ispirarmi al capolavoro ineguagliabile di Dario Marini. Ma adesso? Devo scrivere del Dolly. Per iniziare potrei dire che dovevo di nuovo andare al Gortani. Era il primo week-end di dicembre e c'eran tre giorni: ma poi, mi è mancato il cuore di rimettermi in viaggio per centinaia di notturni chilometri con la sola compagnia dello zaino. Tanto più che ero utilissimo al Dolly ove si voleva fare un campo per rilevarlo tutto. Tanto più che così sarebbe venuto anche Marco Ghiglia (Biella).
Andiamo su con gli sci, entriamo al tramonto: freddo bestiale. La grotta è armata; ci ammassiamo alla base del primo pozzo a mettere il carburo. Il sospetto di averlo dimenticato alle macchine dura un po', ma quando già regna aria di tragedia l'ultimo sacco lo vomita. Giù fino al campo. Chi scrive intende fare l'esperimento di dormire con un cono di telo ter-
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mico ed il dormiben. E mentre tutti montano le amache, aprono sacchi a pelo, infilano duvet, io lego uno spago al cono e lo metto su, cominciando ad avere dei dubbi. Ci dividiamo in due squadre: una dorme e l'altra va a rilevare. A me tocca la seconda, che costituisco insieme agli altri due Paperini Elio e Marco. Andiamo verso il primo fondo, rilevando. Poca la storia, fatta di meandri pozzetti e soprattutto strumenti. Batto quaranta puntate e duecento metri e siamo al fondo, base di un pozzo-diaclasi di una dozzina di metri. Marco risale da un lato, la diaclasi si stringe ma è praticabile. Passa, io gli vado dietro continuando coi numerini, discesa, pozzetto, galleria laterale in cui mi butto a rilevare mentre lui pianta uno spit. La gallerietta chiude. Scendiamo. Un po' di anastomosi, io gli vado dietro misurando. Poi smetto di misurare ma lui già torna: continua, non gran chè, ma continua (-235). Dobbiamo ritornare al campo. Ed infatti un paio d'ore dopo eccoli che si infilano nei sacchi a pelo, eccomi che mi stendo per terra. Nonostante i dubbi che mi sono sorti va bene; sto al caldo e dormo alcune ore con interruzioni ogni volta che l'acetilene si spegne: tutto dipende da lui. Poi mentre gli altri partono (era ora) verso il nuovo fondo a rilevare, noi usciamo. Fuori il sole sta sparendo, fa un freddo inenarrabile, sciare in quella neve crostosa fa impazzire. Fortunatamente hanno pietà di me, sciatore irrilevante: Marco mi prende i tubolari e riusciamo a raggiungere le macchine in condizioni decenti e tutti insieme.
Giovanni Badino
APPUNTI SU COLORAZIONI E IDROLOGIA
I due rami del Dolly, quello dei Berserk e quello di Sinhue, hanno rispettivamente un torrente a testa. Il ramo dei Berserk si dirige verso sud quindi verso l'interno del Mondolé, non è chiaro perciò dove l'acqua di -275 possa uscire, e nessuno di noi è in possesso di elementi per fare delle previsioni concrete.
Il ramo di Sinhue, al contrario, si imposta su fratture orientate approssimativamente prima a nord poi ad ovest. L'acqua che lo percorre è stata colorata, con un chilogrammo di fluorescina, a -200. La colorazione è uscita dopo 18 ore ad Artesina, e qui ha colorato il torrente Maudagna per 30 ore. Il dislivello tra l'ingresso e dove è stata notata la colorazione è di circa 400 metri. Questo dato però, secondo me, è da diminuire di un centinaio di metri, perché non si è certi del punto di uscita dell'acqua colorata.
A. Eusebio
SUL RILIEVO
Ancora due parole sul Dolly, o meglio sul suo rilievo. Esso è pesato unicamente su due persone, Badino e il sottoscritto, che hanno rilevato più o meno metà a testa.
Lo sviluppo complessivo è di 1400 metri ed esistono ancora circa 300 metri di gallerie esplorate ma non rilevate.
La profondità, come potete vedere dall'allegato rilievo, è di 275 m
Tavola fuori testo
Abisso Dolly - pianta
Abisso Dolly - sezione
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nel ramo di Mimicha e di 235 nel ramo di Sinhue. Gli errori sono valutabili intorno al 2%, ma per alcuni pezzi penso siano maggiori: intorno forse al 5%.
A. Eusebio
CRONOLOGIA ESSENZIALE DELLE ESPLORAZIONI
A.E.
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l'incontro alle càrsene '80
Si è svolto dal 17 al 23 agosto 1980 alla Conca delle Carsene sul Marguareis il 2° Incontro nazionale di perfezionamento delle tecniche di soccorso su sola corda.
La base logistica è stata, come due anni fa, la Capanna Morgantini del GSAM. Come magazzino materiali e cucina per i non partecipanti sono state adattate le solite casermette, attorno alle quali sono state piazzate le tende personali.
Dal punto di vista organizzativo nulla è stato cambiato rispetto al primo incontro dato che esso si era dimostrato valido, anzi le operazioni preliminari, avendo una precedente esperienza, si sono dimostrate più facili e scorrevoli.
L'affluenza di partecipanti è stata molto abbondante. Malgrado la limitazione imposta e ribadita già nei mesi precedenti, sono arrivati più speleologi di quanto si potesse accettare. A parte le questioni organizzative e di approvvigionamento, l'evidente capacità del rifugio ha essa stessa imposto il numero massimo di partecipanti che in totale è stato di 56 persone.
Il lunedì mattina c'è stata l'apertura dei lavori con una introduzione sulle finalità del campo e sui problemi medici dell'imbarellamento. Nel pomeriggio sono state riprovate le tecniche di recupero con contrappeso e lo sblocco di un ferito su corda. Il martedì prima uscita in grotta. Quattro squadre in quattro cavità della zona (Perdus, Cappa, F3, F33) hanno recuperato un ferito con le tecniche provate il pomeriggio precedente. L'esercitazione ha impegnato i partecipanti dal mattino alla sera. Il mercoledì 19, sempre a squadre separate, si è provato il trasporto della barella su frana. A tale scopo sono stati molto utili i ghiaioni del Costone della Fascia alle spalle della Capanna Morgantini. Il giovedì era stato destinato a giornata di riposo e di libertà. In effetti è stata ridotta alla sola mattinata e nemmeno per tutti. Alcuni volontari hanno infatti dovuto fare gli "attori" all'F3 per un servizio del TG1 sul campo. Le riprese hanno avuto un ottimo risultato, come si è poi potuto vedere dal filmato. Nel pomeriggio si sono avuti alle ore 17 i preparativi e l'inizio della lunga esercitazione a Piaggia Bella su cui tutto il campo era imperniato. Lo scopo era di provare il trasporto della barella con passamano in una grotta senza pozzi ma con un percorso estremamente vario ed accidentato. I volontari divisi in tre squadre avevano il compito di portare la barella dal Fin all'esterno, succedendosi una all'altra con un periodo operativo per ciascuna di otto ore. L'esercitazione è terminata sabato mattina presto con il rientro alla Morgantini dell'ultima squadra. I tempi precedentemente calcolati e provati, essenziali per una buona riuscita, sono stati soddisfacenti. Il coordinamento con i radiotelefoni che mettevano in comunicazione il rifugio di Piaggia Bella, l'ingresso della grotta e la Capanna Morgantini tramite un ponte posto tra il Colle dei Signori ed il Ferà è stato ottimo.
Sabato mattina, dopo la discussione conclusiva, sono iniziate le prime partenze, terminate poi nel pomeriggio. Per i volontari del 1° gruppo il campo è invece terminato la domenica sera per i soliti lavori di sbaraccamento e pulizia.
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CONCLUSIONE
A differenza del 1° Incontro che era stato di grande soddisfazione sia per gli organizzatori che per i partecipanti, questo 2° Incontro ha mostrato parecchi problemi e soprattutto uno scarso livello di preparazione di alcuni partecipanti unito ad una scarsa volontà di dare il meglio di se stessi. Una evidente dimostrazione ci è venuta dall'esercitazione di Piaggia Bella, che dal punto di vista tecnico non è stata certo una meraviglia. Se ci fosse stato un ferito in quella barella, il trasporto all'esterno avrebbe potuto avere delle conseguenze fatali per l'infortunato.
Nel trasportare la barella con passamano è essenziale che i soccorritori, che devono sempre agire e poi spostarsi davanti agli altri in coppia, siano in grado di superare le difficoltà del cammino in maniera autonoma e che si impegnino a fondo nel loro lavoro. Si è invece più volte visto gente che sbagliava compagno, si fermava, rallentava, non trova va le maniglie o non riusciva a cavarsela nelle facili arrampicate di piaggia Bella.
In conclusione, se la tecnica del trasporto con passamano si è dimostrata ottima, non altrettanto si può dire della preparazione dei volontari, il cui cammino per molti di essi è ancora assai lungo.
Sarà quindi necessario che per il prossimo Incontro i capigruppo siano più attenti nella cernita dei volontari, in modo che non si presenti più quella disparità di capacità personali che ha nuociuto all'Incontro alle Carsene.
Un ringraziamento particolare alle ragazze del 1° Gruppo che si sono prestate per l'oneroso lavoro della cucina.
Piergiorgio Baldracco
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tecniche
sulla lunghezza delle gasse
Qualche punto sugli armamenti, e specificatamente sulla lunghezza delle gasse d'ancoraggio agli spit. La regola che viene normalmente insegnata è di farle corte per permettere l'aggancio del moschettone di autosicura. Da tre anni invece sto provando una tecnica diversa e cioè di variarle caso per caso. Al corso del' 78 alla Morgantini avevo però ricevuto delle lamentele per delle gasse giudicate eccessivamente lunghe: questo indicava che era un discorso da fare con cautela e molta esperienza alle spalle. Ho perciò atteso di averla.
Il problema è quello di avere una "vacca", cioè il tratto di corda che risale fino allo spit, sufficientemente lunga perché, al cambio in discesa non ci si incastri col discensore, prima che entri in tiro l'autosicura. Si tratta cioè di evitare la cosiddetta "trappola del frazionamento". Si tratta però anche di essere in una situazione tale che, in caso di cedimento dell'attacco, la caduta sia più piccola possibile relativamente alla quantità di corda che si ha sopra. In genere, anche nei peggiori armi, questa caduta non supera di molto il metro: è dunque di scarso rilievo per frazionamenti molto lontani dalla partenza. Discorso diverso invece è per gli spit che sono subito sotto la partenza: una caduta di un metro rischia di essere pericolosa.
Per ovviare a questo è sufficiente fare gasse lunghe, anche molto lunghe, SUGLI SPIT PROSSIMI AD UN ATTACCO SUPERIORE. Compare il problema del superarli. Il modo normale (longe su spit, stacco attacco jumar, stacco attacco pedale) è in genere impossibile. Infatti ci si deve ancorare alla gassa perché il moschettone è lontano e si viene ad avere il bloccante ventrale troppo basso rispetto alla corda dove ci si deve agganciare, che dal nodo in pratica non scende ma parte verso l'alto. La soluzione, ovvia, è di passare prima il pedale e poi appoggiandosi a quello, passare il ventrale. La critica che viene immediata, e cioè che il pedale caricato si abbassa sulla elasticità della corda superiore, senza scaricare il ventrale, non ha ragione d'essere: infatti la gassa lunga va fatta solo nel caso in cui la corda superiore sia poco elastica, cioè ce ne sia poca. Se caricando il pedale quello scende e non scarica il ventrale, vuol dire che l'armo è sbagliato: non era il caso di far gasse lunghe. Prendetevela con chi l'ha fatto. Questa tecnica sembra di scarso rilievo eppure, con un lungo esercizio, ho visto che si ottengono armi decisamente superiori a quelli standard e le difficoltà poste dal cambio sono , a ben vedere, irrilevanti. Un altro punto, forse il più importante, in cui utilizzarla è sullo spit di partenza. Ed inizio chiarendo che le righe seguenti non sono regole ma linee di tendenza. É ben noto che l'armo è in genere costituito da uno spit arretrato ed assicurato da qualche parte, ed uno spit (raro due) molto avanzato. E' altresì ovvio che la corda deve andare SCENDENDO dal primo punto ove è attaccata allo spit di partenza. Cioè il primo spit deve tendere ad essere alto, il secondo avanzato, più basso. A volte questa esigenza si scontra con le caratteristiche della roccia. Ci può essere, ad esempio, l'esigenza di piantare alto quello di partenza. Poco male. Basta fargli una gassa assai lunga in modo che il nodo sia più basso del nodo sullo spit arretrato. Faccio un po' di figure a chiarire gli esempi (v. pagina a fianco). La tendenza è quella di
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ottenere che la corda, in partenza, non faccia una serie di "vacche" ma che quando ci si appende per scendere, assuma la forma di una linea spezzata IN DISCESA. Ogni segmento deve essere in discesa. Non solo occorre valutare la geometria dell'armo col carico applicato alla corda nel pozzo, ma anche quella col carico sul mancorrente cioè in fase di uscita. Questa geometria varia perché le gasse, lunghe, sono mobili e i punti di applicazione dei carichi si spostano molto.
Notate una cosa: appendersi a mancorrenti tesi fra due chiodi è un suicidio perché le reazioni fanno sì che il carico aumenti enormemente. Questo tipo di mancorrenti invece è teso, e pronto a tenere, quando è caricata la corda nel pozzo, e si distende quando, uscendo, lo speleologo si attacca ad esso. Qualcuno penserà: "ma così facendo mi troverò a dover uscire dal pozzo quando sarò ancora molto basso. A me invece hanno insegnato che occorre che lo spit di partenza sia alto in modo che io possa uscire comodamente". È vero. Infatti a costui hanno insegnato male.
Ho già scritto, e ripeto, che le partenze, che sono l'unica grossa difficoltà tecnica in grotta, vanno calcolate tenendo presente la sicurezza e non la comodità. Questa è una variabile in più: smettete di insegnare ricordandola come se fosse un parametro significativo: è ovvio che nessuno deve neppure cercare di fare armi comodi. Gli armi devono essere sicuri. E' vero piuttosto che gli armi ottimi tendono ad essere scomodi: esposti e verso il basso. Si può naturalmente ovviare: basta piantare tanti spit finché l'armo non diviene comodo e sicuro. Ma vale la pena buttare tempo e denaro a metter chiodi al solo scopo di non rimontare i bloccanti sulla corda? Qualcuno dirà: ma la scomodità può essere pericolo. Ed io chiedo: quando? C'è sempre corda a cui attaccarsi per uscire. La tecnica fondamentale (in una uscita difficile SEGUITE LA CORDA) può essere sempre utilizzata. E' ovvio che se uno, su armi "verso il basso" del tipo proposto, tenta di uscire senza bloccanti sul mancorrente, è facile che si trovi in un casino. Ma se lo merita. E se qualcuno teme armi un po' esposti o in cui è necessario pensare un istante per andar via, è bene che smetta: le grotte potrebbero proporgli situazioni ben più tremende. Ci vuole più tempo? Forse sì, forse anche trenta secondi in più ogni pozzo. Ebbene? Su grandi abissi questo si tradurrà in un quarto d'ora in più di permanenza. Lo trovate preoccupante?
C'è un'unica situazione in cui gli armi d'ingresso vanno alti, ed è in caso di soccorso con barella. Armi bassi in tali casi possono diventare allucinanti. Allora, però, non si pianta UNO spit di partenza, ma due o tre, a seconda di cosa c'è a monte. E gli spit, arretrati sono alti, decisamente, e tanti. Ma questo è un altro argomento: il tempo a disposizione per la preparazione infatti, in tali casi è, in genere, assai lungo.
L'idea che ho voluto esprimere, in sintesi è questa: la lunghezza delle gasse non è standard ma un parametro variabile, ed ottimizzandola insieme alla variazione "posizione degli spit" si ottengono armi che in sostanza, sono perfetti. Riuscirci, naturalmente, è estremamente difficile.
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Blocco mezzo barcaiolo. I° e II° incatenamento
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il mezzo barcaiolo bloccato
Scrivendo delle barelle mi è venuto in mente un particolare tecnico molto significativo ma non molto noto. Interessante per soccorritori. Il mezzo barcaiolo bloccato. Il mezzo barcaiolo tutti lo conoscono, per bloccarlo pochi usano la tecnica standard, limitandosi a farci sopra un po' casino con la corda a monte: e si blocca. E' invece interessante la tecnica standard: il disegno la mostra. Per ricordarla tenete a mente che il pollice va verso il basso. Il primo incatenamento è scioglibile tirando la corda a monte, il secondo no. Veniamo al suo uso in soccorso. Avete spit avanzati su cui c'è la carrucola, il tiro arriva da ben fuori del pozzo. La carrucola va fissata ad una corda, corta (gassa cortissima) bloccata sugli spit con mezzo barcaiolo bloccato. Si tira. Quando la barella è in zona, uno si mette al governo di questa corda (uno furbo) e si scioglie il primo incatenamento. La barella arriva (o era già arrivata) contro la carrucola: l'operatore tira la corda, il mezzo barcaiolo si sblocca. Lui può dar corda avvicinando così la barella all'uscita. At
Carrucola su mezzo barcaiolo bloccato e in guida
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tenzione: è facile far la cretinata di avere il sistema troppo teso. Vale il discorso precedente sui mancorrenti. Nel disegno: l'angolo q deve essere intorno ai 90°. Occorre molta coordinazione fra il tiro e l'operatore: per questo occorre che lui sia furbo. E' una tecnica potentissima. Può essere usata in modo assai generale, anche con i bloccanti, ed è sorprendente quanto spesso sia utile. Andare in dettagli ulteriori sarebbe assurdo: l'analisi va demandata all'esperienza. Richiede allenamento.
la sede della placchetta
La sede della placchetta per gli spit si sta dimostrando indispensabile per un buon lavoro: e noto, in me, che il tempo che impiego a curarla è dell'ordine di quello richiesto dal foro. Che io sappia, la prima volta che è stata teorizzata come indispensabile è stato a Carsene 78. Si diceva però già che deve essere fatta prima del foro quando la roccia non ha ancora punti di debolezza: e che va fatta con lo stesso spit. Si può anche usare, avendolo, come me, un martello con becco a lama. Si fa un lavoro migliore, ma metà di quel che si toglie vi finisce negli occhi: almeno, questa è l'impressione. PRIMA, dicevo. Ed è ovvio. Compare invece sulla pubblicazione di Checco "Appunti di Progressione su Corda" (pag. 9), che prima si fa il foro e poi si spiana la roccia. E' tanto evidentemente una castroneria che penso sia semplicemente sfuggita al curatore.
Ed in effetti la pubblicazione, se purè a tratti un po', come dire, "amena", è assolutamente ragionevole. Amena è la citazione (eh, eh!) dell'eccezione alla regola che in grotta non si va soli incasellata nell'alpinismo agonistico. Alpinismo agonistico? gare? e di chi con chi? Alpinismo? e perché non "subacquea"? dopotutto si è nel profondo! oppure perché non paracadutismo? dopotutto si va giù! E perché non settore della speleologia teso all'introspezione? Che non rompe le palle a nessuno e non cerca proseliti?
Poi sparse ci sono altre stranezze: Gibbone favoloso, tre cordini, attacchi alti e multipli, Figherà senza i (se non figa figherà) e qualcos'altro. Ma in fondo, come la precedente, sono di ben scarso rilievo. E soprattutto date da una prospettiva un po' diversa: siamo cugini, non fratelli e cerchiamo cose leggermente diverse, sottoterra, ma in posti leggermente diversi. I modi, è ovvio, sono leggermente diversi.
Giovanni Badino
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ricerche biospeleologiche 1980
Per cause di forza maggiore, di ordine familiare e lavorativo, l'attività biospeleologica svolta dal sottoscritto durante il 1980 è stata limitata all'Italia settentrionale e zone limitrofe. Ciononostante alcuni risultati sono stati di notevole interesse, anche in zone già relativamente ben esplorate e conosciute.
Come nelle precedenti note, per motivi di comodo ritengo più semplice dividere l'esposizione per settori geografici, anziché per ordine sistematico o cronologico.
1) FRANCIA, VERCORS
Nei giorni 27, 28 e 29 giugno si è svolta a La Chapelle en Vercors una riunione della Société de Biospéologie, a cui ho preso parte (v. boll. Grotte n. 72, pag. 8). In tale occasione ho tra l'altro visitato nella zona, in compagnia del botanico Walter Rossi, studioso di Laboulbeniales (funghi parassiti di Insetti, molto interessanti anche da un punto di vista biospeleologico), due grotte: la Grotte des Ferrières e la Beaume Cervière. Interessanti reperti di coleotteri (Trichaphaenops, Royerella, Cytodromus) e di altri Artropodi .
2) ALPI ORIENTALI (Veneto e Friuli)
Breve campagna con mia moglie a fine maggio 1980. Visita sul Montello alle grotte del Taveran Lungo, del Taveran Grande e al Buso delle Fade in Val Pomera, tutte di estremo interesse biospeleologico per il numero di specie endemiche (Insetti, Diplopodi, Isopodi, Araneidi) presenti. L'ultima citata, in particolare, pur essendo angusta e percorsa da un rivolo d'acqua ormai inquinato paurosamente, è ancora ricca di elementi troglobi, fra cui spiccano Orotrechus messai, Orotrechus montellensis, ecc.
Sempre nella stessa zona, presso Refrontolo (Treviso), è stato visitato il Buso delle Fave, altra celebre cavità nota da decenni per il suo interesse biospeleologico. Notevole l'abbondanza di Orotrechus holdhausi bucciarellii e di Orostygia doderoi; nessuna traccia di Orotrechus messai major (descritto su un'unica femmina di questa grotta) e, cosa più strana, assenza totale di Spelaeabraeus agazzii, pure descritto di questa cavità ed endemico del Veneto orientale e del Friuli occidentale. Si tratta di una delle sole tre specie di Coleotteri Isteridi italiani a costumi cavernicoli (con Spelaeabraeus infidus e Sardulus spelaeus). Alcuni colleghi mi confermavano la rarefazione, o, forse la scomparsa di questa specie dalla grotta, dopo l'abbattimento di un castagno che ne ricopriva il pozzetto d'ingresso ed assicurava, con il fogliame, un importante apporto trofico all'ecosistema. Un ennesimo esempio di manomissione ambientale!
Più ad oriente, in Cansiglio, brevi ricerche in alcune delle numerosissime doline e cavità a pozzo dell'altopiano, con reperti interessanti di Orotrechus, Oryotus, ecc.
Non è stata trascurata la ricerca in ambiente endogeo, con scavi profondi in foresta o in alta quota, il tutto sempre ostacolato da piogge e dal persistere di un abbondante innevamento.
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3) ALPI OCCIDENTALI
A) Alpi Liguri e Marittime
Ho approfittato di una permanenza a Limone Piemonte (dall'1 al 20 agosto) per alcune puntate nei dintorni e sul vecchio, caro Marguareis.
Ho esplorato molto parzialmente, essendo solo, la "Barmassa", grotta attiva a 1500 m sopra Limone. Nessun reperto degno di nota.
Con l'amico Angelo Morisi, e successivamente da solo, ho visitato le "Gallerie di Napoleone" sopra Limonetto, e un sotterraneo militare presso Vernante, due cavità artificiali che col tempo sono state colonizzate da una fauna ipogea molto interessante (Duvalius e Sphodropsis tra i Coleotteri, Nesticus tra i Ragni, Antroherposoma tra i Diplopodi , e numerose altre entità.
Ma è sul Marguareis, nella zona delle Carsene a 2200 m circa, che è avvenuto il reperto più interessante: salito con Morisi il 10 agosto, ho raccolto in una piccolissima grotta ad andamento orizzontale, a poche centinaia di metri dal rifugio Morgantini, un esemplare di Agostinia launi, raro Trechino specializzato endemico del massiccio del Marguareis-Mongioie. In attesa di appurare l'esatto numero catastale della cavità, mi è difficile ipotizzare se essa corrisponda o meno alla grotticella di Pian Scevolai (n.24-29) di dove Coiffait segnalò pure l'Agostinia nel 1959. Da allora, comunque, non risultano pia reperti nella zona. Nella stessa grotta, e in numerosi pozzi a neve circostanti, sono stati reperiti alcuni esemplari di Duvalius pecoudi, altro elemento interessante ed endemico, a costumi più nivicoli o endogei che non cavernicoli .
Nessuna traccia di Agostinia launi invece nella grotta B6 di Piaggia Bella, sopra la capanna Saracco-Volante, dove Gobetti la trovò nel 1979. L'ho visitata col Gobetti stesso il 13 agosto, e l'unico reperto è stata la base cranica di un bello stambecco, estinto sul Marguareis forse il secolo scorso.
Sulla via del ritorno, infine, ho effettuato una rapidissima puntata in Val Pesio, alla grotta delle Camosciere n.105 Pi, ritrovandola, caso strano, al primo colpo. Dopo il violento temporale del giorno precedente, il torrente che la percorre stava smaltendo la piena, ma l'ingresso non era completamente sifonante. Vi ho reperito Dolichopoda, Duvalius carantii e Tricotteri; dell'Agostinia launi, di cui questa cavità costituisce la "patria tipica" di descrizione nel 1891, nessuna traccia. Dall'epoca della scoperta, solo un paio di esemplari sono stati sicuramente raccolti nella suddetta grotta ("allungata" alcuni fa dagli speleologi del GSAM CAI Cuneo) da parte di entomologi francesi .
Infine, da parte di P.M. Giachino sono state effettuate ricerche all'Arma dei Grai l'8 e 9 marzo, ed alla grotta del Caudano il 10 febbraio: in quest'ultima occasione è stata raccolta una larva di Duvalius carantii, oggetto di una nota (in stampa) da parte di Giachino stesso.
B) Alpi Graie e Cozie
Alcune ricognizioni durante l'anno sono state effettuate da Giachino, in un paio di occasioni anche col sottoscritto. Tra le finalità conseguite sono da citare la raccolta di alcuni esemplari vivi di Dolicho-
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poda per uno studio citogenetico per conto degli Istituti di Zoologia delle Università di Siena e di Roma, un'uscita didattica alle grotte del Pugnetto per osservazioni biospeleologiche con Franca Villa e Arietti, e il reperto di una larva di Dellabeffaella roccai (specie endemica della grotta, ricercata invano all'esterno, con scavo profondo nella faggeta, da Giachino).
Infine, ricordo un paio di uscite di Giachino, Simonis e sottoscritto, a una miniera abbandonata di talco presso Forno di Coazze (23 novembre e 27 dicembre). Interessanti reperti di Diplopodi e di Anfipodi (Niphargus, abbondanti nel ruscello interno).
Achille Casale
Appendice bibliografica
Durante il 1980 sono stati pubblicati alcuni lavori specialistici attinenti la fauna cavernicola del Piemonte, o riguardanti materiale raccolto in ricerche biospeleologiche condotte nell'ambito dell'attività del GSP.
Casale A., 1980. Trechini e Bathysciinae nuovi o poco noti delle Alpi Occidentali, e note sinonimiche (Coleotera. Carabidae e Catopidae). Fragm. Entomol. 15, pp. 305-306.
Vengono descritte due nuove sottospecie di Doderotrechus ghilianii: la ssp. sampoi, endogea nel fagetum di Piamprà (Val Pellice, destra orografica), e la ssp. valpellicis, cavernicola nella grotta Ghieisa d'la Tana n. 1538 Pi (Val Pellice, sinistra orografica presso Angrogna). La forma tipica della specie è nota solo di Crissolo, endogea nella faggeta e cavernicola al Buco di Valenza. Viene descritta la larva di Doderotrechus casalei. della grotta delle Fornaci di Rossana (CN). Vengono segnalate nuove località di Doderotrechus crissolensis, noto precedentemente solo della faggeta di Crissolo, come endogeo; due delle suddette località sono ipogee, e precisamente il Buco della Biaccio n. 1018 Pi (Rore di Sampeyre, Val Varaita) e il Buco del Tasso (Sanfront, Val Po). Viene stabilita l'identità di Parabathyscia dematteisi, descritta della grotta delle Fornaci nel 1953, con Parabathyscia oodes, descritta (come Bathysciola) nel 1934 di Crissolo. Viene infine descritta una nuova specie di Dellabeffaella, con località tipica la grotta Ghieisa d'la Tana (Val Pellice): si tratta di Dellabeffaella olmii, che si aggiunge all'unica altra specie congenere nota, Dellabeffaella roccai, endemica della grotta del Pugnetto.
Zapparoli M., 1980. Chilopodi Litobiomorfi epigei e cavernicoli delle Alpi Occidentali Chilopoda, Lithobiomorpha). Fragm. Entomol., 15, pp. 281-284.
Vengono segnalate numerose grotte piemontesi come località di reperimento di Chilopodi, su materiale in parte raccolto dal sottoscritto nell'ambito di attività del GSP.
Brignoli P.M., 1979. Ragni d'Italia XXXI. Specie cavernicole nuove o interessanti (Araneae). Quad. Mus. Spel. "V. Rivera" (L'Aquila), 5, pp. 3-48.
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Viene tra l'altro descritta la nuova specie Troglohyphantes casalei, con località tipica il Bus del Gobo Onzera (Serrada, Folgaria, TN), su materiale raccolto dal sottoscritto il 30.IV.1978.
Strasser K., 1979. Neue Arten und Unterarten von Crossosoma und Antroherposoma (Diplopoda Chordeumida). Boll. mus. Civ. St. Nat. Verona, 6, pp. 5-17.
Vengono tra l'altro descritti Crossosoma fossum, nuova specie raccolta dal sottoscritto nella faggeta di Piamprà e alla grotta Ghieisa d'la Tana (Val Pellice), e Crossosoma casalei, della Grotta della Combetta (Monterosso, Val Grana). La prima specie è di particolare interesse, essendo la più settentrionale di tutto il genere (endemico delle Alpi Occidentali), e costituendo uno dei pochissimi reperti non in sede cavernicola di tali Diplopodi.
(A.C.)
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RECENSIONE
Catalogo della biblioteca del GSI, Gruppo Speleo1ogico Imperiese CAI (al dicembre 1979). Imperia 1980.
Con un impegno veramente degno di nota il Gruppo Speleologico Imperiese del CAI, uno tra i più attivi gruppi speleologici, ha portato a termine questo lavoro di riordino della propria biblioteca che, a giudicare dai titoli riportati, è senz'altro tra le più fornite in Italia.
Troppo spesso l'attività da "topi di biblioteca" è trascurata nei gruppi speleologici, senza considerare che essa è invece di primaria importanza soprattutto per non disperdere un ricco patrimonio accumulato in anni di attività che può servire, tra l'altro, come base per la futura attività di un gruppo; fa piacere quindi notare come il lavoro sia particolarmente ben curato. Il Gruppo, inoltre, è disponibile per un servizio di fotocopie degli articoli citati nel volume.
G. Villa
Pubblicazioni ricevute
(a cura di Giuliano Villa)
Adiodati, Goretti, Melilli, Mugelli, I rami fiorentini nell'Antro del Corchia (le nuove diramazioni della sommità del pozzo cascata nei pressi del Lago Nero nell'Antro del Corchia). 1° Contributo 1980.
Rossetti A., Elementi di topografia. Orientamento e tecniche di rilievo in cavità. Pordenone.
PERIODICI
KOBIE, G. Esp.Vizcaino, 1980.
Notiz. 1979 GS Valseriana.
Bulletin du Musée d'Antropologie préhistorique de Monaco 1979.
Notiziario Speleologico Ligure n. 3/1975 e numero unico 1980 (è ripresa dopo cinque anni la pubblicazione dell'organo ufficiale del G.S. Ligure "A. Issel" di Genova).
Orso Speleo Biellese, Notiziario n. 26, lu.-ag.1980 (dedicato interamente alla spedizione in Grecia "Zeus 80"). N.7/1979 (continua l'interessante lavoro di Gavazzi sulle grotte di origine tettonica del Biellese. Lo "scheletro di Blum": applicazioni speleologiche di un nuovo concetto geometrico).
Bollettino Gruppo Spel. Imperiese CAI, n. 14 (interessante esplorazione del Garbo del Manco, il terrificante buco in parete sopra Viozene. Contributo alla conoscenza del popolamento dei tricotteri in Liguria e Piemonte).
Atti e Memorie della Commissione Grotte "E. Boegan", vol. XIX, 1979 (le grotte vaporose di Sciacca in Sicilia).
Kras 30/1978, 31/1979.
Jumar, Seccion Espel. Ingenieros Industriales, n.4/1980 (questo numero comprende un elenco completo delle pubblicazioni periodiche di gruppi spagnoli).
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BOLLETTINO Soc. Alpinisti Tridentini 4/1979.
QUADERNI del Museo di Speleologia "V. Rivera" IV - 7/8.
JUMAR Seccion espeleologia Ing. Industriales 3/1979.
CARS - Boll. Centro Altamurano Ricerche Speleologiche. n. 2-3 1979.
CAVERNES 3/1979, 1/1980, 3/1980
PROGRESSIONE 4, 5
SPELEOLOGIE 102, 103, 104, 105.
Sottoterra 53, 54, 55.
L'APPENNINO Lug. Ago, Set. Ott., Nov. Dic. 1979, Mag. Giu. 1980, Lu. Ag. '80
SPELEOLOGIA SARDA 31, 32, 33.
GROTTES & GOUFFRES 73, 74, 75, 66, 69.
CAVES & CAVING 6, 7, 8.
SPELEOLOGIA 2, 3.
SUBTERRA 80, 81, 82.
NOT. CIRCOLO SPELEOLOGICO ROMANO XXIII 1/2 1978.
DER SCHLAZ 29, 30.
NOVICE 2, 3, 4 1979.
SPELUNCA 3,1980.
LE ALPI APUANE 4/1979, l e 2/1980.
THE NSS BULLETIN 41/1, 3, 4 42,1.
NSS NEWS 37/11 -37/9, 38/80
NASE JAME 20, 21.
MONDO SOTTERRANEO 2/1979, 1/1980.
NATURA ALPINA 20, 21, 22, 23
DELTION 1/1978.
DIE HÖHLE 1, 2/1979.
SPELEO NEDERLAND 4,5/1979 - 2,3/1980, n. 12/1980
MONDO IPOGEO 3, 4/1979.
A.F.R. TARCENTO Boll. Ass. Friulana ricerche, III, 1979.
SPELEOLOGIE "E. RACOVITZA" XVII, 1978.
NOTIZIARIO ASR, SCR, GS-CAI, Roma n. 3.
SPELEO G.S. CAI-SAT Lavis.
GROTTAN 3/1979, 1/1980
G.S. BOLZANETO n. 2 1979.
IL PORTAVOCE - EPT Cuneo 2/1979.
ALPINISMO GORIZIANO 6/1979, 1/1980.
SIS-7 Centre excursionista de Terrassa. 18/1979.
NUOVA SPELEOLOGIA 11/1980.
ABRUZZO AMBIENTE 2/1979.
IPO Boll. CAI Jesi 1/1979.
BOLLETTINO Gruppo Grotte Brescia 1/1979, 2/1980.
LOCH G.S. Asiago Settecomuni 1/1978.
GASV 1978.
ORSO SPELEO BIELLESE GSB -CAI 6/1978.
LA NOSTRA SPELEOLOGIA G.G.Club Alpinistico Triestino e Raggr. Escursionisti Triestini 1/1980
NOTIZIARIO Delegazione speleologica ligure. 3/1979.
BOLLETTINO G.S. Imperiese CAI 11.
DESCENT 44/1980.
ELEKTRON 2/1980.
SPELEO FLASH n. 94.