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GROTTE

Anno 17, numero 55

Anno 18, numero 56

sett. 1974 - aprile 1975

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

 

     SOMMARIO

2

La parola al presidente

2

Notiziario

6

Attività di campagna

10

Il 18° Corso di speleologia

12

L'idrologia nota, probabile e possibile del Complesso di Piaggia Bella

23

Le nuove scoperte a Rio Martino

31

Impressioni sulla Preta

33

Nuovo tentativo al Gaché

35

Esercitazione a Piaggia Bella

36

Esperienze e conclusioni sulle Jumars

42

Recensioni

46

Pubblicazioni ricevute

 

 

 

REDAZIONE

Marziano DI MAIO

(resp.)

 

Giovanni BADINO

 

 

 

 

STAMPA

LITOMASTER

 

v. Sant'Antonio da Padova 12

 

 

 

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la parola al presidente

     Ci sono troppe cose che vorrei dire, ma parlerò solo di quello che mi pare il risultato più importante conseguito dal Gruppo in questo periodo.

     Alludo alla individuazione di una serie di nuove gallerie a Rio Martino, alla loro per ora parziale esplorazione, al rilevamento di un totale di circa 750 metri di grotta fino ad oggi inesplorata. La cosa che più mi sta a cuore notare è che questa operazione ha dimostrato che si possono fare esplorazioni importanti anche senza essere dei "superspeleologi". I risultati di Rio Martino sono

stati conseguiti da comuni, ma seri, speleologi e da nuovi ma attivi ex allievi del Corso di quest'anno.

     Non mi resta che augurarmi che l'attività prosegua con questo ritmo ed a questo livello.

 

Piergiorgio Doppioni

 

 

Notiziario

ASSEMBLEE DEL GSP

     il 13 dicembre 1974 si è tenuta l'Assemblea di fine anno del GSP. Si è dato relazione dell'attività svolta e del bilancio consuntivo; le relazioni sono state approvate. Si è votato per eleggere i membri effettivi e aderenti per il 1975. e per le cariche sociali. Sono risultati membri effettivi Giovanni Badino, Danilo Coral, Piergiorgio Doppioni, Uccio Garelli, Adalberto Longhetto, Marco Perello e Giuliano Villa. Gli aderenti sono 11: Aurelio Amerio, Piergiorgio Baldracco, Oliviero Danni, Massimo De Michela, Alessandro Dezman, Marziano Di Maio, Adriano Fazio, Piero Giordano, Andrea Gobetti, Giovanni Marino e Dario Pecorini. E' stato eletto presidente Piergiorgio Doppioni, che nell'esecutivo sarà coadiuvato da Badino e Longhetto (primo escluso Coral).

     Adalberto Longhetto è stato proclamato membro anziano.

     Gli incarichi delle Sezioni sono stati così stabiliti:

 

magazzino

:

Danilo Coral

 

cassa

:

Marco Perello

 

archivio

:

riconfermato Uccio Garelli

 

biblioteca

:

Giuliano Villa

 

Capanna Saracco-Volante: Adalberto Longhetto

 

bollettino Grotte: riconfermato Marziano Di Maio.

 

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     Il 20 dicembre si è poi svolta l' Assemblea d'inizio d'anno 1975, durante la quale si sono discussi i programmi presentati dalle Sezioni e si è approvato il bilancio preventivo. Le quote 1975 sono state così fissate: membri effettivi 10.000 L., aderenti 6000.

     In marzo Coral ha lasciato l'incarico del magazzino, che è stato affidato a Lorenzo Brunasso. Giovanni Marino è stato nominato responsabile del materiale subacqueo.

 

ATTIVITÀ ESPLORATIVA DI RILIEVO DEL 1974

     Il 1974 è stato, dal punto di vista esplorativo, l'anno più fecondo della storia della speleologia. I dati che riportiamo qui sotto sono solo i più rilevanti.

     In Italia il Pozzo della Neve (Matera), forzato il limite di -90 fin dove era conosciuto, scende a -693; il Comici e l'A12 (sul Canin) rispettivamente a -744 e -520 (continua). Sempre sul Canin il Picciola chiude a -460.

     Sul Marguareis i Perdus sono a -530 (vedi precedente bollettino), il Cappa -681 (ha un pozzo di 198 in vuoto che porta a -340 . Quando si doveva fare l'ultima puntata l'auto di Claude è precipitata e Claude è morto. Poco tempo dopo però il CMS Toulon ha completato l'impresa: mancavano una sessantina di metri. Sono ancora da vedere parecchie gallerie; non si dovrebbe guadagnare gran che in profondità, ma forse si chiariranno le idee su collettori e non collettori). Resta da vedere lo Straldi , in cui ci eravamo fermati a -540 su un pozzo di circa 50 m.

     Il Monte Cucco è a -922. E' stato trovato un nuovo ingresso (scavato in un prato) che con un pozzo (che è stato risalito dall'interno col ragno) porta alle sottostanti gallerie. Così questo abisso è per due metri il più profondo d'Italia: due metri che per poterli confermare dovrebbero risultare da rilievi con precisioni dell'1%, cosa lontanissima dalla realtà. Quando ci si deciderà a mettere sui rilievi il range di approssimazione?

     In Francia il Jean Bernard è a -910 (forse continua); è possibile arrivare con un ingresso superiore a -1220. Il Krakonkass è a -632; se lo si collegherà con una grotta superiore farà -900. L'Andrè Tonya scende a -950 circa. Verso i -600 c'è un pozzo di 298 m. Continua con pozzi paralleli al principale. La Grotte aux Ours sifona -520 e la Golet du Pompier fa -508.

     In Spagna: il Felix Ruiz -522, il Badalona supera i 500, la Cueva Buchaquera -416 (continua).

     In Austria: il Tantalhöhle supera i 30 km di lunghezza, il Raucherkarhöhle -723 m (17.728 m di sviluppo), il Lechnerweidhöhle -470, il Hochleckenhöhle-Grosshöhle -560 (+110, -450) con all'inter-

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no un pozzo di 370 m (valutati) disceso fino a -250.

     In Marocco il Toghobeit è a -700 (sifone).

     In Venezuela è stata discesa una verticale di 320 m.

     In Messico il Sotano del Buque scende a -504.

     E infine il Flint Ridge-Mammouth (USA) ha ora uno sviluppo di 262.750 m.

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CONGRESSI

     Nel mese di settembre 1975 si svolgerà una Tavola Rotonda franco-italiana di speleologia e di carsologia in Italia. Per informazioni rivolgersi a M.le Prèsident Paul Fenelon, 12 rue André Theuriet, 92340 Bourg la Reine (Francia).

     Dal 24 al 31 agosto 1975 si terrà a Catania un seminario sulle grotte laviche. Rivolgersi a "Settimana Speleologica '75" , CAI Sezione "Etna" via Napoli 116, 95127 Catania.

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IN LAUDE DEL 1° CORSO PER TECNICI DI SOCCORSO SPELEOLOGICO (San Vittore di Genga, 1-4 maggio 1975)

     Ci rallegriamo con gli organizzatori dello Corso per tecnici del soccorso speleologico per il meritatissimo e lusinghiero successo da loro ottenuto. I tecnici del soccorso speleologico, intervenuti numerosi sul bellissimo camping di San Vittore di Genga, hanno potuto assistere, attenti, a numerose lezioni di aggiornamento tecnico, durante le quali hanno appreso le più recenti scoperte: la "corda doppia" (sistema per scendere lungo una corda), la "scaletta" (attrezzo per salire e scendere nelle voragini), l'acqua calda, il nodo di bolina. il nodo cosiddetto "Prusik" ed altri recenti ritrovati. Da rilevare che i tecnici non sono stati disturbati da altro pensiero che imparare: al campo è stata data difatti una struttura sul tipo del ritiro spirituale; le mogli dei tecnici, come da più parti auspicato, sono state rigorosamente relegate fuori dal perimetro del camping. "L'organizzazione nulla lascia al caso"; avvertiva la circolare "Notizie utili per i partecipanti": riuscita in pieno anche in questo, salvo , forse, la perdonabile dimenticanza di fare un programma prima dell'inizio del corso; forse a causa di questo le lezioni sono divenute troppo specialistiche e ciò ha causato qualche defezione non degna d 'altra nota.

 

G.B.

 

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VARIE

     Il 16 novembre si è svolta l'annuale gita sociale speleologica dell'UGET. I 28 partecipanti sono stati accompagnati dagli speleologi del GSP alla Grotta Pollera (Finale Ligure) e sono stati molto soddisfatti della visita. Il venerdì precedente è stata organizzata in sede una serata preparatoria della gita, con proiezione di diapositive.

     Il 14 dicembre è avvenuta nella sala della Galleria d'Arte Moderna la presentazione del 17° Corso di Speleologia del GSP. La serata, organizzata in collaborazione e con l'aiuto dell'Assessorato ai Problemi della Gioventù della Città di Torino, e imperniata sulla proiezione di diapositive di grotta, ha avuto un ottimo esito non solo per l'affluenza di pubblico, e quindi per l'opera di divulgazione della speleologia, ma anche perché ha procurato un buon numero di allievi al Corso.

     E' uscito l'annuario UGET 1974 "Liberi Cieli". Esso contiene ben tre articoli speleologici, scritti da Badino (Nella Spluga della Preta) , Coral (Ritorno alla Preta) e ancora Badino (Ai Perdus -530), oltre a una relazione generale di attività del GSP nel 1974. Sono pubblicate arche foto di Robi Thöni (non citato, è sua la foto di pag. 26), di Uccio Garelli (a pag. 29; la foto, erroneamente a nome di Longhetto, è stata stampata a rovescio...) e di Adalberto Longhetto .

     Gli indirizzi dei membri effettivi e metri aderenti del GSP al 1.1.1975 sono riportati a pag. 9.

     A pag. 11 altri indirizzi utili possono essere trovati tra quelli degli allievi che hanno frequentato con profitto il 18° Corso di speleologia.

 

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Attività di campagna

28 settembre 1974. Grotta del Caudano. Marocchesi e Villa per scopi fotografici.

5-6 ottobre. Abisso Rangipur alle Carsene. Amerio, Badino e Coral hanno esplorato il nuovo meandro, molto stretto e che termina con un pozzo di 10 m a -130 circa. Negli stessi giorni Giordano e Villa hanno lavorato alla Capanna di Piaggia Bella .

13 ottobre. Abisso Jean Noir. Esercitazione di soccorso speleologico con traversata Jean Noir - Piaggia Bella. Presenti del GSP Coral e Perello.

13 ottobre. Garb del Butaù (foto al sifone) e Arma Cianca (esplorazione e foto). Partec. Longhetto, Villa e un giovane.

13 ottobre. Abisso Caracas. Badino con Follis, Avanzini e Ferro.

20 ottobre. Arma del Lupo. (Briga Alta). Scopi fotografici: Garelli, Longhetto, Marchesi, Pecorini, Villa e un allievo.

27 ottobre. Arma Pollera (Finale Ligure). Fotografie. Fazio, Giordano, Longhetto, Olimpio e Villa.

26-27-28 ottobre. Spluga della Preta (S, Anna d'Alfaedo). Discesa sino a -600 (risalita su sole corde con gibbs). Coral e Perello con Avanzini del GS CAI Bolzaneto.

26-27 ottobre. Abisso Gachè: forzato il fondo e proseguito di una ventina di metri. Partec. Badino con amici dell'ACT e CMS-Toulon.

27 ottobre. Balrna di Rio Martino (Crissolo, CN). Francesco Franco e Uccio Garelli per scopi fotografici.

3 novembre. Abisso dell'Artesinera (Frabosa Soprana). Scopi fotografici ed esplorato parzialmente un pozzo che parte da un meandro sopra l'ultimo pozzo. Partec. Coral, Doppioni, Giordano, Longhetto, Marino, Perello, Villa.

4 novembre. Grotta del Caudano. Scopi fotografici. Giordano, Longhetto e Villa.

10 novembre. Tentativo di ricoprire l'ingresso della Gola del Visconte a Piaggia Bella. Amerio e Dezman.

17 novembre. Arma Pollera (Finale Ligure). Gita sociale UGET con 28 partecipanti, accompagnati da Piera Biolino, Coral, De Laurentiis, Dezman, Fazio, Garelli, Giordano, Longhetto, Marino, Marocchesi, Perello, Olivetti, Villa.

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1 dicembre. Gola del Visconte (Briga Alta): lavori all'ingresso. Piaggia Bella: fatte foto fino -250. Badino, Coral, Doppioni, Pia, Villa.

1 dicembre. Arma. dei Grai (Ormea). Uscita fotografica e pre-corso. Partec. Armelli, Burzio, Fazio, Longhetto, Giordano, Perello.

14-15 dicembre. Spluga della Preta (S. Anna d'Alfaedo). Coral e Avanzini (GS CAI Bolzaneto) scesi sino a -630 portando i materiali per una prossima puntata sino al fondo.

15 dicembre. Grotta del Caudano. Fatte foto a scopo ecologico; partecipanti Garelli, Longhetto e Perello.

5-6 gennaio 1975. Balma di Rio Martino. Doppioni, Pia e Villa per scopi fotografici e per localizzare punti di prosecuzione.

12 gennaio. Arma del Lupo (Briga Alta). Fatte molte foto; visti alcuni cunicoli, da rilevare e da esplorare meglio; grotta in gran secca. Partec. Brunasso, Garelli, A. Gobetti, Longhetto, Pecorini e Walter.

19 gennaio. Grotta del Caudano. Prima uscita del Corso, con 38 allievi. Badino, Coral, De Laurentiis, Dezman, Doppioni, Garelli, P. Giordano, A. Gobetti, Longhetto, Marino, Marocchesi, Olivetti, Pecorini , Perello, Sonnino , Villa, più Enrico e Claudio dello SCT Asti .

26 gennaio. Pozzo Antonio (Viozene, Ormea). Foto e esercitazione su corde. Partecip. Baiardi, Brunasso, Fulgione, Gobetti, Longhetto, Villa.

2 febbraio. Balma di Rio Martino. Seconda uscita del Corso con 32 allievi. Badino, Coral, Garelli, Giordano, Gobetti, Longhetto, Marino, Pecorini, Perello e Villa, più Augusto, Enrico e Claudio di Asti. Nel pomeriggio del giorno precedente Longhetto e Marino entrati per scopi fotografici .

16 febbraio. Grotta di Bossea. Terza uscita del Corso, con 28 allievi. Badino, Brunasso, Coral, Doppioni, Garelli, Giordano , A. Gobetti, Longhetto, Marino, Perello e Villa, più Augusto, Claudio e Enrico (SCT Asti).

18 febbraio. Grotta del Pugnetto (Mezzenile). Longhetto e Piccioni a far fotografie .

22-23 febbraio. Grotta dell'Orso (Ponte di Nava, Ormea). Fotografie; esperimenti con il videotape e prove di rilievo. Burzio, Villa e Claudio F., più Claudio e Enrico dello SCT Asti.

23 febbraio. Ama Taramburla e zona adiacente (Caprauna, CN). Partec. Aigotti, Brunasso, Gobetti, Longhetto.

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2 marzo. Grotta delle Vene. Quarta uscita del Corso, con lezione di rilievo. Badino, Coral, Garelli, Gobetti, Giordano, Longhetto, Marino, Perello e Villa. La sera precedente, Brunasso e Marino sono andati a vedere la situazione al Lupo.

9 marzo. Quinta uscita del Corso, a squadre separate. Grotta Gazzano (Garessio): Doppioni e Gobetti con Arnelli, Brunasso, Fulgione, Grutteria, Pia, Erica (si è ripiegati qui perché le grandi nevicate hanno impedito di raggiungere sia l'Orso di Pamparato che i Grai). Arma Pollera (Finale L.): Villa, Giordano e Marino con Calcagno, D'Alberto, Dogliotti, Perrone e Rossetto (Villa, Marino e Dezman scesi anche al Buio Vecchio a far foto). Abisso della Scondurava (Varese): Badino, Coral e Perello con Caccia, Neirotti, Solero e Troisi, scesi con molta acqua a -240 (giorni 8 e 9). Una quarta squadra (Garelli, Longhetto, Rizzi, Amerio, Burzio, Cattelan, Guerreschi, Martinotti, Miniscalco, Rondoni) ha tentato invano di raggiungere prima l'Arma dei Grai e poi l'Arma Taramburla, ed infine ha ripiegato sulla qrotta del Caudano.

16 marzo. Balma di Rio Martino. Coral, Cattelan, Lorenzati.

19 marzo. Grotta dei Partigiani (Rossana). Longhetto, Troisi e Villa: esplorazione di un nuovo camino e disostruzione di una finestra soffiante (al di là, trovata strettoia soffiante in frana).

23 marzo. Grotta dei Partigiani (Rossana). Rilievo di un tratto della cavità: Burzio, Giordano, Grutteria, Neirotti, Pia, Villa.

28-29 marzo. Antro del Corchia (Levigliani).S cesi sino al campo base Audino, Coral e Lorenzati. Grotta in piena.

29-30-31 marzo. Balma di Rio Martino. Risalita di camini nuovi nel ramo inferiore e iniziata l'attrezzatura della Via dei Saluzzesi. Accamo, Boano, Brunasso, Burzio, Dogliotti, Doppioni, Ferrari, Giordano, Guglieri, Longhetto, Mancani, Marino, Neirotti, Pia, Rondoni, Rossetto, Scotti, Troisi, Villa .

5-6 aprile. Balma di Rio Martino. Proseguita l'attività esplorativa nel ramo inferiore. Amerio, Badino, Brunasso , Doppioni, Gobetti, Longhetto, Pia.

13 aprile. Balma di Rio Martino. Rilievo ed esplorazione di altri rami nuovi e continuata l'attrezzatura della Via dei Saluzzesi. Partecipanti: Brunasso, Neirotti, Villa, Daniela, Solero, Pia, Giordano.

24-25 aprile. Spluga della Preta (S. Anna d'Alfaedo). Coral e Avanzini (GS CAI Bolzaneto) scesi sino al Pozzo del chiodo (grossa piena).

24-25-26-27 aprile. Balma di Rio Martino. Continuazione dei lavori (esplorazione, rilievo, battute esterne, attrezzatura Via dei Saluz-

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zesi). Partec. Baiardi, Brunasso, Doppioni, Garelli, Giordano, Grutteria, Longhetto, Pia, Villa.

30 aprile, 1-2 maggio. Corso di specializzazione per soccorritori speleologi, tenuto a Jesi. Del GSP hanno partecipato Baldracco e Coral. Negli stessi giorni Coral e Baldracco con Basso, Follis, Ghibaudo e Vigna (GSAM Cuneo) sono scesi al fondo della Grotta di Monte Cucco (Costacciaro, PG).

___________________

     Indirizzi dei membri effettivi e aderenti del GSP (al 1.1.75)

Giovanni Badino, v. Principe Amedeo 48, tel. 87.87.19

Danilo Coral, v. Luini 126, 73.68.39

Piergiorgio Doppioni, v. San Donato 27, 47.30.184

Uccio Garelli, v. Mongrando 4, 37.11.39 (nuovo indirizzo)

Adalberto Longhetto, v. Ormea 41, 650.91.73

Marco Perello, v. Feletto 35, 27.09.82

Giuliano Villa, c. Traiano 24/12, 61.47.54

Aurelio Amerio, Rivoli

Piergiorgio Baldracco, Castello di Valcasotto, 0174+62431

Oliviero Danni, Pavone Canavese

Massimo De Michela, v. Fortunato 4, 75.28.83

Alessandro Dezman, v. Michelangelo 9

Marziano Di Maio, v. Lurisia 15, 38.98.08 (v. Cibrario 55, 75.12.53)

Adriano Fazio, c. Sebastopoli 259, 38.25.95

Piero Giordano, c. Unione Sov. 397, 61.09.60

Andrea Gobetti, str. Reaglie, 89.04.21

Giovanni Marino, v. Invorio 34

Dario Pecorini, c. Mediterraneo 134, 58.26.57

 

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il 18° Corso di speleologia

     Quest'anno abbiamo organizzato il Corso di Speleologia in collaborazione con l'Assessorato ai problemi della gioventù del Comune di Torino. L'aiuto dell'Assessorato è stato per noi determinante sia per l'opportunità di fare conoscere l'iniziativa con una proiezione di diapositive alla Galleria d'Arte Moderna, e sia per l'aiuto organizzativo.

     La proiezione alla Galleria d'Arte Moderna è stata preceduta da una presentazione dell'assessore, dr .Vinicio Lucci, e del presidente del CAI-UGET Lino Andreotti. Si è poi avuta una interessante nota introduttiva di uno dei fondatori del GSP, Beppe Dematteis, poi un tentativo di esprimersi del sottoscritto e finalmente la proiezione vera e propria. La serata nel complesso è riuscita bene e ci ha portato un primo numero di allievi.

     Gli iscritti al Corso sono stati 38 e la partecipazione alle prime uscite è stata notevole. Durante tutto il Corso si è avuto un soddisfacente numero di presenze sia alle lezioni teoriche che alle uscite, per il buon andamento delle quali è stato utilissimo il pullman messo a disposizione dal Comune di Torino.

     Come ultima lezione pratica era in programma una uscita a squadre separate. Gli allievi erano stati accuratamente selezionati in funzione delle difficoltà delle grotte prescelte. Purtroppo l'abbondante nevicata di sabato notte e di quasi tutta la domenica ha frustrato tutti i programmi. In alcuni casi non è stato nemmeno possibile raggiungere gli ingressi delle cavità prescelte, in altri casi le squadre hanno dovuto interrompere l'esplorazione a causa dell'eccessiva quantità di acqua presente nelle grotte. Dove si è potuto si è ripiegato su altre grotte più accessibili onde realizzare che comunque una attività speleologica. Un ringraziamento al gruppo di Garessio che ha consentito ad una delle squadre di realizzare l'interessante esplorazione della grotta di Gazzano, il cui ingresso è controllato da un cancello di ferro con lucchetto e nella quale è in fase di conclusione la difficile risalita di un magnifico pozzo concrezionato da parte degli amici di Garessio.

     Abbiamo avuto la soddisfazione di constatare che molti allievi si sono inseriti nella normale vita di gruppo, collaborando attivamente e fruttuosamente ad attività di esplorazione, rilevamento topografico dei nuovi tratti esplorati, documentazione fotografica e descrittiva delle grotte esplorate.

 

 

Piergiorgio Doppioni

 

 

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     Indirizzi degli allievi che hanno frequentato il 18° Corso di speleologia:

Natale Armonio

v. Ascoli 6

tel. 48.12.36

Daniela Amerio

v. Arnò 16

21.40.26

Aldo Arnelli

v. Venaria 99

21.53.47

Enzo Baiardi

c. Traiano 27

61.27.09

Piero Borello

v. Genova

69.624.91

Lorenzo Brunasso

v. Pomaro 8

35.35.80

Olimpio Burzio

v. Frabosa 20

63.87.70

Maria M. Calcagno

v. Stradella 22

21.685.56

Ivan Calzolari

v. Lagrange 10

54.99.18

Leonardo Caramia

c. Orbassano 224/6

39.09.98

Emilia Cattelan

v. Quart 8

79.19.67

Antonio Coccia

v. Frt. Garrone 61/26

60.34.71

Virgilio Daidone

v. Baracca 6

29.24.64

Giorgio D'Alberto

v. San Secondo 19

51.23.06

Roberto Ferrari

v. Vigliani 15/10

61.71.05

Francesca Ferrari

v. Vigliani 15/10

61.71.05

Walter Fulgione

v. Crevacuore 43

79.59.60

Pinuccia Gillio

viale 25 Aprile 152

67.76.36

Salvatore Grutteria

c. Traiano 23

61.990.85

Raffaele Maldi

v. D. Chiesa 33

24.07.52

Marco Martinotti

c. Brunelleschi, 71

70.44.06

Riccardo Martinotti

c. Racconigi 164

38.12.51

Flavio Miniscalco

v. Caraglio 75

31.04.68

Erica Morganti

v. Lanzo 71

21.77.69

Dario Neirotti

v. 1° maggio 74/34

RIVOLI 95.80.507

Carla Perrone

v. Donizetti 16

68.64.34

Erica Pia

v. Galliate 11

720.166

Franco Prima

c. Novara 10

85.76.07

Adriano Rondoni

c. Ferrucci 48

44.44.49

Riccardo Solero

C. Matteotti 44

51.11.42

Carlo.Troisi

V. Cibrario 68

75.90.94

Maria Varano

v. O. Vigliani 9

61.62.08

Ezio Vigna

v. Bologna 93 bis

27.32.81

Giorgio Viotto

c. Traiano 23

61.99.185

 

 

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andrea gobetti

l'idrologia nota, probabile e possibile

del complesso di piaggia bella

     La prima volta che discesi in Piaggia Bella fu nell'agosto del 1967, guidato dall'ormai mitico Beppe Dematteis che mi presentò il Visconte in una galleria ancora inesplorata in Salle Paris-Côte d'Azur: scendemmo in sei e ora di quelli solo più io faccio ancora lo speleologo. Ad oggi in PB ci sono tornato altre diciannove volte e sono pochi i punti della grotta che ancora non ho visto. Con queste note vorrei mettere a conoscenza di tutti, al di là della tradizione orale che si confonde sempre, quello che penso dell'idrologia di questo complesso. Tutto ciò è frutto sì della mia personale esperienza, ma anche è soprattutto delle discussioni e del confronto avuto con le teorie di chi è sceso nella "Via del Pas". Primo fra tutti Claude Fighiera di cui proprio ora si risente la dolorosa mancanza per la sua ineguagliabile capacità di teorizzare le vie ipogee e di dimostrare con l'esplorazione le sue teorie a volte ritenute folli da tutti noi. Sarebbe auspicabile di essere in grado, in capo a pochi anni, di cancellare i dubbi presenti nelle mie note e questo sarà possibile in parte con un lavoro di colorazione.

     Ma la parte più importante resta ancora una volta l'esplorazione, talvolta nelle sue forme più disperate come l'arrampicata con gli arpioni o il superamento delle fessure "alla Baldrake".

     Ma gli uomini del Marguareis che parlino italiano o francese non sono né "cavalieri" né "falchi", non dovranno inventare federazioni speleologiche per trovare lunghi sentieri sotterranei. Sono barboni e masochisti e passeranno.

 

     Come possiamo osservare dal grafico idrologico, ben 16 corsi di acqua e altre vie si buttano nel torrente principale di P.B. arrivando dall'ignoto. Essi sono:

A)

sino al Siphon Amont

 

1. Riviere du Nord

 

2. Corso d'acqua delle Gallerie sud-ovest

 

 

B)

dal siphon Aval alla Confluenza:

 

3. Piccoli affluenti di sx a monte della Confluenza

 

4. Galleria ascendente di sx da -390

 

 

C)

torrente dei Piedi Umidi:

 

5. Piedi Umidi ramo principale

 

6. A1 di P.U.

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7. Affluente A2

 

8. Affluente A3 (o del sifone)

 

9. Affluente di fronte al Caracas (A4)

 

10. Reseau dei Montoneros

 

11. Via dei due pozzoni

 

 

D)

dalla Confluenza alla cascata della Tirolese:

 

12. Via sopra il Cammello -474

 

 

E)

torrente della Tirolese (reseaux A,B,D)

 

13. (vedi oltre nel testo)

 

14. Reseau A

 

15. Reseau B

 

16. Reseau D

 

17. nella frana della Tirolese

 

 

F)

dal fondo dei pozzi (20+10) al FIN 1954

 

      (vedi oltre nel testo)

 

 

G)

dal FIN 1954 al sifone terminale

 

18. Affluente dell'Ultima Spiaggia

 

A) SINO AL SIPHON AMONT

     1. Rivière du Nord. Arriva nella frana di Jean Noir sotto il pozzo che segue il pozzo Debeljak. Estremamente misteriosa, di notevole portata, a detta del Fighiera che l'esplorò parzialmente è risalibile sino a trovare gallerie oltre la grande frana. Potrebbe convogliare parte dell'acqua a monte dell'entrata del Pas e a valle del le acque forse raccolte dal Reseau dei Montoneros. Necessaria la colorazione del B1 o pozzo del Campo, che potrebbe essere il suo principale immissario.

     l bis. Altri corsi d'acqua scorrono vicini e paralleli alla Rivière du Nord; una prossima esplorazione dovrà chiarificare un po' i problemi della zona sotto il p. Debeljak.

     2. Corso d'acqua delle Gallerie sud-ovest. Sulla destra orografica della Salle Bessone, abituale via di discesa in P.B., si trovano le Gallerie sud-ovest, che sono percorse da un piccolo corso d'acqua che si perde a -317 in prossimità della Petit Bessone. Da notarsi che non esistono affluenti di destra del torrente principale visibili sino al Cañon Torino. Questo affluente potrebbe finire nel torrente principale sotto la frana di Siphon Aval o alimentare la diffluenza verso l'Abisso Solai (v. più avanti).

 

B) DAL SIPHON AVAL ALLA CONFLUENZA

     3. Piccoli affluenti di sx a monte della Confluenza. A monte della Confluenza, lungo il torrente principale si incontrano numerose gallerie di sinistra; esse sono state esplorate dal Centre Medit. de Spéléologie che le descrive come molto intricate e alcune anche molto pericolose (Galerie Suicide...). In due di esse arriva un pic-

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Schema idrografico del Complesso di Piaggia Bella

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NOTE AL GRAFICO IDROLOGICO

     1) Trattandosi in alcuni casi (Rivière du Nord, Piedi Umidi) di torrenti già di una certa portata al momento in cui arrivano in zone esplorate, è assurdo tentare una gerarchizzazione fluviale del sistema.

     2) Per le quote di profondità ci si riferisce al rilievo Fighiera fino alla Salle Paris-Côte d'Azur; per quote più profonde a quello del Club Martel del 1953 e poi al rilievo Dematteis-Volante.§

     3) Nel rilievo Fighiera, più preciso, appare rispetto al rilievo del C.M. una correzione sui 27 metri per difetto; questo significa che la profondità totale del sistema di Piaggia Bella è verosimilmente sui 660-670 m in luogo dei dichiarati 689, anche se questo può spiacere a numerosi recordofili come me.

     4) Nel grafico non sono state minimamente rispettate le distanze tra un affluente e l'altro, né tanto meno la lunghezza dei vari rami .

     5) Non essendo mai stata fatta una misura di portata, i dati che riguardano le stesse sono presi "a occhio" e si riferiscono a visite in condizioni meteorologiche normali nel mese di agosto.

 

Legenda dei numeri del grafico

1.

Entrata del Pas m 2157

15.

Affluente A4

2.

Entrata del Jean Noir -2197

16.

Il Cammello (-474)

3.

. Rivière du Nord

17.

Rigagnolo e pozzo del 16 ag.

4.

Siphon Amont (Sala Affluenti -387)

 

1972 (-445)

5.

Siphon Aval

18.

Affl. della Tirolese -493

6.

Confluenza (-443)

19.

Reseau A ( ® -233)

7.

Torrente dei Piedi Umidi

20.

Reseau B (® -420 circa)

8.

Vari rigagnoli nelle gallerie che

21.

Reseau D

 

fiancheggiano il torrente

22.

Salle Paris-Côte d'Azur -490

9.

Affluente A1

23.

FIN '53 (-597)

10.

Affl. A2 o delle Sabbie

24.

Sifone Polla Affluente

11.

Affl. A3 o del Sifone

25.

Pozzo-cascata e torrente dell'Ultima

12.

Via dei due Pozzoni

 

Spiaggia

13.

Reseau dei Montoneros

26.

Sifone terminale -689

13 bis

Affl. di Sala B 27.

27.

Corsi d'acqua non sicuramente

affluenti in P.B.

14.

Arrivo di Caracas in P.B.

 

 

 

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colo affluente cadendo da pozzi non risaliti. Secondo l'ipotesi che Claude Fighiera formulò nel 1973, uno di questi affluenti potrebbe essere lo sbocco in PB dell'Abisso di Deneb (v. più avanti).

     4. Sempre nella stessa zona (-390) parte una galleria ascendente di sx che però, continuando a salire sino a -379, scavalca a destra il torrente principale e scende poi sino a -395 staccandosi completamente da ogni ramo conosciuto di P.B. Qui trova un corso di acqua di medio-piccola portata che a monte esce da una cascata di 10 metri e a valle si arresta con uno stretto sifone sabbioso. L'importanza di questo corso d'acqua è notevolissima: esso infatti si perde a 90 metri in linea d'aria (pardon, di roccia) e a 63 metri più in alto del torrentello che cade nella gran frana dell'abisso del Solai (v. avanti), a cui con tutta probabilità è collegato. E da dove attinge l'acqua questo affluente? Esso si trova in posizione esterna sulla linea retta che unisce l'ingresso del Pas a quello del Solai, a circa due terzi del percorso verso il Solai. Attinge nel piano del Solai quindi, non lontano dal salto del nevado Lupano che porta alla zona dei pozzi B (di Piaggia Bella). In quella zona è colorabile il B zero (v. più avanti) che mantiene una piccola circolazione idrica perenne. Un'altra ipotesi più audace ipotizza il congiungimento di questo ramo con il corso d'acqua già descritto della Galleria sud-ovest; se tale ipotesi fosse verificata sarebbe possibile trovare una via partente dalla grande frana del Pas diretta verso l'abisso del Solai.

 

C) IL TORRENTE DEI PIEDI UMIDI

     5. Piedi Umidi ramo principale. La Confluenza (tra torrente principale e Piedi Umidi) si trova quasi esattamente a metà strada della retta che unisce l'entrata dell'abisso Solai a quella dell'abisso Deneb. Questi due punti (le due entrate) sono però invisibili l'uno dall'altro, per cui tenendo invece come punti fermi le entrate dell'abisso Solai e del Caracas (il cui bricco è visibile un po' dappertutto), essa si trova a poco meno di due terzi della retta di congiunzione dalla parte del Solai, spostata di un qualche metro a ovest. Dalla Confluenza i Piedi Umidi salgono in direzione nord-ovest. All'altezza dell'affluente A2 o delle Sabbie, si passa una trentina di metri a NW dalla verticale dell'ingresso di Deneb. Continua poi ONO sino a un grande gomito a metà del quale arriva l'A3 (o affluente del Sifone). Qui procede in direzione W e dopo un cento metri NW sino a incontrare il ramo dei Montoneros; i Montoneros procedono nella stessa direzione mentre i Piedi Umidi piegano bruscamente a Nord per i 40 metri (in linea di roccia) che lo separano dal sifone. Se noi seguissimo il suo percorso all'esterno vedremmo il torrente traversare dalle balze che delimitano a nord il piano del Solai e quindi verso la grande conoide detritica del Deneb, passare qualche

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decina di metri a valle dell'abisso, continuare verso il limite sud-ovest della zona A di PB (luogo di campi carreggiati, lapiaz e faglie profonde nel calcare triassico, ma priva di grotte di una certa entità sino quasi alle pietraie che scendono dai costoni del Ballaùr), ricevere qui A3 e ridirigersi verso la valletta dei Pensieri, contornare a monte l'ingresso del Jean Noir passandone a 20 metri NO e quindi a 35 NW (questa è anche la posizione della grande verticale di 137 metri del Caracas). Si noti che i Piedi Umidi non passano mai sotto le gallerie superiori del Jean Noir, che seguono pressapoco il fondovalle esterno. Dal bivio con il Reseau dei Montoneros i Piedi Umidi vanno verso il bivio di Caracas sotto le cui pendici essi si formano. C'è quindi da presumere che la grossa parte dell'acqua del sifone provenga da tutti gli inghiottitoi del ripiano che sta dietro a Caracas e in particolare dai pozzi A15 e A16 (v. più avanti) dove la cascata che vi precipita in periodo di disgelo è colorabile dall'esterno.

     6. A1 dei Piedi Umidi. Scende a cascatella nei Piedi Umidi da un ramo superiore ancora inesplorato, di medio-piccola portata. Potrebbe prendere acqua dalla conoide vicina all'abisso di Deneb, se non dal Deneb stesso, ma l'ipotesi è meno credibile di quella precedente rispetto all'acqua di Deneb. Non esiste quindi alcun punto esterno o interno colorabile, al livello attuale delle nostre conoscenze.

     7. Affluente A2 (o delle Sabbie). Di portata minima, entra nei Piedi Umidi uscendo da un piccolo pertugio tra sabbie impermeabili compresse. Ogni ipotesi su un fenomeno idrico così minuscolo è velleitaria.

     8. Affluente A3 (o del Sifone). Di portata perenne (tra 1/4 l/sec e 5 l/sec) fu esplorato dal sottoscritto nel 1972. Meandrino basso e strettissimo in centro, dopo una ventina di metri un sifone che si supera in alto, quindi tornati nell'acqua ci si ferma dinnanzi a una lunga strettoia obliqua; sembra di intravedere una cascata al di là della fessura. Quest'acqua con ogni probabilità proviene dai grandi nevai che stanno sotto la bastionata rocciosa a circo del Ballaur, dove non si è ancora scoperta alcuna cavità profonda a causa delle grandi frane che ricoprono la zona. Possibile ma assolutamente improbabile un collegamento con i pozzi della cresta (C1) o addirittura con quelli della zona omega più vicini al Ballaur (Omega 18, 10,21).

     9. Affluente di fronte al Caracas (A4). Impraticabile, raggiunge in piena i 4 litri/sec, ma d'inverno è secco. E' curioso che sbuchi nei Piedi Umidi nello stesso punto dell'abisso di Caracas che invece è completamente asciutto in ogni suo punto.

     10. Reseau dei Montoneros. Esplorato da John Toninelli, Massimo De Michela e dal sottoscritto nel 1973, questo reseau procede per 260 metri in direzione della capanna Saracco-Volante. Il suo inizio

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(una strettoia sul ruscello che segue un'allucinante arrampicata di 12 metri firmata nel Natale 1974 da Marc Papè Patrick di Toulon e dal sempre vostro) è il punto più vicino al Colle del Pas (rocce impermeabili) di tutto il complesso di PB. Il ruscello è sempre attivo e la portata varia da 2-3 litri/sec d'inverno a 7-10 d'estate; esso risale di quasi 80 metri rispetto ai Piedi Umidi. Sul suo percorso si incontrano due pozzi ascendenti asciutti e un piccolo affluente (da 1/2 a 2 litri/sec). Io sono fermamente convinto (v. oltre) che i Montoneros siano collegati direttamente con l'abisso della Gola del Visconte, sia per la direzione pressoché identica dei due meandri, sia perché nel ramo dei Montoneros si ha una curiosissima inversione di corrente d'aria. In tutti i Piedi Umidi l'aria segue il circuito Caracas-Confluenza-Pas, per l'altitudine superiore dell'entrata di Caracas rispetto a quella del Pas. Nel ramo dei Montoneros (che sbocca nei Piedi Umidi 60 metri più avanti dell'arrivo del Caracas) invece l'aria soffia violentemente verso l'alto e risale la grotta fino a infilarsi nelle strettoie finali. L'abisso Gola del Visconte (profondità -240, scoperto da Baldracco e Doppioni nel 1973) è l'unico tra quelli con entrata superiore a quella del Pas che in estate in luogo di aspirare soffia. Questo fatto può significare la sua congiunzione con un abisso più alto (il Gaché per esempio), ipotesi avvalorata dalle più recenti scoperte, o può essere solo il frutto di qualche strano movimento (il Caracas potrebbe formare una barriera per la circolazione dell'aria) delle correnti di PB. Io propendo per la seconda ipotesi, anche se la prima è molto attraente e del massimo valore. Se essa fosse vera, potremmo verificarla buttando la fluoresceina nel Gaché a -400 (potrebbe essere un corso d'acqua diverso da quello che si trova sotto il p. 127) e sperare nel Visconte.

     11. Via dei due Pozzoni. Scorre d'estate sul fondo di questo meandro un misero filo d'acqua che è alimentato da due grandi pozzi ascendenti (espl. 1972 Di Maio, P. e A. Gobetti). Potrebbe trattarsi, date le direzioni dei meandri, dell'arrivo in PB dell'abisso Piedi Secchi scoperto nel 1973 da G. Baldracco sulla spalletta a W di Caracas subito sopra il rifugio (qui l'aria aspirata dai Piedi Secchi corre regolarmente verso i Piedi Umidi).

 

D) DALLA CONFLUENZA ALLA CASCATA DELLA TIROLESE

     12. Sopra il Cammello (-474) cade un piccolo stillicidio; nel 1972 Alain ed io risalimmo la frana sino a giungere dopo vari cunicoli sul fondo di un pozzo ascendente non altissimo ma estremamente interessante essendo la roccia tagliata da una faglia e avendo dimensioni notevoli. Potrebbe essere l'arrivo di un grande abisso asciutto della zona C-Omega (C1).

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E) TORRENTE DELLA TIROLESE E R. A, B e D

     13. A quota -493 (-521 del rilievo Creac'h) il torrente principale fa una cascata di tre metri, gettandosi nel lago della Tirolese, quindi scompare tra blocchi di frana e per ritrovarlo bisogna compiere il passaggio fossile della Salle Paris-Côte d'Azur e i susseguenti due pozzi. Nel lago della Tirolese però scende in cascata sulla sin. orografica un grande affluente (20 litri/sec in agosto), che fu risalito negli anni 1970-72 da Claude Fighiera con gli speleo del CMS Dedé Depallens, Alain Oddou, Maurice e Jean Louis, che dopo un 300 metri di difficili gallerie arrivarono alla confluenza tra due torrentelli (-453) che si spartiscono l'acqua del Reseau. Questi sono i Reseaux A e B.

     14. Reseau A. Dopo la confluenza fra i due reseau, il Reseau A sale velocemente con salti e cascate talvolta piuttosto alte, quasi sempre con letto in pietra verde impermeabile, sino a risalire dopo circa 700 metri di gallerie a quota -230 con direzione NNW. Essendo la confluenza RA-RB un 450 metri a W della Confluenza, il punto ultimo di RA si troverebbe all'incirca 900 metri a W dell'imbocco del Jean Noir, già dall'altra parte della cresta che scende da Ciamballaur rivolta verso la zona Omega (150 m a SW di C1). Questo fece pensare (data anche la stessa direzione tra RA e Omega 5) che la zona Omega e in particolare Omega 5 fosse collegata con PB; la colorazione di Omega 5 purtroppo non ha dato alcun risultato, ma l'unione tra Omega 5 (o qualche altro pozzo della zona Omega) e RA resta molto probabile.

     15. Reseau B. Il reseau B scorre invece semi-pianeggiante per una lunghezza simile a quella di RA in direzione NW, verso la cima di Ciamballaur, quindi sicuramente anch'esso "prende" l'acqua dalla zona Omega o addirittura dalle pendici della Cima delle Saline più a nord dell'area che alimenta RA.

     16. Reseau D. E' lungo pochi metri, nasce da un profondo sifone a polla e si getta sulla destra di RB un 250 metri sopra la confluenza con RA (portata 3-5 litri/sec.). E' un caso piuttosto sconcertante per cui non ho ancora potuto formulare un'ipotesi decente. Semprechè non si tratti di una perdita più alta di RB.

     17. Frana della Tirolese. Per un centinaio di metri dopo l'affluenza dei Reseaux, il torrente scorre inesplorato sotto la grande frana della Tirolese-Salle Paris-Côte d'Azur. A occhio non si nota una variazione di portata al momento della sua uscita dalla frana (che è impraticabile). Sarebbe necessaria comunque una misurazione accurata per vedere se qualche affluente entra in PB in questo punto. Con l'esplorazione si potrebbe cercare di scendere tra i grandi massi del pavimento di Paris-Côte d'Azur con qualche probabilità di successo.

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F) DAL FONDO DEI POZZI (20+10) AL FIN '54

     L'unico possibile affluente di questa zona è un piccolo sifone lungo il torrente, sotto la prima frana che si incontra dopo i pozzi; essendo però neppure un metro più alto del torrente, facilmente è alimentato da una perdita sub-alveare più alta.

 

G) DAL FIN '54 AL SIFONE TERMINALE

     In tutto il tratto sino al Cañon Torino non si incontrano affluenti che superino la dimensione di stillicidio.

     18. Affluente dell'Ultima Spiaggia. Subito dopo la seconda cascata Capello, all'inizio del Cañon Torino affluisce in PB il suo maggiore affluente. Esso è l'unico della grotta ad arrivare a destra del torrente principale. E' costituito da un sifone a polla e da una cascata (2 m) paralleli, per una portata totale di 1/3-1/2 di quella del torrente principale (30 litri/sec). La cascatella fu risalita nel dicembre 1973 da Baldracco e Gobetti che si trovarono, dopo una breve galleria ricca di grossi ciottoli fluitati, sotto una grande cascata, probabilmente molto alta (fu risalita per più di 20 metri senza intravederne la fine). A rigor di logica questo dovrebbe essere il torrente che si perde nella frana terminale dell'abisso del Solai, arricchitosi di altri apporti di corsi d'acqua ipogei che scorrono alla destra orografica della piana del Solai. L'ipotesi che anche l'acqua della zona D del Marguareis (o almeno di una sua parte) confluisca qui in PB è molto debole. In effetti, visto il bacino di raccolta di questa zona, il collettore dovrebbe avere una portata ben maggiore. Ma nel cuore del regno del Visconte nulla è da escludere.

 

ABISSI DIRETTAMENTE INTERESSATI A PB

     l. Abisso Raymondo Gaché (m 2525). Profondità 580 circa, espl. CM, GSP e CMS di Toulon e di Nizza. Grazie alle ultime scoperte dei Toulonesi (guidati dal terribile Lucien) sembrerebbe proprio che anche il Gaché finisca in PB. In precedenza infatti si era colorata l'acqua sotto il p. 127 ed essa era uscita al Pis dell'Ellero; ora invece pare che il torrente di quota -400 non sia più lo stesso e che le gallerie recentemente scoperte si dirigano verso l'abisso Gola del Visconte.

     2. Abisso Gola del Visconte (m 2200). Scoperto da Baldracco e Doppioni nel 1973, profondità 240 metri. Fu esplorato dal GSP e CMS di Nizza sino a una difficile e stretta discesa in meandro. Vi scorre quel po' d'acqua che basta per la fluorescina. Dovrebbe essere collegato col ramo dei Montoneros.

     3. Abisso dei Piedi Secchi (m 2275). Scoperto da Baldracco nel

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1973 ed esplorato da GSP e CMS, scende sino a -220 m dove si ferma per ora in fessura. E' con tutta probabilità collegato con uno dei due pozzi ascendenti della "Via dei due Pozzoni", anche se potrebbe finire al di là del sifone terminale dei Piedi Umidi.

     4. Abisso di Deneb (altit. 2250). Scoperto da Gobetti sempre nel 1973 ed esplorato sino a -220 dove Maurice dopo una terrificante strettoia si fermò sull'orlo di un pozzo valutato sui 20 metri. Dovrebbe finire in PB in un affluente all'altezza della Confluenza (è colorabile).

     5. Abisso Omega 5 (alt. 2433). Scoperto nel 1971 da Longhetto e Perello ed esplorato dal GSP e CMS. Scende sino a -220 (?) dove si infogna in una piccola fessura allagata insuperabile. Della possibile confluenza con RA si è già detto. L'acqua potrebbe anche uscire alla Sorgente della Soma, poco sopra Carnino. Questo fatto dovrebbe far rivedere tutte le precedenti ipotesi su RA ed RB.

     6. Abisso del Solai (alt. 2033). Trovato e scavato ed esplorato dal CMS nel 1972 con una ricerca capolavoro. Scende sino a -260; dopo l'ultimo pozzo (m 50) ci si ritrova in una grande sala di frana dove si uniscono tre corsi d'acqua. uno probabilmente proveniente da Piaggia Bella, un altro da un ramo attivo dello stesso Solai che si perde a -208 biforcandosi dal ramo possibile principale, e un terzo che sbuca nel Solai nel suo punto più a ovest (l'abisso del Solai scende attraversando l'omonimo piano per tutta la sua larghezza, riceve poi quest'affluente e ritorna poi nella frana terminale verso Piaggia Bella). Sarebbe utile risolvere questi interrogativi:

1)

un torrentello arriva proprio da PB? (3 l/sec);

2)

dove arriva il torrente principale? (5 l/sec; dalla parte bassa, est, zona D?);

3)

il torrente che si perde nella frana terminale del Solai è lo stesso che forma la cascata dell'Ultima Spiaggia nel Cañon Torino?

     7. A15-A16 di Piaggia Bella (alt. 2320-2325). Due grandi pozzi riempiti di neve che si trovano dietro al bricco di Caracas più o meno alla stessa altezza dell'abisso, in primavera inghiottono enormi quantità d'acqua; sono probabilmente i principali adduttori della parte "oltre sifone" dei Piedi Umidi. Nel 1971 Baldracco e Gatti scesero per circa 90 metri nell'A15 in una fessura tra ghiaccio e roccia. Sarà esplorato al più presto.

     8. C1 (alt. 2530). E' il pozzo di elevato di tutta la regione e fu scoperto da Beppe Dematteis; nel 1972 fu superato il vecchio fondo a -18, e ora la profondità è di 91 metri circa. Una frana ferma l'abisso, che se si congiungesse con PB darebbe il nuovo record italiano di profondità. Non vi è acqua per una colorazione.

     9. B1 (alt. 2200). Situato pochi metri dietro il rifugio del GSP

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e profondo 7 metri, assorbe perennemente una notevole quantità d'acqua che a parer mio finisce nella Rivière du Nord. Sarà colorato al più presto.

     10. B0 (B zero, alt. 2150?). Piccolo inghiottitoio attivo perenne sopra il salto di roccia che scende nel piano del Solai (Nevado Lupén), scoperto da Perello nel 1973, profondo 22 metri, fondo in sabbia. Sarebbe interessantissimo colorare questo inghiottitoio, ponendo fluocaptori sia in Piaggia Bella che nel Solai.

     N.B. Le altezze degli ingressi di Piaggia Bella (Voragine del Pas, abissi Jean Noir e Caracas) sono rispettivamente di 2157, 2197 e 2297 metri; il punto più basso dell'Arma del Lupo (risorgenza di Piaggia Bella) è a 1209 m (Lago Caldo e 1° e 2° laghetto).

Colorazioni già effettuate

1) Piaggia Bella ® Arma del Lupo inferiore (tempo: 6 giorni);

2) Abisso Volante (F3) ® Arma del Lupo inferiore (24 ore);

3) Abisso Gaché (torrente sotto il p. 127) ® Pis dell'Ellero;

4) Abisso Omega 5 ® ? (1972)

 

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nuove scoperte a rio martino

1.

     Quest'anno l'inverno è stato un po' maligno con noi, e quando già facevamo conto di salire al Marguareis, vale a dire Pasqua , si è messo a nevicare come non mai. A questo punto abbiamo deciso di dare corso ad un programma di esplorazioni alla Balma di Rio Martino (Crissolo), sullo spunto di osservazioni effettuate in occasione di precedenti uscite. Siamo in diversi a supporre che esista una lunga galleria fossile che ipoteticamente dovrebbe andare dal salone del Pissai sin quasi all'esterno, passando al di sopra dell'attuale ramo attivo inferiore (via turistica). Ed è con questo miraggio negli occhi che giungiamo alla grotta per un primo sopralluogo; subito ci si rende conto della enorme mole di lavoro che c'è da fare e perciò si decide di programmare il tutto in diversi settori, dall'ingresso sino al sifone terminale, e si invitano a partecipare alle future esplorazioni gli amici dello Speleo Club Tanaro CAI Asti e del Gruppo Speleologico Alpi Marittime CAI Cuneo. I primi rispondono subito con entusiasmo ed una folta partecipazione molto attiva; i secondi hanno potuto solo mandare un rappresentante, ripromettendosi una più numerosa partecipazione in futuro (cause di questa ridotta partecipazione dei Cuneesi sono stati il loro corso in via di svolgimento, il lavoro di prefabbricazione di alcune parti del costruendo rifugio alla Colla Piana sopra le Carsene, e l'improvvisa scomparsa di Alberto Morgantini, scomparsa che ci ha lasciati tutti attoniti, incapaci di accettare questa fatalità). Abbiamo deciso tutti assieme che se la nostra esplorazione avesse avuto fortuna la si sarebbe dedicata ad Alberto; ora siamo ben lungi dall'aver compiuto l'opera intrapresa, ma viste le premesse penso che ciò sia realizzabile, anche se in questo caso non gli si dedica un profondo abisso; penso che scoperte di tale interesse, in una grotta come Rio Martino, certamente la più nota in Piemonte dopo Bossea, settimanalmente percorsa da speleologi e frotte di turisti, siano degne del suo nome.

     Si pensa anche, dopo aver esaminato la situazione con alcuni membri del Soccorso Speleologico, di provvedere all'abbattimento del le scale di legno poste nella parte sopra il salone del Pissai dai Perotti non dopo il 1923. Queste scale sono ritenute estremamente pericolose perché gli assi dei ballatoi sono marci e numerosi sostegni (fili di ferro zincati, arrugginiti oltre ogni dire in corrispondenza delle piegature) sono delle vere trappole in attesa della loro vittima; però c'è anche da dire che rappresentano, con la loro presenza lì, tutta un'epoca di speleologia eroica e testimoniano la tenacia di quegli uomini che le piazzarono, decisi a raggiungere la sommità della cascata ad ogni costo. Perciò prima di procedere al-

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l'abbattimento delle scale ci siamo trovati davanti a due problemi importanti e distinti: per prima cosa l'interesse storico che esse rappresentano per la speleologia piemontese precedente al formarsi dei gruppi speleologici, e poi il fatto che a tutt'oggi quelle scale vengono percorse, con grave rischio, da numerose persone anche non molto esperte ed attrezzate, le quali ignorano l'esistenza di

una via superiore che le evita completamente, anche se questa via presenta qualche difficoltà di carattere tecnico. Per risolvere questi problemi nel migliore dei modi si è pensato di attrezzare tutta la Via dei Saluzzesi con corde fisse, in modo da ridurre al minimo il rischio di incidenti anche da parte di visitatori praticamente inesperti, purché dotati di cordino personale e di due moschettoni per autoassicurarsi alle corde fisse. Per preservare dai vandali il ramo superiore, ancora quasi intatto, non si è attrezzato con scaletta fissa il pozzetto da 10 m, in quanto si spera che chi possiede una scaletta speleologica abbia anche una certa coscienza di fondo che gli permetta di considerarsi un fortunato osservatore di rari fenomeni e non un qualsiasi predatore. Per il fattore storico-folcloristico si potrebbe invece ricorrere all'abbattimento delle scale iniziali e terminali, lasciando in sito le rimanenti con tutti i ballatoi, che andrebbero conservate ad imperituro ricordo dei loro artefici: le guide Perotti di Crissolo.

     Diamo ora relazione dell'attività svolta sinora. Quanto ora è scritto è preliminare ad una pubblicazione completa di tutti i dati sulla grotta, che verranno raccolti anche nel corso delle prossime esplorazioni, che come è logico si effettueranno nei periodi di "morta" speleologica e cioè in inverno, quando quasi tutte le altre grotte sono irraggiungibili a causa della neve.

 

Esplorazione della diramazione detta delle Sigle

     Il camino si stacca dal letto del Rio in un punto fra i capisaldi 40 e 41 del rilievo pubblicato sulla RSI, punto che credo venga chiamato sala del Pisset per un notevole arrivo d'acqua dal camino stesso. I primi sette metri di risalita (difficile: 3° e 4°) vengono superati in libera da me e Lorenzo Brunasso, poi, ormai sopra la volta della galleria verso valle, si piazza uno spit di sicura che viene fatta dalla cengia sulla sinistra orografica; si sale ancora di 2-3 m in semicerchio da sinistra a destra per raggiungere un terrazzino. L'operazione viene resa particolarmente difficile dalla presenza del fango e di appigli friabili; secondo spit per autosicura al primo e per sicura al secondo. Quindi si traversa leggermente a destra e in basso, per iniziare la risalita di due grossi condotti ascendenti anastomosati, sotto pressione e successivamente ringiovaniti da una piccola portata d'acqua che ha eroso il condotto principale con una piccola forra meandriforme, la quale facilita la

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nostra salita. Il terrazzo su cui abbiamo traversato appare come un punto di caduta d'acqua ed è costellato di pietre fluitate anche di notevoli dimensioni (40 cm di lato maggiore), alcune delle quali

siamo costretti a buttar giù per evitare futuri pericoli; 2 m più in alto sulla parete di fronte si apre un bel condotto concrezionato orizzontale, da cui giunge circa la metà dell'acqua che si precipita nel sottostante torrente con un intenso stillicidio, che in periodo di scioglimento si può trasformare addirittura in una cascatella quanto mai fastidiosa. Si decide di raggiungere questo condotto in un secondo tempo e di proseguire l'esplorazione dei condotti che ci sovrastano. Lasciamo ancora indietro un condottino parallelo a questi, il cui raggiungimento richiederebbe una delicata traversata. In breve si raggiunge una saletta che ci lascia estasiati: siamo sul fondo di un bel pozzo costellato di massi, con un laghetto dovuto all'intenso stillicidio, e con una conoide di massi fluitati serpentinosi provenienti da un meandro sulla destra; ci guardiamo attorno senza quasi credere ai nostri occhi: dalla saletta si dipartono meandri e camini, sicura promessa di altre prosecuzioni. Decidiamo di mangiare e di attrezzare la via in modo che gli amici possano raggiungerci senza difficoltà, così piazziamo una corda fissa dalla sala che prende il nome di Sala delle Sigle (perché vi apponiamo quelle dei gruppi partecipanti all'esplorazione: GSP-SCT-GSAM) sino alla cengia, con l'uso di due spit, e dalla cengia al torrente con una scala. A questo punto siamo raggiunti da Piergiorgio Doppioni e Lella Pia con del materiale; decidiamo di salire per primo il meandro caratterizzato dall'arrivo di grossi ciottoli serpentinosi arrotondati. Il meandro si biforca quasi subito, prendiamo a destra e risaliamo una serie di saltini da arretramento; la galleria originale era impostata su un giunto di strato e risale con la sua immersione. In breve siamo in una saletta con diverse diramazioni; altre gallerie parallele a quella appena percorsa ci confermano la disposizione lungo lo stesso strato, e la morfologia ricorda quella dell'Alfa 16. Mentre Lorenzo e Doppioni raggiungono una finestra alla sommità di una paretina molto friabile, io e Lella ci infiliamo in un condotto sotto pressione pensile che si immette nella saletta: è un condotto classico sotto pressione con dei riempimenti di fango molto antico compatto, spiovente in due versanti lavorati a calanchetti verso il centro del condotto, che poi una piccola riattivazione ha provveduto ad incidere con uno stretto e profondo solco, mettendo in luce diverse stratificazioni argillose. Questo condotto ha termine dopo una cinquantina di metri per occlusione di concrezioni a colata.

     Fatto ritorno alla saletta risalgo alla finestra già raggiunta dagli altri e scendo una forra costellata di massi instabili (mi diranno poi che sopra non è meglio, anzi). Scendo sino ad una stret-

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toia che inizio a disostruire, intuendo il rapporto fra questa e la prima diramazione che non abbiamo esplorato a sinistra, poi desisto per dedicarmi all'esplorazione di altri condotti ascendenti (questo collegamento verrà poi accertato e percorso da un'altra squadra capeggiata da Claudio Fantino, alcuni giorni dopo) , i quali terminano tutti alla stessa altezza per la presenza di grossi massi che intasano il giunto rendendone impossibile la prosecuzione. Sarà bene tornare con dei magri perché ho accertato movimento d'aria, una temperatura più bassa e segni di riattivazione idrica recente che ha dilavato il fango lasciando della sabbia grossolana e ghiaietto. Faccio ritorno ad accendino sino alla sala della finestra dove ci riuniamo e ci scambiamo le impressioni: Lorenzo e Piergiorgio sono

euforici, stimano di essere giunti ad almeno 70-80 metri sopra il torrente (il rilievo dirà poi essere un centinaio) e ormai molto vicino all'esterno.

     Successivamente facciamo ritorno in questo ramo per i diversi lavori che restano ancora da svolgere: Enrico e Massimo rilevano i tratti già noti, Lorenzo e Dario esplorano la via che si diparte di fronte al terrazzo cui ho già accennato in precedenza, io con Toni e Adriano faccio fotografie e dopo tutta una serie di incidenti tecnici divento idrofobo, al che decido di smettere.

     Nelle uscite successive si continua l'esplorazione e il rilievo di questo settore, ed Augusto e Claudio F. continuano a risalire il camino ascendente poco sopra la sala delle sigle. Dopo di che si è dovuto sospendere l'attività perché tutti i camini da noi esplorati erano quanto mai doviziosi d'acqua.

 

Altra attività svolta a Rio Martino

     1) Risalito un breve camino nell'avangrotta, sopra l'ingresso.

     2) Via del Torrente verso valle: vedere articolo a parte; esplorati e rilevati circa 200 m di gallerie con possibilità di ulteriori sviluppi.

     3) Secondo tratto del ramo fossile: si è rilevata la galleria già nota che si diparte dal Frate e dalla Monaca, trovando due condotti nuovi molto belli, l'uno ricco di vaschette e concrezioni cristalline subacquee, e l'altro terminante per ora con un sifoncino. In questa galleria superiore esistono ancora solo tre possibilità di prosecuzione ancora da controllare e si sono rilevati circa 150 m.

     4) Poco prima del Pisset si è salito sulla destra orografica un camino con un buon arrivo d'acqua, che continua con una strettoia bagnata, il cui superamento abbiamo rinviato a tempi migliori. Di fronte a questo camino sulla sinistra vi è un'arrampicata a gradoni, che ci ha portati all'esplorazione di alcuni condotti, parte sotto pressione e parte modificati dall'approfondimento gravitazio-

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nale, tutti però abbastanza stretti, di cui sono stati rilevati una ottantina di metri; tali condotti lasciano ancora diverse possibilità di esplorazione, particolarmente in due pozzetti ascendenti, uno dei quali molto ben concrezionato.

     5) Dopo la diramazione delle Sigle sono stati risaliti diversi camini, uno dei quali ci lascia bene sperare per una prosecuzione.

     6) Al passo delle Cassere si è raggiunto il ponte di roccia , prossimo alla volta dell'alta galleria, e dopo qualche strettoia ed un pozzetto ascendente la via continua ancora con altre strettoie. Anche qui abbiamo notato che con lo scioglimento la portata idrica si trasforma da un modesto stillicidio in una fastidiosissima cascata.

     7)Alla sala del Vescovo si è risalito tutto l'arrivo d'acqua accertando dopo non pochi esercizi di equilibrismo, che questa proviene da fessure impraticabili. Da qui si è percorsa la volta della galleria principale verso monte sino alla sua giunzione con la Via dei Saluzzesi alla sommità del pozzetto della Madonna. Questo tratto della galleria è veramente bello per gli scallops perfettamente

scolpiti da acque un tempo scorrenti sotto pressione.

     8) Sopra la sala d'alabastro resta ancora da prendere in esame un camino; poco oltre sulla destra orografica se ne è risalito un altro che è risultato impraticabile.

     9) Si è anche fatta una rapida puntata nel salone del Pissai, risalendo un buon arrivo d'acqua; abbiamo quasi superato un tetto, per cui serve ancora uno spit e si intravvede già il condotto inclinato, molto concrezionato, da cui giunge l'acqua.

     10) Il lavoro di attrezzare la Via dei Saluzzesi con corde fisse è stato svolto in prevalenza da Piero Giordano con la collaborazione di diversi, giovani e meno giovani.

     In sintesi questo lavoro è stato un'ottima esperienza per tutti i partecipanti, ci ha permesso di amalgamarci e conoscerci ed è anche stato un ottimo banco di prova, sia pure in piccolo, per quella che sarà l'attività da svolgere durante il campo a Piaggia Bella.

 

OSSERVAZIONI

     Mi vien dato di considerare ora la differenza nelle dimensioni del ramo attivo superiore al Pissai e di quello inferiore: la portata idrica attuale è approssimativamente uguale nelle due parti, salvo che nelle piene, momento in cui, come abbiamo potuto constatare quest'anno, si attivano diversi affluenti periodici nel ramo inferiore. Sino ad ora si è considerato il rio di Rio Martino il collettore di una serie di inghiottitoi sotto-morenici ubicati grosso modo sulla Comba delle Contesse (ipotesi confermata da una colora-

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zione), comunque a monte del sifone terminale. Considerando le scoperte attuali, la differenza di cubatura delle gallerie e le dimensioni della Via dei Saluzzesi (particolarmente nella parte bassa e media), mi viene da pensare al sistema di Rio Martino come ad un vero e proprio collettore ipogeo, caratterizzato lungo tutto il suo corso dalla cattura di altri torrenti, molti dei quali ormai fossili per intasamenti o per decapitazione ed ablazione glaciale dell'antico bacino di assorbimento. Molto probabilmente però, ancora durante l'ultima glaciazione questi inghiottitoi subglaciali, scaricavano nel Rio torrenti impetuosi (nella sala del Pisset, sulla volta, ho notato degli scallops contrari al normale deflusso delle acque, attestanti probabili vortici in prossimità della confluenza dei due torrenti). Così la Via dei Saluzzesi potrebbe non essere dovuta solo all'antica via di discesa del Rio Martino, peraltro intercettata dal pozzo del Pissai, pozzo non tutto dovuto all'arretramento della cascata; inoltre alcune parti di tale via sono persino più alte del torrente a monte. Per questi motivi dovremo farci scrupolo di controllare sistematicamente ogni passaggio di questa parte, onde accertare eventuali prosecuzioni, particolarmente verso l'alto, che potrebbero dare adito ad un altro sistema affluente ormai fossile, per qualche causa esposta prima od ancora a noi ignota.

 

Adalberto Longhetto

 

2.

     Al vecchio progetto di approfondire la conoscenza di Rio Martino si era finalmente posto mano all'Epifania 1975. Piazzata una piccola tenda fuori dalla grotta come campo base, nel primo giorno ci siamo soffermati (Piergiorgio Doppioni, Giuliano Villa ed io) ad ispezionare attentamente tutto il ramo inferiore fino al salone del Pissai, prendendo nota dei vari punti che potevano offrire possibilità di prosecuzione: 12 ore di lavoro, compresa una puntata nel ramo superiore.

     Torniamo a Rio Martino per cominciare le esplorazioni nei giorni 29, 30 e 31 marzo (Pasqua). Siamo una ventina: Accomo, Boano, Brunasso, Burzio, Dogliotti, Doppioni, Ferrari, Giordano, Guglieri, Longhetto, Manconi, Marino, Neirotti, Pia, Rondoni, Rossetto, Scotti, Troisi e Villa: una parte degli speleologi si dedica ad esplorare ed una parte ad attrezzare la Via dei Saluzzesi. Salgo con Piergiorgio nella nuova diramazione che porta alla sala delle Sigle; qui Adalberto e Lorenzo si sono già infognati in un cunicolo attraverso il quale procedono faticosamente a colpi di mazza. Piergiorgio si infila in una spaccatura. C'è una biforcazione da cui attraverso due poz-

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zetti sulla destra e sulla sinistra si arriva a due piccole pozze di acqua; data la strettezza dei pozzi non può vedere se oltre l'acqua si possa proseguire. C'è anche un terzo cunicolo centrale, ma attraverso di esso la prosecuzione risulta impossibile. Esce e decide che dato che non c'è da arrampicarsi, posso occuparmi io del buco, eventualmente rilevandolo. Percorro la fenditura iniziale di 8 m costellata di grosse pietre fino ad una specie di vaschetta di sabbia umida e liscia dove distesi si può anche tirare il fiato. Il pozzetto di destra si avvita su sé stesso prima di finire nell'acqua. Riesco con grandi contorsioni e ficcando la testa a bagno a portare la testa al posto dei piedi e a dare uno sguardo al laghetto. L'acqua è ferma e non si vedono vie d'uscita. Sono un po' delusa perché speravo in una prosecuzione e forse per questo decido di trovare una via a costo di aprirmela con una mazzetta. Il pozzetto di sinistra non è più fortunato del suo compagno di destra; non mi resta altro che il buco centrale. Lo esamino bene: un topo ci passerebbe uscendone però sbrindellato dato l'intersecarsi di lamine taglienti lungo il cunicolo. Tornerò il giorno dopo con la mazzetta e si vedrà. La serata passa piacevolmente attorno a un grosso fuoco provvidenzialmente acceso dagli astigiani, mentre Augusto ci racconta le sue barzellette ormai passate alla storia (ma cun 'na bela giurnà parei...). Nel cuore della notte tornano dalla loro esplorazione Adalberto, Lorenzo e Piergiorgio.

     Al mattino "freschi" (ci siamo ritrovati circondati da stalattiti di ghiaccio, per non parlare degli indumenti umidi che si erano trasformati in pezzi di stoccafisso) e riposati riprendiamo le esplorazioni. Mi viene affidato quale paladino Olimpio, che mi segue nel buco fermandosi alla vaschetta di sabbia umida, mentre io contorcendomi e martellando con la mazzetta all'altezza del viso mi dò alle opere di demolizione; per fortuna il calcare, strutturato com'è a lamine, non offre molta resistenza e, confortata da Olimpio, dopo un'ora e mezza riesco ad avere ragione del passaggio. Decidiamo che è inutile andarsi a incastrare in due, quindi procedo da sola tenendomi a portata di voce in caso di necessità. L'emozione di sentirsi soli in un posto inesplorato è fortissima ed in me vi è una duplice spinta: il desiderio di andare sempre più avanti e una forza che mi spinge a ritornare, quasi una paura dell'ignoto. Ormai non sento più la voce di Olimpio ma l'avanzata mi affascina. Un passaggio più stretto degli altri mi blocca, sarebbe necessaria nuovamente la mazzetta ma si è ormai fatto tardi. Ritorno, ora la sua voce mi guida, ad una biforcazione la sento forte sulla, destra, penso sia un'illusione acustica poiché da quella parte il passaggio mi sembra molto stretto; procedo verso sinistra, la voce si perde di nuovo, la strada non è quella, però il rumore del torrente che si fa sempre più forte mi attrae. C'è una piccola fessura: sul soffitto la roccia, ma di sotto sab-

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bia fangosa mista a grossi ciottoli. Scavo con le mani un passaggio e finalmente arrivo sul torrente. Tutti sapevamo che c'era, tutti l'avevamo sentito rumoreggiare attraverso la roccia, eppure l'emozione di vedermelo davanti è grande. Mi vengono in mente le parole degli amici speleo di lunga data: "non è necessario andare lontano per provare le emozioni di un esploratore", e la mia emozione in quel momento è veramente grande. Finalmente torno da Olimpio il quale stoicamente è rimasto 4 ore ad aspettarmi in un posto dove bisogna stare sdraiati nel fango e dove pressoché ogni movimento è vietato: io sono tutta sudata, lui sta battendo rumorosamente i denti.

     La settimana successiva parto in esplorazione con Daniela; meta il solito buco. E' la prima volta che mi ritrovo in grotta sola con una donna, e il risultato è per me molto positivo: non più l'amico esperto che ti consiglia nei momenti difficili, ti sostiene, ti protegge, ma una persona come te con le tue stesse difficoltà, le stesse paure, le stesse emozioni. E' bello averla vicino, fare nuove scoperte in sua compagnia; il cammino è sempre disagevole ma ora siamo in due ad imprecare nelle strettoie e saltano fuori imprecazioni che farebbero invidia al peggiore dei carrettieri e accapponare la pelle a Ramon. Risaliamo il torrente fino ad un sifone tutte impegnate a recuperare, con tuffi degni del miglior portiere, i miei guanti che sistematicamente vengono portati via dalla correte. La sorpresa più grande l'abbiamo scendendo il torrente, quando ci troviamo di fronte una splendida cascata di tre metri e mezzo; in proporzione ai cunicoli che ci hanno portate fin lì è imponente: l'acqua si divide in due e cade fragorosamente in un laghetto che si perde sotto un ponte. Vogliamo scendere, ma siamo senza corde e decidiamo di tornarcene prudentemente indietro.

     La settimana dopo, indovina dove si va, a Rio Martino naturalmente. Dopo lunga coda, bruciando i miei avversari in volata, riesco ad assicurarmi l'impegnatissimo Lorenzo e al mattino si parte, inutile dirlo, dentro il solito buco. Decidiamo di prendere la via di destra trascinandoci penosamente dietro un sacco da punta; sbuchiamo sotto la cascata e continuiamo lungo il torrente in discesa, scendiamo alcune cascatelle fino ad un sifone in cui si incanala il torrente stesso. La roccia circostante alterna calcare bianco compatto a roccia rossastra facilmente sgretolabile; l'effetto cromatico è buono, gli appigli molto meno poiché il calcare bianco ti resta in mano a blocchetti. Facciamo il rilievo ed usciamo, risalendo questa volta la cascata, bagnati. Fuori troviamo ad accoglierci... il deserto; infatti l'appuntamento con gli amici era per le 17 ed ormai sono le 20 passate (essi sono a Crissolo preoccupati, pare ci abbiano cercati per tutta la grotta).

 

 

Erica (Lella) Pia

 

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impressioni sulla Preta

     Ormai da un po' di anni, fin da quando entrai a far parte del gruppo, sentivo parlare della Spluga della Preta. Se ne parlava durante i rientri in macchina a Torino dopo le uscite della domenica, o meglio ancora nelle sere ai campi estivi, seduti intorno ad un tavolo con un buon bicchiere davanti e una cicca accesa. In ogni occasione al nome Preta veniva affiancato un aggettivo come terribile, secca (che non ha niente a che fare con l'umidità o le correnti di aria della grotta...), famigerata, micidiale nonché impressionante e bellissima. A sentire queste cose, oltre al desiderio di andarcivi era dentro di me anche un po' di paura, tanto che avevo perso tutte le speranze... o quasi, di poterci andare. Tutto questo un po' di tempo fa.

     Col passare degli anni tramontano anche molte leggende; e così è successo a quella della Preta, la quale ultimamente è stata quasi completamente smitizzata, specialmente per quanto riguarda le difficoltà, da numerose e sempre più veloci spedizioni. Anche il modo di descriverla è notevolmente cambiato, ma nonostante tutto ciò sono rimasti impressi dentro di me quei racconti dei "vecchi" che

vi erano stati. La cosa era da un po' di tempo caduta nel dimenticatoio, fino a quando, durante uno dei soliti viaggi in macchina verso Torino, il discorso cadde sulla Spluga della Preta.

     Danilo Coral ed io eravamo in macchina con un certo Aldo Avanzini del gruppo del Bolzaneto: un tale che avevamo incontrato per la prima volta al Corchia e che, forse per la sua riservatezza, ci era sembrato un po' antipatico. A volte giudicando affrettatamente una persona che si vede per la prima volta ci si può anche sbagliare. Infatti durante il viaggio, parlando del più e del meno (tanto per cambiare si parlava di buchi. ..), Aldo si era rivelato un buon amico e un ottimo compagno di future spedizioni. Ci raccontò che ultimamente era stato in Preta e che aveva ancora laggiù tutti i suoi materiali; alla fine ci propose di accompagnarlo di nuovo al fondo, e quindi risalire disarmando fin dove fosse stato possibile. Ci fu un rapido sguardo di intesa tra me e Danilo e quindi accettammo.

     Dopo essere più o meno riusciti a convincere il gruppo che non ci sono solo le grotte del Marguareis da esplorare, Danilo ed io partivamo in treno da Torino il pomeriggio del venerdì 26 ottobre 1974. A Verona dovevamo incontrare l'Avanzini ad aspettarci. Tutto ciò avvenne abbastanza speditamente, se non stiamo a guardare gli zainacci enormi che ci portavamo sulle spalle, i ritardi dei treni, le lunghe fermate alle stazioni, e infine l'aver dovuto girare tutta la stazione di Verona (la scena ricordava tanto Fantozzi...) prima di trovare Aldo. Fortunatamente era riuscito a recuperare una macchina,

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e quindi potevamo partire immediatamente. Raggiungiamo Fosse quando ormai è buio, mangiamo un boccone e ripartiamo. Per fortuna la scarsa neve ci permette di giungere in macchina ad appena 10-15 minuti a piedi dalla grotta. Sia io che Danilo siamo ansiosi di vedere l'ingresso, che secondo le descrizioni deve essere imponente ed impressionante.

     Purtroppo alla vecchia stalla ci aspetta una brutta sorpresa : da uno speleologo del GASV che incontriamo lassù, sappiamo che in grotta vi è già altra gente e che, al loro arrivo, il pozzo esterno era disarmato.

     Morale della favola, Avanzini aveva "perso" circa 350 m di corda Mammuth da 10 mm speleo (non oso fare il conto). Si discute, un po' incazzati, chi potrebbe aver "ritrovato" le corde smarrite, intanto ci si veste da grotta e, sempre chiacchierando, arriviamo sull'ingresso.

     La vista di quell'enorme imbuto e il sapere che avrei dovuto calarmi dentro con una semplice corda mi dà un brivido. E' solo più tardi che Danilo, attaccandosi alla corda per iniziare la discesa, mi distoglie da quei pensieri. Mentre affronto il cambio attacco, con il lumicino di Danilo 131 m sotto di me, mi vengono ancora certi pensieri, ma ormai il ghiaccio è rotto. Guardando poi dalla base quel meraviglioso pozzo, la mia prima impressione è l'estrema severità dell'ambiente in cui mi trovo, un ambiente che non permette il minimo errore, non che altre grotte lo permettano, ma in quel momento non ci pensavo. Questa mia impressione diventa sempre più una certezza procedendo nella grotta: a questo si aggiunge il fatto che non sono molto allenato sui cambi attacco, e quindi devo stare ben attento a dove metto... il moschettone! Se il mito della Preta è crollato, i pozzi e le fessure restano, non per niente su 890 m di profondità occorrono circa 800 m di corda.

     I pozzi si susseguono uno dopo l'altro, i pochi tratti in piano sono costituiti da fessure abbastanza praticabili, ma che con uno o due sacchi cominciano a diventare impestate (uscendo da una delle tante mi ritrovo con il casco in fiamme!). In certi posti, come la Sala Paradiso, dobbiamo passare trattenendo il respiro, forse a causa del calcare in putrefazione...

     Senza troppe soste arriviamo alla base del Pozzo del Chiodo a circa -580, dove ci concediamo una sosta; Aldo tira fuori il bluet da un "bulacco" (era la prima volta che sentivo quella parola) che aveva lasciato laggiù, e ci facciamo scaldare del latte. Il senso del calore l'avevo dimenticato già da una ventina di ore, e quella bevanda calda mi rimette un po' a posto. E pensare che la Preta non era neanche troppo fredda...! Guardiamo l'orologio e a malincuore decidiamo che è già ora di risalire, abbiamo impiegato forse troppo tempo ad arrivare fino lì; inoltre sappiamo che fuori non ci aspet-

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ta nessuno e quindi dobbiamo farla a piedi fino a Fosse dove le corriere per Verona sono abbastanza rare. Se restiamo in grotta ancora un po' di ore vuol dire perdere un altro giorno, quindi iniziamo la risalita. Durante la salita si svolge una scenetta divertente. Salgo io per primo il pozzo da 108 e mi fermo sul terrazzino che divide in due questo salto, perché quasi completamente senza luce. Fa freddo e perciò mi avvolgo nella coperta spaziale: facile dirlo ma non tanto farlo in un terrazzino largo meno di un metro e terribilmente inclinato. Mi cubietto ad un chiodo e resto lì ad aspettare. Arriva Danilo e, siccome è più o meno nelle mie stesse condizioni di luce, si ferma anche lui (devo ancora sapere come abbia trovato il posto), e dividiamo la coperta spaziale. Quando arriva Aldo, per

poco ricade nel pozzo sottostante dallo spavento di trovarsi davanti una massa informe di gambe, braccia, il tutto semicoperto da una coperta spaziale e appeso a 100 m da terra. All'esterno ci facciamo una grossa risata.

     Giungiamo sotto il 131 poco prima dell'alba, la luce esterna non si vede ancora. Parto io per primo, e mentre salgo vedo illuminarsi debolmente l'imbuto. Quando sono fuori è già quasi giorno fatto.

     Qualcuno ha detto che quelli che sono stati alla Preta, passeranno dalla storia alla... leggenda. Senza essere dei buffoni, io penso semplicemente che la Preta sia una esperienza da fare, sia per soddisfazione personale, sia perché penso che proprio le grotte con maggiori difficoltà contribuiscano ad avvicinare di più le persone.

 

Marco Perello

 

 

nuovo tentativo al Gachè

     Il 26 ottobre nel primo pomeriggio mi trovo ad Ormea per essere raccolto dagli amici del CMS-Toulon che vanno al Gaché. Arrivano quelli della squadra di disarmo con la notizia che la punta (Lucien del CMS, Martinez e un altro dell'ACT) sono già andati su la matti-

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na. Saliamo e riposiamo al rifugio per entrare alla sera.

     La discesa è rapida e vive nell'ansia di incontrare la punta che sale (più alto la troviamo, meno lavoro facciamo, dico io). La mia 'fagnaneria' viene punita: li incontriamo a -530, al fondo. Chiacchieriamo un po' su quello che hanno fatto: trovata una prosecuzione alla base del grande camino del fondo, fatta di strettoie che sbucano in una galleria, che sbuca a sua volta su un pozzo da 27, che sbuca sull'impraticabile: una pozza fangosa.

     Guadagnato qualcosa di inessenziale in profondità. Fine. Loro partono verso l'alto senza attenderci (in pratica però li avremo sempre sulle teste). Io risalendo faccio la prima cosa bella della nottata: il numero di risalire in arrampicata il 60 e il 25: ci riesco salvo che quasi all'uscita le lame su cui facevo equilibrismo si rompono, cadono (loro: io rimango aggrappato a lame ancora più piccole che però tengono) e danneggiano due corde. Seconda cosa divertente è vedere Martinez passare la strettoia (in salita) dei -400 , spingendosi avanti un sacco di corde, impiegando tre secondi dove noi rimaniamo a bestemmiare cinque minuti (buoni) .Terza cosa divertente (culmine della nottata) è quando arriviamo alla Sala campo base a -360 e troviamo il superiore salto da 20 m privo di corda. Uno della punta per errore l'ha recuperata e rilanciata male.

     Strano adirsi ridiamo (sul serio) alla prospettiva di attendere decine di ore lì (forse perché siamo ancora caldi e il mezzo grado sopra zero dell'aria che respiriamo ci sembra abitabilissimo; o forse perché più probabilmente siamo scemi: mah!). Quand'ecco, persa la speranza dell'altezza, il Visconte mi ispira e mi fa lanciare il "Richiamo". La coda della punta, Lucien, è ancora a metà dell'88 m superiore: ci sente (come non so) , torna giù, rifà il meandro e ci lancia la corda. Ed è l'ultima cosa notevole della discesa. A dodici ore dall'entrata, raggiunto il fondo e disarmato, usciamo.

     Alcune osservazioni tecniche. Un anno fa ero sceso con altri tre (avevamo però completamente armato e disarmato noi soli) ed avevamo impiegato 21 ore e mezza. La differenza va attribuita, oltre che alla conoscenza e all'armo fatto da un'altra squadra, anche al fatto che questa volta i sacchi son saliti sempre attaccati alla persona e non, come l'anno scorso, attaccati al fondo della corda sui pozzi più lunghi e recuperati dall'alto. Chi sale, sale rallentato dal peso (a volte due sacchi) che si porta appresso, ma a conti fatti si ha un risparmio di tempo .

     Una osservazione personale: l'anno scorso avevo i Gibbs, quest'anno le Jumars (o meglio il mio sistema Jumar petto, Gibbs superiore). I vantaggi del secondo sistema rendono il confronto improponibile.

 

Giovanni Badino

 

 

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ESERCITAZIONE DI SOCCORSO NELLA VORAGINE DI PIAGGIA BELLA

     Sabato 12 e domenica 13 ottobre si è svolta un'uscita delle squadre piemontesi e liguri del soccorso speleologico nel Complesso sotterraneo di Piaggia Bella per provare le capacità e le conoscenze tecniche dei volontari.

     Raggiunta, dopo vari disguidi e disorganizzazione notevole, la Capanna Saracco-Volante, si sono formate tre squadre la prima delle quali, costituita di 4 elementi, è entrata alle 24 di sabato nel l'ingresso del Complesso, l'Abisso Caracas, aprentesi a 2297 m slm. Si tratta di una cavità meandriforme costituita da una nutrita serie di pozzi (20, di cui il più profondo misura 120 m) intercalati da fessure assai anguste. Alla base dei pozzi (-400 m) parte una lunga ed impegnativa galleria, percorsa da un torrente e spezzata da alcuni salti, che alla profondità di 460 metri comunica con la cosiddetta "Carsena di Piaggia Bella". Gli speleologi sono scesi recuperando le corde (doppie) alla base di ogni pozzo e uscendo dalla Carsena (che è l'ingresso inferiore del sistema).

     Verso le 5 di domenica una seconda squadra. di 6 elementi, è penetrata nell'abisso Jean Noir (m 2197 slm), ingresso intermedio del complesso. Questo è costituito da una lunga e stretta galleria a forra iniziale alla quale fa seguito un insieme di pozzi (il più lungo dei quali misura 40 m). La discesa degli ultimi salti avviene sotto copioso ruscellamento (spostando gli attacchi è possibile evitarlo). Segue poi una serie di delicati passaggi in frana (pericolo di smarrirsi notevole) che a -310 m comunicano con la Carsena. Anche gli speleologi di questo gruppo hanno effettuato la discesa con il metodo della squadra del Caracas.

     Infine, una squadra di due persone è entrata nella Carsena alle 7 di domenica per congiungersi con i compagni.

     L'uscita delle tre squadre è avvenuta alle 14 circa.

     Durante le discese i componenti le sopracitate hanno steso una accurata relazione sulle difficoltà incontrate, nell'eventualità di un'operazione di soccorso in uno dei tre abissi.

     A mio avviso sarebbe più difficoltoso il trasporto di una barella in una grotta come la "Carsena" (che, pur non presentando pozzi profondi, opporrebbe serie difficoltà a causa della sequela di passaggi in frana molto stretti e bagnati e delle numerosissime arrampicate su roccia il più delle volte non buona, ove non sarebbe possibile il passamano), che non per esempio nel Jean Noir ove i pozzi sono "puliti" e piuttosto larghi.

     Del GSP hanno partecipato Giovanni Badino, Marco Perello e Danilo Coral.

 

 

Danilo Coral

 

 

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note tecniche

esperienze e conclusioni sulle jumars

     Chi ha seguito (con ovvio interesse) i nostri (plurale maiestatis) fulgidi articoli sui bollettini precedenti, sa già che chi scrive, dopo attività su Gibbs durata circa un anno e conclusasi con una ferale uscita al Nouveau, è passato alle Jumars. E ne è veramente soddisfatto.

     L'articolo precedente sui Gibbs l'avevo fatto dopo un anno di oculato uso, adesso è un anno che uso le Jumars e vorrei trarre alcune conclusioni e rendere nota la mia esperienza.

     La tecnica: uno si fissa al petto un autobloccante (Jumar appunto) e ne ha in mano un altro fissato sulla corda su cui vuole salire, superiormente all'autobloccante pettorale. Dal secondo autobloccante pende una staffa su cui lo speleologo poggia i piedi. Per salire forza sulla staffa e si spinge su con tutto il corpo: arrivato alla massima estensione, si appende all'autobloccante pettorale

liberando così la staffa dal suo peso: con le mani spinge su l'autobloccante con la staffa, facendo di nuovo forza sui piedi si spinge su e così via. E' molto più difficile spiegarlo che farlo. Il fatto fondamentale è che l'azione con cui si spinge su il corpo è fatta da entrambe le gambe insieme e non dalle gambe alterne come sui Gibbs: questo impedisce di raggiungere notevoli velocità ma permette una forza di salita molto maggiore, forza che viene utilizzata attaccandosi dei sacchi in vita e portandoli su. Inoltre si ha la possibilità di utilizzare un solo piede per la risalita mentre l'altro, se la risalita è in parete, serve ad appoggiarsi alla roccia per bilanciarsi: la risalita contro parete (o semi-contro parete) è migliore che coi Gibbs. E soprattutto le Jumars sono più pratiche. Rimando per altri dati critici ai miei articoli sui precedenti bollettini visto che non ho voglia di invecchiare scrivendo e riscrivendo paragoni fra Gibbs e Jumars. Passo subito a come le utilizzo 'ste Jumars. Va detto subito che per superare il difetto fondamentale di questi autobloccanti svizzeri (fragilità) uso una Jumar al petto e un Gibbs come autobloccante superiore di staffa. Questo perché se se ne va la Jumar io rimango appeso ad un punto di 1200 Kg , il Gibbs (tramite il cordino di autosicura che va sempre ancorato all'autobloccante superiore) .

     Vediamo di analizzare ogni singola componente del sistema di risalita, e prima di tutto la Jumar. Essendo troppo difficile rappresentarla, ho desistito dal tentare di farlo. Se non ne avete mai visto, andate in qualche negozio che le venda. Essenzialmente è una maniglia con in cima uno strozzacorde. Viene spontaneo chiedere: perchè le Jumar al petto e non un altro autobloccante? Il Gibbs non

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blocca all'istante, anzi spesso non blocca affatto, e non va assolutamente bene. Il dressler, oltre al fatto che a mio parere si inchioda troppo, è difficile metterlo e toglierlo dalla corda: questo essenzialmente perché sul petto sta molto teso, ma è difficile spiegare con chiarezza perché non vada assolutamente bene, ad ogni modo, provando si vede immediatamente perché sia inutilizzabile per la risalita. L'unico che sostituisca la Jumar è il Gibbone che, a quanto sembra, le è anche superiore, io però non l'ho mai provato e quindi parlandone direi solo scemenze. Posso solo rilevare il carico di rottura: 450 Kg contro i 250 Kg della Jumar. A descriverlo non mi ci provo nemmeno e chi l'ha visto mi comprenderà. Torniamo alla Jumar. C'è la necessità di bloccarla saldamente nei pressi del la bocca dello stomaco: è fondamentale che sia bloccata sia verso l'alto e sia verso il basso, sennò il gioco che dà causa un enorme spreco di energia. E' quindi fondamentale studiare il sistema, per eliminare i giochi: come? Prima di tutto sull'imbrago in vita. Quello che ho fatto funziona veramente bene. Sono praticamente da scartare tutti quelli in commercio, perché portano la Jumar troppo alta. Dal punto di vista di risparmio di energia, e non di comodità di riposo, l'ideale si ha quando il punto di attacco della Jumar alla corda è sul baricentro dello speleologo (un po' dietro l'ombelico). La cosa è evidentemente inattuabile. Si può però cercare di tenere la Jumar bassa e per farlo gli imbraghi in commercio non vanno bene (l'unico che va un po' bene è l'imbrago cosciale Cassin, però va modificato).

     Di quello che ho ideato potete vedere un disegno che ho fatto a prezzo di inenarrabili difficoltà. I puntini stanno ad indicare cuciture .Il punto A va a trovarsi in corrispondenza della spina dorsale. L'angolo q in realtà non è retto, ma minore: l'ho disegnato retto per comodità. Le parti F, che vengono a trovarsi sul ventre, sono l'idea fondamentale dell'imbrago. L'appoggio avviene essenzialmente su di loro, sono esse che rendono solidali e inamovibili gli anelli di ferro e i due cosciali. A proposito di anelli: sono contrario alla loro assenza (bloccaggio sul nailon come per esempio sul CASSIN) perché sono molto pratici da usare. Meno facile è trovarli (Salvatori di Perugia mi ha detto che ne ha un sacco, conviene rivolgersi a lui; le mie ricerche a Torino, Genova e Savona sono state infruttuose). E' molto importante in questo imbrago il fatto che sia delle dimensioni esatte: il contrario provoca o castrazioni o, all'opposto, fatiche incredibili per salire. La fettuccia con l'anellino in fondo è per la Jumar. L'anellino si viene a trovare sopra il cuore, quasi alla sommità della schiena. Dentro di esso passa un anello regolabile che fa: sommità della Jumar, spalla sinistra, anellino, spalla destra, sommità della Jumar. E' questo anello regolabile l'incaricato di tenere la Jumar verticale. Esso de-

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ve essere regolabile facilissimamente (è inutile regolarlo prima di appendersi alla Jumar perché poi bisognerebbe regolarlo di nuovo). E' costituito da una fettuccia larga 30 mm (tenere conto che quando si portano su i sacchi, essi si appoggiano durante l'azione su di essa) con in cima due anelli paralleli l'uno all'altro: vedere il disegno. Quando si cammina è facilissimo sganciare la Jumar e tenere la fettuccia alla gola, molto allentata, dove non dà fastidio ed è a portata di mano. Per la chiusura dell'imbrago consiglio di collegare i due anelli con un maillon rapide e di non usare moschettoni. I maillon rapide tengono moltissimo e in ogni direzione (quello da 5 mm - Castellani docet - cede a circa 1950 Kg e l'aumento di carico di rottura va col quadrato dell'aumento di diametro). Io uso quello da 10 mm. I moschettoni usati per la chiusura degli imbraghi sono, a parer mio, pericolosi perché sugli anelli vengono a lavorar male (a volte addirittura sulla barretta di apertura). La Jumar non va attaccata direttamente al maillon rapide perché, oltre a scassarsi, è vincolata a stare in posizioni strane e fastidiosissime, specie nelle strettoie. Va invece collegata tramite un anello di fettuccia che verrà fissata una volta per tutte alla Jumar. Così combinata, la Jumar uno se la attacca in vita all'ingresso e dimentica (anche nelle strettoie) di averla.

     Con questo ho esaurito, salvo dettagli, la parte che riguarda l'attrezzatura solidale con lo speleologo. C'è solo da aggiungere il solito cordino di vita che va sempre ancorato in fase di risalita al Gibbs superiore. La staffa (vedi disegno) non va fatta con cordino (elastico, scomodo, ingombrante), ma con fettuccia da 30 mm. Ci va aggiunto un gradino sopra quello principale, che viene utilizzato per uscite impestate (utilissimo). Bisogna fare in modo che (come da disegno) il piede appoggi sulla fettuccia e non nel nodo (il gradino è più comodo e facile da trovare). La lunghezza deve essere tale che con i piedi infilati nella staffa il Gibbs arrivi subito sopra la Jumar. Farla più corta non serve, più lunga riduce un po' la fatica (riduce il contorcimento) e rallenta l'andatura: ognuno veda un po' di farla come vuole e come si sente. La staffa va collegata al Gibbs tramite un moschettone che funge da impugnatura per una mano, mentre l'altra va sopra il Gibbs. Io vengo accusato di decadentismo, sperpero e innumerevoli altre cose perché sostengo che il moschettone ideale per il collegamento è un Charlet-Moser triangolare (costa una cifra folle). Ad ogni modo continuerò a sostenerlo. In effetti è di più facile impugnatura: tenere conto che bisogna aggiungerci dentro il moschettone di autosicura.

     Un'ultima cosa proprio sulla autosicura. Inizialmente facevo il fino utilizzando due cordini, uno dei quali perennemente collegato al Gibbs e l'altro volante. Nelle manovre ero così sempre ancorato ad almeno un cordino; è tuttavia una tecnica che, benché più

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sicura, ho abbandonato, perché moltiplica notevolmente il casino. C'è un momento, nelle manovre di passaggio di chiodi, che si è ancorati alla sola Jumar (quando si passa l'autosicura dal Gibbs che sta per essere staccato - per essere passato sulla corda superiore - al chiodo) basta, a parer mio, aver l'avvertenza, durante questa manovra, di scaricare la Jumar caricando la staffa: se si rompe la staffa, si rompe la Jumar e non fate in tempo ad ancorarli al chiodo, allora significa che siete proprio sfortunati e che comunque sareste morti per qualche altra causa subito dopo.

     Due ultime osservazioni: il sistema del cordino con anello fissato all'imbrago sulla schiena è per evitare di poggiare la fettuccia di sostegno della Jumar direttamente sul collo. Questa tecnica ha il grosso svantaggio difatti di caricare sul collo i sacchi durante la fase di estensione in salita. Analogo (e in maniera ancor più grave) difetto l'ha la sostituzione di una fettuccia con un potente elastico. E' una tecnica che va benissimo (Courbon usa proprio questa) finché non avete da tirare grossi carichi.

     Ultima cosa: come tenersi in tensione la corda da soli. La si prende da sotto la Jumar e la si mette fra i piedi, avanti, trattenuta dalla staffa. L'azione di estensione verso l'alto schiaccia l'uno contro l'altro i piedi che strozzano la corda.

     Chiudo ricordando una ennesima volta che con queste tecniche non sono ammessi errori. Prudenza!

 

Giovanni Badino

 

 

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Recensioni

     Giuseppe Novelli e Roberto Roncagliolo - Impiego di sola corda nella esplorazione sotterranea -32 pag., di cui 9 di disegni, Genova, 1974.

     Riteniamo molto pregevole questa pubblicazione del GS CAI Bolzaneto, di cui riportiamo il giudizio tecnico di G. Badino. Dopo considerazioni introduttive sul rapporto tra alpinismo e speleologia sportiva e sulla storia dell'adozione delle moderne, tecniche, viene descritta l'attrezzatura moderna per risalire; sono enumerati gli inconvenienti delle varie tecniche, relativi al tipo di corde, al tipo di attacco della corda, alla progressione della discesa in considerazione della risalita, ai limiti di sicurezza dei vari attrezzi, alle avarie durante l'uso ed infine al costo degli attrezzi. Sono riportati i risultati ottenuti in Italia dopo le prime esperienze, relativi a cinque cavità (Antro del Corchia, abissi di Roncobello, Ribaldone, Loubens e Anou Boussouil), con comparazione di vecchi sistemi con i nuovi. Seguono infine considerazioni sulla preparazione tecnica singola (usando la sola fune) e sull'eventuale soccorso. Lo stile vivo rende la lettura interessante persino al profano, malgrado l'argomento strettamente tecnico; le descrizioni sono accompagnate da disegni molto chiari, opera paziente (come le foto) di Novelli.

     Questa pubblicazione di Roncagliolo e Novelli affronta con un quadro generale il problema della risalita su corda. Dopo una introduzione storica piuttosto accurata si passano in rassegna le attuali tecniche di avanzata con una visione della risalita coi dressler, con le Jumars (in verità in maniera carente), col Gibbone e coi Gibbs. La cosa migliore è certo la documentazione coi disegni che chiarisce in maniera decisiva il discorso: per considerare lo sforzo fatto si pensi che ce ne sono 56 tutti molto curati dal paziente Novelli. Particolarmente bello quello, a colori, di scuola michelangiolesca, che rappresenta uno speleologo che precipita nell'abisso coprendosi un occhio con una mano ed osservando l'orrore (una Jumar) con l'altro, mentre uno speleologo conservatore sotto forma di demone lo tira per le gambe verso la profondità. Inoltre molta parte della pubblicazione è dedicata al problema della sicurezza: e questo è molto meritorio perché non se ne parlerà mai a sufficienza.

     Di questa pubblicazione in bene se ne può parlare a lungo e inutilmente visto che osannando non si aggiunge niente a ciò che si osanna. Visto che sono impestato passo senz'altro a criticare. Rilevo l'impressione generale che si consigli di fare gli attacchi e i frazionamenti con particolare riguardo allo speleologo che li dovrà

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usare: non sono assolutamente d'accordo. La comodità d'uso è la cosa meno importante. Può capitare (e in generale partendo da un terrazzino capita) che il punto migliore di frazionamento sia in un punto di difficile accesso: pazienza; ciò significa solo che chi dovrà uscire da quel chiodo sputerà un po' di sangue ed eventualmente volerà un paio di volte sul suo cordino di autosicura: questo è assolutamente marginale rispetto alla necessità che la corda non tocchi. E' bene ricordare che, proprio per le difficoltà che danno coi frazionamenti, i terrazzini sono da evitare: non si deve far conto sulle asperità della roccia per salire o riposare, ma solo sulla corda. Inoltre rilevo che frazionare, come i disegni suggeriscono, con due chiodi, è inutile. Se l'attacco principale è sicuro (come è sempre sennò non sareste scesi) un solo chiodo è sufficiente. Con queste osservazioni emerge un sistematico errore dei disegni: quello di far partire la corda sul chiodo interno. A parer mio la corda deve essere sempre piazzata in partenza sul chiodo più esterno dove passa lontano dal terrazzino. Chiarisco criticando la figura 34 che viene definita "buono". La corda tocca per il fatto di essere attaccata al chiodo più vicino allo speleologo: andava ancorata a quello più esterno. Il chiodo più interno andava fissato più all'interno per permettere innanzitutto il fissaggio in posizione sicura e, soprattutto, permettere allo speleologo in uscita di utilizzare un mancorrente che lo porti al sicuro. Il chiodo cioè per me doveva essere piazzato circa a metà strada fra dove è messo e la testa dello speleologo (continuo a riferirmi al disegno 34). Quello esterno andava ancora avanti e in basso (per evitare, nel caso di cedimento, uno strappo eccessivo al chiodo interno), cioè all'incirca dove, nel disegno, compare il capo visibile della corda (appena sopra il terrazzo). Per piantarlo avrei fatto uso della sicura fornitami dal chiodo interno ed eventualmente dalla stalagmite, dopo essermi già messo sul discensore ed aver iniziato i primi 50 cm di discesa. Ribadisco che il fatto che così l'uscita sia più difficile non mi fa né caldo né freddo: al massimo impiego 30 secondi od una acrobazia in più; l'importante è non accopparsi come invece accade con la corda piazzata come in figura 34. E, per finire i commenti cattivi sulle figure, non vedo con molta simpatia il nodo destro di figura 33 né la tecnica di tirar su un sacco tenendosi tesa la corda come in figura 36: a quel modo la corda si attorciglia e si fa una fatica boia. E' meglio legare direttamente il sacco alla corda (dopo che ci si è saliti sopra) e poi tirarlo su dall'alto. E per finire leggo al punto c) del testo che ci si può permettere di non frazionare se la corda aderisce leggermente alla roccia: posso essere d'accordo su un pozzo breve, cioè tanto per dire 20 metri (ed è già tanto) ma non concordo assolutamente con gli amici genovesi col fatto che a volte... anche su un pozzo lungo ....

     Basta così. Novelli e Roncagliolo hanno fatto un buon lavoro con

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questa pubblicazione che ha, fra l'altro, il merito di essere la prima completa che esce in Italia: per questo le imperfezioni sono scusabili, come sono scusabile io che le rilevo. E, Novelli, spero mi perdonerai se c'è un punto, più sopra, in cui ho ceduto alla tentazione di prenderti in giro.

 

G. Badino

 

 

     Lo Speleo Club Tanaro di Asti presenta il suo primo NOTIZIARIO per l'anno 1974. In esso si può leggere una breve cronistoria del Gruppo e dell'attività svolta. Vi sono altri due articoli di notevole interesse, in quanto trattano di nuove esplorazioni. Il primo è "La Bonvini", grotta già nota come Garbo delle Conche ed esplorata solo per un breve tratto; ora, grazie ad una serie di esplorazioni dello SCT prosegue con una serie di cascate a risalire, sino a quella che ha momentaneamente interrotto l'esplorazione. Vista la notevole prosecuzione, è stato intendimento dello SCT dedicarla allo scomparso speleologo solitario di Ormea Walter Bonvini (1). Questo articolo è corredato da un rilievo. Il secondo articolo tratta del "Rangipur", un'esplorazione fatta in collaborazione con noi, durante il campo estivo alle Carsene.

     Tutti coloro che fossero interessati a ricevere il Notiziario, o a fare scambio con altri periodici, possono mettersi in contatto con lo SCT (viale della Vittoria 50, ASTI). Un augurio di cuore a tutto il gruppo che continui questa pubblicazione, viste anche le numerose novità che ha da comunicare.

 

A. Longhetto

 

 

     G. Rossi Osmida. Le caverne e l'uomo. Longanesi & C. Edit, Milano, 1974.

     L'autore illustra in forma scorrevole e chiara l'evoluzione dei rapporti tra l'uomo e il mistero del mondo sotterraneo che anticamente fu fonte di miti e leggende, e in seguito, ad iniziare da

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(1) Ndr: perché ribattezzare, e con un nome di persona, una grotta che da tempo ha una sua denominazione? Anche a Garessio, vorrebbero cambiar nome alla grotta Gazzano. Ma Garbo delle Conche e grotta Gazzano sono ormai dei toponimi, consacrati dall'uso e registrati sul Catasto, che non possono essere cambiati a piacimento. Se si vuole dedicare uno cavità a qualcuno, non manca certo l'occasione scegliendo una grotta tra le decine e decine senza nome (anche abissi profondi) che vengono ora contraddistinte solo da lettere e numeri.

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Leonardo da Vinci, fu visto più obiettivamente con "l'occhio dello scienziato", fino a giungere ai tempi di E. A. Martel, considerato il padre della moderna speleologia.

     L'opera è illustrata con belle foto a colori e interessanti documentazioni storiche riguardanti i pionieri dell'esplorazione del mondo sotterraneo; è però carente di fronte alle descrizioni delle tecniche speleologiche moderne (in particolare i capitoli riguardanti i vari attrezzi per discesa e risalita di pozzi, e la fotografia speleologica) che d'altra parte esulano un po' dal programma che si è prefisso l'autore.

 

G. Villa

 

 

AGGIORNAMENTO DELLA BIBLIOGRAFIA ANALITICA DELLA

SPELEOLOGIA DEL PIEMONTE

     Dato l'interesse col quale era stata accolta a suo tempo la opera di G. Dematteis e C. Lanza "Speleologia del Piemonte - Bibliografia analitica" (RSI, Como 1961), e data l'indubbia utilità che presenta per lo speleologo che si appresti a fare uno studio su una determinata cavità o zona carsica del Piemonte e Valle d'Aosta, abbiamo ritenuto utile iniziare un lavoro di aggiornamento (dal gennaio 1960 al dicembre 1974) che completi il lavoro di Dematteis e Lanza, seguendo lo stesso schema precedentemente adottato.

     Poiché la mole del lavoro da svolgere è veramente ingente, chiediamo a quanti ne fossero al corrente, di segnalarci, compilando le apposite schede allegate al presente numero di GROTTE in ogni loro parte, articoli e pubblicazioni di ogni genere riguardanti le grotte e le zone carsiche del Piemonte e Valle d'Aosta (dal gennaio 1960 al dicembre 1974), con esclusione di notizie riportate sui quotidiani e pubblicitarie.

     Ringraziamo per l'eventuale graditissima collaborazione.

 

G. Villa

 

 

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Pubblicazioni ricevute

(a cura di Giuliano Villa)

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Iuretig L. - La grotta di M. Cucco (nota preliminare) ; dati raccolti durante l'esplorazione del luglio '71 (Atti XI Congr. Naz. Speleologia - Genova '72).

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Iuretig L.- Osservazione sulla presenza di caratteri senili e giovanili contemporaneamente in una stessa cavità (Atti XI Congr . Naz. Speleologia - Genova '72).

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Cancian G. - La morfologia carsica epigea nel Monfalconese (da "Escursionismo' - XXV-2, Aprile-giugno '74).

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Castellani L.- Spedizione italo polacca alla Spluga della Preta.

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Jennings J. M.- Karst - (Australian National University press - Camberra 1971).

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Casale A.- Sistematica e corologia di alcuni Bathysciinae.

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Calandri G.- Lo stato attuale delle ricerche speleologiche nella provincia di Imperia.

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Calandri G. - Terminologia dialettale speleologica della provincia di Imperia.

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Calandri G. - Attività del Gruppo Speleologico imperiese del CAI nel 1971.

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Miotke D. - Carbon dioxide and the soil atmosphere (1974).

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Massa B. - La Foca Monaca (Monachus monachus herm.) esiste ancora in Sicilia (Atti Soc. It. Sc. Nat. e Museo Civ. St. Nat. Milano 113 (4) 385-390 -15/XII/72. L'Autore riferisce di alcune osservazioni che lo hanno portato alla scoperta di un esiguo branco e di alcune segnalazioni sulla presenza di qualche esemplare.

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Strasser C. - Diplopodi raccolti in alcune grotte dell'Abruzzo (Estr. Boll. Soc. Adriatica di Scienze - Trieste, vol. LIII, 1965, II nuova serie, parte seconda).

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Tavagnutti M. - Esplorazioni del Gruppo Speleologico "L. V. Bertarelli" CAI di Gorizia nelle zone carsiche del M. Canin (Alpi Giulie). Estr. da "Rassegna Speleologica Italiana", fasc. 4, Nov. 72.

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Calandri G. - Grotte della provincia di Imperia (Elenco catastale dal n. 572 al 751) - 1972.

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Assorgia A., Biondi P.P. , Morisi A. - Aspetti geomorfologici nel Supramonte di Urzulei (Estr. da "Rassegna Speleologica Italiana", anno XXV, 1-4).

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Bentivoglio A., Leoncavallo G. - La grotta di Castel di Lepre - Marsiconuovo - (Potenza). (Estr. da Rassegna Speleologica Italiana, anno XXV, fasc. 1-4, gen.-dic. '73).

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Bentini L. - Manufatti preistorici litici ed in osso rinvenuti in Romagna. Estr. da Studi Romagnoli, XXI, 1970.

 

 

PERIODICI

- Grottan - settembre 1974

- Società Adriatica delle Scienze - Incontri di speleologia.

- Le Alpi Apuane - CAI Sez. di Lucca. Ottobre 1974.

- Atti del Convegno Nazionale della Delegazione speleologica .(CAI-CNSA) .

- Caves & Karst (vol. XVIII, n.3)

- NSS NEWS (agosto, sett. e dic. 1974)

- Speleologia Emiliana (lug.-ott. 1974)

- BCRA Bullettin (nov. 1974 e febb. 1975)

- KRAS (1961-62; 1957-58; 1959-60)

- Speleologia Sarda (mar. 1974)

- Descent (nov. 1974)

- Annales de Spéléologie (1974 - 29,3)

- Caves & Karst (15 m. 1. 1973)

- Espeleoleg ere (19, 20/1974)

- Speleo flash (gen.lug.sett.ott. 74)

- DELTION (apr.-sett. 1974) (ott.-dic. 74)

- Der Schlaz (dic. 74, mar. 74, dic. 73, lug. 73)

- FFS - Suppl. a "Spelunca" (n. 16- nov. 74)

- Speleos (n. 75 - 1° semestre 74)

- Speleo Holland (1974)

- Sottoterra - Gruppo Speleologico Bolognese (agosto 1974)

- Speleologia Veronese - La Spluga della Preta (feb. 75 n. 5)

- SSI Notiziario 1974 (sett.ottob.nov.dic.)

- Speleologia (Varsavia - Tom Wili n. 1-1974)

-

Bollettino della Stazione meteorologica di Borgo Grotta Gigante (Trieste) Tommasini T. - Osservazioni meteoriche nel 1974 - (Trieste 1975)

- Pro Natura Torino - Notiziario (mar.apr.1975)

- NSS BULL (vol. 36: n. 3 e 4; vol. 37 n. 1, genn. 1975)

- 5° Int. Stuttgard Kongress fur Spelaeologie 1969 Bd I e Bd 2

- Nuova Speleologia - Notiziario dell'Associazione Speleologica Romana (ott. 1974 - anno I)

- Boll. Soc. Venezolana espeleologia - Espeleologiafisica (apr.74)

- CAI Napoli - Notiziario sezionale (anno XXIX n. I, gen. 75)

- Il Carso - Gruppo Speleologico "L.V. Bertarelli" CAI Gorizia (anno V n. 1 mag. 74, n. 2 dic. 74).

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- Le Petit Minou (n.57)

- Annales de Speléologie (1974 tome 29 fasc. 4)

- Electron - Grupo juvenil Spelunca (n. 2)

- Nase Jame (n.16 giu. 74)

- Spelunca (n. 4 1974)

- Subterra - Equipe Spéléo de Bruxellex (n. 59)

- Atti del II Congresso della federazione speleologica Toscana. Pietrasanta, 21 gen. 73.

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Boletin de la sociedad Venezolana de Espeleologia (vol. 5 n. 1 - Caracas apr. 74. Comprende il catasto speleologico del Venezuela e la quarta parte di un interessante studio sulle forme carsiche a cura di Szczerban e F. Urbani, in particolare sulla formazione di imponenti complessi sotterranei in rocce quarzitiche del Precambriano inferiore nelle regioni a clima tropicale.

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El Guacharo - Soc. Venezolana de Espeleologia ( vol. 7 n. 1 74). In particolare, articoli sulla riproduzione in bianco-nero di diapositive, sull'origine delle stalagmiti concentriche e sull'istoplasmosi.

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Notiziario speleologico Ligure (anno. X-XI numero unico) del Gruppo Speleologico Ligure "A. Issel".

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Bollettino del Gruppo Speleologico Imperiese del CAI 1974. Da sottolineare un aggiornamento catastale sulle grotte in val Tanarello uno studio sul fabbisogno calorico dell'organismo umano in grotta, e il punto sulle ricerche nella località del M. Conoia (Viozene - CN).

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Verband Deutscher Höhlen und Karstforscher - MITTEILUNGEN - 18, 2, dic. 1972. Datazione con il C14. Elenco delle maggiori cavità nel gesso del mondo: in Piemonte ci sarebbe un pozzo di 200 metri. 19, 1-2, apr. 1973. Grotte in Islanda. L'archivio tedesco per la datazione delle concrezioni.

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Cave Research Associates - CAVES AND KARST - 14, 6, nov-dic. 1972. 15, 1 gen-feb 1973. Studio della subsidenza in Puerto Rico.

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British Speleological Association - CAVE SCIENCE - 52, nov 1973. Risultati della spedizione 1972 sulle Ande peruviane.

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Grupo de investigacion espel., Comision nac. de espeleologia -SPELAION - 1, 2, lug 1972. Nuova rivista, edita in Messico, e come in tutte le nuove riviste i primi argomenti trattati sono i più importanti o caratteristici della speleologia: acque freatiche, istoplasmosi, topografia (con inesattezze ed errori), dizionario speleologico, catasto.