Copertina

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GROTTE

anno 51, n° 150

luglio - dicembre 2008

Gruppo Speleologico Piemontese CAl - UGET

Sommario

Notizie dal Gruppo

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La parola al presidente

A. Gabutti

  3

Notiziario

a cura di AA.VV.

  6

Attività di campagna

a cura di S. Filonzi

  7

Capanna 2008: diario di campo

a cura di T. Pasquini

11

Chiusetta - Diario del campo...

a cura di S. Filonzi

Esplorazioni, documentazioni

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Le nuove esplorazioni in P.B.

T. Biondi & E. Massa

24

50 anni di campi GSP: il primo alla Chiusetta

E. D'Acunzo

27

Ritorno alle Mistral

U. Lovera

29

PPS: Pippi paga sempre

M. Marovino

34

I Tumpi

U. Lovera

35

Volano i Cinghiali?

U. Lovera

36

Due grotticelle in quel di Villadeati (AL)

P. Arietti & G. Villa

Scienza e iniziative culturali o quasi

38

I gessi nel mondo

P. Forti

42

Una settimana in Bosnia

U. Lovera

45

Il setaccio delle grotte

G. Badino

47

S.M. Leuca 2007 - Stage CNSAS Speleosub

A. Eusebio




Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n°4 di luglio-agosto 2009
Spedizione in A.P. TORINO, comma 20c, art.2, Legge 662/96
Direttore Responsabile: Alberto Riccadonna (autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13/10/1973)
Stampa: La Grafica Nuova, Via Somalia 108/32, Torino
Redazione: Marziano Di Maio, Sara Filonzi, Attilio Eusebio, Uberto Lovera, Luisa Musiari, Laura Ochner, Alberto Gabutti
Fotografie di:T. Biondi, G. Carrieri, A.Eusebio, T. Fighiera, P. Forti, U. Lovera, E. Massa, B. Vigna
Foto di copertina:elaborazione di Deborah Alterisio

GSP su Internet: HTTP://WWW.GSPTORINO.IT
Email: INFO@GSPTORINO.IT- Conto Corrente Postale 21691100

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Parola al Presidente

      Come al solito scrivo la Parola al Presidente con parecchi mesi di ritardo. Dovrei scrivere del secondo semestre 2008 facendo una fotografia dello stato di salute del gruppo, senza conoscere il futuro che in realtà fa oramai parte del passato.

      Sicuramente il 2008 è stato l'anno della consapevolezza: abbiamo finalmente capito di aver superato il rischio estinzione perché il rischio e' diventato certezza. Dopo un 2007 dedicato a trovare scuse per defilarsi, il 2008 è stato splendidamente vuoto e privo di forme di vita di gruppo degne di tale nome.

      L'unica nota positiva è che in tutto questo sfacelo si è creato uno zoccolo duro di irriducibili, gente che proprio non riesce ad accettare l'estinzione. All'inizio sembrava il solito rigurgito di nostalgia, 6-7 persone alcune anche anzianotte che osavano interrompere ozio e apatia, insomma gente da non prendere sul serio e, se possibile, ignorare.

      Ora lo so, e voi lo saprete forse tra un anno leggendo il prossimo bollettino o prima se vi degnerete di passare in galleria, questi irriducibili hanno iniziato nel 2008 a tessere le loro perverse trame per cercare di riportare in vita un agonizzante senza famiglia ed eredi.

      Questi visionari hanno capito che l'unico modo per riemergere era "aprirsi" al mondo esterno e cercare di riprendere a fare quello che il GSP ha sempre saputo fare: proporre obiettivi esplorativi ed essere catalizzatore per chi ha voglia di muoversi ed esplorare. Cosa questa non banale, vista la situazione contingente che vedeva la maggioranza del gruppo assolutamente apatica o al massimo osservatrice silenziosa. Far ritornare l'entusiasmo a chi si sente legittimato a stare fuori dalle dinamiche di gruppo, non è cosa facile.

      Il campo 2008 è stato un timido inizio. Sulla carta si trattava di un campo congiunto con il GSI, l'obiettivo era il fondo di PB-La Bassa. Obiettivo troppo ambizioso per poter superare di un solo colpo le competenze territoriali e il calendario ha visto più un'alternanza dei due gruppi che una vera e propria sovrapposizione.

      Non per nulla i risultati esplorativi migliori del 2008 si sono ottenuti "fuori" dal campo, in zona capanna dove ha funzionato il meccanismo del catalizzatore, in questo caso nella persona dell'evergreen Gobetti. Se hai una buona idea esplorativa, la gente arriva e così i risultati, vedi le Popongo che non sono attività di un gruppo ma di chi c'era.

      Guardando al futuro come passato, vi posso garantire che la lotta per la sopravvivenza non si è fermata ma è continuata ottenendo anche qualche parziale successo. Un piccolo esempio è questo bollettino, che pur in ritardo riesce a stare sotto l'anno, cosa non da poco visti i tempi.

      Quando leggerete queste pagine altre cose saranno successe e per conoscerle avete due alternative: o aspettare un altro annetto e leggere il prossimo bollettino o salire gli scalini della galleria e varcare la porta. Lo so, questa è una decisione difficile e faticosa, ma a volte doverosa.

Alberto Gabutti

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Notiziario

      Riproduzioni

      Incurante degli effetti devastanti della crisi economica la speleologia torinese continua a riprodursi. Pierangelo Terranova e Samanta Favre hanno costruito Flor. Per sfuggire alla suddetta crisi hanno scelto l'India, nella quale tra una ventina di anni, potranno accogliere, vittime del crollo della "cultura" occidentale gli altri pargoli testé giunti tra noi.

      A maggio è seguito Mattia, figlio di Nicola Milanese e Luisa Musiari.

      A ruota è giunto Filippo, confezionato da Sarona Filonzi e Simone Turello.

      Attendiamo con rassegnazione l'ennesimo prodotto di Igor Cicconetti e Chiara Giovannozzi, previsto per luglio.

      Cineclub alla Colla dei Signori

      Franckestein Junior proiettato su una grigia parete calcarea (Malm per la precisione), non si era ancora visto, nel cuore dell'estate marguareisiana. L'evento è stato curato dall'indigeno Diego Athos Calcagno e da Giulio Spezzino Maggiali alla presenza di un folto pubblico internazionale (noi, svariati liguri e francesi assortiti).

      Concorsi fotografici e riconoscimenti

      Prosegue l'attività fotografica del sempre nostro Attilio Eusebio, in arte Poppi, che partecipando a vari concorsi racimola segnalazioni e premi. Così ricordiamo che nel concorso "Due mari in Posa" a Lecce nel 2007 ha ricevuto una menzione speciale relativamente agli aspetti "biologici" per una particolare associazione di molluschi presenti in mare in prossimità di una risorgenza del Montenegro.

      Sempre nel 2007 nel XVIII Concorso Internazionale di Fotografia Speleologica e Canyon organizzato dal gruppo Speleologico "Ciutat de Saint Feliu" in Spagna si classifica tra i 10 finalisti con l'immagine "Riflessi di luce" (in alto a sx), mentre l'anno successivo, nel 2008, alla XIXa edizione è terzo con la foto "Un coup d'oeil" (a dx).

      

      Riconoscimenti anche per il film "La lunga notte speleo, barella e dinamite" di Andrea Gobetti e Tommaso Bondi. Alla rassegna catalana di Torrellò gli sono stati assegnati il premio della Giuria e il premio del pubblico, mentre al festival ecologico di Nardò ha vinto anche là il premio del pubblico.

(MDM)

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      Thierry Fighiera

Ube Lovera

      Verso la metà degli anni ottanta, Dedè, ultimo guerriero della grande squadra del CMS, avanza verso un gruppo di speleologi torinesi, accompagnato da un paio di ragazzini. "Si tratterebbe di fame degli speleologi" ci dice, andandosene. Baldracco annuisce. Si chiamano Sebastien e Thierry, portano una trentina di anni in due, nonché un cognome importante.

      A una decina di anni dalla morte di Claude, il nome Fighiera è ancora venerato sul Marguareis.

      "Quando eravamo molto più giovani … accadeva spesso che persone che parlavano una lingua strana per le nostre orecchie di bambini venissero a trovare i nostri nonni. Quando cercavamo di capire chi fossero la risposta era unanime: "amici di Claude, amici di famiglia".

      Così ci scriveva Thierry in occasione del 50° compleanno del GSP.

      Con Sebastien ci è mancato il tempo. Di Thierry non ne abbiamo fatto uno speleologo, ci ha pensato da solo. Ha iniziato ripetendo gli abissi marguareisiani, - turista ─ sentenziavamo boriosi. Lo pensammo speleologo col cronometro, secondo un modello diffuso oltralpe. Stava invece andando a scuola d'abissi direttamente dal Visconte.

      Quel che il Visconte non poteva insegnare erano le tecniche d'armo. Spicca un p15 in Gachè armato su un solo spit, con una giunzione a 5 m da terra e 20 m di corda ammatassata sul fondo. Ne scrissi ed ebbi in cambio un commento ironico di fronte ad un nostro armo, di Giovanni e mio, in Sala Vallini, fondo di Piaggia Bella, durante un'esercitazione di soccorso comune: nodo incastrato su placchetta singola.

      L'essere francese e spudorato e quel cognome gli davano grande libertà di movimento sul Marguareis. Poteva passare dalle grotte esplorate dai francesi a quelle torinesi a quelle imperiesi con assoluta impunità. Frequentò Labassa quando a nessuno di noi era consentito. Poi venne la faccenda del Lisergic Emanation. Si tratta di un grande camino accessibile dal Buco delle Mastrelle, regioni terminali di Piaggia Bella. A metà del Lisergic sbucano le gallerie alte della Filologa e sognando un livello più alto che conducesse a Labassa ci lanciammo in una insensata corsa verso l'alto, a domeniche alternate, torinesi e nizzardi, ognuno sulle corde degli altri, ognuno ansioso di sbucare in galleria, ognuno parlando male e pensando bene dei rivali. Thierry leggeva le relazioni delle nostre risalite su Grotte, noi le sue in un quaderno alla base del pozzo. Una situazione ridicola e totalmente priva di tensioni. Non ottenemmo risultati, solo una risalita di 150 metri che non porta in nessun posto, ma anche un'inutile, frenetica e colossale esplorazione.

      Infilandosi in una fessura sul fondo del Libero riuscì ad approfondirlo di un po'. Poca cosa ma la prima di una lunga serie di intuizioni che ebbero il culmine nell'incontro con O-Freddo. In quest'abisso esplorato frettolosamente dai torinesi, Thierry ci mostrò in breve quanto avevamo trascurato: un grande meandro e relativi affluenti nella parte iniziale, un complesso reticolo freatico a metà grotta e svariati chilometri di grandi condotte sul fondo. Chapeau.

      Una festa al rifugio del CMS, è il penultimo ricordo che ho di Thierry. Assai ebbri discutevamo della colorazione che i francesi avevano appena effettuato ad O-Freddo. Pis del Pesio osava sperare lui, Foce e Val Tanaro ribattevo barcollando. L'ultimo ricordo è orrendo.

      "Per noi è importantissimo riuscire a restaurare i legami franco-italiani (o CMS - GSP), perché sono stati sinonimi di amicizia, fraternità e risultati. Per concludere, credo che ciò che ha sempre tenuto vicini i nostri due gruppi sia questa montagna: "il Margua". È sempre riuscita a riunire quelli che la amano e la comprendono." D'ora in poi, in estate, il Marguareis si sentirà un po' più solo.

Sebastien Fighiera, Giorgio Baldracco e Attilio Eusebio a metà
degli anni '80 al Colla dei Signori (foto T. Fighierà)

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Elenco Soci Effettivi

Alterisio Deborah

via S. Anselmo 6 10125 Torino 339.35.60.379 debburi@katamail.com

Baldracco Vittorio

via Baltimora 160/6 011.30.72.42 328.21.73.080 vittorio.baldracco@gmail.com

Banzato Cinzia

via Vittorio Emanuele II 22 10090 Cuceglio (TO) tel. 0124.503464 338.45.40.507 banzato@ hotmail.com

Cicconetti Igor

strada San Vito Revigliasco 154 Torino 011.66.02.205 333.67.85.306 pb2001lkc@hotmail.com

Cuccu Franco (Fof)

340.91.46.712 sattarum@virgilio.it

D'Acunzo Elisa (Selma)

via Genova 106 011.69.61.648 339.85.76.242 elidac@fastwebnet.it

Dondana Riccardo

c.so Casale 202 011 89.05.930 338.76.72.170 riccardo.dondana@gmail.it

Fausone Paolo

strada Cunioli alti 130 011.66.18.890 349.29.55.491 fausone@ mail.com

Filonzi Sara

corso Novara 79 328.19.19.309 sara.filonzi@gmail.com.

Gabutti Alberto (Lucido)

via Castello 5 (Val della Torre) 011.96.80.252 339.85.12.655 gabutti @ecstore.it

Lovera Uberto (Ube)

via Vittorio Emanuele II 22 10090 Cuceglio (TO) tel. 0124.503464 333.66.80.877 ubelov@ interfree.it

Marovino Marco

339.52.66.077 marcomarovino@tiscali.it

Milanese Nicola

via Casale 33 (San Mauro) 011.82.25.365 347.90.15.772

Musiari Luisa

via Casale 33 (San Mauro) 011.82.25.365 349.84.01.251 misa.luzza@ libero.it

Recupero Ruben

viale A. Bona 34 Caselle (TO) 329.4728053 crazyeddie@hotmail.it

Vigna Bartolomeo (Meo)

via S.Bernolfo 53 (Mondovì - CN) 0174.55.21.23 368.94.28.78 bartolomeo.vigna@polito.it

Elenco Soci Aderenti

Capello Sara

via Pastrengo 66 (Moncalieri) 011.60.66.683 339.58.61.674 saracapello@virgilio.it

Badino Giovanni

via Cignaroli 8 011.43.61.266 328.21.53.718 badino@to.infn.it

Balbiano D'Aramengo Carlo

via Balbo 44 011.88.71.11 011.94.34.266 carlobalbiano@libero.it

Baldracco Piergiorgio (Giorgetto)

via Belvedere Villa 8 Envie (CN) 0175.27.80.84 335.83.15.110 pgb@nichertrading.com

Belmonte Francesco (Cesco)

via Vale 37 (Sant’Antonino di Susa) 011.93.99.759

Bertorelli Valentina

via Nizza 71 339.88.16.294 bertova@libero.it

Bozzolan Lorenzo (Z)

via S. Rocco 2 011.66.15.363 338.85.80.644 335.82.67.528 pessinea@tiscalinet.it

Calcagno Diego

borgata Valle 3 Sale delle Langhe (CN) 3475767329 scoppiathos@yahoo.it

Campajola Marilia

058.35.35.49

Cannas Roberto

347.99.39.846

Carrieri Giampiero

via Bergera 10/F 011.72.14.74 335.56.40.431 gca@geodata.it

Casale Achille

corso Raffaello 12 011.65.08.884 329.36.05.821 a.casale@libero.it

Chiabodo Roberto (Arlo)

Fr. Campasse 19 (Verrua Savoia) 0161.84.62.80 arlochiabodo@infinito.it

Cirillo Agostino

via Vassalli 27, Torino

Cotti Alberto (Alby)

v. Settimo 57/A (San Mauro) 333.12.24.440

Delemont Libera

via Villarfocchiardo 56 (Collegno) 011.41.52.134 - 339.37.76.751 aquilegia@fastwebnet.it

Di Maio Marziano

via Cibrario 55 011.75.12.53

Eusebio Attilio (Poppi)

corso Brunelleschi 91/c 011.70.37.96 335.56.40.430 aeu@geodata.it

Garelli Carlo (Uccio)

via Paschere , 22 10061 Cavour (TO) Tel 0121 69890 Cell 339 377 67 51 aquilegia.paint@gmail.com

Gaydou Adriano

via Baltimora 15 011.36.51.60

Giovannozzi Chiara (Zinny)

strada San Vito Revigliasco 154 Torino 011.66.02.205 329.79.34.652 pb2001 Iko@ hotmail.com

Giovine Giuseppe (Beppe)

via della Chiesa 5/3 (Devesi - Ciriè) 011.92.15.884 338.17.01.599 yyoung@hotmail.it

Girodo Domenico (Mq)

via Suriani Renzo 12 (Avigliana) 320.08.64.256 domenico.girodo@poste.it

Gobetti Andrea

strada Reaglie 011.89.92.873 0583.40.22.96 angobe@tin.it

Grossato Daniele

via Levanna 27 011.77.65.070 368.76.16.949 daniele.grossato@tin.it

Ingranata Massimiliano (Max)

via Villastellone 32bis 011.64.95.025 348.60.07.196 max.ingranata@infinito.it

Lana Enrico

piazza del Popolo 2 Chivasso (TO) 011.91.49.694 - 349 1456412 enrlana@libero.it

6

Leonardi Aldo

piazza Caduti 11 (Alpignano) 3358188086 aldo.leonardi@ripulae.it

Maina Franca

via Toscanini 10 (Gerbole - Volvera) 011.99.06.133

Mantello Andrea

avenue Albert, 2 D5, 1190 Forest Belgium +32 (0)475 357372 cell 340 2580302

Manzelli Andrea (Manzo)

corso Francia 167 011.74.82.40 335.25.59.64

Maupas Elisa

via Coste 97 (Giaveno) 011.93.75.747 349.40.01.380 maupas.evi@libero.it

Nasi Guido

011.88.46.95

Ochner Laura

via Belvedere Villa 8 Envie (CN) 0175.27.80.84 335.18.03.353

Perego Gianna

via Principe Tommaso 1 3bis 011.65.02.048 328.97.57.253 giagiap@libero.it

Pozzo Riccardo

via Costanzo 26 (Biella) 333.74.39.280 pozzoriccardo@virgilio.it

Remoto Alberto

v. parrocchia 11 10091 Alpignano tel 0119672195 remotino@gmail.com

Santangelo Marco (Marcos)

via Accademia Albertina 38 011.83.67.67 320.17.76.568 marco.santangelo@gmail.it

Sambado Andrea (Badinetto)

via Assereto 21/3 (Savona) 019.82.01.52 349.07.21.869 a.sambado@tiscali.it

Scofet Marco

via Mastri 2, Fr. Bonaudi, 10086 Rivarolo Canavese, tel. 3478487170

Strippoli Stefano

via Gioberti, 61 n° di tel. 011 2762968 329.97.22.204

Terranova Pierangelo (Tierra)

C/o IMSOFER Manufacturing Pvt. LTD: Plant of Baramati, Plot no. A-5 ─ M.I.D.C. ─ Baramati ─ 413 133 Dist. Pune (Maharashtra) INDIA Pierangelo.Terranova@ferrero.com

Ubertino Alberto (Ube)

via Delle Querce 11 (Lessona - BI) 015.98.11.19 335.60.09.058

Vacchiano Francesco (Franz)

via Maddalene 44 ─ 10154 ─ Torino 340.24.05.400 vacchiano@infinito.it

Villa Giuliano

via Toscanini 10 (Gerbole - Volvera) 011.99.06.133 349.68.89.905

Zaccaro Leonardo

corso Rosselli, 82 - 10129 Torino 349.7118773

 

Attività di campagna

a cura di Sara Filonzi

      20 luglio. Mongioie - Meo (B. Vigna), U. Lovera, Sarona (S. Filonzi), Mkl (M. Marovino), Selma (E. D'Acunzo). Battuta in zona G, viste due condotte che si pensava fossero G1 e G2, trovate da Balbiano nel lontano 1971 ... non erano quelle. Chiudono poco dopo (la presunta G1 chiude dopo circa 6m). Aria poca. Da lì ci si è spostati in zona Ngoro-Ngoro, visto buco con forte aria soffiante, è entrata Selma, dopo qualche metro in spaccatura restringe, al fondo sembra esserci un saltino.

      2-17 agosto. Chiusetta - Campo

      31 agosto. Mongioie, Big Sur - Mkl (M. Marovino), Selma (E. D'Acunzo), Meo (B. Vigna), Sarona (S. Filonzi). Dal Pis dell'Ellero il presagio di Meo ha portato la spedizione a Big Sur. Bell'ingresso, aria sensibile. Rivista la grotta sino al vicolo Camery. Verso la cima del Ramo dei Tunturroni una breve arrampicata immette in precedenti condotti freatici, quasi verticali, che si sviluppano per una cinquantina di metri, dove in prossimità dell'esterno chiudono. Rivista la strettoia alla base del pozzetto che si apre a metà del Tunturroni. Da su un pozzo di una decina di metri, tutti apparentemente stretti. Recuperati una corda da 43 m, una da 30 m e uno scalpello portati in grotta nei primi anni '90.

      5-6 settembre. Selma (E. D'Acunzo), Ruben Recupero, Donda (R. Dondana), Mkl (M. Marovino), Mecu (D. Girodo), G. Carrieri, P. Fusone, U. Lovera, C. Banzato, Sarona (S. Filonzi), Simone, Lucido (A. Gabutti), Lia, Iko (F. Faggion), Paola. Messa in scena per l'addio al celibato di Donda con finta punta alle Galadriel e dopo finti dolori da parte di Marcolino e Sarona si riesce fuori dove c'è la ciurma ad aspettare il futuro sposo.

      21 settembre. Mongioie, Tumpi - Selma (E. D'Acunzo), Ruben Recupero, Meo (B. Vigna), Thomas Pasquini, Mkl (M. Marovino). L'inghiottitoio dei Tumpi, causa anche forte siccità, dopo ore di disostruzione, si lascia filtrare. Un bel meandro, non piccolo, scende ripido sino ad un bivio. A destra un altro fossile risale largo sino ad una frana, probabilmente in corrispondenza di una dolina vicino ai Tumpi; verso valle un ampio interstrato lascia un piccolo spiraglio per proseguire.

      4 ottobre Sardegna - Risorgenza di Su Cologone A. Eusebio, B. Minciotti, L. Fancello, M. Masuri, Fratelli Tuveri e D. Porcu Fois. Immersione di corso.

      5 ottobre. Mongioie, Tumpi - Selma (E. D'Acunzo), U. Lovera, Meo (B. Vigna), Mkl (M. Marovino), Athos (D. Calcagno), Ruben Recupero, Renè Ricchiardone, R.Cannas. Riesumata la Marbach di Meo si

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torna alla strettoia della scorsa settimana. In breve si passa, piccolo slargo ed oltre un restringimento. Aria soffiante.

      19 ottobre. Mongioie, Tumpi - Mkl (M. Marovino), Selma (E. D'Acunzo), Meo (B. Vigna), Athos (D. Calcagno). Si supera il restingimento della volta precedente. L'interstrato continua con moderata pendenza, pulito, largo sui 3 m e basso. Si guadagnano una decina di m sino all'ennesima strettoia. Aria forte soffiante. Nel caso si decida di disostruire ricordarsi che si tratta di un posto disagevole. È probabile che la zona sia irraggiungibile in caso di regimi normali di acqua. Tentativo poi al buco dell'Argilla, in zona D. Disostruito un masso dall'altra parte della galleria nota. Solo una piccola sala senza aria.

      25 ottobre - Veneto - Risorgenza dell'Elefante Bianco. A. Eusebio + altri - esercitazione di soccorso CNSAS. Discesi fino a -60 per simulazione ricerca speleosub disperso.

 

Capanna 2008: diario di campo

a cura di Thomas Pasquini

      5 agosto, martedì:

      Apertura capanna.

      Prime presenze: Andrea Gobetti, Tommy Biondi (G.S.L.), Giuliano Bandito, Irina (Ukr).

      6 agosto, mercoledì:

      Sistemazione degli uomini e progettazione delle future punte in attesa di nuovi arrivi.

      Partenze: Bandito.

      7 agosto, giovedì:

      Arrivi: Stefania "Wigghins" Strizoli (G.S.Bolzaneto), Stefano Basso "il valbormidese" (G.S.Savonese).

      8 agosto, venerdì:

      Arrivi: Lisandro di Valgiano, Martina Hengaz (G.S.F.), Giuliana Celentano, Marianna e Stefano Gobetti, Thomas Pasquini (in arrivo dalla Morgantini e dalle esplorazioni al Belushi-6c). Visite: Michel Siffre (incontrato da Andrea davanti a PB).

      Piaggiabella-Orologio a Cucù: Tommy, Thomas ("il traditore cuneese"), Martina, Irina. Ingresso nel tardo pomeriggio.

      9 agosto, sabato:

      Arrivi: Carlo Cavallo (GS Bolzaneto) con Arianna (moglie), Corrado e Teresa (figli).

      Visite: Brunella, Marilia (con Arianna e Naima), Chiara (con Lorenzo, Silvia e Anna), Sonny, Mattia, Giacomo.

      Piaggiabella-Orologio a Cucù: uscita in mattinata. Rivisti gli armi lasciati dal soccorso e rivisto l'Orologio a Cucù. Il meandro è stato continuato per pochi metri, ma stringe; rimane la risalita. Tolta una 25 dalle Hemmings e portata al sifone a monte. Recuperati i materassini che galleggiavano in fondo al sifone dal '94. Marianna e Lisandro compiono un giro al Colle di sole 10 ore per recuperare altrettanti litri di vino. Ne giungeranno solo 6. Partenze: Thomas (scende in Chiusetta).

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      10 agosto, domenica:

      Arrivi: Enrico Massa ed Elena Quaglia (G.S. Savonese), Giulio Maggiali (Spez) ed Elisa Casetta, Maurizio Bazzano (G.S.Savonese), Mauro Rossi.

      Visite: Thomas (passa a rubarsi l'attrezzatura e se la porta in Chiusetta).

      Omega 8: Enrico Massa, Martina, Mauro, Spez. Messo in sicurezza il p15 sul fondo: manzati e tirati giù tutti i massi pericolosi per la futura discesa.

      Jean Noir: Tommy, Stefania Wigghins, Irina, Stefano Basso. Fatta la risalita di fronte al Debeliak (Grossa finestra con arrivo d'acqua). Parte un meandro che stringe fino ad una strettoia impraticabile, oltre alla quale sembra allargarsi nuovamente. Da manzare; non rilevato. Battuta in zona Omega: Andrea, Lisandro, Martina. Trovato nulla di relevante. Partenze: Giuliana, Marianna, Stefanino (scendono in Chiusetta).

      11 agosto, lunedì:

      Arrivi: Giuliana, Stefanino, Marianna, Deborah, Thomas (salgono dalla Chiusetta).

      Visite: numerosi francesi dal Martel (tra cui Cathy e Gegenes).

      Omega 8: Maurizio, Irina, Stefania Wigghins, Tommy, Martina. Sceso il p15. Constatazione semi-definitiva che la grotta chiude: il fondo si pianta in frana. Incomincia il disarmo.

      Giro alla Besson: Andrea, Lisandro.

      Giro ai Laghi della Moglie a trovare l'A.S.San Giorgio (che disarma il ferro di cavallo): famiglia Church, Claudia e Christian.

      Tentativo di Thomas di recuperare 15 litri di vino al Colle: fallito per pioggia.

      Partenze: Stefanino.

      12 agosto, martedì:

      Arrivi: Daniele Vinai (G.G. Borgio Verezzi).

      Partenze: Thomas (verso la Murga per la seconda punta al Belushi), Deborah (scende in Chiusetta), Mauro Rossi.

      13 agosto, mercoledì:

      Arrivi: Giovanni Rossi (S.C. Forlì), Sabrina Gonnella (S.C. Forlì), Elena Nuti (S.C. Forlì).

      Omega 8: Enrico Massa, Elena Quaglia, Stefano Basso, Spez, Daniele. Rilievo e controllo finestre sui pozzi. Non c'è niente da fare: chiude tutto.

      14 agosto, giovedì:

      Arrivi: Roberto Chiesa ("Bob Church", G.S.C. di Toirano) con Daniela (moglie), Enrico ed Elena (figli), Thomas (di ritorno dalla Murga dopo un giro in Chiusetta).

      Visite: Deborah, Piero Meda ("Sciacallo", G.S.I.), Miki con fidanzata.

      In serata, proiezione su lapiaz del film "Frankenstein Junior" al Colle dei Signori, offerto dalla ditta Maggiali-Calcagno. Numerosi spettatori da tutto il Margua.

      Partenze: famiglia Gobetti con i forlivesi (per visita al Martel), Martina, Lisandro, Irina.

      15 agosto, venerdì:

      Arrivi: Ube Lovera, Marcolino, Ubertino, Igor Cicconetti, Sciacallo, Simone Peretti (G.S.C. di Toirano), Stefania (relativa fidanzata), Rosalinda Farinazzo, famiglia Gobetti con i forlivesi (di ritorno dal Martel).

      Piaggiabella-Passo del Pazzo: Tommy, Enrico Massa, Stefania Wigghins, Stefano Basso. Ingresso h21:00.

      16 agosto, sabato:

      Arrivi: Claudio Fiorini e Manuela Bandini (S.C. Forlì), Alby Cotti, Massimiliano Sciacca, Carlo Curti con Patrizia (moglie), Francesca Curti con Christian (fidanzato).

      Piaggiabella-Mistral: Ube Lovera, Igor, Marcolino, Sciacallo, Ubertino, Giovanni Rossi ("la Zebra"), Bob Church, Thomas. Ingresso h6:00, uscita h21:00. Risalite le Mistral nella speranza di trovare la via per i Grassi Trichechi e sceso il p5, mai sceso prima, su cui "terminavano": cade nel Reseau B. Rilevati gli ultimi 150m di galleria (Church e Rossi) e lasciate armate le tre risalite; disarmati il p5, il p10 ed il p25 sul fondo. Alla base dell'ultima risalita aperto e percorso un meandro con notevole aria (Thomas, Marcolino e Sciacallo) fino ad un blocco di frana che lascia intravedere la continuazione. Igor e Ubertino sono usciti con due ore d'anticipo. Partenze: Igor Cicconetti.

      17 agosto, domenica:

      Arrivi: Beppe Dematteis, Cecco Dematteis.

      Piaggiabella-Passo del Pazzo: uscita h1:00. Ripercorsa la via di Marco Marantonio e Andrea Gobetti

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in punta alla Kalenda Maia fino alla base di una risalita molto bagnata in luogo infido e stretto. Constatate l'assenza di Marbach e l'avaria del trapano, viene fatta rotta verso il bivacco al sifone a monte. Una volta riparato il trapano grazie al mitico "coltellino salvapunta", è deciso di risalire la cascatella sopra il Passo del Pazzo, pressappoco 10m, nella sala Gabriello Chiabrera. La "risalita del Pazzo" conduce ad un ampio camino (alto forse oltre 30m) da cui parte un meandro in salita con numerosi arrivi da raggiungere. Uno di questi è un meandrino fossile che risale per 20m fino ad un livello freatico di piccole dimensioni, ma molto concrezionato. Percorrendo il meandro principale invece, si scopre che in punta incrocia perpendicolarmente un rigagnolo. Il rio viene interrotto a valle dopo poco da un p10, mentre a monte è stato percorso fino ad una sala con evidente prosecuzione e notevole corrente d'aria. In totale sono circa 300 metri, tutti rilevati. Il luogo dista dall'ingresso circa 6 ore.

      Nel pomeriggio giro in Biecai (Andrea Gobetti, Alby, Massimiliano e i forlivesi Giovanni, Sabrina, Claudio, Manuela, ed Elena) a rivedere i vari buchi soffianti alla luce delle nuove scoperte in PB. Nessuna scoperta o riscoperta degna di nota.

      Partenze: Marcolino, Ube Lovera, Ubertino, Spez ed Elisa, Stefano Basso, Stefania Wigghins, Maurizio Bazzano, Tommy, famiglia Cavallo, famiglia Church, famiglia Curti, Claudia Iacopozzi e Christian Brizzi, Daniele Vinai, Simone Peretti e Stefania, Rosalinda Farinazzo.

      18 agosto, lunedì:

      Stesura rilievo della "punta al Pazzo" (Enrico Massa, Alby, Andrea Gobetti, Sciacallo) e conseguente sovrapposizione delle nuove gallerie (nominate "Fin Lassù") al rilievo grande di PB.

      Partenze: Beppe Dematteis, Cecco Dematteis, Claudio Fiorini e Manuela Bandini, Sciacallo (scende in Chiusetta).

      19 agosto, martedì:

      Arrivi: Sciacallo, Andrea Pastor (G.S.I.), Deborah.

      Omega 3: Sciacallo, Andrea Pastor, Thomas, Enrico Massa. Ingresso h17:00, dopo aver disostruito l'entrata da un masso caduto in inverno e aver disgaggiato la frana iniziale.

      Partenze: Marianna, Alby, Massimiliano.

      20 agosto, mercoledì:

      Arrivi: Tommy, Iko; a sera: Lucido e Lia, Marcolino, Spez ed Elisa.

      Omega 3: uscita h6:00. Fatto un traverso nel Pozzo Pessimismo e Fastidio, 30m sopra il Reseau B (-420 circa). Esplorati, non rilevando, 60-70m di condottine con forte aria che sembra provenire dalle Saline. Fermi alla base di una risalita. Visti anche alcuni rami laterali che "anellano", tornando in punti già noti, ma sono vari i misteri da chiarire (se solo ci fosse un rilievo, ed in verità c'è...).

      Partenze: Sciacallo, Andrea Pastor.

      21 agosto, giovedì:

      Arrivi: Stefania Wigghins, Alby.

      Visite: Thierry Figuera e fidanzata.

      Giro dei forlivesi alla Besson.

      Preparativi per il ritorno alle "Fin Lassù" (tra cui lo smontaggio ed il rimontaggio di un trapano) e pranzo con polenta stratosferica.

      Piaggiabella-Fin Lassù: Lucido, Marcolino, Spez, Tommy, Stefania Wigghins, Thomas. Ingresso h16:30, incontrando i forlivesi che uscivano.

      Piaggiabella-Galadriel: Iko, Deborah, Enrico Massa, Elena Quaglia. Giro in Galadriel per cercare possibili prosecuzioni verso Montoneros o Chiabrera. A causa della complessità della zona, vengono perse un paio d'ore a comprendere la geografia del luogo. Trovato meandro in salita percorso fino ad un camino alto circa 15 m. Bollato come "fattibile".

      22 agosto, venerdì:

      Si ipotizza e si osserva la doppia natura di Bebertu.

      Grande raviolata d'agosto: 206 ravioli allo spinacio di Pian Merdùn fatti in Capanna.

      23 agosto, sabato:

      Piaggiabella-Fin Lassù: uscita h 6:00. Esplorate e rilevate le magnifiche gallerie "Popongo", a monte delle "Fin Lassù" scoperte nella punta precedente. Impostate su faglia di basamento impermeabile e lunghe circa 200m, le Popongo chiudono a monte su di uno stretto meandrino che succhia tutta l'aria. La direzione sembra essere N-W/S-E, ossia verso il Pas. Vari sono gli arrivi lungo la galleria, ed uno tra questi è un largo meandro in salita con frana, rilevato solo fino alla base di una risalita oltre alla quale

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prosegue fino a riprendere la stessa faglia delle Popongo. Qui si infogna terminando in uno stretto meandrino analogo a quello a monte della galleria principale. Molta dell'aria delle Popongo viene aspirata dal suddetto meandro. Una nota interessante è il ritrovamento alla base della già citata risalita di uno scheletro di roditore, probabilmente trasportato da una piena. Il fatto è comunque notevole perché testimonia, assieme alla corrente d'aria, che il meandro è collegato ad un ingresso, per piccolo che sia, e non ad un semplice drenaggio sotterraneo. Un secondo meandro, affluente della galleria principale, è stato percorso fino alla base di una risalita.

      Alla valle, il fiume delle "Fin Lassù" è stato percorso e rilevato dopo aver sceso il primo p10 (sotto la pioggia grazie all'armo di Tommy). Da qui prosegue per altri 40 metri fino ad incontrare un p15, su cui ci siamo arrestati, il quale si affaccia su di un ambiente di notevoli dimensioni. Il fiume sembra comunque condurre verso le gallerie a monte della Gabriello Chiabrera. In totale sono stati rilevati circa 400m di nuove gallerie. I punteros sono stati accolti da minestrone e ravioli.

      In giornata febbrile stesura della poligonale (Lucido, Alby, Thomas) che conferma quanto percepito in punta. Partenze: Marcolino, Lucido, Lia, Stefania Wigghins, Enrico Massa ed Elena Quaglia, Giovanni, Sabrina, Elena Nuti.

      24 agosto, domenica:

      Ultimo giorno di campo dopo la grande punta.

      Ultime presenze: Andrea, Giuliana, Iko, Tommy, Spez, Elisa, Alby, Deborah, Thomas.

      Eretto un menhir cornuto rivolto a PB sulla verticale della punta delle Popongo.

      Chiusura Capanna.

Hanno partecipato al campo Bebertu Valley 2008: Carlo Cavallo, Arianna e figli, Stefania Strizoli, Claudia Iacopozzi e Cristian (da Genova), Roberto Chiesa, Daniela e figli, Simone Perez e Stefania (da Toirano, SV), Tommy Biondi, Thomas Pasquini , Andrea Gobetti, Giuliana e Marianna (da Lucca), Stefano Basso, Maurizio Bazzano e Rita Pastorino (da Cairo M.tte, SV), Enrico Massa, Elena Quaglia (da Savona), Elisa Casetta e Giulio Maggiali (da Spezia), Albi Cotti, Marcolino Marovino e Alberto Lucido Gabutti (da Torino), Ico Faggion (da Roccavione, CN), Rosalinda Farinazzo e Daniele Vinai, Mauro Rossi (da Finale Ligure, SV), Piero Meda e Andrea Pastor (da Imperia), Elena, Sabrina e Giovanni Rossi (da Forlì).

 

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"Chiusetta": Diario di Campo - agosto 2008

a cura di Sara Filonzi

      2 agosto

      Arrivi: Lucido, Selma, Mkl, Luisa, Nicola, Vittorio, Igor, Chiara e proie, Manzo e figlio, Sarona, Meo, Ube, Cinzia Trasporto materiali e montaggio campo.

      3 agosto

      Arrivi: Deborah, Athos, Badino. Partenze: Ube, Cinzia, Deborah, Athos, Vittorio.

      Montaggio Gias e trasporto materiale Sciacalli: Nicola, Sarona, Igor. Scavato il sifone di fango ai ramo dei serbi ... di lavoro ce n'è tanto ... ma tanto. Rilevato il ramo dei Serbi e Brutta Donna.

      4 agosto

      Arrivi: Cagnotto e Lucia Visite: C. Jacopozzi, A. Maifredi, Wiggins, C. Brizzi (liguri)

      Fine trasporto materiali Sciacalli: Mkl, Badino. Esplorazione di quota 1700-1740 del Droctulft. Con il faretto si intravede una risalita 50 m più in alto rispetto all'attacco del pozzo. Non viene effettuata per mancanza di materiale. Si rientra nella frattura del Droctulft più a valle, passando dalla Presa della Pastiglia, rivisti due punti chiave: dove cambia di direzione la saletta e il pozzo in cui si perde l'acqua, la prima è chiusa, il secondo arriva a base Droctulft. Sciacalli: Meo, Lucido, Manzo. Continuazione scavo al Ramo dei Serbi.

      5 agosto

      Arrivi: Marilia e gemelle, Sonny con amici (Giacomo e Mattia), V. Bertorelli e figlio. Partenze: Badino Visite: Iko, Thomas, C. Jacopozzi, A. Maifredi, Wiggins, C. Brizzi (liguri)

      Esterno: Nicola, Meo, Mkl, Lucido, Igor, Manzo. Battuta nel vallone di Putiferia. Nulla. Si posiziona e si comincia a scavare il buco frigo degli imperiesi. Sciacalli: Luisa, Chiara, Selma, Sarona. Continua lo scavo al sifone di fango. Niente di nuovo, si preannuncia uno scavo eterno.

      6 agosto

      Arrivi: Pruel e Giulia. Partenze: Manzo e Idris, Lucido, Cagnotto, Lucia

      Sciacalli: Mkl, Igor, Wiggins. Punta scavo al sifone di fango del ramo dei serbi.

      Esterno: Meo, Sarona, Selma, Luisa. Battuta intorno al Q456... non si trova nulla. L'aria soffiante del buco sembra arrivare da un fratturone parallelo al versante, non sembra meritarne lo scavo. Rivisto un buco in zona B scavato da Meo e Papà anni fa, c'è aria soffiante, ma lo scavo si prospetta molto lungo. Trovati alcuni buchi da Luisa e Meo senza aria scoperti in passato dai bolognesi.

      7 agosto

      Scavo: Nicola, Mkl, Igor, Chiara e prole, Mattia. Continuato lo scavo al frigo del campo. Sciacalli: Selma, Sarona, Meo. Continuato lo scavo al sifone di fango.

      Battuta: Nicola e Luisa. Rivisti e posizionati i buchi dei bolognesi ritrovati il giorno prima.

      Jean François = Q255

      Buco nel prato = Q256

      Dolina recintata a fianco del sentiero = Q257

      8 agosto

      Arrivi: Ubertino, Margherita e Brunella. Visite: Thomas, C. Jacopozzi, Christian

      Sciacalli: Chiara, Luisa, Marilia. Scese verso il fondo di Brutta Donna, preso un armo dei liguri che scende nella frattura per una ventina di m, il fondo ha acqua. Si è continuato verso valle fino ad un traverso armato sempre dai liguri, oltre questo si continua e si arriva ad un sifone. Tornando indietro, prima del traverso viene vista una finestra 4 m ca più in alto. Sale Marilia: a sx ritorna sul traverso, a dx parte un condottino fangoso e stresso parallelo al sifone, si arriva ad una saletta dove si sta in piedi, da questa parte uno stretto condotto. Aria sempre in faccia. Tornando indietro è stata presa la direzione della scavo al sifone: N60E. Giro in Capanna: Selma e Sarona

      Scavo: Nicola, Igor, Ubertino. Continuato lo scavo al frigo del campo.

      Esterno: Mkl, Meo. Battuta sopra Selle di Carnino, trovata una condotta di 10 m piena di detrito.

      Sciacalli: C. Jacopozzi e Christian. Giro fino a base pozzi.

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      9 agosto

      Arrivi: Ube, Cinzia, Vittorio, Saretta, Thomas. Partenze: Pruel, Giulia, Margherita

      Sciacalli: Igor, Mkl. Rivista Presa della Pastiglia, grandi aspettative... deluse. Fatta una risalita di 5 m ca che aveva bloccato la prosecuzione un anno fa. In cima parte un meandro stretto da cui arriva poca aria, dopo un traverso riparte un altro meandro stretto e con imbocco sospeso su frana (sopra e sotto). Dopo un'ultima occhiata alla base della risalita viene giudicato il ramo senza speranza e si disarma tutto.

      Selma, Sarona. Rivista la zona del Pentivio alla ricerca dell'imbocco delle Che Schifo.. Una volta trovate, giro a rivedere il posto dove si stava disostruendo 3 anni fa. Poca aria e roccia "gravida". A 180° rispetto a questo scavo vista un'arrampicatina facile che conduce ad un camino, aria debole. Visto uno dei fondi di Che Schifo a 1710 m (raggiungibile tramite risalita di 10 m ca a pochi metri dallo scavo), lì finisce gran parte dell'aria presente in Che Schifo.

      10 agosto

      Arrivi: Athos, Deborah, Sciacallo. Partenze: Ubertino. Visite: Stefanino, Marianna, Giuliana.

      Tipica domenica di festa, all'insegna dello svacco e delle grandi mangiate, persino salsiccia alla sera!

      11 agosto

      Partenze: Chiara, Igor e prole, Sarona, Meo, Brunella, Marilia, Thomas.

      Sciacalli: Mkl, Sciacallo, Ube, Vittorio. Riviste tutte le Che Schifo ad esclusione delle basse (quelle fangose). Niente di nuovo. Tutta l'aria tira a salire per fratture... ovvero esce. In uscita allargata la strettoia a base Droctulft. Lasciati 25+1 maillon all'attacco del Droctulft, 32 a base pozzi Sciacalli.

      Giro in capanna: Deborah, Thomas, Marianna. Esterno: Marilia e gemelle, Valentina e Rodrigo, Luisa, Saretta. Battuta, rivisto il buco nella dolina del Pino, sembra un P30, c'è anche un po' d'aria. ? siglato GSB con lo scalpello.

      12 agosto

      Arrivi: Andrea Pastor (GSI). Partenze: Marilia e gemelle, Valentina e figlio. Visite: Thomas.

      Esterno: Luisa, Nicola, Saretta, Selma, Vittorio. Visto Q256, scende di 10 m ca, poi un passaggio stretto ma fattibile e dopo un saltino di 4 m ca. Aria buona in uscita. Mkl, Athos. Posizionati due buchi sotto la strada del Ferà. Giro in Capanna. Ube e Cinzia. Labassa: Deborah, Andrea P.. Giro fino alle Stalattite Storte.

      13 agosto

      Arrivi: Ubertino e Stefano (S. Remo). Esterno: Luisa, Deborah, Selma, Athos. Battuta fino al Colle dei Signori, rivisti e posizionati alcuni buchi. Sciacalli: Nicola, Ube, Cinzia, Vittorio. Continuato lo scavo al sifone di fango, si desiste e si porta via tutto. Mkl, Cesco, Andrea P., Sciacallo. Fatta una risalita di una decina di m nella galleria che va da base Sciacalli al Droctulft. Stop su concrezioni, dietro sembra allargare, aria in faccia. ? molto probabilmente un arrivo (chiedere ad Andrea P.). Poi si è attraversato il Droctulft all'altezza dell'imbocco per scenderlo. Dopo 4 m parte un condottino di qualche m, saltino di 4 m e alla base dedalo di freatici con fortissima aria in faccia. Rilevato. Nulla sembra dare speranze tranne un sifone di fango scavato per un po' con forte aria in faccia, qualche altra ora di scavo potrebbe dare una risposta. La direzione del dedalo è PB. C'è un corda da 25 m che arma il traverso sul Droctulft, è da sistemare. Dimenticato un piccolo maillon al bivio per il Droctulft e una bussola all'attacco di quest'ultimo.

      14 agosto

      Arrivi: Emiliano e emiliana (Federica), GSI, amici di Cinzia. Giro in Capanna: Deborah e emiliani, Ubertino e Sciacallo. Colla dei Signori: Athos per preparazione Cineforum. Giro trasporto materiali: Andrea Pastor Esterno: Cinzia con amici. Giro nei dintorni della Chiusetta e ritorno al campo a causa della pioggia.

      Colla dei Signori: tutto il campo piemontese per il cineforum.

      15 agosto

      Arrivi: Igor e Marco Scrofet. Partenze: amici di Cinzia (Stefania e Fabrizio).

      Igor, Mkl, Ube, Sciacallo partono per la Capanna alla volta delle Mistral. In Capanna li aspetta Ubertino.

      Calendamaia: Tommy, Thomas, Irina, E. Massa. Punta.

      16 agosto

      Partenze: Athos, Cesco Nicola, Luisa. Smontaggio campo e trasferimento in Capanna dei rimanenti.

      Ombelico: Deborah e liguri con i due emiliani (Michi e Federica). Mistral: Igor, Ube, Mkl, Thomas, Roberto (di Toirano), Zebra (emiliano), Ubertino, Sciacallo. Ripresa delle esplorazioni interrotte due anni fa. La finestra che aveva lasciato aspettative è un arrivo. Il pozzo che si trovano a fronte è un P10, alla base del quale scorre RB. Si è a 50 m a valle del punto della giunzione del 1985.

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Le nuove esplorazioni in P.B.

Tommaso Biondi (TB) & Enrico Massa (EM)

Ricapitolando...

(TB)

      Agosto 2007

      Bene… Sono passate due estati, e già si può pensare di ricapitolare qualcosa. Il tutto comincia nell'agosto 2007: partiamo per Cuneo, Thomas ed il sottoscritto, direzione Piaggia Bella. Io non ci sono mai stato.

      Quando arriviamo al campo c'è già un sacco di gente in Capanna intenta a giocare a Tokio. Ci sistemiamo e ascoltiamo parlare di obiettivi esplorativi per le due settimane a venire. Io non so, non so niente del sistema, sono arrivato di notte e non ho nemmeno visto l'entrata di PB.

      I giorni seguenti vedono varie uscite in varie grotte diverse e tra i boccali di vino si parla di un ritorno all'oltre sifone dei Piedi Umidi, zone che da più di vent'anni non vedono testa d'uomo.

      Si prepara il puntone: 11 persone si immergono in PB ed impiegheranno 11 ore prima di arrivare, tra incidentelli vari, al luogo conclamato, per poi ri-schizzare fuori lasciando di guardia cinque della banda: Thomas, Andrea, Christophe, Marcolino ed io. Lì, iniziamo a mettere luce su quello che da tanto tempo era rimasto al buio: le Chiabrera, la via del fiume, l'enorme crollo che risale fino al Passo del Pazzo e per ultimo la finestrella che vi occhieggia sopra, pisciando acqua. Bel posto!

      Sulla via del ritorno Andrea ci indica una scappatoia d'aria al lato del fiume: dovrebbe essere Lui, l'Orologio a Cucù. Ci infiliamo io e Thomas: stretto ma continua. Torniamo a chiamare Marcolino ed in tre giungiamo, dopo un lungo cunicolare, in una saletta in cui s'affaccia un meandrone che risale (o almeno così erano i miei ricordi in quel momento). C'è comunque un casino d'aria.

      Vediamo la scritta G.D.V. '83, ci sbagliamo a pensare che vent'anni prima fossero giunti di lì dal Visconte e non invece che fosse il limite delle esplorazioni. Torniamo indietro ed usciamo fuori. Tre giorni dopo vogliamo tornare a vedere. Partono quattro italiani e tre croati.

      Il resto dell'episodio lo conosciamo tutti bene...

      Passa un anno. Agosto 2008

      Rieccoci. Ancora capanna. Stavolta siamo i primi. Con noi c'è Irina Biletska, un'ucraina Kruberista arrivata dalle terre bresciane, gettatasi nel 5 Luglio in Apuane, catturata e traghettata in Marguareis per pura deviazione del caso. Dopo i primi giorni il campo si popola di personaggi da ogni dove, più l'unico gruppo ufficiale, quello dei liguri, coi quali organizziamo punte a Omega8 e Jean Noir, entrambe finite in strettoia.

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      Poi finalmente il ritorno all'oltresifone. Martina, Thomas, Irina ed io. Entriamo in grotta l'8 di agosto, ad un anno esatto dall'incidente, con lo straniero in punta, a 25 anni dalla giunzione con il Lady Fortuna e a 50 dall'anno dell'arrivo sul fondo di PB (Dematteis, Gozzi, Volante, Saracco, Fusina). Troppe ricorrenze perché non succeda niente di bello né di brutto.

      Ed invece non accadrà proprio nulla, perché ritornati sul Cucù ci rendiamo conto che il meandro che ricordavo è un'enorme spaccatura tirante aria (che in pianta dovrebbe rimanere tra le Montoneros e le nuove zone di cui parleremo tra poco) mentre l'altra possibilità è una specie di buco o galleria orizzontale poco definibile, a 6-7 metri di altezza da terra su roccia marcissima, dove nonostante Irina si accinga a tentare un traverso con corda assicurata ad uno spunzone di roccia obliquo in discesa, viene persuasa a scender giù prima che il lungo cunicolo stretto che ci divide dalla zona a valle diventi per la vicenda troooppo stretto. Usciamo fuori, un anno dopo, ancora di notte, ma indenni.

      Passano molti giorni ma la voglia di ritornar laggiù stenta a farsi vedere in giro. Thomas se ne va coi cuneesi, la Martina è scappata in bicicletta e Irina parte per altri viaggi. I piemontesi sono a valle e rimangono solo i liguri tutti presi per Omega8.

      Ne parlo a loro e qualcuno si esalta, nonostante il campo stia per finire, in un giorno piovoso in cui l'unica idea era quella di restarsene a letto. Enrico si alza e dice che ci sta.


La risalita di Fin Lassù e le gallerie Popongo

(EM)

Lei sa come è fatto il tempo?
E che ci fa, fuori dal manicomio ? Ah già, li hanno chiusi…"
Lui fa gli occhi grandi a palla e sussurra:
che cosa le ha detto ?
[…]
"Che biforca" rispondo deciso. "Mi ha detto che
il tempo è un labirinto di separazioni e
congiunzioni, grandi gallerie nonché crepe
anguste, vicoli chiusi, cul de sac, catture."

[L'ombra del tempo, A. Gobetti]

      Forse è stato proprio il destino a proporci le idee (= biforcazioni) di Andrea, che una sera getta sul tavolo della capanna: nell'ordine Kalenda Maya, Orologio a Cucù e Risalita del Pazzo.

      Tre bivi, tre differenti strade che da vent'anni attendono qualcuno che le percorra.

      In realtà nessuno in questi anni è stato con le mani in mano, ma purtroppo le leggi che governano l'alternarsi del giorno e della notte, sotto la superficie del Marguareis, sono spesso beffarde: una prima punta durante il campo GSP del 2007 consente al Gobetti di mostrare la strada a molta gente, poi un secondo tentativo, pochi giorni dopo, scatena l'inferno in PB e tutto il soccorso italiano si mobilita per portar in salvo, dalle Gary Hemming, un malconcio croato.

      Passa un anno e in Capanna ci sono nuovamente Thomas e Tommy, Marcolino è giù agli Sciacalli, mentre ci siamo noi, reduci di zona Omega, scesi a quote più miti per mancanza di sassifraga da fumare e di permesso del Parco da arrotolare.

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      La terza punta si può tentare. È quella dei pazzi. Siamo Tommy da Lucca, Teto da Carcare (SV), Stefania da Genova e chi scrive, da Savona, ad inandiare (apprestare n.d.r.) un'insolita squadra, con tanto di trapano, batterie atomiche, ultimo ritrovato della scienza ipogea e tendino da campo.

      Scorrono così, più o meno veloci, Sala Bianca, S. Besson, Confluenza, Piedi Umidi, G. Hamming, in un deja vu di immagini e ricordi ancora freschi come le garze insanguinate di Igor poco prima del Boderek ca Pisa; quindi il Lady Fortuna e il pozzo laminatoio successivo, oltre cui non sono mai stato: una stretta e verticale fessura che ti proietta in un mondo lontano, nello spazio e nel tempo: alla sua base il NoFone (a sx c'è un SiFone, n.d.r.) e da lì in breve alle Jean Jacques Rousseau, poi finalmente le Kalenda Maya, zone remote di PB dove le scritte a nero fumo evocano gli anni '80. Qui è la storia dell'a monte dei Piedi Umidi e del suo sifonista Penez, è la storia della Gola del Visconte, della grande giunzione con il Gachè e di alcuni uomini che ne hanno scritto pagine incredibili.

      Fare un confronto con Labassa mi viene quasi naturale tanto è differente da PB: di comune hanno forse quella sensazione di vastità e lontananza dal mondo esterno, ma quello che sicuramente più mi colpisce è la differente morfologia degli ambienti. Labassa l'ho tridimensionalizzata nella mente con il collettore dei Grandi Laghi, con le gallerie delle Givanin Magnana, dell'Iperspazio, dell'Immacolata Concrezione, delle Io speriamo che me la cavo, in una sequenza impressionante, ma tutto sommato banale, di tubi freatici che scendono verso il fondo. PB invece si presenta come un luogo molto più complesso, certamente altrettanto vasto, ma molto più difficile da metabolizzare, dove frane seguono a freatici ormai fossili, fiumi attivi seguono a risalite, poi pozzi e ancora laminatoi, poi una esplosione di vastissimi ambienti di crollo, separati da insignificanti passaggi segreti, che aprono verso altri inspiegabili luoghi.

      Scendere il fondo del Lady Fortuna per sbucare nelle Rousseau e da lì filtrare nei Piedi Umidi lascia intuire che gli esploratori di allora non mancavano certo di fantasia nell'indovinare i passaggi giusti!

      Due mondi completamente diversi, dove in entrambi però, ogni sasso, ogni passaggio, lascia ancora indelebile l'impronta dell'esploratore che l'ha percorsa la prima volta.

Kalénda Maya
Ni fueills de faia
Ni chans d'auzéll
Ni flors de glaia
Non es qe·m plaia,
Pros dona gaia,
Tro q'un isnéll
messagiér aia
Del vostre bel! cors, qi·m retraia
Plazér novéll, q'amors m'atraia,
E jaia
E·m traia
Vas vos, donna veraia;
E chaia
De plaia
·L gelos, anz qe·m n'estraia

[Raimbaut de Vaqueiras, XII sec.]

      Siamo a circa 6 ore dall'ingresso, abbastanza asciutti e discretamente motivati e la sete di gloria ci porta senza troppe esitazioni a risalire subito Kalenda Maya dalle J.J. Rousseau. La galleria inizia imponente, con grandi blocchi di crollo e passaggi in arrampicata piuttosto infidi, poi una prima corda ci dà un assaggio di quello che ci attenderà poco oltre... Numerosi risalti, spesso in libera, altre volte su corde da 8, con nodo a riscontro su singolo spit di ventennale memoria! Resta comunque un capolavoro di arrampicata del Marantonio dei tempi d'oro. Miglioriamo qualche armo, ma già dai primi fori notiamo che il led verde presen-

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te sul trapano è spento (segno di batteria scarica). Nonostante questi imprevisti, impieghiamo comunque più di un'ora per risalire la via, in ambienti sovente vasti, intervallati a bassi e ripidi laminatoi, sino ad un verticale meandro, molto stretto, molto alto e soprattutto molto disarmato.

      Qui lasciamo il trapano, la corda da 100 di Andrea (lasciata in zona anch'essa, da 20 anni ad affinare) e il resto del materiale e in due, Tommy e chi scrive, tentiamo di vedere almeno il famoso camino termine del conosciuto. Uno stretto (molto!) meandro serpeggia per una ventina di metri, poi un arrivo d’acqua dall'alto scompare in un pozzo (da scendere assolutamente), mentre noi proseguiamo in salita sino alla base di una corda, ormai a brandelli, solo cascata. Tiriamo a sorte a chi tocca salire per primo e perdo io. Prego per 20 metri, poi uno spit e la corda finisce su un terrazzo. Verso l'alto il camino prosegue e questo ragionevolmente è il limite delle esplorazioni raggiunto da Andrea e Marco negli anni '80. Quando mi raggiunge Tommy siamo completamente fradici, con trapano e corde piuttosto lontani, il morale sicuramente non alle stelle, ma in compenso abbiamo visto cosa comporta guadagnare la gloria: una risalita sotto cascata non prima di uno stretto meandro e infidi saltini su corde ormai definibili antiche!

      Torniamo indietro, raggiungiamo i compari e ci dirigiamo finalmente a quello che dovrebbe essere il nostro campo base. La zona prescelta è il breve rametto che adduce al sifone dei Piedi Umidi (lato a monte). "Lì - garantisce Tommy - s'è già dormito nel 2007 e non s'è patito il freddo", in quanto, per via del sifone che tappa il ramo, non vi è corrente d'aria. Allestiamo quindi con un telo di tenda un quanto mai disagevole campo, con materassini fradici ripescati dal sifone stesso, teli termici e un provvidenziale fornelletto a gas che ci permette di asciugare almeno le ossa. Nel frattempo si ragiona su cosa fare, appurato che

Lungo i meandri di P.B. verso le Gary Hemming (foto E. Massa)

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Interno - esterno con evidenziate le nuove gallerie Popongo in rosso

il trapano e/o la batteria hanno problemi e le alternative possibili sono ormai risicate; l'unica cosa sensata è per ora dormire.

      La notte -si sa- porta consiglio e l'idea di tentare una riparazione del trapano non è poi così fuori luogo. La mattina ci vede quindi tutti con la stessa idea: cercare un cacciavite per aprire il trapano e verificare se per caso il led verde è spento perché scollegato (ovvio pensarlo nevvero?)... Teto, illuminato sicuramente dal Visconte, rovistando nel suo sacco, tira fuori quello che a prima vista potrebbe sembrare un normalissimo coltellino svizzero ma che, se osservato più da vicino, risulta essere chiaramente un "Salvapunta" uno strumento cioè in grado di risolvere punte esplorative finite in merda.

      Il Salvapunte in effetti ci salva appunto la punta, in quanto ci permette di aprire rapidamente il trapano e verificare che il led verde era davvero scollegato; con un po' di fortuna ed un pezzo di nastro isolante recuperato dal sacco della Stefania, si ovvia al problema, e il led torna a re illuminare di verde noi, il trapano e tutte le nostre buone intenzioni.

      Carichi di questa vittoria dirigiamo gagliardi verso la Risalita del Pazzo: una nera finestra, a circa 10 metri di altezza, in una diramazione laterale delle Sale Gabriello Chiabrera.

      Sulla volta una scritta a nero fumo: "In queste regioni si conclude la via dell'Abisso Gola del Visconte dedicata a Gabriello Chiabrera poeta savonese ore 3 del 29 07 83"

      Ambienti molto vasti, di crollo, da percorrere tra frane ciclopiche e passi alquanto arditi. Il più impressionante è forse proprio il "Passo del Pazzo", dove con un balzo bisogna sorvolar un baratro per atterrare su un esile terrazzo di blocchi franosi. Solo un pazzo potrebbe azzardare una simile impresa.

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Il rilievo della Gola del Visconte con evidenziate le nuove gallerie Popongo in rosso

[…] E senza sapere a chi dovessi la vita
in un manicomio io l'ho restituita:
qui sulla collina dormo malvolentieri
eppure c'è luce ormai nei miei pensieri,
qui nella penombra ora invento parole
ma rimpiango una luce, la luce del sole.
[F. De Andrè, 1971]

      La prima volta lo fece il sifonista Penez, in esplorazione, con muta e calzari; ne hanno provato i brividi quelli della punta 2007 e lo rifacciamo noi per arrivare alla base della cascata. Giusto una quarantina di minuti dal campo base. Senza perdere altro tempo, attacco a risalire. Il tiro non è dei migliori, ma, dopo i primi metri un po' strapiombanti, verticalizza ed evitando lo stillicidio dall'alto, in breve raggiungo la finestra, guadagnata la quale, mi trovo alla base di un vasto camino, il "Fin Lassù", largo circa 5-6 metri e lungo una decina, con stillicidio dall'alto e pavimento intervallato da alti gradoni. Salgono tutti poi grida di gioia, urla e la convinzione di avere colpito!

      Riordiniamo velocemente i materiali e proseguiamo con una risalita in libera (piramide umana) di circa 3-4 m per guadagnare un pavimento più alto, sempre medesimo camino, poi una seconda risalita sempre in libera e da lì due meandri, uno in discesa ed uno in leggera salita. Prendiamo quest'ultimo e iniziamo così a percorrere per un centinaio di metri una tortuosa galleria, sino ad un breve pozzetto di circa 3 metri. Alla sua base un torrente d'acqua scorre tranquillo, ovviamente altre urla e altri abbracci, mentre si fa strada l'idea di avere trovato le sorgenti dei Piedi Umidi! Armiamo il salto e percorriamo subito il torrente in salita, tralasciando l'a-valle, correndo nell'acqua tra ciottoli fluitati, subito quasi strisciando, poi in una galleria sempre più vasta. Dopo circa 250 metri di corse affannose, la via mostra chiaramente la prosecuzione, ma la parola d'obbligo è rilevare! Così, a malincuore, foto ricordo, e il lento rilievo a ritroso, sino a quando le carte diranno 360 m di nuova frontiera.

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      I, I will be king
      And you, you will be queen
      Though nothing will drive them away
      We can be Heroes, just for one day
      We can be us, just for one day
      [David Bowie, 1977]

      Passano i giorni, il sole asciuga le ossa, e la voglia di tornare la sotto riaccende gli animi. È così che si pensa alla quarta punta ovvero:

La scoperta di Popongo!

(TB)

      Alla notizia giungono e ritornano tutti all'ovile pronti a rientrare immediatamente: Toscana-Liguria-Piemonte in sodalizio estivo. Si riparte; stavolta mancano Enrico e Stefano ma in più abbiamo Giulio, Marcolino, Lucido e Thomas. Ritorniamo all'ultima saletta, due passi dietro un masso e sembra aprirsi qualcosa. Ci addentriamo e il "qualcosa" si fa più grande e buio, un liscio soffitto piano sopra di noi: siamo in una grande faglia orizzontale in salita, con forte inclinazione di cui non si vede la fine.

      Risulterà della lunghezza di 210 metri e si chiamerà Popongo!

      La galleria finisce in alto sugli scisti impermeabili in luoghi stretti. Sul soffitto e ai lati ci sono svariati arrivi e meandri che gettano acqua, dei quali ne abbiamo risaliti due nella medesima punta senza però scoprire grandi prosecuzioni. A valle confluiscono le varie acque che si gettano nel meandro iniziale e compongono il fiume che probabilmente è lo stesso dei Piedi Umidi (il fine punta si è concluso con la discesa del fiume a valle dall'attacco con le Vai Vai Kebab fermandosi su un pozzo da 20).

Il sorriso degli esploratori (foto E. Massa)

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      Agosto 2009

      Personalmente mi auguro un ritorno di tutti per un ennesimo campo in capanna e quindi in Popongo. Gli obiettivi da vedere ancora sono: 1) vari arrivi in Popongo; 2) meandro laterale appena sopra la finestrella del Passo del Pazzo e condottina che gli sta di fronte; 3) Fin Lassù: tutto da vedere (e non è poco..); 4) discesa del fiume ferma su pozzo da 20. Tutto ciò relativo alle nuove gallerie. In alternativa: risalita in Galadriel con possibile (oltre che molto comoda) giunzione con le Vai Vai Kebab.

      E poi ho sentito parlare di un certo Khyber Pass...

 

Brevi note sulle nuove gallerie esplorate

(EM)

      I nuovi rami scoperti nell'estate 2008 si dipartono da una diramazione laterale della Sala Gabriello Chiabrera, attraversando il cosiddetto Passo del Pazzo, aereo passaggio sulla verticale di un profondo baratro, tra instabili blocchi di frana, che conducono alla base di una occhieggiante finestra raggiungibile mediante risalita di circa 10 metri.

      La finestra adduce alla base di un alto e vasto camino, denominato "Fin Lassù" del quale restano sicuramente da verificare ancora possibili livelli superiori (effettuabile però solo mediante risalita in artificiale). Qui gli ambienti sono prevalentemente verticali, controllati dalle lineazioni tettoniche, con morfologie a scorrimento vadoso. Il ramo prosegue con un meandro in leggera salita e direzione sud-ovest, per circa una settantina di metri in ambienti fossili, scavati da acque a pelo libero. Risultano però ancora evidenti sulla volta le antiche morfologie freatiche testimoniate anche dalla presenza di alcune anguste condottine (le Gallerie "Vai Vai Kebab!") le quali, di limitato sviluppo e sovente ostruite da esili concrezionamenti, dirigendosi verso sud (in direzione del Ramo dei Montoneros?) presentano deboli circolazioni d'aria.

      Risalendo invece il meandro, si perviene, dopo una settantina di metri ad un breve salto di circa 3 metri, alla cui base un modesto torrentello, molto probabile a-monte dei Piedi Umidi, verso valle precipita dopo circa 60 metri in un pozzetto da 15, mentre verso monte è percorribile, procedendo nell'acqua, per un centinaio di metri, sempre in direzione sudovest, in ambienti freatici, dal fondo sovente ingombro di ciottoli fluitati (resti di detriti morenici presenti in superficie) sino quasi a strisciare.

      Poi le dimensioni consentono nuovamente di procedere in piedi, soprattutto in corrispondenza di zone di crollo dove si ritrovano i resti della volta sul pavimento, mentre la galleria, svoltando nettamente a nord-ovest in direzione della Colla del Pa, ricomincia a prendere quota con pendenze di circa 30° per uno sviluppo di circa 200 metri. Sono queste le Gallerie Popongo le quali, di dimensioni sempre più vaste (larghezza sino a 10-12 metri ed altezze di 5-8 metri), presentano morfologie prevalentemente graviclastiche, tipiche dei settori più occidentali della Carsena di Piaggiabella (Gallerie Galadriel, Sala Bianca, Bella Donna, ecc..), caratterizzate da potenti crolli della volta e soffitto piatto, impostate sui giunti di discontinuità a limitata inclinazione (circa 30°) sovente anche comunicanti tra loro tramite stretti laminatoi.

      Questa grande galleria si sviluppa sul contatto tra le rocce carbonatiche e il sottostante basamento impermeabile costituito dalle metamorfiti pretriassiche del Brianzonese Ligure (porfiroidi), sovente affiorante tra i copiosi accumuli detritici del pavimento.

      Il torrente è alimentato prevalentemente da una diramazione laterale (aprentesi sulla sinistra -destra idrografica- della galleria principale), percorsa per circa 50 metri, sino alla base d'un camino in cui occhieggia, ad una decina di metri da terra, un meandro di dimensioni apparentemente ridotte.

      Una seconda diramazione ancora, sempre sulla sinistra (destra idrografica) contribuisce ad alimentare il torrente con modesti stillicidi. Questa, assai ripida nel suo primo tratto, è poi spezzata da un'arrampicata di 8 metri; alla sommità, un meandro largo 1 metro e alto diversi si lascia comodamente percorrere per una ventina di metri, raggiungendo uno slar-

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Carsena di Piaggiabella Risalita FIN Lassù e Gallerie Popongo
Briga Alta (CN)
Anno 2008 - explo e rilievo: Stefano Basso (GS Savonese), Tommaso Biondi (Lucca), Alberto Gabutti (GS Plemontese CAI UGET), Giulio Maggiali (La Spezia), Marco Marovino (GS Piemontese CAI UGET), Enrico Massa (GS Savonese), Stefania Strizoli (GS CAI Bolzaneto Genova), Thomas Pasquini (Lucca) – Pianta - Dati metrici: Sviluppo: 880 m - Profondità: + 190 m - Riporto grafico: Enrico Massa

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Carsena di Piaggiabella Risalita FIN Lassù e Gallerie Popongo
Briga Alta (CN)
Anno 2008 - explo e rilievo: Stefano Basso (GS Savonese), Tommaso Biondi (Lucca), Alberto Gabutti (GS Piemontesw CAI UGET), Giulio Maggiali (La Spezia), Marco Marovino (GS Piemontese CAI UGET), Enrico Massa (GS Savonese), Stefania Strizoli (GS C. Bolzaneto Genova), Thomas Pasquini (Lucca) - Sezione Longitudinale - Dati metrici: Sviluppo: 680 - Profondità: + 190 m - Riporto grafico: Enrico Massa

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go, in salita, in cui si procede ancora per qualche metro tra grossi blocchi di frana instabili e detriti morenici. Qui, a destra, oltre un passaggio troppo pericoloso, una diaclasi rimontante probabilmente troppo stretta, mette fine al discorso.

      La sezione del tratto terminale delle Popongo (circa 50 m), collassata, si restringe fortemente, diventando nell'ultima decina un esiguo meandro bifido, nel Malm, tosto impraticabile; anche l'aria è assai diminuita.

      Rispetto all'esterno, geograficamente, le nuove gallerie si sviluppano circa un centinaio di metri a NW della Capanna Saracco Volante, nella valletta retrostante le pareti di Bebertu, sul limite occidentale della Zona A della conca di Piaggiabella. Il fondo pare quindi essere localizzato in corrispondenza della parte più pianeggiante di quella ampia zona erbosa, perennemente acquitrinosa, compresa tra la Colla del Pa e la Piana di PB.

      Se le possibilità di proseguire oltre l'estremo a-monte, in direzione Colla del Pa, appaiono ad oggi piuttosto limitate, le Gallerie Popongo potrebbero ancora riservare sorprese proseguendo la risalita del camino Fin Lassù alla ricerca di eventuali livelli fossili superiori. Inoltre, considerata la vicinanza con i Rami dei Montoneros che, come anzidetto, risultano impostati sulla medesima famiglia di fratture a debole inclinazione (laminatoi a soffitto piano), potrebbe essere interessante verificare l'esistenza di possibili comunicazioni proprio con le Popongo o soprattutto con i caotici diverticoli della Sala Gabriello Chiabrera, forse ancora meritevoli di una rivisitazione attenta.

Le immagini di pag. 7, pag. 14 e pag. 23 sono di Tommaso Biondi
e sono scattate in fase esplorativa lungo le gallerie Popongo

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50 anni di campi GSP: il primo alla Chiusetta

Elisa D'Acunzo (Selma)

      Quest' anno nuovo paesaggio quando al mattino, sonnolenti e sudati, si apre la zip della tenda: la Piana della Chiusetta.

      Meta insolita per tende e gias GSP, da sempre infatti è la base imperiese per campi estivi, esplorazioni Labassiane e pazienti, determinati, costanti scavi. Uno di questi, quello al Buco degli Sciacalli, ha portato nel 2005 dopo anni e anni di accanimento, al 14° ingresso di PB.

      Caffè, biscottini, quattro chiacchere, ti vesti, metti l'imbrago, sacco in spalla e voilà, eccoti fiondato, dopo centotrenta metri scarsi di corda, nelle zone di Piaggia Bella più vicine a Labassa, le Che Schifo su tutte.

      Niente male, vero?

      Niente male per cercare, una volta per tutte, questa benedetta giunzione per chiudere (o continuare) un paio di vecchi discorsi iniziati nel 2007, a Presa della Pastiglia (cfr. Grotte n° 148).

La piana della Chiusetta (foto U. Lovera)

      Ma procediamo con ordine: lo scopo principale del campo è, per l'appunto, la giunzione. Abbiamo diverse strade da tentare: i vari fondi delle Che Schifo, già visti e scavati a più riprese, e pure il nuovo ramo Danza Serba, galleria che si stacca a metà di Bruttadonna. È un sifone di sabbia e fango che punta dritto verso Labassa, scovato e scavato dal Gobetti, Joe Lamboglia e Christophe Peyre con due amici, per l'appunto serbi, nell'estate del 2006.

      Per quanto riguarda le Che Schifo, durante il campo sono stati fatti due giri. Nel primo Sarona e la sottoscritta hanno rivisto la zona del Pentivio e uno dei fondi a quota 1710, dove finisce gran parte dell'aria delle gallerie. Nel secondo, Ube, Piero Meda "Sciacallo" da Imperia, Vittorio e Marcolino, rivedono da cima a fondo le zone alte delle Che Schifo senza trovare nulla di nuovo, ma ponendo tutta l'attenzione sull'aria, che tira a salire per fratture, uscendo. Nella stessa punta, facendo un favore a grandi e piccini, i nostri disostruiscono la strettoia

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che da base Droctulft conduce aile zone del Pentivio.

      Invece, al ramo delle grandi speranze di giunzione, Danza Serba, fin dal secondo giorno sono iniziati gli scavi. Appena finito di montare il gias e via, la squadra Nicola, Sarona e Igor s'infila in notturna a tirare via taniche e taniche di intaso.

      Lo scavo si preannuncia eterno e in effetti lo è, ma la direzione è quella buona e il posto è a mezz'ora dall'ingresso, quali migliori condizioni? Il lavoro è rilassante, le zappate si susseguono mentre si chiacchiera amabilmente, si riempie la tanica, uno, due, tre, tira! E si riparte. Ma nonostante la comodità, Danza Serba ha visto solo cinque manches di scavo, un po' pochine per un campo dedicato all' inseguimento della giunzione ma, ahimè, scarse le forze giesseppine, diverse cose da fare in grotta e pure un po' di sfortuna. Infatti il 5 agosto, giorno funesto, ci siamo giocati la schiena di Nicola e la mano del Gabutti, entrambe durante lo scavo del Buco Frigo degli imperiesi. Due persone fuori gioco a un campo già di per sé spopolato! Casomai non si fosse intuito, non abbiamo fatto nessuna giunzione.

      Ma passiamo ad altro: il promettente Presa della Pastiglia. Riporto un estratto dell'articolo di Marcolino su Grotte n° 148: "Se al bivio di cui sopra avessimo invece tirato dritto (...) saremmo giunti in una nera sala in cui, con breve salto, si getta un rivo misterioso"; ed ecco il primo punto su cui giocare: dove se ne andrà a finire l'acqua? Lanciando una pietra si intuiscono circa quindici-venti metri di salto... andiamo a vedere? Ed ecco partire dal campo Badino col malcapitato, unico volenteroso, Marcolino, accompagnati da sacchi più pesanti di una Luisa al 9° mese di gravidanza. Il "saltino", che s'è mangiato una 80 metri di corda, rientra, l'infame, alla base del Droctulft. I nostri ne approfittano quindi per giocare col faretto a quota 1700-1740 del suddetto pozzone, intravedendo una risalita che parte una cinquantina di metri più in alto rispetto all'attacco del Droctulft, non effettuata per mancanza di materiale.

      Chiuso un enigma di Presa della Pastiglia, passiamo al successivo.

      Agosto 2007, il giorno dopo l'uscita di grotta dell'ormai celebre Igor Jelinic, una squadra piemon-tosco-laziale (Marcolino, il solito Thomas e Valerio Olivetti de Roma) s'appresta a continuare l'esplorazione interrotta il mese precedente. Due brevi risalite e finisce il materiale. Tocca tornare e siamo al campo Chiusettiano.

      Presa della Pastiglia è uno di quei posti talmente marci che solo il Cicconetti, attratto irresistibilmente da questo tipo di luoghi, può trovare e continuare. Ed eccolo, col sempre nostro Marcolino, a tentare il colpaccio. Constatato che PdP è molto più infernale e pericoloso di quanto i due ricordassero, chiodano sei metri scarsi di parete (o meglio, di sabbia compressa), per trovarsi all'imbocco di un meandro molto stretto e con poca aria dove armano un traversino per raggiungere del nero che parte sopra un pietrone enorme. Il nero si tramuta in un meandro molto stretto, ornato da frana sospesa e ballerina sotto i piedi e sulla testa. Quando è troppo è troppo. Bestemmiando, disarmano l'ultima risalita e danno ancora qualche martellata a una frattura alla sua base da cui giungono acqua e aria: niente da fare. Non c'è più motivo per ritornare, quindi disarmano tutto, portando i sacchi quasi al punto di esplosione (quanto spazio occupano le pive? E quanto pesano? Forse Badino scriverà un articolo tecnico sul prossimo bollettino).

      Chiuso tristemente il capitolo di Presa della Pastiglia, gli ultimi sforzi grotteschi vengono effettuati giocherellano sul Droctulft.

      Una punta torin-imperiese con Cesco Belmonte, Sciacallo, Andrea Pastor e Mkl va a traversare il Droctulft all'altezza dell'attacco da cui lo si scende per andare nelle zone del Pentivio (per chiarezza, dall'armo più alto, quello del terrazzino). I nostri sono diretti alle gallerie viste alla svelta da Badino nel '90 durante la risalita del suddetto pozzone. Il traverso, dopo pochi metri, li porta a scovare un condotto di 5-6 metri e un pozzetto di 4 alla base del quale... ta-dam! Gallerie freatiche! Subito a destra un pozzo, 90 su 100 il Droctulft, proseguendo dopo pochi metri un bivio: a sinistra la condotta discende fino a un sifone di sabbia; a destra continua in un intricato dedalo di gallerie con aria sempre forte in faccia che si infognano a causa di una frattura che le taglia. Dietrofront. Si torna al sifone di sabbia, l'aria è forte! Scavano per 3-4 ore, esaltatissimi, convinti della direzione labassiana. Manca poco

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lavoro da fare, ma tornano indietro, terribilmente curiosi di mettere su carta l'esplorato (occhio che la corda che traversa il Droctulft è una venticinque da sistemare!). Ed ecco un'altra fregatura, non è Labassa la direzione, ma il sifone è lo stesso trovato da Igor, Nicola e Mecu nel 2000 in cima a una risalita fatta a pochi metri dalla tendina zona Pentivio.

      E questo è ciò che abbiamo combinato sottoterra. Il lavoro in superficie è stato pochino, in parte perché le zone intorno sono state per anni viste e riviste, battute e ribattute dagli imperiesi, e in parte perché le esigue forze sono state concentrate principalmente sugli Sciacalli. Solo un paio di buchi interessanti: un freatico mai visto (ma che chiude poco dopo senza speranze) a 100/150 metri sopra la malga del pastore alle Selle di Carnino e un pozzo con imbocco stretto, non sceso, nei pressi della dolina del Pino. La pietra sembra scendere di circa 30 metri, meriterebbe che qualcuno ne riprendesse la disostruzione.

      La smetto qui con il resoconto dell'attività speleologica e passo alle varie attività sociali e ludiche da gias e non.

      Cosa pensereste voi se, andando a trovare una coppia di amici accampati per selvagge montagne, questi vi dicessero "Stasera andiamo al cinema" e vi caricassero sul cassone di un pick-up con altre dodici persone? Che sono pazzi, e in effetti ci può stare. Ma basta poco, che ce vo? Un PC portatile, un video proiettore, pop corn, vino, una bella parete calcarea bianca ed ecco a voi il cineforum marguaresiano firmato Athos e Giulio Spezzino. Con "Frankestein Junior", la luna piena al Colle dei Signori e, per finire, lo spettacolo di fuochi artificiali provenienti dal rifugio del Martel... cosa vuoi di più per festeggiare Ferragosto? Certo, dopo questa serata e il concerto dei New Crolls alla Gola del Visconte dell'anno scorso, diventa difficile inventarsi altro!      E poi, come al solito, grandi partite di Tokio e interminabili pomeriggi urissosi a giocare all'Assassino, da poco introdotto, ma di grande coinvolgimento emotivo, che ha visto tutti cimentarsi con la fantasia per assassinare nei modi più assurdi i propri amici. Vince, su tutti, la morte di Athos nel sonno, soffocato dai giganti coglioni di Toto Vigna (buonanima).

      Da ricordare, Pruel che rincontra mammà Marilia dopo un anno in Guadalupe, giungendo alla Chiusetta scalzo a causa di un tatuaggio fresco fresco su piede e caviglia. Stesse calzature "nature" per andare a battere sui temibili canaloni nord in punta al Ferà con le vipere che giocano a rincorrersi sui decorati alluci.

      E ancora, il gias gigante versione 1.0 che, dopo un pomeriggio di vento ben cattivo, crolla su Rodrigo Bertorelli, il quale rinomina il telone "tendass"; le ripetute visite dei liguri del Bolzaneto Claudia Iacopozzi, Alessandro Maifredi, Stefania Strizoli Wiggins e Christian Brizzi che, per una settimana, probabilmente alla ricerca dell'allenamento perfetto, hanno passato le giornate con noi per poi andare a dormire in Capanna e tornare giù puntuali il mattino dopo e, infine, ricordiamo i numerosi passaggi toccata e fuga del giuovane Thomas in viaggio tra una grotta e l'altra, da un capo all'altro del Marguareis.

      Abbastanza particolare anche l'incrocio con il campo degli imperiesi, purtroppo per pochi giorni, a causa dei tempi sfasati. A parte Sciacallo e Andrea, la banda marittima è arrivata quando ormai si stava smontando il campo. Brevemente, cosa hanno combinato agli Sciacalli: hanno trovato a monte di Bruttadonna un condotto freatico di due metri di diametro con tre sifoncini. I primi due svuotati e oltrepassati, il terzo ha visto solo un coraggioso e ignudo Bertora che, giunto dall'altra parte, dà notizie di una strettoia con aria molto forte. Da rilievo, siamo sotto la croce della Chiesetta.

      Torniamo ai giesseppini. Qualcuno prima del triste rientro alla civiltà, ha optato per una scappata in Capanna (Ube, Ubertino, Marcolino, Igor e Sciacallo) per andare a rivedere le Mistral, punta descritta da Ube da qualche parte in questo bollettino. Molto interessante e succosa l'attività in Piaggia Bella post-campo, di cui si parlerà ampiamente nelle prossime pagine.

      Infine, un avviso molto particolare, invito TUTTE LE DONNE A FARE ATTENZIONE, poiché un grave e contagioso virus è stato risvegliato dalle sabbie del sifone in Danza Serba: il temibilissimo Bacillus Ingravidatorium. Il virus ha infettato TRE DONNE SU QUATTRO alla punta femminile del 3 agosto, una veterana alla 4° ricaduta e due neofite. Chi vi scrive è l'unica superstite (e tocca ferro).

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Ritorno alle Mistral

Ube Lovera

      Sullo sfondo veleggia la placida ossessione dei Trichechi e lì, appena nascosta, l'antica e personale maledizione dei Reseaux. Si dà per scontato che gli attenti lettori non abbiano a chiedersi di che si sta parlando, di cosa siano i Trichechi, certi come siamo che gli innumerevoli articoli che hanno preceduto questo non siano passati inosservati e certi anche del fatto che si suddetti lettori si siano ridotti nel frattempo alla manzoniana dozzina.

      Per rinfrescare la memoria possiamo dire che i Trichechi sono da parecchio tempo, secondo uno che dice di capirci di abissi marguareisiani, in prossimità della giunzione col Reseau B di Piaggia Bella. Accade però che proprio mentre due squadre di accingevano a festeggiare l'uno che entra a far parte del tutto, il Visconte decida di mescolare le carte regalando alla smilza squadra dei Trichechi prima un inopinato, gigantesco P60, poi un discreto spostamento in pianta, quindi una fraccata d'acqua e infine una diciassettina di ore di attesa a base pozzi. Per i colleghi appostati a PB solo acqua.

      A questo punto l'esperto di cui sopra corregge il tiro e decide che se i Trichechi non vogliono saperne di cascare nei Reseaux, per una questione che ha che fare con Maometto, bisognerà andarli a intercettare per aria. Alla bisogna si estrae dal mazzo la carta Mistral ed è una carta ben giocata perché si tratta di vecchissime gallerie devastate da una corrente d'aria pazzesca che, partendo dalla Tirolese, ricopiano i sottostanti Reseaux una trentina di metri più in alto. Esplorate nel 1985, in tempi in cui era necessario essere sbrigativi perché le esplorazioni si susseguivano senza lasciare tregua, le Mistral sono in breve una lunga e magnifica galleria che procede con qualche facile risalita fino ad un bivio. La via di sinistra, esplorata all'epoca, meandreggia fino a un p30 che, disceso, porta a bagnarsi i piedi nell'allora ignoto (a noi) Reseau B. La via di destra invece, indicano le relazioni, fu percorsa da quello ora esperto e allora giovincello con i suoi compari fino a un pozzo, sceso per metà per mancanza di corde.

Esplorando in PB (foto A. Eusebio)

      Si intende ora proseguire per quelle antiche gallerie, sempre sovrapposti a Reseau B, e di qui intercettare il fratturone delle parti terminali dei Trichechi che dovrebbe presentarsi ortogonale.

      Per l'occasione si scende attrezzati oltre che dei frequenti Marovino, Cicconetti, Ubertino, dei ben più rari Giovanni Rossi da Faenza, Piero Meda da Imperia e Roberto Chiesa da Toirano, del germoglio lucchese Thomas oltre che dell'inevitabile esperto sopra citato.

      Dalla Tirolese in poi risulta subito chiaro trattarsi di riesplorazione, dato che la memoria dell'unico superstite dell'85 latita. Si procede quindi sorprendendosi delle gallerie, delle condotte, poi del gran camino con l'eco, quindi della corda che penzola e infine dell'enorme pozzo nel quale stendiamo la prima delle nostre

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corde. "L'hai sceso tu con Arlo, rincoglionito" sentenzia Igor consultando i "Grotte" che ha provvidenzialmente portato seco. Alla base un po' di meandro, un p10, un altro meandro, un pozzetto e un torrente, Reseau B. Atterrati trenta metri a valle rispetto alla giunzione dell'altro ramo, capiamo che RB non è stato poi perquisito così a fondo. Contemporaneamente il Chiesa si esibisce al rilievo, facendo l'unica cosa utile dell'intera punta. È tutto.

      Fuori, alla Capanna, per essere sempre circolari, troviamo Patrizia e Carlo Curti, compagno d'esplorazione nelle Mistral del lontano 1985.

MISTRAL - ramo destro - 16-08-2008 - PIAGGIA BELLA -
Ril: - Roberto Chiesa (Gruppo Speleologico Cycnus - Toirano SV) - Giovanni Rossi (Speleo Club Forlì) – Dis.: - Roberto Chiesa - SV Spaziale: 98 m (-50m ca.) - SV Planimetrico: 72 m (+20m ca.) Disl: +19 m / -5 m (-35m ca.)

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PPS: Pippi paga sempre

Marco Marovino

      Venerdì sera d'un tardo settembre, Galleria Subalpina, riunione.

      La sala è quella laterale, di ridotte dimensioni, in uso da troppo tempo ormai, così come questo piccolo tavolo, capace d'accogliere intorno a sé che pochi, spesso canuti esploratori. "Famiglie donne incinte, sfregamenti, facce gambe pance braccia" salmodiava qualcuno tempo fa che par un secolo, in viaggio dal punk al consorzio suonatori, prima della deriva papalina. Versi che ben rappresentano lo stato dell'arte del GSP moderno, falcidiato da un'ondata di geriatrico abbandono e, parallelamente, da un virale impeto filiare cui, torme di grottisti nostrani, devono il gran turbinio di pannolini & co che li terrà lontani dalla gloria marguareisiana di qui all'eternità.

      L'idea è una punta al Pippi.

      Ciclica come le pandemie che di tanto in tanto giornalisti a secco d'inchiostro fresco riesumano e sparano su pessimi rotoli di carta straccia.

      Chiaramente è frutto d'Igor, a cui riesce invece la magia del conciliare il sacro fuoco esplorativo con la più complessa vita di padre, marito e lavoratore.

      Io non posso che assecondarlo -peraltro da millenni-, in lode a tale sua mirabile dote.

      Per l'occasione vantiamo un giovin Thomas da Lucca ed un martinese, chissà mai come giunto a noi, di professione militare.

      Avremo di che divertirci. Sabato 27, V. Ellero.

      Un Biecai già proteso verso l'inverno, che scopriremo presto come il più infernale degli ultimi decenni, accoglie scontrosamente quattro figuri, intenti a bestemmiarsi addosso le solite nefandezze che impestano questa triste Itaglia, mentre arrancano verso il passo delle Scalette; il freddo becco e un grigiore umido e tetro, spingono ad infilare l'ingresso senza nemmeno giocare a tirar tardi.

      Oggi il Pippi non sgronda come di consueto, i pozzi scorrono veloci ed asciutti, il corollario franoso che fa Santa Esmeralda di nome pare più stabile del solito e l'appiccicaticcio lungo freatico che sfocia nella buia, ampia Fora del Baus, si mostra più lustro di quanto ricordassi.

      Eccolo qui l'aridume che ha rinsecchito buona parte del 2008.

      Via subito, direzione Amonte, alla cui testa confluisce una rete di gallerie, per lo più attive,

Lago Rataira (foto U. Lovera)

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fitta, tentacolare, ma soltanto parzialmente esplorata.

      Incrociamo subito un'amabile tendina; le due dita d'acqua che ne allagano il catino ci palesano subito quanto sarà poco confortevole il nostro riposo al ritorno dal remoto oscuro...

      Ancora oltre, con Virgiligor, ad illustrarci le diramazioni che veloci sfilano sotto i piedi; l'Alpino Zoppo, i bivi per Myosotis, Brabham su Brabham, Frattali e Scala Santa, quindi la nostra meta: una fragorosa cascata in parte già risalita che proviene da un indefinito ritaglio di nero.

      L'occhio del faro è miope, non svela, dunque occorrerà toccare con mano; l'agile toscano provvede in men che non si dica. Sette metri più in alto riparte un meandro. Minkia, prosegue! Raggiungo il cinghiale, fermo sotto un'altra, breve, arrampicata (P3).

      Mentre invoco prudenza, salgo in facile opposizione.

      Allarga subito, e parecchio; ora trattasi di freatico - svariati i metri di diametro - poggiato sull'impermeabile che porta l'acqua seguita sin qui.

      Biforca immediatamente; par un motivo valido per scomodare i due ghiaccioli rimasti ad aspettare nostre nuove a base corde.

      Mischiamo le carte, Igor ed il sottoscritto a destra, Thomas con il milite a tutta dritta. Ci rivedremo soltanto diverse ore più tardi...

      La galleria che infiliamo noi non può che iniziare malissimo; cataste di massi più che mobili, prime enormi poi più moderati, ci portano a guadagnare rispettivamente dislivello, sviluppo e soprattutto una pallozza indefinita nelle mutande. Mi pare la chiamino strizza... Non che sia pericoloso; consiglierei anche di portarci gli allievi di un corso.

      Se si vuole far in modo che cambino interessi...

      Continuiamo a filtrare; ricorre assiduo un "Speriamo chiuda".

      Ed invece avanti, tra passaggi più o meno traballanti sempre in forte salita. Iniziamo a mischiare curiosità a terrore.

      Superato un breve restringimento, sulla destra ci saluta un salto di una decina di metri. Noi, senza imbrago, ricambiamo tirandogli un sondapozzi, per poi proseguire. L'aria, sempre evidente, continua a soffiarci in faccia. Strana, inaspettata zona.

      Il gran botto delle Popongo sa ancora di fresco, il Pas parrebbe avvicinarsi anche per di qua, e la speranza di uscire da una piccola PB ci sorprende sempre più spesso a cercare esterne lame di luce. Ora è frenesia ad affiancare curiosità.

      Passi meno prudenti ci spingono a continuare, anche se tra massi (che ora ricordo come) più certi del loro stare. Sulla sinistra un'ambiente si porta via dell'aria. Curioso. Procediamo, oramai certi che sarà per sempre, sempre in forte risalita, sempre su frana. Invece, altra sorpresa: uno sfondamento ci obbliga a perdere qualche metro, per finire alla base di un'arrampicata, facile (P4), ma esposta.

      Oltre si intuisce un discreto vuoto. Saliamo.

      Il marcio ballatoio ci affaccia su un'ampia frattura circa ortogonale alla nostra, di cui i sassi parlano come d'un quindici, prima di scomparire oltre il nostro vedere. Prosegue anche in alto (20 metri?), per quella che, a pisciar lungo, potrebbe rivelarsi una nuova linea (ingresso alto?) per entrare in questa strana, generosa grotta.

      Ma il sacco dei razzi è ben lontano da noi, bipedi inadatti al volo, sicché tocca fermarsi; finisce qui, per ora, Mortal Kombat, certi che passerà non poco tempo prima di tornare.

      Purtroppo tocca il rilievo, fondamentale saper dove siamo finiti. E non solo noi, che avranno combinato gli altri? Mentre a rilento si misura, di masso in masso, sbagliato, si canna la via che è un piacere.

      Le lancette si inseguiranno ancora per qualche ora, prima d'essere al bivio di cui sopra.

      Proprio lì, e da mo, ci stanno aspettando i compagni: Thomas un attimo preoccupato - "Dove eravate finiti, Cristo?" -, il milite cucinato il giusto. Official glace', SVP!

      Poi Capomanipolo si cheta e racconta del loro: "Dal bivio la galleria prosegue in salita, non ripida. Subito una diramazione, a destra chiude dopo poco mentre a sinistra, con forte aria uscente (!), la via non impone ostacoli.

      A mano a mano che si prosegue, la sezione diminuisce; se all'inizio era circa 4×3 e più, a 80-90 metri di distanza arriva a 2×2 e meno.

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Abisso Pippi - Kalenda Naja - Mortal Kombat - Rilievo

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      Ma è proprio pochi metri dopo questa "strettoia" che ci si imbatte in una frana. La si raggiunge con un'arrampicatina sulla sinistra, per by-passarla sullo stesso lato (X a nerofumo). Oltre, un gran vuoto, stimato circa 20×40 e alto 20-30. Nel salone grossi blocchi di calcare nascondono l'impermeabile. Diverse finestre fanno bella mostra. Continuando verso monte, l'impermeabile ricompare e la sezione torna a farsi abbondante (5×4), ma l'aria non sembra essere tutta quella di prima. Qui, ancora sul nero che prosegue, s'interrompe l'esplorazione di "Kalenda Naja".

      Con la scusa di tirare qualche battuta di rilievo, curiosiamo per alcune decine di metri in quest'altra maestosa struttura: non c'è che dire, Mortal Kombat fa una magra figura in confronto...

      L'inverno tra noi ed il Pippi ci darà modo di fantasticare il giusto su quanto lontano queste zone potrebbero portarci.

      Ed ora via, direzione tendina allagata, per un pasto veloce ed uno sguardo al quadernetto dei ricordi: quasi trecento metrozzi di vuoto, mica cazzi, e due gallerie due che spaziano e continuano in cerca delle loro origini. Bel colpo!

      Poi un occhio alla clessidra ci riporta in cognizione: Igor è in ritardo sul ruolino che lo vorrà di qui a qualche ora vestito da babbo. Partiamo. Pacifico, sorridente viaggio verso il sovraterra.

      Ora che scrivo, un secolo dopo la punta, viene spontaneo speculare dell'esplorato, al di qua ed al di là del Pas; parafrasando un Gobetti d'antan, Popongo è la radice del nero della più vecchia PB, o meglio, una delle, vista l'umana triforcazione che i Piedi Umidi offrono a chi di rado porge loro visita.

      Quella più meridionale per la precisione, quindi meno in odor di Biecai, ma la più prossima all'esterno, che, in luce d'un nuovo strabiliante ingresso, oltre a solleticare l'idea romantica del viaggio integrale da sorgenti a Foce, renderebbe le viscontee frane meno remote e le frontiere sugli amonti di Kalenda Maja - Gary Hemming molto, ma molto più affrontabili...

      Cosa che invece Popongo, pur interrogata, non dice o non sa, è dove rintana il bivio -se esiste- per la piramide calcarea affogata nello scisto del Pas, attraverso cui abbordare il sistema del Biecai ed unirlo alla Piaggia.

      Possibile che i fratelli gelosi, Aureliano Buendia in testa, non vogliano compartire il

Conca del Biecai (foto U. Lovera)

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INTERNO ESTERNO PB - PIPPI - Legenda: in blu le gallerie di Piaggia Bella, in verde PIPPI, in multicolor TRICHECHI, in azzurro il Lago Rataira, in rosso la poligonale di MORTAL KOMBAT e parte iniziale di KALENDA NAJA, in nero FIN LASSU' - POPONGO. La griglia in arancione forma un quadrato di 500 metri per lato.

segreto, ma questo a noi non è dato di sapere.

      In Pippi, giusto un mese più in là, è capitata la stessa sorte.

      Modal Kombat e Kalenda Naja, per ora, se ne fottono bellamente del Pas, scivolando sull'impermeabile in direttrice circa E/W che le infila nel feudo, ora in oblio, della NiuGen.

      Qual'è il loro principio? Le onde del Rataira con il misterioso menhir a far da caposaldo zero oppure, davvero, un Sud Ovest più lontano, magari in odore di PB?

      Partecipano al fitto caos Ramo del Salone (o dei Frattali, più a Sud) amonte delle Santa Esmeralda (più a Nord), anch'esse in carenza d'umana frequentazione, anch'esse da rovistare...

      Insomma, tanto per essere originali, anche quest'area è tutt'altro che spiegata e chissà che ancora una volta l'underground non si decida a dar di matto, snobbando la banale idrografia di superficie, già fregata dal Gachè qualche esaliardo di minuti fa, ed esser di vuoto dove quelli che sanno prevedono il pieno...

      PS: volendosi illudere, ci si potrebbe anche aspettare, in coda a queste righe, il disegno di cià che è stato esplorato; è che, a causa d'un poco serio planning sul controllo delle nascite, chi ne aveva preso incarico, ha invece impiegato il già ridotto tempo nella coproduzione de "il quarto della serie dei biondi", ovviamente in partnership con la stracollaudata officina Giovannozzi...

      Disperando di vederlo, è stata presa come contromisura una raccolta fondi per la necessaria vasectomia risolutiva.

      Chiunque abbia a cuore il mondo emerso, al fine di salvarlo dal sovraffollamento che i lemmings made in Igor & Chiara Ltd altrimenti produrranno a breve, potrà d'ora in avanti mettersi in contatto con la redazione di Grotte per un'eventuale donazione. Grazie.


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I Tumpi

Ube Lovera

      Coordinate: x 400103, y 4893293 Quota: 1852 mslm Catasto: 169 Pi/Cn

      Risalendo la Valle Ellero in direzione del Mongioie, traversando Pian Marchisa (passa a salutare Mariolino e Daniele al Rifugio Mondovì, maleducato), abbandonata la strada e proseguendo sul sentiero verso il Passo delle Saline, non potrai non inciampare dentro una profonda dolina che ingoia parte delle acque del rio temporaneo che scorre lì accanto. Quella dolina sono i Tumpi, grotta di discreta storia, considerando che fino a qualche mese fa non superava i 5 metri, tanto di profondità quanto di sviluppo. Ragione della sua fama è un'antica colorazione che decretò, al di là di ogni dubbio, come l'acqua dell'inghiottitoio filasse rapida e decisa verso le Vene. Un tappo di detrito condito da molta, troppa acqua, sbarrava però la via senza che le sporadiche visite riportassero variazioni. Lo scorso autunno un fortunato pellegrinaggio riferiva invece le seguenti novità: rio esterno in secca, tappo detritico ridotto e, udite, discreta corrente d'aria soffiante per completare il quadro.

      Il successivo scavo, promosso da Meo l'eterno, liberava il passaggio verso una frattura che dopo qualche metro sfociava, previo saltino arrampicabile, in una comoda sala. Dopo le necessarie opere idrauliche per intubare l'acqua comunque abbondante, gli intrepidi procedono in discesa fino ad intercettare un ampio meandro che, risalito per una ventina di metri, conduce solo una delle doline adiacenti l'ingresso. Le dimensioni degli ambienti e la vicinanza di rocce impermeabili fanno per un attimo sognare scenari piaggiabelleschi fino all'apparizione di un interstrato occupato in egual misura da acqua e detriti.

      Le successive immagini fanno parte dell'orrido immaginario collettivo marguareisiano: speleologi in fessura sdraiati nell'acqua corrente, sferzati dall'aria gelida, che tentano inutilmente di trovare un passaggio tra le pietre o in subordine un posto appena più asciutto.

      Finiscono qui, a una trentina di metri di profondità, le nuove vicende dell'inghiottitoio dei Tumpi, in attesa che una nuova siccità renda il luogo ancora frequentabile.

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Volano i cinghiali?

Ube Lovera

      Una grotta impossibile. Te ne passeggi placido in un ameno bosco della Valdinferno, comodamente appeso a faggi e castagni, sistemati lì dalle divinità locali - quella generale chiaramente se ne fotte di te e dei tuoi compagni - per impedirti di fischiare nel molto sottostante torrente, e ohibò ecco una fessura alla base di una paretina identica a tutte le altre. Impossibile avere un motivo per passare se non stai inseguendo cinghiali, impossibile la fessura, impossibile soprattutto che porti da qualche parte.

      È quanto successo agli speleo valtanaresi dell'SCT nell'autunno del 2007 che, traversando a partire da un tornante sul sentiero che mena alla Donna Selvaggia, si sono trovati di fronte alla fessura di cui sopra battezzata, con quello che le sta dietro, Cinghiali Volanti.

      È tradizione che in Valdinferno a ingressi enormi corrispondano grotte grandi e belle mentre quasi mai gli scavi inducano risultati di rilievo. Non di meno la fessura fu disostruita con golosità per la presenza di un discreto P15 alla cui base una breve risalita porta ad un secondo salto.

      Ci si muove all'interno di una frattura non gigantesca che saltella in basso con brevi pozzetti. Ogni volta che decide di verticalizzare chiede l'intervento degli energici disostruttori, incitati peraltro da una circolazione d'aria discreta e anomala. Quando la frattura intercetta una bella galleria concrezionata ci si sente a Gardaland.

Galleria terminale dei Cinghiali Volanti - pagg. 34 e 35 (foto B. Vigna)

 

      A questo punto dell'esplorazione, finite le strettoie, Sciandra e compagni hanno la fantastica idea di aprire la festa agli speleo esteri, ché l'esangue speleologia piemontese ha quanto mai bisogno di gesti simili.

      Da Cuneo e dalla Liguria arriva manodopera più o meno specializzata e anche da Torino ne approfittiamo in molti.

      Si para di fronte una grande galleria, tanto inclinata da chiamarsi P30, quindi una sala concrezionatissima, la Sala della Puerpera Stupita. Ancora un saltino poi la

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galleria sbatte dentro una frana con qualche speranza per il futuro in cambio di un gigantesco lavoro di scavo. Si è a -130, convinti di aver visto una grotta bellissima in pieno stile Valdinferno. Sennonché una colata stalagmitica sulla destra porta a una sala, quindi ad un ambiente concrezionato con annesso laghetto. Dietro un'altra colata di concrezioni parte la bestia: una galleria freatica lunga 150 metri di dimensioni esagerate che esibisce l'intero campionario di beltà tra aragoniti, cristalli e colonne varie fino a una grande sala chiusa da frana dove provare a inseguire i soffi d'aria tra le pietre. Grotta fantastica.

      

      Si è a quel punto, Sciandra docet, a qualche decina di metri e alla quota del fondo della Donna Selvaggia alla quale i Cinghiali Volanti erano un tempo in qualche modo evidentemente connessi.

In alto a pag. 36 alcune immagini delle gallerie finali (foto G. Carrieri)

 

Due grotticelle in quel di Villadeati (AL)

Paolo Arietti & Giuliano Villa

      Tutto cominciò con una visita domenicale all'amico Paolo Arietti (per i nati solo un quarto di secolo fa, Paolo è stato il mio predecessore tanti anni fa alla pena del catasto...) tra una cianciata e l'altra a ricordare i bei giri fatti alla ricerca di buchi e buchetti nei posti più strani.

      Bastava allora che aleggiasse qualche storia o leggenda ed ecco che con gli amici di battute e scorribande e reclutando qualche giovane entusiasta in Gruppo, partivamo attrezzati di tutto punto sulle tracce di una vaga segnalazione. Erano i tempi della rinata (per poco) Operazione Piemonte Sotterraneo. A Paolo venne in mente che qualche tempo prima aveva avuto indicazione su una grotta in quel di Villadeati. Si mise alla ricerca nella marea di appunti che stipa solitamente le dimore di chi si è occupato nella propria vita del catasto grotte, e riuscì a recuperare notizie più precise.

      La domenica successiva era stato rintracciato l'autore della segnalazione, il sig. Vincenzo Vallone di Villadeati che si prestò a farci da guida. Ci disse inoltre che ce n'era un'altra di grotta, un buco piccolo e stretto, la Balma delle capre, mentre l'altra era una caverna piuttosto grande che si diceva fosse stata in passato rifugio di briganti. La zona dove si aprono le due piccole cavità è interessante ed è stata oggetto di interesse locale per la strana conformazione della sommità del Bric San Lorenzo, a conca, quasi a ricordare l'aspetto di un cratere vulcanico, tant'è che è conosciuta dai locali come il "Vulcano

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di Villadeati". Nulla di vulcanico però, ma soltanto antichi sedimenti di conglomerati di origine marina. La conca in realtà potrebbe rappresentare una sorta di depressione formata dalla dissoluzione di rocce calcaree. In effetti le due grotticelle, soprattutto la Balma grande presenta abbastanza evidenti tracce di antiche morfologie carsiche. La roccia è molto friabile e di aspetto gessoso con segni di crolli recenti, tanto che non abbiamo ritenuto prudente tentare la risalita di un camino che comunica con l'esterno. Data la situazione della caverna, esposta a sud-est, con sorgenti vicine e piuttosto asciutta potrebbe essere stata un sicuro ricovero in tempi passati.

      La seconda grotta, la Balma delle Capre, è niente più che uno stretto budello con orientamento est-ovest, orizzontale che finisce in strettoie impraticabili.

BALMA DELLE CAPRE di Villadeati (AL)
BALMA GROSSA di Villadeati (AL) - Rilievi

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I Gessi nel mondo

Paolo Forti

      Tempo addietro, Giovanni Badino mi ha chiesto di preparare un articolo per "Grotte", la cosa da un lato mi ha fatto piacere (in fin dei conti si trattava di scrivere per uno dei più antichi e conosciuti bollettini speleologici d'Italia), ma, dall'altro, mi ha dato problemi per la scelta dell'argomento: è noto infatti che io non sono certo un esploratore. E allora di che avrei potuto parlare ai lettori di Grotte?

      Alla fine ho deciso: parlerà di grotte in gesso e non per fare un torto agli "speleologi di punta", che di solito le snobbano, anzi al contrario ...

      Per noi che abitiamo in Emilia-Romagna, quando si parla di grotte è normale pensare a quelle nei gessi: infatti sono praticamente le uniche cavità naturali che si incontrano nel nostro territorio

      E ce ne sono di famose come il Farneto a San Lazzaro di Savena o il Re Tiberio a Riolo Terme per i loro reperti archeologici, oppure la Grotta della Spipola a Bologna, il Sistemi dei Tanoni in Alta Val di Secchia o la risorgente del Rio Basino nei gessi Romagnoli per la maestosità dei loro ambienti sotterranei impreziositi da fiumi perenni e ancora la Grotta di Onferno non lontano da Rimini, per la più grande e diversificata famiglia di pipistrelli, che ospita al suo interno.

      Ma dappertutto è così?.... assolutamente no! Anzi in molte regioni d'Italia le grotte in gesso sono praticamente delle illustri sconosciute o, anche se sono note, vengono completamente "snobbate" perché, a torto o a ragione, si ritengono un fenomeno "minore", comunque assai meno interessante delle cavità in calcare. Eppure grotte in gesso si trovano praticamente in tutte le regioni d'Italia e quelle rare volte che sono state esplorate e studiate in dettaglio si sono rivelate essere ricche di cose peculiari, importanti, allo stesso livello o anche di più di quelle in calcare.

      E in Piemonte e in Valle d'Aosta, chiederete voi?...

      Diciamo subito che il Piemonte, per affioramenti gessosi, è secondo solo alla Sicilia, inoltre nel suo territorio molti gessi non sono proprio affioranti, ma sono vicini alla superficie, tanto che danno luogo a fenomeni carsici anche imponenti, che possono poi causare sprofondamenti improvvisi anche "catastrofici" (chiedere per conferma a Meo Vigna, a proposito della cava di gesso di Moncalvo nell'Astigiano).

      Discorso differente è per la Valle d'Aosta, dove gli affioramenti gessosi sono molto

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piccoli e si trovano ad alta quota: si tratta di gessi molto antichi addirittura permiani, che nel corso delle ere geologiche sono stati deformati, e frantumati e pur nella loro scarsa dimensione areale possono ospitare grotte di tutto rispetto.

      Comunque la realtà esplorativa non cambia tra Piemonte e Valle d'Aosta: nessun lavoro sistematico e pochi appassionati.

      E nel resto del mondo ? .... Le cose vanno anche peggio che in Italia: il pregiudizio speleologico che le vuole brutte, perché spesso piccole e strette, molto poco concrezionate e, a volte, addirittura piene di fango, è davvero duro a morire. Nel mio girovagare, oramai ultraventicinquennale, alla ricerca di aree carsiche gessose in altri paesi e altri continenti mi son sempre imbattuto in persone che rimanevano stupite del mio interesse per le grotte in gesso e, spesso, cercavano di convincermi a cambiare obbiettivo, decantandomi le meraviglie di grotte in calcare non lontane e sempre "... molto più interessanti di quei buchi nel gesso ...". Non sono mai riusciti a convincermi.

      Questo articoletto vuole, se non rendere giustizia ai fenomeni carsici nei gessi di tutto il mondo, almeno farli conoscere in modo che poi se ne possa discutere sapendo di quello che si parla.

      Innanzitutto bisogna sapere che i gessi sono comunissimi in ogni area del nostro pianeta, cominciando da tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, e continuando nelle lande gelate del nord della Russia e nelle steppe dell'Asia Centrale, e ancora nelle zone desertiche dell'Africa, o sulle Ande patagoniche, o nelle spiagge cubane … Insomma dappertutto.

      Il problema è che la stragrande maggioranza di questi luoghi non sono mai stati visitati allo scopo di esplorarne e documentarne i fenomeni carsici ... Per intenderci se oggi possiamo dire di conoscere circa il 30% del patrimonio carsico-speleologico mondiale in calcare, di quello in gesso la percentuale scende vertiginosamente a valori prossimi allo zero.

      Nonostante questa sostanziale ignoranza, sulla base delle poche esplorazioni fatte, si è già oggi in grado di poter sfatare alcuni dei consolidati "miti negativi" a proposito delle grotte in gesso, miti che sono poi la causa principale della loro mancata esplorazione speleologica.

      Cominciamo con il fatto che "le grotte in gesso sono sempre piccole e poco profonde".

      L'affermazione che le vuole poco profonde può essere condivisa, dato che il record mondiale di profondità in una grotta in gesso è di soli 285 metri (per inciso il record appartiene non a caso ad una grotta dell'Emilia-Romagna: la Grotta di Monte Caldina nelle evaporiti triassiche dell'Alta Val di Secchia) a fronte di grotte in calcare che superano abbondantemente i 2 chilometri di profondità.

Grotta Zolushka (Ucraina)

      Tutt'altro discorso invece per la loro estensione: vi sono molte grotte in gesso con lunghezze superiori a vari chilometri, alcune, poi, sono nei "piani alti" della classifica mondiale di sviluppo planimetrico: è il caso per esempio della grotta Optimicheskaia in Ucraina che con i suoi quasi 300 chilometri di sviluppo è tra le 5 grotte più lunghe al mondo, mentre l'Ozernaia e la Zooluska (figura a fianco) su-

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perano i 100 km.

      Un altro luogo comune recita: "... sono spoglie, poco concrezionate ..."

      Devo ammettere che effettivamente alcune cavità in gesso sono poco ornate, ma da qui a considerarle sempre prive di concrezioni o mineralizzazioni interessanti il passo è davvero troppo lungo... Basti pensare alla foresta di concrezioni che letteralmente intasano alcune grotte del Nuovo Messico o gli ossidi idrossidi metallici che ornano la Risorgente di Grave Grubbo in Calabria o la Grotta Pelagalli nel Bolognese, tanto per citare due soli esempi tra le diecine che mi vengono in mente.

      E ancora spesso si sente ripetere che "... sono grotte meno interessanti dal punto di vista scientifico ...", asserzione questa che si basa essenzialmente sul fatto che i meccanismi che possono formarle sono in numero minore di quelli che danno luogo alle omologhe cavità in calcare.

      Ma, ribatto io, le forme in gesso, per la sua maggiore erodibilità e solubilità, sono più esasperate e quindi generalmente più belle e caratteristiche di quelle in calcare e per la linearità dei loro processi evolutivi sono più adatte ad essere studiate dal punto di vista morfologico e genetico.

      Insomma, da questi pochi esempi è evidente che le grotte in gesso sono vittime di pregiudizi così forti e diffusi da averne impedito sino ad oggi, in quasi tulle le aree del mondo, la loro trasformazione in un oggetto privilegiato di esplorazione, studio e turismo speleologico.

      Eppure non è stato sempre così: i primi studi sulle concrezioni di grotta, fatti da Ulisse Aldrovandi già nel 1500, avevano preso in considerazione anche speleotemi provenienti dalla grotte in gesso di Bologna e, già nel 1700, una delle meraviglie del mondo per le concrezioni di ghiaccio che ospitava, la Grotta in gesso di Kungur, sugli Urali (figura a fondo pagina 40) e per questo inserita in tutti i "Grand Tours" dell'epoca.

      La mia intenzione quindi è di cercare di riportare in auge i fenomeni carsici nei gessi anche e sopratutto presso gli esploratori, che, a dispetto delle dimensioni delle cavità, comunque non sempre disprezzabili, possono comunque trarre grandi soddisfazioni dal

Plan de la grotte de Kungur

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fatto di avere un territorio praticamente vergine da esplorare.

      Mi rendo benissimo conto che è un'impresa quasi disperata e che un solo articolo difficilmente potrà centrare lo scopo e pertanto avrei pensato di presentare, numero dopo numero, una alla volta, alcune delle aree carsiche gessose più famose al mondo (figura in alto a destra), cercando per ciascuna di esse di evidenziarne le peculiarità in modo da suscitare nel lettore la voglia di andare a visitarle.

      Potremmo parlare di piccole grotte lacustri, di ampie distese crivellate di centinaia di doline, di magiche sculture di fango e di una stalattite e una stalagmite che, nonostante crescano in continuazione, sono destinate (come nel film sulla famosissima Lady Hock e il suo spasimante) a non incontrarsi mai ... e ancora di strani "gamberetti ciechi" e di una "nursery" per baby pipistrelli e di tanto altro ancora.

      Naturalmente sarei pronto a lasciare immediatamente il passo non appena una squadra esplorativa vorrà presentare grotte in gesso esplorate nel basso Piemonte o vicino alle vette più alte della Valle d'Aosta.

      Alla prossima.

      A pag. 38 l'autore in una foresta di stalattiti e stalagmiti di gesso nel Nuovo Messico, a pag. 39 rilievo schematico della grotta Zooluska, a pag. 40 - rilievo del 1780 della Grotta di Kungur sugli Urali, a pag. 41 (in alto) localizzazione delle principali aree gessose del mondo, al centro immagine di stalattiti di gesso in Spagna.

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Una settimana in Bosnia

Ube Lovera

      Che ne dite di una settimana in Serbia? La voce è di Munegato, vice presidente Uget, il luogo è appunto la sede del Cai Uget che naturalmente è anche quella del gessepe. Invece che di Serbia trattavasi poi di Bosnia e i pensieri scivolano dai soliti bombardamenti americani, Belgrado questa volta, alla guerra civile tutti contro tutti, cecchini a Sarajevo, fosse comuni e altre piacevolezze che una quindicina di anni fa scarsi hanno devastato quella terra che a noi nostalgici piace tuttora pensare jugoslava.

      La questione riguarda faccende un po' più grosse di quelle che siamo abituati a maneggiare e ha a che fare con i postumi delle varie stragi sopra citate. Succede che quando gli uomini decidono di macellarsi su scala industriale, a cose fatte seguono gli "aiuti" e quindi la "ricostruzione".

A questo scopo arrivano in loco un po' di brave persone, generalmente legate a varie ONG, che cercano di coordinare quanto arriva dall'estero, cibo e tende, e provano nel frattempo a non farsi ammazzare. La fase "ricostruzione" invece comporta dare una casa a chi l'ha persa e rabberciare un

minimo di strutture in attesa della fase tre che consisterebbe nel ricostruire l'economia e una struttura sociale al momento abbondantemente compromessa.

In alto dintorni di Vardiste, a sx l'area di Mlijacka (foto U. Lovera)

      La sorpresa sta nel fatto che il comune di Torino, fin da tempi non sospetti, o meglio sospettissimi, coltiva rapporti di derivazione sindacale con la città di Breza, una trentina di chilometri da Sarajevo, ed è strettamente coinvolta nelle fasi due e tre attraverso un apposito ufficio chiamato Settore Cooperazione internazionale e Pace che, in collaborazione con le suddette ONG, prova a ipotizzare un futuro decente a popolazioni così duramente colpite (come direbbero i tg). Succede che accanto ad altre proposte che avremmo conosciuto in seguito, uno dei progetti riguardava la possibile turisticizzazione del territorio di Breza profittando del fatto che la città è posta ai margini di una regione collinare che diventa tosto montuosa. Nasce quindi un percorso escursionistico che si svolge nell'arco di una settimana, una sorta di micro GTA, appoggiato ai vari rifugi

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che si trovano sul percorso. La possibilità di trasformarlo in tracciato cicloturistico chiama in causa il Cai nella sua variante Uget e nella persona di Marco Centin, vulcanico ciclista d'altura. La scoperta che le montagne in questione sono interamente calcaree coinvolge il sottoscritto e Cinzia

attraverso la famosa domanda iniziale: Che ne dite di una settimana in Serbia?

      Il nostro mestiere sarà quello di scoprire se esiste la possibilità di creare qualche iniziativa che abbia a che fare con grotte e calcare che crei qualche posto di lavoro per la mano d'opera locale, al momento quanto mai abbondante.

      All'arrivo a Sarajevo entriamo subito in contatto con le varie associazioni che seguono i vari progetti, cooperative Re.Te., Isola, Cesvi nonché volontari assortiti, che ci offrono in un paio d'ore un condensato di storia, economia, situazione politica, problemi vari, condizioni operative della Bosnia: una tragedia.

      Più leggero il compendio carsico ad opera di Simone Milanolo, speleologo varallino del GGN, migrato a Sarajevo: il 50% di un territorio grande quanto Piemonte e Lombardia è composto da calcare ed è quasi totalmente inesplorato.

      Dal primo giorno si inizia a trottare: giornate estremamente piene di escursioni, incontri e discussioni.

      Ci si muove attraverso un carso coperto, abbondantemente coperto, di bassa quota, che date le caratteristiche climatiche dei Balcani presenta però condizioni tipiche di altitudini più elevate. Si alternano boschi di conifere e prati, questi ultime spesso interrotti da ampie doline. Ce ne andiamo a passeggio, accompagnati o no, in un susseguirsi di centri abitati circondati da campi e villaggi disabitati dalla guerra, alternati ad altopiani calcarei immersi in pinete e faggete. La tentazione di gettarsi nei boschi alla ricerca di pozzi e grotte è però smorzata dalla presenza discreta di rossi cartelli che annunciano la presenza di mine.

      Già perché i locali hanno pensato di minare qua e là con grande impegno: sistematici e ordinati e serbi, random tutti gli altri. Minati i boschi, minati i ruderi delle case, in modo che i proprietari, se sopravvissuti, possano saltare in aria al loro ritorno. Minati i campi. Come ci si muove? Chiedendo a chi abita nei dintorni. Se è già passato di lì significa che non ci sono mine. Oppure attenendosi alle zone già sminate, che però si limitano per lo più ai centri abitati e agli immediati dintorni.

      Una di queste zone è il parco di Bjambare Si tratta di una piccola area, sminata e recintata, che ospita una grotta turistica nonché una decina di cavità minori, immersa in boschi punteggiati di doline.

Alcune immagini della grotta di Mlijacka (foto U. Lovera)

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      La grotta turistica è un grande inghiottitoio fossile percorribile mediante una breve scalinata e successivo marciapiede rigorosamente in cemento. L'illuminazione è data da numerosi fan posizionati strategicamente che illuminano gallerie di grandi dimensioni e di discreto concrezionamento. Anche se non comparabile con le grotte di Frasassi o Castellana si tratta comunque di una grotta interessante e di una visita piacevole nonostante l'allestimento turistico, passerelle e illuminazione, seguano criteri preistorici.

      Ci accompagna Simone, che ci farà anche da guida alle risorgenze del sistema di Bjambare, inesplorate, e quindi ad un'incredibile grotta vicina alla città di Olovo: una gran forra che si inabissa in un grandioso traforo idrologico e che sbuca nella valle adiacente.

      Segue un comodo attraversamento motorizzato attraverso una grande cavità nei pressi della città di Vares, fotocopia di S. Giovanni a Domusnovas, attraversata dalla strada carrozzabile. La grottina che si apre in una cava nei pressi, si rivela carina, concrezionata ed estremamente instabile.

      -Marguareis?- Mi chiede Simone - Qui attorno ce ne saranno venti. Tutti inesplorati - E che fare delle mine? Si sta in quota, ché i lapiaz non si possono minare.

      I sei ventosi chilometri percorsi risalendo la sorgente del Miljacka, uno dei corsi d'acqua che attraversano Sarajevo paiono confermare le sue parole. Il giorno che avessimo voglia di uscire dal Marguareis...

In alto i vari cartelli ricordano la presenza di mine, qui
sopra una parete nel parco di Bjambare (foto U. Lovera)

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Il setaccio delle grotte

Giovanni Badino

      "La neve, lungi dal nascondere gli ingressi, li evidenzia.

      È un po' come se dovessimo separare della polvere d'oro persa dentro un mucchio di segatura. La Possiamo, sì, cercare pazientemente un granello alla volta, ma è molto meglio buttare tutto in acqua: quel che galleggia è segatura, quel che va a fondo è oro.

      Per le grotte è lo stesso: se voi avete davanti un altopiano zeppo di piccoli ingressi, ci buttate sopra qualcosa che fonda nei punti dove trabocca l'aria abissale e poi vi limitate a guardare quei punti.

      Il rivelatore solubile c'è, è la neve, e ci pensano gli inverni a stenderlo sulle montagne. La neve ha la funzione dell'acqua nel problema dell'oro sparso nella segatura.

      Detto così sembra semplice, c'è però qualche ostacolo. Intanto bisogna saper sciare ovunque e questo, checché ne dica chi lo sa fare, non è poi così semplice.

      Poi d'inverno in montagna fa freddo e spesso c'è brutto tempo (del resto se facesse sempre bello chi lo stenderebbe il rivelatore, voi forse?) e le case, quaggiù sono particolarmente accoglienti.

      "Uscire per andare a vagare lassù con le valanghe, la neve? Ma le hai viste le previsioni del tempo?".

      Poi, speleologicamente, anche in inverno ci sono un sacco di cose da fare, senza andare a sciare. Eppure rende. Essebue e l'ingresso alto del Bagnulo, per citare esempi recenti, sono apparsi in questo modo. Altri in modo più indiretto. L'F33 è stato trovato d'estate, ma sarebbe bastato andare in inverno per vederlo subito. E la Gola e la Filologa? Ahimè, no, sono entrate basse o quasi, e il rivelatore funziona solo con le bocche calde: le bocche fredde bisogna cercarle rabbrividendo quando ci passate sopra, seminudi, d'estate.

      O forse bisogna cercarle con l'infrarosso, ma è terribilmente difficile e complesso.

      Fatto sta che una zona superlativa per applicare queste tecniche è il Canin."

      da Grotte 84, pag. 12, 1984

      Ventitré anni fa scrivevo questa nota per il bollettino del mio gruppo, di Torino. Le grotte sono alla temperatura media annuale della zona, quindi d'inverno, senza eccezioni, risultano più calde dell'esterno. Perciò sono come enormi camini sotto i quali arda un fuoco che spinge l'aria verso l'alto. Agli imbocchi alti, sulle montagne, le colonne d'aria escono e impediscono alla neve di cadervi dentro o, quando succede, la fondono molto prima che altrove.

      Nel seguito di quell'articolo raccontavo che eravamo andati in battuta sul versante italiano del Canin, e vi avevamo potuto distinguere i singoli sottosistemi ipogei, localizzare entrate in zone dove poi sarebbero esplosi enormi sistemi. Ho ancora il quaderno degli appunti che avevo preso quel giorno, un giorno lo confronterà con le grotte scoperte negli anni successivi, penso avessimo localizzato quasi tutto. Ma il Canin, da Torino, era troppo, troppo lontano...

      Sono passati oltre vent'anni da questa nota, che continua ad essere assurdamente attuale. Nel frattempo la speleologia invernale ha ucciso molti di noi, abbiamo dolorosamente scoperto che le valanghe richiedono molta, molta più attenzione di quanto pensassi quando scrivevo quella nota.

      Sta di fatto che gran parte del lavoro di ricerca di grotte è da fare d'inverno. In poche ore di una giornata adatta si localizzano entrate, sistemi e sottosistemi che richiederebbero centinaia (dico: centinaia) di giornate estive. E, senza dubbio, il carsismo di media-alta montagna dalle Alpi Giulie sin giù all'Albania è il luogo ideale per applicare questa tecnica.

      Certo però che si incontrano delle difficoltà che d'estate non ci sono.

      La prima, lo dicevo, è il fatto che la neve è molto più pericolosa di quanto creda lo speleologo medio.

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      La seconda è che un ingresso localizzato d'inverno è assai difficile da ritrovare d'estate. Per anni abbiamo adottato pali, vernici, triangolazioni con risultati non sempre soddisfacenti. Ora però ci sono i GPS che, accoppiati con qualche segnapunto, risolvono il problema.

      La terza è, naturalmente, che bisogna saper sciare e soprattutto essere pratici di scialpinismo. Spesso gli speleologi sostituiscono il coraggio e la forza alla conoscenza e alla preparazione: sulla neve questo approccio è mortale.

      Infine ci sono le difficoltà ambientali: giornate brevi, il tempo avverso... Il fatto è che le giornate adatte alle battute in cerca di grotte sono poche: tardo inverno, tempo bello, neve che porta... In pratica, occorre stare pronti e, quando le condizioni diventano adatte, partire con levatacce a ore tremende.

      Ma vale la pena.

      Quel remoto articolo era profetico, quasi desolante: quante cose avremmo potuto fare noi speleologi e non abbiamo fatto.

      Il mondo sotterraneo è davvero troppo più grande di noi, infinito e ride del tempo che passiamo a litigare in città.

      Concludo facendo notare che lì alludevo anche all'uso dell'infrarosso per localizzare entrate basse. Anche questo, allora, era impossibile, ora non più, le telecamere termiche permetterebbero di localizzare lo sgorgare dell'aria fredda dalle entrate basse. Quando inizieremo?

      Il guaio è, naturalmente, che una volta localizzate le entrate poi bisogna esplorare faticosamente le grotte; purtroppo mi pare che l'entusiasmo sia parecchio sceso, nella speleologia di tutto il mondo...

Qui sopra la parete alla cui base si apre la Grotta del Ciolo, nella pagina a fianco due immagini di
trasporto barella da parte di tecnici speleosub (foto A.Eusebio)

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S.Maria di Leuca 2007 - Stage CNSAS Speleosub

Attilio Eusebio

      Nell'ambito del Soccorso Speleologico un argomento di discussione è sempre stato il trasporto barella di un infortunato. Le squadre terrestri hanno spesso oscillato tra il privilegiare la necessaria rapidità di uscita dell'infortunato e quindi il suo trasferimento in un luogo più confortevole e la delicatezza del trasporto per evitare o contenere le violente oscillazioni ed i sobbalzi legati comunque ad un difficoltoso trasporto in grotta.

      L'ultima e giusta parola in questo caso l'hanno sempre avuta i medici che spesso hanno deciso e imposto tempi e modi di spostamento dell'infortunato.

      Se fuori dall'acqua questa "kermesse" ha sviluppato il suo "iter", sott'acqua, dove il condizionamento medico è pressoché inesistente, la discussione rimane aperta, certo è necessario fare in fretta ma mille problemi tipici dell'immersione speleosubacquea si sommano a quelli tradizionali del trasporto barella.

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      Dal modo di trasportarla, di appesantirla, di condizionare il ferito, di quante persone sono necessarie, di come garantire la sicurezza in condizioni di scarsa visibilità e bassa temperatura e così via.

      Era certo necessario perderci un po' di tempo per fare il punto, l'incontro di S.M. di Leuca ha iniziato a delineare linee guida. Fondamentali ed indispensabili anche per valutarne le applicazioni nei vari contesti marino, alpino, fond de trou e così via.

      Dunque un contributo fondamentale è venuto dallo "Stage di studio e perfezionamento per tecnici speleosub del CNSAS" orgnizzato da Raffaele Onorato a Santa Maria di Leuca dal 26 al 30 settembre 2007 con il patrocinio ed i contributi della Amministrazione Provinciale di Lecce (Assessorato al Turismo e alla Protezione Civile).

      Il tutto si è svolto nell'ambito dei piani formativi del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico - Commissione Speleosub con il fondamentale supporto tecnico e logistico della Delegazione Pugliese.

      La collaborazione poi del Comune di Gagliano del Capo, della sez. Operativa Navale della Guardia di Finanza, della Capitaneria di Porto di Gallipoli, della camera iperbarica dell'Ospedale Civile di Gallipoli e del CEP - Protezione Civile di Nardò hanno inoltre permesso di muoversi con sicurezza nei vari contesti e risolvere i mille piccoli inconvenienti di ogni giorno.

Grotta del Ciolo - rilievo
Autori: F. Grandi, P. Roversi, M. Tura - 7 agosto 1973
(Onorato et al., 1999)

 

      Dal punto di vista pratico le esercitazioni si sono svolte nel bacino del Porto di S.M. di Leuca (quando c'era maltempo) e principalmente nella Grotta del Ciolo, cavità che ben si presta a tale attività.

      Più squadre si sono alternate per 4 giorni, con varie modalità di trasporto e varie configurazioni (circuito chiuso, circuito aperto, DPV, ecc...) fino all'esaurimento psico-fisico. Al termine di ogni

esercitazione un lungo dibattito, anche acceso a volte..., accompagnava i riti serali.

      In conclusione una esperienza assolutamente positiva, gestita ottimamente ed in amicizia, che ha coinvolto attivamente una cinquantina di tecnici e gettato una pietra fondamentale nel trasporto subacqueo di un infortunato.

4a cop.