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GROTTE

Anno 19, numero 60 - maggio-agosto 1976

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

Galleria Subalpina 30

 

10123 Torino

 

Tel. 011 53.79.83

 

C.C.P. 2/23885

 

SOMMARIO

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La parola al presidente

 

Notizie

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     Speleosoccorso a -540 nel Cappa

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     Relazione medica sull'operazione

 

Esplorazioni

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     La prima punta al Fighiera

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     Le esplorazioni di giugno al Fighiera

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     L'abisso dei Passi Perduti

15

     Ancora sull'Alfa 16

16

     Neil-Mos

 

Campi Marguareis

19

     Con i Belgi a PB e dopo

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     Al campo del CMS

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     Campo dal 2 al 12 agosto

 

Schede

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     L'abisso Jean Noir

 

Dove va la speleologia

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     Piratage!

 

Tecniche dell'esplorazione

29

     Sugli spit

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Attività di campagna

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Notiziario

36

Recensioni

38

Pubblicazioni ricevute

 

 

Redazione:

Marziano Di Maio

(resp.)

 

Giovanni Badino

 

 

Andrea Gobetti

 

 

 

 

Stampa:

LITOMASTER

 

v. Sant'Antonio da Padova 12

 

 

 

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la parola al presidente

     Mi pare inevitabile un commento all'incidente avvenuto a -540 al Cappa ad uno speleologo francese. Come al solito mi preme solamente mettere in rilievo ciò che di più importante è emerso da questo episodio.

     Per prima cosa bisogna prendete atto del fatto che si è dimostrato che si può uscire vivi da -540 in una grotta durissima, pur avendo una gamba fracassata ed un braccio fratturato. Personalmente non lo ritenevo possibile e dello stesso parere erano la maggioranza di noi. E' un fatto consolante.

     La seconda considerazione, meno consolante, è la seguente: se il recupero del ferito fosse dipeso unicamente dalla organizzazione e dai volontari del C.N.S.A. (delegazione speleologica) Patrik non sarebbe uscito vivo dalla grotta. Questo affermo e pubblico non per fomentare polemiche inutili, ma affinché tutti coloro che sono soggetti al rischio di incidenti in grotte profonde e difficili esercitino una efficace azione in seno al C.N.S.A. allo scopo di arrivare ad avere un soccorso speleologico con meno patacche, ma più speleologi, con dei responsabili di squadra e di gruppo meno capaci a disquisire alle riunioni, ma in grado di dirigere una operazione di soccorso in caso di incidente vero, con un vero uomo in difficoltà, la cui pelle dipende in gran parte dalla efficacia dell'organizzazione, oltre che dalla preparazione fisica, psicologica e tecnica dei soccorritori.

     Chiuso questo argomento, due parole sull'abisso "Claude Fighiera". Se chi non va in grotta vuole continuare a chiamarlo "Buca del Cacciatore" libero di farlo. A noi interessa un linguaggio comune con quelli che al Fighiera ci vanno e ci andranno. Coloro che si limiteranno a parlarne o a scriverne con dubbia competenza ci faranno anzi un piacere a chiamarlo in un altro modo in quanto parleranno effettivamente di un'altra cosa.

     Sempre a proposito di Fighiera: chiunque pensi che esso sia un risultato che il G.S.P. ha "rubato" deve fare una cosa: percorrere la metà delle gallerie da noi scoperte, esplorate e rilevate, con l'aiuto di elementi di altri gruppi. Sarà sufficiente a fargli capire.

 

Piergiorgio Doppioni

 

 

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     notizie

speleosoccorso a -540 nel Cappa

     Il soccorso speleologico non c'entra niente con la speleologia, non si conquista l'inutile ma la pelle di un amico. Al Cappa è stata una cosa incredibile: cominciamo con la cronologia e l'aspetto medico della faccenda...

 

E la seconda storia

che vi voglio raccontare

è quella del recupero al Cappa....

     Chi non sa già la storia penserà che data la difficoltà del leggendario abisso e la quota dell'incidente, o il ferito è uscito salma oppure aveva soltanto una storta. Invece...

     Eccovi l'eccezionale cast che ha permesso la realizzazione di questo Colossal.

FERITO: Patrik Roussillon, 21 anni, CMS, di Sanary Toulon.

OMICIDA: un pietrone mobile durante un'arrampicata in gallerie inesplorate a -540.

UOMINI DI MEDICINA: Peter Olivani GGM, Giuliano Villa GSP.

REGIA: Giorgio Baldracco, Mario Ghibaudo, Gianni Follis.

COMPARSE: 50 speleologi, un argano, 2 Land Rover, tante radio, finanzieri in gambissima, pochi rompiballe, un rifugio favoloso, splendide cuciniere, corde e scale, spit, e cavi da diventar scemi. IL SOCCORSO ALPINO DI MONDOVÌ.

I CATTIVI: Una frattura esposta tibia perone gamba destra, lieve ma continua emorragia, frattura radio dx altezza del gomito.

     Una "galleria" impestata all'ultimo punto: impossibile barellare il ferito.

     Un pozzo nel vuoto da 180 sotto cascata (almeno per metà operazione). Due giorni di pioggia impossibile, poi vento, nebbie e alla fine neve.

Hanno partecipato volontari dei gruppi: Abîme Club Toulon, Aragnus, Centre Mediterranéen de Spéléologie, Club Martel, Speleo Club DARBOUN per parte francese, e per parte italiana Gruppo Speleologico Alpi Marittime, GS Bergamasco, GS Imperiese, GS ISSEL, GG Milano, GSP, SC TANARO.

Dall'incidente all'entrata di Patrik nell'ospedale di Nizza sono passate 72 ore: vediamole un momento.

 

CRONOLOGIA DELL'OPERAZIONE

Sab. 28/8 h 14: Entrano nel Cappa: Lucien Beranger, Patrik Roussilon, Philippe Jouselins. Sul Marguareis ci sono elementi del GSP e del CMS al rifugio di Pian Ambrogi, del Martel al loro rifugio e del GSAM a Collapiana.

Dom. 29/8 h 3.30: INCIDENTE (v. sopra).

h 9 , Lucien arriva al rifugio CMS e dà l'allarme.

h 9,30, Chantall Reveilles, Giorgio Baldracco, Andrea Gobetti, Mario Ghibaudo e Gianfranco Basso corrono a valle per organizzare il soccorso in Italia e in Francia.

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h 10.30. Andrè Depallens. Alain Oddou (CMS), Renè Cantelaube e Renè (?) del Club Martel entrano con vestiti asciutti, piumini, ricariche bluet, pochi medicinali. E' la squadra 1.

h 11. Intanto sono avvertiti a Torino Danilo Coral, Walter Fulgione, Paolo Oliaro e Giuliano Villa il quale è però bloccato essendo di guardia all'ospedale Molinette (problema che il CNSA dovrebbe esaminare questo); fortunatamente Alberto Oliaro, fratello di Paolo, saputa la notizia, vola all'ospedale e sostituisce alle 15 Giuliano come chirurgo di guardia. A Milano avvertito Adriano Vanin che arriverà con Peter Olivani, Maurizio ? e ?. Avvertito Giovanni Badino in Liguria ed altri tra cui Pinna, avvertiti Carlo Cassola e Giancarlo di Ormea e Augusto Guglieri più naturalmente Piero Bellino, Ettore e Zeta Zauli. Sergio Bergese, Gianni Follis presso Como. Si attendono notizie dalla Francia prima di lanciare un appello in tutta Italia ai forti su sole corde. Gli ottimi finanzieri del Socc. Alpino fanno della caserma la sede operativa in valle in cui resta anche Zeta; bloccano la strada ai Tre Amis contro eventuali curiosi rompiballe che però già la pioggia spaventosa tiene alla larga e vengono a darci una mano al trasporto del materiale che abbiamo prelevato a Cuneo e caricato sul Land Rover. In Francia sono avvertiti i duri dell'Act (Martinez, Matteoli, Zinck) e del Darboun-Boum-Boum (Vergier, Blanc, Passalacqua, Russ) nonché Jean Marc De Robert. E' in pre-allarme anche Petzl e il suo fortissimo soccorso privato. Vengono su anche uomini della Gendarmerie che tengono pronto l'elicottero per ogni evenienza. Diluvia. Base di tutto diventa il rif. GSAM di Collapiana. Arrivano per dar man forte all'esterno Alex Vernier, Elvette, Marie Paul, Maurice Rousseau, Cristian Gastaldi, Jean Louis Pabs CMS; il Martel attende nel loro rifugio e pianta una tenda all'entrata del Cappa: per permettere un contatto immediato tra campo ed abisso, sarà essenziale.

h 15. La squadra 1 raggiunge Patri, lo stecca e fascia usando le barrette del discensore. Decidono quindi di iniziare la risalita, Patrik ha molto morale e lo dimostra superando passaggi allucinanti date le sue condizioni. come opposizioni in alto ecc. ecc. Philippe ha avuto molto freddo essendosi spogliato quasi completamente per coprire Patrik, ma il suo fisico pare non patisca queste cose. Sui pozzi si usa la tecnica del contrappeso umano (Dedè).

h 19-21. Arrivano al rif. i volontari avvertiti. Si è portato, sotto un diluvio con vento sino a 80-100 km orari, molto materiale all'ingresso del Cappa con l'aiuto dei volontari CNSA di Mondovì che si prendono l'incarico del trasporto ferito dal Cappa alla strada preventivato per martedì sera.

h 22,30. Entrano nel Cappa (in piena nonostante il tempo a sera diventi bello) Lucien Beranger (!), Giuliano Villa (le "toubib" italien), Danilo Coral e Maurizio (GGM). (Squadra 2, con quattro bidoni di materiale medico preparati da Peter).

Lunedì 30/8 h. 0,30. Entrano nel Cappa e armeranno il p. 180 sulla parete opposta (cambi attacchi ma niente acqua) Giovanni Badino, Gerard Blanc, Jean Marc De Robert. Dany Martinez, Alain Matteoli, Guy Passalacqua, Robert Russ, Fred Vergier, Richard Zinck. (Squadra 3). A loro il tremendo compi-

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to di accompagnare Patrik sino alla base del 180 visto che le possibili riserve per il lavoro di profondità non sono più molte.

h 3. Mario Ghihaudo, Paolo Nassano (Fanas), Carlo e Giancarlo, Gianfranco e Albertino Cardino mettono il cavo telefonico nel Cappa calandolo fin sotto il 180.

h 4,30. Squadra 2 dal ferito: Giuly trova Patrik in stato di shok e gli fa una prima possente fleboclisi sotto una tenda di coperte spaziali.

h 5. Squadra 3 da Patrik che sta reagendo bene alle cure. Partono verso l'uscita Philippe e i due Renè, Lucien e Giovanni scendono ai limiti della esplorazione del sabato e al luogo dell'incidente per recuperare la topografia e disarmare le parti più profonde.

h 9. Patrik riparte da -490.

h 10. Escono Philippe e i Renè. La giornata è splendida.

H 13. Patrik è all'inizio della "galleria" famigerata. Sosta. Partono per l'esterno Alain Od. e Dedè.

h 9-l5. Al rifugio arrivano numerosi speleologi tra cui Roberto Bonelli, Alfredo De Gioannini, Adalberto Longhetto, Dario Neirotti e, dalla Francia, Serge Pagesse, Michel Guis, Joel Soulblè e Yves Pascal (Darboun).

h. 17. Escono Alain e Dedè, dicono di tener pronti tre uomini per la galleria. Il ferito attacca la galleria, Alain Mat. parte per avvertire da sotto il pozzo di far scendere i tre nuovi. Anche Giuliano. Danilo e Maurizio sono costretti dalla fatica ad abbandonare il ferito.

h. 18. Scendono sino al 180 Augusto, Adalberto, Piero, Sergio, Gianfranco, Giancarlo, Alfredo per armare per barella la parte alta del Cappa e piazzare l'argano (a mano reduce dal 1966 dell'F5) sul pozzone.

h 20,30. Ordine da sotto il 180 di far partire tre con viveri, carburo e mangiare. L'acqua è diminuita di molto e la galleria è ben segnalata.

h 21. Mentre Paolo, Roberto, Walter, Serge. Dario ed Ettore si preparano a passare una (per alcuni la seconda) notte insonne e gelata in Land o tenda attaccati ai radiotelefoni, partono dal rifugio Gianni Follis, Andrea Gobetti e Yves Pascal (Squadra 4).

h 23. Dopo aver perso un'ora a causa della nebbia i tre entrano nel Cappa. Esce Alain M.

Martedì 31/8 h 0-2. I tre incontrano in fondo al pozzo Giuliano, Danilo e Maurizio, telefonano all'esterno per far arrivare Peter, Giorgetto e una squadra sul Pozzone per le 4. Il cavo telefonico incasina non poco e si prevede dovrà essere tagliato (come fu). Giuliano riposa e dice che tra un paio d'ore potrà ritornare da Patrick. Danilo e Maurizio non ce la fanno a risalire il 180. Alle 2 la squadra 4 è da Patrick che sta riposando dopo aver superato la durissima "Fessura Fighiera" (dove fu necessario minare alquanto in esplorazione).

h 6-7. Patrik sosta al Bivacco ASBTP (60 metri dal pozzone), Giuly ritorna e gli pratica una storica (per l'igiene) fleboclisi. Parte il resto

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delle Squadre 2 e 3 meno Giovanni, arriva anche dal 180 Joel dopo un tentativo di Pinna rimasto bloccato da un groviglio tra corda e cavo. In alto Giorgio, Peter, Alain, Philippe, Dedè, Adriano, Marco Perello e moltissimi altri sono in attesa in grotta, cercando di rendere più veloce possibile la risalita del pozzone e dei meandri superiori. Arriva anche la squadra di Bergamo.

h 11. Finita la flebo ed espletati i complicati bisogni fisiologici, Patrik molto su di morale riparte.

h 12. Patrik E' SOTTO al 180; c'è addirittura dell'entusiasmo, Danilo ha recuperato e sale in Jumar, Maurizio chiede invece l'aiuto dell'argano. Salgono in Jumar Giovanni e più tardi Joel; la corda però spostata dal tiro dell'argano è leggermente lesionata.

h 14-15,30. Gianni Follis risale con Patrik in barella orizzontale il 180. Salta uno Spit dell'argano durante la risalita ma senza danno.

h 15,30. Prelievo di sangue a Patrik, Piana corre all'esterno con il campione che viene trasportato da un Alouette francese all'ospedale di Cuneo dove, dopo analisi a tempo di record, vengono consegnati sull'elicottero 6 flaconi di sangue che serviranno per una trasfusione immediatamente all'uscita del Cappa. Fuori c'è pure il padre di Patrik che aiuta in ogni modo.

h 17-20. Mentre Patrik continua ad uscire senza barella da -135 aiutato da molti soccorritori, vengono recuperati Giuliano all'argano e Maurizio (in condizioni estremamente critiche per la spossatezza, e una grave forma di aerofagia che gli blocca il respiro) con un paranco Dressler a causa della rottura dell'argano. Alle 20 Yves e Andrea, ultimi, salgono in Jumar insieme il 180. Materiali (7 sacchi e le due corde) restano così per una settimana ancora nel Cappa.

     Sono entrati Avanzini, Fanas, Cardino e i Bergamaschi per il recupero di Maurizio e dei materiali.

h 21,30. PATRICK ESCE DAL CAPPA; trasfusione mentre il Soccorso Alpino di Mondovì si prepara a trasportarlo alla carrozzabile.

Mercoledì 1 sett. h 2: Patrik scende dal Marguareis al Tenda sull'Estafette di Alain Od.

h. 4.30. Patrik entra nell'ospedale di Nizza.

Mattino: nevica, sgombero del materiale. Maurizio arriva al rifugio. Sera: gli speleosoccorritori in coma etilico al Castello di Casotto.

 

RELAZIONE MEDICA SULL'OPERAZIONE DI SOCCORSO ALL'ABISSO CAPPA

     Credo che mai operazione di soccorso si sia svolta così regolarmente e felicemente come durante il recupero dello speleologo Patrick Roussillon di Toulon da quota -540 nell'abisso Cappa, una delle grotte più difficili in senso assoluto.

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     Le principali difficoltà che, ad un primo esame della situazione, avrebbero reso problematico se non critico il trasporto del ferito all'esterno, consistevano nella interminabile serie di strettoie, meandri percorsi dal torrente, pozzi e la grande verticale di 182 metri in vuoto; inoltre le abbondanti piogge avevano trasformato lo stillicidio sul pozzone in vera e propria cascata. Il problema più grave che si è presentato immediatamente è stato quello riguardante la barella ("Civière" modificata) che non sarebbe mai giunta fino al luogo dell'incidente a causa delle strettoie. A questo punto il recupero del ferito poteva dipendere solo ed esclusivamente dalle sue condizioni fisiche e psichiche. Proprio per questo non si insisterà mai a sufficienza sull'importanza di una adeguata e, quanto più possibile, pronta terapia sul luogo stesso dell'incidente, soprattutto quando, come nel caso in questione; il ferito si trovi a grandi profondità. Va da sé, quindi, che in questi casi è indispensabile la presenza di un medico o quantomeno di uno speleologo con precise conoscenze mediche e in grado di scendere ed agire con la massima rapidità.

     Nel nostro caso dal momento dell'incidente, avvenuto alle tre di domenica mattina, all'arrivo del medico sul posto erano passate circa 25 ore (bisogna considerare anche il tempo impiegato da un compagno per risalire a dare l'allarme), periodo che si può considerare più che breve, considerate le difficoltà della grotta e le condizioni meteorologiche veramente pessime; venticinque ore durante le quali il ferito, con una brutta frattura esposta biossea della gamba destra e una non esposta all'avambraccio destro, era rimasto in preda alla rigidissima temperatura (circa 3°C), all'umidità e, diciamolo pure, alla terribile convinzione che ben difficilmente avrebbe potuto tornare fuori. Subito dopo l'incidente era stato provvidenzialmente trasportato dai compagni quaranta metri più in alto, all'asciutto, e la gamba era stata steccata con i pezzi di un discensore e la ferita tamponata con mezzi di fortuna per evitare consistenti perdite di sangue.

     Verso le quattro di lunedì mattina abbiamo dunque trovato il povero Patrick in queste condizioni; inoltre stava sopraggiungendo uno stato di shock che se si fosse instaurato avrebbe reso impossibile il recupero del ferito. L'allarme era dato dalle caratteristiche del polso (frequentissimo, quasi impercettibile), dai tremori diffusi, dall'iniziale stato di torpore e dal pallore. Immediatamente abbiamo provveduto a distendere il ferito orizzontale con il capo un po' più in basso dei piedi (per aumentare l' afflusso di sangue al cervello e nello stesso tempo onde rallentare eventuali emorragie dall'arto leso), isolandolo dal terreno con uno stuoino e un saccopiuma provvidenzialmente portati giù; inoltre abbiamo approntato una tendina con due coperte spaziali (che non dovrebbero mai mancare!) scaldata dalla fiamma di due lampade ad acetilene: questo per evitare pericolosissime perdite di calore soprattutto a livello del tronco e del capo, condizioni che accelerano in modo considerevole l'instaurarsi dello shock. Quindi ho preparato un flacone da 500 ml di soluzione fisiologica, da iniettare in vena, alla quale ho aggiunto 1 g di Flebocortid (antishock), Vibramicina (antibiotico), Konakion (coagulante); doveroso precisare che le condizioni di pulizia lasciavano molto a desiderare, però il fatto che in seguito non si siano manifestate complicanze infettive è un'ennesina prova dell'asetticità dell'ambiente ipo-

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geo.

      Dopo circa due ore le condizioni del ferito erano sorprendentemente migliorate: il polso era tornato regolare e pieno, denotando un innalzamento pressorio, e anche le condizioni psichiche erano migliorate; gli abbiamo somministrato quindi del brodo caldo e concesso una sigaretta. Frattanto avevo provveduto a tamponare meglio la ferita alla gamba in previsione del trasporto; la mia preoccupazione maggiore era di non risvegliare il benché minimo dolore al ferito che mi avrebbe obbligato a somministrare calmanti a scapito della lucidità, indispensabile; quindi non ho assolutamente manomesso la prima medicazione fatta dai compagni di esplorazione e mi sono limitato ad aumentarne l'imbottitura e ad applicare una ferula di metallo. L'arto superiore sono stato costretto a lasciarlo senza steccatura perché essa avrebbe impedito al ferito di fare forza sul gomito nelle strettoie.

     A questo punto abbiamo deciso di iniziare il trasporto. E così passo dopo passo, centimetro dopo centimetro sono stati percorsi i primi 100 metri di dislivello. Gli sforzi compiuti dal ferito e la posizione eretta avevano però risvegliato l'emorragia. Abbiamo perciò deciso di fare una prima sosta durante la quale (tre ore) abbiamo provveduto a rifocillare il ferito con té bollente e sigarette; dato che le condizioni generali si mantenevano eccellenti e l'emorragia era cessata, abbiamo deciso di affrettarci. Dopo la serie di strettoie a quota -300 abbiamo fatto un altro bivacco; questa volta è stato necessario preparare il ferito al trasporto, ormai imminente, lungo il pozzone; così ho preparato una fleboclisi di Eufusin (plasmaexpander) per compensare la perdita di sangue; inoltre ho somministrato del Botropase (coagulante) e Flebocortid da 1 g oltre a una fiala di Vibramicina. Per issarlo alla sommità del grande pozzo era assolutamente necessario provvedere a mantenerlo in posizione orizzontale, come avevo già spiegato a Giorgio che si trovava alla sommità del pozzo a dirigere le operazioni di recupero: ciò ha implicato alcune difficoltà soprattutto per il fissaggio della barella. Il dislivello di 180 m è così stato compiuto in poco più di un'ora e a questo punto il recupero si poteva dire in linea di massima perfettamente riuscito. Alla sommità del pozzo il ferito è stato preso in consegna dal dott. Olivani del Gruppo di Milano che avevo chiamato tramite telefono a sostituirmi fino all'uscita in quantochè dopo quarantacinque ore di grotta ero abbastanza provato.

     Non appena arrivato alla sommità del pozzo, al ferito è stato fatto un prelievo di sangue per stabilirne il gruppo, che è stato immediatamente portato all'esterno e, tramite un elicottero, all'ospedale di Cuneo; dopo poco più di mezz'ora c'era già disponibile un flacone di sangue all'uscita della grotta.

     Dopo circa 50 ore, Patrick era all'esterno; fortunatamente aveva smesso di piovere e così è stato subito trasferito a Limone e poi con una ambulanza fino a Nizza.

     Indubbiamente questo è stato un severissimo collaudo per il Soccorso e una ricca fonte di esperienza per ciascuno di noi; inoltre si sono così rivelate le molte pecche del Soccorso che durante le normali esercitazioni non possono venire a galla.

 

Giuliano Villa

 

 

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esplorazioni

 

la prima punta al Fighiera

     N.d.R.: sul numero scorso del bollettino si è data relazione delle esplorazioni nel nuovo abisso Fighiera scoperto sul Monte Corchia in Apuane. L'articolo sulla prima punta esplorativa ci è pervenuto quando il bollettino era ormai in tipografia: non lo si è potuto pubblicare e così è venuta a mancare una parte importante della relazione. Ecco ora l'articolo, a colmare la lacuna. Segue una relazione delle esplorazioni di giugno.

 

     Abbiamo da poco ritrovato un vecchio buco 30 metri più in basso della cima del Corchia; "vecchio" perché era noto già da molto tempo, ma forse pochi avevano fatto attenzione alla corrente d'aria e al suo possibile collegamento con l'aria del più basso Antro del Corchia, nel quale funziona da ingresso superiore.

     Quindici giorni dopo, Giovanni Badino, Adalberto Longhetto, Giorgio Baldracco, Danilo Coral ed io partiamo il venerdì sera da Torino e alle 3 di notte siamo a Levigliani. Due ore dopo ci raggiungono Piergiorgio Doppioni, Dario Neirotti, Lorenzo Brunasso e Lella Pia. Si dorme. Al mattino arrivano ancora Andrea Gobetti e Aldo Avanzini con due faentini. Siamo al completo, ora bisogna decidere chi entrerà per la prima punta. Dopo un'ora e mezza di ciocchi, cambiamenti e ancora ciocchi, si arriva finalmente a una decisione: Giovanni, Aldo, Danilo ed io entreremo prima, Baldracco e Doppioni il giorno dopo.

     Circa alle 13 siamo all'ingresso della grotta. Armiamo con 10 m di scalette il pozzetto esterno, alla base uno scivolo di detriti conduce al la galleria; dopo un piccolo slargo della galleria inizia un meandrino coperto di latte di monte. Si scende fino in fondo, entrando così in una saletta di circa 4 m x 5; sulla sinistra un laminatoio conduce al secondo pozzetto che armiamo con 10 m di scale. Dopo pochi metri di discesa è più comodo lasciare le scale e continuare in opposizione nel meandro, che dà su un saltino di circa 3-4 m (in libera). La galleria si allarga, una breve arrampicata in salita ci porta ad una sala, dove leggiamo la scritta G.S.F. questa sala è stata per molti anni il termine della grotta, che era nota col nome di "Buca dei Cacciatori"; solo ultimamente i fiorentini avevano cercato un passaggio in mezzo alla frana, allargando uno stretto laminatoio che si intravvedeva sulla sinistra in fondo alla sala. Purtroppo si erano fermati proprio davanti all'ultima pietra (si legge infatti la data 5/11/75), tolta la quale la grotta continua. Alla fine di questo stretto passaggio. un saltino di circa 2 m ci porta sopra il terzo pozzetto: altri 10 m di scale (abbiamo armato con scale fin qui, per accelerare poi la risalita, in quanto i pozzi sono stretti e corti, ed è noto che ci vuole più tempo a montare smontare le jumar che non a salire 10 metri di scale). Al fondo del pozzetto la galleria scende su detriti, si infila in un meandro abbastanza stretto, dopo circa 5 o 6 m gira bruscamente a sinistra e continua in discesa a circa 90° dal precedente; dopo una divertente strisciata sulla sabbia si giunge sopra al bellissimo pozzo di 20 m, punto in cui Giovanni si era fermato la volta prima.

     Inizia la vera esplorazione. Questa volta armiamo con corde. Scende Giovanni. Il pozzo è completamente in vuoto e molto bello; una voce dal

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fondo ci assicura che la grotta continua. Lo raggiungiamo, ci accorgiamo però di aver lasciato un sacco sopra; mentre Aldo si offre per andare a prenderlo, io armo il successivo saltino di circa 6-7 m. La corda striscia paurosamente su una lama, non è possibile armarlo diversamente (in seguito anche qui metteremo una scala). Scende Danilo, il quale mette per primo i piedi sopra delle bellissime e fragili costruzioni di fango (ora non esistono più); continua in un ampio meandro e ritorna comunicandoci che si è fermato su un probabile pozzo di 20-30 m. Mentre gli altri riuniscono il materiale io mi avvio per armare il nuovo pozzo: avanzo in opposizione in pareti molto scivolose e arrivo anch'io sopra il pozzo. E' molto grosso, e con uno spit è possibile mandare la corda completamente in vuoto. Gli altri mi raggiungono, ancora due colpi e lo spit è a posto. Tocca a me scendere, il pozzo risulta essere poco più di 20 m; atterro alla base di una bellissima campana, mi guardo intorno, comincio a sentire rumore d'acqua. sembra di forte stillicidio. La prosecuzione è proprio dietro di me, parte in direzione opposta a quella del meandro sopra. Dò una voce ai compagni e mi infilo nel passaggio, dopo pochi metri sono bloccato da un altro salto, impossibile scendere in arrampicata. Mi raggiunge Giovanni, lanciamo una pietra... finalmente il pozzone. L'acqua si sente più distintamente, sembra molto profondo. Dopo circa 6 m si arriva ad un ampio terrazzino, ancora un piccolo saltino e parte finalmente il pozzo. Non è quello che ci aspettavamo: sarà sui 30-35 m. Giovanni comincia ad armarlo, bisognerà fare dei frazionamenti perché parte contro parete. Scende Giovanni, fraziona dopo 10 m e continua a scendere. - "Lo hai fatto il nodo in fondo?!". - Mi pare di sì... comunque sono quasi arrivato, mancheranno 2 metr... porc...".

     Attaccando staffe e cordini si cala al fondo e ci grida di allungare la corda e di fare un altro frazionamento per spostare la corda da sotto l'acqua negli ultimi 15 m. Scende Aldo a fare l'ultimo frazionamento, infine anche Danilo ed io li raggiungiamo. La grotta prosegue con due saltini, che armiamo con attacchi naturali; arriviamo ad un bivio, un ramo attivo che continua ascendere e si stringe, e uno fossile sulla sinistra che conduce ad un meandro. Giovanni propone di seguire l'acqua, siamo tutti d'accordo... "se mai il meandro lo vediamo dopo...". Non l'avessimo mai fatto: dopo un altro saltino ci infognamo orribilmente in schifose fessure in discesa, giungiamo alla fine in una saletta da dove partono almeno una decine di fessure sempre più strette. Siamo fermi. L'unica fessura che sembra dare adito ad un ambiente più largo è la prima sulla sinistra, ma è molto stretta, cominciamo a martellare, dopo un po' ci scocciamo e ci mettiamo a mangiare, ci prende sonno, qualcuno si addormenta... fa troppo freddo... bisogna muoversi... il modo migliore è prendere in mano la mazzetta. Dopo un tempo lunghissimo Giovanni riesce a passare. Dopo un po' che non lo sento decido di raggiungerlo con una corda. Passata la fessura l'ambiente è molto largo e mi trovo sul fondo di un pozzo, un grosso meandro continua a scendere, avanzo in opposizione con passaggi abbastanza delicati. Dove il meandro si stringe comincio a sentire Giovanni, lo raggiungo, si stringe ancora, bisogna studiarsi bene il passaggio, a volte alto a volte basso, prima di infilarsi. Dopo una brusca svolta di 90° sulla sinistra arriviamo sopra ad un saltino di 3 m, mettiamo la corda, si allarga leggermente poi sembra chiudersi. Gio-

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vanni si infila in un buco, dopo un po' ritorna, pare ci sia un pozzetto di circa 6-8 m. Decidiamo di risalire, alla fessura sentiremo cosa dicono gli altri e decideremo sul da farsi. Ci riuniamo e decidiamo di non continuare, Aldo non è riuscito a passare dalla fessura e poi siamo abbastanza stanchi. Calcoliamo di essere scesi sui 120-130 m dalla sommità del 1° pozzo da 20 (risulteranno essere sui 180-190 m). Continuiamo per altre 2 ore circa a martellare la fessura, poi cominciamo a risalire; arrivati al bivio andiamo a vedere il ramo fossile, scende Danilo e arriva... al di là della fessura che ci aveva fatto perdere più di 4 ore... Non riusciamo nemmeno ad arrabbiarci. Risaliamo alla spicciolata senza altre fermate. Usciamo quasi insieme Giovanni ed io, sta già albeggiando e ci avviamo verso i nostri sacchi a pelo. Nella tarda mattinata entreranno ancora Baldracco e Doppioni per scendere ancora un po'.

     Il pozzo in cui si è fermata la lo punta risulterà poi essere di 18 m, seguito da una breve arrampicata e dalla grossa galleria orizzontale di circa 500 m a quota -240, da cui si dipartono 18 prosecuzioni percorribili, delle quali una decina ancora inesplorate. Le esplorazioni fatte in seguito (riportate sul precedente bollettino) porteranno l'abisso C. Fighiera a quota -574, risultato già notevole ma non ancora definitivo.

 

Marco Perello

 

 

le esplorazioni di giugno al fighiera

     Sono di nuovo nel Fighiera il 13 giugno. Con me due faentini, Gianfranco, Vincenzo, e due leggende, il Lustre e addirittura il Paso esaltato dalla discesa precedente qui sotto. Dovremo vedere il corno sinistro della galleria principale, galleria che abbiamo deciso di dedicare a Lino Andreotti. E' un ramo che conosco solo sommariamente e che ha posto problemi alle squadre precedenti per la sua labirinticità. Ne ho subito una prova quando, inoltratomi in esso con gli altri, dono una discesa senza problemi, decido di seguire una galleria ascendente a destra che parte ad una ventina di metri dall'inizio del corno. Con me è Vincenzo. La galleria è facile ma non grande: vediamo biforcazioni, poi mi infogno su per un camino con fango secco, tosto chiuso. A sinistra vedo che continua giusto giusto e scivoloso: tentenno (non vedi che chiude?) poi mi infilo, forzo... diviene orizzontale e troppo stretto... scavo... ancora un po'... e mi trovo alla base di un enorme pozzo ascendente 15x8 alto almeno venti. Scendo come posso un pozzetto di sei metri che è ad un capo del salone, poi un meandro bastardissimo perché è troppo largo per non passare e troppo stretto per passare comodi. Dopo qualche strettoia decido che quella che è dinanzi a me è troppo stretta per passarla oggi (balla: era larghissima). Faccio un segno sulla parete (il meandro non tira aria) e me ne vado con la sensazione che la grotta mi prenda in giro. Nel frattempo è arrivato nel salone anche il faentino. Ci infognamo in altre due fessure che tirano aria per quattro o cinque metri e poi basta: di nuovo troppo largo per dire che è certamente chiuso e troppo stretto e poco promettente per perderci l'anima dietro. Mah! Torniamo giù dagli altri. Insieme andiamo

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all'estremità del corno sinistro chiuso da un pozzo da venticinque sceso dal Duppia e stoppo. Lo superiamo in alto ma la corrente d'aria, forte, esce da una frana che si incontra dopo quindici metri. Col Paso mi metto a scavare mentre dietro il Lustre si esibisce in arrampicate che lo portano ad una quindicina di metri su di noi, fino a finestroni che risultano chiusi, anche se soffianti. Ridiscende e mi dà il cambio a scavare. Io parto coi due faentini giù per la "galleria tortuosa", la galleria che parte a sinistra, a tre quarti del corno sinistro e che arriva fino ai rami inferiori dell'abisso. Scende per un centinaio di metri regolare e tortuosa fino ad un trivio. A sinistra abbiamo il pozzo dell'asino che raglia buoni consigli, al centro un pozzo di tredici metri (ce n'è una inflazione qui dentro: è il quinto di questa misura) stappo come una bottiglia, cosa che scopre Vincenzo. A destra galleria in piano fino ad un ciclopico pozzo lungo quaranta metri largo dieci profondo venticinque (pozzo dedicato a Holgar Heinz). Succhia qualcosa come dieci-quindici metri cubi di aria ogni secondo: spaventoso. Noi ci infiliamo a destra nel ramo che presto battezzo Minosse: è un labirinto incredibile di gallerie larghe due metri e alte uno e disposte su un giunto di strato a 36°, alcuni soffiante altre no. Sorpresa, sono tagliate da una grande diaclasi che sprofonda in un pozzo (Minosse) sui quaranta metri: è lunga venti e larga due-tre metri.

     Ancora casini di gallerie; una, soffiante, è chiusa da una frana nella quale mi infilo: scavo masso dopo masso fino ad una dura prova per la mia immortalità e la mia calma quando tolto un masso l'intera frana che mi circonda si "siede" spostandosi di pochi centimetri: scivolo via trattenendo il fiato. Ancora gallerie: una piccola ascendente ci porta sotto un camino con una parete di latte di monte e l'altra di scallops piene di fango; salita durissima che però ancora premia: un pozzo sui quindici metri. Poi ne abbiamo abbastanza e ci ricongiungiamo al Paso e al Lustre che, nel frattempo, hanno desistito dal loro lavoro per mancanza di mezzi più decisi per lo scavo, troppo grosso. Iniziamo a risalire, Paso ed io come fanalini di coda; io in veste di assistente tecnico e spirituale mi diverto un mondo a vedere la barba del raso impegnata prima a costruire imbraghi, poi a casinare sui primi spit, ad incastrare, come ben previsto, il Gibbone con relative maledizioni su questo arnese che. indubbiamente, funziona molto, molto meglio all'esterno che dentro. Sul quaranta Giancarlo parte ripetendo la lezione del superamento del frazionamento (sicura, stacco e attacco gibbone , stacco e attacco staffa, stacco sicura) ma già sul secondo frazionamento i casini son svaniti e passa veloce: Pasini, speleologo della nuova generazione. Quasi all'ingresso incontriamo giovani di Firenze, con cui chiacchieriamo. Poi usciamo con un'ultima emozione su una scala allucinante messa su un salto da cinque da questi ultimi; orrore che suscita dal Giancarlo la frase "è meglio una corda di una scala marcia". Bravo Paso. Ma oramai hai già visto che è anche meglio di una scala buona.

     Quindici giorni dopo ancora dentro sempre più saturo di questa grotta, questa volta con i francesi del CMS. Fuori Andrea e Giorgio, tanto per cambiare, hanno trovato un buco che dopo un po' di strettoie, li ha

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immessi in una enorme galleria (corno destro? lo speriamo ma non lo sarà). Intanto loro sono dentro a cercare di entrare nel Fighiera. Noi dobbiamo rilevare il corno sinistro.

     Un'altra squadra intanto guarderà il ramo del corno destro oltre il pozzo da quindici all'estremità (Gianfranco e Dario) poi insieme disarmeremo.

     Giriamo dappertutto a raccattare chilometri di corde e cordini, poi mentre i francesi scendono fino al ramo sotto il pozzo dell'asino, dove è il grosso dei materiali, mi metto a fare il rilievo del corno sinistro insieme a Patrick Roussillon, quello per cui due mesi più tardi esorcizzeremo il Cappa. Milioni di puntate, segni sul taccuino, spari col Necli contro Patrick. Poi sono al pozzo Meinz con gli altri: lo scendiamo. Anche questo era stato visto da Doppioni ma temiamo che, da solo. gli sia sfuggito qualcosa; invece sembra che il presidente, caro vecchietto, abbia fatto il bravino: anche dopo una arrampicata su massi non in bilico ma cascanti (correrci sopra più velocemente di quanto loro cadono) arrivo in una zona, stoppa, con tracce di passaggio. Il fondo viene passato con lo spazzolino; ma non c'è nulla salvo un pozzetto, ad un capo, che non tira aria.

     Ancora rilievo questa volta, ridicolmente, del Minosse, insieme a Lucien e a Patrick. Gli altri intanto fanno foto (Maurice, naturalmente, con la sua Hasselblad!) ed escono. Noi scendiamo il pozzo di Minosse che risulta di 37 metri. Metto uno dei miei migliori spit, sulla parete opposta a quella di discesa, sei metri sotto la partenza. Alla base un paio di saltini poi si infogna. Saliamo e continuiamo rilevando fino a richiudere sulla galleria tortuosa e a chiudere col rilievo: settecento metri questa volta.

     Faccio un salto all'estremità del corno destro a vedere come se la passa la seconda squadra: bene, scopro. Anche loro hanno rilevato e mi mostrano un meraviglioso pozzo non disceso: poi con un saccone a testa usciamo. Dentro entreranno ancora Aldo, Danilo ed Erica a terminare il disarmo. Per questa estate è finita. Il bilancio è un rilievo di duemilaseicento metri, un nuovo abisso di 575 ± 15 (insisto sul ± 15 benché il valore assoluto dell'errore sia solo stato calcolato grossolanamente, per ora), un sacco di nuova esperienza in un tipo di grotta per noi nuovo: in effetti i migliori risultati, come profondità, li abbiamo ottenuti fino alla galleria (240 metri di profondità in un colpo) e fino al fondo (200 metri di profondità sempre in "explo" in otto ore). Quando invece la grotta si impelaga in anastomosi, pozzetti, caminucci e cose varie diveniamo quasi comuni mortali quanto ad efficienza esplorativa. E poi in bilancio mettiamo anche il sacco di nuovi amici, e di speleologi validi (ma importa meno) che ci ha regalato l'abisso. Viene da ridere a pensare a come guardavamo con sospetto i faentini, quel giorno in cui ci accompagnarono all'ingresso di quella che era la Buca dei Cacciatori (anzi una buca da cacciatori) e che poche ore dopo era un abisso. E poi in bilancio anche dei resuscitati fra i quali la visione del Pasini che sale a colpi di jumar sulle corde (e ne è contento) è abbacinante. Basta. Arrivederci, tutti quanti, ad ottobre.

 

Giovanni Badino

 

 

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l'abisso dei passi perduti

     Anche questo buco, F33, era lì da quando gli ultimi pesci avevano tirato i calzetti e le loro ossa si erano gentilmente trasformate in calcare. Nipote dell'abisso del Ferà e cugino di tutti i tentacoli del vecchio Lupo aspettava uomini degni di lui.

     Aveva aspettato a lungo, fremente per la "suspense" datagli da torme di speleologi che dal 1969 scavavano nella famosa "Dolina che Soffia Sotto Il Rifugio Barbera", divisi da due lingue e vari dialetti, ma uniti nell'incapacità di trovare un buco da cui cavar fuori il ragno.

     Ma il 17 di agosto 1976, troppo vecchi per correre dietro ai Forti e ai Duri nella risalita dell'Artiglio Sinistro del Caracas, il Figlio di Dio e suo Fratello decisero per la seconda volta dell'anno d'interessare il mondo speleologico con qualche nuova scoperta. State tranquilli non si tratta certo di un abisso come quello nuovo sul Mongioje (200 m???) esplorato da Capitan Gandolfo e dal suo equipaggio imperiese. Contrariamente a questi che approfittavano del soccorso al Cappa per vanagloriarsi e insultarci tacendoci l'ubicazione del nuovo buco (Paura di pirataggio!!), il Figlio di Dio e suo Fratello un giorno dopo la scoperta di un pozzo da 30 m sotto mezzo metro di pietre e terriccio e susseguenti saltini sino a un pozzo sui 40 m erano vicino all'entrata in compagnia di Giuanin Magnana e degli altri Dei, luce e guida di ogni Speleologo.

     Pensate! Giovanni Badino, Giorgio Baldracco, Andrea Gobetti, Daniel Martinez, Patrick Roussillon, Joel Soulblè intonano i rituali salmi al Visconte e a Pasini e quindi vanno a illuminare il

sottoterra.

     Davanti è Giovanni (che pianterà 13 spit durante la discesa), dopo il pozzo già sondato (39 m) una finestra porta su un altro di 69 m in cui cade già una piccola cascatella, Martinez in fondo alla fila scende rilevando, tre cambio attacco, molta paura per Giorgio a cui la "longe" (larga, tipo "tronche") si sfila da sola dal moschettone un attimo prima che lui si sganciasse dal discensore. Andrea al solito si incasina venti minuti sullo stesso cambio attacco. Seguono tre salti in uno specchio di faglia in cui Patrick e Joel seguono Giovanni con sacchi ben pieni. (Abbiamo 400 metri di corde). Lasciamo il ramo attivo che si va ad infilare in una serie di strettoie bagnate e avanziamo in un meandro impestato ma non troppo in cui la corrente d'aria è come al solito vorticosa e le pareti franano un po' addosso. Un nuovo salto in cui si sente cantare già una discreta cascata ci ferma, scendere senza lavarsi sarà un bel problema. Giovanni e Dany ci provano e con spettacolari cambi attacchi riescono nell'impresa resa più difficile dall'apparire di un'altra cascata a metà del pozzo da 35 metri.

     Sul fondo parte un bel meandro bianco e ventato intervallato da salti e percorso da un discreto ruscello sui 2-3 litri/sec. Il ruscello si infila in una fessura e noi scavalcandola scendiamo una campana da 25 metri su attacco naturale, segue meandro e pozzo da 14 con fessura su cui Giovanni si ferma; ci è rimasto un solo Spit, la prosecuzione sta probabilmente in una traversata sopra il 25, in fondo comunque la corrente d'aria è ancora fortissima. Risaliamo lasciando armato, pensiamo infatti

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di tornarci la domenica e non tremiamo dalla paura che Gandolfo ci pirati. Siamo fuori tutti, attorno alle due del mattino, con in tasca una topografia esatta che dà l'Abisso dei Passi Perduti profondo 296 metri ± 10. Di passi appunto ne sono andati sprecati e perduti un casino sul bianco Marguareis e forse lo furono anche i nostri in quelle 11 velocissime ore di punta, ma non quelli di due settimane dopo quando il buco continuò ad essere disertato e tutta la squadra si trovò riunita sul 180 del Cappa. Ma questa è un'altra leggenda.

 

Andrea Gobetti

 

     Ultimissime: i Passi Perduti confluiscono nell'abisso Saracco (F5). Tutti i dettagli sul prossimo numero.

 

 

ancora sull' a 16

     La zona Alfa fu battuta da Longhetto, Garelli e Villa nel 1973, quando ci si scannava tra deltisti e non. Alfa 16 si diceva che fosse il più promettente buco di questa patria di lapiaz e di zanzare.

     I due scopi del "campo di sopravvivenza" erano l'Alfa 16 in Zona Biecai e il B 19 sul Mongioie. La mattina del 7 agosto, dopo una lussuosa dormita al Saracco-Volante (eravamo arrivati la sera prima con carichi mostruosi dal Colle dei Signori), cominciamo a stivare nei sacchi materiali e viveri per il campo volante. Si riduce tutto al minimo, a cominciare dai viveri, dei quali se ne occupa Giuliano... fino ai sacchi a pelo: chi se ne porta uno in due, chi non se lo porta affatto (il sottoscritto). La mattina presto erano già partiti Meo Vigna e Gianni Follis, i quali però arrivavano solo fino all'Alfa 16 e in serata ritornavano. Un paio d'ore più tardi partivamo noi, vale a dire Giuly, Ardrea, Danilo, Simonetta, Dario ed io. Al Lago Rataira il nostro subconscio, che proprio per il fatto di essere sub, è anche conscio di quanti pochi viveri ci siamo portati dietro, ci suggerisce di cacciare un paio di rane che potrebbero poi tornare utili.

     Ci attardiamo Andrea, Danilo ed io per il safari, mentre gli altri proseguono; quando arriviamo nei pressi dell'alfa 16, Gianni, Meo, Giuliano e Dario sono già in grotta. Montiamo due tendine, una delle quali è la ormai tragicamente famosa "colica" che di tenda non ha più niente. Verso sera escono Dario e Giuliano, i quali si erano scocciati di aspettare al freddo senza poter fare niente; molto più tardi, anche i due famosi "punteros" dell'alfa 16, dopo circa 7 ore di esplorazione, tornano al campo. Devo dire che eravamo ansiosi di sapere finalmente quanti metri una pietra potesse percorrere in 14 secondi netti, e rimanemmo a dir poco delusi quando venimmo a sapere che il pozzo dal quale venne scagliata la pietra non era più di 25/30 m, e che la grotta proseguiva con una breve fessura in discesa che dava direttamente su un pozzo stimato di 20 metri. Bisognava perciò tornarci, Gianni non si era sentito di scendere quella fessura, e

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in ogni caso bisognava disarmare la grotta. Ci offrimmo volontariamente Danilo ed io per la mattina dopo.

     Verso le dieci entriamo in grotta e arriviamo velocemente sopra la fessura, dove sembra immergersi la colata di ghiaccio che ci ha seguiti fin lì. Attacco la corda ad uno spuntone e comincio a scendere lentamente; guardandomi intorno, intravvedo dei buchi che in risalita andrò a vedere. Dopo circa 30 m tocco il fondo, il pozzo si allarga bene a metà circa, e torna a stringersi verso il fondo: stoppo. Risalgo 4 metri e vado a vedere quello che sembra un secondo fondo: una lama di roccia che corre perpendicolarmente all'asse del pozzo, e che sembra dividerlo in due: si infogna orribilmente. Risalgo guardando ancora gli altri buchetti, ma tutto sembra chiudersi; trovo lungo ad uscire dalla fessura che somiglia molto a una "buca da lettera", infine sono da Danilo, recuperiamo ed usciamo imprecando contro questo maledettissimo buco. Alle 12 e mezza siamo fuori, ci cambiamo e quindi ripartiamo verso le Masche dove speriamo di raggiungere gli altri già partiti.

 

Marco Perello

 

 

neil - mos

     Badino e Pasini si incontrarono nel mese di maggio al Fighiera, come Keynes e Kerowac, il vecchio e il nuovo invasato degli abissi... ma Neil-Mos è più vecchio ancora e 19 anni dopo il vecchio fregò anche il giovane leone...

     Alpi Apuane gennaio. A scendere in questo abisso, quasi per caso, siamo in tre, Aldo, Danilo ed io: lo scopo è di farci una gita che non prenda tanto tempo e di vedere un po' bene come va giù. Una serie di salti per un totale di novanta metri ed ecco nel salone, dinanzi a noi un pozzo (dato di 40 m), venti metri a sinistra un altro, il "centocinquanta" (in realtà attorno ai 125 m) dominato da un enorme blocco incastrato. Traverso a sinistra per scavalcarlo e metter lo spit di armo dietro di esso, per evitare così terrazzi e tratti controparete inevitabili con l'armo abituale: e mi accorgo che la traversata si può continuare su un cengione formidabilmente instabile ma facile. Traverso, assicurato da Aldo e mi infilo nel buco all'estremità della traversata. Fessura in salita per cinque metri poi la diaclasi continua e sprofonda: di nuovo il pozzo. Ma c'è qualcosa che non va: lancio delle pietre in avanti e, quelle, si fermano dopo una dozzina di metri; è da vedere. Presto Aldo e Danilo sono con me e Aldo scende il salto: dopo una decina di metri un pendolino porta a un grossissimo terrazzo pensile: da lì un altro buco dà ancora sul pozzone ma la parete di destra è molto coricata ed appigliata. E' percorribile per quindici metri poi diviene piuttosto verticale e scivolosa e cinque metri più avanti si congiunge alla parete di sinistra a chiudere il pozzone che risulta così di una settantina di metri di lunghezza. Ma in alto c'è un arrivo e decido di raggiungerlo. Problema. Passo più alto che posso fino a che ci sono appigli, poi un lamone appiccicato alla parete col fango mi da un "buon" posto dove mettere anello di fettuccia. Stridor

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Neil-Mos: nuova zona esplorata - rilievo non strumentale

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di denti, se casco faccio un pendolo a semicerchio che mi ricordo per otto giri di reincarnazioni. Mi aggrappo al macabro anello e mi sporgo in avanti. Nulla? No, c'è una lamina grossa come un'unghia (non esagero). Ci metto un altro anello di fettuccia, dico "diecimila anni", mi ci appendo, mi sporgo, mi afferro con la mano sinistra a una lama (seria finalmente) e a lei rimango appeso perché la lamina-unghia si è rotta: ma i due secondi che doveva tenere ha tenuto. Ancora un po' di casino e son nella galleria. Da dove sono scopro una spaccatura che avrebbe facilitato enormemente la traversata. Assicuro Aldo che mi raggiunge da lì. La galleria continua per venti metri, fa meandro e poi pozzo sui venti. Siamo a secco di materiali e il mio tentativo di scenderlo si infrange ad una decina di metri dal fondo. Usciamo raccomandandoci il silenzio sulla faccenda per evitar sciacallate. Fine della prima puntata.

     Fra la prima e la seconda puntata ci sono un sacco di storie. La principale è che a fine febbraio torniamo per farlo ma il tempo è brutto e la voglia poca. Perché non andare a fare un giro sul monte Corchia a cercare ingressi superiori dell'Antro che, come sanno anche le pietre, è meteorologicamente un ingresso INFERIORE, INFERIORE, INFERIORE? Guardiamo un buco centocinquanta metri sopra di esso ed è ancora in aspirazione. Siamo esterrefatti! Ma allora l'ingresso superiore è in punta alla montagna! No, scopriremo quindici giorni dopo, è trentasette metri sotto di essa. Ma questa è la storia del Fighiera.

     La seconda puntata del Neil Mos ad agosto vede dentro Aldo, Erica ed ancora chi scrive. Erica scende il salto da venti: alla base la diaclasi continua e sprofonda in un salto di una settantina di metri: la discesa è un po' casinata, perché la parete di destra conserva la tendenza a coricarsi, ma con un paio di frazionamenti lo risolvo. La base è un diaclasone stoppo al fondo, ma con un finestrone a pochi metri dal suolo che, purtroppo, va verso il "centocinquanta". In effetti la breve galleria su cui porta subito si spalanca in un pozzo sui quaranta metri in un grande canyon. Ahi, ahi. Temiamo che sia il pozzo principale dalla parte opposta. Utilizzando tutto quello che ci rimane e anche un po' di più riusciamo ad armare il salto (meglio non spiegare come) e scende questa volta Aldo per avere la triste conferma che l'esplorazione è finita: siamo tornati alla base del pozzone ma dall'altra parte. Usciamo. E' così risolto il problema dell'altra faccia del pozzone e si son visti duecento metri di grotta nuova. Un plauso per tutti quelli che al Neil Mos sono andati (dopo l'esplorazione, naturalmente) e son stati solo capaci a guardare dove mettevano i piedi. Ci sarebbero altre cose da raccontare su pirataggi o tentativi in quella direzione dopo che era cominciata a correr voce della prosecuzione: ma è squallido e temo che, vomitando, sporchiate il bollettino.

 

 

Giovanni Badino

 

 

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campi al marguareis

Il campo al Marguareis: un'istituzione. Peccato che quello del 1976 sia l'ultimo della serie ...

con i belgi a P.b. e dopo

     Che il Marguareis sia stanco lo sappiamo tutti.

     Una stanchezza che ha preso la mano al nostro campo ufficiale e lo ha demolito. Ma chi ha nel tempo il proprio tesoro e può lasciarselo scorrere tra le dita senza angoscia sulla bianca montagna, riesce ancora a lavorare e a cavar fuori qualche gioiello marguereisiano.

     Una bella giornata, per esempio.

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     Sabato 17 luglio. Giovanni e Andrea al rif. Saracco-Volante con Gianni Follis e un mucchio di Belgi tra cui Etienne Lemaire, Yvonne e Annique, Andrè Michiels, Alain Guignard e Fosny, François Vivier, Pierre Villeng, Van Este, Denis... e tre monobombole. Al rifugio Alberto e Uccio stanno lavorando.

     18 luglio. Al mattino Giovanni e Alain G. portano due bombole al sifone dei piedi Umidi. Alle 14 entrano Pierre, François, Alain F., Andrè, Andrea ed altri, molto materiale; prima di arrivare al sifone (oltre il Caracas) Pierre e Andrea scoprono ed esplorano circa 200 metri di gallerie fossili superiori e un nuovo affluente. Ottime possibilità ancora. Alle 20 giungono i sifonisti con altra gente. Gianni e Yvonne si immergono alle 20,30 mentre Etienne resta di riserva. Dopo 40 m (5 di profondità) il sifone si rialza ma la sagola si è impigliata e i due tornano indietro. Il sifone molto sporco e la piena che sta montando nei P.U. sconsigliano altre immersioni. 5 minuti di show. Bombole scaricate all'aria. Sherpas delusissimi. Ritorno penoso e massacrante. Uscita alle 4 del mattino.

     Il 19 luglio riposo. Alain, Pierre e Andrea in battuta in zona B.

     Il 20, Pierre e François scendono in doppia dal Caracas e poi al sifone terminale e ritorno (17 ore). Aiuti a Vanderblint e altri belgi, impastoiati tra la Confluenza e il Fin 54. Alain Fosny e Andrea dal Jean-Noir e poi con Alain C. al passaggio verso il Solai che però sifona di brutto. A sera festa.

     21 luglio. Alain, Pierre, François e Andrea in battuta verso l'Omega 5. Trovato tra questo e i "Ghiaioni Fanatici" l'Omega 22: aspira, necessaria grande disostruzione. Arrivo di Michel Dupuis.

     22/7: ritorno in città e feste abbondantissime.

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     Il 25, come sapere, c'è stata un po' di festa alla Colla dei Signori. Poi battuta in zona F.

     Il 26, Boris Bellone, Simonetta, Lorenzo Valle e Andrea vanno al-

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l'A-zero dove con numeri da Circo Barnum (cfr. "Spit, puma..." e "Quel cretino che lancia le mele") risalgono un ramo ascendente che chiude in fessura. Boris si fa un numero d'alta scuola. Giovanni, Carlo (SCT) e Michel Dupuis vanno all'F15, pieno però di neve, e poi in battuta. Lavoro al rifugio con Lucien, Alain, Danielle.

     27 luglio. Lucien, Alain, Michel, Simonetta e Andrea allo Chou-fleur per un lavoro sul fondo. Abisso concrezionato e bello, profondo 308 metri (7 ore). All'uscita nel sole del pomeriggio ci aspettano Dany Martinez e tutto il Darboum-boum-boum-Mucchio Selvaggio tornati dalla fruttuosissima spedizione in Austria. Feste inenarrabili.

     28/7: i french a PB; Lucien, Alain, Patrick Perez e i 2 Blanc scendono nell'Artiglio sinistro del Caracas sino a sbucare in PB all'altezza di Siphon Aval, e risalgono per PB (8 ore). Boris, Lorenzo, Simo e Andrea in battuta allo Scarason, poca roba.

     29/7: partono Boris e Lorenzo. Battuta.

 

Andrea Gobetti

 

 

al campo del cms

     Ecco per sommi capi l'attività svolta. Precedentemente era stata trovata una prosecuzione all'abisso Tranchero.

     11 agosto: arrivo e lavoro al rifugio.

     12: Lucien, Alain, Patrick e Philippe (Sanary) e un altro vanno al Carpa (un km nuovo a -500).

     13: Dedé e Andrea "piratano" il Serge (-300, v. articolo). Arriva Badino.

     14: arrivano Dany e Joël, Giorgio e Laura più Giulio Gecchele, Maria Teresa e piccoli vari. Battute.

     Il 15 gran lavoro al rifugio. Parte Badino.

     Il 16 piove da bestia.

     17: finita la copertura di cemento.

     18: Lucien, Alain, Dedé più Giulio e piccoli a Piaggia Bella (risalita Artiglio sin fino al meandro). Giorgio e Andrea sfondano nella grande dolina che soffia al fondo della zona F e scendono sino a -35 nel futuro Abisso dei Passi Perduti. Arrivano Badino, Dany e Joël.

     Il 19 punta ai Passi Perduti: Dany, Giorgio, Giovanni, Joël, Patrick e Andrea). Raggiunta quota -296 e arresto su meandrini.

     20: battuta nella zona del Navela, aperta a ottime possibilità. Partono Giulio e famiglia.

     21: Giorgio e Dedé sfondano al Buco delle Ortiche (vedi campo 1974) ma un meandro li blocca a meno 90-100.

     Il 22 finisce il campo.

 

Andrea

 

 

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campo dal 2 al 12 agosto

I Grandi Giochi Marguareisiani 1976

2 agosto. Arriviamo al Pian Ambrogi sulla Jeep stracarica, Marco, Uccio, Dario, Simonetta e il sottoscritto dopo una partenza quasi "storica" da Torino, con vari numeri da circo "Bum" effettuati per le vie di Torino la sera precedente. Al Pian Ambrogi, dove abbiamo appuntamento con Adalberto e due donzelle (Paola e Laura Ochner), troviamo un tempo schifoso. Tutti insieme decidiamo di impiantare il campo alla Gola dei Signori per questioni logistiche, contrariamente ai programmi; lì troviamo alcuni faentini del GSF-CAI Enal: Argnani, Milazzo, Pausini, Donatella Biondi e altri. La giornata è dedicata completamente all'allestimento del campo e al trasporto di parecchi materiali dal rifugio del CMS alla casermetta della Colla dei Signori. I Faentini, con in testa Argnani, sono alloggiati al rifugio Don Barbera e iniziano a disostruire alcuni buchi nella zona F. Arriva Andrea. Alla sera, grande spaghettata e l'apertura dei "Grandi Giochi Marguareisiani" con una formidabile "indianata" conclusasi con un'intossicazione acuta generale da alcool etilico smaltita nella tenda del "Circo Bum".

3 agosto. Scendiamo all'F3 (abisso Volante) Dario, Simonetta, tre faentini ed io. Pozzo iniziale da 30 m molto bello seguito da meandrini e da altri pozzi e pozzetti; ci fermiamo per vedere un meandro a quota -100 (impraticabile senza spit) e a -60 (arrampicata di Argnani e conseguente volo). Io faccio un paio di rullini di diapositive, tanto per "scaldare" la Rollei. Intanto Uccio, Adalberto, Laura e Paola vanno alla Capanna; gli ultimi tre entreranno poi in Piaggia Bella a vedere la nuova congiunzione con la Griffe-Gauche. Andrea e Marco vanno in battuta nella parte alta della zona F, fino alla Cresta delle Galline: segnati due buchi nuovi. A sera classica foto del campo con i PF 100 sistemati dentro le tende; bilancio: quattro ustionati gravi.

4 agosto: si decide di andare a fare una capatina al Ferà per foto ed esplorazione. Partiamo in sei, Dario, Marco, Andrea, Uccio, Simonetta ed io; entriamo senza Uccio perché nel frattempo si è infortunato a un ginocchio. Andrea trova una bellissima galleria molto concrezionata, in discesa, con il pavimento formato da un'unica colata stalagmitica; questo ramo nuovo scende con una serie di pozzetti fino a congiungersi col fondo del pozzo dei Cristalli, il fondo del Ferà. Il posto è veramente splendido per le ricchissime formazioni di cristalli che ricoprono letteralmente le pareti della sala. Durante la risalita impazzisco letteralmente a scattare "macro" di cristalli, appeso alle Jumar. Usciamo verso le 23 e 30 e sulla cresta del Ferà ci attende uno spettacolo fantastico: la luna disegna profili irreali tra le maestose guglie della Rocca del Ferà e in lontananza, verso la pianura, si distinguono le saette di un lontano temporale. Dopo essere rimasti per un po' sdraiati sull'erba, ci avviamo per i prati in ripida salita carichi come muli (II gioco marguareisiano: la corsa coi... sacchi); frattanto al campo è giunto Meo Vigna con Anna Viglietti, mentre Longhetto è partito per la Capanna, nei pressi della

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quale era già attendato Gianni Follis con la moglie. due bambini e un cane.

5 agosto: giornata dedicata al riordino dei materiali; nel pomeriggio si va a Vernante per fare provviste e arriva Danilo. Domani si andrà in zona Alfa a vedere l'Alfa 16 e si proseguirà per il Mongioie per dare uno sguardo al B 19. Andrea va in battuta coi Faentini. Due Faentini partono. La sera grande "bagna cauda" e lauto banchetto seguito dal III dei Grandi Giochi Marguareisiani: "il Musichiere - chi perde - un bicchiere", vinto, doveroso precisarlo, da un esperto: Marco. Bilancio: un numero imprecisato di feriti, tra cui il presentatore, e di litri di alcolici consumati; il Presidente dei Faentini supera brillantemente alla decima volta la prova del Capitan Paff: le solite male lingue insinuano che si sia servito di vino corretto con acqua passato sottobanco da un complice.

6 agosto: Dopo la grande festa, gli ultimi vanno a dormire, o meglio in coma, verso le 5 del mattino; verso le otto Uccio si sveglia ed ha una sgradita sorpresa: nella notte qualcuno ha razziato le provviste acquistate ieri: inoltre i "soliti ignoti" hanno svitato i tappini delle ruote di un'auto faentina. Quattro faentini partono e noi decidiamo di spostare il campo alla Capanna. Uccio, che partirà per Lesegno domani, dopo un viaggio al Rifugio provvederà al resto dei materiali non immediatamente trasportabili, sistemandoli al Don Barbera.

     Ha inizio così il sorteggio dei carichi da portare (IV Gioco): Meo si aggiudica la bombola del gas, Marco il fornello: e l'astemio (per vocazione) del gruppo, quattro bottiglioni più un pentolone. Inizia così la grande marcia verso la Terra Promessa, marcia di cui sono protagonisti i più pazzeschi sacchi che la storia della speleologia ricordi dai tempi di Marsian: il "reale", il "principesco" e il "buffone", tutti oltre i quarantacinque chili più altri di "ordinaria amministrazione". Impieghiamo due ore e mezza per arrivare al Rifugio.

7 agosto: Ci si prepara per il grande tour Rifugio-Alfa-Mongioie-Rifugio (VII Gioco) per il quale partiamo in sei, Andrea, Marco, Simonetta, Dario, Danilo ed io; Meo e Gianni ci precedono all'Alfa 16 col programma di tornare in serata alla Capanna. Siamo senza bombolette di gas e pertanto ci porteremo appresso una bombola da 5 litri raccordata con un fornello di foggia alquanto strana costruito sul posto da Dario utilizzando il carburatore dei Fratelli Wright e alcuni pezzi di biro. Si giunge alle Rocce Biecai dopo una tappa al lago Rataira per cacciare rane. In Alfa 16 entriamo in quattro: Gianni, Meo, Dario ed io; la grotta mi conferma l'impressione riportata quattro anni fa: è fredda e tetra e inoltre il secondo pozzo, tutto in frana, scarica solo a respirare. Bene o male scendiamo e superiamo il punto che era franato quattro anni fa sotto i piedi miei e di Uccio; utilizzando gli spit piantati allora da Longhetto, scendiamo fino al limite da lui già raggiunto. Io, infreddolito, esco. Gli altri proseguono l'esplorazione (v. resoconto a parte). A sera escono anche gli altri: sono fermi su un pozzo di una ventina di metri con partenza in strettoia; domani entreranno Marco e Danilo per completare l'esplorazione e disarmare. Quelli che sono fuori montano due tendine. Cena frugale. Il té è stato dimenticato al Rifugio e manca lo zucchero e ciò è causa di

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qualche dissapore: viene in fretta allestita una forca per punire il responsabile di ciò, ma tosto giunge la grafia per il condannato; piove la manna dal cielo sotto forma di rane fritte inviateci dal Visconte che non vuole inutili spargimenti di sangue tra i suoi fedeli. E' già notte quando Gianni e Meo fanno ritorno al Rifugio.

8 agosto. Tempo splendido in mattinata. Marco e Danilo vanno all'Alfa 16 mentre gli altri partono per il vallone delle Masche con l'intento di segnare i pozzi e poi proseguire per il Mongioie. Dimenticata ovviamente la vernice rossa al Rifugio e falliti i vari tentativi di segnare i pozzi con il sangue o con monumenti monolitici, proseguiamo per il Mongioie. In basso, nel fondovalle, scorgiamo il rifugio Mondovì; decidiamo di non lasciarci attrarre dalle lusinghe della civiltà dei consumi e infatti ... dopo mezz'ora siamo al caldo di una stufa al Rifugio, non senza aver provato l'ebbrezza del bob sulla pietraia lungo il ripidissimo canalino delle Masche (VIII Gioco Marguareisiano). Al Mondovì siamo ospitati da un'allegra banda di ragazzi che ci offrono polenta e salcicce al prezzo di 50 rane (la moneta corrente nel regno del Mongioie). Frattanto ci raggiungono anche Danilo e Marco cavalcando i fulmini giù dal canalino delle Masche. A sera: mangiata storica; manca però l'alcol e le crisi di astinenza cominciano ben presto a farsi sentire; fortunatamente il Visconte provvede a calarci bottiglione di vermouth colpito dalle implorazioni di Andrea.

9 agosto. Dopo una dormita su autentici materassi e su ben molleggiate brandine, e dopo un'allucinante lavata di piatti, si parte tutti per il Gias Gruppetti. Nebbia fitta. Al Gias troviamo accampati Biellesi e Saluzzesi. Dopo una sfibrante marcia sui lapiaz, arriviamo al B 19 (Pozzo dell'Avvoltoio) che però è chiuso da neve già subito all'ingresso; niente da fare, quindi. Decidiamo perciò di tornare; detto fatto, si scatena il più furioso temporale che la storia del Mongioie ricordi: grandine a chili, acqua a volontà e tanti, tanti bei fulmini a portata di mano. Siamo costretti a fermarci in una piccola conca erbosa sperando nella buona sorte. Alla fine, dato che il tempo non accennava a migliorare, decidiamo di scendere fino al campo dei Biellesi, ma il Visconte tiene in serbo per noi il IX Gioco Marguareisiano: la corsa sui lapiaz sotto la grandine; verrà squalificato chi sarà colpito per tre volte dal fulmine (due Biellesi che stavano facendo rilievi su una crestina con una cordella metallica sono subito squalificati...). A questo punto siamo assaliti dalle prime allucinazioni: Andrea crede di trovarsi di fronte ad una tavola imbandita al campo dei Biellesi e di abbuffarsi di gnocchi, arrosto e grappa; noi altri, da parte nostra, siamo convinti di trovarci tutti al caldo di una stufa a legna davanti ad un mastodontico piatto di spaghetti e bresavole, cucinati da Simonetta ...

Tutti poi, abbiamo la stranissima illusione di dormire al caldo su comode brande... Decisamente l'aria del Mongioie fa degli scherzi strani!

10 agosto: risvegliatici dal coma prendiamo fradici la via del ritorno passando dal rifugio Mondovì e dal lago Biecai. Alla Capanna Saracco troviamo i Faentini, Meo, Anna Viglietti, Gianni, Carlo Cazzola e Attilio Guaitoli. Alle 16 parto per Torino con Marco, mentre Gianni, Carlo e Meo vanno al

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pozzo Cuneo dove trovano un ramo soffiante da disostruire. Per gli altri il pomeriggio passa tra giochi di società. In serata parte anche Gianni.

     Mercoledì 11 agosto: in mattinata partono i Faentini con Meo e Anna.

     Andrea si trasferisce al campo dei francesi. Alle 16 Dario e Attilio entrano in Jean Noir con l'intenzione di uscire dal Pas. Danilo e Carlo decidono invece di fare il fondo di PB; arrivati alla Tirolese però ritornano a causa dell'acqua. Escono alle 23,30 e alla Capanna trovano Giovanni Badino e Renata Mamino.

     12 agosto. Nessuna notizia dal Jean Noir: bisogna andarli a cercare. Verso le 11 Giovanni e Carlo entrano in Jean Noir armando, mentre Danilo rientra da solo in PB. Dario e Attilio vengono ritrovati al buio (erano in grotta da 24 ore) nella frana finale del Noir. Giovanni e Danilo, con frecce e cordini cercano di rendere più ritrovabile la via.

N.B. Il X e ultimo Gioco Marguareisiano, consistente nel compiere il percorso da Limone a Monesi con la 500 di Andrea, senza fari, alle due di notte e con tre cerini in dotazione, non ha potuto essere effettuato per motivi di ordine tecnico.

 

Giuliano Villa

(con integrazioni dal diario di Marco Perello)

 

 

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schede

     Da questo numero appaiono su "Grotte" anche schede d'armamento sul tipo di quelle francesi. Si comincia con Jean Noir, il parente povero di Caracas che però non bisogna prendere sottogamba.

 

abisso jean noir

     L'abisso Jean Noir, o dei Pensieri, si apre nella conca di Piaggia Bella a quota 2201 ed è uno dei quattro ingressi finora noti del complesso sotterraneo di Piaggia Bella. Alla profondità di 589 m sbocca nel Pas.

     Prima di questa estate pochissimi di noi l'avevano disceso e le informazioni erano un po' vaghe. Lo si sapeva non impegnativo, salvo che nell'ultimo tratto (dove sbuca in PB) a causa delle difficoltà a trovare la via buona. Quest'estate è stato percorso da vari speleologi con varie fortune: una squadra che di queste ultime ne aveva avute assai poche, ha fatto sì che, in compagnia di Carlo di Ormea, lo scendessi e lo salissi. E' una splendida grotta.

     L'ingresso è dietro (rispetto alla Capanna) il panettone di Caracas: inizia con un ampio meandro che subito sprofonda in due salti di 6 e 18 metri (attacchi a fittoni in posto). Il meandro prosegue poi abbastanza ampio e bello per 200-300 metri (la prima parte ha del ghiaccio), fino ad un salto di 23 metri in due tratti di 3 e 20 (il primo di 3 si fa in arrampicata) armati a spit (già in posto prima della nostra discesa). Alla base un'arrampicatina in frana porta alla base di un salone da cui parte il pozzo Debeljak di una quarantina di metri: pozzo cupo e sinistro armato con una corda attorno ad un macigno (buono) e con uno spit che fa partire la corda in vuoto per venti metri fino ad un terrazzo dove in fuori, alla sinistra idrografica, c'è un ottimo spit che porta in vuoto per i restanti venti. Poi due salti di una diecina di metri, male armati, dove ci si bagna vergognosamente. Alla base una fessura conduce in un salone da cui parte un insieme di frecce, tracciate da noi per chiudere sta faccenda dei dispersi nel Noir, frecce che solo un cieco non vedrebbe. In effetti senza trovare la via lo sbocco non è immediato, dato che la galleria è sotto uno specchio di faglia vastissimo pieno di frana. Dopo un paio di centinaia di metri si sbuca nella sala degli affluenti in PB. La discesa è facile: la traversata completa prenderà quattro o cinque ore salvo casini.

     Non tutti gli spit di partenza sono doppi e quindi, specie in quella roccia, bisogna piantarne altri. L'esperienza dell'esercitazione di soccorso a Caracas, quando uno spit messo per armare un pozzo da 15, è saltato sotto la salita di Dedé che è rimasto sulla vecchia (1958) e "insicura" broche di Creac'h ci ha insegnato che gli spit bisogna sprecarli. La discesa totale è di 311 metri alla sala degli affluenti dove si può arrivare (posto, ripeto, di doppiare gli spit) con una corda da cinquanta. Tempo: 3 ore alla sala degli affluenti.

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pozzo n°

prof.

attacco

note

1

5

broche

arrampicabile

2

18

broche

bagnato

3

23

broche + spit

bello

4

20

naturale + spit

puzza di morte

(P. Debeljak)

4 bis

15

spit

5

3 + 5

naturale

lavaggio completo

6

15

spit

armamento da rifare

 

a cura di Giovanni Badino

 

 

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dove va la speleologia

piratage!

C'è una vecchia storia che parla di pifferi di montagna che partirono per suonare e finirono ...

     Mercoledì 11 agosto Jim Bowie arriva a Pian Ambrogi, il CMS è riunito nel futuro rifugio ed è diviso da un grave problema: "Piratare o non piratare?". L'oggetto di tanta attenzione non è certo un buchetto qualsiasi ma un abisso cento metri abbondanti più alto del Cappa che per caso Maurice e Dedè hanno scovato e sceso sino a -180 fermandosi su un salto alquanto mostruoso. Piccolo particolare, la discesa l'hanno fatta sui materiali del Club Martel con cui il buco è ancora armato; pare invece che il gran salto non sia ancora stato disceso. "Domani al Cappa" fa Lucien "poi vedremo". Mi viene improvvisamente un desiderio bestiale di fare questo abisso ed evitare così il Cappa, e visto che per evitare una punta al Cappa piraterei il buco del cesso di casa Casteret, passo allegramente sui pensieri di legittime lamentele da parte del Club Martel.

     Dedè si associa: Pirateremo domani notte l'abisso.

     In effetti il concetto di pirataggio è un pochetto odioso per chi lo patisce, ma per chi lo attua vi sono sempre migliaia di giustificazioni morali per autoconfortarsi e legittimare le proprie porcherie. Il fatto di non essere mai stati avvisati dell'esistenza di un nuovo buco, per esempio, o la presunta lentezza e incapacità dei "legittimi" esploratori, le terribili colpe e gli innominabili crimini commessi dai loro padri... Piace poi anche l'aureola di terrore che circonda sempre le grandi canaglie di qualsiasi sport da Jak Brabham a De Michela.

     Il giorno seguente però appena la squadra dei duri è nel Cappa comincia a piovere come Dio la manda e noi due piratiamo soltanto un buon bicchiere di vino dagli amici di Cuneo che stan costruendo l'Hilton di Collapiana (il rifugio più bello che abbia mai visto costruire). Torniamo così in serata al nostro bunker e aspettiamo un radioso mattino. Che arriva davvero.

     Dal colle dei Perdus vediamo lontano sulla valle del Po, sino al Rosa, sino alla guglia inconfondibile del Cervino... ma sono ancora qua a piratare marguareisate. Scendiamo veloci otto nove salti sui 10 metri, uno da 15 tutti armati per scale e corde, poi un bel 50 nel vuoto e di lì dopo un saltino siamo sul gran pozzo che si defila dopo uno scivolo franoso, tiriamo giù una vasta gamma di rocconi per pulire un po' i terrazzi, poi Dedè comincia a scendere su una corda da venti metri e subito vede che sotto di lui c'è un salto di soli tre metri e che poi il tutto è armato. Lo raggiungo e comincio a scendere sulle corde del Club Martel: 10... altri 10... Venti, cambio attacco nel vuoto, pendono dallo Spit volante due corde, una sarà da venti metri, l'altra, MERDA, sarà da cento... con tutti i rocconi che abbiamo tirato giù... Sto scivolando lentamente lungo il vuoto sempre a un metro da "cannelures" che sprofondano verticali, precise, immutabili, la corda sotto di me è il centro del mio universo; scendo lentamente controllandola, sessanta, settanta metri sopra di me il mio amico è appeso sul cambio attacco, nitidissimo, rimpicciolito esattamente sulla mia verticale, la cascata passa e fischia un po' sulla destra senza disturbare nessuno dei due. Che bel pozzo. Il suo fondo di sabbia e fango è anche il termine dell'abisso. -300 direi. Dedè mi raggiunge e io comin-

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cio a risalire, a trenta metri si vede una finestra che però raggiungere deve essere un bel lavoro. Quando sono a settanta metri di altezza una scarica di pietre urla sopra di me, mi fischia accanto e vola verso Dedè che scampato mi grida di non fare lo stronzo.

     "Sono nel vuoto Dedè! E' partita dall'alto!". Un'altra scarica micidiale sottolinea la correttezza dell'ipotesi esposta. Urlo come un ossesso mentre mi rendo conto di quanto schifosamente innaturale sia la mia posizione di salame appeso così in alto. So cosa voglia dire essere davvero impotenti. Ci terrei proprio a salvare il piumaggio. Urlo. In alto dopo altre tre scariche appare una vaga lumiscenza e una voce in francese grida "Chi sei?". A me vengono in mentre tutti i famosi discorsi sugli odi e le rivalità mortali abbastanza comuni in Francia e la storia di quando Bergamò tagliò le corde a Claude al Trou de la Mala, e non so che pesci pigliare, poi esplodo: "ITALIANO NIENTE CAPIRE! ITALIANO JOURNALIST NO CAPIRE! ITALIANO BRAVA GENTE". Dedè sente da sotto come si mette il giro e pensa bene di staccarsi le lettere CMS dal casco. Come un fulmine arrivo allo Spit e poi raggiungo i tre speleologi che sono in punta al pozzo. Presentazioni in perfetto francese, sono del Martel per fortuna, e non altri pirati selvaggi,... Renè Cantelaube... ma tu non eri al Trou Souffleur nel '68? E già! E tu eri al Saracco! Ma cosa cazzo ci fate qui dentro, chi è il tuo compagno? Visto che Renè pare comprensivo rinuncio a cercare di contargli una elaboratissima balla che mi ero preparato salendo gli ultimi metri di corda per giustificare la presenza nostra e quella dei nostri due sacchi pieni di materiale da punta. "Sono con Dedé, e questo dovrebbe spiegarti tutto, comunque in cambio vi diamo una mano a disarmare".

     "Questo si chiama parlare", e poi comincia ad urlare giù "Dedè, bandito! Pirata! Salaud!". "Sai, eravamo compagni di scuola già alle elementari". Direi che mi è andata proprio bene.

     Grandi pacche sulla schiena e risate, riscopriamo un'amicizia sotto terra con gente che qualcuno aveva voluto definire come nemici a tutti i costi e che noi avevamo seguito come stronzi. Sul 50 ci aspetta nientemeno che il grande Abelle Chochon, vincitore a suo tempo del Caracas, che un po' meravigliato per la moltiplicazione degli speleologi ci ha preparato della cioccolata calda. Dedè ed io siamo così contenti che non ci vergognamo neanche più. Ci spacchiamo la schiena in un disarmo rapidissimo, mentre Renè sogghigna: "Il venerdì tredici a me sta portando proprio fortuna". All'esterno un bel volo su un nevaio lo riporta in pareggio e alla sera nel verde rifugio del Martel siamo invitati a cena accompagnata dalle migliori bottiglie di Abelle e di sua moglie e dal ricordo di una nevicata nel lontano '66 durante la quale facemmo conoscenza. Così finì che al "Gouffre Serge" non facemmo stupidi record, ma degli amici con cui continuare a giocare in futuro sul vecchio Marguareis.

 

Andrea

 

 

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tecniche di esplorazione

QUASI TUTTO QUEL CHE VORRESTE SAPERE MA CHE NON AVETE

MAI OSATO CHIEDERE SUGLI SPIT

 

     Spit è facile a dirsi, più faticoso a piantarsi, soprattutto il quattordicesimo di una punta ...

 

     Nell'ambito del Gruppo e ancor più del Soccorso (incidente al Cappa) si è mostrata la necessità che OGNI partecipante alle operazioni sia dotato di un proprio, autonomo insieme di armo. In queste note vorrei puntualizzare alcune caratteristiche di esso che, alla prova pratica, hanno dato i migliori risultati. La discussione sul perforatore "ideale" o cose del genere è tuttora in corso e, ho buoni motivi per credere, lo sarà fino alla fine dei tempi. Ma le esperienze condotte finora, positive o negative che siano, hanno portato alle note che seguono.

     E' noto a chiunque abbia piantato uno spit il caos causato dal tenere sotto controllo boccola, cono, bullone, placchetta perforatore e martello, il tutto eventualmente appesi a testa in giù ad una corda. Per rimediare abbiamo adottato il fissaggio di ogni cono allo spit con nastro adesivo e un gruppo di cinque o sei spit fissato con i bulloni ad una strisciolina di gomma che ci si tiene appesa addosso quando si devono piantare spit.

     Sicché se dovete piantare uno spit, fate prima il buco con quello che già avete sul perforatore (spit A), strappate un cono a uno di quelli che avete appesi addosso (spit B), piantate con questo cono lo spit A, togliete il perforatore, ci avvitate sopra lo spit B, rimasto privo di cono e lo riponete per il prossimo chiodo; prendete una placchetta che avete, insieme alle altre, in un moschettone e la fissate allo spit A con il bullone rimasto solo dello spit B. Per il chiodo successivo vi comportate identicamente salvo che questa volta sarà lo spit B ad esser piantato con il cono di un altro spit. La tecnica ha il vantaggio di non permettere mai di avere coni o bulloni o spit sparsi per le tasche o sulla roccia.

     La strisciolina su cui si fissa il gruppo di spit è di gomma spessa sui 6 mm tagliata larga circa 25 mm e lunga 10 cm: è dotata di un nu-

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mero di fori pari al numero di spit che ci volete fissare (cinque o sei mi sembrano la quantità giusta: gli altri li terrete nella borsa) di dia metro sufficiente ad avvitarci i bulloni. Ad una estremità ha un foro più grande per fissarla ad un moschettone. E' utile essenzialmente per scendere i pozzi frazionando: rende accessibili, e al sicuro, gli spit necessari. Dopo ogni pozzo va "ricaricata" con gli spit rimasti nella borsa. Gomma di quel genere si trova in ogni negozio di gomma a prezzi irrisori.

     Perforatore: le prove, come dicevo sopra, sono ancora in corso; è notevole il numero di perforatori diversi che si possono fare variando sostanze, buchi. Diametri, pesi, manopole, forme, punte, cordini o introducendoci raffinatezze tecniche. Il punto secondo me fisso, obbligatorio e irrinunciabile è che ogni perforatore nel punto dove si imbullona lo spit sia di diametro a lui uguale in modo che il buco nella roccia si possa fare di due o tre millimetri più profondo della lunghezza dello spit, e da evitare chiodi sporgenti (anche poco) che un paio di allucinanti esperienze ci hanno insegnato esser buoni solo per i quadri. Questo secondo me, è l'unico punto chiave per il perforatore. Utile è farlo leggero, con saldature lungo l'asse principale che migliorino la presa, con manopole (l'ideale sono i pedalini delle moto bucati dal lato chiuso), con un buco da 6-7 mm attraverso per ficcarci dentro la chiave brugola se si inchiodano allo spit. A questo proposito si deve ricordare che la manopola, se viene messa (ed è meglio),va fissata molto, molto bene perché tende a scivolare verso la roccia mentre si perfora.

     Martello: qui il discorso si fa minato. Avevo provato martellini leggeri (150 gr) che facevano bellissimi lavori senza incrinare la roccia ma che eran troppo lenti. Adesso ho un martello da roccia con un becco (corto) che finisce a lama: quest'ultima è entusiasmante per pulire attorno a dove si pianta lo spit senza fracassare la roccia con disperate martellate. E' certamente il migliore che ho provato (Charlet-Moser) ma è carissimo. Direi che qualsiasi martello da roccia va bene.

     Spit. Tutti usano quelli da otto (MF 8). Mi ero fatto regalare dalla ditta che li fa un po' di quelli da sei (PF 6) per vedere se convenivano. La rottura a più bassi carichi nei miei calcoli avrebbe dovuto esser bilanciata da un maggior numero di chiodi piantati. Ho fatto due perforatori identici, uno da otto e uno da sei. per fare prove sulla differenza di tempo di fissaggio (in calcestruzzo, sei fori). I risultati soro stati de deludenti. Il risparmio di tempo per il piantamento di quelli da sei è risultato del 10-20% rispetto a quelli da otto e quindi non tale da giustificare l'abbandono di questi ultimi. Viva gli MF 8 dunque!

     Bulloni: i francesi sono sostenitori dei dadi esagonali; noi preferiamo le viti brugole, a testa cava cioè. I due fissaggi sono equivalenti salvo che la chiave brugola è un po' più piccola della chiave per i bulloni. Questi ultimi potevano un tempo esser fissati usando la gola del freno Dressler come chiave, ma questo aggeggio è ormai superato dalle tecniche su corda. A proposito della chiave brugola: il gruppo di Cuneo la fissa al perforatore (per il lato più corto della L ovviamente) in modo che non sia mai vagante e che, anzi. aiuti a ruotare il perforatore mentre si pianta. Non l'ho mai provata ma mi sembra un'idea furba.

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     Musette, o borsa, per contenere tutti gli aggeggi sopra descritti: è indispensabile, va in PVC, ben chiusa con velcro e altre chiusure tipo fibbia, grandi, in modo che si possano manovrare anche coi guanti; necessita. ovviamente. di un anello per appendersela addosso.

     Mi scuserò con quelli per cui questo articolo non ha detto nulla di nuovo ma, chiacchierando, ho notato che alcuni punti sopra elencati, punti apparentemente ovvi, sono ignoti. La mia idea sarebbe, se ci saranno interlocutori, continuare in futuro su queste pagine la discussione su un argomento tanto delicato e dinamico. Per questo sarò grato a chi volesse inviare suggerimenti, disegni o note.

 

 

Giovanni Badino

 

 

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Attività di campagna

     1-2 maggio. Esplorazione, rilievo e foto nell'abisso Fighiera (v. il numero scorso del boll.). Partec. G. Badino, L. Brunasso, E. Baiardi, P.G. Doppioni, U. Garelli, A. Gobetti, A. Longhetto, D. Neirotti, L. Pia, G. Villa, Claudio.

     9 maggio. Arma Pollera (Finale L.) : nel ramo nuovo A. Longhetto con al lievi.

     9 maggio. Grotta del Pugnetto. E. Baiardi, A. Lupo, P. Corino e un'amica. Foto.

     14-15 maggio. Abisso Fìghiera: punta oltre i -400 (Baldracco, Coral, Doppioni, Neirotti). Grotta della Mamma: esplorazione fino a -180 (Gobetti, Perello). Pia e Cattelan: battute esterne.

     16 maggio. Grotte del Caudano. Arietti, E. Baiardi, P. Pasquero e G. Saroglia a far foto.

     29-30 maggio. Abisso Fighiera: G. Badino, G. e L. Baldracco, A. Gobetti, A. Lupo, D. Neirotti, M. Perello, G. Villa + CMS e FAENTINI. Quota -580.

     30 maggio. Grotta del Capitano Paff (Briga Alta, CN). Esplorazione completa, sviluppo 150 m. Partec. C. De Regibus, P. Vallania e L. Valle.

     30 maggio: Grotte del Caudano. E. Baiardi, P. Arietti e 3 amici. Foto.

     13 giugno. Arma dei Grai (Ormea, CN). Ricerca prosecuzioni. E. Baiardi, con Francesco, Paola, Giorgio, P. Pasquero, G. Saroglia, Martinotti.

     13 giugno. Abisso Fighiera. G. Badino con Pasini e Trebbi (Lustre) di Bologna e Righi e Gianfranco di Faenza. Esplorazioni e rilievi (v. articolo più avanti).

     20 giugno. Abisso Fighiera. Esplorazioni, rilievo e disarmo. G. Badino con D. Coral e D. Neirotti, Avanzini + CMS. Esplorazione della grotta Bartolomeo Romean: G. e L. Baldracco, A. Gobetti e Milazzo del GS Faentino.

     27 giugno. Balma di Rio Martino, espl. fino al mezzo sifone: E. Baiardi, Marina, Francesco, Giorgio, Paola, Martinotti, Marzo, P. Pasquero, G. Saroglia.

     3 luglio. Esercitazione di soccorso nell'abisso Caracas: per il GSP, Badino, Baldracco, Coral, Longhetto, Villa.

     3 luglio. Battute in zona F del Marguareis: A. Gobetti. Lavori alla Capanna; P. De Laurentiis, A. Longhetto e G. Villa.

     17-29 luglio: campo a Piaggia Bella con i Belgi.

     2-12 agosto: campo alla Colla dei Signori e a Piaggia Bella.

     11-22 agosto: campo con il CMS (per questo, come per i due precedenti, v. articoli più avanti).

 

 

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Notiziario

PRIME NOTIZIE SULLE ESPLORAZIONI PIÙ IMPORTANTI DEL 1976

     In attesa di conoscere notizie più complete sulle esplorazioni dell'estate, vi sono già importanti variazioni da apportare alla lista delle cavità più profonde, comparsa sul boll. n. 58.

     In Francia il Gouffre Jean-Bernard (Samoëns, Alta Savoia), che nel novembre 1975 era stato portato a -1208 mediante la congiunzione con un altro abisso ad entrata più elevata, è giunto poi a -1298 dopo che il Groupe Vulcain di Lyon ha forzato la frana terminale. Il nuovo limite, a soli 34 m da quello record della Pierre St-Martin, è su un sifone.

     In Italia va rimesso al primo posto tra gli abissi più profondi il Gortani: i polacchi del KKTJ hanno infatti trovato il lago terminale abbassato di 5 metri e sono scesi quindi a -925; con -922, Monte Cucco passa al secondo posto. Nella lista va inserito poi il nuovo abisso Fighiera (-574), la cui esplorazione da parte del GSP continua. Rettifiche riguardano l'abisso Cappa (662 me non 670), la Buca Grande di Monte Pelato (che è detta abisso Bologna e che è profonda 540 m, e che non va confusa con la Buca di Monte Pelato, -646). Un nuovo rilievo della Preta fatto in occasione della spedizione USV dà per il fondo -878 anziché 889 (il rilievo 1963 del GSCF-GSP-GSB dava -875).

     Altre rettifiche riguardano abissi francesi: il Puits Francis è -708 e non -715, il Gouffre Georges -694 e non -686, il Gouffre Touya -930 e non -950 (e verifiche in corso dovrebbero accorciarlo ancora).

     Dalla Spagna due notizie che attendono però conferma: nella Sima GESM presso Malaga speleologi locali avrebbero forzato il vecchio limite a -315 e avrebbero toccato i -940 e sondato -980; nell'Avenc de Badalona il locale GEB avrebbe raggiunto -800.

     Un abisso che promette bene è il Kilsi nel Pamir, dove speleologi russi sono a -800 e continuano. Lo spessore dei calcari in quella zona dell'altopiano è sui 2000 metri.

     Nell'Höhlengebirge (Austria) i francesi del Darboun sono a -700 nel Quelli (=Pitale) e a -600 nell'Empegadura; entrambi gli abissi continuano. Un pozzo interno dell'Empegadura (il pozzo dei Naufraghi) è lungo 240 metri.

     In Svizzera il Faustloch è profondo sui 690 m (rilievo fino a -663).

     Certamente, gli abissi di una certa profondità sono in costante aumento, con disperazione di Paul Courbon che vorrebbe ripubblicare il suo Atlante ma che deve considerare adesso una novantina di cavità oltre i 500 metri (solo in Italia, una ventina).

     Tra le grotte più lunghe, l'Hölloch passa da 123.823 a oltre 128.000 m, mentre anche la profondità è aumentata: da 808 a 828 m. Va rettificata la lunghezza del Reseau Trombe, 30.548 m e non 33.000.

     In campo subacqueo, uno speleosub francese (Bertrand Léger) ha supe-

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rato il sifone della Grotte de la Balme (nell'Isère), lungo ben 915 m, e ha esplorato al di là circa 200 m di meandri. Come lunghezza, questo sifone è il secondo al mondo tra quelli superati, dopo quello svizzero della Rinquelle lungo 930 m e superato da Jochen Hasenmayer (che anni addietro si era spinto a 870 m nella Balme). Con i rami laterali, il sifone della Balme ha uno sviluppo di 1025 m, con 24 m di profondità massima. Per superarlo e ritornare, a parte il tempo trascorso fuor d'acqua al di là, Léger è rimasto immerso per 2 ore e 3/4.

     Patrick Pener dello S.C. Ragaille ha compiuto in solitaria la discesa del Gouffre Berger armando e disarmando col sistema delle Cordellettes. Tempo totale: 19 ore. L'impresa era stata preparata con una discesa l'anno precedente, in cui Patrick e Gérard Blon (Darboun) con analogo mezzo avevano fatto tutto in 22 ore.

 

RIUNIONE ASSEMBLEARE DI META' ANNO DEL GSP

     Si è tenuta il 16 luglio per mettere a punto i programmi (e specialmente quelli dei campi estivi) e per nominare nuovi membri del GSP. Piergiorgio Baldracco e Lorenzo Brunasso sono stati inclusi tra i membri effettivi, mentre divengono aderenti i seguenti: Paolo Aglietti, Laura Baldracco, Giorgio Beker, Laura Beker, Boris Bellone, Roberto Bergier, Luigi Corino, Paola Corino, Rita Corona, Anna Corrado, Marisa Corrado, Claudio De Regibus, Diotallevi, Carlo Dughera, Maria Giovanelli, Attilio Guaitoli, Alberto Lupo, Riccardo Martinotti, Andrea Mereu, Pietro Pasquero, Pautasso, Carlo Rabezzana, Guido Saroglia, Enrico Spezzani, John Toninelli, Piero Vallania, Lorenzo Valle, Marco Zanone.

 

IL RIFUGIO DEL GSAM ALLA COLLAPIANA

     Sorge sulla Collapiana il quarto speleo-rifugio del Marguareis, è il grande rifugio che il GSAM ha costruito e quasi ultimato a tempo di record. Sarà dedicato alla memoria di Morgantini, speleologo cuneese con cui lavorammo ai tempi dei Perdus e a cui dedicammo il ramo nuovo di Rio Martino. Il rifugio di Collapiana è ampio (100 mq), isotermico e veramente molto bello; servirà oltre che al GSAM per il normale lavoro ad ospitare corsi di speleologia sul Marguareis e come centro di studi della flora e della fauna del massiccio e per altre numerose iniziative.

 

GESTORI CERCANSI

     Grande afflusso di speleologi durante l'estate alla Capanna Saracco-Volante. Spedizioni belghe, francesi e italiane hanno usufruito del nostro rifugio lasciandolo in ottimo stato. Tra tutti encomiabile il comportamento e l'ordine del GAS belga.

     Vista l'affluenza di speleologi nel periodo estivo, e per accrescere l'utilità della Capanna, si è pensato di mantenerla custodita ininterrottamente in luglio e agosto, con servizio di ristoro. All'uopo si cercano fin d'ora persone del Gruppo che possano essere interessate ad assumere la gestione del servizio.

     Si ricorda ai non speleologi, specie le signore, che alla Capanna Sa-

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racco-Volante in periodi di affluenza degli speleologi la loro presenza è appena sopportata, e non lo sarà più nel caso si permettano di rompere le scatole ai sottoscritti.

 

UNA TARGA ALL ' ABISSO SARACCO

     Domenica 25 luglio è stata posta all'ingresso dell'abisso Saracco una targa in ricordo di Eraldo. Ci siamo ritrovati in parecchi sabato sera alla Colla dei Signori, venuti anche da Faenza (Leoncavallo e Lusa) e da Bologna (Lelo), a discorrere sul prato guardando l'ultimo sole sul Ferà, e poi accanto al fuoco mentre cuoceva la bagna cauda, e ancora sotto il telone a cantare come in tante serate dopo le esplorazioni negli abissi del Marguareis.

 

LIBERI CIELI 1975

     E' stato pubblicato l'annuario Liberi Cieli 1975 dell'UGET. Oltre a una sintetica relazione di attività del GSP nel 1975, l'annuario contiene anche un articolo di Andrea Gobetti sulla discesa nel pozzone di 351 m dell'Hochlechenhöhle-Grosshöle (il più lungo pozzo interno del mondo), e uno di Giuliano Villa sul campo interno in Piaggia Bella dal 3 al 15 agosto dell'anno scorso. Le foto sono di Adalberto Longhetto e Giuliano Villa.

 

1500 lire sono oggi ben poca cosa. (Quasi 400 lire le spendiamo solo in buste e francobolli).

Se non avete rinnovato la quota per il 1976, non potrete più continuare a ricevere "Grotte" (vi abbiamo già inviato due numeri di troppo).

     Il numero di conto corrente postale del GSP è 2/23885.

 

 

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recensioni

     Achille Casale e Augusto Vigna Taglianti: Note su Italaphaenops dimaioi Ghidini (Coleoptera, Carabidae). Boll. Mus. Civ. St. Nat. Verona, II, 1975, pag. 293-314, 17 dis., 2 tab., (pubbl. 30 apr. 1976).

     Ecco l'attesa monografia su "uno dei più straordinari, se non del più straordinario, fra i Carabidae Trechinae fino ad oggi conosciuti, e di uno dei più rari ed interessanti Coleotteri della fauna italiana", come gli AA. si compiacciono di affermare. Sono i risultati di una ricerca durata più anni da parte degli AA. stessi.

     Viene esposta una breve storia delle ricerche, da quando l'insetto fu scoperto nella Sala Faenza della Preta nel 1963 da M. Di Maio. Un altro esemplare è stato trovato in Preta nel 1967 e poi altri due nella Spluga Carpene (uno nel 1968 e l'altro nel 1969); dopo ritrovamenti di resti e poi ancora di un esemplare forse nella grotta del Ciabattino (Ochs di Nizza), finalmente Achille ne ha catturati cinque (2 maschi e 3 femmine) nel 1974 in una grotta inedita sempre dei Lessini: con essi si è potuto procedere a studi atti a darne una precisa descrizione morfologica, a cominciare ad interpretarne i seri problemi di affinità sistematica e filogenetica nell'ambito dei Trechinae e ad avanzare ipotesi sulle modalità di vita in base all'ecologia delle grotte in cui è stato trovato.

     Riguardo alle affinità, viene stabilita l'appartenenza dell'Italaphaenops al gruppo di Trechini anisotopi, ma i suoi caratteri differenziali lo isolano del tutto degli altri generi di Trechini anisotopi alpini. Tra i caratteri distintivi, alcuni sono pochissimo specializzati e di tipo "primitivo" e altri per contro denotano un'elevatissima evoluzione cavernicola. Ciò testimonierebbe un lunghissimo isolamento geografico: il grosso Trechino è forse un relitto dell'Eocene, di insediamento persin anteriore al corrugamento del sistema alpino-himalayano.

 

M.D.

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     Orso Speleo Biellese, del G.S. Biellese CAI, n. 3, 1975.

     Anche questo, come i precedenti, si rivela un vero modello di bollettino interno: leggendolo bene ti fai un'idea di come sia strutturato un Gruppo, di chi sgobba e di chi fa il parassita, dei problemi che ci sono e delle tendenze (qualche volta opposte) volte a risolverli; hai anche uno specchio fedele di come può essere un G.S. con poca gente veramente attiva, e come sia delicato un equilibrio basato su una o poche persone che sostengono tutto e che se vengono a mancare...

     Sul N. 3 sono riportate varie notizie di attività, tra cui ci interessa in particolare il campo estivo 1975 al Mongioie fatto in collaborazione con lo S.C. Saluzzo F. Costa. Sono state trovate 38 cavità nuove; ne sono state riesplorate, ristudiate e di nuovo rilevate varie già fatte dal GSP, allo scopo di fare uno studio veramente sistematico e completo. Il severo Ferruccio Cossutta non risparmia nei nostri confronti critiche circa posizionamenti sbagliati (possibilissimi, con cartine IGM inservibi-

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li perché non attendibili). rilievi non esatti (ma quelli pubblicati su Grotte sono molto schematici), descrizioni e rilievi non pubblicati (ma non si potevano pubblicare per tutti i 135 buchi e buchetti), cavità segnate dal GSP e non ritrovate (basta cercare...), ecc. Per quanto riguarda l'abisso dei Gruppetti, esso è stato studiato molto accuratamente nella sua geomorfologia, ne sono state colorate le acque (come si prevedeva, escono alle Vene) e ne è stato rifatto il rilievo: quest'ultimo dà una profondità di 211 metri, contro 183 del rilievo GSP del 1972 (a parte qualche metro dovuto all'esplorazione di un ramo che risale più alto dell'ingresso, si tratta di 28 metri di differenza in più su 183, cioè il l5% in più: se abbiamo anche rilevato in questo modo il Bifurto, arriva a 800 metri...). Osservando il rilievo di Cossutta-Bergerone-Bova, sembra che il tratto "allungato" sia dove c'è il pozzo di 35 m, dove cioè le nostre possibilità di sbagliare per difetto erano minime, data la presenza di scalette.

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     A.C. Waltham, Le grotte. Volume formato 30x22 di 127 pag. con 144 fotocolor, della Collana Meraviglie della Natura, Ist. Geogr. De Agostini, Novara 1976, L. 6.000.

     Nel recente fiorire di libri divulgativi di speleologia, questo è senz'altro uno dei migliori, ed eccone l'edizione in italiano curata da A. Bini. Il libro è pienamente idoneo a soddisfare le prime esigenze di chi voglia farsi una cultura speleologica; i capitoli riguardano generalità sul mondo sotterraneo, la vita nelle grotte, le caverne e l'uomo, gli scienziati nelle grotte, le grotte nel mondo (un breve esame Paese per Paese), gli esploratori delle grotte (le tecniche descritte sono un po' arretrate; si parla ancora di scalette di 3 metri che pesano 1 kg...); seguono prospetti con le grotte più profonde e più lunghe (il progredire delle scoperte nuove è veloce, per cui le liste sono già sorpassate), con le grotte turistiche più importanti d'Italia, ed infine un glossario, bibliografia e indice analitico.

     Chi non è alle prime armi con la speleologia può trovare questo libro molto interessante per le belle foto a colori (144 di vari autori) e per il fatto di trattare zone carsiche e grotte di tutto il mondo. Questi pregi possono senz'altro far perdonare qualche inesattezza (anche improprietà di linguaggio, dovute forse alla traduzione), un po' di superficialità sotto l'aspetto scientifico (ma il libro, ripetiamo, non è specialistico), e varie perle come le seguenti: il biospeleologo non deve visitare le gallerie inospitali dei luoghi meno accessibili, la maggior parte degli speleologi è probabilmente rappresentata dagli archeologi (che sia così in Inghilterra?), gli speleologi si sentono completamente felici sottoterra, in alcune zone il Berger è freddo e umido, la grotta di Lourdes è spesso meta di pellegrinaggi di atei alla ricerca angosciosa di valori perenni. l'isola che ha attirato l'attenzione della maggior parte degli speleologi è Giamaica...

 

M.D.

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     Franco Pintor - La valle di Antas e la grotta S'Oghittu. Monografia di 75 pag., con 25 foto, 1 cartina, 1 rilievo f.t., a cura dello S.C. Cagliari. Ed. Sarda Fossataro, 1976. L. 2000.

     Questa pubblicazione tratta in modo più che esauriente la descrizione della piccola grotta in questione, dando un inquadramento della stessa nell'ambito della valle in cui si trova, e cioè in un insieme archeologico di importanza sempre crescente. Ricche sono le notizie riguardanti la speleogenesi e la fauna (sempre meticoloso il lavoro di Puddu); la grotta in ogni suo aspetto è poi documentata da numerose foto in bianco e nero, in molte delle quali manca però un elemento di paragone per dare l'idea delle dimensioni del soggetto, e si fa troppo spesso uso di un obiettivo di tipo grandangolare.

     Nell'assieme una grotta del genere non avrebbe avuto alcuna necessità di una pubblicazione simile (che credo sia costosissima; da notare che un quarto del numero delle pagine sono bianche, con uno spreco oggi non più ammissibile). Qualche pagina su un bollettino interno sarebbe stata sufficiente; così dà l'idea di un gruppo statico, che si siede a scrivere un libro, per una grotta di 345 m in pianta. Sembra quasi che in Sardegna non vi siano più grotte da esplorare. Anche il prezzo, essendo la pubblicazione non certo scritta per il turista, vista la sua alta specializzazione, finisce per essere un po' eccessivo per chi legge la descrizione di una piccola grotta, anche se capisco benissimo gli alti costi di pubblicazioni a stampa su carta patinata. E' meglio fare più pubblicazioni meno eleganti ma con un interesse generale maggiore. Un'ultima nota per la prefazione, in cui l'autore ringrazia uno per uno tutti gli amici del suo Gruppo che hanno lavorato a S'Oghittu e che hanno collaborato a pubblicare la monografia: son cose d'altri tempi.

 

Adalberto Longhetto

 

 

Pubblicazioni ricevute

(a cura di Giuliano Villa, come per gli ultimi bollò)

- Gruppo Grotte Debeljak - Ricerche e scoperte speleologiche negli anni 1973-74. Trieste.

- G.S. Fiorentino - Mostra fotografica speleologica itinerante, organizzata dalla Federazione Spel. Toscana. (Una pubblicazione a carattere divulgativo per le grandi masse. Unico "neo": contrariamente a quanto scritto sul titolo del fascicolo, di "fotografico" c'è ben poco.

- F. Pintor - La Valle di Antas e la grotta S'Oghittu, a cura dello Speleo Club Cagliari. 1976 {v. recensione di A. Longhetto).

 

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PERIODICI

- SPELEOLOGIA EMILIANA n. 2 1976. (Corchia: profondità 1000 metri? E' questo il titolo di un trafiletto di L. Ciò che lancia un pizzico di suspence nel mondo monotono (si fa per dire...) della speleologia: un "ignoto" gruppo del nord Italia sta operando sopra il Corchia e promette rivoluzionarie scoperte... Una curiosità infine: la "mobilette", una specie di Jumar a... motore a scoppio! Il grande sogno dello speleologo medio sta forse per avverarsi?).

- CAI 88° Convegno nazionale di Pescia - programma.

- NSS News marzo 1976 e maggio 1976

- SPELEOLOGIE "E.Racovitza" XIV 1975 (Considerazioni sull'aragonite e le eccentriche di grotta: tentativo di definire l'origine di queste formazioni. Classificazione topoclimatica delle grotte. Effetti delle variazioni di pressione sulla corrosione nei bacini carsici).

- ETNA MADONIE CAI Sez. Catania I n. 2.

- THE BULLETIN OF THE SOUTH AFRICA.

- GROTTES & GOUFFRES n. 58 1975 (Spedizione in Afghanistan).

- CAVERNES XX n. 2 1976 (Diaclasi e faglie: importanza nella speleogenesi).

- SPELUNCA n.2 1976 (Un interessante studio di P. Renault sulle concrezioni a "disco" (o a "tavolozza); in particolare l'Autore fa il punto sulle attuali conoscenze riguardanti la misteriosa origine delle "tavolozze". Segue un articolo di Guyonneau e Bordot che spezzano una lancia in favore dell'uso del flash elettronico in grotta con sincronizzazioni particolari con cellule fotoelettriche. Sempre nello stesso numero A. Grignard condanna l'uso del Gibbs che, a suo dire, è scomodo e pericoloso).

- CAI Sez. Napoli XXX n. 4.

- DER SCHLAZ n. 19 1976.

- SUBTERRA n. 66 1976 (Terminologia idrogeologica - seguito; aspetti del carsismo del Constantinois - seguito).

- ORSO SPELEO BIELLESE. III, n. 3, 1975 (v. recensione di M. Di Maio).

- S.S.I. NOTIZIARIO, VII, n. I, 1976 (Una sentenza coraggiosa per difendere dall'invasione edile la zona della grotta di Porto Badisco - Puglie).

- ATTI DEL II CONVEGNO DI SPELEOLOGIA ABRUZZESE - 9 Dic. 1973.

- BIBLIOGRAFIA SPELEOLOGICA ITALIANA 1973 - SSI - Museo di speleologia "V. Rivera".

- L'APPENNINO - Cft.I Sez. Roma n. 2 1976.

- BOLETIN DE LA SOCIEDAD VENEZOLANA DE ESPELEOLOGIA vol. 6, n. 12,1975. (In questo numero compare un primo e sintetico resoconto della spedizione polacco-venezuelana alla meseta di Sarisarinama - Bolivar, effettuata nel febbraio di quest'anno. Seguirà. nel prossimo numero, un resoconto completo della spedizione. Frattanto vengono segnalati i dislivelli delle grandi voragini nella quarzite: la più profonda tocca i 314 metri. Nello stesso numero sulle forme pseudocarsiche nel granito. Infine l'aggiornamento del catasto del Venezuela).

- SPELEOLOGIA EMILIANA n. I 1976 (La Buca di M. Pelato a -656. Un nuovo ingresso al Gortani. Infine esiste un "altro" G.S.P., il Gruppo speleologico del CAI di Padova che, tra l'altro, ha effettuato il suo terzo corso di speleologia).