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GROTTE
anno 23, n. 72 - maggio-agosto 1980
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
SOMMARIO
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La parola al presidente |
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La legge regionale sulla speleologia |
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Attività di campagna |
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Notiziario |
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Il 23° Corso di speleologia |
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La stagione '80 a Piaggia Bella |
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Maggio, Khyber Pass |
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Il campo estivo di PB |
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Esplorazioni subacquee in PB |
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Sifone dei piedi umidi |
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Sifone del cañon Torino: PB -680 |
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Sifone del Lago Grande del Lupo |
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Piaggia Bella zona A. A28 e A20 |
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Ancora dal fondo di PB. L'A 28. |
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Quadratura del cerchio: il perforatore |
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Anatolia '80 |
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Note scientifiche sul M. Yaraligöz |
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Sommaria descrizione delle cavità esplorate |
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Di Dolly si invecchia |
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Storie di Baader |
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Al Fighiera |
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Pubblicazioni ricevute |
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Redazione: |
Marziano Di Maio |
(resp.) |
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Giovanni Badino |
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Andrea Gobetti |
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Stampa: LITOMASTER, v. Sant'Antonio da Padova, 12 |
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la parola al presidente
Per prima cosa è d'obbligo fare i complimenti a Carlo (Curti) per avere avuto la meglio in un incontro a zuccate con un sasso che gli si è schiantato sul casco dopo aver fatto cinquanta metri di caduta libera. Meno comprensibile il fatto che dopo l'impatto gli sia venuta voglia di fare una nuotata nel vicino lago; che fosse una cattiva pensata Giovanni, con la nota sua acutezza, l'ha dedotto dal fatto che il Carlo nuotava (si fa per dire) sul fondo, per cui ha provveduto a tirarlo fuori. L'essere stato contrariato ha fatto venire al neo ferito le convulsioni, per fortuna comunque questo tentativo di accopparsi in grotta è fallito, anche per la presenza di Aldo ed Ivano. Questo è il secondo merito di Carlo: scegliere la giusta compagnia quando non si riesce ad evitare di farsi male.
Con l'occasione menziono alcuni argomenti inerenti alla speleologia nazionale. O.K. per l'incontro etilico di Ormea, ora il non lieve problema di passare dai progetti alla loro esecuzione. Si sono poi svolte le elezioni delle cariche all'interno della nuova Commissione Centrale per la Speleologia del CAI (nuova nel senso che sono stati rinnovati più della metà dei componenti) con i seguenti risultati: presidente Finocchiaro, vice Casoli (Firenze), segretario Doppioni. La giunta risulta composta dai tre anzidetti più Sosi e Salvatori. Chiunque abbia serie opinioni sull'uso che la speleologia può fare di detta commissione può venire a fine ottobre a Schio ad esprimerle.
"Habemus legem". Non esattamente come l'avevamo progettata, comunque è stata approvata la Legge Regionale per la Speleologia in Piemonte, in data 30 maggio '80, al n. 69 (!). Riteniamo cosa utile pubblicarla, con il solo commento al fatto che è stata, a cura dei soliti ignoti, tolta la voce "esplorazione" da noi inserita e, all'elenco dei beneficiari menzionati all'art. 9 è stato aggiunto il Club Alpino Italiano. A me pare questa aggiunta inutile e pericolosa. Inutile perché il CAI effettua attività, speleologiche a livello regionale esclusivamente attraverso i gruppi speleologici ad esso affiliati, pericolosa perché potrebbe spianare la strada a qualche elemento non inserito in alcun gruppo speleologico, il quale potrebbe, tramite sezioni CAI sprovviste di gruppi, promuovere e ottenere fondi per iniziative personali. Mi auguro che ciò non abbia a verificarsi.
- Pier Giorgio Doppioni -
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Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte N. 24 - 11 giugno 1980
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Attività di campagna
da gennaio a tutto agosto 1980
30 dicembre. Balma di Rio Martino: V. Scheni, a far foto. Grotta di Bossea: Eusebio, Vigna e Zinzala a vedere una possibile prosecuzione e a fotografare.
6 gennaio 1980. Arma del Lupo: Eusebio, Vigna, Zinzala e altri a far foto. Balma di Rio Martino: Scheni e un amico a far foto.
13 gennaio. Grotta di Bossea: Ancora con scopi fotografici, Eusebio, Vigna e Zinzala.
20 gennaio. Rio Martino: Eusebio, Curti e Pulzoni con allievi.
27 gennaio. Arma del Lupo: P. Arietti, Gaydou, F. Maina, D. Pecorini, F. Te-sio, G. Villa, M. Zanone. Foto.
Rio Martino: V. Scheni ad accompagnare scout.
3 febbraio. Rio Martino: Perello, Squassino e Zinzala a esplorare rami nuovi. Palestra in Val di Susa: Eusebio, Curti e Pulzoni.
10 febbraio. Grotte del Caudano (prima uscita del Corso di speleologia): P. Arietti, Badino, Baldracco, Ballesio, Caffaratti, Coral, Curti, Doppioni, Eusebio, Garelli, Giordano, Griotto, Martorana, Mazzer, Perello, Pulzoni, Vigna, Zinzala.
17 febbraio. Seconda uscita del Corso, in palestra di roccia. A Foresto: Coral, Perello, Zinzala. A Chianocco: Arietti, Curti, Vigna. A Borgone: Eusebio e Pulzoni.
Gola delle Fascette: battuta, Doppioni, Eusebio, Pulzoni.
Grotta delle Vene: foto, Ballesio, Caffaratti, Fara, Meinardo.
19 febbraio. Borna del Pugnetto: ricerche entomologiche di Casale e Giachino. Gli stessi, analoghe ricerche il 22 febb. in cavità presso il castello di Spotorno.
24 febbraio. Rio Martino (terza uscita del Corso): Arietti, Badino, Ballesio, Coppa, Curti, Doppioni, Eusebio, Giordano, Griotto, Mazzer, Perello, Scheni, Tesio, Villa, Zinzala.
2 marzo. Abisso della Genzianella: Badino con amici veronesi.
8-9 marzo. (quarta uscita del Corso). Tana dell'Orso (Pamparato) : Curti, Coral, Eusebio, Mazzer, Pulzoni, Villa, Zinzala. Arma dei Grai: Giordano, Vigna.
22 marzo. Borna del Pugnetto: Casale e Giachino, ricercbe entomologiche.
23 marzo. Quinta uscita del Corso, in palestra di roccia, a Chianocco e a Foresto: Coral, Curti, Doppioni, Eusebio, Perello, Pulzoni, Zinzala.
29 marzo. Borna del Pugnetto: ricerche entom. di Giachino e un amico.
Nei mesi di febbraio e marzo si sono effettuate uscite in sci alla ricerca di buchi soffianti sul Mondolé e sul M. Cars: Baldracco, A. Gobetti, Griotto, Vigna.
29-30 marzo, sesta uscita del Corso. Abisso dell'Artesinera: Coral, Perello, Zinzala. Abisso Tre Crocette: Curti, Eusebio, Pulzoni, Villa.
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3-4 aprile. Antro del Corchia: Caffaratti, Curti e Eusebio, continuata la risalita nel ramo dei Romani.
6 aprile. Abisso Baader-Meinhof; Curti, Eusebio, Mazzer e amici romani, trovato un ramo nuovo, scesi e fermi su un p. 30.
13 aprile, settima uscita del Corso. Abisso Tre Crocette: Coral, Perello, Zinzala. Abisso dell'Artesinera: Curti, Eusebio, Pulzoni.
27 aprile. Grotta delle Vene: Ballesio, Caffaratti, Menardo, Adriana. Battuta sulla verticale dell'Arma del Lupo: Doppioni, Eusebio, Pulzoni, E. Rabbi.
26-27 aprile. Abisso Fighiera: G. Badino con I. Di Ciolo e Tromboni nel ramo di Minosse.
4 maggio. Al Fighiera, W. Zinzala, V. Pusceddu e due amici del Gruppo Frejus (trovato un nuovo ramo nella zona della galleria dei conglomerati).
Sul Mondolé: battuta di D. Antonelli, Caffaratti, Curti, Eusebio e Pulzoni (trovato buco soffiante che stoppa dopo 15 m. Il Dolly era chiuso).
Grotta delle Vene: Casati, Doppioni, Griotto, Mazzer, Tonon e altri.
11 maggio. Balma di Rio Martino: U. Cisero, F. Mazzer, V. Pusceddu, M. Tonon, W. Zinzala; scesi due pozzi nel ramo dei Lunghi Coltelli. Fatte foto da U. Cisero, G. Peruccio, M. Tonon.
Palestra di roccia di Chianocco: G. Badino, C. Ballesio, C. Curti. A. Eusebio, P.G. Doppioni e altri ex allievi per esercitazione.
Piaggia Bella: A. Gobetti e altri collegano Kyber Pass con Belladonna.
Arma Pollera: G. Gili e F. Franco con Franco, Paola e amici di Pianezza.
14 maggio. Grotta del Covolo (Velo, VR): A. Eusebio e M. Vigna.
17-18 maggio. Abisso Fighiera: D. Coral, V. Pusceddu, W. Segir, W. Zinzala, a riarmare i rami di -500.
18 maggio. Tana dell'Orso (Pamparato): C. Ballesio, F. Mazzer e 3 del gruppo Frejus.
25 maggio. Esercitazione di soccorso a Rio Martino: Badino, Baldracco, Coral, Curti, Doppioni, Eusebio. Perello, Pulzoni, Villa, Zinzala.
Rio Martino: G. Collo e M. Tonon a far foto.
31 maggio. Abisso Dolly: aperto l'ingresso e riarmati i primi due pozzi da C. Curti, A. Eusebio, A. Giraudo, R. Menardo, A. Moriani.
1 giugno. Mondolé: ricerca di cavità e trovato un buco ben soffiante. D. Caffaratti. A. Giraudo, M. Mussano, G. Villa, M. Zanone.
Arma Pollera: L. Aimar, C. Ballesio, G. Gianelli. F. Mazzer, M. Tonon.
7-8 giugno. Abisso Dolly: G. Badino, D. Coral, A. Eusebio, M. Perello, V. Pusceddu, P. Squassino, W. Zinzala. Riarmo e rilevato il Berserk.
Abisso Fighiera: A. Avanzini e G. Badino con Bianchetti e G. Di Ciolo riarmato fino a -600 e rilevati circa 250 m nuovi .
9 giugno. Garb dell'Omo inf.: G. Gili, F. Franco e amici a far foto. Anco-
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ra G. Gili e amici di Pianezza hanno fatto in giugno battute nella zona di Chianocco (To), iniziando disostruzioni; trovata la Boira, lunga sui 30 m.
15 giugno. Abisso Dolly: C. Ballesio, D. Caffaratti, C. Curti, A. Eusebio, F. Mazzer e M. Mussano continuata l'esplorazione nel ramo dei Berserk (13 ore).
22 giugno. Borna del Pugnetto: P.M. Giachino e 2 amici con scopi biospeleologici. Nella stessa cavità, il 23 giugno, lezione di biospeleologia con P. Arietti, A. Casale, F. Maina, Scaramuzzino, e il 7 luglio altre ricerche di Giachino e fratello.
Grotta dell'Orso (Ponte di Nava): G. Gili e amici.
29 giugno. Esercitazione di soccorso a Piaggia Bella: Badino, Baldracco, Coral, Curti, Eusebio, Perello, Pulzoni, Villa, Zinzala.
Durante il mese di giugno si è tenuto in Valle di Arnetola (Alpi Apuane) un campo di ricerca ed esplorazione di nuove cavità (modeste) di una settimana: A. Gobetti con Gotta, Morando, Javaes, Daniela Frati, Emilio, Benedetti, Sivelli, Enrico e altri .
6 luglio. Pertus d'la Patarasa o Grotta del Ghiaccio (Castelmagno, CN): P. ed E. Arietti, U. Cisero, B. Giordano, M. Mussano, F. Raimondo, M. Zanone.
Abisso Dolly: Eusebio, G. Gianelli, F. Maina, Zinzala, Elido, Roberto, Antonio. Esplorati due rametti.
Valle Grana: P. Arietti, Mussano e Zanone esplorata una cavità sui 70 m.
13 luglio. Valle Grana: cerca di cavità, trovati buchi soffianti. P. Arietti, P.G. e L. Baldracco, Gallardo, F. e M. Maina, Oliaro, Didi, Villa, Zanone.
27-28 Luglio. Abisso Dolly: F. Maina, R. Menardo, A. Moriani, W. Zinzala scesi a -280, esplorati i 2 rami nuovi (quasi 10 ore). Casati, G. Gianelli e A. Eusebio entrati il 28.
In Agosto si sono svolti, in particolare, una spedizione speleologica in Anatolia, campi estivi al Marguareis e l'Incontro del soccorso speleologico alle Carsene, documentati da articoli su questo numero del Bollettino.
Nuovo recapito di W. Zinzala: Via G. Medici,88; tel. 76.54.18
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Notiziario
L'Assemblea di inizio d'anno del GSP
Si è tenuta il 18 gennaio per abbozzare i programmi di attività esplorativa dell'anno e per approvare quelli presentati dalle varie sezioni, nonché per concludere i lavori dell'assemblea di fine anno 1979, non potuta terminare il 21 dicembre (v. boll. n. 70).
In particolare, si è ribadita la necessità di rifornire di materiale il magazzino, e di darsi da fare per rimetterlo a posto (i responsabili ricordano che ogni martedì e mercoledì vi si lavora, più avanti ogni mercoledì) .
Le quote associative per il 1980, comprendenti anche l'uso del rifugio di Piaggia Bella, sono fissate in 20.000 lire per i membri effettivi e in 15.000 per gli aderenti.
Il Convegno di Ormea
Nonostante che l'organizzazione del 1° Convegno di Speleologia Esplorativa Tecnica e Sportiva fosse affidata alle mie cure (dopo breve agonia è morta), l'incontro ha raggiunto almeno in parte l'obbiettivo che si prefiggeva: contarsi.
L'idea che ci aveva guidati nella scelta di Ormea era che l° era decentrata e ci sarebbero venuti solo quelli intenzionati a lavorare, e 2° che era vicina al Marguareis e dunque la gente poteva, finito il convegno, andare su questo massiccio. Questo punto mi sembrava il più interessante e furbo, e mi ero predisposto per accompagnare gente in grotta: ed invece "stranamente" a nessuno è fregato niente di visitare nuovi ipogei.
Le facce, di tendenza, erano le solite e dunque appare ingiustificato, le prossime volte, scegliere posti decentrati. Ma l'obbiettivo di fare il primo passo ("il più lungo cammino inizia con ciò che sta sotto i piedi", dice il Tao-Te-King) è stato raggiunto. Organizzare è, trovo, quasi inutile: la gente si arrangia benissimo con quel minimo indispensabile (anche se a Ormea, devo dire, certe cose eran proprio al limite). E soprattutto questi incontri son da fare spesso, per trovarsi e chiacchierare e fare progetti: la speleologia italiana sta boccheggiando (non mi si dica di no: guardate quanto si va scoprendo di nuovo sottoterra, non vi sembra sia ridicolmente poco? ed affidato a una ristrettissima minoranza?). La risposta a questa situazione sembra sia la costituzione di "accademie" in lotta fra loro, in una situazione di disgregazione. La risposta che dobbiamo cercare di formulare mi sembra debba essere invece la coesione fra chi fa attività speleologica: e soprattutto, soprattutto fare insieme questa attività speleologica. I convegni del genere Ormea sono da fare più spesso, e finalizzati a questo obiettivo. Se lo riusciremo a cogliere, i problemi di litigi fra SSI, CAI e tutte queste cose tristi li potremo addossare agli SPELEOLOQUI di professione sperando ne rimangano schiacciati.
Una cosa è ancora da dire: ad Ormea mancavano in molti, troppi per i miei personali gusti. Occorre che la prossima volta la gente sacrifichi una domenica per vedere le facce degli altri speleologi: che il pros-
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simo appuntamento, fra pochi mesi, veda anche gli assenti dell'ultima volta.
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(Giovanni Badino) |
Riunione 1980 della Soc. de Biospéléologie
I giorni 27 pomeriggio, 28 e 29 giugno 1980 si è svolta alla Maison de Spéléologie, a La Chapelle en Vercors, nello stupendo scenario di boschi, prati e montagne calcaree ben noto a molti di noi, la riunione annuale della Société de Biospélélogie, fondata l'anno scorso durante il Simposio tenutosi a Moulis presso il Laboratoir Souterrain del CNRS.
Il Convegno, articolato su comunicazioni a tema prestabilito "Entrées et transferts d'Energie dans l'Ecosystème Souterrain", e a tema libero, è stato di grande interesse e si è svolto nel migliore dei modi; apprezzatissimi tra l'altro, dai convenuti, l'atmosfera amichevole e familiare della "maison", l'ottima e abbondantissima cena, e l'ambiente caro a tutti i biospeleologi, già conosciuto prima, se non personalmente almeno dalle letture di Jeannel e di altri "padri" della biospeleologia. Il tutto senza nulla togliere all'impegno e all'alto livello scientifico delle comunicazioni presentate. Non è mancata, naturalmente, l'escursione sociale di visita al Vercors, e ad alcuni dei suoi più celebri fenomeni carsici.
Purtroppo, rispetto all'imponente partecipazione registratasi l'anno scorso al convegno nei Pirenei, si è notata quest'anno una certa defezione di parte di alcuni specialisti: quasi al completo i Francesi, presenti Jugoslavi, Svizzeri, Italiani (quattro, incluso il sottoscritto), uno Spagnolo, assenti i Tedeschi.
Da segnalare, per gli appassionati di fotografia, una proiezione di diapositive (poi disponibili stampate per l'acquisto), durante la quale si sono potute ammirare numerosissime specie di Artropodi cavernicoli, ritratti vivi e nel loro ambiente naturale, in una sequenza di quadri di tale bellezza e perfezione da lasciare sbigottito l'intero pubblico, già avvezzo peraltro a fotografie di buon livello di tali soggetti: il paragone, con quanto sì era mai visto in precedenza, era praticamente impossibile da farsi.
Il convegno si è poi concluso con un "au revoir" all'anno prossimo, per il congresso internazionale di speleologia negli Stati Uniti (per chi può...!).
(Achille Casale)
Varie
Nell'ambito di Sportuomo, manifestazione polisportiva a livello mondiale della durata di 100 giorni organizzata dal comune di Torino, si è tenuta una riunione delle Guide alpine per discutere il problema degli accompagnatori di montagna. E' emerso anche l'aspetto speleologico della questione, e si è approvata la proposta di considerare anche le guide speleologiche: se ne dovrà discutere, ma un primo passo è stato fatto.
Il 23 marzo nell'Assemblea generale dei soci del CAI-UGET è stato eletto consigliere sezionale Giuliano Villa, e tra i consiglieri delega-
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ti Giovanni Badino, Danilo Coral e Piergiorgio Doppioni.
In primavera Giovanni Gili si è sposato con Rita. In estate si sono sposati anche Franca Maina e Giuliano Villa, che risiedono ora a Polonghera (CN), Condominio Aurora, v. Circonvallazione ang. via Ghigo, tel. 011.97.44.36. A Germana e Achille Casale è nata il 12 luglio la primogenita Milena. Felicitazioni a tutti.
Proiezioni
Tra le proiezioni del nuovo fotodocumentario di G. Villa "Universo senza stelle", abbiamo notizia di quelle effettuate il 21 gennaio alla Galleria d'Arte Moderna (presentazione del 23° Corso di speleologia), e il 22 maggio al Dopolavoro Ferroviario di Torino (serata organizzata dall'AVIS e dal GS Alpi Marittime, con proiezioni di film e diapo e con discussione finale con speleologi del GSAM e del GSP) .
roberto siondino
Era ottobre e nevicava sul Marguareis. Ci affrettavamo dalla capanna verso il Colle dei Signori prima che la neve ci fregasse la 500. Alla Becca di Mezzavia ci fermammo a guardare il turbinìo dei fiocchi, piccoli e tanti che non lasciavano quasi apparire il Ferà. Era la prima nevicata d'autunno. Roberto stava per partire militare. Disse che il Suo addio era lungo il doppio del nostro o qualcosa del genere. "Eh già", rispondemmo, o qualcosa del genere.
Ma saremmo tornati lo stesso prima o poi ai Montoneros, alla Via di Bastianass in Paris-Côte-d'Azur, al Deneb, a quel buco in zona A, le nostre belle esplorazioni dell'estate '73. L'ultima estate delle vecchie scale. La prima degli SPIT.
Roberto ricordava il modo di andare in grotta di Paulin, calmo, preciso, sul taciturno. Sapeva arrampicare sottoterra, cosa allora assai rara perché le grotte si esploravano ancora soltanto in discesa. E quell'estate, lui, Max, Marco, Alberto Rosso ed io provammo a cambiar qualche regola e incominciò lì quella fase di esplorazioni a PB che continua ancor ora... "Lupi del Pas!" si diceva bevendo accaldati al nostro fontanile prima del "passaggio segreto".
Non so perché, in fondo ci eravamo divertiti anche in quell'anno di polemiche. Roberto non tornò più sul Marguareis coi Lupi del Pas (anche loro han cambiato la tuta ma non il vizio) quando tornò dal vestito da alpino, e le montagne, quelle alte, lo devono avere convinto più delle grotte, e i trucchi imparati sotto terra forse l'hanno aiutato a scalarle e così Roberto era diventato un alpinista forte davvero. Qualcuno poi anni dopo si sorprese a sentire la sua mancanza nel grande circo degli esploratori del Marguareis e si accorse di stare proprio male dentro quando un amico gli disse che Roberto Siondino era rimasto sulle Grandes Jorasses e non l'avremmo visto saltare mai più sul "passo del Puma".
(Andrea Gobetti)
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23° corso di speleologia
ALLA RICERCA DI UN'IMPOSTAZIONE MODERNA
Dovessi dare un nome al corso di quest'anno lo definirei un corso di transizione. La speleologia moderna si sta evolvendo rapidamente ed il "nostro" Corso era rivolto ad innalzare le capacità tecniche di un allievo.
Ci eravamo proposti di far questo in tre modi diversi: il primo aumentando il numero di uscite, il secondo inserendo una uscita dura su scale a metà del corso per poi cominciare a viaggiare su corde, il terzo più fine era il nuovo modo di trattare gli allievi, mi spiego cominciando dal primo.
Il numero di uscite era aumentato da 5 a 7, questo per introdurre una uscita in palestra per l'apprendimento delle tecniche di risalita su sola corda dimostratasi pressoché indispensabile, ed una uscita in più in grotta in modo che gli allievi vedessero almeno 5 grotte.
L'uscita dura a metà del corso su scale in fondo all'Orso di Pamparato si è dimostrata una esperienza utilissima, all'inizio del corso eravamo un po' tutti titubanti, e nel gruppo chi apertamente chi no aveva espresso il suo disappunto. In realtà è a mio avviso la migliore uscita del corso, finalmente gli allievi non sono stati trattati come bambocci portati a spasso per una grotta ma come speleologi, sia noi ma soprattutto loro hanno capito i problemi ed insieme si è cercato di risolverli. Chi uscendo dall'orso non stravolto ha pensato di essere forte, ha capito ben poco .
Il terzo modo, molto più sottile, coinvolgeva l'impostazione generale del corso; alla fine un allievo un po' sveglio era in grado di muoversi da solo in grotta, senza l'aiuto di nessuno.
Abbiamo, per fare ciò, cercato di dare agli allievi tutto quanto sapevamo, anche per questo sono state fatte finalmente delle dispense lezione per lezione. Questi erano gli intenti, so benissimo che purtroppo il corso non è andato secondo le previsioni, e questo non è solo colpa dell'organizzazione, forse poco esperta, ma soprattutto di alcuni componenti del gruppo che hanno partecipato in modo discontinuo ed insufficiente.
A consolazione: gli allievi rimasti hanno capito quasi subito cosa vuol dire andare in grotta, cosa vuol dire esplorare e come si fa speleologia da noi.
A. Eusebio (Poppi)
IL PENSIERO DI UNO CHE NEL CORSO CREDE
"Alfin liberi siam...": così, conclusasi l'ultima uscita, hanno cantato quest'anno la maggior parte degli istruttori. I loro guai erano incominciati quattro mesi prima quando, con infelice trovata, avevano deciso di scaricare su alcune giovani spalle la direzione del 23° corso di speleologia. Questi giovani, tra i quali il sottoscritto, con la loro
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scarsa conoscenza del GSP, avevano partorito un programma fitto di sette uscite pratiche e 11 lezioni teoriche, cosa che(continuo a sostenere) avrebbe procurato a breve termine nuovi compagni di esplorazione. Ma i conti erano stati fatti senza l'oste, ovverosia la stanchezza di molti "vecchi", o addirittura il rifiuto dell'insegnamento come momento di comunicazione della propria esperienza.
Infrantosi su questi scogli, il corso ha rischiato di colare a picco già dalla quarta uscita, non fosse stato per alcuni allievi che di andare in grotta avevano voglia, e per alcuni istruttori che, un po' tirati e un po' spinti, a malincuore li hanno accompagnati.
Per uno come me che ha lottato e lotta tuttora contro insegnanti e insegnamenti cretini, non è facile trovarsi dall'altra parte della barricata, anche solo per enunciare le regole di un gioco come in questo caso. Eppure, forse perché fresco di insegnamenti speleologici, penso che sia giusto e bello che il Gruppo me li abbia dati e continui a darmeli tuttora, e questo mi spinge a cercare di comunicarli ad altri che vogliono rendersi conto, che vogliono conoscere.
E voi?
Elio Pulzoni
LA PARTECIPAZIONE DEGLI ISTRUTTORI UFFICIALI ALLE USCITE DEL CORSO 1980
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7 uscite |
Eusebio, Curti |
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6 uscite |
Zinzala, Pulzoni |
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5 uscite |
Perello |
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4 uscite |
Coral, Giordano, Villa |
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3 uscite |
Arietti, Doppioni, Vigna |
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2 uscite |
Badino |
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1 uscita |
Baldracco, Gobetti |
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la stagione 1980 a Piaggia Bella
maggio: khyber pass
Era un maggio pieno di neve, quello dell'80, era un anno cominciato bene da matti nel senso che taluni uomini ce l'avevano di nuovo con me. Avevo avuto un processo all'inizio di marzo. Era una storia di tanti anni fa, di tempi in cui molti dei miei attuali compari d'esplorazione se ne stavano ancora a scaldare i banchi delle elementari e io avevo quell'età in cui ci si arrabbia perché i fascisti facevano il loro congresso nazionale a Roma, perché a Milano la polizia freddava (nella schiena, naturalmente) Roberto Franceschi sui gradini dell'Università.
Così un mattino il pullman che portava alla prima uscita del corso di speleologia 1973 attese a lungo Andrea, sin che un allievo aprì il giornale e disse: "Ma quello non è uno dei Signori Istruttori?(')...". Era la pagina della cronaca nera. Cazzi miei appunto. Restai dentro un centinaio di giorni. Ma in quel tempo riconobbi pure i veri amici.
Ora mi fecero questo processo appunto, la storia di una manifestazione con un finale a molotov in corso Francia davanti alla sede MSI, se ne fregarono che mi dicessi innocente, che non avevano prove di colpevolezza, che la politica da allora mi interessi meno che di rifare il rilievo della Borna del Pugnetto. Mi diedero 2 anni e 10 mesi, nonché spese processuali etc. etc. Cazzi miei appunto.
Mi parve allora ragionevole cercare di divertirmi prima del processo d'appello, e visto che sventura e bel tempo vanno per mano, ricominciai ad innamorarmi, cosa che non mi accadeva più da un sacco di tempo, dagli anni ormai leggendari in cui tra Fighiera e Cappa si brindò per benino al nostro destino.
Volevo andare al Marguareis, volevo rivedere Piaggia Bella, esplorare ancora Belladonna, Belladonna e Khyber Pass, ma c'era ancora assai neve di troppo.
Salimmo per altre montagne, portammo la nostra demenza su assi ricurve in punta, per le pendici di Cars e Mondolé. Franco, Meo, Vittorio, Laura, Giorgio ed io. Compari si nasce.
Vedemmo quel che c'era da vedere, bastava a indelirare e infervorare dodici gruppi speleologici. A noi scappò un sorriso malinconico che non ci fossero con noi né dodici gruppi né neppure soltanto dodici speleologi. Intonammo il Gloria Viscont e picchiammo a valle a contare i pezzi delle costole e degli attacchi rimasti acciaccati fra la boscaglia, lo ski-cross su valanga gelata, i guadi di torrenti e le stradine "da raspa". Bella vita. Poi giunse maggio e fu tempo di Piaggia Bella. Al GSP naturalmente avevano altro da fare; e quando mai fu diverso? ma Wolf e Rugamerdone vigilavano i passi, gli "invasés" risalivano il Roya.
"C'est beaucoup de temps..."disse Alain... e quei giorni del Solai, la risata scarna di Claude tornarono ad appollaiarsi sul rifugio. Alain e Lucien restavano fuori questa volta e Chantal anche, ed era ora "madame Beranger" e riflettemmo tutti insieme un attimo sulle stranezze della vita, perché vedere lo Straccione che andava sottoterra mentre loro si godevano il rifugio era così strano e così diverso dal solito da doverse-
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lo ricordare. Lorenza mi baciò e uscimmo nella notte, Roberto Mureddu e io ad iniziare gli anni '80 di PB.
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Cento metri di corda su ghiaccio e neve, strisciare "al limite" in un tubo metà roccia e metà neve e siamo dentro. Non avevo mai supposto, anche se è Piaggia Bella perché è bella, che potesse essere così bella. Sin oltre la sala Bianca tutto è foderato di ghiaccio, giganteschi nugoli di colonne, stalattiti, stalagmiti glaciali si fanno traversare in uno strano gioco di scivolarelle, da uno scoglio affiorante all'altro fra i torrenti di specchio. Oltre il Passaggio Segato finisce il ghiaccio, per Roberto è la prima volta che vede la Bessone, la grande frana, di PB. Taglio nella Baby Bessone e di lì per l'Istria Profonda sino ai gran festoni che annunciano Belladonna. Il più propizio fra i regali che il Visconte abbia mai fatto a me e credo anche a Danilo. Arriviamo all'entrata di Khyber Pass e decidiamo di scendere in esplorazione il ruscello la cui risalita tanto ci aveva dato quest'estate. Scorrerà fino al torrente principale di PB? Scendiamo, trovandoci a tratti in punti già conosciuti all'estrema destra (orografica) di Belladonna, e a un tratto ci allontaniamo da Belladonna per esplorare una serie di salti in torrente che si fa una serie di cascatelle tra pareti grigie e lisce e va poi a finire in un laminatoio dove un pietrone scuro non ci lascia passare a pelo d'acqua l'unico punto praticabile. Tiriamo delle pietre che rotolano a lungo. Ma allora quest'acqua scende verso il torrente principale di PB? Sembrerebbe quasi di no. E allora? Nessuno osa pronunciarlo ma nell'aria c'è il nome di un abisso che fa rima con giammai e che non è il Biecai.
Ritorniamo in Belladonna, scendiamo l'altro ruscello contro la parete sinistra della galleria e siamo in PB poco oltre Siphon Aval, lasciamo una freccia e un KP. Poi lungo il torrente sino al Nodo di Claude dove andiamo a vedere la zona a monte della Sableuse. E una roccia molto bella, gallerie fossili e concrezionate e arrivi di abissi con meandri alti in roccia levigati si mescolano venti-trenta metri sopra il torrente. Sulla sabbia e nel fango davanti a noi le tracce di solo due o tre paia di stivali. Segni di acetilene nitidissimi PC 1970 e il quadrato del Club Martel a cui allora Claude ancora apparteneva. Vediamo le terre esplorate da uno dei più grandi signori della speleologia marguareisiana con un senso di vanità per tutti i discorsi, le litigate, le rivalità, i combini che da quel giorno ad oggi ci hanno impedito di capire nel profondo qualcosa che ancora sfugge, ma che dev'essere una grande lezione. E lì dieci anni sono passati senza sbiadire le tracce di un amico che non può più lasciarne altre. Oltre questi pensieri, oltre un segno a nerofumo c'è un'arrampicata breve e marcia. Saliamo. Corrente d'aria. Ci affacciamo su una galleria fossile cinque metri sotto di noi. Inesplorata? Direi di sì. Diremo meglio però quando ci torneremo con una corda. Chissà con chi? Segniamo 1980 e via all'uscita nell'alba quieta all'inverosimile sulla neve ghiacciata.
Gioia e festa per il bel colpo. Ci si riprova cinque giorni dopo. Siamo a Ceva a casa di Claudio (Wolf) dove sua madre ci vizia e lui ci ubriaca e suo padre dimostra la saggezza di un uomo che ha dovuto allevarsi un Wolfino del genere.
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Piaggia Bella: Khyber Pass 1979 - pianta schematica
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Esplorazioni maggio 1980: |
G.S. Imperiese, Commissione Grotte E. Boegan, |
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G.S.P., Lorda Tremenda D.O.C. |
Il nome Erica della Gran Notte è stato spostato, rispetto al precedente bollettino, dall'affluente allora inesplorato alla sala dove si ricongiungono i due rami Peshawar e Jelalabad di Khyber Pass.
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Beviamo come speleologi. Claudio, Andrea Benedetti, Mario Bianchetti, Zagolin e Vasco (da Trieste), Lorenza ed io. Grolla e Gran Pampel. Ciucca e fienile. Piove naturalmente (ci sono sia Vasco che Mario). Il giorno dopo piove ancora, sulle Mastrelle bufera furibonda. Poi il rifugio. Entriamo con calma il giorno dopo ancora (venerdì 16 maggio). Piaggia Bella piace ai Maiali della Slesia come oggi ci chiamiamo. Vasco e Mario in punta a Belladonna, risalgono la cascata ed esplorano al di là di quella una grande e lunga galleria sino a due camini verticali. Zagolo, Andrea ed io facciamo il giro classico di Khyber Pass. Scopriamo un affluente proveniente da una cascata alta sui 7 metri all'inizio della parte in discesa del Khyber, quindi un lungo ramo parallelo a sinistra di questo che ne evita la famosa strettoia, rientriamo nel Khyber Classico, che per distinguerlo dal Khyber di Belladonna chiameremo Khyber Peshawar, mentre l'altro (sul cui fondo ci siamo fermati l'ultima domenica Roberto Mureddu ed io) Khyber Jelalabad, come si chiamano tra Pakistan e Afghanistan i due versanti del Khyber (v. schizzo). Arrivati dove la galleria si trasforma nel bel meandro "a pressione", esploriamo un affluente in alto che avevamo adocchiato già l'estate scorsa, ma l'acqua esce dall'impraticabile. Scendiamo allora sino alla sala terminale due pozzi e mezzo più in basso e qui ci dirigiamo tra blocchi franati, molto instabili, all'affluente di sinistra che chiamavamo Erica della Gran Notte. La cascata (6 metri), roccia delicata, un passo difficile, ma con punto di sicura sotto, è affare di Andrea, lo seguiamo e si esplorano un bellissimo tratto di torrente con salti e vasche. Poi da davanti la voce di Andrea, "Ma qui chiude! C'è una strettoia nell'acqua". Una strettoia, già ... con una gran pietra nera a bloccare il passaggio. "Ma io quella pietra l'ho già vista" mi fulmina il cervello mentre mi avvicino strisciando nell'acqua. Mi giro, anche il panorama ha qualcosa di famigliare, come una cosa già guardata con una luce debole ma con l'avidità da 'erba del vicino', qualcosa di visto, intravisto, per esempio dal di là d'una fessura impraticabile neanche tanto tempo prima. Stendo la mano tra il blocco e la fessura con le dita tese: ci passa. Si passa. Nell'acqua, ma si passa. Ci provo. Non passo. Torno da Andrea e Zagolo. Baratto casco, baudrier e acetilene con una pila da tenere in bocca. Penso che Adalberto mi perdonerà e anche Franco se i denti che mi han rifatti li uso così. Penso a loro comunque e mordo piano l'elettrico. "Se è quel che dico..." sussurro ai due compari. E tra una spinta e una doccia sono dall'altra parte. Sul fondo di un laminatoio. Risalgo. Vedo l'impronta d'uno stivale. Del mio stivale? Oh yess! Boooe Shankar! Venti metri più su sono col cuore "in coppe fiamme!" sul fondo di Belladonna. "Gloria Viscont...".
Poi ci siamo tutti e tre e i nostri urli richiamano i rimanenti due Maiali della Slesia di ritorno dalla loro esplorazione. Feste varie, musica (Vasco ha sempre il registratore con sé) e grappa. Una passeggiata trionfale sino alla Confluenza e poi fuori dove finalmente sono apparse le stelle ed è arrivato Wolf. Hanno preparato da mangiare e da bere caldo. Siamo accuditi come tutti i vecchi speleo sognano all'uscita dal buco e raramente gli capita. E lì mi scappa di promettere a Lorenza che "domani andiamo insieme a PB".
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Domani è troppo presto. Ma Zagolin deve tornare a Trieste e Vasco e Mario accompagnarlo. Due mondi si toccano stridendo. Non è la prima volta che le dita adunche degli impegni con le città sfiorano, raggelano queste terre libere. Ed è sempre causa di guai.
Così scendiamo a notte fonda tra sabato e domenica. Lo scivolo iniziale è gelato. Nelle tacche sulla neve dura Lorenza si gira un ginocchio e fa "Ahi! Ahi!". Se fa "ahi ahi!" Lorenza vuoi dire che è roba seria. Vasco, Wolf e io riusciamo a cavarla dal buco. Non può camminare. Andrea va ad avvertire Mario e Zagolo. Wolf si leva la tuta dopo che Vasco è riuscito a portarla a spalle per qualche metro sprofondando nella neve molle (son quattro giorni che nevica) fino alla pancia. La cacciamo nella grande tuta di Wolf e con un baudrier alle spalle la trasciniamo fino al rifugio. Dopo un po' torna Andrea, gli altri non lo reputano necessario. Si fa del the, si vede che la roba è seria (menisco e tendini laterali del ginocchio saltati). Vasco allora si rimette la tuta e si decide che raggiunga gli altri per disarmare quel che abbiamo lasciato a PB. Rare volte mi son trovato bene con un compare come con Vasco, Andrea e Wolf in questa storia. Andrea resta con Wolf e me, Lorenza ha passato bene la notte. Mario, Vasco e Zagolo scendono a valle e avvertono Giorgio. Si chiama il Soccorso Alpino. Non è la prima volta di questi tempi che mi capita ... I soccorsi arrivano nel primo pomeriggio. Bravissimi. La squadra di Garessio e quindi le vecchie conoscenze, i forti di Mondovì. Tobogan e barella Mariner (quella con le ruote). Inevitabile il flash bak, la notte di stelle, le acetilene e le lampade a gas accese fuori del Cappa, Patrik è finalmente fuori. Alle facce e alle spalle che oggi son di nuovo qui per noi, talpe della terra, l'ultima tappa dell'odissea. La barella sale il canalone del Bric dell'Omo, sospesi sulla conca delle Carsene punteggiata di acetilene, siam tutti uomini e ce l'abbiamo fatta, ci siamo ancora tutti.
Così con qualche frammento di frasi, di ricordi e di risate siamo per sera a Camino e per notte da Tonino ed Elisa Vigna. I gattini di Federica crescono sempre più belli nella stanza dove Meo non c'è perché è in caserma. Sì, sì ... è andato tutto bene.
Andrea
Il lunedì Wolf ha poi portato Lorenza al CTO dove l'aspettava Piera Biolino dalle passate avventure unterground, gesso fino a luglio e operazione; anche Icaro adesso è ingessato (malleoli), ma direi che val la pena di continuare ad esplorare Piaggia Bella.
il campo estivo di PB
Il campo di quest'anno nel circo di Piaggia Bella è stato una bella storia. Mucchi Selvaggi, Barbaruti speleologi, subacquei, reduci, figure bibliche, ciarpame umano, vuoti a perdere, dindra, zombies ed amanti della Mezzanotte si sono inseguiti per due lune sopra e sotto il bianco calcare.
Un ciclo di tre anni di campo a PB si è concluso. Chi ha dato, ha dato, chi ha avuto, ha avuto. "Cose" ancora "da fare" ce ne sono quante
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già allora ce n'erano. "Cose", o meglio "non cose" cioè buchi ora noti al nostro baco da seta (i marinai hanno l'ippocampo nel cervello, talvolta; gli speleo il baco da seta). Vi sono quelli che ora con calma e, spero, con ordine vi racconterò. Troverete anche i nomi degli uomini che hanno esplorato, perché penso che di tante cose che si possano fare su questo mondo, assetato di territori altrui, esplorare nuove terre anche se piene di meandri anziché di mais e/o afghani e/o petrolio, resti quel che si dice "un bel gesto". Individuale e non "socializzabile" alla faccia di tutte le checche vecchie quanto il cucco.
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ESPLORAZIONI SUBACQUEE NEL COMPLESSO DI PIAGGIA BELLA
Avremmo sorriso solo poco tempo fa pensando a un uomo solo dentro il sifone terminale di Piaggia Bella, un noto speleologo ligure adottato dal GSP andò persino teorizzando tempo addietro che la speleologia subacquea non rappresentava né avrebbe mai rappresentato una soluzione esplorativa reale.
Il superamento di sifoni molto profondi e ad alta profondità e le continuazioni all'aria aperta, le nuove tecniche di progressione in sifone e al di là di un sifone messe a punto recentemente in terra di Francia, dovrebbero far ripensare seriamente a quella speleologia subacquea che già vide nel GSP, voluta da Eraldo Saracco e Dario Sodero, una grande stagione. Quello che è rimasto di quella stagione, cioè la disponibilità dei portatori di bombole ai sifonisti, ha reso possibile l'inizio dell'esplorazione subacquea del Marguareis, coronata quest'anno finalmente dai primi notevoli successi esplorativi.
Cronologia dell'esplorazione subacquea del complesso PB-Arma del Lupo
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1967. |
Saverio Peirone e Dario Sodero (GSP) scendono a -20 nel sifone del Lago Grande del Lupo. |
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1976. |
Gianni Follis (GSP) e il belga Yvonne progrediscono di 20 m circa nel sifone-sorgente dei Piedi Umidi. |
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1978. |
Patrick Penez (SC Ragaïe) supera il primo sifone dei Piedi Umidi (80 m, -10) arrestandosi in una bolla d'aria lunga 10 metri. |
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1979. |
Penez raggiunge 34 m di profondità nel sifone attivo del Lupo, arrestandosi su una strettoia (il torrente era in magra eccezionale, meno di 100 litri/sec.), e mezz'ora dopo scende a -40 nel sifone fossile del Lago Grande. |
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1980. |
A) Penez supera il primo e il secondo sifone dei Piedi Umidi (il 2° è di 35 m e -5) ed esplora circa 350 metri di torrente in gallerie attive oltre i sifoni. B) Fred Vergier (SC Li Darboun) supera il sifone del cañon Torino in fondo a Piaggia Bella (130 m, -15), esplora una galleria successiva, trova un secondo sifone e vi si immerge sino a 40 metri di profondità su una lunghezza di 90 m. C) Fred Vergier si immerge nel sifone del Lago Grande del Lupo sino a -54 m. |
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Piaggia Bella: Sifone e oltresifone dei Piedi Umidi - rilievo
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IL SIFONE DEI PIEDI UMIDI
Fu scoperto nel 1959 da Renzo Gozzi e Eraldo Saracco che esplorarono il corso del torrente a monte dell'inserzione del Caracas, Il suo superamento per vie superiori fu tentato varie volte dal GSP negli anni Sessanta e poi nel 1972, 1973 e 1974 ma senza successo. Rimangono però possibilità nella "Via dei due pozzoni" che si sviluppa esattamente superiore al sifone. Nel '76 il primo tentativo sifonistico, poco convinto. Il sifone si presenta torbido all'inizio, non molto grande e molto freddo (2,8°C). Vengono portate tre bombole e se ne utilizzano due da Gianni Follis e Yvonne che progrediscono insieme una ventina di metri. Portatori non molto entusiasti (tutti belgi salvo Giovanni Badino ed io).
Due anni dopo avviene la storica immersione di Penez senza guanti di neoprene. Dopo 70 e 80 metri il sifone torna a zero di profondità (max -10) ma di terre emerse non se ne vedono, solo una lunga bolla d'aria e quindi un altro sifone. I "porteur" (Bertella, Icaro, Yves Martin ed io) son soddisfatti.
Altri due anni dopo cambiano i "porteur" e non il sifonista; siamo Franco Gotta, Daniele Morando (Gespu), io e un belga che non porta un belino se non uno strano cognome : Yx. Tre ore e mezza al sifone. Patrick si immerge e ci lascia un paio d'ore nel dubbio se è passato dall'altra parte oppure a miglior vita (ah, che belli i tempi pionieristici!...). Poi riemerge e ci racconta: oltre la bolla d'aria il sifone si reimmerge per 35 m con profondità -5 e quindi esce definitivamente. Oltre, si risale una galleria molto grande sino a una confluenza. Da lì, due vie attive entrambe: a destra si risale una frana sotto un soffitto piatto tipo faglia sino a un'arrampicata sotto un forte stillicidio; a sinistra, dove è il corso del torrente principale, si giunge a un altro bivio. Risalendo nel condotto di destra si arriva contro una frana (ci si ricordi che in muta di neoprene non è tanto igienico strisciare su massi taglienti oltre un sifone a 3°C) e a questo punto tramite una finestra si può ritornare sul corso d'acqua lasciato sulla sinistra; si risale infine sin sotto una cascata di circa 10 metri sempre in ambienti abbastanza larghi, e qui in vari punti sono stati fatti ometti di pietre.
Il dislivello tra il sifone (all'interno del quale Patrick ha visto piccoli ramoscelli sul fango nei punti più bassi) e i punti più alti raggiunti è dell'ordine di una sessantina di metri. Si tratta quindi di una profondità di -350 dal Caracas ovvero di circa -320 dalla Gola del Visconte, che come tutti sanno si ferma a -260 su una strettoia "allargabile" e la cui acqua va a finire proprio al di là del sifone dei Piedi Umidi...
... E IL GACHE'?
Pb -680:
IL SIFONE DEL CAÑON TORINOTutti sanno che nel 1958 il GSP superò la frana e discoprì il Sifone..., per ventidue anni destinato a restare le Colonne d'Ercole di Piaggia Bella. Scendono in molti quel mercoledì 3 settembre 1980 (stesso gior-
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Piaggia Bella: Sifone del Cañon Torino - rilievo
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no dei Piedi Umidi) in Piaggia Bella (via Belladonna) e dopo che uno sparuto drappello se ne va alla Confluenza in salita, sempre in molti continuano verso il fondo. Fra i molti specialmente Jacques Gudefin, Didier, e Andrea Benedetti che si caricano di bombole e altri ammennicoli. Fred Vergier si immerge e dopo qualche minuto riemerge ansimante. Ha mal calcolato la positività della sua tuta "a volume variabile" e per fortuna una bolla d'aria subito oltre l'inizio del sifone gli ha permesso di prendere fiato e calmare l'affanno. Riregolatosi il peso con un pietrone legato alle bombole, Fred saluta e torna sotto. Riemerge dopo due ore. Oltre il sifone (lungo 55 metri e profondo 5) riparte la grande galleria a cañon, riceve un affluente da sinistra, scende un gradino di un paio di metri e quindi centocinquanta metri circa dopo il primo un altro sifone sbarra la strada dì Piaggia Bella. Fred si immerge in questo sino a 40 metri di profondità, dove il sifone continua a scendere.
IL SIFONE DEL LAGO GRANDE DEL LUPO
Il Lupo aveva da sempre solleticato l'interesse dei subacquei, evidente chiave com'è della strada per la Sala delle Acque che cantano, e i sub del GSP avevano tentato il 28 dic. 1967 un'immersione nelle acque ferme del Lago Grande, giungendo a 20 metri di profondità. A poco oltre i 40 arrivò nel secco settembre 1979 Patrick Penez che non si spinse oltre poiché riemerso da meno di un'ora dal sifone attivo in cui era sceso a -34 sino a una strettoia. Il sifone, sebbene un po' sporco nella prima parte, gli parve poter continuare pianeggiante e sempre con le ampie dimensioni dell'entrata. Non era così, come disse Fred uscendo il 5 settembre di quest'anno: "Merda a te e alle tue gallerie in piano...". Era arrivato infatti a -54 su una galleria sempre sassosa, sempre in forte pendenza. Si tratta veramente di una grossa sorgente valchiusiana e ricordiamo che nel Lupo non c'è traccia di correnti d'aria che possano far pensare a un passaggio superiore al sifone.
Cosa rimane da fare per i subacquei
Due sifoni ora sono rimasti per un forte sifonista da tentare nella regione, oltre a quelli già citati, e al sistema del Cappa-Pis del Pesio di cui si parla in altra parte. Il meno importante è quello di RD affluente di RB e quindi del torrente principale di PB alla Tirolese. E' un sifone-sorgente non molto grande ma in cui si ci può senz'altro immergere, scavato nel calcare nero, pare limpido, il portaggio anche se non certo agevole è preventivabile in 3-5 ore.
Quanto all'altro sifone, egli sa di leggenda e per due volte si è già messo fra noi e la Sala delle Acque che cantano. Un tempo vi si immerse Giulio Gecchele, nel senso che ci scivolò dentro in tuta militar-mimetic da 3 mm di stoffa marcia. Certo tutti avrete così capito che si tratta del sifone terminale dell'abisso Eraldo Saracco, F5 per gli amici, che si ritrovarono di fronte anche i beatificandi esploratori dell'abisso dei Passi Perduti (o F33), da cui lo si raggiunge (si fa per dire) più comodi.
Forse quel giorno inizierà un grosso storione del Labirinto Oscuro Marguareisiano.
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piaggia bella zona A
All'A20 (o Buco del cordino) ci andammo invece quasi per sbaglio, o forse per scommessa, o perché ci sentivamo dentro che il buco scelto sarebbe continuato e l'A20 era bello alto, e poi lavare dal capo del "barbaruto speleologo" l'onta subita anni prima (cfr. boll. n. 63) sembrò "cosa giusta e saggia" come dice Wolf. All'A28 non era stato così, era venuto da lontano, lontano dal tempo e dallo spazio quel volto indimenticabile che noi chiamiamo Lunghèt, era stata notte di stelle, di fuoco e di vino al Colle dei Signori, era stato l'odore lontano dei cavalli del Mucchio Selvaggio quello che aveva stanato il rutto freddo dell'A28 sino alle capaci nari del Giudice A. Roy Beam "la legge ad ovest dei Piedi Umidi" che di rutti conosce ogni mistero ed allora sospiro: "Da come soffia bisognerà andare a vedere questo buco...". Certo Alberto, come no.
Così Kekkez, Emilio e Giordano Bruno si calarono nell'A28 e superarono le orme di Beppe e di El Paso ed altre di cui presto si farà il calco di gesso per un Museo Marguareisiano e cominciò da lì il malcelato Sodoma e Gomorra.
All'A20 invece non ci si capì mai molto, speciali fanghi piegavano le dita ad angolo retto, subdoli pozzi da 7 metri reclamarono decine e decine di Ederlit che torme di mucocervi importati in primavera da Vasco dal Canin divoravano facendo credere col loro caratteristico, tonante singhiozzo che le pietre rimbalzavano lontanissime. Mentre invece se le mangiavano tutte, messi in cerchio ghignanti seduti sulle corna di dietro. Pericolosissimi virus israeliani falcidiarono poi la nostra squadra di punta e vieppiù quella di disarmo, metodo di esplorazione a rate, comodamente rateate, che la storicità della grotta richiedeva.
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E la gloria dove sta messa è un po' di qua e di là. |
Fu così che alla penultima imbucata del campo ed ultima immeandrata scoprimmo che anche l'A20 se ne andava per la sua cattiva strada. Non sarebbe mai diventato un "best seller". I mucocervi sarebbero morti di fame e di noia. Eravamo tutti assai tristi.
Due nuovi abissi marca 1980 si aprono nella conca di PB: sono il "Sodoma e Gomorra" (A28) e l'A20 che fu chiamato del Cordino, o del "Barbaruto speleologo" o "Vacche Magre". Entrambi soffiano in estate, entrambi sono caratterizzati da un lungo e merdoso meandro nel cretaceo, entrambi sono vicini alla Gola del Visconte ed interessano i Piedi Umidi oltre il sifone, entrambi stoppano sul più bello.
Sodoma e Gomorra è un abisso duro, da vecchi professionisti della spaccata su marcio in uscita da buca da lettera, come si accorsero i meno avvezzi, le cui bestemmie si trasformarono pian piano in latrati e sospiri sino a finire in "Mio Dio!" che non impietosivano né l'acetilene incastrata in tali passaggi, né il beffardo sopracciglio del Visconte. Chi invece si credeva vecchio e quindi furbo si spinse più in là e laggiùqui o laggiulà la paga se la prese comunque. Alla fine Giovanni Badi-
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no, Andrea Benedetti, Ivano Di Ciolo, Emilio Franco, Giordano Bruno Ventavoli e il sempre vostro povero vecchio, decisero che quel buco faceva parte dei Castighi di Dio e che si sarebbe chiamato Sodoma e Gomorra pertanto. Senza rimpianti né nostalgie.
A 28
Descrizione: Dopo il primo pozzo di 38 metri si trova una fessura superata da Andrea, Emilio e Giordano Bruno. Il meandro continua quindi stretto e interrotto da frequenti salti tra i 3 e i 6 metri, tutti superabili arrampicando, anche se in uno di essi è fortemente consigliabile una corda. Si arriva quindi su un pozzo bello da 15 metri, che va su un altro breve e merdoso pezzo di meandro (lì Ivano ha battuto il ginocchio, quello con già "una fratturina" e penso che anche i ripetitori sentiranno la eco di ciò che fu detto), che salta quindi in un pozzo da 20 sul contatto tra il cretaceo e il calcare bianco (giurese?). Seguono altri 3 pozzi sui 10 metri (noi abbiamo fatto tutto con una corda da 60) sempre sull'atletico stretto dove se non avete la staffa e due gradini ci restate una vita su un'uscita. Giunti così a un'amena saletta concrezionata, dopo breve risalita potrete osservare un martello spezzato, macchie di sangue, saprete così di essere sulla strettoia prima della terminale, quella che per poco non si mangiava il buon Giovanni. Siete allora alla vertiginosa profondità di circa -190, e sapete quanto poco incide la profondità sulla difficoltà di un buco, mandate un caro saluto ai rilevatori e così sapete pure che, se avesse continuato. Sodoma e Gomorra finiva nella Gola del Visconte (dev'essere da lì che sniffava la coca). Ma, penserete poi, non è un così gran peccato.
Lì sentirete la voce di Ivano "T'a'o ittu nun cinnà ... e tu ìndici ... e ora n'écici ... se ti risce'", che in lingua di Camaiore significa .....
A 20 o Buco del Cordino o "VaccheMagre"
A20 comincia con un lungo e stretto meandro nel calcare cretaceo non pericoloso ma devastante tute e sacchi q.b.; quindi la serie di pozzi larghi, e rallegranti la vista (metri 7 e 13 consecutivi; 5, 10, 8, 12) dove a profondità da me stimata di circa 80 metri si fermarono Mèo, Franca Maina e Carlo Cazzola durante l'esplorazione del 1977. Oltrepassò Pierre con Piottino disostruendo la partenza di un pozzo da sette metri adducente alle feroci Tre-Parche-Tre Società Strettoie Striscianti. Daniele Sigismondi (il Caiunno), Daniela Frati (Via col Vento) e Emilio (Coda di Volpe) tutte tre le percorsero ed oltre ci ritrovammo Franco Gotta (Stranger in the night), Andrea (Kekkez) ed io (Recia d'Asino), con tre nuts (Chouinard Execcentric 9, 10, 11), uno spit, una corda da 6 e poi una da 40. Trasportammo duecento metri di corde al fondo della grotta, che è giusto alla fine dei pozzi, in una strettoia dove soffia e va via acqua ma non ci passerebbe neppure lo zoccolo d'un mucocervo.
Andrea Gobetti
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ancora dal fondo di pb
Della discesa al fondo di PB non c'è molto da raccontare. Chi scrive aveva una fretta bestiale, non dovevo scendere anzi, quella sera dovevo tornare a Torino: ma come potevo lasciare che Ivanhoe e i due Andrea andassero ad esplorare al fondo senza di me? Ed eccoci dunque scivolare nelle gallerie verso il cañon, riarmare gli ultimi tre pozzetti, approdare al sifone dove facciamo la rituale sosta ad ammirarlo. Poi saliamo lungo la corda che va su verso le risalite, corda che avevamo lasciata Avanzini ed io ad ottobre. A settanta metri di altezza sul fondo del cañon infatti, una cresta separava due pozzi; di uno le pietre ci dicevano essere verticale, dell'altro che era inclinato su fango, più uno scivolo ripidissimo che è un pozzo. Eravamo scesi in quello per atterrare al fondo del cañon. A quel punto ovviamente appariva il problema di dove portava il primo pozzo, quello verticale. Per questa questione eravamo lì.
Saliamo dunque lungo la corda per portarci in quota. Ed armiamo, con la corda recuperata alle spalle, il nuovo salto. E lo scendo. Bel vuoto di settanta metri, fondo con ruscello che arriva dalla direzione sbagliata, cioè da quella nella frattura parallela, il cañon è la direzione del sifone.
Anzi, ci sono anche orme. Ma dove sono finito? Scendo il ruscello, meandro, poi mi trovo nel punto dove, l'anno scorso, ho iniziato con Ivano e Francé le risalite. Dunque quella che ho sceso è la sala della "cascata dell'ultima spiaggia". Torno alla corda, urlo qualche spiegazione, saluto la compagnia ed esco. Gli altri non continueranno le risalite in punta al cañon, ma scenderanno e troveranno altre gallerie prima delle Capello. Poi qualche ora dopo risaliranno anch'essi.
Giovanni Badino
l'A28
Del quale scrivo anch'io qualche nota. Sul prossimo numero metteremo anche il rilievo.
L'A28 era noto da sempre ma lo si ipotizzava chiuso alla base del trentotto iniziale (pozzo esterno). Si apre vicino alla Gola del Visconte. Fatto sta che durante il campo qualcuno scende e scopre che la strettoia del "fondo" si passa. Squadre successive oltrepassano il meandro che le fa seguito, fermandosi a circa -160 su un pozzo. Questa parte della storia, come avrete capito, non la conosco bene e quindi lascio ad altri il raccontarla.
Scendo con Ivano ed un tal Andrea Benedetti che ci seguiva: chissà chi era. Parlava in modo strano dicendo sempre "ciò" al posto di "diufaus" o "belin", "trombolotti" al posto di "stivali", "tzuca" al posto di "tira". Credo fosse giapponese, o da quelle parti. Simpatico, comunque.
Al pozzo iniziale segue un lungo meandro (250 m) pericoloso per la friabilità, che rende le arrampicate (anche molto alte) che vi si fanno un po' sinistre. Mi viene da pensare a quelli che ritengono che le difficoltà delle grotte siano i pozzi. Poveri di spirito!! Non si sono ancora
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accorti che i pozzi non selezionano nessuno che sia anche solo poco più che mongoloide: mentre un bel sacco (o due) in un meandro un po' lungo e cattivo seleziona praticamente tutti. Dopo il meandro si va giù a pozzetti, l'ultimo non è disceso. Spit e giù. Tira a chiudere ma il meandro riesce con un ultimo colpo di coda a rispalancarsi in un pozzetto. La speranza aumenta. Sotto ancora saltini, una risalita, strettoia, poi un grosso ambiente solcato dal meandro. In su chiude, in giù anche.
Tentiamo di forzare verso l'alto, ci riusciamo a prezzo del mio martello che si spacca. Andrea passa la strettoia per trovare, subito dopo, totalmente chiuso. In basso c'è qualche speranza ma occorre un martello. Usciamo.
Ci ritorno dopo una settimana con Andrea (Gobetti). Facciamo il rilievo e forziamo la strettoia finale. Al di là un meandrino serpeggiantissimo. Andrea non passa, io faccio una schifezza per superare una curva (vado a gambe in su cercando di usare gli spazi concessi) e riesco ad incastrarmi lievemente ma in posizione orrida. Lascio perdere con il meandro che svolta e si allarga a quindici incolmabili centimetri dal mio naso. Uno speleologo più basso di me passerebbe. Usciamo disarmando.
Giovanni Badino
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NOTE TECNICHE
quadratura del cerchio: il perforatore
Se ci si pone il problema di quale sia la sezione peggiore per un perforatore da spit, cioè quale sia la sezione che rende più difficile possibile il movimento di rotazione, è facile dare una risposta: la sezione tonda. Che peraltro è quella dei perforatori di serie. Per ovviare alla mancanza di presa si affida tutto all'attrito mano-perforatore cercando di renderlo massimo: la strada battuta è quella della gomma, o sagoma-
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ta strana (Tormiento) o morbida in modo che aderisca (e giri sul perforatore come il Petzl).
Pochi illuminati hanno sondato diverse soluzioni affrontando per il loro perforatore forme meno stupide della peggiore. Ed ecco perforatori quadrati ed ellittici. Ma per ora tutti questi eccellenti esperimenti (il mio perforatore artigianalissimo, difettoso ma ellittico, è superiore a qualunque altro di produzione di serie) non si sono tradotti in produzioni consistenti.
Finché un mio amico si è offerto di fabbricare materiale da armo. E mentre per le placchette mi sembra ci sia però poco spazio (ce ne sono di eccellenti, come la Allain), i perforatori esistenti sono al limite dell'utilizzabile.
Allora ne abbiamo fatto uno coi seguenti criteri.
Peso: non deve essere né troppo leggero, né troppo pesante. Un calcolo teorico di primissima approssimazione mostra che la sua massa deve essere uguale alla massa battente del martello, perché l'energia di questo gli venga interamente trasferita. E questo, del resto, coincide Con l'esperienza. Invito dello spit: è indispensabile. Occorre che la sezione terminale sia del diametro dello spit per una discreta lunghezza per poter "entrare" bene con lo spit stesso.
Punta intercambiabile: la trovo dannosa. Tante volte rimane sullo spit, l'esagono spacca la roccia quando lo spit viene piantato per qualche millimetro più della sua lunghezza, e l'unico vantaggio che ha è che, se si rompe, la si può cambiare. Ma quando si rompe? Lo sanno tutti che sul perforatore deve sempre esserci uno spit, non foss'altro che per non sporcare la filettatura. Se uno non ci tiene allo spit, se lo lascia cadere e se rovina irreparabilmente la filettatura (ma quante volte è capitato?), se ne comperi un altro.
Paracolpi: utile ma non indispensabile. C'è, robusto.
Collegamento rotante del cordino: utile ma non indispensabile. C'è ed è lo stesso paracolpi.
Sistema di sblocco se si "inchioda" .I fori sul corpo del perforatore sono abbastanza grossi da metterci un moschettone, o anche la punta del martello se è a becco. Con quel sistema esce di sicuro, o gira lui o gira la grotta.
Sezione: l'ellittica è ottima ma la quadrata è più facile da ottenere e, forse, è perfino migliore. Il perforatore, Con questa sezione, lo si può impugnare a mano molle dato che stringere è perfettamente inutile.
Ricopertura di gomma: non ne sento la necessità; la mano sul metallo lavora benissimo tanto più che, come ripeto, la presa è morbida.
Di questo perforatore abbiamo già fatto molti esemplari e li abbiamo dati da provare in giro per sentire le opinioni: e sono lusinghiere. Alcuni dettagli potranno essere ancora da perfezionare ma, questo, lo si avrà solo con un uso assiduo e prolungato.
Il lavorìo di perfezionamento che c'è stato dietro lo rende già un attrezzo ottimo. Quel che è incerto è se verrà o no prodotto in serie. Penso che ci proveremo.
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Giovanni Badino |
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anatolia '80
Perché una spedizione proprio in Anatolia e per giunta in una zona sperduta e al di fuori di ogni percorso turistico e speleologico? Forse proprio per questo motivo, oltre al fatto che avevamo avuto indicazioni precise circa la zona da battere da Achille che vi era capitato quasi per caso l'anno scorso. Inoltre andare a fare battute in zone "classiche" come quelle dei monti Tauri dove da anni lavorano i Francesi, voleva dire, senza indicazioni precise neppure a livello di itinerari o di cartine, e senza una guida, perdere tempo e basta. E' vero che abbiamo avuto la preziosa collaborazione della Società Speleologica Turca che ci ha fornito la compagnia preziosa di Yavuz, giovane speleologo turco, ma fino a pochi giorni prima della partenza non ne eravamo sicuri .
L'idea di una spedizione extra europea era nata l'anno scorso durante un incontro con gli speleologi del Gruppo Grotte Brescia e così avevamo deciso di organizzare un giro in Turchia; all'ultimo momento, però, erano sorti problemi di date e di ferie, per cui loro non sarebbero potuti partire che quindici giorni dopo di noi, in tempo giusto per incrociarci sulla via del ritorno.
Fino agli ultimi giorni siamo stati sulle spine per il problema delle auto: era rimasta solo la mia; il fuoristrada di Gianluca aveva sputato una biella ed era ovviamente inutilizzabile e altri partecipanti con auto, indecisi fino all'ultimo, avevano optato per il no. E' toccato quindi al "Mona" e al "Pustin" tirare fuori un'A-112 e una 127 Con un numero impressionante di chilometri e così la carovana un po' squinternata del G.S.P. è partita la sera del 23 luglio alla volta della Turchia (*).
23 luglio 1980:
Partenza, appunto; fino all'ultimo momento non ci credevamo neppure più noi: ci aspettavamo di vedere arrivare qualcuno di noi con notizie tragiche di bronzine fuse o di balestre scassate e invece...niente! Ho pensato: ma la tangenziale è lunga e prima di arrivare al casello possiamo anche spaccare qualcosa... e invece, lenti come lumache, dopo avere chiesto ad un Autogrill di Verona se era giusta la strada per la Turchia, siamo arrivati alla frontiera (la prima) alle 5 del giorno dopo.
24 luglio. Nessun problema alla frontiera e ci fermiamo a dormire quasi sull'asfalto appena centro metri dopo.
Tre ore dopo ripartiamo con Roberto incastrato nel cassone del Land tra tonnellate di roba; poveretto, lo tireremo fuori solo a Zagabria per fargli prendere un po' d'aria.
L'autostrada è allucinante: credo che in quei giorni ci siamo fatti una cultura impressionante in fatto di TIR e di camion di ogni genere. Ogni tanto se ne vede qualcuno completamente schiacciato fuori strada; uno lo abbiamo visto in un campo di mais: doveva esserci appena finito, per
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* Hanno partecipato alla spedizione "Anatolia '80": Carlo Ballesio detto fiona, Pier Carlo Curti (Carlo), Attilio Eusebio (Poppi), Franca Maina, Roberto Menardo, Marco Mussano (Pustìn), Giuliano Villa.
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chè il conducente stava tranquillamente uscendo dalla cabina.
Ci fermiamo a passare la notte in un paesino un poco discosto dalla strada, Kuzmin.
25 luglio. Sveglia di buon'ora tra lo stupore della gente del posto. Alle 9 arrivo a Belgrado. Si prosegue per Skopje. Qui l'autostrada non è nient'altro che un enorme cantiere di circa un centinaio di chilometri con centinaia di ragazzi che lavorano sotto il solleone. Superato Skopje il paesaggio si fa tipicamente mediterraneo; assistiamo ad una carambola di una "600" che finisce con le ruote all'aria in un campo: si fermano un paio di automobilisti e con un colpo girano l'auto, controllano che nessuno si sia fatto gran che male e se ne vanno (evidentemente, data che la guida di questa gente, sono abituati a queste cose). Dormiamo in prossimità della frontiera con la Grecia, in una pineta.
Il 26 passiamo la frontiera. Io comincio a stare male, forse per il gran caldo e per la dieta a scatolette. Attraversiamo la Grecia e ci fermiamo al mare per un bel bagno. Partita di "anguria-nuoto" tra l'ilarità dei bagnanti. Io sto meglio e cominciano a stare male gli altri. In prossimità della frontiera Con la Turchia, ad Alessandropoli, vomitata generale.
27 luglio. Poco dopo la mezzanotte facciamo il nostro ingresso trionfale (o quasi) in Turchia tra mitra spianati, controlli, zanzare e timbri sui passaporti.
La prima notte la trascorriamo quasi sempre svegli a circa 50 chilometri dalla frontiera, impressionanti dall'ululare dei cani, da un rullio di tamburi in lontananza e dal canto di un "muezzin" proveniente da un invisibile minareto. Sapremo poi di essere capitati nel periodo del "ramadan" e quindi, oltre a subirci questo concerto tutte le notti in qualunque angolo della Turchia, non potremo assaggiare un solo goccio di vino (comincio a capire perché i Bresciani sono partiti quindici giorni dopo, con la scusa delle ferie...).
Al mattino presto Carlo ed io torniamo alla frontiera per cambiare e intanto gli altri fanno la conoscenza con l'eccezionale ospitalità dei Turchi presso un distributore. Si riparte alla volta di Istambul accompagnati da un paesaggio e da un caldo allucinante.
Nei pressi della città inizia quel caos che è una delle caratteristi che di Istambul e di tutta la Turchia abitata. Qui abbiamo appuntamento con il dottor Temucin Aygen, presidente della Società Speleologica Turca che ci deve dare una lettera di istruzioni per trovare la nostra "guida". E così, dopo avere girato come scemi per Istambul alla ricerca di un indirizzo e, dopo essere rimasti imprigionati per un'ora in un ascensore senza uscite di sicurezza e quasi senza aria in compagnia di una bambina turca per niente spaventata, troviamo finalmente la madre di Temucin che ci consegna la lettera e la caccia al tesoro ricomincia. Verso sera, finalmente, facciamo la conoscenza con la "guida", il simpaticissimo Yavuz che si rivelerà essere un prezioso aiuto e un carissimo amico.
28 luglio. Dopo avere dormito fuori città e dopo avere passato alcuni posti di blocco con militari in pieno assetto di guerra, riprendiamo la strada e arriviamo ad Adapazari dove ci fermiamo per cambiare i "travellers cheques" e dove abbiamo le prime difficoltà per farli accettare dalle banche.
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La sera arriviamo nei pressi di Kostamonu dove ci fermiamo a dormire. Siamo svegliati dal primo temporale turco e la cosa ci fa quasi piacere data l'assoluta mancanza d'acqua nella zona.
29 luglio. Arrivo a Devrekani. Sullo sfondo nero del cielo si staglia la sagoma del monte Yaraligöz, ricco di promesse (purtroppo rimarranno tali). Non sembra vero di averlo a portata di mano.
Sosta al paese dove siamo subito invitati nella trattoria a prendere il te e dove ci rifocilliamo. Ci dicono però che per avventurarsi sui monti occorre un permesso dei gendarmi e così passiamo dalla caserma per i necessari chiarimenti: appena capiscono che siamo speleologi, ci trattano con i guanti, ci danno un lasciapassare per 'proteggerci' dai malintenzionati (evidentemente la polizia deve godere di un certo ascendente presso i locali!), infatti appena mostriamo il foglio in paese ci offrono addirittura una guida. Partiamo, quindi, con un passeggero in più alla volta di un piccolo villaggio sulle pendici dello Yaraligöz. La strada ben presto si fa veramente brutta e più volte le macchine strisciano col fondo. Attraversiamo un enorme altopiano calcareo con un numero incredibile di doline, dolinette, polje e buchetti; sullo sfondo biancheggiano le masse calcaree dello Yaraligöz e di altri due monti; ci rendiamo conto che il lavoro da fare sarà enorme, perciò decidiamo di installare un campo nella zona e di non trasferirci al sud come era in programma. La guida ci consiglia di accamparci quasi sulla cima del monte dove arriva una mulattiera che si può percorrere in Land Rover. Effettivamente il posto è incantevole: è una splendida dolina enorme col fondo piatto come un campo di calcio e circondata di conifere; l'acqua non è molto lontana. Frattanto scopriamo che si è rotto il supporto del motore della 127 e lo smontìamo per portarlo poi a Devrekani.
A sera primo vero pasto a base di risotto; ne offriamo ai nostri amici pastori, ma non è molto gradito: loro sono abituati a cenare con yogurth e cetrioli e certe cose non le digeriscono. Prima di dormire cantiamo un po' di canzoni speleologiche: Roberto le traduce in inglese a Yavuz che a sua volta le ritraduce in turco: ridono a crepapelle!
Il 30 alcuni scendono a Devrekani per riparare il pezzo del 127 e un meccanico si offre di fabbricarlo identico all'originale per 2500 LT (circa 30.000 lire) per il giorno seguente.
Al ritorno andiamo ad esplorare una risorgenza che ci hanno indicato a circa un'ora dal villaggio e dalla quale prendono acqua i mulini della zona di cui sono proprietari i nostri ospiti. La grotta soffia un'aria gelida e presenta parecchie strettoie alternate a bellissime sale molto concrezionate. Complessivamente misura circa 400 metri di sviluppo e ha due ingressi. Usciamo infreddoliti a mezzanotte e non troviamo più gli zaini. Non conoscendo ancora bene la mentalità dei nostri ospiti, pensiamo subito al peggio, anche perché siamo costretti a tornare alle macchine in piena notte e senza poterci cambiare. Dormiamo in sette sul Land.
31 luglio. Buone notizie per gli zaini: pare che ne sappiano qualcosa giù al mulino, quindi si ritorna giù. Infatti: poveretti, vedendoci sparire nel buco e non vedendoci uscire più, si erano preoccupati almeno per la nostra roba e per non lasciare i sacchi all'aperto li avevano portati al mulino dove li avevano addirittura chiusi a chiave in una specie di cas-
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sapanca, inoltre avevano passato la notte svegli e col fuoco acceso e con un po' di roba da mangiare per noi.
Tornato al villaggio io mi occupo di riparare, o meglio di ristrutturare la mia macchina fotografica che non trascina più la pellicola; armato di cesoie, martello e cacciavite la alleggerisco del superfluo e riempio i vuoti con silicone e ritagli di latta tra gli sguardi attenti ed ammirati dei locali.
Nel pomeriggio si scende a Devrekani a ritirare il pezzo della 127 e lo rimontiamo. Tutto bene, sennonché mentre percorriamo la mulattiera col Land carico, si spacca il differenziale posteriore; siamo così costretti a ripiegare tornando al villaggio con la trazione anteriore. Partiamo per il campo carichi come muli.
1° ag. sveglia con la pioggia. Un pastore mai visto ci porta del pane e dello yogurth squisito.
Ci dividiamo in squadre: la prima va in battuta sulla cima del monte, un'altra va a cercare l'acqua e un'altra fa un ennesimo giro alle macchine. La battuta non dà grossi risultati: a parte una spaccatura sulla cima che risulta essere di una ventina di metri, il resto non dà molto.
A sera partita di pallone Italia-Turchia alquanto movimentata con il cavallo dei nostri ospiti in porta.
2 agosto. Tempo brutto. Con Poppi e Franca vado a vedere I'Y-7: è profondo 26 metri ed è solo una grossa spaccatura che è lavorata dall'acqua soltanto alla base. Gli altri vanno ad esplorare i buchi trovati ieri. A sera torna un pastore con dello yogurth.
3 agosto. Una squadra con Marco, Yavuz e il sottoscritto va a battere una montagna a fianco dello Yaraligöz; Gli altri vanno dalla parte opposta. La prima squadra trova due buchi H-1 e H-2 di cui il primo sembra interessante: è una serie di pozzi di cui scendo il primo da 5 e il secondo da 10 in vuoto, poi per mancanza di materiale mi fermo.
La seconda squadra non ha trovato nulla di interessante se non prove che il carsismo della zona è molto antico, come si riesce a dedurre dalle concrezioni di notevole volume che si trovano all'aperto un po' in tutta la zona.
4 agosto. Si va tutti nella zona "H" dove abbiamo trovato il pozzo. Scendono Carlo e Poppi mentre gli altri vanno in battuta. Purtroppo l'ultimo pozzo è di 21 metri, perfettamente circolare e chiuso alla base. Scendo con Franco a fare foto e a cercare insetti.
Elio e Yavuz scendono al villaggio a cercare un mulo per trasportare i materiali alle macchine.
5 agosto. Si sbaracca. Arriva il mugnaio col solito cavallo e comincia a caricare la povera bestia di sacchi; non credo dì avere mai visto un cavallino così carico: a malapena sta in piedi con tutto il carico che aveva portato su il Land Rover! E infatti percorsi cento metri scarica il peso superfluo lasciandolo a noi. Arrivati al villaggio alcuni tornano a vedere la risorgenza per terminare il rilievo e per fare foto. A sera nuovo giro per recuperare il resto dei materiali e poi festa d'addio a casa dei nostri ospiti. Ceniamo a base di focacce, cotte apposta per noi, yo-
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gurth, riso e cetrioli; da parte nostra offriamo le ultime scorte di vino che provvidenzialmente Carlo aveva portato da Torino. Dopodiché dormiamo tutti al caldo su dei veri materassi.
6 agosto. Colazione con focacce, pastasciutta e l'immancabile yogurth con cetrioli. Subito dopo un gruppo va a vedere un pozzo che è stato segnalato nella zona. Dopo essere tornati alle macchine salutiamo tutti, comprese le donne che solo ora cominciano a mostrare un po' di confidenza con Franca, e imbocchiamo la via del ritorno. Arriviamo a Devrekani dove recuperiamo i passaporti dai gendarmi e partiamo per Kostamonu. Passiamo la notte davanti a una caserma guardata dai militari.
7 agosto. Porto il Land da un meccanico per controllare che almeno la trazione anteriore funzioni bene e mi fa capire che è in grado di cambiarmi il differenziale. Detto fatto comincia a smontare con una rapidità impressionante; il pezzo lo troviamo in una specie di bazar dove vendono di tutto, dai differenziali, appunto, al té. Problemi grossi li abbiamo avuti anche qui con i travellers cheques, tanto è vero che per pagare la riparazione abbiamo dovuto dare fondo ai dollari di scorta.
La prossima meta sarà Zonguldak sul Mar Nero, dove Yavuz vuole presentarci alcuni suoi amici speleologi.
8 agosto. Poco prima di Zonguldak facciamo un piacevole incontro: una grossa tartaruga attraversa la strada e penso di raccoglierla e di portarla con noi. A Zonguldak finalmente facciamo un vero pranzo in un ristorante e poi un bel bagno nel mar Nero entrando gratis in uno stabilimento balneare (perché siamo speleologi).
9 agosto. Tirata unica fino a Istambul dove spendiamo il poco tempo rimasto nella visita al bazar e alla Moschea Azzurra. A sera commossi addii al nostro amico Yavuz al quale diamo un po' di attrezzatura da speleo.
Il 10 si viaggia verso la frontiera e la passiamo senza problemi in mattinata. In Grecia tra Kavalla e Asprovolta incrociamo il pulmino dei Bresciani.
L'11 verso mezzogiorno entriamo in Jugoslavia e a sera abbiamo fatto 550 chilometri Ci accampiamo lungo una stradina secondaria per non essere visti dalla polizia che vieta il campeggio.
Il 12 tirata unica fino quasi a Lubiana. Ci accampiamo anche qui lungo una strada secondaria, ma questa volta ci va male, perché a mezzanotte arriva la polizia che con le buone ci fa sloggiare, così ci fermiamo poco più avanti a dormire alcuni nelle auto e gli altri sotto il Land.
Il 13 agosto passiamo per Postumia e facciamo una visita alle grotte, dopodiché passiamo la frontiera ed entriamo in Italia.
Giuliano Villa
Si ringraziano le seguenti Ditte che hanno collaborato per il buon esito della spedizione:
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FERINO articoli sportivi FIAT Lubrificanti GIORDANO Sport INVICTA art. sportivi JUMBO sport |
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LIGORIO PIERO officina ricambi "Land Rover" RAVELLI sport REPETTO articoli sportivi SUPERGA calzature VOLPE sport |
Si ringraziano inoltre il Comune di Torino -Assessorato allo Sport e il CAI Uget per l'egida accordata alla Spedizione.
G. Villa e F. Maina
NOTE SULLA GEOLOGIA, SULLA METEOROLOGIA E SUL CARSISMO DEL MASSICCIO DEL M. YARALIGÖZ
(ANATOLIA SETTENTRIONALE, TURCHIA)
Il massiccio del M. Yaraligöz è formato essenzialmente da una serie carbonatica mesozoica nella quale sono riconoscibili: calcari micritici con giunti stilotitici ad onco1iti e bioclasti, calcari dolomitici, calcari brecciati, calcari arenacei, calcari marnosi, brecce calcaree intraformazionali e marne calcaree. Queste varie litologie si alternano senza chiari rapporti stratigrafici in banchi di spessore metrico per una potenza totale di 300-400 metri. Questa unità litologica nel suo insieme si è deposta probabilmente durante il Cretaceo in ambiente di scogliera e retroscogliera come sembra dimostrare la presenza di bivalvi, di gasteropodi e di esacoralli tipici. La serie calcarea che compone il massiccio è piegata da Sud verso Nord a formare un antiforme; anche la morfologia sembra riflettere la situazione geologica, infatti il versante sud è un dolce pendio con grandi doline chiuse, mentre i versanti nord ed est sono rappresentati da pareti.
Alla base delle pareti dove cominciano a comparire i primi boschi i calcari lasciano il posto alle vulcaniti, messe in risalto da una tipica alterazione superficiale rossastra. Verso sud i calcari passano gradatamente a termini più arenacei e marnosi e terminano pochi metri più in basso del complesso Y1-Y2.
L'intero massiccio è interessato da due sistemi di fratture, una con direzione tra i 310-330°N e l'altra tra 20-40° N sulle quali sono impostate la maggior parte delle cavità. Un altro sistema di fratture orientato E-W compare nella parte settentrionale della zona ed è probabilmente dovuto ad un collasso verso valle di una parte della montagna. A conferma è la variazione di inclinazione degli strati mentre gli altri parametri della giacitura rimangono costanti (plonge verso N). Tipico esempio di questo fenomeno è Y7, pozzo impostato su una evidente frattura E-W. Quest'ultimo sistema di fratture genera inoltre una serie di piccole valli morte nella parte settentrionale del monte.
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La circolazione dell'aria sullo Y è praticamente assente nella zona di assorbimento e solo Y8, chiuso da impraticabile fessura, sembra godere di una propria circolazione mentre le altre cavità risentono di quella esterna.
Al contrario invece il complesso Y1-Y2, in agosto, al momento delle
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esplorazioni soffiava notevolmente. Quest'aria si disperde poi all'interno della grotta a causa o di camini o per fessurazione.
Il complesso Y1-Y2 dovrebbe rappresentare la risorgenza di una buona parte dell'acqua assorbita dall'altopiano carsico che la sovrasta: questo sembra provato sia dalla quantità di acqua in uscita, rimasta costante intorno ai 10-20 litri al secondo per tutto il periodo della nostra permanenza, sia dal fatto che non sono state trovate altre grotte con caratteristiche analoghe di risorgenza. La temperatura dell'acqua in uscita è di 9,5°C, la temperatura della grotta superiore Y2 varia tra i 10 e i 10,5°C con un'umidità relativa tra il 95 e il 100%.
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La morfologia carsica esterna si presenta evoluta: si hanno distese chilometriche di campi carreggiati nei quali le fessure sono riempite da depositi limoso-argillosi, doline chiuse di dimensioni massime intorno ai 100 metri colmate a formare dei pianori e, in prossimità del villaggio, un uvala lungo 500 metri con asse maggiore intorno E-W probabilmente impostato su una depressione tettonica con asse analogo. Le cavità esplorate sembrano rappresentare ciò che rimane di un complesso carsico quasi totalmente smantellato, tutte le grotte sono state trovate chiuse a poca profondità da sabbia e ghiaia o da fessure centimetriche; questo si può collegare, a mio avviso, a perlomeno 2 cicli carsici che sembrano aver caratterizzato la zona.
Nel primo ciclo il bacino di assorbimento era probabilmente molto più ampio e non solo composto da rocce carbonatiche e si sarebbero formati, nella zona di assorbimento, i pozzi tipo H1, Y9, Y4 ecc., ora chiusi da depositi ghiaioso-sabbiosi. In seguito si è avuto un forte smantellamento e le grotte sono state in parte riempite.
Di nuovo si sarebbe poi impostato un altro ciclo nel quale c'è stato in parte uno svuotamento dei condotti primari, come dimostrato dai resti degli riempimenti trovati e campionati in Y1 e, nella zona di assorbi mento, una fessurazione attraverso la quale avviene ora l'assorbimento.
Il riempimento campionato in Y1, cementato da argilla, ha dato un risultato sorprendente: su 15 ciottoli analizzati, 2 sono risultati di rocce carbonatiche, 4 di rocce vulcaniche, 4 di rocce gneissiche e 5 di rocce arenacee.
E' rilevante la presenza di rocce gneissiche e vulcaniche in un riempimento dove a monte esiste solo un altopiano calcareo l.s. per un raggio di parecchi chilometri.
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Turchia - Complesso Y1-Y2 (pianta)
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Turchia - Complesso Y1-Y2 (sezione)
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SOMMARIA DESCRIZIONE DELLE CAVITA' ESPLORATE
Complesso Y1-Y2. Il nome originale dato dagli abitanti del luogo è Soá uk maá ara per Y1 e SubaS i maá ara per Y2. Le due cavità sono comunicanti e si sviluppano sui due sistemi di fratture precedentemente descritti. Lo sviluppo totale è di 390±10, i dislivelli rispetto a Y2 sono di +17 e -15.
Y3. Impostato su frattura con direzione 330°N, è posizionato circa 20 metri più in alto di Y2 e rappresenta probabilmente un condotto fossile riempito da fango.
Y4. Pozzo di 8 metri, è forse un rappresentante del 1° ciclo carsico.
Y5 e Y6. Sono due doline nelle quali si dipartono dei meandri chiusi da strettoie.
X7. Pozzo di 27 metri di origine tettonica impostato su frattura E-W per cedimento di un blocco.
Y8. L'unica cavità nella quale si riponevano speranze è chiusa a -23 da fessura che sembra aspirare. E' impostata all'incrocio dei tre sistemi di fratture.
Y9. Impostato su frattura E-W, analogo discorso che per Y4. Chiuso da massi e fango.
Y10. Pozzo di 6 metri che esce in parete.
Y11. Pozzo di 18 metri. E' un probabile rappresentante del 1° ciclo carsico.
Y12. Risorgenza dallo sviluppo limitato a 6 metri. Situata 50 metri ad est di Y2.
H1. Serie di pozzi per una profondità totale di 43 metri. E' una grotta molto vecchia e anche lei probabilmente appartiene al 1° ciclo carsico.
A. Eusebio (Poppi)
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precisazione
Carlo Balbiano ci invia la seguente precisazione, che pubblichiamo:
Noto sul n. 70 di Grotte un'inesattezza che mi riguarda. A pag. 30 è scritto da A. Gobetti: "Il Balbiano colorò l'Omega 5 e miseramente fallì". Per amore di precisione dirò che nel '73 Alain Oddou mi chiese se avevo dei fluocaptori per vedere dove finisse l'acqua di Omega 5. Con lui posi dei fluocaptori in R.A. e R.B., mentre facevamo topografia, e altri fluocaptori furono posti in sorgenti esterne. Io lasciai il campo quando erano in corso diverse operazioni e non so se poi qualcuno abbia gettato della fluoresceina o meno. Per parte mia non sono mai stato nell'Omega 5, né allora né dopo.
Comunque mi fa piacere leggere che recentemente una squadra di 11 persone, più speleo di Ormea, abbia potuto condurre con successo l'operazione, confermando così ciò che già nel '73 avevamo supposto, parlandone con Claude e Alain.
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Turchia - Grotte Y3÷12 e H10 - rilievo
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di dolly si invecchia
7 giugno: per l'ennesima volta siamo all'entrata del Dolly, e siamo anche numerosi, forse troppi, chi scende per rilevare, chi per esplorare, chi per farsi un giro. Discussioni a non finire sulle squadre, si decide: Walter, Danilo, Marco, Patrizia e Valerio andranno a vedere un ramo a -200, Giovanni ed io rileveremo il ramo dei Berserk e gli altri seguiranno a farsi un giro.
Alla prima squadra va male (usciranno dopo poco per vari inconvenienti), alla seconda va meglio e rileverà secondo il programma.
Una settimana dopo sono di nuovo qui, ho deciso di intensificare le uscite al Dolly, non voglio che diventi la fossa del GSP, quindi più in fretta lo finiamo meglio è per tutti. Purtroppo siamo di nuovo in molti e si sa, molti a scendere = molti casini e il tempo impiegato ad arrivare in zona operazioni è troppo. Arrivati di fronte alle fessure della diffluenza dei Berserk ci dividiamo, Piottino e Marco, un allievo di quest'anno, cominceranno a risalire, il Mona e Franca aspetteranno il nostro ritorno e ci aiuteranno ad uscire dalla strettoia, io e Carlo andremo avanti.
La prima strettoia è fetida, in punta ad un pozzetto di 4 metri liscio come l'olio, a campana con un meandro-fessura; se cadi di lì ti inchiodi nel meandro e non ne esci più. Scendere è facile, risalire non so. La seconda strettoia poco più in là è un meandro a V lungo 2 metri da prendere in alto, se scivoli ti incastri e rischi anche di finire nel torrente sotto.
Con l'incubo di queste strettoie alle spalle si va avanti con i piedi di piombo; diamo per scontato che se ci facciamo male lì sotto, non usciamo più. La grotta continua stretta, dopo poco un saltino di 4-5 metri ci immette in una sala nella quale c'è un arrivo d'acqua notevole, di fronte parte un meandro alto con il torrente sul fondo, poco oltre un pozzo sui 10 metri, si continua, prendiamo il meandro in alto che si fa sempre più stretto e prosegue orizzontale, ogni tanto si allarga e poi si restringe, sul fondo c'è sempre il torrentello, ad un certo punto ci stufiamo e poi io sono quasi senza carburo e decidiamo di tornare indietro. Malauguratamente sbagliamo strada e ci infiliamo in un condotto in cui siamo costretti ad opposizioni allucinanti divaricando da carponi ginocchia e spalle; usciti di lì ci sono ancora le fessure di marca Baldrake che ci aspettano, sono meno terribili di quanto non sembravano, anche se dobbiamo ringraziare quei poveretti che ci hanno aspettato per tre ore.
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Poppi |
storie di baader
Nell'anno del Signore 1979 uno sparuto gruppo di speleologi, in un nevoso sabato di dicembre, decide di attaccare il temuto abisso, dimenticando gli impegni con Badino e con il Fighiera. Sono di nuovo qui con Andrea, Elio, Icaro e il Sivelli. In verità quello che mi aveva fatto cambiare idea era il ricordo di vergini pozzi ed Andrea che mi aveva raccon-
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tato di una prosecuzione trovata da lui e Marco Perello, bella con aria ferma su un pozzo da 10 metri a -100 e da tre anni mi aspettava.
Ci troviamo giocando e ridendo, come si può al Baader, alla sommità del pozzo da 50, pendolino, finestra e terrazzino dove ci stiamo tutti. Davanti a noi un pozzo a scivolo, non bello. Cadono pietre dal soffitto, una delle quali tenta di portarsi via un mio ginocchio. Risolviamo il tutto con uno spit, poi qualche idiota di là dietro afferma che questo pozzo è di 15 metri, guardo sotto e mi sembra di intravedere il fondo, è il solito maledetto terrazzino, me ne accorgo quando ci sono sopra 17 metri sotto il culo, Michele mi raggiunge ed aggiungiamo una corda, al fondo una saletta, diaframma di roccia e siamo in un saloncino, o meglio alla base di un grosso pozzo e nelle pareti si vedono delle partenze di gallerie anche grosse. Continuiamo a scendere, fessura, meandro, poi incrociamo un altro meandro, frana e pozzetto da 10 m dove si era fermato Marco. Lo traversiamo in alto e scendiamo dall'altra parte in arrampicata per risparmiare corde, che di solito vengono a mancare sul più bello. Subito sotto un pozzo sui 20 m e tanti, tanti meandri ovunque ti giri . Prendiamo quello che scende e siamo su un pozzo da 40; ci è rimasto uno spit ed una corda da 50, Michele decide che va bene lo stesso e va a vedere, in fondo si ferma su un pozzo da 10. Nel frattempo Icaro traversa in alto il pozzo e trova un bel meandro che va via tranquillo. Siamo ad una quota valutabile intorno ai 200÷220, ben messi, risalendo troviamo ancora belle prosecuzioni quasi tutte con aria.
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Poppi |
al fighiera
Note su due discese. La prima ad esplorare il ramo che parte da Minosse con un pozzo, al di là di una risalita su cui ero sbucato anni fa senza però scenderlo. A questo pensavano, su mie dritte, i maremmani, sbucando su un gran pozzo. Ci ritorniamo, con tre di loro, siamo Ivano ed io, giù rapidi in ambienti molto grandi. Il pozzone è paurosamente bagnato, con grande scorno di chi scrive, vestito con la "Speleus" e un paio di scarponcini. Ci immergiamo in questo salto di un centinaio di metri attorniati dall'acqua, grigia, che rotola giù dalle pareti. Base. Due vanno giù per un pozzo, io attacco assistito dagli altri una breve, calda risalita che, dal fondo del salto, porta alla prosecuzione della spaccatura che ha originato il pozzo. In cima mi raggiungono Ivano e Tromboni; la diaclasi sprofonda e dopo un po' si allarga. Spit, un po' di corda che scendo fino al fondo dove il pozzo si spalanca in un salone sotto di me, e mentre studio di frazionare sento, sotto, le voci di Enzo e dell'altro che erano andati nell'altro ramo. Torniamo alla base del pozzone in cui continua a scrosciare il torrente. Siamo estremamente mogi ed infelici. Ivano e Tromboni vanno su. Io per non aspettare fermo, torno giù dagli altri due portando loro il materiale che avanza. E li raggiungo in meandri, che di promettente non hanno proprio niente e che difatti chiudono, qualche decina di metri sotto i cinquecento. Torniamo su. Anzi, nuotiamo su. Quando arrivo in galleria duecentocinquanta metri più su, sto ancora tremando: una fata torinese che era lì per caso si impietosisce e mi fa un tè (o forse un brodo, ricordo solo che era caldo) poi fuori.
Poi dopo qualche mese (mirifica sosta...) di nuovo dentro, con Aldo,
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Ivano, Bianche t ti. Ottima squadra. Riarmiamo tutti i pozzi della galleria fin giù ai cinquecento nel Corno Destro. Poi andiamo in fondo alle gallerie Lovercraft dove Ivano ha forzato una strettoia ed ha trovato enormi prosecuzioni. Ricomincia il lavoro del rilievo (nel Minosse l'ho lasciato ad altri). Duecentocinquanta metri, poi lasciamo perdere e torniamo su, io penosamente perché sto male.
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Giovanni Badino |
al buco della genzianella
Ove sono invitato dagli amici di Verona. La grotta è già armata, in parte, ed ha dei punti interrogativi. Si apre sul Cansiglio, un posto lontanissimo da Torino per andarci in un week-end. Vado a Verona in treno, da lì rotoliamo fino al buco in macchina. Scendo con Beppe ed altri due di cui non ricordo il nome. Scendiamo nel buco fino ai trecento e qualcosa con bei pozzi e meandri. Prossimi ad un pozzo da settanta risaliamo un buco che occhieggia in alto in uno slargo del meandro.
Con tecniche un po' dubbie, su fango e roccia sfaldata lo raggiungiamo: torna indietro e ricade qualche decina di metri più in là nel meandro da cui siamo venuti. Ben fatto perché evita una zona particolarmente fetida (stretta). Ritorniamo sui nostri passi fino al settanta. Dall'alto si vede che è bello e ampio. Si vede che devo assolutamente scenderlo. Cosa che faccio con uno dei due di cui non ricordo il nome, mentre Beppe e l'altro escono (Beppe mi dice di disarmare ma io non faccio attenzione fino a che quota devo farlo). Giù la grotta migliora decisamente. Meandro attivissimo, ampio, a saltoni. I quali saltoni son malissimo armati. Arriviamo ad un trenta, da riarmare, con l'ultimo sacco dei materiali lasciato lì sotto, attorno a quota cinquecento. Con rimpianto guardo giù nel pozzo: è bello come tutta questa parte del buco. Ma ahimè, è ora di risalire. Non so quanto ci impieghi il mio compagno a tornare su e mi spiace spingermi con gente (ancorché simpatica), che non conosco, fino a posti dove il ritorno può essere terribilmente lungo. Risaliamo disarmando. Il mio compagno ha un sacco, e lo sente. Dietro di lui decido di disarmare il più possibile, dato che non ricordo fin dove ero incaricato di farlo e che comunque è inelegante abbandonare l'altro: che ad ogni modo aspetterei fuori. Tanto vale dunque impiegare utilmente il tempo allenandomi. Portare tanti sacchi è solo questione di pazienza: e alla fine come è capitato a me, si arriva all'esterno. Purtroppo c'è poco tempo per far festa: un'auto ed un treno mi portano al campo base di Torino.
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Giovanni Badino |
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Pubblicazioni ricevute
- Atti del V° Convegno Regionale di Speleologia del Trentino Alto Adige, 1978.
- Gruppo Speleologico Neretino - Nardò e il Salento nella preistoria d'Italia, 1980
- Gruppo Grotte Teramo Cai - Grotta Fredda (Acquasanta Terme).
- F. Fedele - Orco Reprints 1°. Antropologia del popolamento delle Alpi Occidentali.
- E. Gleria, D. Zampieri - Contributo alla conoscenza del Carsismo dell'altipiano Faedo-Casaron in relazione ai sistemi ipogei del Rio Rana e del torrente Poscola. Trento 1978.
-N. Corradi, G. C. Cortemiglia - Meccanizzazione dell'analisi tessiturale dei sedimenti per la ricerca dei parametri e degli indici sedimentologici necessari allo studio della deriva litoranea. Atti del Conv. Naz. per la difesa del litorale di Chiavari, Lavagna e Sestri Levante dall'erosione marina. 1979.
- G. C. Cortemiglia - Caratteristiche morfometriche delle ondulazioni da vento del Sahara Algerino, Nigerino e Tunisino. 1979.
- G. C. Cortemiglia - Atti del Convegno di studi per il riequilibrio della costa fra il fiume Magra e Marina di Massa. 1977.
- M. De Biasi - L'allenamento tecnico-atletico in speleologia.
- S.S.I., Museo di Speleologia "V. Rivera" - Bibliografia speleologica italiana.1977.
- G. Racovitza - Ètude ecologique sur les coleoptères bathysciiinae cavernicoles. 1980. (Precede un capitolo di considerazioni generali sulla fauna cavernicola) .
- F. Gasparo - Osservazioni meteoriche nel 1979 (Grotta Gigante).
- S. Merilli, P. Mugelli - La buca del cacciatore sul monte Corchia. 1979.
- F. Strobino, G. Giacobini - La breccia ossifera di Ara. 1979.
- Karst und Höhle 1978/79 (Verband der Deutschen Hö1en und Karstforscher e. V. München.
- P. Zambotto - Toponomastica, storia e folclore delle grotte Trentine.
- P. e M. Zambotto - Cavità minori del Trentino Alto Adige.
- P. Zambotto - Note di revisione del catasto speleologico del Trentino.
- J. Montoriol-Pous, O. Escolà - Contribucion al conocimiento vulcano speleologico de la isla Isabela (Galapagos, Ecuador).
(continua sul prossimo)