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GROTTE
anno 22, n. 70 - sett-dicembre 1979
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
SOMMARIO
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Le confessioni del presidente |
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Notiziario |
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Attività di campagna |
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Esplorazioni |
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Il buco delle farfalle |
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Al Gortani |
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Fighiera: T'ao Ch'ien concluso |
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Dolly: ramo del Berserk |
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Dove va la speleologia |
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A proposito di Corso... |
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Poveri ma belli |
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Il convegno di Zakopane |
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Se tu vai al Marguareis |
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Ricerche |
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Ricerche biospeleologiche 1979 |
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Cavità della Valle Stretta |
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L'idrologia nota, probabile e possibile di PB |
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Ancora di discensori autobloccanti |
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Redazione: |
Marziano Di Maio |
(resp.) |
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Giovanni Badino |
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Andrea Gobetti |
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Stampa: LITOMASTER |
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v. Sant'Antonio da Padova, 12 |
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le confessioni del presidente
Quest'anno ho fatto un serio tentativo per evitare di continuare a ricoprire questo ruolo. Il colpo non è riuscito (qualcuno afferma che in caso contrario avrei pianto tutto l'anno) ma vorrei esporre i motivi che mi hanno spinto. Si sono sviluppati in ordine di tempo, ed il secondo ha finito per vanificare sia il primo, che il sopracitato mio fallito tentativo.
Spiego meglio. In un primo tempo ho coltivato il timore che il prolungarsi della stessa persona sul seggio presidenziale potesse nuocere al gruppo, impedendo quell'avvicendamento delle cariche che garantisce vitalità a qualunque organismo. Continuando a ponzare sull'argomento, mi sono però reso conto che l'unica soluzione era quella di abolire la carica, in quanto nel gruppo ognuno fa quello che cazzo vuole, e se ogni tanto qualcuno dirige o rappresenta il gruppo è solo perché risulta essere in quel momento e su quell'argomento il più qualificato a farlo, e può essere uno qualunque dei membri.
Esprimendo quest'ultimo concetto ai miei sudditi mi sono fregato da solo: accertato che la carica di presidente era inutile, hanno detto che io ero la persona più qualificata per ricoprirla.
La prossima puntata tra un anno.
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Dal momento che siamo in tema di confessioni, confesserò che quando ho visto sull'organo ufficiale del GS Fiorentino pubblicato un pezzo del rilievo del Fighiera, sotto il titolo "BUCA DEL CACCIATORE", in me qualcosa si è mosso in senso rotatorio. Nonostante che mi dicessi che non era il caso di incazzarsi per delle cose del genere, la velocità di rotazione è aumentata nel vedere, sull'allegata relazione, quanto veniva riconosciuto ai "Piemontesi" in merito al lavoro svolto nella grotta. Il primo impulso è stato quello di augurare a quei fiorentini di vedersi morire tra le mani un amico, di trovare una grotta, intitolargliela, e poi trovarsi tra i piedi gente come loro. Prometto che non tornerò pia sull'argomento, però lasciatemi invitare quei fiorentini a lasciare al cacciatore la sua buca, ed al Fighiera quella stupenda grotta, essendo certi che noi piemontesi, che siamo scesi in Toscana in quella domenica di neve e nebbia, preferiremmo di gran lunga non avere perso Claude e non avere trovato il Fighiera.
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Piergiorgio Doppioni |
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Notiziario
Assemblee del GSP
Il 30 settembre si è tenuta la solita assemblea straordinaria cosiddetta di metà anno. Con l'occasione si sono esaminate le proposte di iscrizione di nuovi membri del GSP, anche sull'utile scorta dell'attività estiva svolta; sono stati accettati come membri aderenti i seguenti 15:
Daniele Antonelli, Carlo Ballesio, Davide Caffaratti detto Piottino, Filippo Ciquera, Giovanni Collo, Corrado De Monte detto Icaro, Luigi Fabbri, Ivo Ferrero, Alma Giraudo, Laura Giraudo, Franco Griotto (un felice rientro: non è un omonimo del forte speleologo della fine degli anni 60, è proprio lui), Pier Mauro Giachino, Maria Macaluso, Tullio Martorana, Marino Varetto.
Il 21 dicembre si è tenuta l'Assemblea di fine anno, non potuta esaurire in una serata e conclusa poi il 19 gennaio 1980. I responsabili delle varie attività hanno dato relazione. Perello per il magazzino ricorda che si sta rimettendo in sesto il sotterraneo di via delle Orfane (pavimento, imbiancatura pareti, ecc.), che si inizierà a costruire scalette e che ogni mercoledì come al solito ci si trova a lavorare e sarebbe bene dare una mano. La Capanna Saracco-Volante bisognosa di restauri urgenti, ha avuto finalmente attenzioni più decise, specialmente in un fine settimana quando una ventina di persone e un muratore hanno rinforzato i muri, sistemato l'ala lunga del tetto, rifatta parte del magazzino, riverniciato completamente l'esterno, ecc. In assenza del responsabile dell'OPS e del Catasto, Villa ricorda che ormai è più che necessario pubblicare aggiornamenti del catasto e di conseguenza impegnarsi a "dare una botta decisa" ai lavori di raccolta dati e schedatura. Per l'archivio Garelli comunica che si è riordinato e si sono acquistate cartine; vi sono da risolvere i problemi dei tubi di cartone per le carte e di fare copie di rilievi di cui c'è solo l'originale o il lucido. Per la segreteria (Coppa) e per la tesoreria (Mazzer) ordinaria amministrazione; la situazione finanziaria sembra discreta. La biblioteca (Villa) si è arricchita di nuovi libri acquistati; esiste sempre il grosso problema della carenza di spazio; il lavoro di schedatura del materiale entrato nel 1979 è stato fatto; Badino ha preparato altre schede, ma non si sa dove metterle; tra le cose cui provvedere c'è la rilegatura di libri e annate di riviste. Del bollettino Grotte (Di Maio) sono usciti i consueti 3 numeri per un totale di 120 pagine il cui contenuto, a detta anche dei lettori, è stato di buon livello; i costi sono aumentati di oltre il 20%; hanno collaborato in tipografia Pulzoni (3 volte), Curti (2), Eusebio (2), Gobetti (2), Ciquera, Varetto, Rinaldo e Sonnino. L'attività fotografica (Villa) è stata notevole, con varie proiezioni tra cui a Mondovì, Pordenone e Brescia, con la partecipazione a 4 Concorsi (Varese, USA, Trieste e Trento) in cui si sono ottenuti tre primi premi e un 2°; si è iniziato a fare esperienze di film in grotta. Le ricerche biospeleologiche (Casale) hanno avuto per oggetto grotte italiane, francesi, greche e turche.
Doppioni dà relazione per sommi capi sulle esplorazioni e sulle al-
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tre attività svolte. Al Fighiera purtroppo la nostra partecipazione è stata scarsa; il Baader sta crescendo, il Marguareis si è risvegliato (tra l'altro ricerche nella nuova zona O, in zona Omega, al fondo di PB, in appoggio all'esplorazione sub del Lupo); esperienze con le radio, colorazioni, partecipazione all'esplorazione dell'abisso Roversi e al campo a Monte Cucco; esplorazioni al Dolly; il Corso con una trentina di iscritti.
Sono stati quindi nominati i membri aderenti ed eletti i membri effettivi per il 1980. Gli effettivi sono 29:
Paolo Arietti, v. Cavour 3, Brusasco, tel. 91.72.20
Aldo Avanzini,
Giovanni Badino, v. Scatti 7/5, Savona, 019-28452; v. Airasca 4, Torino, 33.25.01
Piergiorgio Baldracco, v. Case Ostino 67, Cavagnolo, 91.51.705
Carlo Ballesio, c. Orbassano 380, 30.29.87
Oreste Bravin, c. Matteotti 108, Asti, 0141+54850
Filippo Ciquera, c. Svizzera 34 bis, 77.01.85
Margherita Coppa, p. Carducci 130, 69.56.46
Danilo Coral, v. Luini 126, 73.68.39
Pier Carlo Curti, c. Orbassano 255/F, 35.77.61
Corrado De Monte (Icaro), Rotonda del Boschetto 3/1, Trieste, 040+55311
Marziano Di Maio, v. Cibrario 55, 75.12.53
Piergiorgio Doppioni, v. San Donato 27, 47.301.84
Attilio Eusebio (Poppi) , v. Arquata 13, 50.35.98
Riccardo Francone, p. Hermada 10, 83.72.52
Uccio Garelli, v. Caraglio 7, 37.44.90
Andrea Gobetti, strada Reaglie, 89.04.21
Franco Griotto, v. Cimarosa 4, uff. 65.57.45, 78.31.56 casa
Franca Maina, fraz. Mezzi 36, Verrua, 0161+84.39.28
Michele Marro, v. Benevento 18, Priola (CN)
Franca Mazzer, v. Domodossola 23, 77.72.42
Marco Perello, v. Feletto 35, 27.09.82
Elio Pulzoni v. Vicarelli 10, 30.94.904
Walter Segir, c. Beato Ignazio 43/E, Santhià (VC), 0161+93.6.73
Patrizia Squassino, v. S.Anselmo 19, 68.13.95
Gianluca Tesio, str. Revigliasco 216, 860.93.19
Meo Vigna, v. San Bernolfo 61, Mondovì, 0174+2258
Giuliano Villa, c. Traiano 24/12, 61.99.610
Walter Zinzala, c. Lecce 5, 76.89.20
Gli aderenti sono 43:
Mauro Agazzini, Castelrosso di Chivasso, 910.66.31
Simonetta Alessandri, v. Salvolini 15, Faenza (RA)
Daniele Antonelli, v. Brusà, Valdellatorre, 96.70.563
Enzo Baiardi, c. Traiano 27, 61.27.09
Vittorio Baldracco (v. Piergiorgio)
Laura Baldracco Ochner (v. Piergiorgio)
Didi Benevolo, c. Galileo Ferraris 20, 52.76.58
Stefano Benusiglio, v. Susa 7, 74.12.80
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Roberto Bonelli, v. Airasca 4
Davide Caffaratti (Piottino), v. Bove 12, 58.19.26
Pier Luigi Carena, v. De Gasperi 35, Cambiano, 94.40.520
Achille Casale, c. Raffaello 12, 650.64.35
Carlo Cazzola, v. Monginevro 136, 37.60.61 (Ormea 51196)
Giovanni Collo, v. Chiffi 45, Carmagnola, 97.02.27
Luigi Fabbri, v. Italia 15, Gassino, 960.95.72
Ivo Ferrero, v. Fratelli Bandiera 12, Borgaretto, 35.80.728
Francesco Franco, v. Centallo 26, 24.19.33
Edoardo Gallardo, v. delle Scuole, Brusasco, 91.72.10
Pier Mauro Giachino, v. S. Anselmo 19, 68.12.46
Tony Giagnorio, v. San Rocco 12, Foresto
Gianna Gianelli, c. Svizzera 10, 77.89.75
Giovanni Gili, v. Manzoni 4, Pianezza, 97.76.888
Piero Giordano, c. Unione Sovietica 397, 61.09.60
Alma Giraudo, c. Giulio Cesare 41, 23.16.87
Laura Giraudo (v. Alma)
Gianni Guidi, Priola (CN)
Adalberto Longhetto, fraz. Coggia 27 A, Moncestino, 0142+945276
Maria Macaluso, v. Italia 15, Gassino, 960.95.72
Massimo Maina (v. Franca)
Marco Mantovani, str. Val Pattonera 163/26, 696.65.42
Tullio Martorana, v. Torino 244, San Mauro T., 822.13.95
Lele Marzano, v. G.Medici 37, 76.14.56
Flavio Miniscalco, v. Caraglio 75, 335.84.68
Paolo Oliaro, v. Cairoli 12, 83.28.67
Dario Pecorini, c. Ferrucci 94, 44.71.156
Vittorio Scheni, v. Thesauro 6, 650.94.62
Maurizio Sonnino, v. Da Verazzano 46, 59.76.23
John Toninelli, c. Regina Margherita 205, 48.04.91
Valeria Valli, c. De Nicola 28, 59.13.54
Marino Varetto, v. Carrera 158, 71.05.93
Anna Viglietti, v. S. Pellico 27; a Mondovì 0174+40814
Mauro Villone, c. Casale 239 bis, 89.82.98
Marco Zanone, c. Moncalieri.
E' stato riconfermato presidente Piergiorgio Doppioni, ed anche per gli incarichi sociali si tratta in gran parte di riconferme:
magazzino: Attilio Eusebio (Poppi) ed Elio Pulzoni
segreteria: Margherita Coppa
archivio: Uccio Garelli
biblioteca: Giuliano Villa
cassa: Franca Mazzer
bollettino: Marziano Di Maio
OPS e catasto: Paolo Arietti
Capanna Saracco-Volante: Michele Marro (Ruga) e Danilo Coral
biospeleologia: Achille Casale
foto: Giuliano Villa
pubbliche relazioni: Piergiorgio Doppioni e Giuliano Villa
rilievi e materiale scientifico: Maurizio Sonnino.
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Proiezioni
Il nuovo fotodocumentario di Giuliano Villa "Universo senza Stelle" è stato proiettato negli ultimi mesi a Brescia (GG Brescia), a Mondovì (GS CAI Mondovì), Pordenone (4° Convegno spel. del Friuli-Venezia Giulia),Gassino (scuole elementari) e Torino: scuola elem. "Gesù Bambino" e Salone internaz. della Montagna. Quest'ultima proiezione si è svolta il 20 ottobre nel Salone Giulio Cesare di Torino Esposizioni, in una serata organizzata dal GSP con la collaborazione del Salone della Montagna, alla fine della quale il numeroso pubblico ha partecipato a un dibattito in cui gli speleologi hanno risposto alle domande poste.
Attività fotografica
Negli ultimi mesi Giuliano Villa ha partecipato ad altri concorsi fotografici, con questi risultati:
- Concorso CAI di Trieste: 3 "trasparenze" ammesse e 2° posto con una diapo di Bossea;
- Concorso della NSS (Stati Uniti): in varie categorie un 1°, un 2° e un 3° posto, rispettivamente con una stampa a colori del Ferà, diapo del Bue Marino e di due uscite da grotta, con la luna dal Bue Marino e a Su Bentu.
Il rifugio Manolino
Rifugio lo era già prima, per noi speleologi, il casotto di caccia della Perabruna (1638 m, Val Casotto, CN) , da quando lo avevamo utilizzato la prima volta nel 1961 per esplorare l'abisso della Ciuaiera, per finire ai tempi belli in cui l'ospitalità dei Baldracco ce l'aveva trasformato in qualcosa più che un rifugio. Ora la costruzione è stata in parte affidata al CAI Ceva, che vi ha allestito un rifugetto vero e proprio (chiavi presso la Sezione), intitolato ad Angelo Manolino e la cui inaugurazione ha avuto luogo il 23 settembre. Dotato di 12 cuccette (per ora) e di cucina, può servire da base per le grotte del gruppo Perabruna-Ciuaiera e dintorni.
Precisazioni
Abbiamo ricevuto due repliche alla nostra notizia "L'abisso Cappa scende ancora, il CMS è sempre il protagonista", pubblicata sullo scorso numero 69 del bollettino a pag. 4 del Notiziario: una è del GSAM CAI Cuneo e l'altra è di Carlo Balbiano. Le pubblichiamo qui di seguito, unitamente a una contro-precisazione di Di Maio che peraltro non riguarda il merito del la questione Cappa.
Abbiamo appreso, con grande stupore, leggendo il numero scorso di "Grotte", che la spedizione al Cappa, alla quale abbiamo partecipato quest'estate insieme ai bergamaschi e ai veronesi, godeva di "dovizia di mezzi e di appoggi". Sarebbero stati molto gentili i "membri" del GSP se ce l'avessero detto prima; in tal caso li avremmo usati! Già... ma noi, si sa, siamo di Cuneo e non ci siamo accorti dei potenti mezzi messi a disposizione..., ma, da chi?
Quanto poi ai materiali abbandonati, dato che siamo dei poverelli, è
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nostra inveterata abitudine recuperare tutto, anche il più piccolo pezzo di cordino - cosa volete farci?... siamo avari e pignoli -, cosa che, anche questa volta, abbiamo regolarmente fatto nel mese di settembre, quando hanno avuto termine le discese nel Cappa.
Certo, gli usi e costumi dei gruppi sono i più svariati, c'è anche chi ritiene che una grotta non sia bella se dentro non ci sono centinaia di metri di scale; così chi va dopo almeno si inciampa, e non s'azzarda più a cacciarci il naso.
Non crediamo poi che fosse il caso di chiamare i "marines" per togliere una bombola del gas che fra l'altro, essendo piena, ci servirà ancora; questa infatti, insieme ad un sacchettino di plastica ben chiuso e legato emesso in un angolo è tutta l'"immondizia" che abbiamo lasciato.
Ma quello che ci ha fatto proprio arrabbiare è l'accusa di ignoranza dell'ambiente sotterraneo e di impreparazione tecnica e atletica. E no, cari signori, nessuno di noi è nato ieri - e voi lo sapete benissimo - le grotte e gli abissi li conosciamo molto bene, così come sapevamo benissimo fin dove potevamo arrivare. Era lungi da noi l'idea di competere con il CMS, gli obiettivi che ci prefiggevamo con la nostra spedizione, infatti, erano ben diversi dai loro, e voi lo sapevate benissimo, ve l'abbiamo detto a chiare lettere prima di scendere nel Cappa, chiedendovi consigli - ed ottenendoli, anche - per cui chi ora ha scritto questo articolo è chiaramente in mala fede.
Sappiamo che i vostri rapporti con Balbiano non sono buoni, ma a noi questo non interessa, non abbiamo nessuna intenzione di farci coinvolgere nelle vostre beghe; è una questione di correttezza, noi non siamo né per il CAI né per la SSI, né per gli "invasati", noi siamo per farci i cazzi nostri senza che nessuno si arroghi il diritto di giudicarci.
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il GSAM |
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Torino, 28 novembre 1979
Caro Marziano,
chiedo ospitalità su GROTTE per rettificare due notizie inesatte che mi riguardano. Non parlo tanto dei commenti sul capo rubrica della Rivista del CAI perché credo che la nostra conversazione abbia chiarito l'equivoco, ma piuttosto vorrei rettificare delle inesattezze apparse a p. 4 del n. 69, a proposito dell'abisso Cappa.
...è fallita la spedizione guidata da Carlo Balbiano e Alfredo Bini... (Spedizione mi sembra una parola un po' troppo grossa per noi, ma lasciamola pure). Premesso che né Bini né io eravamo capi-spedizione, se la "spedizione" sia fallita o meno è questione di opinioni; però, secondo me, per dire che è fallita bisognerebbe conoscerne gli obiettivi e i risultati. Non voglio abusare troppo della vostra ospitalità nel raccontare dettagli: basterà che dica che la discesa nel Cappa fa parte di un insieme di studi per i quali abbiamo preventivato almeno tre anni di ricerche.
....uomini scesi senza avere alcuna idea...non sorretti da adeguata preparazione...avventurieri della speleologia necessitanti di personale affermazione... Anche queste mi sembrano affermazioni gratuite.
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Balbiano quando era nel GSP voleva l'espulsione di Gatto. Questo è falso come falsa è la motivazione riportata. Che io non andassi tanto d'accordo con Gatto è vero, ma sai benissimo che non ho mai desiderato la sua espulsione.
.... lasciando veruni quintali di immondizia sotto il pozzo da 180. Questo è ancora più falso. E' stata lasciata (come era nel programma) una bombola di gas, non sotto al pozzo ma al campo, in quantoché non era esaurita e penso che chi ci ha seguito e chi ancora ci seguirà se ne trovino bene.
.... intera struttura che lo sorregge. Non so se questa sia una battuta o se sia stata scritta seriamente; temo per la seconda ipotesi. Vorrei che qualcuno mi spiegasse in cosa consiste la mia struttura: argano a motore, elicotteri?
Mi sembra che in articolo di poche righe ci siano troppe inesattezze e ti sarò grato se vorrai fare una rettifica sul prossimo numero. Se poi vuoi sapere cosa abbiamo fatto in agosto alle Carsene te lo racconterò volentieri; abbiamo già fatto assieme tante ricerche di questo tipo e sono certo che ti piacerà ascoltare nei dettagli senza attendere le pubblicazioni ufficiali. E chissà che presto non si torni a fare assieme qualcosa del genere.
Carlo
Entro nel merito solo per quanto riguarda l'affermazione, che Carlo sostiene falsa, "Balbiano quando era nel GSP voleva l'espulsione di Gatto". E' acqua passata e se si vuole son stupidaggini, ma anche la piccola storia del GSP non è giusto sia falsata. Devo quindi dire che l'affermazione è vera e ci sono buoni testimoni a confermarlo. Cito solo un fatto che a suo tempo mi aveva fatto "soffrire". Ero riuscito a farci finanziare dall'Enel ricerche nella zona del Moncenisio, e Balbiano doveva occuparsi delle colorazioni, essenziali in quella situazione idrologica un po' complessa. Accusandomi di essere io a non voler allontanare Gatto (si, non volevo, ma la democrazia funzionava bene e neanche un dittatore, se ci fosse stato, avrebbe potuto contrastare una maggioranza, se ci fosse stata), mi ha posto il ricatto: o butti fuori Gatto, o io per il Moncenisio non collaboro. Mi sono disperato: "ma Carlo, cosa c'entro, io valgo per uno e non sono neanche il presidente". Niente da fare, mi ha piantato quattro a zero sul più bello, e se Carlo Clerici non avesse dato una mano decisa, erano per quei tempi magri dei bei soldoni che perdevamo. Balbiano dice che non si ricorda.
M. Di Maio
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Attività di campagna
2 settembre 1979. Zona Dolly: battuta di Coppa, Curti, Eusebio e Vigna, trovati due buchi.
8-9 settembre. Grotta della Mutera: Ciquera, Coral, Griotto, Zinzala.
Battute in Val Corsaglia: Agazzini, Arietti e moglie, Gallardo, F. Maina, Villa.
Battute alla Mirauda: Badino, De Monte, A. Gobetti.
Marguareis: A. Giraudo, Ballesio, Martorana, Mazzer, Coppa e Eusebio, gli ultimi due a disarmare la Gola del Visconte.
15-16 settembre. Abisso Dolly: Ballesio, Zinzala e 3 ragazzi del Gruppo Frejus, visti nuovi arrivi di rami in quello principale.
23-24 settembre. Abisso Dolly: Coral e Griotto con Vittorio e Ivo; Coppa, Eusebio e Vigna: continuata l'esplorazione.
Abisso Gortani: Badino sceso a -450 con 6 della Boegan.
29-30 settembre. Lavori alla Capanna Saracco-Volante. Badino, Ballesio, Bravin, Ciquera, Coppa, Di Maio, Eusebio, A. Giraudo, Griotto, F.Maina, Martorana, A. Gobetti, Mazzer, Pulzoni, Viglietti, Vigna, Villa, Zinzala e il muratore Armando Bussolo.
7 Ottobre. Abisso Fighiera: Ciquera, Doppioni, Mazzer, Zinzala.
Buco presso il Lupo: Silvana e Giancarlo.
Dolly: Coppa, Curti, Eusebio.
14 ottobre. Ballesio e Martorana a vedere un buco in Valle dell'Orco.
20-21 ottobre. Abisso Dolly: continuate le esplorazioni da parte di Baldracco, Didi, Oliaro e Vigna; Curti, Coppa, F. Mazzer, Eusebio, A. Giraudo; Coral, Ciquera, Perello, Zinzala (scoperto nuovo p30 a -220).
Val Pellice: Arietti, Gallardo e Pulzoni con Lodezzano e Gaydou.
27 ottobre. Grotta dei Dossi: Scheni e un amico (foto).
27-28 ottobre. Ricerche biospeleologiche di Casale, Di Maio e A. Gobetti al Giacominer Loch e al Buso di Boi (Altopiano di Asiago).
1 novembre. Grotte del Caudano. A. Viglietti e Vigna.
1-4 novembre. Grotta di Monte Cucco: campo interno di 3 giorni di Coppa, Curti, Eusebio, A. Gobetti e Pulzoni (v. articolo).
9-11 novembre. 4° Convegno di spel. Friuli-Ven.Giulia a Pordenone: Arietti, G. e L. Baldracco, Badino, Coral, A. Gobetti, F. Maina, Vigna, Villa, Zinzala.
18 novembre. Grotte del Caudano: A. Viglietti e Vigna.
25 novembre. Grotte del Caudano: gita sociale del gruppo giovanile UGET organizzata dal GSP. Ballesio, Coppa, Coral, Eusebio, Giachino, A. Giraudo, Giordano, F. Maina, Martorana, Mazzer, Pecorini, Perello, Pulzoni, Scheni, Squassino, Villa.
Viglietti e Vigna in battuta sopra Miroglio.
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Arma dei Grai: Franco, Gili e amici di Pianezza per foto e ricerche paleontologiche.
24-25 novembre. Abisso Fighiera: risalita di un ramo nuovo (A. Gobetti e altri).
2 dicembre. Esercitazione di soccorso a Rio Martino: Baldracco, Badino, Coral, Curti, Doppioni, Eusebio, Perello, Pulzoni, Vigna, Villa, Zinzala.
Cavità della Rocca di Cavour: Arietti e A. Gobetti.
Arma dei Grai: Arietti, Gallardo, F. Maina, Villa. Prove di cinematografia in grotta.
8-9 dicembre. Abisso Fighiera: Badino, Walter (papà), Segir con Alain, Lucien e Di Ciolo (il pozzo Farolfi torna nel ramo dei Disperati; il ramo che va verso il Baader chiude). Abisso Baader-Meinhof: De Monte, Eusebio, Gobetti e Pulzoni con Sivelli (continua; nel nuovo ramo giunti a -230 su un p 10).
Arma del Lupo: Giachino, Tesio, Valeria.
14 dicembre. Arma del Lupo: Ballesio, Curti, Eusebio, Mazzer, Pulzoni, Zinzala.
15 dicembre. Grotta delle Vene: Ballesio, Curti, Eusebio, Gianelli, Giordano, Mazzer, Pulzoni, Zinzala e altri.
21 dicembre. Grotte del Caudano: Ballesio, Curti, Eusebio e Vigna a far foto.
31 dicembre. Arma del Lupo: Curti, Doppioni, Eusebio, Mazzer.
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Gli amici della Boegan hanno avuto due gravi incidenti. Riccardo Tedeschi che avevo conosciuto quando mesi fa eravamo scesi nel Gortani, ci ha lasciati scomparendo in montagna. E prima di questo lutto anche il grande Feresin aveva avuto un grave incidente stradale, da cui è uscito
malconcio ma, e non cesseremo di rallegrarcene, vivo... Ancora adesso, a mesi di distanza sta male: abbi pazienza Feresin, le ciucche per festeggiare il tuo ritorno agli abissi saranno ancora più colossali. E ci verremo tutti.
Forza, triestini!
G. Bad.
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ESPLORAZIONI
il buco delle farfalle
Il 26 giugno siamo di nuovo sul monte Corchia. Il piano di battaglia quel sabato, era che una squadra composta da Marino Varetto, Danilo Coral ed io entrasse nel Baader per proseguire l'esplorazione alla finestra; Giovanni e Papà con i faentini al Fighierà (hanno poi trovato il pozzo Farolfi), e Andrea ad un buco nuovo dove c'era una fessura da martellare. Successi un po' di problemi con l'acetilene di Marino, la squadra del Baader si unisce però ad Andrea.
L'ingresso del nuovo buco è a pozzo e l'aria in aspirazione riesce a muovere le pianticelle attorno all'imbocco. Sceso il pozzo (5 m circa) ci troviamo subito di fronte ad una fessura che inizia già molto stretta con una curva a gomito verso destra. Più in là dove è più stretta c'è l'ingresso di un pozzo che non valutiamo molto bene: pensiamo dai 15 ai 25 m (si sentono terrazzini). Incomincia lo scavo, con noi c'è anche Gianfranco Argnani del G.S.Faentino autore della scoperta del buco. Io dopo un po' esco perché non mi sento bene. Gli altri ritorneranno al bivacco verso le 3 di notte (con una mazzetta in meno, visto che il pozzo doveva aver fame).
Il giorno dopo siamo di nuovo lì Marino, Andrea ed io, armati di mazza da 25 kg e barramina da 3 m e mazzetta presi in prestito alla cava. E comincia un lavoro da dementi: per poter lavorare bisogna cominciare ad allagare due metri prima della vera strettoia, tutto in un bellissimo calcare bianco, maledettamente compatto che invece di spaccarsi si sbriciola provocandoci un inizio di silicosi.
Il sistema di scavo è il seguente: chi tiene la sbarra sta seduto con la schiena verso chi batte, punta la sbarra contro la roccia, blocca con j piedi la punta, con le mani la tiene sulla spalla destra, si tappa l'orecchio con tutto quello che ha, chiude gli occhi, stringe i denti, prega che chi batte con la mazza da 25 non sbagli mira e urla "via!". (Non so quanti decibel misurava il rumore prodotto dalle vibrazioni della sbarra, ma vi assicuro che dovevano essere tanti). E così per tante ore. Ad un certo momento usciamo 10 minuti per respirare un po' d'aria pulita. Marino ed io rientriamo mentre Andrea si addormenta. Ricomincio con la mazzetta, 2 o 3 colpi e poi fermo a riprendere fiato (la posizione è scomodissima). Riesco anche a darmi una martellata su un dito, tracciando così la via col sangue, a questo punto apprezzo molto il lavoro di Danilo e mi chiedo quale demone infernale gli abbia dato la forza di allargare quel punto della fessura di almeno 10 cm nella roccia viva.
Ora il grave problema è di fare cadere un grosso pietrone piatto tondeggiante che sta incastrato sul soffitto; se cade, oltre a schiacciare chi martella, può anche ostruire il pozzo. Intanto Andrea si sveglia e scende. Consiglio di guerra. Andrea si infila di testa fino ad un certo punto e tiene la sbarra sopra la faccia, Marino batte con la mazzetta e dopo 10 minuti la "Ruota da Balsaeg" cade accompagnata da urla demenziali e si va ad incastrare per lungo nella fessura. Riusciamo a spostarla con due corde e un paranco improvvisato.
Mi faccio assicurare e provo ad infilarmi di piedi, è ancora molto
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stretto e mi incastro: la situazione è tesa, nessuno parla per lunghi minuti. Poi finalmente e non so come ricomincio a scendere, i piedi scalciano nel vuoto e si trovano su un terrazzino: Marino urla, Andrea ha una espressione da demente.
Finalmente riesco a vedere per bene il pozzo: è molto grosso, bellissimo, quasi circolare. Rapidamente filiamo una corda e mi vengono passati il casco e tutti gli altri attrezzi. Comincia la discesa (assicurato perché non abbiamo spit per frazionare) contro parete (armando bene si fa tutto nel vuoto); incontro due terrazzini ma il fondo non si vede. Dopo un po' atterro al fondo formato da una sala, e in mezzo a delle pietre
vedo un meandro tra lame che continua in forte discesa; c'è molta aria. Mi fermo per un momento, ho una sensazione di rispetto, mi sento un ospite in questo ambiente che non ha mai visto luce prima che arrivassi io.
Monte Corchia - Buco delle Farfalle - rilievo non strumentale
Scendo un po' il meandro e vedo che continua deciso verso il basso. Torno indietro e comincio a risalire il pozzo ed ecco la seconda sorpresa: a 10 m dal fondo un altro meandro proprio sopra al primo. Esco tra
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la gioia e l'euforia degli altri e usciamo.
Dallo scopritore Argnani, la cavità è stata battezzata Buco delle Farfalle, perché presso l'ingresso si trovano sulle pareti questi insetti.
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Walter Zinzala |
al gortani
Ho avuto la fortuna di essere invitato sul Canin dagli amici della Boegan che scendevano ad esplorare una serie di meandri ameno 6-700 nel Gortani. In due, Russel ed io, per mancanza di tempo, siamo solo scesi e risaliti a dare una mano nel trasporto sacchi e nell'armo fino in Cesca a -450.
Siamo entrati nel pomeriggio del 23 settembre, dipanati per non intasarci nei pozzi. Noi due attrezzando ne precedevamo altri tre, a loro volta davanti a Penel e Mario. Tutto liscio in questo abisso favolosamente bello, quasi ideale per la mia concezione estetica. Ci siam fermati solo a fare un po' di casino in Cesca, riunita tutta la compagnia e siamo usciti nella bufera. Ritorno d'autostop e treni perduti.
Mi ha particolarmente interessato la tecnica delle esplorazioni dei triestini, che non avevo mai visto in azione. Hanno portato al livello ottimale l'idea del campo in cui si recuperano le forze, e sono riusciti anche a rendere a dimensioni accettabili la quantità di materiale personale che si porta giù. L'idea è che la grotta vada bevuta a piccole sorsate, riprendendo fiato, senza riguardo al tempo totale: stancarsi sotto non è una tragedia, perché, sotto, si recupera. Ben lontano dunque dalle concezioni (di cui sono un esponente) per cui la grotta va bevuta d'un fiato: entrando dovete avere tutte le forze per tornare fuori perché, là sotto, non viene regalato niente.
Sta di fatto che, a parere mio, tutte le grotte attuali sono bevibili d'un fiato; ma sta anche di fatto che la concezione triestina è molto più potente: la sua necessità si presenterà più avanti ed in posti lontani (quando troveremo abissi intollerabilmente grandi). Per ora mi sembra che, alla lunga, certe grotte sia meglio lasciarle armate in permanenza per scendervi tutte le domeniche, o quasi: in effetti il tallone d'Achille dei campi interni è che, essendo molto impegnativi del tempo libero, sono praticabili solo di rado nel corso dell'anno. Ficcarsi sotto per sei giorni di fila è una cosa che non si fa spesso, sia perché viene a nausea, sia perché le attività umane non sono solo speleologiche. Ed il tempo esplorativo impiegato in una punta con campo interno è facilmente pareggiato da un paio di punte da week-end in cui si arriva ai cinquecento in due ore e se ne viene fuori in tre-quattro perché si è scarichi e la grotta è armata.
Conto sul fatto che questa mia puntata sul Canin sia solo la prima di una lunga serie.
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Giovanni Badino |
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fighiera:
t'ao ch'ien conclusoBrevi dal T'ao Ch'ien perché sono stufo di scrivere di Fighiera, stavolta.
Ci siamo andati dopo che, con Carrieri, avevamo sceso il primo pozzo e ci eravamo fermati in un bel meandro. Ed io ero certo che saremmo finiti nel Baader. Prima di entrare i Maremmani mi chiedono se nella zona Minosse c'è ancora da esplorare. Ed io spiego minutamente dove e come si può proseguire: questo, poi, irriterà alcuni. Ricordo, a questo proposito, che la logica di gruppo nelle esplorazioni del Fighiera si è dimostrata contraddittoria ed io intendo seppellirla. E dunque chi, là sotto, rileva ed esplora con noi avrà tutta la collaborazione possibile: purché non sia un cretino e non stia lavorando per la "gloria" di qualche gruppo. Ricceri e compagnia non si sono dimostrati tali e dunque faranno parte dei piani esplorativi. Torniamo a scendere.
Ancora una volta la roccia del Fighiera ci nasconde il cielo. Siamo in sei: Walter (papà), Ivano, un francese di cui non ricordo il nome, Lucien e addirittura il grande Alain Oddou che fu braccio destro di Fighiera. Ci separiamo in due squadre: Alain, Ivano ed io andiamo al T'ao Ch'ien) gli altri al pozzo già sceso da papà.
Questa volta, a differenza dell'ultima volta in cui per scendere 73 metri fummo costretti ad annodare tre corde, di cui le ultime due in condizioni tanto cattive che per scendere mi espellei "pro tempore" dalla squadra di soccorso, abbiamo del materiale vero. E scendiamo rapidi. Chi narra questa storia, tanto per cambiare rileva, e con questo tratto supererà i cinque chilometri rilevati personalmente in Fighiera. Alain è avanti e studia il percorso in questo meandro che segue il salone del pozzo. Ivano mi aiuta a misurare. Un pozzetto, ancora meandro esageratamente alto, un arrivo, poi meandro che si infogna, sempre più stretto ed alto. Alain prosegue lungo questa enorme spaccatura mentre sento sempre più lontana la giunzione col Baader. In alto va chiudendo, sempre più stretto. Seguiamo l'acqua in basso, strettoia cattiva, pozzo da tredici, ancora meandro, discesa in roccia perché sprofonda, massi in bilico dappertutto, ancora un saltino e chiude in frana. Un traverso nell'ultimo pozzo mi porta solo ad una prosecuzione della fessura. Ciao. Ce ne torniamo su un po' delusi. Mi riscuote la notizia che i maremmani nel Minosse, sceso un pozzo su cui mi ero fermato due anni fa, ne han trovato un altro grandissimo. Ma la campagna '79 sta finendo perché oramai la neve incombe. Spero, sul prossimo bollettino, di narrare piacevoli avventure in quel ramo.
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Giovanni Badino |
dolly:
ramo dei berserkSabato 22 settembre, stiamo per rituffarci un'altra volta nel Dolly, siamo in tre: Meo, Margherita ed io. I programmi sono il rilievo del ramo dei Berserk e continuare l'esplorazione della galleria che avevo percorso in parte la volta precedente. Arrivati all'ingresso della grotta ci accorgiamo di aver lasciato la strumentazione da rilievo in macchina, non piangiamo neppure troppo (volere del Visconte pensiamo) e ci infilia-
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mo uno per volta nella maledetta fessura iniziale, scendiamo facendo foto fino ad arrivare ad una perfetta galleria sottopressione di 2mx2 sfondata da un meandro largo 30 centimetri e profondo 5-6 metri che continua perfettamente orizzontale: era il termine dell'esplorazione precedente.
Era da due mesi che avevo una voglio matta di vedere dove andava ed in cuor mio, e non solo nel mio, avevo una speranza che non osavo confessare, una bella diffluenza che scendesse per i fatti suoi.
La galleria prosegue orizzontale arricchendosi in modo fantastico di concrezioni, vaschette ricchissime di cristalli, colate verdastre. A un certo punto la volta si abbassa e temo il peggio, cammino carponi per 2 metri, al di là una galleria enorme sfondata in un meandro con acqua: la diffluenza. Ci consultiamo un attimo, siamo indecisi tra il risalire ed il discendere; decidiamo, in preda ad un sacro furore, di vedere da dove arriva l'acqua, cosicché risaliamo per 150-200 metri un meandro interrotto da saltini e belle arrampicate che termina in un saloncino dove arrivano dall'alto 3 camini, di cui 2 forse arrampicabili, ma non ha senso farlo ora.
Ritorniamo sui nostri passi e scendiamo per la diffluenza, salto di 4 metri, scivolo di una quindicina, pozzo sui 10 contro parete, salone di frana. Scendo solo io per vedere come continua, poiché avevamo lasciato le jumars alla base dei grossi pozzi. Qui commetto una grossa stupidaggine: deciso a seguire l'acqua quando questa si infila in una stretta e stupida fessura, dò la grotta per chiusa, non convinto neanch'io di ciò. Ritorno sotto al pozzo e lo dico a Meo, che mi guarda sdegnato e mi dice che non è possibile; ritorno indietro, cerco un passaggio tra i massi, in un meandro chiuso da un riempimento, giro per mezz'ora e non trovo niente, perdo anche l'aria che almeno prima c'era. Dico, ormai scazzato, a Meo di scendere, lui mi spedisce giù Margherita, riprovo nel punto che mi sembra più strano: il meandro, provo a traversarlo in alto, 5-6 metri divertenti , un passaggio tra i massi e siamo in un altro meandro quasi parallelo a quello chiuso, incredibile, andiamo avanti, 10-15 metri, un buco, sembra un pozzo, lo è, sui 10-12 metri con aria.
Per oggi basta, anche perché non abbiamo più corde, ritorniamo da Meo, che mi fissa severo e sbotta "meno male che era chiuso", lo guardo sconsolato e scoppiamo tutti e due a ridere.
Quindici gg. dopo siamo di nuovo qui, Carlo le fou, l'irriducibile Margherita, io, 4 sacchi, 250 metri di corda, 3 musette, strumenti da rilievo. In breve siamo alla sommità di questo nuovo pozzo che risulta essere di 10 metri, poi meandro, bello e concrezionato, saltini, pozzo da 6 m, ancora saltini, fessura. e siamo in una galleria sottopressione nella quale arriva anche l'acqua del salone di sopra, la seguiamo un po', arriviamo ad un sifone di fango, da dove arriva un altro affluente, con buchi da tutte le parti. Dobbiamo fermarci a riflettere, non si capisce nulla. Decidiamo di risalire questo nuovo affluente, dopo una cinquantina di metri la volta si abbassa, infiliamo Margherita tra acqua e pareti e la ricuperiamo fradicia ma con la convinzione che lì non si passa. Impazziamo a rilevare il tutto e battezziamo queste gallerie "fiori di primavera". Al ritorno Carlo trova un buco in alto che scende, deciso, con un salto, e nel quale per poco non ci cado dentro dall'aria che tira, bene, ma questo ad una prossima volta.
Poppi
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DOVE VA LA SPELEOLOGIA
a proposito di corso...
Corso di speleologia..., il problema soprattutto è di "fare" un corso diverso più adatto al vero modo di andare in grotta del G.S.P.
Così dopo riunioni su riunioni, discussioni a non finire, si affida ai giovani questa responsabilità nelle persone di Elio, Carlo, Walter ed io. Un po' titubanti accettiamo la direzione condizionando il tutto ad una ben precisa collaborazione da parte del gruppo.
Si comincia ad organizzare, si guarda quello che non quadrava gli anni prima. Quello che soprattutto colpisce dei corsi precedenti è il crescente menefreghismo di una parte del gruppo che una volta scelto il direttore pensa di aver fatto il proprio dovere lasciando a quel poveretto tutto il resto del lavoro. Dimenticandosi, inoltre, che il corso non lo "fa" il direttore, bensì il gruppo, e che il compito del responsabile è solo l'organizzazione. Stabilito che non si può cambiare la testa alle persone si pensa ai problemi strettamente più tecnici, si decide di fissare a 35 il numero massimo di adesioni ed aumentare le uscite pratiche da 5 a 7 in modo da dare una migliore preparazione tecnica (ricordando a tutti, per esempio, che se si sbaglia un cambio attacco ci si spacca in fondo a un pozzo).
Non si vuole, con questo, far uscire gente con la testa imbottita di tante nozioni senza averne chiara nessuna e tanto meno ripetere gli errori di molti corsi di roccia che creano degli invasati mediocremente preparati i quali spesso mettono a repentaglio la loro vita e quella degli altri.
A mio avviso però il problema più grave è l'inserimento degli allievi nella vita attiva del gruppo e questo non lo risolve il corso, bisogna che ognuno di noi si abitui a "Sopportare" gli allievi nelle uscite post-corso, anche se le prime volte possono rappresentare una palla al piede.
Poppi
poveri ma belli
L'ANTEFATTO
Monte Cucco? E perchè no! E così Andrea, Carlo, Margherita, Poppy ed io siamo partiti per Perugia, invitati ad un campo interno, nella maggiore cavità umbra, organizzato dal locale G.S. CAI dall'1 al 4 novembre.
IL VIAGGIO
Bestiale, riusciamo ad accamparci nei pressi delle toilettes del vagone, in un miscuglio di zaini, sacchi da punta, uomini e vino; a Genova, con il coraggio dell'alcool storniamo gli attacchi degli energumeni che bloccheranno il convoglio per qualche oretta, facendoci perdere tutte le coincidenze e facendoci giungere in una Perugia ormai speleologicamente deserta la mattina dell'1.
LA DISFATTA
Sempre con il timore che il nostro biglietto da visita non sia troppo gra-
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dito, si inizia la vana ricerca di qualcuno o qualcosa che ci permetta di raggiungere gli altri: persa ogni speranza abbandoniamo Andrea dormiente su di una catasta di materiali in Piazza dei Priori e ce ne andiamo in compagnia di foschi pensieri per le vie del Borgo.
IL LIETO FINE
Alle prime ombre del crepuscolo torniamo in piazza e... miracolo dei miracoli Andrea è scomparso. Colpito dalla sua apparenza speleologica e leggermente esotica, un locale signorotto delle grotte l'aveva trasportato col suo Alfa Romeo incantato, nella favolosa sede sociale del G.S. CAI, venendo troppo tardi a conoscenza del fatto che si trattasse del meteoritico Gobetti.
IL CAMPO
Veniamo comunque trattati bene e trasportati in zona di operazioni, e l'indomani finalmente entriamo nelle immense sale e nelle grandi gallerie sottopressione di Monte Cucco. Arriviamo in tempo per prendere l'ultima punta per il Gizmo con gli amici di Roma; quasi sul fondo ho modo di constatare che i clicchetti dei discensori a volte si deformano lasciando aprire completamente i suddetti strumenti. Nella susseguente lotta per la sopravvivenza precipita un orologio da polso invece del sottoscritto, che riesce così a raggiungere incruentemente il fondo del pozzo.
Grazie anche ad altri avvertimenti del Visconte locale, ci accingiamo alla risalita per mezzo degli ABLOCCANTI che trasformano i quindici frazionamenti di questa verticale in tappe della via Crucis. Al campo interno ci accolgono, oltre ad alcuni dei FAMOSI RAGNI DI CHECCO, speleologi di molti e disparati gruppi, con i quali avremo proficui scambi di esperienza ed opinioni. Proprio questi confronti di tecniche e di idee, nati tra un "giro" e l'altro, hanno a mio modesto parere costituito il punto saliente di questo raduno, dimostrando che perfino in posti così lontani dalle sale dei congressi come le grotte, la speleologia può criticare costruttivamente le proprie metodologie d'esplorazione per tenere il passo con i progressi tecnologici, sportivi e scientifici. Discorsi semiseri a parte, la più grande impresa compiuta, è stato il tentativo (fallito) di DIVORARE le derrate alimentari che aumentavano con il crescere del numero dei partecipanti durante le ultime ore del campo; la più grande soddisfazione per gli speleologi marguareisiani invece il constatare che l'essere abituati allo stretto e al freddo non è un fattore limitante nell'esplorazione di grotte larghe e calde. Finalmente usciamo in una notte di bufera che ci fa benedire il riscaldato pulmino dell'onnipresente Salvatori e maledire il rio destino e che ci riporterà al Nord.
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Elio Pulzoni |
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il convegno di zakopane
Dall'1 al 6 ottobre 1979 si è svolto a Zakopane (Alti Tatra, Polonia) il 5° Convegno internazionale di speleosoccorso, cui hanno partecipato in rappresentanza italiana Piergiorgio Baldracco, Aldo Avanzini, Marco Perello, Danilo Coral (Torino), Lelo Pavanello (Bologna), Pino Guidi, Luciano Benedetti (Trieste), Pino Palmisano (Puglie), Laura Bortolani, Andrea Bonucci (Roma), Sestilio e Cleto Paccini (L'Aquila). Essi hanno raggiunto la località stabilita la sera del 30 settembre, portandosi l'indomani, accompagnati dagli organizzatori polacchi, all'hotel Kalatowki, sede del convegno, sito in una località fantastica, il cui carsismo esterno ricorda in alcuni tratti quello del Vercors francese.
Cerchiamo ora di tirare le somme riguardo lo svolgimento del convegno e i risultati emersi. La partecipazione, a livello internazionale, è stata numerosa, anche se, secondo prassi antica per i congressi, la speleologia attiva non ne rappresentava la maggioranza. L'ambiente, un po' freddino nei primi momenti, si è rapidamente ravvivato grazie al chiassoso affiatamento tra spagnoli, italiani, belgi e altri, che sin dalle prime sere han contaminato anche i più restii, lasciando in disparte solo qualche raro borioso mentecatto. L'organizzazione, considerando il particolare clima politico, la si può considerare ottima e così pure l'ospitalità dei colleghi di Polonia, che si sono prodigati in molte maniere per renderci il soggiorno il più confortevole possibile.
Dal ponderoso insieme di relazioni presentate, le considerazioni che più balzano alla mente riguardano la non eccessiva preparazione tecnica straniera nelle manovre specifiche di recupero di un infortunato all'interno di cavità verticali particolarmente disagevoli ed impegnative; in alcuni stati, la decenza ci impone di tacerne il nome, i sistemi utilizzati risalgono alle ere in cui gli uomini-serpenti di Valusia cercavano di colonizzare la Terra... Per contro, invece, si è notata una assai migliore predisposizione per l'organizzazione esterna, aiutata in alcuni casi da ingentissime disponibilità economiche. Gli USA dispongono infatti di elicotteri, aerei supersonici e mezzi militari adibiti allo scopo, nonché di un efficientissimo servizio ospedaliero e di una rete di informazione con eccelso carattere di rapidità. In URSS l'organizzazione di soccorso speleologico è un lavoro stipendiato e l'efficienza operativa, soprattutto come rapidità di intervento da un punto base alla località di operazione, è tutt'altro che disprezzabile.
Nel corso del convegno sono state effettuate dimostrazioni a carattere pratico in una palestra di roccia dei dintorni. La roccia era marcia, e ciò ha posto non pochi problemi con la chiodatura, comunque ecco come si sono svolte le cose.
La squadra polacca ha presentato una manovra di recupero di ferito (senza barella), lungo una parete di oltre trenta metri, mediante un paranco superiore effettuato da due compagni, e con l'aiuto di un accompagnatore risalente lungo una corda parallela. Tutto ciò è avvenuto con una certa scorrevolezza.
I Russi hanno illustrato la tecnica di risalita (parete di 15 m) su cavetto d'acciaio di circa 3 mm, mediante appositi bloccanti. E' una tec-
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nica che deve venire certamente assai perfezionata, ma presenta un futuro interessante.
Gli Inglesi hanno effettuato una dimostrazione di recupero subacqueo in una piscina coperta (le loro grotte presentano sviluppo prevalentemente orizzontale e sono in gran parte semiallagate).
La nostra esercitazione è stata un po' la "perla" del convegno, grazie al particolare affiatamento della squadra e all'esposizione delle nuove tecniche da noi sviluppate negli ultimi due anni (vedi in proposito l'incontro alle Carsene e articoli vari) e sapientemente descritte dalle relazioni del I Gruppo presentate a Zakopane. In palestra abbiamo utilizzato la tecnica del contrappeso per due manovre, una comprendente il recupero di uno speleologo lungo una parete di 15 metri con frazionamento intermedio, da parte di un compagno, l'altra con lo stesso principio ma con il finto infortunato imbarellato. Questa manovra è avvenuta con rapidità e scorrevolezza tali da suscitare l'entusiasmo e gli applausi dei 120 presenti, con i quali sono stati poi avviati dibattiti di estremo interesse, mentre la nostra squadra, in base alle relazioni e alle dimostrazioni effettuate, è stata considerata pressoché all'unanimità come la più preparata tecnicamente, e il triestino Pino Guidi degno di essere quindi eletto come responsabile delle operazioni di Soccorso Speleologico per tutta l'Europa Occidentale.
La serenità che ha contraddistinto i giorni successivi è stata turbata solamente dall'intervento, fuori luogo a parer generale, dell'austriaco Kirkmayer, convinto sostenitore della tesi che le esercitazioni presentate dai polacchi e dalla nostra squadra non potevano venir definite come interventi di speleosoccorso in quanto rappresentavano solamente, parole sue, "un aiuto improvvisato di un compagno ad un altro compagno infortunato...". Ipse dixit! Il livello eccelso della tecnica austriaca è stato poi illustrato da un filmetto in bianco e nero, dove l'evoluzione maggiore è rappresentata dall'acetilene a mano, dal passamontagna in luogo del casco, dalla barella ricavata da vimini intrecciati o qualcosa del genere, il tutto sapientemente montato in un cavernone sassoso semilluminato dalla luce del giorno! Di fronte all'ilarità generale Herr Kirkmayer si è scusato dicendo che il film era un po' vecchiotto, ma ugualmente rappresentativo dell'impegno speleologico dei soccorritori della sua équipe...
A parte questo doloroso neo (doloroso per chi ha osservato a quanto può portare l'ambizioso arrivismo di oscuri maramaldi, che fanno di un'attività delicata e nobile come il recupero di un compagno ferito fuori da un inferno di fessure, pozzi acqua e fango, il punto di partenza e arrivo della loro sporca affermazione personale), a parte questo doloroso neo, dicevo, considero come una grande esperienza quella del convegno di Zakopane, esperienza che ha favorito l'allacciarsi di contatti simpatici e utilissimi, la diffusione di nuove e interessanti tecniche nell'ambito della organizzazione interna ed esterna del soccorso speleologico, dovute a scambi di idee di notevole apertura, il tutto in un ambiente di estrema cordialità e simpatia, e a questo proposito colgo ancora l'occasione per ringraziare gli amici polacchi per la squisita ospitalità riservataci (nonché per i vari banchetti, libagioni, ecc...).
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Danilo Coral |
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Decennio nuovo, grotta nuova
se tu vai al marguareis...
Se tu vai, quest'estate al Marguareis, spero di esserci anch'io, ci sono delle grotte da andare a esplorare. Tra le tante, Piaggia Bella, il perché del suo nome l'abbiamo provato in tanti l'estate scorsa. Ma altri prediligono il Cappa, le terre dove les Invasés tessono esplorazioni profonde, molto profonde. Taluni hanno visto l'oscuro vascello dell'Olonese Volante salire, alto sulla Barriera, sulla più antica Barriera di Marguareis, la Barriera del Cañon Torino che arresta da molti anni gli uomini di Piaggia Bella, salire... Taluni hanno incontrato nella sera Cochise e l'han seguito oltre la Valle Che Respira. Ma forse tu vuoi giocare col tempo, col Mago e le Masche... scendi al di là del Balaur, vedrai un menhir... e se arrivando alla Capanna troverai mucchi d'uomini o ubriachi solitari stesi nelle doline lungo il sentiero, è bene salutarli cerimoniosamente o invitarli a bere ancora... potrebbe passare Patrik e farti portare il bibombola sino al sifone.
Potrebbero essere Ruga e Wolf chi vengono poi a tirar fuori dal buco, o altri gentiluomini di fortuna.
Sulla terra di Marguareis, non ci Sono più Gruppi Speleologici, ci sono uomini e non caporali. Sulla terra di Marguareis tra qualche mese sarà estate.
In seguito alla decisione di continuare l'approfondimento conoscitivo del Marguareis sotterraneo e a fortunate circostanze che permettono al sottoscritto e ad altri compari (?) di poter passare un discreto periodo (diciamo da aprile all'autunno) speleologico sul Massiccio del Marguareis e viste le esplorazioni in corso bellissime e l'amicizia che ha fatto del la campo '79 una delle più belle stagioni della mia vita, penso che chiunque avesse intenzione di venire con noi al Marguareis in questa primavera-estate sarebbe sicuramente ammanettato, incatenato, umiliato, mortificato, gettato nudo in Pian Merdone e poi su un cardo a Pian Cardone, costretto a partecipare a riti ignobili, posseduto/a carnalmente in Caracas e fatto correre giù per le Mastrelle, dopo l'accecamento a fuoco, legato a una damigiana piena di carburo, piscio di korang e vipere.
I più fortunati si spezzeranno la schiena ad aggiustare la Capanna.
Se vi va scrivetemi
Andrea
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ricerche biospeleologiche 1979
Accolgo volentieri l'invito di "relazionare" come già per l'anno passato (v. Grotte n. 68), le mie ricerche biospeleologiche effettuate durante l'anno trascorso, ricerche per la verità un po' meno intense e fruttuose rispetto a quelle del 1978, ma non prive di interessanti risultati e di soddisfazioni.
1) ALPI OCCIDENTALI
Ghieisa d'la Tana (n. 1538 Pi/TO, Angrogna, Val Pellice). Di questa cavità singolare e molto interessante, ho già detto nell'articolo sopra menzionato. Rivisitata l'1.XI.1979, ho potuto così verificare che la fauna di questa grotta, ricca e varia, ma composta più da elementi "endogei di grotta" che non da veri "cavernicoli", presenta in periodo invernale un drastico impoverimento, fenomeno tipico di altre situazioni analoghe.
Cunicolo dello Sphodropsis (Grotta B6) (n. 530 Pi/CN, Piaggia Bella, Marguareis, 2240 m). Si deve ad Andrea Gobetti il reperimento in questa modesta cavità, nell'agosto 1979, di un esemplare di Agostinia launi (Gestro), Trechino cavernicolo estremamente raro, noto di un limitatissimo numero di stazioni delle Marittime (massicci del Marguareis-Mongioie). Recatomi alla grotta con Andrea in settembre, non ebbi la stessa fortuna (verificammo la presenza del troglofilo Sphodropsis ghilianii, da cui il Dematteis trasse il nome battesimale della cavità). Lasciammo però alcune esche, che fruttarono ancora, in una successiva visita autunnale di Andrea (1.X.1979), un secondo esemplare di Agostinia.
Grotta sup. del Pugnetto (n. 1501 Pi/TO, Mezzenile). Breve visita il 15.V.1979, con A. Focarile; notiamo che, nonostante le lordure accumulate nella grotta da torme di visitatori più o meno civili, la fauna molto interessante di questa cavità continua a prosperare tranquillamente. Notevole il reperto di un esemplare di Choleva glauca Britt., Catopide troglofilo abbastanza diffuso in Europa, di cui il Pugnetto costituisce una delle pochissime stazioni italiane conosciute.
2) ALPI E PREALPI CENTRO-ORIENTALI
Grotta Covolo del Tesoro (Lumignano, Monti Berici, Vicenza). Visitata il 3.VI.1979, con mia moglie. Cavità molto interessante, ove abbiamo potuto ritrovare il Trechino troglobio (endemico dei M. Berici) Orotrechus fabianii (Gestro) e, di particolare interesse, un esemplare del grande Stafilinide (anoftalmo e depigmentato) Glyptomerus alzonai Bin.-Capra, noto solo di questa cavità in un piccolissimo numero di esemplari .
Giacominer Loch e Buso di Boi (Altopiano di Asiago). Bella escursione in bella compagnia (Marziano e Loretta Di Maio, Andrea Gobetti, mia moglie ed il sottoscritto, il 27-28 ott. 1979), purtroppo però infruttuosa. Nella prima grotta (v. anche Grotte n. 68, p. 13) abbiamo disceso il pozzo iniziale ed esplorato accuratamente i saloni (notevoli) ed il cañon iniziale; Andrea si è anche cimentato in una scalata solitaria per vedere un cunicolo alto; non siamo scesi nel secondo pozzone. Alla sera simpatico intrattenimento con Mario Rigoni Stern e Corrado Corradini del vecchio gruppo grotte locale. Il giorno successivo siamo stati coinvol-
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ti, con piacere, in un'uscita del corso dei nostri omonimi del GSP (GS Padovano), in una grotta impressionante per l'enorme pozzo d'ingresso che da adito ad un vasto salone, ingombro di massi di frana, parzialmente invaso da colate di ghiaccio perenne che scendono nel successivo pozzo. Le ricerche, di Andrea e mie, non hanno avuto esito. All'uscita, in un clima subpolare, ci siamo scaldati ad un allegro falò acceso in malga, ed io ho avuto il grande piacere di vedermi riportare, da uno degli speleologi padovani, il mio orologio, perso nel salone ed incredibilmente ritrovato nel caos di massi e detriti.
3) GRECIA
(In Grecia mi sono recato due volte, in giugno con due biospeleologi di Grenoble, e in luglio con mia moglie durante il trasferimento per la Turchia).
Piccole grotte sul M .Olympos (Tessaglia), 1200-2400 m (29.VII.1979). Veramente singolare l'assenza, in questo enorme massiccio calcareo, di fenomeni carsici profondi. Anche i locali non conoscono grotte importanti nella zona.
Gr. Ermou Spilià (M. Kyllini, Peloponneso), 1600 m circa, visitata il 15.VI.1979. Cavità molto interessante, ed anche bella, impossibile a trovarsi senza una guida (fortunatamente uno dei miei accompagnatori vi era stato l'anno precedente con un indigeno). Località classica ed unica nota del Trechino Duvalius kyllenicus Scheib., noto fino al 1978 in un unico esemplare femmina raccolto mezzo secolo fa dall'esploratore austriaco Weirather. Ne abbiamo raccolti alcuni esemplari, tra cui maschi, ora in studio; assieme erano presenti interessanti Carabidae, Araneae, ecc.
"Spilià" (grotta senza nome) sul M. Taygetos (Peloponneso). Ne ho già parlato (Grotte n. 68, p. 13); in essa avevo raccolto l'anno precedente una nuova specie di Trechino anoftalmo, Duvalius taygetanus Casale. La visita del 10.VI.1979 è stata invece senza frutto (salvo una formidabile scottatura solare per uno degli amici francesi): ulteriore conferma delle fluttuazioni periodiche a cui anche le faune cavernicole vanno soggette. Per questa grotta, certamente, non si può parlare di inquinamento, manomissioni, o cose del genere!
Grotta di Perama (Joannina, Epiro Greco). Grotta turistica, vasta e molto bella, nota ai biospeleologi per essere la località tipica di Duvalius petrochilosi Coiffait e di altre interessanti specie. Visitata il 13.VI.1979 ed il 31.VII.1979. Nonostante gli "aiuti" delle guide, non ci è stato possibile raccogliere alcun esemplare di Duvalius, che risulta non infrequente al contrario nei mesi invernali. In compenso, avemmo la sorpresa di raccogliere alcuni esemplari di un piccolissimo Batiscino (probabilmente del genere Albaniola) sicuramente ascrivibile ad una nuova spscie. Un'ulteriore prova che anche in cavità notissime, e molto visitate, l'ultima parola non è mai detta!
"Spilià" (grotta senza nome) sul M.Chelmos (Peloponneso). Cercata il 17.VI.1979. Nonostante 6 ore di marcia con un'abile guida indigena, non ci è stato possibile rintracciare questa grotta d'alta quota (2200-2300 m?) che pur tuttavia deve esistere in qualche punto di questo selvaggio massiccio, essendo nominata da tutti i pastori locali.
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Spilià Aghios Theodora (Volax, Drama, Macedonia Greca orientale [Rodopi]). Visitata il 27.VII.1979. Piccola cavità con cappelletta interna in zona militare di difficile accesso per la vicinanza della frontiera bulgara. Località tipica di Duvalius sydowi Jeannel e di Laemostenus plasoni interstitialis Müller, ritrovati sotto l'occhio vigile di un soldato. Con mia moglie son poi risalito a 2100 m nel sovrastante Bor Dag, bel la montagna che potrebbe rivelare ancora sorprese speleologiche.
4) TURCHIA
Gr. "Amachlar Maharasi" (Dereli, Anatolia Settentr.). Grotta abbastanza vasta con fauna molto interessante (loc. tipica di Speluncarius (Hypogearius) heracleotes Jeann., Anillidius coiffaiti Jeann., e di una specie ancora inedita di Duvalius. La cavità è raggiungibile mediante un'inverosimile strada (tipica d'altro canto della Turchia), che ha messo a dura prova il mio automezzo, già sovraccarico, sul quale aveva trovato posto in qualche modo una volonterosa guida indigena. Non ci è stato possibile ritrovare nessuna delle specie suddette. Pare che nel corso d'acqua all'interno della grotta sia stata immessa una "piccola" dose di insetticida, per liberare la gente del posto dal fastidio delle zanzare: con quali conseguenze, è facile immaginarlo!
Grotte sul M.Yaraligöz (2000 m circa, Sinop, Anatolia Sett.). Tre irsuti pastori mi hanno guidato sulla vetta di questa bella montagna, circondata da foreste. Nella zona cacuminale si apre un pozzone (stimato con un sasso sui 100 m, forse più) ed una piccola grotta-fessura in parete, che ho raggiunto con un'arrampicata non salutare per il sottoscritto, ormai in pensione dal punto di vista sportivo, sotto l'occhio "preoccupato" delle tre guide, coricate sul praticello sottostante. Nessun reperto, ma varrebbe la pena tornare, anche se non è proprio... girato l'angolo.
5) PIRENEI
Nella seconda metà di settembre 1979, il celebre "Laboratoire souterrain" di Moulis del C.N.R.S., ha organizzato un simposio sulla fauna cavernicola, cui hanno preso parte numerosi biospeleologi provenienti da ogni parte d'Europa. Le comunicazioni sono state varie e molto interessanti, l'organizzazione eccellente. Particolarmente nutrita la rappresentanza italiana che, devo dire immodestamente, ha fatto un figurone (Valerio Sbordoni ha tenuto un'eccellente relazione inaugurale). Nel convegno erano incluse due visite turistiche alle celebri grotte del Mas d'Azil e di Niaux, quest'ultima fantastica per le pitture preistoriche del salone terminale (ogni tanto, ovviamente, qualche congressista spariva dalla comitiva e veniva recuperato in un buchetto laterale al percorso, intento a scrutare o a inseguire qualche "bacarozzo,). D'obbligo la visita alla grotta-laboratorio di Moulis, molto ben attrezzata, ove son stati chiariti, da Jeannel in poi, alcuni dei principali problemi della biologia sotterranea; bellissimo, tra l'altro, l'allevamento di Protei, che è in corso da alcuni anni. Infine ho potuto visitare un paio di grotte non turistiche, ove ho visto finalmente, con i miei occhi, i leggendari Aphaenops correre sulle pareti stalagmitiche, rivivendo le emozioni che furono, un secolo fa, dei padri della moderna biospeleologia.
Achille Casale
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cavita' della Valle Stretta
Quelli che in passato si sono occupati di cavità della Valle di Susa non parlano di due cavità della Valle Stretta: una è la diaclasi del Ban e l'altra è la grotta del Mià, quest'ultima riportata anche sulla carta IGM 1:25.000 tavoletta Bardonecchia e (col nome di Grotte de Mille) sulla carta francese IGN 1:50.000. Entrambe le cavità dal 1946 sono in territorio francese, comune di Nevâche (Hautes Alpes) .
La diaclasi del San è sul versante sinistro orografico e precisamente su un ripiano a quota 2300, a sud del colle Baldassarre che è a sua volta situato tra le cime Baldassarre e Melchiorre nella catena dei Re Magi. Il ripiano è un lembo residuo di un vecchio fondovalle esistente prima che l'erosione glaciale e fluviale approfondisse la Valle Stretta dalla Miniera in giù. Secondo la carta geologica la roccia è dolomia chiara del Trias medio e superiore. L'origine della frattura è chiara: quando i processi erosivi hanno svuotato lo spazio a valle, nel fianco della montagna dove c'è il Ban si è creata una situazione di instabilità statica che ha spostato leggermente verso valle una parte del ripiano, provocando la frattura. Il nome Ban non figura sulla tavoletta IGM; penso che esso voglia dire banco (nel patois locale, ban = banco), dato che il ripiano è appunto come una specie di banco; non si può escludere però che entri in gioco la vecchia radice pre-indoeuropea ban che significa cresta rocciosa o scarpata: è in effetti una gigantesca scarpata rocciosa quella che dal Ban precipita verso il Lago Verde.
Quando da ragazzo con altri coetanei del Melezet portavo al pascolo le pecore del paese e si arrivava sino al Ban, oziando si andava a gettar sassi in vari punti della diaclasi per sentire dov'era più profonda. Venti anni dopo, autunno 1968, sono tornato là con Gian Pianelli e con i sassi abbiamo fatto la stessa cosa. Topografata la fessura, che ha un andamento a zig-zag e che è lunga sui 200 m (dal caposaldo 1 al 13 sono 198,2 m), abbiamo piazzato le scalette nei punti praticabili (altrove la strettezza è notevole) dove la profondità sembrava maggiore. Nel punto A (v. rilievo in archivio) dopo oltre 20 m era pericoloso proseguire per minaccia di crollo di massi al solo toccarli. Nel punto B si può scendere sino a -30, su sfasciumi di crollo, e si può proseguire per pochi metri sia a monte che a valle, impediti poi da materiale franato. Anche nel punto C si ripetono un po' queste caratteristiche, e la profondità è forse la maggiore che si possa raggiungere in questa frattura: -41 m.
La grotta del Mià (così è indicata sull'IGM) si trova invece sul versante opposto della valle, quello destro, sulle balze sotto stanti la Rocca di Miglia, monte che dà alla cavità il nome francese di Grotte de Mille. I locali la chiamano però Gleisëttë d' Bardulin, chiesetta di Bardulin, "chiesetta" in quanto secondo la tradizione orale tramandata da tempo immemorabile l'antro sarebbe servito da ritiro spirituale a un eremita che vi avrebbe scolpito sulla roccia decine di croci e altri segni. La quota è sui 2350 m, proprio dove arrivano gli ultimi larici. Le rocce della zona sono anch'esse dolomie grige del Trias medio e superiore, ma la grotta si apre dentro una stratificazione di dolomia più tenera in strati orizzontali giallastri di aspetto marnoso. La cavernetta, se non fosse per
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le misteriose croci, non avrebbe importanza: l'ingresso è largo 3 m e alto 1,7 m. il pavimento è sugli 11 mq, Le pareti hanno superfici dove la roccia appare più compatta ed altre con notevole efflorescenza o addirittura con uno spesso latte di monte disseccato, il pavimento è di abbondante detrito polveroso proveniente dal lento ma continuo disgregarsi delle pareti e del soffitto. Dove la roccia è liscia, si trovano scolpite le croci, un centinaio tra grosse e piccole; quelle ben fatte e evidenti sono circa 65, di cui 25 sulla metà di destra, altrettante a sin. e 15 sul fondo, nessuna sul soffitto. Vi sono poi altri segni cruciformi o no, tutti probabilmente della stessa mano perché il ferro usato sembra lo stesso e lo stato di concrezionamento uguale. Altri (gente di Melezet di anni passati o recenti, soldati, escursionisti) hanno poi impresso sigle, i soliti cuori con sigle, date di anni trascorsi nella zona a fare il pastore, altre date (qualcuna del secolo scorso e una del 1780), scritte varie anche a matita (una dice "el pueblo unido jamas sera vendido"). All'esterno niente, però gli agenti atmosferici non avrebbero lasciato tracce di eventuali incisioni data l'erodibilità della roccia; sulla dolomia grigia compatta non si ravvisano segni, almeno nelle vicinanze. L'esistenza di croci molto vicine al pavimento e il fatto che sul soffitto non ve ne siano, potrebbe far pensare che il pavimento originario fosse a un livello inferiore, e per mettere in luce questo o altre tracce forse meriterebbe fare scavi. Comunque penso che le croci siano da collegare con la storia dell'eremita che le genti del Melezet si tramandano, e non con le incisioni cruciformi molto frequenti nell'arco alpino, che solo di rado hanno a che fare col simbolo cristiano e che sono di datazione quasi impossibile e di misterioso significato: questo anche se qualche croce (le prime 2 -3 qui disegnate) si presenta identica, salvo per la grandezza, a croci incise sulla preistorica Peira d'la Croux al Gran Faetto in VaI Chisone.
M. Di Maio

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L'idrologia nota, probabile e possibile del Complesso di Piaggia Bella (2a nota)
Cinque anni fa, più o meno esatti (Giuliano ed io stavamo per incontrarci nella malfamata osteria di via Sant'Ottavio, ed era inverno, e quella sera decidemmo di far PB '75...), scrissi alcune note sotto il titolo di "L'idrologia nota, probabile, possibile di P.B.". Un mattone che naturalmente nessuno lesse.
Accertato quindi negli anni successivi che nessuno, forte di quella lettura, trovò entusiasmanti prosecuzioni là sotto, mentre molti continuavano a vagare là dentro più o meno spersi, più o meno stanchi, lungo la pista conosciuta sino ad annoiarsene, e sperando in orecchie migliori di allora e rimandando al bollettino n. 55-56 (sett. '74 - aprile '75) nonché a una breve nota aggiornativa sul bollettino successivo, posteriore a "PB '75", vi propino un altro mattone per le nostre torri di Babele.
Parte I. DALL'ENTRATA DELLA CARSENA DEL COL DEL PA' SINO ALLA CONFLUENZA CON JEAN NOIR (SIPHON AMONT).
Dal 1975 grandi scoperte sono state fatte in questo settore di PB. Risalendo dopo la fessura del "Passaggio Segreto" si rimonta la galleria Sud-Ovest sino ad uscire da un ingresso posto una trentina di metri sopra la Carsena in una placca di calcare bianco ben visibile dal Rifugio. Una fessura rende ancora quest'entrata non praticabile; è un vero peccato perché sarebbe un'ottima entrata per le esplorazioni invernali e primaverili, nonché per le colorazioni in regime di piena. Questa entrata, la quinta di PB, chiamata "buco delle Radio", fu appunto trovata con le radio da Giovanni che trasmetteva da dentro e Giuliano che era fuori e che ebbe così il discutibile piacere di vederlo uggiolare watt da un rognoso budello nell'estate 1977. Questa scoperta, insieme ad altre riflessioni (leggi: ubriaco e sballato) mi fecero interessare ad un settore di PB che avevo sempre trascurato, convinto che Claude non avesse lasciato nulla e preoccupato dalle descrizioni di vagolamenti eterni per instabili frane e macignodromi in cui erano incappati alcuni del GSP una volta che lasciarono la pista segnalata e si inoltrarono nelle zone a destra di quella, scendendo. Il settore appunto ad ovest della via principale. In questo stesso settore l'estate 1979 doveva darci un bel paio di regali: Piaggia Bella - Belladonna e il Cunicolo "Camel Filters".
1) Piaggia Bella-Belladonna. Vedere per credere, quanto bella, grande, concrezionata sia la grande galleria chiamata Belladonna che, costituendo il limite ovest (il limite est è la parete continua contro cui corre il torrente sotto Jean Noir) delimita la grande frana iniziale di PB. La scoprimmo Danilo Coral, Franco Griotto e il sempre vostro, plananti come puzzole, con una risalita oltre il limite della Salle du Doute in punta alla Galerie Suicide. Oltre la frana un'enormità risale (parallela ad ovest della Salle Bessone con cui comunica attraverso la Salle Petite-Bessone) sino ad una cascata di roccia marcia non ancora risalita.
Potendo passare dal fondo della Bessone (poco prima del passaggio Cocu-Bordel) a destra, scendendo alla Petite-Bessone e di lì, sempre a de-
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stra a Belladonna, questa strada, chiamata Passaggio Istria Profonda dai suoi primi percorritori (Gigi Torelli, Rinaldo Arena, Icaro e me) diventerà presto una "classica" poiché evita tutte le cascate e l'amenissimo Siphon Aval scendendo al torrente principale al peraltro già sufficientemente glorioso Nodo di Claude.
Ma partendo dalla galleria Belladonna vi è ancora una via che porta più ad ovest (forse due): Affluente Aconitus. Risaliti che si sia alla cascata sommitale di Belladonna, anche in onore di Danilo effigiata col simbolo di Saturno, si traversa una ventina di metri risalendo a destra sotto un'altra cascatella più piccola; qui Franco Sauro e Roberto lo spezzino hanno risalito acrobatiche cascate trovando altre sale, altri pozzi... esplorazione da continuare. Scendendo invece sempre sulla destra idrogr. si incontra un passaggio nella parete continua: è l'inizio di Khyber Pass (Tullio, Poppi, Lothar, Piottino, Elio, Meo, Carlo, Margherita, Claudio, Laura, Alessio and my per Roma e Torino l'ultimo giorno del luglio '79), il nuovo grande segreto di PB. Khyber Pass infatti risale, ci siamo fermati circa a -40 rispetto all'entrata della Carsena (-180 dal Caracas) sino ad arrivare pressoché sotto la verticale dei buchi soffianti, tra massi di quarzite, che si aprono a destra del fondo di Pian Cardone, ci siamo fermati di fronte ad ostacoli più che superabili (ma avevamo il carniere così pieno che non si passava più). Prima, a -210, parte invece una diffluenza ancora più a ovest; essa è stata seguita sino ad una sala di crollo a circa -370, ove un affluente di destra, grosso il doppio, si incontra col corso d'acqua che abbiamo disceso. Era un periodo estremamente secco, quello dell'esplorazione di quest'anno (il torrente principale era asciutto sino a Siphon Aval) e ciononostante questi due ruscelli erano attivi pur essendo a un'altezza superiore. Guardando il rilievo pare credibile che questa sia un'altra via per arrivare al Solai o a quel mitico collettore ipotizzato da Claude 200 metri a ovest di PB. Dato di fatto è che non esistendo affluenti di destra in PB sino a quello della Cascata dell'Ultima Spiaggia nel cañon Torino, vi dovrebbe essere un grande complesso (parallelo?) da esplorare di cui farebbe parte la Garçonniere del Visconte e l'attuale frana terminale del Solai. Da dove arrivino poi i ruscelli di Khyber Pass e dell'affluente di -370, chiamato "Erica della Gran Notte", è mistero per il momento, anche se finalmente ci si avvicina alle regioni, ricche di buchi soffianti, della bassa zona D e del Pozzo doppio dei Gracchi sulle pendici della Cima Palù (la montagna di fronte al Rifugio).
2) Il cunicolo "Camel Filters" sopra la sala del Cuore dove si incontra, risalendo a destra idrogr. dei passaggio segreto, la galleria Sud-Ovest, verso l'entrata, "buco delle Radio". All'estremità superiore sinistra (salendo) della Salle du Coeur si vede un piccolo cunicolo raggiungibile con un passo d'arrampicata, oltre vi son tre metri da strisciare, e bagnarsi finché si entra in un grosso meandro attivo (Daniela Frati e me, nell'agosto 1979). A valle questo si ferma quasi subito su sabbia e ghiaia (l'acqua comunque dovrebbe cadere nella galleria Sud-ovest poco più in basso da una cascata inesplorata) mentre in salita si preannuncia un'interessante esplorazione oltre una prima cascata (4 metri) da risalire con un po' d'artificiale. Interessante perché si potrebbe risalire a
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quote superiori all'ingresso della Carsena, inoltrandosi sempre ad ovest nel massiccio della Cima Palù.
Per quanto riguarda invece la sponda sinistra della gran frana iniziale, le novità sono l'abisso dell'Indiano, trovato da Tony Bocca di Rosa ed esplorato da Doppioni e altri nel 1977 (sesta entrata di PB), fossile o quasi, confluente in PB presso Siphon Amont, e gli sviluppi delle esplorazioni della Rivière du Nord che paiono portare sempre più vicini alle prime sale del ramo principale, con cui prima o poi qualcuno troverà la congiunzione nel caos delle frane.
Parte II. DA SIPHON AVAL ALLA CONFLUENZA. 1) L'Artiglio Sinistro del Caracas. 2) Il Nodo di Claude. A valle verso il Solai. A monte verso l'Oltre-sifone dei Piedi Umidi?
Quando poi vai da Siphon Aval alla confluenza non puoi mancare di vedere sulla destra, contro il soffitto a nero fumo "in ricordo di Claude", ecco, lì si è 20 metri sotto il Nodo che si raggiunge con facili passaggi in arrampicata. E' uno dei luoghi più incantati di tutta Piaggia Bella. Vorrei che chi ci passa si ricordasse di non trasformarlo in un merdaio, di non rompere tutte le croste di fragili concrezioni su fango soprattutto. E' la grande scoperta di Claude.
In quel luogo confluiscono infatti due gallerie fossili: la Suicide e la Sableuse. La Suicide, proveniente da Belladonna-Khyber Pass, che scavalca appunto la frana di Siphon Aval con la Salle du Doute e che a valle del Nodo forma altre diramazioni fossili, e la Sableuse che a valle (a destra idrogr.) del Nodo scende sino al Sifone di Fango (1975) dove è alimentata da un rigagnolo proveniente da un meandro strettissimo, e quindi oltre il Sifone incontra un'altra galleria attiva proveniente da un gran pozzo ascendente. Un sifone drena queste acque subito dopo il Sifone di Fango, ma è storia nota come si è trovato un passaggio fossile sino a un pozzo da 18 m sotto cui si ritrova il ruscelletto e lo si segue (Meandro del Limbo) sino al Solai. Il corso a monte forma vaste gallerie di cui una notevole che resta da esplorare oltre una risalita di circa 7 metri, e che secondo una felice (?) intuizione potrebbe essere nientemeno che corso fossile del beneamato torrente dei Piedi Umidi, la "Via dei Reni Caldi" appunto, già lungamente sognata oltre il profondo e lungo (1978) Sifone-sorgente dei Piedi Umidi. Questa galleria è molto antica, avendo scavalcato il torrente principale, ha grosso modo una direzione simile a quella dei Piedi Umidi e si trova circa 40 metri più in alto di questi.
Si parlava dei Piedi Umidi appunto, e questo si associa immediatamente nel ricordo con l'alto Abisso del Caracas, mi sono messo su un soffice letto e continuiamo. Dal 1976 vi è una seconda via appunto fra l'abisso di Caracas di cui l'entrata (2297 m) costituisce il punto più elevato (per ora) dell'intera PB, e il torrente di Piaggia Bella. Essa, presagita da Adalberto Longhetto un mattino che pensò bene di darmi la sveglia telefonica per informarmi delle sue meditazioni notturne "sul rilievo di Cratil "e" sul meandro fossile affluente a -115, fu chiamata Artiglio Sinistro del Caracas (Griffe Gauche du Caracas) e fu esplorata da una banda di pazzi, c'era Augusto Guglieri e c'era Mezzamano, c'era Vacca Sacra (C. Cazzola) e Lurens, c'era Lucien e Dedé, c'ero anch'io, ma vedevo poco chè avevo sempre il tubo dell'acetilene in mano, e Adalberto e Fred Vergier e Walter
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Fulgione; c'era Dario Neirotti e Patrik Penez e Papa Oddou detto Alain e forse anche Philippe e Patrick, due settimane prima del Cappa quando, a due anni dalla scoperta della "Griffe", in cinque fecero la traversata arrivando a corde esaurite sul torrente di PB 20-30 metri a valle di Siphon Aval. Dove c'è un grosso ometto di pietra e si sente una forte corrente d'aria.
Lì essi baciarono il suolo di Piaggia Bella. Lì, il ritorno attraverso "le Meandre de l'invasé" (-305) e la nota curva du "Petit Rat" (piccolo topo) non incubeggiarono più sul loro futuro.
Provare per credere.
Parte III. IL TORRENTE DEI PIEDI UMIDI.
Definito precedentemente (cfr. boll. 55-56) con A1, il primo torrentello che si incontra risalendo il torrente dei Piedi Umidi fu esplorato durante l'operazione PB '75 e battezzato Itaca nell'Ombra. Assai più comodo della risalita diretta delle due prime cascate è un piccolo cunicolo sulla sinistra idrogr. contro il soffitto d'una corta galleria cieca detta "Sepolcro di Kataton". Per esso e per altre curiose arrampicate si perviene a una confluenza circa 50 m più alta dei Piedi Umidi. A sinistra, oltre la cascata del "Perseveranza reca salute", dove Alberto cadde dalle scale che avevo gettato sin sulla sommità facendole incastrare su un becchetto e che fu poi risalita col medesimo sistema, il corso d'acqua sbuca da un lungo cunicolo impenetrabile. L'affluente di destra, più copioso, vide invece le imperiture gesta di Piergiorgio Dupia che ne cavalcò vane cascate, una di 30 metri (corda e 4 moschettoni P. Allain, miei!!, ancora in loco) con tecniche "Alien" sino a una galleria con frana (pare superabile) 120 metri al di sopra dei Piedi Umidi, ottimamente posizionata per essere l'entrata trionfale dell'abisso di Deneb nelle braccia di PB. Buona occasione per accoppare lo Zombie Grasso. Come tutti sanno a Deneb c'è una fessura, marca Maurice Rousseau, ce n'è un'altra marca Claude Fighiera e una terza marca Giorgio Baldracco che si son già fatte beffe di molti "demitizzatori", anche venuti da lontano "Oltre l'ultima (-220) attende, però, inesplorato un pozzo sui 20 metri.
Continuando a risalire i Piedi Umidi le novità dai '75 da segnalare sono oltre l'arrivo del Caracas: a) Zona dell'affluente "Gary Henning", b) Sifone Sorgente.
a) Tra l'arrivo del Caracas (freccetta di vernice rossa, 1958) e l'affluente dei Montoneros (1973) vi è una grossa frana che ingombra la vasta galleria dei P.U.; si può risalirla per circa 20 metri e scavalcarla a ritroso percorrendo gallerie franate molto instabili sino a ridiscendere nei Piedi Umidi. Durante la prima salita tra i blocchi si ode il rumore d'un ruscello che si arriva a vedere oltre un diaframma di riempimenti facilmente disostruibile. Sta aspettandoci, in onor del fu Gary Henning. Salendo invece nei punti più alti della frana, si gira per almeno un centinaio di metri di gallerie fossili mai rilevate che esplorammo sino a trovare un pozzo ascendente da una parte, e forse una galleria oltre un passaggio in diaclasi marcia molto pericoloso (che rispettosamente ci fermò) da un'altra, soffianti ambedue fortissima corrente d'aria (1976). Eravamo in due, lui era Patrik, belga, e non era il caso di provare, visto anche
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che gli altri stavano per immergersi nel Sifone Sorgente, ma tornandoci più in forze potrebbero saltar fuori cose belle.
b). Quel giorno appunto Gianni Follis e Yvonne si tuffarono nel Sifone dei P.U. (sporco, non molto largo, acqua a meno di 2°C) percorrendone una ventina di metri. Nel 1978 ci riprovò Patrik Penez e raggiunse due bolle d'aria (prof. max. 35 m) dopo 70 e 80 m, quest'ultima bolla è lunga una decina di metri ed oltre il sifone si immerge ancora.
Parte IV. DALLA CONFLUENZA ALLA CASCATA DELLA TIROLESE.
Niente di nuovo sotto il sole (d'agosto).
Parte V. I RESEAUX
Vi fu un tempo in cui sperammo. Speravamo in un colpo mancino. Claude sosteneva che, data la simile direzione del ramo attivo dell'Omega 5 e di Reseau A, i due fossero collegati a dispetto di evidenti segni esterni che proponevano un evidente collegamento della zona Omega con la risorgenza della Soma. Senza aver provveduto a sacrificare al Visconte, il Balbiano colorò l'Omega 5, e miseramente fallì (1973). Giovanni ed io, aiutati da Danilo, Margherita, Carlo Ballesio, Walter Zinzala e poi da Icaro, Rinaldo Arena, Gigi, Gianfranco Genta e gli speleo di Ormea col superiore aiuto di Paolo Durio, tentammo nuovamente nel luglio 1979. Non vi narrerò delle infinite infamità di Giovanni, né delle miserabili nequizie di cui mi macchiai durante l'operazione, sta di fatto che l'Omega 5, voluto a noi nel 1971 da Adalberto, Marco e Roberto Gatti e che tutti sapete sin dalla nascita come sia 100 metri più alto del Caracas, versa le sue acque sia in Reseau A che in Reseau B, mentre invece il fluocaptore posto nel bel sifone sorgente di Reseau D è rimasto negativo. (Usati 2 kg di fluoresceina sciolti in acqua dall'alto del Lovercraft). I Reseaux in compenso sono ancora semi-inesplorati, solo i rami principali sono stati visti e dalla sua scoperta (Claude, Alain, Dedé e company, 1971) si contano sulle dita di una mano le puntate fatte in quell'instabile macignodromo che ne è la parte bassa. Una via più alta è stata trovata ad agosto 1979 per evitare il difficile passaggio del fittone sopra le prime due cascate. La posta, la definirei proprio alta. (Reseau A risale sino a -240 rispetto a Caracas e bisogna risalire un pozzo ascendente alla sua sommità). Reseau B pare così una diffluenza di Reseau A (da che punto?). Sopra il sifone di Reseau D vi è una galleria fossile che ritorna però in RB (non rilevata) e alcuni grossi affluenti (in regime di piena) piombano sul suo corso attivo, completamente inesplorati,
Parte VI. DA PARIS CÔTE D'AZUR AL FIN '53. Nulla di nuovo, señor.
Parte VII. DAL PASSAGGIO VOLANTE AL SIFONE TERMINALE.
Durante il campo profondo di PB '75 (PG Doppioni, Walter e Giuliano) furono esplorati condotti freatici superiori che però sbucavano tutti in Sala Vallini. La zona, come d'altronde altri finestroni occhieggianti in alto tra qui e la Vallini, deve essere ben guardata.
La grande scoperta del 1979 è stata invece la Via dell'Olonese Volante (Giovanni, Ivano, Francesco e poi Icaro, G.P. Carrieri, Feliciano, Avanzini e me) che portando sulla verticale del Cañon Torino porta sino a un
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Schema idrografico del Complesso di Piaggia Bella
32 pozzo ascendente colossale (risalito per 35 metri). Qui, dove altri condotti, alcuni provenienti pure dalla Cascata dell'Ultima Spiaggia, di cui si ode il frastuono, restano da vedere, è avvenuto di poter risalire per 150 metri (da -640 a -490) restando pressoché sempre sulla verticale del Sifone Terminale, per diaclasi possenti talora coperte di fango e talora col pavimento ingombro di grossi ciottoli fluitati. E' la via più difficile e pericolosa di Piaggia Bella ed è pure la prima speranza reale di superare il Sifone Terminale da molti anni a questa parte. Piaccia al Visconte. Andrea Gobetti, Reaglie 7 febbraio 1980 33 TECNICHE ancora di discensori autobloccanti E ancora devo scriver di queste boiate. L'articolo precedente ha suscitato un vespaio, come mi aspettavo, e dunque son sorte nuove cose da dire. Inoltre, fatto più importante, ho proseguito il collaudo del DAD. Sul precedente bollettino ne avevo lasciato in sospeso il giudizio dicendo che il collaudo che gli avevo fatto (Gortani) era insufficiente ad una reale valutazione dell'attrezzo: ed avevo dato le primissime conclusioni e i primissimi difetti. La prosecuzione dei collaudi me lo fa condannare. Il difetto enunciato dell'impugnare un attrezzo sempre più caldo sui pozzi lunghi è realmente grave. Sul T'ao Ch'ien di 73 metri nel Fighiera ho penato tutto il possibile nonostante una discesa lentissima. Un altro difetto, che sulle corde dei triestini non si era presentato: sulle corde infangate del Fighiera il discensore diventava come un transistor in un circuito logico: o tutto o niente. Da bloccati si passa, con uno sforzo rilevante, a precipitanti: si ha un tuffo al cuore, si molla un po' la maniglia e ci si inchioda di nuovo. Al Gortani non lo faceva: ma un discensore valido è un discensore che non lo fa mai, non che "spesso non lo fa". Altro difetto: se ci si àncora al buco doppio, in modo da tenerlo sbloccato, diviene impossibile fermarsi. La solita manovra che si fa sul discensore standard, cioè attorcigliare la corda alla punta, è impossibile data la geometria del discensore. Unico modo è far passare la corda nel moschettone d'aggancio del discensore e agganciare l'asola ottenuta alla punta di questo: ma è una manovra un po' delicata e complessa. Occorre, dunque, agganciarsi sempre al buco semplice: se lo si vuole sbloccato occorrerà aggiungere un moschettone sul buco doppio: ma a quel punto mettere il discensore in posizione di "non bloccante" a metà di un pozzo diventa complicato: e anche i viceversa da "non bloccante" a "bloccante" non è uno scherzo. E ricordo un altro difetto citato sul precedente articolo: per montarlo sulla corda occorre staccarselo di dosso. Il difetto suggeritomi da altri, cioè che la corda salta fuori dalla gola sulla punta, non mi sembra grave. Capita se la mano di pilotaggio è troppo vicina al discensore: se la si tiene ben lontana (cosa, questa, sempre consigliabile non solo col Dad) non capita più. Anche quando capita, comunque, l'unica cosa antipatica che succede è lo sfregare della corda su se stessa (poco). Più che pericoloso è impressionante. Basta bloccare e rimettere a posto. Ovviamente se si è in posizione "non bloccante" non c'è da divertirsi. Un ultimo difetto comune a tutti questi discensori autobloccanti è che su corse in traverso si diventa pazzi. Se cioè si presenta la necessità di raggiungere un frazionamento molto spostato, tirandosi verso di esso su! la corda che gli arriva, a valle del discensore, e se traversando si deve far scorrere un po' di corda nel discensore, vi occorreranno esattamente tre mani: una vi tiene in posizione, evitandovi un doloroso pendolo, l'altra sblocca il discensore, la terza regola i pochi centimetri di discesa. La terza mano è indispensabile dato che, salvo con corde fortunate, non si riesce a regolare finemente la discesa agendo solo sulla maniglia. Oltretutto è necessario che le prime due mani, le più importanti, siano da una 34 stessa parte del corpo, verso il frazionamento. Il perché è legato a come si mette il discensore in un traverso, ed è troppo complicato da spiegare. Provare per capire. Tre mani dunque: e a meno che non si sia di struttura bizzarra occorrerà sostituire la prima con schifezze tipo attorcigliare la corda al braccio: ed è veramente ignobile. Ho detto e ripeto: come discensori autobloccanti siamo in alto mare. ______________ Passiamo ora alle polemiche sul mio articolo precedente, incentrato sul Diablo. Sono stato accusato di essere stato troppo pesante contro questo discensore. La penso al contrario: il fatto che del materiale venga messo in commercio non abbastanza collaudato e fatto con materiale non adatto, secondo me è una cosa che non andrebbe punita solo con un articolo di derisione. Ed in effetti una critica che si può fare all'articolo era che poteva essere meno sarcastico e più analitico. Questa critica, ragionevole, mi è stata mossa da Gherbaz che mi ha presentato altri difetti che non avevo comunicato. Il più grave è il pericolo della esclusione involontaria del congegno autobloccante. La levetta che azione il nottolino di blocco può essere azionata senza accorgersene. E' peraltro un fatto capitato anche a me, ma, come un fesso, ho dimenticato di riferirlo. Gherbaz peraltro è in disaccordo con me riguardo all'inutilità (dico io) dei discensori autobloccanti. Ne prendo atto ma vorrei chiarirgli che non dissento per principio sull'idea, dissento sul fatto che si facciano marchingegni complicati ed eventualmente pericolosi solo per avere una sicurezza in più. Ben vengano migliorie al Dressler classico ma non paghiamole prezzi troppo alti. Gherbaz dissente con me anche sulla pericolosità dell'inchiodata sulle corde: a me questa continua a sembrare una cosa che, tendenzialmente, è mortale, anche se Marietto dice che per non renderla tale è sufficiente andare piano sempre e comunque: e su questo concordo totalmente. E lo ringrazio qui per le sue critiche all'articolo che sono state le uniche razionali e "speleologiche" che mi sono state fatte. Altro mi è stato detto sul sarcasmo feroce dell'articolo. Quello l'ho usato come arma per imprimere bene nella mente di chi lo legge che la commercializzazione di oggetti non perfetti è intollerabile e va troncata radicalmente: ed il sarcasmo se volete è ancora un'arma mite. Una accusa che mi è stata rivolta è che avevo dei preconcetti contro il Diablo: chi l'ha fatta o è scemo, o non sente quello che dice mentre parla, o ritiene che io stia cercando un modo per suicidarmi. Chi, mi chiedo, scenderebbe un grande abisso a pozzi uno dei quali lunghissimo in ben due occasioni, ritenendo in anticipo che il discensore a cui si appende è pericoloso? Se avevo dei preconcetti erano di interesse verso il discensore, perché il suo disegno mi sembrava abbastanza furbo. L'articolo, comunque, ha avuto un risvolto di grande interesse per me. Il costruttore, che ho incontrato a Pordenone, mi ha comunicato che lo riteneva un articolo di pubblicità per il suo attrezzo e che intendeva premiarlo dandomi cinquantamila lire. Non mi ero accorto che "Es terminado el discensor, Diablo" fosse uno slogan praticabile, ma comunque di quel- 35 l'articolo, e di tutti quelli che ho fatto, chiunque ne può fare l'uso che più gli aggrada (purtroppo la carta è inadatta a certi usi, per esempio per fare aeroplanini), e dunque sono lieto che qualcuno, usandoli, pensi a me e mi invii dei soldi, certo meritatissimi. E dunque attendo il malloppo. Giovanni Badino Stiamo già stampando il boll. n. 71, interamente dedicato alla pubblicazione del rilievo dell'abisso Fighiera: lo riceverete tra 20 giorni. E' costato un mucchio di lavoro a Giovanni Badino, che ha scritto anche la relazione che lo accompagna, di cui ecco il sommario: - Fighiera, quattro anni - Introduzione - Esplorazione, come - Linee del Fighiera fisico - Il rilievo - Della giunzione Fighiera-Antro del Corchia.
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