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GROTTE

anno 22, n. 69 - maggio-agosto 1979

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

 

SOMMARIO

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La parola al presidente

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Rodolfo Farolfi

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Attività di campagna

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Di nuovo Marguareis

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     Il campo in zona D

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     3 pellegrini sul Margua

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     Khyber Pass

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     Se una risalita in fondo al Pas

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     Gaché: una nuova via accanto al pozzone

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Dove va la speleologia

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     Due mesi a P.B.

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     Abisso Roversi, alias don Ciccillo

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     Patril Penez e i sifoni marguareisiani

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Nuove e vecchie mappe dell'inferno

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     Abisso Dolly: sui -300

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     Il "ramo dei pozzi" al Baader-Meinhof

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     Il Fighiera, nemesi storica

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Chi va piano va sano e va lontano

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Discensori autobloccanti

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Recensioni

 

 

 

Redazione:

Marziano Di Maio

(resp.)

 

Giovanni Badino

 

 

Andrea Gobetti

 

 

 

 

Stampa: LITOMASTER

 

v. Sant'Antonio da Padova, 12

 

 

 

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la parola al presidente

     Anche se è già stato scritto sulla morte di Rodolfo, ho il desiderio di ricordarlo in queste due righe di commento e introduzione al nostro bollettino. Mi auguro che quanto acquisito nell'esercizio dell'attività speleologica possa costituire un bagaglio che aiuti il suo essere a muoversi nel modo giusto nella dimensione a noi ignota nella quale probabilmente ora si trova. Così come mi auguro che la vibrazione di affetto e simpatia che sorge in chi ha vissuto con lui, in grotta e non, abbia un mezzo per propagarsi e giungere in qualche modo a destinazione.

______________

     Pur nel consueto stato confusionale il nostro gruppo mi sembra godere ottima salute. Anche la sterilità che sembrava averlo colpito pare guarita in quanto si nota la presenza attiva di molti nuovi elementi che sembrano (se mai fosse possibile) ancora più matti della precedente generazione. Osservo anche un incremento di presenze femminili, non nel senso di ragazze trascinate dal proprio partner speleologo ai campi per cucinare, ma nel senso di ragazze che svolgano una normale attività esplorativa ed organizzativa.

     Spero che questa tendenza permanga in quanto mi pare che la vita del gruppo ne ricavi giovamento in serenità ed equilibrio (per quanto possibile in un insieme di squilibrati).

     Di questi tempi le grotte nascono e crescono come funghi, ben venga quindi gente disposta ad esplorarle e, soprattutto (sigh), a rilevarle.

 

Pier Giorgio Doppioni

 

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Rodolfo Farolfi

     Una sventura si è abbattuta sui faentini e su di noi, con la morte di Rodolfo. Non ho piacere di trascrivere la sua attività speleologica per mostrare quanto fosse bravo lui (e lo era sul serio) e quanto sia duro il colpo ricevuto dalla speleologia con la sua morte. Altri, che continuamente sono stati con lui in grotta, lo potranno commemorare meglio e più propriamente di me, menzionando un'attività rilevantissima che praticamente è la stessa che in due decenni è stata svolta prima dal GS Vampiro e poi dal GS Faentino CAI-ENAL. Voglio però ricordare alcune occasioni. La prima volta in cui lo incontrai (c'era anche Lusa): eravamo in Piaggia Bella, andavamo al fondo, io per la prima volta andavo in grotta col GSP. Passarono anni poi ricominciammo ad andare in grotta insieme perché iniziavano le operazioni del Fighiera.

     Riandando a quei giorni la bocca si fa più amara. Nel Fighiera, Rodolfo è stato uno dei due o tre che hanno sopportato il massimo carico delle esplorazioni, uno dei protagonisti della collaborazione con noi che tanto ha dato. Voglio soprattutto, però, ricordare quando alcuni giorni prima dell'incidente, andai a Faenza a mettere a posto il rilievo del Fighiera e a progettarvi le esplorazioni future. In sede, mi mostrava con entusiasmo incredibile le foto dei pozzi del Simi, che avevano appena disceso, mi raccontava del Golgo, di come era bello. Tutto questo in termini di tale entusiasmo che più tardi, osservai con Icaro che lui, speleologicamente, era un giovane, anche se andava in grotta da vent'anni. Era, in altri termini uno speleologo vero. In quei giorni facemmo un sacco di casino insieme: io lo scopersi come amico dopo tante ore di grotta insieme tese però non tanto al rapporto personale quanto a quello con la grotta (tallone d'Achille, questo, di molti, e anche di chi scrive). Ricordo, al mare, di quando andammo sulla sua barchetta a vela; di quando nuotando, riuscii ad aggrapparmi al boma e cercavo, tirando, di rovesciargli la barca e lui, che bilanciava dalla parte opposta, mi prometteva di picchiarmi se ci riuscivo. Me ne andai da Faenza contento, gli volevo bene. E pochi giorni dopo, la notizia dell'incidente sul lavoro e poi un'altalena di fuori pericolo e di ricadute, tanta pena, tante telefonate che a nulla, però, son valse.

     Voglio qui commemorarlo con una quartina di Ornar Khayyam, prima che lo si ricordi dedicandogli un abisso: e che possa questo essere enorme come il Fighiera ed altrettanto fertile di amicizia:

I compagni più perfetti nella notte, son spariti

L'un sull'altro, a piè di Morte, crollarono in ginocchio

Bevemmo un solo vino alla tonda tavola del Mondo

Furon colti da sbronza, ad un turno o due da noi

Giovanni Badino

 

     Faenza era molto bella, il giorno che seppellirono Rodolfo, e c'eravamo gli amici suoi, molti, e scoprimmo quanti e quanto diversi fossimo stati in armonia nell'animo di Rodolfo che con ciascuno di noi aveva vissuto un pezzo della sua strada, e ci aveva segnati e ci si ritrovava lì, a pensare alla vita e alla morte e a Rodolfo, che se c'era un posto dove ancora volesse andare facesse buona traversata. E ciascuno vide la sua immagine

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di Rodolfo prendere ed andare lontano, e non si poteva oltre a tristi essere disperati, perché ci era accaduto d'essere stati amici di un uomo vero e aver bevuto ii suo vino e scorazzato con le tute fangose sulla sua macchina ed esserci scaldati al fuoco da lui acceso e aver goduto le storie e gli scherzi mossi dalla sua mano decisa. E quando gli occhi e la voce, che non si possono dimenticare, ebbero fatto tra i calcari del Corchia, i lecci di Sardegna, i fuochi di festa, i chilometri di musica e asfalto, il giro del mondo dei nostri pensieri, intanto eravamo arrivati là, dove riposa anche Antonio, e bisognava lasciarci, è stato ancora una volta sereno, dirti grazie per la tua vita bella.

Andrea

 

Notiziario

L'abisso Cappa scende ancora, il CMS è sempre il protagonista

     Nella stagione estiva 1979 due spedizioni hanno "attaccato" l'abisso Cappa, la chiave profonda del sistema Carsene-Pis del Pesio, con modi e risultati assai differenti.

     All'inizio del mese di agosto è fallita la spedizione guidata da Carlo Balbiano e Alfredo Bini che comprendeva cuneesi, bergamaschi e veronesi. Quando l'abisso è stato lasciato, è venuto il turno del CMS che ha aggiunto 4 km di gallerie topografate alle parti già note, portando la profondità dell'abisso a -698 e riaprendo seriamente il discorso di un collegamento praticabile con le risorgenze della Val Pesio. Sono qui necessarie, di fronte a queste spedizioni nel più profondo abisso piemontese, alcune considerazioni certamente spiacevoli sulla spedizione di Balbiano e Bini, i cui uomini sono scesi senza avere nessuna idea di quel che li avrebbe aspettati là sotto, gravati da notevoli impegni presi, come "il completo rilevamento topografico e morfologico della cavità" (avevano persino lamette al titanio da piantare nelle fessure) e assolutamente non sorretti da un'adeguata preparazione tecnica e atletica. Non è questa l'ennesima battaglia tra speleologia sportiva e speleol. "scientifica", miope dialettica ad uso di avventurieri della speleologia necessitanti di personale affermazione; noi non siamo né con la scienza né con lo sport, siamo con e per l'esplorazione del mondo sotterraneo, lo stesso Balbiano, quando era nel GSP voleva la espulsione di Gatto perché la sua "scientificità" non andava oltre le parti più esterne delle cavità, ed ora al Cappa lui è sceso con dovizia di mezzi ed appoggi per percorrere la conosciutissima galleria di -340 sino a dove l'abisso riprende l'andatura verticale, per ritirarsi da lì con nulla di fatto, e lasciando veruni quintali di immondizia (tra cui bombole del gas formato casa, le bussole da rilievo, ecc. ecc.) sotto il pozzo da 180. Cosa si dovrebbe dire di lui e di quell'intera struttura (Commissione naz. CAI per la speleologia, SSI) che lo sorregge?

     Cappa sgomberato dai "marines", ci provano gli "invasati" del CMS, guidati dall'Invasato Capintesta (Lucien) che ha trovato in Yves Martin (Gigante Buono) un formidabile aiutante e con Bubu (Gilbert Burzuchi) un degno folle, che poi ha convinto Tristan Klain che da tre mesi sapeva che

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si andava in grotta a esplorare il Cappa profondo, e Gilles che è un altro bell'elemento e non si è lasciato scappare il passaggio di Patrik Penez. Bravo Lucien! E per l'ultima cavalcata sono riapparsi sulla cresta dell'Omo due vecchi compari, stagionate colonne del CMS, Alex il Demonio e il mitico Alain. Portavano anche Frank del Club Martel con loro (in ostaggio?).

     Sta di fatto che il reticolo profondo continua, taglia la Conca e si avvicina di molto alle pareti della Testa di Murtel a destra del Pis del Pesio, le gallerie sono belle e grandi (un giorno Lucien ha topografato 1,4 chilometri) e continuano suppergiù da tutte le parti (lo sviluppo nuovo supera i 6 km).

 

La speleologia al Museo naz. della Montagna

     Si è finalmente aperto al pubblico anche il secondo piano del Museo, quello comprendente, tra l'altro, la saletta dedicata alla speleologia italiana.

     Il materiale che è stato esposto proviene in gran parte dal vecchio magazzino del Gruppo, da dove era stato prelevato due anni fa quando erano iniziati i lavori per il Museo.

     Sono state allestite due grosse vetrine che contengono due manichini vestiti, l'uno con una vecchia tuta mimetica, casco di Saracco e canapone, in atteggiamento di salita su una scaletta, l'altro addobbato con tuta di plastica, imbrago, ecc. appeso ad una corda. E' stata allestita una terza vetrina contenente lo scheletro di "Ursus arctos" che era stato trovato molti anni fa al Piccolo Ferà e montato da Longhetto e Paulin: ora fa bella mostra di sé su uno sfondo nero e fa quasi tenerezza.

     Seguono due supporti illuminati con diapositive che illustrano l'ambiente carsico esterno e un po' di morfologia ipogea e una raccolta di trasparenze che illustrano le tecniche di esplorazione. Un posto a parte spetta a una immagine di Piaggia Bella (P.B. '75). Su una piattaforma fuori della sala è stata montata la leggendaria tenda "la colica" reduce dopo molte vicissitudini da P.B.'75, montata sbilenca più o meno come allora; l'operazione P.B.'75 viene illustrata anche da tre gigantografie di vita di campo, opera di Longhetto. A fianco è esposto lo storico argano "Va-lentino", con il quale i nostri padri ebbero a scendere il primo pozzo della Preta. E' stato trovato anche tramite Saverio Peirone un vecchio bibombola appartenuto al Gruppo con un sacco-polmone e boccaglio. C'è pure l'ultimo rotolo di scale di legno rimasto in gruppo che era stato usato, per dimostrazione, l'ultima volta in occasione di una serata al Salone della Montagna di qualche anno fa. In una parete figurano due stampe a colori di insetti di Sturani, regalate da Achille Casale. Inoltre una serie di trasparenze illustranti tipici insetti di grotta è stata realizzata da Paolo Arietti.

     Un pannello illustra, poi, l'organizzazione del soccorso speleo in Italia (è una riproduzione della cartina d'Italia che c'è nel Bollettino del Soccorso) e un altro illustra a grandi linee le principali tappe della Speleologia in Italia, aggiornato al Corchia -950 (opera di Marziano).

     Per ultimo sono state fatte ottime riproduzioni giganti in bianco nero di alcuni splendidi disegni tratti da "Les Cevennes" di Martel e di alcuni

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rilievi di abissi, tra cui Preta e Fighiera (tratti dall'Atlante di Courbon).

(G. Villa)

 

Luigi Fantini

     Abbiamo appreso, leggendo il bel numero di Sottoterra n. 51 a lui dedicato, della morte di Luigi Fantini, che molti di noi avranno sentito nominare se non altro perché col suo nome era stato battezzato il più profondo abisso dell'Emilia-Romagna, sui colli di Brisighella. Aveva 83 anni (era del 1895) e avevamo avuto la fortuna di conoscerlo nel 1963 alla cena della Preta a Bologna: ci aveva colpito per la sua vivacità, per la sua arguzia, per la grande cultura di preistoria, paleontologia, archeologia, etnologia e paletnologia, geologia, mineralogia, architettura rurale, microfauna e che so altro che quell'uomo così semplice si era fatto da autodidatta. Nato in campagna nella zona del Farneto, da ragazzo accompagnava i turisti che venivano a visitare quella grotta. Manovale, mugnaio, boscaiolo che conosceva ogni segreto di quell'angolo di Appennino, aveva notato per primo la frana che presso il Farneto aveva messo a nudo reperti dell'uomo preistorico, dopo il ritrovamento dei quali aveva appunto iniziato a farsi quella grossa cultura scientifica, a compiere serie ricerche e a mettere insieme adepti anche per esplorare le grotte dei gessi. Di li è venuto fuori il GSB, entrato con lui nel CAI Bologna nel 1933. Decine e decine di nuove cavità sono state da lui esplorate con le attrezzature antidiluviane di allora; già a quel tempo fotografava le grotte. Ma oltre alla speleologia, è veramente grande l'opera culturale da lui svolta nel "gesso" in svariati campi, specialmente in quella zona cosi martoriata dalle cave che gli ha dato poveri natali (e povero è sempre rimasto) e che si sta ora cercando di salvare da ulteriore scempio.

 

Fernando De Gemini

     E' improvvisamente mancato il geom. De Gemini, capo dell'Ufficio idrologico di Torino dell'ENEL da poco in pensione. Lo ricordiamo per la sua paterna bontà, pr la passione che metteva nel suo lavoro e per l'amicizia verso il GSP, che gli deve riconoscenza per avere egli accondisceso ai nostri progetti di studio della zona del Giaset-Moncenisio e averci finanziato per ben tre anni ricerche idrologiche, cui lo stesso ha preso parte con un entusiasmo e con un'assistenza nei nostri confronti che andavano ben al di là dei doveri professionali.

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Varie

     Nella nuova Associazione dei gruppi speleologici piemontesi, di cui speriamo di fornire notizie più dettagliate in un numero del bollettino meno pieno di questo, sono stati scelti il 2 maggio quali rappresentanti del GSP Badino e Doppioni.

     A metà maggio Attilio Eusebio (Poppi) ha preso il posto di Meo Vigna tra i responsabili del magazzino.

 

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Attività di campagna

6 maggio 1979. Tentata disostruzione di buchi soffianti nella zona di Pian Bernardo (Garessio). Arietti con moglie e figlia, Baldracco con Laura e Vittorio, Cassola, Coppa, Coral, A. e M. Gobetti, Icaro, Gallardo, Vigna.

11-12 maggio. Abisso Fighiera. Esplorazioni nel Corno Destro (sceso un p. 28, continua con altro pozzo) e rilievo parte terminale di Via Fani. Badino, Ballesio, Segir.

13 maggio. Abisso Baader-Meinhof: esplorazione di un nuovo pozzo a -50, e trovato altro pozzo; Curti, Eusebio, Pulzoni, Villone.

Abisso Marelli (Varese): Arietti, Caffaratti, F. Maina e Villa a -200 per foto.

Trou de l'Enfer (Exilles): Gili e amico.

15 maggio. Rio Martino: Doppioni, A. Giraudo e Zinzala continuano la disostruzione dei rami nuovi.

20 Maggio. Grotta delle Vene: Franco, Gili e amici per foto. Grotte del Caudano: I. Ferrero, P.M. Giachino, E. Montaldo.

26-27 maggio. Abisso Fighiera: Avanzini, Badino e Beppe di Verona, tentato collegamento acustico tra Via Fani e l'esterno. Coral, Zinzala e Paolo di Verona recuperano materiali da -570 e lo portano a -250, e rilevano un ramo a -520 (27 ore). Al Baader-Meinhof, Eusebio e Pulzoni scendono il pozzo degli Allucinati (30 m) che torna dopo un po' sul vecchio fondo a -95. Trovato a -50 un meandro ascendente.

2-3 giugno. Battuta sul Marguareis, Caracas, Pian Ballaur, Solai: Coppa, Coral, A. Gobetti, Zinzala, Icaro. In zona D ecc., Eusebio, Vigna, Villone.

10 giugno. Al C1-Regioso A. Gobetti, Varetto, Davide C. e Zinzala (v. articolo più avanti).

17 giugno. Abisso Fighiera: Badino, Segir, Pivano e un altro in Via Fani e Corno Destro.

     Grotte del Bandito: Gili e amici per foto.

23-24 giugno. Sul Monte Corchia a martellare la fessura Balsaeg, continuato (v. articolo): Coppa, Coral, A. Gobetti, Varetto, Zinzala con Argnani e Roberto del GS Faentino.

     Caracas: il 24, Curti, Eusebio e Pulzoni scesi sino alla sommità del primo pozzo dell'Artiglio Sinistro. Trovato un meandrino che forse evita il traverso sul p. 22.

24 giugno. Cavità presso Novalesa: Arietti e moglie e nipoti Marco e Laura, Agazzini, Ramon e Ufo, Franca Mazzer, Alma, Giovanni, Gallardo, F. e M. Maina, Villa. Visti 3 buchi presso l'Alpe del Grest, accompagnati dal margaro Natale, e la grottina del Farfuiet presso Novalesa, con il prof. Mavero.

1 luglio. Grotta di Bossea: Agazzini, Giachino e Vittorio per foto e ricerche biologiche.

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2 luglio. Abisso di Serpentera: F. e M. Maina, Perello. Vigna, Villa e tre monregalesi al fondo e a far foto. Omega 5: Badino e Ballesio a colorare. Piaggia Bella: Coral e Zinzala a piazzare fluocaptori al Fin, sotto la Paris-Côte d'Azur, alla cascata dei Reseaux A e B e ai Piedi Umidi .

7-8 luglio. Abisso Dolly: il 7 Antonelli, Coral e Vigna scesi sino a -300 (v. articolo), l'8 Eusebio, F. Mazzer e Zinzala rifatto l'armo ai pozzi e esplorati nuovi rami laterali.

14-15 luglio. In zona Omega: Antonelli, Coppa, Coral, Curti, Eusebio, A. Gobetti, un amico di Poppi. Pulzoni, Vigna e altri a trasportare materiali per il campo e a far battute (scoperti nuovi buchi interessanti) .

     Abisso Fighiera: Tullio e Zinzala con Avanzini e due maremmani. Non potuto scendere il p. Farolfi nel Baader per incidente a un maremmano.

     Giaset, Vallone Malamot, Corna Rossa: Gili in battuta.

19 luglio. Abisso dei Perdus: Curti, Pulzoni e due francesi scesi a -285 a recuperare corde.

21-22 luglio. Piaggia Bella: Coral, A. Gobetti e Griotto a esplorare un'enorme galleria risalente da -300; fermati alla base di una cascata di 15 m. Raccolta di immondizie.

     Rio Martino: Cusino, Doppioni, Mazzer e Zinzala ad accompagnare la giornalista Conti per un articolo su La Stampa (22 lu.).

     Piccolo Ferà: De Laurentiis e Garelli. ricerche paleontologiche (22 lu.).

     Mutera: Franco, Gili e amici, foto.

29 luglio. Posa di fluocaptori al Pis del Pesio e alle risorgenze di Beinette. Arietti e Gallardo.

31 lu.- 4 agosto. Abisso Roversi in Apuane: Badino con Di Ciolo e Francesco (GSAV), Mingo. Minghino e Mario (GSB), disceso il pozzo finale di 310 me giunti al fondo a -760 (v. articolo).

Agosto: campi estivi al Marguareis (zona D. zona O, zona Omega, P.B.), v. articoli su questo bollettino. Franco, Gili e amici tenuto dall'11 al 15 un campo al Giaset (battute in zone nuove).

8 agosto. Piaggia Bella: Badino con Di Ciolo e Francesco (GSAV) al fondo e risalito di 100 m il cañon Torino (v. articolo).

26 agosto. Abisso Fighiera: Badino con Avanzini, Carrieri del GSS, Simonetta del GS Faentino e due genovesi disceso il pozzone Farolfi e il pozzo T'ao ch'ien che va verso il Baader (v. articolo).

23 agosto. Su Bentu (Nuoro): Curti e Gianelli con 3 cagliaritani e 3 francesi di Tour, quasi al fondo. Visitata anche Sa Oche.

 

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DI NUOVO MARGUAREIS

il campo in zona D

     28 luglio: Partenza da Torino dopo alquante vicissitudini dovute al Land di Giorgio che fa le bizze. Arriviamo alla Colla dei Signori neppure troppo carichi, in sette e mezzo (Vittorio): Gianluca, Baby, Franca, Massimo, Giuliano, Giorgetto e Laura con Vittorio. In sera ci raggiungono Paolo Oliaro e Didi. Inizia così il trasporto dei materiali in zona "D", alleggerito molto dalla moto di Giorgio che riesce ad arrivare fin nei pressi del campo. Strada facendo troviamo una vecchia conoscenza, il Lorenzo che va a spasso per il Marguareis e che ci dà una mano nel trasporto. A sera

inoltrata arriviamo al campo dove troviamo Marco e Patrizia che hanno nel frattempo provveduto a recuperare i materiali imboscati la settimana precedente in un pozzo.

     Il 29 si fa un altro giro alla Colla sotto il sole cocente. Viene montato il tendone che servirà come cucina-ritrovo (che farà una brutta fine sotto una tempesta di neve a fine campo); abbiamo la poco piacevole sorpresa di trovare la nostra pozza d'acqua brulicante di vermetti: ci occorre così filtrare tutta l'acqua che usiamo, anche se le larve passano. In serata ripartono Giuliano e Franca per Torino.

     La giornata del 30 è dedicata ai tentativi di disostruzione dei vari buchi e buchetti che soffiano nella zona; l'aria è veramente forte, tanto che un buco vicino al campo funziona egregiamente da frigorifero, ma i detriti sono abbondanti ed i tentativi di scavo non portano a nulla.

     Il 31 Marco e Patrizia vanno a vedere il D-9, D-10, ma non danno speranze. Gli altri battono la parte bassa della zona, fin sotto la cresta delle Galline. In serata arrivano Giuliano e Franca. In giornata è arrivato Pierre, militare in licenza.

     1 agosto. In mattinata (si fa per dire!) partiamo tutti per l'alta zona D e C fino al Piccolo Pas. Notiamo una distesa di calcari che sembra molto promettente e bella, situata sul versante occidentale del canalone dei Torinesi, a picco per diverse centinaia di metri sui ghiaioni di fronte al

rifugio Garelli. E' una zona ancora vergine dal punto di vista speleologico, in effetti non si riesce a vederla né dall'imbocco del canalone, né dagli altri sentieri che vengono comunemente percorsi. Viene battezzata zona "O" e si decide che il buco buono sarà contraddistinto dalla sigla "O-0"; ci mettiamo quindi al lavoro armati di sacro furore.

     Viene localizzato subito un bell'ingresso che si apre proprio sul bordo del canalone; scende Giorgio assicurato da Marco e Gianluca: va giù per una ventina di metri poi si restringe; la corrente d'aria in uscita è comunque molto forte, come in tutti i buchi che troveremo poi. Pochi metri sopra Boby trova un altro bellissimo ingresso, in un giunto di strato, parzialmente occupato da un nevaio: soffia bene. Piantato uno spit, scende Gianluca seguito da Giorgio: neve, frana e poi chiuso. Un po' demoralizzati riprendiamo a battere. Nel frattempo mi infilo in un buco a pochi metri da quello appena visto, e parzialmente coperto da neve: sono senza luce, ma dall'aria che tira e dalla regolarità del condotto mi sembra buono. Torno con Giorgio che scende per una quindicina di metri in una galleria che a tratti rivela la sua origine freatica; si ferma su un pozzo: pietra... e do-

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po tre secondi si sente rimbalzare al fondo! L'entusiasmo è grande e in breve ci raggiungono tutti. Si decide di entrare domani. Si continua la battuta; a due metri dall'orlo del precipizio che dà sul canalone Giorgio trova un bel buco che soffia aria gelida. A neppure dieci metri c'è una dolina con fondo in frana che soffia aria gelida solo a passarci vicino. Inizio a togliere pietre e mi sprofonda il pavimento sotto i piedi: c'è un bel buco nero, dove le pietre rotolano per qualche metro. Scende con tutte le precauzioni Giorgio, visto che frana solo a guardarlo, e ci annuncia di avere trovato una saletta con un bel meandro ricoperto di ghiaccio.

     E' quasi sera e torniamo al campo a dir poco euforici: il lavoro in zona O si prospetta quanto mai interessante. Al campo battaglia con piatti volanti, cardoni e poi mangiata di cappelletti ai funghi per festeggiare le scoperte.

     2 agosto. Gianluca, Boby e Pierre scendono alla Colla a recuperare l'auto di Pierre perché in serata dovrà ripartire per la caserma. Intanto gli altri partono con armi e bagagli alla volta della nuova zona; per la strada troviamo il C-11 che era stato visto parecchi anni fa e che era stato esplorato fino a -40: tira molta aria e decidiamo di entrare. Entriamo Marco ed io; dopo un pozzo iniziale da 15 in neve (il sottoscritto è pressoché scalzo, perché ha lasciato gli stivali al campo) c'è l'imbocco di un altro pozzetto da 10; armo e scendo: si sente distinto un rumore d'acqua, ma arrivato al fondo, in frana il rumore è scomparso. Controlliamo bene la base del pozzo e a tre metri d'altezza notiamo una finestra dalla quale arriva il rumore d'acqua e tutta l'aria. Inizia a disostruire Marco; ma il lavoro si prospetta subito difficoltoso; scende frattanto Gianluca con il piede di porco; dopo un'ora di lavoro Marco riesce a passare; dall'altra parte c'è una saletta col pavimento in frana attraverso cui si perde l'acqua di un bell'arrivo; di fronte c'è un meandro che però si chiude. L'acqua arriva da un camino che però è impossibile salire. Riprendiamo la via del ritorno. Salendo, alla base del primo pozzo noto sulla parete di fronte alla neve un bel buco; dato che la traversata è facile, dò uno sguardo: dà in una saletta con molta aria, con due pozzetti, chiusi. L'aria arriva da un passaggio piccolo, più in alto. Oltre, si apre un pozzo che valutiamo sui 30 m, di cui la prima parte contro parete; scende Gianluca, ma si rende subito conto di essere sulla verticale dell'arrivo d'acqua visto

prima. Il pozzo non presenta altre possibilità per cui usciamo.

     In serata arrivano alla Capanna Andrea ed Icaro seguiti dal buon Piottino in perenne ricerca di cibo per le lande desolate del Marguareis. Corrono infatti notizie inquietanti: al Rifugio sono prossimi alla resa per fame! Si narra anche di pranzi luculliani e banchetti al di là del Pian Ballaur, dove è installato il campo di zona Omega.

     3 agosto. Punta in O-1, il buco trovato l'altro ieri. Entrano Giorgio, Marco, Gianluca, Baby, Massimo, Andrea ed Icaro per rilevare. Meandro iniziale, pozzo da 33 (tutto in vuoto e, a quanto pare, veramente bello) con fondo in conoide detritico; segue un altro pozzo da 30. Al fondo c'è un saltino di pochi metri con un meandro con marmitte sfondate che però si stringe fino a divenire impraticabile. Giorgio prova a disostruire, ma il lavoro si presenta molto lungo. Profondità totale: 95 metri.

     Fuori, Pierre e il sottoscritto battono la zona e Pierre trova un bel

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buco in un giunto, anche questo con neve. Dopo una strettoia si arriva alla sommità di un pozzo sui dieci metri in frana. Torniamo indietro per vedere di pulire l'ingresso dell'O-3 e rischio di lasciarci le gambe per un improvviso cedimento del fondo della dolina; in compenso il buco si è allargato, ma non ci fidiamo ad entrare, per cui cerchiamo un altro ingresso più sicuro: lo troviamo in una dolina adiacente, è da scavare ma è meno pericoloso. Riprendiamo la battuta e sono attirato da una bella diaclasi che da vicino ha l'aspetto di una piccola gola; c'è neve e si sente una corrente d'aria provenire dal nevaio; mi arrampico sulla neve e al di là... il buco, quello buono! Almeno l'ingresso è degno di un "signor buco": saletta con lago ghiacciato e camino completamente concrezionato di ghiaccio, inoltre tutta l'aria arriva da un cunicolo piuttosto grande occupato per qualche metro dal lago ghiacciato. Urlo a Pierre di venire e insieme avanziamo nella galleria fino ad una strettoia da disostruire. Aria così fredda e forte sul Marguareis non ne avevo mai sentita. Torniamo fuori a dare la bella notizia.

     A sera al campo incursione di dischi volanti, ma riusciamo ad abbatterli. Le notizie dal Rifugio sono sempre più allarmanti: ormai i superstiti, presi per fame, sopravvivono spogliando i rari viandanti della zona.

     4 agosto. Giornata dedicata alla disostruzione dell'O-5, il buco trovato ieri. Dopo il sacrificio al Visconte della mia lampada (con pompetta nuova) iniziano il lavoro di scavo Massimo e Boby che riescono dopo un po' a passare: trovano una lunga galleria molto grande interamente occupata da un fiume di ghiaccio levigatissimo, tanto che è un piacere pattinarci sopra; più avanti una cascata di ghiaccio impedisce di avanzare senza attrezzature.

     All'O-3, intanto, Marco sacrifica alcuni brandelli di cuoio capelluto contro alcuni massi che decidono di staccarsi appunto sopra di lui: nulla di grave, per fortuna, ma si decide comunque di utilizzare il nuovo ingresso trovato ieri. Scende Icaro, poi raggiunto da Gianluca: percorrono circa cento metri di meandro tutto nel ghiaccio e si fermano davanti ad una strettoia da sfondare.

     A sera arrivano al campo Paolo Oliaro e Didi.

     5 agosto. Grande punta all'O-5; entrano Giorgio, Gianluca, Bobby, Andrea e Icaro. Laboriosissima traversata della cascata di ghiaccio, durante la quale Andrea rischia di rimanere imprigionato con la corda in una gola di ghiaccio, ibernato e tramandato alle future generazioni di speleologi; frattanto cominciano a notarsi i segni della presenza umana in grotta, perché il lago ghiacciato comincia a ricoprirsi di un velo d'acqua e un masso in bilico su un pozzo, trattenuto solo dal ghiaccio dà serie preoccupazioni. Bisognerà riarmare la traversata per non finire sotto la verticale del masso (più avanti: botte da orbi a -100, NdR) .

     6 agosto. Massimo, Gianluca e Bobby tornano all'O-5 per riarmare la traversata; escono dopo parecchie ore: sono fermi su un pozzo da 20 dopo averne sceso uno da 10. La grotta continua.

     7 agosto. Giornata di tutto riposo in preparazione della punta decisiva. Nel pomeriggio Giorgio fa un giro al Rifugio e trova gli ultimi che stanno agonizzando nelle tende e che implorano il cibo. In Omega, invece, pare che banchettino e il tintinnare delle storie e il rumore di ganasce è chiaramente avvertibile fin dal colle del Pas. Noi per consolarci, apriamo l'ennesima scatola di frutta sciroppata. Nelle ultime ore abbiamo

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notato un preoccupante aumento delle marmellatine di albicocche: evidentemente prolificano aiutate dal clima particolare della zona D.

      8 agosto. Partono in mattinata Gianluca e Boby. Giorgio, Andrea, Marco e Icaro vanno in O-5 seguiti da Giuliano, Franca e Massimo con la cinepresa. Scendiamo in breve al limite della punta precedente: dopo un pozzo da 20 si apre una verticale tutta in vuoto da 36; si atterra su una enorme conoide detritica in bilico su altri tre pozzi di cui uno da 50. Scende Icaro ma purtroppo, nonostante la maestosità dell'ambiente che lo circonda ("oreeendooo!") il fondo è chiuso. Restano da vedere alcuni rami secondari. Usciamo alle 23 e la notte è splendida.

     Il 9 partono Franca, Giuliano, Massimo, Patrizia e Marco. Giorgio sarà raggiunto in serata da Paolo e dai reduci di zona Omega per proseguire le esplorazioni.

Giuliano Villa

La WELSIDI SPELEO CORPORATION presenta

3 pellegrini sul margua

     Nel 1958 .... (Poppi, prendila più bassa!). Il 25 luglio 1979, tre pellegrini, spinti da motivi che nobilmente tacciamo, su una fatiscente carrozza fiat giungono al rifugio dei francesi. Nei giorni seguenti con l'Andrea e il Piottino salgono alla capanna raccattando per la strada alcuni romani del CSR. Alla Saracco-Volante, forse scambiata per Villa Borghese, giungono altri romani dell'ASR, e così matura l'idea della prima punta in PB. Il tempo di riposarsi portando e facendo portare qualche tonnellata di materiale per il campo in zona Omega, ed al grido di "ghe putema!!!" (antico idioma iotaresco), l'orda, arricchitasi di Meo e della tenace Margherita, rientra in PB, ed il resto è quasi leggenda.

     Continuare a stare al rifugio era allettante, ma gli impegni sono impegni ed i nostri eroi finalmente si stanziano nella ridente Death Valley, pardon in zona Omega. Il campo era iniziato!

     1 agosto. Sveglia elastica. Si parte in battuta, Meo trova un buco che soffia (Omega 36), Poppi uno che aspira (Omega 35). Si iniziano le disostruzioni che vengono aggiornate al pomeriggio per nutrirsi. In atteggiamenti epicurei ci colgono Andrea ed Icaro con i quali trascorriamo la serata. Prima della cuccia Meo si fa calpestare ripetutamente sulla faccia da Icaro.

     2 agosto. Dopo colazione, con viatico di scatolette nella bisaccia, si vanno a finire i lavori di ieri. Colossale disostruzione a Omega 36 che soffia aria gelida. La sottile Margherita si offre volontaria per la parte della sepolta viva; non si passa ed abbandoniamo il tentativo. Ad Omega 35 si continua la disostruzione finché Elio dando un calcio all'ultimo masso rimane con i piedi nel vuoto. Adesso tocca a Poppi e Carlo. Poppi, mentre Carlo le fa tutte per non entrare, arma un bel pozzo da 25 che sembra chiudere in frana: riescono a superarla, ma il pozzo-fessura successivo chiude in strettoia impraticabile. Si ritorna un po' scornati al campo, dove un vin-brulè alzerà anche troppo i morali, tanto che Meo mangia un grossissimo ragno.

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Omega 31-36-37-38 - rilievo

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     3 agosto: battuta dalla parte del vallone delle Saline. Meo batte la zona sotto Omega 35. Carlo trova Omega 36 che viene sceso con un armo da ammonizione. La pioggia e l'arrivo di Anna chiudono forzatamente la giornata,

     4 agosto. Carlo e Poppi scavano vicino a Omega 5 ma non si passa. Gli altri "battono" in zona Masche senza successi, a parte Omega M che sembra continuare per la forte circolazione d'aria. A sera Carlo e Meo partono per il Tacchino, scendono, tentano una disostruzione, rilevano e tornano. Elio, confortato dalla sicura dell'imperturbabile Anna, scende Omega 17 (p. 20), Nel frattempo c'è l'arrivo di Danilo.

     5 agosto. Sveglia brutale data dal vento. Nella bufera alle otto del mattino si lotta con potenti mezzi per limitare i danni agli immobili. Nel parapiglia diamo per dispersi Meo e l'imprevedibile Anna, che invece scopriremo essere andati in battuta sotto le Saline trovando Omega 38 (p. 60) che nel pomeriggio viene sceso da Meo e Poppi accompagnati dalla superstiziosa Anna. Danilo, Coral, Elio e la portentosa Margherita tentano una battuta nelle Masche basse, ma vengono respinti da fulmini e saette.

     6 agosto. Tutti a Omega 38. Meo, Carlo e Poppi scendono a fare pendoli sul 60 per cercare di passare il fondo, ma niente da fare. Nel pomeriggio, dopo la partenza di Meo ed Anna, Carlo e Danilo scendono e rilevano Omega M che si può tentare di disostruire sul fianco di una grossa sala di frana. All'esterno rimane Margherita.

Omega M - rilievo

     7 agosto. Si abbandona il campo per scendere a Limone. Avventure etiliche e un giorno di tempesta rimandano la risalita in zona Omega fino al 9, giorno in cui si sbaracca definitivamente.

     I nostri tre eroi più l'affascinante e civettuola Margherita, nuovamente orfani di patria si dirigono in una notte di nebbia verso la nuova Itaca: il campo in zona D, ospiti di Giorgetto unico superstite.

     Il 12 agosto si decide di scendere l'O 11, pozzo su cengia in parete,

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Omega 35 e Pozzo Tacchino rilievo

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trovato nel crepuscolo nebbioso di 2 giorni prima da Andrea e Giovanni. Tra armi criminali di Poppi, rilanci baroccamente idioti di Carlo ed imprecazioni del seguito (formato da Giorgio, Paolo Oliaro, Elio e la possente trasportatrice di sacchi Margherita), si giunge a meno 70-80 m, dove chiude inesorabilmente.

     Il 13 agosto si va a vedere il C 54 che Poppi scende perigliosamente e trova stoppo. Ci si dirige quindi in zona O dove, mentre gli altri continuano a vaccheggiare, Elio e Poppi decidono di scendere il vergine O4. Quasi subito si arriva ad un pozzo, Elio pianta lo spit arretrato. Poppi quello di partenza e scende. Urla che non riesce a stare in piedi perché è tutto ghiaccio, poi si volta e vede le corde, sono entrati nell'O5! Pattinando escono a dare la notizia agli altri.

     Il mattino del 14, finalmente, il Margua si libera della nostra presenza fisica, e solo di quella.

FINE?

MANI THANKS TO:

Roberto di La Spezia,

Icaro e Franco di Trieste,

Vittorio, Laura, Federico e Tullio dell'ASR,

Marco Acutis e la sua 127,

Andrea, Piottino, Walter e Daniele del GSP

AS BEASTES OF BURDEN

(Carlo Curti, Elio Pulzoni, Poppi Eusebio*)

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(*) Quello che ubriaco cercò di trasformarsi in salsiccia (NdRed.).

 

 

khyber pass

     La prima notizia avuta da Andrea quando arriviamo al Marguareis è che ha trovato, con Danilo e Griotto, un ramo nuovo in PB, o meglio che le Gallerie Suicide continuano. Sono arrivati, attraverso una risalita, in un immenso salone ascendente e si sono fermati sotto una cascata di una quindicina di metri.

     Cosicché due giorni dopo Carlo, Elio, Andrea, Piottino ed io del GSP con Laura, Vittorio, Federico e Tullio dell'ASR e Claudio, Maurizio, Stefano ed Alberto del CSR ci infiliamo in quel mondo sotterraneo che è PB. Arriviamo alle gallerie che vanno verso il Solai e dopo mezz'oretta siamo sul "nuovo". Si decidono così due squadre: l'"orda" tenterà di spaccarsi le corna con quella maledetta risalita, mentre Laura, Elio ed io procederemo per ultimi rilevando il tutto.

     Quando arriviamo sotto la cascata incrociano Carlo che, appena disceso da sette-otto metri di arrampicata, ci informa delle condizioni della roccia. Ha scoperto che gli spit, lì, si piantano con una martellata sola. Nella felicità generale per una così bella notizia arriva Alberto ansimante, ha trovato un meandro laterale che risale parallelo al salone e si è fermato sotto un salto di sei-sette metri.

     Ci troviamo così Andrea, Elio, Laura, Alberto ed io e decidiamo, mentre gli altri continuano a provare, di dare un'occhiata a questo meandro se

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non altro per rilevarlo. Arrivati nella saletta dove si era fermato Alberto constatiamo che è quasi impossibile attaccare di fronte il salto, ma che di lato forse si passa. Sale Andrea e prova a disostruire, la disostruzione è possibile ma nello scavo Andrea ci lascia un dito. Provo io, che nel frattempo avevo finito il rilievo, continuo ad intalparmi e dopo dieci minuti sono al di là di due strettoie "sgonfia-polmoni". Fisso la corda per gli altri e si va avanti. L'aria è fortissima, dopo una cinquantina di metri siamo in un'altra saletta, con un altro salto di 7 metri da risalire. La cosa si fa grigia, salgo per tre metri, poi il nulla. L'appiglio più vicino è quattro metri più in su, facciamo una piramide umana. Cosicché con tre persone sotto ed un cordino da 7 mm in mano provo un disperato tentativo di lanciare un lazo. Fallisco il primo, quando una voce da sotto mi avverte che ho trenta secondi per farne un altro, a quel punto decido che "devo" riuscire e ci riesco. Di lì andiamo avanti ancora per 100-150 metri fino a quando una fessura micidiale ci sbarra la strada. Vale la pena di provare a passare, infatti mi spoglio e sette metri più in là la grotta si riallarga in una galleria da esplorare. Per oggi pensiamo che può bastare, il resto ad una prossima volta, sennonché, sulla strada del ritorno, Andrea mi invita a dare un'occhiata ad un buco laterale, che guardo più per 'etica professionale' che per convinzione; a poco a poco però il buco si allarga fino a diventare un saloncino con un largo meandro ed un pozzo che valutiamo sui dieci metri. Andrea ed io ci guardiamo ed esplodiamo in un urrà di gioia, sappiamo dove tornare tra non molto.

     Infatti due giorni dopo, con cinque sacchi di corde, rientriamo in PB. Siamo: Andrea, Carlo, Elio, Piottino, Meo, Margherita ed io del GSP, Laura, Federico, Vittorio e Tullio dell'ASR. Arriviamo alla spicciolata alla diffluenza vista in precedenza. E ci dividiamo: Andrea, Carlo, Elio, Tullio e Vittorio avanti ad armare, Laura ed io a rilevare, gli altri aiutano Meo a far foto. Il meandro sfonda volentieri in salti variabili dai 5 ai 10 m, fin quando una strettoia ci fa temere il peggio; passa Andrea, passano Carlo e Tullio, poi passo io, stufatomi di rilevare mentre gli altri esplorano: ho affibbiato gli strumenti al pazientissimo Meo, e mi sono tuffato all'inseguimento degli altri che raggiungo dopo tre pozzi (p6, p12, p8) fermi su un pozzo di una ventina di metri.

     Carlo lo scende e ne trova un altro di una decina. Per incanto, e non so ancora adesso come, la squadra si blocca, rimaniamo fermi su questo pozzo per due ore ad aspettare un maledetto piantaspit che non arriva. Quando Carlo ha finito di armare sotto, siamo quasi tutti cotti. Alcuni decidono di uscire, mentre Andrea, Tullio, io e naturalmente Carlo scendiamo, arriviamo in una saletta, c'è un altro pozzo che armiamo alla meno peggio. Sul fondo un enorme salone lungo più di cinquanta metri ed un affluente con una notevolissima portata d'acqua, mentre il torrente che scende invece sifona dopo un centinaio di metri.

     Ci torneremo qua sotto, specie ora che fatti i conti sappiamo di aver fatto più di 800 metri di gallerie nuove e che stiamo andando verso il Solai.

Poppi

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se una risalita in fondo al Pas

     Stai per cominciare a leggere il nuovo articolo "Se una risalita in fondo al Pas" di Giovanni Badino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da tè ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto. La porta è meglio chiuderla, di là c'è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: "No, non voglio vedere la televisione!". Alza la voce se no non ti sentono: "Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!". Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: "Sto cominciando a leggere il nuovo articolo di Giovanni Badino!". O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.

     Bello, eh, come inizio? Peccato non sia mio. Lo ho trasposto perché son stufo, stassera, mentre scrivo queste righe, di rimestare nei ricordi estivi per passarli su un foglio bianco con questo pennarello. Vorrei leggere qualcosa di bello e invece no: devo scrivere ancora delle risalite in fondo a Piaggiabella e poi un altro articolo sul Don Ciccillo. A pensarci mi viene male. Ma è inutile esitare. Affrontiamo dunque la tenzone, cantando di quei tre (Ivano e Francesco della Versilia e chi scrive) che si inabissaron, impavidi, nell'orrida Voragine a cercar glorie.

     Ahimè, la prima parte di Piaggiabella è noiosa come scrivere quest'articolo; ma dopo quattro ore siamo giù al Torino. Lì ci attende, silenziosa, una risalita parzialmente fatta a fine '72 da Baldrake e Gubet e da allora lasciata perdere. Ma ecco che i tre prodi sono sotto di essa. Ecco che uno di loro si lega una corda e s'innalza nella diaclasi scivolosa da far schifo, opposizione su fango, ecco che arriva trentacinque metri più in alto, ecco che si ferma, lega la corda, ecco che arrivano Ivanhoe e Sir Francis. Ecco che l'eroe arrampica sulla merda per altri quindici metri fino ad una specie di galleria. Eccoli tutti insieme che girano cercando una via, eccoli infognarsi in miserabili meandri, ecco che scavano, combattono lame di pietra passano e si trovano in una altissima diaclasi diretta all'Invincibile Fortezza (al di là del sifone terminale). Ecco Ivanhoe precipitarsi in avanti, fare il passaggio più pericoloso del mondo (spaccata larga, su fango, su pozzo da settanta, a cinquecento metri di profondità, uscita da spaccata con salto in avanti con atterraggio su terrazzino di fango, sempre sul pozzo. Orrido), eccolo seguito dal prode compagno d'armi mentre Sir Francis si arresta a coprire la ritirata. Ecco i due arrampicare su immensa lama, una cresta fra due pozzi sui sessanta-settanta, salire, salire. Poi un salone ed aria vorticosa, e un arrivo d'acqua, una salita in spaccata al limite per sei metri, poi meandro grande, poi meandro piccolo, poi slargo, poi i due eroi si ricordano che son senza carburo di riserva. Oh, sorte avversa. Ecco i due pugnaci, che poi il rilievo dirà che hanno risalito per 110 metri, risultato degno di tali eroi, tornare indietro, incerti se riusciranno a fare, al ritorno, quell'allucinante passo con salto (lo si potrebbe chiamare "Passo dell'Eroe Spiaccicato"). Ma al ritorno è più facile. La risalita dal fondo (e vi assicuro che quando lasciate quelle risalite e vi trovate alla base, in fondo a Piaggia bella, avete la sensazione di essere praticamente fuori) pone problemi perché abbiamo una carica a testa ed io tengo spento il mio impianto per essere sicuro di aver carburo a sufficienza. Ci fermiamo per due sigarette

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che esigono i fumatori incalliti che sono con me e basta; siam fuori con la strana notizia che, dal fondo, siamo saliti per un'enormità.

     Si apprestano le squadre. E molti saranno gli assalti. Andrea, Ivanhoe, Icaro e altri scendono e rilevano, superando di pochi metri il nostro limite, fino ad un enorme pozzo ascendente. Carrieri scende col fratello di Ivanhoe, fa un'altra risalita a metà delle risalite principali che purtroppo si intoppa in sifoni di sabbia. Altri scendono per cinquanta metri uno dei pozzi delle risalite ma lasciano perdere, lasciandolo armato, per mancanza di spit.

     Null'altro per tutto agosto. Ma siamo già esultanti: forse tira troppo decisamente su per passare il sifone, ma è incredibile lo stesso il sistema che c'è sopra il Torino: che peraltro spiega tutta la circolazione di aria della parte bassa di PB, ciucciando vento su sezioni gigantesche.

     Arriviamo ai primi di settembre, e il Visconte passeggia su e giù per il Torino aspettandoci. Mi sento dunque costretto a scendere. E' un bellissimo sabato, non ho voglia di andare in grotta come non ho voglia di continuare a scrivere stassera. Ma ce la metto perché sono con Aldo e lui ci tiene a veder PB, non sa la menata che lo aspetta. Fuori ci sono dei Trentini che sono appena usciti dalla traversata Caracas-PB. Si son persi e hanno impiegato ventiquattro ore. Saputo dunque che il Visconte gioca, scherzoso, in attesa di venirci a vedere, di nascosto, a risalire, scendiamo. Mi vien da piangere a pensare alle quattro ore di noia che sono necessarie per arrivare dove comincia il bello, in sala Vallini. Bene o male, comunque siamo in fondo, e da lì, altre ore di mena e siamo in cima, con due corde da roccia per risalire. Il camino si presenta ostile. Scampana, una finestra occhieggia ma decidiamo che, nonostante i primi metri siano facili, il tetto poi presenta problemi gravi. Ci rivolgiamo alla diaclasi da dove siamo arrivati. Alla base scampana ma riesco a partire su una parete poi, su uno spit mi immetto dentro di essa dove è abbastanza stretta da salire in spaccata. Orrore, è coperta di scagliette e di una patina di fango! Aldo mi chiede se non ho fifa a stare in quel posto orrendo; borbotto qualcosa e in effetti non sono tranquillo. Ancora uno spit di protezione, poi una lama mi dà un altro ancoraggio, poi la diaclasi si allarga ulteriormente verso il camino, in avanti si stringe, liscia e viscida. Tiro in avanti alto e arrivo nel posto più brutto del mondo, è stretto e si scivola e scampana subito. Metto uno spit. Le prime martellate sono allucinanti, mi scivolano alternativamente il piede destro e il sinistro. Penso che se smettono di alternarsi e si sincronizzano, questo nella storia della speleologia diventa l'Incidente. Dopo che lo spit è un po' entrato posso finalmente tenermi al perforatore mentre martello. Poi lo spit si espande, ancora attimi allucinanti a cercar placchetta e bullone, poi finalmente mi attacco. Aldo, che aveva capito ricomincia a parlare e così anch'io. Salgo ancora. Il cammino sopra di me chiude, come previsto, ma altro spit, ridiscendo e su quello, mi butto verso il camino principale, terrazzo, ancora spit, traverso e sono alla sommità della prima parte, mi affaccio nel camino principale. Aldo è trenta metri sotto di me, mi urla che dove fa sicura ci sono pipistrelli! Esulto e gli grido di raggiungermi disarmando mentre io continuo su una spaccatura. Dopo la salita precedente questa mi fa ridere, anche se è esposta sul pozzo ed io sono virtualmente slegato. Ter-

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razzino inclinato, fango, traverso e sono in cima. Scendo un saltino da quattro metri e mi immetto finalmente alla sommità del finestrone; parte una galleria ma è subito interrotta da un pozzo.

     Le pietre rumoreggiano nella diaclasi da cui son venuto. Brutta beffa, il pozzo ruota di 180 gradi. La risalita continua ma io ne ho a basta. Spitto per tornare indietro e mi ricongiungo pochi metri più in basso con Aldo, risalito fino lì; tocca a lui spittare ora e torniamo giù nel camino principale che, ora, è divenuto un pozzo in vuoto. Torniamo giù.

     Facciamo ancora qualcosa: scendiamo il pozzo che era stato lasciato incompiuto. Un ennesimo spit (di frazionamento, finalmente) ci premia: torniamo alla base del Torino evitando tutti gli orridi meandri. Poi saliamo verso l'uscita. Alla Confluenza il genovese Aldo mi consiglia di recuperare una pentola a pressione ivi abbandonata dall'operazione PB '75. Naturalmente è facile convincere me, savonese, ed è così che mi sobbarco una Lagostina da un milione di litri fino a fuori. E adesso è di là in cucina: io sono contento perché ho finito di scrivere quest'articolo. Sventuratamente ho ancora da scrivere sul Don Ciccillo.

Giovanni Badino

 

 

gaché: una nuova via

      Ecco la grande dolina d'ingresso, siamo arrivati, Piergiorgio ed io ! Sarà la volta buona? O sarà la delusione? Bho.

Ci cambiamo quasi in silenzio, c'è molto vento. Non abbiamo fretta. Traguardiamo un po' con la bussola. E si entra.

     Meandro, terrazzo, pozzo da 27 già armato dalla precedente discesa di Piergiorgio e Franca fatta qualche giorno prima. E' stato proprio grazie a Franca che si è trovato quella fessurina invitante. Attraversiamo sul pozzone; Piergiorgio ha lo sguardo degli anni verdi pieni di ricordi. Ecco la fessura. Fa uno scherzo strano; un po' soffia e un po' aspira. Cominciamo a disostruire, lavoriamo un po' a turno, uno martella e l'altro toglie i detriti.

     Ci siamo; si passa. Voglio cedere il passo ma lui insiste perché passi prima io. Passo e mi trovo di fronte a un bellissimo pozzo circolare molto grosso, che valutiamo da 30-40 m. Piergiorgio va sul vecchio pozzone, butta un po' di massi: comunicano. Armo il più velocemente possibile, ci mettiamo anche a cantare. E Piergiorgio scende. Bisogna frazionare due volte. E intanto mi ritiro sotto la coperta spaziale. Libera, vieni! Scatto in piedi e con una certa fretta aggancio il discensore. Quelli che seguono sono 40 m di pozzo bellissimo. Ci sono molti meandri in partenza. Eccoci alla base. Davanti a noi un meandro molto alto. Buttiamo un po' di pietre: è il pozzone. Bene! Questa via sarà utile per le future spedizioni verso il fondo.

     Risalendo guardiamo tutti i meandri, purtroppo si chiudono dopo pochi metri. Solo uno promette bene: in punta al pozzo. Piergiorgio tenta la traversata assicurato da me. Entra e si trova su un altro pozzo che però si butta in quello appena sceso. Si può pero anche fare un'arrampicata, ma non abbiamo abbastanza materiali. Risaliamo, c'è ancora qualcosa da vedere. Entriamo in una zona piutto-

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sto franosa. Ed e lì che il nostro presidente attenta alla vita del povero speleo che lo ha seguito fino ad ora. Krunk! Corri Walter! Mettiti al riparo! Alzo la testa e proprio sopra di me, a 3 m d'altezza un macigno di qualche quintale si piega in avanti facendo cadere qualche pietrone sulla mia povera spalla. In quel momento penso di aver compiuto la traversata su roccia marcia, esposta e senza sicura più veloce della mia vita. E il macigno cade portandosi dietro tanti fratellini. Bel colpo presidente! Ora scendo e mangio. E va beh! dai, era solo uno scherzo. Risalgo il 27 e ci ritroviamo verso l'uscita. La via franosa porta sopra al pozzo. Usciamo in un tramonto bellissimo.

"L'eterno moto di ritorno è l'essenza della Via

L'abbandono è il modo della Via

Tutte le cose prendon vita dall'essere

L'essere prende vita dal non-essere".

     Stiamo in silenzio, parliamo un po', e non solo di grotte, e anche se qualcuno ci aspetta scendiamo lenti, senza fretta ....

 

Walter Zinzala

 

 

     Walter Zinzala lancia un appello urgente: lo obbligano a traslocare e cerca casa! Chi avesse notizia di un alloggetto di un paio di stanze da affittare in Torino, lo avverta (tel. 76.89.20, lav. 70.71.236).

 

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DOVE VA LA SPELEOLOGIA

due mesi a p.b.

     Erano mesi che stavo con Soledad e l'abbraccio di Piaggia Bella trascinò tre giri oltre l'allucinate mie ossa per la spirale DNA.

- Continua,

     Quatti quatti, tra il Marguareis e i fiori del Nepal ci si va a far due passi in tre, con quattro o cinque belle storie da raccontarci che era una vita non si andava più insieme lì sotto. C'era Franco, c'era Danilo. Muchos años señor, muchos, muchos ... racconta il vecchio Felipe che era stato con Sallana e ricordava le nuvole e i legni che cascavano dappertutto e la bocca che gli bruciava di paura come neppure riuscì più a provare con litri di tequila e i cavalli morivano schiumando e gli uomini con le mani tese nella terra e Felipe chiamava Alonzo e Miguel, ma la morte li aveva già tirati lontano, e Rosario li inseguiva con piedi sfatti e il panzone aperto a metà d'una bestemmia, correndo sui cactus e la terra ricadde per la seconda volta e faceva male anche il sole e il ciclo di Alamo era nero, e ridevano solo più le iene, per l'ultima barzelletta di Jim Bowie,

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     Muchos años señor, mucha Aguardiente e mezcal señor, muy bonito Mezcal, ero già troppo ubriaco quando Villa passò la prima volta e alla salute di Zapata mi inzuppai nel peyote e dovevo far schifo señor, muy schifo, e non si degnò neppure di fucilarmi Obregon dopo Aguapiedra quando caddero i Dorados ... che la mitraglia sterminò i cavalli señor, e scannavano anche le vecchie, dopo Aguapiedra.

     Te dici che è roba vecchia, señor, che se non la dimentico li ho gettati via i dineros de l'agua de fuego, che non me ne darai più señor, per que la plaza teneva muchas animas e il tempio atzeco ci guardava e orrendos non eravamo e señoritas muy bonitas cantavan con noi e anch'io tenevo il cuore muy alegro e aperto e non gonfio di Tequila ne de hierba do diablo e sentivo e vedevo ed ero muy alegro e muy hombre quel giorno; quando le stelle si affacciano per la noche e un bengala è sceso sulla plaza. Tres Culturas señor, '68 señor, matados como perros, con la mitragliadora nel mucchio, muchachos matados, muy sangre, muy muerte. Too mach gringo, too mach.

     Non es possible che io canto ancora, señor, no tiengo pesetas ne voglia di dimenticar señor che il giorno avanti e quello dopo ci si parlava insieme señor, también como nosotros, e quel giorno ci avete lavato la plaza col sangue nostro, señor.

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     Franco. E la volta prima che eravamo stati insieme in grotta era fresco il '68 e anche la Luna, e facevamo gli studenti. Franco aveva finito da poco, e si andava alla Preta, anzi ci andava lui che era forte e di tutto è rimasto: il Biscio. Il Biscio con chitarra per la prossima festa. Viva!

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E' Danilo, abbiamo esplorato insieme l'ultima volta lassù, in punta ai Piedi Umidi, e c'era Marziano, c'era mio padre.

Andiamo alla scritta per Claude, andiamo nelle gallerie fossili, dove parte la strada che tira al Solai. Dove si va? Gallerie Suicide? e perché no?! Salle du Dante, .... forse, forse... se non ci accoppiamo sui blocchi di frana ... Bella arrampicata. Tra due massi-massoni fermi lì. Sopra parte una galleria. Qui c'è stato mica mai nessuno sai?! Grande, grande, grande e splendida Piaggia Bella. Belladonna, la galleria dai lunghi festoni veniva regalata dal Visconte ai tre veci per farli volare alto, muy alto señor, nei sogni di Piaggia Bella.

     Gli uomini tornarono alla galleria.

     "Belladonna" esisteva davvero, c'era da molto e ci sarebbe stata ancora per parecchio. Ora col fiato sul collo dei lupi da punta, in punta a Piaggia Bella; forti lupi giovani dalle orecchie lunghe e acuminate, vecchi lupi baffuti, lupe bellissime, lupacchiotti e fame da lupi. Ululando, Tanta lupità è dovuta ai compari di Roma con cui per la prima volta il GSP mescola il branco e zampetta per Piaggia Bella. A caccia di terre nuove.

     Tredici acetilene illuminano i saloni di P.B., poi le gallerie fossili, il passaggio TREVECI, cui se ne trova un altro più comodo a sinistra, e finalmente Belladonna. I lupi si spargono per i 200 metri di galleria. Dunque sono da esplorare: la cascata che s'innalza in punta al gallerione. E' roccia infida, ci provano Stefano, Tullio, Vittorio e Claudio e non la spunteranno. Gallerie a destra salendo dal Belladonna, ci va Tullio e, solo ci fossimo andati tutti (!), e dice che continuano belle e grandi (eh già è PB, Salle Baby Bessone ...). Un affluente a sinistra (salendo) buono per Laura, Alberto, Poppi, Carlo, Elio e me che mi strofino assai bene contro l'affilato pelo del GSP dopo proprio tanto tempo che non sentivo più quel gusto di Marguareis e '500. Poppi è scatenato. Finisce a martellate una strettoia su salto da 7 in risalita che mi aveva azzannato la mano, mentre Laura mi benda, e poi su per la galleria a inseguire una corrente d'aria da chilum fino a un altro salto Poppygabia: piramide umana. Oh yes, E lazo, E via.

     Continua. Ci fermiamo molto oltre sotto due pozzi e davanti a una strettoia, dietro-front, Poppi ci ripensa e va a guardare dall'altra parte della fessura,

     Continua. Poi giù. "Ma c'è una differenza...". Oh yes. Ci, fermiamo su un salto con tante concrezioni bello largo. Continua, Kyber Pass, continua la notte da lupi.

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     Ghe Putema... dice Elio e mi raggiunge sotto il salto. L'amuleto anti-temporale è per un attimo nella luce. E' opaco. Andiamo giù. Meandro, meandro nero, ben pressato. Tullio e Carlo, davanti. Duemila coboldi lega capelli mi aspettavano, diciamo aspettavano da molto, veramente molto, con le dita inattive la prima criniera su cui sfogarsi. Mi acciuffano e mi conciano. Khyber Pass scende. Carlo si dà all'alta arrampicata, armiamo poco. Margherita e Meo, Laura, Lothar, Davide tutti in scampagnata per i suoi brevi salti, le condotte forzate, sotto altri meandri fossili che se ne vanno via, lungo un rigagnolo che è troppo grosso e troppo ad ovest per tornare nella vecchia PB certo prima dell'Ultima Spiaggia. Stiamo andando al Solai? Ancora più ad ovest?

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     Un attacco "fan culo tanto non è il primo giorno" su lama Wilkinson travestita da ponte di roccia chiude la serie. In quattro gironzoliamo nella sala di frana che sta sotto. Un affluente, grosso il doppio del nostro da sinistra, uno strisciare basso, su ghiaia e acqua davanti. Finita la corrente d'aria qui. Si ritorna e su e giù e dormendo e con le nocciole e Ghe Putema! E' lunga la strada per il Khyber, se non si trova un altro passaggio, più lungo di quello del fondo ...

     Usciamo all'alba e Icaro e Sauro ci stanno aspettando e anche Omega, poco dopo prende l'amuleto e la chitarra e cinque omini partono sotto il vento fortissimo per la cresta di Balaur, la cresta dell'Infinito (fatela, fatela di notte coi sacchi e capirete il nome) diretti all'ultima frontiera, oltre solo più il Mago, solo le Masche. El viento blanco, el viento azul.

     "Torneremo a Khyber Pass?". Ghe Putema! E poi ciascuno prese la sua strada fra le gambe.

 

ANDREA GOBETTI

 

 

Abisso Roversi alias don Ciccillo

     Ecco scritto il titolo. Ma purtroppo mi rimane da scrivere l'articolo: e ho appena finito di scrivere quello di PB. E non mi sono neppure alzato dalla seggiola. Se volete capire la mia noia leggetevi quello che ho appena scritto. Spero ne morirete. Ma scrivere queste righe, per certi versi, è più divertente. Chi segue Grotte certo sa dei "disaccordi" che ci sono stati fra GSP e GSB. Adesso che le asce di guerra sono sepolte, potrò prendermi agio di prendere in giro gli amici (per me non hanno mai cessato di esserlo: che siano fessi non è colpa loro ma del resto, conoscete voi qualche speleo che non lo sia?) di Bologna, anzi di Bononia, anzi, della torre degli Asinelli. La questione fra noi e loro era posta all'incirca in questo modo: è più alta la Mole Antonelliana o la Garisenda? La risposta finale c'è stata ed è: sono entrambe più corte dell'ultimo pozzo del Don Ciccillo, anche messe una sopra l'altra. Ma veniamo ai fatti speleologici.

     Cosa sia il Roversi (o Don Ciccillo) lo sapete, sapete anche che a -450 si spalanca un pozzo che era stato sceso per 190 metri da Sivelli e Vianelli e che continuava. Fatto sta che mi avevano invitato e fra un casino e l'altro si arriva a fine luglio quando salgono verso il rifugio Aronte (detto Caronte per le comodità che offre), Ivanhoe, Mingo, Minghino e, naturalmente, chi scrive. Il piano di battaglia è di scendere due a due per ottenere la massima efficacia. Questa struttura a due è indiscutibilmente la migliore per quel che riguarda l'efficienza (se i due sono abbastanza omogenei). Negli armamenti non è mai necessaria la presenza di più di due persone e quindi quelle in più si limitano a prendere del freddo. Gravi difetti ci sono in caso d'incidente, comunque ecco lo stesso a voi gli eroi di turno: Ivanhoe e Mingo seguiti a sette ore da Minghino e me. Alla seconda accoppiata va male: scendo rapidamente nonostante che stia usando il discensore Diablo. La grotta è stupenda, un po' di strettoie poi via a pozzi, decisamente, fino ai duecento. Continuo convinto di aver Minghino dietro, avvantaggiato dal non avere questo discensore di cacca. Ma ai 250 o 300 mi fermo ad aspettarlo. Cinque, dieci minuti, un'ora; vacca.

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     Mi chiedo se non ci siano altre vie: mi maledico per non averlo chiesto in dettaglio, poi risalgo a cercarlo perché mi sembra la cosa più prudente. E lo trovo sul primo ottanta che risale con una crisi di gastrite. Pazienza, è andata male, bene che gli sia capitata all'inizio. Esco anch'io. Alcune ore dopo escono i due maiali a cui è andata bene, hanno sceso il pozzo, è un bestione di 310 metri ma al fondo chiude.

     I due giorni successivi, attendendo che arrivi Vianelli che deve scendere con me, li passo sul colle a scrutare la strada che si snoda fino a fondo valle. Ho una crisi di voglia di andare in grotta, sono caricatissimo e posso solo passeggiare nella cava. Ivano mi prende in giro perché sa che non lo posso picchiare, perché è la persona più forte del mondo. Porco.

     Poi infine arriva il putrido, mefitico, laido ritardatario Mario Vianelli, sporco bolognese traditore e con lui anche Sir Francis.

     Ci inabissiamo. Anche al di sotto del limite che avevo toccato continua bene, a pozzi belli e solo ogni tanto un po' di orizzontale: poi a quattrocento un pozzo. Scendendolo si capisce che sta per succedere qualcosa: è enorme. La base, grandissima da un lato immette nelle tenebre solcate da una corda. Mario e Francesco decidono generosamente di non scendere il pozzone per guadagnare tempo. Lo scenderò solo, a disarmarlo. Primo tratto in vuoto, ciclopico, si vede solo una parete, tutt'attorno tenebre. A -100 un frazionamento poi ancora giù fino a, maledizione, un nodo. I bolognesi, soliti pugnalatori alla schiena, non me lo avevano detto. Lo supero. Ancora un frazionamento poi ai 190 un terrazzo. Il pozzo è ancora grande ma adesso fino verso i 250 lo si vede tutto: sezione quadrata, una quindicina di metri di lato, la parete opposta viene incontro fino a che non la si tocca. Il pozzone stringe fino ad essere, dai 250, un diaclasone lungo una ventina di metri e largo un paio. Ultimo frazionamento, poi un balzo di sessanta metri e si è al fondo. Diaclasone, con due cascatelle alle estremità, indiscutibilmente chiuso.

     Prima di risalire scrivo, per ben due volte, sulle pareti la sigla GSB (sì, proprio GSB e non GSP) con la data. Poi salgo. Inizia il calvario. Le corde sono Salca da dodici bagnate, la corda tocca. Arrivo, già stracarico al terrazzo. In effetti da 190 al fondo non è molto bello, è un pozzo qualsiasi. Ma ora mi attende il bello, sembra di salire lungo una parete di montagna. Il carico si fa sempre più cattivo, perché ci sono anche corde in più per l'esplorazione, ma a passi di sette colpi di jumar alla volta arrivo in punta al pozzo. Cinque sacchi. Mario che mi ha atteso (la prosecuzione che erano andati a vedere butta rapidamente sul pozzone) muore di freddo. Per scaldarsi ha salito e sceso due volte il sovrastante 42 e sceso e salito anche la prima parte del pozzone a cercarmi. Cerco di consolarlo, ma fa davvero freddo. Temo che gli spiaccia un po' non aver visto il fondo quest'abisso la cui esplorazione è pesata essenzialmente, a quel che so, sulle spalle sue e di Sivelli.

     Saliamo. La grotta è lontana però dall'esser finita: è un sistema troppo complesso per liquidarlo con una puntata a 760. Questa profondità però è buona per seppellire l'ascia di guerra coi Bolognesi: grazie a Vianelli, Sivelli che hanno capito subito (pagando caro) e Mingo che sta comprendendo anche lui, come gli unici attriti fra gente che va in grotta davvero, possono essere solo quelli sulla scelta del vino con cui sbronzarsi dopo a-

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ver fatto insieme cose belle. Sotto cinquecento metri di pozzi e meandri da risalire per tornar fuori, non c'è nessun problema. L'ambiente è purtroppo inquinato da rompipalle stantii che si fingono promotori di speleologia per sentirsi qualcuno: e tutti quelli che leggono queste righe potrebbero elencare facilmente vari nomi di queste persone esiziali di cui la speleologia, sia italiana che francese, è piena.

     Fortunatamente non ci sono solo loro, Ora, mi chiedo: amici speleologi di dovunque siate, perché non ce ne liberiamo? Perché non facciamo sì che la speleologia canti il canto ventisei dell'Inferno e smetta di gracchiare miserie da dilettanti politici di provincia o da ancor più provinciali pseudoscienziati? Perché?

 

GIOVANNI BADINO

 

 

Septiembre;

Patrik Penez e i sifoni marguareisiani. 2ª puntata *

     Quando arrivò settembre e l'ultima settimana di agosto non si mangiò nessuno, eravamo rimasti in cinque, fra gli spifferi e i topi della capanna, e quel mattino scendemmo al Lupo. Patrik Penez (uno di quei tali speleologi di Provenza....) è il più vecchio ed affezionato cliente dell'OBIWAKKENOBISRA. Impossibile. Miracoli. Giudizi di Dio. Disinfestazione personaggi da incubo. Consulenze Orgiastiche e dopo Piedi Umidi e Berger desidera nuovamente la nostra umilissima Società nell'apporto delle sue venerabilissime bombole al Sifone terminale del Lupo (quello attivo). Io lo guardo e gli dico: guarda che non abbiamo il canotto, lui mi guarda e sorride. Ah è così allora?! E allora spero che sia chiuso dall'acqua del Sempre Santo Butaù, il tuo Lupo. Giorgio a Pian Ambrogi mi fa coraggio, probabilmente sarà così. E giù in macchina, tra lamponi e foreste dopo quasi due mesi d'alto Marguareis, Entriamo al Lupo, asciuttissimo, che diventa scuro. Peo e Alessandro del GS CAI Lecco, Icaro, Gigi, il folle subacqueo ed io. Noto è che la presenza di un subacqueo incita al cretinismo endemico subaereo, ma nuova è la scoperta che calamitizzi "canotti", specie di cui un nobile seppur un po' forato rappresentante ci attende accucciato per bene alla fine degli scivoli SU E GIÙ'. Ringraziarne e avanti per la grotta in secca-secca. Grotta bellissima il Lupo, sempre. Il canotto passa intrepido il lago del Guanto, contorniamo poi la scura acqua morta del Lago Grande e cominciamo a sentire la vecchia musica di quella composizione iniziata in una certa sala di cui l'ultima nota è dato a tutti di ascoltarla vibrare giorno e notte al rendez vous delle Fascette. La rara nota della cascata di tutte le acque di Piaggia Bella e del Colle dei Signori e di zona D e il Visconte sa ancora di cosa, sotto i piedi oltre il lago dell'Arco, profondo molto.

     Chi di piede, chi di canotto, chi ululando e chi in muta, siamo arrivati a pochi metri dal sifone del Lupo, in realtà questo primo sifone si può ancora superare all'aria, ma è un passaggio strettissimo. Contento per l'acqua tra i 5 e i 6, e per avere anche i guanti in neoprene stavolta (ai Piedi Umidi usava mani congelate invece), Patrik si butta sotto srotolandosi il filo di

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(*) La prima è stata quella sul bollettino 66, p- 27-28.

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nylon lungo la galleria. Cento metri dalla partenza del primo sifone sino al limite di quello proprio mai visto; la corrente è attorno ai 120 litri/secondo. A -33 trova una strettoia, nuovo limite del Lupo. Lo rivediamo emergere. "... adesso andiamo a fare l'altro..." dice.

Complesso di Piaggia Bella - Sifone a monte attivo - Sifone a monte morto - rilievo

 

     Ci addormentiamo sulla sabbia del Lago Grande mentre lui scivola nell'acqua ferma e un po' fangosa, qualche sogno più tardi c'è una luce che non si vuol muovere sotto lo specchio nero. Le bolle la circondano, esplodono in aria, la luce le guarda dal basso. Qualcuno del mucchio di speleo dice qualcosa che comincia con "decompressione". Salta fuori il ranocchio! "Gran galleria, 37 di profondità, 80 di lunghezza, sopra sporca e poi pulita e continua in piano", dice subito. Alessandro, Icaro, Gigi, Peo ed io lo racconteremo tutto ad Anna e Mauro del Tiglio pieno di sole, dove canotti che si rovesciano, scale, lupi, cani, fucilate, trote e pastasciutta hanno da memoria d'uomo trovato un vino in grado di accompagnarli fin là sotto, sotto il tavolo.

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     Tornammo dond'eravamo venuti.

     Gli amici di Trento avevano fatto il Caracas e lasciato dei soldi con cui comprammo il latte da Giuanin. Loro si preparavano a scendere di lì a qual che ora. Ci andò Sonya con sua sorella Tamara e si portarono a casa una toma e l'ultimo burro.

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     Mamo ci sapeva fare coi, fornelli e da muratore dava buoni consigli e Icaro smontava putrelle e Peo fotografò una marmotta che ci guardava a meno di due passi una sera. Si stava bene a settembre.

     E Gigi ?     Eh, eh!

     E poi più per Piaggia Bella, ai Reseaux grevi d'incantesimi; un idraulico in un Castello sotterraneo a controllare in quale soffitta hanno messo l'acquaio della doccia che non trovi più, né la manopola, né il tappo e ti si sta per allagare il bagno.

     Data un'occhiata alle scale, per le soffitte di quell'ala ritorniamo sui nostri passi. Allora il Grand'Architetto e Capomastro Torpibì, bevuto un vermouth alla Tirolese col Collega Resoà e poi una vodka alla Confluenza col Saggio senza Sponde Piesumid, decide, più ubriaco di Sonnino, di farci fare un giro per delle vecchie storie, che i saltimbanchi Pasodoble e Laschifosa ne avevano abbastanza di farsi insultare soltanto perché erano fatti così e anche se avevano fatto arrabbiare Giorgio non sopportavano più lo sferrare di tanti zoccoli e che io l'ultima volta, a luglio con Alma e Margherita a cagarmi addosso lì sopra, ero stato davvero indelicatissimo e che era meglio se cambiavamo un poco strada e che a Belladonna, gran duchessa delle donnole e degli ometti, invece eravamo simpatici e potevamo passare di lì, e poi per la Babybesson e la Bessone che magari era anche più comoda ...

     Ci salutammo sotto la scritta per Claude e facemmo tutto quanto ci aveva detto, mentre lui andava a finire la nottata con le uve sottospirito di Sifonaval tirate fuori nella grande occasione che non ci saremmo più tanto rotti le palle a vicenda, in quell'atmosfera di privacy che se non amava tanto non sarebbe venuto a stare a Piaggia Bella.     Vi pare?

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     Hanno partecipato ai lavori Piaggia Bella - Bella Donna - Khyber Pass - Lupo, in ordine di apparizione i signori Danilo Coral, Franco Griotto, Elio Pulzoni, Carlo Curti, Attilio Eusebio (Poppi), Davide Caffaratti (Piottino), Tullio Bernabei, Laura (Biancaneve), Vittorio (Lothar), Federico (colonna dell'ASR), Claudio, Tullio, Stefano Gambari, Alberto (Circolo Spel. Romano), Margherita Coppa, Bartolomeo Vigna (Méeo), Roberto (GS La Spezia), Franco Sauro (XXX Ottobre), Alessandro Maggi e Peo Cortinovi (GS CAI Lecco), Mireille, Coco e Patrik Penez, Corrado De Monte, Louis Gigi Torelli (Souil Rotell) CGEB, Rinaldo Arena.

 

ANDREA GOBETTI

 

 

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NUOVE E VECCHIE MAPPE DELL'INFERNO

abisso dolly: ~ -300

i rami nuovi

     Era da ormai un anno che Margherita. Danilo, Meo ed io sognavamo il Dolly, e con noi tanti altri del GSP.

     E finalmente arriva il fatidico fine settimana, 7-8 luglio 1979, partiamo prima Franca, Poppi ed io con il compito di riarmare i pozzi. Dopo varie peripezie con il carburatore della macchina di Poppi, siamo in zona e entriamo subito. Il programma prevedeva che qualche ora dopo di noi entrassero altre due squadre formate da Margherita. Danilo, Meo, Andrea. Giovanni ed un giovane del corso di quest'anno, con il compito di vedere rami laterali e di superare il fondo: un salto di 5 m che ci aveva fermato l'anno prima.

     Entriamo non imbragati. Cominciano i pozzi e piantiamo qualche spit. Dopo poco siamo in punta all'ultimo 40 e mentre Poppi arma meglio la partenza Franca ed io ci concediamo un po' di... caldo sotto la coperta spaziale. Finito l'armo è il mio momento: c'è da rifare il frazionamento a metà pozzo. Ed ecco la prima brutta sorpresa: lungo tutto il pozzo piove parecchia acqua. Comincio a fare il buco e al momento di piantare lo spit il maledetto si rompe. Urlo a Poppi che comincio a non sentire più le gambe e che quindi tocca a lui. Ci troviamo dopo poco tutti e tre alla base piuttosto bagnati . Decidiamo di cominciare ad esplorare due arrivi che avevo notato nell'ultima discesa.

     Entriamo nel meandro e per Franca e Poppi si ripropone il mio stupore di qualche mese fa nel vederlo tutto concrezionato. Giungiamo al primo arrivo: è una bellissima galleria sotto pressione in salita con parecchia aria. Avanziamo e ci troviamo ad un bivio: a destra un pozzo ascendente, a sinistra si sente un rumore di acqua, andiamo a vedere e ci troviamo su di un pozzo di 20m circa che non scendiamo per mancanza di corde. Tutto intorno altri cunicoli stoppi dopo un po', meno uno che forse in futuro darà altre "notizie". Ritorniamo indietro. Battezziamo questo ramo col nome di Anninora.

     Ora è la volta di un arrivo d'acqua. Un bellissimo cunicolo a sezione quadrata perfettamente dritto (chiamato Ramo dello Sgravu Mannu). Risaliamo l'acqua e purtroppo la via ci è sbarrata da una "zampa d'elefante" (comunque con qualche martellata...), oltre si vede che continua. Passo una strettoia poco sopra e mi trovo in una saletta chiusa.

     Cominciamo a tornare sui nostri passi. C'è un altro arrivo d'acqua ma si chiude dopo poco. Poco più in là Poppi arrampica verso un buco in parete ma è stoppo anche quello. Dopo poco è il mio turno: altra arrampicata su una bellissima colata ed ecco che dietro ad una colonna parte un meandro sotto pressione, che dopo va verso l'alto. Mi fermo (anche perché vedo Franca 10 o 12 metri sotto di me e fare il fesso senza sicura non è mai stato il mio forte).

     Altro arrivo, sempre in salita (ramo del Bersek, o Licantropi, questa volta ci siamo: arriviamo ad un trivio. A destra un pozzo ascendente, a sinistra un ramo lungo un centinaio di metri, in mezzo un ramo molto largo che

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Poppi percorre per pia di 100 metri (continua) e poi torna indietro.

     Decidiamo di uscire e dopo 11 ore siamo fuori nella notte. Troviamo gli altri che dormono e Meo che giura di aver visto un UFO e comincia a dire frasi strane: sono arrivati, questa volta ci siamo, doveva accadere prima o poi, ecc. Gli ci vogliono almeno 5 minuti per capire che quell'UFO a un metro o due da lui era Poppi.

     Comunque occhio e croce abbiamo esplorato circa 4000-500 metri nuovi. Vedremo poi cosa dirà il rilievo. L'esplorazione del fondo ve la racconterà qualcun altro.

 

Walter Zinzala

 

 

verso i -300

     Verso il tramonto giungiamo nella zona del Dolly, Margherita, Meo, Daniele Antonelli ed il sottoscritto. Poppi, Walter egli altri che dovevano esplorare delle diramazioni che si di partono da -180 m, non sono ancora usciti. E' un tramonto fantastico, carico di vibrazioni arcane e struggenti. Durante la fase preparatoria del Grande Rituale del Fuoco, Andrea perde parte del suo abbigliamento in un campo solcato e ciò pregiudica irrimediabilmente la sua entrata in grotta per l'indomani. Dopo i soliti canti e offerte di ringraziamento accompagnate da meditazioni sulla fragilità umana, verso la Mezzanotte ci coglie il Sonno.

     Alle tre un urlo disumano ci sconvolge l'anima, svegliandoci terrorizzati, in tempo per vedere Meo rotolare urlando lungo il lapiaz inseguito da Poppi, con fiamma di 60 centimetri, che gli grida "Meo, Meo, sono solo io!!". Passa un buon quarto d'ora prima che il povero Meo si renda conto che non sono arrivati gli Extraterrestri né è stato evocato nessun Demone delle Tenebre! Superata questa tragicomica parentesi, gli altri ci informano riguardo i notevoli risultati della loro esplorazione (vedi articolo di Walter).

     Alle 7 di domenica 8 luglio la situazione è la seguente: Andrea senza stivali né scarpe e Margherita reduce dall'amara scoperta di un incredibile sfondamento che, apertosi nella sua bombola, la rende inutilizzabile. Decidono quindi (saggiamente, dovessi esprimere un parere) di non entrare. Meo invece, ripresosi fortunatamente dall'incidente notturno, può unirsi a Daniele e a me nella discesa.

     Gli altri hanno lasciato armata la grotta sino a -160 m, quota alla quale perveniamo rapidamente bagnandoci per contro non poco. Dalla base dei pozzi, percorrendo ambienti di notevole bellezza separati da meandri piuttosto impestati, giungiamo alla sommità della cascatella presso la quale Meo, Margherita ed io ci eravamo fermati il novembre scorso (per le esplorazioni precedenti, v. boll. 67).

     A Daniele, il più giovane, il piacere della prima discesa... Alla base del salto lo vediamo scomparire entro una navata di grosse proporzioni, tra gli schizzi d'acqua; ritorna con l'espressione radiosa che, credo, dovette caratterizzare il nostro volto il giorno della prima esplorazione...: continua, c'è un pozzo!

     Altri due riusciamo infatti ascenderne, di 8 e 16 m, molto belli; ad una profondità da valutarsi intorno a -280÷300 m però l'acqua cola in un laminatoio strettissimo, forse troppo stretto..., forse il gioco finisce

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qui..., come tante altre volte. Dare un'occhiata comunque non costa nulla e Meo ed io, armati di mazzetta e attesi da Daniele, ci infiliamo, pancia a mollo, in quello schifo. Cinque metri, poi stringe davvero in modo cattivo. si martella e ci si bagna fradici, forse chiude..., ma no, si passa e dopo 10 metri il miracolo si ripete! Pozzo con cascata di 20 metri, largo...

     Non abbiamo più né materiale, né tempo a disposizione e risaliamo disarmando. Arrivederci, Dolly.

 

Danilo Coral

 

 

il "ramo dei pozzi" al baader-m.

     Nella furia delle idee primaverili il Baader-Meinhof non poteva mancare. Convinto, come sono, che il Baader entra "alto" nel Fighiera, decisi, trovati i giusti compagni, di andare a darci un'occhiata.

     Cosicché il 12 maggio entriamo nel temuto abisso Carlo, Mauro, Elio ed io; nella prima saletta a -25 cominciamo a girare, dove la volta si abbassa c'è un buco, al di là una diaclasi lunga una quindicina di metri e profonda 30.

     Decidiamo di comune accordo di dividerci, Carlo e Mauro scenderanno lungo la vecchia via, Elio ed io armiamo questo pozzo e vediamo dove va a finire. Il pozzo risulta essere un 25 metri, seguito subito da un saltino di 5-6 metri. la diaclasi sembra chiusa sul fondo, ma con una risalitina di 3 metri sulla sinistra sbuchiamo in un meandro che ci riporta dopo poco in quel lo principale, lo scendiamo ed incontriamo in una saletta Carlo e Mauro scesi dall'altra parte.

     Mentre siamo lì seduti a meditare sul perché il Baader sia così brutto e franoso, Elio comincia a tirar sassi nei buchi, finché un cupo rimbombo ci indica un buco buono. Stupiti, togliamo alcune pietre e ci troviamo di fronte ad un pozzo che valutiamo sui 10-15 metri, ci guardiamo un attimo e poi decidiamo che vale la pena di scenderlo. Cosicché il sottoscritto va a mettere lo spit buono per scendere, brugola. placchetta ed il più è fatto, discensore e pronti ascendere. Scendo per dieci metri circa fino a quello che credevo il fondo che altro non è che un terrazzo colmo di pietre, sotto di me non vedo altro che buio, mentre dall'alto cominciano a fischiare pietre che un rigagnolo mi sta gentilmente scaricando addosso. Un attimo di panico e poi riprendo a scendere maledicendo tutto e tutti. Sul fondo del pozzo, costituito da una sala con un forte stillicidio, troviamo un pozzo che valutiamo sui 50 metri. Non abbiamo più corde e non possiamo più scenderlo (per oggi a me basta quel pozzo, penso.

     Quindici giorni dopo riaccendiamo nel Baader io ed Elio; arrivati sul famigerato pozzo puliamo tutto quello che possiamo, ma l'acqua anche se diminuita continua a scalzare le pietre e a buttarle nel pozzo. Purtroppo, ridotta l'acqua, si capisce anche qualcosa: siamo sul vecchio fondo del '76, siamo cioè ritornati in un posto conosciuto ma attraverso una via che nella sua semplicità permette di evitare arrampicate magari non gradite. Mentre risaliamo il terribile pozzo riceviamo ancora qualche regalo dall'alto, ma la mano del Visconte locale ci è benigna e ci lascia uscire senza troppi affanni.

POPPI

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Abisso Baader-Meinhof - Ramo dei Pozzi - rilievo

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il fighiera, nemesi storica

     In una interessante riunione in casa di Walter, il GSP decide la strategia della campagna di primavera al Fighiera.

     L'assalto verrà condotto a ritmo serrato. Ogni quindici giorni ci sarà una squadra la cui guida spirituale dovrà cambiare ogni volta in modo che ognuno di noi vada nel buco ogni paio di mesi. In effetti questa è una dose di Fighiera tollerabile.

     Ognuno annuncia le sue pompose intenzioni. Il primo a colpire sarà chi scrive, con papà (Segir) e Carlo Ballesio. Il colpo va a segno. Scendiamo per la solita menata: illustro a papà (Carlo ai 250 ha preferito risalire, ottenendo però già un buon risultato per esser appena uscito dal corso) i problemi esplorativi del Corno Destro, procedendo per l'interminabile Via Fani. In punta a questa rileviamo l'ultimo tratto esplorato che ci mostra come siamo vicini all'esterno (-50 dall'ingresso), scendo il pozzo sotto quello che chiude Via Fani bassa (trenta metri, continua ma è sfigato), poi usciamo.

     Dopo quindici giorni sono di nuovo sotto: ahimè ci son le prove con la radio e, nell'estrema Via Fani, la mia presenza è quasi indispensabile, pazienza. Scendo con Meo, Margherita e Beppe di Verona mentre Danilo ed altri vanno ai cinquecento a recuperare materiali e un po' di rilievo (vedi relazione in altra parte). Saliamo su per il Becco insieme, visto che c'è tempo (1). Torniamo giù e con Beppe rifaccio il calvario di Via Fani. Infatti vogliamo provare se con le radio riusciamo a collegarci con l'esterno dove Baldrake e compagnia sono all'erta con altre radio.

     Questa tecnica ci aveva permesso, nel '77, di scoprire il quinto ingresso di Piaggiabella: si tratta di prendere contatto via radio e poi di spostarsi alternativamente all'interno e all'esterno per far aumentare il segnale fino, si spera, a congiungersi.

     Arrivato in fondo alla Fani Bassa accendo: e vengo sommerso dal casino. Tutte le radio si ricevono a fondo scala, parliamo da dentro come se avessimo le radio a contatto d'antenna. E' assolutamente incredibile. L'unico che ricevo un po' basso è Meo, che trasmette dal ramo del Becco, a quasi un chilometro da noi da sottoterra a sottoterra. Stupore. Chiudo e saliamo nell'estrema Fani. Lì ho la sorpresa di trovare Avanzini, sceso solo soletto a raggiungerci ed in attesa lì. I segnali radio arrivano in maniera bestiale, fuori stanno cercando di infilarsi in tutti i buchi esterni alla zona dove siamo per tentare di sentirci direttamente. Niente. C'è ancora un buco laterale in questa sala terminale di Via Fani che, da rilievo, è praticamente esterna. Salendo sulle spalle di Aldo arrivo ad un traverso che me la fa raggiungere. Butto una corda e viene anche lui mentre Beppe resta lì. Gallerietta e poi scherzo da Fighiera: scatta su un meandrone largo due metri ed altissimo in lieve pendenza: qui, quasi all'esterno! Ci precipitiamo lungo di esso, informandone fuori. Giubilo generale. Saltino, poi al posto di continuare a scendere tiriamo su decisi in arrampicata. Il meandro si corica, diventa una gal-

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(1) Manca a questo punto relazione di quanto fatto in questo luogo, chè l'autore pensava fosse già stata scritta da qualcun altro. Non c'è tempo ora di provvedere. (NdR).

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leria in salita (interstrato ai soliti 35°) larghissima, alta un metro e piena di frana. Aggirando di blocco in blocco, strisciando, smadonnando, scavando, saliamo. Ci sono ragni, farfalline, tira un'aria bestiale. Saliamo oltre il ragionevole finché la frana ostruisce davvero. Riaccendo la radio e, incredibilmente, continuo a parlare addirittura con Meo. Fuori l'esaltazione è al culmine, Argnani scende un buco, batte e, finalmente, li sento sopra di me. Ma, ahimè, non è forzabile. Fanno una prova crudele: accendono sterpaglia e la buttano nel buco (che aspira) e dopo poco ci troviamo immersi nel fumo. E' una sensazione stranissima essere stesi in frana a cinque ore buone dall'uscita, tremanti, e di colpo, trovarsi nel fumo di un falò.

Facciamo tilt. Poi ancora: Aldo si accorge di un rumore basso e continuo: chiedo fuori e mi dicono che sta passando un aereo. Ma siamo bloccati: c'è ancora da provare ma sono a zero di pile e quelle di ricambio, da fesso, le ho lasciate a Beppe. Salutiamo fuori e torniamo indietro. Beppe ci racconta che anche lui si è trovato immerso nel fumo.

     Usciamo fuori increduli. Una ricezione così elevata fa pensare che il Fighierà sia ben più pieno di gallerie di quel che è già. Non credo che sfigate fessure portino così bene il segnale.

     Dopo quindici giorni dovremmo essere qui ma la morte di Rodolfo ci fa pensare a cose più importanti.

     Dopo ancora, son di nuovo sotto. Non so di chi sia il turno, questa volta, so che io lo sostituisco e mi sto irritando. La compagnia però è lieta: sono con Ivano il versiliese. Con noi papà e Francesco anche lui versiliese che scendono un altro pozzo. Noi andiamo a rilevare e a finire il pozzo che avevo già visto con papà in fondo a via Fani Bassa. Trenta metri, saltini per un'altra trentina e chiude. Anche i rami laterali sono troppi. Torniamo su un pozzo poco dopo l'inizio di via Fani. Lo si supera in alto ma non è mai stato sceso. Quarantadue metri con un frazionamento, poi inizia un bellissimo meandro, che diviene in breve uno sfigatissimo meandro che diviene una strettoia in curva, verticale. La tento: di testa non va, di piedi entro un po' ma mi accorgo che non riesco a curvare. E' veramente cattivissima; tento di uscire. Niente. Molti anni fa mi incastrai in un meandrino in una grotta di Toirano, il Buranchino, ed imparai l'arte della bestemmia. Ed eccomi di nuovo qui accuratamente incastrato col cinturone e col mio peso che mi spinge in basso dove è più stretto. Lotto a lungo, silenzio perché se dicessi quello che mi viene, e se dio esistesse, se ne avrebbe proprio a male. Ivano è più lontano e, comunque, non mi potrebbe aiutare. La strettoia mi lascia andare solo dopo una buona mezz'ora di sforzi e di pratiche di controllo della respirazione. Ma alla fine ho il fiato corto, e lo merito perché buttarsi in strettoie tanto micidiali, anche solo per prova, col cinturone, è una fesseria che va punita. Usciamo.

     La serie primaverile di discese si conclude perché sta iniziando il tempo del Marguareis. Si conclude bene per quelli che si erano impegnati , in riunione, ascendere, perché per la maggior parte son riusciti a non fare un cazzo. Del resto per fortuna, in gruppo nessuno si sogna di obbligare altri a far qualcosa e questo, volendo, è più importante del Fighiera.

     Superiamo dunque d'un balzo i caldi estivi ed arriviamo a fine agosto quando Carrieri, Simonetta, Aldo (l'altro abbonato del Fighiera), due genovesi e il misero estensore di queste righe si inabissano. Ivano è assente giustificato perché è andato a cercare funghi e a preparare il Caciucco (maiuscolo) per il casino di domani.

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     Ed eccoci strisciare lungo i meandri e le corde, fino a dove inizia via Fani. Lì c'è un grande pozzo che, da rilievo, risulta coincidere con il Baader-Meinhof, l'abisso vicino al Fighiera. Ci arriviamo da un ramo, poi mentre Giampiero lo traversa, io faccio un giro e ritorno sullo stesso pozzo ma da un altro ramo, proprio all'arrivo della traversata. Abbiamo così la conferma del fatto dettoci dal rilievo, che due pozzi della zona sono in realtà lo stesso. Scende Giampiero. Sia io che lui lo abbiamo valutato 40-50, dunque buttiamo giù quel che abbiamo, una corda da 43, con due spezzoni marci legati. E così Giampiero non arriva al fondo. Il pozzo, intitolato al poeta T'ao ch'ien, è circa ottanta. Mi procuro un'altra corda ancora più marcia, leghiamo tutto e scendo. Riesco a toccare il fondo. Si biforca, da una parte un pozzetto e dall'altra gran discesa poi un lungo altissimo e pericoloso (frana e fango) meandro che seguo per una sessantina di metri fino a che non esagera nell'allargarsi e nell'approfondirsi. Continua un rumore d'acqua lontano. E con questo usciamo. E con questo ho finito di scrivere del Fighiera per questo bollettino.

 

Giovanni Badino

 

 

Niente rilievo del Fighiera, niente ancora.

     Per il precedente Bollettino lo avevamo messo a punto ma mancavano i testi: non eravamo riusciti a portare a termine il lavoro nonostante lo sforzo matto e disperatissimo. Per questo bollettino, che si è sovrapposto all'attività estiva, non abbiamo neanche provato. Prometto che sarà sul prossimo .Per intanto fortunati quelli che hanno già avuto l'onore dell'anteprima a casa mia. Gli altri abbiano un po' di pazienza.

(G. Bad.)

 

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IL PROVERBIO

chi va piano va sano e va lontano

     "C'è il sole!" ha gridato Davide a noi tre che ancora strisciamo. L'urlo si ripete, contro vento in quella cerbottana d'aria gelida chiamata Regioso-C1. Le ululate di Walter dal retro catapultano fuori Marino e me.

     C'è veramente un gran sole di giugno levatosi sul Conoia e già alto nel mattino.

     Scioglie la notte in quattro sotto una coperta spaziale; quando l'ultimo "passaggio buono", quello che fa uscire dall'entrata alta del C1, sfugge ad acetilene, rutti, pile Petzl, invocazioni, danze sarde, ricerca di piste, lamenti. Mars. "come è duro - papà - andare in grotta!!". Sistema Braille Per Decodificare I Meandri (1), scongiuri. A stento mi fermai dal pronunciare "Ecce pentaculum Salomoni!" per stanare quel passaggio recalcitrante.

     Walter parlò ai sonnambuli. "Abbiamo quasi il carburo contato per uscire dal Regioso". "Punto C, puttana di punto C" s'ode mormorare, in sottofondo, dal buio. Ce l'ho sotto il culo, il punto C, sfortunato e bastardo amico dei già più volte maledetti Punto B, punto A bianco con freccia, Punto A rosso, Punto e Basta.

     "Sì, dormiamo un momento e torniamo - dico - a meno che la cascatella nel Punto F...". Quasi sotto la cascatella apriamo il telo spaziale che il solo Davide ha provveduto a sistemare nello stivale, a me non è bastato la faccia di Mario Bianchetti e Icaro al Berger per farmi furbo.

     Quando poi "Beh è ora di andare", e cominciamo a darci una saccata di botte per scaldarci, la cascatella è sempre lì. Troppo alta per farcela-io-. Walter pensa "Che bello! Arrivare lassù e dover scendere se non è quello buono...". E' fatta, Regioso lontano, ma pur sempre Regioso.

     Marino e Davide vanno al Braille o quasi. Gli occhiali di Walter sono una statua all'eternità del fango, la mia testa troppo accecata dal "fuori del C1!" Cielo Alto! troppo ghiozza per ricordarsi bene la via del ritorno?

     E il momiento de la veridad non ci mette molto a cascar sul branco, assonnato. "Occhio c'è un pozzo, passiamo di là...", pareti bagnate, roccia infida, occhio! "E' il vecchio fondo del C1!". "...brutto cliente. .." "Girare, girare, andare (2)".

     Niente per un bel pezzo. Sbuca Walter: "eccolo! Il passaggio, ricordo quella lama!". Va avanti, "non trovo, non si passa, ma è qua! Dov'è?". Maldido dove sei? Altre processioni tra la lama e il "fondo". Dieci metri scarsi. Niente.

     Vedo una cosa. "Chi ha perso quell'accendino?", grido. "E' mica rosso?" urla Marino. "Sì!". "L'ho visto sotto la faccia, quando sono uscito dalla fessura più porca! Un accendino rosso" (3). "Bianca e rossa, che sembrava

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(1) Brevetto CGEB - NABRESCINZA -NAVOOSAP, Canin '78.

(2) Cfr. QOHELET, trad. Ceronetti.

(3) Nome passato di John, da baracchinista.

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il tricolor..., ERA LI' e l'amore lo colpì" cantava Jannacci. E via! Più sotto un barattolo-miracolo, fine delle preoccupazioni e della luce fioca (una acetilene, sfondata, aveva consumato un po' troppo). Sarà sera, la luna, chissà?, e si canta assai per lo splendido meandro che porta al grande fiume, un suono di Piaggia Bella tra i saloni di frana ed il torrente gigante. E' molto tardi ma, senza orologi, la fretta è fregata. In fondo saranno preoccupati che non ci sia capitato niente, vediamo di non farcelo capitare. Il Regioso-C1, l'unico grande abisso sfuggito agli esploratori piemontesi dai tempi lontani del Solai (Baden, cunta nen) e inconfutabile prova di un'alta capacità esplorativa poco disposta, a differenza di altre nobili figure di Cacciatore del Buca, a farsi fermare da frane e strettoie.

     E il piacere del sole doma tutto, lo scioglie. Un abbraccio e vari bicchieri al Tiglio, con Anna, Luciano, Marina, Tullio, Carlo, Muddu "il maldido", i primi che ci sono venuti incontro quel lunedì a Viozene e la promessa che continueremo a lungo a romperci le scatole, i lunedì: lavorativi...

     Un pensiero a fratello Cochise che tenne a terra un grande uccello di acciaio...

Martedì: 12 giugno

 

ANDREA GOBETTI

 

 

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TECNICHE.

discensori autobloccanti

     E' iniziata l'inflazione dei discensori autobloccanti. Il problema da risolvere è quello di sostituire il Petzl (o meglio, il Dressler, dal nome del costruttore) con un attrezzo che in caso di perdita di controllo dell'operatore, ne arresti la caduta,

     Personalmente non vedo quest'utilità incredibile nella risoluzione di questo problema, ma non ho nulla in contrario ad un marchingegno che migliori il Petzl. Ma i discensori finora usciti sono ancora in alto mare.

     Mettiamo da parte il discensore progetto Villa comparso sulle pagine del bollettino precedente: non sarà mai in produzione e, peraltro, contiene un'idea interessante ma è ancora da sviluppare.

     I tre discensori commerciali autobloccanti comparsi sono il Kong (Bonaiti), il Diablo (Pordenone), il DAD (di Dressler). -

IL DIABLO

     Iniziamo con il Diablo, il più infame, discensore che anche un mercante di Delhi si vergognerebbe di vendere.

     E' un Petzl reso autobloccante con una maniglia. Non importa che non abbia capito com'è fatto, né del resto mi è venuta voglia di fare i disegni. Lo cito perché è un eccellente cattivo esempio.

     Anzi questo articolo si può intitolare

ES TERMINADO EL DESCENSOR, DIABLO (°)

che è quanto temevo di esclamare a metà di un pozzo, per esempio il trecento del Don Ciccillo scendendo con quest'infernale aggeggio, fornitomi da provare da Repetto il cui abbietto subcosciente, evidentemente, mi odia. L'ho collaudato scendendo il Don Ciccillo e a Piaggia Bella con un totale di circa 1100 metri di corda. Il suo stato finale testimoniava le economie che il costruttore ha fatto nella scelta dei materiali. Era divorato, la carrucola d'attacco-consumata fino al perno d'attacco della maniglia, l'alluminio da pentole delle barre di tenuta (che sono, appunto di tenuta) è tanto duro da essere intaccato in corrispondenza del punto d'attacco del moschettone.

     E' incredibile che qualcuno si metta in giro a vendere schifezze simili. C'è da dispiacersi per le pentole che l'ignoto (a me) costruttore ha dovuto sacrificare per mettere insieme quella cazzata. Mi auguro invece che , mancandogli le pentole, smetta di fare discensori, per pensare a farsi da mangiare. Diablo fa le pentole, Petzl i discensori. Es terminando el descensor, Diablo. Ma non basta.

     Come è noto tutti gli oggetti hanno materia e forma. La materia è ignobile, passiamo alla forma. Bloccare blocca. Ci si fa il culo a tenere la maniglia, si dan le nasate quando, contro parete, farebbe comodo non aver tutte e due le mani occupate su quel pezzo di alluminio che vi svanisce sotto gli occhi, ma pazienza, bloccare blocca (sai poi chi se ne frega che blocchino, lui o il Kong). Ma c'è dell'altro. Il costruttore non soddisfatto dello sfa-

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(°) Per i subnormali: significa "è finito il discensore, Diablo".

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scio di pentole da lui compiuto in cucina (spero che la moglie o la madre lo picchi), ha pensato bene di mettere un nottolino per bloccare in posizione "libera" il discensore. Il nottolino è un pezzettino (penso di acciaio anche se non mi stupirei fosse legno verniciato) di uno o due millimetri quadri di sezione. Il costruttore, evidentemente, non ha calcolato i carichi. Se qualcuno, stufo di impugnare la maniglia (alla lunga è faticoso) decide di bloccarla col nottolino, carica questo all'incirca di tutto il carico che vi è sul discensore (e forse anche un po' di più). Il nottolino non viene caricato a taglio (già da incoscienti) ma a flessione. Il risultato è che se qualcuno prova a fare una frenata brusca con la maniglia bloccata. il nottolino salta, la maniglia scatta ed il discensore inchioda sulla corda. Tutti, salvo evidentemente il costruttore, sanno cosa può significare una inchiodata su delle corde statiche.

     Forse, mi auguro che sia così, il nottolino non è stato fatto per scenderci sopra ma solo per tener chiusa la maniglia perché non dia noia nelle strettoie. Sarebbe utile perché in effetti questo discensore ha una abilita diabolica (Diablo) ad allungare la maniglia ad ancorarsi dappertutto. Ma il nottolino rimane lo stesso inutile perché la sua sede si riempie rapidamente di fango e ci si deve tenere questa specie di ancora appesa in vita nei meandri. Ed inoltre, se il nottolino è stato fatto a questo scopo. è da incoscienti lo stesso perché idioti che ci scendano sopra, stufi di tener la maniglia, se ne troveranno di sicuro.

     Ho parlato del Diablo, perché come ho detto è un ottimo cattivo esempio. Mostra come si possa fare, in un settore estremamente pericoloso come è quello dei discensori, degli aborti. Difetti come quelli enunciati erano rimediabili con un po' di collaudo. Ma collaudo non significa provarlo in casa: significa provarlo sul serio.

IL KONG

     Passiamo al Kong. Questo è evidentemente pensato con una certa cura: Bonaiti non può permettersi di uscire con diabloate.

     Ho poco da dire perché, sostanzialmente, non l'ho provato. Lo ha però provato gente che ho in grande stima, deducendone che anche quello, seppure, sia chiaro, ad un discreto livello, è una stupidaggine. E' troppo duro. non è compatto, lo si deve staccare dall'imbrago per montarlo sulla corda. Ha però il vantaggio che quando uno si scazza di tener quella maniglia lo monta alla rovescia: è veloce e pericoloso ma almeno si scende.

IL DAD

     Ed ecco infine il Dad, progetto Dressler. Con tale progetti sta non poteva essere una cazzata e infatti non lo è.

     Anche questo me lo ha dato di provare Franco, che ha evidentemente deposto i propositi omicidi nei miei confronti. L'ho provato scendendo nel Gortani fino a -450 m. E' un collaudo sufficiente per vedere se ha gravissimi difetti ma non basta, ovviamente, a valutare bene l'attrezzo.

      E' un po' sul principio degli altri due ma enormemente più furbo e ben valutato come carichi. La superficie di bloccaggio è grande e dunque non rovina la corda. Lo si può usare anche in tutta sicurezza, come discensore normale, passando facilmente da una posizione all'altra molto agevolmente. Funziona su corde di grosso diametro.

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     Ha un paio di difetti. Il primo è un "punctum dolens" di tanti discensori; per montarlo sulla corda bisogna staccarselo. A parer mio questo è un difetto grave. Non so quanti speleologi riuscirebbero, rimasti senza discensore a metà di un grande pozzo, ad andarsene elegantemente (senza aborti tipo mezzo barcaiolo) fino alla base. Visto che c'è l'occasione riporto il disegno dell'unica tecnica sicura per sbrogliarsi. E' l'accoppiamento di due freno-moschettone (usarne uno è pericoloso) e funziona egregiamente. L'altro difetto del DAD (taciuto quello di avere decisamente una forma fallica che lo rende vagamente buffo e che penso gli farà avere il soprannome di CAZ (ideato da Avanzini) è quello che la maniglia di sbloccaggio è in alluminio ed ho notato che, sui pozzi lunghi, fa brutta impressione tenere fra le mani, ben stretto, un pezzo di metallo sempre più caldo.

     Forse di difetti ne ha altri ma, per ora, non me ne sono accorto. Per quel che l'ho provato è il più valido discensore autobloccante.

     Mi rimangono però, lo ripeto, forti dubbi sulla utilità di questi marchingegni che richiedono le due mani per poter scendere. Penso sia questione di gusti.

     Concludo con una cosa che c'entra poco. Svanitomi sotto le mani il Diablo e rimasto senza il discensore, ho comprato a caro prezzo dal laido bottegaio genovese un discensore vero, quello bello, che si scende così bene, che è un piacere montare sulle corde, che se si molla la corda si casca: un Petzl singolo con clicchetto per l'appunto. Ne ho letto le istruzioni (per cultura generale) ed ho scoperto, esterrefatto, che Petzl, fabbricante di marchingegni, non sa calcolare un po' di forze. C'è scritto infatti che il notissimo paranco con due dressler e due carrucole riduce lo sforzo alla metà del carico applicato quando, invece, è elementare che lo riduce ad un terzo. Infatti recuperando tre metri di corda il carico sale di uno. Anche ai vertici della tecnica il livello delle conoscenze fisiche non ha ancora raggiunto quello dell'esame di Fisica I. Eppure un sacco di gente blatera di carichi strappi e varie madonne. Cari Petzl e tecnici vari, che non sia il caso di studiare un po'?

 

GIOVANNI BADINO

 

 

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RECENSIONI

Enzo Bernardini, Le Alpi Marittime e le meraviglie del Monte Bego. Volume di 303 pag. con 335 foto a colori e disegni. SAGEP, Genova 1979, L.24.000.

     L'opera, il cui Autore è noto per diverse altre pubblicazioni riguardanti la preistoria delle Alpi Marittime e in particolare le incisioni del M. Bego, è una trattazione piuttosto esauriente sugli aspetti naturalistici, preistorici ed etnico-culturali delle Alpi Marittime. Ed è appunto in queste tre parti che viene presentato al lettore il territorio di quello che, secondo le speranze dell'Autore, sarà in un futuro più o meno lontano il "Parco internazionale delle Alpi Marittime".

Nella prima parte sono trattati gli aspetti geologici e geografici, con flora e fauna; un certo spazio è dedicato all'aspetto carsico della regione, con cenni sulle principali esplorazioni speleologiche del Marguareis-Mongioie. La seconda parte, più specifica, tratta delle incisioni rupestri del M. Bego, un patrimonio inestimabile ed unico, studiato e valorizzato per la prima volta scientificamente alla fine del secolo scorso da quel grande ed eclettico studioso del Bicknell; fa seguito una guida dettagliata per la visita alle incisioni. Nella terza ed ultima parte del libro vengono esposti gli aspetti storici, culturali ed etnici; grande rilievo viene dato all'architettura medioevale, di cui restano innumerevoli esempi nei paesini delle Alpi Marittime, il tutto illustrato da belle fotografie e da una cartina dei borghi medioevali .

      L'Autore conclude osservando che tutto questo inestimabile patrimonio di natura e di storia corre gravissimi rischi, dato che è infrenabile il progressivo esodo delle popolazioni dalle montagne. La soluzione che preconizza l'Autore è quella dell'istituzione del "Parco internazionale" suddetto. Non si può non essere d'accordo se il fine del Parco è quello di preservare intatti l'ambiente naturale ed etnico, purtroppo vediamo che sovente non è quella dei Parchi la soluzione ideale. Nel caso specifico delle Alpi Marittime, esistono delle vere e proprie "isole" che si sono conservate pressoché intatte (ad es. Marguareis e Mongioie e zone limitrofe) proprio grazie alle difficoltà naturali di accesso ai veicoli e alla lontananza dai centri abitati. Si impedisca quindi la caccia, certo, ci si opponga nel modo più assoluto alle speculazioni edilizie e di altro genere, ma si eviti anche (e soprattutto) di incanalare parte del turismo della vicina costa ormai soprasatura nell'entroterra, come viene proposto, allo scopo di alleggerire la congestione dei piccoli centri della costa ligure; la soluzione non sta certo nel costruire strutture che facilitino l'afflusso turistico, sia pure regolamentato da un "Parco", come strade, recettività alberghiera, campeggi, ecc. Certo, si potrebbe forse in parte rimediare allo spopolamento progressivo della montagna, ma a che prezzo! Lasciamo quindi alla Montagna, almeno in questo caso, le proprie difese naturali che, da che mondo è mondo, sono sempre state le più valide ed evitiamo nel modo più assoluto di parlare di turismo seppure regolamentato: chi lo desidera, esente il richiamo della natura, sarà sempre in grado di godere delle bellezze naturali che un complesso come questo può offrire.

G.V.

 

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PUBBLICAZIONI DI MEMBRI DEL GSP

     Su "Scandere" 1978, annuario della Sez. Torino del CAI, è stato pubblicato un articolo di Andrea Gobetti dal titolo Il gioco della speleologia. E' tra i più riusciti di Andrea.

     L'annuario 1978 "Liberi Cieli" del CAI-UGET, abbellito in copertina da una foto a colori di Giuliano Villa che ritrae un angolo nei pressi del sifone di Bossea, riporta un articolo di Danilo Coral sull'avventura al Berger (Vivere "sotto" è bello...), con una foto di Lele Marzano scattata nell'abisso Duca degli Abruzzi e una di Piaggia Bella dello stesso Villa.

     Vi è riportata anche l'attività del Gruppo nell'anno, a cura di Villa: da essa apprendiamo tra l'altro che in due anni il fotodocumentario "Marguareis sotterraneo" era giunto alla 50a proiezione.

 

     Nel bel libro di Enzo Bernardini "Le Alpi Marittime e le Meraviglie del Monte Bego" (v. recensione su questo numero), tra le varie foto che illustrano il cap. sul carsismo, 9 sono di G. Villa e riguardano il lago Biecai, la grotta di Bossea, l'abisso Volante, Piaggia Bella e il Ferà.

 

     Sul n. 7-8/1979 della Rivista Mensile del CAI è comparso finalmente l'articolo di Danilo Coral sul complesso sotterraneo C. Fighiera. In esso l'autore è riuscito magistralmente a concentrare in sole 4 pagine (compresa foto) la storia delle esplorazioni di questo grosso abisso sino al 1977, storia che necessiterebbe quindi di non pochi aggiornamenti. Va precisato però che l'articolo ha raggiunto la redazione della RM nello stesso 1977, dieci giorni dopo essere stato scritto, e che da allora è rimasto in quarantena in quella sede prima di essere pubblicato; Uguale trattamento non è stato riservato ad altri articoli di speleologia (anche ben più lunghi) usciti negli ultimi due anni sulla RM: "Speleologia in Africa" di Novelli è uscito sul n.1-2/1977 e si riferisce a attività di agosto '76, l'Antro del Corchia di Mandini-Zuffa sull'11-12/1977 e l'esplorazione è di fine inverno '77, l'Abisso Coltelli di Bernacchi sull'11-12/1978 e l'abisso è stato fatto in agosto '78. Nel frattempo c'è stato modo di pubblicare i due "Contributi alla conoscenza della speleologia" di Salvatori (6+8 = 14 pag.) sui nn. 1-2 e 3-4/1978. "Paleo-carsismo e neocarsismo" di Rodriquez (2 pag.) sul 7-8/1978 ed infine "Le maggiori esplorazioni speleologiche effettuate in Italia nel '78" di Balbiano (5 pag.) sul 3-4/1979, articolo dove buchi poco importanti hanno più spazio di complessi come il Fighiera dove nell'anno si è lavorato molto. Appunto, il Fighiera non è l'ultimo abisso di questo mondo, e anche per questo, quindi, l'articolo di Danilo poteva essere considerato con più riguardo: i maligni indicano come responsabile della malefatta il capo-rubrica della RM per la speleologia, per i risentimenti che poteva avere verso lo stesso Danilo e verso Di Maio, i quali tempo prima erano stati tra quelli che più si erano opposti a un suo rientro nel GSP (Di Maio è implicato nella faccenda dell'articolo perché si era incaricato di farlo recapitare direttamente al Direttore responsabile Giorgio Gualco, il quale però l'ha fatto fatalmente rimbalzare

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per competenza al capo-rubrica suddetto...). Comunque sia, un fatto è certamente biasimevole ed è questo: il capo-rubrica, preso poi contatto con l'autore dell'articolo, gli aveva imposto alcune modifiche al testo, più che altro di carattere opportunistico e diplomatico, che si sono dovute accettare se si voleva che l'articolo uscisse. Questo di mettere in riga gli articoli altrui secondo un ossequioso clichè di perbenismo e di innocuità assoluta, è un suo malcostume che mi faceva incazzare quando anni addietro lui si occupava con me del nostro bollettino, malcostume che non gli è passato.

(M. Di Maio)

 

     Dante Vailati, La speleologia in terra bresciana. Grafo Edizioni, Brescia, 1979. (L.7000).

     L'Autore presenta in 150 pagine un completo ed esauriente quadro del fenomeno carsico nel territorio bresciano. Non capita purtroppo di frequente di avere tra le mani lavori di questo genere, in cui la scorrevolezza e la facilità di lettura non siano sacrificati al rigore scientifico e alla documentazione. In effetti il libro si lascia leggere piacevolmente e soprattutto l'Autore non insiste su particolari tecnici che di solito rendono pubblicazioni di questo genere o aride e indirizzate esclusivamente a "gente del mestiere", oppure forzatamente incomplete e imprecise se indirizzate al vasto pubblico.

     L'Autore esordisce rifiutando di dare un'ennesima e insoddisfacente definizione di "Speleologia", in quanto non è possibile, essendo un'attività che spazia in campi vastissimi. Segue una succinta esposizione sul carsismo in genere e sulla speleogenesi e poi sulle principali attività in grotta. Particolare risalto è dato alla biospeleologia (il Gruppo Grotte Brescia ha vantato illustri studiosi in questo campo) e numerosissime sono le foto e i disegni. Seguono un centinaio di pagine con le descrizioni delle grotte bresciane, illustrate da numerose foto in bianco e nero. Chiude il volume una sintesi dell'attività speleologica bresciana, le cui origini datano ben dalla fine del secolo scorso; ma è soprattutto a partire dagli anni Venti che con Corrado Allegretti (cinquant'anni di attività speleologica) la speleologia a Brescia ha avuto un notevole impulso.

(G. Villa)