1

pagina
originale

 

GROTTE

anno 21, numero 67 - sett.-dic. 1978

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

 

SOMMARIO

2

La parola al presidente

3

Per l'assassinio di Guido Rossa

4

Notiziario

7

Per una Commissione del CAI per la speleologia che sia espressione della base attiva

8

Attività di campagna

10

La ballata di Novembre

12

Le esplorazioni all'abisso Dolly

14

Abisso Guaglio

15

A16 Tappo di ghiaccio

16

Recupero e rilievo al Gaché

19

Una piacevole domenica all'Omber

20

Rio Martino: nei rami di John

21

Un buchetto interessante

22

L'incontro del Soccorso alle Carsene

26

Note tecniche varie

34

Arma del Lupo inf.: il nuovo armamento

35

Pubblicazioni ricevute

 

 

 

Redazione:

Marziano Di Maio

(resp.)

 

Giovanni Badino

 

 

Andrea Gobetti

 

 

 

 

Stampa: LITOMASTER

 

v. Sant'Antonio da Padova, 12

 

 

 

2

pagina
originale

 

la parola al presidente

     Il 23 novembre '78 il nostro gruppo ha compiuto venticinque anni.

     Non è il caso di dare una eccessiva importanza alle ricorrenze, non mi pare però sbagliato accennarvi.

     Unico tributo che desidero versare agli storici fondatori (Beppe Dematteis, Paolo Chiesa, Checco Messina e Eraldo Saracco) è quello di esprimere l'opinione che abbiano avuto un'ottima pensata a creare questo gruppo nel quale convivono i più disparati esemplari di esseri umani.

     Sul "come" è meglio stendere un pietoso velo. Qualcosa si potrebbe ricavare ascoltando i discorsi serali degli sciatori del Malanotte, altre indiscrezioni potrebbero trapelare da qualche osservatore inviato a partecipare ai festeggiamenti saltuariamente indetti dai membri in circostanze a loro care. Può riuscire istruttiva, a questo riguardo, anche la lettura di Poemi Eroici, il cui reperimento è però difficoltoso perlomeno quanto quello di un testo originale di Alchimia. Sorvoliamo poi, per pudore, su quanto si sussurra nei famigerati "cinque minuti del mettibene", noto mezzo per assicurare compattezza al gruppo.

     Così fino ad ora; riuscirà in futuro il G.S.P. a reperire, sul mercato degli amanti della speleologia, elementi in grado di conservare al gruppo le sue caratteristiche?

     Molti si augurano di no.

     Alcuni lo sperano improbabile.

     Io lo credo inevitabile.

 

Piergiorgio Doppioni

 

 

3

pagina
originale

 

     Guido Rossa. il sindacalista dell'Italsider di Genova ucciso il 24 gennaio 1979 e al quale il Presidente della Repubblica ha conferito la medaglia d'oro al valor civile, era anche stato un grande arrampicatore del CAI-UGET (era Accademico del CAI). Nel 1963 era stato in Nepal con la spedizione ugetina al Lirung in cui morì il nostro Ciccio Volante. I vecchi del GSP avevano potuto apprezzarne, oltre al valore alpinistico, le notevoli doti umane che sono state alla base del suo grosso impegno sociale e civile; i giovani. che non lo conoscevano di personal no andavano scoprendo la figura quando ripetevano le sue vie sulle pareti ...

 

PER L'ASSASSINIO DI GUIDO ROSSA

Se mai coloro

che hanno ammazzato Guido

si prendessero quel diedro nel sole

da dove Valle Stretta canta all'Infinito

e piangessero alla Sosta dei Pini

quel giorno perdoneremo.

Contro la vita non potete andare

né noi dimenticare.

 

     Hanno ammazzato Guido Rossa. Sono molti, moltissimi gli uomini non abituati a esternare dolore che sentono l'amaro senso di vuoto dove era il posto dei ricordi belli. In molti tra i più giovani abbiamo vissuto giornate indimenticabili seguendo i suoi passi sulla parete, scoprendo così la delicatezza del suo tocco, l'amore profondissimo per la Vita e la Natura, il coraggio, l'intelligenza e l'estetica, la lealtà. tutte le doti che avevano reso possibile aprire quelle vie verso la libertà.

     La pazzia di chi l'ha ucciso è contro gli uomini.

Andrea Gobetti

 

4

pagina
originale

 

Notiziario

Assemblea di fine anno

     L'assemblea di fine anno 1978 del GSP si è tenuta in gennaio, con o.d.g. consueto.

     A nome del presidente e dell'esecutivo Badino ha dato relazione dell'attività svolta, specie per quanto riguarda le esplorazioni, lasciando poi la parola ai responsabili delle varie attività. Arietti parlato dell'OPS e del Catasto, Perello del magazzino, Villa delle foto (numerose proiezioni in varie sale italiane), vari per la Capanna Saracco -Volante, F. Mazzer ha illustrato la situazione finanziaria (che si presenta discreta), Di Maio quella del Bollettino (Villa comunica un aumento degli abbonamenti e delle richieste di scambio), Garelli quella dell'archivio (è giunto il rilievo del Fighiera quasi completo) e della segreteria. Per la biblioteca, Villa ricorda l'acquisto di molte pubblicazioni e il quasi completamento della bibliografia analitica aggiornata (solo da dare alle stampe praticamente).

     Sono stati poi nominati i membri aderenti ed eletti 23 membri effettivi per il 1978, che sono:

Paolo Arietti. v. Cavour 3, Brusasco, t. 91.72.20

Aldo Avanzini

Giovanni Badino, v.Scatti 7/5, Savona, 019+28452; v.Airasca 4, Torino, 33.25.01

Enzo Baiardi, c. Traiano 27, 61.27.09

Piergiorgio Baldracco, v. Case Ostino 67, Cavagnolo (TO)

Margherita Coppa, p. Carducci 130,69.56.46

Danilo Coral, v. Luini 126, 73.68.39

Marziano Di Maio. v. Cibrario 55, 75.12.53

Piergiorgio Doppioni, c. Vittorio Em., 83.76.11

Uccio Garelli, v. Caraglio 7, 37.44.90

Tony Giagnorio, v. San Rocco 12, Foresto

Giovanni Gili, v. Manzoni 4, Pianezza, 97.76.888

Andrea Gobetti, str. Reaglie, 89.04.21

Franca Maina , fraz. Mezzi 36, Verrua , 0161 +84.39.28

Michele Marro, v. Benevento 18, Priola (CN)

Lele Marzano, v. G Medici 37, 76.14.56

Flavio Miniscalco, v. Caraglio 75, 335.84.68

Paolo Oliaro, v. Cairoli 12, 83.28.67

Marco Perello, v. Feletto 35, 27.09.82

Maurìzio Sonnino, v. Da Verazzano 46, 59.76.23

Meo Vigna, v. San Bernolfo 61, Mondovì, 2258

Giuliano Villa, c. Traiano 24/12, 61.99.610

Walter Zinzala, c. Lecce, 76.89.20

Gli aderenti sono 40:

Mauro Agazzini, Castelrosso di Chivasso, 910.66.31

Vittorio Baldracco, v. Case Ostino 67, Cavagnolo

Didi Benevolo, c. Galileo Ferraris 20, 52.76.58

Stefano Benusiglio, v. Susa 7, 74.12.80

Roberto Bonelli, v. Airasca 4

5

pagina
originale

 

Luigi Bosco, v. Don Grioli 15, 309.46.33

Pier Luigi Carena, v. De Gasperi 35, Cambiano, 94.40.520

Archille Casale, c. Raffaello 12, 650.64.35

Pier Carlo Curti, c. Orbassano 255/F, 35.77.61

Carlo Cazzola, v. Monginevro 136, 37.60 .61 (Ormea 51196)

Laura Deker, v. N. Bianchi 66, 79.44.16

Claudio De Regibus, v. Susa 9, 74.57.46

Attilio Eusebio, v. Arquata 13, 50.35.98

Francesco Franco, v. Centallo 26, 24.19.33

Riccardo Francone, p. Hermada 10, 83.72.52

Edoardo Gallardo , v. delle Scuole, Brusasco, 91.72.10

Gianna Gianelli, c. Svizzera 10, 77.89.75

Piero Giordano, c. Un. Sovietica 397, 61.09.60

Adalberto Longhetto, fraz. Coggia 27 A, Moncestino, 0142+945276

Massimo Maina, fraz. Mezzi 36, Verrua, 0161+84.39.28

Marco Mantovani, str. Val Pattonera 163/26, 696.65.42

Franca Mazzer, v. Domodossola 23, 77.72.42

Laura Ochner Baldracco, v. Case Ostino 67, Cavagnolo

Dario Pecorini, c. Traiano 109, 61.91.153

Elio Pulzoni, v. Vicarelli 10, 30.94.904

Walter Segir, c. Beato Ignazio 43/E, Santhià, 0161+93673

Massimo Sibour, v. Cimabue 7/B, 30.37.32

Simonetta Alessandri, v. Salvolini 15, Faenza

Patrizia Squassino, v. S. Anselmo 18, 68.13.95

Gianluca Tesio, str. Revigliasco 216, 860.93.19

John Toninelli, c. Regina Margherita 205, 48.81.94

Valeria Valli, c. De Nicola 28, 59.13.54

Enrico Verra, v. Cassini 67, 59.12.46

Mauro Villone, c. Casale 239 bis, 89.82.98

     Mancano gli indirizzi di Luciano Bertella, O. Bravin di Asti, Guidi, Pautasso, A.Viglietti e Zanone.

     E' stato riconfermato presidente Piergiorgio Doppioni, come sono stati riconfermati gli altri quattro membri dell'esecutivo e cioè Giuliano Villa, Giovanni Badino, Danilo Coral e Marco Perello (primo escluso: Meo Vigna).

 

Inaugurazione del bivacco Lusa-Lanzoni

     Il 15 ottobre è stato inaugurato sul M. Corchia, a una ventina di metri dall'ingresso del Fighiera. il bel bivacco costruito dai faentini e imolesi, di cui si è detto sull'ultimo numero del bollettino. La posizione, sia dal punto di vista estetico che da quello dell'utilità, è ideale. Minuscolo com'è, riesce a ospitare un buon numero di gente grazie all'estrema razionalità con la quale è stato progettato.

(G.B.)

Una targa all'abisso Fighiera

     Nella stessa giornata dell'inaugurazione del bivacco Lusa-Lanzoni abbiamo posto, in conformità al nostro desiderio e agli impegni presi al

6

pagina
originale

 

Convegno Toscano e al Congresso naz. a Perugia, una lapide all'ingresso dell'abisso. Spero che questo liquidi le polemiche sul nome vero dell'abisso, se Buca del Cacciatore o Fighiera (né l'uno né l'altro, naturalmente, perché il nome vero è ignoto agli uomini).

     Il testo della lapide è "A Claude Fighiera". La lapide è orientata in modo che alla data di morte di Claude (equinozio d'autunno) il sole al meridiano la illumini a perpendicolo.

(G. Badino)

Il 13° Congresso naz. di Speleologia

     Si è svolto dal 30 settembre al 4 ottobre a Perugia, organizzato in maniera a dir poco encomiabile, il 13° Congresso naz. di Speleologia. Ci risulta che tutto si sia svolto benissimo. Da parte nostra abbiamo potuto partecipare per due soli giorni presentando, extra congresso, una relazione sul Fighiera con il rilievo.

(G.B.)

Varie

     Proiezioni del nostro fotodocumentario si sono svolte in ottobre in occasione di una serata dell'UGET al Salone internaz. della Montagna, il 22 novembre in sede in preparazione alla gita sociale UGET all'Arma Pollera (svoltasi il 26 novembre e ottimamente riuscita), il 15 dicembre a Grugliasco.

     Ci sono giunti auguri, che ricambiamo, dal Centro Ricerche Carsiche "C. Seppenhofer" di Gorizia (giunto a -750 nell'abisso Camici), dalla Soc. Adriatica di Scienze Naturali di Trieste, dal Gruppo Triestino Speleologi e da M. V. Pastorino.

 

è uscito il MANUALE DI SPELEOLOGIA

a cura della SSI, edito da Zanichelli

volume rilegato di 580 pagine interamente

illustrate con disegni e foto a colori. L. 16.000

per il GSP al prezzo speciale di 13.500 £

presso la Libreria Dematteis, v. Sacchi 28 bis

 

7

pagina
originale

 

PER UNA COMMISSIONE DEL CAI PER LA SPELEOLOGIA

CHE SIA ESPRESSIONE DELLA BASE ATTIVA

     Da tempo esisteva, in seno al Comitato Scientifico del Club Alpino Italiano, la Sezione Speleologica.

     Recentemente è stata costituita una Commissione del Cai per la Speleologia i cui membri sono stati nominati dalla Sede Centrale, in pratica assorbendo i membri della sciolta Sezione Speleologica del Comitato Scientifico. Coloro che hanno proceduto alla creazione di tale commissione hanno inoltre pensato che fosse opportuno inserire nella commissione stessa un rappresentante della Sezione Speleologica del Soccorso Alpino e hanno quindi proceduto alla sua nomina scegliendo la persona senza neanche sentire l'opinione del Soccorso Speleologico.

     Poiché in seno al CAI sono organi di collegamento tra la Sede Centrale e la base i convegni interregionali (nel nostro caso il Convegno delle Sezioni Liguri, Piemontesi e Valdostane), veniva dai gruppi speleologici CAI di tali regioni indetta una riunione per discutere la questione .

     Nel corso della riunione veniva votata all'unanimità una mozione in cui si precisa che i Gruppi speleologici CAI del Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta, riuniti in assemblea, mentre accolgono con soddisfazione la creazione in seno al CAI della Commissione per la speleologia, dissentono dal modo con il quale sono stati nominati i suoi membri e chiedono che questi ultimi vengano nominati dalla Sede Centrale su indicazione degli stessi gruppi speleologici.

     Sui principi affermati nella mozione si sono dichiarati d'accordo anche i neo nominati membri della Commissione presenti alla riunione, cioè Carlo Balbiano e Guido Peano .

     La mozione veniva dallo scrivente letta alla sezione del convegno di Genova delle sezioni Liguri, Piemontesi e Valdostane (L.P.V.). L'applauso dei delegati presenti e le dichiarazioni dei membri del Comitato e del Vicepresidente Priotto confermavano l'accordo dei presenti sui principi esposti.

     Per quanto riguarda le regioni Liguria, Piemonte e Valle d'Aosta, i rappresentanti dei gruppi interessati si accorderanno per stabilire in che modo si dovrà procedere affinché i principi esposti trovino una pratica attuazione. Il nostro gruppo ha ritenuto opportuno dare relazione di questi fatti sperando che le opinioni espresse dai gruppi di queste tre regioni siano condivise dagli altri Gruppi Speleologici italiani, in modo da arrivare ad avere una Commissione per la Speleologia che sia espressione della base attiva, nel settore speleologico, e non ottenuta attraverso nomine dall'alto di persone che non necessariamente sono partecipi dei problemi della odierna speleologia e, soprattutto, non necessariamente validi portavoce delle opinioni di chi effettivamente va in grotta.

 

Piergiorgio Doppioni

 

8

pagina
originale

 

Attività di campagna

     3 settembre 1978, abisso Fighiera. Badino, Coral e Avanzini scesi nel Corno destro pozzi 100+45+33 e giunti a -670 su un p. 30 che termina con una strettoia.

     3 Sett., Eusebio con Carlo e Giorgio a Rio Martino.

     10 sett.. M. Coppa e D. Coral con Mureddu e "Guru" del GS Imperiese: traversata C1-Regioso (Ormea), v. articolo sul boll. scorso.

     Eusebio, Curti, Mamo e Villone scesi a -72 nel B16 (Briga Alta) e fatto rilievo completo.

     Agazzini e Segir al Ferà.

     Zinzala vista una piccola cavità presso Ceres (Torino).

     15-16-17-18 sett., al Gouffre Berger sino al fondo (v. articolo sul numero scorso): Badino, Coppa, Coral, Vigna e Villa, con speleologi di Roma. Savona, Imperia e della Versilia.

     24 sett.: Arma Taramburla (Arietti, Gianelli, Maina, Villa), Grotta della Mutera (De Regibus con Marco di Asti), Ferà (Segir e Zinzala), buco nei porfiroidi in Val Varaita (Badino).-

     27 sett.-2 ott., Gouffre Berger. A. Gobetti con I. Delmonte, M. Bianchetti e Spartaco al sifone terminale. in appoggio a Martinez, Lucien, Perez, Fred, Yoel, Nanou ed altri francesi de Lou Darboun scesi a tentare i 9 sifoni di -1100.

     2 ott.. soccorso al Berger: Badino, Baldracco, Benevolo, Coral, M. Gobetti, Oliaro, Perello.

     1 ott.. grotta della Mutera: Baiardi, Bonelli. Coppa, Coral, Defilippis, Tesio, Villa e Zanone a far foto nella via d'acqua; Arietti, Gallardo, F. Maina, Zinzala e Franca a fotografare nei rami fossili.

Orso di Pamparato: Boby, Carena, Eusebio, Villone.

Giaset: Gili e amici.

     8 ott., Balma di Rio Martino. Curti, Doppioni, Eusebio. Mazzer, Villone con speleologi reggiani in esplorazione sopra la Sala Costa (trovata galleria nuova); F. Franco e figlia, Freilone e Gili per far foto.

     14-15 ott., A. Gobetti con Vianelli, Sivelli e Ago del GBS fatte battute sul M. Tambura (Apuane).

     14 ott., Abisso di Franzei (Rocca Pietore, BL), A. e G. Casale ,Di Maio con Bepi Pellegrinon e L. Piani, ricerche entomologiche. Il 15 ottobre stesse ricerche nel Giacominer Loch (Asiago, VI), A. e G. Casale, Di Maio.

     21-22 ott., Balma di Rio Martino: Zinzala con 2 amici al ramo di John; Curti, Eusebio e Mamo ritentata traversata della Sala Costa. Ricerca di cavità presso le Vene: Arietti, Baiardi, Coppa, Coral, Gianelli, Giordano, F. e M. Maina, Mazzer, Villa.

     28-29 ott., Gouffre Berger: Coral, Perello, Germani, Segir, Vigiani, Coppa, Eusebio, Villa, Pierluigi, Riccardo e altri (i primi 5 fino a -640).

9

pagina
originale

 

     29 ott., A16 di Piaggia Bella: Badino e Gobetti esplorazione fino a -125 (tappo di ghiaccio a -70 e fondo su neve). Rio Martino: Zinzala più un amico, superata fessura ai rami nuovi (vedi articolo).

     4 nov., Grotta della galleria del treno a Bergeggi (SV): Badino.

     4-12 nov., Ricerche sul M. Corchia (Apuane): Gobetti, Marzano e Sonnino con faentini, versiliesi e triestini della SAG. Esplorato il Baader-Meinhof sino a -450 con rilievo e disarmo. Espl. il ramo attivo delle Ludrie al Fighiera (chiude a -350). Alla Buca dei Gracchi e altre cavità. Scoperto dai faentini ed esplorato sino a -36 un possibile secondo ingresso al Fighiera sul Corno destro. Hanno partecipato il 10 nov. anche Curti e Eusebio (risalita fino a una finestra in un pozzo nel marmo).

     5 nov., abisso Dolly (Frabosa Soprana. CN): Coppa. Coral, Vigna (espl. fino -100, continua).

Artesinera: battuta da parte di Benusiglio, Gigli e Miniscalco.

Omber (BG): F. e M. Maina, Villa (fino a -250 per foto).

Caudano: Mazzer, Zinzala e 2 amici per foto.

     12 nov., esercitazione di soccorso all'Orso di Pamparato. Tana della Dronera: risalito da Vigna il camino finale, e trovato in cima un laghetto ile con fessura da allargare. Percorso fino in fondo con la muta il cunicolo finale completamente allagato.

     19 nov., abisso Dolly: continuata l'esplorazione da parte di Agazzini, Coppa, Coral, Vigna e Zinzala (fino a -220÷230, cont.).

Abisso Gaché: Badino con un francese, a recuperare e rilevare.

Caudano: Arietti, Gallardo, Giordano, F. e M. Maina con 15 visitatori.

     26 nov., gita sociale UGET all'Arma Pollera (Finale L., SV).

     2 dic., grotte del Caudano: Eusebio, Pulzoni e Vigna esplorano una fessura sul ramo del laghetto pensile che si ricollega su una galleria fossile.

     2 dic., Abisso Guaglio (M. Tambura, LU). Badino Con G. Carrieri del GS Savonese scesi fino al fondo (-660), rilevato da -570 a -650 e disarmato dal fondo a -350. V. articolo più avanti.

     7-9 dic., Grotta Gigante e Grotta Doria (Trieste): Gianelli e Villa per foto.

     10 dic., Arma del Lupo inf., Perello e Squassino (v. articolo con note tecniche aggiornate sull'armo). Rio Martino: Zinzala e un amico, superata fessura ai rami nuovi e trovata ostruzione per frana. Caudano: ricerche paleontologiche di Vigna.

     17 dic., Caudano: Coppa, Coral, Villa, Zinzala e un amico (visitata anche la nuova sala scoperta dai Saluzzesi).

     23-24 dic., Arma del Lupo inf. : Carena, Curti, Eusebio, Mantovani, Perello, Salvaia, Squassino, Villone, Zinzala ed altri.

     30 dic., Rio Martino: Giagnorio, Villa, Zanone, Zinzala e amici, foto.

 

10

pagina
originale

 

BAADER MEINHOF -450, 3° ABISSO DEL MONTE CORCHIA

la ballata di novembre

     Come tutti gli anni, quando non c'è una donna dagli occhi bellissimi, o Martinez, che ci porti ai tropici, l'autunno annichiliva nella serenità le animosità estive. Ma la temperatura continuava a non scendere. E la pioggia a non cadere.

     Allora è tempo di Fighierà. Ma.

     Nemo profeta est in patria.

     Avevo meditato anche su ciò tra l'amaro del Marguareis e la gioia del Berger.

     E ci trovammo venuti da Trieste e da Torino. E da Faenza e Pietrasanta dove anche lì il sole splendido, aveva detto che erano quelli i giorni di raccogliere il frutto ben maturo, prima dei tordi.

     E siamo alla Capanna di Antonio. Già al chiaro di luna si vedono le vette innevate della Corsica. A pochi metri l'entrata del Fighierà con l'erba alta migliore per sdraiarsi.

     Dipingo con nuovi colori quel San Giuseppe del '76... I Cavalieri venuti dal Nord, mio fratello con la mano destra nel cuore del Visconte, gli eroi soli come cani che chiedono nella tempesta pane per il popolo degli Uomini. L'abisso. Il Miracolo. L'abisso grande. Il diamante nero del Regno del Marmo.

     La primavera impazzì, mentre tutti divoravano esplorazioni, e dodici lingue e sei dialetti si incrociavano in ululati e sospiri tra gli scherzi implacabili dell'abisso. Gli uomini del Fighierà hanno riso molto.

     Tutto dentro quel buco dove ora stiamo tutt'attorno a pensare, in quella stessa notte quieta e poi non pensiamo più e ci si sente bene perché quello è un posto anche nostro e dà fiducia nel tempo, nel ritorno dei vecchi compari, nella sorpresa dei nuovi.

     I Gruppi nasceranno e moriranno, forse addirittura a Perugia diventeranno più educati e il buco resterà lì, fatto di niente immortale. Bella vita fa lo speleologo.

-------------------

     All'alba sull'orizzonte a nord-ovest, nitido come le vette della Cosica, apparve il Marguareis.

-------------------

     Durante la settimana, arroccati con tutti i viveri portati a spalla al bivacco, si va in esplorazione, Lele con Marco Marengo e Paolo Fonda prova il ramo attivo delle Ludrie, senza fortuna. Il 7, Icaro, Sergio Serra ed io attacchiamo il Baader Meinhof, cento metri più basso del Fighierà sul gelido (e gelato) versante nord del Corchia. Il buco fu scoperto e esplorato da Giorgetto e Doppioni nel '76 e poi ancora da Marco Perello e da me sino a -120 circa. Erano i giorni in cui i crucchi avevano cominciato ad ammazzare in galera quelli della banda Baader-Meinhof, e a noi fece impressione, chissà... forse per ricordi ancestrali.

-------------------

     Tutto si scioglie lungo le arrampicate in marmo bianco del B.M., ri-

11

pagina
originale

 

Abisso Baader-Meinhof (sezione)

12

pagina
originale

 

faccio la vecchia strada, troviamo un pozzo non sceso, Icaro e Sergio si preparano ad armarlo, ma a me le ispirazioni vengono meglio coi piedi per terra, traverso il pozzo in spaccata e seguo la frattura che si stringe solo un momento tra due lame, un attimo e sono di nuovo "in punta", con una galleria in discesa che mi sta facendo quella cosa.

     Quella cosa che non si può dire e che si può fare solo in grotta.

 

Andrea Gobetti

 

 

le esplorazioni all'abisso dolly

     L'abisso Dolly si trova ai piedi del Mondolè in una zona poco conosciuta dal punto di vista speleologico. Quest'area, molto vasta, è caratterizzata da numerosi fenomeni di carsismo esterno: doline, inghiottitoi, valli chiuse, sicuramente collegabili ad un sistema sotterraneo di discrete proporzioni. Fino a pochi anni or sono si conosceva in tutto il settore del Mondolè una sola grotta, la Balma ghiacciata, attualmente, nono stante le poche ricerche fatte, sono stati scoperti numerosi buchi soffianti. Di questi, abbiamo solo esplorato, seppur parzialmente, un bellissimo pozzo ghiacciato profondo oltre 80 m e l'abisso Dolly. La scoperta di tale grotta risale ad una domenica di ottobre del lontano 1976...

La scoperta

     Con Giorgetto a capo di una spericolata carovana di Land Rover raggiungiamo la "Balma", di qui, grazie alla destrezza degli autisti, proseguiamo per prati e doline verso ovest fino a raggiungere una grossa bancata di calcari. Scende dai vari automezzi l'orda famelica ed inizia l'invasione. Giuliano, con un buffissimo cappello d'aviazione residuo della prima guerra mondiale, e Andrea solo in mutande, conquistano la punta del Mondolè facendo fuggire due spauriti turisti, ed esplorano minuziosamente il versante sud della montagna. Noi ci occupiamo della zona nord, che battiamo metro per metro. Dario Pecorini ad un certo punto mi chiama, ha trovato una dolina di sprofondamento che sembra avere un po' di circolazione d'aria. Avvicino una sigaretta e mi accorgo subito che la grotta aspira : funziona quindi da ingresso basso, cosa strana essendo questa una zona di assorbimento situata già ad una certa altezza. La tal cosa non mi preoccupa affatto ed inizio subito a scavare aiutato da Giorgio e Paolo. Un'ora dopo sono sui bordi di un pozzetto ad una decina di metri dalla angusta strettoia appena allargata. Spit, rimando, 15 m, altro spit, 17 m e giungo in una saletta, sulla destra scavando riesco a percorrere altri 12 m in una fessura verticale. Alla base mi fermo su una instabile frana, sotto i miei piedi si apre un grosso pozzo che valuto sui 30 metri. Termina così la prima esplorazione, ritornerò ancora la settimana seguente con Carlo, dopo una faticosissima marcia nella neve da Prato Nevoso, per scendere il p. 30 e scoprire un altro pozzo di una quarantina di metri.

Due anni dopo

     Passano così due lunghi anni, il Visconte locale (parente prossimo del signor Visconte del Marguareis) riesce a difendere il suo incontrastato regno fino ad una stupenda giornata di novembre, quando in compagnia

13

pagina
originale

 

di Danilo e Margherita riprendiamo le esplorazioni.

     La grotta viene riarmata, la frana sul salto da 30 è smantellata, Danilo esplora un nuovo meandro, poi tutti e tre scendiamo un magnifico pozzo (si apre alla base del 30) di 40 metri a campana. Finiscono molto presto i pochi materiali racimolati in gruppo e così disarmando ritorniamo tranquillamente, o quasi, in superficie. Margherita supera la strettoia iniziale in pochi secondi lamentandosi però di aver raschiato un po' con il croll! Danilo ed io, freddati da simile battuta, ci abbandoniamo ad un pianto isterico. Dopo un parziale spogliarello e 5 minuti di iperventilazione Korang tenta di passare, ma è ancora troppo spesso, per dieci minuti la corrente d'aria cessa in tutta la grotta e riprende soltanto quando Danilo, completamente afflitto, rinuncia. Provo io, Margherita tira, Danilo spinge, bestemmie, urla, e finalmente passo. Danilo ritenta, lo aiuto come posso tirandogli il cappuccio della Marbac. Passano cinque interminabili minuti, nessuno parla, si sente solo qualche affannoso lamento, il suo viso col passare dei minuti diventa da un bel rosso vivo (fa molto freddo) ad un violetto, poi rosa carnino, poi un bianco latte che dura pochi secondi... Plop! Danilo è passato e riprende i suoi colori.

Meo Vigna

 

L'esplorazione del 19 novembre '78

     Il tempo è splendido, la voglia di entrare in grotta poca, al solito. Meo con qualche martellata ben assestata riesce ad allargare un pochino quella bastarda della fessura iniziale. Questa volta siamo più numerosi: Meo, Margherita, chi scrive, più Mauro Agazzini e Walter Zinzala.

     Alle 11 entriamo nel Dolly. Solito spogliarello pre-fessura, poi l'armamento e la discesa dei pozzi di 30, 10, 30 e 40 m. Alle 12 siamo all'imbocco del pozzo inesplorato.

     Scendo per 8 m sino a un terrazzino dove Meo mi raggiunge dopo aver piantato uno spit di ancoraggio. oltre il terrazzo il pozzo si allarga notevolmente. Filiamo una corda di 80 m, dopo di che riprendo la discesa, in un ambiente assai maestoso. A 10 m dal fondo è necessario frazionare. Alla base, dopo circa 40 m di discesa, la grotta ci regala una sorpresa: l'acqua di un rivoletto cola in un meandro di propor-

ABISSO DOLLY

(rilievo schematico non strumentale)

14

pagina
originale

 

zioni piuttosto rilevanti; ha tutta l'aria di continuare. Rapidamente gli altri mi raggiungono ed insieme proseguiamo nell'esplorazione.

     Dopo qualche decina di metri un improvviso restringimento e il forte abbassamento della volta ci fanno temere un brusco termine, ma poco oltre, dopo una breve strisciata in una pozzanghera, le nostre fatiche vengono abbondantemente ripagate. Il meandro infatti continua, alto in alcuni punti oltre venti metri e largo un paio, mentre le pareti offrono una dovizia di concrezioni piuttosto appariscenti. Il rivoletto d'acqua va sempre più ingrossandosi, arricchito inoltre da numerosi rigagnoli provenienti da diramazioni laterali, fra le quali in una l'acqua appare piuttosto profonda.

     L'ambiente è veramente stupendo, è dalle esplorazioni del Fighiera che non provavo un'emozione così durante una discesa in grotta! I vari saltini che superiamo in arrampicata ci fanno guadagnare parecchio dislivello e, ad una quota che valutiamo intorno ai -200 m, incontriamo una cascatella di discreta portata, alta tre o quattro metri, per superare la quale dobbiamo utilizzare le nostre imbragature a mo' di staffe (abbiamo lasciato i materiali e gli strumenti da risalita all'inizio del meandro, non supponendo affatto di proseguire così a lungo).

     Penetriamo quindi in una sala dalle pareti molto alte e il cui suolo è costituito da un piccolo lago. L'unica possibilità di avanzamento è rappresentata da uno strettissimo cunicolo sulla nostra sinistra. Questa volta sembra proprio che non ci sia più molto da sperare. Poco convinti iniziamo a strisciare, mentre le dimensioni si riducono a vista d'occhio. I quaranta metri che seguono sono veramente duri da superare ma oltre, inaspettatamente, riguadagnamo il torrente in un ambiente dalle proporzioni più accettabili. La grotta punta decisamente in direzione delle risorgenze di Artesina, site un centinaio di metri sotto di noi.

     A circa -220÷230 m di profondità e a forse mezzo chilometro dall'ingresso ci sbarra il passo un saltino con cascata alto 5 m; poiché è strapiombante, non è possibile scenderlo in arrampicata, ma oltre si intravvede chiaramente la prosecuzione, sotto forma di vasta galleria. Per questa volta può bastare, il resto alla prossima puntata.

     Siamo fuori in nottata, accolti dal solito vento gelido...

Danilo Coral

 

 

abisso Guaglio

     Nel quale scendo con Giampiero Carrieri del GS Savonese il 2 dic. '78. Si apre nel formidabile vallone di Arnetola, alle falde del Tambura, zone che diverranno santuari della speleologia. Partiamo con una 500 in pezzi da Savona e stranamente arriviamo a destinazione (il ritorno sarà molto più avventuroso). Camminata sulla neve e poi dentro in un buco che sembra un varco fra grossi massi. Unica strettoia e poi un pozzo di poco più di venti metri. La corda che finge di armarlo è di antichissime tradizioni. Cercando di dimenticare come la trattavamo, otto anni fa quando ero nel GSS, scendo. Prima zona elastica, poi parte uno dei più bei meandri che conosca: e scende, scende con pozzetti scemi, ma belli fino al fondo. Tutto pieno di arrampicate belle (a volte fin troppo) col rigagnolo sul fondo

15

pagina
originale

 

(raramente anche sulla testa). E' indubbiamente una grotta eccezionale, da corsi di speleologia almeno nelle prime parti. In breve tempo raggiungiamo i 570, dopo aver ristrutturato due pozzi che sennò erano bagnati in modo eccessivo, di lì rileviamo fino al fondo, uno specchio d'acqua sifonante di un metro quadro alla quota di 660 che Giampiero aveva previsto essere quella dell'abisso quando ancora a mezza estate, erano ai 250 in esplorazione. L'attenzione sommaria che rivolgiamo ad eventuali prosecuzioni non serve a nulla: occorrerebbe percorrerlo tutto in alto, almeno per guardare quanto è alto, ma con poca speranza di prosecuzioni. Un paio di arrivi, nella prima parte, son da risalire, tanto per vedere dove vanno a finire.

     Notevoli in questo abisso gli spit: gli armi, globalmente, sfiorano la perfezione, testimoni dell'altissimo livello tecnico di chi li ha messi. Le corde invece ne testimoniano il coraggio: ce ne sono certe che non si riesce a capire bene come facciano a reggere il loro stesso peso. Navali, industriali, da sette vecchie, mancano cordoni ombelicali e spago. Risaliamo, entrambi con passo delicato su questo marciume, recuperando il poco che vale la spesa fino ai 350. Poi usciamo ad otto ore dall'ingresso. Ribadisco la mia opinione: soprattutto per speleologi apuani è una grotta da corsi eccezionalmente bella.

Giovanni Badino

 

 

A16 tappo di ghiaccio

     L'ottobre del '78 è stato chiaro. Un giorno di festa che può trattenersi sul Marguareis nell'autunno maturo o anche non tornare mai più; Giovanni Badino ed io siamo sotto le stelle alle cinque del mattino ad armeggiare con la porta della Capanna. Liberi da impegni.

     Da Ormea ce ne siamo andati sulla sacralmente puzzolente 850 di Mau solo dopo la chiusura dei bar e delle case di amiche e amici del LORDA TREMENDA; Carlo, Michele, Luciano... ci salutano dopo che abbiamo a lungo abbattuto autoblindo, carri armati, portaordini, barellieri con feriti, autoambulanze, mostricciattoli elettronici i cui protoni e neutroni ed elettroni decadono, con strepito ed urlo di sirena, a terra, con cascate di punti a favore e contro. Quella merda moralista d'un robot mangiasoldi punisce l'abbattimento delle ambulanze ed incita al massacro dei motociclisti, infatti. Bevicchiando.

     Alle Mastrelle ed oltre, dove Viscontiche Verità sulla non-esistenza di tutto il baraccone, stellato e non, ci seducono in silenzio e senza l'esosità del tiro all'Alpino. Mah?!

     L'alba ci sposta sull'erba calda del prato solito e il mezzogiorno in su, dietro il bricco del Caracas, in alto, diretto verso il Gaché, una ventina di metri più in alto dell'entrata superiore di tutta P.B., A15 e A16 due grandi pozzi pieni di neve, forse due grandi vie per l'oltre sifone dei Piedi Umidi. Colorabili (mai fatto), raramente esplorabili a meno di inventare un sistema di grondaie durante il disgelo. Ma quel giorno si poteva, bastava essere sul Marguareis.

16

pagina
originale

 

     Giorgio all'A16 era sceso con le scale nella stagione del Mucchio Selvaggio sino a circa sessanta metri, sino a una fessura tra neve, roccia e ghiaccio. Mi disse che non bisognava perdere la prossima buona occasione. La persi insieme a Max un po' di anni dopo. Beh, si è ripresentata.

     Venticinque, nodo, altri quaranta metri quasi verticali in una grande caria tappezzata di ghiaccio vivo, scavata dall'aria in quella mostruosa occlusione fredda in uno dei più spettacolari ingressi del Grande Labirinto Oscuro. Giochi di neve gelati, trasparente privacy calcarea sino alla fessura di Giorgio. Si passa; tutto l'ambiente si fa più largo, continuando a precipitare meno soffocantemente il nevaio nel pozzo che continua in vuoto. Spit da cartellino giallo (caghetta o abete chiaro?) e giù Giovanni. A -70 il nevaio pensile resta sospeso sulla sua testa mentre finalmente può vedere in tutto e per tutto la grandiosa dimensione di Tappo di Ghiaccio. Un giorno voglio vederlo pure io da lì sotto. Poi Giovanni arriva su un fondo di neve, bucato per poco da un tubo di aerazione più minuto, che stoppa. Centoventicinque metri di profondità, il più alto pozzo esterno dell'intero Marguareis, terribilmente "bien placé" come diceva uno che sul Marguareis raccoglieva anche in autunno, che cercava la Via del Lupo e quella del Piscio, e che ora, anche se è morto da quattro anni, ci manca un sacco, specie quando finiscono le ferie dei Piattini, e nessuno si fa più vedere al Marguareis, quando a guardare quei tramonti di sogno dietro il passo delle Capre fa bene al cuore essere in compagnia.

Andrea Gobetti

recupero e rilievo al gaché

     Sul precedente bollettino sono state raccontate le discese in esplorazione dell'Artiglio destro del Gaché. Questo ramo era rimasto attrezzato in vista del rilievo e dell'opportunità di fare una traversata sul pozzo finale per raggiungere un condotto fossile. Questa traversata è stata in effetti fatta da Lucien ed altri in ottobre: il condotto raggiunto era una stupidaggine.

     La mattina di domenica 12 novembre entro io, per starmene un po' da solo sottoterra e nel contempo fare il rilievo e recuperare i materiali che altrimenti verrebbero bloccati lì sotto a svernare. All'ingresso mi sono compagni Andrea e Yves. Entro all'ora delle uscite domenicali, le dieci e mezza, con un po' di carburo, di viveri e due corde da roccia da 9 mm che legate insieme mi faranno superare il primo salto, sui cinquanta metri, unico disarmato. Le poche corde di gruppo sono infatti o nel magazzino apuano, altrimenti detto abisso Fighiera, o in quello marguareisiano nel quale sto appunto apprestandomi a scendere. A Torino, invece, corde non ce n'è.

     Scendo: primo salto sul ghiaccio, poi il tredici su cui metto una corda da disostruzione che era in rifugio. Alla base inizio il problematico rilievo e me la cavo abbastanza bene anche se nel meandro che parte di lì, corto ma menoso, qualche difficoltà ce l'ho. Poi il primo salto del ramo nuovo, subito seguito dal bellissimo quarantaquattro (dò le mi-

17

pagina
originale

 

Abisso Gaché: artiglio destro - rilievo

18

pagina
originale

 

sure esatte, nelle relazioni precedenti l'insieme dei due salti era noto come il "sessanta"). Alla base pochi metri di cammino poi il pavimento sprofonda: è il "centotrenta" (134 m) che dopo il pozzo del Cappa è il più lungo salto del Marguareis: e forse ne è il più bello. Molto meno bello è invece il cordame che lo arma: una allucinante corda da barche che ha l'unico pregio di esser lunga centoquaranta metri; l'unica consolazione è che se si rompe non mi storpio ma mi spiaccico. Scendo con infinite precauzioni: dopo una cinquantina di metri la calza appare danneggiata (poco) ad intervalli regolari, (da che non ne ho idea), dopo settanta è assente per quindici centimetri (isolo il danno con un'asola sopra ed una sotto collegate con un moschettone) poi i danni si infittiscono, forse per le frenate disperate fatte con chissà che (il discensore fa poco attrito e ciò costringe ad elaborati giochi di moschettoni e piedi). Un po' incredulo riesco tuttavia a raggiungere vivo il fondo. Lì scopro che l'orrore che mi ispirava la corda mi ha fatto dimenticare il taccuino in cima. Continuo il rilievo scrivendo piccolo sul contenitore di albicocche secche. Il successivo pozzo è da 39 bello anche lui, tanto che mi ci casca dentro il topofil che si ferma in una nicchia e che recupererò solo in risalita, ancora funzionante dopo trenta metri di volo, a testimonianza di come sono belli i topofil che faccio io (che, adesso, funzionano anche bene). Continuo a rilevare usando della corda come cordella e misurando quelle dei pozzi. C'è ancora un pozzo da 11 in un bel meandro che subito dopo sprofonda in un tortuoso cinquantatré. Un cinque, un trentadue, un venti mi portano sull'ultimo saltino di quattro metri che porta alla sommità del pozzo da venticinque. Anche questo è armato e devo scenderlo perché Lucien, gentilmente, ha lasciato la corda legata sul successivo sessanta. C'è molta più corda di quanto pensavo, su tutti i pozzi ne avanza molta e ce ne sono spezzoni in più. Bene bene. Salgo fino alla base del 134, il pozzo armato con la liana marcia, con qualche problema dovuto al fatto che nella grotta non ci sono sacchi vuoti e devo o filare le corde o tirarle su legate a me in garbugli mostruosi. Il pozzone invece lo faccio quasi scarico per avere un passo più dolce sulla liana. Alla sua base ho attaccato tutta la corda, filata. Ed è così che, stranamente, arrivo in punta e poi impiego venti giorni a recuperare tutto dal fondo del pozzo, in parziale contrappeso. Poi mi viene l'idea geniale, esasperato dal recuperare corde filate, di tirarmi su tutto, legato in vita, sul successivo pozzo nonostante sia un quarantaquattro con nodo in vuoto e frazionamento: tanto per vedere se si riesco. Ho quattro sacchi mostruosi (tutto l'armo). Ci riesco; ma arrivato in cima scopro che ho fatto una mongolata a legare tutti i materiali alla stessa longe: non riesco a tirarli su dei due metri che li separano dall'uscita; sono obbligato a montare un paranco per potermeli tirar via di sotto ed uscire dal pozzo.

     Poi è solo questione di bieco lavoro nel meandro, dove lascio la liana, ancora un paio di saltini e sono fuori, verso le otto, nella notte marguareisiana: credevo di averci impiegato di più. Fa un freddo spaventoso e sono bagnato: mi carico e vado giù, lento perché il peso è micidiale. Quando sono al Pas, Andrea dal rifugio mi sente e mi viene incontro. Un'oretta alla capanna e poi giù verso Carnino. In cima alle Mastrelle in-

19

pagina
originale

 

contriamo Maurizio che, preoccupato perché non ero uscito nel pomeriggio, stava tornando al rifugio dopo aver avvertito gli amici speleo di Ormea. Tempo di arrivare a Carnino ed eccoli qui che si stanno avviando verso il Gaché, all'una di notte, a cercarmi dato che, non credendo che io mi fossi davvero messo in testa di vuotare la grotta, ero troppo in ritardo. Vengo coperto di insulti (un po' a torto e un po' no) poi andiamo a berci sopra.

 

Giovanni Badino

 

 

UNA TUTTO SOMMATO PIACEVOLE DOMENICA ALL'"OMBER" DI BRESCIA

 

     Siamo partiti, Franca, Massimo e io, animati dalle migliori intenzioni di "immergerci" (è proprio il caso di dirlo!) nella famigerata melma dell'"Omber in banda al bus del zel", invitati dagli amici bresciani, per vedere di riuscire finalmente (per me) a raggiungerne il fondo. Arrivati in quel di Serle, sul cui altopiano si apre la grotta, ci accolgono Bresciani, Astigiani e Ormeesi che com'è tradizione, sono su per l'annuale campo; e troviamo il simpaticissimo "Woolfe" che tenta, decantandoci le gioie della vita di superficie e del vino che al campo certo non manca, di distoglierci dal nostro insano proposito, ma invano.

     Così decidiamo, dopo accuratissime indicazioni forniteci da Mario Vinai, di entrare; lo scopo è di fare, oltre il giro "turistico" al salone terminale, qualche foto al fondo.

     Iniziamo ben presto a fare la conoscenza col vischioso fango che come consistenza sta a metà tra il "vinavil" e il sapone liquido che si trova nei wc dei vagoni ferroviari, e che permea ogni più recondito anfratto di tutta la grotta. Scendiamo i primi pozzi, tutti di pochi metri e alla base di uno vediamo la lapide che Bresciani, Ormeesi e Astigiani hanno dedicato al povero Augusto e giungiamo alla cosiddetta "chiocciola" che risveglia il triste ricordo del recupero di due anni fa di Franco Vinai; allora questa strettoia aveva posto dei seri problemi per il passaggio della barella con il ferito, benché allargata dopo ore di lavoro. Sceso il pozzo da 20 che si arre subito dopo la strettoia, quello dell'incidente, in breve arriviamo alla galleria dello "sprint", così detta perché finalmente per circa cento metri è consentito dare sfogo alle proprie ambizioni corsaiole, procedendo addirittura carponi, senza strisciare! Breve tappa durante la quale ripensiamo alle sagge parole di "Woolfe", ma ormai... Smarriamo un paio di volte la via giusta e io rischio di perdere uno stivale nel fango, ma grazie allo schizzetto lasciatoci dai Bresciani in breve siamo di nuovo sul buono. "Di qui dovrebbe cominciare la galleria delle vaschette", dice Franca che ha studiato a memoria il rilievo, forse fidando poco nelle mie capacità di orientamento, "sono duecento metri di galleria...", ma saranno i 20 metri più lunghi: è allucinante strisciare come serpenti da una vasca all'altra per 200 metri, povera spina dorsale! Bene o male arriviamo al pozzo del "Grai" (antiche nostalgie di grotte di casa nostra o semplici allucinazioni dei primi esploratori?) e peniamo non poco a trovare tra i vari blocchi di fango appesi all'imbrago quello contenente il discensore. E siamo alla galleria finale, lunga due-

20

pagina
originale

 

cento metri che immette nel meandro che dà sul salone; questa sembra veramente lunghissima, non più alta di cinquanta centimetri e tutta nel fango liquido. Ogni tanto un camino permette il riposo in posizione più confortevole e poi daccapo; finalmente vediamo l'imbocco del meandro che conduce al pozzo da trenta: respiriamo.

     Non avrei mai pensato che trenta metri di pozzo potessero farmi l'impressione che ho provato allora, ma dopo sei ore di contorcimenti nel fango la maestosità del pozzo che si apre all'improvviso fa anche un po' paura; inoltre la corda è terribilmente scivolosa e per scendere sono costretto a frenare addirittura con tre moschettoni. Il pozzo comunque è qualcosa di veramente spettacolare. tutto nel vuoto; si atterra su una conoide detritica che scivola fino al torrente con i due sifoni. E' senz'altro la parte più bella e spettacolare di tutta la grotta e fa piacere che si trovi proprio al fondo di questo lunghissimo ed estenuante budello nel fango. Si può ben dire che l'Omber premia chi riesce a sopportarlo per 250 metri!

 

G. Villa con Franca e Massimo Maina

 

 

rio martino: nei rami di john

     Era parecchio tempo che volevo andare a buttare il naso nei rami nuovi di Rio Martino, e cioè nei rami scoperti da John nel marzo 1967 ed esplorati esattamente lo anni dopo da Lele ed altri (v. Grotte n. 62/1977).

     Prese le dovute informazioni da Lele e da John, decido di andarci i giorni 21-22 ottobre 1978 con gli amici Paolo e Marino (futuri allievi del Corso). Entriamo sabato 21 verso le 17 e in poco tempo eccoci all'inizio dei rami nuovi. Abbiamo la prima amara sorpresa: qualcuno ha rubato la corda fissa lasciata da Lele, e il passaggio iniziale non è dei più allettanti: è molto esposto e su fango. Mi faccio assicurare nel migliore dei modi e salgo. Dopo due metri quasi verticali su fango la paretina si inclina e forma una cengia; continuo ancora un po' fino a quando non trovo un buon punto per assicurare gli altri. Non è facile farli salire con gli zaini: infine dopo mezz'ora buona riesco a recuperare i sacchi attaccati alla corda che si incastrano ovunque, e poi anche Paolo e Marino. Passiamo al di là della spaccatura che sta davanti a noi, e la traversata per poter andare nell'altra parete riesce senza inconvenienti. Il morale è alto e dopo un'ora di sosta per mangiare qualcosa ripartiamo.

     Ci infiliamo in un cunicolo in basso a destra (quello scoperto da John) ed arriviamo alla base del "pozzo dei Tupamaros", e qui abbiamo la seconda sgradita sorpresa della giornata: delle due scalette lasciate per poter risalire il pozzo, ne rimane soltanto una che pende lo metri sopra la nostra testa, e l'altra è stata rubata. Non rimane che da ripetere le acrobazie di Lele. Siamo infine tutti tre sul fronte di cascata, saliamo nella saletta del bivio, infiliamo il cunicolo in salita con molte curve a gomito e dopo un po' di ginnastica sulla pancia arriviamo al limite dell'esplorazione precedente. Cominciamo a disostruire. Tira parecchia aria. Paolo e Marino, alla loro terza uscita in grotta, hanno solo tute da meccanico e sono bagnati marci e un po' provati. Dopo un po' decidiamo di ritornare.

21

pagina
originale

 

     Il 29 ottobre ritorno con un amico (Filippo). L'altra volta al bivio della saletta avevamo preso a destra; questa volta vogliamo prendere a sinistra per andare a forzare la fessura terminale. Per arrivarci bisogna strisciare per un buon 15-20 minuti in un cunicolo in leggera salita con fondo in sabbia, e risalire un pozzetto di 4 m. Ed eccoci alla fessura. Tentiamo una volta a testa senza troppa convinzione e siamo respinti. Spogliarello. Riprovo e con non poca fatica riesco a superarla nella parte alta. Subito si allarga un po' e continuo per circa 15 m. Purtroppo vengo a trovarmi di fronte ad una frana abbastanza pericolosa ( massi instabili, molto grossi). Comunque si può riuscire ancora a passare. Tira abbastanza aria.

 

Walter Zinzala

 

 

un buchetto interessante

     Come tanti dei buchetti che si trovano sul M. Corchia, anche questo si può sintetizzare in 2 pozzetti, una "bella" fessura ed una frana (ricordo che era buchetto anche il Fighiera) .Questo però è sopra il Corno Destro. Non so bene la storia di questo buco, se fosse già conosciuto da tempo o se invece la sua scoperta è recente, comunque fatto sta che a qualcuno è venuta l'idea di scenderlo (Andrea, Orsetti e Faentini), hanno disostruito e sono arrivati in un bel meandro chiuso a -35 da una frana. Due giorni dopo io e Carlo scendiamo per tentare una disostruzione sul fondo, vediamo la ciclopica frana e abbandoniamo l'impossibile scavo, cerchiamo, quindi, di passare in alto dove scendendo avevamo notato una zona interessante, non senza aver prima giochicchiato perfin troppo con uno scheletro di capra ed un rospo trovati in loco. Questo buco è in realtà la parte superiore del meandro di prima, ma è veramente malvagio, stretto e sinuoso, così ci mettiamo di buona volontà a rompere pietroni ed a togliere pietrine. Come sempre un lavoro fatto bene rende (?), infatti in breve tempo riusciamo a passare; Carlo fatta una fessura si trova in una saletta chiusa da una frana di detrito fine. Paghi di ciò (e non avendo più voglia di intalparci) terminiamo il rilievo ed usciamo. Orsetti e compagni, nei giorni seguenti, escono, dopo un bello scavo, in una galleria lunga una ventina di metri toppa da un'altra frana, ma con due finestre in alto ancora vergini.

     Vale la pena secondo me di dargli ancora uno sguardo.

Poppi

 

22

pagina
originale

 

l'incontro del soccorso alle càrsene

     Dal 14 al 20 agosto si è tenuto, organizzato dalla 1^ squadra, 1° Gruppo della Sezione Speleologica del CNSA, il 1° Incontro Nazionale sulla tecnica di recupero in sola corda, alla Colla Piana, Mariuareis.

     Visto che oramai è trascorso un sufficiente lasso di tempo che ha permesso ai partecipanti di esprimere i loro giudizi su questo nuovo tipo di incontro, penso sia giunto il momento anche da parte mia di trarre alcune conclusioni.

l) Il luogo, uno dei migliori siti carsici nazionali, si è prestato particolarmente sia per l'ottima capanna Morgantini, costruita quasi appositamente per questo genere di incontri, e messaci a disposizione dal Gruppo Speleologico Alpi Marittime del CAI di Cuneo, sia per il notevole e svariato numero di cavità presenti nella zona.

2) L'organizzazione, alla quale hanno preso parte praticamente tutti i componenti del 1° Gruppo, si è rivelata all'altezza del compito, anche se il particolare innevamento ci ha costretto tutti ad un super lavoro per attrezzare sia le grotte che le palestre (sono stati piantati oltre 250 spit).

3) I partecipanti, tutti speleologi attivi pur provenendo dalle varie regioni italiane hanno saputo cogliere subito lo spirito che ci aveva ispirato nel proporre questo 1° incontro, e con una fattiva collaborazione hanno contribuito a superare le difficoltà che si sono presentate.

4) I risultati sono stati più che soddisfacenti sia dal punto di vista tecnico che da quello umano. In particolare sono scaturite alcune considerazioni di estrema importanza che elencherò più avanti.

5) Le considerazioni di carattere generale che voglio fare riguardano essenzialmente l'impostazione di questo incontro.

Già da tempo molti di noi, grazie anche al costante contatto con i colleghi francesi, erano convinti che sempre più sovente, purtroppo, agli incontri nazionali di speleologia o di speleosoccorso partecipano delle persone (chiamiamoli notabili) che non sono più espressione reale della speleologia. Il nostro intendimento era quindi di riuscire ad organizzare un incontro al quale partecipasse il maggior numero di effettivi speleologi e un minor numero di ex-speleologi al fine di instaurare un reale dialogo tra persone profondamente addentro al problema del recupero su sola corda.

     Facilitati dal luogo (2.300 metri) e dal programma, intenso ed essenzialmente pratico, siamo riusciti a radunare 40 speleologi già preparati all'uso di sola corda, ma venuti al Marguareis per provare ed insegnare nuove tecniche. Questo ci ha permesso non solo di svolgere in toto il programma stabilito ma anche di fare interessanti tests sull'uso delle corde.

 

I RISULTATI TECNICI

     E' stato ampiamente dimostrato che, grazie alle tecniche su sola corda, è possibile, in caso di incidente non particolarmente grave (che non leda le facoltà mentali dell'infortunato) il recupero da parte dei compagni di esplorazione anche nel caso che questi siano ridotti ad uno

23

pagina
originale

 

Tabella

24

pagina
originale

 

solo. La tecnica del contrappeso si è rivelata talmente valida che, in un futuro molto prossimo, è ragionevole ritenere che la massima parte dei recuperi eseguiti dalle squadre della Sez. Speleologica CNSA avverrà col sistema del contrappeso. Questo sistema, ha come contropartita tre punti che potrebbero essere considerati negativi:

l) è indispensabile una buona preparazione tecnica del soccorritore;

2) c'è una sollecitazione maggiore sugli spit;

3) c'è una sollecitazione maggiore sulla corda, se salta uno spit.

     Il primo punto è superabile con una maggiore responsabilità di tutti gli speleologi, al fine di essere pronti ad eventuali recuperi improvvisi. Per quanto riguarda gli spit è stato ampiamente dimostrato anche quest'estate che, se essi sono ben piantati, possono resistere a sollecitazioni maggiori di 10 volte al carico di due speleologi (ferito e soccorritore). L'esperienza, d'altro canto, ci ha spinti a porci la domanda: e se uno spit di frazionamento "saltasse"? Tutti sanno che purtroppo la stragrande maggioranza degli spit che armano le grotte sono piantati o non sufficientemente o in maniera non corretta, è quindi possibile che uno spit esca, in tal caso cosa succederebbe al ferito ed al suo soccorritore? La corda reggerebbe allo strappo? I primi risultati di tali prove sono stati talmente agghiaccianti da sentirci obbligati a riportarli.

     Abbiamo raccolto il maggior numero di tipi di corde ed abbiamo proposto in palestra le condizioni reali che si avrebbero se uno spit di frazionamento dovesse cedere durante un recupero col contrappeso. Nella tabella allegata sono riportati i risultati.

     Come si può ben capire, i risultati ci hanno lasciato esterrefatti. Fino ad allora tutti eravamo convinti che le corde avessero più o meno la stessa resistenza. E' risultato invece che la corda Edelrid è di gran lunga più sicura rispetto alle altre provate in quella occasione, e chiaramente ciò vuol dire che una corda Edelrid, anche profondamente lesionata, può sopportare uno strappo superiore a quello che sopporterebbe un'altra corda nuova.

     Riteniamo pertanto che, soprattutto nel campo del soccorso speleologico, è ormai essenziale sostituire tutto il parco corde preesistente con delle corde Edelrid.

     E' chiaro che tutti i costruttori o rivenditori delle altre corde provate salteranno "sul cavallo matto" per dimostrare che le prove da noi eseguite non erano esatte, corrette, con i nodi non giusti, ecc. ecc.; resta il fatto che noi, in qualità di speleologi di notevole esperienza, sotto l'egida del CNSA Sezione Speleologica, abbiamo sottoposto 14 tipi di corde ad uno strappo uguale a quello che avverrebbe se uno spit di frazionamento si rompesse durante una operazione di recupero con contrappeso e che su 14 tipi di corda esaminata uno solo ha dato un margine di sicurezza accettabile. Questi sono fatti reali e non prove di laboratorio o dimostrazioni teoriche.

     Dopo le corde abbiamo voluto provare un altro anello che normalmente ci tiene legati lungo i pozzi: la longe.

     La prova è stata eseguita facendo cadere uno speleologo del peso di circa 100 kg per la lunghezza della longe, come da schizzo allegato:

25

pagina
originale

 

     I risultati sono stati talmente agghiaccianti che abbiamo dovuto mettere a disposizione dei partecipanti uno spezzone di corda Edelrid da 10 mm perché molti si rifiutavano di proseguire le esercitazioni legati alla loro vecchia longe.

Si sono rotti:

cordini diametro 7 semplici o ad anello;

cordini diametro 8 semplici o ad anello;

fettucce da 15 mm (Mammut) semplici o ad anello.

Hanno tenuto:

corde di diametro 9 e 10;

fettucce da 30 mm ad anello.

     In seguito a questi dati noi consigliamo in futuro l'uso di longe fatte con fettucce tubolari da 30 mm facendovi passare all'interno una fettuccia tubolare da 15 mm. Questa ultima, così usata, risulta essere al riparo sia dal fango che dall'usura, garantendo pertanto nel tempo la propria resistenza.

     Questi sono stati alcuni dei risultati scaturiti dal 1° Incontro Nazionale di tecniche di recupero su sola corda. E, nella speranza che ci sia presto un secondo incontro, colgo l'occasione per ringraziare tutti i partecipanti che hanno contribuito a questi risultati e, in particolar modo, tutte le ragazze che si sono offerte "volontarie" per il gravosissimo peso della cucina, peso che è stato assolto più con risultati da Hotel che da campo speleologico.

 

Pier Giorgio Baldracco

(Capo 1° Gruppo Sezione Speleologica CNSA)

 

 

26

pagina
originale

 

contrappesi e altre cose

di Giovanni Badino

     Di corde lesionate, di trasportar sacchi, di coperte spaziali, di tener corde, di Meo, di contrappesi/di acetileni, di autobloccanti, di "Manuale di Speleologia".

di corde lesionate

     Capita, a volte, di scoprire che una corda che arma un pozzo è lievemente danneggiata. In tali casi si fa una gassa in modo da isolare il danno: la corda, però, viene a lavorare malissimo sul nodo con risultati forse peggiori del danno a cui si vuol porre rimedio. Con poco lavoro e un moschettone in più si può invece fare un lavoro molto elegante: due gasse, una a monte ed una a valle del danno, congiunte con un moschetto-ne. In tal modo la corda lavora benissimo. Figura 1.

di trasportar sacchi

     Tutti, certo. avranno notato come i sacchi appesi in cintura durante la risalita dei pozzi, tendano ad annientare la capacità di procreare agli speleologi "schiacciandone i maroni" (direbbe Lelo). In tempi recenti chi scrive ha avuto una illuminazione, dopo anni di cilicio: un nuovo sistema di legatura che non compromette i genitali. e lascia molto più bi lanciati in salita. Eccolo nel disegno 2: funziona incredibilmente bene se opportuna è stata la scelta della lunghezza dell'asola.

     Con questo sistema ho portato su senza pregiudizio per la sessualità Carlo, il balenottero romano di 95 chili durante il campo alle Carsene.

f.1 - f.2

 

27

pagina
originale

 

E al Gaché i quattro colli che avevo appeso sotto, su un quarantatré con passaggio di nodo in vuoto e frazionamento, erano circa equivalenti ad una ragazza leggera (per quel che riguarda il peso naturalmente: per il resto son sicuro di no anche se, in effetti, non ho provato).

     In effetti una persona non è un carico eccezionale se appesa in modo da permettere il riposo a chi la tira su. Se invece fa male alle palle è intrasportabile. E' realmente una tecnica funzionale: intendo pagarmi i diritti d'autore pretendendo un moschettone da chi scopro che la utilizza.

di coperte spaziali

     Spesso la gente non porta in grotta il telo termico perché non sa dove metterlo (quelli migliori non stanno nel casco). Lo si mette nello stivale, lato esterno della gamba, dove non dà fastidio. Moltissimi lo sapranno già ma dirlo costa poco.

di tener corde

     Conoscendo speleologi nuovi se ne vengono a sapere di incredibili tipo quella che c'è gente che non riesce a salire nei primi metri di un pozzo in vuoto se non c'è qualcuno o qualcosa che tenga la corda in basso. Da questo derivano sassi, sacchi, nodacci incredibili appesi alla corda. Tutto questo quando è facilissimo tenere la corda fra i piedi, al di là della staffa della jumar. Oltre a non fare schifezze tipo rovinare corde incastrandole fra i sassi, questa tecnica è da utilizzare anche quando la corda, sotto, ve la possono tenere. Infatti tenendola fra i piedi si migliora l'assetto di salita, rendendolo più verticale. L'utilità della corda tesa in basso si riduce solo ai pozzi contro parete, ma in vuoto in generale la si rifiuta. Anche contro parete se ne può fare a meno. Nella staffa si lascia un solo piede "di spinta", l'altro bilancia contro la roccia. Il bloccante superiore viene afferrato con la mano opposta al piede di spinta (la sinistra se il piede in staffa è il destro), l'altra mano sotto il bloccante ventrale tiene tesa la corda. Ho sottolineato opposta perché viene naturale l'altra: piede destro in staffa. tiro alto con mano destra. E' facile vedere però che è un modo lievemente inferiore a quello "incrociato" dato che ci si deve torcere molto di più: è molto menofluida.

di Meo

     Modo per pronunciare correttamente la "e" di "Meo" nomignolo di Bartolomeo Vigna, colonna del GSP. Occorre tirar fuori la lingua il più possibile (verso il basso) poi sempre con la lingua fuori cercare di sorridere, il più largo possibile e dire "Meo". Il suono sarà una via di mezzo fra "Mao" e "Meo" e ricorderà quello di una rana soprano schiacciata: sarà la pronuncia corretta.

sui contrappesi

     Uno dei problemi centrali del campo alle Carsene è stato quello del recupero in contrappeso, cioè delle tecniche a disposizione di una squadra piccola per estrarre da un pozzo uno dei componenti.

     La tecnica, in sintesi, è semplice. Una carrucola con una corda, da

28

pagina
originale

 

una parte il ferito, dall'altra, in prossimità della carrucola stessa, il recuperatore in jumar sulla corda. Traendo sulla corda del ferito lo fa salire, scendendo lui della stessa lunghezza (cinque o sei metri). Risale fino alla carrucola e ripete. E passo passo recupera. La tecnica funziona molto bene e non è (salvo casi strani) faticosa. Il disegno 3 illustra la

f. 3

1 chiodi di partenza

2 chiodi di recupero

3 sicure di chiodi e carrucola

4 sicurezza del recuperante

5 notare come tiene la corda tesa

6 al ferito

29

pagina
originale

 

tecnica proposta con le più recenti modifiche. E' di particolare importanza il fatto che la carrucola deve essere attaccata estremamente bene, dunque ad almeno due spit, ed inoltre va da sé che deve essere completamente nel vuoto, cioè già dentro il pozzo. Il ferito viene dunque abbastanza facilmente ad arrivare alla carrucola. Lo si aggancia al moschettone in cui questa è (e occorre predisporre all'uopo una longe od un attacco opportuno sul ferito prima dell'inizio del recupero), dopo di che si passa sulla corda che scende dall'alto scaricando così la carrucola, che può essere tolta, si pone ora il problema di tirarlo via da dove è. Spiegare ogni singola operazione è complicatissimo: ne illustro dunque l'idea guida facendo prima presente che è tanto necessaria la pratica in questa manovra, che andare troppo in dettaglio servirebbe solo a me come esercizio grammaticale. Allora abbiamo il ferito sui chiodi della carrucola, la carrucola libera e noi a fianco del ferito sulla corda che scende dall'alto. Fissiamo la carrucola addosso al ferito e dentro di essa facciamo passare una corda (può essere quella stessa su cui abbiamo fatto il recupero). Da una parte la fissiamo ai chiodi superiori con un nodo, dall'altra anche ma con un autobloccante (ideale quello a doppio moschettone che descriverò fra breve). Facendo traino su questa, ed usando il bloccante di sicura, si può recuperare facilmente il ferito.

     Alcune osservazioni:

1) la corda è sollecitata a carico singolo, la carrucola doppio: quindi ripeto va ancorata bene. I disegni 4, arcinoti, illustrano l'ancoraggio a due e tre chiodi con uno spezzone di corda (°). E' ovvio che quest'ultimo si taglia via da una corda: attenti a non farlo troppo corto, perché in tal caso gli sforzi crescono molto a causa delle componenti orizzontali.

f.4

2) Ho detto che il "passo" di recupero va sui 4-6 metri. Questa è un po' questione di gusti e di conformazione del pozzo: può anche essere maggiore. Occorre solo ricordare che, dato che si è assicurati alla corda che scende dall'alto. per ridurre gli strappi conseguenti ad una eventuale distruzione dell'ancoraggio, è meglio stare lontani dalla carrucola.

Cioè, per spiegarmi meglio, fare i passi fra -10 e -4 metri dalla carrucola (per esempio).

3) La tecnica illustrata di estrazione dal pozzo è quella che è risultata migliore: è ben lontana dall'essere l'unica che va bene. A volte ad esempio

______________

(°) Notate bene: con tre chiodi tutti i tratti di corda vanno asolati, con due solo uno. Una semplice simulazione di rottura di uno dei chiodi mostra il perché.

30

pagina
originale

 

è più pratico fare il tiro semplice, senza casini di carrucola, altre volte attaccarsi il ferito addosso e uscire.

4) I frazionamenti non si passano. In linea teorica sono fattibili ma con un tal casino di manovre che è meglio lasciar perdere. Perciò da un pozzo van tolti, per il recupero, tutti i frazionamenti se non si ha una corda in più. E, a quel punto, o il ferito è l'ultimo a salire (non è una bella cosa) o qualcuno, dopo il recupero, deve ridiscendere a rimettere i frazionamenti per l'ultimo che sale. Se queste operazioni sono troppo complesse o c'è pericolo di scariche di pietre, se si eliminano i frazionamenti l'unica soluzione sarà il recupero diretto col ferito legato al culo fatto dal più intrepido della compagnia. E' però una soluzione realmente disperata : i carichi sono doppi su tutto, dalle corde ai frazionamenti, e se succede qualcosa sono in due che "se ne vanno senza voltarsi".

5) Al contrario questa tecnica è molto sicura se fatta con coscienza e con accorgimenti di sicura (soprattutto alla carrucola) facili da fare e da progettare.

6) Carrucole: le abbiamo usate un po' tutte. Quelle Petzl a U vanno bene salvo che se si torcono (ed è facile) salta la puleggia: non ci si ammazza dato che la corda va a finire sulla gola, ma ci si mette in una situazione molto molto brutta. Le migliori sono forse quelle che vende Repetto, da infilare sul moschettone. Son le più sicure ed affidabili; unico difetto: l'estrazione dal pozzo non è possibile con la tecnica descritta, dato che la corda non rientra sulla puleggia appena va in tiro (provate e capirete). Son però tanto pratiche che dovranno diventare dotazione perenne di tutti gli speleologi. Già ora nel nostro gruppo, non capita più che scendano squadre in grotte a pozzi, senza carrucola.

7) Il pericolo grave di questa tecnica è l'uccidere il ferito facendogli subire dei maltrattamenti per tirarlo fuori in fretta. Occorre mediare fra tre alternative: 1) aspettare i soccorsi guardando peggiorare il ferito per l'ostilità dell'ambiente, 2) tentare di estrarlo rapidamente a rischio di ammazzarlo per un'errata valutazione dei danni da lui subiti, 3) mediare fra le prime due alternative spedendo due della squadra a chiedere il soccorso e deputando i restanti (ma, ahimè, le squadre son sempre piccole e c'è il rischio che sia il ferito che deve uscire a chiedere i soccorsi perché la squadra è lui...) a mantenere in attività il ferito con un lento e prudente recupero. La terza alternativa è ovviamente la migliore, ma la terribile decisione strategica spetterà sempre ai compagni del ferito. Questa tecnica semplicemente, aumenta la potenza di una squadra e rende fattibili recuperi dove non possono intervenire i soccorsi, per esempio lontano dall'Europa.

di acetileni

     Note tecniche molto più allegre. Ho avuto modo di mettere severamente alla prova l'acetilene di plastica che vende Repetto. Ero sicurissimo si sarebbe sfasciato e che comunque avrebbe dato grane: al contrario è di gran lunga il migliore che abbia mai usato. E' ridicolmente leggero e fatto con grande cura: gli unici difetti che ha son particolari superflui (che si possono togliere facilmente) fatti per aumentarne la commerciabilità. È favoloso: ero convinto di usarlo solo in casi eccezionali in cui anche il peso dell'acetilene fosse importante. ma va tanto bene che ades-

31

pagina
originale

 

so uso solo più quello.

di autobloccanti

     Autobloccanti. Ci sono due elegantissimi sistemi autobloccanti di uso non abbastanza diffuso. Il primo mi era già noto da tempo ma non credevo seriamente che funzionasse. Il secondo mi era completamente sconosciuto. Lo abbiamo appreso, con l'uso normale del primo, Giudici ed io al Corso per tecnici del CNSA al Monzino.

f.5 - f.6

 

     Eccone i disegni. Il primo è in figura 5. Il tiro si fa dal capo T e il carico è su quello opposto. La costruzione è ovvia: si passa prima la corda in entrambi i moschettoni, poi si fa l'occhiello solo su quello di sinistra. Il funzionamento è pregevole. Ma attenzione. c'è un pericolo. Il moschettone destro (nel disegno) tende a passare attraverso il sinistro. Se ci riesce il sistema non blocca più. Occorre fare estrema attenzione siano sempre in tiro, in tal modo questo rischio non si corre più (I moschettoni. ovviamente, devono essere uguali).

     Il secondo bloccante elimina questo pericolo e permette l'uso di moschettoni diversi. Eccolo in figura 6. E' molto meno bello perché fa molto attrito.

di "manuale di speleologia"

     Ed infine "Manuale di Speleologia".

     A chi è rivolto? Questa è un po' la domanda che viene spontanea leggendolo: troppo specialistico per il grosso pubblico, è un po' carente per gli speleologi; del resto questo è un difetto strutturale della sua impostazione enciclopedistica. Ed è merito dei curatori se, nonostante vi si senta un po' di fretta, il risultato sia stato un libro piuttosto piacevole. E' soprattutto merito di Cigna e C. averlo concretizzato a colmare una lacuna nell'ambito speleologico. Quindi prima di tutto un omaggio a chi lo ha fatto, dal primo all'ultimo, anche per il solo motivo di aver

32

pagina
originale

 

fatto qualcosa. Adesso parliamo di "Equipaggiamento e tecnica esplorativa" curato da Prelovsek ed altri. Nell'insieme è dignitoso, cosa che raramente riesce a chi scrive di tecnica. E a questo proposito faccio una divagazione su quanto detto sul n. 65 di questo bollettino nell'articolo "Divagazioni sulle tecniche". Come mi aspettavo il suo tono un po' brusco non è piaciuto ad alcuni che, gentilmente, me lo hanno comunicato. E' vero, urta un po', ma è fatto appunto per questo, per mettere in duro rilievo che si dicono troppe cazzate: e il tono è ampiamente (a mio parere, ovvio) giustificato dai contenuti di cui, ad una lettura non superficiale, si scopre esser pieno. Mi si è accusato di tracotanza. Se lo leggete bene scoprirete che invece è umile, nella misura in cui metto in rilievo il fatto che quanto scrivo è frutto di studio e che tuttora si sviluppa; e che quanto scrivo non cade dallo spazio interstellare, ma è un insieme di linee di tendenza, generali. E generale non significa, lo ripeto, assoluto.

     Del resto l'articolo non è stato evidentemente abbastanza letto di questo ne risente quello del "Manuale di Speleologia" nel quale si ribadiscono alcune delle idee che ho tentato di mettere all'indice. Il problema è fondamentale, perciò lo guardo con qualche cura.

     A pag. 393 ci sono due luminose figure, la 46 e la 47. La 46 riguarda il fatto che nella discesa si devono evitare terrazzini e cose simili; la corda così disposta li prende tutti, chissà poi perché: basterebbe armare sull'opposta parete. Riguarda anche il fatto che i frazionamenti, come tutti sanno, si fanno con un chiodo solo. Lì si vuol dare a credere che si fanno con due. Evidentemente chi ha fatto quel disegno mentecatto non ha mai fatto frazionamenti veri: oltre tutto è anche sbagliato il sistema per collegare i due chiodi che, come è noto, si collegano (in generale, non sempre) come in figura 4 di quest'articolo. A questo proposito ricordo che non affermo che i frazionamenti chiedono sempre e solo uno spit; è banale osservare che se state scendendo su roccia putrida ne pianterete dozzine a frazionamento, ma questo in casi speciali. La regola è uno solo.

     Ma la cosa più cretina è quella riportata in figura 47; vediamola insieme. Due partenze, entrambe errate perché hanno i chiodi entrambi nel pozzo (ed è pericolosissimo piantarli e anche partire); nella prima la corda tocca: risultato? Il tizio che ha fatto i disegni (che credo sia Novelli) ci propone il fatto che solo la prima è errata perché lo speleologo deve piegare le ginocchia uscendo ed entrando sulla corda. Questo è a livello di follia. Ci sarebbe di che riderne se non fosse pericoloso. Il parametro "comodità" negli armi conta come quello "colore della corda": entrambi, capitando, possono essere tenuti in considerazione (a me, ad esempio, piace il blu) ma parlarne mi sembra eccessivo.

     E ricordo una cosa ai membri del CNSA. Uno dei loro compiti è intervenire quando vengono affermate cose che risultano pericolose.

     Riporto in figura 7 quello che secondo me è un armo tendenzialmente corretto. Spit arretrato e assicurato, secondo spit in avanti, in basso rispetto al primo. E' riportata anche un'allegoria buffonesca di chi aveva messo i chiodi sulla base delle freccette. Come potete notare, ho evitato oscenità nella collocazione di queste.

33

pagina
originale

 

f.7

     Altre cose suscitano dubbi nell'articolo. Il fatto per esempio di proporre imbraghi fatti con cordino da 5÷7 mm (pag. 372). Era comparso nella letteratura (mi sembra speleologica ma potrebbe anche essere la Rivista Mensile CAI) alcuni anni fa un articolo che mostrava come anelli multipli di cordino hanno resistenza confrontabile con quella del cordino semplice, e non multipla di questo data l'ineguale distribuzione delle tensioni. Detto questo, consigliare gente alle prime armi di appendersi ad un cordino da 5 mm non è bello. Il 7 è appena sufficiente, tanto più che chi si riduce ad usare imbragature di questo genere è probabilmente carente di corda e gli capita di congiungere quelle di un'intera squadra come corda di emergenza (fatto capitato a me nell'infanzia speleologica). Non pericolosa ma divertente è la cazzata a piè pagina 388: "L'inizio della risalita presuppone che la corda sia tesa e trattenuta in basso da un peso". Per un commento vedere il punto D) di queste note tecniche.

     Concordo invece sul fatto che la piastrina di sicura è troppo poco diffusa: l'ingombro inesistente giustifica il fatto di averla anche per un uso molto saltuario.

     Così come concordo in generale sull'articolo che, salvo appunto alcune affermazioni, trovo abbastanza adeguato. L'aggiornamento e l'organicità potrebbero essere migliori ma, appunto, potrebbero essere infinitamente peggiori. Soprattutto è una base ragionevole di discussione così come il resto del libro: e questo, lo ripeto, torna a gran merito di chi ci ha lavorato.

 

 

34

pagina
originale

 

Arma del Lupo inf.: il nuovo armamento

     Tutte le notizie sulla cavità, compreso il rilievo, potranno essere lette nella pubblicazione di G. Dematteis, "Il sistema carsico sotterraneo Piaggia Bella-Fascette". Con questo articolo vorrei solamente presentare una scheda aggiornata per l'armamento della grotta, dato che la suddetta pubblicazione risale a 13 anni fa, e da allora i metodi di armo sono leggermente cambiati.

     Il Lupo è una grotta che merita veramente di essere vista, non presenta difficoltà particolari, tranne forse per i numerosi scivoli a salire che hanno la particolarità (ovviamente) di essere molto scivolosi e con pochissimi appigli, specialmente quello prima del punto 16 del rilievo e quello dopo il punto 133, questo naturalmente vale solo per quello che li sale per primo. Per il resto è una grotta estremamente piacevole da percorrere.

     Purtroppo (o fortunatamente) ha la prerogativa di rimanere per la maggior parte dell'anno impraticabile a causa dell'acqua, la prima volta che ci andai sifonava a 50 metri dall'ingresso. E' una grotta quindi che se si vuole fare bisogna tenere d'occhio, in ogni caso il periodo giusto è il tardo autunno o l'inizio dell'inverno.

     Non ultimo, guardando il rilievo si notano parecchi punti interrogativi, e la cosa, anche se è improbabile che possano dire qualcosa di nuovo sul complesso P.B.-Fascette. può essere comunque interessante.

- corda 40 m:

per scendere dalla strada fin sul letto asciutto del Negrone; se il fondo è impraticabile servirà per uno degli ingressi superiori, in questo caso sarebbe meglio doppiare l'attacco.

- corda 10 m:

pozzo a occhiale; attacco spit (non ben piantato).

- corda 12 m:

pozzo-scivolo; attacco spit.

- corda 14 m:

scivolo; attacco stalagmite.

- corda 30 m:

il pozzo è da 20, ma una corda da 30 sarà utile per le doppie al ritorno; attacco da fare.

Fino a questo punto un cavo telefonico indica la strada giusta.

- corda 15 m:

servirà in diversi passaggi, compreso l'attraversamento del lago, e per ultimo in uno scivolo di 15 m (attacco colonna, punto 128 del rilievo).

- corda 50 m:

scivolo in salita, doppia al ritorno; attacco naturale.

- 2 corde 15 m:

dal 163 al 167 (fondo Lago Caldo) del rilievo.

Serviranno inoltre per visitare rami laterali.

- canotto; eventualmente pontonier o muta per risalire le cascate.

Marco Perello

 

35

pagina
originale

 

Pubblicazioni ricevute

(a cura di Giuliano Villa)

NSS NEWS, Apr.Mag.Giu.Lug.Ag.Sett.Oct. 1978.

DER SCHLAZ, Oct. Lug. 1978.

BOLLETTINO G.S. IMPERIESE CAI n. 10 (Il Buranco Rampiun che con i suoi 150 metri di profondità risulta essere una delle più profonde grotte liguri; un articolo di Calandri sul carsismo in Liguria e sulla possibilità di proteggerlo; inoltre è pubblicato un elenco di indirizzi di ben 678 gruppi speleologici di ben 43 nazioni) .

L'APPENNINO, Nov.dic. 77; Mar.Ap.Giu.Lug.Ago.Nov.Dic. 78.

GASV Bollettino attività 1976/77 (dopo due anni di silenzio riprende la pubblicazione del gruppo veronese con la descrizione di numerosi giri "speleoturistici" nei principali abissi italiani; peccato compaia troppo spesso fuori luogo la parola "esplorazione"!) .

SPELEON, 17 1978

KOBIE, 8 1978.

A.PICIOCCHI-F.UTILI: la speleoterapia nella grotta Giusti di Monsummano (secondo contributo).

SOC. ALPINA DELLE GIULIE: Atti e memorie della Commissione grotte "E.Boegan", vol. XVII 1977.

THE NSS BULL., 1 1978

IL PORTAVOCE EPT Cuneo, 1 e 2/78

LE GROTTE D'ITALIA, VII 1977 (Necrologio di F. Anelli. Glossario speleologico italiano-inglese e viceversa).

T. TOMMASINI: osservazioni meteoriche eseguite nel 1977 alla grotta Gigante.

KARST UND HOHLE 1977.

ESCURSIONISMO (FIE), Lug.Dic. 78.

TRE NSS BULL. 3/78

ENDINS, n. 4/78

SPELEO NEDERLAND, 2 e 3 1978, ott. 78.

BOLLETTINO 1977 CAI VARESE (rendiconto della spedizione Marelli 77).

CAVES & CAVING, 1/78.

SPELEOS, 80/1977.

GROTTES & GOUFFRES: 65,66,67 1977 (gli incidenti mortali avvenuti in grotta fino al '76).

OL BUS, 1977.

DESCENT, 39 1978.

TRE NSS BULLETIN, 2/78.

PRO NATURA NOT., 9/78.

PROGRESSIONE 1 (esce il primo numero di questa pubblicazione della Commissione Grotte "Boegan") .

BOLETIN DE LA SOCIEDAD VENEZOLANA DE ESPELEOLOGIA, 8/77

NOTIZIARIO G.S. TALPE 4 1978.

NOTIZIARIO SSI, 1/2 1978 (viene riportato l'articolo del nostro Sonnino che se la prende con quanti nei gruppi speleologici, troppo spesso, fanno a sproposito della scienza e della geologia senza esserne in grado). 3/78. SPELEO CLUB FORLI' CAI, Attività 1975/76.

MONDO IPOGEO, G.S. Dauno di Foggia.

(continua sul prossimo numero)