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GROTTE

anno 23, n. 71 - genn.-aprile 1980

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

 

SOMMARIO

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Fighiera, quattro anni

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Introduzione

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Esplorazione, come

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Linee del Fighiera fisico

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Il rilievo

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Della giunzione Fighiera - Antro del Corchia

 

 

 

 

 

Allegato il rilievo dell'abisso

 

 

 

Redazione:

Marziano Di Maio

(resp.)

 

Giovanni Badino

 

 

Andrea Gobetti

 

 

 

 

Stampa: LITOMASTER, v. Sant'Antonio da Padova, 12

Stampa del rilievo: COPYRID, Via Del Carmine, 11

 

 

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     Il 71° numero del bollettino "Grotte" è interamente dedicato alla pubblicazione, a lungo attesa, del rilievo dell'abisso Fighiera. Questa notevole incombenza è finita per ricadere sulle spalle di una persona sola, quella stessa che già si era sobbarcato il rilievo di oltre cinque chilometri di abisso. Giovanni Badino è stato ammirevole, diremmo stoico, in questa sua opera purtroppo quasi solitaria, dedicandovi molto del suo tempo libero, e non si poteva pretendere che facesse ancora più in fretta. Ecco il rilievo: la sua sola stampa è costata al Gruppo ben più di quanto cuba il bilancio finanziario del bollettino di tutto un anno... Per maggiori ragguagli sull'abisso rimandiamo a tutti i bollettini precedenti su cui sono state pubblicate relazioni esplorative, note tecniche e morfologiche, ecc. e che sono i seguenti:

     n. 59 (genn.-apr.1976): Abisso Fighiera -574 (tutto meno la prima punta, con 16 paragrafi compresa una cronologia delle operazioni; Gobetti, Doppioni, Badino, Depallens, Neirotti);

     n. 60: La prima punta (Perello) e Le esplorazioni di giugno (Badino);

     n. 61: Ed è ancora Fighiera (Badino), Il ramo delle Ludrie (Doppioni);

     n. 62: Forzamento del Meins (Badino), Al Corno Destro (Vigna, Coral);

     n. 63: Sintesi delle esplorazioni da aprile a luglio 1977 (Coral), Campo estivo Fighiera '77 (Coral), Corno Destro note tecniche (Coral), Una singolare tenzone (Marzano) ;

     n. 64: Nel Corno Destro (Coral), Il ramo del Becco (Vigna); Ancora in zona Meins (Badino) ;

     n. 65: nell'Attività di campagna: vuotato il Meins e disceso il pozzo in fondo al Corno Destro ;

     n. 66: Fighiera Fighiera ma che vita è questa qua (Badino), (Corno Destro);

     n. 67: nell'Attività di campagna si parla dell'esplorazione di un altro fondo sui -700 nel Corno Destro, e del ramo attivo delle Ludrie che chiude a -350;

     n. 69: Il Fighiera, nemesi storica (Badino), (esplorazione Corno Destro e via Pani, pozzo T'ao Ch'ien);

     n. 70: T'ao Ch'ien (Badino).

 

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fighiera, quattro anni

     Scommetto che siete, almeno dentro di voi, a bocca aperta. Avrete già visto infatti il rilievo allegato, riduzione di una sezione trasversale disegnata su tre strisce che messe assieme fanno un foglio di 3,3 m x 2, e di una pianta di 2 m x 1. E c'è effettivamente di che restare esterrefatti, io non riesco a non esser lo guardando quel dedalo di pozzi disegnati. Si tratta naturalmente del Fighiera, unico abisso apuano che inizia ad essere cantato nelle lunari notti marguareisiane. Ma prima del Fighiera fisico parliamo del Fighiera umano.

     La storia dell'interazione dell'abisso con gli umani ha inizio in un altro abisso, il Neil Moss, nel quale tre speleologi scendono per fare un giro in una domenica vuota: e trovano una prosecuzione come, del testo, è inevitabile in una grotta apuana. Il primo specchietto (per allodole) è dunque una spaccatura tenebrosa al di sopra di un pozzo di 130 metri.

     Alcune settimane dopo una squadra arriva in zona ma è notte, freddissima. Sparisce la voglia di entrare (in lontananza l'abisso sogghigna, ancora più lontano, ad occidente il Visconte guarda dall'Omega 1, e ridacchia). Aldo dice che conosce un buco sopra il Corchia in una cava: la scusa viene accolta con esultanza. E l'indomani siamo all'ingresso dell'Antro, poi nella cava sovrastante, un paio di centinaia di metri sopra troviamo il secondo specchietto. Una fessura che aspira, d'inverno. Abituati dal Marguareis a parlare con le grotte per voce delle correnti di aria rimaniamo di sale: un ingresso inferiore? Uno rievoca che in punta al monte c'è un gran pozzo da settanta: andremo. Quindici giorni e siamo sul monte a piedi perché è innevato, vaghiamo perché non ne conosciamo neanche la forma e c'è nebbia.

     In un ambiente spettrale saliamo il pendio che impareremo a conoscere a memoria, indoviniamo passaggi che ripeteremo all'infinito. Poi siamo ad un palo trigonometrico. Seguiamo un po' una cresta: poi io dico che mi sono stufato: non sappiamo neppure se sia quella la punta della montagna né abbiamo trovato indizi di grotte. Io, dico, vado al Neil Moss con Aldo. Prendo la corda da cento mentre Andrea e Giorgetto fanno ancora qualche passo (la cresta scende) e mentre la nebbia rotola al di sopra della cresta, sulla neve, mentre il Visconte dal Ballaur osserva attento, mentre si è fatto silenzio nella Sala delle Acque che Cantano, mentre scorre silenzioso un momento decisivo per la speleologia non solo torinese dei prossimi anni. Quando mi volto per andarmene urlano che c'è un buco. La Trappola è scattata. Scendo anch'io e rimango a bocca aperta come sono Giorgetto e Andrea: dato che dal "buco" viene sparata fuori una colonna di nebbia. (Lontano il Visconte si reimmerge ridacchiando nel Marguareis nascosto, scendendo forse dal Gaché in un ramo che ancora non conoscevamo ma che avremmo chiamato Artiglio Destro) .

     Scendiamo in tre con una pila: la corrente d'aria è veramente in credibile. L'indomani ancora a tre, attrezzati. Vediamo delle sigle ed anche una data milleottocento e qualcosa: non dubitiamo un istante che proseguiremo, presuntuosi e con bassissima opinione degli esploratori apuani (specialmente io avevo questa opinione: in questi anni ho trovato

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solidissime eccezioni) .La corrente d'aria si biforca, un ramo è impraticabile, l'altro va giù e Giorgetto lo rincorre fino ad un condotto in frana: c'è un'ostruzione parziale, fra le pietre si vede il nero. Giorgetto forza e passa. Saletta strettoia su un pozzetto, togliamo due sassi (ma siamo sul nuovo, o no?). Scendo, meandro, frana, meandro. E strano, di questo meandro vedo il fondo, cinque metri avanti chiuso e tira un'aria boia. Mi butto a strisciare perché si deve passar basso e lì vedo che strisciando rompo qualcosa che aveva migliaia di anni: l'integrità del terriccio. Sbuco esultando su un pozzo, è un venti, mi vien voglia di saltarci dentro. Dire che usciamo esultanti è poco, camminiamo a tre metri da terra gonfi di autocompiacimento e gioia. La consegna è il silenzio. Siamo troppo lontani dalla base per rischiare pirataggi. Staremo zitti fino a portare la profondità oltre le possibilità dei rompipalle.

     Quindici giorni e un assalto di quattro ci porta da -50 a -240 su un pozzo al di là di un malefico meandro (ricordo che percorrendolo penso: certo che sarebbe una bella rottura se al di là occorresse portare molto materiale). Scendono subito dopo i Piergiorgi.

Nel buio si immerge di ludrie un gran pacco

Di Duppia io canto e del grande Baldracco

Giù menan con lor un'età veneranda

a tener quel passo ci vorrebbe una branda

canta la Fighereide che prima o poi bisognerà pubblicare.

     Scendono il pozzo, chiude, ma in alto, in alto... In alto c'è la Galleria che ad un vadoso segue un freatico, direbbe un morfologo. Ma che freatico! I due fanno tilt nelle gallerie che si susseguono, ricordo che quando escono hanno ancora gli occhi spalancati e faticano a parlare coerentemente (più del solito).

     In quei giorni ci capita una gran fortuna: si uniscono a noi i faentini. Viene fuori un bel gruppo di gente affiatata che si diverte.

     Il primo obiettivo che stabiliamo ("noi" riferito a chi lavora, là sotto, non a gruppi particolari: e lo continuerò ad usare così) è, naturalmente, la giunzione con l'Antro Sottostante. Inizia così una lunga stagione di tentativi e pazienti rilievi e ritentativi e risalite e pozzi, pozzi, pozzi disostruzione e via dicendo. L'Abisso non si dimostra uno scherzo. E' un labirinto di freatico intersecato da grossi ringiovanimenti: in quelli ci approfondiamo a 575, a 620, a 705 senza cavare un ragno dal buco. Usciamo irritati da punte meravigliose a belle profondità in bei pozzi solo perché quei rami hanno il dubbio torto di non portare nel Corchia. Da quando è arrivata una bussola giù in galleria sappiamo che è il Corno Sinistro, cioè la parte sinistra di questa, che tira all'Antro. E anche l'aria è giusta. E quindi concentriamo gli sforzi verso sinistra. A destra mandiamo squadre leggere che si rendono conto dell'immensità del problema. La Galleria è continuamente intersecata da pozzi che, regolarmente, vengono evitati in alto.

     L'esplorazione è davvero difficoltosa: soprattutto è poco definito quando un ramo si deve considerare finito. Una delle regole del Fighiera è che ad una strettoia segue una galleria. Non sempre le correnti d'aria ci aiutano. Con Lucien e Barberi troviamo una galleria al di là di una

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disostruzione suggerita dalla corrente d'aria. Ci porterà a -575. Una sua diramazioncina ha una strettoia sfigatissima. Quando la vedo, l'aria che ne esce mi spegne l'acetilene. Quando torno a martellare con Lucien, non tira assolutamente nulla e il Tolonese mi prende per scemo e mi lascia, in sostanza, martellare da solo. Passo. Al di là si scenderà fino ai 705: è lo Gnomo. Tutta la grotta è così: i rami finiscono quando uno non ha più voglia di forzare qui risalire là, scendere lì e via dicendo.

     Ma torniamo a noi. Da mangiare ce n'è per tutti: decidiamo sin dall'inizio, dato l'estremo successo del lavoro coi Faentini, di aprire a chi vuole purché sia simpatico, sappia come si monta una jumar e abbia voglia di agire in un lavoro che, seppure non bene (è la prima grotta di questo tipo che esploriamo) è organizzato. Anche questa è una buona idea. Arriva Pasini a onorare l'abisso, arrivano altri bolognesi, arrivano i versiliesi Di Ciolo e Orsetti, arriva Steinberg di Firenze, arriva gente valida e simpatica a cui siamo legati tuttora. Qualche screzio: doloroso quello coi bolognesi perché loro, come noi, vanno in grotta, non parlano solo. E mentre auspico fratture nette fra speleologi veri e speleologi finti, quelle che appaiono fra mentecatti della stessa razza sono particolarmente spiacevoli. Del resto sono anche particolarmente rapide a guarire. Speleologi di tutti i paesi unitevi.

     Continuo a divagare. Stavo raccontando Come continuava il Fighiera. Continuava che Danilo ed altri si son ficcati in uno a casaccio dei pozzi del Corno Destro e son andati giù ai cinquecento con la sola difficoltà di far la conta per decidere quali pozzi scendere. Decidiamo di evitare di fare i fessi con le storie di giunzioni, e di esplorare visto che ce n'è. Il Corno Destro si rivela il vero ramo del Fighiera. Va giù da bestie. Si arriva ai 750 su un pozzo. Poi Dan organizza un campo che porta ad esplorare le grandiose diramazioni ai 560 e chiude il ramo dei 750 ad 810. Dopo di questo pausa di riflessione. Le squadre si sono diradate, ne abbiam pieni i maroni. Se rileggete, ed è bello, i bollettini dal n. 59, potrete scoprire in dettaglio quel che vi ho raccontato, vedendo che ben da prima ne eravamo saturi: ma basta stringere i denti. Perché eravamo stufi? Non certo di esplorare. Eravamo stufi della prima parte, della porta del Fighiera, fino a -250: menosa come poche grotte riescono ad esserlo. Si era un po' decongestionata con la scoperta delle Ludrie (invenzione di Doppioni) che bypassano il quaranta armato bene ed il meandro. Soprattutto però le Ludrie sono utili per eventuali feriti. A lungo abbiamo esplorato pensando che se ci facevamo male non saremmo usciti (il meandro in barella non si passa). L'obiettivo diveniva trovare un nuovo ingresso e a questo dedicammo le discese del '78 e le prime del '79, fatte essenzialmente da Aldo e me, eccezion fatta per una che ci portò un nuovo fondo a -710.

     Siamo proseguiti lungo il Corno Destro fin oltre il ragionevole, una risalita dopo l'altra (Meo, triestini, Aldo, io) , ci siamo portati a -50 a più di un chilometro dal "Campo Base" ed abbiamo assalito anche il Becco, che più vicino, sale ripido. Ma non siamo riusciti ad uscire anche se siamo arrivati dove da dentro si sentono gli aeroplani che passano.

     Le ultime discese avevano come obiettivo la discesa dei pozzi intermedi del Corno Destro e la giunzione col vicino Baader. Il primo bersa-

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glio è stato centrato: abbiamo disceso altri trecentocinquanta metri di pozzi: la zona sembra non riesca ad andare giù. Il secondo bersaglio è stato invece seccamente mancato: è tuttora a portata di mano ma, misteriosamente, non riusciamo ad afferrarlo. Peggio per noi.

     In futuro continueremo questo gioco: esplorare. Con serietà e pazienza: soprattutto di quest'ultima ce ne vorrà molta perché abbiamo scoperto una cosa oltremodo sinistra: da dentro il Fighiera, in Galleria, si parla fuori con le radio proprio Come si fosse sulla cresta. Il che significa che attorno alla grotta di monte ce n'è poco, è tutto un buco, e che la grotta forse è la Grotta. Fortunatamente adesso nuove forze si sono unite a noi: i Maremmani. Sembrano completamente stupidi anche loro come noi (pensate, scendono nel Fighiera) e dunque penso che andremo d'accordo.

     Complessivamente direi che con la pubblicazione del rilievo e con le esplorazioni fatte sinora abbiamo messo il mattone inaugurale della Muraglia dei Diecimila Li, la muraglia cinese. A noi divertirci, a noi trasformarlo in occasione di rinnovamento, come già è stato, per la speleologia. A fatti però, non a parole.

     E ricordiamoci una cosa. La montagna con le sue gallerie è stata trascinata milioni di volte attorno al sole. Ha visto l'assenza dell'uomo, lo ha visto adesso dentro di sé. Questo adesso sarà un attimo. L'uomo durerà poco, la speleologia niente. I rottami della galleria, i suoi vacui emergeranno, crolleranno, gireranno ancora milioni di volte intorno al sole e ancora vedranno l'assenza dell'uomo. Per favore lavoriamo serenamente e divertiamoci finché dura la nostra breve stagione.

 

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introduzione

     Questo lavoro ha atteso troppo ad essere pubblicato.

     Da un pezzo era necessario raccogliere le idee su quanto era stato fatto in questa, globalmente imponente, campagna di esplorazioni. I motivi di rinvio erano numerosi, e lo sarebbero tuttora: del sistema si continuava a non avere un quadro globale, per averlo occorreva scendervi e si scendeva sempre in meno e le linee di sviluppo si allungavano sempre più lentamente. Attualmente un quadro generale c'è, anche se è facile progettare lavoro per almeno una ventina di squadre sui soli problemi irrisolti tuttora, senza cioè tener conto di quelli che comparirebbero durante queste soluzioni.

     Il quadro c'è ma è carente ed ancora più carente è il lavoro di riordino che è stato fatto: ma è necessario fare il punto per poi ripartire da quello.

     Su questa pubblicazione pesa il fatto di essere stata fatta in sostanza solo da una persona: solo nella stesura del rilievo ho avuto un socio, Meo. E visto che non intendevo passare mesi a riordinare, raccogliere e descrivere, ho fatto quel che ho potuto e mi spiace che il mio desiderio iniziale di una pubblicazione, non firmata, dovuta al contributo di tutti quelli che son scesi nel Fighiera in cui vi fosse tutto il materiale raccolto, non possa essere esaudito.

     I dati raccolti sono molti di più di quelli che appaiono in queste righe: ma l'organizzarli è una cosa che supera le mie forze: e quindi ecco queste note disordinate che vogliono essere solo un accompagnamento al rilievo e, spero, risulteranno uno stimolo per affrontare i problemi di questo complesso sotterraneo. Certo è che ho scritto troppo e che nel contempo sul Fighiera è stato scritto troppo poco.

     La suddivisione di questa pubblicazione in articoli è, in fondo, fittizia e fatta solo per organizzarla: in realtà i vari articoli si compenetrano e sono un tutto unico. Come sono un tutto unico con le relazioni che sul Fighiera sono state scritte sui bollettini degli ultimi anni: ad essi faccio continuamente un implicito riferimento.

     Del nome del sistema se ne è già parlato troppo: ma qui sventuratamente è necessario riparlarne. E dire per l'ennesima volta che:

1) concordiamo col fatto che non si debba cambiare "a pera" il nome degli abissi, dato che questo può ingenerare confusione (e non perché il precedente sia il "vero" nome, perché il "vero" nome del sistema non è né Buca del Cacciatore né Fighiera: non lo conosciamo);

2) per questo abbiamo obbedito ad una delibera di un convegno SSI in cui, giustamente, si affermava che le dediche degli abissi alle persone scomparse si fanno con l'apposizione di una targa all'ingresso; questa è stata da noi posta il 10 ottobre '78 e di questo abbiamo dato comunicazione al Catasto Toscano per lettera e con un precedente bollettino e ora con queste righe;

3) anche senza la targa, comunque, il nome d'uso è Fighiera: utilizzare l'altro ingenera confusione.

4) Il nome precedente si riferiva ad un'altra grotta che, in comune col

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Fighiera, ha solo i primi sessanta metri. Per valutare la differenza fra le due si confronti sul rilievo allegato la differenza fra l'insieme e la parte fino a -30.

5) Naturalmente il problema del nome, per chi lo pone, non sta in un principio generale relativo ai nomi, ma ad una riaffermazione di proprietà sull'abisso. E qui dico: crescete, bambini. L'abisso non ha accento toscano, non è né vostro e non è nostro anche se lo abbiamo esplorato, perché non basta esplorare per rivendicare proprietà, o per fregare qualcun altro. E neanche è di tutti. L'abisso, e il monte, non son di nessuno. Così come Piaggia Bella e il Marguareis o il Gortani e il Canin, o il Monte Cucco.

     Pensate ad esplorare per aver qualcosa da dire sui bollettini.

     Su questi concetti tornerò, direttamente o indirettamente, più avanti su queste righe. Non voglio però più tornare sulle etichette da dare alle esplorazioni d'altri.

 

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esplorazione, come

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     Il primo problema che si è presentato in questa esplorazione è stato quello della acquisizione di una conoscenza generale del sistema. La fase attuale è, di fatto, ancora questa.

     Sin dalla prima volta in cui si iniziò l'esplorazione della Galleria ci accorgemmo della immensità del problema che ci stava di fronte. Ricordo che quando dissi che la grotta era veramente grande Giorgetto disse che forse lo era troppo. E questo commento è stato ripetuto molte volte, sin troppe. Credo sia vero, ma poco importa.

     Il primo problema fu: chi. All'inizio delle operazioni sembrava che la cosa sarebbe stata liquidata in poche discese. Operazioni sul genere "arrivano i piemontesi" sarebbero bastate. Chi scrive teorizzava che in due o tre discese ben fatte (tre o quattrocento metri di discesa ognuna) si sarebbe entrati in Corchia. Alla prima giungemmo a due e cinquanta per scoprire, però, che non era una stolida successione di pozzi che ci separava dal Corchia: là sotto c'era un tesoro immenso. Fu allora chiaro che ci saremmo tornati molte e molte volte e che sarebbe stato meglio essere molti e ben affiatati. Il Visconte volle che fossero i Faentini i nostri compagni di esplorazione. La strategia fu concordata sulla base del "linguaggio" esplorativo che ci era noto: assalti domenicali, niente campi, niente superspedizioni che, come è noto, sono estremamente poco fertili in rapporto all'impegno che chiedono.

     Il più rilevante ostacolo era naturalmente la distanza: in Italia esistono molti gruppi che considerano "spedizione" partire al sabato, andare a qualche decina di chilometri. Noi avremmo dovuto regolarmente tenere sotto pressione una grotta così immensa a trecentocinquanta chilometri da casa, scendendo ogni volta da duecentocinquanta a ottocento metri per una ventina di ore, uscendo, saltando sulle macchine e tornando a casa. Dieci ore di Land Rover (sennò costa troppo di benzina) ogni week-end di Fighiera. La tattica è quella di partire al venerdì sera dopo il lavoro, arrivare a Levigliani alle due di notte, dormire bene e tranquilli, discutere di programmi e riposare la mattina, entrare nel primo pomeriggio, uscire la mattina o primo pomeriggio, tornare a casa. Le partenze di sabato si sono dimostrate poco vantaggiose perché le ore passate in auto si sentono poi in grotta. Se mi avessero detto che un gruppo di persone si impegnava a fare questo per anni, con una certa regolarità, non ci avrei creduto. Stranamente almeno in parte ci siamo riusciti.

     C'è stato un impegno colossale, le persone si sono realmente sacrificate anche economicamente: ed è inutile cantare le lodi di chi, dopo venti ore di grotta, si metteva al volan-

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te di una Land per cinque ore di traffico. Sono state fatte circa trecento discese uomo là sotto. Un semplice prodotto mostra che la distanza-uomo percorsa in auto per esplorare il Fighiera è circa metà della distanza fra la Terra e la Luna. E' questo che mi fa dire, insieme ai tre chilometri e mezzo di pozzi del Fighiera, che è la più grande esplorazione che sia mai stata fatta. Pochi possono capire cosa significhi scendere decine di volte in una grotta per studiarne zone lontane. Pochi possono capire la miseria di chi cerca di infastidire e usurpare questo lavoro serio e pesante per banali motivi di invidia e stupidità.

     Naturalmente sin dall'inizio ponemmo la regola base: chi esplora rileva. E' ovvio. Purtroppo pochi vi si sono adattati e questo è umano. Anche umano è il fatto che l'esplorazione è pesata troppo su alcuni singoli: ma questo era prevedibile. La complessità del sistema richiede una conoscenza molto precisa di tutto e questo a un prezzo che non tutti, ovviamente e giustamente, son disposti a pagare. Più spiacevole è il fatto che in realtà l'efficienza delle squadre che sono scese è risultata in media molto bassa. Parametri rivelatori sono il rapporto tra lunghezza rilevata e distanza totale percorsa (dell'ordine di un metro ogni venticinque chilometri di autostrada) e il rapporto tra lunghezza rilevata e numero discese-uomo, dell'ordine di venti metri ogni discesa.

     In parte ciò è imputabile al fatto che abbiamo portato giù allievi ad imparare ma ancor più è imputabile ad una reale bassa efficienza (media, ripeto) delle squadre. Del resto il tipo di terreno su cui ci muovevamo era sconosciuto: ogni volta che ci trovavamo su pozzi era una vigna, ma altrimenti erano problemi. Ma abbiamo imparato.

     Poi abbiamo imparato un'altra cosa più importante: le divisioni degli speleologi in gruppi vanno bene, se fatte per scherzo. Ma nel momento in cui si sostiene che questo o quel gruppo è il più forte si introduce una concorrenza fra gruppi che è certamente la cosa più iniqua stupida e paralizzante di cui è dotata la speleologia, soprattutto italiana. E' questo che impedisce agli speleologi di frequentarsi, è questo che fa sì che le giovani leve vengano compresse e costrette in improbabili esplorazioni e battute allo scopo di santificare questo o quel gruppo. E' questo che impedisce le collaborazioni reali, quelle fatte di sbronze di spit e di topofil e non di trattati.

     Non esistono speleologi piemontesi, veneti, toscani e montagne piemontesi, venete, toscane, se non come etichette. Esistono speleologi e grotte in cui scendono. E' tutto.

     Finché questo non verrà assimilato bene continueranno le stupidaggini.

     E' in questo quadro di insieme che nel Fighiera son sce-

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si un po' tutti, e così continuerà. Inutile dire chi; le località in cui crescono speleologi sono molte e quelli che sono stati riguardati di più dal Fighiera venivano da Faenza, Torino, Versilia, Tolone e, recentemente ma intensamente, dalla Maremma. Ma la storia del Fighiera continuerà: questo scritto è la prefazione.

 

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linee del fighiera fisico

     Il massiccio in cui si sviluppa il Fighiera è il monte Corchia, sulle Alpi Apuane. Vediamo sommariamente la struttura della montagna nella sua parte sommitale che contiene le parti cardinali del sistema.

     Si tratta di una cresta lunga circa un chilometro formata da due dossi: il più orientale è la massima quota del monte (1677 m s.l.m.). Il dosso occidentale è di poco più basso: in mancanza di un nome specifico lo indichiamo come Corchia Ovest.

     Procedendo dalla sella che li separa (colletto della cava, 1590 m) si va per circa trecento metri in direzione 100° fino alla punta. Poco oltre questa la cresta svolta in direzione 140°-150° per trecentocinquanta metri fino ad un punto (ex nido di mitragliatrice, 1600 m) in cui precipita decisamente verso il fondo valle.

     L'inclinazione dei fianchi del monte è intorno ai 35°, con l'orizzontale in tutta la parte Sud e nella parte Nord dalla punta al nido. E' decisamente più accentuata nel tratto dal Corchia Ovest alla punta. L'ingresso del sistema ha coordinate, rispetto alla punta, -110 m Nord, 110 m Ovest.

+

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     Il sistema è un chiarissimo esempio di grande reticolo freatico, attraversato successivamente, man mano che la falda si abbassava, da un reticolo vadoso di approfondimento a tratti coincidente col primo.

     L'accesso al sistema è un meandro di direzione 80-90° che scende fino a centotrenta metri di profondità, di dimensioni ridotte e totalmente fossile. A quella quota interseca una frattura orientata a circa 40° e si biforca nelle due direzioni possibili: da una parte aumenta le dimensioni medie scendendo rapidamente a pozzi fino a quota 200, dove un tratto suborizzontale su più piani, porta prima in direzione 40°-50° e poi con una svolta di 180°, fino alla Galleria nel punto detto "Campo Base". L'unico punto attivo, stagionalmente, è la zona dei pozzi dopo la biforcazione. L'altro ramo (Ludrie) conserva l'inclinazione media della prima parte del meandro. A circa centosessanta metri di profondità lascia la frattura 40° e in direzione nord ovest va a raggiungere a duecentosettanta metri di profondità un sistema freatico sotto la Galleria, nella zona detta dell'OM ad ovest del Campo Base.

     Ad uno speleologo che sbuchi in corrispondenza di questo la Galleria si mostra proseguire sia verso destra (ovest) che verso sinistra (est): da cui la denominazione di Corno Destro e Sinistro. In realtà quest'ultimo è solo meno di un decimo dell'insieme della Galleria. Possiamo distinguere in questa sei parti. La prima va dal Ramo dei Ciliegi, reticolo nell'estremo Corno Sinistro, fino al pozzo d'inizio del ramo di -800, la seconda da questo fino al T'ao Ch'ien, la terza da questo fino alla biforcazione di Fani, la quarta fino al pozzo Romean, la quinta al di là di questo fino al limite delle esplorazioni.

     La prima parte analoga al Corno Sinistro è chiaramente di origine freatica; a tratti, in corrispondenza di arrivi, è mascherata da crolli. Sostanzialmente pianeggiante, tende ad essere impostata su un giunto im-

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merso a 35° S-N su cui si sviluppano anche, una a monte ed una a valle della principale, parallele ad essa, due gallerie. Lungo questo giunto, a monte vi sono numerose gallerie affluenti: quelle attive hanno scavato meandri che tagliano, al di sotto, la Galleria.

     La seconda parte si sviluppa in una zona di enormi pozzi fra i quali la Galleria, non più lineare, viene ad essere un residuo. Da questo tratto inizia ad essere in salita, mantenendo la direzione originale. Qui non ha più significato parlare di una galleria principale e di affluenti.

     La terza parte, estremamente vicina all'abisso Baader, cambia direzione, si approfondisce e diviene a tratti profondissima: in questo tratto è essenzialmente tettonica in corrispondenza di un'enorme frattura orientata a 225°.

     La quarta parte ritorna alla direzione originale cambiando ancora morfologia: diviene una vasta galleria totalmente di crollo ampliantesi sempre più ed ascendente fino a che il pozzo Romean (che mostra segni di riempimento e successivo svuotamento) sbarra la strada.

     La galleria continua però con dimensioni ridotte dall'altra parte del salto fino ad un salone ed in cima a questo un grande meandro nel quale sono in corso le esplorazioni.

     A questo punto la galleria, a forza di risalire, è arrivata a circa -50 dall'ingresso e praticamente sulla punta del Corchia Ovest, dopo aver seguito tutta la cresta della montagna e aver svoltato verso Sud dove, continuando in quella direzione, sarebbe uscita all'esterno (la terza parte è sotto la sella e quindi circa in corrispondenza della curva del monte) .

     Se le gallerie fossero intelligenti si potrebbe dire che questa ha cercato di essere più lunga possibile compatibilmente col monte. O che sia stata fatta prima lei e poi la cresta del monte sia stata messa a ricoprirla appena.

     Possiamo perciò in sintesi distinguere due zone: l'insieme delle prime due parti e il Corno Sinistro ancora con tracce di attività e con morfologia freatica non scomparsa, e l'insieme delle ultime due, essenzialmente clastiche. Queste zone sono divise dalla terza parte, costituita da una enorme diaclasi in corrispondenza appunto della sella del monte.

     La seconda zona, scarsa di prosecuzioni, è tuttora ricca di problemi. La prima zona è invece la spina dorsale del sistema. Ha cinque diffluenze principali: la Galleria Tortuosa, l'arrivo dall'ingresso, la via all'OM, i pozzi verso gli ottocento e il ramo del Becco.

     La Galleria Tortuosa è perpendicolare alla Galleria principale e se ne stacca in prossimità della fine del Corno Sinistro. Segue l'interstrato a 35° e scende con questa inclinazione fino a circa trecentoquaranta metri di profondità ove incontra una galleria pianeggiante che da una parte (destra scendendo cioè est) va a spalancarsi sull'enorme sala del Meinz e dall'altra finisce subito nella Sala dell'Asino che Raglia Buoni Consigli.

     Con il Meinz si entra in un'altra zona di enormi fratture responsabili del resto della "separazione" del Fighiera dal Corchia. Una risalita in fondo a questo salone porta ad una altissima galleria che preci-

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pita poi in una rete di grandi pozzi (-630).

     Di particolare interesse è il quadrilatero che ha come vertici: estremo Corno Sinistro, inizio Galleria Tortuosa, fine Galleria Tortuosa, Meinz. E' inclinato ai soliti 35° ed è pieno di un reticolo assai complesso di condotte forzate (Minosse).

     La Sala dell'Asino etc. ha due arrivi dalla zona dall'OM e un ramo, disostruito, che con una bellissima galleria porta a due fondi minori a quota 380 e con una serie di strettoie allo Gnomo (-705). A metà di questa galleria una diffluenza secondaria lunga, non grande e in piano porta all'inizio dei pozzi del ramo G (-575).

     Passiamo a considerare la diffluenza dell'OM. Ha tre partenze, indicate, in loco, con 6, 8, 9. Le prime due presto congiungentesi formano una galleria (35° di pendenza...) che porta su una orizzontale. A sinistra (ovest) c'è l'arrivo delle Ludrie, a destra uno scivolo porta al Nodo dell'OM. Qui descrivere diviene tedioso. Vi arriva il "9" e partono gallerie che formano un reticolo su tre dimensioni. Il rilievo è una sintesi di questo, ed è gravemente carente: quello che è rilevato nella zona può essere circa un quinto di quel che c'è.

     Questa zona è una miscela di crolli, meandri attivi (e terribili da percorrere), condotte forzate enormi e pozzi intersecantisi. E' per ora la zona più complessa della grotta e l'esplorazione ha seguito solo le linee generali.

     Il ramo del Becco ha due partenze principali dalla Galleria, la più praticabile è in prossimità dell'inizio dei grandi pozzi verso gli ottocento. In sostanza si tratta della prosecuzione, verso l'alto, dell'imponente sistema di pozzi di questa regione. E' la zona alta più attiva di tutta la grotta ed anche quella che dà migliori possibilità di sbucare all'esterno. Come ho detto, al di sotto ci sono i pozzi che portano agli ottocento.

     Tutta la regione è prodiga di grandi salti intersecantisi da -150 fino alla grande frattura del pozzo 97 ai -500. L'insieme, nonostante molte discese ivi effettuate, non è ancora ben compreso.

     Le prosecuzioni nella restante parte della Galleria, nell'estremo ovest, cioè il T'ao Ch'ien, l'Ayatollah ed il Romean sono di entità molto più ridotta e molto più fossili. Delle tre solo il T'ao Ch' ien, soprattutto per la vicinanza all'abisso Baader, presenta ancora problemi.

     Descritto in linee fin troppo sommarie il cuore freatico del sistema, occorrerebbe parlare dei ringiovanimenti, cioè del reticolo vadoso che interseca il primo dei corsi d'acqua, e delle correnti d'aria. Ma di questo si parlerà successivamente.

     Per ora lascio che parli solo il rilievo.

 

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rilievo

     Un sistema così grosso richiede molti rilevatori e molta esperienza; si è stati carenti soprattutto dei primi, sempre più via via che passa va il tempo.

     Passiamo a dire chi ha rilevato, dato che, come è logico, ogni rilevatore si assume la responsabilità di quel che ha fatto e non di ciò che non ha fatto.

Vigna: Corno Destro fino al T'ao Ch'ien. Ramo del Puma. Ramo del Becco.

Perello: Prima parte del Corno Destro.

Marzano: Ramo dei Disperati dalla Galleria a -350 e da -675 al fondo, e disegno da -350 a -675.

     Gallerie Lovercraft.

Righi: Gnomo e parte dei Ciliegi.

Caneda: Ramo dei Ciliegi.

Ricceri: Ramo dei Maremmani.

Coral: meandrino nelle Gallerie Lovercraft.

Badino: lo sventurato ha rilevato tutto il resto.

     Non sono citati, perché sono una moltitudine cangiante e stoica, i secondi rilevatori.

     Lo sviluppo totale rilevato è di 8100 metri. Un bravo a Giulio Badini che sul Manuale di Speleologia ha azzardato un 8300 in sorprendente accordo con la realtà. Lo sviluppo esplorato e non rilevato è valutabile in circa un paio di chilometri.

     Errori. Gli errori su ogni puntata dipendono dalla tangente dell'angolo di abney e dunque il conto totale della precisione di una misura è complesso.

     Nell'insieme posso valutare nel 2% l'incertezza su una qualsiasi quota o coordinata, intendendo con questo che se dico di una misura "è tot", la misura vera non si scosta sensibilmente dal campo di variazione 0,98 x tot ÷ 1.02 x tot. Le numerose poligonali chiuse hanno in effetti mostrato errori anche più piccoli, ma 2% sembra un valore ragionevole e medio. Almeno per quel che ho rilevato: ma credo che gli altri rilevatori potrebbero fare discorsi analoghi.

     La campagna di rilievo deve continuare così come quella esplorativa. Si tratta di vedere se gli speleologi che l'hanno montata torneranno ad essere all'altezza della situazione. Negli ultimi due anni non lo sono stati.

 

 

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della giunzione fighiera-corchia

     Trovare una galleria che unisca due sistemi sotterranei è certo una delle cose più entusiasmanti date agli speleologi. Personalmente ho provato l'emozione di entrare nel Solai passando per Piaggia Bella. Anni prima eravamo scesi coi francesi del CMS nel Solai ed in cima ad una risalita, dinanzi ad un meandro troppo mefitico avevamo lasciato una scritta di chiusura, CMS, appunto. E nel '75 i sei del campo di dodici giorni, lavorando carne schiavi avevano sbloccato un sifone di fango e poi una strettoia, arrivando su un meandro; il forzamento di questo venne affidato a chi scrive e ad Andrea. E procedemmo in questa struttura ipogea, sempre più stretta ed alta: finché durante il superamento di un'ultima fessura mi trovai scritto sulla parete, a pochi centimetri dalla faccia, "CMS". E ancora adesso a ripensarci ho un tuffo al cuore.

     Perché congiungere due abissi è proprio bello: è una soddisfazione concettuale, dopo l'operazione analitica dell'esplorazione la giunzione ha un che di sintesi di questa. E' simile a quando, leggendo un libro, se ne trova citato un altro che si è appena letto: c'è un senso di compiuto, di proprio.

     E ora andiamo sul monte Corchia. Quando abbiamo trovato il Fighiera il primo obiettivo è stata la giunzione. La stessa ricerca del buco è stata fatta perché, non credendo alla creazione dell'aria nell'Antro del Corchia, se da questo usciva quella voleva dire che da qualche parte entrava, e molto in alto. Questa osservazione infantile sulla non-violazione del principio di conservazione dell'energia nel Corchia era evidentemente al di là della portata intellettiva degli speleologi che frequentavano l'Antro, i quali preferivano, in questo, fare gite al fondo.

     Molto si è detto su ipotetiche piratate, da parte nostra, di un lavoro di disostruzione d'altri: nella migliore delle ipotesi chi lo dice è stupido , nella peggiore in malafede. A chi percorre la cresta del monte risulta inevitabile trovare la "Buca del Cacciatore" e il vicino pozzo da 70 m. E in effetti (vedi i bollettini) inizialmente abbiamo assaltato entrambi ottenendo fra l'altro risultati anche nel pozzone che rimane estremamente interessante. E risultava altresì inevitabile andare dentro a disostruire in un luogo dove l'unica difficoltà era posta dal vento soffianteci.

     Torniamo alla giunzione Fighiera-Corchia. Per farla abbiamo svolto un immane lavoro di esplorazione e disostruzioni e risalite nella zona logicamente interessata al Corchia, cioè il Corno Sinistro, Minosse ed il Meinz.

     Un inciso sull'uso del "noi". Con questa particella intendo le persone attive nel Fighiera e assolutamente non questo o quel gruppo. Non vedo perché un tizio si possa vantare delle "nostre esplorazioni nel Fighiera" senza aver mai esplorato là dentro, solo perché paga ventimila lire di quota ad un gruppo di cui fan parte persone che lo esplorano. Ci si vanti di quel che si è fatto. In particolare poi il GSP ha brillato nel lasciare i Coclite di turno a difendere il ponte mentre gli altri tifavano dagli spalti: e la situazione è tuttora immutata.

     Ci accorgeremmo però che carne strategia, se era la più razionale, pure faceva sì che ci si stufasse e ci si divertisse sempre meno. Se legge-

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te i resoconti delle esplorazioni sui passati bollettini capirete la situazione di pochi speleologi (sempre meno) in un sistema sotterraneo immenso ostinati in un obiettivo sempre meno sentito. Ed era anche difficile stabilire quando non valeva più la pena di insistere in una zona: molte zone sono state lasciate solo perché ce n'erano altre da vedere ed eravamo stufi, ogni quindici giorni di scendere lì.

     Se leggendo i bollettini valutate quelle squadre capirete la decisione di abbandonare la giunzione per dedicarsi all'esplorazione, in particolare alla caccia all'uscita più facile. Il mio parere infatti era che la gente scendesse meno perché più che esplorare grotta, setacciava le zone già viste: e che inoltre la grotta da 0 a -250 fosse eccessivamente menosa. La seconda valutazione è tuttora corretta: la prima parte della grotta frena moltissima gente. La prima valutazione no: c'era interesse non tanto alla grotta in sé quanto al raggiungere il Corchia: nel momento in cui questa prospettiva è risultata attuabile solo con un paziente lavoro sistematico (e lo è tuttora) che richiedeva sacrificio da tutti, una buona parte se la è squagliata. In realtà sono d'accordo: il prezzo che una singola squadra doveva pagare (e che peraltro in parte ha già pagato) per congiungere il Fighiera al Corchia è troppo alto al confronto del prezzo da pagare per conoscere il Fighiera in sé. Per questo abbiamo lasciato cadere il problema : ed io personalmente ho intrapreso ad esplorare nell'estremo Corno Destro (da due anni ormai) dove l'esistenza del Corchia è un problema irrilevante: e dove invece sta apparendo il Bader che si sta Figherizzando (voce del verbo Fìgherizzare = diventare complicato in maniera ridicola). Per questo da due anni non metto piede nel Corno Sinistro ad evitare di ricadere nella ridicola situazione di rifiutare quattro chilometri (per ora) di pozzi stupendi alla ricerca di quel qualche centinaio dì metri di roba che porti nel Corchia.

     Potrei cessare qui di scrivere ma, in realtà, ci sono spunti per continuare. Le colorazioni che sono state fatte han dimostrato il collegamento, e le persone che avevano ricominciato a pensare alla creazione dell'aria nel Corchia han ripreso a parlare di giunzione come se fosse stata una cosa che prima c'era poi non c'era più e adesso c'è di nuovo. E a fremere per il record, proprio come nel tiro al piattello e nei cento piani: al lunedì si potrebbe dire ai colleghi d'ufficio "sai sono un recordman", anche se sarebbe un po' ridicolo attribuirsi un record di profondità trovando una galleria. L'unico che (forse) potrebbe farlo è Pasini esploratore del Corchia e partecipante nel Fighiera: ovviamente, non essendo un povero di spirito, sarebbe felice di far la giunzione: e se ne sbatterebbe del record. Altri, compreso chi scrive, attribuendoselo farebbero la figura di chi lo fa per i diecimila metri piani correndo l'ottanta per cento della distanza in bicicletta. In realtà però l'attribuzione del record è un problema minore: quel che non mi va giù è che esista un record nell'esplorazione.

     Ho già fatto un paragone all'inizio riguardante libri: è legato ad una concezione che ho seriamente, e che intendo sviluppare, che vede gli abissi come libri che leggiamo; e dunque parlare di grotte più profonde è come parlare di libri con più pagine. Se lo si dice non a puro titolo informativo ma a reale termine dì paragone fra abissi, ecco che sarà co-

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me dire che l'"Arenario" di Archimede è una scemenza perché è corto. Persone che sostengono queste cose sono degne di quieto disprezzo; sono naturalmente utilizzabili: stimolate da un semplice numero lavorano febbrilmente per un po' per poi svanire .

     Ovviamente, in media, le grotte grandi sono più interessanti di quelle piccole così come un libro ponderoso può contenere più spunti di uno piccolo: e soprattutto è più problematico e più arduo. Per questo è bello esplorare il Fighiera, per questo sarà splendido congiungerlo al Corchia se si riuscirà a farlo senza casini e polemiche. La giunzione c'è. Come ho detto è questione di lavoro trovare il modo di percorrerla. Ci sono, in questa ottica, almeno sette zone, più una ottava profonda, da spazzolare con santissima pazienza: personalmente questa pazienza, fino a che i pozzi e i meandri nel Corno Destro occhieggeranno inesplorati, non intendo averla. Mi limiterò a continuare a premere sulle persone con certe caratteristiche perché la trovino. Le caratteristiche sono:

     1) mi sembrino simpatiche e serie

     2) abbiano collaborato alle esplorazioni

     3) intendano continuare a farlo.

     E quando queste persone troveranno qualcosa avrò piacere di esserci anch'io ad esplorare quel nuovo capitolo del Fighiera.

     Ma non riduciamo né il Corchia né il Fighiera alle gallerie che li congiungono: e soprattutto quando le cercheremo e le troveremo, dedichiamone una alla "Impiccagione di De Coubertin" e del suo spirito dei cento metri piani.

 

 

Tavola fuori testo

 

Abisso Fighiera - pianta

 

Abisso Fighiera - sezione