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GROTTE
anno 21, n. 66 - maggio-agosto 1978
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
SOMMARIO
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Notiziario |
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Attività di campagna |
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Campo a Piaggia Bella e dintorni |
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Relazione cronologica |
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Il ramo nuovo al Gachè |
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L'uscita in Caracas |
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B16, un discorso chiuso? |
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Perdus '78 |
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Fighierà, Fighierà, ma che vita è questa qua |
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Al Ribaldone e al Pelato |
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Al Gouffre Berger -1122 |
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Traversata C1-Regioso |
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Speleoarcherturismo in Sardegna |
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Di nuovo Bowie sul Margua |
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Non tutte le grotte riescono col buco |
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Recensioni |
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Redazione: |
Marziano Di Maio |
(resp.) |
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Giovanni Badino |
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Giuliano Villa |
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Stampa: LITOMASTER |
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v. Sant'Antonio da Padova, 12 |
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Notiziario
ricordando Augusto
La notizia della incredibile agonia e morte di Augusto ci ha raggiunti durante il campo per tecniche di soccorso alle Carsene. Augusto Guglieri, presidente dello Speleo Club Tanaro, si era ferito in un banale incidente usando una motozappa, e purtroppo sono sopravvenute complicazioni che non si sono potute superare. Lo hanno assistito fino all'ultimo gli amici di Asti, Ormea e Brescia.
A quanto pare la morte è l'indispensabile contropartita della vita, ciò non toglie che ogni volta che questa realtà colpisce qualcuno che ci è caro, ci trovi assolutamente impreparati ad accettarla.
Così non ci resta altra difesa che conservare in noi vivo il ricordo della gioviale vitalità dell'Augusto che abbiamo conosciuto e con il quale abbiamo condiviso lo sforzo di importanti esplorazioni.
Altro non so dire, se non che qualora di lui qualcosa fosse sopravvissuto, augurargli di saper trovare la vera strada della sua evoluzione.
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(P.G. DOPPIONI) |
Paolo Roversi (Romolo)
Sabato 10 giugno 1978, mentre era in immersione alla Buca della Pollaccia (Isolasanta, Lucca), un collasso cardiocircolatorio stroncava la vita di Paolo Roversi, che tutti gli amici da sempre chiamavano Romolo. L'immediato aiuto dei compagni di esplorazione non serviva a nulla.
Romolo era un carissimo amico, compagno di tante esplorazioni e ricerche, e diventa difficile parlarne adesso che è morto. Oltre alle tante cose fatte assieme, è vivo in noi tutto ciò che si era progettato per il futuro.
La sua figura di speleologo può definirsi completa: per anni è stato nel Direttivo dell'Unione Speleologica Bolognese ed a capo della Squadra di Bologna della Sezione Speleologica CNSA; si interessava di esplorazioni, di ricerche, di problemi tecnici, di rilevamenti topografici, di fotografia, ecc. L'USB non potrà dimenticare l'attività svolta da Romolo, e noi non dimenticheremo l'amicizia che ci legava.
Ultimamente si vedeva più raramente, infatti il lavoro lo aveva portato ad abitare a Firenze, dove era subito entrato in contatto con gli amici del Gruppo Speleologico Fiorentino. Circa un anno e mezzo fa si era sposato, eravamo in parecchi a quel matrimonio; l'unione con Susan si era rivelata felicissima, andavano veramente d'accordo e comprendiamo il dolore di Susan. Aveva una grande passione per la speleologia, e gli seccava quando il lavoro gli lasciava poco tempo per "andare in buca". Di sgrottate assieme ne abbiamo fatte tante, divertendoci come matti, Romolo era amico di tutti, non credo abbia mai litigato con nessuno. Lo conoscevano in
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molti, e tutti coloro che erano al funerale ci hanno confermato dell'amicizia di cui godeva. Eravamo in tanti a portare la sua bara, eppure non ci sembrava vero che dentro ci fosse Romolo, uno dei nostri... Sono convinto che ogni tanto penseremo di vedercelo arrivare in Gruppo con qualcosa di ingessato, e farci quattro risate sulle sue esibizioni sciistiche. Sarà duro accettare la realtà, gli amici come Romolo non si possono dimenticare.
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(LELO PAVANELLO) |
Primo Peroni
Il 13 agosto a Faenza, dopo qualche mese di infermità che non lasciava più speranze, è mancato Primo Peroni. Aveva 59 anni, era stato uno degli iniziatori della speleologia faentina attuale e tra i fondatori del nostro Soccorso speleologico. Di carattere molto attivo, deciso, intraprendente, aveva praticato vari sport (tra essi il paracadutismo) prima di prendere quasi quarantenne la passione delle grotte, mettendo in piedi nel 1956 con pochissimi compagni un ben presto efficiente GS "Città di Faenza", che pochi anni dopo si cimentava già in esplorazioni fuori regione anche di grande impegno, come quelle alla Preta del 1962 (con Cargnel) e del 1963 (quando con il GSP e GSB venne toccato il fondo).
Proprio alla Preta l'ho conosciuto; era arrivato lì con la vecchia auto sociale che trasportava l'intero Gruppo faentino, sparuto ma agguerrito. Me lo vedo come fosse ieri indaffaratissimo nei preparativi della discesa, e instancabile all'argano quando siamo venuti fuori dopo otto giorni. Un quadro mi è rimasto impresso: mentre uscito dall'imbuto mi avviavo verso il campo assaporando i colori vivissimi del mondo esterno, l'acuto odore di erba e il tepore del primo sole, mi è venuto incontro Primo con la bacinella di latte appena munto che ho bevuto fino all'ultima goccia, e lui si è messo a correre verso il quartier generale alla malga sventolando il recipiente vuoto e gridando "l'ha bevuto tutto, l'ha bevuto tutto!" (gli avevano detto che era meglio portare vino, ma lui aveva insistito per il latte e aveva azzeccato in pieno). Ancora alla Preta vedo un'altra scena: dopo ore e ore all'argano, lasciati all'imbrunire i compagni a recuperare gli ultimi sacchi, Primo era partito con Leoncavallo in auto per Erbezzo a comperare viveri per la cena, ma al ritorno un semi asse aveva ceduto su quella stradaccia ed ecco i due arrivare col buio carichi come muli per sfamarci, stanchi e sudati e ancora chiedendo scusa per il ritardo. Dove l'ho proprio ammirato è in Cilento l'anno seguente, 1964: il GSP aveva combinato un campo estivo all'Acqua dell'Acero sopra Piaggine, fuori dal mondo, con noi c'erano anche i faentini e Primo era l'infaticabile factotum che animava l'attività e risolveva i problemi del campo e delle esplorazioni, caricandosi grossi sacchi in mancanza dei muli e facendo la spola verso il campo stando tutto il giorno senza mangiare, piazzando tendoni, facendo cucina, portando materiali alle grotte e poi disarmando e riportandoli al campo, con molto spirito di sacrificio, con una vitalità che certamente molti nostri giovani non avevano, con un entusiasmo e una passione e una fede tutti romagnoli, uniti a una spontaneità e una limpidezza d'animo che lo facevano un amico dei più cari.
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(M. DI MAIO) |
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ASSEMBLEA DI META' ANNO DEL GSP
Si è svolta il 16 giugno la consueta assemblea straordinaria di metà anno del GSP, per un aggiornamento dei programmi e per mettere a punto la attività dell'estate, in particolare quella dei campi estivi. Con l'occasione sono state esaminate le proposte di iscrizione di nuovi membri del Gruppo, tutti giovani provenienti dall'ultimo Corso di Speleologia e che hanno svolto e desiderano continuare a svolgere attività per il GSP. I nuovi membri aderenti sono 20: Mauro Agazzini, Didi Benevolo, Luigi Bosco, Pier Luigi Carena, Pier Carlo Curti, Nicola De Venere, Attilio Eusebio, Maurizio Fuiano, Romano Geuna, Marco Mantovani, Massimo Maina, Alberto Melli, Luca Morbelli, Elio Pulzoni, Walter Segir, Massimo Sibour, Gianluca Tesio, Valeria Valli, Verra, Mauro Villone.
L'INCONTRO DEL SOCCORSO ALLE CARSENE
Si è tenuto dal 14 al 20 agosto l'incontro per tecnici del soccorso speleologico. Chi scrive, come molti altri, temeva sarebbe stata una menata come solo le riunioni di grottofili sanno essere, che fosse un male necessario e che, in termini di rinuncia ad esplorazioni, il suo prezzo forse troppo alto. Fortunatamente non sono stato profeta. Non sto ad intesserne le lodi come merita: dirò solo che è riuscito ricchissimo di contenuti umani e, grazie a questo, ricchissimo di prove, discussioni e contenuti tecnici. Il fall-out che produrrà cadrà a lungo sulla speleologia, non solo italiana. Una grande cosa di cui abbiamo avuto conferma è che gli speleologi attivi vanno molto d'accordo perché son tutti teste di cazzo uguali. E lì al Marguareis non ne mancavano troppi. I rompicoglioni sono gli ameboidi che si sentono speleologi solo perché non hanno ancora buttato via il casco con la luce: e, dato che sono stupidi, schiattano d'invidia. Ebbene, dico a questi: andate a Fanculo perché è il vostro luogo naturale. Speleologi di tutti i paesi, unitevi.
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(GIOVANNI BADINO) |
Sul prossimo numero verrà pubblicato sull'Incontro un esauriente articolo di Piergiorgio Baldacco.
RIAPERTO IL MUSEO DELLA MONTAGNA
Nel mese di agosto ha riaperto i battenti, dopo anni di chiusura per le necessarie ristrutturazioni e per una radicale revisione delle raccolte, il Museo Nazionale della Montagna del CAI al Monte dei Cappuccini. La apertura, affrettata dalla contemporanea ostensione della Sindone, riguarda però le sale del primo piano; per quelle del secondo, che comprendono anche il padiglione speleologico per il cui allestimento è stato interessato il nostro Gruppo (V. boll. n. 65), si provvederà in un secondo tempo: sembra che siano arrivati i finanziamenti richiesti e che in breve si possa ripartire per ultimare i lavori.
IL BIVACCO LUSA-LANZONI
Le strutture del bivacco Lusa-Lanzoni, approntate a Faenza, sono state trasportate in settembre sul Monte Corchia e in men che non si dica mon-
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tate sull'aereo spiazzo ricavato sullo sperone della montagna sovrastante Levigliani da un lato e la valle delle Verghe dall'altro, all'altezza dell'abisso Fighiera. I faentini hanno fatto proprio un bel lavoro. Per l'occasione si sono ritrovati lassù vecchi amici di Faenza, Bologna e Torino, ed è stata una piacevole sorpresa rivedere anche Adriano Bentivoglio darsi intensamente da fare come se la grave infermità che recentemente l'aveva colpito fosse solo un lontano ricordo. L'inaugurazione dell'opera è fissata per il 15 ottobre.
PROIEZIONI
Il nostro fotodocumentario è stato proiettato il 9 maggio a Brusasco, il 20 maggio a Bordighera (Biblioteca Civica), il 24 giugno a Cuorgnè presso la Pro Loco in collaborazione con l'Istituto di Antropologia dell'università di Torino, in occasione di una visita al cantiere di scavo presso la grotta di Salto.
NUOVI RECAPITI
Indirizzo di Riccardo Francone: p. Hermada 10, t. 83.72.52
Giovanni Badino: tel. 33.25.01 (V. Airasca 4)
Piergiorgio Baldracco, Via Case Ostino 67, Cavagnolo (TO).
GLI INCIDENTI SPELEOLOGICI IN FRANCIA.
Un accurato censimento dello S.C. de Paris, pubblicato su Grottes et Gouffres n.65, fa ascendere a 84 i morti in incidenti in grotta in Francia dalle origini al 1976 compreso; prima del 1933 si è avuto un solo incidente mortale. Una recrudescenza si ha negli ultimi anni: 16 morti tra '75 e '76. Dal 1969 al '73 la media è stata di 8 incidentati all'anno, che su 16.000 praticanti corrisponde a uno su duemila. L'incidente più catastrofico, con 6 morti, è quello famoso del 1950 per una piena nel Trou de la Creuze. Su 84 morti, 22 si sono avuti in sifoni, 22 per caduta (almeno 9 inesperti), ben 11 per asfissia da gas naturali o di esplosione.
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Attività di campagna
3 Maggio: battuta di M. Vigna sopra Prato Nevoso e ritrovamento di un buco soffiante.
7 maggio: abisso dell'Artesinera: Badino, Cazzola, Carrieri, Guidi, Perello, Pinna, Villa. Grotta dell'Orso di Pamparato: Eusebio, Agazzini, Riccardo, Carlo, Mamo.
14 maggio: abisso Ribaldone. Badino e Avanzini più Janni scesi alla base del 90: continua oltre la finestra con altri due pozzi, più un terzo non disceso (v. articolo più avanti) .
21 maggio, Garb dell'Omo inf.: collegate due sale con una nuova risalita e una disostruzione: Doppioni, Riccardo, Eusebio, Franca, Benevolo, Elio. Val Pellice: ricerca di cavità segnalate; Arietti, Gallardo, Gastaudo, F. e M. Maina, W. Segir, M. Zanone.
27-28 maggio, alla Grotta delle Vene Carena con tre amici.
28 maggio: abisso dell'Artesinera, esplorato e rilevato il ramo della traversata del 50 (strettoia), da Badino, Baldracco, Doppioni, Francone, Perelle, Squassino, Vigna. Arma Pollera: G. Banfo, F. Miniscalco, V. Valli. Alle Curbassere in Val d'AIa sono stati trovati interessanti graffiti e cave antiche di pietra ollare: Arietti, Gallardo, F. Mazzer, F. Maina, Tesio, Villa.
30 maggio: abisso dell'Artesinera; Benusiglio e amici. Grotta dei Lesi (Padova) : Tony con Beppe e Paolo.
3 giugno: Abisso Fighiera: G. Benusiglio, C. Curti, P. Eusebio, V. Villa, M. Villone. Buca degli Abruzzi (esplorazione, foto, esercitazione d'armo; p. 60 + p. 12 chiuso): Agazzini, Marzano, Sibour, Walter, Elio. Abisso delle Tre Crocette: E. Baiardi, F. Maina, F. Mazzer, G. Gianelli, G. Villa. Balma di Sambughetto: Arietti (sopralluogo sull'assetto attuale) .
18 giugno, abisso Fighiera, esplorazione e rilievo: Avanzini, Badino, Benevolo, Eusebio, Marzano, Verra, Villone.
25 giugno, Buca Grande di Monte Pelato: Avanzini e Badino fino a -300. Gallo e Francone al Garb dell'Omo inf.- Gastaudo, Gili e amici con scopi fotografici all'Arma dei Grai.
2 luglio. Garb dell'Omo inf.: Agazzini e Segir. Alle Carsene esercitazione di soccorso.
Settimana del 7 luglio, Badino ha partecipato al Corso naz. per tecnici del soccorso alpino tenuto dal CNSA al rif. Monzino.
13 luglio, L. Bosco e E. Pulzoni trovano una nuova cavità sul M. Vin Vert (Oulx).
16 luglio, esercitazioni di soccorso ai Perdus (Avanzini e altri), al Rangipur (Baldracco, Doppioni, Eusebio, Vigna, Villa, Buccelli), all'F3 (Coral, Perello, Coppa, Squassino e altri) e all'F33 (Badino, Oliaro).
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16 luglio, ricerca di cavità segnalate in comune di Ceres: Agazzini, Arietti, De Filippi, Franco, Gallardo, Gastaudo, Zanone.
23 luglio, Abisso Ribaldone: Avanzini e Badino proseguono oltre la finestra alla base del 90, e dopo 4 pozzi ricadono nel ramo vecchio sulla sommità del terzultimo pozzo (v. articolo) .
Agosto: campi estivi e Incontro dei volontari del soccorso speleologico alle Carsene (v. articoli). Campo di tre giorni al Giaset di Gili e amici.
26 agosto, Balma di Rio Martino: Curti, Eusebio, Salvaia.
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la parola al presidente
Gruppo Speleologico Piemontese e Marguareis non possono stare a lungo lontani. Hanno bisogno uno dell'altro e questo matrimonio. non essendo mai stato celebrato, non sarà mai sciolto.
lo, poi, sul Marguareis forse non ci sono nato, ma è solo là che vivo e probabilmente ci morirò. D'altro canto è aspirazione di tutti morire a casa propria, lasciare il proprio corpo nel luogo al quale è maggiormente legato.
"La chiave è stata perduta in Caracas..." forse c'è chi aspetta che qualcuno vada a farsela consegnare, per aprire la porta del proprio destino, o forse il Visconte sta giocando con la mente fragile di uno speleologo romantico che ha perduto chissà quando il proprio amore nel vento di una notte invernale ed ora cerca sollievo scendendo nelle viscere di quella montagna o interrogando con lo sguardo la valletta dei Pensieri mentre il Vento ed il paesaggio entrano nel suo essere risvegliando il dolore di antiche ferite.
Una arrampicata per trovare e lasciare un chiodo in fondo a Piaggia nella, una arrampicata per mettere 10 metri di scale ed una corda dove Caracas entra nei Piedi Umidi ed una arrampicata che aspetta il suo salitore sono alcuni degli anelli dalla lunga e misteriosa catena che legano il mio eserc da sempre e per sempre al Marguareis, più precisamente al Vallone di Piaggia Bella, più precisamente alla testa di Caracas.
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P. D. |
Torino, 29/8/78
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Campo a Piaggia Bella e dintorni
relazione cronologica
5 AGOSTO: partenza da Torino in mattinata in grande stile con le auto cariche all'inverosimile (particolarmente patetiche la 850 di Poppye il Land con le balestre curvate in basso per il carico). A Mondovì tradizionale sosta a casa di Meo dove ci aspetta il solito carico di viveri di ogni genere; non si sa come, ma si riesce a sistemare il tutto, compresi i due bidoni di vino fissati con le corde davanti al radiatore del Land. Bene o male riusciamo ad arrivare ad Ormea dove abbiamo appuntamento con i Triestini e gli Spezzini alla stazione. A questo punto capita inaspettato Giancarlo "Mezzamano" appena reduce da un'"ennesima rottura" (questa volta si tratta del bacino) e così viene precettato per il trasporto in auto di un po' di persone almeno fino a Monesi dove termina la strada asfaltata.
La salita su per la pista è allucinante: dopo aver rischiato più volte di capottare a causa del carico che sbilancia paurosamente le auto, arriviamo con i grappoli umani appesi al portapacchi, al nevaio che ancora blocca in parte la strada dopo la curva del Ferà: lo passiamo velocemente seppure con un certo brivido! Al colle dei Signori giungiamo verso sera e subito ci incamminiamo verso la Capanna con buona parte del carico. Al Rifugio ci aspettano già Andrea, Doppioni, Tony con fratello e un amico e un Veronese.
6 AGOSTO: In mattinata un certo numero di persone fa un giro fino alle auto per prelevare altro materiale. Andrea con i restanti svuota completamente il Rifugio per una pulizia radicale, necessaria dopo tanto tempo. Si sistema il telone dietro il rifugio utilizzando la struttura metallica dell'altr'anno che ha retto bene.
In serata Tony, amico e fratello con Beppe di Verona vanno a fare un giro in P.B. fino alla Confluenza. Nel frattempo arriva Giorgetto per tentare la disostruzione del 5° ingresso di P.B. (Buco delle radio). Andrea va in prospezione dalle parti dell'A 99, al limite superiore della zona A. Poppy va a vedere un pozzo con la sigla "Club Martel" che però diventa impraticabile a -25 in meandro. In serata arrivo di Patrizia e Marco.
7 AGOSTO: Si cerca di stabilire dei turni per la cucina, purtroppo il problema è quanto mai arduo, dato il numero veramente eccessivo di presenze al campo (fino a trenta persone!) e sarebbe necessario far rimanere al campo diverse persone contemporaneamente per curare la dispensa, cucina, ecc. Inoltre il telone si dimostra insufficiente come capienza e quindi siamo costretti a stabilire dei turni a tavola. In mattinata arrivano Gili con un amico, a sera Danilo, Margherita e Meo. Nel pomeriggio una squadra parte per la zona Omega; c'è da rivedere l'Omega 1 che l'anno scorso sembrava dare sufficienti speranze; Giuliano, Poppy e Carlo entrano in Omega per tentare uno scavo al fondo: c'è molta acqua contrariamente all'altr'anno, ma per fortuna dove dobbiamo scavare è all'asciutto. Lo scavo si mostra subito impegnativo a causa della enorme quantità di materiale da asportare senza peraltro sapere l'entità dell'ostacolo; proviamo ad infilarci tra gli enormi ed instabili blocchi di frana, dove però non soffia aria,
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ma desistiamo perché rischia di crollare tutto da un momento all'altro.
L'altra squadra, intanto, con Andrea, Valeria (Capramatta) e Icaro di Trieste si infila in un buco di marmotte, già parzialmente visto l'anno scorso dagli Ormeesi e chiamata "abisso Sciagura", ma senza maggior fortuna.
Nel pomeriggio Tony (Boccadirosa), Walter (Papà) e Beppe di Verona partono alla volta di Caracas per tentare la traversata.
Doppioni con un triestino e uno spezzino va al Gaché per controllare una finestra sul 130... ma il resto ormai è storia! (v. gli articoli) .
Verso sera si scatena il finimondo: grandine a chili e acqua a ettolitri si riversano sul campo e molte tende sono lesionate o allagate; il telone resiste seppur con gravi danni.
Nella notte rientrano i tre dalla traversata Caracas-Piaggia Bella; hanno impiegato 13 ore e mezza.
8 AGOSTO: in mattinata si riparano i danni al telone causati dal temporale del giorno prima. Nel frattempo il sottoscritto decide di lasciare un paio di dita sotto un pietrone dietro il Rifugio. Danilo, Margherita e altri vanno ad esplorare il "Buco del Veratro" nella valletta dei Pensieri, ma nonostante i tentativi di infilare a tutti i costi l'esile Margherita, si dimostra effettivamente...un buco.
9 AGOSTO: parte Doppioni. Alcuni fanno un giro al Colle dei Signori per recuperare quel che resta dei viveri e a ritirare qualche centinaio di metri di corda, prestati dagli Ormeesi per essere in grado di continuare la esplorazione dei rami nuovi al Gaché. Tony, Geuna, Zinzala al B 16 hanno sceso una serie di pozzetti per un totale di circa 80 metri e sono finiti in una galleria con tracce di carburo si suppone sia lo Jean Noir: in tal caso si tratterebbe del settimo ingresso
Nel pomeriggio Giuliano, Valeria, Walter e Gili con un amico, passando per punta Emma scendono l'altro versante fino ad arrivare in zona D; vengono sondati parecchi pozzi già segnati e uno, il D 26, sembra promettente. Carlo, Poppy, Elio e Patrizia vanno al pozzo della Cascatella, già rilevato anni fa, fino a -40 e rifanno il rilievo perché, essendoci poca neve sul fondo, pare possa proseguire; l'esplorazione viene comunque rimandata per mancanza di tempo .
10 AGOSTO: Giuliano, Gianna, Anna, Gili e amico partono in mattinata per la zona Biecai con l'intento di andare a battere il vallone delle Masche. Si iniziano le battute nel vallone seguendo due faglie molto evidenti in prossimità del confine con la zona Biecai: vengono segnati sei pozzi che sembrano promettere qualche cosa; per mancanza di materiale e di tempo non vengono scesi; la corrente d'aria è appena percettibile. Nel frattempo ci raggiunge la nebbia e Anna si schiaccia due dita sotto un masso: decidiamo quindi di ritornare passando dal lago Biecai. Strada facendo troviamo dei pastori che ci procurano del latte fresco per il campo.
Punta al Gaché con Meo, Michele "Ruga", Icaro di Trieste e Spezzino: il pozzo sondato il giorno prima misura 130; c'è un 40, un 10 e un altro 40. La squadra si ferma per mancanza di materiale. In serata una nutrita squadra entra in Piaggia Bella con l'intento di arrivare al fondo armando per bene le cascate Capello. Durante la notte cade la prima neve...
11 AGOSTO: Una squadra composta da Franco, Massimo, Carlo, Poppy va al poz-
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zo della Cascatella per proseguire le esplorazioni.
Si scende di qualche metro sotto il limite dei giorni precedenti, lungo il nevaio, ma da quella parte sembra proprio che non si passi. Si potrebbe tentare dall'altra parte del nevaio, ma occorre pendolare sul pozzo da 20 dove l'armo è stato fatto male e quindi in attesa di riarmare come si deve facciamo foto. L'uscita è alle dieci di sera. Appena fuori mi attacco alla radio per collegarmi con la Capanna e per sapere le ultime novità del Gaché, ma mi capta l'onnipresente Baldracco dalle Carsene che mi ricorda di partire l'indomani al più presto per il campo di soccorso.
Dal Gaché frattanto giungono le ultime notizie: il Gaché finisce nel... Gaché a -400 circa.
12 AGOSTO, aria di smobilitazione al campo: per buona parte di noi ci aspettano gli impegni col CNSA alle Carsene. Alle Selle vecchie, carosello di auto in mezzo metro di fango con ribaltamenti ecc. Però verso sera piove dal cielo il Land di Giorgio a ristabilire l'ordine. Rimangono alla Capanna Curti e Poppy.
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GIULIANO VILLA |
il ramo nuovo al gache'
(ramo destro)LA SCOPERTA
Sono sul Marguareis da circa una settimana, due mogli e tre figli mi fanno preferire stare al campo. Anche perché il trasporto delle masserizie ha richiesto tre giorni. Tre stupendi giorni. Andrea sta cercando di orientare le scelte e le squadre di chi desidera andare in grotta, ed io mi avvicino per sentire cosa bolle in pentola. "Tra le altre cose, se volete, ci sarebbe da andare al Gaché per raggiungere una finestra che si trova alla sommità del 130.. .". Il pubblico cui è diretto l'invito è costituito da due speleologi spezzini, Roberto Vigiani e Daniele Sigismondi.
- Gache? - dico io - ci sono andato l'ultima volta nel '6l a sfondare il FIN francese a -400 con Marziano e Giulio.
Andrea non perde l'occasione di farmi notare che Roberto a quell'epoca non era ancora nato e dichiara che sarà una squadra d'eccezione.
Il nevaio quest'anno riempie totalmente l'ingresso e per scendere occorre mettere un cordino.
Non mi ricordavo la potenza di quel meandro, pozzo in meandro, sala in discesa con grossi blocchi di frana alla base dei quali si apre il grande pozzo dove perse la vita Lucio Mersi. Ultima testimonianza della tragedia sono le vecchie scale con cavo da otto e gradini di legno che avvolgono un ponte naturale e che penzolano, tranciate, poco oltre.
Il vizio di gironzolare è ormai una seconda natura; sulla destra di questa frana, un po' più in alto dell'inizio del pozzo individuo un meandrino discendente, provvisto di regolare corrente di aria.
Finestra o meandro? Scegliamo il meandro, anche perché l'idea di fare strani numeri alla sommità di un 130 non è delle più accattivanti. Ben presto ci rendiamo conto che il meandrino è inesplorato e chiuso, dalla
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solita frana di detrito fine. Mentre controllo un buco sopra la frana (stoppo) Roberto individua, un po' più indietro, sulla destra, un interstizio tra sassi e soffitto dal quale arriva aria. Riprese le speranze tolgo un po' di pietroni e mi infilo in un budello inclinato tra i 30 ed i 45° con il pavimento di detrito franoso ed il soffitto di lame instabili. Un buchetto nero intravisto oltre gli stivali, al fondo del declivio, fa pensare che, forse, continua.
- Coraggio Doppioni - mi dico, e mi lascio scivolare verso il basso, nella speranza che i pietroni ed il pietrame che mi sto lasciando alle spalle non facciano altrettanto.
Al di là della strettoietta, per fortuna il condotto si allarga, riceve un meandro ascendente sul lato destro, e prosegue verso il basso, dove prende la forma di un meandro verticale, concrezionato. Il solito sasso, dopo avere alquanto rimbalzato, mi dà quattro o cinque secondi di silenzio prima del tonfo finale. "Poca miseria - penso - sono tornato sul l30".
Risalgo all'inizio del passaggio e prego Daniele di portarsi alla sommità del 130 e di starci almeno un quarto d'ora, con le orecchie aperte. Ridiscendo la frana e per buoni venti minuti scarico tutto quello che posso verso il basso, anche perché scendere il meandro significherebbe passare in mezzo a tre o quattro grossi blocchi incastrati uno sull'altro, alquanto instabili. Anche questi, comunque, si decidono a precipitare in basso.
Tornato su, mi sento dire che Daniele non ha sentito il minimo rumore.
- Adesso cosa facciamo?
- Che razza di domande! Abbiamo due corde da 60, le andiamo a prendere e scendiamo.
Il pozzo è un 60 metri, di cui una cinquantina in vuoto; una perfetta campana con il fondo piano e l'acqua che, poco oltre, si butta nel pozzo successivo, che si apre con un diametro di circa due metri e mezzo.
Contare sette secondi di silenzio mentre il sasso abbandonato scende a velocità sempre maggiore, stando sull'orlo di un pozzo inesplorato è una di quelle profonde e violente emozioni difficili a descriversi.
Scendono gli altri, potessi rappellerei la corda dal pozzo precedente tanta è la voglia di proseguire.
Torniamo contenti al campo: ad altri il piacere di scoprire ciò che l'artiglio destro del Gaché potrà dare.
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PIERGIORGIO DOPPIONI |
LA SECONDA PUNTA
Il 7 agosto, nel tardo pomeriggio, arriviamo al campo a Piaggia Bella Margherita ed io, appena in tempo per goderci il ritorno del nostro beneamato Presidente Doppioni da una discesa nel celebre abisso Gaché. Trafelatissimo ci comunica di aver scoperto, a -70 circa, un meandro nuovo e di aver sceso, in esso, un pozzo di 60 metri. Ma il bello è venuto quando si è dovuto fermare sull'orlo di un saltino con una cascatella dove la pietra cade nel vuoto per 7 secondi puliti...
Qualche giorno dopo partono per il Gaché i "volontari" per la seconda punta e cioè Marco Perello, Beppe di Verona, Roberto e Daniele di Imperia e, purtroppo, anche il sottoscritto.
L'unica corda lunga che siamo riusciti a raccattare è una schifosissi-
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ma corda industriale di pochissimo affidamento, lunga 140 metri e imprestataci da "Rugamerdone" che durante le prove effettuate al successivo Campo alle Carsene si romperà al primo strappo (la corda, non Rugamerdone). All'imbrunire entriamo nel gelido Gaché. Arrampicatine, galleria, arrampicate, pozzo di 13 m ed eccoci finalmente all'imbocco del nuovo meandro; strettoia, frana, pozzo di 60 m favoloso a campana e siamo sul pozzone inesplorato.
L'acqua vi piomba giusto al centro, bisogna traversare per cercare di armare al di fuori del getto, operazione che, essendo il sottoscritto il più vecchio della compagnia, con la veneranda età di 23 anni non ancora compiuti e quindi minor perdita per il mondo, viene affidata a me.
Vi assicuro che traversare e frazionare su una cordaccia industriale con 7 secondi di volo sotto il sederino, fa venire quei famosi brividini di cui parlava Badino nel suo articolo sulle tecniche di armamento, riguardo i frazionamenti "aerei".
Piantato un buono spit su un tettuccio riprendo la discesa. Dopo 5 metri sono già fradicio. Nonostante l'attacco spostato, che permette di evitare di finire proprio sotto il getto d'acqua, ci si infradicia ugualmente. La corda scorre maledettamente, devo usare anche i piedi per frenare. Quello al centro del quale scendo è uno stupendo cilindro, a sezione quasi perfetta, di alcuni metri di diametro, uno dei più bei pozzi che abbia mai visto.
Dopo 130 metri di discesa giungo al fondo, mi ero aspettato fosse 20 o 30 metri più in basso, a giudicare dal lancio della pietra. Mi slego e proseguo, ma fatti pochi passi eccomi alla sommità di un nuovo salto, lungo il quale si getta l'acqua, che valuto profondo una quarantina di metri.
Eccitato per la scoperta telefono (ci siamo portati appresso dei microtelefoni, più per divertimento che per effettiva utilità) a quelli di sopra di far scendere qualcuno con delle corde, per proseguire nell'esplorazione, ma costoro mi invitano tranquillamente a risalire, poiché non hanno nessuna intenzione (e non sono scemi) di farsi 130 metri di doccia. Pazienza, toccherà a qualcun altro. Mi resta la soddisfazione della discesa di questo bellissimo pozzo (che dedicheremo in seguito ad Augusto Guglieri) "en première".
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DANILO CORAL |
LA TERZA PUNTA
Ecco in breve la relazione della terza e penultima punta al nuovo ramo destro del Gaché. Siamo in tre: Michele detto Ruga (SCT), Icaro (Trieste) e Meo (GSP). Si scende il 130 e inizia l'esplorazione. Icaro arma molto bene il p. 35, alla base del quale si diparte un bel meandro. In facile arrampicata raggiungiamo un punto in cui il meandro si sfonda in un salto di 10 metri. Icaro e Ruga sono al settimo cielo, continuiamo a piantare spit con la volontà di un martello pneumatico; si arma così il successivo salto di 60 metri e solo l'esaurimento dei materiali riesce a fermarli su un pozzo valutato approssimativamente di 30 metri.
Usciamo alle 3 del mattino in mezzo ad una bufera di neve, per alcuni istanti ci assale il dubbio di aver fatto una punta un por più lunga del solito (qualche mese, sic!), ma ritorniamo presto alla realtà e tra una sci volata e l'altra raggiungiamo i caldi materassi della Capanna.
MEO VIGNA
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L'ULTIMA PUNTA
Mi aspettavo molte cose, salendo con Carlo da Carnino alla Capanna: certo non che ci fosse una prosecuzione imponente nel Gaché. E ancor meno che dopo un giorno mi ci sarei trovato dentro con Beppe di Verona, Daniela di Trieste ed il Caiunno di La Spezia. E' molto molto umida ed ancora più bella: e facile. Pozzi splendidi che vi ha raccontato qualcun altro ci portano nell'ultimo inesplorato, di una ventina; lo scendiamo per fermarci su un altro di pochi metri che, ahimè, è l'ultimo. Si congiunge infatti al ramo vecchio alla sommità del penultimo pozzo di venticinque, a -400 circa. Dato il poco che abbiamo fatto, un po' delusi, andiamo al fondo, superando appunto questo venticinque e il successivo sessanta. Giriamo un po' le gallerie finali e poi ce ne usciamo lasciando armato per altre, necessarie, discese.
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GIOVANNI BADINO |
l'uscita in Caracas
Era il lunedì 7 agosto, appena svegliato sentii delle voci e mi accorsi che parlavano ancora della traversata del Caracas che dovevano effettuare in sette persone.
Anch'io come tanti meditavo di fare quella traversata, però non mi ispirava il fatto di doverlo fare con altri sette (quasi tutti inesperti). Ma Gobetti spiegò agli "allievi" che c'era un po' di pericolo e mi fece un gran favore, infatti di quei sette ne rimase solo uno con la volontà di andare in Caracas, così decisi con Beppe (un amico veronese) che potevamo fare noi quella traversata, prendendo con noi Walter, che non si era spaventato delle parole di Gobetti che asseriva: "Pozzi che scaricano, meandri della paura, e così via". Io mi sentivo di potercela fare, anche perché c'era Beppe che aveva già provato in varie occasioni il sistema del recupero dal basso. Allora ci decidemmo, preparammo i materiali e demmo anche un bel colpo alla dispensa, sapendo che per varie ore ci saremmo accontentati di qualche pezzo di cioccolata.
Alle undici eravamo all'ingresso di Caracas. Prima di entrare ripensai alle parole dette da Gobetti, che se per mezzogiorno dell'indomani non saremmo usciti sarebbero venuti a soccorrerci. Quando fummo entrati, ci fu la prima sosta per far funzionare le acetilene che come al solito non funzionano. Io non mi accorsi di avere il beccuccio otturato e diedi qualche pompatina di troppo ed inevitabilmente il beccuccio venne scaraventato come un proiettile verso la roccia. Loro dissero che volevo bruciare la grotta, affermavano che il mio casco sembrava un lanciafiamme. Quando il tutto si calmò cominciammo ad armare ed ascendere i pozzi di Caracas. Giunti al centoventi, che si fa in tre salti, scendemmo normalmente e arrivati all'ultimo pozzo di 45 metri, recuperando la corda ci venne un collasso nel vederla rosicchiata quasi per metà appena dieci centimetri dal nodo iniziale. Ma ci fu un altro colpo di scena.
Quando gridai ai compagni che ero alla confluenza, sentii un gran colpo (pensavo un compagno avesse dato una grande testata al soffitto molto basso in quel punto), mi girai e vidi una grande luce e Walter che nuotava
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nei trenta centimetri d'acqua della confluenza, ne seguì un gran fumo ed una grande risata.
Cos'era successo? Il carburo era stato immerso nell'acqua da Walter e lo scoppio era naturale in quelle circostanze, ma quello che ci fece ridere non era il bagno fuori programma di Walter ma la sua faccia che pur non ustionandosi era diventata nera causa lo scoppio, così lo soprannominammo "Otello".
Dalla confluenza era soltanto più uno scherzo uscir fuori senza cercar di far primati e ci accorgemmo che eravamo al rifugio in tredici ore e venti minuti, considerando che da noi ne erano state previste sedici.
Entrati nel rifugio ci buttammo sulle vivande rimaste per soddisfare il nostro buon appetito terminando con una chiacchierata. Anche stavolta il Visconte ha voluto ridere con gli speleologi.
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ANTONIO GIAGNORIO (Tony bocca di rosa) |
B16: un discorso chiuso?
Durante il campo estivo 1978 partiamo in 5 dietro consiglio di "Ruga" per il B16, ovvero pozzo dei Cuneesi, ovvero Grotta dell'Illusione. Siamo: Tony Bocca di Rosa, Gili, Romano, un amico di Gili ed io.
Il B 16 è situato nella valletta dei pensieri, esattamente poco sopra alla Grotta dell'Indiano, il che ci fa pensare che con un po' di fortuna e con il permesso del VISCONTE si potrebbe anche finire in PB.
L'ingresso è un corridoio in discesa di 2 m circa e subito dopo inizia il primo pozzo (10 m circa). Lo troviamo già spittato. Armiamo con una scaletta e scendiamo io e Tony. Alla base parte un cunicolo che dopo due strettoie "stracciatuta" porta in punta ad un altro pozzo (10 m). Mentre armiamo ci raggiunge Romano con Franca Maina (Gili e l'amico sono rimasti fuori per difetti della "carburina"). Scendiamo con un'altra scaletta, ci rimangono solo 40 m di corda (quella di Meo). Altro cunicolo come il precedente (comprese le strettoie) ed ecco ci su un terzo pozzo. Non abbiamo più materiale da armo e Tony si arrischia con la libera, ma dopo 2 metri decide che è più salutare risalire. Usciamo per cercare altro materiale e dopo un'ora siamo di nuovo lì Tony, Romano ed io. Velocemente ci portiamo sulla sommità del 3° pozzo (12 m circa), armiamo con sola corda e giù con il discensore. Alla base del pozzo ci troviamo in una galleria sotto stillicidio e dopo 2 metri un 4° pozzo. Altro spit, corda e discensore (sui 16 m). Scende per primo Tony, e per un po' c'è solo il silenzio rotto dallo stillicidio che nel pozzo è più forte... poi urla degne di un Apache sul sentiero di guerra: "Siamo entrati nell'Indiano, ci sono tracce di acetilene!". Scendiamo anche noi, subito strette di mano, pacche su! le spalle e abbracci. Siamo alla base di un bellissimo pozzo scavato sotto pressione e poco sopra di noi c'è un'apertura: mi arrampico e riesco a intravvedere che è la base di un pozzo ascendente. Intanto Romano si infila in uno stretto cunicolo e dopo qualche metro fatto con la pancia nell'acqua si ferma perché è troppo stretto; gli sembra di sentire dell'altro stillicidio in un pozzo. Risaliamo veloci, arriviamo al rifugio verso le 3 del pomeriggio dove Gianna ci fa trovare un ottimo pasticcio di trippa e altre cose molto buone.
Purtroppo (ci siamo accorti dopo) non siamo entrati nell'Indiano.
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WALTER ZINZALA |
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B16 - rilievo
B 16, B 16, era al campo di quest'anno sulla bocca di tutti. Così, verso la fine del campo decidiamo, stufi di vaccheggiare in eterno, di entrare anche noi. Ci vestiamo stancamente ed entriamo. Siamo in quattro: Roberto di La Spezia, Luciano di Ormea, Carlo ed io del GSP.
Scendiamo per 56 metri, dirà il rilievo che faccio, finché ci accorgiamo che ci mancano le brugole; bestemmiando come dei dannati usciamo, ripromettendoci di tornarci.
Così il 9 di settembre Carlo, Mauro, Mamo ed io ci ributtiamo in quelle fessure maledette, convinti di entrare in P.B. Riarmo i vari pozzettini, anche l'ultimo (16 m) e ci troviamo nella copia del meandro di sopra a -72 m, con una finestra sulla destra e un meandrino sulla sinistra. Mi infilo di slancio nel meandrino per 3 metri e ne esco dispiaciuto perché il meandro non soffia aria, strano. Decidiamo allora di risalire la finestra che avevamo visto in precedenza; uno spit, una staffa e Carlo passa. Lo seguo a ruota e ci accorgiamo che la finestra è in realtà l'arrivo di un pozzo che parte dall'alto, dal pozzo di 13 metri che sta sopra al 16. Ora perché, pur finendo quasi sicuramente in P.B., il B16 non soffia? Che sia stoppo da detriti? Non pare. Anche se probabilmente nessuno o quasi scenderà più il B16 (o pozzo Cuneo), resterà sempre la possibilità che si tratti di un ingresso di P.B. ?
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ATTILIO EUSEBIO (POPPY) |
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Perdus '78
A quattro anni dall'esplorazione dell'abisso, resaci possibile dalla collaborazione con il C.M.S. di Nizza in quanto la prosecuzione trovata da Claude Fighiera ci venne praticamente regalata, torno a tentare il fondo con una squadra formata all'insegna del nuovo corso della speleologia: Beppe di Vicenza, Ago di Bologna, Mario di Trieste, Gian Carlo di Savona sono i miei compagni in questo tentativo, per il quale, devo delle scuse a Badino che era con me nelle esplorazioni del '74.
La grotta è mezza armata e scendendo con gli occhi alle pareti si notano diversi punti sui quali lavorare. Una strettoia disostruita ne nasconde un'altra sulla quale non si ritiene utile intervenire. Nella rete di condotti che si sviluppano verso il fondo andiamo, Mario ed io, a controllarne uno ascendente, a suo tempo notato da Badino, mentre gli proseguono con l'intento di toccare il fondo. Dopo un primo tratto in salita il condotto si trasforma in un interessante meandro fossile ad andamento orizzontale, percorso da corrente d'aria. Ci raggiungono gli altri con i quali proseguiamo verso l'ingloriosa fine del meandro che si perde in una serie di sottili spaccature ascendenti ed impercorribili; anche la corrente d'aria è cessata. Firmiamo con una sigla che raramente si vedrà in fondo a grotte del genere (i curiosi possono andare a leggersela laggiù) e torniamo quindici metri indietro, dove avevamo notato una spaccatura laterale promettente. Vanno a dare un'occhiata Mario, Gian Carlo e Beppe. Quando ritornano ci raccontano di avere trovato un condotto che arriva in una triforcazione: due rami sono stati esplorati e non danno speranze, il terzo, discendente e attivo di circolazione d'aria, sembra prometterete bene. Non hanno proseguito per l'insufficiente autonomia degli impianti di illuminazione. Siamo tutti molto contenti che questa nuova via lasci una speranza concreta di prosecuzione, ci fermiamo ancora a fare due ciance prima di avviarci sulla via del ritorno. E' nostro compito procedere al disarmo totale della grotta per cui usciamo verso le dieci del mattino, 24 ore dopo essere entrati, carichi di materiali.
Alla faccia di chi dice che per andare bene in grotta bisogna conoscersi ed essere affiatati, io riconfermo che per andare in grotta bene basta essere tra speleologi, cioè tra gente che in grotta ci va abitualmente. Non ero infatti mai stato in grotta con nessuno dei componenti la squadra e credo che nemmeno gli altri avessero esperienze comuni di esplorazioni, ciononostante siamo andati giù e su in perfetto accordo, divertendoci un casino e convinti che faremo di tutto per tornare insieme a vedere cosa nasconde quel condotto discendente che la prudenza ci ha sconsigliato di scendere. Arrivederci quindi ai Perdus!
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PIER GIORGIO DOPPIONI |
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FIGHIERA' FIGHIERA', MA CHE VITA E' QUESTA QUA
Si susseguono gli assalti nelle cantine del Monte Corchia. La regione di riguardo in queste discese è stata quella del Corno Destro, mentre si è proceduto allo svuotamento degli altri rami dai materiali lì addormentati.
Sabato 18 giugno abbiamo assaltato a colpi di rilievo una imponente prosecuzione dell'estremità di questo ramo, scoperta con una breve e cal da risalita da una squadra Torino Trieste in una discesa precedente (tutto questo dopo il recupero dei materiali dal Meinz, e mentre Meo e compagnia rilevano zone dell'OM) .La prosecuzione è costituita dalla solita galleria con pozzi sparsi, che si va ingigantendo fino ad un salone ove sprofonda in un pozzo da 20. Io scendo (sono con Aldo e Simonetta), e subito sotto c'è un altro pozzo giusto alla base di una bella risalita in punta alla quale la galleria sembra continuare.
La volta successiva tocca ad Aldo, che compie la bella risalita su circa 20 metri pervenendo ad una sala secondaria.
E la volta ancora successiva ci son di nuovo io, ancora con Aldo (abbonato stagionale a questo ramo) e Pupi. La sala in cima alla risalita è grossa e ancora da risalire. Una di queste vie, che sembra portare alla prosecuzione naturale della galleria, è toppa così come un'altra. Ne rimane una, in cima ad un canalino di frana, che dal basso sembra toppa. Decidiamo di provare lo stesso. Per una decina di metri è facile, l'uscita è invece un casino. La supero con grande prudenza, e cioè incastrando con un nodo una corda sotto un masso, in bilico come i suoi vicini, e tirandomici su sopra. L'imbecillità è, come spesso accade, premiata: la galleria continua. Fisso la corda per Aldo e corro via: e in capo a poche decine di metri sbuco in un salone. La domanda che mi ero posto nel salone precedente, come cioè il monte riesca a stare su, qui si pone ancora più pressante. Mentre Aldo mi raggiunge dò una sommaria occhiata in giro. Tutto chiuso salvo una risalita (tanto per cambiare): la facciamo (molto facile) e sopra una strettoia in frana che, mentre disostruiamo, ci dona il guscio di una lumachina che teneva custodito. Passiamo: sala e ancora risalitina che supero sulle spalle di Aldo, ancora galleria in su, mentre Aldo trova un meandro che, pur franoso, gli cortocircuita la risalitina appena fatta. Su, su fino ad un tappo di frana dove romba una forte corrente d'aria. Alcuni suicidi tentativi di superarla non portano a nulla, se non alla conferma della convinzione che l'esterno, lì, è davvero vicino. Il rilievo mostrerà poi che siamo nell'ordine di cinquanta metri verticali dalla superficie. Ce ne andiamo.
Il giro seguente invece non ha nulla a che fare con le risalite. Danilo, Aldo e ancora chi scrive. E' tempo di buffonate, stimolate dal nuovo motto "Se non figa, figherà", perciò mi porto giù una asticciola di metallo e con quella e un po' di nerofumo costruisco una meridiana abissale nei prezzi del "campo base" a -250. Poi andiamo a far cose più serie (?) nel ramo dei Disperati, ancora nel corno destro dove, a -560, c'è un bel pozzo sui cento, già parzialmente sceso dall'Orsetti due settimane prima. La zona, in cui non ero mai stato, è probabilmente la più bella dell'abisso, con gallerie simpatiche, ampie e concrezionate. Il pozzo è bello: scende Danilo, poi Aldo e si fermano a centodieci metri dalla partenza, dove il
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pozzo diviene una stretta e lunga diaclasi, su una strettoia da allargare che dà su un altro pozzo sui venti-trenta (-670). Io invece me ne vado ascendere un bel pozzo in un'altra zona della galleria. Anche quello è una larga diaclasi (orientata NO-SE come il 110) di quarantacinque metri di profondità (un frazionamento) .La corda è naturalmente giusta giusta per il pozzo e così non posso scendere il successivo di una diecina di metri in un meandro che ha l'aria di essere attivo (ma non tira aria): risalgo. Poi con gli altri scendo un terzo pozzo-diaclasi (stretto) che dopo trentatré metri chiude irrimediabilmente. Ce ne usciamo poco soddisfatti dell'aver aggiunto un paio di centinaia di metri di pozzi esplorati alla grotta. Usciamo bene, come si deve, ognuno per conto nostro e col suo passo e in effetti dopo 4-5 ore siam tutti fuori: dimostrando ancora una volta che per far buoni tempi in grotta non bisogna correre ma andare pieno senza mai fermarsi.
Temo che sul prossimo bollettino racconterò di nuovo altre discese nel Fighierà.
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GIOVANNI BADINO |
al Ribaldone e al Pelato
La storia inizia nel '72 quando, ancora nel GS Savonese, con altri amici discesi il Ribaldone. Fui colpito, a quell'epoca, dall'ampia finestra che sovrastava il fondo del pozzo da 85 a quota -290. Le relazioni dicevano che era inviolata. Il tempo, sulle Apuane, scorre lento e sei anni dopo era ancora lì, inviolata dall'uomo come la Nix Olimpica su Marte. Ed è così che verso maggio Aldo Avanzini, un genovese ed io scendiamo con l'intenzione di andarsela a fare.
Scendiamo pensando che il Ribaldone sia ormai spittato per le discese su corde, dato che l'enorme numero di spedizioni ivi effettuate. Ma, testimone della stupidità umana, l'abisso risulta assolutamente non chiodato. Scendiamo quindi lenti, armando con cura e risolvendo tutti i pozzi. Sicchè quando siamo sull'85 siamo in un bel ritardo sulla tabella di marcia di questa spedizione lampo. Decidiamo che io scenda sullo spit che ho appena messo, a vedere se sul pozzone occorrano frazionamenti, mentre Aldo e l'altro escono. Scendo e vedo che il pozzo risulta risolto dallo spit iniziale, ed è allora che Aldo mi urla di andare a vedere un po' al fondo com'è la finestra. Ubbidisco e atterro a -290. La finestra, direttamente sul quarantasette successivo, è più alta di quanto ricordavo (cinque o sei metri) .Ma sembra anche più facile. Ma ahimè, la roccia è sbriciolata (quella su cui è impostato il pozzo deve essere una faglia). Decido di risalire ma... forse... Con cautela ne salgo assicurato alla corda dell'ottantacinque i primi due metri: poi con un prodigio di abilità ed equilibrismo metto un ridicolo spit storto mezzo metro sotto il davanzale (della finestra). Poi con un prodigio di incoscienza e un tuffo (la finestra è tanto marcia che non ci si riesce ad aggrappare) mi trovo steso sulla pancia sul davanzale fatto a sella largo meno di un metro. Dall'altra parte un altro pozzo molto ampio. Ne scendo un pezzo con quel che avanza di corda dall'ottantacinque, ma non arrivo. Aldo mi lascia cadere una corda giù: si ferma a metà. La
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successiva che mi lancia invece mi raggiunge. E' una venticinque: sicuro di arrivare la attacco e vado fino in fondo ad essa, ma non in fondo al pozzo che è da trenta. Gioco il jolly, cioè la bretella della jumar che, fissata alla corda, mi regala altri due metri. Gli ultimi tre sono in libera. Ampia base, risalitina su blocchi, pozzo da poco (tredici) facile in libera anche se franoso ed una corda non farebbe schifo. Poi strettoia e pozzo che valuto sui quindici, venti. Usciamo lasciando parzialmente armato.
RIBALDONE (ramo nuovo) - rilievo
Alcune domeniche dopo, ancora Aldo ed io, già vestiti da grotta (camuffati da speleologi, voglio dire) all'imbocco abbiamo la gradita sorpresa di una visita degli amici bolognesi Sivelli e Vianelli che ci dicono che sono andati al Pelato. E com'è, come non è, decidiamo di non andare al Ribaldone ma di andare nel vicino Pelato. Lo visitiamo da turisti fino all'ottanta, dove scendo per armarlo per le corde. Ci riesco e soddisfatto risalgo (la grotta ha troppa acqua per il turismo). Ringrazio anche qui gli amici che abitano all'ombra degli Asinelli per averci regalato questo giro. Penso e spero che ne faremo altri insieme.
Ed arriviamo così ai primi di agosto. Ancora l'accoppiata Aldo-Giovanni. La storia è purtroppo breve. Il pozzo su cui mi ero fermato risulta di trenta metri, poi un meandro porta ad un ambiente assai ampio con un pozzo. Lo scendiamo e ci veniamo a trovare poco sotto il campo base dei lucchesi, alla sommità del pozzo, credo, di ventitré metri. Scriviamo che l'esplorazione è stata in ricordo di Lusa ed Erica ed usciamo, disarmando solo parzialmente. Aldo terminerà poi il disarmo, facendo anche foto, in un'altra occasione.
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GIOVANNI BADINO |
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al gouffre berger -1122
Da qualche anno chi scrive voleva togliersi la soddisfazione di visitare, possibilmente per intero, quel complesso ipogeo francese, fra i primi al mondo come profondità, noto con il nome di Gouffre Berger. Mi avevano affascinato le relazioni dei primi esploratori dove, oltre alle difficoltà che una discesa a oltre -1100 poteva comportare nel '56, venivano descritti ambienti di bellezza incomparabile.
Nel dicembre del '74 con Sandro Dezman e Marco Perello, camminammo per tre giorni sulla neve del Vercors, trascinando in tre una quindicina di sacchi di materiale, senza riuscire a reperire l'ingresso della grotta (si trattava per chi non l'avesse compreso, di una spedizione "pirata" visti gli incredibili traffici necessari per ottenere dal Comune di Engins il permesso di entrare).
L'altr'anno, Natale '77, meglio informato sull'ubicazione della cavità, scesi con altre nove persone sino a -640 m, dove una piena di notevole entità causata dal maltempo ci fece fare dietro-front. Ormai cominciavo a incavolarmi e a temere che nel Vercors qualche negromante del posto (forse il sindaco di Engins) avesse scagliato contro di me i demoni di Abramelin per farmi perseguitare dalla jella!
Deciso a non farmi intimorire, quest'anno alle Carsene, durante l'incontro sulle nuove tecniche di soccorso speleologico, tastai il polso a un po' di figuri che mi pareva (ed avevo ragione) potessero essere buoni compagni nell'impresa che avrebbe per un po' calmato le mie velleità di profondomane. Tra essi spiccava il simpaticissimo Claudio Giudici di Roma (che aveva già raggiunto il fondo del Berger durante la spedizione italiana del 1970) che con altri amici romani si unì all'allegra brigata dei "Pirati" (lascio al lettore l'immaginare il perché di questa apparentemente enfatica definizione).
Il divertimento era assicurato.
Non voglio impietosire chi legge questo straccio di relazione con il racconto delle privazioni che dovetti subire per racimolare il materiale necessario all'impresa, penso che farò meglio ad iniziare subito a raccontare come sono mutate le cose cercando, nei limiti delle mie possibilità (poche, penserà qualcuno) di restare con i piedi per terra.
Giovedì 14 settembre verso le 18 la spedizione megagalattica all'immane Gouffre Berger lascia Antares (pardon, Torino) alla volta del Vercors. La compongono Giovanni Badino, Giuliano Villa, Margherita Coppa, Meo Vigna e chi scrive (GSP); Claudio Giudici, Fabrizio Ardito e Marcello Simoncelli (Roma); Giampero Carrieri (Savona), Giovanni Orsetti (Versilia) e Roberto Mureddu (Imperia). In nottata, dopo un rocambolesco passaggio di frontiera (Badino con i documenti scaduti e Giudici scambiato per un disertore), giungiamo al colle della Croix Perrin nel cuore del Vercors, dove in una casa abbandonata pernottiamo.
Venerdì 15 settembre il tempo è splendido, al solito molti obiettano che è da imbecilli entrare in grotta lasciandoci alle spalle questo sole, altri tentano attraverso astruse teorie di dimostrare che il Berger non esiste, dimodochè non risulta così necessario entrarvi. Tra discorsi di variabile stupidità, rallegrati da trenta bei gingilli che ci
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portiamo appresso e percorrendo un paesaggio da favola, dopo circa una ora e mezza di marcia giungiamo all'ingresso del tanto decantato Berger. Alle 15,30 entrano gli "invasati", cioè Giampiero, Claudio, Giovanni Orsetti (detto Panda) e il sottoscritto, con il compito di attrezzare il buco dall'esterno a -620 m, quota alla quale verrà montato il campo interno.
Vi risparmio la descrizione di ogni pozzo, di ogni passaggio, di ogni pietra, tutte informazioni che potete trovare sulle milioni di pubblicazioni esistenti riguardo la celebre voragine (vedi anche il mio articolo su Grotte n. 64). Ad onor del vero bisogna ammettere che gli ambienti che si percorrono sono veramente fantastici, così tanto da poterli apprezzare nonostante i due o tre pesantissimi sacchi che ognuno di noi trasporta. Le condizioni idriche della grotta sono, grazie all'eccezionale bel tempo esterno, ottime.
Alle 21, giungiamo a -620, dove in una saletta asciutta iniziamo la preparazione del campo, mentre nel frattempo sopraggiunge anche il resto della squadra, avente il compito di fare fotografie. La notte passa riposando e il mattino a trafficare con ignobili intrugli che pretendono di essere chiamati minestre e altre porcherie, e ad aspettare che ci venga la voglia di affrontare il terribile "Fiume senza stelle" che brontola, impaziente di risucchiarci tra i suoi vortici, a poca distanza da noi.
Bisogna ora indossare le mute subacquee (i romani usano quelle a secco in foglia di gomma, i rimanenti le classiche, e più funzionali, in neoprene), senza le quali è impossibile proseguire oltre i -640 m. Margherita (che se l'è cavata sinora da "dura" trasportando due sacchi eccezionalmente pesanti sino a -620) e Marcello (che ha problemi di muta e di voglia di scendere) si fermano al campo.
Alle 17,30 di sabato 16 settembre parte per il fondo la prima squadra, formata sempre da Giampiero, Claudio, "Panda" e chi scrive, con il compito di armare da -640 a -1122, seguita ad una certa distanza dalla squadra fotografica (Giuliano, Fabrizio e Meo) e da Giovanni e Roberto che devono disarmare dal fondo al campo. Si procede in parte a nuoto e in parte scendendo cascate la più alta delle quali, la Claudine, alta 17 metri (e con una partenza impestata a causa di uno stramaledetto palo di ferro messo a ponte, assai più d'ingombro che d'utilità), sino alla Salle Eymas sulla quale vale la pena (anche su tutto il resto, credetemi, ma non basterebbe un libro!) spendere due parole: basti pensare ad un salone tanto immenso che non è possibile scorgerne nè le pareti, nè il soffitto il cui pavimento è costituito da una china così ripida da superare i 30 gradi di pendenza, lungo la quale si scende per ben 110 m di dislivello, sino ai -860 m dell'imbocco del pozzo Gaché (20 m), quota alla quale la squadra fotografica si ferma. Si incomincia a sentire puzza di grandi profondità, quelle che tutti noi sognavamo quando, fanciulli, si leggeva "Trent'anni sotto terra" di Casteret. A -900 ci prendiamo una bella doccia ristoratrice lungo i 35 metri della Grande Cascade, dove per evitare di finire proprio sotto il metro cubo al secondo d'acqua, che l'allegro Fiume senza Stelle pur non essendo in piena si diverte a scaricare giù dalle rupi, dobbiamo frazionare in due punti. Bellissimo è l'atterraggio, o meglio l'ammaraggio in lago profondo dove ognuno di noi
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si improvvisa Mark Spitz per uscirne a nuoto senza finire nel vortice causato dalla cascata.
Tutti i salti e i saltini che seguono sono della stessa pasta costringendoci a pregevoli esibizioni di ginnastica artistica per evitare di rievocare la catastrofe del Buco del Castello. Si procede comunque assai velocemente. L'ambiente è in compenso spettacolare, il fiume scorre entro una navata di proporzioni mastodontiche provocando un fragore assordante. A -950, nella sala De Joly incontriamo l'unico passaggio un po' basso reperibile da -640 in avanti, la Chatiere de la Bagnoire, cunicolo molto pericoloso nell'eventualità di una crescita d'acqua. A -952 arriva un passaggio veramente balordo, la Vire-tu-oses, una esposta traversata, lunga una quindicina di metri, necessaria per evitare di scendere sotto l'acqua, da effettuarsi ad un'ottantina di metri d'altezza sul fiume. Le corde fisse con le quali è già attrezzata sono in posto da anni e bisogna sostituirle con una corda nuova. Penso che il primo che affrontò questo passaggio, nel 56, deve essere stato proprio un "duro".
Dopo la Vire, ancora due salti, di 20 m (dove la corda sfrega per anni luce: abbiamo dimenticato il martello da qualche parte e non possiamo frazionare) e di 10 m, ed eccoci finalmente sul leggendario Pozzo dell'Uragano, una cascata alta 50 m.
Qui ci raggiungono Badino e Mureddu. Giovanni inizia subito ad imprecare contro la mia nobile figura e contro gli altri che con me sono scesi armando, per non aver attrezzato con corda una cascata con lago (prof. 4-5 m) a -700 circa, affidandoci unicamente ad un cavo d'acciaio in loco, che al passaggio di Fabrizio si è puntualmente rotto provocandone la caduta nel lago; risultati: una bella bevuta, un ginocchio sbucciato e una muta in foglia inservibile. Per fortuna niente di grave. Siamo d'accordo con Giovanni e dobbiamo ammettere la nostra leggerezza per quell'occasione. Roberto preferisce aspettarci qui a -985 m (gli basterebbe allungare una mano per toccare i -1000...) mentre noi 5 ci apprestiamo alla discesa.
Anche questo pozzo è armato malissimo e ciò ci fa stupire pensando che in 25 anni di esplorazioni qualche persona seria di qui ci sarà passata senz'altro (certamente più seria di noi che abbiamo dimenticato il martello in chissà quale anfratto!). Dobbiamo fare un anello di corda tripla perché l'attacco dia una certa sicurezza, visto che tra lo spit e il punto di partenza del pozzo vi è un angolo di buona roccia tagliente di 90 gradi. La discesa avviene, per fortuna, lontano dalla cascata.
A -1030 atterriamo in una gigantesca galleria, alta alcune decine di metri e larga altrettanto, in forte discesa col suolo ingombro di grossi macigni. Sulla nostra destra (scendendo) appare la celeberrima "Rivière -1000" di portata quasi doppia rispetto al Fiume senza Stelle. Il fracasso è assordante. Ci mettiamo a correre, ormai il fondo è vicino. A -1100 circa il fiume entra in uno stretto cañon le cui pareti e il soffitto sono ricoperti di un limo nerastro e vischioso stante a significare che in caso di piena questo tratto di grotta è sifonante... Molto eccitante, pensiamo, poco convinti. Si procede a nuoto, profondità dell'acqua circa 12 metri... Alle 22,30 siamo finalmente al sifone a quota -1122 (per essere precisi, a toccare il sifone con mano vanno solo i due Majorca della si-
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tuazione, Giampiero e Claudio, noi preferiamo fermarci qualche metro prima, nel tratto di cañon allagato che lo precede).
Preferiamo non sostare molto a lungo per evitare, in caso di maltempo esterno, di "se faire cuiller par la crue". Partono Giampiero e il sottoscritto, seguiti dagli altri a breve distanza. La risalita avviene scorrevolmente; le difficoltà più grandi stanno nel raggiungere a nuoto le corde che penzolano lungo le cascate, cercando di non finire proprio sotto quest'ultime. Salendo ho ancor meglio modo di vedere quanto sia spettacolare questa grotta.
Alle 5,30 di domenica 17 settembre, dopo sole 12 ore dalla nostra partenza siamo nuovamente al campo -620; 12 ore per scendere e risalire, armando e disarmando 500 m di dislivello resi più difficoltosi dal corso d'acqua, mi pare un buon tempo, senza contare che abbiamo tranquillamente avuto modo di goderci gli ambienti fantastici incontrati lungo il fiume. Fabrizio sta ottimamente, tranne un leggero dolore al ginocchio. Al campo dobbiamo convincere Giuliano a togliersi la muta in neoprene almeno per andare a dormire; lui dice che ci si trova bene e decide di usarla persino per uscire (da -620 a fuori è impossibile bagnarsi!). Ci concediamo una ottima dormita, tanto non abbiamo nessuna fretta.
Verso sera si parte dal campo. Avvengono durante il cammino pittoreschi episodi. come quello del signore che s'è fatto scoppiare in mano una PF 100 scambiandola per una lampadina ad incandescenza!!! Margherita è invece finita carbonizzata per l'esplosione di un "concone" di carburo.
Giovanni B. ed io risaliamo per ultimi, disarmando da -600 a fuori. Tra la notte di domenica 17 e il primo mattino di lunedì 18 settembre, dopo poco più di 50 ore, uomini e materiali sono tutti fuori dal "Grand Gouffre", dal quale si precipitano al Colle della Croix Perrin per una colossale mangiata.
Concludendo: il Berger è una bella grotta. anzi fantastica, lunga quanto basta, ma non incredibilmente impegnativa; merita veramente andarci. La durata della nostra spedizione è stata di poco superiore alle 50 ore, di cui soltanto 26 di attività (risultando essere una delle più veloci, se non la più veloce fra quelle sinora effettuate da gruppi stranieri con bivacchi interni) e, tranne che da -640 a -1122 e ritorno, non si è affatto corso. E' senz'altro possibile (come è infatti già avvenuto) per un paio di buoni speleologi allenati, percorrere la grotta interamente in puntate di poco superiori alle 20 ore, ma ne vale la pena solo se prima si conosce il Berger in tutte le sue meraviglie, e per fare ciò bisogna sacrificare un po' d'agonismo.
Insomma, ci siamo visti una bella grotta e ci siamo anche divertiti parecchio: penso possa bastare.
Danilo Coral
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traversata C1-Regioso
Negli ultimi anni gli Imperiesi hanno lavorato molto sul Mongioie (versante della Val Tanaro, da non confondere col versante della Val d'Ellero dove il GSP aveva fatto anche qualche campo estivo) ed hanno compiuto interessanti; scoperte, come il complesso C1-Regioso che viene a collocarsi tra le grotte più lunghe del Piemonte. Danilo ci dà qui un breve saggio di cos'è questo complesso; ci auguriamo di riuscire presto a presentare una relazione esauriente su questa importante e bella cavità.
Invitati dall'amico Roberto Mureddu di Imperia, Margherita ed io ci rechiamo a Viozene sabato 9 settembre, per effettuare la traversata del sistema C1-Regioso, resa possibile grazie alle assidue esplorazioni e ai pazienti lavori di disostruzione dei bravi speleo imperiesi. Ad attenderci, al Tiglio, c'è oltre a Roberto un suo simpatico compare, di cui purtroppo mi sfugge ora il nome, soprannominato "Guru".
L'indomani verso le 7 iniziamo la marcia di avvicinamento. Il tempo è splendido. Dopo due ore di cammino (in mutande) lungo le pendici del Mongioie, giungiamo a quota 2150 in corrispondenza dell'ingresso del C1, dove alle 11 entriamo.
Sino a -250 m circa, la grotta ricorda moltissimo la nostra Piaggia Bella, con saloni, frane, cunicoli e forte corrente d'aria. Oltre quella profondità si incontra un torrente che percorre una notevole galleria meandriforme. Dopo 800 metri circa di tale percorso si perviene alla giunzione con il torrente Regioso, che si può seguire sino a circa -300 m.
Emozionante è in modo particolare l'uscita da uno stretto cunicolo posto in un versante completamente opposto a quello dell'ingresso del C1 .
La traversata C1-Regioso si può comodamente effettuare in tre o quattro ore, andando tranquilli. Il complesso ipogeo, che ha uno sviluppo di alcuni chilometri, presenta un interesse morfologico eccezionale e merita senza dubbio di essere visitato.
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Danilo Coral |
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IMPRESSIONI SU UN VIAGGIO SPELEOARCHEOTURISTICO IN SARDEGNA
Dopo essere stato l'altr'anno per un periodo di quindici giorni in Sardegna (per la prima volta) sono rimasto anche io contagiato dal "sottile mal di Sardegna"; per Gianna la cosa era differente in quanto era ormai la quarta volta che metteva piede nell'Isola.
L'anno scorso avevamo visitato la parte nord orientale, quella, vale a dire, dove si aprono le grotte di Su Bentu, Bue Marino, ecc. Questo anno abbiamo deciso di fare un giretto nella parte sud occidentale, nell'Iglesiente; abbiamo scelto Iglesias come base per le nostre escursioni in quanto ci aspettavano gli amici del C.I.S.S.A. (Centro Iglesiente di Studi Speleo Archeologici). Dopo avere fatto una puntatina, durante il viaggio di andata, alla splendida penisola del Sinis presso Oristano dove si ergono le meravigliose rovine della città Punico Romana di Tarros, abbiamo fatto una sosta nell'abitato di Ozieri dove, ai bordi del campo sportivo, si apre la grotta di S. Michele, oggi in parte distrutta prima dai cercatori di tesori archeologici e poi dallo stesso campo sportivo, ma un tempo vasta e pittoresca e tale da creare, con i suoi labirinti, leggende tra la popolazione. Da questo complesso che si sviluppa nel calcare per un'ottantina di metri con una serie di condotti fangosi abbastanza stretti, prende appunto il nome la cosiddetta "cultura di S. Michele", perché gli oggetti archeologici rinvenuti nella grotta la documentano più specificamente che altrove. E' una cultura che costituisce l'orditura generale della civiltà isolana dell'età del rame ed è presente in quasi tutta la Sardegna, soprattutto nelle zone litorali e sublitorali.
Arrivati a tarda sera ad Iglesias siamo stati ospitati nella sede del CISSA dove abbiamo avuto indicazioni utili per i giri da effettuare nei giorni successivi. Una delle prime tappe è stato il tempio di Antas che si erge in una conca desolata nei pressi di Iglesias; là dove fino a pochi anni fa vi erano solo rovine, oggi si ammira uno splendido edificio ricostruito grazie ai lavori di restauro. Il tempio, in base agli studi fatti, sembra risalire al tempo di Caracalla (III d.C.), però si sa con certezza che si tratta di una ricostruzione: sul luogo, infatti, sorgeva da età remota un tempio punico dedicato al dio benefico "SID"; questo dio, di origine punica, proteggeva la caccia e in età romana il suo culto fu continuato nella figura del "Sardus Pater".
Il primo giro interessante in grotta lo abbiamo fatto con gli amici sardi nella grotta di "Lao s'Ilesu" che si apre nei pressi di Iglesias al la base del massiccio calcareo del Maranà. Funziona da risorgenza semiattiva in quanto durante la stagione piovosa manda all'esterno una certa quantità d'acqua che normalmente o in periodo di siccità esce da qualche altra risorgenza più a valle che però non è conosciuta. La grotta si sviluppa in diversi rami pressoché orizzontali per più di un chilometro, e già a poca distanza dall'ingresso si trova il corso d'acqua che in periodo di secca porta circa 20 litri al secondo. Importante sarebbe studiare bene l'idrologia di questo e altri complessi sotterranei della zona in vista di un eventuale sfruttamento data la cronica e grave mancanza d'acqua
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della zona; purtroppo, come ci hanno detto. nessuno ha voglia di finanziare delle ricerche in tal senso. Il percorso principale, da noi seguito, corre lungo il fiume dove di tanto in tanto è necessario immergersi fino al collo, ma fortunatamente data la temperatura dell'acqua, è addirittura piacevole. Splendide sono le concrezioni e i ciuffi di aragonite bianchissimi di cui è letteralmente tappezzata la saletta terminale. A questo proposito occorre sottolineare una nota dolente: dappertutto si incontrano mucchi di concrezioni spaccate e scalpellature, non solo, in certi punti la grotta è piena di sacchi, giornali e materiale vario che serve per imballare le concrezioni. La cosa che ci ha stupito di più è stata la presenza di rudimentali scale di legno costruite allo scopo di raggiungere il soffitto delle sale; in altre grotte pare che ci siano addirittura delle incastellature metalliche con tubi di ferro! Da quelle parti li chiamano i "tagliatori" di concrezioni e sono evidentemente tollerati. Questo potrà fare rizzare i capelli ai soliti tutori della natura, bisogna però capire che in una zona mineraria come è l'Iglesiente, la mentalità è molto diversa e il fatto di carpire "tesori" alla montagna per ricavarne del guadagno può essere considerato una cosa normale; del resto gli scempi delle nostre grotte sono ben differenti: nella grotta del Caudano ad esempio appare chiara la volontà di distruggere per puri scopi vandalici, anche se si tratta di piccoli particolari che non potrebbero mai essere asportati senza distruggerli. Speriamo comunque che anche questa grotta, come fortunatamente tante altre della Sardegna, venga chiusa efficacemente dagli speleologi.
Nei giorni seguenti abbiamo fatto una visita alla celebre grotta di Domusnovas che ha la particolarità curiosa di essere percorsa da una strada asfaltata: la cavità molto ampia è molto concrezionata e in certi punti presenta delle bellissime vaschette; noi l'abbiamo percorsa con i caschi e le lampade suscitando la curiosità di chi la percorreva in auto. Il massimo dell'effetto lo si è ottenuto sparando contro gli automobilisti scariche di lampadoni PF 100!
Sempre a caccia di aragoniti, da fotografare, ci siamo recati in una zona abbastanza impervia dove ci era stata indicata una grotta; purtroppo dopo quasi mezza giornata di battute sotto il sole cocente in mezzo agli sterpi, abbiamo trovato l'ingresso, piccolo a pozzo, completamente otturato: evidentemente opera dei pastori della zona per evitare che il bestiame vi cada dentro.
Abbiamo terminato il breve soggiorno sull'Isola percorrendo la valle del Flumendosa, accompagnati da un paesaggio da film western, scendendo fino al mare.
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G. Villa e G. Gianelli |
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di nuovo bowie sul margua
E poi dissero a Bowie che chi cercava lui era andato via ...
E Tex Willer doveva fare la polenta.
"Le donne, han meno cervello delle rane, gli uomini dei rospi". E fu tutto.
Il campo 1 è una fogna, topi affamati hanno rimestato per ore in cerca del mitico "Legi" che Orolittu preparava là sotto nei giorni di Ragnarok, ci sediamo tra i rifiuti per il tempo di una cicca tra i miasmi - fa schifo, "Maledetti sono gli uomini, cagano nel piatto e nel letto" - la brace sorvola la piazzola di mezzo e rotola verso il torrente.
Si incrociano poi viandanti, "Che cesso di grotta, ... tutta una frana...", non date le perle in bocca ai porci, esse si rivolterebbero e gli farebbero male, maledetto sia lo Straccione, se PB è diventato il Luna Park di chi non sapeva dove andare.
Sono ancora aperti come un tempo i meandri a Piaggia Bella ... Come melassa un po' fermentata colano via i giorni d'agosto; la via del Lupo resta tappata, abbiamo sbagliato cinema, sarà per un'altra volta. Al Gaché "der President" sta girando un film nuovo con volti nuovi e Badino nella parte di Toshiro Mifune.
"ma di entrarci nel Gaché, che è freddo, non ne tengo le budella... Nei vecchi studios della "Ghimetal", Cochise allestisce un kolossal sul genere catastrofico; corde che si spezzano, fettucce che saltano, Land Rover che si rovesciano. Interpreti famosi, cateratte di comparse mitragliano di spit gli abissi della nostra infanzia, nelle pause i curiosi si confondono con gli uomini del cast e fraternizzano Gran Pampel, Speleo Rugby, bigoli nel cervello detti nostalgia e ci si rilassa un momentino.
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Era morto Augusto quella notte e il vino fa scendere il magone verso il basso, quando l'alcool sale di sopra, in opposizione dentro la testa e lo spinge giù nello stomaco che piano piano diventa tutto un sifone e il magone ci crepa annegato come un topo da fogna durante il monsone - se non vomiti.
Quel magone lì poteva farsi il Berger in piena.
Quella era la Capanna della storia Cappa e dalla casermetta eravamo partiti a "fare i Perdus" quattro anni fa e questi purissimi accidenti fanno che il magone trovi appigli dappertutto e si inventa camini, mentre la piena sale; gli occhi raccontano due storie diverse, la memoria traballa e bevi perché sei nato a gennaio, a marzo, a dicembre, perché dame pallide ti giudicano da castigare mentre canti bestemmie a quel giorno, perché magari lui è morto pensando che qui stavamo vivendo, vivendo dal mattino alla sera e dalla sera alla mattina e qua siam così coglioni e l'inverno cadrà lo stesso e gli eroi del vento e delle risate e del sole negli occhi ci prendono uno per uno nella sera nebbiosa, soli come Giuanin Mañana e ci mettono in ghiaccio.
Requiescat 'stu cazzo.
Quando poi tutti i diecimila esseri ebbero lasciato la montagna venne Patrik dalla lontana Austria, venne colla moglie, la figlia e il bi-
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bombola e disse soltanto che serviva al sifone dei Piedi Umidi. Icaro, Yves, Luciano e io dicemmo che ci andava bene e siam tornati là sotto e abbiam camminato e cantato per Piaggia Bella. Patrik così è arrivato davanti al sifone, si è infilato la tuta senza guanti di neoprene, il casco con due lampade, neanche due chili di piombo, le pinne, il bibo con due erogatori, manometro e profondimetro, ha fatto un nodo su un sasso all'uscita e si è buttato dentro dipanandosi lui la sagola nel sifone.
"Gloria Viscont, pace Viscont...".
E' uscito venti minuti dopo gridando "le mani!". E dopo che quattro paia di coglioni si furono raggelati mentre Patrik ci rendeva partecipi del bilancio termico dei Piedi Umidi con le sue dita dure e tutte blu, finalmente abbiamo saputo che quel sifone lì scende per una dozzina di metri su 40 e poi sale sino a uscire in una bolla d'aria dopo 75 m e quindi di nuovo a 80, dove ci si toglie anche il boccaglio, ma poi il sifone a 90 metri torna giù: buona fortuna ai prossimi. Come già aveva visto Gianni Follis si sporca un pochetto abbastanza, ed è freddo. freddo, freddo. Noi quattro dei materiali ci siamo pure divertiti: anche perché Yves è molto forte e disposto a far scempio di energie in grotta e in salita portava lui il bibo, così quando siamo usciti abbiamo pensato subito a una festa con tutti i Marguareisiani rimasti (gloria alla Lorda Tremenda!) molto più allegra dell'ultima, pensando a chi ci aveva lasciato il vino con amore, ed era venuto su anche mio papà e Pallina e le pesche e lo Jerzu ed il Martel Masticava Brodo e abbiamo fatto alle due circa una corrida con le mucche che scappavano per Pian Ambrogi, mentre il toro non scappava niente e ci guardava male, per fortuna siamo scivolati su una merda, anche Patrik, e la luce si è spenta e il toro era subito meno arrabbiato
Insomma, la Speleologia la si fa in grotta.
Andrea
Sul prossimo numero
NABREŠIZA
NAVOŠAP
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al Berger |
in "Quella sporca, ultima corda".
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NON TUTTE LE GROTTE RIESCONO COL BUCO
Ovvero sia: come scoprire acquedotti in disuso e collaudare Land-Rover. Domenica 14 maggio. Animati dal sacro ardore della scoperta abbandonato per una volta il sogno di demolire primati in grotte dagli abissi-interminabili, si parte per la Val Pellice per vedere alcuni buchi poco noti ed esplorati.
Misteriosamente scompare tra Castelrosso e Chivasso Mauro Agazzini: inutili le affannose ricerche, si saprà poi che vagò per tutta la mattinata da Torino a Chivasso alla ricerca del gruppo. Si arriva in Val Pellice. Gli esperti del luogo, tra conferme e smentite, ci indicano l'ubicazione di alcune grotte. (Quelle segnate sulle carte risultano non-esistenti, ce ne sono altre).
Sentiamo odore di grandi scoperte. Lasciate le macchine, armati di corde e scalette, con boccettini per catturare l'eventuale microfauna. Il gruppo composto da Paolo Arietti, Marco Zanone, Marina Defilippis, Franca Maina e fratello Massimo, Walter Segir, Carlo Gastaudo ed il sottoscritto si sguinzaglia nel bosco. Ci accompagna un simpatico abitante del luogo.
Ogni roccione, ogni anfratto è nostro. Il rastrellamento è a tappeto che manco i tedeschi erano capaci di tanto. Nulla, sempre nulla. Finalmente il grido fatidico: grotta! grotta! Arietti che guida la spedizione col suo fiuto infallibile ha trovato la risorgenza. Se c'è risorgenza, c'è grotta, dicono i nostri studi. Ecco infatti un muretto di cemento con relativa porticina in legno. Ignoti vandali, non curanti del fascino della grotta ricca di chissà quali tesori, l'hanno trasformata in volgare acquedotto, per soddisfare le loro vili necessità quotidiane.
In men che non si dica la porticina è aperta, il pozzetto prosciugato: già ci si rammarica di non aver portato un canotto pneumatico. A Massimo, con la scusa che è il più smilzo, viene riservato l'onore della scoperta. Lui ringrazia calorosamente la sorella Franca: "le sorelle, dice, bisogna ammazzarle prima che nascano". Entra, scompare, tratteniamo il fiato. Un'imprecazione irripetibile ci dice che il sogno di gloria è finito.
Atto 2°. Grotta non segnalata. Le indicazioni sono precise: salire fino alla baita della forestale, proseguire per mezz'ora di marcia, la grotta è là che ci aspetta. La Land di Zanone è severamente collaudata, trascinando per ripidi tornanti gli otto occupanti e relative provviste. Sale imperterrita, non fa una piega finché la neve la blocca. Proseguiamo a piedi abbordando la dura salita. Dopo un'ora di marcia la ciurma si arresta. Proseguono in avanscoperta, Franca, Massimo ed il sottoscritto. Massimo all'improvviso scompare: non è la grotta, è caduto in un volgare buco di un paio di metri. Finalmente un grido: terra! terra! No, baita! Baita! la baita della forestale è là davanti a noi. Ormai è quasi notte e si riprende la via del ritorno.
Non abbiamo scoperto nulla, ma che magnifica giornata!
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Edoardo Gallardo |
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RECENSIONI
D.G.A. Whitten, J.R.V. Brooks - Dizionario di geologia. Oscar Studio, Mondadori ed., Milano 1978.
L'idea, nata alcuni anni fa, di pubblicare collezioni di guide e manuali , ha fatto sì che gli editori stampassero anche dei libri degni del rogo, pur di inserire nelle collezioni stesse titoli d'effetto, che invogliassero la gente all'acquisto. Tra le "Piccole guide Mondadori" era così uscito nel 1966 il volume "Speleologia", nelle cui 150 pagine sono raccolte un centinaio di cavolate; tra esse è da ricordare la frase: "Se dovete estrarre dalla roccia un moschettone ormai irrimediabilmente contorto, non tentate di raddrizzarlo a colpi di martello: gettatelo via!".
Quest'anno, sempre l'editore Mondadori riesce nuovamente a toccare il fondo con il "Dizionario di geologia", traduzione del "Dictionary of Geology" edito nel 1972 da Penguin Books; questo libro si era subito fatto notare per il grande numero di voci, la chiarezza delle spiegazioni, i disegni semplici ed infine per la veste tipografica e per il prezzo esiguo (1.25 sterline); solo un pignolo ipercritico vi poteva trovare qualcosa da criticare. L'edizione italiana sembra invece sia stata curata da un cieco, e la traduzione fatta da persone completamente ignoranti d'inglese, di geologia e di qualunque disciplina affine. Già la copertina fa storcere il naso: cosa c'entra con la geologia la fotografia di una sezione sottile, stile fiammiferi Minerva, di un cristallo di trifenilmetano? Sfogliando poi il libro, si scopre che la dicitura "All greatly magnified" (ovvero: molto ingranditi) in una didascalia è stata tradotta "molto ornamentato"; "log" diventa in italiano "le caratteristiche delle rocce attraversate durante la perforazione di un pozzo" e non la registrazione delle caratteristiche delle rocce ("A record of the rocks"); il termine inglese "oil" viene brutalmente tradotto "olio", e non petrolio; depositi stalatto-stalagmitici vengono chiamati "'tufo' calcareo"; la finestra stratigrafica (struttura caratteristica di zone non interessate da tettonica) viene assimilata al lembo di ricoprimento (struttura che testimonia un enorme fenomeno tettonico): la giacitura di uno strato è definita in maniera obbrobriosa ed errata, perché traducendo pedestremente non si è tenuto conto della diversa consuetudine anglosassone; e così via. Alcuni termini non sono stati tradotti, forse per non dover cambiare collocazione nel testo delle figure (che nell'edizione Mondadori non sono più numerate); non si capisce poi perché i nomi di alcuni piani stratigrafici sono stati tradotti ed altri no. Si sarebbe dovuto tenere conto che il libro veniva consultato da italiani, quindi con poco sforzo si potevano aggiungere nomi di piani e formazioni caratteristici italiani; anche la scala geocronologica, riportata pari pari dal libro "Paleontologia" di A. Brower, ed. Mondadori, non mi pare adeguata all'uso italiano, benché vi sia scritto il contrario. Infine la veste tipografica è scadente, il volume è meno maneggevole dell'originale inglese e, dulcis in fundo, costa "solo" 5.500 lire.
Maurizio Sonnino
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Cattuto C. - Correlazione tra piani carsici ipogei e terrazzi fluviali nella valle del Fiume Esino (Marche). Boll. Soc. Geologica It. , 95 (1976) 313-326, 1 f., 1 tav.
Molto spesso ci si chiede quale collegamento può avere la speleologia (intesa nel senso più comune, di andare in grotta per divertirsi, fare il rilievo per sapere quanti chilometri si sono percorsi, studiare il modo di andare sempre più sotto) con le altre scienze, quelle che vengono definite serie. Questo lavoro è una dimostrazione che questo collegamento ci può essere, e dare risultati notevoli. Poiché quando un sistema carsico raggiunge il livello di base locale si ha una fase freatica con sviluppo di gallerie orizzontali, l'autore ha avuto l'idea di correlare queste con le testimonianze esterne del livello di base, ovvero i terrazzi orografici e quelli alluvionali. Lo studio, eseguito nella zona della Gola di Frasassi, dove si trova il sistema Grotta del Fiume-Grotta Grande del Vento, ha dimostrato la possibilità di queste correlazioni, che se non erro non erano sino ad ora state tentate. Altro risultato, da non sottovalutare, di questa ricerca è che è così possibile datare la formazione delle singole gallerie: infatti essendo queste coeve dei terrazzi, la datazione relativamente facile di questi dà automaticamente anche l'età delle gallerie.
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Maurizio Sonnino |
Paolo Oliaro, Non fermarsi lungo le strade del mondo, Ed. Landoni, Libro con testo e fotografie che narrano in 104 pagine formato 22x30 i viaggi dell'Autore.
Spesso non si leggono libri di questo genere per evitare da una parte di venire presi dalla voglia di piantare tutto e mettersi in cammino, dall'altra di soffrire la frustrazione della consapevolezza di non poterlo o volerlo fare. Scorrendo però le pagine di questo volume piano piano il sentimento iniziale di invidia lascia il posto alla simpatia che questo singolare viaggiatore riesce ad ispirare.
Leggendo riconosco il Paolo che con noi tirava rabbiosamente la corda sull'ultimo pozzo dell'Omber per riportare alla luce e alla vita Franco Vinai, gravemente infortunato; contemporaneamente scopro però aspetti nuovi della sua personalità.
Così, chiudendo il libro, non mi resta che augurare a voi buona lettura, ed all'autore di saper non fermarsi lungo le dure ed incerte strade del proprio cammino interiore.
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Pier Giorgio Doppioni |