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GROTTE
anno 20, numero 64 - sett. dicembre 1977
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
SOMMARIO
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La parola al presidente |
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Antonio Lusa, Erica Morganti, Silvio |
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Notiziario |
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Attività di campagna |
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Nuove esplorazioni al Fighiera |
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Nel Corno Destro |
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Il ramo del Becco |
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Ancora in zona Meins |
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Una discesa nel Berger |
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Una grotta a Pianezza |
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Le grotte di Sambughetto |
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La ripresa dell'OPS |
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Sui modi di far le gasse |
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Trilling al Fighiera |
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La grotta dell'Indiano |
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Pubblicazioni ricevute |
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Recensioni |
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Redazione: |
Marziano Di Maio |
(resp.) |
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Giovanni Badino |
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Giuliano Villa |
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Stampa: LITOMASTER |
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v. Sant'Antonio da Padova, 12 |
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la parola al presidente
Speriamo che un anno o l'altro si stufino e concedano a qualcun altro l'ambita carica che anche quest'anno mi tocca, pardon, volevo dire: ho l'onore di ricoprire. A meno che non mi eleggano per il semplice motivo che preferiscono evitare la fatica di pensare qualcosa di diverso. Se non altro mi sono guadagnato il piacere di questa paginetta sul bollettino.
Andrea, quando smetti di fare l'Indiano? Per un po' non averti tra i piedi è stato un sollievo, ma adesso esageri. Ti abbiamo lasciato la parola come "rompiballe" giusto in tempo perché tu ti levassi dalle sopradescritte. Vedi un po' di non lasciare troppo a lungo il posto vacante.
Abbiamo partecipato con piacere al congresso della speleologia toscana. Un avvenimento dwl genere è sempre una buona occasione per ritrovarsi e per conoscere meglio i diversi atteggiamenti con i quali i diversi individui e gruppi svolgono il lavoro speleologico. Questo facilita anche la possibilità di meglio comprendersi. Un ringraziamento agli organizzatori per lo spazio che ci hanno concesso.
Fighiera: ad ogni esplorazione si chiude un capitolo e se ne aprono due. Nonostante l'inverno e gli impegni derivanti dall'annuale corso di speleologia continueremo le esplorazioni ed effettueremo il completamento dei rilevamenti topografici. Per quanto riguarda il Corchia (inteso come abisso) pare che gli ingressi attuali gli siano ampiamente sufficienti, comunque la speranza è, come noto, l'ultima a morire.
In questo ultimo periodo sono morte tre persone, in modo diverso e tutte e tre fortemente legate al nostro mondo. Inaspettatamente, come al solito. L'unica cosa che posso dire è che ho sentito il desiderio di ricordarle a me stesso e a chi legge questo bollettino: Antonio Lusa, Erica Morganti, Silvio del Tiglio di Viozene.
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PIERGIORGIO DOPPIONI |
antonio lusa
Antonio Lusa ci ha lasciati così, da un giorno all'altro, una di quelle cose assurde che purtroppo succedono: uno sta bene e non ha mai avuto noie di salute, poi una mattina resta a letto indisposto, due giorni dopo devono portarlo all'ospedale senza sapere cosa abbia, e lì in poche ore, dentro il polmone d'acciaio, se ne va senza accorgersene.
Era uno degli uomini di punta del GS Faentino, è stato molte volte in grotta con noi, dalla Sardegna al Marguareis e infine al Fighiera, ma non è soltanto come speleologo che va ricordato, perché il suo interesse era volto a tutti gli aspetti della montagna o comunque della vita all'aria libera. Era sempre disponibile, sia per un'esplorazione impegnativa e sia per una semplice passeggiata in collina. L'importante per lui era andar via, bastava invitarlo ed era della partita. Ma il più delle volte non aspettava che lo si chiamasse, anzi! Era pieno di idee su posti nuo-
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vi da vedere, raccoglieva documentazione, così come si dava da fare per il Gruppo e per il CAI, incentivava l'attività in molte direzioni. Veniva ogni tanto dalle nostre parti, tra l'altro avevamo fatto assieme il Bianco e il Rosa, le gorges del Verdon ancora 20 giorni prima che morisse, il Cervino era già in programma e stavamo combinando un bel giro in Himalaya per la primavera. Gli stavi ben volentieri assieme. Da buon romagnolo, aveva innato il dono della schiettezza, della vivacità, della generosità, dell'azione condotta con energia e con entusiasmo; ma oltre a questi doni della sua terra, aveva una grande carica di umanità, di ricchezza interiore. Sempre allegro, pronto alla battuta, star con lui la vita era bella anche nelle difficoltà. Ce l'eravamo detto più di una volta: peccato che Lusa non sia a Torino, o non essere noi a Faenza. La sua casa erano gli amici, le grotte, la montagna, la sede sociale, era il mondo. Aveva l'animo del pellegrino, del giramondo, ma per essere contento gli bastava anche andar per i boschi portando a spasso i bambini degli amici, gli erano tanto cari i ragazzi .
Antonio è stato una cosa bella, lui se n'è andato da questo mondo ma la sua allegria è rimasta, e ti viene il sorriso adesso quando pensi a lui e ti riappare allegro e sornione.
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M.D. |
ricordando erica
Conobbi Erica Morganti nel febbraio del '75, durante l'abituale corso del GSP. La particolare vivacità di carattere, unita a buone doti tecniche, la inserirono nel migliore dei modi nel chiassoso ambiente del Gruppo.
Partecipò ad uscite in abissi di notevole impegno, come la Spluga della Preta, il Corchia e il Fighiera, dove si dimostrò una valida "donna di punta", dotata di una carica di simpatia eccezionale.
Ricordo ancora il colorito linguaggio, che usava per superare i passaggi più difficili, alla stregua dei colleghi uomini, e che ci faceva divertire parecchio per la varietà delle espressioni!
Non si poteva certo immaginare che dietro quel ritratto di salute si celasse il male terribile che l'ha consumata... Nell'inverno del '77 incominciarono a manifestarsi i primi sintomi, mentre il fisico deperiva a vista d'occhio, ma la sua forza d'animo, unita all'inconsapevolezza della gravità del male, la sorresse sino alla fine.
Mi rimane impresso un giorno di luglio quando, già minata nel fisico, mi disse: "per quest'inverno dovrei riuscire a rimettermi e a riprendere l'allenamento, così a Natale potrò venire con voi al Berqer!".
Non si rimise più, e a Natale, proprio mentre partivamo per il Berger moriva, a 21 anni...
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DANILO CORAL |
silvio
E' morto Silvio. Silvio del Tiglio di Viozene. L'alberghetto del Tiglio è sempre stato il punto di riferimento del Gruppo a Viozene, fin da quando Beppe Dematteis faceva da solo le prime esplorazioni nella zona. Silvio era diventato amico di tutti noi! pur non avendo mai messo il piede in grotta, si interessava delle nostre esplorazioni, ci consigliava su-
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gli itinerari da seguire sul Marguareis e sul Mongioie, dove era stato tante volte a caccia degli ultimi camosci, si preoccupava se ritardavamo. Una volta, tanto tempo fa, Beppe ed Eraldo, impegnati nell'esplorazione di un ramo nuovo delle Vene, non rientrarono la sera, ed allora Silvio nella sua semplicità, si recò sino all'ingresso della grotta, per chiamarli a gran voce. E poi, pochi anni fa, quando degli speleologi francesi rimasero bloccati a Piaggia Bella, volle anche lui andare fino al rifugio, e chi lo ha conosciuto sa bene che non lo fece per far atto di presenza. Le sere d'inverno, quando andavamo a Viozene solo per toglierci un po' dalla città, faceva con noi le ore piccole, col vino, il brüss, arrabbiandosi se giocavamo male a scopa. Poi rapidamente è invecchiato, venne varie volte ricoverato in ospedale ed operato. Dopo l'ultima operazione, mentre passava un breve periodo di convalescenza al mare, è morto.
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M.S. |
Notiziario
Assemblea di fine anno del GSP.
Si è svolta il 16 dicembre, con l'o.d.g. consueto.
Badino, a nome del presidente e dell'esecutivo ha dato relazione dell'attività svolta nel 1977, tra cui primeggiano le esplorazioni all'abisso Fighiera (6000 ore!) e il campo al Marguareis.
Arietti ha enumerato per sommi capi l'attività della risorta OPS .
I magazzinieri hanno reso noto, se già non si sapesse, che il magazzino è quasi vuoto e che tutti i materiali sono al Fighiera o a casa di alcuni.
De Regibus ha dato il rendiconto finanziario.
Per la capanna Saracco Volante, sembra che Longhetto non possa più occuparsene. Gli subentrerebbe forse Doppioni.
Villa ha comunicato l'acquisto di nuovi libri per la biblioteca e la continuazione del lavoro di ricerca di bibliografia analitica.
Di Maio ha dato relazione sul bollettino (preoccupante l'aumento dei costi), Garelli sull'archivio e Toninelli sullo svolgimento delle pubbliche relazioni (tra l'altro sono già state concordate 4 trasmissioni al Giornale Radio Piemonte).
Villa ha riassunto l'attività fotografica: tra l'altro una decina di proiezioni.
Sono stati poi nominati i membri aderenti ed eletti 22 membri effettivi per il 1978.
Membri effettivi: Paolo Arietti, Giovanni Badino, Enzo Baiardi, Piergiorgio Baldracco, Carlo Cazzola, Danilo Coral, Claudio De Regibus, Marziano Di Maio, Piergiorgio Doppioni, Uccio Garelli, Toni Giagnorio, Andrea Gobetti, Adalberto Longhetto, Gabriele Marzano, Flavio Miniscalco, Paolo Oliaro, Ezio Pautasso, Marco Perello, Maurizio Sonnino, John Toninelli, Meo Vigna, Giuliano Villa.
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Gli aderenti sono 25: Stefano Benusiglio, Roberto Bonelli, Achille Casale, Margherita Coppa, Laura Deker, Francesco Franco, Pier Luigi Freilone, Walter Fulgione, Gallardo, Carlo Gastaudo, Gianna Gianelli, Giovanni Gili, Piero Giordano, Attilio Guaitoli, Gianni Guidi, Giovanni Lorenzati, Franca Maina, Simonetta, Riccardo Francone, Laura Ochner Baldracco, Dario Pecorini, Eddy Reyneri, Patrizia Squassino, Horacio Suarez, Marco Zanone.
E' stato riconfermato presidente Doppioni; l'Esecutivo è composto da Badino, Villa, Perello, Coral e dal presidente.
Il bivacco speleologico Antonio Lusa
Al congresso di speleologia toscana è stata ufficialmente annunciata l'iniziativa degli amici faentini di costruire sul M. Corchia un bivacco speleologico da dedicare ad Antonio Lusa. Sul prossimo Bollettino saranno forniti altri particolari; intanto in Gruppo sono aperte le sottoscrizioni onde contribuire anche modestamente all'ingente spesa.
Trasmissioni al GR Piemonte.
Dal 26 dicembre al 16 gennaio John Toninelli ha curato una trasmissione televisiva in quattro puntate settimanali del Giornale Radio Piemonte, dal titolo, "Frontiere da immaginare". La prima trasmissione si è articolata sull'uomo e le grotte (speleogenesi e morfologia, attività speleologiche), la seconda sulle grandi esplorazioni mondiali (le grandi verticali, evoluzione delle tecniche esplorative), la terza sulle maggiori esplorazioni del GSP e i legami tra speleologia e scienza, ed infine la quarta sull'operazione PB 75, sulla 700 Ore e sul Soccorso speleologico. Durante le trasmissioni sono state proiettate diapositive e nell'ultima puntata anche il film "Lumen zero" .
Proieziosni
Il fotodocumentario "Marguareis sotterraneo" è stato proiettato, tra l'altro, il 15 ottobre a Garessio, il 10 novembre al Circolo La Bura di Asmara presso Biella, il 16 novembre nelle scuole elementari di Gassino.
13° Congresso naz. di Speleologia
Si terrà a Perugia dal 30 sett. al 4 ottobre 1978, organizzato dal GS CAI Perugia nel 25° anno della sua costituzione. Sono previste anche escursioni alla Grotta del Chiocchio (progressione su corda), alla Grotta di Monte Cucco (su scala e su corda), ai Pozzi della Piana (traversata) e ai complessi di Colfiorito e di Castelluccio di Norcia. Circolari di partecipazione in sede.
Per chi vuole i Gibbs
Ricominciano ad arrivare i Gibbs tramite un nuovo importatore per l'Europa (italiano). Il prezzo al pubblico sarà di L. 24.000: chi li acquisterà presso il nostro gruppo, che ha trattamento preferenziale, fruirà del prezzo di L. 15.000 cadauno. Il modello è lievemente rinnovato rispetto a quelli attualmente in circolazione.
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VARIE
Sul numero 28 della Rivista della Montagna e stato pubblicato un articolo di Giovanni Badino sulla sua integrale solitaria di Piaggia Bella da Caracas al fondo e ritorno. Negli ambienti alpinistici torinesi l'articolo ha raccolto commenti molto lusinghieri; nondimeno, per il suo taglio più da "pezzo letterario" che non di relazione, è stato molto apprezzato dai lettori in genere ed ha costituito un'ottima propaganda per la speleologia. Illustra l'articolo una foto di Giuliano Villa.
Sta per uscire la riedizione dell'Atlas des grands gouffres du monde di Paul Courbon. L'opera è alquanto più ponderosa della prima, a testimonianza del boom delle esplorazioni di questi ultimi anni; basti dire che gli abissi profondi oltre 500 metri erano 57 quando è stato edito il primo Atlas (1972) e sono ora almeno 92, e che le grotte più lunghe di 20 km erano 29 ed ora dovrebbero essere non meno di 47.
Dani Martinez e c. organizzano visite a pagamento nei principali abissi francesi. Chi fosse interessato (i prezzi non sono alti) si rivolga a G. Badino presso la sede del Gruppo.
Il 4 dicembre ci siamo ritrovati a Priola, a casa di Rugamerdone, insieme agli amici ormeesi per l'annuale cena sociale nel 24 anno di fondazione del GSP.
Ricambiamo gli auguri tradizionali di fine anno ricevuti da Horacio Suarez, GTS Trieste, Seccio Excursionista del C.F. Reddis i Delegacions d'Espeleologia i Fotografia, GS CAI Bolzaneto, Liviu Valenas di Oradea (Romania), Raggruppi Escursionisti Speleologi Triestini, Sez. Geormofologica della Soc. Adriatica di Sc. Nat. di Trieste, CAI Ancona, Biernacki Zbigniew di Crestochowa-Rakòw (Polonia).
Precisazione. A scanso di equivoci, va precisato che il "barbaruto speleologo" di cui si parla nelle prime righe dell'articolo di Meo Vigna "L'esplorazione dell'A20" pubblicato sul numero scorso, è un personaggio del tutto di fantasia, che non ha agganci neppure minimi con persone reali del GSP del presente o del passato.
Indirizzi dei membri del GSP: per comodità di consultazione, sono riportati nell'ultima pagina del bollettino.
Attività di campagna
4 settembre, G.Villa al Mondolè, con F. Maina, G. Gianelli, D. Danni.
11 settembre, Esercitazione di soccorso all'abisso Straldi.
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8 ottobre, Grotte del Caudano. Controllo dei danni vandalici e foto. Partec. Arietti, Gianelli e Villa.
8-9 ottobre. Esplorazioni alla Grotta del Vento (Fornovolasco, LU) e ricerche sulla Pania Secca. P.G. e L. Baldracco, Cassola, Marzano, Orazio e Vigna con V. Verole Bozzello.
9-10 ottobre, Gouffre Berger (Isere). Discesa preparatoria sino a -400 e foto. Coppa e Coral, con Di Ciolo, Carrieri, Grappiolo, Orsetti, Ivaldo e Steinberg.
16 ottobre. Battute nella zona dell'Artesinera, da parte di Vigna. Trovato e parzialmente disostruito un buco soffiante.
23 ottobre. Battuta una zona nuova dall'Artesinera all'abisso Dolly, da parte di Vigna. Trovate due doline da disostruire.
23 ottobre. Abisso Saragato (Gorfigliano, LU), Coppa e Coral con Di Ciolo, Grappiolo, Ivaldo, Carrieri e Orsetti.
28 ottobre, Balma ghiacciata del Mondolé. Inizio disostruzione frana terminale, De Regibus, Cazzola, Marzano, Pautasso, Suarez.
28 ottobre. Ab. Omber (Serle, BS). Gianelli e Villa a far foto.
28 ottobre, Grotta del Vento e Pania Secca (Fornovolasco, LU). P.G. e L. Baldracco, Doppioni, Marzano e Villa. Forzato al Vento il cunicolo del vento e trovato meandro che continua da due lati. Trovati alcuni buchi soffianti.
30 ottobre. Borna del Pugnetto (Mezzenile, TO). Arietti, Agazzini, Gallardo, Maina, Sergio, Walter. Foto "ecologiche".
1 novembre, Balma di Rio Martino. Coppa e Coral.
5-6 novembre, Abisso Fighiera. Esplorazioni nella galleria del vento; scesi sino a circa 630-650 m e disceso per due terzi un pozzo valutato sui 100 m. Rilievo e foto, 20 ore.
8 novembre. Rilievo cunicoli nelle grotte superiori di Sambughetto; P. Arietti, Gianelli, Sonnino e Villa, più Agazzini, Gallardo, F. Franco e figli, Sergio, Walter, E. Arietti, Zanone {quest'ultimo è riuscito a passare dalla grotta dell'intaglio a quella sottostante.
11-12 novembre. Abisso Fighiera. Doppioni, Marzano, Perelle, Vigna e Simonetta. Scoperto che il ramo attivo prosegue. Esplorato e rilevato il ramo risalente del Becco.
13 novembre. Balma ghiacc. del Mondolé. Continuata la disostruzione della frana; Benusiglio, De Regibus, Riccardo.
26-27 novembre. Sopralluogo sull'altopiano del Vercors (Isere); Carrieri, Coppa, Coral, Di Ciolo, Giagnorio, Lorenzati, Villa.
25-26-27-28 dicembre. Gouffre Berger: Carrieri, Coppa, Coral, Giagnorio, Grappiolo, Ivaldo, Lorenzati, Orsetti, Steinberg, Villa. Impossibile proseguire oltre i -650, per la piena (vedi articolo a pag. 11).
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nuove esplorazioni al fighiera
nel corno destro
Nel mese di agosto, durante il campo interno al Corno destro dell'Abisso Fighiera, con il quale avevamo raggiunto, nel Ramo dei Disperati, la quota -830 m (vedi "Grotte" n° 63), Ivano Fabbri (G.S. FAENTINO CAI-ENAL) ed io avevamo scoperto, nel penultimo giorno di permanenza sotterranea, una grossissima galleria pianeggiante percorsa da forte corrente d'aria che ci portò, assieme ai Versiliesi Di Ciolo e Orsetti e a Marzano, alla sommità d'un pozzo dove l'aria formava un vero e proprio vertice. Allora non avevamo più tempo e dovemmo rimandare l'esplorazione ad altra data.
Sabato 24 settembre mi trovo così, in compagnia di Giovanni Orsetti (G.S.A. Versiliese), Bruno Steimberg (G.S. Fiorentino), Giampiero Carrieri e Guido Grappiolo (G.S. Savonese), nuovamente all'imboccatura del familiare abisso. In 5 ore raggiungiamo il "campo base" a quota -500, dove ci rifocilliamo e ci concediamo una breve sosta, dopodiché ci rechiamo nella nuova galleria, raggiungendo in breve la sommità del pozzo inesplorato (q. -520 m). La corrente d'aria è questa volta parecchio diminuita rispetto ad agosto. Armiamo il salto con 60 m di corda e scendiamo tutti sino ad un terrazzino a -15 m. Per evitare l'acqua dobbiamo effettuare una traversata parecchio esposta, lunga 5 o 6 metri, al termine della quale possiamo frazionare su un tetto sporgente. Il primo a toccare il fondo del pozzo (33 m) è Guido, che ci comunica subito una notizia sensazionale: la grotta continua con un'altra grande galleria!
Galvanizzati dall'entusiasmo raggiungiamo rapidamente il nostro compagno trovandoci così di fronte alla copia della galleria superiore! Avanzando notiamo sulla sinistra un pozzo, che valutiamo profondo 50-60 m; ma continuiamo a proseguire nella galleria, che mantiene dimensioni ampie e andamento pianeggiante, con fondo argilloso e, in alcuni punti, sabbioso. Il topofilo si guasta dopo le prime puntate di rilievo e dobbiamo abbandonarlo, cercando di trattenerci dalla tentazione di calpestarlo selvaggiamente, poiché ci toglie così la soddisfazione di sapere quanto è lunga questa magnifica galleria.
Sulla nostra destra compare una serie di tre pozzi, d'altezza valutata tra i 40 e gli 80 m, un vero paradiso! Dopo un percorso piuttosto lungo (oltre 200 m) come rivelerà successivamente il rilievo), la galleria subisce un fortissimo restringimento, formando un cunicoletto nel quale si infilano Giovanni e Guido, che percorrono una quindicina di metri strettissimi e in salita, dopodiché si trovano di fronte ad un intasamento del condotto per depositi ingenti di terriccio. Le pareti sono ricoperte di una stranissima patina verdastra, viscida e consistente simile a muffa, che fa presagire una brevissima distanza tra questo punto e l'esterno!
Tornati sui nostri passi, esploriamo una diramazione che ci porta al la sommità di un grosso pozzo che valutiamo profondo un centinaio di metri. Giampiero ed io ci rechiamo ad esplorare, portandoci appresso una cinquantina di metri di corda, il primo salto notato lungo la galleria, quasi alla base del pozzo di 33 m.
Scendiamo così sino a circa -600 m, superando tratti non completamente verticali e intercalati da frequenti terrazzini; tra le tante vie da
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scegliere, questa, viste le dimensioni, ci sembra la peggiore e giunti quindi ad un restringimento, vista anche l'ora tarda, decidiamo di risalire (questo ramo verrà poi completamente esplorato dai colleghi di Faenza, che lo troveranno terminante a circa -620 m). Alle 14, dopo 22 ore di esplorazione siamo tutti fuori dell'abisso, (25 sett.).
Il 5 novembre si riprendono le esplorazioni.
Questa volta, oltre al sottoscritto, vi sono Giovanni Orsetti, Giampiero Carrieri e i due "grimpeurs" finalesi Nico Ivaldo e Guido Grappiolo. Per evitare di accumulare sudore ed effettuare attese superflue ci dividiamo in due squadre di 3 e 2 elementi e sotto le tute impermeabili siamo vestiti pochissimo.
In 3 ore raggiungiamo il campo -500, dove possiamo ricoprirci un po' di più, indi ci rechiamo di volata in esplorazione. Questa volta vi è parecchia acqua e ci si bagna non poco scendendo il pozzo di 33 m. Mentre i rimanenti rilevano ed esplorano minuziosamente varie piccole diramazioni, Nico e Giovanni iniziano l'armamento del pozzo più profondo incontrato durante l'ultima esplorazione, che sembra, data la posizione e le dimensioni, il più promettente. Scendono per una sessantina di metri sino ad un ballatoio, oltre il quale è necessario frazionare. La pietra rotola nel vuoto ancora per 30÷40 m, mentre dal fondo del pozzo sale rumore d'acqua corrente: deve essere proprio la via buona!
Purtroppo avviene però un fatto inaspettato e spiacevole: la rottura consecutiva di due perforatori, che non ci permettono cosi di frazionare (l'altra volta il topofilo, questa volta i perforatori, sembra incredibile!); inoltre la corda non arriva al fondo! Demoralizzati, Nico e Giovanni risalgono mentre noi scopriamo degli interessanti camini che potrebbero portare verso l'esterno e scattiamo numerose fotografie. Il rilievo ci comunica che abbiamo percorso circa 300 metri nuovi, sempre in direzione N-NO. Decidendo che per questa volta può bastare, risaliamo e usciamo a 22 ore dal nostro ingresso.
E' probabile che alla base del nuovo pozzo incontreremo una nuova galleria, tagliata forse da nuovi pozzi; resta solo da vedere, visto che questo Fighiera continua a riservarci delle sorprese, quanto riusciremo a scendere ancora prima di incontrare la solita zona dei sifoni, oppure se qualche innominabile e impraticabile fessura ci sbarrerà il passaggio prima del previsto!
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DANILO CORAL |
il ramo del becco
Andare al Fighiera e non scoprire niente di nuovo è impossibile, e a volte capita di trovare delle gallerie nuove anche in zone molto frequentate. A noi e successo proprio cosi. Il programma prevede di andare ad esplorare e rilevare un ramo all'estremità del Corno destro ma, prima della traversata sul pozzo da 15, il caro Doppioni si ferma ed incomincia ad osservare un po' troppo incuriosito un arrivo molto bello situato una decina di metri sopra il ramo principale. "Lascia perdere - gli diciamo - ci sono da esplorare dei rami ai quali si arriva passeggiando"; ma non finiamo di pronunciare la frase che il signor presidente è già 4 metri sopra le nostre teste e aspetta che gli si faccia una buona assicu-
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razione. "Forse è meglio piantare uno spit, con il pozzo da 15 sotto...". La salita anche se breve non è facile, non ci sono appigli ed occorre usare le staffe per riuscire a stare in piedi. Dopo aver piantato 3 spit Doppioni arriva in una galleria fangosa che prosegue sulla sinistra. Lo raggiungiamo subito e decidiamo sul da farsi, Marco e Piergiorgio andranno avanti per primi, Lele, Simonetta ed io seguiremo rilevando.
La galleria è molto piccola ed è scavata in regime freatico lungo lo stesso giunto di strato della galleria principale sottostante. Dopo circa 150 metri la si abbandona ed attraverso stretti passaggi si arriva in una sala dalla volta molto bassa: sulla sinistra una breve galleria conduce su un magnifico pozzo di 25 m, non abbiamo corde e quindi non possiamo scenderlo. Dalla parte opposta c'è un pozzo-camino scavato nel marmo e un altro pozzo da 10 m. Parallelo a questo sistema si incontra un meandro che Marco e Doppioni risalgono per un dislivello di circa 80 m, poi la risalita diventa troppo difficile senza l'impiego di mezzi artificiali. Riprendiamo quindi la via del ritorno.
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MEO VIGNA |
ancora in zona meins
E' la prima volta che discendo nel Fighiera con gente del mio gruppo di origine. Con me ci sono infatti Sergio, Giampiero e Marco del GS di Savona e Skappler (alias Steinberg) del gruppo di Fiesole. Scendiamo dalle Ludrie fino all'OM dove l'attività idrica della grotta ci sconsiglia di insistere in quel ramo. Via al Meins dunque, a vedere se questo giro turistico riuscirà ad essere esplorativamente produttivo. Il primo dei grandi pozzi del ramo oltre la risalita è sorprendentemente meno bagnato del solito: lo scendiamo Giampiero, Marco ed io: il pozzo risulta cinquantatré metri. Il successivo è ventisei: alla base, come già vi ho raccontato una altra volta (scommetto che non ve ne siete dimenticati), si biforca in uno da undici e uno da sessantacinque. Il primo porta alla base del quarantasei, la cui partenza è a dieci metri dal fondo del cinquantatré dove questo si biforca (interessante, neh). La prima volta che scendemmo questo ramo con Dani, Lucien e Doppioni, i primi due forzarono una strettoia e si fermarono su un pozzo sui dieci metri. Adesso siamo venuti a vederlo dato che è l'ultimo dei punti di facile avanzata in questa regione della grotta. Dopo la strettoia, bagnata e fangosa, la grotta si allarga in una sala da dove appunto parte con due imbocchi un pozzo che si mostra molto terrazzato e tortuoso. La roccia, brutta all'inizio, migliora subito dopo e questo mi permette di sbrogliarlo nei suoi quaranta metri totali con due spit. Alla base ancora un saltino, poi il meandro immette in un bel pozzo a circa -540 (ventisette metri mi dirà il rilievo che faccio). Uno spit me lo porta in vuoto nella prima parte. Anche nella seconda è ben in vuoto salvo che venga cilindrato perfettamente per venti metri da un paio di litri al secondo d'acqua, che entrano nel pozzo da una fessura in parete: e, nel vuoto come sono, non posso neanche difendermi. Né le bestemmie si arrestano con l'atterraggio al fondo perché quel posto mi è familiare: un breve giro mi conferma che è il ramo a -630 che avevo esplorato con Dani e Lucien scendendolo però dal pozzo da ... sessantacinque. La discesa è però lo stesso interessante: il meandrino inclinato (fa guadagnare circa ses-
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santa metri di profondità) che la prima volta aveva l'aria assolutamente immobile, adesso soffia come un pazzo forse per tenermi freschissima là acqua che mi riempie la tuta e mi fa tremare. Saliamo disarmando e rilevando fino a congiungerci all'estremità del mio precedente rilievo alla sommità del cinquantatré. Poi andiamo al campo base dove io ho una crisi di genialità e propongo di fare il the: l'orrendo intruglio che prepariamo mi regalerà la salita più da incubo che abbia mai fatto, per i rigurgiti acidi che mi salgono dallo stomaco. Ma come tutte le altre volte in un modo o nell'altro usciamo.
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GIOVANNI BADINO |
una discesa nel berger...
Era da parecchio tempo che volevo togliermi la soddisfazione di effettuare una discesa in quella che e una fra le più note voragini del mondo, il GOUFFRE BERGER, presso Grenoble. Il fatto che più mi attirava (e mi attira) di questa grotta è il poter scendere alla notevole profondità di 1122 metri non attraverso le solite tremende fessure, le solite frane, i lunghissimi meandri e pozzi e gli ambienti spogli che caratterizzano la maggior parte dei nostri "abissacci", ma attraverso, una volta tanto, ambienti di incredibile maestosità e bellezza. Trovati i compagni ideali, decisi di tentare quest'anno, scegliendo il periodo natalizio, poiché mi pareva (notare la sottolineatura che, come vedremo più avanti, ha un significato...) il più adatto a scongiurare il pericolo di piene improvvise, per disponibilità di tempo, e per evitare certe noie burocratiche che non sto qui ad elencare, ma che certi colleghi speleologi conosceranno già...
In un primo momento avevo pensato ad una squadra di due o tre persone, operante in modo rapidissimo con il sistema delle "cordelletes" (punta quindi unica di 25-32 ore), ma poi tutti insieme optammo per una spedi-
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zione con scopi prevalentemente fotografici, comprendente quindi un maggior numero di partecipanti e di conseguenza bivacchi interni. Tagliando corto, eccone il resoconto.
Il 24 dicembre partono da Torino tutti i componenti la spedizione, che sono: Giovanni Orsetti (Gruppo Spel. Arch. Versiliese), Bruno Steimberg (G.S. Fiorentino), Giampiero Carrieri, Nico Ivaldo, Guido Grappiolo (G.S. Savonese), Giuliano Villa, Margherita Coppa, Nanni Lorenzati, Antonio Giagnorio e Danilo Coral (G.S.P.).
Il 25 dicembre, alle 7, iniziamo la marcia di avvicinamento verso la voragine, con 30 sacchi di materiale (compresi i personali), lungo il plateau del Vercors. Piove e la neve è parecchio diminuita rispetto a novembre, mese nel quale avevamo effettuato una ricognizione esterna, e ciò ci fa presagire cattive condizioni idrologiche nella cavità. Alle 12 raggiungiamo, trascinando i sacchi sulla neve, la quota 1580, dove troviamo un modestissimo capanno. La grotta viene trovata solo a sera e decidiamo quindi di bivaccare al capanno. Per fortuna l'ingresso della voragine è sgombro dalla neve.
Il 26 dicembre, alle 13, entra in grotta la prima squadra, formata da Guido e Nico, che ha il compito di armare sino a -250 m. Alle 14 entriamo Giampiero, Giovanni, Bruno ed io, con il compito di attrezzare la voragine da -250 a -650 m. Gli altri entreranno dopo un'ora con scopi fotografici.
Il primo contatto con la voragine è un po' freddino, visto che il ghiaccio ricopre le pareti di ben tre pozzi (30, 10, 35 m) inoltrandosi sino a -100; dobbiamo agire con cautela estrema, poiché siamo carichi in modo incredibile. A -100 entriamo nel cosiddetto "Meandro" che, interessantissimo morfologicamente, nulla ha a che fare con i "nostri" meandri marguareisiani, al paragone dei quali è una galleria! Comunque ci costringe a 200 m di ginnastica non delle meno faticose, dovendo essere percorso a mezz'altezza, in opposizione. Viene poi il pozzo Garby, 40 m, a campana, spettacolare! Tutti i pozzi sono armati in modo impeccabile, con almeno 3 o 4 spit per pozzo. Superiamo ancora 70 m di "meandro", poi tre bei pozzi di 30, 15 e 45 m (pozzi Gontard, Relais e Aldo), l'ultimo dei quali con fortissimo stillicidio, trovandoci così a -250 m, dove siamo attesi da Nico e Guido e dove facciamo conoscenza con la "Grande Galleria", gigantesca e spettacolare: è talmente grande che sembra di trovarsi all'aperto, di notte, in montagna! C'è moltissima acqua e lo deduciamo dal fatto che la prima parte della galleria è completamente allagata e per avanzare dobbiamo utilizzare delle corde fisse trovate in loco. A -300 giungiamo al lago Cadoux, che in questo periodo è di solito completamente asciutto, e che ora sarà invece profondo oltre 10 metri! Il canotto lo troviamo già lì e non abbiamo quindi bisogno di utilizzarne uno dei nostri.
Oltre il lago Cadoux l'ambiente diviene spettacolare; si procede in una vera e propria foresta di concrezioni bianchissime e molto alte, lungo un pendio fortemente inclinato. Grazie ai 10 m del pozzo con cascata del "Petit General", riguadagnamo il torrente, che percorre una navata di proporzioni incredibili, lungo la quale in alcuni punti si procede con corde fisse e fili di ferro di 5 mm stesi lungo la parete (Cascate della Tyrolienne). A 370 m lasciamo nuovamente il corso d'acqua, per penetrare
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in quella che è senz'altro la più grossa o una delle più grosse gallerie che io abbia mai visto: il "Grand Eboulis"! Incredibile: attorno e in alto il buio completo, sotto i nostri piedi un caos mostruoso di massi, alcuni dei quali alti come case, lungo i quali dobbiamo scendere con una pendenza allucinante. Ci godiamo metro per metro tutti gli spettacoli che la natura ha ideato in questa meravigliosa voragine! Scendiamo così nel Grand Eboulis per oltre 120 metri di dislivello, guadagnati in modo rapidissimo raggiungendo i -500 nella "Salle des Treize" dove, inframezzate da una serie di "vaschette" molto profonde, compaiono miriadi di colonne di notevole candore e alte sino a 12 metri. (Peccato che in alcuni punti compaiano anche mucchi di immondizie, lasciati dalle spedizioni, che sono un vero e proprio pugno nell'occhio in quest'ambiente!). Giampiero scatta fotografie come un forsennato, mentre le esclamazioni di meraviglia da parte di tutti non si contano. Le vaschette, di singolari dimensioni, ci accompagnano come una scalinata per alcune decine di metri di dislivello, sin quasi al primo salto del "Balcon", costituito da una colata stalagmitica alta 15 m, ove si scende sotto discreto stillicidio. Finalmente l'ambiente si impicciolisce un pochino, pur mantenendo proporzioni rilevanti, mentre si avanza ancora tra vaschette e colate di calcite.
A -600 m, notiamo un particolare assai curioso: dal soffitto arriva un getto d'acqua di portata non indifferente, ma la cosa strana è che scaturisce da una grossa stalattite forata a tubo! A questo punto si decide che ad andare avanti per armare sino a -640 e cercare il posto adatto per il bivacco siano Guido e il sottoscritto, poiché è inutile gironzolare per il torrente in tanti e carichi di sacchi. Lasciati quindi i nostri compagni in una saletta asciutta, Guido ed io avanziamo lungo il corso d'acqua effettuando una traversata un po' esposta su roccia per evitare di bagnarci. A -610÷620 troviamo una serie di sale fossili che bene si prestano ad un campo interno, dopodiché, superata una breve risalita a due pozzi di 15 e 5 m, siamo al "Vestiaire", all'inizio dell'ormai leggendario "FIUME SENZA STELLE" (quota -640 m) .
Il torrente appare ora alquanto ingrossato, un vero e proprio fiume che entra, con un baccano assordante, in un cañon piuttosto stretto. Avanziamo sin che possiamo in opposizione, dopodiché, non potendo procede re ulteriormente senza mute e canotti, lasciamo due sacchi di materiale per il fondo in una nicchia in alto e torniamo dai nostri compagni. Alle 22 iniziamo la messa a punto del bivacco nelle sale fossili a -600, e non mi si chieda come riusciamo, grazie ad un paletto di alluminio ed uno spit trovato in loco, a piazzare 6 amache! Bruno e Giovanni vanno subito a dormire, mentre i rimanenti si dedicano ad attività culinarie tutt'altro che disprezzabili, che si protraggono sino alle 2 del mattino (27 dicembre). Alle 4 giungono anche Giuliano e Nanni (Margherita e Antonio si sono fermati a -250 m). Nanni se la cava veramente da duro poiché, pur essendo un ottimo arrampicatore e alpinista, è alle sue prime esperienze con le grotte! Giuliano è esterrefatto per la bellezza degli ambienti, ma avendo poco tempo a disposizione decide di rimandare ad altra data il servizio fotografico che si era proposto di realizzare.
27 dicembre: "sveglia" alle 15. Alle 17 partono Giuliano e Nanni per la superficie, mentre noi iniziamo i preparativi per la discese al fondo. Visto che avevamo deciso di non battere nessun "record di velocità", avevamo anche deciso di utilizzare i canotti per la discesa lungo il fiume,
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poiché le mute costano, e parecchio, mentre alcuni si erano offerti di procedere con il sistema "del nonno", cioè attrezzati normalmente e a nuoto. Io sono l'unico a sfoggiare una magnifica muta in neoprene da 7 mm, vanto della spedizione, che mi è costata parecchi litri di sangue (ci vorrebbe troppo tempo a contare le gocce)! In breve, alle 18 lasciamo il campo e mezz'ora dopo siamo a -640, dove ci attende uno spettacolo incredibile. La saletta del "Vestiaire" è quasi completamente inondata, mentre all'inizio del "FIUME SENZA STELLE" il livello dell'acqua è aumentato di oltre due metri! Cerchiamo di capire che tempo possa fare all'esterno, mentre sento qualcuno dire timidamente: "Danilo, tu che hai la muta, potresti andare a vedere!". E infatti, legato a un capo di una corda di 30 m, vado a vedere, non senza aver salutato per l'ultima volta gli amici.
La corrente è subito violentissima (secondo le relazioni, nei periodi di normale regime idrico in questi punto l'acqua dovrebbe arrivare poco sopra la vita), mentre il fondo dovrebbe trovarsi due o tre metri sotto di me. Grazie alla corda riesco ad avanzare per una decina di metri, dopodiché tirandomi di braccia ritorno al punto di partenza e faccio scendere un canotto. E' da disperati tentare di proseguire con questa piena, ma abbiamo deciso di tentare il tutto per tutto.
Viene sorteggiato Nico per accompagnarmi in ricognizione. Partiamo così, lui sul canotto ed io in acqua, ma mano mano che avanziamo la corrente si fa sempre più forte e l'acqua pare aumentare continuamente. Ad un tratto, scoppia il caos: mi sento risucchiare ed un attimo dopo sono nel "MAËLSTROM"! Qualche istante di panico, dopodiché il potere di galleggiamento della muta mi salva e Nico vede la mia mano uscire dall'acqua e aggrapparsi disperatamente al canotto, sul quale riesco a issarmi facendo però imbarcare un sacco d'acqua.
E' assolutamente impossibile proseguire e anche gli altri lo capiscono e recuperano prontamente corda, canotto e i due navigatori terrorizzati. Giunti finalmente all'asciutto, sostiamo qualche minuto costernati a cercare di capire che male abbiamo fatto per meritarci una pena di quel calibro in pieno inverno, dopodiché facciamo ritorno al campo. Decidiamo di aspettare tutta la notte, nell'eventualità di un calo delle acque.
28 dicembre: alle 9 quando ci alziamo la situazione è addirittura peggiorata e il rumore delle cascate si sente persino dal campo. Non c'è niente da fare, è necessario risalire. Alle 11 partiamo e alle 17,30 siamo all'esterno, dopo sole sei ore e mezza nonostante il disarmo e il carico, dove ci attende una marcia di tre ore con i sacchi da trascinare per raggiungere le auto, con un vento gelido. Ricongiuntici con Giuliano e gli altri, veniamo subito messi al corrente del maltempo scatenatosi all'esterno; dicono che ha piovuto moltissimo.
Bilancio: il fondo non si è potuto raggiungere, ma abbiamo ugualmente visto delle zone sotterranee fantastiche; sino a -640 il percorso è molto agevole e non presenta particolari difficoltà, perlomeno se raffrontate alla maggior parte dei grandi abissi; per fare un bel servizio fotografico occorrerebbe almeno una settimana di permanenza sotterranea. La battaglia con il Berger è, per me, comunque appena iniziata e chissà che nei prossimi mesi, con un compagno e un chilometro di cordellettes...
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DANILO CORAL |
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una grotta a pianezza
Frotte di ragazzini la percorrono e devo confessare che anch'io, ormai parecchi anni fa, mi avventurai per questa grotta budelliforme, tre, quattro volte: chi si ricorda! Ad ogni modo posso ben dire che la mia (misera) carriera di speleologo sia proprio incominciata allora... Fin dalle prime volte che la percorsi nacque in me la curiosità di sapere quanto fosse lunga la cavità e in che direzione pressapoco andasse a finire. Cosicché, verso la metà di ottobre, decidevo con Massimo di perdere una mattinata rilevando la grotta. E così ho avuto, a lavoro concluso, la piacevole sorpresa di ritrovarmi disegnata sul foglio di carta una grotta-cunicolo della lunghezza di ben 272 metri. Sono nulla, lo riconosco, al confronto dei 15 e passa chilometri di P.B., ma non vi ho ancora detto che la grotta si apre in terreni alluvionali del quaternario: conglomerati e puddinghe!!
La grotta si apre perpendicolarmente alla Dora Riparia sulla sinistra orografica poco a monte del paese, in direzione di Alpignano. Essa si presenta come un lungo cunicolo in leggera e costante ascesa verso il fondo: dall'ingresso al termine della cavità c'è un dislivello di poco più di 10 metri. A parte il primo tratto in cui si può camminare in posizione eretta, per buona parte della grotta si striscia o, caso fortunato, si cammina carponi.
Sull'origine della grotta non si possono che fare delle ipotesi: io riprendo quella del Balbiano, apparsa su GROTTE n. 40, per il quale queste cavità sarebbero degli antichi canali alluvionali e di scolo della Dora Riparia. Prova ne è la sabbia fluviale che quasi costantemente copre il pavimento della cavità, mentre il soffitto si presenta, tutto sommato, abbastanza solido e compatto. Qua e là sono presenti accenni a concrezioni calcaree. Singolari sono le concrezioni crateriformi che si formano sul pavimento in corrispondenza del punto di caduta della goccia.
La grotta è stata utilizzata nella seconda guerra mondiale quale via di fuga-rifugio per gli abitanti della sovrastante Villa Lidia (resta infatti parte di un condotto di accesso), ed analogamente dai partigiani. Ma non escludo che la grotta, due secoli prima, sia stata utilizzata come inconsueto "nascondiglio" da cortigiane e uomini d'arme che numerosi affollavano il vicino Castello di Pianezza!!
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GIOVANNI GILI |
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le grotte di sambughetto
La situazione attuale
C. Balbiano d'Aramengo in un lavoro pubblicato nel 1966 (Le grotte di Sambughetto in Valstrona (Piemonte). Atti Soc. It. Soc. Nat. e Museo Civico St. Naturale Milano, 93, (3).) poneva l'interrogativo sul futuro della Caverna Grande delle Streghe (N. 2501 Pi), da lui chiamata Grotta delle Fate, minacciata da una cava di marmo.
A dodici anni di distanza, con la ripresa dell'Operazione Piemonte Sotterraneo, si è voluto fare il punto sulla situazione attuale della cava. La sua coltivazione è stata sospesa da una decina di anni, e la proprietà é passata nel 1976 dalla Soc. Cave di Marmo Vallestrona alla famiglia del luogo Piana. Gli attuali proprietari non ne hanno in programma - almeno per il momento - la riapertura. Dal 1965 però, nel breve periodo ancora di attività, la cava avanzando verso sud ha distrutto una cospicua parte della grotta, asportando non meno di 3000 m c di marmo, e dividendola in due rami.
Il ramo est presenta ora vari ingressi, dati dall'intersezione di un fronte di cava con vari cunicoli, ed é ridotto a pochi tronconi di galleria. In essi c'è ormai una assoluta dipendenza climatologica dall'esterno. Nel ramo ovest i lavori di cava e delle piccole discariche hanno provocato presso l'attuale ingresso (circa il punto 12 del rilievo del 1965), una modificazione dell'idrologia: il torrente, infatti, è stato parzialmente coperto ed è stato diviso in due rami: mentre il principale si dirige come prima verso nord, uno secondario più breve ha direzione opposta, verso sud, e scompare in ghiaia dopo solo pochi metri. Il resto della grotta. che è più ampio e più interessante per le forme d'erosione presenti, non è stato in linea di massima danneggiato.
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M. SONNINO - P. ARIETTI |
Il parere di uno con i piedi per terra
La grotta di Sambughetto è stata dunque parzialmente distrutta da una cava. Una simile notizia provoca normalmente cori di proteste, levate di scudi a favore della natura violenta dall'uomo. Da queste proteste io - che sono sempre pronto a parole e a fatti a proteggere la natura - questa volta mi dissocio.
Sui due piatti della bilancia ci sono da una parte un piccolissimo sistema carsico, e dall'altra una piccola attività estrattiva.
Il sistema delle grotte di Sambughetto non è di straordinaria "bellezza", non è neppure "bello" secondo i canoni tradizionali di "bellezza" di una grotta (sarebbe un argomento da studiare, questo!). Può essere importante perché si sviluppa in una lente di marmo pizzicata dentro ad un complesso cristallino, ma esempi simili sono frequentissimi. Abbondano, o meglio abbondavano, resti paleontologici, ma sono già stati raccolti e studiati. Senz'altro questi studi - come tutti - non sono stati completi, quindi si potrebbe sperare in una ripresa degli stessi. Ma, stando con i piedi sulla terra, che possibilità e probabilità ci sono che ciò avvenga? Centinaia di grotte, solo in Piemonte, attendono uno studio paleontologico, non solo uno scavo alla dio-ti-fulmini e una dispersione dei reperti in case e cantine, come avviene adesso.
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Ma perché non c'è nessuno che protesta per le cave delle Apuane? Chissà quante grotte sono state distrutte dal tempo dei Romani ad oggi! Evidentemente perché c'è legata un'attività economica, perché c'è del lavoro, anche perché c'è una tradizione. La cava di Sambughetto è ora inattiva, ma anche se fosse in attività avrebbe un'importanza maggiore, per me, della grotta perché rappresenta una delle poche attività tradizionali che possono essere ancora svolte dalle popolazioni montane. Anche la coltivazione di una piccola cava rappresenta quella cultura e quella civiltà montana che non bisogna uccidere, per evitare che la montagna venga divorata da un consumismo che lascia dietro di se solo deserto e miseria.
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MAURIZIO SONNINO |
riprende l' o p s
Su "Grotte", anno 2° , n. 8 (aprile-giugno 1959) era riportato, a firma di G. Dematteis, l'articolo programmatico con cui si dava vita all'operazione Piemonte Sotterraneo. Si intendeva proporre: "Anzitutto di dedicare la nostra attività di G.S. Piemontese prevalentemente alle Grotte del Piemonte" sviluppando "una vera e seria attività di ricerca, sia esplorativa che scientifica", partendo dalla premessa che "il Piemonte sotterraneo è l'insieme delle Grotte del Piemonte, cioè la parte meno conosciuta della nostra regione". Negli anni che seguirono , care si può dedurre dai bollettini -, è stato compiuto un notevole lavoro programmato, al principio sostenuto anche economicamente (sebbene non certo con larghezza) da Enti pubblici, Istituti di credito, società private ed anche dagli Organi regionali militari, sotto il tirocinio della Società Speleologica Italiana.
Furono pubblicati interessanti lavori, ad opera di membri del G.S.P., che ben figurano tra la letteratura speleologica e di cui sarebbe lungo farne una citazione completa. Vale però ricordare il Primo elenco catastale delle grotte del Piemonte e della Valle d'Aosta (G. Dematteis, 1959 , RSI II, 4, 1959; ripubblicato in allegato su Grotte 1959) ed il Secondo elenco catastale delle grotte del Piemonte e della Valle d'Aosta (G. Dematteis e G. Ribaldone, RSI, settembre 1964).
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A quasi venti anni di distanza dall'avvio dell'O.P.S. si può affermare che l'attività speleologica del GSP ha sviluppato una notevole conoscenza del mondo sotterraneo piemontese, anche se, successivamente, è venuta a mancare l'"etichettatura" proposta dal programma del 1959. In verità però, negli ultimi tempi, si è trascurato forse l'interesse pubblicistico ed editoriale, arche se su questo bollettino sono apparsi sovente scritti validi, ma necessariamente frammentari soprattutto per quanto riguarda le grotte minori. Dobbiamo inoltre convenire che è stata poco curata la parte "burocratizzante" dell'attività speleologica: si intende parlare del Catasto Grotte. All'inizio di quest'anno si è pensato che sarebbe stato interessante ricondurre una parte della nostra attività sotto quella "storica" denominazione di Operazione Piemonte Sotterraneo (OPS) . Questo perché si sentiva l'esigenza di ripercorrere la linea programmatica dematteisiana per diversi motivi:
1) Riprendere la schedatura delle grotte e curarne l'inserimento a catasto, affrontando i ciclopici meandri creati dall'accumularsi negli anni di voluminose cartelline con schede già compilate.
2) Apportare gli aggiornamenti topografici e descrittivi desumendone il materiale dall'attività esplorativa compiuta.
3) Ripercorrere, in normale attività di campagna, anche le cavità minori piemontesi (quelle cioè che, non destando uno spiccato interesse per impegno sportivo o per importanza scientifica, sono state "perse di vista" dopo una prima sommaria e lontana descrizione), procedendo, quando già non ci fosse, al rilevamento topografico di esse ed alla descrizione geomorfologica. Rivedere anche con senso critico quelle cavità per le quali era stata indicata nessuna possibilità di prosecuzione .
4) Rivedere, inoltre, quelle cavità alle quali nei tempi passati ci si indirizzava sovente a scopo d'allenamento e didattico, ma ora non più visitate dalle ultime leve speleologiche del Gruppo.
5) Rinnovare l'interesse alla ricerca, esplorazione e documentazione arche delle minori cavità che il sottosuolo piemontese può ancora offrire in ogni vallata.
6) Riuscire a impostare lavori monografici e bibliografici.
7) Curare e divulgare la conoscenza della speleologia piemontese, avendo di mira particolarmente l'educazione ed il rispetto per gli ecosistemi ipogei.
8) Non ultima cosa in ordine di importanza, giungere finalmente a pubblicare un terzo elenco catastale delle grotte piemontesi e valdostane.
Un'attività di questo genere poteva interessare anche quelli che, a fine corso, non si ritenevano disponibili ad affiancare le imprese degli uomini di punta impegnati nei grandi abissi; poteva diventare momento di coesione e di affiatamento tra "giovani " ed "anziani "; costituire un punto di riferimento per quanti, pur amando la speleologia, si sarebbero ritenuti "esclusi" dalla vita di gruppo, in quanto condizionati dalla disponibilità di tempo; poteva essere motivo di richiamo per quanti, non più giovani o giovanissimi, non intendono rinunziare all'attività o all'e-
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splorazione speleologica. Con ciò, ben inteso, senza sminuire l'importanza intrinseca di tale attività che avrebbe apportato vitalità al Gruppo, a prescindere, ovviamente, dalle imprese di maggior che la conoscenza delle grotte e dei sistemi carsici piemontesi, avrebbe anche richiesto.
L'esperienza di tale tipo di campagna speleologica nel 1977 sta volgendo al termine. Un bilancio approssimativo, morale più che tecnico, può riassumersi brevemente. Si è partiti in sordina, senza ricercare aiuti dall'esterno. Sono state poche, nell'arco dell'anno, le giornate festive inattive: lo testimonia l'attività di campagna, brevemente riportata nei bollettini di volta in volta. Il risultato di maggior rilievo può considerarsi il ritrovamento di un ramo fossile, inesplorato, nella Grotta di Rio Martino. Sono state poste le premesse per un'esplorazione sistematica nella zona di Monterosso Grana: le intemperie dell'annata hanno impedito di completare il programma previsto. Particolare attenzione si è rivolta alle Grotte di Sambughetto (NO), (v. relazione a parte), dove i reperti paleontologici rinvenuti in esse hanno dato inoltre l'opportunità di allacciare una interessante fattiva e gradita collaborazione con l'ambiente specializzato universitario, collaborazione che riuscirà utile anche per l'interpretazione dei recenti reperti trovati nella Borna Maggiore di Pugnetto e degli altri eventuali che verranno in luce. Sono stati visitati sistemi ipogei nelle colline del Monferrato, sui quali si conta di concludere un approfondito studio. In Valle di Susa sono state compiute varie ricerche e sono state topografate tre grotte nuove.
Nel corso dello svolgimento dell'attività di campagna, che ha sempre contato un'adesione numerosa, si sono a noi aggiunti almeno quattro promettenti "aspiranti speleologi" che sono stati iniziati alla speleologia "extra corso" e che si sono inseriti già praticamente nella vita di Gruppo. Tra questi, due hanno avuto modo di ben figurare sin dal campo estivo.
Ma il risultato più lusinghiero non è stato d'ordine tecnico: è l'aver attuato quella "speleologia non competitiva" da sempre auspicata e l'aver sperimentato come si può andare in grotta per puro divertimento senza complessi, senza gerarchie, senza mete troppo ambiziose e pretenziose.
Ed infine la nota dolente: il Catasto! Il Paolo Arietti, responsabile attuale, non è ancora riuscito a dipanare l'intricata matassa lasciatagli in eredità: conta comunque di non abbandonare l'impresa, se... gli sarà ancora dato credito. Si vorrebbe concludere con un invito. Queste giornate di rigido inverno, che impedirà di salire alle alte quote, sono invece favorevoli alle "battute" a quote basse. Basta non lasciarsi impigrire. E' molto il lavoro che ci attende e tutti quelli che lo vogliono, possono apportare la loro collaborazione.
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PAOLO ARIETTI |
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sui modi per far le gasse
La voglia di scrivere un articolo su questi nodi me l'ha messa addosso la" lettura del "Libro dei Nodi" (Mondadori), bellissimo volume, che vale quel (molto) che costa, che oltre ad interessarmi mi ha anche cocentemente umiliato. Infatti (saran le origini liguri?) ero certo di conoscere "praticamente tutti" i nodi, beh non era vero, neanche in prima approssimazione, anzi.
Ma soprattutto voglia di scrivere queste righe mi è venuta, prepotente quasi da strangolarmi, ogni volta che scendevo un pozzo con frazionamenti su gasse fatte diverse da come piacciono a me e cioè col nodo delle guide con frizione (prima figura). In ricordo del tempo perso a sciogliere e rifare, appeso come un pollo, sinistri nodi parlati o guide semplici duri come la pietra, dedico volentieri un po' di tempo a divulgare punti, secondo me, fondamentali o almeno utili per la sicurezza.
E' ben noto che, in corrispondenza di un nodo, la resistenza della corda all'incirca si dimezza. Questo divertente effetto dipende, come tutti sapranno, dal fatto che i carichi, entro il nodo, tendono a gravare sulle parti esterne delle anse che fa la corda, in misura tanto maggiore quanto più piccoli sono i raggi di curvatura dell'ansa. Il problema è complesso dato che oltre ai raggi di curvatura appaiono dipendenze dall'attrito interno al nodo, elasticità e rigidezza della corda e la soluzione del problema è dunque esclusivamente sperimentale: ma quest'ultima fatta in modo completo ed accurato (varie corde, varie deformazioni sul nodo, strappi ecc.) manca, e quindi per non dire stupidaggini, in attesa di farle sto zitto e non confronto i nodi da questo punto di vista di riduzione di resistenza della corda.
E' ampiamente provato che un nodo deve avere due caratteristiche egualmente importanti: quella di non sciogliersi quando non deve e quella di potersi sciogliere quando deve. La prima condizione è soddisfatta da quasi tutti i nodi, la seconda no: quelli che non la soddisfano, il cui caposcuola è senza dubbio l'eternamente maledetto "guide semplice" (guardate la sua sozza, odiosa sagoma in figura 2) son da escludere assolutamente. Del resto un nodo tanto stretto da non potersi sciogliere è riuscito, molto probabilmente, a danneggiare la corda al suo interno: e, soprattutto, se non c'è riuscito lui ci riuscirà sicuramente il tizio che, in un modo o nell'altro, ne avrà ragione.
Anche i nodi buoni del resto, se fatti male acquistano la notevole proprietà dell'impenetrabilità: il nodo delle guide con frizione (g.c.f. per brevità), ad esempio, se al suo interno i tratti di corda non sono rigorosamente paralleli ma si accavallano diviene una brutta bestia. Rimane però, a parer mio, il migliore per usi speleologici, quand'anche non l'unico. E' consigliabile secondo me anche per ancoraggi ad anelli chiusi (o strutture topologicamente equivalenti), facendo prima sulla corda un savoia e facendogli poi correre dentro il capo dopo che è passato nell'anello. E' un po' più laborioso del nodo di bolina (figura 3) ma l'aspetto è decisamente migliore. Ha due piccolissimi difetti: chiede molta corda (su corda di media durezza circa sessanta volte il diametro di questa, e per appendersi un sacco in vita con un cordino corto questo può essere di qualche importanza) e, se fatto su corde rigide, il capo più vicino al quale è eseguito tende a sfilarsene fuori. Il nodo comunque, sfilatosi il capo dalla prima ansa, si trasforma nel cosiddetto "gassa semplice nel doppino" e a quel punto si dovrebbe bloccare. E' dunque un difetto relativo tanto più che su tutti i nodi a capo libero deve esse-
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re fatto un bloccanodi e il pezzo di corda che ne esce deve essere ragionevolmente lungo. Sempre. Invece è grande la tendenza a risparmiare trenta centimetri di corda facendo venire il capo ad un micron dal nodo: consola il fatto che la morte di chi è così stupido da risparmiare corda in quel modo non è una gran perdita, per il genere umano. Su questo nodo rimane un problemino aperto: se sia cioè meglio farlo come in figura 4 o 1, caricando cioè l'ansa sommitale (indicata con A) o quella ad essa parallela ed immediatamente inferiore. E' un problema accademico, se volete, comunque io preferisco il numero 1.
Ho citato il nodo di bolina (o gassa d'amante o cappio del bombardiere). E' un bellissimo nodo se fatto con somma cura: Salvo che tende a deformarsi in maniera orrenda sotto sforzo: proprio per questo deve essere molto stretto. Proprio su questa gassa il Libro dei Nodi dà una informazione preziosa: dei due modi (disegnati in figura 3 e 5) per farla, uno col capo uscente all'esterno dell'anello (il 5 viene chiamato gassa d'amante a sinistra) e l'altro col capo all'interno (gassa d'amante a dritta, figura 3) , solo il secondo è sicuro. L'altro è sbagliato. La presenza in questa valle di lacrime di molti di noi, me compreso, dimostra che, anche se sbagliato, tiene. Ma effettivamente la strozzatura del capo nel primo caso è minore. Soprattutto se lo dice il Maestro dei Nodi, è cosa certamente vera. Ho fatto alcune semplici prove per vedere dove avviene la rottura: capita in corrispondenza del punto R in figura 3. E' comunque un nodo sempre sostituibile, con un po' di lavoro, con un g.d.f. anche quando l'anello che forma va stretto come ad esempio per legarsi una corda in vita. A parer mio è sempre meglio impiegare due minuti di più e fare un ricco g.d.f.. Un'ultima nota su quest'ultimo è che il libro lo sconsiglia per la difficoltà, relativa ad altri (tipo il bolina) a scioglierlo: ma questo è vero soprattutto per la vela: in grotta dieci secondi in più non sono certo decisivi.
Un altro nodo utilizzato dai folli per i frazionamenti è il nodo parlato (figura 6). Soprattutto in attacchi a corpi con piccoli raggi di curvatura, tipo i moschettoni, se ne esalta la proprietà di tranciare la corda al suo interno. Il vantaggio che ha di richiedere poca corda è, invece, significativo solo per appendere sacchi.
Un'altra gassa notevole è quella di figura 8. Può essere molto utile quando occorra tendere un po' una corda dopo che è stata fissata; per esempio sul primo spit (quello più interno) nell'armo di un pozzo dopo che la corda è già stata fissata più avanti. Più in generale mi sembra utile in manovre di soccorso. Infatti lo si può far scorrere facilmente aprendolo un po'. Per la verità non l'ho mai utilizzato, anche se più volte ne ho sentito la mancanza (l'ho visto per la prima volta sul Libro dei Nodi) ma mi sembra degno di uno studio collettivo.
Un'altra gassa consigliata dal Libro è quella di figura 7 considerata molto sicura ed efficiente. In pratica è un parlato fatto sulla corda stessa. Occorre fare attenzione, eseguendola, a non fare la numero 9, nodo mortale. Quest'ultimo si ottiene facendo un nodo piano e "rivoltandolo". La precedente invece, buona, la si ottiene dal nodo piano sbagliato, quello detto del bovaro o dell'asino. E' consigliata anche senza bloccanodi e con due sole asole. Con più asole e un bloccanodi dovrebbe essere un eccellente nodo anche per i nostri usi.
La cosa più interessante sarà comunque fare prove di rottura, limitate semmai al solo bolina e al g.d.f. ma provandone lievi variazioni di accavallamento interno e di tensione iniziale.
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GIOVANNI BADINO |
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trilling nel fighiera
IL FATTO
La domenica 8 maggio 1977, durante la discesa di alcuni componenti del G.S. Bolognese CAI all'Abisso Fighiera, la corda che armava un saltino di otto metri si tranciava di netto ed il malcapitato esploratore, che stava scendendo con un discensore artigianale, precipitava da un'altezza di due metri lussandosi una spalla. Prontamente soccorso dai compagni (tutti del GSB) veniva trasportato all'esterno, poi a Levigliani e di qui, il giorno dopo, a casa.
LE CONSIDERAZIONI
Il pozzo dove è avvenuto il fattaccio è come già detto un saltino di otto metri. L'accesso al salto è su meandro (?) o più facilmente su una fessura allargata di circa due metri di altezza e sessanta centimetri di larghezza. La corda, una Fussner diam. 10 speleo, era nuova di fabbrica al momento del riarmo primaverile e, alla data dell'incidente, erano passate su di essa circa 40 persone (nello scendere e salire). L'armo eseguito con due spit e placchette ricavate da ferro a T portava la corda a scendere nel vuoto.
Venuti a conoscenza del fatto, la domenica successiva due persone (un membro del GSP ed uno del GB Faentino) recuperarono i due spezzoni di corda. La corda presentava un taglio netto a circa 60 cm dal nodo (delle guide con frizione) d'attacco; la calza e tutti e quattro i trefoli non presentavano tracce di allungamento, la sola anima interna era stirata per circa 8 cm. Non è stato inoltre possibile notare alcun segno di usura per attrito in prossimità della rottura. La corda in questione veniva personalmente consegnata dallo scrivente al Laboratorio Sperimentale dei materiali da costruzione dell'Istituto di Scienze selle Costruzioni del Politecnico di Torino. Venivano richieste a detto laboratorio sia delle prove di trazioni distruttive sia una interpretazione di dette prove; i risultati sono riprodotti in calce all'articolo.
- Le prove eseguite hanno ridato fiducia a chi, nella propria incoscienza, già da diversi anni ha abbandonato le classiche scalette per la sola fune.
- Le rotture in laboratorio sono tutte avvenute o in corrispondenza dei nodi o degli attacchi alla macchina.
- Le analisi comparative della rottura provocata in laboratorio con quella avvenuta al Fighiera dimostrano (vedi perizia) una notevole differenza nell'allungamento dei trefoli: nelle prime è lapalissianamente evidente un notevolissimo stiramento e deformazione dei vari componenti la corda, fatti che sono totalmente assenti nella rottura avvenuta in grotta.
Giunti a questo punto è umano porsi alcune domande:
- Come è possibile provocare su di un salto di solo otto metri un carico, sia pure istantaneo, di ben oltre ottocento kilogrammi?
- Per qual motivo la corda si è rotta a 60 cm dal nodo e non in esso?
- Se la corda era lesionata in precedenza, come è possibile che i sette componenti la squadra da punta che discesero su quella corda pochi minuti prima dell'incidente non si accorsero di nulla?
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- Come è possibile che da una volta di roccia compatta e non fratturata si sia staccata una pietra sufficientemente grossa e sufficientemente aguzza da tranciare di netto la corda?
- Come è possibile che uno speleologo scenda su una corda lesionata al punto che resti intiera la sola anima e non si accorga di nulla?
- Come è possibile che sullo stesso saltino, con gli stessi attacchi e con lo stesso tipo di corda dopo oltre 80 passaggi non si sia riscontrato ancora alcuna lesione?
- Come è possibile che tre persone che si ritengono speleologi taglino una corda per avere, di fronte al proprio gruppo, un valido motivo per non discendere?
- Come è possibile che un grosso e rinomato gruppo speleologico tacitamente accetti un simile operato?
- Come è possibile, al momento attuale, che tale gruppo parli di collaborazione?
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PIER GIORGIO BALDRACCO |

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la gioia di percorrere per primo una nuova grotta
Questo è il primo anno in cui faccio della speleologia, comunque ho già provato delle emozioni straordinarie. La migliore mi è capitata quest'estate sul Marguareis nel penultimo giorno di campo. Al mattino di quella bella giornata, mentre stavo tranquillamente vaccheggiando, non mi accorsi dell'assenza di mio fratello. Ero molto stanco perché il giorno precedente verso le 17 ero uscito da Piaggia Bella dopo una permanenza di 24 ore, con Giuly e Duppia e altri tre. E' un posto incantevole che fa sognare ad occhi aperti.
Quel mattino mentre ascoltavo gli altri che parlavano delle loro imprese, con aria ancora trasognata per l'esperienza del giorno prima, sentii la voce di mio fratello che giulivo gridava qualcosa; confuso mi, spiegò che dovevo andare a vedere un "buco" e così per accontentarlo e per fare in fretta andai con le ciabatte del rifugio e i mutandoni del nonno dato che a mezzogiorno non ero ancora vestito. Il "buco" che aveva trovato mio fratello non era altro che un secondo ingresso di una grotta che aveva trovato John un giorno prima e che finiva dopo pochi metri. Intanto vidi Franca, ultima arrivata del gruppo di quest'anno, che si avvicinava in compagnia di Giancarlo: in poche parole mi spiegò di aver trovato un "buco" dove si sentiva, buttando una pietra, uno strano tonfo (era neve). Visto che ormai era ora di pranzo, pensai che era meglio andare a mangiare proponendomi di andare a dare un'occhiata appena terminato il pranzo. Partimmo dieci minuti dopo con una mazzetta, una punta, un palanchino e una corda. Un quarto d'ora dopo eravamo davanti a questo suo "buco", e dopo aver osservato attentamente tutto ciò che ci circondava, decisi di rompere una grande "losa" che ostruiva il passaggio. Fui fortunato perché si spaccò, lasciando così libero il passaggio. Mi trovai subito davanti a un pozzetto e visto che la profondità era di circa 7 metri, decisi di calarmi nell'interno per esplorare. Così incastrai il palanchino tra due rocce e ci attaccai la corda e scesi lentamente. Giunto in fondo, oltre a un po' di neve, c'era un meandro e così senza pensarci ne percorsi un pezzo, ma visto che proseguiva e non era prudente andare da solo tornai indietro e gridai a Giancarlo di andare a chiamare qualcuno al campo mentre io avrei aspettato alla base del pozzetto. Mentre stavo pasticciando con il cinturone e il casco per distrarmi spensi l'elettrico e restai un momento quasi al buio. Giungeva dall'entrata del pozzetto un raggio di luce pomeridiano che illuminò una parte di roccia innanzi a me. Mi sembrò di vedere una faccia come quella di un indiano in agguato e pensai che quel luogo si potesse chiamare "grotta dell'indiano".
I miei pensieri furono però interrotti da Doppioni che stava piantando uno spit per attaccare la scaletta, per poi discendere quel piccolo pozzetto di 7 metri. Così scese anche lui e insieme percorremmo il meandro che avevo già percorso prima; incontrammo dei saltini di qualche metro, altre strettoie e infine un passaggio ovale nel quale passai appena appena, con fatica mi infilai nel buco mentre Doppioni mi attendeva qualche metro più indietro. Mi trovai così davanti a un pozzetto quasi identico a quello dell'entrata che faceva intravedere un altro pozzo; riferii il tutto a Doppioni che mi passò delle pietre che buttai nell'intento di farle entrare nell'altro pozzetto. Dopo alcuni tentativi centrai questa oscura cavi-
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tà. Doppioni sempre attento calcolò all'incirca la profondità che poteva avere quell'altro pozzo: secondo lui si aggirava sui 30-35 metri e non si sbagliò di molto. Visto che non avevo con me l'attrezzatura per risalire sulla corda tornai indietro e appena passato il buco ovale mi trovai ad una trentina di centimetri da Piergiorgio e dopo un breve silenzio, guardandoci a vicenda, improvvisamente il nostro viso si illuminò con un sorriso e ci stringemmo calorosamente la mano, affermando "sicuramente arriverà in P.B.". In quel momento la mia felicità raggiunse la stratosfera, ma la mia felicità aumentò quando Doppioni mi propose di dare un nome a quel luogo. Io pensai subito a "grotta dell'indiano". Doppioni non riusciva a capire il significato di quel nome, ma mentre uscivamo gli feci vedere quello strano viso scolpito nella pietra e anche lui vide quello strano viso che rassomigliava ad un indiano.
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ANTONIO GIAGNORIO (Tony Bocca di Rosa) |
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Pubblicazioni ricevute |
(a cura di Giuliano Villa) |
C. Bonzano, C. Grippa, L. Ramella - La tana Bertrand sul monte Faudo (Imperia). (Breve monografia sulla grotta, interessante soprattutto dal punto di vista faunistico e paleontologico).
Bibliographie zur Karst und Hohlenkunde in der Bundesrepublik Deutschland 1973/74.
Commissione speleologica JAMA - Atti del Convegno ricerche speleologiche e studi carsici. Pordenone 4/XI/76.
Museo tridentino di Scienze naturali - Studi tridentini di scienze naturali. Vol. 52, 1975.
S.S.I. Museo di speleologia "Rivera" - Quaderni n. 3. L'Aquila.
(In questo numero compare un articolo sui fenomeni carsici del Marocco. Inoltre uno studio sulla speleofauna in una cavità artificiale del XIII secolo. Infine un articolo di V. Castellani sull'interessante possibilità di utilizzare elaboratori elettronici per il trattamento dei dati nell'esecuzione di un rilievo in grotta).
Gruppo Ricerche Speleologiche Carbonia - Elenco catastale delle grotte del comune di Carbonia. Aprile 1977.
M. Susino - Grotta di Pizzu 'e Crobis. Estr. Speleologia Sarda n. 21, 1977.
R. Chezzi - Contributo alla conoscenza faunistica di quattro grotte site nella zona di Corongiu de Masi (Iglesias). Estr. Speleologia Sarda 21 1977.
J. Montoriol Pous, O. Escolà - Contribucion al conoscimiento vulcanoespeleologico de la isla Floreana (Galapagos -Ecuador).
Current titler in speleology 1976.
D. Valls - La cova negra da Jativa 1957.
P. Cossutta - Il carsismo del monte Mongioie. Estr. Annuario CAI Biella 1975/76 - Travaux de l'institut de Speleologie "E. Racovitza" XVI 1976.
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MONDO SOTTERRANEO 1976 (aggiornamento della bibliografia speleologica del Friuli).
SPELUNCA 1977 (Numero speciale sulle più importanti grotte del mondo, corredato da una ricca bibliografia per ogni grotta citata) .
id. n. 1 1977 (in questo numero c'è uno scritto di R. Main sulle grotte aprentesi ad alta quota; viene citato anche il nostro Marguareis a proposito dei fenomeni glacio-nivali connessi con il carsismo.
Interessante è pure un elenco di nomi di gruppi e centri di studio che si interessano di paleontologia in Francia).
id. n. 3 1977.
L'APPENNINO Mag. Giug. 1977, Mar, Apr. 1977, Gen. Feb. 1977.
IL PORTAVOCE EPT di Cuneo n. 5 1977 n. 2 1977, n. 1 1977.
CAI Notiziario sez. Napoli n. 6 1977
SPELEO NEDERLAND n. 3 1977
ESCURSIONISMO n. 2 1977
LE GROTTE D'ITALIA VI 1976 (in questo numero della risorta pubblicazione compare uno studio sulla mineralogia nel complesso del Fiume-Vento-Ancona).
SUBTERRA n. 70 1977 (mi pare doveroso citare un editoriale di De Block il quale fa il punto sulla situazione "incidenti" nel Belgio in particolare e nel mondo in generale; in sostanza il numero degli incidenti mortali occorsi a speleologi belgi (10 in 12 anni) sono una cifra, se così si può dire limitata, in confronto ai 13000 e più visitatori all'anno delle grotte non turistiche in Belgio; e proprio perché gli incidenti non sono un fatto frequente, la stampa appena può dà un eccessivo risalto alla cosa definendo la speleologia uno sport tra i più pericolosi; come si vede tutto il mondo è paese!). N. 72/1977.
MONTAGNE NOSTRE CAI Cuneo n. 59 1977 (questo numero è interamente dedicato all'inaugurazione della Capanna "Morgantini" nella conca delle Carsene).
SOCIETE' SPELEOLOGIQUE ET PREHISTORIQUE DE BORDEAUX Suppl. du tome XXV, XXVI, XXVII (1974/75/76) .
OL BUS (G. G. Vai san Martino) 1976
DER SCHLAZ Apr. 1977, 22 1977
SPELEO QUEBEC n. 2 1975
ESPELEOLOG ERE n. 25 1977
SSI NOT. n. 1 1977 (regolamento per la visita di grotte della Jugoslavia. Bibliografia speleofaunistica della Sardegna).
SUBTERRA (E.S. Bruxelles) n. 69 1976
GROTTAN n. 1, 3 1977
CAVERNES n. 1 1977 (un articoletto sulle modifiche da apportare al Croll per evitarne l'apertura involontaria).
CAVERNES n. 3 1976, n. 2 1977
KOBIE (Bilbao) n. 7 1977 (ben raramente siamo tentati di scorrere le pagine di certi bollettini stranieri a causa della lingua, eppure certi, come questo, meriterebbero più attenzione per l'interesse degli argomenti trattati. In questo numero, per esempio, c'è una monografia ben fatta sui ritrovamenti archeologici in alcune grotte della Spagna).
CESKOSLOVENSKY KRAS 1975
LE PICCOLE DOLOMITI CAI Vicenza, 1976.
SSI NOTIZIARIO n. 2 1977 (questo numero contiene un inserto di V. Castellani sullo studio delle più elementari nozioni riguardanti gli sforzi subiti dalle varie attrezzature utilizzate in grotta
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GROTTES & GOUFFRES n. 63/1977 (su questo numero compare un ennesimo articplo di M. Siffre sul comportamento dell'organismo umano in grotta). Sul n. 61/1976, relazione di Siffre e Cappa sulla spedizione in Guatemala).
SPELEOLOGIA SARDA n. 22 1977, n. 23 1977.
LES CAVERNES VALAISANNES n. 2. 1977.
BCRA Bull. n. 17 1977, n.18 1977, n.16 1977 (bibliografia sulle grotte dell'Himalaya).
Natura e Società n. 10 1977.
PRO NATURA Not. n. 10 1977, n. 4 1977.
THE BULLETIN SOUTH AFRICAN SPELEOLOGICAL ASS .
NSS NEWS n. 7 1977, n. 5 1977, n. 8 1977, n. 1 1977, n.2 1977, n. 3 1977.
SPELEOLOGIE DOSSIERS (hors serie)
SPELEOLOGIE DOSSIERS n. 11, n. 12.
SOTTOTERRA n. 46 1977 (riguarda praticamente solo i lavori fatti al Corchia dai Bolognesi che, con la risalita di non so più quanti metri, hanno portato il Corchia al 7° posto nella graduatoria mondiale!).
SPELEOLOGIA MAREMMANA n. 1 1977.
KOREAN NATURE n. 2 1977.
ORSO SPELEO BIELLESE n. 4 1976
MONDO SOTTERRANEO n. 1 1977.
BULLETIN DU MUSEE D'ANTROPOLOGIE PREHISTORIQUE DE MONACO N. 21 1977.
SPELUNCA n. 2 1977 (un articolo sulla conservazione delle grotte turistiche concrezionate e uno sulla speleologia subacquea in Francia, nazione che annovera i migliori specialisti del settore).
SPELEO FLASH n. 85 1975.
ENDINS (Comité Balear de Espeleologia) n. 3 1976.
SSI NOTIZIARIO n. 3 1977, n. 4 1977.
UIS BULLETIN n. 2 1976, n. 1 1977.
SPELEOLOGIE n. 95 1977, n. 94 1977.
IL GROTTESCO n. 37/38 1975.
NASE JAME n. 181976.
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RECENSIONI
Michel Siffre, Negli abissi della terra. Vol. di 304 pag. con 130 foto a colori e circa 40 in b.n. Rusconi ed., Milano 1977, 10.000 lire.
Francamente ci aspettavamo di più da un autore celebre per i suoi esperimenti di lunghi soggiorni solitari in grotta, e che ha noméa di essere qualcuno proprio in campo scientifico. Ai nostri occhi da questo libro Siffre esce notevolmente ridimensionato, e una volta di più trova conferma il fatto che le persone di valore non vanno cercate tra quelle più strombazzate.
Se ti chiedi per chi il libro è stato scritto, non capisci bene: troppe pagine non sono destinate al profano ma solo agli addetti ai lavori, ma se il libro era destinato a questi ultimi allora troppe pagine nulla hanno da spartire con la scienza. In realtà il libro sembra scritto solo per l'autore, per soddisfazione personale, per pubblicità personale, per far pagine da vendere a chi ci casca; ben poco infatti riesce a dare al lettore, a meno che questo lettore non sia un ragazzo sprovveduto, nel qual caso qualche capitolo può dargli forse le sensazioni che si provano leggendo libri di avventure.
Sull'avventura l'autore basa il filo conduttore del libro, il cui sottotitolo è "Rischi e avventure dello speleologo". Va a cercare rubini e smeraldi nei calcari di Ceylon, e vi trova invece "niphargus che sono cavallette cieche", pipistrelli che "nuotano sul pelo dell'acqua", sanguisughe che succhiandogli il sangue gli provocano forti dolori alle gambe (!?), grossi ragni che "misurano da 20 a 30 cm" e che naturalmente sono tarantole, e poi coccodrilli, serpenti, bestie feroci, istoplasmosi, pipistrelli con la rabbia, fiumi che "si ingrossano a dismisura sotto l'effetto di trombe d'aria, mancano solo sabbie mobili e briganti. La 700 Ore del GSP gli dà l'idea per analoga operazione solitaria nello Scarasson, grotta sottozero dove sopravvive a cadute di massi e di blocchi di ghiaccio che "gli procurano un aumento delle pulsazioni cardiache". E via di questo passo, con toni più drammatici di quanto potrebbe escogitare un giornalista molto smaliziato, inventando emozioni intense, rischi sovrumani, sofferenze inenarrabili e bugiarderie smaccate. Ogni incidente anche banale è un buon motivo per farne un pezzo giornalistico pieno di suspense. Ogni cosa fuori del normale è un appiglio per temi da sviluppare squallidamente per pagine intere. Il tutto con un linguaggio molto improprio, con imprecisione e lentezza, con molta zavorra, con un'ignoranza (vedi anche il glossario) che stupisce. E stupisce anche che si sia sentito il bisogno di tradurre in italiano un libro del genere (oltretutto chi l'ha tradotto non è uno speleologo, e si vede). L'appendice, in cui l'autore illustra gli abissi del Marguareis trascrivendo dati e rilievi di altri, è fuori tema. Le foto non sono una meraviglia, e vi ricorrono con esasperante frequenza primi piani che ritraggono l'autore per lo più vestito con tute sgargianti .
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M. DI MAIO |
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INDIRIZZI DEI MEMBRI DEL GSP
Paolo Arietti, v. Cavour 3, Brusasco, t. 91.72.20
Giovanni Badino, v. Scatti 7/5, Savona, 019.28452
Enzo Baiardi, c. Traiano 27, 61.27.09
Laura e Piergiorgio Baldracco, Cast. Casotto, Valcasotto, 62431(0174)
Stefano Benusiglio, v. Susa 7, 74.12.80
Achille Casale, c. Raffaello 12, 650.64.35
Carlo Cazzola, v. Monginevro 136, 37.60.61 (Ormea 51196)
Margherita Coppa, p. Carducci 130, 69.56.46
Danilo Coral, v. Luini 126, 73.68.39
Laura Deker, v. N. Bianchi 66, 79.44.16
Claudio De Regibus, v. Susa 9, 74.57.46
Marziano Di Maio. c. Cibrario 55, 75.12.53
Piergiorgio Doppioni, c. Vittorio Em., 83.76.11
Francesco Franco, v. Centallo 26, 24.19.33
Pier Luigi Freilone, v, Pisacane 13, 66.75.92
Walter Fulgione, v. Crevacuore 43, 79.59.39
Uccio Garelli, via Caraglio 7, 37.44.90.
Carlo Gastaudo, v. Baracca 24. 25.55.03
Toni Giagnorio, v. San Rocco 12, Foresto
Gianna Gianelli. c. Svizzera 10, 77.89.75
Giovanni Gili, v. Manzoni 4, Pianezza, 97.76.888
Piero Giordano, c. Unione Sovietica 397, 61.09.60
Andrea Gobetti. str. Reaglie, 89.04.21
Adalberto Longhetto, v. Ormea 41, 650.91.73
Gabriele Marzano, v. G. Medici 37, 76.14.56
Flavio Miniscalco, v. Caraglio 75, 335.84.68
Paolo Oliaro. v. Cairoli 12, 83.28.67
Dario Pecorini, c. Traiano 109, 61.91.153
Marco Perello, v. Feletto 35, 27.09.82.
Maurizio Sonnino. v. da Verazzano 46. 59.76.23
Patrizia Squassino, v. S. Anselmo 18, 68.13.95
Horacio Suarez, v. Cesare Battisti 17, 53.95.15
John Toninelli, c. Regina Margherita 205, 48.81.94
Meo Vigna, v. San Bernolfo 61, Mondovì. t. 2258
Giuliano Villa, c. Traiano 24/12, 61.99.610
Mancano gli indirizzi di Bonelli, Francone, Gallardo, Guaitoli, Guidi, Lorenzati, Maina, Pautasso, Simonetta e Zanone.
Eddy Reyneri, V. Genova 263, 600.975